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Edizione di riferimento:
Lucio Isabella, Il canto del gabbiano, Storie d’amore e di vita del Cilento. Grafica ed impaginazione a cura di Andrea Marzolla e Federico Petrillo, Tipografia Della Vecchia Graziano – Latina, maggio 2006 ‒ In copertina “Il Gabbiano” Opera del pittore bucolico Pietro Negri. ‒ Tutte le illustrazioni all’interno del romanzo sono opera dell’Autore.
© Tutti i diritti sono riservati all'autore
a due grandi pescatori del Cilento:
Di Luccia Giuseppe, detto "Peppo o padrone"
Di Luccia Giovanni, suo figlio (alla memoria)
e a tutti i pescatori del mio paese
La sabbia scottava anche se l’ora del mattino non era molto avanzata.
Il ragazzo camminava lentamente quasi contando i passi e con un piccolo bastone batteva ad intervalli regolari la corda legata al margine della rete da pesca posata sulla sabbia ad asciugare.
Con una mano teneva la corda, con l’altra vi batteva il bastone mentre canterellava una canzone marinara.
Fisicamente era un uomo formato anche se aveva da poco compiuto i diciotto anni, ma era ancora da tutti considerato un ragazzo perchè a quei tempi si diventava adulti a ventuno anni, dopo aver ultimato il servizio militare. Fino alla maggiore età si doveva completa obbedienza ai genitori, alle persone anziane di famiglia ed a tutti coloro con i quali per qualsiasi motivo si aveva a che fare.
Il giovane si chiamava Benito Petrucci, era nativo di una delle tante «Marine» del Cilento: di altezza media, forse anche un pò più basso del normale, aveva capelli scuri ed occhi castani che davano lampi di luce di vita e di gioventù; era un giovane bello dalla parlantina facile ed il suo dialetto semplice, tipico del «Cilento», lo distingueva dagli adulti i quali parlavano sempre in modo un pò volgare, specie quando si rivolgevano ai giovani che, come lui, erano costretti a lavorare insieme a loro.
Come molti della zona, faceva il pescatore ed a quei tempi il lavoro era pagato poco e male. Non se ne dava pena perchè, in ogni caso, se ci fosse stata una buona paga l’avrebbe sicuramente riscossa il padre e non lui.
Lavorava su di una «lampara» di proprietà del fratello di suo padre assieme a sette, otto pescatori, quasi tutti padri di famiglia ed a bordo era il più giovane.
La barca era lunga circa otto metri e larga oltre due metri; non era da molto che vi avevano messo un motore perchè fino a qualche anno prima andava solo a remi o a vela come tutte le barche dei pescatori della marina del Cilento.
La pesca principalmente praticata era quella delle acciughe; per i pescatori era un lavoro molto duro, perchè si lavorava e si era Impegnati ptr tutta la notte e per più della metà della giornata.
Quando la mattina la barca tornava a terra, i pescatori dovevano recarsi alla lunga spiaggia distante più di un chilometro dal paese per asciugare le reti fatte di cotone.
Ancoravano la «lampara» ad un centinaio di metri dalla spiaggia e trasbordavano le reti su di un «canotto» (un gozzo di quattro, cinque metri) con il quale raggiungevano la riva.
Caricavano le reti sulle spalle e le distendevano sulla spiaggia ad asciugare.
Alcuni dei più anziani si preoccupavano di rattopparle dove i pesci predatori per lo più delfini, per mangiare intere boccate di acciughe le avevano strapppate creando dei buchi che i marinai ricucivano rifacendo a mano la rete mancante.
Guardando la spiaggia dove i pescatori asciugavano le reti, si notava che ognuno di quegli uomini aveva un compito preciso.
Benito faceva il suo che era quello di battere la corda dove erano attaccati i sugheri per mantenere la rete a galla e quella dei piombi che servivano a tenderla tesa in acqua.
Il giovane battendovi sopra faceva cadere la sabbia che vi era attaccata quando la rete bagnata era stata stesa a terra.
Ma c’era qualcuno che, sdraiato sulla spiaggia, cercava di recuperare qualche ora del sonno perduto durante la pesca notturna.
Gli uomini che facevano questo lavoro dovevano affidarsi alla divina provvidenza anche per la vendita del pescato: non era molto facile in quei tempi vendere tutto il pesce perchè le barche («lampare») erano parecchie e la gente del paese che comperava era poca. Così, spesso si doveva andare a scambiare il pesce con altri generi di prima necessità.
Le mogli dei pescatori e coloro che comperavano il pesce dalla «lampara» per rivenderlo, si caricavano sulla testa grosse ceste con trenta, quaranta chili di pesce e si recavano nelle campagne e nei paesi vicini per smerciarlo.
Se non riuscivano a venderlo, lo scambiavano con ciò che veniva loro offerto: vino, grano, granoturco, ceci, fagioli, olio, fichi secchi e mandorle.
Quando si spingevano sulle montagne del Cilento, distanti fino a otto, dieci chilometri, scambiavano i pesci anche con castagne e mele che erano la maggiore produzione di quelle zone.
Quando poi le acciughe erano troppe e il piccolo mercato e lo scambio con i prodotti della terra non riusciva a assorbire tutto il pescato, le donne del paese le mettevano sotto sale in vasetti di terracotta e le conservavano per consumarle d’inverno o per usarle come merce di scambio con i contadini o con i montanari.
Questa era l’attività dei pescatori delle marine del «Cilento» e delle loro famiglie. I giovani imparavano dagli anziani cercando di migliorare il loro impegno.
Il ragazzo continuava il suo lavoro, mentre intorno a lui ognuno svolgeva il proprio compito.
Erano le prime giornate calde di maggio dell’anno 1941: l’Italia, che aveva avuto la pazza idea di crearsi delle «colonie» in Africa, con una grossa armata e tanto entusiasmo difendeva i territori dell’Africa del nord.
La guerra, comunque, anche se fatta da italiani, era lontana dal piccolo paese cilentano e così il lavoro della terra e del mare aveva il suo modo usuale di andare avanti.
In quella calda mattina di maggio, il lavoro si poteva dire terminato. I marinai avevano sulle spalle le reti e si apprestavano a caricarle sul canotto per trasbordarle sulla «lampara».
Benito era l’unico che non sembrava avere sonno. Sempre allegro e smanioso, non appena il lavoro glielo permetteva, si toglieva i pantaloni e la camicia e si tuffava nelle acque chiare del mare.
I suoi amici pescatori si divertivano a guardarlo quando prendeva la rincorsa per tuffarsi. Entrava in acqua sollevando solo pochi spruzzi e vi rimaneva sotto allontanandosi dalla riva a nuoto.
Si vedevano nitidamente le gambe che si muovevano come se fossero una forbice che taglia il panno e le braccia che si spostavano davanti verso dietro a sistema di remata sott’acqua.
Mentre si allontanava dalla riva, i suoi amici scommettevano che quella mattina sarebbe emerso a distanza più lontana di quella della mattina precedente.
Il giovane che sotto l’acqua diventava, visto da terra, una sagoma indistinta, cacciava la testa fuori dall’acqua e guardava la distanza percorsa: soddisfatto, riprendeva a nuotare in superficie per tornare a riva.
In quei tuffi Benito era il più forte del paese: capace di fare sessanta, settanta metri sott’acqua ed il suo nuoto era spettacolare perchè sembrava che scivolasse nell’acqua come un delfino.
Si divertiva così a sfidare tutti nel tuffo più lungo e nelle nuotate più veloci fra due punti prefissati; vinceva sempre lui e per questo qualcuno lo chiamava «a fera» (nomignolo che nelle marine del Cilento si dà al delfino ed egli era fiero conoscendo l’intelligenza di quei pesci presenti in tutti i mari del mondo.
Poi il ritorno a casa: aveva la madre, il padre e un fratello minore che aiutava il padre nella pesca con un gozzo di quattro, cinque metri, Facevano la pesca con delle reti chiamate «reti di fondo», perchè venivano posate di sera sul fondo del mare. La mattina successiva, esse venivano salpate e i pesci che vi si trovavano erano di scoglio, molto ricercati per il loro squisito sapore.
La madre Maria, che tutti chiamavano Marietta, era una donna di buona famiglia e oltre a badare alla casa e alle persone di famiglia, andava spesso, come altre donne del paese, a lavorare nelle campagne vicine ricevendo, in corrispettivo, olio, vino ed altri prodotti agricoli necessari alla famiglia.
Il padre, di nome Salvatore, era un uomo serio e taciturno; aveva poco più di quarantanni ed il colore scuro del viso, gli dava un aspetto severo anche se, invece, egli era molto buono.
Non aveva vizi particolari oltre quello di giocare a carte nei giorni di festa o nei quali, per il mal tempo, non si usciva a pesca.
Il gioco preferito era quello del tresette e della briscola, comune tra i marinai in quei due o tre locali alla buona che c’erano in ogni piccolo paese, e che venivano chiamati «cafè».
Alle volte in quei piccoli locali pieni di fumo di sigarette fatte a mano con tabacco «trinciato forte», si serviva il caffè fatto alla turca, nel locale attiguo alla sala, in un recipiente di coccio posato proprio sul fuoco a legna.
Il fratello, di nome Vincenzo ma che tutti chiamavano Enzo, assomigliava molto al fratello Benito, anche se aveva solo quattordici anni.
Tutta la famiglia traeva sostentamento quasi esclusivamente dal mare. Anche se la madre andava a lavorare qualche volta nelle campagne, la sua opera era principalmente rivolta alla cura del marito e dei figli; qualche volta andava anche lei per le campagne a vendere i pesci chi venivano giornalmente pescati, ma il più delle volte metteva sotto sale le alici nei vasetti e poi, così salate, le portava nelle campagne per scambiarle con generi di prima necessità con le donne delle campagne.
La vita semplice di quei paesi era data anche dalla mancanza di diversivi. Ci si riuniva per fare una partita a carte e bere insieme un bicchiere di vino e il più delle volte ciò avveniva quando qualcuno del paese si sposava.
Era allora una festa per tutti gli invitati. Queste feste di solito erano un pretesto per incontrarsi ed eseguire i balli tradizionali che oggi non si fanno più, come la quadriglia e la tarantella, i valzer e la mazurka che erano i balli di moda a quei tempi.
Benito era cresciuto in questo ambiente sano, rispettava moltissimo i genitori, lavorava con molta serietà ed anche se il lavoro era duro, non sembrava sentirne molto il peso.
Quando il tempo lo consentiva, trascorreva le notti e le mattine allo stesso modo: pescare di notte e asciugare le reti nella mattinata.
In questa monotonia di vita nacque la sua storia d’amore.
Mentre di mattina egli stava sulla spiaggia ad asciugare le reti, c’era qualcuno che dalle siepi che delimitavano la spiaggia dai terreni coltivati guardava con curiosità lo svolgersi del lavoro dei pescatori.
Questo qualcuno era una ragazza, figlia di contadini, che abitava a non più di un centinaio di metri dalla spiaggia.
Il suo nome era Rosa Mannuzzi, ma tutti la chiamavano Rosina fin da quando era una bambina. Era una ragazza bellissima; seppure fisicamente formata, il suo viso di adolescente lasciava trasparire la semplicità dei diciassette anni non ancora compiuti: due occhi grandi e neri davano splendore al suo sorriso, i capelli neri tirati sulla fronte erano contenuti in due bellissime trecce che scivolavano sulle spalle e le scendevano fino all’altezza della cintura e finivano con un nastrino colorato annodato a farfalla.
La bella Rosina guardava i giovani pescatori con occhi di chi scopre l’altro sesso; aveva imparato a distinguerli tutti e ne conosceva i nomi anche se il nome che preferiva era Benito, quello del giovane più scuro in viso.
Lo seguiva con lo sguardo quando camminava sulla spiaggia battendo la rete per scrollarvi la sabbia, lo fissava quando si spogliava per tuffarsi in mare incitato dai suoi amici; lo vedeva alla distanza di trenta, quaranta metri ma ne riusciva ad intravvederne la gioia dipinta sul viso, quando il tuffo («o fiato» come era chiamato il tuffo che consentiva di percorrere la distanza più lunga possibile restando sott’acqua) riusciva perfetto con l’applauso dei compagni.
Rosina vedeva senza essere vista e alle volte rimaneva anche mezz’ora a guardare il giovane pescatore che, ignaro di essere osservato da qualcuno, si comportava con naturalezza. Ciò colpiva ancor di più la fanciulla che, nascosta dai cespugli, fantasticava nella sua mente idee nuove mai pensate fino allora.
Notata la sua assenza, il padre e la madre la chiamavano a voce alta ed ella senza rispondere, si allontanava dalla spiaggia e dai suoi sogni ad occhi aperti e ritornava a casa inventando qualche bugia ai genitori per giustificare la sua mancanza.
A quei tempi quando si avvicinava l’estate ed iniziavano a maturare i primi frutti, nelle campagne limitrofe alla spiaggia succedeva tutti gli anni la stessa cosa: i pescatori attraversavano le siepi che delimitavano la spiaggia dalla campagna e rubacchiavano i primi frutti a volte nemmeno maturi.
I contadini se la prendevano con i pescatori che fingevano di essere innocenti ma non lo erano mai.
Quando qualche volta i contadini coglievano qualcuno «sul fatto», si trattava sempre del più giovane di questa o di quella «lampara» e succedeva sempre che il padrone della barca fingesse di arrabbiarsi con il marinaio sorpreso a rubare mentre in effetti erano stati gli stessi anziani a mandare il giovane a raccogliere di nascosto frutta di vario genere nei campi vicini.
Per tacitare la cosa, il padrone della «lampara» prendeva una «spasella» piena di pesci, (la «spasella» era una specie di cassetta bassa fatta con listelli piatti di legno di castagno molto resistente e che più stava nell’acqua e più rimaneva forte) e la dava al contadino.
Il più delle volte era questi che veniva a guadagnarci ma non sempre i piccoli furti che i pescatori facevano a suo danno venivano scoperti.
Sulla «lampara» dove era imbarcato Benito, era proprio lui il ladruncolo incaricato di rubare la frutta nei campi adiacenti la spiaggia e spesso era proprio il campo della giovane e bella Rosina ad essere visitato.
Una mattina dei primi giorni di giugno, Benito, incaricato come al solito dai più anziani pescatori di andare a cercare della frutta, s’incamminò verso le siepi per attraversarle e andare nell’entroterra a prendere un po’ di albicocche che incominciavano appena ad ingiallire su alcune piante che lui ben conosceva.
Il giovane attraversò la siepe e si accinse ad entrare in un campo di grano dove c’erano piante da frutta, ignaro di essere osservato da due occhi grandi e forse dolci nei suoi riguardi. Era Rosina che, come faceva abbastanza spesso, stava a curiosare cosa facessero i marinai ed, in particolare, Benito.
La ragazza osservava il giovane che si avvicinava guardingo alle piante tenendo lo sguardo fisso verso la casa dove sapeva che abitavano i padroni del campo.
Benito salì su una pianta e in meno di due minuti riempi la camicia, stretta alla cintura dei pantaloni, di albicocche mature e si allontanò per la stessa via dalla quale era venuto poco prima.
Ma improvvisamente, in una piccola curva del viottolo che attraversava la siepe, si trovò davanti la figlia del contadino padrone delle albicocche. La ragazza lo guardava con sguardo interrogativo e Benito diventò rosso di vergogna per essere stato scoperto.
La fanciulla sorrise quasi per fargli intendere che per quella volta non avrebbe detto niente ai suoi genitori.
Benito era stupito e quando la ragazza, che egli non aveva mai visto da vicino, gli disse proprio le parole che gli aveva fatto intendere prima con lo sguardo si rasserenò scusandosi. Voleva restituire alla fanciulla le albicocche rubate ma Rosina le rifiutò dicendo:
‒ Non posso toglierti la frutta, altrimenti i tuoi compagni ti prenderanno in giro venendo a sapere che una ragazza ti ha sorpreso mentre rubavi!
Benito la ringraziò e pieno di vergogna le passò accanto allontanandosi verso la spiaggia. Rosina lo seguì con lo sguardo e ne ammirò il fisico robusto.
Quando il giovane arrivò presso i suoi compagni, tutti gli corsero incontro per avere le primizie dell’anno; qualcuno gli disse:
‒ Sei il solito ragazzo in gamba, mai nessun contadino ti scoprirà! Benito guardò in viso il pescatore che aveva parlato ed ebbe voglia di dirgli che una ragazza lo aveva scoperto, ma poi ci ripensò e, anche per non far torto alla fanciulla che gli aveva lasciato la frutta per evitargli brutte figure, non disse niente.
Rosina continuava a guardare attraverso la siepe e capì che il giovane aveva mantenuto il loro piccolo segreto e ne fu contenta.
Dopo quell’episodio Benito non voleva più andare a rubare frutta. I marinai della sua «lampara» non capivano il perchè ma tanto insistettero finchè il giovane si decise ad andare nuovamente.
Aveva vergogna di se stesso, di tradire la fiducia della ragazza che gli aveva lasciato la frutta e non aveva detto niente ai suoi genitori, ma non sapeva dove andare e trovare altra frutta perchè le sole albicocche mature erano quelle della fanciulla.
Benito si fermò bene in vista dalla casa del padrone con la speranza che qualcuno lo vedesse e lo inducesse a scappare; nessuno lo notava ed egli stesso non vedeva nessuno in giro nè sul terrazzo davanti la porta di casa, nè sull’aia davanti la casa stessa.
Era indeciso su cosa fare, rubare gli dispiaceva ma i suoi compagni aspettavano da lui un pò di frutta fresca per calmare l’arsura e la calura della mattina di fine primavera.
Stava per andare via quando un rumore proveniente dal campo dì granoturco poco lontano richiamò la sua attenzione.
Era Rosina che come quasi tutte le mattine si recava al limite della spiaggia per guardare i pescatori ed in particolare il giovane che più aveva colpito la sua fantasia.
Il giovane non si mosse seppure fosse ben in vista e quando la fanciulla lo vide rimase sorpresa. Si riprese e gli disse:
‒Non sei ancora andato a rubare?
Benito sorpreso dalla domanda non seppe subito cosa rispondere, poi, avvicinandosi alla ragazza, rispose:
‒ Oggi non sono venuto a rubare, ma a cercare te! ‒ Rosina suo malgrado arrossì ed aggiunse:
Per quale ragione?
Volevo vederti e dirti grazie!
‒Non devi ringraziarmi, capisco quanto voi desideriate un pò di frutta, ma papà si arrabbia moltissimo quando trova la frutta rubata ed il grano calpestato.
Benito aveva abbassato la testa vergognato per ciò che proprio lui aveva fatto. D’ora in poi se i compagni volevano la frutta se la dovevano andare a rubare loro!
Rosina capì il pensiero del giovane e gli disse:
‒Anche oggi, poichè papà e mamma non ci sono, puoi prendere la frutta, ma non posso fartela prendere sempre perchè papà se ne accorge e se la prende con me che non sono capace di tenere lontano dal frutteto i ladri pescatori.
Benito si sentì offeso. La fanciulla aveva ragione e per questo egli non voleva andare a prendere la frutta come suggeritogli. Dapprima non rispose, poi le domandò: ‒ Come ti chiami? Rosina! ‒ rispose la fanciulla arrossendo.
E quanti anni hai? ‒ chiese un pò disinvoltamente Benito.
Sedici, compiuti da poco. ‒ rispose prontamente la ragazza pavoneggiandosi un pò per mostrare che era già una signorina.
‒ Sei fidanzata? ‒ chiese sfacciatamente Benito.
‒No! Anche se c’è qualcuno che mi gira intorno, papà non vuole perchè ritiene che io sia ancora troppo giovane.
Troppo giovane!?! ‒ esclamò Benito ‒ Ma sei così bella! Rosina diventò rossa ed accennò ad andare via, ma il giovane le si parò davanti dicendole:
‒Scusa, non volevo offenderti nè prenderti in giro, perchè tu sei bella davvero. Mia madre sarebbe felice se io avessi una fidanzata bella come te!
La fanciulla guardava in viso il giovane e le sembrò che egli dicesse ciò che veramente pensava, ma non voleva far vedere che anche lei sarebbe stata felice di avere per fidanzato un giovane così. Poi, come per riprendere un discorso interrotto, la ragazza disse:
Allora vai o no a prendere le albicocche per i tuoi compagni? O debbo andarci io?
Senti ‒ rispose Benito ‒ io prendo le tue albicocche, però tu vieni a prendere un pò di «acquapazza [1]», va bene?
A Rosina piacque l’idea, ma come spiegare poi a suo padre il perchè i pescatori le avevano dato i pesci? Rispose:
‒Va bene, dirò a Tonino mio fratello di venire sulla spiaggia e tu senza dire il motivo gli darai i pesci che vuoi, va bene?
Benito fu contento di questa proposta e, accompagnato da Rosina, si avviò verso le piante di albicocche per raccoglierne un pò e portarle ai suoi amici.
Non ne prese molte perchè non voleva approfittare della bontà della bella Rosina che lo guardava con tanta insistenza da farlo diventare rosso. Si sentiva in imbarazzo anche per questa strana situazione di accordo tra ladro e derubata.
Benito scese dall’albero e, accompagnato da Rosina, prese la via del mare per tornare alla spiaggia.
Arrivato alla siepe salutò la ragazza e le ricordò di mandare subito il fratello, al quale avrebbe dato i pesci come promesso.
Si salutarono con un sorriso. Benito, mentre percorreva il viottolo che attraversava la siepe, intese la fanciulla cantare nell’allontanarsi.
Arrivata a casa chiamò suo fratello Tonino. Il ragazzo aveva dieci anni da poco compiuti; aveva frequentato la quarta elementare e da pochi giorni, al termine dell’anno scolastico, aveva saputo di essere stato promosso in quinta.
Era un ragazzo semplice e vispo, di bell’aspetto, i capelli quasi biondi, gli occhi castano chiaro: sempre allegro di carattere, spesso giocava con il cane di nome Lulù e se ne andava in giro per la campagna in cerca di nidi di uccellini e acchiappava cicale che, con l’avvicinarsi dell’estate, facevano sentire il loro canto monotono e assordante. Rosina disse a Tonino:
Perchè non vai alla spiaggia a vedere se i pescatori ti danno un pò di pesci?
Perchè mi debbono dare dei pesci? ‒ chiese pronto il ragazzo.
Ma perchè sei un ragazzo! ‒ aggiunge Rosina ‒ Vedendoti così piccolo può darsi che te li diano!
E se io portassi loro un pò di albicocche? ‒ propose Tonino con l’aria di uno che la sa lunga.
Rosina rise; sembrava che Tonino sapesse come stavano le cose.
‒Senti, se ti danno i pesci, tu un’altra mattina porti loro le albicocche, va bene?
‒ Come vuoi! ‒ rispose il ragazzo e, chiamato Lulù, si avviò verso la spiaggia seguito dal sorriso soddisfatto di Rosina.
Quando arrivò, i pescatori stavano già raccogliendo la rete per trasbordarla sul canotto e poi sulla «lampara». Si guardò intorno con aria un pò incerta: non sapeva se chiedere o meno i pesci.
Benito, che lo aveva notato, gli andò vicino e senza preamboli gli chiese:
‒ Ti chiami Tonino?
‒ Sì, ‒ rispose il ragazzo ‒ Ma tu come lo sai?
‒ L’altro giorno ho sentito tua sorella che ti chiamava con quel nome!
‒ Tu conosci Rosina?
‒ Sì, l’ho vista qualche volta quando si affaccia sulla spiaggia.
‒ Senti ‒ disse Tonino ‒ perchè non mi dai un pò di pesci? Ti prometto che domani ti porterò le albicocche!
‒ Dici davvero? ‒ chiese Benito fingendo che il discorso gli giungeva nuovo.
‒ Certo! ‒ disse ancora il ragazzo ‒ mio padre non si arrabbierebbe se, invece di rubare la nostra frutta, ce la chiedeste in cambio di pesci, anzi, restiamo d’accordo così! D’ora in poi tutte le mattine concorderemo frutti e pesci da scambiare.
‒Per ora ti dò quello che voglio io e domani vedremo.
Ciò detto, Benito andò al canotto e tirò da sotto la piccola prua una «spasella» con parecchi chili di acciughe. Rivolto al ragazzo disse:
‒Dove li metti?
‒Qui! ‒ rispose Tonino sfilandosi la camicia e stendendola sulla sabbia.
Benito rise. Era pratico il ragazzo! Pensò alla bella Rosina e fu felice di averla incontrata. ‒ Chissà, pensò, se un giorno avrebbe accettato la sua compagnia!
Tonino con i pesci stretti nella camicia si avviò verso casa; nel salutare il suo nuovo amico gli rinnovò la promessa che l’indomani gli avrebbe portato la frutta.
Benito seguì con lo sguardo il ragazzino finchè questi non sparì fra le siepi al limite della spiaggia, poi si riunì ai suoi compagni che, nel frattempo, avevano raccolto la rete e si accingevano a trasbordarla dal canotto alla «lampara».
Da quel giorno, Tonino e Benito diventarono amici; all’insaputa dei suoi compagni, il giovane pescatore trovava sempre il modo di scambiare il pesce con la frutta senza che nessuno sospettasse che egli non la rubava come faceva una volta.
Ogni volta che Benito andava oltre le siepi trovava Tonino ad aspettarlo; tutti e due, qualche volta anche con Rosina, andavano a raccogliere albicocche o pesche che il giovane portava ai suoi compagni.
Il padre di Rosina era stato messo al corrente della cosa, ma sapeva che era stato Tonino e non Rosina l’artefice dell’accordo. Aveva commentato: «Così almeno, noi mangiamo pesce senza peraltro dover stare sempre a litigare con i pescatori!»
Il padre di Rosina si chiamava Luigi; era un uomo molto laborioso e serio, aveva poco più di quarant’anni ma ne dimostrava di meno anche se il lavoro duro della campagna avrebbe dovuto appensantire il fisico. Aveva un viso simpatico e intelligente, occhi e capelli castani, amava la caccia: in ogni momento libero prendeva la sua doppietta, un fucile calibro sedici, e se ne andava per la campagna insieme al suo cane Lulù, uno di quei mezzi bastardi dal manto nero, il petto bianco rossiccio e sugli occhi, sempre molto vispi e intelligenti, due piccole macchie gialle che sembravano sopracciglia.
A caccia si comportava molto bene ma la sua opera non era spettacolare come quella dei cani di razza. Faceva il suo dovere e di notte era molto bravo a scovare i «ricci»: Luigi per prenderli alle volte doveva alzarsi anche dal letto, altrimenti il cane abbaiava tutta la notte intorno al riccio che, chiuso nelle sue spine, non si faceva azzannare.
Molto spesso accadeva che il cane si rovinava la lingua e il muso per uccidere i ricci catturati; Luigi li buttava vivi in una pentola di acqua bollente e in pochi secondi essi morivano. Con un coltello affilato molto bene oppure con un vecchio rasoio Luigi tagliava le spine al riccio come se gli facesse la barba; spellarlo voleva dire buttare via tutta la pelle che era molto spessa e di sapore molto gustoso come tutta la carne del riccio.
L’animale veniva cucinato in modo molto semplice: fritto e poi cotto nel sugo di pomodoro.
A quei tempi si aveva la possibilità di comperare la carne soltanto poche volte all’anno, nelle feste più importanti come Natale, Pasqua e poche altre, per cui, anche il riccio aveva un... ottimo sapore!
La moglie di Luigi, brava moglie e donna di campagna, era anche un’ottima cuoca. Di nome Elena, era alta poco più della figlia Rosina che le somigliava moltissimo; anche lei aveva le trecce che portava annodate dietro la nuca, fermate con forcine di ferro chiamate «ferretti», gli occhi scuri come i capelli e il viso dolce di madre che alle volte, non corrispondeva al suo fare sempre svelto e impulsivo che ne faceva una donna vispa ed attiva in qualsiasi ora del giorno.
La famiglia viveva lavorando un pezzo di terra di loro proprietà non troppo vasto, ma il grano e il vino prodotti come tutto il resto, frutta, ortaggi e quanto occorreva era sufficiente per la famiglia. Veniva allevato un maiale, come si usava in tutte le famiglie delle campagne del Cilento; nel periodo natalizio il maiale veniva ammazzato e per quelle famiglie significava abbondanza di carne nei giorni successivi alla macellazione e approvvigionamento di insaccati di maiale. La carne veniva lavorata in modo che, per quasi tutto l’anno, poteva essere consumata o come salsicce o come «sopersate» (carni condite) e «sopressate» (tenute sotto peso appena insaccate nelle budella del maiale). Anche il lardo e il grasso del maiale veniva usato come condimento nella cucina dei cibi.
A volte il maiale era considerato buono solo se aveva uno strato di lardo molto alto, il che voleva dire molto condimento per la cucina.
L’estate era inoltrata. Tonino e Benito continuavano a scambiarsi la frutta con i pesci e Rosina si faceva vedere sempre più spesso.
Benito aveva capito di essere molto simpatico alla ragazza e cercava tutti i modi di incontrarla senza che insieme a lei ci fosse Tonino.
Una mattina di luglio, mentre i marinai sulla spiaggia asciugavano le reti, Benito, come di solito, si avviò verso la siepe; oltrepassatola, sentì una voce armoniosa e sottile cantare la canzone che lui preferiva. Si fermò ad ascoltare: era bello sentire la dolcezza di quelle parole di amore!
Il tema della canzone alludeva ad un marinaio atteso dal ritorno dal mare dalla donna amata. Benito era curioso di sapere se il «marinaio» poteva essere lui; si avvicinò alla fanciulla semi nascosta tra gli ortaggi dove stava lavorando.
Arrivò a pochi passi da lei. Rosina non si era accorta di essere osservata e, quando si alzò e si girò indietro, al vedere Benito, emise un piccolo grido di sorpresa e di stupore e nello stesso tempo arrossì di vergogna.
Benito la salutò e sorrise; si scusò di essere arrivato così in silenzio, ma disse:
‒Ero curioso di vedere da vicino chi era che cantava la mia canzone!
‒ Non sapevo che fosse la «tua» canzone! ‒ replicò la bella Rosina con sfacciataggine e prontezza.
‒ Non è la mia canzone, ma io la canto spesso e poi sono il marinaio che la donna dice di aspettare!
‒ Non la canterò più! ‒ replicò Rosina.
‒ Me ne dispiacerebbe se non lo facessi, anche se io non avevo mai capito quanto erano belle e ricche di significato le parole che cantavi.
‒ Ma io non le cantavo per te! ‒ aggiunse ancora la ragazza.
‒ Peccato! ‒ disse il giovane ‒ Ero così felice di pensare che fossero per me! ‒ e sospirò come se ne fosse addolorato.
Rosina lo guardò e, intimamente felice delle parole dette dal giovane, aggiunse ancora;
‒ Non volevo contrariarti; cantavo quella canzone perchè mi piace moltissimo.
‒ Senti Rosina ‒ disse Benito pronunciando il nome della fanciulla con una dolcezza particolare che la giovane notò con piacere ‒ devi sapere che io... si fermò di parlare diventando rosso.
‒ Tu cosa? ‒ chiese con impazienza la ragazza.
‒ Ti voglio bene! ‒ disse d’un fiato il giovane.
Rosina si mostrò sorpresa pur essendone felice e prontamente rispose: ‒ Per le albicocche o per le pesche?
‒ Per la tua bellezza! ‒ disse Benito che ormai, a discorso iniziato, trovava più agevole esprimere i suoi pensieri e i suoi sentimenti.
‒ Non sapevo di essere bella! ‒ disse ancora con aria civettuola la giovane Rosina.
‒ Allora te lo dico io: sei bella e simpatica e ti voglio un gran bene, e se non mi credi io... posso andare a rubare la frutta come facevo una volta, nel podere accanto al tuo.
‒ Beh, lì è più facile perchè c’è solo mia zia che vigila e quando lei non c’è, voi avete via libera!
‒ Senti Rosina, ti ripeto che ti voglio bene e mi devi credere anche se tu non me ne vuoi ‒ disse risoluto Benito. ‒ E poi ‒ continuò ‒ se tu lo vorrai, io posso sposarti anche subito perchè, con il mio mestiere, in casa non farei mancare mai niente!
‒ Sì, specie le alici salate! ‒ disse Rosina un pò sorniona.
‒ Beh, se la prendi così, scusami per quello che ti ho detto! Non volevo offenderti e ti dirò che non verrò più nemmeno a scambiare la frutta con i pesci.
Ciò detto il giovane le voltò le spalle e lentamente si accinse ad andar
via.
‒Benito ‒ chiamò Rosina ‒ Scusami non volevo offenderti ma non posso certo dirti che ti posso sposare nello stesso momento in cui tu me lo chiedi!
Il giovane guardò con stupore la fanciulla che gli andava dietro e continuò a camminare verso la siepe.
A Rosina dispiaceva che il giovane fosse deciso ad andar via e gli andava dietro. Quando Benito si fermò erano ormai nel viottolo che, attraverso le siepi, portava alla spiaggia.
La giovane si fermò appena a due passi da Benito che la guardava curioso di sapere cosa volesse ancora dirgli. A questo punto, la fanciulla con dolcezza disse:
‒ Senti, la prossima volta che vieni ti dirò cosa penso di ciò che tu mi hai detto, va bene?
‒ No ‒ rispose Benito ‒ perchè tu lo sai da ora cosa devi dirmi, non è vero?
‒ Sì ti voglio bene! ‒ disse la giovane abbassando lo sguardo ‒ Ma sono ancora troppo giovane per fidanzarmi con qualcuno.
‒ Aspetterò che tu cresca, anche se sei abbastanza cresciuta come si vede dal tuo corpo! ‒ e le guardò l’acerbo seno. Rosina alzò il viso fiero versò il giovane e rispose ancora:
‒ Devo crescere con gli anni non con il corpo!
‒ Perchè litighiamo se ci vogliamo già bene? ‒ replicò il giovane marinaio guardando negli occhi la bella fanciulla; poi le si avvicinò, le sfiorò le mani con le sue mani e le disse:
‒ Rosina ti chiedo ancora una promessa, di sposarmi quando sarà tempo, lo vuoi?
Sì, ma... ‒ e non finì la frase perchè si udì la voce di sua madre che la chiamava.
La giovane stava per rispondere ma Benito le mise una mano sulla bocca e le disse:
‒Vai a rispondere dall’orto altrimenti tua madre capisce che sei qui!
Rosina lo guardò spaventata; aveva pensato che Benito avesse l’intenzione di abbracciarla e ciò la spaventava come a tutte le ragazze del suo tempo.
Il giovane le diede una semplice carezza e le disse:
‒Ci vediamo un altro giorno sempre qui! ‒ Ciò detto i due ragazzi si divisero e andarono via.
Erano passati due giorni da quando i due giovani si erano promessi. Benito non resisteva più all’attesa di rivedere la bella Rosina.
La mattina del terzo giorno, mentre tutti i marinai erano intenti ad asciugare le reti e ognuno svolgeva il proprio consueto compito, Benito venne chiamato dallo zio il quale gli chiese come mai non era andato quella mattina a rubacchiare un pò di frutta. Il giovane rispose con un’alzata di spalle e poi disse:
‒ Vado ma non so se potrò prendere qualcosa perchè da un pò di giorni i contadini hanno aumentato la vigilanza ora che inizia a maturare la prima uva.
‒ Va bene — rispose lo zio ‒ Cerca di non farti vedere perchè oltre tutto ciò che fai non è bello!
Benito non se lo fece ripetere due volte e prese la via delle siepi al limite della spiaggia.
Il giovane camminava a passo svelto sulla sabbia che scottava e non sapeva che due occhi attenti lo osservavano mentre si avvicinava.
Era Rosina che come Benito era impaziente di incontrare il giovane anche se non voleva che lui lo sapesse. Fece alcuni passi indietro e di corsa si diresse verso l’orto poco distante dalla siepe.
Benito si affacciò guardingo verso la zona coltivata a vigna: guardava più nella speranza di vedere Rosina che per paura di essere visto dal padre o dalla madre di lei.
Mentre il giovane cercava con lo sguardo la persona che anelava incontrare, sentì un canto lieve e quasi sommesso come se chi stava cantando avesse paura di farsi sentire.
Era Rosina. Benito la riconobbe subito dalla voce mentre con lo sguardo ne cercava l’esile figura.
Il giovane fece un lieve rumore per richiamare l’attenzione di Rosina che alzò la testa e subito lo notò. Il suo sguardo si accese di una luce nuova mentre le sue labbra tremanti dall’emozione smisero di cantare e si aprirono ad un sorriso di gioia per la presenza del giovane.
Benito non sapeva cosa fare, se andare verso la fanciulla oppure chiamarla. Fu lei a toglierlo dall’imbarazzo facendogli cenno di rimanere dov’era. Benito rimase al suo posto mentre Rosina, fingendo di raccogliere alcuni rami, si avvicinava alla siepe come per buttarli lontano dalla terra coltivata.
La giovane arrivò presso Benito il quale la salutò arrossendo. Rosina con un pò di vergogna rispose al saluto del giovane con un sorriso.
Benito stava sotto la siepe molto alta in quel punto. Rosina si fermò ad un passo da lui: aveva il viso accaldato anche per l’emozione di incontrarsi di nuovo con il giovane che già sentiva di amare.
Il giovane si sedette per terrra sulla sabbia fresca all’ombra della siepe e con un gesto invitò anche Rosina a fare la stessa cosa. La giovane s’inginocchiò sulla sabbia: nessuno dei due aveva ancora aperto bocca ma dall’espressione dei loro occhi si capiva che erano entrambi felici di incontrarsi. Rosina parlò per prima dicendo:
‒ Oggi che frutta vuoi?
‒ Non sono venuto per la frutta ma per vedere te! ‒ disse Benito senza pensare ad altro.
‒ Mi fa piacere! ‒ rispose la giovane ‒ Ma oggi agli altri cosa dici, mi è bastato vedere Rosina?
Benito rise dicendo: ‒ Dirò che c’era la padrona e che non ho potuto prendere niente.
‒ Bravo, così abbiamo trovato il sistema di non farci derubare dai pescatori ‒ disse ancora la fanciulla con un sorriso.
‒ Senti Rosina, io non sono venuto per la frutta ma per avere una risposta per quello che ti ho detto l’altro giorno.
‒ Adesso che mi ricordo, mi pare che mi avevi chiesto di sposarti, o mi sbaglio?
‒ Rosina non iniziare a fare il gioco delle parole ma dimmi se vuoi o non vuoi sposarmi!
La fanciulla lo guardò a lungo negli occhi come per accertare se la domanda era sincera; poi, mentre con le mani tormentava una delle sue lunghe trecce nere, abbassò lo sguardo e quasi con un filo di voce, rispose:
‒Sì!
Il giovane, non sapendo cosa dire, replicò: ‒ Però non subito!
Rosina alzò lo sguardo e fissò quello di Benito, dicendogli: ‒Certo, fra quattro, cinque anni quando avrò compiuto ventuno anni! Benito era felice come un ragazzino, si trastullava con la sabbia facendola scivolare fra le dita, mentre Rosina lo guardava in attesa forse di un gesto d’amore.
Il giovane non si mosse e continuò a giocherellare con la sabbia; Rosina, che si era avvicinata un pò di più, mise una mano sotto quella di Benito e raccolse la sabbia che egli lasciava cadere. Benito, sorpreso dal gesto inaspettato, eppure molto significativo, smise di giocare con la sabbia, prese la mano di Rosina e con l’altra la accarezzò.
Rosina fece un lungo respiro. Benito si avvicinò al corpo della fanciulla, la quale, forse fraintendendo il gesto, avvicinò il suo viso a quello del pescatore.
Il momento che seguì suggellò l’intesa tra i due giovani: la fanciulla quasi inconsapevolmente aprì le braccia e il giovane marinaio fece altrettanto e i due si abbracciarono.
Era la prima volta che ognuno dei due ragazzi aveva il corpo di un’altra persona fra le braccia; la sensazione bellissima che entrambi provarono, li trasportò nel piacere della dolcezza di un sentimento meraviglioso come l’amore.
Fu però solo un attimo; Rosina riacquistò subito la sua riservatezza e Benito la sua timidezza. Entrambi si ritrassero come se avessero commesso chissà quale peccato.
I due giovani si guardavano negli occhi senza parlare e nell’istante che ne seguì, pronunciando con amore l’uno il nome dell’altro, si abbracciarono nuovamente.
Le cicale cantavano la loro monotona canzone mentre tutto intorno spariva nel nulla, lasciando i due giovani nella dolce stretta d’amore che erra una promessa per il loro futuro.
Benito cercò con gli occhi quelli di Rosina e vi depose un bacio: era il primo gesto d’amore e il giovane ne arrossì.
Rosina si sciolse dall’abbraccio del giovane e si mise seduta. Benito le prese di nuovo le mani e se le portò al viso coprendole di baci.
I due giovani si vergognavano quasi di esprimere il loro amore e tenendosi per mano si alzarono in piedi e si abbracciarono ancora una volta.
Rimasero strettamente abbracciati per qualche minuto sussurandosi parole quasi senza senso ma una voce dalla spiaggia fece ricordare a Benito che doveva ritornare fra i suoi amici pescatori.
‒ Allora te ne devi andare! ‒ mormorò Rosina stringendo le mani del giovane.
Sì, mi stanno chiamando; forse dobbiamo imbarcare la rete sul canotto.
‒Verrai domani!? ‒ chiese con affetto la fanciulla.
‒Certo, Vorrei che fosse già domani! ‒ Rispose Benito con un sorriso. Strinse forte le mani della fanciulla e continuò a baciarle fino a che si allontanò camminando a ritroso per ammirare ancora la bella Rosina che lo guardava con un sorriso colmo d’amore.
Il giovane tornò alla spiaggia. I compagni vedendolo tornare con le mani vuote, gli chiesero: ‒Beh, dopo tanto tempo, torni anche senza niente?
‒ C’era la padrona; ho aspettato che se ne andasse ma è ancora lì e così non ho potuto prendere niente!
‒Sarà per domani! ‒ gli disse lo zio che lo guardava con comprensione.
L’indomani i due giovani si ritrovarono al posto del giorno prima; la giovane Rosina aveva portato con sè delle pesche che aveva raccolto proprio per il giovane Benito, così gli evitava di andare a rubare e il tempo necessario lo avrebbero trascorso insieme scambiandosi i loro sentimenti.
Benito ne fu contento e, seduto sulla sabbia all’ombra della siepe, invitò anche la ragazza a fare la stessa cosa.
Rosina gli si sedette di fronte; il giovane avvicinò il suo viso a quello della fanciulla e si scambiarono un bacio.
Come era bello sentire il cuore accelerare i battiti quando si guardavano negli occhi senza parlare, i loro visi esprimevano la gioia che le parole non sapevano manifestare.
Rosina, guardando più intensamente il giovane, gli chiese: ‒Benito, ma tu mi vuoi veramente bene?
‒Tanto che non trovo parole adatte per dirtelo! ‒ replicò il giovane marinaio mentre si avvicinava alla ragazza.
Non si dissero altro, ma si scambiarono solo semplici carezze, come semplice e ingenuo era il loro amore.
Dopo circa un quarto d’ora, il giovane si alzò e disse: ‒ Rosina, vorrei restare sempre con te ma devo andare; mio zio si arrabbia quando si accorge che tardo a ritornare!
‒ Allora ci vediamo domani! ‒ rispose prontamente la bella fanciulla.
‒ No, domani non verremo ad asciugare le reti perchè questa sera non andremo a pesca; c’è luna quasi piena e non si prende niente!
‒ E allora quando ci vediamo? ‒ replicò ancora Rosina.
‒ Senti, ‒ disse Benito ‒ forse domani passiamo da qui con il canotto perchè, da quanto ho capito, mio zio vorrebbe andare a pescare con le bombe.
‒ Con le bombe? ‒ fece eco la fanciulla.
‒ Sì, con le bombe a mano che fa mio zio; le tiriamo in acqua con la miccia accesa e, quando scoppiano, i pesci che vi sono vicini rimangono uccisi. Alcuni restano sul fondo, mentre altri vengono a galla.
‒ E passate di qui? ‒ domandò Rosina con la speranza che il giovane rispondesse di sì.
‒ Penso di sì ‒ rispose Benito ‒ perchè dovremo arrivare fino agli scogli dove finisce la spiaggia, perchè è lì che c’è più pesce.
‒ Allora ti aspetterò per vederti passare con il canotto insieme a tuo zio.
‒Bene, ci vediamo domani da lontano! ‒ le disse ancora il giovane tirandola dolcemente a sè e sfiorandole la guancia con un bacio. Si salutarono così e andarono via con la speranza di rivedersi l’indomani.
Il giorno dopo alle prime ore del mattino, Rosina sentì un botto cupo; l’aveva sentito anche altre volte ma non vi aveva mai fatto caso. Capì subito che era Benito con lo zio che tiravano bombe ai pesci.
La fanciulla chiamò Tonino e con una scusa lo portò con sè verso la spiaggia.
Una volta usciti dal viottolo che attraversava la siepe e sbucati sulla spiaggia, Rosina e Tonino notarono sul mare un piccolo canotto con due persone a bordo che stavano raccogliendo dei pesci galleggianti sull’acqua.
Benito stava ai remi e suo zio con un retino (coppo) raccoglieva i pesci.
Ultimata l’operazione, Benito passò i remi a suo zio; levatosi la camicia e i pantaloni e rimasto in costume da bagno, salì sulla piccola prua dal gozzo (chiamato «o vuzzo» nelle marine del Cilento) e da lì si tuffò in acqua.
Rosina si stupì nel vedere Benito tuffarsi; perchè fare il bagno se doveva pescare?
La risposta l’ebbe circa un minuto dopo: Benito riemerse ed aveva tre bei pesci grossi fra le mani e li gettò nella barca rituffandosi di nuovo sott’acqua. Ancora mezzo minuto e riemerse di nuovo per buttare nell’imbarcazione altri pesci raccolti sul fondo sabbioso del mare.
Zio e nipote continuarono a girovagare per circa mezz’ora sul luogo dove l’uomo aveva lanciato la piccola bomba finchè, non trovando altri pesci, Benito risalì a bordo della piccola barca.
Si allontanarono verso gli scogli alla fine della spiaggia distanti circa un chilometro.
Rosina, che aveva guardato estasiata i tuffi del giovane Benito, disse:
‒Tonino perchè non li seguiamo? Mi piace guardare Benito quando si tuffa!
Tonino la guardò e poi rispose:
‒ Non sapevo che ti piacesse guardare Benito!
Mi piace perchè si tuffa in modo perfetto. ‒ rispose la sorella ed aggiunse ‒ Allora che facciamo, li seguiamo?
‒ Ma sì ‒ disse Tonino ‒ tanto oggi papà e mamma sono andati alla fiera e non torneranno prima di mezzogiorno. ‒ Fratello e sorella scesero sulla spiaggia e si incamminarono nella direzione presa dal gozzo che si vedeva già molto piccolo vicino agli scogli.
Quando arrivarono agli scogli, il gozzo li aveva già quasi raggiunti. Allora Tonino disse alla sorella:
‒Senti, perchè non saliamo su questa piccola collina che scende quasi a piombo sul mare? A mezza costa c’è una via abbastanza pericolosa da percorrere ma dalla quale si gode una bellissima veduta con l’azzurro mare che si estende sotto.
Decisero per il sì. Arrampicatisi per il viottolo, i due raggiunsero il posto prescelto e videro la barca che stava sotto di loro. Benito era ai remi e suo zio, ritto sulla prua con una sigaretta in bocca sempre accesa, aveva un piccolo barattolo di latta che luccicava tra le sue mani.
Era la bomba della quale le aveva parlato il giorno prima Benito: un barattolo molto piccolo con dentro polvere da mine (tritolo) oppure altra miscela esplosiva che i pescatori di quel tem pi sapevano come manipolare ed una miccia sporgente che rimaneva accesa anche nell’acqua finchè la piccola bomba non esplodeva con un botto sordo. Si sollevava un alto spruzzo d’acqua che restava intorbidita nel punto dove il piccolo ordigno era esploso. I due ragazzi a mezza costa guardavano i due uomini in barca procedere lentamente in cerca del branco di pesci sul quale buttare la bomba.
Benito era ai remi e lo zio scrutava il mare limpido e trasparante che sembrava cambiasse colore secondo il fondale sottostante.
All’improvviso l’uomo sulla prua fece cenno al suo compagno di rallentare il ritmo della remata, i due ragazzi videro l’uomo armeggiare con la sigaretta vicino a qualcosa che egli aveva nell’altra mano e che certamente era la bomba.
Poi lo videro lanciare qualcosa in mare e circa venti metri davanti la prua della barca. Dopo solo pochi secondi si sentì un botto cupo e profondo e una colonna d’acqua si alzò davanti alla barca.
Pochi secondi dopo, sull’acqua torbida diventata di un colore rossiccio, si videro galleggiare I primi pesci color argento. L’uomo che aveva lanciato la bomba prese il «coppo» (retino tenuto da un manico di legno lungo circa due metri) e con esso si mise a raccogliere i pesci venuti in superficie.
Per una decina di minuti la barca girò attorno al posto dove era esplosa la bomba; poi, schiaritasi l’acqua, si videro i pesci rimasti sul fondo del mare. Come era avvenuto poco prima, toccò a Benito cercare di raccogliere i pesci dal fondo.
Il giovane, tolti pantaloni e camicia, salì sulla prua del gozzo e si tuffò in acqua.
Dopo pochi secondi tornò a galla con due grossi pesci che gettò nella barca dove era rimasto lo zio. Si rituffò più volte ripetendo la stessa operazione.
Dalla costa in alto, Rosina insieme a Tonino, guardavano Benito che serpeggiava sott’acqua e poi risaliva, buttava i pesci in barca e senza una parola si rituffava con una giravolta spettacolare.
Guardava estasiata il giovane pescatore e lo vedeva distintamente, dal posto in alto dove si trovava, girarsi e rigirarsi sott’acqua, sparire tra le fessure degli scogli e poi riemergere con le mani piene di pesci e qualche volta qualcuno anche tra i denti.
Era bello ciò che faceva Benito. Se lo chiamavano «a fera» una ragione c’era: il suo muoversi sott’acqua era proprio simile al movimento di un delfino alla ricerca di cibo.
Il giovane sembrava instancabile: alle volte spariva letteralmente sotto uno scoglio per poi riapparire più lontano. Rosina tratteneva il respiro per la paura che provava quando il giovane spariva per un tempo più lungo del solito; la fanciulla tirava un sospiro di sollievo nel vederlo riapparire, riaffiorare, lanciare i pesci a bordo del gozzo e senza articolar parola rituffarsi di nuovo per l’ennesima operazione di recupero.
Dopo circa mezz’ora la pesca ebbe termine. Benito, risalito in barca, si rivestì e passò ai remi mentre lo zio si rimise a prua per avvistare altri branchi di pesci.
Rosina voleva ancora seguire la barca, ma Tonino le fece presente che era ora di ritornare a casa dato che si era fatto tardi e i genitori tornando a casa e non trovandoli, non avrebbero saputo nemmeno dove cercarli.
Rosina trovò giusto il ragionamento del pur giovane fratello, e, seppure a malincuore, abbandonò l’idea di seguire Benito.
Sulla via del ritorno pregò il fratello di non dire ai genitori dove erano andati. Nessuno dei due ragazzi parlò mai di Benito che aveva pescato assieme allo zio con metodi proibiti.
Passarono alcuni giorni, Benito tornò con la «lampara» ad asciugare le reti e tutto sembrò svolgersi come prima.
Rosina non vedeva l’ora di rivedere Benito: ormai lo teneva fisso in fondo al cuore e voleva dirgli tante cose!
All’insaputa dei genitori era andata nel solito viottolo ad aspettare il suo Benito; erano quasi le nove del mattino quando lo vide risalire la spiaggia per venire verso di lei e il cuore le si riempì di gioia.
Il ragazzo era certo di trovarla lì; la giovane Rosina andandogli vicino gli accarezzò il viso mentre il giovane le sfiorava la guancia con un bacio.
La fanciulla si sedette per terra sulla sabbia fresca all’ombra della siepe e il giovane le si posò accanto tenendole una mano sul braccio in modo affettuoso.
I due giovani non parlavano: erano felici di rivedersi! Rosina gli disse:
‒Ti ho visto l’altro giorno mentre ti tuffavi per raccogliere i pesci dal fondo del mare.
‒Quando siamo passati di qui? ‒ chiese Benito un pò sorpreso.
‒Sì, ma anche laggiù vicino agli scogli dove finisce la spiaggia.
‒ E mi hai seguito fin lì? ‒ chiese con stupore il giovane.
‒Sì, con me c’era anche Tonino e ti abbiamo guardato mentre ti tuffavi e sparivi da uno scoglio all’altro alla ricerca dei pesci da recuperare.
Il giovane era contento di sapere che Rosina io aveva seguito durante il suo lavoro e la guardava intensamente come se avesse voluto divorarla con lo sguardo.
Benito si vergognava di abbracciarla anche se lo desiderava tanto ma la giovane che aveva lo stesso desiderio, si avvicinò e, accarezzandogli i capelli scuri, gli passò una mano sul collo e lo tirò dolcemente a sè abbracciandolo con desiderio.
Benito era felice, sentiva di volere un gran bene alla ragazza ma non sapeva come esprimere i suoi sentimenti.
I due giovani si guardavano negli occhi, felici ed estasiati. La fanciulla disse:
Vorrei che quando vieni qui, mi facessi un segnale per farmelo sapere, così io non sono costretta a stare qui ad aspettarti. Sai, anche mio padre potrebbe sospettare qualcosa non vedendoci per molto tempo!
Ho capito! ‒ rispose il giovane ‒ Allora sai che faccio? Ogni volta che vengo qui faccio il verso del canto del gabbiano.
‒ Ma io non so quale sia il verso che fai! ‒ replicò Rosina con prontezza.
‒ Allora te lo faccio sentire; vieni fuori sulla spiaggia con me e se passa un gabbiano ti faccio constatare come lo sente anche lui.
Rosina incuriosita seguì Benito che usciva dalla siepe e si affacciava sulla spiaggia dove i pescatori stavano facendo asciugare le reti e rammendavano nel frattempo gli strappi fatti nella notte dai delfini affamati.
Si fermarono al coperto dalla vista dei marinai intenti al loro lavoro e Benito, guardando lontano sul mare, vide ciò che cercava.
Un gabbiano volava lento e pacifico quando Benito emise un rauco canto, quasi un grido. Il gabbiano improvvisamente cambiò direzione e si diresse verso terra; dopo qualche istante emise lo stesso canto e puntò deciso nella loro direzione. Benito allora disse alla sua compagna:
‒Hai visto com’è perfetto? Ha creduto pure lui che fosse stato un suo simile ad emettere il grido.
Rosina rimase incredula. Intanto il gabbiano era proprio sopra di loro: si distingueva nettamente il movimento della sua testa a destra e a sinistra in cerca del gabbiano che aveva emesso il richiamo.
Non vedendo altro che sabbia, riprese la via del mare. Benito lo guardava fiero di aver dimostrato come sapeva imitare il canto del gabbiano.
Rosina, stupita disse: ‒Bravo, si vede che il tuo richiamo è perfetto. Quando lo farai per me sarò anch’io come quel gabbiano: sarò subito da te! E gli strinse la mano con affetto.
Accordatisi per rivedersi, i due giovani decisero di ritornare ognuno da dove era venuto. Prima di andare via, Rosina ricordò a Benito di raccogliere un pò di frutta per portarla ai marinai.
Si salutarono e si divisero. Rosina guardava il giovane allontanarsi pensando che non poteva farne a meno e capì che ciò che provava per lui era veramente amore.
Una sera, seduta con i genitori e Tonino al fresco, sotto un pergolato davanti casa, Rosina sentì provenire dalla spiaggia un vociare continuo e incomprensibile. Le sembravano voci conosciute, certamente i pescatori, ma a quell’ora sulla spiaggia non si era certo per asciugare reti.
Tese l’orecchio per cercare di afferrare qualche parola ma non riusciva a capire lo stesso: erano troppo lontani le voci che si sentivano ma le sembrò quasi di riconoscere la voce di Benito.
Passò qualche minuto poi nella notte, risuonò alto il canto del gabbiano. «Strano» pensò «Quel canto era vero oppure era il grido di Benito?!?»
Non credeva che Benito a quell’ora di notte potesse essere lì eppure aveva il sospetto che il canto non fosse quello di un gabbiano vero.
Proprio in quell’istante il canto si ripetè e la fanciulla era sicura che era Benito. Ma come fare per raggiungerlo?
Il caso volle che si sentisse proprio in quel momento l’abbaiare del loro cane Lulù: aveva trovato un riccio proprio tra le siepi che delimitavano la spiaggia.
Il padre di Rosina si alzò dalla panca di pietra dov’era seduto e borbottando all’indirizzo del cane disse:
‒Ora mi tocca andare a prendere il riccio altrimenti Lulù abbaia tutta la notte.
Rosina colse la palla al balzo e rivolta al padre disse: ‒ Possiamo andare a prendere il riccio io e Tonino?
‒ Se a lui sta bene, sta bene anche a me! ‒ replicò il padre.
Tonino si alzò in piedi e disse: ‒ Andiamo subito però, perchè dopo voglio andare a letto! In quell’istante il canto del gabbiano si ripetè; era il richiamo d’amore di Benito per la bella Rosina.
Fratello e sorella lasciarono casa e si diressero verso le siepi al confine del loro podere. Quando stavano arrivando dove il cane abbaiava. Rosina disse: ‒Senti Tonino, vai tu a prendere il riccio, io voglio vedere chi sono le persone che stanno sulla spiaggia a quest’ora!
Tonino, che non aveva paura di star solo nemmeno la notte essendo nato in campagna e quindi cresciuto in quell’ambiente, si diresse verso il posto dove il cane che aveva scovato il riccio continuava ad abbaiare mentre Rosina, oltrepassata la siepe, si affacciò sulla spiaggia.
La luna già alta nel cielo rendeva la spiaggia di un colore bianchiccio; la fanciulla vi intravvide figure umane che si affannavano a tirare dal mare verso terra qualcosa che al chiaro di luna sembrò alla giovane una fune.
Ad un tratto scorse alla distanza di una decina di metri da lei una persona che si muoveva nella sua direzione. Al chiaro di luna le sembrò una persona conosciuta; il suo cuore ebbe un sobbalzo: era Benito che, notata la figura della persona affacciatasi sulla spiaggia, si recava verso di lei per sincerarsi chi fosse.
Quando le fu vicino, il giovane le mise tutte e due le mani sulle braccia e, nel salutarla, cercò di sfiorarle il viso con un bacio.
La giovane si ritrasse dicendogli sottovoce: C’è Tonino dietro la siepe. ‒ Poi, a voce alta, disse ‒ Ma cosa fate qui a quest’ora?
‒ Peschiamo! ‒ rispose il giovane.
‒ Pescate? E come? ‒ chiese la fanciulla con curiosità.
‒ Con la «sciabica», non vedi?
‒ Cos’è la sciabica? ‒ chiese ancora la fanciulla mentre alle sue spalle un rumore l’avvertì che Tonino stava arrivando.
Benito stava per rispondere alla fanciulla ma si fermò di parlare per rispondere al saluto del ragazzo che arrivato vicino, lo aveva subito riconosciuto; poi riprese il discorso interrotto dicendo;
‒La «sciabica» è una rete con la quale si pesca di notte o di mattina presto. Alle due estremità ha due lunghe corde che servono ai pescatori per tirare a riva la rete che due marinai con una barca vanno a gettare lontano dalla spiaggia, alle volte anche alla distanza di duecento metri. Poi tutti noi divisi in due gruppi, uno per lato, tiriamo lentamente verso riva e peschiamo pesci di ogni genere: marmore, saraghi, sarpe, aguglie, vope e tanti altri pesci, perfino le alici e le sardine che di solito peschiamo di notte con la «lampara».
Tonino e Rosina ascoltavano attentamente Benito, mentre il cane ringhiava verso il riccio che, messo a terra, cercava di allontanarsi dal cane che gli si era parato davanti e lo costringeva a richiudersi fra le sue spine.
Tonino chiese: ‒Ma questi pesci che prendete, sono buoni da mangiare? ‒ Certo! rispose Benito ‒ Sono migliori delle alici e delle sarde che di solito peschiamo con la lampara.
‒E questa sera senza frutta non ci dai niente vero? ‒ aggiunse il ragazzo con notevole dose di spirito.
Benito rimase un pò male. Glieli avrebbe dati tutti i pesci a Rosina e a Tonino, ma lo zio cosa avrebbe detto? ‒ Senti Tonino, noi siamo amici vero?
‒ Sì! ‒ rispose il ragazzo.
‒ Allora, sai che ti dico? La prossima vote che noi siamo qui di sera, fermati di nascosto a vedere dove mettiamo i pesci dopo averli tolti dalla rete e poi arrangiati da solo, hai capito?
Sì! ‒ rispose Tonino ‒ Ma quando tornate qui a pescare?
‒ Forse domani sera, perchè ora che c’è la luna piena non possiamo andare con la lampara e facciamo questo tipo di pesca. Penso che anche domani sera saremo qui.
Ciò detto il giovane, guardando verso i suoi compagni che avevano tirato la rete a terra, aggiunse: ‒Devo andare, altrimenti chissà cosa pensano che io sia venuto a fare qui!
Tonino salutò e si allontanò mentre Rosina, che aveva un gran desiderio di abbracciare Benito, gli si avvicinò con il viso e gli sfiorò la guancia con un bacio.
Benito non ebbe neanche il tempo di ricambiarglielo; la giovane, salutando frettolosamente, si avviò lungo il viottolo che aveva imboccato prima Tonino per ritornare a casa.
Il giovane guardò l’esile figura di Rosina che scompariva tra le siepi e si portò una mano sul viso là dove sentiva ancora il tepore del fugace bacio che la bella giovane gli aveva dato.
Quando la ragazza scomparve oltre la siepe anche Benito prese a scendere verso i suoi compagni i quali, nel frattempo, avevano tirato in secco la rete e alla luce di una lampada a carburo stavano togliendo il pesce portato a riva.
Il giovane arrivò presso di loro e suo zio, che era il proprietario della rete, gli chiese:
‒Dove sei stato?
‒ A vedere se mi riusciva di prendere un pò d’uva ‒ rispose il giovane ‒ ma c’era il cane del padrone che abbaiava; ho aspettato che se ne andasse ma è stato inutile e così sono venuto via a mani vuote.
‒ Non importa! ‒ disse suo zio ‒ Ora pensiamo a pescare che è più importante.
Rosina e Tonino erano giunti a casa; al padre che li aspettava, dissero che con la luna che c’era, si erano fermati a guardare i pescatori che tiravano la sciabica. Non accennarono neanche a Benito, anche perchè Rosina aveva già avvertito Tonino di non parlarne con il padre.
Il ragazzo gli fece vedere il riccio che aveva trovato il cane Lulù.
‒È bello grosso! Mettilo sotto un cesto con sopra un bel peso, altrimenti scappa! Domani penso io a fargli la festa. ‒ commentò il padre.
Detto ciò, diede la buonanotte e se ne andò a dormire. Tonino, dopo aver messo il riccio come gli aveva detto il padre, andò anche lui a letto nella stessa camera dove dormiva Rosina.
La giovane, spento il piccolo lume a petrolio, si era appoggiata al davanzale della finestra e guardava verso il mare nel posto dal quale le arrivava il vociare confuso dei pescatori.
Rimase per un pò alla finestra, quasi aspettando di sentire il canto del «Gabbiano» (il suo gabbiano!) poi lentamente chiuse una delle due ante della finestra e andò a letto, pensando con amore al suo Benito che, ne era certa, la stava anche lui pensando.
La fanciulla continuò per ore a rigirarsi nel suo lettino, insonne e pensierosa; nel buio della stanza rotto dalla poca luce lunare che filtrava dalla finestra mezza aperta, vedeva il viso dolce ed abbronzato del suo ragazzo.
Rimase così per molto tempo finchè il sonno non vinse il pensiero e le chiuse gli occhi nel dolce pensiero del suo Benito.
Nei giorni seguenti, il tempo ed il mare non furono buoni; i pescatori di sciabica non vennero ed il dolce aspettare di Rosina rimase insoddisfatto.
I marinai ripresero la pesca alle alici e per Rosina e Benito, si ripetè l’opportunità d’incontrarsi nel solito posto e al solito modo, mentre Tonino mercanteggiava la frutta con il pesce.
Rosina e Benito ormai si amavano teneramente e si ripromettevano amore per tutta la vita; il sentimento riempiva i loro giovani cuori di dolcezza e tutto ciò che sentivano nel loro animo era per loro un’anticipazione della vita futura.
Si arrivò così a metà agosto. Nel paese vicino, si festeggiava il 15 agosto la Madonna dell’Assunta: la festa era molto bella e piena di attrattive, giochi e spettacoli; ma la devozione dei paesani era quella di seguire in processione la statua della Madonna e di ascoltare la banda musicale che in piazza allietava i convenuti con l’esecuzione di belle musiche ai più sconosciute.
Alla festa partecipava anche gente venuta dai paesi limitrofi, specie dai paesi delle vicine colline e della bassa montagna; tutti coloro che avevano parenti ed amici che abitavano nel paese o nei dintorni, rimanevano ospiti di questi fino a festa finita.
A casa di Rosina, scendeva giù da un paesino di montagna non molto lontano, l’intera famiglia di una sorella della madre.
Veniva con il marito ed il figlio Peppino, un ragazzo di diciott’anni che, passata la festa, rimaneva per circa due mesi presso la famiglia di Rosina per aiutare nella vendemmia e nel raccolto dei fichi e del granturco.
Al termine di questi lavori toccava a Rosina ricambiare l’aiuto ricevuto andando, per un mese o poco più, ad aiutare la famiglia di Peppino nella raccolta delle olive e delle castagne.
Tonino, in quel periodo marinava la scuola ed andava anche lui in montagna per una settimana; scorazzava libero e felice respirando con piacere l’aria più leggera del Monte Stella.
Tutto ciò accadeva perchè le due famiglie erano molto legate tra loro: Foto d’epoca: Processione con statua della Madonna tutti gli anni quindi, in occasione della festa dell’Assunta, la famiglia dei Durazzi, che abitava in un paesino ai piedi del Monte Stella, scendeva al mare per passarvi la festa.
Per questo, anche quell’anno, Rosina, suo fratello Tonino e suo cugino Peppino Durazzi, erano insieme.
La bella fanciulla, vestita con abiti molto leggeri, sembrava un fiore estivo molto più bello di quelli creati dalla natura: indossava una camicetta bianca tutta ricamata a mano, con collo alto ed una gonnellina azzurra non troppo lunga che dava risalto alle sue bellissime gambe e al suo corpo aggraziato.
Due lunghe trecce nere le scendevano sulle spalle e terminavano legate da un fiocchetto rosso che faceva contrasto di colore col bianco candido della camicetta e l’azzurro celestiale della gonna.
Le scarpine bianche leggere facevano della ragazza di campagna una fanciulla semplice e meravigliosa.
Tonino indossava pantaloncini corti ed un paio di sandali. Essendo un ragazzo sempre molto vivace, quando passava vicino ad un muretto o ad un rialzo, il suo impulso lo portava a saltarvi sopra.
Il cugino Peppino era un giovane attraente; non molto alto ma ben proporzionato, aveva gli occhi castani ed il viso abbronzato.
Vestiva normalmente; camicia bianca rimboccata fino ai gomiti, come se dovesse andare al lavoro e pantaloni azzurri: gli stessi colori usati da Rosina, per cui i due giovani sembravano gemelli.
I tre camminavano spediti per l’unica strada asfaltata che attraversava il paese e portava in piazza dove si raccoglievano tutti coloro che partecipavano alla festa.
paese era abitato da pescatori ed era il mare che dava lavoro e di che vivere alla maggior parte degli abitanti.
Era dunque naturale che il mare venisse coinvolto nella festa: per le quattro del pomeriggio erano state organizzate delle gare in acqua come, ad esempio, la doppia traversata a nuoto tra i lati del piccolo porticciolo a cui partecipavano tutti i giovani pescatori.
Rosina, Peppino e Tonino erano confusi fra la gente per assistere alla gara.
Ad un tratto la fanciulla notò fra i partecipanti una persona conosciuta:
‒ Benito! ‒ gridò a mezza voce. Tonino, che era più basso degli altri e non riusciva a vedere, chiese: ‒ Dov’è?
‒È lì fra coloro che partecipano alla gara di nuoto! rispose prontamente; Rosina.
Nel piccolo porticciolo c’erano parecchie barche tirate in secco; Tonino, salito sopra una di esse, guardava i giovani pronti a partire per la doppia traversata del porticciolo.
Colui che dirigeva la gara, chiamò vicino a sè i concorrenti, diede loro le istruzioni utili al corretto svolgimento della gara stessa e li fece allineare sul bordo del muraglione.
I ragazzi erano pronti per la partenza.
Rosina guardava con occhi che davano a capire dalla loro espressione ciò che ella pensava in cuor suo. Peppino, che era un ragazzo intelligente, capì che il nome «Benito» pronunciato dalla cugina doveva avere per lei un certo valore e, senza volerlo, le chiese:
‒Conosci bene quel Benito che hai pronunciato?
Rosina abbassò lo sguardo quasi vergognandosi dei suoi sentimenti. Tonino, che aveva inteso la domanda, prontamente rispose: ‒ Conosciamo Benito solo perchè tutti i giorni scambiamo con lui la frutta con il pesce quando i pescatori vengono ad asciugare le reti sulla spiaggia sotto casa nostra.
Scambiate solo la frutta? ‒ chiese a bassa voce Peppino facendo in modo che a sentirlo fosse solo Rosina.
La fanciulla, che era cresciuta quasi insieme al cugino e al quale voleva bene più di quanto se ne vuole ad un fratello, rispose:
‒Non solo la frutta ... io gli voglio bene! ‒ abbassò di nuovo lo sguardo come se non volesse vedere il dolore che le sue parole procuravano al cugino.
Peppino, senza mostrare la sorpresa per quello che aveva inteso, chiese ancora:
‒ E lui lo sa?
‒ Sì, e non lo sa nessun altro, solo te e spero non lo dirai a nessuno.
Peppino che le stava vicino tra la folla, le prese il braccio e glielo strinse dolcemente dicendo: ‒Non temere, ti voglio troppo bene per farti del male!
I concorrenti erano pronti per gareggiare; l’uomo che doveva dare il via, disse forte:
‒Conto fino a tre, al tre vi tufferete ed inizierete la doppia traversata.
Ricordatevi di toccare l’altra sponda prima di tornare indietro! ‒ contò Uno ... due ... e... tre! ‒ e i giovani si tuffarono tutti insieme.
Non si riusciva a distinguere da lontano chi fosse il primo e chi l’ultimo, ma già uno dei partecipanti aveva alcuni metri di vantaggio.
‒È Benito! ‒ gridò forte Tonino ‒ È il primo davanti a tutti!
Si vedeva la sagoma del giovane pescatore scivolare sull’acqua, avvicinarsi velocemente all’altra sponda, mentre dietro a lui in un turbinio di schiuma, arrancavano gli altri partecipanti alla gara.
‒Benito è molto più avanti degli altri ‒ disse Tonino euforico. Rosina, a queste parole strinse forte la mano di Peppino, che era a conoscenza del suo segreto, come a dimostrargli la felicità che provava in quell’istante nel sentire che il suo Benito era il più bravo.
Peppino rispose alla stretta di mano, anche se sentiva stringersi il cuore: per Rosina aveva avuto una simpatia ed un attaccamento molto più forte di quello che si ha fra cugini. Le voleva un gran bene e, se Rosina non fosse stata sua cugina, certamente le avrebbe chiesto di sposarlo; ma a quei tempi, con la mentalità che esisteva, il matrimonio fra cugini era impossibile, e si considerava quasi peccato consentire il matrimonio tra due persone dello stesso sangue.
Il giovane sapeva questo e ne provava un gran dolore; ora sapere che la cugina amava un altro era per lui un dolore ancora più grande.
Benito, nel frattempo, aveva toccato la sponda e già tornava indietro verso il punto di partenza; nell’incrociare gli altri concorrenti, si tuffò sott’acqua passando sotto di loro e rimergendo subito dopo. Con vigorose bracciate raggiunse il traguardo con più di trenta metri di vantaggio sul secondo.
Tonino, sulla prua della lampara tirata in secco, saltava dalla gioia.
Rosina, che teneva stretta la mano di Peppino, in quel momento di gioia, la strinse ancora più forte per fargli capire quanto fosse grande la sua felicità per la vittoria conseguita dal giovane del suo cuore.
Peppino ne soffriva ma si dimostrò contento per non dispiacere la cugina.
Finita la gara di nuoto fra gli applausi di tutta la gente, si doveva iniziare una gara di abilità.
Anche questa si sarebbe svolta sul mare ma non in acqua: si trattava di una gara di equilibrio e consisteva nel camminare su di un palo lungo e robusto chiamato «Stuzza» messo in modo orizzontale ad un’altezza di circa due metri sull’acqua, unto di grasso in modo da renderlo molto scivoloso.
I concorrenti dovevano percorrerlo in tutta la sua lunghezza di circa quindici metri e riuscire a prendere la bandiera posta al termine di esso: chi lo faceva vinceva la gara.
Era molto difficile mantenere l’equilibrio, in quanto, il grasso («sego») di cui tutto il palo era unto, faceva scivolare i concorrenti in mare; si sollevavano spruzzi d’acqua e grandi risate fra la folla che assisteva.
Avevano già provato una decina di partecipanti ma nessuno era riuscito a fare più di due o tre metri sul palo; uno dopo l’altro erano piombati in acqua tra l’ilarità generale. Ora toccava a Benito.
Partito molto bene, era ormai a metà della «Stuzza» e sembrava sicuro di farcela; invece mise un piede in fallo, stava quasi per scivolare ma si riprese immediatamente. Stava di nuovo per cadere quando gli mancavano solo tre o quattro metri per arrivare: spicco un bel salto e si tuffò in acqua.
Dalla riva tutti cercavano di veder riemergere dall’acqua la testa del giovane, ma invano Benito non risaliva. Dopo circa un minuto, qualcuno gridò:
‒ Eccolo, è sull’altra sponda!
Infatti Benito, forse un pò troppo presuntuosamente, aveva voluto dare dimostrazione di ciò che poteva e sapeva fare.
Rosina, pur sapendo di cosa il giovane fosse capace, era rimasta con il fiato sospeso fino al momento in cui non era stato notato il giovane sull’altra sponda.
La giovane tirò un sospiro di sollievo nel vedere il giovane marinaio issarsi sul molo di cemento mentre sull’altra sponda, altri concorrenti tentavano invano di prendere la bandiera posta alla fine del lungo palo.
Benito si tuffò di nuovo e poco dopo era riemerso là dove la gara si stava svolgendo.
Dopo che tutti i concorrenti iscritti avevano tentato per la prima volta di raggiungere la bandiera, si ripartiva in ordine di iscrizione per un secondo tentativo.
Arrivò di nuovo il turno di Benito. Il giovane, prima di iniziare a camminare sul palo, si fermò come per concentrarsi e poi partì deciso.
Camminava di lato, facendo scivolare i piedi in avanti senza alzarli mai dal palo. Tonino gridava: ‒ Ce la fa! Ce la fa!
Rosina, ancora stretta al braccio di Peppino, provava una dolce sensazione nel vedere il giovane del suo cuore in gara, applaudito da tutti ancor prima che riuscisse a prendere la bandiera.
Pochi attimi e Benito riuscì ad arrivare ad un metro dalla bandiera; si fermò per qualche istante, come a voler dare l’impressione che per lui era stata facile, poi si lanciò in avanti afferrando l’asticella che teneva la bandiera e cadde in acqua tra l’entusiasmo della folla assiepata nel piccolo porticciolo della marina.
Benito uscì dall’acqua con poche e vigorose bracciate e, tenendo stretta la bandiera, si portò verso il direttore di gara che si complimentò con lui e lo informò che la sera stessa, sul palco in piazza dove si teneva il concerto musicale, si sarebbe svolta anche la cerimonia per la premiazione dei vincitori delle gare.
Benito ringraziò e andò via, forse a casa per cambiarsi d’abito.
Si svolgevano intanto altre gare. Ebbe inizio la corsa nel sacco alla quale Benito non gareggiava con grande sollievo per gli altri partecipanti. Peppino disse:
‒Se avessi un sacco parteciperei anch’io!
Rosina lo guardò: non l’aveva mai visto in campagna fare qualcosa del genere ma gli propose:
‒ Se vuoi partecipare alla gara successiva, quella «dell’albero della Cuccagna».
Peppino la guardò senza dire una parola, poi ripensandoci disse: ‒ Vuoi che partecipi anch’io? Bene, allora manda qualcuno a casa tua a prendere un pantalone da lavoro di tuo padre e ti farò vedere come si gareggia!
Rosina chiamò Tonino che, anche se a malincuore, partì di corsa per andare a casa a prendere il pantalone richesto dalla sorella.
Rosina si sentì più libera; voleva parlare con Peppino e, presolo sottobraccio, si allontanò dal punto in cui la gente era più accalcata.
Rosina gli raccontò come aveva conosciuto Benito ed ogni particolare della loro intesa.
Peppino seguiva il discorso della cugina con molto interesse anche se, in fondo al cuore, provava dolore per l’amore che Rosina nutriva per il giovane pescatore.
Si svolgeva, nel frattempo, la corsa nel sacco: i partecipanti si davano un gran da fare ma, malgrado ciò, i ruzzoloni si sprecavano.
Peppino continuava a guardarli con lo sguardo di chi sa come fare e rivolto alla cugina, commentò:
‒Sono tutti inesperti! Bisogna tenere i piedi uniti, fare dei balzi abbastanza lunghi e tenere il sacco il più aderente possibile al corpo.
La cugina lo guardava con evidente sorpresa: non sapeva se Peppino fosse veramente così esperto e aveva quasi voglia di dirgli: «Vorrei vedere te al loro posto!»
La gara ebbe fine. Il giovane montanaro rise e disse: ‒Alla prossima partecipo anch’io!
La gara seguente era quella delle pignatte appese.
Il gioco consisteva nel cercare di colpire e di rompere, ad occhi bendati, i recipienti appesi che potevano contenere qualsiasi cosa, farina o acqua, caramelle o biglietti sui quali c’era scritto il premio vinto.
Peppino guardò bene i primi partecipanti e studiò bene la posizione di partenza, poi disse a Rosina:
‒È facile rompere tutte le pignatte, anche in un solo percorso! La sicurezza di Peppino colpì Rosina che disse: ‒ Da qui sembra facile, ma vorrei vederti lì’!
‒ Ho paura che non mi bastino i soldi per partecipare all’altra gara, altrimenti mi sarei iscritto anch’io! ‒ disse Peppino punto sul vivo.
‒Te li dò io! ‒ disse prontamente Rosina.
‒Bene, allora si va! ‒ e, attraversando la folla, Peppino si diresse verso il tavolo dove i concorrenti, pagando una pìccola somma di denaro, si iscrivevano alle gare.
Peppino diede il suo nome; siccome c’erano ancora parecchi concorrenti prima di lui, ritornò da Rosina che aspettava con curiosità di vedere gareggiare il cugino.
Il giovane le fu accanto e non le parlò; era preso nel controllare il sistema per rompere le pignatte senza sbagliare. Diceva tra sè: «Uno, due, tre, quattro e poi via! Ancora uno e poi vìa e avanti così!».
‒Cosa conti? ‒ chiese Rosina.
‒ I passi che devo fare partendo dal punto in cui partono gli altri prima di arrivare alle pignatte appese alla corda.
‒Sono proprio curiosa di vederti ‒ disse Rosina.
Intanto uno dopo l’altro tutti gli altri concorrenti avevano fatto la prima prova; avevano rotto una sola pignatta piena di sabbia. Ora toccava a Poppino.
L’uomo al tavolo della giuria gli passò la benda sugli occhi, gliela annodò sulla nuca e diede il via.
Peppino si concentrò e poi partì sicuro: contò fino a quattro, si fermò e, con il bastone che il direttore di gara gli aveva dato,diede un potente colpo, alla cieca, dove supponeva fosse la pignatta. Essa, anche se non presa in pieno, andò in frantumi e ne venne fuori una broccata d’acqua che bagnò il povero Peppino e tutti coloro che gli erano vicino.
Una risata generale accolse la scena mentre Peppino, senza deconcentrarsi, proseguì.
Un altro passo e si fermò: un secondo colpo e la seconda brocca andò in cocci. Un topolino volò per aria finendo fra la folla e creando uno scompiglio di paura fra le donne.
Peppino cercava la pignatta buona: attaccate ce n’erano ancora tre! Pensava fosse l’ultima quella giusta, ma non poteva andare avanti senza aver rotto le altre, come stabilito dal regolamento.
Fece un altro passo e, quasi con certezza, diede ancora un colpo.
La terza pignatta, presa in pieno, si ruppe in mille pezzi ma non era ancora quella buona: una nuvola di cenere si sparse per l’aria posandosi sugli spettatori.
Peppino ebbe il dubbio che stesse per sbagliare con tutto il chiasso che faceva la gente che lo circondava ma non voleva far figuracce con Rosina; aveva visto con quanta incredulità lo aveva guardato la fanciulla quando aveva detto che, contando i passi, sarebbe stato molto facile vincere la gara.
Si fermò per concentrarsi ed in quel momento arrivò Tonino. Era andato e tornato di corsa dalla campagna e trafelato, cercava tra la folla Rosina e Peppino.
Trovò sua sorella sola e sorpreso, le chiese:
‒ E Peppino?
È lì! ‒ rispose Rosina indicandogli il cugino che stava per vibrare il quarto colpo alla cieca, nella ricerca della pignatta contenente il biglietto rosso sul quale c’era scritto il premio in denaro messo in palio.
Tonino guardò sorpreso; non era certo quella la gara per cui Peppino aveva bisogno del pantalone sporco.
Intanto il cugino aveva vibrato il colpo e, fra l’applauso generale, era volato via il biglietto rosso.
Peppino era rimasto immobile ancora bendato; Tonino urlava dalla gioia mentre Rosina si precipitava ad abbracciare il cugino che sentì la dolcezza del suo corpo morbido e delicato.
Il direttore di gara si avvicinò al giovane, gli tolse la benda nera dagli occhi e si complimentò con lui. Aveva rotto quattro pignatte una dopo l’altra, cosa veramente rara e fortunosa ma che Peppino aveva calcolato già in partenza.
Finita anche questa gara, rimaneva l’ultima, la più bella: quella dell’albero della cuccagna; era una gara di agilità e di forza e pertanto, la maggior parte dei partecipanti erano giovani ed esperti arrampicatori,
Mentre la gente si spostava per vedere i primi arrampicatori tentare la scalata al lungo palo che fungeva da albero della cuccagna, Peppino veniva ancora festeggiato da Rosina e Tonino.
In cima all’albero non c’erano appesi i premi, come di solito, ma solo un nastro tricolore. Chi riusciva a prenderlo aveva diritto a ritirare due capocolli, due provoloni ed un recipiente pieno di alici salate.
Iprimi iscritti già provavano a risalire il lungo palo unto di sego ed olio e pertanto molto scivoloso; ognuno dei partecipanti, dopo qualche metro, scendeva stanco e unto di grasso.
Toccava ora a Peppino. Il giovane, fino a quel momento, aveva sperato che qualcuno fosse arrivato più in alto in modo che nello scendere avrebbe portato via buona parte del grasso che ungeva il palo, rendendo così più facile la scalata al concorrente che lo avrebbe seguito.
Erano arrivati nel frattempo i genitori di Rosina e di Peppino. Essi avevano saputo che il giovane aveva già vinto la gara delle pignatte ed ora lo incoraggiavano per quella della cuccagna.
Ilpadre di Peppino gli si avvicinò e gli disse:
‒ Quando sei su, non dimenticare di fermarti prima del punto dove è arrivato l’ultimo concorrente; dovendo ripartire, ti conviene farlo dal punto dove c’è meno grasso.
Peppino aveva indossato intanto il pantalone che Tonino gli aveva portato e aspettava di essere chiamato.
Venne il suo turno e il giovane passando tra la folla si recò alla base del lungo palo; si fece il segno della croce ed iniziò l’arrampicata.
Sembrava un gatto: i primi sei, setti metri li fece tutti come d’un balzo; poi si fermò come gli aveva suggerito il padre e dopo circa mezzo minuto, dopo aver ripreso fiato, Peppino riprese a salire.
Veniva ora il più difficile in quanto, iniziava l’ascesa della parte del palo dove non era ancora arrivato alcun concorrente e per la quale, essendo ancora integro il grasso spalmato dagli organizzatori, la fatica dell’arrampicatore aumentava.
Peppino continuava a salire sempre più lentamente; ai dieci metri guardò giù: vedeva tutti molto lontani. Alzò gli occhi; gli mancavano ormai poco più di due metri per afferrare il nastro tricolore appeso sulla cima dell’albero.
Da sotto gli giunsero nitide le voci di Tonino e di Rosina che lo incoraggiavano a continuare: fu per lui come ricevere forza e coraggio.
Peppino era abituato a salire sugli alberi di castagno in montagna, ma questo lungo palo era molto peggio perchè, oltre ad essere liscio e senza rami proprio come quegli alberi, era cosparso di grasso, il che naturalmente aumentava la difficoltà d’arrampicata.
Il giovane, ripensando alla fatica che aveva fatto ad arrivare fin lì, sentì che o ce l’avrebbe fatta subito o mai più! Lo sforzo per arrivarvi era stato massacrante.
Non guardò più giù ma strinse i denti e fece l’ultimo sforzo: riuscì ad afferrare il nastro proprio quando le forze gli stavano venendo meno.
Un grido di trionfo di tutta la folla che sportivamente applaudì il giovane anche se non era del paese. Il suo valore Peppino lo aveva dimostrato arrivando dove gli altri avevano fallito.
Col nastro fra i denti, stringendosi al palo viscido di grasso, iniziò la discesa esaurito dallo sforzo sostenuto ma pago del risultato.
Mentre per salire aveva impiegato più di cinque minuti in un attimo riuscì a toccare il suolo.
Vicino al palo trovò il padre che lo sorresse: la fatica sostenuta gli aveva tolto ogni forza. Anche Tonino gli era vicino ma la vicinanza più gradita per il giovane fu quella di Rosina che gli disse:
‒ Bravo, non credevo che ce la facessi! ‒ e gli diede un bacio. Al giovane rimase impressa nella mente la dolcezza di quell’espressione di bene e di gioia che Rosina gli aveva manifestato.
Peppino si riprese abbastanza bene e presto; accompagnato presso una casa vicina al posto dove si svolgevano le gare, si lavò e si rivestì anche se l’odore sgradevole del grasso gli rimase addosso.
La gente del paese, delle campagne e dei paesi vicini era tutta in piazza in attesa che la banda musicale allietasse tutti con le musiche che venivano tradizionalmente eseguite.
Un uomo salì sul palco prima che i musicanti iniziassero a suonare. Con brevi parole disse che doveva premiare i vincitori delle gare svoltesi durante il pomeriggio e ad alta voce cominciò a nominare il tipo di gara ed il relativo vincitore.
‒Gara di nuoto, doppia traversata del porticciolo, primo classificato: Benito Petrucci!
Ne seguì un lungo applauso, perchè Benito in paese era conosciuto da tutti. Lo speaker proseguì:
‒Per la seconda gara, quella della Stuzza, primo classificato, è ancora lui: Benito Petrucci!
Un secondo applauso, ancora più scrosciante del primo, accolse il giovane presente a ritirare i premi entrambi in denaro.
‒Terza gara ‒ proseguì lo speaker ‒ corsa nel sacco; disse il nome del vincitore che salì di corsa sul palco e andò a ritirare una busta contenente i soldi del premio vinto, fra gli applausi dei popolani presenti. Il giovane andò vicino a Benito e gli strinse la mano.
‒Gara delle pignatte, primo classificato: Peppino Durazzi! Ad occhi bendati ha fatto meglio di come, probabilmente, avrebbe saputo fare senza benda! ‒ ne seguì un lungo applauso mentre Peppino di corsa salì sul palco per andare a ritirare dalle mani del direttore di gara la busta con il premio.
Peppino ringraziò la folla che applaudiva. L’uomo proseguì:
‒Ultima gara, la più bella e la più massacrante. «L’albero della cuccagna» che potremmo anche definire l’albero della fatica, vinta ancora da Peppino Durazzi! Da quanto ho potuto capire il vincitore scende dalle montagne dove sicuramente si allena salendo sugli alberi di castagni che hanno le stesse caratteristiche del nostro «albero della cuccagna»! L’uomo indicò un cesto con due capocolli, due grandi provoloni ed un vasetto di alici, dicendo: ‒ Questo premio, che è di sicuro il più gradito, va a questo baldo giovane che ci onora con la sua presenza.
Ancora un applauso della folla, mentre Peppino frastornato ringraziava.
I vincitori delle altre gare, andarono a stringergli la mano; Peppino, nel ricambiare la stretta di mano a Benito, pensò che il premio migliore lo avrebbe ricevuto lui il giorno nel quale avrebbe sposato Rosina.
I due giovani si strinsero ancora simpaticamente la mano e, ringraziando il direttore di gara che li aveva premiati, scesero dal palco e si diressero verso la folla assiepata sotto di esso.
Proprio sotto il palco i tre giovani trovarono amici e parenti; Peppino si trovò con i suoi genitori, gli zii ed i cugini.
Benito vide Rosina che abbracciava Peppino e ne rimase sorpreso. Tonino che aveva Benito molto vicino, gli andò incontro e gli disse:
‒Bravo, sei come un pesce!
Rosina, al sentire queste parole, si voltò e vide Benito che parlava con Tonino. Intervenne Peppino, che fingendo di non sapere niente dei due, disse:
‒Vieni Rosina, ti presento l’uomo del mare, il più forte di tutti! Rosina, assecondando Peppino nel gioco, strinse la mano a Benito anche se avrebbe voluto stringerlo sul cuore. Il papà di Rosina chiese a Tonino: ‒ Lo conoscete?
‒Sì papà! È l’uomo dei pesci, uno di quelli che una volta rubavano la frutta! ‒ rispose prontamente Tonino.
Benito, sentendo queste parole, arrossì e guardando in viso il papà del ragazzo disse:
‒Ci deve scusare, ma a volte quando siamo sulla spiaggia abbiamo una tale arsura che siamo costretti a fare i ladri.
Luigi Mannuzzi, sorriso bonario, capiva perfettamente i pescatori e ancora di più i giovani che venivano mandati a rubacchiare qualcosa nei campi vicini alla spiaggia.
I giovani si divisero; ognuno andò con i suoi famigliari ma Benito ebbe l’ardire di dire a Peppino: ‒Ci vediamo più tardi qui!
Peppino portò il cesto con i premi «dell’albero della cuccagna» presso una famiglia del paese che la madre di Rosina conosceva molto bene, poi ritornò dai parenti in piazza per seguire la festa.
La banda musicale aveva iniziato il suo concerto, composto da pezzi d’opera e canzoni d’epoca, quando arrivò anche Benito. Il giovane era solo e si diresse subito verso Peppino.
Benito salutò di nuovo il giovane montanaro e la bella Rosina che gli rispose con un sorriso. Tonino gli si avvicinò chiedendogli: ‒ Insegni anche a me a nuotare come te?
Benito sorrise e poi rispose: ‒ Per imparare a nuotare così, ho impiegato dieci anni; ma non temere, ti aiuterò!
Benito si mise vicino a Peppino con il quale cominciò a parlare amichevolmente di tante cose. Rosina intervenne solo con qualche parola e Tonino sempre a sproposito.
Benito non sapeva se Peppino sapesse di lui e Rosina; da quel giovane serio che era, lo prese per un braccio, lo tirò in disparte e gli disse: ‒ Non so se tu sai, ma io e tua cugina ci conosciamo da un paio di mesi e ... Peppino con un sorriso continuò il discorso che Benito stava facendo:
‒Vi volete bene, lo so e ne sono contento! ‒ mentì il bravo Peppino che nel profondo del suo cuore coltivava un amore impossibile per la bella cugina.
Benito rimase sorpreso ma fu contento che Peppino gli dimostrasse la sua simpatia, peraltro da lui ricambiata. Rivolto a lui, disse: ‒ Senti, ora che la festa è passata, perchè una sera non vieni con noi a pescare con la lampara?
‒ No, grazie! ‒ rispose Peppino ‒ Preferisco morire cascando giù da un albero ma non affogato: non so nuotare!
Benito rise forte: ‒ Il mare non è cattivo’ e pericoloso come altre cose, basta conoscerlo e si può essere tranquilli.
‒ Lo dici tu perchè nuoti bene: ma se io cado in acqua, in due minuti vado a fondo! ‒ replicò Peppino con un sorriso. Invece ‒ proseguì ‒ perchè non vieni tu una volta a trovarmi in montagna? Vedessi che bei posti ci sono lassù e quale tranquillità, specie quando si sentono cantare gli uccelli!
Vedremo! ‒ rispose Benito ‒ Magari vengo con mia madre, quando viene a vendere il pesce su per le montagne.
La serata passò così: con Rosina e Benito che si scambiavano solo qualche parola senza senso per il loro amore e con Peppino che, pur custodendo in fondo al cuore una speranza che andava affievolendosi, guardava con simpatia il giovane marinaio.
A fine serata, si salutarono tutti stringendosi la mano e nel farlo con Benito, Rosina sentì un intimo tumulto: avrebbe voluto abbracciare il giovane del suo cuore, ma non ne ebbe l’occasione.
Tonino chiese a Benito: ‒Quando venite sulla spiaggia?
‒ Se domani sera il tempo sarà sereno, andiamo a pescare e quindi dopodomani ci potremo vedere! ‒ e nel dire queste ultime parole guardò Rosina facendole capire che erano a lei dirette. Peppino e Rosina con le rispettive famiglie tornarono in campagna.
Il giorno successivo i genitori di Peppino partirono per tornare al loro paese su, in montagna, mentre il giovane rimase con gli zii per aiutarli nella raccolta dei fichi e del granturco.
Passata la magnifica festa del 15 agosto, Rosina e famiglia avevano ripreso il loro lavoro. Peppino, che in un primo tempo aveva deciso di restare con la famiglia della cugina, volle invece tornare al suo paesello sulle montagne del Cilento; sarebbe tornato giù alla fine di agosto.
Era già iniziata la raccolta dei fichi. Rosina, i genitori e Tonino raccoglievano questi frutti deliziosi e li facevano seccare portandoli sull’aia che era davanti casa e mettendoli su delle specie di stuoie chiamate «ginestre», forse perchè fatte con «bacchette» (rami) di mortella o di castagno esili e flessibili, intessute con rami di ginestra.
Queste specie di stuoie venivano messe allineate sull’aia per l’occasione chiamata «Piazza» e vi si mettevano sopra i fichi uno accanto all’altro.
Le «ginestre» restavano al sole per circa una settimana o dieci giorni, fino a che i fichi non diventavano secchi.
Era bello fare quel lavoro anche se, alle volte, raccogliere i fichi sotto il caldo d’agosto era abbastanza fastidioso.
Durante le ore più calde, si dovevano girare i fichi sulle «ginestre» e si usava farlo in modo strano.
Si metteva una ginestra vuota su una che aveva i fichi e si girava in modo che quella vuota diventasse piena e quella piena vuota e che i fichi cambiassero la parte esposta al sole.
Questa operazione veniva fatta due, tre volte la settimana finchè i fichi non diventavano secchi; una volta seccati, veniva fatta la «Scelta» cioè la selezione dei frutti in «Ficoni», «mezzi fichi» e «fichi da forno».
I «ficoni»,. venivano venduti a qualche mercante grossista che li faceva sistemare in confezioni di vario tipo e li spediva ai mercati che ne facevano espressa richiesta; i «mezzi fichi» venivano lavorati direttamente dai produttori che ne facevano dei mostaccioli lavorati anche con molta fantasia ma frequentemente in forme geometriche triangolari, quadrate o romboidi che risultavano sempre molto belle.
I ficoni un pò maltrattati venivano spaccati dalla parte del gambo ed aperti; su ogni lato, venivano messi dei pezzi di mandorle e di noci, un pò di scorza di limone e di semenza di finocchio selvatico. I frutti cosi preparati venivano infilzati con due stecchette di canna; fatti cuocere per poco tempo in forno acquistavano un sapore delizioso.
I fichi da forno erano i peggiori perchè di terza scelta ed erano così chiamati perchè venivano cotti nel forno caldo, con foglie di «Lauro» per dare loro un certo aroma; erano buoni da mangiare come frutta secca durante l’inverno.
Questo era il lavoro che la famiglia svolgeva; ma, anche durante la raccolta dei fichi, Rosina trovava il tempo per scappare sulla spiaggia ed incontrarsi con il suo Benito.
Una sera, assente il padre che partecipava ad una festicciuola fra amici a qualche chilometro di distanza, i famigliari erano andati a letto ma, con il caldo che faceva, la giovane Rosina non riusciva a prendere sonno.
Dalla finestra, spalancata, per far entrare un pò di frescura che attenuasse il caldo intenso e afoso di quella notte d’agosto, Rosina udiva un certo brusio, come di gente che parlava in lontananza; la giovane si fece più attenta e tese l’orecchio per capire la provenienza delle voci.
Rimase così per qualche istante e capì: le voci venivano dalla spiaggia ed erano sicuramente di alcuni pescatori; Rosina pensò: «Forse è la squadra di Benito?»
A questo pensiero il piccolo cuore le sussultò nel petto e l’amore iniziò a darle dolci visioni.
Poca luce filtrava dalla finestra non esposta ai raggi lunari, ma Rosina, guardando fuori dal suo lettino, riusciva a vedere con l’immaginazione il suo giovane marinaio con i calzoni rimboccati tirare le reti verso la spiaggia e girare lo sguardo verso la vicina siepe in cerca di lei.
A questi pensieri, Rosina perse ogni ombra di sonno; si alzò e, in punta di piedi, per non svegliare Tonino che dormiva nella stessa stanza, si recò alla finestra che si affacciava dalla parte del mare dalla quale arrivavano le voci; si appoggiò al davanzale e ascoltò attentamente le voci nella notte: riuscì a capire qualche frase: «Tirati vui ca siti chiù arreto!» (Tirate voi che siete più indietro!).
Non riuscì però a percepire la voce di Benito; forse, non era la sua squadra!
Ma, all’improvviso, nella notte chiara e silenziosa, si levò nitido il canto del gabbiano. Non era troppo acuto, ma Rosina lo sentì perfettamente.
Il cuore già palpitante della giovane, sussultò ed iniziò a battere più velocemente; era Benito che con il suo verso chiamava la sua giovane gabbiana innamorata!
Rosina si passò una mano sul viso; il sudore le imperlava la fronte come se stesse lavorando. Il calore del suo amore le dava questa sensazione fisica.
Tese ancora l’orecchio e il canto si ripetè con lo stesso tono. Non ebbe più dubbi: era Benito che la chiamava!
La fanciulla pensò di svegliare Tonino e andare con lui a vedere i pescatori con la «Sciabica» ma vi rinunciò pensando che il rumore avrebbe svegliato anche la mamma che dormiva nella stanza accanto.
Si accostò al lettino, prese dalla spalliera in ferro gonna e camicetta e, rivestitasi, uscì dalla stanza.
Socchiuse lentamente la porta e attraversata la stanza che dava direttamente sul pianerottolo esterno, tenendo in mano gli zoccoli per non fare rumore, scese la scala che portava al pianoterra e si immise sulla via che conduceva alla spiaggia.
Calzò i suoi zoccoli e andò via: nemmeno Lulù aveva abbaiato ma forse il cane era via con il padre.
Mentre stava per raggiungere la siepe, sentì vicino il canto del «Suo Gabbiano» e ne fu felice: due minuti dopo i due innamorati erano l’uno nelle braccia dell’altro ed i loro cuori esultavano di gioia.
Benito l’aveva attesa all’uscita del viottolo che portava sulla spiaggia e la bella Rosina se l’era trovato davanti all’improvviso.
I due giovani si tenevano stretti; la giovane, sfiorando la guancia del suo ragazzo con un tenero bacio, gli disse:
‒Ma quanto sale hai sul viso?
I due giovani si amavano con tanta innocenza che tutto ciò che facevano o dicevano dava senso alla loro purezza e rifletteva la spontaneità dei loro sentimenti.
Stavano così, stretti e quasi scioccamente abbracciati, quando un lieve fruscio li avvertì che, per la via dalla quale era venuta la fanciulla, stava giungendo un’altra persona.
‒Oh Dio, arriva papà! ‒ esclamò terrorizzata Rosina mentre si scioglieva dall’innocente abbraccio del giovane pescatore.
Anche Benito ebbe un attimo di paura; cosa avrebbe detto l’uomo se li avesse sorpresi lì?
Rimasero entrambi con il fiato sospeso e si nascosero quasi inconsciamente in una rientranza della siepe dove la luce della luna non ne permetteva la vista.
Apparve la figura umana; non era il papà di Rosina ma Tonino. Il ragazzo era scalzo e, quasi come una volpe, non faceva alcun rumore; passò a due metri di distanza da loro ma non li notò e proseguì. Ora erano i due giovani a seguire con lo sguardo il ragazzo che, fermandosi come per sincerarsi che nessuno lo avesse notato, si avviava verso la sponda del mare, mentre più lontano, si distinguevano le ombre dei pescatori che preparavano le reti per rimetterle sulla barca e rifare il giro al largo, per poi tirarle di nuovo a riva.
Tonino si fermava e poi riprendeva a muoversi lentamente. Benito capì e disse:
Sta cercando la «Spasella» con i pesci, il furbacchione!
Non è possibile! ‒ sussurò Rosina.
È così ti dico! ‒ continuò ancora Benito ‒ Ed ecco che l’ha vista, è proprio davanti a lui!
Il ragazzo si era messo in ginocchio e proseguiva verso il posto nel quale stava la «Spasella». Vi arrivò e quando fu sicuro che nessuno lo notava, iniziò a scegliere nell’enorme cesta rettangolare i pesci più grossi che c’erano.
Benito ridendo disse:
‒E poi dicono che il ladro sono io! ‒ guardando nella semioscurità il viso di Rosina.
I due giovani nella luce lunare continuavano a guardare Tonino; non era a più di trenta, quaranta metri di distanza da loro e stava rovistando nella spasella alla ricerca dei pesci migliori quando ad un tratto si prese una mano con l’altra e si alzò in piedi.
Come se una animale lo avesso morso, continuava a sgrullarsi una mano fino a che non si mise a piangere seppure sommessamente.
Benito a mezza voce disse: ‒ Una tracina, una tracina l’ha punto!
Cos’è ‒ domandò impaurita Rosina mentre i due giovani uscivano fuori dal loro nascodiglio.
‒ È un pesce maledetto che, anche se ottimo di sapore, ha tre spine nere, due sulle branchie ed una sul dorso; pungendosi con una di esse, si ha un dolore atroce.
‒Ed ora cosa succederà? ‒ chiese la fanciulla ancora più spaventata.
Niente di grave ma tuo fratello sentirà dei dolori terribili!
‒Andiamogli incontro! ‒ suggerì Rosina.
‒No! ‒ rispose Benito che sembrava quello che ragionasse di più Vado io! ‒ proseguì ‒ Tu vai a casa; non voglio che si sappia che eravamo insieme, chissà cosa penserebbero di noi!
Rosina, senza far rumore, imboccò il viottolo che portava verso casa sua e sparì.
Benito si affrettò a soccorrere il piccolo ladro che si contorceva dal dolore come se cento vespe lo avessero punto.
Conosceva bene quel dolore come, del resto, tutti gli altri pescatori e quando arrivò vicino al ragazzo che si era rimesso in ginocchio per il dolore, gli disse:
‒Fa molto male, vero?
Tonino sorpreso si girò verso la voce conosciuta e rispose: ‒Da morire, ma cosa mi ha morso?
‒È una «tracina! » ‒ rispose Benito, mentre si inginocchiava vicino al suo piccolo amico.
La mano di Tonino stava già gonfiandosi; il pesce che l’aveva punto era di grosse dimensioni e quindi era molto il veleno penetrato nella piccola mano. Il ragazzo soffriva moltissimo.
‒Benito, aiutami a tornare a casa, da solo non ce la faccio! Benito l’aiutò a rialzarsi e sostenendolo si diresse verso casa ma, fatti pochi passi, il ragazzo cadde a terra piangendo e tenendosi la mano gonfia.
Benito capì che il ragazzo stava proprio male; lo fece alzare e, notando che non si reggeva in piedi, lo prese in braccio ed iniziò a risalire la spiaggia ed a percorrere la via di casa che egli ben conosceva.
Tonino si stringeva al collo di Benito che ne sentiva i brividi e i sussulti provocati dal dolore.
Nel frattempo Rosina era arrivata a casa, era entrata senza far rumore in camera sua e dopo un pò ne era uscita chiamando allarmata la madre che dormiva nella stanza accanto.
La donna sorpresa della chiamata di Rosina, che intanto aveva acceso un lume a petrolio, nel vedere la figlia vestita, chiese:
‒ Che fai vestita a quest’ora, cos’è successo?
‒ Tonino non c’è! ‒ rispose Rosina.
‒ Non c’è... e dov’è? ‒ chiese con apprensione la donna.
Deve essere uscito perchè i suoi pantaloni non ci sono! Madre e figlia uscirono sul pianerottolo davanti la porta e rimasero un attimo in silenzio; poi la madre chiamò a mezza voce: ‒ Tonino, mi senti? Dove sei?
‒ È qui signora! ‒ rispose una voce a lei sconosciuta ma a Rosina molto cara.
‒Chi è? ‒ chiese ancora la donna.
‒Sono un pescatore, signore, riporto Tonino che si sente male perchè l’ha punto un pesce che io gli avevo dato!
‒Oh Dio! ‒ esclamò la madre ‒ Come sta?
‒Niente di brutto, signora, non si preoccupi; fra due o tre ore il dolore passerà e Tonino starà di nuovo bene!
Le due donne, mentre scendevano i pochi gradini della scala, incontrarono il giovane che li stava risalendo; alla luce del lume che Rosina reggeva, videro Tonino con gli occhi chiusi.
Il ragazzo era svenuto; il dolore lancinante della puntura di tracina lo aveva sopraffatto e lo aveva fatto abbandonare nelle robuste braccia del pescatore.
La madre voleva prenderlo in braccio, ma il giovane le disse:
‒No signora, lo porto io su! ‒ e salì i pochi scalini; entrò in casa avendo dietro a sè Rosina che faceva luce ed accanto la madre che sorreggeva la mano gonfia del suo figliolo.
Rosina non aveva detto ancora una parola: era come paralizzata! Fu la madre a chiedere:
‒Ma non sei quel giovane che è salito sul palco insieme a Peppino per ritirare i premi delle gare fatte durante la festa dell’Assunta?
‒Sì signora! Tonino dove lo mettiamo?
‒ Portiamolo sul suo letto. Rosina intanto prepara un pò d’acqua così gli facciamo gli impacchi che di sicuro gli calmeranno il dolore.
‒ È inutile signora! Quel dolore non si calma con niente, solo con il passare del tempo; è meglio cercare di farlo dormire, è l’unico sistema di risparmiarglielo.
Tonino sembrava passare dallo svenimento ad un sonno leggero.
La mamma in punta di piedi uscì dalla stanza seguita da Benito e da Rosina che continuava a stare in silenzio, pensierosa perchè non sapeva se Tonino era andato sulla spiaggia per seguire lei o per prendere i pesci,
Mentre tutti questi pensieri le passavano per la mente senza poter dare ad essi una risposta, sentì che qualcuno stava salendo le scale.
Attraverso la porta aperta entrò prima il cane Lulù e poi Luigi, il padre di Rosina e Tonino.
L’uomo, rimasto sorpreso nell’accorgersi che a quell’ora erano ancora tutti alzati, si sorprese ancora di più nel vedere in casa sua il giovane marinaio che riconobbe subito per il giovane che aveva vinto due gare il 15 agosto.
La moglie di Luigi, signora Elena, spiegò in poche parole ciò che era successo e il marito, un pò incredulo, chiese al giovane marinaio:
‒ Come mai gli hai dato quel pesce che è tanto velenoso con le sue spine?
Era buio, signore, e non vi ho fatto caso; me ne sono accorto solo quando Tonino è stato punto e l’ha buttato via!
Luigi entrò nella stanza dove il ragazzo, pur dormendo, si lamentava; la moglie lo seguì, mentre Rosina e Benito rimasero soli nella stanza d’ingresso che fungeva anche da sala da pranzo.
I due giovani si scambiarono un’occhiata d’intesa e Benito le disse a bassa voce:
‒Domani mattina, quando Tonino si sveglia, digli di spiegare la cosa in questo modo: avendo sentito che c’erano i pescatori sulla spiaggia, è venuto a chiedere i pesci, non a rubarli!
Aveva appena finito di parlare quando Luigi e sua moglie uscirono dalla stanza.
Benito, che era molto imbarazzato per non saper spiegare le cose, cercò di andare via subito raccomandando di lasciar dormire Tonino, in quanto quello sarebbe stato l’unico modo per fargli sentire meno dolore.
Luigi chiese al giovane:
Come mai Tonino sapeva che eravate proprio voi a pescare alla spiaggia?
Glielo avevo detto io sere fa! ‒ e non sapendo cos’altro inventare, per non peggiorare la situazione, Benito aggiunse ‒ Scusatemi, ma devo tornare in spiaggia perchè mio zìo e gli altri non sanno dove sono andato.
‒Già che ci sei ‒ disse Luigi ‒ mentre fai la via che porta al mare, raccogli un pò d’uva e portala ai tuoi amici. E grazie per aver riportato Tonino a casa.
Il giovane salutò e uscì senza guardare Rosina per evitare di tradirsi con lo sguardo.
Quando l’indomani appena fatto giorno, la signora Elena, che durante al notte aveva controllato più volte il sonno di Tonino avendolo sentito lamentare, entrò di nuovo nella camera dei figli li trovò svegli che chiacchieravano.
La mano di Tonino era ancora gonfia ma non gli faceva male come la sera precedente.
La mamma volle essere raccontato cosa era successo la sera prima e Tonino le riferì esattamente come Benito aveva suggerito a Rosina.
In effetti, era andato sulla spiaggia perchè, quando si era svegliato e non aveva visto Rosina a letto, aveva pensato che ella fosse andata a vedere i pescatori con la «Sciabica»; arrivato alla spiaggia, non avendo trovato la sorella, aveva pensato bene di prendere un pò di pesci. Così erano realmente andate le cose.
Nella stanza entrò anche il padre il quale, felice di vedere il figlio vispo quasi come al solito, abbracciò Tonino come faceva sempre.
Conclusosi senza conseguenze l’episodio, la vita della famiglia riprese come prima: con il lavoro per la raccolta dei fichi e per la loro lavorazione.
Un giorno, verso l’ora in cui si smetteva di lavorare nei campi perchè faceva troppo caldo, Rosina e Tonino stavano ritornando a casa ognuno con un paniere colmo di fichi sulla testa.
Rosina camminava dietro Tonino; nel silenzio afoso si levò un canto acuto proveniente dalle parti della spiaggia; era il canto del «Gabbiano»! Era Benito!
Dalla sorpresa e dalla gioia, per poco Rosina non lasciò cadere dalla testa il grosso cesto pieno di fichi; si fermò un attimo pensando cosa fare per allontanarsi da Tonino che le camminava davanti quasi piegato per il peso del paniere pieno.
La fanciulla trovò la soluzione per tornare indietro verso la spiaggia e per vedere Benito.
‒Tonino! Lascia quel paniere qui perchè pesa troppo per te; tornerò io a riprenderlo! ‒ disse Rosina.
Il ragazzo si fermò sorpreso; era la prima volta che la sorella gli diceva di non portare il paniere, ma non se lo fece ripetere e lo posò per terra tirando un sospiro di sollievo.
Proseguirono verso casa e, arrivati all’aia, Tonino aiutò la sorella a mettere giù il cesto con i fichi. La ragazza gli disse:
‒Metti questi fichi sulle ginestre mentre io torno a prendere il paniere pieno che hai lasciato per strada.
Tonino ubbidì mentre Rosina riprese la via appena percorsa e quando pensò di essersi defilata dallo sguardo del fratello fra gli alberi di fichi e le piante di viti cariche d’uva si mise a correre verso la zona della grande siepe dove senz’altro Benito la stava aspettando.
Il «Gabbiano» accolse tra le braccia la sua giovane adorata e la strinse a sè; era dalla sera in cui Tonino era stato punto dalla tracina che i due innamorati non si vedevano.
Desiderosi l’uno dell’altra, si tennero stretti per qualche minuto senza parlarsi. Poi Benito le chiese:
‒Com’è finita la vicenda di Tonino?
‒Bene! ‒ rispose prontamente Rosina deponendo ancora un bacio sulla guancia del suo «Gabbiano» ‒ Tonino ha raccontato i fatti proprio come tu avevi suggerito: la mamma gli ha creduto e papà un pò meno; ma poi Tonino è guarito e non se n'è più parlato.
Idue giovani si concentrarono nel loro amore: si guardavano negli occhi estasiati; l’innocente amore che essi stavano vivendo, i brevi minuti che passavano insieme erano per loro la dolcezza dell’attesa di lunghi giorni.
Benito teneva le mani di Rosina fra le sue e ogni tanto vi deponeva un bacio come se fossero una reliquia.
Illoro rapporto era bello perchè casto; tutto il loro mondo era racchiuso in quella siepe che li riparava dai raggi cocenti del sole d’agosto e teneva fresca la sabbia sulla quale i due giovani stavano inginocchiati uno di fronte all’altro mentre, senza parlare, si confessavano con lo sguardo e con dolci carezze il loro innocente amore.
Il canto monotono e incessante delle cicale non li disturbava ma faceva eco alla loro felicità.
Rapiti dai loro muti colloqui, i due giovani non percepirono l’avviciriarsi di una persona che, da lontano, li aveva visti recarsi all’ombra della siepe e che, non avendoli riconosciuti, voleva sincerarsi delle loro intenzioni.
Era la sorella della madre di Rosina, una donna piuttosto anziana che viveva da sola in una casa costruita al centro del vicino appezzamento di terreno di sua proprietà coltivato direttamente: una donna buona di nome Fortunata anche se la vita non le aveva riservato molta fortuna.
Da giovane, aveva avuto la fortuna di aver corrisposto, quando non era ancora in età di maritarsi, alle brame di un uomo più anziano di lei. I
Una donna che rimaneva incinta a quei tempi, era il disonore del parentado! Così la bella Fortunata venne cacciata fuori di casa e costretta ad andare a vivere con l’uomo che aveva approfittato della sua innocenza.
Con la nascita del figlio, frutto del peccato, l’uomo, per dargli il suo cognome e la piena legittimità, sposò la giovane donna che egli aveva in un certo modo rovinato.
Col passare degli anni, l’isolamento nel quale erano tenuti, andò scemando; trascorsi dieci anni, l’uomo di una certa età e un pò malaticcio, morì lasciando la ancora giovane moglie Fortunata con un figlio di dieci anni.
La donna, rientrata nell’amore dei parenti che avevano capito che il suo era stato un peccato d’inesperienza, cresceva il figlio sano e forte e traeva i mezzi del loro sostentamento lavorando direttamente la terra ereditata dal marito.
All’età di vent’anni, il figlio le manifestò la sua volontà di fare carriera, come si diceva a quei tempi per chi voleva arruolarsi in un corpo di polizia militare.
Il figlio si arruolò all’Arma dei Carabinieri e la mamma rimase sola ad accudire la campagna, tranne che nei periodi di maggior lavoro durante i quali il figlio veniva in licenza per aiutarla.
Viveva sempre a contatto con la famiglia della sorella Elena e voleva molto bene ai nipoti Rosina e Tonino.
La donna si era avvicinata alla siepe ed era arrivata a qualche decina di metri di distanza dai due giovani ignari di essere osservati; guardava con occhi che svanivano nel pensiero di ricordi lontani quando anche lei aveva messo le mani nelle mani dell’uomo che amava e non controllando I propri sentimenti, era caduta nella colpa e nel peccato.
Quella debolezza aveva cambiato radicalmente la sua vita rendendola prima un inferno e poi, con il passar del tempo, raggiungendo una naturale rassegnazione.
Ebbe paura che i due giovani commettessero lo stesso errore e andò verso di loro.
Quando Rosina si accorse della sua presenza, la zia era a pochi passi. Avvampò di vergogna: Zia Fortunata le voleva bene, ma ora chissà cosa avrebbe pensato di lei!
Benito, conoscendo solo di vista la donna, ebbe paura che costei andasse a riferire ai genitori di Rosina.
L’anziana donna si avvicinò a loro con un sorriso di comprensione.
‒Zia Fortunata, ‒ anticipò ‒ non facevamo niente di male!
‒Lo so! ‒ rispose la zia ‒ Vi ho guardato parecchio prima di avvicinarmi a voi.
Rinfrancati gli animi, i due giovani si alzarono in piedi; Rosina andò verso la zia e l’abbracciò dicendo:
‒ Non dire niente a mamma e a papà, altrimenti mi impediranno di vedere Benito!
‒ Così questo sarebbe Benito, il marinaio tanto bravo che non conosce i pesci e dà in mano ai bambini quelli che hanno le spine velenose, disse con affettuosa ironia zia Fortunata.
‒Ma no zia ‒ replicò Rosina ‒ Tonino ha preso da sè i pesci! Benito non ebbe il tempo di impedirle di dire ciò che lei purtroppo, aveva già detto.
‒Beh, non fa niente se li ha presi o glieli hanno dati; che posso dirvi?... Io sono felice per voi che vi volete bene e.... state tranquilli, non dirò niente ai genitori di Rosina.
La fanciulla baciò la zia e le disse: ‒ Grazie zia, ora io e Benito abbiamo un’altra persona che sa il nostro segreto ed io sono felice che questa sia proprio tu che dalla vita hai avuto più amarezze che gioie.
‒ Però ragazzi, mi raccomando; volersi bene ha dei limiti, non dimenticatelo!
I due giovani si guardarono in viso: il loro amore era limpido, senza neppure un’ombra di malizia ed erano felici che fosse così ma lo erano altrettanto nel constatare che la zia vegliava su di loro con il suo affetto e i suoi consigli.
La donna li salutò e andò via dicendo a Rosina: ‒Vieni a trovarmi qualche giorno, potremmo parlare un pò di tante cose!
Andata via la zia, i due ragazzi si scambiarono un bacio lieve come la dolcezza del loro amore e tornarono ognuno al proprio lavoro.
Rosina passò dove Tonino aveva lasciato il paniere pieno di fichi, lo prese, se lo caricò in testa e tornò a casa dove trovò Tonino seduto all’ombra di un pergolato.
Il ragazzo aveva raccolto un grappolo di uva e ne stava mangiando gli acini maturi.
‒ Doveva pesare veramente molto quel paniere, se per portarlo hai impiegato tanto! ‒ disse rivolto a Rosina. La sorella gli rispose: ‒ è venuta zia Fortunata e mi sono fermata a parlare un pò con lei. I due ragazzi sparsero i fichi su una ginestra ed entrarono in casa.
Rosina prese dell’acqua da una brocca che stava all’ombra sul davanzale del pianerottolo davanti casa e ne bevve lunghe sorsate ristoratrici: la giornata era stata piuttosto faticosa!
Si era ormai alla fine di agosto: era l’ultima domenica del mese; dal paese del Monte Stella era appena arrivato il cugino Peppino.
Rosina lo abbracciò! Gli voleva un mondo di bene, ma solo come cugino. Peppino, invece, al solo sentire il morbido corpo sfiorargli il suo, provava una particolare attrazione e pensava con dolcezza come sarebbe stato bello per lui poter amare la cugina.
‒ Benito come sta? ‒ fu la prima cosa che Peppino chiese riservatamente alla cugina appena ne ebbe la possibilità quasi sperando di sentirsi dire che tutto era finito. Ma la fanciulla, dopo averlo osservato un pò, rispose:
‒ Sta molto bene, anche se sono quattro giorni che non lo vedo!
Gli si strinse il cuore: Rosina amava ancora di più Benito, glielo si leggeva in viso.
Peppino stimava Benito e lo invidiava perchè aveva l’amore meraviglioso di quella fanciulla da favola che era Rosina.
In quel momento arrivò Tonino; era andato ad acchiappare cicale e non aveva visto il cugino. Gli corse incontro e gli saltò fra le braccia gridando di gioia.
Anche gli zii Luigi ed Elena quando tornarono dal paese vicino, dove si erano recati per assistere alla Santa Messa come facevano in tutte le festività, furono felici di trovare il nipote al quale volevano molto bene ed erano molto affezionati. Dopo la bella impresa compiuta vincendo la gara dell’albero della cuccagna, molti chiedevano loro di questo nipote del quale essi andavano fieri.
La mattina trascorse in modo abbastanza sereno e gioioso; nel pomeriggio, mentre i genitori riposavano, i giovani si recarono alla spiaggia per accompagnare Tonino a fare il bagno.
Tonino e Lulù camminavano avanti, felici di andare a giocare nell’acqua fresca e pulita del mare; dietro loro, uno vicino all’altro, Peppino e Rosina percorrevano lo stretto viottolo.
Rosina, con un gesto che le era consueto, mise il braccio sotto quello di Peppino e guardò il cugino da sotto le falde della grossa paglietta che aveva in testa. Vide il rossore e il sudore che Peppino aveva sul viso e gli domandò: ‒ Hai caldo?
‒ Sì, ma non è il sole! ‒ le rispose il cugino cercando di sviare il discorso.
‒ Lo so, è un giornata afosa! ‒ continuò Rosina.
‒ Non è la giornata, è la..... ‒ e stava per continuare quando una biscia nera zigzagando attraversò lo stresso viottolo sul quale camminavano i due giovani a braccetto.
Un piccolo grido di Rosina e tutto finì; anche il discorso iniziato da Peppino era terminato e il giovane rimandò ad altra occasione di dire alla cugina, ciò che gli stava a cuore.
Arrivarono alla spiaggia: Tonino era già in acqua a sguazzare come un’anatra e a giocare con Lulù. Il cane abbaiava quando il ragazzo gli tirava addosso manate d’acqua.
Rosina e Peppino, seduti vicini proprio sulla battigia dove la sabbia era umida e fresca, si divertivano a guardarli. Rosina chiese: ‒ Peppino, perchè non vai a fare il bagno?
Io?!? Non voglio farti ridere: abituata come sei a vedere Benito che nuota come un pesce, figurati le risate che faresti se vedessi in acqua me che non so nemmeno reggermi in piedi!
‒ Beh, in compenso sai fare tante cose che i giovani pescatori non sanno fare; tu, ad esempio, sai sempre scegliere il modo giusto per fare bene una cosa, mentre Benito, impulsivo com’è, tutto ciò che fa, lo fa come per istinto e non per ragionamento e forza come fai tu. Sei veramente bravo ‒ proseguì Rosina ‒ ed è per questo che ti voglio bene.
Peppino sospirò a lungo. Quanto era bello sentirsi dire da Rosina «ti voglio veramente bene!» Ma il bene del quale parlava non era uguale a quello che ella voleva a Benito.
Si sforzò di sorridere, ma provò tanta invidia nei confronti di Benito, per tutto ciò che quel giovane aveva e che a lui era negato.
Rosina giocherellava con la sabbia umida e ad un tratto disse:
‒Sai, l’altra sera Benito è venuto a casa nostra! Peppino trasalì e chiese:
‒E perchè?
‒È venuto a portare Tonino perchè un pesce velenoso lo aveva punto ad una mano. ‒ E gli raccontò tutta la storia. Parlò poi della zia Fortunata e Peppino la interruppe dicendo:
‒Una sera andremo a trovarla!
‒Certo! ‒ rispose Rosina ‒ Anche lei ora sa della mia relazione con Benito perchè ci ha trovati insieme sotto la grande siepe ma non ha detto niente a mia madre, fortunatamente.
‒ Sotto la siepe? ‒ chiese con una punta di gelosia Peppino. ‒ Sì, la siepe più ombrosa, dove la sabbia è fresca. ‒E morbida! ‒ proseguì Peppino.
Ma cosa pensi? ‒ disse risentita Rosina ‒ Io e Benito ci scambiamo soltanto qualche bacio!
Peppino si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore sospirando.
Era tremendamente geloso ma pensò che era giusto che fosse così: loro si amavano ed egli non poteva neppure sperare nell’amore di Rosina, perchè entrambi avevano lo stesso sangue e per qualcuno era addirittura un peccato mortale un amore tra due cugini.
Non parlarono di altro; continuarono a guardare Tonino divertirsi con Lulù nell’acqua limpida e tersa del mare «Cilentano».
Durante la settimana successiva Peppino, Rosina e Tonino stettero sempre insieme facendo il lavoro di raccolta dei fichi.
Era bello stare vicino a sua cugina pensava il giovane montanaro!
Parlavano sempre dei problemi dei giovani e di come erano costretti a fare ciò che volevano i genitori.
Su questo ragionamento, Rosina disse:
‒ Io non farò mai ciò che mi obbligheranno a fare e anche se i genitori pensano di aver ragione, essi devono saper rispettare anche le mie idee. Tu cosa ne pensi? ‒ chiese a Peppino.
‒ Mah! Veramente io fino ad ora sono sempre andato d’accordo con mamma e papà. Per te, invece, ora è diverso: metti che tuo padre dice che non devi sposare un pescatore, tu cosa fai?
‒ Lo sposo lo stesso, dovessi fare come zia Fortunata!
‒ Beh, lasciamo perdere nostra zia; ella purtroppo, non sapeva nemmeno cosa faceva, ma tu sei.... esperta. ‒ disse il giovane punzecchiando la bella cugina.
‒ Esperta io? E di che cosa?
‒ Ma della vita, dell’amore e di tante altre cose che la povera zia non sapeva. ‒ rispose Peppino con un pò di malignità sottointesa.
‒ Senti Peppino, ‒ disse Rosina ‒ se lo fai per prendermi in giro, lascio correre ma, se dici sul serio, ti dico che sbagli penchè non ho esperienze, specie in amore!
‒ Ma allora con Benito quando state all’ombra della siepe cosa fate?
‒ Niente! ‒ rispose con prontezza la giovane.
‒ Niente?!? Ma allora che ci andate a fare?
‒ Ora basta di prendermi in giro, Peppì! ‒ disse seccamente Rosina. ‒ Ciò che tu pensi e che forse pensa anche Benito per me non esiste, sono cose che verranno dopo il matrimonio; io ora gli voglio bene e basta!
Così dicendo la fanciulla, che era seduta su di un muricciolo di pietra vicino all’aia dove c’erano le «Ginestre» con i fichi stesi a seccare, si alzò e guardando un pò contrariata Peppino disse:
‒ Ora dobbiamo voltare i fichi! [2] ‒ .
Peppino si alzò e seguì Rosina sorridendo soddisfatto di averla stuzzicata un pò troppo.
La fanciulla appoggiò su una ginestra piena un’altra vuota e capovoltala, rivolta al cugino, disse:
‒Passa dall’altra parte che in due facciamo prima a voltare i fichi e così ne cadono di meno.
Si chinò sulla ginestra e vi passò una mano sotto aspettando che Peppino facesse lo stesso. Il giovane si chinò e guardò Rosina: aveva la camicetta aperta al collo e non potè fare a meno di soffermarsi ad osservarle l’acerbo seno.
Rosina alzò lo sguardo verso Peppino perchè non si decideva a prendere la ginestra per rivoltarla e si accorse che il cugino le stava guardando il seno.
La giovane arrossì mentre il cugino girò lo sguardo altrove quasi vergognandosi; la ragazza lasciò le ginestre e si allontanò diretta al pergolato che copriva il pozzo vicino casa.
Peppino rimase dov’era mentre Rosina mandava il secchio nel pozzo per attingere acqua.
Lo stridere della carrucola di ferro per mancanza di lubrificazione copriva il silenzio di Peppino dispiaciuto di aver causato il risentimento della cugina.
Il giovane montanaro, capendo di aver sbagliato, andò al pozzo presso la cugina; si dissetò bevendo direttamente dal secchio di metallo, ringraziò Rosina dell’acqua e le chiese scusa.
Rosina annuì con la testa e disse:
‒Andiamo a «voltare» i fichi altrimenti quando tornano mamma e papà diranno che in tre lavoriamo meno che in due.
Fecero presto il lavoro che dovevano fare e se ne andarono all’ombra del pergolato a chiacchierare.
Quel giorno, a pranzo, si parlò di tante cose mentre si stava sul pianerottolo davanti casa dove il padre di Rosina, per avere il fresco e l’ombra, aveva costruito una specie di capanna con canne messe a modo d’impalcatura e felci verdi che davano un profumo penetrante di campagna.
Luigi, parlando del matrimonio del figlio di un loro amico, disse alla moglie:
‒ Io domenica vado a caccia di «focetole [3]» con Tonino e quindi al matrimonio potrai andare tu e Rosina e, se vuol venire, anche Peppino.
Vengono cucinati in vari modi ma sono molto buoni arrostiti in una foglia di fico verde; vengono messi sulla brace con la foglia di fico arrotolata intorno e si cuociono nel loro stesso grasso emanando un profumo ed acquistando un gusto da leccarsi le dita. La moglie rispose:
‒Per me va bene credo anche per Rosina che da tanto tempo, desidera partecipare ad una festa di matrimonio e imparare a ballare. Peppino colse a volo le parole della zia e disse:
‒Zia Elena, Domenica posso insegnarglielo io, perchè so ballare! Un grido di gioia di Rosina dimostrò che tutti erano felici; il capofamiglia aggiunse:
‒ E tu, Tonino, devi scegliere se venire con me o andare con la mamma.
‒ Con la mamma? ‒ chiese prontamente il ragazzo ‒ Io vengo con te a caccia perchè mi hai promesso che mi farai sparare alle «Focetole»!
Tutti risero e felicemente, aspettarono la domenica.
La domenica mattina si recarono quasi tutti in paese per la messa domenicale; Rosina e Peppino andarono insieme dalla zia Fortunata e, al ritorno, trovarono che mamma Elena aveva già cucinato.
A pranzo si parlò del programma per il pomeriggio. Luigi disse:
‒ Appena finito di mangiare, io, Tonino e Lulù ce ne andiamo a caccia e, quando torniamo stasera, veniamo anche noi allo sposalizio: non vorrei che i nostri amici si offendessero se non andiamo.
Non appena finito di mangiare, padre e figlio presero l’arma, un fucile di piccolo calibro ad avancarica detto «a Bacchetta» in quanto per ricaricarlo si usava un’asticella di legno che si chiamava «bacchetta» dalla quale questi fucili prendevano il nome e se ne andarono a caccia [4].
Luigi e Tonino assieme al cane, cambiarono posto recandosi in una zona molto ombrosa ed acquitrinosa dove c’erano piante di fichi e salici, alberi che i beccafichi prediligevano.
Arrivati sul posto, si misero seduti sotto un cespuglio poco lontano dai fichi e dai salici; non passarono che pochi minuti e già la prima focetola fece il suo arrivo sulla pianta di fico più vicina a Tonino e a suo padre. Un colpo secco ed il beccafico cadde sotto la pianta: Lulù e Tonino fecero a gara a chi arrivava per primo a prendere l’uccello morto.
Dopo averne sparati una decina, Luigi disse al figlio: ‒ È ora che spari tu!
Tonino, che aveva sparato solo un paio di volte e che era quindi poco pratico ma ricco di entusiasmo, passò davanti al padre e ricevuto il fucile, si rimise in attesa.
Dopo un po’ arrivò una focetola, che iniziò a saltare da un ramo all’altro del fico in cerca di un frutto maturo. Appena lo trovò, iniziò a beccuzzarlo con il suo becco sottile; Tonino cercava di mirarlo per sparare eseguendo tutte le istruzioni che il papà gli dava a bassa voce per evitare che il beccafico sentisse parlare e scappasse via.
Tonino riuscì a fermare il fucile in direzione dell’uccello; vincendo la sua emozione e aggiustando la mira, sparò. Il piccolo uccello preso in pieno cadde come un sasso Tonino, passando l’arma al padre, corse a raccogliere il beccafico, ritornando poco dopo al colmo della felicità.
Il padre mise l’uccelletto nella rete della borsa che faceva da carniere e ripassò l’arma nelle mani del ragazzo. Questi guardava il padre aspettandosi dei complimenti; ma Luigi non parlò, gli strinse un braccio intorno alle spalle come fargli forza e dire: «Vai così, che vai bene!».
Il ragazzo si sentì felice e posò di nuovo la sua attenzione sull’albero di fico, in attesa dell’arrivo di altre focetole. Era molto teso, quando l’ombra di un uccello più grande li sorvolò diretta verso la pianta di fico.
Era un «rigogolo», uccello della grandezza di un tordo che arriva in Italia a primavera, va verso il nord Europa a nidificare e ripassa in agosto/ settembre per andare verso i paesi caldi del nord Africa.
chetta fino a quando si sentiva che la polvere era a sicuro contatto con la stoppa. La stessa cosa si faceva con il piombo e quando si alzavano i cani e si mettevano sul cilindretto al termine delle canne del fucile due specie di cappuccetti che erano le cariche di accensione, il fucile era carico e pronto a sparare.
Luigi e Tonino assieme al cane, cambiarono posto recandosi in una zona molto ombrosa ed acquitrinosa dove c’erano piante di fichi e salici, alberi che i beccaflchi prediligevano.
Arrivati sul posto, si misero seduti sotto un cespuglio poco lontano dai fichi e dai salici; non passarono che pochi minuti e già la prima focetola fece il suo arrivo sulla pianta di fico più vicina a Tonino e a suo padre. Un colpo secco ed il beccafico cadde sotto la pianta: Lulù e Tonino fecero a gara a chi arrivava per primo a prendere l’uccello morto.
Dopo averne sparati una decina, Luigi disse al figlio: ‒ È ora che spari tu!
Tonino, che aveva sparato solo un paio di volte e che era quindi poco pratico ma ricco di entusiasmo, passò davanti al padre e ricevuto il fucile, si rimise in attesa.
Dopo un po’ arrivò una focetola, che iniziò a saltare da un ramo all’altro del fico in cerca di un frutto maturo. Appena lo trovò, iniziò a beccuzzarlo con il suo becco sottile; Tonino cercava di mirarlo per sparare eseguendo tutte le istruzioni che il papà gli dava a bassa voce per evitare che il beccafico sentisse parlare e scappasse via.
Tonino riuscì a fermare il fucile in direzione dell’uccello; vincendo la sua emozione e aggiustando la mira, sparò. Il piccolo uccello preso in pieno cadde come un sasso Tonino, passando l’arma al padre, corse a raccogliere il beccafico, ritornando poco dopo al colmo della felicità.
Il padre mise l’uccelletto nella rete della borsa che faceva da carniere e ripassò l’arma nelle mani del ragazzo. Questi guardava il padre aspettandosi dei complimenti; ma Luigi non parlò, gli strinse un braccio intorno ade spalle come fargli forza e dire: «Vai così, che vai bene!».
Il ragazzo si sentì felice e posò di nuovo la sua attenzione sull’albero di fico, in attesa dell’arrivo di altre focetole. Era molto teso, quando l’ombra di un uccello più grande li sorvolò diretta verso la pianta di fico.
Era un «rigogolo», uccello della grandezza di un tordo che arriva in Italia a primavera, va verso il nord Europa a nidificare e ripassa in agosto/settembre per andare verso i paesi caldi del nord Africa.
È un uccello dal colore molto forte e bello, giallo tutto il corpo e nere le ali e la coda, mentre il becco è di un colore rosso cupo; vola come un farfallone e si nutre di insetti e di frutta. Nel mese di settembre, come molti altri uccelli quali tortore, quaglie, upupe, è molto bene in carne e quindi, cotto, ha un sapore molto gustoso.
Il rigogolo si posò proprio sulla pianta di fico dove essi avevano sparato ai beccafichi.
Istintivamente il ragazzo passò il fucile al padre, come per dirgli: «Sparalo tu, io non mi prendo la responsabilità di uccidere un uccello così grande!». Ma il padre, rifiutando l’arma, gli indicò il rigogolo che saltava da un ramo all’altro.
Tonino, ricevuta la sollecitazione dal padre, cercò di frenare i battiti del cuore e di rimanere calmo mentre mirava l’uccello che continuava a saltellare da un ramo all’altro.
Finalmente il rigogolo trovò la frutta che cercava e, come il beccafico, si mise a beccuzzare.
Tonino, con le mani che gli tremavano, alzò il piccolo fucile che, per l’emozione, gli sembrava più pesante del solito, mirò e sparò! Attraverso la nuvoletta di fumo che si formò davanti al fucile, vide il «giallone» [5] cadere come una grossa pera con le foglie.
Il tempo di passare il fucile a papà e corse felice a raccogliere il più consistente uccello mai preso e lo portò al padre come un trofeo.
Luigi, che era un uomo soddifatto di avere figli come Rosina e Tonino e, ancora di più, contento di vedere ripetere da suo figlio le gesta che lui aveva compiuto con suo padre, fu felicissimo che il figlio avesse preso l’uccello più grande che era arrivato fino a quel momento e, con un gesto veramente paterno, abbracciò il figlio deponendo un bacio sulla sua testa.
Rimasero ancora per un pò sotto quelle piante e quando pensarono di avere preso abbastanza uccelli, in tutto più di venti focetole e il rigogolo, decisero di tornare a casa.
Per strada Tonino camminava accanto al suo papà; il ragazzo era felice ed il padre, che lo era quanto lui, gli passò un braccio intorno le magre spalle. Tutti e due, con Lulù davanti che trotterellava sicuro, tornarono contenti e soddisfatti.
Arrivati a casa misero gli uccelli in un paniere e li posero sul davanzale di una finestra chiudendo le imposte in modo che la cacciagione stesse al fresco ed anche al sicuro dai gatti. Fatto ciò, il padre disse al figlio:
‒Ora ci laviamo, ci cambiamo i vestiti e andiamo allo sposalizio.
Al matrimonio le cose erano andate fino a quell’ora altrettanto bene: mamma Elena, si era divertita molto ma, ancora più di lei, si erano divertiti Rosina e Peppino.
Dapprima, nell’accompagnare gli sposi in chiesa, Rosina e Peppino avevano fatto coppia.
A quei tempi, si usava accompagnare gli sposi in corteo: ogni uomo doveva far coppia con una donna e così, mentre la madre di Rosina faceva coppia con un uomo senza dama, amico di famiglia, Rosina e Peppino, l’uno sotto il braccio dell’altro, camminavano felici dietro gli sposi che, per viottoli di campagna, si recavano presso la chiesetta del villaggio per la celebrazione del loro matrimonio.
Peppino era felicissimo; sentiva il braccio di Rosina sotto al suo e il suo cuore e la sua mente volavano avanti nel tempo: immaginava di essere al posto del giovane sposo e di avere accanto Rosina vestita di bianco, segno della sua purezza (come lo erano in gran parte le fanciulle di quei tempi). Egli, sposo felice, la conduceva all’altare coronando un sogno d’amore.
Pensando e fantasticando, Peppino non guardava neanche dove metteva i piedi e molto spesso incespicava con disappunto di Rosina che non riusciva a capire per quale motivo il suo cavaliere fosse così distratto.
‒Peppino! ‒ disse la fanciulla ‒ A cosa pensi? Non guardi neanche dove metti i piedi!
‒Penso a quando noi ci spo.... ‒ troncò la frase rinsavendo di colpo e pensando di aver detto una stupidaggine.
‒A cosa? ‒ chiese ancora Rosina che non aveva capito.
‒A quando ti sposerai e a come sarai bella se ti vestirai di bianco!
‒Certo che mi vestirò di bianco! Io sono e sarò pura!
‒Lo so, ma sai con il passare del tempo e la grande siepe dall’ombra e dalla sabbia fresca! ‒ disse Peppino con un sorriso alquanto ironico.
Se fossero stati soli, Rosina gli avrebbe dato uno schiaffo; ma si controllò, tirò via il braccio da sotto quello di Peppino e gli rispose:
‒Con la siepe o senza, io mi vestirò di bianco, perchè Benito mi rispetta ed io capisco molto più di quello che tu pensi.
‒Scusami! ‒ disse il giovane che le camminava accanto ‒ io ti voglio bene ed ho paura per te.
‒Paura di cosa? ‒ replicò Rosina.
‒ Ma te l’ho detto, dei tanti pericoli che una ragazza corre quando sta con un giovane al quale vuol bene.
Ti ringrazio del pensiero, ma non devi preoccuparti per me perchè Benito mi rispetta ed io certe cose non le farei mai!
Ti chiedo ancora scusa. ‒ ripetè Peppino ma in cuor suo era contento che sua cugina non concedesse molto a Benito.
Rosina, un pò rinfrancata, mise di nuovo il braccio sotto quello di Peppino e continuò a camminare sempre chiacchierando. La fanciulla gli chiese:
‒Durante la festa mi farai ballare? Sai, voglio imparare.
‒ Ne sarei felice; tanto più che quando ti abbraccio mi sento così felice che non ti lascerei mai! ‒ disse il giovane con trasporto.
Peppino, io non ti capisco ‒ disse la fanciulla un pò turbata ‒ si direbbe quasi che tu sia geloso di me anche se solamente parlo con Benito.
‒ Certo che lo sono! Anche perchè, come cugino, io ti voglio molto bene.
‒ Sì, ma come cugino! ‒ replicò pronta Rosina.
‒ Più di un cugino! ‒ affermò Peppino.
Rosina girò lo sguardo verso il giovane, dicendogli:
‒Peppì, mi fai mettere paura e, da ora in avanti, la sera chiuderò a chiave la porta della camera dove io e Tonino dormiamo! ‒ Poi rise volendo dimostrare che stava scherzando. In verità Peppino, pur essendo un bravo giovane, a quelle cose ci aveva pensato anche se non le avrebbe mai fatte.
Arrivarono alla chiesetta di campagna; la cerimonia della celebrazione del matrimonio non durò molto.
Rifacendo la stessa via di prima, gli sposi tornarono indietro per recarsi alla casa dove si sarebbe svolta la festa e dove essi avrebbero vissuto la loro vita da sposati.
Sulla porta d’ingresso, due parenti offrivano, come di usanza, paste ed un bicchierino di rosolio ai novelli sposi, i quali, prima di entrare, dovevano fare questa breve consumazione.
Una volta terminati questi convenevoli, gli invitati entravano in casa; quelli che riuscivano a mettersi seduti, prendevano posto e gli altri o stavano in piedi o rimanevano fuori. Con il caldo che faceva, si stava sicuramente meglio fuori che dentro.
Peppino e Rosina erano entrati in casa anche se erano rimasti in piedi.
La fanciulla aspettava con impazienza che iniziassero a suonare perchè voleva ballare anche se non ne era capace; voleva imparare e, forse proprio per questo motivo, teneva Peppino stretto per un braccio quasi come se avesse paura che il cugino andasse a ballare con un’altra.
I suonatori erano tre: uno alla fisarmonica, uno al violino ed il terzo alla chitarra di accompagnamento; quando gli sposi, che dovevano aprire i balli, chiesero un valzer, essi prontamente attaccarono con il ballo richiesto.
Tra un nugolo di applausi ed uno sfavillare di confetti, gli sposi si portarono al centro della stanza ed iniziarono a ballare, seguiti subito da altre coppie di ballerini.
Rosina volle andare a ballare anche lei, impaziente com’era di imparare, ma Peppino la trattenne dicendole:
Quando ballano tutti, balliamo anche noi, così la gente non fa caso se sai ballare o meno.
Va bene. ‒ rispose Rosina rassegnata.
Fecero così un paio di balli, poi la piccola orchestra si fermò perchè c’era il giro delle paste e dei liquori.
Alcuni uomini portavano vassoi pieni di paste fatte in casa dal sapore molto dolce, altri, li seguivano con vassoi pieni di bicchierini colmi di rosolio, anche questo fatto in casa con alcool, zucchero e qualche colorante.
A mano mano che i bicchierini venivano vuotati, un altro uomo li riempiva perchè altri invitati li vuotassero.
A quei tempi la gente non aveva tanti scrupoli di igiene e così un bicchiere veniva riempito e svuotato per lo meno dieci volte senza che alcuno si schifasse di bere dove un altro aveva bevuto.
Finito il giro delle paste e del rosolio, si riprese a ballare; Rosina trascinò Peppino in mezzo alla calca delle persone che, come lei, avevano tanta voglia di ballare.
Peppino passò un braccio dietro le spalle della fanciulla e l’attirò a sè; mentre Rosina cercava di osservare il movimento dei piedi di Peppino che nell’oscurità non riusciva a vedere, il giovane le disse:
‒Se guardi i piedi, non imparerai mai; devi sentire me come ti porto e devi fare i passi che ti dico, quanti passi devi fare indietro o di fianco.
Rosina lo guardò un pò sorpresa, ma accennò di sì. Il giovane, sentendosi un pò padrone della situazione, strinse a sè Rosina un pò più del necessario e la spingeva e la tirava secondo il tempo del ballo che veniva eseguito.
La fanciulla seguiva mentalmente la musica e la gamba di Peppino che la spingeva a fare il passo giusto.
Nel valzer, Peppino spingeva molto la sua gamba fra quelle di Rosina con la scusa di far sentire i passi che la fanciulla doveva fare e che ignara faceva; nell’euforia del ballo sfiorava e stringeva il più possibile la bella cugina ed il contatto gli dava forza e vitalità.
Rosina si sentiva felice anche perchè, stando nelle braccia del cugino, provava una dolce sensazione come se fosse vicino a Benito; pensando a lui, si stringeva a Peppino ancora di più e, con pensieri diversi, entrambi provarono quanto fosse bello sentire il calore del corpo dell’altro sesso.
Peppino, appoggiando quasi la bocca all’orecchio di Rosina, le chiese: ‒ A cosa pensi?
‒ A Benito! ‒ fu la risposta pronta della fanciulla. Ella fece la stessa domanda al giovane che le rispose:
‒ A Benito, che avrà la fortuna di stringerti fra le braccia non solo ballando!
‒ Che fai ricominci! ‒ chiese ridendo Rosina.
‒ No, è che vorrei essere Benito!
‒ Va bene, ma ora balliamo! ‒ propose la fanciulla, la quale, cominciava ad essere turbata dalle parole di Peppino.
Un ballo dopo l’altro per un’intera serata, i due giovani ballarono sempre insieme.
Verso la fine della serata Rosina, che ballava discretamente, pregò Peppino di non stringere tanto perchè ormai i passi che doveva fare li aveva capiti.
Quando arrivarono, Luigi e Tonino, fatti gli auguri agli sposi, furono accompagnati a prendere delle paste e del rosolio.
Luigi andò a sedersi accanto alla moglie e il ragazzo andò vicino ai suonatori e rimase come incantato ad ammirare il suonatore di fisarmonica mentre operava sulle tastiere.
Peppino e Rosina ballavano ancora insieme e sembrava davvero che la bella fanciulla avesse imparato.
La festa volgeva ormai al termine; gli invitati salutavano gli sposi e, rinnovando loro gli auguri, andavano via uno dopo l’altro. Anche la famiglia Mannuzzi, con Luigi ed Elena già pronti, stava per andare via quando la madre della sposa fece notare ad Elena che non si era recata a vedere il letto nuziale. La donna chiese scusa alla sua amica e poi disse:
‒Chiamo Rosina e vengo!
Fece cenno alla figlia la quale le rispose con un cenno della testa facendole capire che al termine del ballo che stava facendo con Peppino si sarebbe recata da lei.
Infatti, appena il ballo finì, Rosina e Peppino, tenendosi per mano, andarono verso la signora Elena che li portò entrambi, accompagnata dalla madre della sposa, verso la camera da letto degli sposi.
Entrarono nella camera come se stessero entrando in un luogo sacro quasi in punta di piedi ed avvertirono un piacevole profumo di fresco e di pulito.
Il letto nuziale era molto bello, situato al centro della parete frontale all’ingresso sulla quale spiccava un’immagine sacra, quasi come protezione per la nascente famiglia.
Sul letto una, copertina rosa con fiori celesti ricamati a mano dalla stessa sposa: al centro un cuore disegnato con confetti bianchi che risaltava sul colore rosa della copertina leggera e sotto di esso, magistralmente disegnato da mano esperta, vi era la scritta augurale di «Perenne Felicità».
Tutto in quella stanza dava la sensazione della purezza dei giovani sposi che, sicuramente, si sarebbero amati in modo completo per la prima volta quella notte, con la benedizione dell’immagine sacra che sormontava la testata del letto matrimoniale.
Peppino, sott’occhio, osservava attentamente Rosina che, a bocca aperta, guardava tutto ma, sopra ogni cosa, il letto, soffermando lo sguardo sul disegno con i confetti che vi era al centro.
Peppino si avvicinò alla cugina e sottovoce le sussurò;
‒Deve essere bello arrivare puri a quel letto!
‒ Certo che è bello! ‒ disse Rosina un pò turbata ‒ Ma come fanno a sapere i genitori se i giovani sposi sono veramente puri?
‒ Beh, forse sanno che non sono andati sotto siepi ombrose con la sabbia fresca! ‒ rispose Peppino con ironia.
Uno sguardo feroce all’indirizzo del cugino che rispose con un sorriso;
‒Scherzavo, ti ho detto così solo per farti inquietare perchè quando ti arrabbi diventi meravigliosa.
Rosina a queste parole si calmò ma non credette che Peppino avesse scherzato perchè, oltretutto, era da un pò che la punzecchiava con quell’allusione sulla siepe ombrosa.
Uscirono dalla stanza e dopo aver salutato tutti, andarono via. Per strada, Luigi ed Elena seguivano Tonino che camminava avanti a tutti nella semioscurità e precedeva di qualche passo Rosina e Peppino che venivano dietro.
I due giovani non parlavano ma Peppino teneva Rosina per mano e gliela teneva molto forte quasi volesse farle sentire che la sua stretta non era tanto di protezione quanto di intenso amore.
Arrivati a casa, Tonino mostrò subito il rigogolo che aveva ucciso con il fucile del papà e Peppino, anche lui cacciatore, capì quanto fosse importante per il ragazzo, aver preso un uccello così grosso.
Chiusa la parentesi del matrimonio, la famiglia Mannuzzi riprese il lavoro abituale; Rosina, Peppino e Tonino si dedicarono nuovamente alla raccolta dei fichi.
Tutto procedeva bene e tra i due giovani, pur con gli scherzi ■un pò pesanti di Peppino, filava un buon accordo.
Un giorno, mentre stavano lavorando, si intese forte il canto del gabbiano. Rosina, guardando Peppino, disse sottovoce:
‒È lui!
Le fece cenno con la testa di andare e le disse: ‒Vai, non farlo aspettare!
La fanciulla non se lo fece ripetere due volte e si precipitò verso la grande siepe dove di sicuro Benito la stava aspettando. Rosina raggiunse Benito e i due giovani si abbracciarono; la fanciulla, accarezzando il bel volto abbronzato del suo amato si soffermò a conversare con lui e, fra l’altro gli disse:
‒ Lo sai che ora con noi c’è anche Peppino?
‒ Chi tuo cugino? ‒ chiese sorpreso il giovane marinaio.
Sì proprio lui! è venuto alcuni giorni fa; rimarrà con noi per più di un mese per aiutarci nel lavoro di raccolta dei fichi e poi toccherà a me andare in montagna ad aiutare i miei zii a raccogliere le olive e le castagne.
‒ Così starai per tre mesi insieme a Peppino. ‒ Disse con una lieve punta di gelosia Benito.
‒ Sei per caso geloso di mio cugino? ‒ Chiese sorridendo la bella campagnola.
‒ No, ma sai Peppino è un bel giovane e non è detto che non possa innamorarsi di te come lo sono io.
‒ Ma scherzi? Peppino è un ragazzo serio; anzi, vieni con me tanto lui sa che sei qui, sa tutto e sarà felice di salutarti.
‒ Se è per questo anch’io sarei felice di rivederlo dopo che tutto il paese ha parlato di lui come di un giovane forte e dai nervi d’acciaio.
‒ Ora non esagerare e non gli dire queste cose, altrimenti si monta la testa!
Così dicendo, Rosina prese per mano Benito e si avviò verso le piante di fichi dove Peppino da solo raccoglieva i frutti pensando a Rosina che stava, forse, raccogliendo frutti d’amore.
Quando Peppino vide i due giovani che si avvicinavano fra le stoppie di grano mietuto ebbe un colpo al cuore.
Rosina teneva per mano Benito che, accortosi della presenza di Peppino, gli si avvicinò sorridendo.
I due giovani si strinsero la mano con calore e amicizia e quasi inconsciamente ognuno dei due provò affetto e gelosia per l’altro.
Benito parlò per primo e disse:
‒Sono felice di rivederti anche perchè tutti mi hanno chiesto che ragazzo sei dopo la fantastica gara dell’albero della cuccagna.
Peppino lo ringraziò per gli apprezzamenti e a sua volta gli rispose:
‒ Anche tu hai fatto qualcosa di eccezionale nelle due gare alle quali hai partecipato.
‒ Sì, ma da me la gente se lo aspettava!
‒ Beh, ora basta con i complimenti ‒ intervenne Rosina ‒ sediamoci un pò all’ombra.
Si sedettero tutti e tre sul ciglio di un solco di grano mietuto e continuarono a parlare di molte cose.
Benito propose a Peppino di andare una sera sulla spiaggia a vedere come tiravano la «sciabica» portando naturalmente con sè Rosina; Peppino, a sua volta, lo invitò a casa sua in montagna durante la raccolta delle castagne.
‒ Mi sembra un pò lontano mentre tu, per venire a vedere come peschiamo, devi fare solo poche centinaia di metri per scendere sulla spiaggia.
‒ Hai ragione! ‒ disse Peppino ‒ Comunque, quando venite a pescare, faccelo sapere così io, Rosina e Tonino veniamo a vedervi.
Chiacchierarono ancora un pò, poi i tre giovani si divisero, Benito tornò alla spiaggia dov’erano i suoi compagni che asciugavano le reti mentre Peppino e Rosina ripresero il lavoro.
Passò del tempo. Una sera, al solito canto del «Gabbiano», Rosina capì che Benito era alla spiaggia e lo comunicò anche a Peppino.
Entrambi chiesero il permesso di recarsi alla spiaggia per assistere alla pesca che i marinai effettuavano tirando la rete direttamente da terra.
Per Peppino fu una novità tutto ciò che vide mentre Rosina guardava affascinata, al chiaro di luna, il suo giovane pescatore sempre attivo e bravo.
Tonino aveva portato ai pescatori un cesto pieno d’uva e volle darlo lui stesso al capopesca che era lo zio di Benito.
L’uomo ringraziò ed invitò il ragazzo a riempire il cesto con i pesci che avevano pescato e che erano nella «spasella».
Tonino rispose:
‒ Gradirei che i pesci me li prendesse Benito! ‒ curioso di vedere come il giovane infilava le mani fra i pesci messi nella grossa «spasella».
I pescatori stavano tirando a riva la rete per la seconda volta; Rosina e Peppino si precipitarono a vedere le ultime fasi della pesca con la sciabica.
Mentre il sacco [6] si avvicinava alla spiaggia, la rete si disponeva in semicerchio.
Benito era sul gozzo e seguiva il lento arrivo della rete alla spiaggia mentre gli altri pescatori, quattro per ogni lato, tiravano in secco la rete oon enorme fatica.
Un serpeggiare di scie argentate si notava nella rete e qualche cefalo trovava il modo di schizzare fuori dalla trappola mortale saltando con balzi repentini la rete e dileguandosi in mare aperto.
Su incitamento del capo‒pesca, gli uomini tirarono più velocemente la rete e così dopo poco, tutta la «sciabica» era in secco sulla spiaggia.
Nel «sacco» della rete, c’era molto pesce di varie specie e di varia grandezza che si dibatteva boccheggiante nell’agonia della morte.
Rosina si avvicinò di più e si chinò per aiutare i pescatori a togliere il pesce dalla rete e metterlo nella «spasella»; proprio in quel momento arrivò Benito che, saltato giù dal gozzo e arrivato di corsa verso coloro che stavano togliendo il pesce dalla rete, si rivolse alla fanciulla dicendole:
‒Non toccare i pesci; tra di essi ci sono anche le «Tracine»! Proprio in quel momento lo zio di Benito con una lampada a carburo che faceva una luce molto raccolta e molto bianca, rischiarava la scena veramente molto pittoresca.
Tra un’infinità di pesci grandi e piccoli che si dibattevano sempre più debolmente sulla spiaggia frammisti ad erbe marine ed alghe, Benito fece; notare alla fanciulla alcuni pesci che sembravano morti ma che non lo erano; erano le «Tracine», avevano il muso all’insù e boccheggiavano lentamente.
Il giovane pescatore, toccandone uno, fece rilevare agli inesperti amici cosa succedeva quando si toccava una «Tracina»: il pesce apriva le branchie e, sia alla fine di esse che sul dorso, alzava una specie di spina nera, molto dura e velenosa, la cui puntura era molto dolorosa.
‒Come quella di Tonino! ‒ concluse Rosina.
Con un lieve cenno della testa, Benito le fece capire che era meglio che suo zio non sapesse della faccenda altrimenti avrebbe dovuto dargli troppe spiegazioni e, rivolto a Tonino, disse:
‒Prendi il cesto che ci mettiamo dentro i pesci.
‒Li prendi tu! ‒ disse il ragazzo un pò concitato. Benito ridendo prese tutti i pesci più belli escluse le tracine; precisò, però, che quei pesci pur essendo brutti, erano squisiti una volta fatti in padella.
Peppino, Rosina e Tonino ringraziarono i pescatori e si allontanarono verso casa felici di aver assistito alla pesca con la «sciabica».
Passato il tempo della raccolta dei fichi e della vendemmia, era passato anche quello che, di solito, Peppino trascorreva a casa degli zii Mannuzzi.
Il giovane, tornò così al suo paesello abbarbicato sul Monte Stella.
Gli rimaneva, nel cuore il ricordo di tante belle giornate, in quel mese o poco più trascorso con la cugina e riusciva a vederle tutte nella sua mente come se le stesse rivivendo per un’ennesima volta.
Ripensava alla bella cugina quando gli faceva le confidenze sul suo amore per il giovane marinaio, alla raccolta dei fichi che gli aveva permesso di stare spesso insieme a Rosina, all’imbarazzante episodio del suo sguardo impudico sui piccoli seni bianchi della cugina, alla vergogna provata successivamente per quella sua sbirciata sfrontata, alla partecipazione alla festa matrimoniale che gli aveva permesso di ballare per un’intera serata con la cugina e, con la scusa d’insegnarle a ballare, di stringerla a sè per sentire la dolcezza e la morbidezza delle linee ben fatte della ragazza sul suo corpo.
Ora dagli alberi sparsi sulla montagna, raccoglieva le olive insieme alla madre ed al padre, senza mai parlare. I genitori avevano notato questo silenzio del figlio e ad un certo punto la mamma gliene chiese il motivo.
Peppino ebbe l’ardire di rispondere che era l’abitudine di parlare con Rosina e Tonino a farlo sentire molto solo.
‒Vedrai, ‒ replicò la madre comprendendo lo stato d’animo del figlio ‒ vedrai che domenica prossima verrà zia Elena e porterà anche Rosina e Tonino, lasciandoli qui per un mese come tutti gli altri anni!
Peppino tirò un forte sospiro. Era bello pensare che avrebbe presto rivisto Rosina e, senza riflettere, chiese a sua madre: ‒ Mamma, credi che quando Rosina si fidanzerà, zia Elena la farà ancora venire qui?
Ma è ancora troppo giovane per questo, poi si vedrà! Speriamo comunque che arrivino presto perchè quest’anno con tutte le olive e le castagne da raccogliere abbiamo tanto lavoro da fare.
Venne la domenica e, puntualmente come aveva detto sua madre, la zia Elena, Rosina e Tonino arrivarono a casa loro in campagna, poco fuori dal paese.
Rosina e Peppino si abbracciarono ed anche Tonino corse incontro al cugino e lo abbracciò. Peppino gli disse:
‒Se ti fermi qui ti informo che c’è una lepre che mio padre non è riuscito a prendere ma che noi due troveremo il sistema di uccidere con l’aiuto di Bricco (il cane da caccia di Peppino; molto bravo anche se, a prima vista, sembrava un pò tardo). Tonino rispose:
‒ Io devo andare a scuola e quindi mamma mi riporterà giù: comunque una della prossime domeniche tornerò con zia Fortunata e così potrò venire con te a prendere la lepre!
‒ Bravo! ‒ disse Peppino ‒ lo ti aspetterò!
La zia Elena si fermò giusto due giorni per raccogliere un pò di mele bianche e rosse, ed anche un pò di castagne.
La sera del giorno che la zia Elena e Tonino erano partiti, il papà di Peppino fece una specie di programma di lavoro per l’indomani e, rivolto alla moglie Emilia (era una donna molto laboriosa e molto attaccata al marito Antonio ed al figlio Peppino, di poco più di quarantanni, che la vita dura della montagna ed il lavoro avevano fatta invecchiare prima del tempo anche se, come viso, dimostrava più anni di quelli che aveva, il suo spirito ed il suo fisico di donna prosperosa la rendevano ancora una grande lavoratrice), disse:
‒Domani noi andremo giù al piano dove ci sono le olive da raccogliere e così, mentre tu raccogli le olive, io inizio a zappare la terra e seminare il grano e penso che ce ne vorrà per almeno un paio di settimane. Tu invece ‒ continuò rivolto a Peppino ‒ prenderai l’asino e con Rosina andrai sul colle, nel castagneto a raccogliere le castagne; raccoglierete anche le mele che un mese fa abbiamo messo sulla paglia sotto le piante stesse.
A Peppino non sembrava vero: due settimane da passare da solo insieme a Rosina sulla montagna! Guardando sott’occhio la fanciulla, il giovane notò anche sul suo viso un’espressione di gioia.
Peppino annuì con un cenno del capo, mentre la madre aggiunse:
‒Se non volete scendere giù durante il giorno, è bene che vi portiate su qualcosa da mangiare che possiamo preparare la sera precedente.
Peppino guardò Rosina e gli sembrò che l’idea piacesse anche alla cugina; allora disse:
‒Sì, forse è meglio. Così non perdiamo tempo a venire giù e a ritornare su!
L’indomani Peppino si alzò molto prima di Rosina, tirò fuori l’asino dalla stalla, gli mise il basto e vi gettò sopra quattro sacchi vuoti che sarebbero serviti per mettere le castagne raccolte durante il giorno: prese anche un paniere e l’attaccò al basto. Poi, rientrato in casa, andò a bussare alla porta della stanza dove tutti gli anni dormiva Rosina.
La giovane, ancora mezza assonnata, rispose: ‒Avanti!
Peppino entrò e la fanciulla, che non credeva fosse il cugino ma sua zia, rimase sorpresa anche perchè stava alzandosi dal letto e, nell’appoggiare i piedi per terra sopra una specie di tappeto fatto con pelle di pecora con la lana attaccata, le si era fermata molto più su delle ginocchia la grossa camicia da notte (che Peppino riconobbe subito per quella di sua madre), lasciando intravvedere due gambe meravigliose. Peppino strabuzzò gli occhi.
Povero Peppino! Sembrava quasi che la cugina lo facesse apposta ma non era così; erano le circostanze o la fatalità a creare situazioni imbarazzanti; mai Rosina avrebbe fatto di proposito una cosa del genere.
La fanciulla tirò giù fino sotto le ginocchia la camiciona della zia e, arrossendo, disse:
‒Non potevi dire che eri tu?
‒Scusami, credevo fossi già alzata! ‒ rispose Peppino imbarazzato e forse anche felice di scoprire un poco per volta il corpo giovane ed acerbo ma perfetto della bella cugina.
Peppino uscì dalla stanza dicendo:
‒L’asino è a posto, basta prendere la colazione e possiamo partire!
‒Dammi il tempo di lavarmi il viso ‒ rispose la cugina ‒ e sono da te! Dopo pochi minuti la fanciulla uscì di casa; trovò Peppino che la stava aspettando e vicino a lui l’asino che aveva sul basto tutto ciò che occorreva durante la giornata. Rosina domandò:
‒ Zio Antonio e zia Emilia dove sono?
‒ Al lavoro ‒ rispose Peppino con un bel sorriso.
‒Come siete mattinieri quest’anno! ‒ disse Rosina con una punta d’ironia nella voce.
Peppino non rispose, avviò l’asino per la via mulattiera che portava al castagneto sul colle; Rosina e Peppino seguirono dappresso l’animale che, conoscendo la strada, procedeva spedito e sicuro.
I due giovani non parlavano ma ogni tanto si guardavano come due persone che vogliono dirsi una cosa e non hanno il coraggio di iniziare a parlare.
Peppino si fermò ad aspettare Rosina che era rimasta un pò indietro. Appena gli fu vicino, la ragazza tirò fiato e aprì la bocca per respirare a pieni polmoni: aveva fatto fatica a camminare speditamente In salita e a seguire Peppino più abituato a camminare in montagna e non come lei in pianura.
Peppino appariva gioioso e felice; guardando l’affaticata cugina, le passò un braccio dietro la schiena, come per aiutarla a salire con minor fatica.
Rosina sorrise ed accettò volentieri l’aiuto del cugino che, a dire il vero, provava una sensazione piacevole nel tenere un braccio intomo al morbido corpo della cugina.
Tutti e due salivano lentamente per lo stretto viottolo e ogni tanto si guardavano in viso senza parlare.
Peppino provava per la cugina un senso d’immenso che gli allargava il cuore.
La fanciulla, forse pensando al suo Benito, aveva messo una sua mano su quella con la quale Peppino le cingeva la vita e gliela teneva stretta, come se avesse avuto paura che il giovane la ritirasse.
Peppino esagerò un pò nel tirare la giovane verso la sua spalla e nell’appoggiare il viso sui capelli di Rosina; ebbe anche la tentazione di deporvi un bacio, ma si trattenne.
La fanciulla allentò la stretta della mano con la quale teneva quella di Peppino e, fingendo indifferenza, si scostò da lui e passò avanti camminando più spedita.
Non parlò e neanche Peppino lo fece, ma tutti e due avevano capito il gioco che stavano giocando.
Rosina pensò a Benito: chissà dov’era! Anche Peppino pensò a Benito: lo ritenne in quel momento il più fortunato degli uomini, perchè era amato da una fanciulla meravigliosa; non provava odio nè gelosia, solo tanta invidia e sentiva aumentare in fondo al suo cuore la passione e l’amore per la bella cugina.
Per darsi un contegno, Rosina iniziò a cantarellare la sua canzone preferita: «Il marinaio». Peppino che la seguiva da vicino, le chiese:
‒Non ti sembra una stonatura cantare in montagna «Il marinaio»?
‒No! ‒ rispose seria la fanciulla ‒ Perchè è una stonatura cantare in un deserto una canzone che parla di neve?
Peppino sorrise e cominciò a fischiettare il motivo della canzone che Rosina stava cantando.
Arrivarono sul colle. L’asino stava già lì e brucava l’erba bagnata di rugiada; l’aria fresca e leggera del mattino allargava i polmoni dei due giovani. Intorno, le piante di castagno mandavano un profumo particolare; guardando verso le marine del Cilento si vedeva il mare nello squarcio di due colline lontane.
Tutto era bello intorno loro, tutto era natura! Le felci ingiallite mandavano un profumo diverso rispetto a quando erano verdi; il canto di un merlo, che richiamava un altro compagno poco lontano, allietava il silenzio del mattino come un canto d’amore.
Dei tordi volavano alti nel cielo terso e limpido mentre il sole, che stava affacciandosi al di sopra dell’alta montagna del Monte Stella, mandava bagliori spettacolari con colori variopinti e meravigliosi.
Idue giovani guardavano estasiati la natura che stava loro intorno, non parlavano perchè la salita aveva mozzato loro il respiro.
Rosina guardò con un sorriso comprensivo Peppino; questi, per manifestare quanto gradiva l’amabilità della cugina, le disse:
‒lo ti voglio tanto bene!
‒Anch’io, cugino! ‒ rispose ancora sorridendo la giovane ‒ Ma ora mettiamoci al lavoro altrimenti oggi non facciamo niente di buono.
Peppino andò verso l’asino, gli tolse il basto dal quale prese una fune che legò da un capo ad un albero e dall’altro alla cavezza dell’animale in modo che esso potesse pascolare in uno spazio abbastanza vasto senza potersi, però, allontanare.
Prese dal basto i sacchi e il paniere che sarebbero serviti per la raccolta delle castagne e si avviò verso la pianta più in alto del castagneto. I
Rosina lo seguì ed entrambi si fermarono sotto le piante dalle quali dovevano raccogliere le castagne. Peppino alzò la testa e disse:
‒ I ricci sono aperti e le castagne sono ancora dentro; bisogna battere i rami per farle cadere.
‒E come fai? Tu non hai portato la lunga «pertica» che tuo padre ha usato gli anni scorsi per battere da terra i rami carichi di marroni!
Peppino rise e disse:
‒Guarda come faccio io, invece!
Da alcune fascine di rami di castagno che stavano ammucchiate lì da chissà quanto tempo, ne tirò fuori uno della lunghezza di poco più di due mitri e si avvicinò ad una pianta di castagno di alto fusto.
Ilgiovane si fece il segno della croce, come chi deve affrontare un pericolo, poi disse a Rosina:
‒ Appena sarò fermo sul tronco, mi tirerai il bastone per battere i rami. ‒ Sputò fra le sue mani ed abbracciandosi al tronco liscio e senza rami per appigli iniziò a salire verso l’alto della pianta.
Solo allora Rosina capì perchè Peppino era stato tanto bravo ad arrampicarsi sull’albero della cuccagna; chissà quante volte l’anno faceva quell’esercizio ed era quindi molto più facile per lui salire sull’albero perchè conosceva tutti gli accorgimenti necessari.
Due minuti dopo Peppino era già sulla biforcazione del tronco, a circa sei, sette metri da terra; fece cenno a Rosina di tirargli il ramo di castagno lungo circa due metri che egli aveva prima preparato. La fanciulla glielo tirò e Peppino allungò un braccio e lo afferrò al volo ringraziando la cugina con un sorriso.
Riprese a salire; appariva e spariva in mezzo ai rami come uno scoiattolo, batteva e scuoteva con forza i rami carichi di ricci aperti e i marroni cadevano giù.
Peppino fece cenno a Rosina di non andare a raccoglierli perchè i marroni grossi potevano farle male se le fossero caduti in testa.
Rosina guardava ed ammirava l’agilità di quella specie di scoiattolo che era Peppino; pensando che il cugino era bravo sugli alberi quanto Benito lo era in mare, si sentì fiera di avere un fidanzato re del mare ed un cugino re della montagna.
Senza dire parola, prese il paniere e si mise a raccogliere i marroni che Peppino aveva fatto cadere giù dalla prima pianta.
Il giovane fece di seguito la battitura di ben cinque alberi e verso mezzogiorno, giudicando che essi bastavano per la raccolta della giornata, scese dall’albero sul quale si trovava e andò verso Rosina, la quale, aveva quasi finito di raccogliere le castagne della prima pianta riempiendo quasi pieno un sacco.
‒Per ora basta! ‒ disse Peppino asciugandosi il sudore dalla fronte con una mano e si mise a sedere su una roccia proprio davanti alla cugina che stava china a raccogliere le castagne.
Anche Rosina smise di lavorare e disse:
‒Perchè non mangiamo? Così ti riposi un pò, riprenderemo dopo a raccogliere le castagne.
Il giovane assentì e prese il sacco dove aveva messo il cibo; i due cugini si misero a sedere sotto una pianta dalla quale si vedeva il sole ed un bel panorama e mangiarono quanto preparato la sera precedente.
I due giovani non parlavano; forse il gesto che Peppino aveva fatto la mattina durante il cammino per raggiungere il colle aveva dato a Rosina l’impressione che egli non le volesse un bene distaccato da semplice cugino, ma un bene più bramoso come quello di Benito e di ciò, la fanciulla era rimasta turbata.
Ella gli aveva sempre voluto bene; entrambi erano cresciuti insieme e si volevano bene come fratello e sorella, si capivano in tutto ed ora che Rosina aveva capito che Peppino provava per lei amore e desiderio ne era turbata anche se, come tutte le donne, era lusingata di piacere agli uomini.
Mentre mangiavano, si guardavano senza parlare, anche se stavano uno di fronte all’altro. Rosina, sospirando, chiese:
‒Peppino, perchè non mi vuoi più bene come una volta? Peppino fraintese la domanda e, mandando giù in fretta il boccone, rispose:
‒Ma io te ne voglio ancora di più!
‒Sì lo so! ‒ aggiunge Rosina ‒ Ma qualcosa sta cambiando ed io sento di avere quasi paura dei tuoi sentimenti ed anche di restare sola con te!
Peppino arrossì. Rosina aveva capito tutto ma non doveva avere paura perchè egli non avrebbe mai approfittato di lei, per nessuna ragione al mondo.
Posò il pane che aveva in mano, prese la mano di Rosina e abbassando lo sguardo, quasi vergognandosi per quello che stava dicendo, soggiunse:
‒Rosina, io ti voglio bene più di Benito, più di tua madre, più di tuo padre, più di tutti e se non fossi tuo cugino e tu lo volessi ti sposerei oggi stesso perchè il bene che io ti voglio è immenso, è grande come la montagna che ci circonda e soltanto al pensiero che tu un giorno sarai sposa di un altro per il vincolo di parentela che ci unisce, io odio il sangue che ci scorre nelle vene e che mi impedisce di sposarti.
Rosina lo guardò profondamente, poi con un sorriso di comprensione, mise la mano sulla mano di Peppino e gli disse:
‒Grazie per avermi detto queste cose, ora ti voglio ancora più bene ma un bene diverso da quello che sento per Benito e che tu forse hai frainteso; mi dispiace di darti una delusione ma per me sei più di un fratello e il sangue che ci lega ci impedisce di volerci il bene che tu vorresti.
Peppino non rispose, si sentiva distrutto; si alzò e andò verso l’albero sotto il quale dovevano riprendere il lavoro.
Nel frattempo, Rosina racchiuse in un tovagliolo gli avanzi del pranzo, li mise nel tronco secco di una pianta e si recò dal cugino che raccoglieva le castagne senza parlare.
Rosina e Peppino lavorarono per tutto il pomeriggio quasi senza parlare; le parole che si scambiarono non riguardavano l’argomento dei loro cuori ma quello del lavoro e quando la sera scesero a valle con il somaro carico di sacchi di castagne, il loro discorrere sembrava quello degli anni passati, di cose futili di ragazzi e non di problemi di persone adulte.
Nel cuore di Peppino, però, il fuoco dell’amore ardeva sempre più forte nonostante le parole di Rosina anche se il sangue che li legava allontanava le speranze di un loro futuro insieme.
Arrivarono a casa quando il sole era già tramontato e, mentre Peppino scaricava l’asino, Rosina entrò in casa dove trovò zia Emilia che aveva acceso il fuoco e si dava da fare per preparare la cena.
Poco dopo, rientrò anche Peppino insieme al padre che era arrivato in quel momento.
Il giovane, prese la bacinella che stava su un muricciolo addossato al muro di casa che di solito faceva da panchina per mettersi seduti, vi versò dell’acqua da una brocca di grosse dimensioni e si lavò le mani e il viso accaldato nonostante in montagna il fresco della sera di fine ottobre si facesse sentire; lo stesso fece il padre ed insieme rientrarono in casa seguiti dal cane Bricco che faceva le feste sia all’uno che all’altro.
Entrarono direttamente in cucina e si misero seduti davanti al fuoco, non perchè avessero freddo ma semplicemente perchè c’erano Emilia e Rosina indaffarate a cuocere la polenta, un piatto che andava per la maggiore nel Cilento in quei tempi di guerra e carestia.
Una pentola era sul fuoco; non stava agganciata alla catena e sospesa come alcuni usavano, ma posata sul « Treppete», un cerchio di ferro retto su tre piedi di ferro sporgenti al centro per reggere pentole e padelle di varie grandezze.
Zia Emilia, mentre con una mano reggeva la pentola, con l’altra manovrava un piccolo mattarello di legno «o Ruociolo» con il quale girava la farina che Rosina buttava nell’acqua bollente; la polenta diventavi sempre più densa fino a diventare una pasta omogenea che di tanto In tanto lasciava uscire degli sbuffi d’aria che profumavano la già pesante aria della fuligginosa cucina.
Peppino e suo padre si erano seduti su una panca di legno e parlavano della raccolta di quell’anno. Peppino diceva:
Quest’anno le castagne sono meravigliose e non sono punte! (voleva significare che dentro non c’erano vermi).
Anche le olive ‒ disse Antonio ‒ sono molto buone; peccato che dobbiamo portare all’ammasso tanta roba nostra!
Portare all’ammasso voleva dire darla allo Stato che, essendo in guerra, aveva bisogno di tutto: grano, olio e tutto ciò che la campagna produceva per distribuirlo, razionato, a tutti i cittadini.
Mentre le due donne badavano alla polenta, zia Emilia disse a Rosina:
‒Dopo aver mangiato la polenta, prendiamo un pò di alici dal vasetto vinto da Peppino alla festa del 15 agosto, ‒ e guardò suo figlio con compiacimento.
Emilia amava molto suo figlio, come tutte le madri del mondo d’altronde, ma gli voleva bene anche per il fatto che a soli diciotto anni, Peppino era già un uomo; a quell’epoca, uomini si diventava dopo sposati se si andava a vivere fuori famiglia.
Peppino era un giovane calmo, tranquillo, educato e scherzoso. I suoi capelli castani coronavano il suo viso un pò rosso come quello di tutti i montanari; aveva due occhi meravigliosi più neri dei capelli e tutta la sua presenza dimostrava la forza del suo corpo ben formato.
Come il padre, aveva la mania della caccia. Anche se il papà non voleva che il figlio prendesse la licenza di caccia per non distorglierlo dal lavoro, Peppino, più di una volta, aveva preso il lungo fucile ad avancarica di suo padre e nascondendolo sotto qualche cosa sul dorso dell’asino, si recava a caccia proprio dalla parte del castagneto sul colle.
Vi si recava quando i merli e i tordi diventavano stazionari; si costruiva una specie di capanna con frasche di ginestra ed appostato in essa, sparava agli uccelli che si recavano a beccare le bacche di mortella e di edera selvatica.
Quando rientrava a casa suo padre borbottava ma in cuor suo era contento che suo figlio ripeteva ciò che egli stesso aveva fatto ventanni prima.
Ora la famiglia, con la nipote in casa a dare una mano nella raccolta, si dava da fare prima dell’arrivo dell’inverno e così, quella sera dopo aver mangiato la consueta polenta, e chiacchierata un pò, il signor Antonio sì alzò da tavola e, dicendo:
‒ Buonanotte a tutti! ‒ se ne andò à dormire.
Mamma Emilia e Rosina sparecchiavano la tavola, mentre Peppino, prese da un armadio un grosso libro, il romanzo «I reali di Francia», si era messo a leggere.
Aveva avuto quel libro di circa ottocento pagine da suo nonno il quale, pur essendo analfabeta, lo aveva custodito gelosamente e ne conosceva il contenuto in ogni particolare che non aveva mancato di raccontare a figli e nipoti.
Il romanzo affascinava il giovane per le avventure, le guerre e gli amori dei protagonisti e così, ogni qual volta aveva un pò di tempo libero, ne leggeva qualche pagina: un pò per volta cercava di non finirlo presto perchè dopo non avrebbe avuto niente altro da leggere.
Il lume a petrolio che rischiarava la stanza era posto su di una specie di mensola di legno fissata al muro e Peppino, stando sotto al punto luce, leggeva ad alta voce.
Il romanzo piaceva molto anche alla madre la quale, non sapendo leggere, pregava suo figlio di leggerglielo.
Mentre leggeva, la voce di Peppino sembrava diversa; era senza l’accento impulsivo e scherzoso di sempre e Rosina, che non ascoltava il tono, si sentiva attratta dalla lettura.
Quando la signora Emilia se ne andava a letto perchè stanca, Peppino la sera successiva, prima di iniziare a leggere, le riassumeva in poche parole ciò che aveva letto nel resto della sera precedente.
Quella sera, quando la madre volle andare a letto, anche Rosina si alzò, forse anche lei stanca della faticosa giornata, salutò Peppino con un gesto e si ritirò in camera sua.
Peppino si alzò, prese il lume e se ne andò in cucina; riattizzò il fuoco e, con Bricco accanto che gli strofinava la testa vicino le gambe, riprese a bassa voce la lettura del suo romanzo.
Rosina dalla sua camera percepiva appena il bisbiglio delle parole che il giovane leggeva e, cercando di afferrarne il significato, si addormentò.
Il mattino seguente, quando la fanciulla si destò, sentì il cane di Peppino che abbaiava; aveva capito che il giovane voleva portarlo con sè.
Rosina si affacciò alla finestrella della camera dove dormiva e vide che fuori, sul piazzale di terra davanti casa, era tutto pronto; notò anche, che lungo il viottolo che scendeva verso il terreno a valle dove gli zii lavoravano, c’erano zio Antonio e, dietro di lui, zia Emilia, che aveva sulla testa una cesta dove, senz’altro, c’erano le cibarie per il giorno ed il grano da seminare.
Rosina guardò di nuovo giù e vide Bricco che faceva le feste a Peppino, seduto sul muricciolo accanto alla porta. Il cugino aspettava che ella scendesse.
La giovane fu sorpresa che nessuno l’avesse chiamata e in fretta si tolse il camicione da notte di sua zia e indossò i suoi vestiti.
Uscì di casa e, andando verso Peppino, lo salutò con un sorriso e gli chiese:
‒Come mai non sei venuto a bussare stamattina?
‒Avevo paura di vedere ancora le tue gambe! ‒ rispose Peppino con tono scherzoso.
‒ Che fai ricominci? ‒ chiese Rosina.
‒ No, stavo scherzando! ‒ rispose ancora Peppino mentre si alzava dal muricciolo.
La giovane prese la brocca per versare dell’acqua nella bacinella e si lavò il viso.
Rosina fu presto pronta. Dopo aver chiuso la porta, Peppino mise la chiave in un buco del muro nel quale i membri della famiglia conservavano la chiave quando nessuno restava in casa e partì per la nuova giornata di lavoro in montagna.
Bricco trotterellava davanti all’asino e saliva festoso verso il castagneto; dietro Peppino e Rosina procedevano di buon passo verso il colle.
I due giovani non camminavano affiancati come la mattina precedente; Rosina stava avanti ed il cugino dietro e parlottavano di lavoro e di piccole cose senza importanza.
Arrivato su, Peppino fece la stessa cosa del giorno prima; tolse il basto all’asino, legò l’animale e poi, aiutato da Rosina, si arrampicò velocemente su una pianta e con il bastone del giorno prima, che la cugina gli aveva passato, iniziò la battitura dei rami di castagno.
Aveva appena iniziato il lavoro, quando sentì l’abbaiare di Bricco proveniente dalla zona dove suo padre aveva detto che andava a pasturare una lepre che egli non era riuscito a prendere.
Attraverso i rami e le foglie del castagno dove stava, Peppino non riusciva a vedere il cane, pur vedendo dal posto dove stava tutto il fianco del colle.
Bricco sembrava impazzito mentre cercava, naso a terra, di trovare la pista giusta.
Poco dopo Peppino avvertì dal modo diverso dell’abbaiare di Bricco che la lepre era stata scovata; il giovane salì sul ramo più alto della pianta e da lì notò la direzione che aveva preso Bricco per inseguire la lepre.
La lepre era scattata in salita come di solito e Peppino notò prima le felci che si aprivano al suo passaggio e poi la coda bianca della lepre che sopravanzava il cane di trenta, quaranta metri. La lepre attraversò non a piena velocità un viottolo che stava sull’ultimo pianoro del colle e, scollinando dall’altra parte, scomparve nella sottostante macchia, vanamente inseguita da Bricco.
Rosina, incuriosita, chiese a Peppino, che era rimasto a contemplare la scena, cosa era quell’abbaiare di Bricco.
‒Era la lepre della quale mi ha parlato mio padre! Ora ho visto dove passa e, se sabato viene Tonino, domenica proverò a prenderla.
‒Sempre se la lepre lo permette! ‒ disse sorridendo Rosina.
‒Già questo è vero! ‒ rispose Peppino a voce alta mentre riprendeva a battere i rami degli alberi di castagno.
La giornata e tutta la settimana passarono così, i due cugini lavoravano e chiacchieravano insieme ma non accadde nulla di particolare nè i loro discorsi si riferirono ai loro sentimenti.
Il sabato mattina, alle prime luci dell’alba, i due giovani, si recarono in montagna.
In una settimana avevano raccolto quasi tutte le castagne; Peppino aspettava che tornasse Tonino con sua madre come promesso e, con lui, voleva preparare la trappola per la lepre che era quasi certo di poter prendere ora che aveva visto dove passava.
La settimana, a valle in casa di Rosina, era passata serenamente.
Tonino aspettava ansiosamente di tornare in montagna dove gli piaceva moltissimo stare.
Il ragazzo aveva visto Benito una sola volta e gli aveva detto che Rosina era su presso la famiglia di Peppino; il giovane marinaio già lo sapeva ma non lo fece capire a Tonino.
Benito gli aveva chiesto se andava a trovarli ed egli gli aveva risposto:
‒ Vado con zia Fortunata, perchè, dato che sabato viene un uomo ad ararci la terra con i buoi, mia madre non può venire.
‒ Senti ‒ aveva replicato Benito ‒ credi che Peppino si offenda se vengo anch'io su con voi?
‒ Peppino si offende?!? ‒ aveva detto Tonino con un sorriso ‒ Ma scherzi? Siete tanto amici e ne sarà contento!
‒ E tua zia, chissà se sarà d'accordo che io venga?! ‒ aveva considerato con preoccupazione Benito.
‒ Glielo dico io! ‒ aveva aggiunto risoluto il ragazzo ‒ E poi le dico che sono io a volere che tu venga con noi.
Benito, sorridendo felice di conoscere quel ragazzino così simpatico ed intelligente, senza ripensamento aveva concluso: ‒ Allora, sabato mattina vi aspetto sulla strada che passa fuori dal paese e che porta su in montagna.
Va bene! — aveva annuito Tonino ‒ Ma fatti trovare lì, altrimenti Zia Fortunata si arrabbia.
Il sabato mattina, non era ancora l'alba quando Benito era già sulla via che Tonino e sua zia dovevano percorrere; aveva detto ai suoi famigliari che andava fuori paese con amici e il padre, che lo considerava un ragazzo a posto, non gli aveva chiesto altro.
Arrivarono Tonino e sua zia. La signora Fortunata rispose al saluto di Benito molto cordialmente in modo da far capire che lo conosceva molto bene e Tonino, pur rimanendone sorpreso, non disse niente; non gliene importava di sapere come mai Benito conoscesse già sua zia.
Per strada chiacchierarono simpaticamente. Circa tre ore dopo, erano vicini al paese poco fuori dal quale abitava la famiglia Durazzi.
Benito, rivolto alla donna, disse:
‒ Signora, se Tonino sa dove Peppino raccoglie le castagne, forse è meglio che io e lui andiamo direttamente da lui. Non vorrei che i genitori di Peppino pensassero male; vedendomi, fra l'altro, mi potrebbero riconoscere.
‒ Va bene! — rispose la signora Fortunata ‒ Ma stasera in ogni caso devi passare di qui per tornare giù.
Non vi preoccupate per me, una volta salutati Peppino e Rosina, me ne torno giù, tanto la strada ora la conosco! ‒ disse Benito con sicurezza.
Va bene, fai come vuoi; ma non preoccuparti per mio cognato e mia sorella, sono persone a posto e potrebbero credere benissimo che tu sia venuto qui solo per salutare Peppino e basta!
‒ Perchè, cos'altro è venuto a fare? ‒ chiese il ragazzo incuriosito.
‒ A salutare Peppino e basta! ‒ rispose Benito sorridendo.
Erano arrivati vicino casa. La signora Fortunata, vedendo la porta chiusa, guardò verso la zona dove la famiglia Durazzi aveva l'oliveto e vide sua sorella china sotto una pianta di ulivo a raccogliere i frutti e, poco più giù, anche suo cognato che zappava. Capì come stava la situazione e rivolta a Benito e a Tonino disse:
‒ Mia sorella e suo marito sono giù che lavorano, mentre Peppino e Rosina saranno sicuramente su al castagneto a raccogliere castagne.
Mentre stavano così parlando, arrivò festosamente Bricco; il cane aveva prima abbaiato quando aveva visto persone avvicinarsi, ma, riconosciuti Tonino e sua zia, aveva smesso di abbaiare e, scodinzolando, si era avvicinato al ragazzo.
Da lontano Emilia riconobbe sua sorella e Tonino ma non riusciva a capire chi fosse quel giovane anche se le sembrò una persona conosciuta; notò che il ragazzo e il giovane avevano preso la via che portava alla montagna, mentre la sorella scendeva verso di lei.
Era dal mese di agosto che le due sorelle non si vedevano. Emilia andò incontro alla sorella e le due donne si abbracciarono. Antonio, rimasto dove stava zappando, aspettò che la cognata si recasse da lui.
Mentre le due donne percorrevano il tratto di strada che le separava da Antonio, Emilia chiese alla sorella chi era il giovane che era andato con Tonino verso la montagna.
‒ è Benito, il pescatore che ha vinto quelle due gare durante la festa di Ferragosto quando ha vinto anche Peppino. ‒ rispose prontamente Fortunata, aggiungendo ‒ Successivamente si sono visti molte volte mentre Peppino lavorava da Elena e tuo figlio lo ha invitato a venire qui in montagna. È andato a trovarlo con Tonino al castagneto perchè deve ritornare giù prima che faccia notte.
Intanto, Tonino e Benito, con Bricco che si era aggiunto a loro e che trotterellava davanti ai due, risalivano la montagna. Quando furono a poche centinaia di metri dal castagneto, Bricco partì di corsa per arrivare sul posto prima di Benito e Tonino.
In quel momento, senza che nessuno se lo aspettasse, nel silenzio della montagna rotto solo dal cinguettio delle capinere e dal richiamo di qualche ghiandaia, si levò il canto rauco del «Gabbiano».
Non era ancora spento l'eco dello strano canto, quando Rosina, saltando in piedi, con il cuore che gli balzava in gola, con voce strozzata dall'emozione, gridò: ‒ Benito! È Benito!
‒ Sì, è lui! — ripetè Peppino mentre un brivido di gelosia gli attraversava il corpo.
Peppino, posso andargli incontro? ‒ chiese con ardore Rosina.
‒ Certo! ‒ rispose il giovane ‒ Che c'è di male?!?
La fanciulla si precipitò lungo il viottolo che Benito e Tonino certamente stavano risalendo e quando in una curva vide correre solo Tonino, restò disorientata: il canto era quello di Benito, oppure l'aveva imparato anche Tonino?
Mentre pensava a ciò, vide, venti metri dietro il fratello, Benito che saliva senza alcuna fretta, guardandosi intorno.
Rosina ebbe per un attimo la tentazione di correre ad abbracciare il fratello che non l'aveva ancora notata ma poi ci ripensò e si nascose dietro una roccia a fianco della strada lasciando passare Tonino che, ignaro, correva dietro il cane.
Benito continuava a salire senza fretta: respirava a bocca aperta perchè era affaticato; la montagna non era piatta come il mare e tre ore e mezzo di cammino gli pesavano.
Respirò a pieni polmoni la profumata aria di montagna, mise le mani intorno alla bocca e stava per ripetere il canto del «Gabbiano» quando, da dietro la roccia a fianco della via, sbucò Rosina.
Il giovane pescatore rimase con il respiro a metà e farfugliò:
‒ Rosina, sei tu?!?
‒ Sì sono io! Non ti aspettavo quassù, ma sono contenta di riverderti ‒ disse lanciandosi senza vergogna fra le braccia del suo giovane gabbiano venuto in montagna.
I due giovani si abbracciarono; la roccia li nascondeva agli occhi di Peppino e Tonino e si scambiarono un lungo bacio che racchiudeva tutta la loro vita.
Benito chiese: ‒ Peppino dov'è?
È poco più su; ma vieni, sarà contento di vederti! ‒ rispose Rosina baciandolo ancora.
I due giovani proseguirono insieme l'ultimo tratto di via che li portava dov'era Peppino.
Questi stava dicendo a Tonino che lo aveva raggiunto che la sorella era scesa giù a prendere un sacco per mettervi le castagne. Mentiva per non fargli capire come veramente stavano le cose!
Da dietro la roccia erano apparsi i due giovani. Peppino vide Benito con il braccio alzato; rispose al saluto, mentre il suo cuore provava gelosia e invidia per l'amico che, pur essendo amato da sua cugina, egli non riusciva ad odiare. Forse intuiva che era per fatalità, e non certo per colpa di Benito, se egli non poteva sposare sua cugina che sentiva di amare più della sua vita.
Benito si avvicinò a Peppino e i due giovani si abbracciarono. Peppino sentì che nel suo cuore poteva esserci tutta l'invidia e la gelosia del mondo ma mai avrebbe potuto odiare quel giovane forte e leale, quale era Benito!
Si misero seduti su una roccia tutti e quattro e mentre Tonino si alzava di nuovo per prendere una brocca piena d'acqua per dissetarsi, Rosina chiese a Benito:
‒ Come mai sei venuto fin quassù? E mia madre cosa ha detto di te?
‒ Non sono venuto con tua madre, ma con tua zia... ‒ e Benito spiegò come erano andate le cose.
Peppino, vedendo Rosina al colmo della gioia per avere vicino Benito, fece ciò che ella mai si sarebbe aspettato; si alzò, prese Tonino per un braccio e gli disse:
‒ Vieni, ti faccio vedere come dobbiamo fare domani per prendere la lepre di cui mi ha parlato mio padre!
Peppino portò Tonino sul pianoro del colle e gli disse:
‒ La lepre passa di qua però bisogna che qualcuno tenga fermo Bricco finchè io non sono arrivato ad appostarmi!
‒ Questo qualcuno sarò io! ‒ disse Tonino con un sorriso.
‒ Sì, sarai tu e domani mattina dobbiamo essere sul posto prima che altri cacciatori arrivino per andare a caccia di beccacce, altrimenti spaventano la lepre e la fanno andar via prima che io mi sia appostato.
‒ Bene! ‒ rispose Tonino ‒ Saremo qui prima che faccia giorno e faremo la pelle alla lepre!
‒ Non essere tanto sicuro; questa deve essere una lepre con i denti neri.
‒ Con i denti neri? ‒ chiese con sorpresa Tonino ‒ E cosa vuol dire?
‒ Che i denti neri li hanno solo i vecchi e quindi questa è una lepre vecchia e perciò è anche furba e può darsi che domani passi da un'altra parte e non da quassù! ‒ disse con risolutezza Peppino.
Tonino lo guardò e poi disse:
‒ Io e Bricco te la manderemo qui e tu farai il resto!
Detto questo, Tonino e Peppino scesero verso il posto dove avevano lasciato i due giovani ma appena si affacciarono a vista della roccia dove essi erano rimasti seduti non li videro. Peppino provò una fitta di gelosia e si fermò dimostrandosi incerto: dov'erano Rosina e Benito?
Tonino guardò Peppino; il ragazzo non capiva il motivo della sua insicurezza e mentre Peppino cercava di inventare una scusa per rassicurarlo, si sentì chiaccherare un pò più giù, proprio sotto la pianta di castagno dove Rosina stava raccogliendo le castagne quando il canto del gabbiano aveva momentaneamente interrotto il suo lavoro.
Peppino ebbe un respiro di sollievo mentre Tonino scese di corsa giù seguito da Bricco che non lo lasciava un attimo.
‒ Eccoci qui! ‒ gridò Tonino vedendo Rosina e Benito che raccoglievano castagne uno vicino all'altra.
La sorella si girò verso il fratello sorridendo con quelle labbra rosse e meravigliose, forse appagate dall'arsura d'amore che le bruciava.
I tre giovani ed il ragazzo si misero a raccogliere castagne chiacchierando. Peppino chiese a Benito: ‒ Cosa te ne pare della montagna?
‒ Un paradiso! ‒ rispose il giovane pescatore ‒ Qui ti senti di stare più vicino a Dio e vedi che la natura non è creata dalla mano dell'uomo ma da Dio; in mare non sei mai sicuro di ciò che può accadere!
‒ Tu hai paura? ‒ chiese Rosina con curiosità.
‒ No, ma è per incoscienza che io non ho paura, il mare non ti perdona se sbagli!
‒ Perchè dici così? ‒ chiese Peppino ‒ Tu, nuoti così bene!
‒ Sì, ma non conta il saper nuotare quando ti trovi lontano da terra, quando il mare peggiora di minuto in minuto! ‒ Poi Benito aggiunse ‒ Pensa, proprio tre giorni fa un marinaio del paese s'è fatto male con una di quelle bombe che facciamo noi per prendere i pesci e gli hanno dovuto tagliare la mano che era tutta spappolata dallo scoppio della bomba.
Rosina lo guardò con preoccupazione e gli disse: ‒ Non andare più con tuo zio a lanciare bombe ai pesci!
Perchè? ‒ disse Benito ‒ Non si può fare a meno di lavorare. Come noi buttiamo le bombe, così Peppino, a quanto mi diceva Tonino, salta da un ramo all'altro delle piante; cosa pensi, che se cadesse di lì si farebbe meno male che con una bomba? No, Rosina! Ognuno di noi per fare il suo lavoro deve affrontare il pericolo; speriamo solo che a noi vada sempre bene!
Si era fatta, nel frattempo, l'ora di mangiare e Peppino disse:
‒ Oggi mangiamo insieme, così Benito potrà vedere che in montagna, dove l'aria è più leggera, si mangia meno che al mare.
‒ Eh sì! ‒ rispose Rosina ‒ Specie oggi che il mangiare di due deve bastare per quattro!
E Bricco cinque! ‒ concluse Tonino.
‒ Si sedettero al sole e mangiarono quello che Peppino e Rosina avevano portato per loro.
Parlarono di tante cose e poi, mentre Rosina bagnava dell'altro pane (quello duro che si ammorbidisce con l'acqua, come si usa da sempre nelle campagne del Cilento), Benito disse:
Giù in paese, hanno affisso un manifesto di chiamata alle armi; tutti i giovani di venti anni devono partire perchè in guerra c'è bisogno di altri soldati.
‒ Che poi saranno altri morti! ‒ aggiunse Peppino.
‒ Sì lo so, ma è la Patria che li chiama! ‒ replicò orgogliosamente Benito.
‒ Sì a morire! ‒ aggiunse ancora Peppino con tono più amaro.
‒ Ma vedi, da quello che ho sentito dire, pare che gli italiani siano andati in Africa per civilizzare e sviluppare zone e luoghi dove non sanno nemmeno che i cavoli e le patate si piantano! ‒ disse Benito.
‒ Sì, ma se invece di andare in Africa ad insegnare come si piantano patate a quelli che non le vogliono piantare, perchè non ce le fanno piantare qui dove siamo noi adesso e dove la terra è buonissima ma nessuno la zappa perchè non è rimasto alcuno di quei giovani che ne avevano la forza? In paese una gran parte dei quattrocento abitanti, tra giovani e padri di famiglia, sono in Africa o in altre parti del mondo, mentre le loro famiglie soffrono la fame perchè non hanno chi lavora per loro. Ragazzi di sei, sette anni, invece di andare a scuola devono raccogliere olive insieme agli anziani; e poi si deve dare al governo una parte dei già magri raccolti per sostenere coloro che sono stati mandati in paesi lontani per insegnare a piantare cavoli agli africani!
Peppino si fermò di parlare perchè si stava spazientendo e respirò profondamente.
‒ Hai ragione Peppino e ti dirò che ho più paura di te perchè se la guerra non finisce subito, la prossima chiamata sarà per me!
‒ Per te?!? ‒ aggiunse con spavento Rosina.
‒ Sì, per me! Ho quasi vent'anni e devo fare il militare!
‒ Speriamo allora, che la guerra finisca prima! ‒ aggiunse ancora Rosina che soffriva al solo pensiero che Benito dovesse andare militare e per di più in tempo di guerra.
Finito di mangiare, i tre giovani ed il ragazzo, si rimisero a raccogliere castagne fino a quando, qualche ora dopo, Benito guardando il cielo disse:
Ci sono ancora tre ore di sole ed è meglio che vada, altrimenti arrivo a casa che è buio e mia madre sta in pensiero per me.
Già te ne vai? ‒ chiese Rosina un pò rattristata: e prima che Benito potesse rispondere, Peppino rivolgendosi a Tonino, gli disse:
Senti Tonino, voglio farti vedere dove devi portare Bricco domani mattina quando veniamo su, dopo che io sono andato ad appostarmi sul pianoro del colle. ‒ E così dicendo, si avviò verso la zona poco distante, seguito da Tonino un pò sorpreso per il fatto che Peppino si fosse ricordato proprio in quel momento di quel particolare.
I due cugini si allontanarono, Rosina e Benito capirono che Peppino aveva operato di proposito per permettere loro di scambiarsi un dolce saluto.
Non appena Peppino e Tonino scomparvero alla loro vista, Benito si avvicinò a Rosina inginocchiata su un tappeto di foglie di castagno ingiallite. Benito le sfiorò la fronte con un bacio e la fanciulla gli disse:
‒ Benito ti voglio un mondo di bene; se partirai per la guerra, io pregherò per te affinchè tu ritorni presto da me, fra tutti noi!
Benito asciugò con la sua mano le due lacrime che scendevano sul viso roseo di Rosina e vi depose un bacio che gli venne ricambiato dalla giovane innamorata.
Si scambiarono carezze, dolci parole e tanti bacetti. Benito, alzatosi in piedi per vedere se tornavano Peppino e Tonino, li vide spuntare fuori dalla macchia di felci e ginestre poco lontano.
Benito salutò e ringraziò Peppino dicendogli:
‒ È bello vivere qui, si ha la sensazione di vivere a contatto con Dio in ogni momento!
I due giovani si strinsero la mano e si abbracciarono fraternamente. Rivolto a Rosina, Peppino disse:
‒ Metti in quel fazzolettone dove ci portiamo la roba da mangiare quante più castagne vi entrano e dàlle a Benito; non vorrei che sua madre, sapendo che è venuto in montagna, rimanesse male vedendo che suo figlio non le ha portato neanche una castagna! ‒ Benito cercò di rifiutare, ma la fanciulla spiegò per terra il fazzolettone e vi mise dentro un intero paniere di castagne.
Benito non protestò più e disse a Peppino:
‒ Poichè è già tardi, di certo non vedrò tuo padre e tua madre e ti prego di salutarmeli; e te, Tonino, dico che quando verremo sulla spiaggia ad asciugare le reti ti porterò il fazzolettone e i ringraziamenti di mia madre.
Peppino strinse ancora la mano di Benito e lo stesso fece Tonino. Anche Rosina avrebbe voluto abbracciare il giovane, ma si astenne dal farlo perchè c'era Tonino che non sapeva della loro relazione.
Il giovane pescatore, salutando ad alta voce, iniziò a scendere in direzione del paese per proseguire verso la marina del «Cilento» dove la mamma l'aspettava con apprensione.
Più volte, mentre camminava, si voltò per rivedere Rosina e la notò benissimo nel verde della montagna con il suo maglione rosso e il fazzoletto bianco legato dietro la nuca che faceva contrasto con le sue due belle trecce di capelli neri.
Il giovane la salutò ancora con un gesto e poi, appoggiando la sua mano alla bocca, ripetè il canto del gabbiano la cui eco si andò perdendo nella montagna, tra valloni e colli.
Venuta la sera anche i tre cugini scesero dalla montagna con l'asino carico di castagne; quando arrivarono a casa, trovarono zia Fortunata che li attendeva e che si allarmò non vedendo con loro Benito.
Peppino abbracciò la zia e le disse a mezza voce:
‒ Benito è ritornato al paese e, per non fare tardi, non è passato a salutarvi.
Zia Fortunata ci rimase un pò male ma Rosina le fece capire che Benito si era vergognato di presentarsi agli zii, perciò aveva preferito andarsene.
La sera parlarono di molte cose. Peppino, rivolto a Tonino, gli disse:
‒ Allora, domani mattina andiamo molto presto, così studiamo bene cosa fare e tu porterai legato Bricco fino a quando non sentirai il mio fischio.
Rosina non intervenne, quelle erano cose da uomini e lei, di maschile, aveva nella mente solo il nome di Benito.
L'indomani mattina, quando mancava poco più di un'ora all'alba, Peppino svegliò Tonino il quale saltò giù dal letto e, senza nemmeno lavarsi il viso, indossò camicia, pantaloni e sandali e disse:
‒ Sono pronto, possiamo anche andare!
Peppino staccò dal muro il fucile del padre. Era un fucile ad avancarica ancora in buono stato che funzionava anche bene; la sera prima, il padre di Peppino l'aveva caricato a panettoni come di solito faceva quando andava a caccia alla lepre o alla volpe.
Uscito fuori, Peppino andò nella stalla, accese un fiammifero e con esso una lanterna ad olio appesa dietro la porta; prese il basto che era in un angolo e lo mise addosso all'asino mentre Tonino guardava e si chiedeva a cosa servisse tutto questo.
‒ Sai ‒ disse Peppino ‒ io non ho la licenza e quindi non posso portare il fucile.
‒ E lo fai portare all'asino che ha la licenza! ‒ disse Tonino ridendo forte.
‒ Non fare lo spiritoso! Lo metto sull'asino nascosto in un sacco, così, se incontriamo qualcuno, questi pensa che andiamo a raccogliere castagne.
I due giovani uscirono dalla stalla. Peppino fece montare sull'asino l'irrequieto cugino ed entrambi si avviarono verso la montagna che si stagliava scura e nitida nel cielo stellato e limpido del mattino che stava per arrivare.
Nonostante il buio, proseguirono per la via abbastanza spediti e, quando arrivarono sul posto dove dovevano dividersi, Peppino tolse il fucile dal sacco e, legato l'asino ad un tronco d'albero in modo che potesse pascolare, rivolto a Tonino disse:
‒ Adesso tieni fermo Bricco finchè arrivo sul colle e, quando senti il mio fischio, vai al punto dove ti ho detto ieri e lascia andare Bricco che sa cosa deve fare.
Va bene! — rispose Tonino a bassa voce, mentre Peppino, senza dire altro, mise il fucile a tracolla e s'incamminò.
L'ultimo tratto di salita lo fece piuttosto in fretta; aveva paura che Tonino lasciasse scappare Bricco prima che egli fosse arrivato sul punto dove doveva appostarsi.
Quando fu sul pianoro dove si doveva fermare, una ventata di aria fresca gli venne dal lato opposto della montagna: nel cielo ormai le stelle impallidivano ed un chiarore che man mano aumentava ad est avvisava che il sole stava per sorgere.
Era bello stare sulla montagna a quell'ora! Benito aveva detto bene il giorno prima quando aveva rilevato che si poteva pensare di essere a contatto con Dio.
Intorno si sentiva, infatti, la natura ridestarsi al nuovo giorno e Peppino, respirando a pieni polmoni l'aria limpida e fresca, si sentiva rinascere.
Guardò ancora d est; il sole non poteva tardare a sorgere. Ormai il colore rosso violaceo del cielo sull'azzurro cupo delle montagne, stagliate nettamente su di esso, dimostrava che l'alba con la sua luce chiara era veramente vicina.
Due, tre tordi passarono velocemente a volo radente, quasi sfiorando il viso del giovane e si tuffarono nella macchia scura alle spalle di Peppino. Questi si guardò ancora un pò intorno, poi portò due dita alla bocca ed emise un lungo fischio: era il segnale per Tonino.
Un attimo dopo il ragazzo lasciò andare Bricco, il quale, come se sapesse veramente cosa doveva fare, mise il naso a terra ed iniziò a girare in cerca di ciò che sapeva.
Il cane girava sempre più a largo intorno al ragazzo; avvolto nella luce incerta del mattino, Tonino lo perdeva di vista ma, subito dopo, risentiva Il rumore ed il fruscio fatti dal cane mentre cercava tra la sterpaglia una pista recente dell'orecchiuta bestia.
Ad un tratto Bricco cominciò a mugolare: il cane aveva trovato una pista recente, sicuramente della notte che stava cedendo il posto al giorno. Bricco continuò a cercare e a mugolare, incoraggiato da Tonino che gli si era messo dietro senza perderlo di vista.
Peppino, sulla montagna più in alto, sentiva appena il mugolare di Bricco e sapeva che, fra non molto, il cane sarebbe esploso in un abbaiare furioso per la levata della lepre.
Il giovane aveva alzato i cani del fucile e tormentava il grilletto nell'attesa dell'arrivo della lepre.
L'abbaiare fragoroso riempì l'aria silenziosa: Bricco aveva scovato la lepre, ora c'era solo da sperare che l'orecchiuta bestia si recasse all'appuntamento con la morte.
Due ghiandaie spaventate arrivarono verso Peppino e si posarono sui rami di un pero selvatico, stridendo come se il cane ce l'avesse con loro; una di esse, a pochi metri da Peppino, arruffava le penne e strideva ancora più forte. Peppino, che alle ghiandaie aveva sempre sparato, ebbe una mezza voglia di ucciderle ma poi pensò a come ci sarebbe rimasto male Tonino se non avesse sparato alla lepre e vi rinunciò.
I due uccelli si alzarono in volo e si tuffarono di nuovo nella macchia. Bricco aumentava l'intensità del suo abbaiare, segno che la lepre gli era davanti e la sua canizza voleva significare che era all'inseguimento della preda.
Il suo abbaiare faceva pensare che il cane si allontanasse e si riavvicinasse a Peppino. Era molto strano; la lepre solo quattro giorni prima aveva imboccato a velocità sostenuta il viottolo che portava sul pianoro dove Peppino era appostato. Ora, invece, sembrava che se ne andasse in giro per la montagna portando a spasso Bricco, ma il giovane cacciatore sapeva benissimo che la lepre prima o poi avrebbe imboccato il viottolo che l'avrebbe portata da lui.
Improvvisamente il cane cambiò direzione: dal suo abbaiare si sentiva che si avvicinava verso Peppino. Questi, ormai certo che la lepre sarebbe spuntata da un momento all'altro, stava in attesa con il fucile puntato e con i nervi tesi.
Senza udire alcun rumore, vide la lepre trotterellare nella sua direzione. Sembrava non avesse fretta; Bricco era ancora a circa cento metri mentre l'animale inseguito, che si sentiva sicuro, se la prendeva con comodo perchè chissà quante volte aveva seminato i cani su per la montagna.
La furba lepre era a circa quaranta metri dal luogo di appostamento di Peppino e camminava senza fretta per il viottolo che portava proprio a lui.
Si fermò come a stimare se era sicura la distanza dal cane, poi riprese tranquillamente il suo cammino.
Peppino, teso al massimo, era impaziente di sparare ma si astenne dal farlo ricordando le parole di suo padre di sapersi controllare sempre nei momenti in cui tutto sembrava semplice, perchè è proprio in quei momenti in cui si sbaglia facilmente.
La lepre gli era ormai sotto tiro ma aspettò ancora e quando essa giunse a non più di quindici metri il giovane, che già la teneva sotto mira, sparò. Un colpo forte, fragoroso nel silenzio della montagna mentre una leggera nube di fumo davanti al fucile gli impedì di vedere l'esito della fucilata.
Con il fucile ancora pronto nel caso non l'avesse presa, il giovane rimase in attesa del primo momento in cui il fumo si sarebbe dissolto; pochi secondi e la visuale fu di nuovo libera.
L'occhio esperto di Peppino notò fra l'erba la sagoma inconfondibile della lepre rimasta fulminata data la breve distanza di cui era stato sparato il colpo.
Peppino in due balzi le fu presso, la prese per le zampe posteriori e la alzò da terra.
«Quanto è grossa!» pensò e proprio in quel momento arrivò Bricco abbaiando. Il cane vedendo la lepre fra le mani di Peppino, smise di abbaiare e saltò addosso al padrone felice che con la sua collaborazione egli avesse preso la lepre.
Pochi istanti dopo, arrivò Tonino ansante per la corsa fatta in salita per arrivare sul posto. Vedendo il cugino che teneva la lepre per le zampe, diede un urlo di gioia per la felicità di constatare che la caccia fatta in tre aveva avuto esito del tutto positivo; andò di corsa ad abbracciare il cugino che, sorridendo, gli passò la lepre morta.
Tonino chiese a Peppino come si era svolta tutta la scena, ma il giovine tagliò corto dicendo:
‒ Torniamo a casa e lì ti spiegherò!
Sorridendo felice, Tonino cercava di tenere la lepre per le zampe come fosse un trofeo mentre camminava verso il posto dove avevano lasciato l'asino; ma l'animale era piuttosto pesante e andò a finire che la lepre veniva trascinata da Tonino con Bricco dietro che abbaiava festosamente.
Arrivarono all'asino, misero il fucile e la lepre nel sacco e ridiscesero verso il paese felici dell'esito della caccia.
Arrivati a casa, il papà di Peppino, che era un uomo all'antica ma che voleva molto bene al figlio, fu contento che il giovane avesse preso la lepre alla quale egli un paio di volte aveva tentato di fare la pelle senza esserci riuscito; anche la madre di Peppino ne fu contenta e così anche zia Fortunata e Rosina, vestite a festa e pronte per recarsi a messa nella chiesa del paese distante solo poche centinaia di metri.
Rosina andò vicino a Peppino e gli disse:
‒ Sei sempre il più bravo, cugino!
Peppino le rivolse uno sguardo che, oltre a ringraziarla, voleva esprimerle tutto il suo amore e la sua disperazione per non essere da lei contraccambiato.
A pranzo si parlò ancora della lepre; Rosina intervenne dicendo:
‒ Già dall'altro giorno Peppino era sicuro che oggi, con l'aiuto di Tonino, avrebbe preso la lepre e, come potete vedere, Peppino è sempre certo di ciò che dice e secondo me, è molto più bravo di tutti noi!
Il giovane sorrise arrossendo: Rosina non stava parlando solo della lepre, ma anche della sensibilità mostrata da Peppino quando il giorno avanti per due volte, aveva trovato il modo di lasciare soli lei e Benito e, pur soffrendo per questo, era contento perchè la cugina avesse la felicità a lui negata.
Il giorno dopo zia Fortunata e Tonino ripresero la via del ritorno e nella cesta, che la zia portava in testa, oltre alle castagne e alle mele rosse, c'era anche metà della lepre che zia Emilia aveva regalato alle sorelle Elena e Fortunata.
Quel giorno sulla montagna, Peppino e Rosina sembravano entrambi felici; uno perchè aveva preso la grossa lepre, l'altra perchè aveva ricevuto l'inaspettata visita dì Benito al quale ormai si sentiva legata per la vita.
I due giovani parlarono meno degli altri giorni. All'ora del pranzo, mentre era seduta al sole con le spalle appoggiate ad una roccia che la teneva al caldo della pur fredda giornata, Rosina distrattamente aveva lè gambe scoperte. Accortasi di questo Peppino che gliele guardava, fingendo indifferenza, tirò giù la gonna; Peppino, con voce un pò canzonatoria disse:
‒ Volevo vedere se al posto mio c'era Benito, se tiravi giù la gonna! Rosina arrossì, ma prontamente rispose:
‒ Guarda Peppino che io e Benito, non facciamo mai niente di male quando stiamo insieme!
Lo so ‒ disse il giovane ‒ ma devo dirti che sabato vi ho visti abbracciati dietro la roccia che sta più giù sulla via,
‒ Beh, e che vuol dire? ‒ chiese Rosina ‒ È forse peccato abbracciare il fidanzato?
‒ Il fidanzato? Ma se nessuno ti ha ancora dato il permesso di niente, e tu dici «il fidanzato»?!?
‒ Sì il fidanzato! ‒ proseguì senza tema di smentita la fanciulla ‒ Devi sapere che se dico «sposerò Benito», lo sposerò sicuramente e questo potrà impedirmelo soltanto Dio!
Peppino capiva che l'amore di Rosina era veramente di una forza rara in una donna ed aggiunse:
‒ Spero che mi inviterai al tuo matrimonio quando ti sposerai!
‒ Ma certo che ti inviterò, sei l'uomo a cui voglio più bene, dopo Benito! ‒ e chinandosi verso Peppino, lo baciò sulla guancia.
Il giovane rimase di gesso; era la prima volta che Rosina si dimostrava così amorevole con lui. Ebbe l'istinto di abbracciarla, ma si trattenne pensando alle conseguenze pur soffrendo moltissimo in fondo all'anima per il suo amore non corrisposto.
I due giovani ripresero con lena il lavoro ed a sera, a lavoro ultimato, avevano finito del tutto di raccogliere le castagne.
Caricati quattro sacchi pieni sull'asino che faceva molta fatica a portarli, scesero verso il paese per rientrare alla loro casa poco distante dall'abitato.
Rosina dava il braccio a Peppino il quale, nonostante avesse appreso dalle parole di Rosina quanto era forte l'amore per il giovane Benito, si sentiva felice e cominciava a farsene una ragione e quindi gioiva alle piccole cose che la cugina gli concedeva.
Arrivarono a casa; dopo aver scaricato l'asino e averlo portato nella stalla, Peppino raggiunse Rosina che stava già con zia Emilia in cucina a preparare la cena. Quando rientrò anche suo padre, il capo‒famiglia, si misero a tavola e cenarono parlando della raccolta delle castagne ormai finita e di tante altre cose.
Ora toccava raccogliere le mele, dopo di che c'era da aiutare mamma Emilia nella raccolta delle olive e così, anche per quell'anno, la raccolta poteva dirsi terminata.
Durante la cena si parlò anche di un matrimonio che si celebrava la domenica pomeriggio. Mamma Emilia disse a Peppino:
‒ Perchè non andate tu e Rosina che siete giovani e potete divertirvi? Io e tuo padre ormai non troviamo niente di divertente in una festa di matrimonio!
‒ Beh, veramente a me piace ancora andare! ‒ replicò il marito Perchè è anche un modo come un altro per rivederci tutti, visto che si lavora tutti i giorni e che la sera non si esce mai. La domenica è il solo giorno in cui ci si può vedere davanti la chiesa dopo la messa e se c'è un matrimonio; e poi, a me piace andare perchè mi piace cantare le canzoni «Cilentane» che sono sempre state la mia passione.
‒ Va bene ‒ disse Emilia ‒ vuol dire che la sera andremo anche noi! Finita la cena, mamma Emilia e Rosina sparecchiarono la tavola e misero a posto la cucina, mentre papà Antonio se ne tornò accanto al fuoco seguito da Bricco che non lo lasciava mai!
Peppino prese da una credenza il suo romanzo «I reali di Francia» ed iniziò a leggere ad alta voce dopo aver spiegato alla mamma quel poco che aveva letto alcune sere prima, quando lei stanca se ne era andata a letto.
Rosina seguiva la trama del romanzo ma, più che la lettura del libro, seguiva con interesse il modo di leggere del cugino: sembrava che i dialoghi fossero fatti da persone diverse e faceva in modo che la madre capisse chiaramente ciò che egli leggeva.
Rosina pensava a Benito mentre gli occhi seguivano i lineamenti perfetti del giovane cugino e sognava ad occhi aperti l'amore di Benito.
Passò una settimana. Nel pomeriggio della domenica Peppino e Rosina, vestiti con gli abiti della festa, si recarono al matrimonio entrambi ansiosi di ballare: Rosina perchè voleva imparare e Peppino per sentire la dolcezza del morbido corpo della bella cugina.
Forse per questi motivi sembrò loro che la funzione in Chiesa non avesse mai fine.
Finalmente gli sposi tornarono a casa per ricevere gli auguri da amici e conoscenti. Come di consueto furono offerti dolci, rosolio e vino, molto ben accettati dagli uomini forti e duri della montagna.
Una fisarmonica ed una chitarra iniziarono ad eseguire musiche per allietare i convenuti e gli sposi aprirono il ballo; Peppino e Rosina furono i primi ad unirsi alla coppia tanto era grande il loro desiderio di parteciparvi.
Peppino stringeva a sè la cugina che, presa dall'euforia, a sua volta si stringeva al giovane cugino, forse pensando a Benito.
Rosina aveva ormai imparato così bene a ballare, specialmente il valzer, che con Peppino sembrava facesse bella coppia con un sincronismo di movimenti proprio perfetti; il corpo fremente di Peppino che sentiva accanto al suo e che la portava ad accentuare la stretta, le faceva provare dolci sensazioni da toglierle il respiro.
I due giovani ballarono per tutta la serata sempre insieme; Peppino, ad un'ennesima offerta di liquori, ne porse alla cugina un bicchiere colmo dicendole: ‒ Bevilo che ti riscalda!
Rosina lo bevve e al successivo ballo si strinse al giovane ancora di più fino a farsi notare da una donna seduta vicino alla zia giunta nel frattempo. La donna chiese:
‒ Ma chi è quella sfacciata che balla con tuo figlio?
‒ È mia nipote ‒ rispose Emilia dandole uno sguardo di fuoco.
La donna capì di aver sbagliato e senza salutare si alzò e andò a sedersi da un'altra parte.
Quando Peppino e Rosina, finito il ballo, si recarono da mamma Emilia per salutarla, ella raccomandò ai due giovani:
‒ Non ballate troppo stretti che la gente mormora!
‒ Ma noi siamo cugini! ‒ rispose prontamente Rosina ‒ Può darsi che senza volerlo Peppino si sia avvicinato un pò di più a me.
Il giovane arrossì: lo aveva fatto apposta e come! Tuttavia chiese a sua madre chi era che aveva spettogolato e sua madre gli indicò la donna.
Al ballo successivo Rosina, senza chiedere a Peppino se volesse ballare o meno, gli andò fra le braccia.
Il giovane non la strinse a sè come aveva fatto nei balli precedenti, per cui la ragazza, un pò allegrotta per il liquore bevuto, glielo fece notare dicendogli:
‒ Ma ti fai comandare da un'estranea?
‒ No! Ma fai come me perchè dopo voglio chiedere qualche cosa a quella donna. ‒ rispose il cugino.
Rosina lo assecondò. Quando il ballo finì, volle il caso che i due giovani passassero proprio davanti alla donna. Peppino, fermatosi davanti a lei mentre teneva per mano la splendida fanciulla, rivolto alla donna che fingeva di non vederli, disse:
‒ Signora, abbiamo ballato a distanza regolare, stavolta? La donna risentita, rispose:
‒ A me cosa importa se vi stringete? La ragazza non è mica mia figlia!
‒ Già, sua figlia non è così bella! Non vede che non la invita nessuno. ‒ aggiunse Peppino con cattiveria guardando verso una ragazza seduta in disparte.
La donna stava per rispondergli male, ma Peppino non le dette tempo e, sempre tenendo per mano l'avvenente cugina, volse le spalle all'irata signora e si apprestò a partecipare al successivo ballo.
I due giovani, stretti l'uno all'altra ballando, ripassarono proprio davanti alla donna che lanciò verso di loro occhiate feroci. Rosina all'orecchio di Peppino, mormorò:
‒ Ti ringrazio per come hai tacitato quella donna e... ora ti darei un bacio, ma la gente ci guarda!
Me lo darai quando saremo soli! ‒ disse Peppino con uno sguardo carico di attesa.
Dall'esterno della casa, veniva il coro degli uomini, accompagnato da una chitarra e che riguardava le canzoni del «Cilento».
Gli uomini, tutti un pò avvinazzati, stavano alla luce di una lampada a carburo dall'odore tipico che solo quegli uomini che bevevano vino e cantavano allegramente non avvertivano.
Quando la festa finì, i due giovani salutarono gli sposi insieme a mamma Emilia e papà Antonio. Tutti tornarono a casa felici: Antonio perchè aveva trascorso una bella serata cantando con gli amici le sue canzoni «Cilentane», Emilia perchè aveva visto Rosina e Peppino felici suscitando l'invidia di qualcuno e Peppino e Rosina felici lo erano, ma ognuno a modo suo per i diversi sentimenti che l'uno sentiva per l'altro.
Il giorno dopo venne iniziata la raccolta delle mele; in pochi giorni i due giovani portarono a casa tutte le mele che stavano ammucchiate sotto gli alberi da più di un mese.
In quei pochi giorni, Rosina e Peppino parlarono quasi sempre del ballo della domenica precedente; a Peppino veniva sempre in mente di chiedere a Rosina il bacio offertogli durante la festa, ma si vergognava di farlo perchè pensava che la cugina avesse fatto quella promessa, perchè un pò confusa dal liquore bevuto e perchè infervorata dal ballo.
Il giovane la sfiorava con il suo corpo ad ogni occasione in modo da sembrare casuale così che, se Rosina lo avesse veramente desiderato, ella poteva cogliere l'occasione.
Ma l'ultimo giorno della permanenza in montagna, mentre i due cugini stavano seduti al sole a ridosso di una roccia per mangiare ciò che si erano portati da casa, il giovane prese una mano della cugina con un gesto abbastanza eloquente e le disse:
‒ Rosina, il bacio che mi avevi promesso al ballo, ti sei dimenticata di darmelo!
Rosina lo guardò, non era rimasta sorpresa e, avvicinando il suo viso a quello del cugino, gli sfiorò le labbra con un bacio.
Peppino ebbe la sensazione che il sole scottasse di più in quel momento, perchè un calore improvviso gli fece avvampare il viso mentre cercava di ricambiare il bacio della cugina con più sentimento ma Rosina, accarezzandogli il viso con la mano, si ritrasse.
Peppino, pur avvertendo ancora la dolcezza della carezza, ci rimase male; aveva sperato in qualche cosa di più ma la fanciulla che capiva l'amore di suo cugino, disse:
‒ Senti Peppino, tu sai che io ti voglio bene, ma il mio non è uguale al bene che tu vuoi a me quindi cerchiamo di non andare oltre perchè è già abbastanza riprovevole quello che abbiamo fatto.
‒ Ma dove sta scritto che due cugini non possono amarsi?
‒ Io non lo so! ‒ rispose Rosina ‒ Ma resta il fatto che tra noi c'è il vincolo del sangue che dobbiamo rispettare.
‒ Chiederò al prete! ‒ disse Peppino dopo un attimo di silenzio. ‒ Saprà cosa dirmi!
‒ Non occorre ‒ rispose prontamente Rosina ‒ io voglio bene a Benito ed è lui che sposerò!
Peppino abbassò il capo in segno di sconforto. Quanti sogni svanivano con quelle parole. Quanti dolci pensieri per un futuro diviso in due con la bella cugina in un mondo di felicità! Era stato bello illudersi quella sera al ballo quando aveva sentito il corpo fremente della giovane cugina ed aveva spasimato durante le notti ad occhi aperti nel buio.
Dopo le ultime parole della giovane, il sole era diventato freddo, novembre non dava calore, il gelo del cuore gli raffreddava l'anima.
Povero Peppino! Amava Rosina in modo vero ed intenso, mentre la fanciulla gli voleva un bene fraterno. Distrutto, si alzò e senza dire una parola se ne andò sotto una pianta di melo a raccogliere i frutti già ammucchiati e a metterli nel sacco che aveva con sè.
Prese una mela grossa e rossa, la guardò, come se fosse diversa dalle altre e vi passò l'altra mano sopra per pulirla. La mela diventò lucida e invitante come le guance polpose e rosse di Rosina; il giovane l'addentò con voracità scaricandovi il suo disappunto.
Con la bocca piena del frutto maturo, guardò verso la cugina che lo stava osservando. Allora il giovane sputò la polpa saporosa e disse gettando via anche il resto della mela che aveva in mano:
‒ Sei amara come mia cugina!
Rosina, che aveva seguito tutta la scena e sentito ciò che il giovane aveva detto, si alzò dal posto dove era seduta e andò verso Peppino inginocchiato davanti al mucchio di mele con le mani appoggiate sulle ginocchia mentre, per la prima volta, dai suoi occhi scendevano grosse lacrime d'amore impossibile.
Rosina gli andò vicino. Quanto tormento doveva avere nel cuore, ma le era impossibile amare Peppino perchè amava Benito con tutto il suo cuore; per confortarlo, pose le sue morbide mani sulle spalle del giovane senza dire una parola. Peppino vi mise le sue sopra e alzando il viso rigato dalle lacrime verso Rosina, le disse dolcemente:
‒ Perchè non mi vuoi bene?
‒ Sarebbe ingiusto dire «Ti voglio bene» e poi amare Benito. Tu sei per me più di un fratello ma non possiamo amarci e non voglio più crearti tanto dolore, appena finito questo lavoro, torno giù a casa mia così anche il tuo cuore avrà un pò di pace!
‒ No! ‒ replicò il giovane ‒ Non puoi andare via così!
‒ E.... e poi.... dobbiamo ancora raccogliere le olive!
Va bene! — disse Rosina accarezzando i capelli del giovane cugino innamorato. ‒ Però, promettimi che non parleremo più di queste cose!
Te lo prometto! ‒ rispose Peppino tirando un sospiro di sollievo che, nel contempo, esprimeva il suo sacrificio.
La sera a casa, dopo cena, per non far capire ai suoi genitori quale era il suo morale scosso per il chiarimento avuto con la bella Rosina, Peppino prese il romanzo «I reali di Francia» ed iniziò a leggere a voce alta in modo che anche la madre riuscisse ad ascoltare.
A quel punto del romanzo veniva narrata la storia di uno dei più noti discendenti dei Reali di Francia: Fioravanti, pronipote di Costantino imperatore di Roma. Il giovane re aveva problemi d'amore quasi simili a quelli sofferti da Peppino; la donna implorava il suo amore al quale egli, per ragioni di Stato e di religione, non poteva corrispondere. Mentre leggeva con emozione la sofferenza del re, s'immedesimò tanto da versare lacrime. Sua madre, accortasene, gli andò vicino, gli mise una mano sulla spalla e gli disse:
‒ Su Peppino, è solo un romanzo!
Ma il giovane non piangeva per la sorte del re, ma per i suoi sentimenti d'amore non corrisposti. Rosina nel vedere le lacrime che solcavano il viso scosso e compunto del cugino, ne sentiva e viveva il dramma racchiuso nel cuore.
La madre baciò sulla fronte il figlio che le sorrise quasi come un bambino, diede la buonanotte e se ne andò a letto dove il marito, stanco del lavoro della giornata, già dormiva.
Rosina assistette turbata alla scena inconsueta tra madre e figlio.
I due giovani rimasero soli. Peppino continuò a leggere ad alta voce mentre Rosina gli stava accanto, quasi rapita dalla lettura infantile ma perfetta del cugino.
Finito il capitolo iniziato, Peppino smise di leggere e, chiudendo il libro, disse:
‒ Continueremo domani sera!
‒ Perchè non continui ancora, questa sera non mi viene sonno! chiese Rosina.
Non posso, il mio cuore soffre troppo! Se vuoi, continua tu!
‒ No, a me piace sentire il tuo modo di leggere, sembra quasi di sentir parlare i personaggi.
Il giovane con il libro chiuso in mano, avvicinò il viso a quello della cugina e le sussurrò:
‒ Rosina tu mi fai impazzire!
Rosina si tirò indietro. Aveva paura che sua zia sentisse e a bassa voce commentò:
‒ Senti Peppino, forse è meglio che andiamo a letto.
‒ Nel tuo o nel mio? ‒ chiese prontamene il giovane con voce che a Rosina sembrò strana.
‒ Ognuno nel suo! ‒ disse risoluta la giovane.
Allora Peppino agguantò per un braccio la bella Rosina tirandola a sè e le diede un bacio frettoloso ma ardente che scosse la fanciulla facendole provare una sensazione dolce che la fece tremare.
Peppino la lasciò subito, aveva capito che aveva imboccato il sentiero dell'amore profano. Alzandosi, per rassicurare la fanciulla, disse:
‒ Va bene, andiamo a letto che domani ci tocca lavorare più di oggi! Rosina lo guardò con occhi ardenti; senza che lei stessa capisse cosa stava pensando, diede la buonanotte al cugino battendogli una mano sulla mano che egli teneva appoggiata sul tavolo sopra il libro chiuso.
Peppino non si scusò per il suo gesto verso la cugina, la quale non sembrava affatto contrariata.
Si salutarono di nuovo ed andarono a letto. Spento il lume, nella casa regnò il silenzio ma nel cuore dei due giovani sopravvennero pensieri contrastanti che ne impedirono il sonno.
Peppino sentiva la cugina sempre più lontana da lui mentre Rosina si passava le dita sulle labbra quasi avvertendo ancora la dolce sensazione del bacio di Peppino.
L'indomani, Peppino e Rosina erano a raccogliere le olive insieme alla mamma del giovane mentre Antonio zappava la terra per la semina del grano.
Peppino era su una pianta di ulivo e la «pecoliava» cioè staccava i frutti dai rami e li lasciava cadere giù affinchè le donne li raccogliessero. Questo lavoro, veniva fatto quando sotto le piante si doveva seminare il grano, in modo che dopo la semina non si andasse di nuovo a raccogliere le olive e si calpestasse il grano appena germogliato.
Il giovane sopra la pianta di ulivo, guardava la bella cugina ed ogni tanto, per ricordarle che egli era lì, le tirava delle olive che colpivano la fanciulla e le facevano alzare gli occhi verso di lui.
Peppino le sorrideva anche se la ragazza sembrava un pò contrariata; in realtà, nel guardare il cugino provava una sensazione strana fino a quel giorno mai provata. Fece cenno al giovane di smetterla e così la giornata passò tranquilla quasi come se i due giovani si detestassero.
A sera: la cena e a letto: il lavoro e la stanchezza si facevano sentire e così per una settimana i due giovani non ebbero più occasione di tornare sull'argomento che a Peppino stava tanto a cuore.
Finita anche la raccolta delle olive, Rosina manifestò il desiderio di tornare a casa. Peppino già pensava di accompagnare la fanciulla ed in cuor suo, sperava che per strada avrebbe avuto modo di parlare ancora dei suoi sentimenti, quando sua madre rivolta a Rosina, disse:
‒ Ti accompagno io così posso rivedere mia sorella e portarle un bel cesto di mele e castagne.
Sembrò che i due giovani fossero rimasti contrariati a questa offerta ma Peppino non rispose alla madre.
Il mattino successivo, di buon'ora, le due donne si apprestarono a partire. Rosina salutò il giovane cugino, lo abbracciò e baciò sulle guance, poi gli disse:
‒ Vieni giù anche tu a Natale che ammazziamo il maiale e passiamo qualche giorno insieme!
Peppino, che aveva sentito il suo cuore elettrizzarsi al leggero contatto con il corpo della fanciulla, le fece cenno di sì con la testa e, nell'apprestarsi ad aiutarla a caricare la cesta sulla testa, prendendole la mano, le disse a bassa voce:
‒ Ricordati che anche se non sono corrisposto, io ti voglio veramente bene forse più di quanto te ne vuole Benito! ‒ distolse lo sguardo dalla cugina per mandare giù un nodo che gli serrava la gola.
Rosina rimase turbata, e senza parlare, seguì la zia già sulla via che, attraversando il paese, portava alla strada maestra per la «marina del Cilento».
Peppino rimase a guardare le due donne fino a che non sparirono tra le prime case del paese. Aveva una stretta al cuore per la partenza del suo sogno proibito; ripensò ai giorni trascorsi con la bella cugina, al suo amore, alle dolci sensazioni, al bacio e a tutto ciò che si erano detti anche contrariandosi.
Mentre tutti questi pensieri si accavallavano nella sua mente, la tristezza pervase il suo cuore e due lacrime velarono i suoi occhi, scendendo calde sul suo viso come due gocce di rugiada.
Quando le due donne giunsero a casa di Rosina, era quasi mezzogiorno.
Il primo a correre loro incontro fu Lulù; il cane aveva riconosciuto Rosina ed abbaiava festosamente.
Vennero dai campi i genitori che l'abbracciarono affettuosamente; Rosina chiese di Tonino e la mamma rispose:
‒ Non è ancora tornato da scuola, ma fra non molto sarà qui!
Salirono in casa ed Elena, visto che era quasi mezzogiorno disse: ‒ Ora prepariamo da mangiare, avrete certamente fame!
Più tardi il pranzo fu pronto; tutti si misero a tavola ed iniziarono a mangiare chiacchierando del raccolto fatto in montagna, delle castagne e delle olive. Mentre parlavano si sentì che qualcuno saliva la scala che portava sul pianerottolo davanti casa: era Tonino che saliva di corsa festeggiato da Lulù.
Il ragazzo entrò in casa e nel vedere zia e Rosina esclamò:
‒ Rosina! Zia Emilia! Siete tornate! ‒ e corse ad abbracciare la sorella che si era alzata e gli era andata incontro.
Mentre erano abbracciati, Tonino le disse:
‒ Sai Rosina, ho visto Benito; si è dimenticato di portare il fazzolettone a quadri di zia Emilia che aveva portato via con le castagne.
Rosina arrossì: avrebbe voluto che quelle cose Tonino le avesse dette solo a lei, ma ormai il ragazzo aveva parlato. Mentre tutti sorridevano, Tonino continuò:
‒ Mi ha detto che lo avrebbe portato domani se viene ad asciugare le reti e che io devo andare a prenderlo!
‒ Va bene — rispose Rosina rinfrancata.
La zia Emilia aveva deciso di ripartire per la montagna la mattina dopo, ma Elena e l'altra sorella, Fortunata, che era venuta a salutarla, la convinsero ad andar via nel pomeriggio del giorno successivo: avevano preparato dei fichi a mostaccioli e dovevano passarli nel forno per farli abbrustolire un pò e fare acquistare un sapore più gustoso.
La mattina successiva, nella cesta di zia Emilia, un grosso pacco di fichi era pronto per essere portato in montagna.
Rosina era andata avanti e indietro per la casa mettendo in ordine i suoi effetti che non aveva toccato per un mese.
Tonino era andato a scuola in paese e, come tutte le mattine, era passato per la spiaggia.
Alcuni pescatori asciugavano le reti e fra di essi vi era anche Benito che, visto Tonino, lo chiamò e gli disse: Ho portato il fazzolettone a quadri di tua zia, vorrei mettervi del pesci ma tu dovresti tornare indietro e portarli a casa!
Non posso, è tardi! ‒ rispose il ragazzo ‒ Ma se ti affacci oltre la siepe, può darsi che vedi Rosina. Ieri è tornata dalla montagna, la chiami e glieli dai a lei.
Benito sentì un sussulto al cuore: Rosina era tornata e ora forse era da qualche parte in attesa di vederlo.
Il sole era già abbastanza alto nel cielo e la giornata dei primi giorni di novembre era piuttosto calda; i pescatori, a ridosso del gozzo con cui portavano la rete alla spiaggia, stavano chiacchierando di pesca. Benito girò dall'altra parte della barca, tirò fuori da sotto la prua il fazzolettone a quadri, lo aprì sulle tavole del pagliolo, prese una spasella di pesce che aveva messo sotto la barca prima senza che nessuno se ne accorgesse e la svuotò nel capiente fazzoletto.
Alici, sarde e vope erano parte della pesca della notte; richiuse il fazzoletto annodandolo di sopra e con quello in mano sì avviò a risalire la spiaggia verso le siepi che la delimitavano dai campi.
‒ Dove vai Benito? ‒ chiese un marinaio.
Il giovane si girò, guardò in viso il compagno e non rispose.
‒ Ormai l'uva è finita, è inutile che vai a cercare ancora!
‒ Non vado a rubare, vado a restituire questo! ‒ e alzò il fazzolettone traboccante di pesci.
‒ Chi te l'ha dato la fidanzata?
‒ Sono affari miei! ‒ rispose il giovane continuando ad andare avanti. Attraversata la siepe, lungo il viottolo attraverso il quale si accedeva alla campagna retrostante, il giovane si fermò; rimase un pò perplesso sul da farsi, poi portò una mano al lato della bocca ed emise uno strano grido: era il canto del gabbiano.
Rosina era in casa ma, avendo la finestra aperta, sentì e capì che era Benito; senza dire niente a nessuno, uscì di casa e si avviò a passo svelto verso il luogo dal quale era partito il richiamo.
Benito, che era sotto la grande siepe, l'aveva vista uscire di casa e dirigersi verso di lui.
Quando Rosina lo scorse, di corsa, incurante che qualcuno la stesse osservando, volò felice fra le braccia del giovane amato.
I due giovani si tennero stretti senza dire una parola: capivano senza parlare ciò che i loro cuori esternavano. Rosina, poi disse: Desideravo tanto vederti!
‒ Anch'io! ‒ aggiunse Benito e si abbandonarono ad un lungo bacio E Peppino come sta? ‒ chiese il giovane quando Rosina gli raccontò del suo soggiorno in montagna.
La fanciulla prima di rispondere fece un profondo respiro come per scaricarsi poi riprese dicendo:
‒ Bene, sta molto bene! L'ho lasciato un pò triste perchè dispiaciuto che io venivo via. Sai, è rimasto solo e non ha con chi andare a ballare.
‒ Perchè, tu sei andata a ballare con lui?
‒ Certo, io ora so ballare bene!
‒ Ma va ‒ disse Benito ‒ se tu stessa mi hai detto che non andavi mai a ballare perchè non ne eri capace!
‒ Sì, ma Peppino mi ha insegnato; non è difficile, basta seguire il tempo della musica!
‒ Mah! Per me, non ne capisco niente.
‒ È facile ti dico. Guarda, ora ti faccio vedere! ‒ disse la ragazza e avvicinandosi a Benito, gli prese la mano e lo portò dove c'era più spazio ‒ Passami un braccio dietro le spalle e segui il tempo con cui canto.
La fanciulla iniziò a cantare una canzone d'amore a bassa voce, a tempo di valzer e senza attendere, impose a Benito di fare alcuni passi dicendogli:
‒ Stringimi a te, è così che s'impara!
Benito attirò a sè Rosina ma solo per darle un bacio.
‒ No, non così! Queste cose le fanno tutti, è ballare che ti sembra difficile! — e riprese a cantarellare spingendo Benito per fargli fare i passi del valzer. Benito inciampò in una radice sporgente dal terreno e cadde all'indietro trascinandosi sopra la bella Rosina.
I due giovani erano caduti abbracciati e Benito, ridendo, disse:
‒ Stai così che è meglio del ballo!
‒ Tu sei matto! ‒ disse Rosina che, annaspando, cercava di rialzarsi.
Il giovane l'attirò a sè e la strinse al suo corpo provando dolci sensazioni.
Rosina si divincolò; voleva tanto bene a Benito ma non permetteva a nessuno di mancarle di rispetto. Alzatasi, lo prese per mano e lo tirò a sè baciandolo ancora con amore ma senza volgarità.
Benito si scusò, non voleva approfittare di lei. Sorridendo i due giovani si strinsero ancora e si abbracciarono dimenticando per un pò ciò che li circondava.
Rosina, consapevole di ciò che facevano, disse:
‒ È ora che torni a casa, non vorrei che mia madre e mio padre mi abbiano vista venire qui ed ora stiano pensando chissà cosa!
Va bene! ‒ rispose a malincuore Benito ‒ Prendi il fazzoletto di tua zia, vi ho messo dentro dei pesci per lei e per voi! ‒ e così dicendo prese da terra il fagotto e lo porse alla ragazza.
Rosina prese il fazzolettone e si avviò verso casa mentre Benito le diceva:
‒ Forse domani, se il tempo resta buono, saremo ancora qui! Rosina lo guardò ridendo e rispose: ‒ Se vieni, mi fai il tuo richiamo ed io verrò!
Quando arrivò a casa, trovò sua madre e sua zia che chiacchieravano di cose loro e nel vederla le chiesero:
Dove sei stata?
A prendere il fazzolettone di zia Emilia. Benito ha voluto per forza riempirlo di pesci pregandomi di farli avere al suo amico Peppino.
Mamma Elena e zia Emilia aprirono il fazzolettone e dissero:
‒ Ma sono tantissimi! ‒ Presero poi due grossi piatti di coccio e vi misero i pesci; zia Emilia propose alla sorella di dividerseli per non farli andare a male.
Così fecero, un pò li cucinarono per pranzo ed un piatto lo mandarono anche a zia Fortunata, la quale, fu felice del pensiero avuto nei suoi riguardi.
Nel pomeriggio, dopo pranzo, la zia Emilia salutò tutti e ripartì per il suo paesello abbarbicato sul Monte Stella.
Passò novembre e venne dicembre. A Natale Peppino e Rosina si rividero in occasione della festa che si faceva quando si ammazzava il maiale: le due famiglie passarono insieme, in allegria, due giorni facendo baldoria e mangiando a sazietà anche se, a causa della guerra, c'era scarsità di generi alimentari.
Venne la primavera. Rosina e Benito durante l'inverno si erano visti appena una volta a settimana quando Rosina si recava a messa insieme a zia Fortunata che era l'unica, oltre a Peppino, a sapere dell'amore che esisteva tra lei e il giovane pescatore.
Benito non era stato mai un assiduo partecipante alle messe festive ma ora vi si recava tutte le domeniche per vedere la sua bella Rosina.
All'uscita, passando per qualche via poco frequentata, zia Fortunata permetteva ai due giovani di scambiarsi qualche parola senza alcun gesto amoroso: non voleva grattacapi con suo cognato e sua sorella, ne aveva avuti troppi da giovane per motivi personali per volerne ancora a causa della nipote.
Qualche volta Benito si era recato sulla spiaggia; al richiamo del «Gabbiano», Rosina si era precipitata alla grande siepe per passare due minuti sul cuore del suo amore, ma era sempre troppo poco per i due giovani innamorati.
All'inizio della primavera, avvenne ciò che Benito e Rosina temevano. La guerra dall'Africa si spostava verso il sud Europa e c'era bisogno di uomini ed in particolare di marinai date le perdite subite dalla flotta italiana.
Benito fu chiamato a prestare il servizio militare. A lui andare in guerra non faceva paura ma il pensiero di non vedere Rosina lo distruggeva.
Una mattina di fine marzo, Rosina sentì il canto del «Gabbiano» e si precipitò felice verso la grande siepe. Trovò Benito seduto per terra sulla sabbia umida e fredda con la testa fra le mani.
Il giovane finse di essere felice di vederla ma il suo sguardo fece capire alla fanciulla quanto dolore vi fosse nel suo cuore sapendo di dover partire e di stare lontano da Rosina che gli chiese: ‒ Hanno bisogno anche di te?
Benito guardò il visetto triste della fanciulla e rispose:
‒ Sì, ma non sarà per molto! Dicono tutti che la guerra finirà presto.
‒ Ma io non voglio che tu vada! ‒ implorò Rosina prendendo fra le mani il viso pallido di Benito. Il giovane rise suo malgrado. Come poteva non andare? Si sforzò di apparire tranquillo ma in fondo al suo cuore c'era la più profonda prostrazione.
Parlarono più a lungo quella mattina. Rosina chiese: ‒ Quando parti?
‒ Fra due giorni! ‒ rispose Benito.
Rosina scoppiò in singhiozzi. Benito mettendole una mano sulle spalla le disse:
‒ Senti io non voglio lasciarti in lacrime, per me sarebbe troppo triste partire avendo impresso nella mente il tuo viso afflitto.
Rosina si asciugò le lacrime con il dorso della mano e sorrise con quelle meravigliose labbra un pò più pallide del solito.
Benito le mise le mani sulle spalle, l'attirò a sè e, baciandola dolcemente le disse:
‒ Non devi temere per me, saprò cavarmela, devi stare tranquilla! Ti prometto che, finita la guerra e il servizo militare, verrò a casa tua dai tuoi genitori a chiederti in moglie..
Rosina sospirò: erano belle quelle parole ma aveva paura, tremendamente paura della guerra.
Da lontano si sentì chiamare da sua madre:
‒ Rosina, dove sei?
‒ È mia madre, bisogna che vada! ‒ disse allora la fanciulla. Anche Benito si alzò, abbracciò di nuovo la sua amata e le disse:
‒ Stai senza pensiero per me, saprò cavarmela e tornerò presto. Ti scriverò presso tua zia; sai me lo ha permesso lei stessa da tempo. Visto che tu vai da lei per scriverle le lettere per suo figlio, ti avviserà dell'arrivo di ogni mia lettera e se vorrai, ti consentirà anche di rispondermi; va bene?
Rosina rimase sorpresa della sensibilità della zia e della sua disponibilità ad aiutare i due giovani.
Dopo l'ultimo abbraccio si lasciarono. Rosina seguì con lo sguardo l'allontanarsi di Benito come per imprimere nella mente la sua figura, poi prese la via del ritorno a casa camminando distrattamente. Con le lacrime che le annebbiavano la vista, la fanciulla finì per scivolare nel basso fosso che costeggiava il viottolo che stava percorrendo, riportando una vasta escoriazione ad un ginocchio.
Quando giunse a casa in lacrime, la madre le domandò cos'era successo e la fanciulla le rispose:
‒ Son caduta e mi sono fatta male! ‒ e le mostrò il ginocchio sanguinante.
E tu piangi per così poco? ‒ commentò la madre che non conosceva la vera causa del suo pianto.
La fanciulla si asciugò le lacrime e rispose:
‒ Ho un forte dolore, mamma; non puoi neanche immaginare quanto sia grande!
Rientrò in casa, e, dopo aver pulito la ferita, la fasciò continuando a piangere intensamente.
Benito partì e con lui partirono altri giovani del paese che vennero tutti mandati a Taranto. Rimasero in quella città marinara per circa due mesi: le giovani reclute vennero addestrate per la navigazione.
Benito passò il periodo pensando alla sua famiglia, alla sua Rosina, alla libertà perduta e a tutto ciò che aveva dovuto lasciare. Aveva sofferto molto e sentiva la mancanza della sua Rosina.
Dopo l'addestramento, ai giovani marinai venne data una destinazione; la maggior parte di essi furono imbarcati, pochi furono quelli mandati nei porti militari.
Benito fu imbarcato su un sommergibile di base a Taranto facente parte di una squadra navale che batteva il Mar Ionio, il basso Adriatico ed il canale di Sicilia.
Il giovane era fiero di essere marinaio di un sottomarino e far parte di una squadra navale da guerra. Alle prime immersioni, si sentiva mancare il respiro: il mare era il suo ambiente lo aveva affrontato sempre da solo, eppure ora, ad ogni immersione sentiva come un tonfo di paura.
Scrisse a Rosina giusto due mesi dopo la sua partenza. Quando zia Fortunata ricevette la lettera, andò a casa di sua sorella e trovò modo di informare la nipote.
La fanciulla si precipitò a casa della zia e, quando vide la lettera del suo Benito, i suoi occhi si velarono di lacrime di gioia.
Era la prima volta che il giovane le scriveva e, nel vedere sulla busta la grafia elementare di Benito, provò una sensazione di dolcezza infinita.
Mentre apriva la busta con le mani tremanti, la zia, che capiva il dolce momento della nipote, uscì di casa e se ne andò nell'orto.
«Cara Rosina, sento la tua mancanza più di ogni altra cosa. Vivo qualcosa che non mi aspettavo di vivere, la tua mancanza mi rattrista il cuore anche se il mare immenso che mi circonda mi fa sentire una gioia mai provata.
Per tutto il tempo che sono stato a terra, mi sono sentito chiuso e legato, ora finalmente mi sento di nuovo libero e vivo.
Sono sul mare e quando la mia nave scende sotto l'acqua, perchè è un «sottomarino», sento come se mi tuffassi insieme ad altri compagni; mi piace questo modo di navigare anche perchè la guerra fino ad ora non ci ha coinvolto.
Sento la mancanza della mia «lampara», della nostra spiaggia e più di tutto della nostra siepe che sa del nostro amore; ogni volta che mi trovo solo a pensare, mi vedo lì, con te tra le braccia e penso felice al tuo viso bello e dolce ed al tuo amore così semplice e sincero.
Ti voglio tanto bene ed ho desiderio di un tuo bacio, ma sono troppo lontano e chissà quando potrò riabbracciarti!»
La fanciulla rimase con la lettera fra le mani e gli occhi ed il cuore colmi di felicità: era bello leggere le parole di Benito, le aveva scritto e si sentiva felice!
Rilesse la lettera ed infine se la infilò nella camicetta aperta sul seno, come a voler mettere Benito sul suo cuore.
Andò nell'orto dove la zia stava lavorando e le disse:
‒ Zia Fortunata, Benito ti manda i suoi saluti e dice che sei la zia più brava del mondo!
‒ La zia sorrise: non era la più brava ma certo la più comprensiva.
Rosina le chiese consiglio se rispondere subito a Benito o scrivere da casa sua. Zia Fortunata, che era molto prudente, le disse:
È meglio che scrivi da qui, conosco bene tuo padre e tua madre, se scoprono che hai un fidanzato e non l'hai detto loro, io e te siamo nei pasticci!
Rosina capì che sua zia aveva ragione e senza perdere altro tempo, rientrò in casa, prese da un cassetto di un tavolino carta, penna e calamaio e si mise a scrivere. Era molto imbarazzata, si vergognava di scrivere a Benito «Ti voglio bene!»; si fece coraggio e scrisse tutto ciò che il suo tenero cuore le dettava.
Dieci minuti e la lettera era finita. Rosina la mise dentro la busta e senza chiuderla, la passò alla zia dicendole:
‒ Imbucala tu, se qualcuno mi vede imbucare una lettera, chissà cosa pensa!
Nel pomeriggio, la zia Fortunata accompagnata da Rosina, si recò in paese per imbucare la lettera destinata a Benito.
Quando la fanciulla tornò a casa, trovò sua madre che la stava aspettando e alla quale disse che aveva accompagnato la zia in paese. La madre, senza fare altre domande, assentì con lo sguardo.
Si era nei primi giorni di maggio; il sole dava ormai una calura quasi estiva ed il grano stava già mettendo fuori la spiga per far maturare i chicchi.
I pescatori venivano tutte le mattine sulla spiaggia ad asciugare le reti. Da casa sua, Rosina sentiva il loro chiaccherio continuo e pensava a Benito assente e lontano.
Tonino, tutte le mattine, quando iniziava ad albeggiare, andava con il papà ad aspettare sulla spiaggia l'arrivo delle quaglie provenienti dal mare; con loro, c'era sempre Lulù.
Alle volte le quaglie si posavano proprio all'inizio della siepe, altre la oltrepassavano e andavano a posarsi nel campo di grano e lungo i fossi erbosi. In questi casi, toccava proprio a Lulù di fiutarle e farle volare, in modo che Luigi potesse spararle.
La felicità di Tonino arrivava al massimo quando faceva a gara con Lulù a chi arrivava primo a raccogliere la quaglia colpita.
Padre e figlio, quando si fermavano su un posto più elevato rispetto la spiaggia, scrutavano la superfice del mare per vedere le quaglie in arrivo; a gruppi di due, tre e qualche volta anche di più o solitarie, ma sempre a velocità elevate.
Tonino ormai era bravissimo nell'avvistare le quaglie a distanza incredibile e lo diceva al papà indicandogli la direzione dalla quale esse provenivano.
Il padre lo guardava ammirato e gli sembrava quasi impossibile che il ragazzo potesse vedere a così lunga distanza le quaglie volare sul mare.
Talvolta, quando il mare era calmo, a soli pochi centimetri dalla superficie dell'acqua, volavano, così da fare un riverbero di ombra che spesso ingannava Tonino nello stimarne il numero.
‒ Mi sembra, che siano due! ‒ diceva al padre.
Era bello alzarsi al mattino quando era ancora buio, andarsene sulla spiaggia!
Padre e figlio, seduti uno accanto all'altro e Lulù in mezzo a loro, scrutavano con il loro sguardo le onde leggere che lambivano appena la spiaggia.
Ogni tanto, lontano sul mare, qualche quaglia sfiorava velocissima una barca che si dondolava sull'acqua mentre il pescatore alzava le reti.
Vedendola dirigersi verso la terraferma, l'uomo lanciava un grido di avvertimento ai cacciatori che stavano in attesa lungo la spiaggia. Il grido era:
‒ A quaglia! A quaglia! A quaglia! ‒ e al sentirlo, tutti i cacciatori si mettevano in allarme aspettando l'arrivo dell'uccello migratore.
Alcune volte la quaglia non arrivava perchè il pescatore si burliva dei cacciatori.
Rosina attendeva sempre con ansia la lettera di Benito. Quella volta non tardò ad arrivare; il giovane le manifestava il suo amore e le sue apprensioni.
Rosina leggeva e capiva che il giovane le esprimeva le sue preoccupazioni per come la guerra procedeva.
«Ci vuole tanto coraggio ad andare a caccia di gente che ci dà la caccia!» diceva.
Rosina in lacrime, leggeva quelle parole e capiva quanto la guerra fosse brutta; cercare di uccidere persone che non ti hanno fatto del male e cercare di farlo prima che essi uccidano te!
A chiusura della lettera c'erano i saluti per la zia di Rosina e per Peppino, del quale, questa volta, si era ricordato. Per ultimo, i saluti più cari per la sua dolce fanciulla.
Rosina rispose subito alla lettera di Benito e rimase di nuovo in attesa.
Passò circa un mese prima che Rosina ricevesse una successiva lettera. Quando l'aprì, le sue mani tremavano per l'emozione. Aveva la sensazione che il ritardo fosse dovuto a qualcosa di grave che era successo nel frattempo.
Rosina lesse avidamente:
«Odio la guerra per quello che mi ha fatto vedere. Ho visto la morte galleggiare sull'acqua e ne sono rimasto atterrito!» scriveva il giovane «Eravamo usciti in perlustrazione; navigavamo in immersione perchè sapevamo che nella zona c'erano navi inglesi. Tutto un tratto: l'allarme! Siamo tutti corsi ai nostri posti, io sono uno di quelli che mettono i siluri nelle camere di lancio; il comandante impartiva ordini, mentre il nostro sottomarino si avvicinava alla nave inglese che ancora ignorava la nostra presenza. Quando gli inglesi se ne sono accorti, era troppo tardi; il mio comandante aveva dato il via ai primi due siluri che vennero scaraventati in mare, lanciati a velocità vertiginosa con il loro carico di morte verso la nave nemica: due tremendi rimbombi attutiti dall'acqua e dalla lontananza, ci hanno fatto capire che la nave era stata colpita.
Il comandante; guardando attraverso il periscopio, ha detto con voce pacata ‒ Bersaglio colpito!
Un urlo di gioia di noi marinai! Me ne vergogno: gioivamo perchè avevamo dato la morte ad altri giovani come noi!»
Rosina strinse il foglio scritto, tra le mani, sentiva anche lei l'orrore che provava il suo Benito. Continuò a leggere:
«Quando il nostro sottomarino è salito a galla, ci attendeva una visione spaventosa. La nave silurata era in fiamme e tutti intorno ad essa, i marinai si dibattevano tra i flutti del mare. E qui l'assurdo ‒ continuava Benito ‒ ci siamo preoccupati di salvare più marinai possibile, mentre quelli che erano riusciti a salire sulle scialuppe di salvataggio sono stati lasciati andare al loro destino. È un controsenso, prima dare la morte e poi cercare di salvare le stesse persone. È un assurdo, è la guerra!
Ho visto un marinaio inglese che aveva circa la mia età morire fra le braccia di un suo compagno. Questi piangeva e ci guardava con odio. Il marinaio ha baciato il suo compagno morente e lo ha lasciato scivolare in mare. Avrei voluto essere io al suo posto per non sentire la morte nel cuore.
Ho odio per chi ci fa commettere simili azioni; ‒ È la guerra! ‒ ha detto il comandante. Abbiamo fatto molti prigionieri che abbiamo portato con noi immergendoci rapidamente di nuovo nel mare poichè giungevano aerei nemici. Abbiamo fatto appena in tempo: bombe di profondità cadevano intorno alla nostra nave la scuotevano.
La cosa che mi ha procurato più dolore è stato guardare in viso il giovane che aveva baciato il compagno morente: era felice di morire purchè morissimo anche noi.
Sentii le bombe che esplodevano intorno a noi; per un attimo sulla nostra unità è mancata la luce ed ho avuto l'impressione che fosse la fine. Qualcuno gioirà per la nostra morte!
Dopo pochi secondi tutto è tornato normale; avendo raggiunto una giusta profondità, siamo riusciti ad allontanarci dalla zona pericolosa.
La morte deve essere molto brutta se chi la procura dà urla di gioia; quando a morire saremo noi, ci saranno altri che urleranno!
Siamo tornati in porto e ci hano accolto come eroi: avevamo dato la morte e ci festeggiavano! I marinai inglesi sono stati portati via, non so dove, ma qualcuno ha detto «Sono fortunati perchè per loro la guerra è finita e sono sicuri di portare a casa la loro pelle».
Non voglio affliggerti con la mia tristezza, ma se noi vogliamo vivere, dobbiamo necessariamente fare ciò che stiamo facendo.
Benito terminava la lettera con i saluti per tutti ma senza parole dolci per Rosina. Si capiva che era rimasto scosso dai tragici avvenimenti della guerra.
I mesi passarono lentamente. Negli ultimi giorni del mese di luglio, all'insaputa di tutti, Benito venne in licenza: faceva un caldo terribile!
Rosina e sua madre erano in un campo di grano mietuto da circa un mese e spigolavano, cosa che fino allora non avevano avuto il tempo di fare e che ora, anche se con un pò di ritardo e con la calura del Solleone che alle nove del mattino rendeva l'aria insopportabile, stavano facendo.
Dalla spiaggia provenivano canti e chiacchierìi convulsi: i pescatori stavano asciugando le reti.
D'un tratto, si levò nell'aria un forte canto: era il «Canto del Gabbiano».
Il cuore di Rosina sussultò nel suo petto: non era possibile che fosse Benito, aveva scritto da poco tempo e non aveva accennato ad una sua venuta.
Rosina guardò il cielo alla ricerca del gabbiano vero; l'uccello non doveva essere molto lontano se il suo canto si era sentito così forte. Nel cielo limpido, solo alcune rondini si rincorrevano felici (esse non facevano la guerra!) ma del gabbiano non si vedeva neanche l'ombra.
Stava ancora scrutando il cielo quando il canto si ripetè. Era Benito, Rosina ne fu sicura. Il canto proveniva dalla parte della spiaggia dov'era la loro siepe.
La fanciulla rossa in viso dall'emozione, non sapeva cosa fare; si tolse la paglietta a lunghe falde che portava in testa e si fece un pò di vento sul viso. La mamma la notò e le chiese:
‒ Che c'è, ti senti male?
‒ No mamma, ma ha tanto caldo stamattina!
‒ Ho capito! ‒ rispose la madre ‒ È ora di smettere!
‒ Mamma, senti ‒ disse la fanciulla ‒ posso arrivare fino alla siepe per vedere se i pescatori hanno finito di asciugare le loro reti? ‒ Ma a te che importa? ‒ chiese la madre incuriosita.
A me.... piace vedere il mare, mi sento rinfrescare quando vedo l'acqua.
‒ Va bene! ‒ rispose la madre sorridendo, proprio mentre nell'aria echeggiava per la terza volta forte il «Canto del Gabbiano».
La madre si diresse verso casa, mentre Rosina si avviò verso il mare e, appena fuori dalla sua vista, si tolse gli zoccoli di legno dai piedi e si lanciò in una corsa pazza verso la siepe per raggiungere il suo amore.
La sabbia scottava ma ella non se ne accorse: arrivò trafelata in vista della siepe.
Inginocchiato sulla sabbia fresca, il suo «Gabbiano» attendeva. Rosina gli volò fra le braccia; la gioia, l'arsura dell'amore e l'intenso reciproco piacere avvinsero i due giovani che per alcuni minuti non parlarono con le labbra, ma solo con dolci baci d'amore. Il cuore di Rosina era impazzito.
Benito non riusciva ad asciugarle le lacrime con il fazzoletto e lo faceva con i baci. Quanto si amavano i due giovani!
Poi Rosina sembrò rinsavire ed iniziò a fare domande su domande alle quali Benito rispose puntualmente per soddisfare ogni piccola curiosità della bella fanciulla mentre la divorava con i suoi occhi.
Rimasero insieme per circa un'ora; forse l'ora più bella della loro vita. Rosina sentiva nel suo cuore molta gioia che si attenuò quando il giovane le disse:
Sono a casa solo per due giorni!
Ma come, una licenza di due giorni? ‒ chiese Rosina sorpresa.
‒ Non è una licenza ma un permesso per rivedere la famiglia. Dobbiamo imbarcarci per un lungo periodo e navigare intorno a Malta che è la roccaforte degli inglesi per affondare quante più navi è possibile.
‒ Voi siete pazzi! ‒ commentò la fanciulla.
‒ Io no, ma chi ci comanda sì! ‒ rispose sorridendo Benito. Proprio in quel momento Rosina udì la madre che chiamava Tonino e gli diceva:
‒ Vai a vedere perchè Rosina non torna dalla spiaggia! Rosina allora disse:
È bene che vada, non vorrei che Tonino ci trovasse insieme e lo dicesse alla mamma!
‒ Senti Rosina, ‒ disse il giovane ‒ domani vengo a salutarti, ma non voglio farmi vedere da nessuno, neanche da tua zia seppure vorrei abbracciarla per ringraziarla di quello che fa per noi; non voglio che mi vedano perchè a mio padre qualcuno ha detto che io amo una «campagnola» ed egli ha risposto che non lo consentirà mai! Rosina si rattristò ma Benito continuò:
‒ Quando mio padre ti conoscerà e saprà tutto di te cambiera idea, ne sono certo! ‒ disse risoluto. Abbracciò la fanciulla e le disse ‒ Domani alla stessa ora qui!
Il giovane uscì dalla siepe e corse via. Rosina andò verso Tonino che stava scendendo verso la spiaggia. Quando si incontrarono, Rosina volutamente stava guardando i pescatori che stavano mettendo le reti asciutte nella barca. Tonino la chiamò; la fanciulla si girò come sopresa, poi ridendo gli andò incontro. Il fratello, ignaro della piccola presa in giro, la guardò incuriosito.
Sorella e fratello tornarono a casa e per quel giorno Rosina rimase sempre un pò estraniata, anche se il suo sguardo fosse estasiato.
L'indomani alla stessa ora, mentre ella già si accingeva a raggiungere la siepe, udì il canto del gabbiano.
Era tornata da poco a casa dal lavoro nei campi e il sole già dardeggiava implacabile, anche se era ancora mattina.
Tonino e suo padre erano andati sulle colline a cercare rami di mortella lunghi, esili e flessibili per allestire le «ginestre» su cui seccare i fichi e ancora non erano tornati.
Rosina chiese alla madre se poteva andare vicino alia spiaggia e guardare i pescatori che asciugavano le reti. La madre la guardò in modo strano: come mai a Rosina piaceva guardare i pescatori?
Le sorrise come per assecondare una comprensibile debolezza, e le disse:
‒ Vai pure, ma non stare via molto; se viene tuo padre, lo sai che brontola quando non sei in casa.
La fanciulla si avviò felice verso la spiaggia, mentre il «gabbiano» ripeteva il suo dolce richiamo.
Rosina non si mise a correre; aveva intuito che la mamma si era insospettita e pensava che la stesse tenendo d'occhio. Infatti la mamma la stava osservando dal ballatoio che era davanti la porta di ingresso e che suo marito d'estate copriva con pianticelle di felci per avere fresco e profumo a protezione dalla calura estiva.
Rosina attraversò la siepe per tranquillizzare la madre dando la certezza che si era recata alla spiaggia.
Fece una breve corsa nei viottoli interni delle siepi e giunse alla siepe dove l'aspettava il suo giovane marinaio.
Rosina corse fra le braccia del suo amore e gli coprì II viso di biol, dimostrandogli quanto era grande il suo amore.
I due giovani non parlavano ma Rosina si sentiva felice fra le braccia del suo Benito. Questi, appoggiatosi ad un ramo verde che toccava per terra sulla sabbia fresca, teneva la testa di Rosina sul petto e le copriva la fronte di baci.
I due giovani si amavano nella loro innocenza, ma le sensazioni, l'arsura e la febbre d'amore, li spinsero oltre.
Rosina non seppe resistere e si lasciò amare dandosi senza riserve: con il viso in fiamme ed il cuor in tumulto, la bella fanciulla si arrese con felicità alle dolci pretese del suo amore.
Benito perse nell'amore la sua coscienza e Rosina l'aiutò a perderla.
Esausti e paghi del loro amore, i due giovani rimasero avvinti ancora per un bel pò, estasiati dall'incanto e dalla dolcezza di ciò che inconsciamente avevano compiuto.
Rosina si riprese dallo stato di euforia e disse:
‒ Benito .... io.... io.... io ti voglio ancora più bene!
Benito se la strinse al cuore: aveva colto il fiore più bello che potesse desiderare ed era felice.
La loro incoscienza e ignoranza li aveva portati ad assaporare completamente il loro amore.
Rosina s'inginocchiò sulla sabbia fresca; aveva il viso stravolto dai sensi e dall'amore. Benito le prese le mani e portandosele al viso, disse:
‒ Da ora in avanti tutta la mia vita è consacrata a te! ‒ e così dicendo se la strinse ancora al petto, baciandola teneramente.
Era più di un'ora che i due giovani stavano insieme. Rosina si ricordò che doveva tornare a casa, anche se aveva desiderio di restare ancora lì.
Benito si alzò in piedi, prese la camicia che aveva appeso ad un ramo prima ancora che arrivasse Rosina e da una tasca tirò fuori un foto in divisa da marinaio e gliela mostrò.
Rosina la prese fra le mani e vi depose un bacio.
‒ Non farlo! ‒ disse Benito ‒ Porta sfortuna, si baciano solo le foto dei defunti.
Rosina ci rimase male e prontamente disse:
‒ E allora quando non ci sei, cosa faccio la devo soltanto guardare?
‒ Non lo so! Ma porta male! ‒ rispose il giovane con un sorriso.
Era ora di lasciarsi. Benito raccomandò a Rosina di non dimenticarlo e la fanciulla, prossima al pianto, gli si strinse al petto implorando ancora un bacio. Prima di lasciarlo gli raccomandò di scrivergli più spesso. Benito le spiegò che, in missione di guerra, stava in mare aperto per intere settimane e quindi, gli sarebbe stato più difficile scriverle; le disse di non stare quindi in pensiero se non avesse ricevuto sue notizie.
Si strinsero ancora l'uno all'altro e si lasciarono. Rosina, con le lacrime che le annebbiavano la vista, si diresse verso casa, mentre Benito si rimise la camicia e prese la via del paese.
Rosina tornò a casa completamente cambiata in viso ed un pò scapigliata; ora la paura delle conseguenze del suo atto d'amore le dava sensazione di colpa e quasi di terrore.
La mamma non era in casa, forse era andata da zia Fortunata. Rosina scese di nuovo giù, andò al pozzo, vi calò il secchio e lo tirò su pieno d'acqua; immerse le mani nell'acqua fresca e se la gettò sul viso, come a calmare il calore che avvertiva in tutta la sua persona. Si sentì rinfrescata; poi si lavò le gambe e si sentì ancora più sollevata, respirò forte, quasi a riprendere serenità e forza per chiedere a sè stessa se ciò che aveva fatto era giusto o meno.
Provò un senso di colpa ma, pensando alla felicità raggiunta, si rilassò e si mise seduta su una panca di legno che stava all'ombra del pergolato.
Rimase così per più di mezz'ora senza sapere cosa fare, si ricordò della foto di Benito che aveva messo nella camicetta ancora aperta sul petto, la tirò fuori, si abbottonò la camicetta fino al collo e, guardando l'immagine cara di Benito, si sentì immensamente felice.
Tornò la mamma e la chiamò. Rosina si alzò e, andando da lei, cercò di essere naturale come sempre anche se nelle ultime due ore molte cose erano cambiate.
La mamma non sospettò nulla e, mentre parlavano fra loro, sopravvenne Lulù che precedeva Tonino e il padre.
La mamma andò a cucinare e la figlia la seguì come faceva di solito; all'ora di pranzo tutto era pronto come sempre. Ma Rosina, diventata donna, sentiva che la sua vita aveva avuto un cambiamento: ora il suo cuore era colmo di felicità!
Alcuni giorni dopo la partenza di Benito, arrivò a casa di Rosina il cugino Peppino.
Mancava solo qualche giorno alla festa di mezzo agosto ed il giovane, come tutti gli anni, era venuto in paese per assistervi in attesa che proprio il giorno di ferragosto sarebbero scesi dalla montagna anche suo padre e sua madre.
Rosina rimase sorpresa dell'arrivo del cugino, non lo aspettava così presto. Si abbracciarono e Peppino, come la solito, si sentì fremere a contatto del corpo della bella cugina.
Sempre insieme a Tonino, felice che Peppino fosse sceso giù prima del previsto, passarono i giorni precedenti la festa.
Un giorno, mentre Tonino era andato ad acchiappare cicale, i due giovani mentre lavoravano nell'orto quasi al limite della grande siepe, rimasti soli, aprirono il discorso che stava a cuore ad entrambi anche se per motivi diversi.
‒ Benito ti scrive sempre? ‒ chiese Peppino.
‒ Sì! ‒ rispose Rosina arrossendo.
‒ Perchè arrossisci? ‒ chiese curioso il cugino.
‒ Non lo so! ‒ rispose Rosina ‒ Gli voglio tanto bene e non lo so!
Poi infilando la mano nella camicetta, tirò fuori la foto di Benito e la mostrò a Peppino; questi la guardò incuriosito disse:
È un bel giovane; peccato che non sia tuo cugino!
Perchè? — chiese prontamente Rosina.
‒ Perchè se fosse tuo cugino non lo sposeresti come non puoi sposare me?
‒ Sei sempre il solito; ma ormai ho deciso, sposerò Benito!
‒ Lo so, speriamo che la guerra lo permetta! Ho paura per Benito e per quanti sono lontani a combattere per una causa sbagliata e inutile.
Rosina sospirò forte: ebbe paura per quello che stava dicendo Peppino che lei sapeva corrispondere a verità.
Il giovane si mise seduto per terra all'ombra di un fico e invitò Rosina a sedersi al suo fianco; la giovane gli andò vicino e ponendosi al suo fianco in ginocchio, disse:
‒ Peppì, voglio tanto bene a Benito che farei qualunque pazzia pur di poterlo sposare!
‒ Allora lo conosci bene? ‒ chiese Peppino incuriosito.
‒ Certo che lo conosco bene!
Peppino passò una mano sul bel viso della fanciulla e non parlò.
Com'era bello accarezzare il viso d'angelo di sua cugina, pur sapendo che mai ella sarebbe potuta essere la sua donna!
Le cicale posate sugli alberi intorno a due giovani cantavano incessantemente e con monotonia mentre il calore scottante del sole rendeva l'aria afosa e insopportabile.
Peppino era preso dagli occhi di sua cugina come se dentro di essi vi fosse una luce nuova che egli non aveva mai notato prima.
Tornò Tonino; i tre insieme tornarono a casa e se ne andarono sotto il pergolato vicino al pozzo: al fresco si respirava meglio.
Passarono i pochi giorni che mancavano alla festa. Dalla montagna vennero i genitori di Peppino.
Il giorno della festa erano così tutti presenti; persino zia Fortunata, la quale voleva assistere alle gare e ai giochi nella speranza che Peppino vi partecipasse come lo scorso anno.
‒ Non partecipare alla gara dell'albero della cuccagna perchè è molto pericoloso, ‒ gli aveva detto il padre ‒ anche se sei bravo ad arrampicarti!
Il giovane aveva assentito anche se a malincuore ed aveva sopraggiunto:
‒ Voglio partecipare almeno alla gara nel sacco!
Partirono così per la festa. Tonino, incaricato di portare il sacco, vi aveva messo dentro anche un vecchio pantalone di suo padre per il caso che Peppino si fosse convinto a partecipare anche alla gara dell'albero della cuccagna.
Si svolsero le gare in acqua come lo scorso anno e, data l'assenza di Benito, esse furono più combattute perchè i ragazzi che vi partecipavano erano più o meno allo stesso livello di bravura.
Poi si svolse la gara della Stuzza, quella con il palo orizzontalmente sull'acqua del mare a due metri da essa, unto di grasso in modo che risultasse scivoloso. Anche per quel gioco i giovani partecipanti impiegarono molto prima che uno di loro arrivasse a strappare la bandiera posta all'estremità del palo.
Seguì la gara delle pignatte; anche questa fu molto combattuta, non essendoci un concorrente molto più bravo degli altri.
Fu la volta della corsa nel sacco: Peppino si era iscritto ed era pronto per la partenza con altri dieci o dodici giovani del paese. Qualcuno lo riconobbe per il montanaro dell'anno scorso e disse:
‒ Se partecipa lui, è perchè è sicuro di vincere.
Erano tutti pronti al via. Peppino aveva fatto molte prove a casa e sapeva, quindi, come fare per non cadere.
Si era legato il sacco intorno alla vita con la cintura dei pantaloni e lo teneva stretto con le mani alle ginocchia, in modo che non creasse inconvenienti.
Al via i dodici giovani partirono di scatto e, dopo solo pochi metri, già più della metà era ruzzolata a terra. Quattro, cinque giovani erano ancora in piedi e fra questi Peppino che, con salti brevi ma perfetti (sembrava un canguro!), stava già distanziando tutti.
La distanza da percorrere misurava circa centocinquanta metri tra andata e ritorno. Quando Peppino a metà strada girò per tornare indietro, incrociò gli altri partecipanti, i quali, tra un ruzzolone e l'altro cercavano di andare avanti alla meno peggio.
Peppino raggiunse il traguardo con più di cinquanta metri di distacco dal secondo, tra gli urli di felicità di Tonino e Rosina che si abbracciarono di gioia mentre i genitori di Peppino dimostravano la loro fierezza.
Finita anche questa gara, rimaneva solo quella dell'albero della cuccagna. Peppino non si presentò alle iscrizioni come molti credevano avendo riconosciuto in lui il concorrente che l'anno precedente aveva strappato tutti e vinto da grande campione.
Nessuno si iscriveva a questa gara per paura che Peppino lo facesse e che battesse tutti un'altra volta ma poi, visto che il «montanaro» non si segnava, cominciarono le iscrizioni.
Dopo il primo, il secondo, il terzo, furono in dieci a segnarsi; ognuno di loro però, appena iniziata l'ascesa sul lungo palo unto di grasso scivoloso, fatti solo due, tre metri, scivolava giù.
Qualcuno, stufo di vedere questi che provavano e riprovavano senza alcun risultato, gridò:
‒ Chiamate il «montanaro», egli sì che sa farci vedere come si sale in cima al palo.
Peppino sorrise a questa affermazione e la cugina che gli si stringeva al braccio, gli chiese:
‒ Ma perchè non vuoi partecipare?
‒ Perchè papà non vuole, dice che è pericoloso perchè quest'anno hanno spalmato più sego (grasso) sul palo si scivola e c'è pericolo di farsi male.
‒ Ma tu sei bravo! ‒ contestò la fanciulla.
‒ Bravo sì, ma mai come Benito!
‒ Che centra Benito? ‒ chiese la cugina.
Niente, ma a lui tutto il paese vuol bene, mentre io sono un tollerato. Hai visto la corsa nel sacco? Mi guardavano come un intruso.
È vero, ma qui li hai lasciati provare tutti, ora potresti fare come ha detto quello che ha gridato poco fa! ‒ aggiunse Rosina.
Anche se volessi, non ho un pantalone adatto da indossare e con questo che ho non posso proprio gareggiare. ‒ disse Peppino con fermezza.
Ma l'ho portato io! ‒ intervenne Tonino mostrando un vecchio pantalone di suo padre.
Non posso, papà non vuole! ‒ disse ancora Peppino.
‒ Andrò io a chiederglielo. ‒ disse Rosina con fare deciso e, prima che Peppino potesse impedirglielo, la fanciulla passando tra la folla assiepata attorno ai partecipanti la gara, si diresse verso lo zio che anche lui ne stava seguendo gli sviluppi.
Gli arrivò vicino e, infilandogli un braccio sotto il suo, gli disse:
‒ Zio Antonio, fai partecipare Peppino? Anche la gente qui intomo lo vuole.
Lo zio guardò la nipote con un sorriso sulle labbra e rispose: ‒ È pericoloso!
‒ Lo so, ma Peppino è bravo! ‒ disse con fierezza la fanciulla.
‒ Va bene, ma digli di stare attento!
Si avviò anche lui verso il figlio che da lontano, aveva capito che il padre aveva acconsentito. Prima ancora del suo arrivo Peppino aveva già infilato sopra il pantalone che indossava, quello vecchio che gli aveva dato Tonino e quando il padre gli arrivò vicino, il giovane gli disse: ‒ Non temere papà, starò attento!
‒ Più che in salita, devi stare attento in discesa perchè sul palo non ci sono appigli come sui tronchi di castagno. ‒ aggiunse il padre.
‒ Starò attento anche a questo! ‒ disse risoluto Peppino mentre si avviava verso il tavolo dell'organizzazione della gara per iscriversi e cercava di prendere dalla tasca interna i soldi per l'iscrizione.
Quando arrivò vicino all'incaricato, Rosina gli disse:
Sei già segnato, puoi salire!
E i soldi dove li hai presi? ‒ chiese stupito Peppino.
Me li ha dati zia Fortunata che vuole vederti all'opera perchè è fiera di te, come tutti noi!
Peppino guardò la zia che lo osservava da lontano ed ella strizzò l'occhio come dire: «Tutto va bene, ora tocca a te!»
Rosina gli strinse il braccio come a dargli forza e per Peppino questa fu davvero una carica in più.
Il giovane si portò ai piedi del palo e, facendosi il segno della croce, come faceva sempre quando saliva su un albero di castagno, tra gli applausi di coloro che lo conoscevano, iniziò la scalata dell'albero della cuccagna.
Era bello vedere con quanta facilità andava su, sembrava che non facesse alcuna fatica a salire; con le gambe a forbice incrociate sul palo, si issava a forza di braccia e saliva su veloce mentre la gente applaudiva il giovane montanaro tanto forte e tanto bravo.
Lo scorso anno si era fermato a riprendere fiato a metà salita, ma ora voleva far vedere che era più forte ancora e salì senza sosta, seppure più lentamente, l'ultimo tratto dell'albero fino all'asticella con la bandiera.
Raggiuntala, la spezzò e tirò giù il vessillo tra gli applausi scroscianti di tutti coloro che avevano assistito alla gara.
Peppino riprese a scendere, lentamente come gli aveva raccomandato il padre per ricordargli che su quel palo non vi erano rami per frenare la discesa; andava giù piano mentre ai piedi del palo il padre stava in ansia per la fatica che il figlio aveva fatto nel salire.
A pochi metri da terra, Peppino sentì che le braccia non ce la facevano più a stringere il palo.
Il padre se ne accorse e gli suggerì a voce alta e preoccupata di tenere ben strette le ginocchia. Peppino cercò di seguire il consiglio del padre, ma aveva acquistato troppa velocità e, scivolando, arrivò tra le braccia del padre.
Un applauso lunghissimo della gente: il giovane era stato veramente bravo!
Rosina lo abbracciò e lo stesso fece Tonino, per il quale, ormai Peppino era un uomo eccezionale. Zia Fortunata, zia Elena, mamma Emilia e tanti altri, si congratularono vivamente.
Alla premiazione sul palco dove suonava la banda musicale, mancava uno dei due giovani protagonisti dell'anno precedente.
Benito era lontano; il pensiero di Rosina volò a lui e sentì un nodo alla gola che le rese affannoso il respiro.
Peppini scese dal pslco carico di doni; il padre lo guardava ed era fiero di lui come pure lo erano zia Fortunata, zia Elena e i due cugini Rosina e Tonino.
Finita la festa, tutti tornarono a casa. L'indomani, Peppino ed i suoi genitori partirono per il loro paesino di montagna, ma c'era l'intesa che il giovane sarebbe presto ritornato per la raccolta dei fichi e dell'uva presso la fimlglia di Rosina. In effetti, una settimana dopo, Peppino ritornò.
Rosina lo accolse con molto calore e lo informò subito di aver ricevuto la lettera di Benito nella quale c'erano i saluti per lui. In segno di confidenza disse al cugino:
‒ Vuoi leggere la lettera di Benito?
‒ No! Mi farebbe male al cuore sapere che un altro ti vuole bene come te ne voglio io. ‒ rispose Peppino.
‒ No. Tu mi devi voler bene in modo diverso! ‒ replicò Rosina.
‒ Io ti voglio lo stesso bene di Benito, solo che per te io non sono come lui. — disse con tristezza Peppino.
I due giovani tornarono spesso sull'argomento e Rosina era lusingata di sentirsi dire da Peppino che il bene che egli le volevaera uguale a quello di Benito, pensava che forse, se Benito non ci fosse stato, ella avrebbe potuto amare Peppino, superando il fatto che questi fosse suo cugino.
Durante il tempo del raccolto, i due giovani erano rimasti spesso insieme a chiacchierare di tante cose.
Peppino aveva notato qualcosa di strano in Rosina; il tempo era passato velocemente ed, a solo due mesi dalla partenza di Benito, il sorriso si era spento sulle labbra di Rosina.
Il cugino la vedeva sempre pensierosa; non le domandava il perchè ma notava in lei qualcosa di diverso, come se la fanciulla fosse preoccupata per qualcosa che egli non riusciva ad afferrare.
Aveva più volte notato che la bella cugina diventava un pò più pallida nonostante il calore di fine estate; talvolta, l'aveva vista tenersi le mani sul grembo, guardare verso il cielo e scuotere la testa.
Peppino non capiva perchè e ne era preoccupato pensando che la bella fanciulla si sentisse male.
Finita la raccolta dei fichi e fatta la vendemmia, ormai a casa di Rosina non era rimasto quasi niente da fare.
Con il permesso dei genitori, una mattina dei primi giorni di ottobre ella partì insieme a Peppino per la montagna.
Per quasi tutta la via da percorrere per arrivare a casa di Peppino, Rosina appoggiò il braccio alla spalla dei cugino.
Peppino ne fu contento, si sentiva fiero di essere di aiuto alla fanciulla. Strada facendo non le chiese mai di Benito: in cuor suo era molto geloso anche se voleva anche lui bene al giovane militare.
Arrivati a casa, mamma Emilia corse loro incontro e li abbracciò entrambi. Voleva loro bene come due figli. Vedendo il viso affaticato della nipote, chiese:
‒ Sei stanca Rosina?
‒ Sì, un pò! — rispose la fanciulla arrossendo. Peppino notò ancora una volta qualcosa di strano nel comportamento della cugina.
Il giorno dopo i due giovani erano già sulla montagna per raccogliere le castagne. Rosina sembrava rinfrancata ma era sempre un pò abulica.
All'ora di pranzo, Peppino le chiese:
‒ Pensi a Benito?
‒ Sì! ‒ rispose Rosina. Da quando è partito, e sono più di due mesi, ho ricevuto soltanto una sua lettera.
‒ Ma tu mi hai detto che partiva per una missione di guerra, quindi non ha scritto perchè sarà stato sempre in mare! ‒ disse Peppino cercando di dare coraggio alla giovane cugina.
‒ Non lo so! ‒ disse tristemente la fanciulla, guardando in viso il giovane come se avesse voluto dirgli qualcosa.
Passò una settimana; qualcuno in paese aveva detto che la guerra per gli italiani si metteva male e Rosina a quella notizia rimase alquanto preoccupata.
Zia Fortunata le aveva promesso che se Benito avesse scritto una lettera, ella sarebbe subito venuta in montagna da Rosina; ma il tempo passava inesorabilmente senza alcuna nuova.
Il raccolto era già abbastanza avanti e i due giovani, diversamente dagli anni scorsi, parlavano poco tra loro.
Peppino vedeva che Rosina era sempre distratta e più volte aveva supposto, quando era sull'albero a battere le castagne, che Rosina stesse sul punto di piangere mentre imprecava contro qualcuno.
Una mattina, stavano già lavorando da un paio di ore circa, quando Peppino sentì abbaiare il suo cane: era Bricco che risaliva la parte alta della montagna e veniva verso il castagneto.
‒ Viene qualcuno! ‒ disse Peppino.
La cugina si alzò subito in piedi a guardare per la via che portava su e notò una donna che saliva faticosamente; da lontano le sembrò sua madre, ma guardando meglio, la riconobbe era zia Fortunata.
La fanciulla, pensando che le stesse portando la lettera di Benito, si precipitò verso di lei chiamando forte:
‒ Zia Fortunata, siamo qui!
La zia alzò il braccio in segno di saluto e Rosina intanto sopravvenne di corsa. La fanciulla notò sul viso della donna, affaticata perchè erano tre ore che camminava, un pò di tristezza. Doveva essere partita molto presto da casa per essere a quell'ora in montagna. A casa della sorella non aveva trovato che Bricco, il cane; aveva intuito che i due giovani dovevano essere nel castagneto e, senza aspettare sua sorella Emilia, si era recata subito da loro.
Rosina e sua zia si abbracciarono; la fanciulla vide sul viso della zia una tristezza della quale non riusciva a capire la ragione.
La donna anziana si mise a sedere su una roccia sporgente appena dal terreno e fece sedere Rosina accanto a lei.
La giovane aveva gli occhi sbarrati, capiva che sua zia le stava per dare brutte notizie, ma non sapeva di chi.
‒ Zia Fortunata, cos'è successo? Chi sta male?
‒ Calmati figliola e ascoltami. ‒ rispose l'anziana donna tirando un lungo sospiro.
‒ Dimmi cos'è successo, te ne prego! ‒ implorò la nipote. Allora la zia mettendo un braccio intomo alle spalle della giovane, le disse:
Ieri mattina, mi sono recata in paese e, notando una certa agitazione fra la gente, ho chiesto cos'era successo. Qualcuno ha risposto «Signora, purtroppo la guerra ci ha portato via uno dei nostri figli migliori!»
‒ Benito! NO! ‒ gridò Rosina.
Peppino era arrivato accanto alle due donne ed aveva inteso le parole della zia. Era rimasto pietrificato dalla dolorosa notizia. Rosina fra le braccia della zia piangeva disperatamente gridando il nome del giovane:
‒ NO! Benito NO! ‒ e la zia, stringendola al seno, le sussurrava inutilmente parole di conforto.
Rosina alzando il viso pallido e stravolto veroo la zia Fortunata chiese fra il pianto che le troncava il respiro;
Com'è successo?
Non si sa molto. Si sa solo che la nave non è tornata alla base Qualcuno ha appreso dalla radio inglese che un sommergibile è stato affondato dalle navi inglesi; sempre la radio inglese avrebbe comunicato che non vi sono stati superstiti tra l'equipaggio italiano: tutti i marinai sarebbero rimasti in fondo al mare per sempre con il loro sommergibile. In paese è arrivata la comunicazione al sindaco che ha avvisato la famiglia del marinaio; oggi, in paese ci sono le onoranze funebri alla memoria di Benito.
Un urlo di dolore accolse le ultime parole della donna e Rosina svenne tra le braccia della zia. Peppino si chinò verso Rosina pallida e senza sensi; la scosse, ma la zia gli disse:
‒ Prendi dell'acqua che le rinfreschiamo un pò il viso così si riprenderà presto!
Il giovane prese la brocca di terracotta con l'acqua da bere e la diede alla zia che versò un pò d'acqua nelle mani e la spruzzò sul viso di Rosina.
La fanciulla diede subito segni di vita; appena si riebbe dallo svenimento riprese a piangere convulsamente. Peppino, che le si era seduto accanto, cercava di confortare la sfortunata cugina con il suo sguardo dolce e comprensivo.
Dopo un pò la giovane sembrò più distesa: le sue mani cercarono quelle di Peppino e della zia Fortunata, quasi a volersi aggrappare ad un aiuto sicuro. La zia le disse:
‒ Senti figliuola, tu ora non puoi dire ad alcuno che eri la fidanzata di Benito, altrimenti anche io e Peppino ci troveremmo a dover dare spiegazioni ai tuoi genitori, con i quali, come tu sai, io da giovane, ho litigato anche se ora è acqua passata e non se ne parla più. Allora, stammi bene a sentire ‒ disse la donna alla nipote ‒ Io dirò che sono venuta su a trovarvi e che volevo che tu scrivessi per me la lettera a mio figlio per non farli mettere in sospetto. Tu però devi farti forza; non dico che devi essere allegra, ti capisco, ma devi solo dire che hai un forte mal di testa. Così, se ti vedono malinconica, penseranno che è perchè ti senti poco bene.
‒ Ma io a Benito volevo tanto bene! ‒ disse Rosina riprendendo a piangere forte.
‒ Lo so figliuola, ma devi essere forte, la tua vita non può finire così e, poi, devi pensare anche a me che ti ho aiutata. Non puoi mettermi nei guai con tuo padre e tua madre!
‒ Va bene, zia! ‒ rispose la fanciulla con un filo di voce singhiozzando.
Peppino, che le stava accanto, disse a sua volta:
‒ Io ti starò vicino e vedrai che un pò alla volta il tuo dolore, come pure il nostro, con il tempo passerà.
Rosina alzò gli occhi verso il cugino; sapeva di poter contare su di lui e che Peppino le voleva un gran bene. Abbracciandolo, rispose:
‒ Lo so Peppino, ma Benito non lo rivedremo mai più!
Il giovane strinse a sè la fanciulla con forza per farle sentire veramente che le era vicino con tutto il bene che le voleva.
A poco a poco la fanciulla si risprese: quando zia Fortunata la invitò a scendere con lei per far credere che doveva scrivere la lettera per il figlio, la giovane accettò. Abbracciò Peppino e, sorreggendosi alla zia, prese la via di casa.
Arrivatevi, trovarono zia Emilia preoccupata perchè aveva trovato la cesta che la sorella aveva portato da casa sua e non avendo trovato lei aveva pensato che si fosse recata sola al castagneto o in chissà quale altro posto.
Le due sorelle si abbracciarono; zia Emilia, notato il viso pallido e triste di Rosina, le chiese:
‒ Cos'hai Rosina, ti senti male?
‒ Ha un forte mal di testa! ‒ rispose zia Fortunata ‒ È venuta giù anche perchè deve scrivere la lettera per mio figlio!
Rosina intanto, presa una bacinella, vi versò dell'acqua e si lavò il viso; si sentì fisicamente un pò rinfrancata ma il suo cuore era distrutto. Pensava a Benito; non avrebbe più rivisto il suo giovane e bel pescatore, il giovane che aveva acceso nel suo piccolo cuore una grande luce d'amore e pensava con infinita tristezza ai dolci momenti che con lui aveva trascorso.
Ebbe voglia di piangere ma si trattenne; zia Fortunata le aveva raccomandato di stare attenta a non piangere.
La fanciulla andò verso la stanza dove lei dormiva e chiamò la zia Fortunata, dicendo:
‒ Vieni zia che scriviamo la lettera.
La zia entrò nella stanza e rimase con Rosina per più di mezz'ora senza scrivere, mentre zia Emilia era in cucina a preparare da mangiare.
A mezzogiorno arrivò Antonio che non sapeva ancora della venuta della cognata e vedendola esclamò:
‒ Fortunata! — Come mai sei qui? E anche tu Rosina, come mai non sei con Peppino al castagneto?
La donna spiegò tutto in poche parole prima di mettersi a tavola a pranzare. Rosina non mangiò quasi niente; il dolore, anche se represso, le aveva bloccato l'appetito. Finito di pranzare Rosina disse;
‒ Zia, ti accompagno per un pò di strada, poi torno indietro. La zia salutò sorella e cognato, prese la cesta che la sorella le aveva riempito di castagne, se la mise sulla testa come si usava a quei tempi e, accompagnata dalla nipote, si avviò per la via che portava in paese e poi a valle.
Rosina l'accompagnò per qualche centinaio di metri e ricevette da lei le ultime raccomandazioni. Si salutarono e la giovane tornò a casa.
Quando arrivò, zia Emilia preoccupata per il suo mal di testa, la guardò in viso e le disse:
‒ Tu hai il malocchio; qualcuno ha invidia di te ma adesso te lo faccio passare!
Prese un piatto, dell'acqua e dell'olio e, fatta sedere la fanciulla su una sedia accanto al tavolo, si mise ad armeggiare con quegli ingredienti per togliere il malocchio alla nipote.
Versò dell'acqua nel piatto fino a riempirlo a metà, lo sollevò sulla testa della nipote, vi lasciò cadere cinque o sei gocce di olio e, facendovi sopra dei segni di croce, farfugliò qualche tiritera incomprensibile alla nipote.
Rosina non era la prima volta che si sottoponeva a questa semplice specie di stregoneria ma, pur sapendo di quale natura fosse il suo dolore, provò una certa distrazione per ciò che la zia le stava facendo.
Si rilassò un pò; dopo che la zia aveva tolto il malocchio, disse alla stessa:
‒ Forse è meglio che torni da Peppino ora che mi sento un pochino meglio.
Alla zia Emilia fece piacere sentire quelle parole, perchè pensò che era merito suo se ora la nipote si era ripresa; Rosina, invece, aveva solo voglia di piangere e, non potendolo fare davanti alla zia, aveva pensato di tornare al castagneto da Peppino.
Zia Emilia, che le voleva molto bene, le disse:
‒ È meglio che tu stia a casa, prima che arrivi su è già ora di scendere; forse è meglio che ti metta un pò su! letto così hai modo di riposare. Domani ti sentirai meglio e crepino quelli che ti hanno fatto il malocchio.
Suo malgrado a Rosina venne voglia quasi di ridere per le parole della zia; poi pensò che era meglio così; tanto più che la zia andava a raccogliere olive fuori di casa e quindi lei poteva rimanere sola a sfogare finalmente il suo dolore nel pianto.
La zia, prima di andare via, le raccomandò di mettersi a letto per riposare un pò.
La fanciulla ubbidì; si mise a letto e, quando la zia se ne fu andata, scoppiò in un pianto dirotto, pensando al suo «Gabbiano» volato troppo alto nel cielo. Rosina rivide la sua breve storia d'amore ed ogni momento della vita del giovane pescatore: il primo incontro, i furti simulati di uva, la pesca con le bombe ed i meravigliosi tuffi per raccogliere i pesci dal fondo del mare; le gare di nuoto e, soprattutto, la grande siepe, ritrovo d'amore dei due giovani.
Rivedeva il viso di Benito sempre sorridente, i suoi occhi meravigliosi che le accarezzavano l'anima e tutto ciò che avevano vissuto nei brevi momenti trascorsi insieme.
Tra il pianto e il pensiero sul passato, la fanciulla si addormentò di un sonno pesante, stremata dal dolore che le straziava il cuore.
Si svegliò al rumore degli zoccoli ferrati dell'asino sul selciato che portava alla stalla, segno che Peppino vi stava facendo entrare l'animale.
Già calavano le prime ombre della sera; zio Antonio e zia Emilia arrivavano anche loro dal lavoro, l'uno dalla semina del grano e l'altra dalla raccolta delle olive.
Peppino salì in casa un pò prima dei genitori; bussò alla porta della stanza dove la cugina stava riposando ed entrò.
Nella penombra della stanza, Peppino notò la cugina seduta sul letto e le andò vicino, le mise le mani sulle spalle e la guardò in viso: il suo volto sembrava distrutto dal dolore e si intrawedeva il suo pallore e la sua tristezza.
Il giovane le sussurrò qualche parola di conforto e la baciò sulla fronte. A quel contatto, Rosina si scosse e chiese a Peppino:
‒ Si vede che soffro più che se avessi il mal di testa?
‒ Sì, e devi stare attenta perchè la mamma certe cose le capisce.
Rosina gli strinse le mani e gli disse: ‒ Peppino, non lasciarmi sola, ho paura del buio e di tutto; vedo nero intorno a me.
‒ Ti capisco! ‒ rispose il giovane ‒ Quindi è meglio che ti alzi e vieni in cucina, così starai con la mamma e forse aiutandola a preparare la cena, ti distrarrai alleviando il dolore che affligge la tua testa ed il tuo cuore.
La fanciulla si alzò barcollando. Peppino la sostenne, la aiutò a rimettere gli zoccoli ai piedi e ad andare verso la cucina dove la zia Emilia aveva acceso il fuoco e stava iniziando a preparare la cena.
Rosina la salutò e si sedette su una panca di legno. La zia, alla luce del lume a petrolio, guardò il viso pallido della nipote e le chiese:
‒ Ti senti ancora male?
‒ Un pò, mi è quasi passato il mal di testa dopo che tu mi hai tolto il malocchio ‒ rispose Rosina.
‒ Lo sapevo! ‒ disse contenta la zia ‒ Riesco sempre a togliere il malocchio quando lo voglio!
Più tardi si misero a tavola per cenare. Rosina mangiò poco e volle subito dopo tornare a letto. La fanciulla si reggeva male in piedi e la zia l'accompagnò nella sua stanza un pò preoccupata.
Peppino, dopo cena, non andò a letto; vicino al fuoco e alla luce di un piccolo lume a petrolio, iniziò a leggere un romanzo che gli aveva prestato un amico. Accanto a lui, seduto davanti al camino, Bricco con i suoi occhi lucenti e fosforescenti lo guardava fisso.
Peppino scorreva con lo sguardo le righe del libro mentre le labbra sussurravano appena le parole che leggeva. Il suo cervello non recepiva il significato delle parole, assorto come era nei suoi pensieri verso la fanciulla che, nella stanza accanto, si struggeva dal dolore per la morte del suo amore.
Lesse tre o quattro pagine senza capirne il senso, tornò a rileggerle ma inutilmente e chiuse il libro. Bricco, seduto ad un palmo dal fuoco che andava spegnendosi, sonnecchiava; il giovane lo accarezzò sulla testa e il cane si svegliò dal suo sonno leggero. Guardava il suo padrone come a domandargli perchè avesse smesso di leggere e Peppino commentò:
‒ Beato te, Bricco, che certe cose non le capisci; ti invidio! Vorrei essere anch'io una bestia per non soffrire.
Rimase a lungo a contemplare il fuoco quasi spento; a volte, qualche pezzo di legno acceso scivolava mandando verso l'alto delle scintille che rischiaravano la cucina più di quando la illuminasse la fioca luce del piccolo lume a petrolio.
Il giovane era stanco ma non gli veniva sonno; decise di andare a letto, pensando che forse il sonno avrebbe sopraffatto i suoi pensieri. Si alzò, fece alzare Bricco e lo fece uscire fuori. Il cane se ne andò a dormire sulla paglia dietro la porta della stalla.
Peppino andò nella sua stanza che era attigua a quella dove dormiva Rosina, si tolse la camicia ed i pantaloni e si infilò sotto le fredde coperte. Un brivido di freddo percorse il suo corpo tanto che pensò di tornare vicino al fuoco ma poi decise di rimanere a letto e, spento il piccolo lume, cercò di prendere sonno.
Nel buio, davanti ai suoi occhi, c'era fissa l'immagine di Benito, del suo amico e del grande amore di sua cugina. Lo vedeva nuotare velocemente quasi in modo spavaldo in gara con gli altri giovani, tuffarsi e riemergere molto lontano da dove si era tuffato, sempre sorridente con quel suo fare forte e sicuro.
Si sforzò di non pensare e di prendere sonno, ma un sommesso pianto gli giunse all'orecchio. Prestò maggior attenzione e si convinse che il pianto proveniva dalla stanza accanto: sicuramente Rosina non era riuscita a superare il suo dolore e piangeva.
Il giovane rimase un pò di tempo indeciso su cosa fare, poi si alzò, si rivestì e senza far rumore andò verso la stanza di Rosina.
Si fermò sulla porta, incerto; poi bussò leggermente ed entrò.
Dalla finestra, attraverso i vetri appannati di brina, entrava una pallida luce lunare. Con quella luce vide il letto di Rosina e vi si diresse. Arrivato vicino, il giovane chiamò la fanciulla a voce bassa: non voleva che i suoi genitori sentissero.
Rosina che nella penombra aveva visto il giovane avvicinarsi al letto disse:
Peppino perchè sei venuto qui?
Ho sentito che piangevi e volevo starti vicino!
Il giovane appoggiò le sue mani sui letto di Rosina e incontrò quelle fredde della fanciulla tenute sulla coperta. Rosina, non continuare a piangere!
‒ Non posso farne a meno Peppino.
Il giovane si era intanto seduto sul letto e teneva le mani fredde della cugina nelle sue come a volerle riscaldare. Peppino si chinò su di lei sussurandole:
‒ Non piangere, mia madre potrebbe sentirti!
‒ Che importa! ‒ rispose Rosina ‒ La mia vita ormai è rovinata dalla morte di Benito! Tu vuoi essermi di aiuto, ma come puoi aiutarmi se non sai perchè io piango la morte del mio Benito?!?
‒ Posso aiutarti a superare il dolore! ‒ rispose Peppino con sicurezza.
Peppino... ‒ disse Rosina ‒ ...io sono incinta! ... Aspetto un figlio di Benito!
Nella stanza sopravvenne un silenzio assoluto. Le mani di Peppino allentarono la stretta, il respiro del giovane sembrava cessato mentre la fanciulla rimase distesa sul letto aspettando una parola.
Peppino riprese a stringere le mani di Rosina e si chinò lentamente verso il viso della giovane che intravvedeva sul bianco del cuscino, le sfiorò il viso e, avvicinando la sua bocca all'orecchio della fanciulla, le sussurrò quasi impercettibilmente:
‒ Se tu vuoi, io posso essere il padre del figlio di Benito!
Rosina si scosse e chiese conferma di ciò che il giovane aveva detto quasi incredula; poi esclamò:
‒ Sei pazzo! Io dovrei figurare essere stata messa incinta da te che sei mio cugino?
‒ Beh, anche se ci sono molti pregiudizi, potrei esserne stato capace, come lo è stato Benito!
Rosina tirò via le mani da quelle di Peppino, rimase un pò in silenzio a riflettere. Cercò di nuovo le mani del giovane, se le portò al viso e tirando a sè il giovane cugino, gli chiese: ‒ Lo faresti davvero?
Certo Rosina e per me sarebbe anche l'unica possibilità per amarti totalmente.
‒ Ma il figlio non è il tuo! ‒ disse la fanciulla.
‒ Lo so! ‒ rispose ancora Peppino ‒ Ma il mio amore per te è così grande che io vorrò bene a te e al figlio che nascerà da te, come volevo bene a Benito anche se ero geloso di lui.
Rosina strinse il capo di Peppino fra le sue mani e lo tirò a sè baciandolo sulla fronte, mentre il giovane appoggiava il capo sul seno della sfortunata fanciulla per darle la forza del suo amore.
I due giovani parlarono su come comportarsi per convincere tutti chi il loro peccato d'amore (mai commesso) li trovava uniti e legati in modo determinato. Il loro ragionare tenendosi le mani, con la testa di Peppino sul seno della giovane donna, li portò al sonno senza che i loro sensi se ne avvedessero.
Alle prime luci dell'alba, il freddo destò Peppino, addormentato vicino alla cugina ma non coperto. Appena sveglio, capì quanto fosse pericoloso stare lì se sua madre o suo padre si fossero accorti che egli aveva passato la notte insieme alla cugina.
Senza svegliare la fanciulla che sembrava dormisse un pò più rilassata dopo le ultime emozioni della tremenda giornata trascorsa, uscì dalla stanza, a piedi nudi com'era, senza fare alcun rumore.
Proprio in quel momento la mamma si era alzata e dall'ingresso della stanza dove dormiva con il marito, attraverso la porta semiaperta, notò Peppino che camminando in punta di piedi aveva chiuso la porta della stanza di Rosina ed andava verso la sua stanza.
La mamma rimase di ghiaccio. Il comportamento di suo figlio era strano; non l'aveva visto uscire dalla stanza di Rosina ma lo aveva visto chiudere la porta ed andare via cercando di non fare rumore per non esser notato.
La donna aspettò che Peppino fosse entrato nella sua stanza e dopo qualche minuto, uscì dalla sua e andò in cucina a preparare la colazione per tutti.
Dopo un pò la raggiunse il marito. Emilia non gli disse nulla; potevano essere state le circostanze a far apparire la cosa diversa da come era in realtà.
Qualche minuto dopo entrò nella cucina anche Peppino che, dopo aver salutato i genitori, si diresse verso il fuoco da poco acceso e già scoppiettante nel camino. Il padre pose una mano sulla spalla del figlio e uscì dalla cucina andando fuori casa mentre la madre andò vicino al giovane e guardandolo in viso, disse:
‒ Che hai Peppino, sembri avere freddo!
‒ Sì mamma, ho dormito scoperto senza accorgemene ed ora ho un pò di freddo! ‒ Era la verità, ma il giovane non disse dove aveva dormito.
La mamma gli passò una tazza di latte caldo e, proprio mentre Peppino ne stava bevendo le prime sorsate traendone un pò di ristoro, comparve sulla soglia della cucina anche Rosina.
La giovane donna salutò e sembrava alquanto rilassata. Rosina guardò Peppino mentre zia Emilia guardava lei per osservare se nel suo comportamento c'era qualcosa di particolare. Non notò nulla e si tranquillizzò un pò, anche se il terribile sospetto che i due cuginetti avessero potuto avere un rapporto intimo la convinse a continuare a controllare i due giovani.
Finito di fare colazione, come tutte le mattine ognuno partì per il suo lavoro.
Peppino e Rosina partirono con l'asino per il castagneto, mentre la madre del giovane, tirate fuori dalla stalla le due capre di proprietà, le portò via con sè raggiungendo il marito che già lavorava nel campo al di sotto della casa.
Prima di mezzogiorno, Emilia disse al marito che stava preparando la terra per la semina del grano:
‒ Vado a casa, cucino qualcosa e la porto su ai ragazzi che stamattina hanno portato via solo pane e formaggio, poi ritorno e porto da mangiare anche a te.
La donna andò a casa e cucinò qualcosa che mise in una pentola per portarla calda ai due giovani; mise la pentola in un cesto in modo che essa non si potesse rovesciare, se la caricò sulla testa e partì per il castagneto.
I due giovani intanto, visto che era già mezzogiorno, avevano deciso di smettere di raccogliere le castagne e di mangiare qualcosa.
Peppino era andato a sedersi sotto una roccia al sole e Rosina, con il viso triste, lo aveva seguito e gli si era seduta vicino.
I due giovani avevano parlato poco la mattina perchè Rosina era ancora scossa dagli avvenimenti; degli accordi presi la sera precedente non avevano ancora parlato e Peppino decise di farlo ora.
Rosina, accanto a lui, piangeva in silenzio: le lacrime le scendevano dagli occhi scivolando sulle pallide gote, attraverso il mento, cadevano sulla camicetta aperta sul collo e le bagnavano il bianco seno.
Peppino, asciugandole le lacrime sul viso della cugina con il palmo della mano, le sussurrò:
‒ Non devi piangere! Sono due giorni che piangi ed il tuo viso è diventato irriconoscibile. E poi, ora che abbiamo trovato il modo per non far saper che la tua gravidanza è opera di Benito, non vedo perchè tu debba continuare a preoccuparti!
‒ Peppino ‒ rispose la fanciulla ‒ ti ringrazio per l'offerta del tuo aiuto e del tuo amore, ma sei sicuro che dopo aver detto che il figlio oha porto in seno è tuo ci faranno sposare?
‒ Se tu lo vuoi, credo di sì!
‒ Io lo voglio perchè ho capito quanto bene mi vuoi ed anche se ora ti stimo come un fratello, forse domani riuscirò ad amarti come ho amato Benito.
Peppino si strinse al petto la fanciulla e la baciò tenerametne. Rosina non si sottrasse al bacio e proprio in quell'istante apparve la madre di Peppino che, vedendo i due giovani abbracciati, rimase bloccata sulle gambe come se esse si fossero improvvisamente paralizzate.
Guardava i due giovani, i quali, non essendosi accorti della sua presenza continuavano a rimanere abbracciati. Peppino parlava a Rosina ma, data la lontananza, la madre non riusciva a distinguere le parole pronunciate.
Vedeva Rosina piangere e non ne capiva il perchè, se i due giovani si amavano, perchè Rosina piangeva invece di gioire al loro amore?
La donna fece alcuni passi indietro e si sottrasse alla vista dei due giovani.
Dietro ad un cespuglio, guardava il figlio e la nipote che nonostante fossero rimasti abbracciati strettamente, non facevano niente di riprorevole; le sembrò strano anche perchè Rosina continuava a piangere.
Decise di andare dai due giovani e, ritornata indietro sui suoi passi, ricominciò a risalire facendo dei colpi di tosse.
I due giovani ignari di essere stati già spiati, si sciolsero dall'innocente abbraccio proprio un attimo prima che la donna apparisse alla loro vista. Zia Emilia si avvicinava e come se avesse notato solo ora la tristezza di Rosina, chiese:
‒ Cos'hai Rosina, ti senti ancora male?
‒ Sì, ma è un male che voi non potete capire! ‒ disse sventatamente la nipote.
‒ E perchè ‒ chiesa la zia con stupore.
‒ Le fa male la testa e si sente male! ‒ intervenne Peppino vedendo sua madre incuriosita dalla risposta di Rosina.
‒ Sarà perchè ieri sera hai mangiato così poco, ma ora ho portato qualcosa di più sostanzioso, così vedrai che dopo mangiato ti sentirai meglio! ‒ disse la donna stendendo su una roccia la tovaglia che aveva messo nel cesto insieme alla roba cucinata.
Rosina si mise seduta accanto alla zia e, per non farle dispiacere, si sforzò di mangiare anche se non aveva appetito.
Finito di mangiare, la donna raccolse tutto ciò che era rimasto, lo mise nella cesta e accennò a ritornare giù chiedendo a Rosina se si sentiva tanto male da voler tornare subito a casa.
La giovane rispose che si sentiva un pò meglio e la zia, un pò rassicurata, pensò che l'abbraccio dei due giovani, poteva essere anche dovuto ad un conforto dato dal figlio a Rosina per qualche dispiacere per il quale stava piangendo come se volesse assicurarle che le era vicino.
Zia Emilia, caricato sulla testa il cesto con gli avanzi del pranzo, prese la via del ritorno a casa seguita dallo sguardo di Peppino che aveva notato il sospetto della madre alle parole di Rosina.
Andata via la madre, Peppino si avvicinò alla cugina, le prese le mani, l'aiutò ad alzarsi e le disse di stare più attenta a ciò che diceva, perchè sua madre aveva già sospettato qualcosa.
‒ Beh, prima o poi dovranno pur sapere come stanno le cose, altrimenti in che modo possiamo comunicare loro ciò che noi abbiamo in mente di fare?
La giornata passò così. A sera tornarono giù come sempre con l'asino carico di sacchi pieni di castagne.
Rosina, appena arrivata a casa, andò su dalla zia ad aiutarla a preparare la cena e, anche se non era allegra come sempre, sembrava avesse riacquistato un pò del suo buonumore.
Entrarono in casa anche Peppino ed il padre i quali andarono a sedersi accanto al camino acceso per riscaldarsi e fare quattro chiacchiere mentre veniva preparata la cena.
Finito di cenare, zia Emilia e Rosina, sparecchiata la tavola, andarono a sedersi accanto ai due uomini vicino al camino acceso. Caso strano nessuno parlava e dopo un bel pò, il padre di Peppino disse:
‒ Visto che non abbiamo nulla da dire, forse è meglio che me ne vada a letto!
La moglie, augurando la buonanotte ai due giovani rimasti seduti accanto al fuoco, lo seguì andandosene a sua volta a letto.
Peppino e Rosina rimasero soli ma non parlarono; perciò, anche la giovane prese la via della sua camera dopo aver augurato a Peppino la buonanotte.
Il giovane, rimasto solo, prese un libro da una credenza che stava in un angolo della cucina e si mise a leggere a mezza voce per non disturbare coloro che erano a letto.
Per più di un'ora nella casa regnò il silenzio interrotto dalla lettura; vicino al camino c'era solo Peppino. Bricco gli stava accanto e sembrava ascoltasse il giovane leggere a bassa voce.
Il giovane stava sovrappensiero e non si accorse che la porta della cucina si era aperta ed era entrata Rosina, la quale, in silenzio, gli si era avvicinata alle spalle e seguiva la lettura del romanzo.
Rosina posò le mani sulle spalle di Peppino. Questi ebbe un gesto di sorpresa e, accorgendosi della cugina, continuò a leggere senza cambiare nè tono nè volume di voce.
Rosina appoggiò il viso sulla testa di Peppino e gli disse:
‒ Peppino sono tanto triste; vedo la nostra situazione veramente preoccupante.
Peppino, al sentire il viso morbido della cugina sui capelli, si sentì avvampare di un calore interno che gli dette la sensazione di un gesto d'amore. Alzò il suo viso verso Rosina, la quale, lacrimando, baciò il giovane sulla fronte e gli disse:
‒ Tu sei buono Peppino a volerti sacrificare per me, ma io che ho ceduto all'amore per il povero Benito mi sento in colpa verso di te se accetto che tu sacrifichi il tuo amore per salvare il mio.
Peppino le strinse le mani e le rispose a bassa voce:
‒ Rosina io non sacrifico niente; anzi, ti sono grato perchè apprezzi il mio aiuto; io ti ho sempre voluto bene anche quando non c'era ancora Benito; per il modo di pensare dei nostri genitori, poi non avremmo mai potuto unirci in matrimonio ma ora, di fronte alla nuova situazione, dovranno permetterci di essere marito e moglie.
A queste parole, Rosina accentuò la stretta delle mani di Peppino, mentre il giovane, accostando il suo viso a quello di Rosina, la baciò per la prima volta, in modo inequivocabile, con amore.
Rosina si lasciò baciare e pur sentendosi attratta verso il cugino, riuscì a mantenere la freddezza che il recente dolore per il giovane che aveva amato, e che non era più, richiedeva.
Il loro parlottare, anche se sommesso, attirò l'attenzione della madre del giovane. La donna aveva avuto il sospetto che i due giovani stessero tramando qualcosa già dal giorno prima, ora si era alzata e avendo visto la luce che passava sotto la porta della cucina, aveva capito che i due giovani erano insieme.
In punta di piedi si avvicinò alla porta e tese l'orecchio per cercare di afferrare il discorso dei due giovani ma non riuscì a sentire che poche parole che non davano un senso. Ma quando udì Rosina dire: «No! Peppino, quello che dici sarà solo quando saremo sposati», strabuzzò gli occhi nel buio e si sentì mancare il respiro.
I due giovani vicini al fuoco stavano giocando un gioco che scottava e lei povera donna non seppe più cosa pensare e fare. Era evidente ormai che i due cugini si amavano ma prima che i due giovani potessero commettere atti irreparabili, pensò, era meglio dividerli.
Cercò di tornare indietro verso la stanza dove suo marito, ignaro di ciò che succedeva sotto lo stesso tetto, stava dormendo il sonno riposante di chi lavora.
Al buio la donna urtò una sedia che, anche se non cadde per terra, fece un pò di rumore che giunse all'orecchio dei due giovani.
Prontamente Peppino aprì la porta per lasciare uscire Bricco, dette un cenno d'intesa e di saluto a Rosina ed entrambi se ne andarono ognuno nella propria stanza a dormire.
L'indomani mattina all'ora solita si alzarono tutti. Rosina sembrava più rilassata ma, quando salutò la zia, si accorse che questa le rispose freddamente e, allo stesso modo, le chiese come si sentiva.
La fanciulla, presa un pò alla sprovvista, rispose:
‒ Non troppo bene ma sto meglio di ieri!
La donna la guardò fisso negli occhi e, senza badare al male che le sue parole avrebbero arrecato alla nipote, disse:
‒ Visto che quest'anno, da quando sei qui, invece di portare aiuto crei solo preoccupazioni, io e tuo zio abbiamo deciso di riaccompagnarti da tua madre; starai meglio e lascerai in pace noi e... e lasciò la frase a metà.
Il marito si alzò dalla sedia dove era seduto vicino al tavolo ed uscì. Peppino risentito per le parole dette dalla madre e soprattutto per la cattiveria con la quale le aveva dette, disse:
‒ Mamma, cosa sono questi discorsi?
‒ Tu stai zitto e vergognati!
‒ Vergognarmi?!? E perchè? ‒ chiese Peppino.
Lasciamo andare ‒ disse sua madre ‒ e vattene su in montagna a raccogliere castagne, forse ne raccoglierai più da solo che stando in due al sole abbracciati sotto le rocce.
Peppino e Rosina capirono: la donna aveva visto loro abbracciati e forse aveva sentito qualche parola che le aveva fatto capire quanto sarebbe stato imprudente lasciare i due giovani soli; quindi, con parole dure, d'accordo con il marito, interveniva a dividerli prima che potesse succedere qualcosa di compromettente.
Peppino non rispose più a sua madre: la conosceva bene, non era cattiva ma in casa si poteva dire che comandava lei.
Il giovane uscì dalla stanza e andò nella stalla a prendere l'asino: Rosina cercò di seguirlo ma fu richiamata dalla zia in modo alquanto brusco. Rosina si fermò e, mentre le lacrime scendevano copiose sul suo viso, rispose a mezza voce:
‒ Va bene zia, ma Peppino non ha colpa di niente; egli è buono come è sempre stato!
‒ Lo so! ‒ rispose irata la zia ‒ È colpa tua se ti sta dietro.
Rosina singhiozzò; stava quasi per dire a sua zia come stavano realmente le cose, ma proprio in quel momento rientrò in casa Peppino, il quale le andò vicino e le disse:
‒ Rosina, arriverderci; ci vediamo a Natale! ‒ e, sottovoce, anche se in quel momento la madre era uscita fuori, aggiunse ‒ Non temere, sii forte e non dire mai che ciò che porti in te è di Benito; dai pure la colpa a me perchè il futuro è nostro e, che vogliano o no gli altri, noi vivremo insieme.
E poichè la madre era ancora fuori, baciò la desolata cugina ed uscì di casa proprio mentre sua madre rientrava senza degnarla neanche di uno sguardo.
Peppino, dopo aver messo il basto all'asino e preso l'occorrente che gli serviva al castagneto, andò via; si girò a guardare verso la finestra della cugina e, come supponeva, vide Rosina con il viso premuto contro il vetro.
I suoi occhi neri erano colmi di lacrime e le annebbiavano la vista facendole vedere indistinta la figura ormai cara del giovane cugino.
Peppino fece un gesto di saluto verso Rosina proprio mentre sua madre tirava via a forza dalla finestra l'addolorata fanciulla.
Al giovane gli si strinse il cuore: perchè doveva esserci questa usanza che non consentiva a due cugini di amarsi? Perchè sua madre, che pure egli amava tanto, li stava trattando come bambini che stanno per rubare lo zucchero?
Aveva voglia di tornare indietro, di rientrare in casa e di gridare a sua madre e a tutti i suoi sentimenti verso sua cugina. E perchè non dire a sua madre che aveva sposato suo padre con il consenso e forse la spinta del genitori solo perchè egli era proprietario terriero? Che cosa era la loro vita? Casa e lavoro, mai un divertimento mai un qualcosa di diverso. Egli non aveva mai sentito sua madre dire al marito «Oggi sei bello!» oppure «Oggi sei stato buono!» o almeno «Sei un brav'uomo!». Niente, sempre amarezze ed incomprensioni! Qualche volta aveva anche sentito la madre dire all'indirizzo del marito «Speriamo che tuo figlio non venga come te! ». Ed ora che suo figlio non era venuto come lui e che amava veramente una ragazza anche se era la cugina, ella li divideva con un brutto cipiglio e, da come si comportava, si poteva intuire come si sarebbe opposta alla loro unione.
Suo malgrado rise, pensando a quando la madre avrebbe saputo che Rosina era incinta; immaginava il viso della madre e stringendo i denti, pensò: «Le sta bene! Lei che non sa neanche cosa sia l'amore, quello vero, perchè ha avuto solo un amore fisico con mio padre senza che il suo cuore abbia palpitato e senza il desiderio di avere l'amore della persona amata; lei che guarda solo l'aspetto esteriore che ne sa della dolcezza di una carezza o di un bacio ricevuto da quell'angelo di fanciulla?»
Saliva per la montagna ed era fiero di essere stimato da Rosina che, pur avendo amato tanto il suo Benito, aveva saputo reagire alla sua perdita accettando l'aiuto del cugino.
In cuor suo il giovane pensava di essere Benito, egli stesso si sentiva il padre del bambino che la bella cugina portava in grembo e, con questi pensieri, continuò a salire verso il castagneto nella speranza che l'evolversi della situazione avesse aiutato a risolvere i molti problemi.
Rosina mal sopportava lo sguardo di sua zia; avrebbe voluto urlarle come stavano le cose ma, come le aveva suggerito Peppino, si astenne di dare qualsiasi notizia sul figlio che ella portava in grembo.
Quando la zia fu pronta, ella uscì di casa e, seguita dalla donna, si avviò per la strada che, attraversato il piccolo paese, portava a valle.
Da lontano la giovane vide suo zio che lavorava un centinaio di metri più giù, alzò il braccio in segno di saluto ma l'uomo, pur avendola vista, non rispose.
A Rosina le si strine il cuore: anche suo zio che le sembrava tanto bravo ora la sfuggiva. La giovane pensò che doveva essere duro e veramente triste per Peppino sopportare tanti dolori per evitare che si sapesse che ella portava in grembo il figlio di un giovane morto in guerra.
Pur provando dolore per la morte di Benito, sentì nascere sempre più forte nel cuore un sentimento nuovo per Peppino, diverso da quello provato finora.
Ora sentiva quasi di amare Peppino; com'era strano, soltanto tre giorni dopo aver saputo della morte di Benito, ella già amava un altro uomo quasi con lo stesso ardore!
Si vergognò verso la memoria del giovane morto e inconsciamente si portò una mano sul grembo che già accennava ad essere evidente e sospirò fortemente, tanto da farsi notare dalla zia che la seguiva.
‒ Cosa c'è non ti senti bene! ‒ disse la zia con faccia ironica.
‒ Sto benissimo anche se lontano da Peppino mi sento sola! ‒ disse la nipote con evidente scopo di ferire la zia.
Un violento ceffone arrivò sul collo di Rosina, imprevisto e inatteso, e mando la giovane a faccia in giù, in ginocchio in mezzo alla strada in terra battuta.
Rosina non disse una parola e si rialzò senza dare segni di dolore. La zia l'apostrofò cattivamente:
‒ Peppino te lo devi scordare come marito e forse anche come cugino, quindi cerca di camminare svelta che io non ho tempo da perdere!
Le due donne, senza più parlare, proseguirono per la casa di Rosina e vi arrivarono due ore dopo.
Mamma Elena corse loro incontro non appena li vide; abbracciando la figlia, notò nello sguardo delle due donne che qualcosa non funzionava.
‒ Cos'è successo? ‒ chiese la donna alle nuove venute.
‒ Niente! ‒ rispose sua sorella ‒ Solo che ho voluto dividere Peppino da questa.... prima che succedesse qualcosa di disonorevole.
Rosina senza rispondere entrò in casa, metre sua zia dette ampie spiegazioni a suo modo alla sorella.
Le due donne entrarono anch'esse in casa e andarono a sedersi vicino al tavolo dove si pranzava tutti i giorni; iniziarono a parlare sottovoce e Rosina, guardandole dalla sua stanza, notò solo l'espressione incredula del viso della madre.
Arrivò il padre e la zia raccontò anche a lui le cose a modo suo in maniera da far emergere che le colpe erano solo di Rosina.
Il padre entrò nella stanza dove Rosina, seduta sulla sponda del letto, singhiozzava sommessamente, le andò vicino, le si sedette accanto e guardando la figlia in viso, le chiese:
‒ Rosina è vero quello che dice tua zia?
‒ Sì papà! Io e Peppino ci vogliamo bene! ‒ rispose di getto sua figlia convinta anche lei di voler bene al cugino.
‒ Siete pazzi, Peppino è tuo cugino! ‒ disse il padre alzandosi.
‒ No papà, io e Peppino ci vogliamo bene e un giorno ci sposeremo che voi vogliate o no!
Il secondo ceffone della giornata si stampò sul viso di Rosina e stavolta a darglielo era suo padre che pur le voleva molto bene.
L'uomo lasciò la stanza molto turbato; zia Emilia stava ancora illustrando alla sorella in modo molto particolareggiato la scena dell'abbraccio dei due giovani sotto la roccia al castagneto.
Luigi non voleva difendere sua figlia ma il modo di parlare della cognata gli dette fastidio e allora intervenne dicendo:
‒ A me sembra che siano colpevoli in egual modo, perchè se Peppino è bravo come tu dici, non vedo come poteva essere abbracciato a Rosina se non lo avesse voluto.
‒ Beh, mio figlio non è un pezzo di legno e se una ragazza gli si offre non è così scemo da non approfittare! ‒ disse Emilia continuando a offendere Rosina pur di tenere le parti al figlio.
‒ Va bene e adesso che li hai divisi puoi tornare su tranquilla a raccogliere le castagne e le mele assieme a tuo figlio, tenendotelo vicino, ‒ rispose Luigi con prontezza.
La donna, anche se con disappunto, si alzò, salutò sua sorella e ripartì per il paese senza salutare Rosina.
Appena furono soli, i genitori di Rosina si precipitarono nella sua stanza e la madre rivolse alla figlia la stessa domanda che il padre le aveva posto prima.
Rosina con il viso rosso e un pò tumefatto dal violento schiaffone del padre, rispose:
‒ Mamma, è inutile che voi insistiate: io e Peppino ci vogliamo bene e come ho detto prima a papà, ci sposeremo che voi lo vogliate o no!
Il padre stava, per ripetere il gesto di poco prima, ma la moglie lo fermò, facendogli cenno di lasciarle sole. Luigi condivise che forse era meglio che sua moglie parlasse da sola con Rosina ed uscì fuori,
Rimaste sole le due donne, la madre si accostò alla figlia, le mise un braccio sulle spalle e le disse:
Rosina, tu sei ancora giovane ed è per questo motivo che ti sembra di voler bene a Peppino in un modo, che forse, non riesci nemmeno a capire!... Ma il bene che tu gli vuoi, è come quello che vuoi a Tonino, tuo fratello.
‒ No, mamma! Il bene che io voglio a Peppino è diverso ed egli mi vuole lo stesso bene, ‒ rispose Rosina rassicurata dal dialogo aperto con la madre.
‒ Ma da quando vi volete bene? ‒ chiese la madre.
‒ Dall'anno scorso quando raccoglievamo le castagne! ‒ rispose Rosina senza pensare alla data.
‒ Te ne sei innamorata quando ti portava a ballare?
‒ No, un pò alla volta perchè Peppino è buono e bravo! ‒ rispose Rosina con fierezza.
‒ Senti figliuola, ‒ riprese con pazienza la madre ‒ cerca di dimenticare Peppino, perchè nessuno te lo farà sposare; di questo puoi esserne certa!
Ma perchè ‒ chiese ancora Rosina ‒ Dove sta scritto che due cugini che si vogliono bene non possono sposarsi?
‒ È un divieto della Chiesa! ‒ rispose la madre ‒ E poi, qui in paese non è mai successo e non sarete voi i primi, perciò toglitelo dalla mente!
Rosina scoppiò in lacrime ma non obiettò nè accennò alle sue condizioni.
La madre uscì dalla stanza e tornò al lavoro che aveva interrotto al momento dell'arrivo della figlia e della sorella. Prima di uscire di casa disse alla figlia:
‒ Per ora pensa a cucinare, poi ne riparleremo.
Rosina si alzò, andò in cucina e si mise a preparare da mangiare, piangendo e pensando alla sua vita così giovane e già così provata: aveva voluto bene a Benito e per averlo amato con troppo ardore, ne portava le conseguenze; ora il giovane era morto e nessuno sapeva di loro tranne la zia Fortunata e suo cugino Peppino il quale, amandola da sempre, aveva condiviso la sua pena e si era offerto di dare una onorevole soluzione alla sua difficile condizione.
Rosina era molto compunta, ma la sua tristezza fu interrotta dall'abbaiare di Lulù che, nel vedere Tonino tornare da scuola, si precipitò festosamente verso di lui.
Tonino entrò in casa seguito dal cane e, appena vide Rosina, le corse fra le braccia gridando di gioia. Le chiese di Peppino e del perchè fosse tornata molto prima del previsto.
La sorella lo guardò e rimase un pò in silenzio; poi rispose:
‒ Peppino sta bene e ti manda i saluti, mentre io sono venuta via perchè non mi sentivo bene.
‒ Perchè, cos'hai? ‒ chiese prontamente Tonino.
Niente, mi fa male la testa! ‒ rispose Rosina.
‒ Lo credo, hai la faccia livida da un lato. ‒ disse ancora Tonino guardando in viso la sorella.
Rosina non disse altro e, quando fu pronto da mangiare, pregò il fratello di chiamare i genitori che stavano nei campi.
Erano tutti a tavola ma nessuno parlava, solo Tonino continuava a fare domande a Rosina che rispondeva a monosillabi.
Il ragazzo, vedendo tutti poco allegri, chiese alla madre:
‒ È successo qualcosa a Rosina? Vi vedo tutti così tristi!
La mamma allora rispose seccamente: ‒ No! Ed ora smettila di fare domande.
Erano passati alcuni giorni da quando Rosina era tornata a casa.
In famiglia non si era più parlato di niente ma in quella casa dove solo un mese prima regnava la felicità più completa, non c'era più allegria.
Ora non si parlava più nè di lavoro nè di altro; anche Tonino, pur non sapendo cos'era successo, aveva perso il suo buonumore e non giocava più neanche con Lulù.
Una mattina Rosina non si alzò dal letto; la mamma, non vedendola, entrò nella sua stanza e trovandola ancora a letto, le chiese:
‒ Cos'hai che non ti sei alzata?
‒ Niente mamma, mi sento un pò debole ma adesso mi alzo.
Fece cenno di alzarsi. La mamma alzò le coperte dal letto e le tirò via; al primo sguardo ebbe tutto chiaro.
Era già fine novembre, Rosina era al quarto mese di gravidanza e mentre il suo stato non era evidente quando stava in piedi, a letto la madre lo aveva subito notato.
Rimase un attimo in silenzio, stupefatta e distrutta; non aveva mai neanche immaginato che potesse succedere qualcosa di simile. Afferrò la figlia per un braccio e la tirò giù dal letto dicendole:
‒ Niente eh?!? E questa tua gravidanza? ‒ disse la madre assestandole un terribile manrovescio.
Rosina cadde riversa sul letto. La madre, con le mani nei capelli, andava su e giù per la stanza mormorando:
‒ Suo figlio non era un pezzo di legno. Lo credo! Guarda cosa ha combinato?
La donna diceva queste parole pensando alla sorella che, per proteggere il figlio, si era accanita contro la nipote apostrofandola con un epiteto irripetibile.
La donna uscì dalla stanza lasciando la figlia piangere sul letto e disperarsi per tutti i guai che l'amore verso Benito le aveva procurato Sentendo che sua madre chiamava il marito con voce rotta dall'emozione, per la prima volta la giovane ebbe paura.
Il padre arrivò poco dopo; lo sentì salire le scale di pietra che portavano sul pianerottolo davanti la porta di casa. Sentì sua madre che a bassa voce lo informava di ogni cosa ed una grossa bestemmia del padre che si precipitò nella sua stanza e vedendo Rosina raggomitolata nel letto, bianca di terrore, perse il lume della ragione. Due violenti ceffoni fecero rintronare la testa alla sfortunata Rosina e, mentre il mondo intorno a lei si colorava di scuro, ella cadde riversa sul letto, priva di sensi.
Nel vederla svenuta, il padre sembrò calmarsi e si tirò indietro anche perchè la moglie lo aveva afferrato per un braccio e cercava di tirarlo via.
L'uomo si passò una mano fra i capelli come un gesto di disperazione, poi mormorò a bassa voce:
‒ Vado su in montagna, perchè voglio dirne quattro anche a tua sorella! ‒ disse rivolto alla moglie.
‒ Vengo con te, perchè anch'io voglio dirle quanto è brava lei e suo figlio! ‒ aggiunse la moglie con cattiva luce negli occhi.
Poi la donna prese un ciotola d'acqua, se ne versò un pò nel palmo della mano e bagnò il viso pallido di sua figlia che, a contatto dell'acqua fresca, aprì gli occhi e si guardò intorno spaurita.
Era veramente triste vedere i visi stravolti dei suoi genitori: erano i tempi in cui una ragazza incinta era il disonore di una famiglia ed essi che già avevano provato questa esperienza con la zia Fortunata, ora che la disgrazia era toccata alla loro figlia, erano letteralmente distrutti.
Per un attimo Rosina temette qualcosa di terribile da parta del padre; poi vide che questi si cambiava d'abito e che sua madre faceva lo stesso e capì che i due stavano recandosi a casa di Peppino in montagna.
Senza neanche far colazione, i genitori di Rosina partirono par la montagna lasciandola sola in casa.
Erano appena andati via quando anche Rosina, senza chiudere la porta di casa ma solo accostandola, uscì; aveva deciso di andare dalla zia Fortunata che non aveva ancora visto.
La zia l'accolse a braccia aperte e vedendola piangere le chiese se il pianto era ancora dovuto alla morte di Benito.
Rosina scosse il capo ed aggiunse:
‒ Povero Benito, mi ha lasciato un ricordo del suo amore che mi sta rovinando la vita!
E nel dire queste parole mostrò alla zia il suo grembo che presentava molto bene la sua gravidanza inoltrata.
Zia Fortunata rimase allibita; non si aspettava una cosa del genere; sapeva che Rosina era una ragazza seria e riflessiva e, oltretutto non sapeva della breve licenza di Benito, anzi, sapeva che da quando egli era partito militare non era mai tornato a casa. Per questo motivo, chiese alla nipote:
Senti, raccontala giusta, Benito sono sette mesi che è partito e da allora non è più tornato e purtroppo mai più tornerà povero ragazzo; non dirmi che sei di sette mesi perchè non può essere.
No zia, Benito è tornato a fine luglio e per due giorni soli; io non ti ho detto niente ma egli è venuto qui e...
‒ Ho capito! ‒ disse sua zia ‒ All'ombra della siepe dove vi trovai quella volta.
‒ Sì zia! ‒ rispose Rosina abbassando la testa e vergognandosi.
‒ E allora come stanno ora le cose, i tuoi cosa sanno? ‒ le chiese zia Fortunata.
Tutto! ‒ rispose Rosina ‒ Ma Benito è fuori da ogni sospetto; i miei genitori sanno che il figlio che è in me è di Peppino.
‒ È Peppino? ‒ chiese incredula la zia.
‒ Sì, io e Peppino siamo d'accordo su questo e, visto che ci vogliamo bene, vorremmo anche sposarci. ‒ aggiunse Rosina.
‒ Ma siete cugini! ‒ disse zia Fortunata.
‒ Lo so ‒ rispose quasi spazientita la nipote ‒ Ma cosa importa se noi ci vogliamo bene!
Ma Benito sapeva che tu e Peppino vi volevate bene?
Quando Benito era vivo, io volevo bene Peppino come un fratello, anche se Lui mi diceva sempre che mi amava intensamente e che voleva sposarmi. Poi è successo ciò che è successo e con la morte di Benito e le condizioni in cui ora io mi trovo, Peppino mi ha confermato che mi sposerà e mi ha detto che a tutti io devo dire che il figlio è il suo, costi quel che costi. Egli mi vuole sposare e anch'io lo voglio, anche se tu, zia, non lo credi, ora provo per Peppino un bene tutto particolare. Così dicendo, si asciugò le lacrime che scendevano copiose sul suo pallido visino.
Benedetti figliuoli, state portando la guerra in famiglia e parlate di volervi bene; ma ora Peppino che farà quando arriveranno tua madre e tuo padre in montagna?
‒ Non lo so zia ma spero non succeda nulla di male.
Nella tarda mattinata Luigi ed Elena giunsero in montagna. Emilia vedendoli arrivare pensò fosse successo qualcosa di nuovo ma non immaginò mai quello che stava per appurare.
Si scambiarono appena i saluti. La prima cosa che Elena disse alla sorella fu:
‒ Dov'è quel bravo ragazzo di tuo figlio?
‒ Perchè me lo chiedi? ‒ chiese con voce preoccupata Emilia. Perchè è talmente bravo che non ha saputo fare a meno di approfittare di mia figlia ed ora Rosina aspetta un figlio.
La madre di Peppino sbiancò in volto ripetendo quasi mecca nicamente:
‒ Aspetta un figlio!?!
‒ Sì, è di Peppino! ‒ rispose Elena con sarcasmo.
Nel frattempo giunse Antonio che aveva visto i cognati arrivare a casa sua, ed anch'egli preoccupato, era andato a casa per sapere cosa li aveva spinti ad andare su così all'improvviso.
Si salutarono appena. Subito la moglie lo informò della nuova brutta notizia, dicendo:
‒ Senti cosa ha combinato «tuo» figlio. (Se Peppino avesse fatto bene, avrebbe detto «mio» figlio) Ha messo incinta Rosina, quel porco, questo ha fatto «tuo» figlio!
Antonio voleva un gran bene a Peppino, non perchè era suo figlio ma perchè egli era veramente un bravo giovane, un grande lavoratore, un uomo attaccato alla campagna e alla natura; come lui amava la caccia e tutti i problemi della campagna erano da lui seguiti con responsabilità. La notizia lo aveva turbato; si sedette di peso come se fosse invecchiato di colpo ed avvertì tutto il peso della situazione sulle sue spalle.
‒ Ora cosa facciamo? ‒ chiese Elena a sua sorella.
‒ Cosa vuoi fare? Niente! ‒ rispose Emilia ‒ Tua figlia se l'è cercato il figlio ed ora se lo tiene!
‒ Sì?!? E Peppino ha solo partecipato alla festa e basta! ti sembra giusto? ‒ disse Elena con vigore.
‒ Giusto o no, Peppino non sposerà mai Rosina! Sposarsi tra cugini porta male e oltretutto mi sembra che la Chiesa non lo consenta!
‒ Portar male peggio di così, non credo! ‒ aggiunse il padre di Rosina mentre il cognato, distrutto, ascoltava l'alterco fra le due sorelle.
Parlarono ancora in modo burrascoso senza cercare accomodamento o una riparazione; le due sorelle non fecero altro che scambiarsi accuse su cose anche passate che non avevano niente a che fare con l'argomento.
Fra l'altro, Emilia rispolverò anche il fatto accorso alla sorella Fortunata, aggiungendo:
Si vede che tua figlia ha il sangue malato come lei! Elena stava per afferrarla per i capelli ma Luigi la trattenne dicendo:
Andiamo via, qui non si può ragionare!
Solo i due uomini si scambiarono un breve cenno di saluto. I genitori di Rosina si allontanarono velocemente.
Era l'ultimo giorno di raccolta delle castagne e Peppino, a mezzogiorno, aveva caricato sull'asino l'unico sacco che aveva riempito e stava scendendo verso casa. Vi arrivò solo pochi minuti dopo che i genitori di Rosina erano andati via. A casa trovò sua madre e suo padre e se ne stupì perchè di solito a quell'ora essi non stavano in casa ma a mangiare nel campo dove lavoravano.
Appena Peppino entrò, dopo aver legato l'asino ad un albero davanti casa, la madre lo investì con parole amare e, fra le altre cose, gli disse:
‒ Così tu e Rosina ve la siete spassata al mare, eh!! Peppino non sapendo che i genitori di Rosina erano stati lì, rispose:
‒ Mamma, non capisco!
Fai pure finta di non capire?!? ‒ chiese suo padre che, per quanto lo amasse, si sentiva il sangue ribollire dentro.
‒ Io non faccio finta di niente; è che non capisco cosa volete dire! disse Peppino con maggior vigore.
‒ Sono stati qui zia Elena e zio Luigi e ci hanno portato la bella notizia di ciò che avete combinato TU e ROSINA! ‒ disse la madre con disprezzo.
«Finalmente l'hanno saputo!» pensò Peppino «Ora sarà duro, ma devo essere sicuro nel rispondere».
‒ Beh, sai mamma, io e Rosina ci vogliamo bene e così ci siamo lasciati andare e purtroppo è andata così!
Suo padre non sopportò questa affermazione tranquilla di suo figlio e perse il lume della ragione: menò un violento schiaffone al viso del figlio, tanto forte da mandarlo a sbattere col sedere per terra sul pavimento un pò sconnesso della stanza dove stavano discutendo.
Un rivolo rosso di sangue cominciò a colare dal naso del giovane ed anche dalla bocca gli uscì un pò di sangue: aveva il labbro spaccato.
Il giovane rimase a terra seduto, esterrefatto; non si aspettava certo di sentirsi dire «bravo» da suo padre, ma neanche pensava di ricevere uno schiaffo tanto violento e potente. Quando si alzò in piedi, suo padre aggiunse:
‒ Cerca almeno di essere un uomo, anche se ti sei comportato da bambino!
‒ Papà, io voglio sposare Rosina! ‒ disse Peppino mentre con una mano si conteneva il sangue che gli colava dal naso e dal labbro spaccato.
‒ Toglitelo dalla mente! ‒ rispose acida sua madre ‒ Tu non sposerai mai tua cugina!
Il padre uscì di casa con il viso stravolto. Erano anni che non dava uno schiaffo a suo figlio al quale voleva tanto bene; ora sembrava che la casa gli stesse crollando addosso. Egli non avrebbe dato il consenso di far sposare Rosina a suo figlio ma ora, con la fanciulla incinta e i due che instistevano, avrebbe quasi accondisceso al loro matrimonio anche se, come si diceva, «portava sfortuna sposare una persona dello stesso sangue».
La madre uscì di casa ed andò insieme al marito mentre Peppino rimase solo.
Il giovane si guardò su uno specchio appeso al muro e vide il suo volto tumefatto e sanguinante a causa del duro colpo infertogli dal padre; prese l'acqua da una brocca e se la gettò sul viso. Mentre si asciugava si concentrò a pensare.
Decise di andare a casa di Rosina. Cambiatosi d'abito in fretta, uscì; passò dietro casa, prendendo una via, fuori dalla vista dei genitori, che passando per i campi faceva accorciare molto la strada per andare giù.
Camminò sempre a passo svelto o di corsa; fu così veloce che a metà strada raggiunse i genitori di Rosina. Ebbe una mezza voglia di andare da loro ma poi, passando lontano dalla via che i due percorrevano, li superò ed ebbe l'idea di nascondersi ad aspettare il loro passaggio per sentire i loro discorsi.
Quando gli zii gli furono vicini, udì distintamente la voce di zia Elena che diceva:
‒ Anche se volessi, ora non accetterei più di farli sposare, se non altro per non dare soddisfazione a quella strega di Emilia.
‒ Beh, ti capisco crede di aver ragione sempre lei; ciò che non riesco a capire è come è stato che un bravo ragazzo come Peppino abbia potuto approfittare di Rosina! ‒ disse l'uomo con fare scoraggiato.
‒ Sì bravo!... a fare il porco! ‒ rispose la moglie ‒ Ma io non voglio più che metta piede in casa mia e, se mi fanno perdere la ragione, sbatto fuori di casa anche Rosina.
Il marito le rispose ma Peppino non riuscì a capire le parole dato che gli zii si erano allontanati un bel pò dal luogo dove il giovane era nascosto.
Peppino si convinse che tra sua madre e sua zia non c'era da sperare bene e, quindi, riprendendo la via attraverso i campi, sopravanzò i genitori di Rosina e procedette per la loro casa.
Peppino arrivò giù mezz'ora prima di loro e pensò di andare invece che a casa di Rosina a quella di zia Fortunata. A lei avrebbe spiegato la situazione e chiesto aiuto.
Arrivò al podere della zia e, non vedendola nei campi a lavorare come di consueto, si diresse verso la sua casa anche perchè dal camignolo del camino, sul tetto, usciva un filo di fumo, segno evidente che la zia era in casa.
Bussò alla porta che dopo un pò venne aperta. Zia Fortunata, che non pensava fosse Peppino, rimase imbambolata a guardarlo con la bocca aperta e senza profferire parola, sorpresa anche al vedere il viso tumefatto del nipote.
Zia ‒ disse Peppino ‒ hai saputo come stanno le cose?
Sì! ‒ rispose la donna riprendendosi dal suo stupore e facendolo entrare in casa.
Peppino si lasciò cadere su una cassapanca dietro la porta d'ingresso: era stanco morto. Erano quasi due ore che correva a perdifiato per arrivare giù prima dei genitori di Rosina e, per di più, era anche digiuno.
La zia salì la grossa scala di legno che portava al piano di sopra della casa e, dal pianerottolo, disse a voce alta: ‒ Vieni giù, è Peppino!
Il giovane trasalì e sulla sommità delle scale, apparve Rosina. Peppino! ‒ mormorò la giovane scendendo le scale di corsa.
‒ Rosina! — fece eco la voce di Peppino che le corse incontro.
Alla cugina vederlo così conciato, stanco, avvilito e con il volto deturpato, fece proprio tenerezza.
I due giovani si abbracciarono sotto lo sguardo comprensivo della zia; si tennnero stretti e Peppino ebbe veramente la sensazione che ora Rosina lo amasse non solo per riconoscenza.
I due giovani rimasero abbracciati per un pò; poi zia Fortunata disse:
‒ Sentite figliuoli, dobbiamo cercare di essere attenti ed astuti per fare in modo di convincere i vostri genitori a farvi sposare; perciò state a sentire il mio piano: dunque, i vostri genitori non vogliono lasciarvi sposare e, oltretutto, come di certo voi saprete, neanche la Chiesa guarda con simpatia i matrimoni fra consanguinei e cugini di primo grado ma prende però in considerazione i casi gravi, come il vostro, quando cioè vi è di mezzo la nascita di un figlio. Nel vostro caso, la nascita di un bambino c'è, anche se nessuno sa e deve mai sapere come realmente stanno le cose per il vostro stesso bene, lo direi sia meglio che voi restiate nascosti qui da me per qualche giorno, in modo che i vostri genitori abbiano a pensare che sia successo qualcosa di brutto per la vostra sparizione e che sentano il rimorso di avervi trattati male. Solo allora matureranno le condizioni per convincerli ad acconsentire a farvi sposare; nel contempo parleremo con il prete, il quale, saprà quali passi bisogna fare con la Curia e così risolveremo il vostro caso. Nel frattempo, come vi ho detto, dormirete in casa mia: Rosina con me nel mio letto e tu Peppino nel letto che usa mio figlio quando viene in licenza.
I due nipoti si precipitarono ad abbracciare la zia che era la loro àncora di salvezza; Peppino pensò: «Quanto è comprensiva zia Fortunata.... mentre... mia madre...»
In quel momento una voce di ragazzo chiamò a voce alta:
‒ Zia Fortunata! Zia Fortunata!
Era Tonino, il quale, non avendo trovato nessuno a casa sua, aveva pensato che i suoi familiari fossero lì.
La zia, dopo aver fatto entrare Peppino e Rosina in una stanza con la finestra chiusa, andò al piano terra ed aprì la porta.
‒ Zia Fortunata, a casa non ho trovato nessuno e nemmeno intorno a casa c'è nessuno; non sapete dove sono andati papà, mamma e Rosina? ‒ chiese Tonino.
A zia Fortunata piangeva il cuore mentire a Tonino che era l'unico innocente a soffrire per ciò che stava succedendo ma, purtroppo, doveva per forza dire una bugia se voleva che tutto andasse come da lei programmato.
‒ Qui non è venuto nessuno! ‒ rispose sua zia, accarezzando il viso dolce e arrossato del nipote ‒ Ma forse i tuoi saranno andati in paese e torneranno e momenti!
Infatti, quasi a giustificare le parole della zia, apparvero sul pianerottolo davanti casa distante circa trecento metri, i genitori del ragazzo, Luigi ed Elena. Anche loro, non avendo trovato nessuno in casa, cercavano Rosina e Tonino e li chiamavano ad alta voce credendoli nei campi.
‒ Non vedo Rosina! ‒ mormorò Tonino andando verso di loro dopo aver salutato la zia Fortunata.
Intanto Lulù, invece di seguire Tonino, si era infilato dentro casa; aveva fiutato la presenza di Rosina ma la zia Fortunata io cacciò fuori cosicchè il cane seguì Tonino che correva verso casa sua.
Arrivato a casa, il ragazzo chiese subito alla mamma:
‒ Dove siete stati? .... E Rosina dov'è?
‒ Noi siamo tornati adesso e non sappiamo niente di Rosina. Tu non l'hai trovata a casa?
‒ No, io non ho trovato nessuno e sono andato da zia Fortunata a cercarvi ma lei mi ha detto di non aver visto nessuno di voi stamattina!
‒ Queste parole dettero preoccupazione ai due genitori, se Rosina non era in casa e non era dalla zia, dove poteva essere andata?
Intanto a casa di zia Fortunata i due giovani, soli nella stanza con la finestra chiusa per tutto il tempo che la zia aveva parlato con Tonino, erano rimasti abbracciati e questa volta Peppino aveva sentito veramente il cuore di Rosina battere per lui.
Sia pure nella drammatica situazione, i due giovani per un attimo si sentirono felici e il dolce bacio che si scambiarono servì a rafforzare i loro sentimenti e a dare loro forza per la loro battaglia d'amore.
Zia Fortunata risalì al piano di sopra; al sentire i suoi passi, i due innamorati si sciolsero dal dolce abbraccio. Quando la zia fu presso i due giovani, disse:
‒ Da questo momento voi starete zitti e nascosti perchè, fra non molto, riceveremo la visita di Elena e Luigi.
Non passò più di un quarto d'ora che arrivarono Luigi, Elena e Tonino. Fortunata li fece entrare in casa e chiese loro cosa stava succedendo, visto che prima era venuto Tonino ed ora in tre a cercare Rosina.
‒ Elena raccontò tutto ciò che la sorella già sapeva anche se fingeva di esserne sorpresa.
Quando Elena finì di parlare, zia Fortunata disse: ‒ E vi sta bene! Così tu e quell'altra strega di Emilia imparate a vivere; nella vita si può anche sbagliare ma si deve saper perdonare!
‒ Parli così perchè tu prima hai avuto bisogno di essere perdonata! ‒ disse Elena con ironia.
‒ Parlo così perchè io voglio veramente bene ai miei nipoti! ‒ replicò con forza Fortunata.
‒ Basta con questa storia! ‒ disse Luigi ‒ Ora bisogna pensare a trovare Rosina; non vorrei le fosse accaduto qualcosa dopo la scenata di questa mattina!
Fortunata riprese: ‒ E Rosina è troppo intelligente per pensare di fare qualcosa di male; sarà andata da qualche amica e vedrete che prima di sera tornerà! Però, fossi in voi, non ne farei una tragedia come avete fatto con me. Sono passati molti anni ma io non dimenticherò mai l'amarezza di quando nostro padre mi cacciò di casa e mio marito mi portò a casa dei suoi genitori che mi accolsero come una figlia, pur essendo per loro un'estranea. Perciò, cercate almeno di capire che è stato uno sbaglio che i ragazzi hanno commesso e vedrete che anche loro capiranno le vostre ragioni!
‒ Sì, ho capito ‒ disse Elena ‒ ma ora Rosina dove può essere?
‒ Potrebbe esser andata in montagna da Peppino! ‒ disse Fortunata.
‒ Mi sembra strano! Emilia li caccerebbe di casa tutti e due!
Emilia, sempre Emilia! Ma chi si crede di essere? Se viene qui le strappo quei quattro capelli che ancora le restano. Ora voi andate a casa; vedrete che Rosina tornerà. Ci vediamo domani!
Usciti i genitori di Rosina, zia Fortunata tornò dai due giovani. Ad essi raccomandò di tenere la finestra chiusa e di non uscire di casa per nessuna ragione per almeno due giorni ed aggiunse:
‒ Ora io vado nei campi a lavorare, perchè se non mi vedono fuori, Luigi ed Elena potrebbero insospettirsi e pensare che voi siete qui.
Detto ciò, la donna uscì di casa e se ne andò a lavorare in un punto bene in vista dalla casa della sorella.
Peppino e Rosina rimasero di nuovo soli ma, anche se stavano seduti uno vicino all'altra, parlarono solo dei loro problemi senza approfittare della libertà che avevano, anche per non tradire la fiducia che zia Fortunata aveva loro dimostrato.
Dopo circa un paio d'ore, zia Fortunata rientrò in casa, accese il fuoco nel camino e chiamò giù i due giovani. Essi scesero lo «Scalandrone» [7] tenendosi per mano. Facevano tenerezza: Peppino aveva il labbro ed il naso gonfi per il duro colpo ricevuto dal padre la mattina e Rosina aveva il viso pallido e gli occhi rossi dal pianto, uno dei quali era anche livido per lo schiaffo avuto dal padre quando ancora era seduta sul suo letto.
La zia sorrise loro e disse:
‒ È meglio che stasera mangiamo prima, non vorrei che ad Elena venisse in mente di ritornare qui, anzi sapete che faccio? Dopo aver mangiato, vado da loro così evito di farli venire qui! Voi vi chiudete in casa con le finestre chiuse e tenete pure il camino acceso ma mi raccomando, comportatevi da giovani seri quali io vi stimo e non fatemi mai pentire di avervi aiutato.
Si fece buio. Appena finito di cenare, zia Fortunata si mise uno scialle sulle spalle salutò i ragazzi ed uscì per recarsi a casa della sorella.
La donna arrivò presto a casa di Elena. Quando entrò, senza bussare, come faceva sempre, la trovò in lacrime.
‒ Dove sarà Rosina? ‒ gemeva.
Elena le fece pena ma, se voleva che il piano che si era prefisso andasse bene, doveva resistere alla tentazione di rivelarle tutto.
La rincuorò e lo stesso fece anche al cognato che sembrava molto preoccupato, Solo Tonino non essendo a conoscenza di come stavano le cose, giocava con Lulù che, come a volerlo portare fuori di casa, lo afferrava per il bordo dei pantaloni e cercava di tirarlo fuori.
Tonino non capiva il comportamento di Lulù; tuttavia uscì di casa e seguì il cane; che, al chiarore delle stelle, iniziò a correre i direzione della casa, di zia Fortunata. Poco dopo erano a casa della zia.
Attraverso la finestra dalla imposte accostate filtrava un pò di luce. Tonino, curioso com'era, si arrampicò sul davanzale e cercò di vedere chi era nella stanza.
Vedeva due ombre vicino al fuoco ma non ne distingueva il viso. Pose l'orecchio alla finestra.
Intanto Lulù era andato alla porta di ingresso e la raspava con le zampe; dall'interno silenzio assoluto, poi si sentì la voce di Rosina anche se in tono sommesso.
Tonino riconobbe la voce della sorella e la sentì dire:
‒ Deve essere Lulù che gratta alla porta, avrà inteso noi parlare ed avrà riconosciuto la nostra voce, forse è meglio farlo entrare!
A questo punto, Tonino gridò: ‒ Rosina! ... Sono Tonino, apri!
Rosina spalancò gli occhi. Come aveva fatto quel diavolo di Tonino a sapere che stavano lì?!?
Comunque ormai Tonino sapeva. Peppino si alzò ed andò ad aprire. Quando Tonino vide il cugino, gli chiese: ‒ E tu, cosa ci fai qui?
‒ Adesso ti spieghiamo: siediti vicino a noi! ‒ rispose Peppino. Anche Lulù era entrato in casa e leccava le mani a Rosina mugolando di gioia.
Peppino spiegò come stavano le cose a Tonino che, anche se non riuscì ad intendere del tutto la situazione, comprese che non doveva dire ai genitori che Rosina stava lì insieme al cugino. Rosina lo abbracciò e gli disse:
‒ Ora è meglio che tu torni a casa, altrimenti mamma e papà, non vedendoti, possono pensare che tu sai dove io sia!
Tonino abbracciò anche Peppino e, chiamato Lulù, uscì e se ne tornò a casa sua. Quando entrò in casa, nessuno badò a lui, preoccupati com'erano per Rosina.
Zia Fortunata non si mostrava molto preoccupata per l'assenza di Rosina e per tranquillizzare la sorella le disse:
‒ Può darsi che sia andata in montagna da Peppino; forse è meglio che domani uno di voi vada su per sapere come stanno le cose.
Finito di dire le ultime bugie, la donna salutò sorella e cognato e se ne andò. Passando vicino a Tonino che sorrideva furbescamente, gli sussurrò:
‒ Li hai trovati eh, furbone?!?
Poi uscì e se ne andò a casa. Trovò i due giovani nipoti che, con le mani nelle mani, nel semibuio, si guardavano negli occhi felici nonostante che tutta la loro storia, con la morte di Benito, si fosse ingarbugliata.
Zia Fortunata li abbracciò entrambi e poi disse loro:
‒ È ora di andare a letto! ‒ e dopo aver buttato un pò di acqua sui carboni accesi salì, assieme ai nipoti, al piano superiore e tutti andarono a dormire.
Rosina con lo sguardo rassicurò Peppino come a dirgli: «Stai tranquillo, io ti voglio veramente bene, perchè lo meriti e oltre ad aiutarmi a venire fuori dai guai, dai un padre al mio bambino».
Peppino rispose al cenno d'amore di Rosina. Zia Fortunata, che aveva notato lo sguardo dei due giovani, disse:
‒ Su abbracciatevi e auguratevi la buonanotte; ma fate in fretta! Rosina tornò indietro e si abbandonò tra le braccia di Peppino cercando conforto in un suo bacio; tra le lacrime, sussurrò al giovane:
‒ Chissà se Benito, da lassù, mi vede e mi perdona!
‒ Credo di sì, perchè sa che ciò che facciamo è giusto e non disonora il suo nome! ‒ rispose Peppino lasciando andare Rosina verso la stanza della zia.
La mattina del giorno successivo, a prima ora, Luigi ed Elena dopo aver mandato Tonino a scuola, presero la via della montagna.
Procedettero a passo svelto, ansiosi com'erano di sapere se Rosina il giorno prima si fosse recata a casa di Peppino e fosse rimasta a dormire lì.
Per strada non parlarono; avevano già percorso più di metà strada, quando, da dietro una curva, apparvero Emilia ed Antonio diretti a valle alla ricerca del loro figlio.
La preoccupazione si lesse sui visi delle due sorelle. Elena parlò per prima:
‒ Rosina è venuta a casa vostra?
‒ No! ‒ rispose sua sorella ‒ È da ieri che manca da casa anche Peppino!
Elena si sentì venire meno; Luigi la sorresse e la fece sedere su un muretto. Emilia le andò vicino per soccorrerla chiedendo ogni particolare sulla scomparsa di Rosina.
Luigi le disse come stavano le cose. Anche Antonio raccontò che Peppino, dopo la scenata e lo schiaffone ricevuto, era sparito e non si sapeva dove fosse andato e che ora essi stavano scendendo a valle nella speranza che il loro figlio si fosse recato a casa di Rosina.
‒ Ma allora dove sono? ‒ chiese angosciata Elena.
‒ Fammi pensare ‒ fece Emilia ‒ se non sono a casa mia, perchè Rosina dopo che l'ho cacciata via non ci sarebbe certo ritornata la puttanella... ‒ Non finì la frase che un violento schiaffone della sorella Elena la fece traballare e per poco non la fece cadere per terra.
Antonio e Luigi si precipitarono a dividere le due donne che stavano per accapigliarsi. Ognuno dei due tratteneva la propria moglie, mentre Elena, digrignando i denti, diceva alla sorella:
‒ Non ti sognare mai più di chiamare «puttana» mia figlia se non vuoi che ti cavi gli occhi!
‒ Va bene, scusa! ‒ fece Emilia ‒ Ho sbagliato, non credevo te la prendessi tanto!
‒ Piuttosto che litigare, perchè non ragioniamo e cerchiamo di capire dove si possono trovare Rosina e Peppino, perchè è chiaro che sono insieme da qualche parte!
‒ Un momento! ‒ disse il padre di Rosina ‒ Se ci pensiamo bene, l'unica a non stare preoccupata è Fortunata; certamente sa dove sono, se non proprio in casa sua!
Già! ‒ rispose Elena ‒ Ecco perchè era tranquilla ieri sera mentre io piangevo!
Tutti e quattro decisero di andare giù e di recarsi a casa della zia Fortunata.
Era quasi mezzogiorno quando Rosina dalla finestra accostata, vide la madre, il padre, zia Emilia e zio Antonio che si dirigevano verso la casa di zia Fortunata.
La ragazza ebbe paura e fece cenno a Peppino che le andò vicino, le mise un braccio intorno alle spalle, le sorrise e le disse:
‒ Ora siamo all'ultimo atto della commedia organizzata da zia Fortunata.
Intanto la zia, salita al piano di sopra, andò dai due giovani e disse loro:
‒ Voi restate su, vi chiamerò io quando sarà il momento!
Detto ciò, scese e attese che le sorelle ed i cognati arrivassero.
Due minuti dopo sentì bussare ed andò ad aprire. La faccia pallida di Elena fu la prima ad apparire, poi si presentò quella ancora più pallida di Emilia ed infine quelli molto rattristati di Luigi e Antonio, i quali, però non avevano cattiveria nei loro sguardi:
Allora ‒ disse Fortunata ‒ l'avete trovata Rosina?
Sì! ‒ rispose Elena ‒ È in questa casa!
‒ Ah, sì?!? E come lo sai? ‒ chiese ironicamente la sorella.
‒ E come se non bastasse, c'è anche quel bastardo di Peppino! disse Emilia con cattiveria.
Peppino dal piano di sopra sentì l'appellativo che gli dava la madre e strinse i pugni. Per l'amore di Rosina egli sopportava anche di sentirsi chiamare bastardo: sentì la voce di zia Fortunata che rivolta alla sorella la apostrofava dicendo:
‒ Emilia modera le parole se non vuoi che ti sbatta fuori di casa e, quando parli dei miei nipoti, parlane con rispetto almeno finchè sono in casa mia!
Emilia non replicò; zia Fortunata prese due sedie e fece sedere i cognati che cominciavano ad averne abbastanza di quella storia. Rivolta alle sorelle, disse:
‒ Voi potete restare pure in piedi, tanto vi regge la cattiveria che avete in corpo. Ora statemi a sentire! Fece un giro intorno al tavolo, andò verso la credenza, prese una bottiglia di vino e due bicchieri, li appoggiò sul tavolo davanti ai due uomini, riempì i bicchieri e glieli passò direttamente in mano.
Allora, voi due cercate i vostri figli per farne cosa? ‒ disse rivolta alle due sorelle ‒ Per sputare loro in faccia? .... O per dir loro che certe cose non si fanno? Beh, visto che non rispondete, vi dirò io cosa si deve fare a questo punto: io ho più esperienza di voi e nella stessa situazione nella quale si trova Rosina ora, ci sono passata anch'io!
‒ E te ne vanti? ‒ chiese Emilia con ironia.
‒ No, ma io so cos'è l'amore per un uomo. Tu ... penso proprio di no!
‒ Che ne sai tu di me? ‒ replicò Emilia.
Taci e stammi a sentire. Peppino e Rosina sono in casa mia da ieri e ci staranno finchè a loro farà piacere, io voglio bene ai miei nipoti come se fossero miei figli e, anche se hanno sbagliato per amore, essi sanno quali sono le loro responsabilità e cercano solo il modo per vivere insieme il loro grande amore che li ha portati troppo avanti. Ora però, consapevoli della loro situazione, anelano di regolarizzare il loro rapporto e cioè di sposarsi e amarsi per tutta la vita; voi vorreste farne dei disperati pronti a darsi la morte per la colpa di volersi bene perchè cugini. Ma cosa ne sapete voi dei sentimenti veri che pulsano nei loro cuori? Anche se legati dal vincolo della parentela, si amano come non succede più ai nostri tempi. Io ora ho preso per loro una decisione; visto che voi li avete cacciati fuori di casa, come se avessero messo di nuovo Cristo in croce, li terrò a casa mia e li farò sposare. Mi sono informata come fare e lo farò! Farò chiedere dal parroco alla Curia la dispensa che occorre quando due cugini vogliono sposarsi; poi, se loro due vorranno, potranno vivere per sempre in casa mia perchè per amarsi non c'è bisogno di andare a raccogliere castagne. Una volta diventati maggiorenni, potranno prendere le decisioni che vogliono; io ora sono contenta di aiutarli!
‒ Sì, a fare i loro comodi! ‒ intervenne Emilia.
‒ Stai zitta tu che sai solo dire cattiverie; hai visto tuo figlio come lo avete combinato? Solo perchè ha amato con troppo ardore la sua Rosina! ‒ E così dicendo, chiamò Peppino e Rosina, i quali, come due ragazzini, si affacciarono sulla sommità dello «Scalandrone» tenendosi per mano.
Peppino aveva ancora il viso livido e tumefatto ed anche Rosina aveva una guancia livida ed un occhio nero, frutto delle percosse dei genitori.
‒ Li vedete? Sono loro, i vostri figli! ‒ concluse zia Fortunata.
Elena ebbe l'impulso di salire le scale per abbracciare Rosina; nonostante tutto, le voleva un mondo di bene. Zia Fortunata, fraintendendo lo slanciò, si parò davanti alla sorella mentre anche l'altra sorella faceva l'atto di salire le scale.
‒ Alt! ‒ disse zia Fortunata ‒ Di qui non si passa finchè voi non abbiate accettato di far sposare i due giovani!
‒ Certo che li facciamo sposare! ‒ disse Elena ‒ E al più presto!
‒ Se lo vuoi tu, a me non resta che accettare! ‒ rispose Emilia guardando il marito ed il cognato come a cercare il loro assenso per una decisione che i due uomini se non fossero stati aizzati avrebbero preso anche prima.
Zia Fortunata fece cenno ai due giovani di scendere giù e ognuna delle madri potè abbracciare il proprio figlio. Elena abbracciò con trasporto Rosina che, pallida in viso, ricambiò l'abbraccio alla madre e poi, rivolti anche al padre, disse:
‒ Mamma, papà, perdonatemi!
Anche Peppino chiese perdono ai suoi genitori anche se non aveva di che farsi perdonare.
Bene, ora che la pace è fatta, spetta ai vostri figli scegliere dove vivere in attesa che si possano sposare. Tocca a voi! ‒ disse zia Fortunata guardando in viso i suoi nipoti.
Restiamo con te, zia Fortunata! ‒ risposero ad una voce sola e con slancio Rosina e Peppino ‒ E se tu lo vuoi, anche dopo sposati resteremo in casa tua.
Le due madri non credevano alle loro orecchie: i due giovani li ripagavano dei giudizi espressi nei loro confronti chiamando lei «puttana» e lui «bastardo». Tuttavia incassarono la lezione e non manifestarono alcuna reazione.
Zia Fortunata aggiunse:
‒ Vivrete da me e, in attesa del matrimonio, Rosina dormirà con me e Peppino nella stanza di mio figlio; quando vorrete, potrete andare a casa dei vostri genitori e lo stesso loro potranno venirvi a trovare quando lo vorranno.
Detto ciò, zia Fortunata si rivolse ai due uomini che durante tutti i discorsi fatti non avevano aperto bocca e chiese loro:
Voi cosa ne dite?
Io ‒ rispose Luigi ‒ penso che i ragazzi abbiano ragione a voler vivere con te perchè sei una donna eccezionale. Non vorrei però che si dicesse in giro che noi li abbiamo cacciati di casa perchè questo non è più vero, anche se lo abbiamo fatto prima.
Antonio assentì e aggiunse:
‒ Io vorrei chiedere scusa a mio figlio Peppino per il modo brutale con cui l'ho trattato.
Detto questo, abbracciò il figlio e, mentre lo teneva stretto al petto, sentì che anche se Peppino ora restava lontano dalla sua casa, egli non l'aveva perduto perchè nell'abbraccio aveva notato l'amore di sempre..
Le tre famiglie, così riconciliate, per quel giorno rimasero insieme a casa di zia Fortunata. Quando Tonino tornò da scuola, trovò la bella sorpresa di trovarli tutti insieme: le scenate dei giorni scorsi sembravano un ricordo ovattato dal tempo.
La sera del giorno dopo, i genitori di Peppino ripartirono per la montagna e i genitori di Rosina, con Tonino, tornarono a casa loro.
I due giovani rimasero con zia Fortunata che quella stessa sera volle scrivere a suo figlio una lunga lettera; zia Fortunata dettava e Rosina, seduta accanto al tavolo di cucina alla luce di un lume a petrolio, scriveva tutto ciò che la zia diceva.
La donna scrisse tutta la vicenda al figlio che, come in altre occasioni, sarebbe stato orgoglioso della madre per la sua bontà d'animo.
Volle informarlo anche della decisione che i giovani avevano preso di restare con lei anche dopo il matrimonio ed aggiunse che avrebbe fatto coltivare loro il terreno perchè lei da sola, avendo una certa età ed il figlio lontano, non poteva certo più badarci. Con i due giovani tutta la sua vita sarebbe cambiata e soprattutto, ella, non sarebbe più vissuta in solitudine ma con la compagnia e l'affetto dei suoi due nuovi figli.
A queste parole, quasi come un'intesa, Rosina e Peppino si alzarono ed andarono ad abbracciare la zia che ebbe prova di come i due giovani avessero veramente capito il gran bene che ella voleva loro.
Un pianto di commozione unì zia e nipoti; la donna, asciugando con il palmo della mano le lacrime che scendevano copiose sul viso di Rosina., disse:
‒ Non è tempo di commozione, bisogna pensare al vostro futuro anche perchè nessuno mi deve dire che sono egoista. Devo impegnarmi a fare di voi una coppia felice.
Ma noi siamo già immensamente felici, zia! ‒ disse Rosina abbracciando di nuovo il suo eccezionale Angelo Custode.
‒ Ho capito! ‒ rispose sua zia ‒ Ma non dovete mai abbandonare le vostre famiglie perchè, nella situazione attraversata, tutti nel nostro ambiente avrebbero agito come hanno agito i vostri genitori; quindi non portate loro rancore e vogliate sempre il bene che avete sempre loro voluto, perchè per loro non è cambiato niente. Ora gioiranno nel sapervi tanto innamorati anche se non sanno che la causa prima è la morte del povero Benito.
A queste ultime parole due lacrime scesero sulle gote scarne a bagnare d'amore il cuore della donna.
Anche Rosina e Peppino pensarono che il loro amore ora reciproco era dovuto al sacrificio per la Patria del giovane marinaio e dal profondo del loro cuore sgorgò una sentita preghiera che salì direttamente in cielo.
Chiusa la lettera, zia Fortunata dette la buonanotte a Peppino e Rosina e disse loro:
‒ Rimanete ancora un pò accanto al fuoco, io vado a letto perchè, con la mia età, sento il peso degli anni e l'emozione della giornata.
I due giovani rimasero soli accanto al camino e mentre il fuoco andava perdendo lentamente luce e calore, nei loro cuori si diffondeva, sempre più forte e vivo, il fuoco del loro giovane e ardente amore.
Erano trascorsi tre mesi dal giorno in cui i due giovani avevano cominciato a vivere in casa della zia.
Zia Fortunata si era recata dal parroco assieme ai due giovani ed ai loro genitori e dopo avergli illustrato tutta la situazione come appariva, aveva chiesto al parroco cosa si doveva fare perchè potesse essere regolarizzata la loro unione (mai avvenuta!).
Il parroco aveva preso tutti gli appunti e, fatti i dovuti passi, aveva ottenuto la dispensa della Chiesa per poter sposare i due cugini.
La cerimonia avvenne in modo strettamente privato; solo i genitori dei due giovani e la zia andarono in Chiesa per il matrimonio e c'era anche il figlio di zia Fortunata venuto in permesso per essere il compare d'anello degli sposi.
La festa non fu altro che un pranzo per tutti in casa di zia Fortunata che era veramente felice così come apparivano tutti, anche se le circostanze per cui si celebrava il matrimonio non erano certo quelle ideali, così come si riteneva a quel tempo.
Tutti erano allegri; persino la madre di Peppino che, da quando il figlio aveva abbandonato la casa paterna per vivere in casa della zia, era sempre un pò triste.
A tarda sera, alla fine della festicciola, i genitori di entrambi gli sposi andarono via. Anche il figlio della zia Fortunata dovette ripartire perchè il suo breve permesso era terminato.
In casa rimasero solo i due sposi e la zia, la quale, abbracciandoli, disse loro:
‒ Ragazzi: finalmente avete realizzato il vostro desiderio; spero che ora la vostra felicità sia completa ed io vi auguro di tutto cuore di essere sempre felici. Se non vi trovate bene da me e volete tornare a vivere presso i genitori dell'uno o dell'altra, a me non dispiace purchè io vi sappia felici: vi ho voluto con me fino a questo giorno per non farvi stare lontano l'uno dall'altra, ma ora che nessuno può più dividervi, io lascio decidere a voi come sistemare la vostra, vita. Mio figlio è felice se voi state con me così non rimango sola ma voi non dovete pensare a me, sappiate che io sarò contenta per qualsiasi decisione voi prendiate.
‒ Restiamo con te, zia! ‒ disse Rosina abbracciando l'anziana donna ed anche Peppino disse la stessa cosa.
La zia baciò sulla fronte la nipote che amava come una figlia e le disse:
‒ Grazie! ‒ poi abbracciò Peppino e dopo aver dato ad entrambi la buonanotte, salì su per lo «Scalandrone» e andò nella stanza più piccola, dove fino al giorno prima aveva dormito Peppino.
Ora la camera della zia era diventata la camera degli sposi: era addobbata a nuovo e tutto era bello anche se la sposa non era pura come si voleva a quei tempi. Ma l'amore fra i due giovani era puro ed essi, pur essendo stati per mesi sotto lo stesso tetto, non avevano mai consumato il loro amore; per loro, perciò, il letto nuziale era veramente un letto di purezza nonostante la sposa fosse al settimo mese di gravidanza.
Peppino e Rosina rimasero ancora un pò accanto al caminetto acceso; poi il fuoco lentamente si spense e Rosina, preso il lume a petrolio che stava sul tavolo della cucina, salì la scala che portava al piano di sopra. Peppino le era dietro e la seguiva con uno sguardo pieno di dolcezza: il momento che egli attendeva da anni, era arrivato. Finalmente la bella cugina poteva essere sua anche se prima era stata di Benito. Ma forse era proprio grazie a Benito se ora Rosina era sua moglie!
Entrarono nella stanza; Rosina indossò una camicia da notte molto ampia che nascondeva un pò il suo stato e quando Peppino le si avvicinò e la prese tra le braccia, ella disse:
‒ Peppino, mi dispiace di non poterti donare la mia verginità; ma ti dono tutta me stessa oltre a ciò che porto in grembo, frutto dell'amore di Benito. Ti chiedo scusa per questo.
‒ Non devi chiedermi scusa, ti ho voluto io in moglie sapendo come stavano le cose e proprio per questo ti voglio più bene! ‒ e dicendo queste parole Peppino la prese in braccio e la poggiò sul letto ponendosi accanto a lei. Spento il lume nel buio rotto solo dal lieve chiarore che penetrava dai vetri della finestra chiusa, i due giovani si strinsero in un abbraccio d'amore completo.
Passato il tempo della gravidanza, i due giovani sposi erano trepidanti per il lieto evento, così come lo attendevano i genitori di Peppino e Rosina.
Zia Fortunata era impaziente negli ultimi giorni di attesa; la primavera ormai era iniziata, le giornate erano diventate più lunghe ed il calore solare faceva rifiorire le rose e i campi tutti.
Erano gli ultimi giorni di aprile; il sole era alto nel cielo e un certo andirivieni in casa di zia Fortunata, segnalò l'arrivo dell'erede in casa dei due giovani.
Sulla spiaggia si sentiva il vociare confuso dei pescatori che asciugavano le reti mentre il canto di uno di loro si levava lento e monotono a segnalare la stanchezza generale per la notte passata insonne lavorando.
Peppino non sapeva cosa fare; entrava ed usciva di casa e si sentiva elettrizzato. Anche sua madre e suo padre erano venuti giù dalla montagna e i genitori di Rosina erano rimasti lì l'intera notte da quando Rosina aveva avuto le prime avvisaglie del parto.
L'ostetrica e le donne erano vicine al letto della partoriente mentre in casa gli uomini aspettavano da un momento all'altro di sentire il vagito della nuova creatura venuta al mondo.
Emilia si affacciò sulla sommità dello «Scalandrone» e, guardando giù, disse:
‒ Quasi ci siamo!
Peppino ne fu felice nonostante sapesse che il figlio non era suo. Si sentì aprire la porta d'ingresso: erano Tonino e Lulù.
Il ragazzo, avendo visto arrivare gli zii dalla montagna, aveva capito tutto e, invece di andare a scuola, si era fermato fra le siepi attendendo anche lui l'arrivo della cicogna (come gli avevano detto!). Luigi lo guardò e gli chiese:
‒ Come mai non sei andato a scuola?
‒ Ho fatto tardi e il maestro non mi ha fatto entrare! ‒ mentì con disinvoltura il ragazzo.
Il padre stava per ribattere ma in quel momento zia Emilia si affacciò di nuovo sulla sommità delle scale e disse ad alta voce:
‒ È nato! È maschio! Un coro di allegria si levò nella casa; tutti si abbracciarono e si scambiarono auguri e felicitazioni.
Tonino si unì alla gioia comune ed anche Lulù partecipò alla festa saltando ora su uno ora su un altro dei presenti.
Un pianto di neonato venne dal piano di sopra e l'allegria aumentò. Antonio abbracciò suo figlio Peppino e gli disse:
‒ Perdonami se ti ho trattato male quando ho saputo della tua paternità ma noi vecchi abbiamo i nostri tabù, con ostinazione siamo attaccati alle nostre abitudini e non riusciamo ad accettare il diverso.
Anche il papà di Rosina abbracciò Peppino e lo stesso fece Tonino. Il ragazzo, con il suo fare sempre allegro, disse:
‒ Ora la smetterete di comandarmi dicendomi: «Lo devi fare tu perchè sei il più piccolo!»
Una risata accolse la battuta del ragazzo mentre dalla stanza dove Rosina aveva partorito proveniva ancora il rumore di persone che si muovevano.
Circa un quarto d'ora dopo, si aprì la porta della camera e la zia Fortunata apparve sulla sommità delle scale con il bambino appena nato avvolto in un asciugamano azzurro.
Il piccolo vagiva lentamente quasi non volesse disturbare la madre che lo aveva partorito.
Peppino si precipitò per le scale per andare da Rosina ma zia Fortunata, con voce eloquente, gli disse:
‒ Ecco, finalmente è arrivato «tuo figlio»!
Peppino mise lentamente una mano sul piccolo petto della creatura appena venuta alla luce, e la baciò dolcemente: aveva il visino rosso, gli occhi ed i capelli neri come quelli del suo vero padre.
Il piccolo si sentì disturbato e ricominciò a frignare mentre Tonino, che era vicino al cugino, gli disse:
‒ L'hai spaventato, povero piccolo! Poi volle baciarlo anche lui e così i due nonni. Zia Fortunata se ne tornò poi su con il suo fagottello di carne umana.
La donna con il bambino in braccio sparì di nuovo nella stanza dove il piccolo era nato: dopo qualche minuto si riaffacciò la zia che disse a Peppino:
‒ Vieni su che Rosina vuole vederti!
Il giovane salì di corsa le scale e in un attimo fu davanti la porta della stanza dov'era Rosina. Incontrò prima sua madre e poi la madre di Rosina che scendevano per andare giù.
Si abbracciarono in tre e forse era la prima volta da quando era nato l'amore tra Peppino e Rosina che, sul volto delle due donne, si poteva leggere molta felicità.
Quando Peppino entrò nella stanza uscì anche l'ostetrica; Peppino e Rosina rimasero soli con zia Fortunata che teneva in braccio la piccola creatura appena nata.
Peppino fece una carezza al piccolo e poi passò dall'altra parte del letto, si chinò verso Rosina e la baciò teneramente.
Rosina gli prese la mano, se la portò al viso e vi depose un bacio. Com'era caro il suo Peppino! Per amore suo, voleva bene al piccolo ancora prima che nascesse. Rosina gli chiese:
‒ Ti piace il bimbo?
‒ È bellissimo! ‒ rispose Peppino ‒ È riccio e bruno e rassomiglia proprio a lui. Lo chiameremo Benito come suo padre.
Zia Fortunata che era accanto ai due giovani e ormai ne divideva le gioie e i dolori, si voltò a guardare Peppino. Era la cosa più bella che il giovane potesse dire e fare! Lo abbracciò con lo sguardo mentre Rosina tirò a sè, dolcemente, il suo uomo e lo baciò teneramente incurante della presenza di zia Fortunata.
Nella stanza regnava la felicità; la zia guardava con amore i due giovani abbracciati mentre le sue non più giovani guance erano solcate da lacrime che sembravano seguire il corso delle sue rughe.
Un canto prima lontano poi vicino ed, infine, a breve distanza risuonò alle orecchie dei due giovani,
‒ Il «Canto del Gabbiano»! ‒ disse Rosina sussultando nel letto. ‒ Sì, è proprio il canto del gabbiano! disse ancora la giovane madre, aggrappandosi a Peppino e facendogli intendere di volersi alzare.
Peppino capì e la sorresse. La giovane si alzò e seguita da zia Fortunata che teneva ancora in braccio il piccolo Benito, si fece condurre alla finestra da Peppino. Appena vi giunse, si appoggiò al davanzale e con lo sguardo cercò nel cielo azzurro argenteo il «Gabbiano».
Un candido uccello marino volteggiava intorno alla casa ad una altezza di poche decine di metri da terra: le ali spiegate per sfruttare l'aria che lo sosteneva, girava la testa ora da un lato ora dall'altro come in cerca di qualcosa o di qualcuno.
Rosina lo vide subito e gridò:
‒ È lui, è il mio gabbiano! ‒ mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.
Zia Fortunata non capiva le parole di Rosina ma Peppino le capì benissino e ne fu felice.
‒ È lui! ‒ ripeteva ancora Rosina guardando la candida colomba del mare che eseguiva giri di volo sempre più ampi nel cielo.
Peppino sosteneva Rosina e i due giovani sembravano incantati a contemplare il gabbiano che volteggiava felice nel cielo. Zia Fortunata; con il piccolo neonato in braccio, stava accanto a loro, commossa.
I due giovani abbracciati, con lo sguardo velato di lacrime, seguivano il volo lento e maestoso del candido «Gabbiano» che si allontanava felice nell'immensità del cielo.
Grafica ed impaginazione a cura di:
A&F - Andrea Marzolla ‒ Federico Petrillo
Stampato presso la: Tipografia Della Vecchia Graziano, Via Maira, 3 ‒ Latina (LT)
Finito di stampare nel mese di Maggio 2006
Note
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[1] «L’acquapazza» era la parte di pesce che ogni marinaio del Cilento porta a casa al ritorno dalla pesca; la chiamano così proprio per il modo come si cucina: cipolla, molti odori e molta acqua con pomodori freschi o con salsa imbottigliata come si usa in tutte le famiglie del Cilento.
[2] Voltare i fichi significava girarli e, come detto in precedenza, era un lavoro che si faceva meglio in due
[3] Le «focetole» sono uccelli della grandezza di un passero e si chiamano anche Beccafichi per il fatto che, nei due mesi di agosto e settembre, mangiano solo fichi diventando particolarmente grassi, per questo, cucinati, hanno un sapore singolare e quando uno li mangia una volta, gli rimane il gusto per sempre.
[4] Il modo di ricaricare questo fucile era caratteristico. Si faceva così: ogni volta, dopo aver sparato, si soffiava nelle canne per verificare se vi erano rimasti corpi estranei (cosa che non avveniva quasi mai); poi, da una borsa che i cacciatori col fucile a «bacchetta» portavano sempre, veniva presa una piccola lattina che aveva una specie di becco sempre di metallo ed un cappuccio che fungeva da misurino di polvere e se ne metteva uno per ogni canna; con un pò di stoppa si facevano degli stoppacci che, introdotti nelle canne sopra la polvere, venivano battuti con la bacchetta fino a quando si sentiva che la polvere era a sicuro contatto con la stoppa. La stessa cosa si faceva con il piombo e quando si alzavano i cani e si mettevano sul cilindretto al termine delle canne del fucile due specie di cappuccetti che erano le cariche di accensione, il fucile era carico e pronto a sparare.
[5] così lo chiamavano alcuni; altri del Cilento lo chiamavano «laolo»
[6] il sacco era il centro della rete ed era il posto dove finivano tutti i pesci della retata in quanto era fatto in modo che una volta che i pesci vi entravano era difficile che ne venivano fuori
[7] così si chiamava la grossa scala di legno che portava al piano di sopra
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 13 aprile 2010 |