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Edizione di riferimento:
Lucio Isabella, All’ombra dei castagni, romanzo, storie d’amore e di vita nel Cilento, Tipolitografia Piccirillo Francesco, S. Maria di Castellabate, 2001 (II ed.) – Proprietà letteraria riservata. Per gentile concessione dell’autore.
Conobbi Lucio in un caldo giorno di un’estate di pochi anni addietro. I grandi pini, gli abeti, accarezzati dal meraviglioso mar Tirreno, facevano e fanno da gioiosa cornice alla nostra amicizia.
Scoprii più tardi che nel forte “personaggio” (è un uomo della terra che sa costruire, disegnare, coltivare) prorompeva una dolcissima vena di poesia. Ne fui consapevole ascoltandolo quando mi contava della sua vita e dell’amore che nutriva per la sua terra e per la tenerezza che lui – uomo forte e leale – portava verso la sua famiglia.
Un giorno mi disse che custodiva alcune sue poesie; volli Icg gerle; non vi era dubbio: Lucio era permeato di poesia; conobbi poi i suoi racconti e quindi i romanzi dei quali ritengo che "All’ombra dei castagni" sia un esempio del come anche senza un’adeguata cultura, si possa esprimere ai lettori la sconfinata purezza di un’anima che sa gioire, amare, soffrire.
Ipersonaggi che vivono nel romanzo di Lucio sono sorprendentemente veri. Se ne condividono le speranze, le ansie e si comprendono anche i profondi motivi di talune situazioni che anzi valgono a rendere ancora più reale la verità dei fatti narrati.
Fanno spicco poi alcuni quadretti d’ambiente che, con gli episodi di vita vissuta dei suoi personaggi, rendono ancora più palpitante la lettura del romanzo.
Scorrendo queste pagine se ne ascolta l’eco con la sensazione di essere stati spettatori di un tempo che va smorzandosi nel turbinio dei ricordi.
Ezio Guancialini
“Storie d’amore, di sentimenti sinceri soffocati dai pregiudizi di una società stagnante, da una logica che sacrifica alla volontà e all’orgoglio di padri potenti, le scelte vitali dei figli: una mentalità generante conflitti psicologici e catene di sofferenze, nella puntigliosa convinzione di operare per il loro bene.
Sono l’idea di possesso e la boria delle «grandi case» che inducono a disconoscere i sacri diritti dei giovani.
Ed ecco i personaggi che opprimono a scontare, essi stessi, le conseguenze delle loro assurde imposizioni, rivelandosi, ad un tempo, carnefici e vittime, accecati dalla fame insaziabile di terre. Ma il loro cuore si apre al pentimento, si schiude ai valori comunitari largamente condivisi dell’amicizia, della bontà e della solidarietà che, per diverse vie, rendono giustizia ai deboli e sacrificati del romanzo, in un processo quasi catartico che lascia sperare nel superamento del pregiudizio.
Pagine dal lessico semplice, ma capaci di suscitare la parttecipazione del lettore alle vicende dei protagonisti, raggiungendo livelli di autentica commozione”.
Pietro Rossi
Poeta e Scrittore
La storia che si narra in questo libro è ambientata nel Cilento, zona montuosa a Sud di Salerno.
E la storia narrata è del periodo subito dopo la guerra del 39/45.
In quei tempi la gente era di due categorie: padroni di immense estensioni di terreni, e coloni e mezzadri che lavoravano a tutto vantaggio dei padroni.
I coloni lavoravano la terra a mano o per mezzo di animali: buoi, cavalli, muli e asini.
La legge era una cosa molto lontana, data l’ignoranza dei lavoranti la terra; tutto era basato sul rispetto del padrone, che aveva quasi sempre ragione.
I padroni erano chiamati «GALANTUOMINI» e ad ognuno, prima del nome si dava il «Don», oppure l’ «Eccellenza»; es. “don Nicola” oppure “Eccellenza Vostra”.
Il rispetto per questi uomini era qualcosa di obbligatorio; e quasi tutti approfittavano della loro autorità e dell’ignoranza dei coloni e dei contadini che lavoravano per loro.
C’era qualcuno di questi «Galantuomini» ch’era buono, ma era una cosa rara.
Nei paesi dove la storia è ambientata, non era arrivato nessun mezzo di locomozione, tranne il calesse, la carretta e il «traíno» trainati da carretti e muli; e soltanto molto tempo dopo la guerra, arrivava in questi piccoli paesi di montagna un autobus molto vecchio, chiamato «O postale», perchè portava la posta e qualche raro passeggero.
La vita era semplice, tutti i lavori campestri, specie i raccolti, erano sempre una festa della campagna. Gli abitanti dei piccoli paesi abbarbicati al Monte Stella, a sud della provincia di Salerno, si conoscevano tutti e si stimavano, come non avviene più ai tempi d’oggi.
Le famiglie di ogni paese erano quasi tutte imparentate fra loro, perchè i matrimoni si facevano quasi sempre fra paesani; soltanto i matrimoni dei «Galantuomini» avvenivano solo fra gente ricca e proprietari di grandi estensioni di terreni, mai fra padroni e figli di coloni di gente non facoltosa.
L’ambiente era meraviglioso e incontaminato; era ancora tutto naturale; come la gente, era tutto genuino.
Le feste e i matrimoni erano quasi un pretesto per incontrarsi tutti, e la felicità di una famiglia voleva dire la felicità di tutti.
La storia e i fatti del libro sono veritieri come modo di vivere; i nomi dei protagonisti non sono di nessuno e tutto ciò che vi è narrato, non vuole offendere né «Galantuomini» né «coloni».
Era la vita di quei tempi, così stava bene a tutti.
Il canto che si sentiva per la montagna, era un coro dolce che dava la sensazione di grande pace e grande gioia per chi cantava e chi ascoltava.
Erano delle fanciulle raccoglitrici di castagne, che lasciato il piccolo paese, s’inerpicavano su per la montagna precedute da uomini e muli che portavano sacchi vuoti sulle “some”.
Gli uomini portavano delle lunghe pertiche che servivano a far cadere le castagne dai rami più alti.
Era la fine di ottobre. Nelle mattinate di nebbia, il canto delle raccoglitrici sembrava qualcosa di surreale.
Andavano su, gli uomini che le precedevano, incitavano i muli ad aumentare il passo.
Mezz’ora di cammino o poco più ed erano già al lavoro; i muli al pascolo; gli uomini, usando le lunghe pertiche, battevano i rami e le castagne venivano giù.
Le donne incominciavano a raccogliere i marroni caduti e il chiacchierìo e il canto aumentavano.
Tutto era bello nell’aria fresca del mattino, e le donne, abituate a quel lavoro, sembravano felici.
Una delle più giovani era la più allegra e la più felice.
Era Violetta, la figlia del padrone del castagneto e di quasi tutta la montagna.
Una ragazza semplice, sempre pronta a ridere e a scherzare; il suo canto era il più dolce e il più soave.
Le altre la seguivano in tutto, giovani o anziane; e se cantavano, era lei ad impostare la canzone; e le donne, da una pianta all’altra, le facevano il coro o il controcanto.
Era lei che distribuiva i compiti, mentre gli uomini, più avanti, facevano il loro lavoro della battitura dei rami.
La montagna sembrava viva, tutto era risvegliato al canto delle raccoglitrici; anche il lavoro, sembrava non faticoso nella dolcezza dei canti delle donne.
Violetta, la figlia del padrone, non faceva sentire la sua presenza come padroncina, ma lavorava e teneva tutti in allegria.
Non aveva ancora diciott’anni, ma il suo corpo e il suo viso dimostravano già la donna fatta e matura.
Il suo viso era di un colorito molto acceso, i capelli lunghi le scendevano sulle spalle e, manco a dirlo, erano castani come i suoi occhi sempre in movimento; e da quegli occhi sprizzava il sorriso accompagnato da quello delle sue labbra ben delineate e senza screpolature.
Una ragazza nella sua superba bellezza di piccola montanara.
Era figlia unica. La madre le era morta quando era ancora in tenera età ed era cresciuta con il padre e la nonna materna, morta anche lei pochi anni dopo.
Il papà, un uomo rude ma giusto, aveva dedicato tutta la vita alla sua montagna e alla sua piccola famiglia.
Era proprietario della maggior parte del terreno intorno al piccolo paese, dove si coltivavano grano e frutteti; e della montagna, sulla quale le castagne davano i loro frutti più belli.
Quella ragazza, che aveva nome Viola, era veramente un fiore di quella montagna del Cilento, zona montuosa a sud di Salerno; lì, dopo la guerra del 39/45, era tornata la pace e il lavoro tornava a ridare vita e speranza ai contadini.
Violetta Lentini, così si chiamava; il suo papà, Pietro Lentini, che tutti chiamavano Don Pietro in segno di rispetto, era padrone di quasi tutto, intorno al paese.
Non faceva mai torto a nessuno e nella zona era il più benvoluto degli uomini; la gente dipendeva da lui, perchè dava lavoro quasi a tutti: a contadini, a boscaioli, egli stesso, come pure la sua figliola, era sempre al lavoro coi paesani che lavoravano presso di lui.
La raccolta delle castagne durava un mese circa; in quel mese la montagna sembrava viva e sempre in movimento: la bella Violetta faceva di tutto per tenere in allegria chi le stava intorno.
I giovani del paese la guardavano tutti, ma in quei tempi non si potevano alzare gli occhi sulla figlia del padrone con molte speranze.
I matrimoni si facevano solo tra gente in alto o gente in basso; per questo la bella Violetta era un fiore coltivato solo dalla natura e dalla fantasia dei giovani.
La famiglia Lentini viveva in una casa al limite del paese: sembrava un piccolo castello. Al servizio della famiglia c’era una ragazza di un anno più grande di Violetta, bella pure lei, ma con una gamba un po’ offesa da una malattia avuta durante l’infanzia; la ragazza si chiamava Margherita; nella famiglia c’erano questi due fiori degni dei loro nomi.
Poco lontano, un piccolo casolare, proprio al limite del bosco delle castagne: era abitato da Giovanni Fiore che tutti chiamavano Gianni, e da sua madre.
Giovanni era figlio di padre ignoto, e la mamma teneva per sè il suo segreto; era venuta ad abitare lì vent’anni prima e quattro mesi dopo era nato Gianni.
Gli fu imposto il cognome Fiore, perchè non avendo il padre, prendeva quello della madre; e il piccolo Gianni era veramente un fiore, perchè cresceva sano, forte e bello.
Fino a vent’anni era il più bel giovane del paese; lavorava anche lui come tanti altri alle dipendenze dei Lentini; stava sempre a contatto con la famiglia e sognava Violetta, la figlia del padrone; ma sapeva ch’era un sogno, solo un dolce, impossibile sogno.
Viveva con la madre e, da piccolo, aveva la passione per l’armonica a bocca; diventato grande s’era comprato una fisarmonica e con questa, nelle sere d’estate, allietava la montagna.
Era con la squadra che batteva le castagne; nel suo lavoro, trovava sempre il modo di essere nelle vicinanze dell’albero dove era Violetta.
Si parlavano senza il distacco da padrona a dipendente e spesso, anche lui, cantava con le donne con gran divertimento degli altri battitori. Il giorno si mangiava all’ombra dei castagni, si parlava di questo o di quello e si scherzava sulle cose semplici della vita di quei tempi.
La sera si scendeva in paese coi muli carichi di sacchi pieni di castagne, mentre le donne rientravano alle loro case per preparare la cena ai loro cari; gli uomini si recavano a casa del padrone Don Pietro Lentini e le sognorine Violetta e Margherita davano del vino fresco a quelli che stanchi, scaricavano i muli.
Gianni rifiutava sempre il vino. Diceva: – Mi guasta la vista quando vado a caccia. Era un bravo cacciatore di tordi e beccacce che, in quei tempi, abbondavano sulle montagne del Cilento.
E così, salutando le due ragazze, tornava a casa dalla madre che lo aspettava sempre con ansia.
La casa di Gianni era a mezzo chilometro dalla grande casa dei Lentini ed era un’abitazione semplice: sopra, due stanzette con una cucina e sotto la stalla, con quattro capre, le galline e attrezzi vari per coltivare la terra; intorno alla casa c’era un orticello ben coltivato e tutto, nella sua semplicità, era ben tenuto. La mamma di Gianni era ancora nella stalla, quando sentì il cane, che egli teneva per andare a caccia, fare le feste e abbaiare di gioia, capì che suo figlio era tornato a casa. Uscì sulla porta della stalla e vide Gianni il quale le sorrise. La mamma sospirò di sollievo nel vederlo allegro: voleva un bene della vita al suo figliuolo che sapeva tutto di sé, tranne chi era suo padre, ma non glielo chiedeva mai perchè rispettava il segreto e il dolore della mamma; ormai la gente del paese gli voleva bene così, anche se sentiva che nella vita gli mancava qualcosa.
Era un giovane bello, anche se rozzo come tutti gli uomini della montagna, abbastanza alto, anche se la madre non lo era; gli occhi scuri, lo sguardo fiero e sicuro, i capelli tagliati sempre molto corti, vestito con panni puliti, anche se rattoppati.
La madre era una donna semplice ma sicura di sè, poteva avere dai quaranta ai cinquant’anni ma ne dimostrava di più, perchè la vita l’aveva colpita da giovane e lei aveva dovuto affrontare da sola tanti lavori molto duri per una donna, per crescere quel suo figliuolo sano e robusto e senza fargli mai sentire la mancanza d’affetto di un padre che non aveva mai conosciuto.
Si chiamava Caterina. I suoi capelli già cominciavano ad imbiancarsi sulle tempie e, anche se sembrava bene in salute, era invece molto malata: una broncopolmonite mal curata, ad ogni inizio di stagione invernale, la costringeva a letto per qualche settimana; e lei la curava sempre male, perchè doveva badare a suo figlio che lavorava e ai suoi animali da custodire.
La mattina si partiva come sempre di buon’ora per andare a raccogliere le castagne; tutti gli uomini con i muli erano avanti, mentre donne e ragazze erano dietro e salivano ridendo e scherzando per la via mulattiera che portava in montagna.
Iniziavano prima gli uomini a battere i rami dei castagni, poi le donne passavano alla raccolta dei frutti e, già alle prime luci del sole, le ragazze cominciavano a cantare.
Era bello vedere le donne con i panieri davanti o con i cesti, oppure con un largo grembiule legato ai fianchi in modo che sul davanti facesse come un sacco per la raccolta delle castagne.
Ognuna sembrava fare a gara con la vicina, come se le castagne le portassero a casa loro; lavoravano sempre di buona lena ed era bello, vederle allegre e giulive; nei canti dolci e soavi, la montagna viveva la sua vita laboriosa e canora.
Gianni Fiore era avanti con i battitori e Violetta Lentini era con le raccoglitrici; i due giovani, nonostante non ci fosse nessuna intesa fra loro, si cercavano con lo sguardo. Gianni restava sempre nelle vicinanze del suo sogno proibito.
Il pranzo c’era a mezzogiorno, si stava tutti insieme seduti all’ombra dei castagni e si mangiava allegramente.
Ad un certo punto Violetta si alzò; seguita dalla sua inseparabile compagna Margherita si diresse verso un punto del bosco. Prima di andare disse a tutti:
– Restate ancora seduti che io e Margherita andiamo a raccogliere un po’ di noci sotto quella pianta che sta sul bordo del canalone che divide la nostra proprietà da quella di Don Enrico Lembo.
Le ragazze sparirono presto nel folto dei castagni. I loro passi ovattati, sulle foglie che formavano un tappeto morbido e giallo, non si sentivano più.
Passò una mezz’ora, già si parlava di riprendere il lavoro e le due fanciulle ancora non tornavano.
Ad un tratto, fra i castagni, apparve sola e zoppicante la bella Margherita, che con voce rotta dall’emozione, chiamava quasi gridando:
– Venite tutti, presto, che Violetta è scivolata, è finita nel fondo del canalone e non può più risalire perchè s’è fatta male ad una gamba!
Si alzarono tutti e di corsa si diressero verso la zona dov’era la grande pianta del noce.
Gianni era davanti a tutti e correva come solo lui sapeva correre, tra gli alberi dei castagni e i cespugli di spine. Arrivò sul bordo del canalone e guardò giù: Violetta era lì, a circa trenta passi più giù; appena ella sentì il rumore alzò la testa e guardò verso su, vide Gianni e dal suo sguardo, nonostante la lontananza, capì quanto il giovane fosse preoccupato per lei.
Prima che giungessero gli altri, Gianni iniziò a scendere per la scarpata che portava verso il fondo del canalone: era a metà strada quando giunsero gli altri.
Continuò a scendere e arrivò a dieci passi dalla ragazza; il peggio veniva lì: non c’erano arbusti e radici cui aggrapparsi ma solo terriccio friabile che si sgretolava sotto i piedi e non permetteva di scendere, perchè ripidissimo.
Ma Gianni, guardando Violetta, capì che non poteva muoversi e quella era l’unica via per arrivare fino a lei e poi vedere come fare.
Intanto gli altri avevano portato delle funi: non bastavano per arrivare ai due giovani. Gianni riprese a scendere lentamente ma il terreno non reggeva, minacciava di farlo rotolare addosso a Violetta.
Allora il giovane pensò di fare come le lucertole, si mise a pancia in giù e incominciò a scivolare lentamente verso la ragazza; i primi cinque sei metri li fece lentamente, ma poi il terreno friabile gli fece acquistare velocità e, nonostante la sua abilità di frenare infilando le mani nel terreno, finì per rotolare addosso alla ragazza.
Rotolarono per altri dieci dodici metri e finirono in un grosso cespuglio di rovi che stava proprio sul fondo del canalone, quasi asciutto, perchè solo un piccolo rivolo d’acqua scendeva giù dall’alto.
Rimasero quasi uno addosso all’altro, e mentre cercavano di districarsi, dall’alto venivano le voci di Margherita e degli altri che chiedevano se si erano fatti male.
Gianni, che era finito addosso a Violetta, nella foga di alzarsi, la strinse due o tre volte senza volerlo, anche se lo desiderava.
Sentì la morbidezza del suo corpo mentre il volto gli diventava di fuoco dal calore e dall’emozione del momento; si sentì quasi felice nella dolcezza del contatto con la fanciulla.
Violetta emise un lamento e disse:
– La gamba... dev’essere rotta!
Gianni si alzò a fatica e cercò di rialzare la fanciulla che, appena in piedi in mezzo alle spine, traballò e si aggrappò a lui; il viso a pochi centimetri dalla sua faccia che gocciolava sangue dallo strappo di una spina che aveva sulla guancia. Poi cadendo all’indietro, si portò appresso il giovane che cadde sul suo corpo.
Sembrava quasi un gioco, ma erano lì, lei con una gamba che non poteva quasi muovere e lui che essendo quasi a mezz’aria sospeso nel cespuglio di spine, non poteva reggerla né reggersi. Il momento era critico, ma nella realtà il giovane lo trovò bello; la ragazza era di nuovo sotto di lui e non sembrava nemmeno avvertire il peso del suo corpo, nonostante le spine, di sotto, si facessero sentire.
Violetta lo guardò negli occhi e, in quel momento, vide nello sguardo del giovane e bel montanaro ciò che non doveva vedere.
L’amore sbocciava in mezzo alle spine; la bella Violetta, quasi insensibile al dolore fisico, non restò insensibile al calore umano: passò un braccio intorno al collo di Gianni come per dire: – Aiutami ad alzarmi – ma lo tirò a sè in modo che capisse che non voleva tanto alzarsi lei, quanto che si abbassasse lui.
L’abbracciò forte come aveva sempre desiderato e l’istinto e l’amore li unirono in un bacio dolcissimo.
Il giovane non capiva più nemmeno dove si trovasse e perchè si trovasse lì; la fanciulla smise di baciarlo e con la mano gli asciugò il sangue che continuava a calare giù dalla ferita sulla guancia.
Dal crinale del canalone si sentiva ancora chiamare e Gianni, come destandosi da un lungo sonno, alzò la testa dall’abbraccio di Violetta e quasi scherzando rispose:
– Siamo ancora vivi, ora cerchiamo di uscire fuori.
Si alzò da solo e mentre ancora Violetta sembrava stordita da ciò ch’era accaduto, cacqiò fuori la testa dall’enorme cespuglio di spine e urlò a quelli che stavano di sopra:
– Andate in paese a prendere una fune più lunga! Noi, intanto, cerchiamo di camminare lungo il fondo del canalone e salire più a monte, dove i bordi sono più bassi!
E mentre quelli di sopra ubbidivano, Gianni cercò di scendere ancora più sotto, sulle rocce dove c’erano le spine che li avevano salvati tenendoli sospesi.
Scese per quasi due metri al di sotto della ragazza e mentre cercava di allargare le spine per farla scendere, gli cadde quasi tra le braccia.
Il giovane le chiese scusa, ma vedeva che non si reggeva in piedi e quindi doveva per forza tenerla fra le braccia.
Violetta si sedette su una roccia, si toccò la gamba al di sopra del ginocchio e, cosa rara per quei tempi, alzò la gonna al di sopra del ginocchio stesso e disse al giovane:
– Vedi se la gamba ti sembra che sia rotta.
Egli si passò una mano sulla fronte per asciugarsi il sudore e il sangue che ancora colava dalla sua ferita, e mentre il sangue interno gli martellava le tempie, mise le mani intorno alla gamba della ragazza. Iniziò a palparla e a cercare se ci fosse un punto di rottura, mentre Violetta lo guardava quasi divertita per come fosse turbato da quella situazione.
Gianni continuava a cercare il punto di rottura ma non capiva più cosa facesse.
Allora Violetta prendendo le sue mani disse: – Gianni, dimmi che mi vuoi bene.
– Io ti ho voluto sempre bene, anche quando non eri bella come adesso.
La fanciulla lo tirò a sé, lo abbracciò forte e gli parlò quasi in un sussurro: – Gianni, io so che mio padre non mi farà mai sposare con uno che non sia un grande proprietario terriero, ma so che nella mia vita amerò solo te. – E così dicendo lo baciò di nuovo.
Intanto, di sopra, si sentivano chiamare; Gianni rispose che li andassero ad aspettare più a monte, che incominciavano a risalire il canalone camminando nella parte più bassa ch’era più agevole.
Prese per mano Violetta e la fece alzare, ma la ragazza ebbe una smorfia di dolore nel mettersi in piedi per il male che le faceva la gamba: le faceva un male quasi insopportabile.
Il giovane le passò una mano intorno alla vita e cercava di risalire tra le rocce e le spine ch’erano sul fondo del dirupo.
Violetta cercava di camminare il più possibile, ma ad ogni passo che faceva, delle fitte dolorose le facevano emettere dei brevi lamenti; la sua forte fibra di giovane montanara le faceva stringere i denti per non sembrare una donna debole come tante altre.
Risalirono per trenta quaranta metri; poi, sotto una roccia più grande e più difficoltosa da superare, si fermarono; e mentre Gianni la sorreggeva tenendola stretta alla vita, Violetta lo guardò negli occhi dicendo: – Sono quasi contenta di essere caduta giù, perchè solo così ho conosciuto il tuo amore.
Gianni quasi si vergognò, ma nonostante sapesse che Violetta era la figlia del padrone, con la mano libera le accarezzò la guancia rossa e vellutata e si chinò verso di lei baciandola dolcemente. Violetta ricambiò il bacio e, mettendogli le braccia intorno al collo, lo abbracciò forte in modo che Gianni capisse quanto veramente lo amava.
Restarono così per alcuni minuti; poi Gianni, che sentiva la responsabilità di riportare in salvo la fanciulla, disse: – Senti, a me piacerebbe tanto restare ancora così con te, ma dobbiamo risalire, anche perchè quello che è andato a prendere la fune giù in paese, avvertirà anche tuo padre e perciò non voglio che pensino male di te.
La fanciulla gli sorrise, lo accarezzò sulla fronte dove il sangue si era fermato, e baciandolo teneramente gli disse:
– Grazie, Gianni, sei un uomo molto serio e perciò mi farò forza e non ti darò tanto peso da portare per arrivare fin lassù.
Ripresero a camminare in salita, le spine sul fondo del canalone cominciavano a diradarsi e risalivano un po’ più speditamente.
Fecero circa un centinaio di metri e poi sentirono le voci degli altri che stavano più su; dicevano loro di continuare, che a circa duecento metri c’era un punto adatto a cercare di risalire il fianco del canalone e riportarsi fuori.
La fanciulla stava male. Nonostante non volesse dimostrarlo per il suo carattere forte di piccola montanara, si notava dal suo viso la sofferenza per ogni sforzo che faceva per superare le rocce e le spine nel fondo del dirupo.
Gianni sentiva che il peso della ragazza aumentava, si fermò e la fece sedere su una roccia asciutta; era tutta sudata e il suo volto da rosso stava diventando pallido. Gianni capì che doveva fare qualcosa per aiutarla a riprendersi.
Alzò la testa attraverso le siepi per cercare di vedere quelli di sopra, ma non li vedeva e non li sentiva; allora si chinò verso di lei che sembrava aver perso un po’ del suo coraggio e le disse:
– Violetta, devi farti forza, siamo a buon punto! – Ma la fanciulla non rispose, sembrava quasi che stesse per venir meno. Gianni tirò fuori da una tasca il fazzoletto e andò vicino all’acqua limpida che scorreva a due passi da loro: lo bagnò e lo strizzò, poi lo ribagnò e tornò verso la fanciulla che lo fissava con sguardo quasi assente. Le bagnò la fronte e le guance. Al tocco fresco dell’acqua, Violetta sembrò risvegliarsi e guardò il giovane:
– Gianni, – disse, dove siamo? – Il giovane capì che era ancora intontita dal dolore e rispose: – Dobbiamo ancora andare più su, perchè da qui non possiamo risalire il fianco del canalone.
Sembrò riprendere il suo coraggio di sempre; si sforzò di sorridere e afferrando tutte e due le mani del giovane si alzò.
Gianni la sorreggeva tenendole un braccio intorno alla vita e sentiva il calore del suo corpo che lo stordiva e gl’impediva di riordinare le idee per arrivare presto su, prima che la ragazza svenisse per il dolore. Per tenerla sveglia le parlava di tante cose, le chiese anche se al prossimo matrimonio che si faceva in paese lei ci sarebbe andata o no; la ragazza lo guardava quasi per dire che cosa volesse significare in quel momento così brutto un discorso del genere. Si appoggiò con la testa alla spalla del giovane e gli disse: – Se ci sarai tu che suoni la fisarmonica io verrò, però mi devi promettere che farai venire anche quel tuo amico che sa suonare, perchè io voglio ballare con te, sempre se la gamba non mi farà ancora male.
Gianni capì che l’unico modo per tenere su la ragazza era quello di continuare a parlare; continuò il discorso portandolo sul punto che gli stava più a cuore:
– Credi che se insistessimo con tuo padre, ci farebbe sposare? – A quelle parole Violetta si fermò, girò lo sguardo verso di lui ch’era diventato rosso per quello che aveva detto e, in un gesto di grande amore per quel giovane che si vergognava di dirle quanto l’amava, lo abbracciò e lo strinse a sè come se fosse l’ultima volta che potesse farlo. Lo baciò con tanto amore da vergognarsi pure lei di quel suo ardire.
Gianni rimase sorpreso, ma in cuor suo era felice, anche per il fatto che nella critica situazione, la ragazza sembrava avesse ripreso il suo vigore fisico, e quindi poteva contare sulla sua volontà di risalire con più forza verso la cima della montagna. Gianni la baciò con trasporto e poi aiutandola a staccarsi da lui con dolcezza, ripresero a risalire.
Erano quasi al punto giusto per cercare di andare verso il fianco del canalone; Gianni si ricordò che sotto le spine che erano abbarbicate sul costone del dirupo, c’era una specie di viottolo dov’era passato un anno prima mentre andava a caccia di beccacce.
Si fermò, poi chiamò a gran voce gli altri che dovevano essere sul fianco del canalone. Gli rispose Margherita:
– Gli uomini sono più su! Dove sono io, mi sembra che ci sia un varco dove credo tu possa passare!
A Violetta la gamba faceva molto male, ma si sforzava di resistere. Ad un tratto, lei che fino a quel momento aveva sopportato il dolore anche grazie ai discorsi d’amore che Gianni le aveva fatto, chiuse gli occhi e svenne. Gianni si fermò. Vedendo Violetta con gli occhi chiusi e sentendone il peso tutto nelle braccia, ebbe un momento di sgomento; poi capì che era solo a lottare per tutti e due; si fece forza e la prese in braccio: non era molto pesante, ma il posto impervio dove doveva camminare gli raddoppiava il peso.
A quel punto guardò verso il cielo col pensiero che andava lontano: si ricordò della Madonna del Sacro Monte, che si diceva essere molto miracolosa.
Pensò alla Madre Celeste e fece voto di andarci in pellegrinaggio a piedi, se si fossero salvati.
Baciò il viso inerte e pallido di Violetta che non ebbe nessuna reazione, ma lo fece per darsi forza e salvare quella fanciulla che senza tanto preoccuparsi per quello che avrebbe detto suo padre, gli aveva confessato e dimostrato il suo amore; se la strinse ancora più forte al petto come per sentirla sua e ricominciò a parlarle dolcemente, anche se la ragazza svenuta non sentiva niente. Forse egli, proprio per questo, si sentiva libero di dire tutto ciò che sentiva nel suo cuore: le parlava e la stringeva a sé baciandola dolcemente e quasi non sentiva più il suo peso né le spine che lo tormentavano mentre cercava di andare avanti verso la salvezza.
Era passata più di un’ora da quando aveva raggiunto Violetta in fondo al canalone. La sua fatica stava per finire, sentiva che anche a lui le forze stavano per venir meno.
Baciò ancora la ragazza priva di conoscenza e, mentre sembrava che quel bacio gli desse nuova energia per proseguire, si sentì tirare per i capelli dalle spine che sempre più fitte stavano tutt’intorno a lui.
Con un gesto di rabbia cercò di liberarsene e non potendo usare le mani diede uno strappo con la testa: le spine furono strappate via dal gesto brusco del giovane, ma una di queste aprì un’altra ferita sul suo viso che subito cominciò a sanguinare, diventando una maschera.
Il suo sangue macchiava di rosso la camicetta bianca della fanciulla, ma quasi a dispetto della natura, quello strappo sul viso e il dolore, diedero al giovane una nuova forza; proseguiva con strappi rabbiosi nella macchia fitta di siepi e di spine, badando a non far male alla dolce fanciulla che, nel pallore del suo svenimento, sembrava dormisse, cullata nelle forti braccia del suo amore.
Gianni proseguiva guidato dalle voci degli uomini che, sentito il rumore, cominciavano a venirgli incontro.
Ad un tratto, quasi per incanto, si trovò all’aperto: era sbucato fuori dalla macchia di spine senza accorgersene; gli uomini e le donne che erano fermi sul crinale del canalone, lo videro uscire dal folto della macchia venti metri sotto di loro.
Nel vederlo Margherita lanciò un urlo; Gianni aveva il viso stravolto dal dolore e dalla fatica; il sangue, ormai, l’aveva tinto tutto di rosso. Aveva in braccio la fanciulla ancora svenuta, con il volto pallido e la camicetta bianca macchiata di sangue.
Il giovane rimase fermo, quasi insensibile a quello che gli stava di fronte, era come se uscisse da un brutto e terribile sogno.
In quel momento arrivò don Pietro, il padre di Violetta: si affacciò sull’orlo del dirupo e vide i due giovani. Non parlò, il suo volto era sfigurato dalla corsa che aveva fatto per arrivare presto sulla montagna, da quando lo avevano avvertito che sua figlia era caduta nel canalone; rimase a guardare il giovane che, con la fanciulla svenuta in braccio, sembrava invocasse aiuto. Don Pietro si fece dare la fune che il ragazzo ch’era con lui aveva portato, se la legò intorno alla vita e dandone un capo a due uomini incominciò a calarsi più giù, nonostante altri uomini più giovani di lui volessero scendervi al suo posto.
Arrivò verso i due giovani; con lo sguardo ringraziò Gianni che lo guardava quasi incredulo nel vedere tanta agilità nonostante l’età.
Il padre di Violetta guardò la camicetta della figliuola, ma Gianni gli disse subito che il sangue suo era caduto sul corpo della ragazza e che Violetta aveva una gamba che le faceva molto male ma non sembrava fosse rotta.
– Aiutami a legare bene mia figlia.
– Andate voi su a dire come devono tirare, sono più giovane e penso io a come portare su Violetta.
Don Pietro guardò quasi sorpreso il giovane che gli dava ordini, ma visto come stavano le cose, capì che Gianni sapeva il fatto suo.
Risalì con una certa agilità tirandosi su con le mani alla fune che gli altri di sopra avevano già fissato ad un albero.
Arrivato, gridò al giovane: – Ora tocca a voi!
Gianni passò la fune anche intorno al suo corpo e così, legato con in braccio la ragazza svenuta, cominciò a salire tirato a forza di braccia dai suoi compagni.
Arrivò e gli altri presero Violetta dalle sue braccia e la deposero a terra; egli cadde in ginocchio e scoppiò a piangere come un bambino: le lacrime, portavano via il sangue che gli si era raggrumato sul viso.
Il giovane si riprese subito e si vergognò di quella sua debolezza; gli andò vicino la bella Margherita, che gli porse una brocca d’acqua con la quale si dissetò e poi si lavò il viso.
Intanto don Pietro si dava da fare per far rinvenire Violetta: si fece dare la brocca dell’acqua e bagnò il viso della figliuola. Dapprima la fanciulla non ebbe alcun movimento, ma l’uomo le bagnò di nuovo il viso con più acqua e la ragazza aprì la bocca come per tirare un lungo respiro, poi aprì gli occhi e da terra guardò tutti in viso; Gianni e don Pietro erano inginocchiati vicino a lei che quasi inconsciamente disse: – Gianni, papà, dove sono?
Gianni diventò rosso, mentre don Pietro si chinava sulla figlia e baciandola diceva: –Ora ti portiamo giù in paese e poi manderò qualcuno col calesse a prendere il dottore che ti dirà cosa ti sei fatto alla gamba.
La fanciulla fece l’atto di alzarsi ma non ce la fece; fu suo padre a prenderla fra le braccia, a tenerla stretta forte; e la figlia, si sentì quasi ritornare bambina fra le braccia del suo caro papà.
Don Pietro voleva che gli uomini tagliassero con le roncole
degli alberelli per farne una barella per portare in paese Violetta, ma la
ragazza disse: – Papà, io posso scendere a dorso di mulo, non c’è bisogno della
barella – Il padre l’aiutò a montare sul mulo che gli uomini avevano prontamente
portato lì; poi la ragazza girò lo sguardo intorno per cer
care Gianni che le sorrise, ringraziandolo; il giovane abbassò lo sguardo,
diventò rosso in viso e poi le fece un cenno con la mano come per dire: – Vai in
paese, che ci vediamo giù stasera, noi restiamo ancora su a lavorare.
Don Pietro disse a Gianni: – Scendi anche tu in paese, che hai la faccia tutta graffiata di spine, così il dottore medicherà anche te.
– No, don Pietro, io sto bene, pensate a Violetta; io torno al lavoro e scendo con gli altri stasera.
Don Pietro lo ringraziò con un gesto della mano e si avviò verso il paese.
Il ragazzo portava il mulo per le briglie mentre don Pietro tenendo Violetta per la mano camminava a fianco dell’animale; dietro di loro stava Margherita che, anche se zoppicando, causa la sua menomazione, proseguiva al loro passo.
Giunsero in paese. Parecchia gente era ad aspettare per sapere come erano andate le cose.
Don Pietro mandò il ragazzo con il calesse a prendere il dottore al paese vicino, e nemmeno un’ora dopo il dottore era lì.
Visitò la ragazza, e l’unica cosa di grave che trovò era la gamba fratturata, non rotta; con una fasciatura molto stretta e con due stecche di legno ai due lati, doveva stare un mese ferma, senza affaticarla; le ordinò di fare così, altrimenti avrebbero dovuto portarla in ospedale. La fanciulla lo ringraziò e il padre gli disse: – Dottore, lei può venire a vedere mia figlia quando vuole, mando il calesse a prenderla.
Il dottore ringraziò e montato sul calesse andò via accompagnato dal ragazzo che era andato a prenderlo prima.
Margherita era rimasta con Violetta nella sua stanza, seduta sul letto della sua amica e padroncina.
Violetta ormai aveva nel cuore qualcosa che non sapeva ancora come definire, tanto era grande il suo amore per Gianni. Prese le mani di Margherita, la guardò negli occhi e le disse:
– Margherita, devo dirti una cosa... – e si fermò, perchè vide che la sua amica stava sorridendo. Margherita rispose: – Lo so, ti sei innamorata di Gianni.
Violetta arrossì e disse: – Chi te lo ha detto?
– Ho visto come lo guardavi quando sei rinvenuta su al castagneto, ci voleva poco a capirlo; speriamo che non l’abbia capito anche don Pietro.
Si fece sera, scesero gli uomini dalla montagna e vennero a casa di don Pietro a scaricare i muli: Gianni era con loro; don Pietro gli andò vicino, lo conosceva da piccolo quel giovane che ora aveva salvato la sua figliuola.
– Appena avete finito di scaricare i muli, sali su da noi
– Non posso, mamma mi aspetta!
Ma l’uomo, che era abituato a farsi ubbidire, con voce un pò autoritaria disse: – Vieni su solo un momento e poi vai a casa da tua madre. – E senza attendere risposta andò via.
Uno dei lavoranti di don Pietro che aveva sentito tutto disse al giovane:
– Gianni, vai su, che a scaricare i muli ci pensiamo noi.
Il giovane si vergognava di salire da solo, la casa aveva un cortile interno e al centro del cortile una cisterna da cui con un secchio e con carrucola si attingeva acqua per abbeverare i muli e per altri bisogni.
Gianni era fermo proprio vicino al pozzo e quasi per caso alzò gli occhi verso uno dei balconi sopra di lui; proprio in quel momento vide Margherita che si affacciava. La ragazza lo salutò con un sorriso e poi a mezza voce disse:
– Sali che Violetta vuole ringraziarti. – E rientrò.
Il giovane si guardò intorno, gli altri lavoranti gli fecero coraggio, ma egli si vergognava di entrare nella camera di Violetta.
Si fece forza, si spolverò i pantaloni, si ravviò i capelli con le mani e imboccò la scala interna che portava al piano di sopra.
Sulla sommità della scala, c’era Margherita che lo aspettava per condurlo da Violetta, ch’era in una delle camere che si allineavano ai due lati del lungo corridoio interno della grande scala.
Appena finita la scala, Margherita che aveva la stessa età di Gianni e un anno in più di Violetta, lo prese per mano quasi fosse un bambino e dopo essere passata davanti a quattro cinque porte si fermò e disse: – Violetta è qui, puoi entrare.
Il giovane guardò Margherita come per dire: – Ma perchè, ci lasci soli?
– Devo preparare la cena. – E mentre andava via nel lungo corridoio accese la luce e poi sparì verso la cucina. Gianni rimase solo davanti alla porta, un pò spaesato, lassù non c’era stato mai; ma in quel momento Violetta, dall’interno, lo chiamò: – Entra, la porta è aperta.
Gianni spinse la porta ed entrò; si trovò in una grande camera con un grande letto al centro della parete di fronte.
Violetta era a letto, aveva due o tre cuscini dietro le spalle e stava quasi seduta. Lo accolse con un sorriso, dal momento che si erano conosciuti veramente in fondo al canalone, erano passate solo poche ore; eppure sembrava un tempo tanto lontano; Gianni si vergognava, ma Violetta gli fece cenno di andare accanto al letto. Il giovane si avvicinò quasi timido, come se Violetta fosse diventata di nuovo la sua padrona.
Le andò accanto e quando le fu vicino la fanciulla gli prese la mano, e, in un momento di gioia per lo scampato pericolo, gliela baciò.
Gianni rimase stupito. Violetta gli prese l’altra mano e lo tirò a sé: lo baciò e Gianni provò la stessa sensazione di quando erano in fondo al canalone.
Rimase solo un istante sul bacio di Violetta, poi si tirò indietro: aveva sentito dei passi nel corridoio.
Margherita prima di entrare tossì, come per avvisare del suo arrivo, e Violetta rise forte dicendo: – Entra pure.
E l’altra: – Sono venuta perchè sta venendo don Pietro ed è meglio che non vi trovi soli.
Proprio in quel momento si sentì nel corridoio il passo pesante e sicuro di don Pietro che poco dopo entrò nella camera nella penombra della sera, accese la luce senza guardare prima chi c’era e, nel vedere Gianni e Margherita disse: – Siete tutti qui?
Gianni si vergognò un pò e non rispose. Fu Violetta a dire a suo padre:
– L’ho fatto salire io, volevo ringraziarlo per quello che oggi ha fatto per me. – E così dicendo, guardò Gianni che non sapeva cosa dire e soffriva per questo.
Margherita uscì e andò di nuovo verso la cucina; si sentiva il suo passo un pò strascicato che si allontanava; peccato, che una ragazza così bella dovesse essere così andicappata!
Rimasero solo don Pietro, Violetta e Gianni, che non sapendo cosa dire taceva e si vergognava. Allora don Pietro disse:
– Ora che Violetta ha ringraziato a modo suo, io voglio ringraziarti a modo mio.
Gli fece cenno di seguirlo e uscì; Gianni si girò ma Violetta allungò una mano e riuscì a prenderne una di Gianni che si voltò proprio mentre don Pietro usciva; guardò la ragazza quasi con paura del suo amore, ma Violetta non se ne curò: lo tirò a sé e gli sfiorò le labbra con un bacio, poi a voce alta disse:
– Grazie Gianni, se qualche sera vuoi, puoi salire a salutarmi. – E gli lasciò la mano.
Gianni farfugliò qualche parola incomprensibile e uscì.
Don Pietro già spariva in fondo al lungo corridoio.
Gianni vide appena dove entrava, arrivò davanti alla porta e si fermò: la luce era accesa e la stanza era molto più grande di quella dov’era Violetta; al centro un tavolo enorme con dodici sedie intorno e ai lati due enormi armadi, uno pieno di bottiglie e bicchieri che si vedevano attraverso gli sportelli a vetri e un altro che non si vedeva cosa ci fosse dentro perchè non era a vetri; in fondo alla sala un’enorme voliera, e nonostante l’ora tardi, gli uccelli, la maggior parte cardellini e canarini con qualche fringuello che cantavano e cinguettavano allegramente.
L’uomo, da dentro, disse a Gianni:
– Entra e siediti, che chiacchieriamo cinque minuti.
Il giovane, che da quando aveva salito le scale non aveva detto una parola, ringraziò e si mise a sedere. L’uomo rimase in piedi di fronte a lui.
– Senti, ragazzo... – gli disse don Pietro, e per la prima volta Gianni vedeva quest’uomo come veramente era: aveva quasi sessantanni e li dimostrava, il suo sguardo era risoluto e sincero, aveva una corporatura robusta e nonostante gli anni e i capelli bianchi era ancora forte e capace di spezzare il collo ad un mulo con le sole mani; Gianni si ricordò del giorno in cui, dopo avergli portato la fune, aveva risalito il costone a forza delle sole braccia.
Proseguendo e prendendo dall’armadio a vetri una bottiglia e due bicchieri, andò a sedersi di fronte a lui.
Stappò la bottiglia e versò nei due bicchieri un vino rosso che mandava un profumo meraviglioso; porse il bicchiere pieno a Gianni e poi prese il suo, lo alzò e lo avvicinò a quello che Gianni aveva in mano.
Bevvero d’un sorso.
Don Pietro si leccò le labbra, mentre Gianni tossì; l’uomo anziano rise, ma poi diventò serio e disse quello che aveva in mente di dire:
– Ragazzo, io ho quasi sessantanni e la vecchiaia è una brutta bestia, tira calci peggio di un mulo; e allora ho pensato di prendere un aiutante perchè mi aiuti a badare alla campagna, alla montagna e a tutto il resto; perciò, visto che oggi tu hai aiutato mia figlia rischiando la tua vita per salvare lei, io per ringraziarti voglio darti quest’incarico che devo solo ad una persona che mi dia piena fiducia; ti pagherò il doppio di quello che prendi oggi, e se un giorno vuoi, potrai sposare ... – Il giovane col pensiero andò avanti e il suo sguardo si illuminò; ma don Pietro continuò la sua frase dicendo: – Margherita è una brava ragazza e se tu la sposi potrete vivere in questa casa; è tanto grande che potete benissimo starci.
Il giovane rimase senza parole, tutto gli stava bene, tranne il nome della donna da sposare. Egli amava Violetta e Violetta amava lui, e Margherita lo sapeva; perciò non poteva accettare niente riguardo al matrimonio anche se in quei tempi i padri e qualche volta anche i padroni imponevano ai loro figli la persona da sposare. Tuttavia Gianni, che era un ragazzo intelligente, non rifiutò, ma disse:
– Io vi ringrazio don Pietro, ma sono molto giovane per meritare tanta fiducia, e poi devo fare ancora il militare, e perciò non posso accettare niente per il momento, ma se un giorno meriterò questo posto che mi offrite io sarò ben felice di accettarlo.
Don Pietro si alzò, non credeva che il giovane avrebbe rifiutato tutto, ma Gianni pensava che accettare voleva dire anche accettare per moglie Margherita. Egli invece amava ed era riamato solo da Violetta.
Allora don Pietro, anche se un pò contrariato, si avvicinò e gli disse:
– Apprezzo la tua sincerità e la tua onestà; di questo parleremo magari fra due anni, quando finirai di fare il militare, se sarà ancora tutto come ora; per il momento devi accettare due cose: Primo, io da oggi ti do doppia paga, che ti serve anche per curare tua madre; povera donna, ne ha passate tante che tu neanche lo immagini; e poi ti regalo... – e andò verso una parete dov’erano appesi sovrapposti a dei chiodi molti fucili di vari tipi e di varie epoche.
Si avvicinò alla parete e staccò un fucile che era il sogno di Gianni. Era un fucile a cartucce; in quei tempi molti usavano fucili ad avancarica. Quello era un fucile calibro 16 a retrocarica e a cani esterni; non era nuovo, ma bello e ben tenuto; e don Pietro nel darglielo disse: – So che sei un bravo cacciatore, perciò è bene avere un fucile che puoi ricaricare subito, non come quello ad avancarica, perchè si perde del tempo a ricaricarlo... Anzi, adesso ti do pure le cartucce, perchè io ho un altro fucile a cartucce ma è calibro 12, perciò quelle non posso certo usarle. – Così dicendo, da un cassetto del grosso armadio senza vetri tirò fuori due o trecento cartucce che mise in un sacchetto; e mentre Gianni metteva il fucile in spalla e le prendeva, don Pietro gli porse la mano in segno di ringraziamento e gratitudine per tutto ciò che aveva fatto per sua figlia.
Gianni nella stretta sentì la forza e la gratitudine di quell’uomo, e in quel momento sperò di essere figlio di un uomo così.
Salutò ed uscì dalla stanza; stava varcando la porta quando il padre di Violetta gli disse a voce non troppo alta:
– Non dire a nessuno che ti ho raddoppiato la paga, se no mi si crea un malcontento fra tutti gli altri.
Il giovane fece cenno di sì con il capo e andò verso le scale, e mentre scendeva incontrò Margherita che saliva; nel passarle vicino la salutò e la ragazza, rispondendo al saluto, infilò un biglietto nella camicia aperta sul petto del giovane.
Gianni uscì dal portone che ormai era buio e con il fucile e il sacchetto delle cartucce s’avviò verso casa.
Arrivò, sua madre era in cucina e nel sentirlo entrare gli andò incontro.
– Gianni – gli disse – Come mai a quest’ora? Ho saputo cosa è successo e sono contenta di te, ma cerca di non correre troppi pericoli quando fai qualcosa per i galantuomini; (a quei tempi i galantuomini erano tutti coloro che avevano case e terre), perchè oggi ti fanno dei regali e tante promesse e domani sarai solo in mezzo ad una strada e fingeranno di non averti mai conosciuto.
– Mamma, don Pietro mi ha regalato un fucile e mi ha raddoppiato la paga per riconoscenza, non per vantarsi di qualcosa, anzi non vuole che si sappia che a me dà più degli altri.
– Io li conosco i galantuomini.
– Mamma, ma perchè parli sempre così? Don Pietro è un brav’uomo e tutto il paese ne parla bene.
Ma la mamma non rispose a quelle parole, si asciugò le lacrime e Gianni, che non capiva perchè piangesse, di botto, senza pensarci due volte disse:
– Mamma, io di chi sono figlio?
La mamma sospirò ma non lo guardò. Gianni le andò vicino, le mise le mani sulle spalle e con gli occhi pieni di lacrime le chiese ancora:
– Mamma chi è mio padre?
La donna alzò lo sguardo, lo fissò negli occhi e gli disse: – Da me il nome di tuo padre non lo saprai mai, perchè quell’uomo l’ho odiato troppo io, perchè debba odiarlo anche tu.
Gianni le chiese ancora: – Non voglio sapere il nome, ma lo conosco?
La mamma ci pensò un po’ e poi rispose: – Non è qui.
II giovane tirò un sospiro di sollievo; almeno, non essendo lì, non aveva paura di incontrarlo.
Poi con un gesto di comprensione si girò verso la madre e l’abbracciò: povera donna, ne aveva passato di tutti i colori, proprio come aveva detto don Pietro!
Andò in camera sua, posò il fucile e il sacchetto con le cartucce e si mise a sedere sul letto. Il pensiero andò all’uomo che poteva essere suo padre, a quello che, aveva detto sua madre, non era del paese; e poi qualcuno glielo avrebbe detto, magari per offenderlo; no, in paese nessuno sapeva chi era suo padre. Pensare che, per un attimo, aveva creduto fosse don Pietro! Ma ora no, ora ci capiva ancora meno di prima.
Poi pensò a Violetta e in quel momento si ricordò del biglietto che Margherita gli aveva infilato nella camicia, si frugò sul petto e lo trovò subito, lo aprì e lesse le poche righe scritte a matita.
«Gianni, la sera, quando venite a scaricare i muli, sali su da me a salutarmi, ti voglio bene. Violetta».
Gianni rilesse una, due, tre, dieci volte il biglietto; il suo sguardo si fermava sempre sul «ti voglio bene»; sospirando forte pensava a come poteva fare per amare Violetta; ormai aveva dentro di sé la passione che lo divorava, gli sembrava sempre di sentire il peso del suo corpo fra le braccia. Mentre sognava ad occhi aperti, la mamma lo chiamò dalla cucina; Gianni vi andò col biglietto appallottolato in una mano, si diresse verso il camino acceso, si mise seduto e, con noncuranza, gettò nel fuoco il biglietto di Violetta che avvolto dalle fiamme subito bruciò.
La mamma aveva apparecchiato la tavola e messo il vino a posto, anche se sapeva che il figlio non ne beveva quasi mai.
Gianni si accostò alla tavola apparecchiata e incominciò a mangiare, mentre la madre lo guardava con tenerezza, quasi come se fosse un bambino.
Passarono dei giorni; il lavoro di Gianni era sempre lo stesso, anche se egli si accorgeva che don Pietro lo trattava in modo diverso dal solito, cioè con più paternità e quasi con affetto.
Era già una settimana che Violetta era a letto con la gamba fratturata e a riposo; e Gianni non aveva ancora avuto il coraggio di salire su, non sapeva che scusa trovare, si vergognava di farsi vedere dai suoi compagni di lavoro entrare in quella casa.
Ma una domenica, alla fine del mese di ottobre, giusto dieci giorni dopo che Violetta era caduta nel canalone, trovò il sistema per andare a trovarla.
Il tempo cominciava a mettersi al peggio e le prime piogge già rinfrescavano la montagna.
Gianni aveva sentito dire da un amico che si erano visti i primi tordi e qualche beccaccia, ed egli stesso aveva sentito passare la sera prima i tordi col loro breve canto stridulo.
Quindi la domenica mattina prese il fucile che gli aveva regalato don Pietro e le cartucce ed uscì; chiamò il suo cane Fido e cominciò a salire la montagna; era ancora buio e per l’aria si sentivano i tordi che passavano accompagnati dal loro verso.
Alle prime luci dell’alba il giovane era già sulla montagna; mentre stava mettendo due cartucce nel fucile una beccaccia gli passò quasi davanti con il suo volo dolce e silenzioso e si allontanò nella luce incerta del mattino.
Era la prima beccaccia che vedeva quell’anno, ma guardando nella direzione in cui era sparita, capì dove dopo avrebbe potuto trovarla.
Col fucile carico e il cane che le girava intomo impaziente, Gianni rimase in attesa sul posto dove sapeva che a quell’ora passavano le beccacce; ed ecco, all’improvviso, come un grosso farfallone passare: un barbagiani. Gianni imbracciò il fucile, ma appena riconobbe l’animale, lo ribbassò: quell’uccello non valeva la cartuccia.
Stava già albeggiando e i primi tordi col loro canto stridente gli sfrecciavano vicino.
Sembrava che l’ora della beccaccia fosse passata, ma ecco che nella luce rossastra dalla parte di sopra della montagna, se ne stagliava una nettamente nel cielo: volava più veloce dell’altra quasi avesse dovuto recuperare il tempo perduto.
Passò di sopra a Gianni e mentre egli cercava di inquadrarla nel mirino, la beccaccia spariva.
Gianni sparò e il colpo, nel silenzio del mattino, sembrò ancora più forte e fragoroso: pensò ch’erano le cartucce di don Pietro a fare tanto rumore.
Non sapeva se l’avesse colpita o no, perchè aveva sparato proprio nell’attimo in cui l’uccello spariva nell’ombra scura della montagna.
Scese più in basso dove la beccaccia poteva essere caduta e invitò Fido a cercare; il cane andava veloce avanti e indietro e sembrava fiutare qualcosa, ma ogni volta che rotornava dal padrone non aveva niente in bocca da riportare.
La luce del mattino cominciava ad essere chiara del tutto; Fido ancora non trovava niente, anche se dava l’impressione di sentire qualcosa e cercava e ritornava sempre nello stesso posto; Gianni scese più giù, dove Fido insisteva nel cercare e ad un certo punto vide sopra le felci delle penne, le raccolse e le riconobbe per penne di beccaccia: capì che era caduta lì. Mentre Fido cercava sotto una siepe enorme egli lo sentì abbaiare, ma solo due volte, poi abbaiò ancora; allora Gianni entrò nella grossa siepe e guardò verso il cane: stava con le zampe anteriori alzate sui rami e guardava verso l’alto della siepe.
La beccaccia era lì, rimasta sospesa fra le spine, morta.
Gianni si fermò e pensò alle spine di dieci giorni prima quando con Violetta doveva risalire il canalone.
Poi si rilassò e col pensiero ritornò al presente: si arrampicò un po’ più in alto sulla siepe e prese la beccaccia.
Uscì fuori e la fece vedere al cane che gli saltava addosso con guaiti di gioia: gliela fece annusare due o tre volte, poi la mise nella borsa che faceva da carniere e prese a salire il colle. I tordi si sentivano da tutte le parti e Gianni pensò di andare a caccia di tordi; conoscendo bene la zona, si appostò sotto un gruppo di castagni e querce al limite del bosco più folto.
I tordi passavano e si posavano. Gianni sparava quasi sempre a fermo sugli alberi che gli stavano intorno; ad ogni colpo veniva giù un tordo e subito Fido andava a recuperarlo.
Gianni guardava il fucile che gli aveva regalato don Pietro, pensava che era favoloso sparare con quel fucile, al contrario di quello suo ad avancarica col quale perdeva tempo a ricaricarlo, mentre quello a cartucce era sempre carico e non si perdeva tempo.
Passarono circa due ore. Gianni aveva sparato parecchio e una quindicina fra tordi e merli li aveva presi; sembrava che ne arrivassero meno e decise di andare a cercare la beccaccia vista passare la mattina quando era ancora buio. Prese il carniere ch’era quasi pieno e che aveva appoggiato ai piedi di un albero, chiamò Fido che continuava a cercare in giro e si avviò verso il luogo dove pensava che la beccaccia si fosse fermata.
Camminò sul fianco della montagna, mentre Fido cercava instancabile davanti a lui.
Il cane arrivò proprio sul posto dove Gianni pensava potesse essere la beccaccia; girava avanti e indietro sulla scarpata fra cespugli di ginestre e spine, e da come si comportava si vedeva che sentiva forte e ad un certo punto si fermò: era lì in ferma la beccaccia, era lì, a non più di due metri dal cane. Gianni cercò un posto dove la sua visuale fosse migliore, un posto dove aveva tutto lo spazio sottostante bene in vista.
Fido era sempre lì, in una ferma bellissima quasi statuaria: non era un cane di pura razza, però come cacciatore era un cane perfetto. Il suo pelo non troppo lungo ed un po’ rossiccio, la taglia piuttosto piccola, aveva sangue di setter inglese nelle vene; la sua coda, piuttosto folta, quando cercava la dimenava lateralmente come i migliori cani da caccia; ed ora stava lì, in ferma sotto di lui e Gianni sentiva la bellezza della caccia fatta così.
Rimase ancora un po’ a guardare il cane in ferma in modo meraviglioso, poi lo incoraggiò dicendo: – Su Fido
Il cane fece ancora due passi quasi gallonando, si fermò di nuovo e poi slianciò in avanti: la beccaccia frullò in modo fragoroso e si buttò veloce in discesa, ma Gianni dal posto dov’era non si lasciò sorprendere e con un ben aggiustato colpo la fulminò.
Fido ridiscese abbaiando verso la zona dove era caduta e dopo una breve ricerca la trovò: vederlo risalire evitando i cespugli con la beccaccia metà in bocca e metà fuori era bellissimo.
Arrivò da Gianni ch’era ancora fermo lì e con la beccaccia calda in bocca si fermò vicino a lui; egli lo guardò come per dirgli: – Sai fare proprio tutto! – Poi allungò la mano e Fido gli lasciò la beccaccia. Era bello avere un cane così.
Stava ancora pensando alla bravura del suo cane, quando dal fondo della scarpata Fido fece frullare un’altra beccaccia.
Anche se un po’ sorpreso si fermò e sparò, prima un colpo, poi un altro, ma la beccaccia continuò la sua risalita verso la parte superiore della montagna; Gianni la seguì con lo sguardo e l’uccello dopo tre o quattrocento metri curvò in un punto dove la macchia era più folta e si posò.
Fido andò avanti, quasi per rassicurare il cacciatore che l’avrebbero ritrovata.
Arrivarono sul punto dove si era posata. Gianni si cercò un posto un po’ sopraelevato e si fermò. Fido, sotto di lui, batteva la zona naso a terra e cercava con impegno: due minuti e la beccaccia frullò di nuovo.
Iniziò a risalire il fondo della scarpata, fece solo pochi metri Gianni sparò: una nuvoletta di penne e la beccaccia cadde tra i cespugli sottostanti.
Fido scomparve nella macchia e bastò solo un po’ di tempo che si ripetesse la scena della beccaccia precedente: il cane uscì con la beccaccia in bocca e la portò al padrone che questa volta lo accarezzò dolcemente; e Fido gli saltava addosso, quasi a complimentarsi di quello che riuscivano a fare in due.
Il sole ormai era alto. Gianni e Fido iniziarono a riscendere verso il paese; Fido cercava ancora fra i dirupi che costeggiavano il viottolo che li portava giù.
Un merlo volò da una siepe davanti al cane strillando in modo indiavolato, Gianni lo mirò e al primo colpo lo buttò giù; Fido corse a recuperarlo mentre Gianni proseguiva tranquillo, soddisfatto che la prima giornata a tordi e a beccacce era andata bene.
Trovò Fido più giù, in mezzo al viottolo, che l’aspettava col merlo in bocca; quando il padrone gli fu vicino, lo appoggiò per terra; Gianni raccolse il merlo, lo mise nella borsa e poi riprese la via del paese. Arrivò a casa che era quasi l’ora di pranzo e la mamma, che era una donna un po’ taciturna, nel vederlo felice per la caccia, si dimostrò felice anche lei.
Mangiarono e chiacchierarono di varie cose e Gianni disse:
– Mamma, il fucile che mi ha regalato don Pietro è meraviglioso, e io oggi andrò da lui e gli porterò due beccacce e dieci tordi; mi farò anche dire come si caricano le cartucce, così poi me le farò da me.
La mamma lo guardò, ormai Gianni era un uomo, non più un ragazzo e quindi sapeva quello che faceva, e senza dire niente prese un cestino, vi mise dentro due beccacce e dieci tordi, lo coprì con un tovagliolo e disse:
– È tutto pronto, puoi andare; dà i saluti a Violetta da parte mia, e dille che appena posso andrò a farle visita, e saluta don Pietro e ringrazialo per me.
Gianni rimase contento che la mamma si era un po’ addolcita nei confronti di don Pietro e, preso il cestino e guardando Fido che gli saltava addosso sentendo l’odore degli uccelli, lo accarezzò, salutò e andò via.
Arrivò al portone della grande casa; si fermò indeciso se bussare o no, ma poi si fece coraggio. Battè tre volte il battacchio di bronzo che stava sul portone e attese.
Passò circa un minuto e si aprì una specie di spioncino che stava sul portone. Gianni, attraverso la piccola apertura, vide il volto carino e simpatico di Margherita.
La fanciulla subito aprì. Gianni entrò, era un po’ imbarazzato; e non sapendo cosa dire, porgendo il cestino alla ragazza disse: – L’ho portato per don Pietro.
– Perchè non sali a salutare Violetta? – una settimana che ti aspetta tutte le sere.
– Mi vergogno di farmi vedere su quando la sera veniamo a scaricare i muli, perciò non sono mai salito.
Quasi per fargli coraggio, la ragazza lo prese per mano e gli disse:
Senti, Gianni, don Pietro in questo momento non c’è, perciò lo devi aspettare; e allora vieni su che chiacchieriamo un po’ con «la padrona». – Detto questo sbottò a ridere.
Gianni tirò via la mano sua da quella di Margherita e rispose: – Scusa, non vorrei che Violetta ci vedesse. – Margherita arrossì: non voleva niente di particolare, se gli aveva preso la mano era solo per impedirgli di andare via senza salutare la padrona.
Salirono le scale che portavano al piano superiore ed entrando nel corridoio si sentì la voce di Violetta che diceva: – Margherita, chi è? – La ragazza non rispose, si fermò e tornò indietro.
Intanto Gianni, davanti alla porta della camera, facendo un colpo di tosse disse: – Permesso?
Violetta rispose: – Avanti! – mentre il cuore le balzava in gola dalla gioia. Dal balcone entrava un sole tiepido e la sua luce andava proprio sul letto della fanciulla.
Gianni entrò timido nella grande stanza, poi subito si fermò dicendo:
– Come stai?
Violetta non rispose, era emozionata, erano dieci giorni che non lo vedeva e quasi non gli sembrava vero che fosse lì; poi disse: – Vieni, siediti qui, accanto al letto – Lei stava sul letto con tre cuscini dietro le spalle e una coperta sulle gambe; il sole, rischiarava il viso meraviglioso di quell’angelo della montagna.
Il giovane le andò vicino e Violetta gli tese la mano. Gianni allungò la sua e disse di nuovo: – Come stai?
– Bene – e mentre gliela prendeva lo tirò a sé dolcemente; e il giovane, chinandosi in avanti, le sfiorò le labbra con un bacio.
– Non temere, papà non tornerà prima di un’ora, e in quanto a Margherita, sa tutto di noi.
Gianni, rinfrancato, si mise a sedere vicino alla fanciulla dei suoi sogni, e mentre Violetta gli prendeva le mani e se le portava al viso, si sentì il passo un po’ strascicato di Margherita che veniva attraverso il lungo corridoio. Si affacciò sulla porta con il cestino dei tordi in mano e disse a Violetta: – Guarda Gianni cosa ti ha portato – e levò il tovagliolo da sopra i tordi e le beccacce.
Violetta ebbe un grido di gioia e guardò Gianni con gratitudine, ma il giovane montanaro, nella sua semplice onestà, disse: – Veramente i tordi li ho portati a don Pietro che mi ha regalato un fucile
– Va bene, vuol dire che li mangerà solo papà! – E sbottò a ridere. – Allora se non era per le beccacce e i tordi da portare a mio padre, tu non venivi a trovarmi?
Il giovane si passò una mano sulla fronte e sospirò, poi vedendo che Margherita era andata via col cesto degli uccelli disse: – Violetta, lo sai che io ti voglio bene, ma come posso dire a tuo padre che qui io ci vengo per te?
– Tu non glielo dire e vieni quando non c’è.
Senti, – replicò il giovane – io veramente ti voglio bene, ma non posso tradire la fiducia che tuo padre ripone in me; perchè mi crede diverso dagli altri che lavorano per lui; e adesso ti dirò cosa mi ha detto l’altra sera.
Gianni le disse tutto, e ancora non aveva finito che già vedeva il volto di Violetta rischiararsi di felicità; ma continuò: – Aspetta, ancora non ho finito, mi ha anche detto che se un giorno io voglio, posso sposare Margherita e vivere qui con voi.
Guardò in viso la fanciulla: il sorriso luminoso era sparito, lo stupore dipingeva il volto pallido; quasi a fare più male a se stessa disse: – Tu cosa hai risposto?
Gianni abbassò la testa e con un gesto di rassegnazione: – Ho detto che sono troppo giovane per pensare a queste cose, che devo fare ancora il militare e che prima di due anni non si può parlare di niente; ma io ti dico che ... – e si fermò col discorso.
Violetta continuò: – Tu cosa dici? – E lo guardò con aria quasi di sfida.
– Io in questa casa o ci entro come tuo marito o non ci entro per niente, perchè voglio bene a te e basta.
La ragazza sospirò, gli prese le mani, le baciò e il giovane, sentendosi invadere da un amore troppo forte per resisterle, si avvicinò al volto della bella montanara.
Violetta si aggrappò quasi con violenza al suo amato e lo strinse a sè dicendogli coi baci tutto il suo amore.
Gianni le promise che ogni domenica sarebbe andato a trovarla con la scusa di portare della caccia a don Pietro. Le disse:
Sai, alla fine del mese prossimo c’è quel matrimonio del quale ti parlai e io devo andare con la fisarmonica per la festa; farò venire anche quel mio amico dal paese vicino, così a suonare ci daremo il cambio e se tu vieni potremo ballare insieme.
Speriamo che la gamba sia guarita per quel tempo; anzi, aiutami ad alzarmi che andiamo nel salone ad aspettare papà
E così dicendo tirò via la coperta che aveva sulle gambe. Mise la gamba sana a terra e poi dando la mano a Gianni gli fece cenno di aiutarla ad alzarsi. Gianni le prese la mano e passandole un braccio dietro le spalle, sentiva il calore avvampargli il viso.
La fanciulla mise i piedi per terra e traballò; Gianni preoccupato la sorresse e lei si attaccò a lui: lo abbracciò e se lo strinse al cuore; quanto lo amava quel giovane timido e bello! Lo desiderava con tutta la sua vita, quella fanciulla che nei suoi diciotto anni non aveva mai amato; solo fra le forti braccia di Gianni si sentiva una donna vera.
Margherita intanto non sentendo più parlare stava arrivando e si sentiva il suo caratteristico passo. Quando si affacciò sulla porta i due giovani non erano più abbracciati, ma Gianni sorreggeva Violetta che appoggiandosi a lui procedeva lentamente per andare nel salone.
Margherita andò anche lei e disse: – Non ti abbiamo offerto niente. Che vergogna! Ti posso offrire un bicchiere di vino o di rosolio? – Gianni guardò nell’armadio a vetri e vedendo la bottiglia di vino rosso che gli aveva dato don Pietro, rispose: – Voglio un bicchiere di quello.
Margherita prese tre bicchieri, li riempì e si mise a sedere con loro: in tre si chiacchierava meglio con un bicchiere di quel vino lì. Gianni ne respirò il profumo e Violetta, guardandolo, chiese: – Come mai conosci quel vino?
E Gianni prontamente rispose: – Me lo ha dato tuo padre l’altra sera – Poi a Margherita: –
– Senti, fra poco più di un mese c’è un matrimonio qui in paese, e io ho promesso ad un mio amico che viene a suonare con me alla festa che avrei portato con me due belle ragazze; Violetta è una, e tu, se vuoi, puoi essere la seconda.
– Io non so ballare, nessuno mi ha mai portata a ballare!
– Neppure io so ballare, eppure ci vado lo stesso! – rispose Violetta.
Margherita accettò: dovevano chiedere solo a don Pietro se le faceva andare. Nello sguardo di Margherita si leggeva la felicità. La ragazza, orfana di entrambi i genitori da quando era compagna di scuola di Violetta, era venuta ad abitare nella grande casa di don Pietro non come serva ma come compagna di sua figlia per la quale ormai era come una sorella; non sentiva mai, con quella sua amica, che lei in casa non era padrona di niente.
Anche don Pietro le voleva bene e se lavorava e cucinava e faceva tutto, lo faceva semplicemente perchè sentiva il dovere di farlo.
Era passata più di un’ora da quando Gianni era arrivato, e si sentì aprire la porta ai piedi della scala interna.
Gianni si alzò, ma Violetta gli disse di star seduto. Intanto Margherita copriva il cestino dei tordi ch’era sulla grande tavola.
Don Pietro entrò e vide i tre che stavano seduti, rimase quasi imbarazzato, non se lo aspettava; a quella faccia sorpresa, Violetta sbottò a ridere e Gianni si alzò di nuovo.
Don Pietro gli fece cenno di stare seduto e rivolto a Margherita disse: – Giacché ci siamo, dai un bicchiere anche a me di quel vino, prima che finisca del tutto.
Si sedette con loro e guardò Gianni che, imbarazzato anche lui, non disse niente; fu Margherita a dire a don Pietro il perchè della visita di Gianni. La ragazza si alzò e andò a scoprire il cestino con gli uccelli che stava proprio davanti a don Pietro. L’uomo ebbe un gesto di sorpresa e guardò verso Gianni, che, come a giustificarsi disse: – Li ho presi con il fucile e le cartucce che voi mi avete regalato.
– Bravo – rispose don Pietro battendo una mano sulla spalla del giovane. – Mi avevano detto che ci sapevi fare con il fucile, ma ora ne sono proprio sicuro – Poi prese le due beccacce in mano, le soppesò e disse di nuovo:
– Bravo. Ma perchè le hai portate tutte a noi?
– A casa ho lasciato una beccaccia e sei tordi; e per me e mia madre bastano.
– La prossima volta che andrò a Vallo della Lucania, ti porterò altre cartucce calibro del tuo fucile.
Gianni era contento di come lo trattava don Pietro, in modo quasi paterno; quando pensava che non conosceva suo padre si sentiva solo, gli mancava qualcosa.
Si alzò per andare via, ma don Pietro aggiunse: – Resta con noi stasera, se pensi che tua madre non stia in pensiero per te.
Gianni da prima rifiutò, ma poi non seppe rinunciare all’idea di passare una serata vicino a Violetta che amava come chi solo sa amare può capire, e anche con Margherita, con lui sempre tanto gentile.
La passò infatti in modo abbastanza allegro, e anche don Pietro, forse a causa del vino e del giovane ospite.
Poi Violetta rivolta a suo padre disse: – Sai, papà, fra un mese si sposeranno il figlio del vecchio Antonio con la figlia del carbonaio, quello che sta fuori dal paese; e Gianni andrà a suonare alla festa con la fisarmonica. Se tu lo permettessi e io mi sentissi bene con la gamba vorrei andare a ballare, porterei con me anche Margherita per compagnia-
Don Pietro guardò sua figlia e poi, con un sorriso: – Ma scusa, tu vuoi andare a ballare? Ma tu non sai ballare!
– Vedi, papà – rispose Violetta – Gianni mi ha detto che non è difficile e che se ballo con lui mi insegnerà presto a fare i balli più semplici.
– Come farà Gianni a ballare con te, se è lui che suona la fisarmonica?
– Papà, Gianni a suonare non va mai solo, porta con sè un amico che sa suonare, e si danno il cambio e mentre uno suona l’altro balla.
– Va bene! – rispose don Pietro, – Andate pure tutti e tre, ma solo se la tua gamba sarà guarita per quel tempo – Gianni, che per tutto il discorso non aveva aperto bocca, si alzò in piedi e rivolgendosi a don Pietro disse:
– State senza pensiero, baderò io alle signorine, e vi assicuro che nessuno darà loro fastidio – Poi aggiunse: – Ora, se permettete, torno a casa perchè la mamma è sola e di sera non si sente tanto bene. – Salutò le due fanciulle e don Pietro che lo ringraziò ancora per i tordi e le beccacce.
Tornò da sua madre e la trovò accanto al fuoco insieme a Fido, il suo cane; nel vedere Gianni la donna ebbe un sospiro di sollievo e disse: – Ti hanno trattato bene i signori, stasera, se hai fatto così tardi!–
Gianni non rispose: sapeva che avrebbe potuto rispondere male a sua madre e non voleva farlo, perchè le voleva veramente bene, nonostante tutto.
* * *
Gianni e il suo amico Antonio erano in attesa delle due fanciulle Violetta e Margherita.
La festa dello sposalizio dei due giovani sposi proseguiva, Gianni suonava la fisarmonica, vedeva le coppie che ballavano nell’angusta camera dove la festa si svolgeva e le guardava con invidia, pensando a Violetta: non vedeva l’ora che arrivasse per poter ballare con lei.
Dei giovani che ballavano, si avvicinavano e gli chiedevano il tipo di ballo che volevano, e il giovane suonatore cercava di accontentare tutti, mentre il suo sguardo andava tra la gente che andava a fare gli auguri agli sposi sperando di vedere fra questi le due ragazze.
Era quasi sera, quando la gente che stava ballando si fermò e fece largo per far passare degli invitati.
Gianni era alla fisarmonica; mentre suonava, scorse il viso simpatico di Margherita fra la gente che si scansava per farla passare.
Il suo cuore si fermò per un attimo, le sue dita incespicavano sui tasti della fisarmonica fino a fargli sbagliare il motivo che stava suonando: il suo sguardo cercava Violetta ma vide Margherita e don Pietro. Rimase un attimo con le dita ferme sulla tastiera dello strumento, sorpreso di non vederla: eppure la gamba della ragazza era guarita e tutto andava bene.
Ma ecco che la gente tornava a fare largo; il cuore di Gianni ebbe un sussulto di gioia: Violetta stava ora passando a pochi passi da lui con una scatola in mano, doveva essere il regalo per gli sposi.
Raggiunse il padre e Margherita e mentre Gianni fermava la musica, i nuovi invitati facevano gli auguri agli sposi.
Si sentì un mormorio fra gli invitati: era la prima volta che don Pietro si recava di persona ad una festa di quel tipo; come detto prima, egli era quasi il padrone di tutto il paese e di mezza montagna e sembrava strano a tutti che si recasse di persona a fare gli auguri a figli dei boscaioli.
Prima Margherita, poi Violetta e poi don Pietro fecero gli auguri agli sposi e, dato il regalo ai due giovani furono accompagnati in una stanza accanto a prendere dei dolci e un bicchierino di rosolio. La musica intanto era ferma e Gianni cercava con lo sguardo e col cuore la bella Violetta; la fanciulla gli passò quasi davanti, ma per lui, seduto fra gli altri in piedi, era impossibile vederla; quasi inavvertitamente il giovane mosse la fisarmonica dalla quale uscì un breve suono. La bella Violetta si voltò e vide Gianni; gli sguardi si incrociarono e negli occhi si lessero il loro amore.
La mamma della sposa, che si sentiva onorata dalla visita di don Pietro e di sua figlia, li accompagnò nella camera da letto degli sposi, come si usava in quei tempi.
Aprì la porta della camera come se entrasse in chiesa: nella stanza era tutto bello, si sentiva l’odore di pulito e di fresco, i muri erano bianchi e si sentiva il profumo di calce che avevano usato per rinfrescarli; sulla parete più grande, al centro, c’era il letto, con attaccato su in alto, sulla parete, un’immagine sacra, come a protezione dell’amore dei due giovani; a fianco dal letto un armadio e dall’altro lato un comò.
Era tutto semplice ma bello, il letto sembrava il centro sacro e meraviglioso di un santuario; cuscini bianchi come il lenzuolo con risvolti ricamati a mano dalla sposa o dai suoi parenti, una coperta color rosa tutta ricamata e ai bordi e al centro c’erano disegnate delle rose, ch’erano la cosa più bella.
Al centro del letto due cuori disegnati con i confetti bianchi, a significare la purezza dei due giovani, e con la scritta, sempre con confetti, «Auguri di cento anni felici».
La bellezza e la semplicità di quel nido d’amore stava a significare la purezza dei due giovani sposi. Don Pietro rimase colpito da tutto ciò che vedeva, non si aspettava una cosa del genere nella casa di semplici boscaioli; perchè anche se non c’era niente di fastoso, la bellezza dell’esposizione di quell’alcova d’amore, risvegliava in lui sentimenti di un lontano passato.
Violetta e Margherita rimasero un po’ sorprese, Violetta guardava il letto come sponda ambita di due cuori innamorati.
In quel momento entrò la sposa e Margherita, che la conosceva da molto tempo, l’abbracciò di nuovo e le disse:
– Sei molto fortunata Rosina, d’aver trovato un giovane che ti sposa perchè ti ama.
– Violetta sorrise insieme a Rosina e Don Pietro, rivolto a Margherita, disse: – Non preoccuparti, fra non molto anche per te ci sarà il letto coi fiori e i confetti.
Margherita arrossì di vergogna, sorpresa, tanto più che a lei nessuno faceva la corte; invece Violetta capì il significato delle parole del suo papà, e in cuor suo sperava tanto che non fosse quello lo sposo a cui il padre alludeva. Le ragazze chiacchierarono ancora, poi uscirono e la sposa si congedò da loro e andò di nuovo a prendere il suo posto accanto allo sposo.
Don Pietro si era intanto seduto su una sedia portata apposta dalla madre della sposa; mentre Violetta e Margherita si recavano verso l’angolo dove Gianni suonava la fisarmonica con accanto il suo amico Antonio.
Gianni finì di suonare proprio mentre le due ragazze arrivavano presso di loro; Violetta e Margherita salutarono i due giovani e Gianni presentò Antonio alle ragazze. Margherita sembrava felice di conoscerlo.
Antonio sembrava un po’ confuso nel vedere Margherita che lo guardava sorridente e felice, ma Gianni che se n’era accorto risolse la situazione dicendo: – Adesso io suono e voi due andate a ballare, poi Antonio mi dà il cambio alla fisarmonica e balliamo io e Violetta.
Tutti furono d’accordo, e mentre Gianni attaccava a suonare un valzer, Antonio prese per mano Margherita e iniziarono il ballo.
Violetta era seduta accanto a Gianni, rapita dal suono dolce e melodioso della fisarmonica, Antonio e Margherita ballavano, stretti fra le coppie che si accalcavano nello spazio della stanza troppo piccola per tanta gente; e nonostante Margherita non sapesse ballare, dal suo sguardo si capiva che si divertiva ed era felice. Il ballo finì e Violetta in un gesto quasi fanciullesco applaudì; tutti si voltarono verso di lei, ma non se ne curò.
Antonio e Margherita tornarono verso di loro tenendosi per mano; sul volto della ragazza si leggeva la felicità e Antonio disse: Gianni, se volete ballare voi, adesso suono io; ma Gianni rispose: – Ballate ancora voi e al prossimo ballo mi dai il cambio. – Antonio si vergognava un po’ ma chiese a Violetta se voleva ballare; la fanciulla non rispose, guardò Gianni, il quale con un sorriso disse: – Vai pure!
Margherita intanto si era seduta vicino a Gianni e lo guardava come prima l’aveva guardato Violetta, rapita dal suono meraviglioso della fisarmonica dalla quale egli traeva i motivi delle canzoni che spesso lei e Violetta cantavano durante i lavori della campagna.
Il ballo fu più breve degli altri. Gianni lo fece apposta e Violetta pensò che il giovane l’avesse fatto per gelosia, perchè lei ballava con Antonio, che pure era un bel ragazzo.
Violetta e Antonio tornarono nell’angolo dov’erano Margherita e Gianni, il quale si sfilò dalle spalle le cinghie della fisarmonica e la cedette ad Antonio che con un sorriso prese lo strumento.
Iniziò subito a suonare un valzer meraviglioso. Violetta ne fu felice; ancor prima che Gianni le prendesse la mano, lei gli prese la sua e lo tirò verso il centro della stanza dove già la calca delle coppie che ballavano era al massimo. Appoggiò la mano sulla spalla di Gianni e, con l’altra nella sua, cercava di capire quali erano i passi giusti da fare, gli calpestò un piede e rise divertita. Nonostante tutto la fanciulla ballava abbastanza bene, la gamba sembrava del tutto guarita. Violetta guardava sempre Gianni negli occhi, ma il giovane che si era accorto che don Pietro li guardava, sembrava quasi distaccato, come se il ballo fosse solo per far contenta la figlia del padrone. Invece Gianni sentiva il corpo morbido di Violetta fra le sue braccia, e mentre la mente vagava per conto suo fra mille pensieri, il suo corpo aveva dei fremiti d’amore che non sfuggivano alla bella padroncina, che gli disse quasi sfiorandogli l’orecchio: – Gianni, a cosa pensi?
Il giovane, forse per la prima volta nella sua vita, ebbe la sfrontatezza di dire quello che veramente pensava e rispose:
– Penso se mai per noi ci sarà un letto come quello che hai visto poco fa.
Violetta fu quasi turbata dalle sue parole, ma in cuor suo anche lei aveva pensato se quei due cuori disegnati sul letto dei due sposi, un giorno potevano essere disegnati su di un altro letto, con sotto i nomi di «Gianni e Violetta uniti per sempre».
Il ballo continuava, Antonio aveva capito che Gianni era felice di tenere la bella Violetta fra le braccia e lo prolungava.
Don Pietro dal suo angolo guardava i due giovani e non capiva se era la circostanza o cos’era a fare felice la sua figliuola.
Il ballo terminò proprio mentre i due giovani passavano davanti a don Pietro, e Gianni con un gesto di riverenza verso l’illustre padre della sua compagna di ballo, lo guardò e gli disse: – Grazie!
Don Pietro, quasi ridendo: – Devi ringraziare lei, non me.
Gianni, che teneva ancora Violetta per mano, la guardò e le disse: – Grazie!
La bella fanciulla sorrise, e rivolta al padre chiese: –Papà, possiamo restare ancora? Stasera vorrei imparare a ballare.
Il padre la guardò, le voleva troppo bene per dirle di no; e così rispose: – Io vado via, tu e Margherita vi farete accompagnare a casa da Gianni, visto che vi deve fare da cavaliere.
Intanto Antonio riprese a suonare, e visto che Violetta si era dimenticata di lasciare la mano di Gianni, lo tirò verso il centro della stanza, mentre con la testa faceva un cenno di saluto al suo papà che si era alzato e andava verso l’angolo degli sposi.
Don Pietro salutò gli sposi e uscì; l’aria fresca dell’arrivato inverno lo fece respirare a pieni polmoni e il profumo umido della montagna sembrò ridargli nuovo vigore.
Da dietro la casa degli sposi gli pervenne un canto folkloristico della campagna cilentana.
Incuriosito e attirato, volle andare per vedere chi erano i cantori; mentre girava l’angolo della casa e le voci di quelli che cantavano gli arrivavano nitide, ne riconobbe una: era la voce del vecchio Nicola Marino che, anche se molto anziano, (era della sua età) aveva una voce sempre bene impostata. Si ricordò di lui quando da giovani facevano spesso le serenate a chi di dovere; e volle andare a congratularsi con lui per la sua vitalità.
Arrivò da loro; erano sei o sette uomini, quasi tutti della stessa età; l’ultima strofa della canzone finì in modo molto bello.
Erano sotto un albero addossato alla casa, accanto ad un tavolo con sopra una damigiana di vino e dei bicchieri e fiaschi semivuoti.
Anche se la luce non era molta, don Pietro fu subito riconosciuto dagli astanti, che in segno di rispetto per il padrone di mezzo paese e montagna, lo salutarono ancor prima che lui salutasse loro. Strinse la mano a tutti e rivolto al suonatore di chitarra che stava riaccordando il vecchio strumento, una chitarra d’accompagnamento detta “chitarra battente”, disse: – Voglio provare a cantare con voi anch’io.
Mise il braccio intorno alla spalla del vecchio compagno di gioventù e si portò la mano di fianco alla bocca come per proteggere la voce all’inizio del canto.
Don Pietro iniziò a cantare e alla fine della prima strofa della canzone, il vecchio Nicola passando anche lui un braccio come ai vecchi tempi intorno alle spalle di don Pietro, intonò la seconda strofa, accompagnato in modo meraviglioso dall’uomo alla chitarra.
La canzone bellissima finì nel coro finale delle voci di tutti, e la bellezza del momento fu coronata dalle strette di mano fra tutti loro. Il vecchio Nicola attaccò una seconda canzone e questa volta fu don Pietro, a prendere in modo meraviglioso la seconda strofa; e con il coro dei compagni, i due vecchi amici ritrovatisi, portarono fino in fondo la seconda canzone.
Don Pietro riempì i bicchieri semi vuoti, ne porse uno ciascuno a tutti e alzando il suo in alto e andandolo a cozzare lentamente verso il bicchiere di ognuno di loro, disse: – Bevo alle vecchie e gloriose canzoni del Cilento, che anche se non si sentono spesso, sono bellissime, e se poi sono cantate dal mio amico Nicola, sono ancora più belle.
Bevvero e poi si strinsero la mano tutti e don Pietro abbracciando il suo vecchio e ritrovato amico lo ringraziò per avergli fatto rivivere un momento della passata gioventù.
Salutò tutti e andò via. Girando l’angolo buio della casa si asciugò le lacrime col dorso della mano; mentre andava verso il calesse, poco lontano, sentì riprendere il canto meraviglioso della terra del Cilento.
Intanto nella casa degli sposi la festa continuava, e Gianni e Violetta ballavano per la terza volta insieme; il ballo finì e nell’andare verso Antonio, nell’angolo, Violetta teneva sempre la mano di Gianni. Arrivati presso i due amici il giovane disse:
– Antonio, suona un altro valzer che voglio ballare con Margherita.
Margherita, felice, si lasciò portare verso il centro della stanza, nel vortice del ballo. Anche questo ballo finì, e per tutta la serata i due giovani non fecero altro che scambiarsi la fisarmonica e le ragazze; ad un certo momento Margherita disse a Gianni:
– È ora che ci accompagni a casa, perchè non vorrei che don Pietro non ci facesse venire più a ballare con voi.
Le ragazze andarono a salutare gli sposi e con una parola carica di significato Margherita disse alla sposa sua amica: – Beata te che non dormi più sola! Io, forse, dormirò sola per tutta la vita! – Le ragazze si abbracciarono, uscirono accompagnate da Gianni e s’incamminarono per la strada che portava alla grande casa.
Violetta, nei posti dove non c’era luce, prendeva la mano di Gianni e Margherita si divertiva a guardare quei due giovani che non sapevano come fare per coronare il loro sogno d’amore. Arrivarono a casa e Margherita, che capiva che i due volevano restare per un attimo soli, disse: – Apro la porta e andiamo su – e fingendo di non trovare la chiave dava tempo ai due giovani di salutarsi a modo loro. La porta piccola nel grande portone si aprì, Margherita entrò e si voltò indietro anche se già sapeva come stavano le cose.
Gianni e Violetta, scambiandosi ancora un bacio, si dissero buona notte e le due fanciulle entrarono nel portone e rinchiusero la porta alle loro spalle; mentre Gianni andò via e ritornò alla casa degli sposi.
La festa finì a tarda notte. Dopo che tutti gli invitati andarono via, Gianni fu trattenuto da alcuni amici dello sposo, perchè la sua fisarmonica serviva ancora per fare l’ultima serenata; dopo di che potè andare via definitivamente.
Rientrò a casa che erano quasi le due di notte. La madre ormai ci si era abituata, sapeva che quando Gianni andava a suonare a qualche sposalizio rientrava sempre a quell’ora; tuttavia lo aveva aspettato stando intorno al fuoco col fedelissimo Fido, che al solo sentire i passi di Gianni si era alzato e s’era messo ad uggiolare. Gianni entrò e salutò la mamma che gli rispose con un lungo respiro:
– Ho saputo che sono venuti alla festa anche don Pietro e le ragazze, ma stai attento figliuolo, non fidarti dei galantuomini, pensa a te e tua madre che non vuole che tu faccia la sua stessa fine.
Ciò detto si alzò e andò a letto. Gianni, un po’ turbato, fece uscire Fido con una carezza e andò a letto anche lui.
L’inverno ormai era arrivato. Gianni, anche se continuava a lavorare sempre per don Pietro, non trovava mai il coraggio di salire dalle due fanciulle che ardentemente desiderava rivedere. La neve cominciava a cadere e faceva sempre molto freddo.
Finita la raccolta delle castagne, Gianni era rimasto con la squadra dei boscaioli e lavorava tutto il giorno sulla montagna.
Un giorno, mentre era al lavoro insieme agli altri, un ragazzo, subito dopo mezzogiorno, andò dal caposquadra e gli disse che don Pietro voleva che qualcuno scendesse prima in paese con la legna per il fuoco, perchè a casa erano rimasti senza.
Il caposquadra si rivolse a Gianni con un gesto eloquente ed amichevole: – Carica il tuo mulo e vai, tu che sei pratico della casa di don Pietro!
Gianni stava per ribattere in modo duro, poi pensò: – Al diavolo lo sfottere dei compagni!
Egli cercava l’occasione per vedere Violetta, perciò, fingendo di non aver capito caricò il mulo e scese verso il paese.
Arrivò alla grande casa e bussò al portone; caso strano, era chiuso. Di solito, quando don Pietro era in casa, era sempre aperto.
Si aprì lo spioncino ed egli vide la faccia rossa e simpatica di Margherita; il volto della fanciulla si illuminò nel vedere Gianni, il quale, non appena gli fu aperto il portone, entrò con il mulo carico di legna; ma rimase sorpreso quando vide sotto un porticato, davanti alle stalle, un gran mucchio di legna secca da ardere. Guardò Margherita che, avendo capito dal suo sguardo qual era la domanda, rispose con un sorriso:
– Don Pietro è andato a Vallo della Lucania stamattina col calesse e non tornerà che stasera tardi; Violetta ed io, non volevamo stare sole per una giornata intera!
Gianni capì subito, ma non disse niente; scaricò il mulo e gli tolse il basto, s’incamminò verso la stalla, vi entrò e lo legò alla mangiatoia; gli mise una bracciata di fieno e stava per uscire, quando Margherita entrò.
La guardò sorpreso e stava per domandarle qualcosa, quando gli si gettò fra le braccia e disse:
– Gianni, io so tutto di te – e lo guardò, mentre sul suo volto appariva il pianto.
Gianni non rispose; non capiva cosa di lui sapesse Margherita, e mentre presa da una folata di desiderio lo baciava sulla guancia, Gianni mormorò quasi sotto voce:
– Cosa sai di me?
La sera prima, don Pietro, aveva parlato con Violetta di lui, dicendo che voleva che sposasse Margherita e che venisse a vivere nella grande casa.
Violetta non sapeva che lei avesse sentito tutto e glielo aveva riferito la mattina stessa; piangendo, le aveva detto che per volere del padre doveva abbandonare l’idea di sposare un giorno Gianni.
Ma caso strano per quei tempi, Violetta cedeva all’idea del padre dopo un patto segreto con Margherita: il giorno che Gianni si fosse unito a lei in matrimonio, questo avrebbe dovuto dividere il suo uomo con lei; e Margherita aveva accettato.
Gianni era stordito, non sapeva più cosa pensare; la ragazza intanto lo baciava come per cominciare a prendere possesso del primo uomo anche se le veniva imposto e in comproprietà.
Per un attimo Gianni si lasciò andare e baciò la bella Margherita che, quasi con forza, lo tirò giù in ginocchio.
Gianni era frastornato: una fanciulla gli si offriva di sua spontanea volontà, mentre un’altra lo amava tanto che pur di non perderlo del tutto, sceglieva con la sua amica di dividere l’uomo dei suoi sogni con lei.
Il giovane si svegliò dal suo sbalordimento, si alzò, si ravviò i capelli e, raccolto il cappello caduto, se lo mise in testa guardando Margherita in lacrime, inginocchiata sul fieno e implorante, quasi a postulare un po’ d’amore.
Gianni si chinò verso di lei e disse:
– Margherita è bello da parte tua cedere il tuo uomo alla donna alla quale tu vuoi bene come una sorella, ma devi capire me; io non posso sposare una donna e amarne due, i miei principi me lo impediscono. A te voglio bene come a una cara amica e non posso sposarti per poi amare Violetta: sarebbe indegno usarti per stare poi con lei. Capisco anche Violetta, che pur di non perdermi sarebbe disposta a cedere me come marito e poi vivere una vita che sarebbe un inferno; con me che non potrei amarla alla luce del sole e amare te solo agli occhi della gente; e poi devo dirti una cosa che ancora non sai: ti ricordi di Antonio, il mio aiutante suonatore di fisarmonica? Ebbene, quel giovane mi ha chiesto se tu sei fidanzata con qualcuno, e che se eri disposta ti sposerebbe sempre se il parere di don Pietro non fosse opposto.
Margherita quasi si pentì di aver riferito a Gianni tutto quello che don Pietro aveva detto a Violetta.
Quella fanciulla, anche se bella, con la sua menomazione non aveva grandi possibilità di sposarsi; e questo gli si attaccava con tanta morbosità; il suo desiderio di vivere una vita normale con una famiglia sua, la induceva a tentare di tutto per aver un uomo come tante altre donne del paese.
Gianni rimase stupito e sconcertato, non sapeva più cosa fare; voleva bene a Violetta in un modo in cui il solo pensare a non poter vivere la sua vita con lei gli procurava un gran dolore nel petto. Stimava e voleva bene a Margherita ed al solo pensiero di far male alla bella e sfortunata fanciulla, lo faceva stare ancora peggio.
Uscì sulla porta della stalla si girò indietro a guardarla: Margherita era ancora lì, inginocchiata sul fieno. La fanciulla forte che Gianni conosceva, era ora una timida ragazza come tante altre, quasi distrutta da ciò che capitava a lei, a Violetta e lui; tre ragazzi che si volevano bene a vicenda e che la sfortuna o l’incomprensione umana gettava in un gioco triste e quasi impossibile da risolvere.
Gianni tornò indietro si chinò su di lei, le prese le mani e l’aiutò a rialzarsi.
Ora che sentiva per lui un bene ancora più forte di prima gli si buttò tra le braccia chiedendogli scusa.
Gianni la baciò sulla fronte e la tenne stretta a sé come per darle forza e coraggio. Margherita alzò, gli occhi lucidi di pianto e di nuovo disse:
– Scusami, Gianni, non voglio portarti via a nessuno, ma è perchè sia io che Violetta ti vogliamo tanto bene che per te non so cosa faremmo pur di non perderti!
Violetta apparve all’improvviso sulla porta della stalla. Era pallida e non disse una parola; ma Margherita, staccandosi da Gianni, andò verso di lei in un impeto di affetto; le due ragazze, sorelle per la vita, si abbracciarono. Margherita scoppiò in un pianto dirotto e Violetta, passandole una mano sulla testa le disse:
– Non temere, ho sentito tutto, per questo voglio ancora più bene sia a te che a Gianni; e se qualcuno ne soffrirà non sarà certo colpa di noi tre.
Gianni sospirò senza dir parola. Poi con uno sguardo che implorava scusa le disse: – Ti ringrazio per il bene che mi vuoi; da quando sono nato non so di chi sono figlio, cioè non so chi sia mio padre, non posso amare chi voglio, sono destinato sempre a fare quello che vuole mia madre e tuo padre.
Violetta intanto gli era andata vicino e Margherita singhiozzando usciva dalla stalla.
I due giovani rimasti soli si guardarono in viso; il loro amore traboccava, i loro cuori erano pieni dei loro sentimenti.
Violetta si lasciò cadere sul fieno tirandosi indietro Gianni che questa volta non si ritrasse, come prima con Margherita.
Per Gianni, era la seconda tentazione in poco tempo; erano passati soltanto pochi minuti da quando Margherita gli aveva offerto il suo amore e ora Violetta faceva lo stesso.
Questa volta, però, il giovane lo desiderava; si strinse al corpo della sua amata fanciulla con tutto l’amore che finora aveva soffocato in se stesso.
Stettero un bel po’ di tempo nella stalla, il loro amore non aveva i minuti contati, si amavano con la forza dei loro cuori; il desiderio di vivere il loro amore li aveva sopraffatti.
Quando si alzarono dal giaciglio fatto di fieno, uscirono dalla stalla con i loro volti sereni e appagati.
Gianni teneva per mano Violetta; la fanciulla, con un gesto di chi non ha nulla da nascondere, gli passò un braccio intorno alla vita e andarono verso la porta d’ingresso che portava su. Per le scale si tenevano per mano; ancora storditi dal loro peccato d’amore, camminavano come se il mondo per loro fosse stato tanto lontano.
Arrivarono su. Margherita era ancora un po’ imbarazzata, ma dai loro visi capì subito che ormai lei, fra loro, non c’entrava più.
Ne fu felice per tutti: ora aveva capito che con l’amore non si può scendere a patti, che la storia a tre era definitivamente chiusa.
I due andarono con lei che li precedeva; si sedettero al tavolo al centro della cucina e Violetta, vicino a Gianni, appoggiò la testa alla sua spalla quasi in segno di gratitudine e di abbandono.
Margherita si alzò e le andò vicino; con la mano le sfilò dai capelli dei fili d’erba secca che vi si erano impigliati quando erano giù nella stalla e sul fieno.
Gianni la guardò, e, nel vedere il suo viso risollevato, capì che per la sfortunata ragazza il loro gesto era stato quasi d’aiuto.
Rimasero un po’ in silenzio, poi Margherita, che aveva ripreso il suo vigore di sempre disse:– Dobbiamo bere qualcosa per festeggiare.
E Violetta: – Sei per me più di una sorella, mi capisci e mi aiuti in tutti i modi; io ti prometto che farò con te altrettanto e tutto ciò che sarà mio sarà anche tuo. – Girandosi verso Gianni proseguì: Solo lui, sarà soltanto mio.
Si abbracciarono ancora come avevano sempre fatto da bambine, quando litigavano e poi si perdonavano ritornando di nuovo amiche e sorelle.
Gianni intervenne domandando cosa si dovesse bere. E Margherita disse:
– Il vino di don Pietro è finito, ora tocca a quello delle grandi occasioni.
Salì su una sedia, da una credenza tirò giù una bottiglia di vino che stava lì, insieme ad altre, chissà da quanti anni, la spolverò, poi preso un cavatappi e cominciò ad armeggiare per stapparla.
Il turacciolo saltò fuori con un botto e il vino rosso e spumeggiante traboccò; Margherita subito ne riempì tre bicchieri.
I tre giovani, quasi come in un rito o in una cerimonia preparata, appoggiarono tutti e tre la mano sul tavolo: quella di Gianni sotto, quella di Violetta sopra, infine quella di Margherita su quella di Violetta; quasi a coprire con un giuramento il loro segreto d’amore.
Bevvero d’un fiato tutti e tre, vuotarono i bicchieri e nella casa tornò l’allegria di sempre. Violetta parlò di suo padre dicendo: – È andato a Vallo col calesse, come ti aveva già detto Margherita, perciò torna tardi; quindi se vuoi, puoi rimanere a cena da noi stasera. Papà mi ha detto che se se ne fosse ricordato, avrebbe portato le cartucce che ti aveva promesso l’altra volta.
Gianni restò un attimo perplesso, non sapeva se restare o no, ma Margherita che ormai era ritornata quella di sempre, disse: – Anche don Pietro sarà contento di sapere che non ci hai lasciate sole e indifese durante la sua assenza.
Gianni accettò e Violetta ne fu felice; Margherita sorrise guardando i due giovani, poi, rivolta a Gianni: – Credi che il tuo amico Antonio mi sposerebbe davvero?
Violetta si girò verso l’amica: non sapeva che Antonio si interessasse di lei, anche se ciò le faceva molto piacere. Gianni intanto rispose: – Margherita, conosco Antonio da quando andavamo a scuola, è un ragazzo serio e se mi ha chiesto di te è perchè ha serie intenzioni nei tuoi riguardi; ma adesso sarà solo don Pietro a decidere di tutti noi. – Così dicendo guardò Violetta che le stava accanto. E la fanciulla, sorridendo: – Credo ci sarà poco da decidere, ormai; io voglio solo te e papà deve pur capire e rispettare i nostri sentimenti. Finora non ho mai visto don Pietro essere contradetto da nessuno; speriamo che nella sua giustezza capisca veramente come stanno le cose... – concluse il giovane con aria molto seria.
Era buio, quando si sentirono le ruote del calesse e il rumore degli zoccoli ferrati del cavallo sul selciato del cortile sottostante: don Pietro rientrava. Le ragazze si alzarono e scesero quasi di corsa. Gianni le seguì.
Si affacciarono sulla porta delle scale e salutarono ad una voce don Pietro che era intento a mettere della roba giù dal calesse.
Si girò verso di loro e vide pure Gianni; prima si rabbuiò, poi si rasserenò e rispondendo al suo saluto disse:
– Visto che sei qui, aiutami a scaricare la roba, poi stacca il calesse e porta il cavallo nella stalla.
Intanto le ragazze, presi alcuni pacchi, andavano su e don Pietro con il resto della roba le seguì. Dopo un po’ salì anche Gianni; ma don Pietro capì l’imbarazzo del giovane e disse:
– Se non avete ancora cenato resta con noi, così ci fai compagnia. – Gianni accettò, non voleva contraddire don Pietro; e anche per far piacere a Violetta fu felice di restare con loro. La cena preparata prima da Margherita era pronta; dieci minuti dopo stavano già a tavola chiacchierando del più e del meno.
Don Pietro notò la bottiglia aperta sulla credenza e guardando i tre giovani disse: – Vedo che avete festeggiato qualcosa in mia assenza. Mi fa piacere! Vuol dire che se un giorno morirò voi sarete per lo meno felici di brindare alla mia morte.
Violetta si alzò, andò vicino al padre, gli mise una mano sulla spalla ed egli le passò un braccio intorno alla vita.
– Papà, perchè dici queste cose? Lo sai che noi ti vogliamo bene; se abbiamo bevuto un bicchiere di vino era per un’altra cosa... – e si fermò.
Tutti la guardavano: era molto intelligente, sapeva quello che diceva; Gianni voleva scomparire, Margherita guardava senza sapere a cosa l’amica volesse alludere; e il papà aspettava di conoscere con curiosità quale fosse la ragione del festeggiare col vino stravecchio. Violetta pensò un po’ e poi disse: – Oggi è arrivata una richiesta di matrimonio; Gianni è venuto a dire a Margherita che quel suo amico che suona la fisarmonica con lui durante le feste vuole sposarla, se tu, papà, non hai niente in contrario.
Don Pietro si fermò anche di masticare: era sorpreso, ormai chi in un modo, chi in un altro, tutti sapevano che lui aveva destinato Margherita come moglie a Gianni! Perciò non ci dovevano essere nuovi pretendenti.
Rimase un attimo in silenzio, poi rivolto a Gianni chiese: – Tu, cosa ne pensi?
Il giovane, per quanto imbarazzato, rispose che Antonio era un bravo ragazzo e anche se non era ricco, aveva di che vivere un giorno.
Intanto Margherita guardava don Pietro: era lui che comandava, lo sapevano tutti; e la fanciulla aspettava con impazienza la risposta dell’anziano padrone.
L’uomo guardò in viso la fanciulla che diventò rossa per la vergogna di essere al centro della discussione e finalmente rispose: – Per il momento non ho niente in contrario, ma ne riparleremo quando si sarà sposata Violetta.
– Ma papà, se io non mi sposo, non vedo perchè non deve sposarsi neppure Margherita!
Don Pietro la guardò, e quasi divertito replicò: – Ho capito, vi siete messi tutti d’accordo contro di me; fatemi conoscere questo suonatore di fisarmonica e vedremo se va bene per Margherita, anche se io volevo darle di meglio, perchè lei lo merita... – e guardò verso Gianni.
Margherita lo ringraziò ed ebbe l’ardire di dire che anche Antonio era un bravo ragazzo e che era contenta di quello; ciò dicendo si guardava la gamba menomata.
Ed egli: – Basta alle malinconie, tirate giù quella bottiglia che la finiamo, se no va a male pure quella!
Poi continuò: – Vi ho portato dei regali da Vallo – e fece cenno a Margherita di prendere i pacchi appoggiati su di una panca. La fanciulla li prese e glieli porse. Prendendone due uguali, disse alle ragazze:
Sono uno per ognuna di voi, e quello lì, pesante, è per Gianni; sono le cartucce che gli avevo promesso.
Gianni ringraziò don Pietro, le fanciulle si alzarono e Violetta, baciando il padre sulla guancia disse: – Grazie papà!
Poi anche Margherita lo baciò ed egli ne rimase sorpreso: lei lo baciava solo a Pasqua e a Natale.
Ma l’uomo capì il perchè e quasi divertito pensò: – Vuol dire che a Gianni troveremo un’altra di moglie, adatta a lui.
Finirono di cenare. Margherita, come era solito fare ogni qualvolta don Pietro tornava stanco da qualche parte, andò in cucina a mettere sul fuoco la caffettiera di terracotta per il caffè per tutti.
Intanto di là, mentre aspettavano il caffè, don Pietro disse a Gianni: – Come mai ti lasci scappare Margherita? Guarda che io le do una bella dote!
Gianni guardò Violetta e per poco non si tradì, poi rispose: –
Don Pietro, io vi ringrazio di tutto quello che fate per me, ma al cuore non si comanda; io non posso sposare una donna che non amo; e solo per fare piacere a qualcuno!
Vedi, ragazzo, se tu sposavi Margherita, il piacere non lo facevi a me ma a tutti, perchè noi ti vogliamo bene non solo per aver salvato Violetta nel canalone dov’era caduta, ma anche perchè tu meriti per come hai preso la vita, nonostante tutti si chiedano come mai tu non sappia chi sia tuo padre; io stesso ti voglio bene, anche se la gente mormora per questo; ma io non debbo rendere conto a nessuno delle mie azioni; e se avevo pensato a Margherita come moglie per te, è proprio perchè ti voglio bene. Tu lo sai: quella ragazza è per me quasi come una figlia
Arrivò Margherita col caffè e don Pietro e gli altri lo gustarono molto, poi l’uomo si alzò e disse: – Ragazzi, scusatemi, ma sono stanco e me ne vado a letto, perchè domani verranno da Vallo della Lucania per caricare tutto il legname che abbiamo portato giù e perciò dobbiamo lavorare duro.
Salutò tutti e rivolto a Gianni che si era alzato per andare via aggiunse: – Se vuoi restare a chiacchierare ancora, resta pure, ma non scordarti che a casa tua madre è sola.
Gianni lo ringraziò per queste parole.
Rimase in piedi e si avvicinò a Violetta che gli appoggiò una mano sulla sua e gli disse: –
Vai pure, ma non scordarti di venire ogni tanto a portare dei tordi a papà; ora che ti ha portato altre cartucce da Vallo, puoi andare a caccia più spesso.
Gianni capì che questa era la scusa offertagli per tornare a casa di don Pietro, portargli un po’ di selvaggina, ringraziarlo e cogliere l’occasione per vedere la sua amata.
Violetta sapeva che da sola non poteva scendere insieme a Gianni e a voce alta chiamò Margherita: – Vieni giù con me, che andiamo a chiudere il portone!
Pensò che così il padre, che senz’altro aveva sentito, sarebbe stato tranquillo.
Arrivati al portone, Margherita uscì e Gianni e Violetta rimasero dentro al buio, sotto il porticato.
Si abbracciarono e ancora sentirono il sangue pulsare forte nel cuore, come poche ore prima sul fieno nella stalla.
Baciandosi si chiesero scusa a vicenda se avevano sbagliato per troppo amore.
Si baciarono ancora; mentre Margherita rientrava e cominciava a chiudere il portone, si separarono e si augurarono la buona notte.
Gianni tornò a casa. Come al solito, la mamma che aveva la vita avvelenata da vent’anni di sacrifici, brontolò.
Egli non rispose; sapeva che la mamma aveva ragione e nel suo cuore tornava l’eterna domanda: – “Chi è mio padre?”
Chiamò Fido ch’era accucciato vicino al fuoco, gli aprì la porta e accarezzandolo gli disse, come se l’animale potesse capirlo: – Domani andremo a caccia. – Poi salutò di nuovo la mamma e andò a dormire.
La notte per Gianni fu lunga. Tutte le ore della serata gli andavano e venivano alla mente. Per prima Margherita inginocchiata sul fieno, che implorava un po’ d’amore, poi il suo pianto e il suo pentimento; infine la dolcezza del primo contatto dell’amore vero con Violetta. Al pensarlo, il sangue gli pulsava alle tempie e il cuore sembrava impazzire.
Cercò di addormentarsi, ma nel buio della notte, vedeva l’immagine fissa di Violetta che si lasciava cadere sul fieno portandeselo appresso.
Si passò una mano sulla fronte, quasi cercando di mandare via la dolce immagine della fanciulla amata; si alzò, accese la luce ed andò in cucina, bevve un bicchiere d’acqua e tornò a letto.
Si girò e rigirò nel letto per parecchie volte, cercando il sonno ristoratore; quando vi riuscì, il suo volto era quello della felicità.
Passarono dei mesi e arrivò l’estate. Margherita e Antonio, col benestare di don Pietro, si erano fidanzati; per due volte la settimana si potevano vedere nella sua casa e, caso strano, tutte le volte o quasi, Antonio era accompagnato da Gianni; qualche volta, sempre col permesso di don Pietro, portavano pure la fisarmonica e, alla presenza del genitore, ballavano a turno con le due fanciulle.
Venne il mese di luglio e a Gianni arrivò la cartolina dal distretto di Salerno: doveva partire per il servizio militare. Era amareggiato di dover lasciare la madre sola e soprattutto Violetta, che ormai amava al di sopra di ogni cosa al mondo; purtroppo non poteva farci nulla, doveva adempiere agli obblighi militari, perchè non era orfano di padre e figlio unico, ma figlio unico di padre ignoto.
Qualcuno suggerì alla madre che per evitare al giovane il servizio militare, bastava provare che il padre fosse morto.
Ma la donna aveva deciso di portare il suo dolore e il suo segreto nella tomba: non volle accettare. Così per Gianni, non c’era altra soluzione per evitare il servizio militare.
Proprio in quei giorni si organizzava in paese, come tutti gli anni, il pellegrinaggio alla «Madonna del sacro Monte» di Novi Velia, montagna che si trova proprio al di sopra di Vallo della Lucania. Gianni aveva fatto il voto di andarvi a piedi come tutti gli altri del paese. Ne parlò con don Pietro, il quale sapeva del pericolo corso dai due giovani quando Violetta era caduta nel canalone tanto tempo prima e del voto fatto dal giovane sul fondo del burrone; perciò accettò volentieri che i due, accompagnati da Margherita, naturalmente, andassero in pellegrinaggio a piedi con gli altri per ringraziamento alla Madonna del Monte per grazia ricevuta.
Il pellegrinaggio era sempre organizzato in un certo modo; i pellegrini, che andavano tutti a piedi per chilometri, portavano a turno una specie di simulacro votivo fatto di legno, a forma di barca a vela. Vi erano infissi tre bastoni come i tre alberi della barca, sui quali venivano attaccate delle cordicelle e dei nastri colorati, dove si appendevano i doni dei voti fatti alla Madonna, oppure dei coriandoli di carta multicolori. La parte superiore della barchetta veniva ornata da decine di candele, anche queste da portare alla Madonna Miracolosa.
La barchetta così addobbata pesava non poco, ma le donne, annodavano dei pezzi di stoffa, se li mettevano in testa e vi si caricavano la «CENTA»; così si chiamava la barca votiva che a turno portavano dal paese fino al Santuario del Sacro Monte.
Dietro andavano i pellegrini che cantavano canzoni sacre dedicate alla Madonna, in lingua dialettale; Gianni e Antonio, che facevano parte del pellegrinaggio, suonavano a turno la fisarmonica accompagnando il canto dei pellegrini.
Violetta e Margherita erano sempre in testa alla compagnia. La prima era quella che si caricava più spesso la «Centa» sulla testa e la portava davanti ai pellegrini che seguivano cantando. Si partiva alla mattina ch’era ancora buio e a volte s’impiegava un’intera giornata prima di arrivare. Sulla cima più alta dove sorgeva il Santuario della Madonna, insieme a poche case abbarbicate sulla roccia che creava una specie di piattaforma naturale, si dovevano fare, come rituale, dei giri intorno alla chiesa prima di entrarvi; e questi giri si facevano sempre cantando litanie.
Alle volte arrivavano quattro–cinque compagnie di pellegrini in un solo giorno dai paesi vicini; e la gente più devota si ritrovava lì tutti gli anni, nei due mesi di luglio e agosto.
Gianni e Violetta si trovavano vicini nei canti corali in chiesa.
La fanciulla, inginocchiata, dopo aver cantato si raccolse in preghiera e a mani giunte ringraziò la Madonna per aver aiutato lei e Gianni ad uscire salvi dal canalone.
Nella penombra della chiesa si sentirono soli. Violetta cercò la mano di Gianni che le stava al fianco e il giovane gliela strinse forte, quasi a farle male, per darle la certezza del suo grande amore.
Passarono parecchio tempo in preghiera. Usciti tutti, andarono quasi ai piedi dell’altare: guardavano in alto verso la statua della Madonna e ringraziavano senza dire parole.
Si guardarono in viso e si sentirono ancora più uniti; Gianni disse alla sua amata: – Ora mi sento più leggero, avendo ringraziato la Madonna.
Uscirono sullo spiazzo antistante la chiesa; ormai era quasi il tramonto e il sole calava lentamente dietro le montagne di Palinuro e dei paesi limitrofi.
Fuori c’erano Antonio e Margherita che si unirono a loro; tutti e quattro si recarono presso una bancarella che vendeva immagini sacre e anelli.
Antonio comprò una catenina di ferro con l’effige della Madonna, e, con un gesto abbastanza eloquente, lo mise al collo della sua fidanzala Margherita. Gianni non potè fare altrettanto, per evitare pettegolezzi e pregiudizi degli altri paesani e pellegrini che lo conoscevano, ma comprò un anello e lo passò a Violetta; lo stesso fece la fanciulla dandone uno a lui.
Anche Margherita comprò un anello per Antonio e volle lei stessa metterlo al dito del suo giovane fidanzato.
Andarono un po’ in giro sul pianoro antistante la cappella, e quando per un momento rimasero soli, Gianni e Violetta parlarono ancora di loro e del loro sentimento.
La notte trascorse nelle stanze dove i pellegrini pernottavano, dove per letti c’erano delle grosse panche di legno senza altro sopra; se uno voleva stare un po’ più comodo, doveva portarsi delle coperte da casa e poi dormire vestito, per non sentire il freddo pungente della notte.
La mattina si alzarono e scesero in chiesa per la messa che ogni compagnia faceva celebrare anche per i familiari rimasti a casa; tutti si ritrovarono per confessarsi e per fare la comunione.
Gianni e Violetta si confessarono dicendo al confessore di amare una persona da cui erano riamati, ma che i genitori, pur rispettandoli, non avrebbero mai concesso loro di sposare per la posizione sociale e finanziaria diversa.
Il confessore disse loro di non disperare, che a volte accadono delle cose che possono cambiare totalmente la linea attuale della vita stessa. «Confidate nella Madonna, che solo lei può aiutarvi!».
Verso mezzogiorno partirono per tornare al loro paese; contenti, affrontarono il lungo viaggio di ritorno attraverso strade di montagne battute solo da carretti trainati da muli e cavalli.
Arrivarono che era buio e al centro del paese, la comitiva si sciolse.
Gianni e Antonio accompagnarono le fanciulle alla grande casa di don Pietro e trovarono lo stesso che, ancora sveglio, aspettava seduto su una panca di pietra all’interno del grande cortile. Si alzò e andò loro incontro. Violetta l’abbracciò, mentre gli altri lo salutarono e Gianni, che aveva la fisarmonica sulle spalle, si sfilò le cinghie, la posò per terra e chiedendogli scusa si mise a sedere sulla panca di pietra da dove egli si era alzato. Don Pietro lo guardò e con un sorriso disse: – Scommetto che è meglio andare a caccia che andare in pellegrinaggio al Sacro Monte.
– Dovevamo tenere fede al voto fatto e per questo siamo stati grati alla Madonna; era nostro dovere andare e siamo andati.
I due giovani salutarono don Pietro e le due ragazze e ripartirono. Gianni giunse a casa e la mamma lo sentì arrivare, anche perchè Fido gli era corso incontro abbaiando festoso.
Entrò e la mamma gli disse subito con tono amaro: – È andata bene la gita con le signorine di don Pietro?
Egli non rispose; da un po’ di tempo la mamma sembrava diventare cattiva nei riguardi di don Pietro e famiglia. Perciò le si rivolse con parole quasi dure: – Mamma, perchè ce l’hai tanto con don Pietro e la sua famiglia? Sono loro che ci fanno lavorare, che ci danno la possibilità di vivere, altrimenti come potremmo con solo quattro capre?
La donna lo guardò di nuovo come per farsi perdonare; ed egli tirò fuori da una tasca un pacchettino, con dentro una corona per dire il rosario.
La mamma lo ringraziò per il dono, poi vedendolo un po’ stanco disse: – Vuoi mangiare qualcosa prima di andare a letto?
Rispose di no; ormai s’era amareggiato e non voleva altro che essere lasciato in pace. Sua madre, che da due giorni non lo vedeva, disse: – Quasi mi stavo abituando all’idea di quando andrai militare.
– Fra quattro giorni, mamma, così forse starai tranquilla per un po’ di tempo, non sapendomi con la famiglia di don Pietro.
Andò a letto, mentre la mamma, non sapendo cosa fare, rimase ferma lì, tanto il pellegrinaggio al suo figliuolo lo aveva rovinato.
La sera prima della partenza Gianni, dopo aver lavorato ancora per don Pietro, prese accordi con lui: si sarebbe recato più tardi alla grande casa per prendere i soldi delle ultime giornate lavorative e salutare le ragazze.
Andò a casa, mangiò qualcosa, si cambiò e stava per uscire quando sua madre gli disse: – Se vai dai galantuomini, non scordarti di ringraziarli per quello che ti danno, tanto loro sanno quando te lo devono riprendere.
Il giovane si girò di scatto verso la madre, arrabbiato, ma poi subito si calmò: –Mamma, vado a salutarli, i galantuomini non mi hanno ancora fatto del male; – e aggiunse: – forse perchè mi comporto bene.
Avviandosi verso la casa di don Pietro pensava alla mamma, così cattiva con la gente che stava meglio di loro.
Arrivò alla grande casa, bussò al portone e poi senza aspettare entrò.
Salì le scale che portavano al piano superiore e Margherita gli andò incontro; le ragazze non lo vedevano dal giorno del ritorno dal pellegrinaggio alla Madonna del Sacro Monte.
La fanciulla gli sorrise; Gianni era ancora arrabbiato e Margherita se l’ebbe un po’ a male. Arrivò anche Violetta e Gianni, nel vederla, sentì quasi di odiare sua madre. “Perchè ce l’aveva tanto con le famiglie dei galantuomini, come diceva lei?”
Violetta era il volto della felicità e Gianni, a guardarla, si sentiva in paradiso.
Salutandolo con lo sguardo gli andò vicino, gli appoggiò una mano sulla spalla e gli domandò: – Quando parti?
– Vado via domani mattina, e verrà Antonio con un calesse ad accompagnarmi alla stazione di Agropoli; da lì andrò a Salerno, e poi da Salerno mi manderanno dove vorranno.
Stava ancora per dire qualcosa, ma entrò don Pietro.
– Già che sei arrivato, vieni, che facciamo subito i conti, così andrai a dormire e domani potrai viaggiare riposato.
Nella stanza dove faceva sempre i conti con gli operai, l’uomo disse al giovane: – Cosa ti è successo? Ti vedo arrabbiato.
Gianni gli confidò le sue amarezze, poi gli domandò: – Don Pietro, cosa sapete di me e di mia madre che io ancora non so?
– La vita per tua madre dev’essere stata molto dura; io non sapevo niente di lei, fino a quando non è venuta qui vent’anni fa. Era una bella donna, giovane e orgogliosa, non ha mai chiesto niente a nessuno e tutti l’hanno sempre rispettata, anche se, come sai, una donna che aspettava un bambino, senza marito, da noi era tenuta in disparte come se portasse sfortuna. Poi sei nato tu e le donne del paese hanno cominciato a darle una mano; e a dire il vero, anche se non ringraziava nessuno, ha sempre capito il bene che le faceva la gente. Da me non ha mai voluto niente che non fosse ciò che le spettasse; è stata sempre così e nessuno è andato mai a cercare di sapere di più nei suoi riguardi. Ma ti dirò – e si fermò guardando in viso Gianni – tuo padre deve averla lasciata quando ha capito come stavano le cose e non l’avrà mai aiutata, anche se da come tua madre guarda chi ha più soldi di lei, tuo padre non doveva essere un povero; scusami se ti ho detto solo queste cose, ma di più non so.
Gianni ringraziò don Pietro per la sua sincerità; gli voleva bene anche se era un galantuomo, come diceva sua madre; per lui era un uomo giusto.
Finito di fare i conti, con un gesto quasi paterno disse: – Ti capisco figliuolo; ma anche tu, cerca di capire tua madre; è ormai avanti con gli anni ed ha solo te, e ora che tu sarai lontano non avrà con chi parlare, perchè starà sempre sola.
Portale questi soldi, ne avrà bisogno quando tu non ci sarai; dille che ti avevo aumentato la paga e ti eri dimenticato di dirglielo. – Poi, cosa che mai Gianni si sarebbe aspettato, lo abbracciò e senza dire altro andò nella sua camera. Il giovane non si aspettava tanta comprensione da don Pietro.
Andò verso la cucina e vi trovò Margherita che sfaccendava; aveva le lacrime agli occhi e asciugandosele col dorso della mano disse: – Sai che ti voglio bene e ora che parti in questa casa tornerà la malinconia: Violetta non si sentirà più di cantare.
Con gli occhi lucidi le tese la mano per salutarla, ma la fanciulla, con grande affetto lo abbracciò.
Gianni rimase perplesso: neanche da Margherita si aspettava di essere abbracciato. Le battè una mano sulla spalla e le disse: – Non preoccuparti di niente, vedrai che Antonio vi terrà compagnia più spesso.
Margherita, singhiozzando, andò verso la sua camera e il giovane rimase solo.
Si sentiva a disagio. Si fece coraggio, andò verso la camera di Violetta e sentì dei singhiozzi.
Capì che era lì e piangeva. Bussò alla porta leggermente e dall’interno, dopo breve lasso di tempo, si sentì: – Avanti!
Gianni entrò. Violetta, seduta sul bordo del letto, gli occhi umidi di pianto, sorrise come se non volesse che egli capisse che soffriva per la sua partenza. Si alzò e quando Gianni le fu vicino gli poggiò le mani sul petto, come per sentire i battiti del cuore del suo giovane amore.
Con tutta la sua dolcezza lo baciò teneramente.
– Mi scriverai?
– Non posso, se don Pietro trova una mia lettera son guai per tutti!
– Senti – disse Violetta – tu scrivi a me e le lettere le mandi ad Antonio; sulle buste metterai una crocetta come riconoscimento, in modo che Antonio non le apra credendole sue, e quando verrà da Margherita me le porterà, va bene? – Gianni rimase sorpreso dal come Violetta trovasse presto delle soluzioni a tutto.
Sentendo dei passi per la casa e non sapendo di chi fossero, disse un po’ più a voce alta: – Allora arrivederci, se mi ricorderò vi manderò una cartolina.
– Arrivederci e divertiti, per il tempo che puoi.
Gianni uscì e incontrò Margherita che si fermò e lo salutò di nuovo: questa volta fu lui a sentire le lacrime che gli scendevano sul viso.
Tornò a casa; sua madre gli aveva preparato la valigia e quando entrò gli domandò dove era stato
– Sono stato a fare i conti con don Pietro e... – stava per continuare ma la madre aggiunse «e con sua figlia».
Gianni diventò rosso in viso, non voleva più sentire parlar male di don Pietro, figurarsi poi di Violetta; stava quasi per rispondere male, ma pensò alle parole di don Pietro e disse: – Mamma, questi sono i soldi che don Pietro mi ha dato; ora non mi deve più niente perchè abbiamo chiuso i conti.
Così dicendo poggiò tutto sul tavolo. La mamma prese il denaro, lo contò e poi, rivolta al figlio: – Come mai sono di più?
Gianni rispose come don Pietro gli aveva suggerito: – Gli ultimi sei mesi don Pietro mi ha aumentato la paga, perchè dice che lo merito.
– Già! – rispose la madre – per pagarti perchè vuoi la figlia! – Il giovane arrossì: come faceva a sopportare le parole della madre che ce l’aveva con la gente ricca, non lo sapeva, ma non voleva andare via dopo aver litigato con lei e finse di non aver sentito.
La baciò prima di andare a letto, come ormai non faceva più da anni; e a quel bacio la donna sembrò calmarsi.
Le augurò buona notte e andò a dormire. Passando vicino a Fido, in cucina, lo accarezzò. Questo, alzatosi, salito con le zampe anteriori sulle braccia del padrone, dimenava la coda in segno di saluto.
Il mattino seguente Gianni si alzò molto presto e la mamma era già in piedi che gli preparava la colazione.
Bevve una tazza di latte e proprio in quel momento si sentì arrivare un calesse davanti casa. Era Antonio che chiamò e Gianni si affacciò alla porta.
Fece cenno all’altro di entrare a bere una tazza di latte, poi sarebbero andati subito via.
Bevuto il latte, Gianni prese la valigia e la portò sulla porta. Fido stava lì, aveva capito che qualcosa non andava. Gianni lo accarezzò, poi andò verso la mamma che aveva gli occhi rossi di pianto: l’aveva sentita piangere durante la notte.
I due si abbracciarono. La mamma non riuscì a trattenere il pianto e Gianni, nonostante cercasse di frenarlo, pianse anche lui. Antonio aveva già sistemato la valigia sul calesse.
Gianni, prima di montarvi si girò verso la madre: gli sembrò che implorasse ancora un abbraccio; tornò indietro, salì di corsa i pochi scalini e si abbracciarono di nuovo.
Questa volta, Gianni, scoppiò in un pianto dirotto.
La mamma lo baciò più volte e gli raccomandò di stare attento; il giovane annuì con la testa, poi lasciò la madre e andò giù, verso Antonio che lo aspettava.
Fido gli corse dietro, quasi implorando una carezza anche lui; il giovane si fermò, lo accarezzò dolcemente sulla testa e il cane, come se avesse capito, gli leccò la mano. Il giovane salì sul calesse accanto ad Antonio e il cavallo partì al piccolo trotto. Mentre si allontanavano, Gianni si voltò indietro verso la mamma che con le mani si copriva il viso, il corpo scosso dal pianto. Fido li seguì per un po’, poi si fermò e pian piano ritornò verso la donna sola, sulla porta di casa.
Arrivarono alla stazione di Agropoli; lì Gianni trovò altri che, come lui, partivano per il servizio militare.
Salutò Antonio che andò subito via, mentre egli faceva conoscenza con i nuovi compagni di viaggio che si apprestavano a partire per Salerno. Da lì, poi, li avrebbero mandati al C.A.R. in un’altra città.
Gianni fece i quaranta giorni di C.A.R. e poi ebbe la sua destinazione: lo mandarono nell’Italia settentrionale, a Bolzano, con altri compagni.
Arrivarono dopo un giorno di viaggio e furono mandati in una caserma fuori città.
Per lui non erano pesanti il lavoro o le esercitazioni, ma gli mancava la libertà, le sue basse montagne, non quei picchi altissimi innevati tutto l’anno; e si sentiva come se gli mancasse tutto.
Già durante il C.A.R. aveva avuto questa amara sensazione di solitudine; ma non sapeva cosa fare, perchè il suo pensiero vagava dalla madre a Violetta, da Margherita a don Pietro e a tutti i suoi amici. Aveva scritto alla mamma durante i quaranta giorni del C.A.R., ma non aveva ricevuto risposta, perchè i militari non potevano mandare l’indirizzo finché non avevano la destinazione definitiva; aveva scritto delle cartoline anche a Violetta, a Margherita e a don Pietro, ringraziandoli di tutto. Saputo il suo indirizzo preciso, scrisse alla mamma e a Violetta, indirizzando la sua lettera ad Antonio. Quindi iniziò l’attesa della risposta; e mentre i giorni passavano, egli e i suoi compagni proseguivano l’addestramento sulle montagne circostanti.
A volte stavano due–tre giorni fuori e quando rientravano in caserma andavano di corsa allo spaccio militare per vedere se era arrivata posta.
Erano due mesi che era partito e ancora non aveva avuto un rigo di notizie da casa e da Violetta.
Gli sembrava d’impazzire, ma non poteva far altro che attendere.
Al ritorno da una esercitazione durata tre giorni, andò di corsa allo spaccio militare come faceva sempre.
Il caporale addetto alla posta lo guardò e sorrise; senza aspettare che dicesse qualcosa, prese il mucchio di lettere e cartoline che stavano in uno scaffale alle sue spalle, le appoggiò sul bancone e cominciò a sfogliarle dicendo:
Tu sei Fiore, vero? – Gianni rispose di si e intanto aspettava con impazienza.
Ecco qua, Fiore – Gianni quasi gliela strappò di mano e si girò per andare via, ma il caporale aggiunse: – Aspetta, può essercene un’altra.
– Fiore – disse ancora porgendo una cartolina in cui Gianni riconobbe la scrittura di Antonio e Margherita.
Guardò l’altra busta che aveva in mano, era della mamma, e mentre si accingeva ad andare via, il caporale gli porse un’altra lettera: la caligrafia era quella di Violetta.
Il cuore gli sussultò di gioia. Guardando il militare domandò: – C’è altro?
– No! – rispose il caporale ridendo, – pare che per oggi basta.
Gianni andò via di corsa, salì le sue rampe di scale a velocità pazzesca, entrò nella camerata e alcuni compagni lo salutarono, ma lui non li sentì; si sedette su una brandina e aprì la lettera: era quella di Violetta. Stava già iniziando a leggerla, quando pensò a sua madre e gli venne un nodo alla gola.
Mise la lettera nella busta e aprì quella della madre; lesse i primi righi e gli occhi gli si appannarono, l’emozione di leggere per la prima volta le parole della mamma lo fece piangere, anche se in silenzio; si asciugò le lacrime, riprese a leggere e si accorse che amava la mamma come mai s’era accorto, anche se le aveva sempre voluto bene.
La lettera non era lunga ma significativa, gli parlava di tutto, perfino di Fido che stava seduto sul pianerottolo davanti alla porta di casa, guardando verso la strada dov’egli era scomparso col calesse insieme ad Antonio.
Gianni si asciugava le lacrime e si fermava di leggere, poi riprendeva; quando finì la lettura, le ultime parole lo lasciarono pensieroso, perchè la mamma diceva:
– “Smetto di scrivere, perchè sento che le ossa del braccio mi fanno male; ti abbraccio, mamma”
Gianni sapeva che quando facevano male le ossa alla mamma, voleva dire stare male.
Gli sembrò di vederla, sempre così silenziosa, così triste, mai sorridente; si asciugò ancora le lacrime e poi mise la lettera nella busta. La poggiò al suo fianco sulla brandina e prese quella di Violetta già aperta. Tirò fuori la lettera dalla busta e incominciò a leggere.
«Gianni caro, tutte le sere, guardo i boscaioli riportano i muli alle stalle mi sembra di sentire la tua voce; mi affaccio, ma tu non ci sei; li guardo tutti: gli uomini, i ragazzi, ma tu non ci sei, sei solo nel mio cuore. La tua lettera l’ho messa nel cuscino e ogni sera, prima di addormentarmi, leggo le tue dolci parole, poi prego per te e mi addormento felice.
Mio padre una settimana fa mi ha detto: – “Da quando è partito Gianni, la montagna sembra morta; non si sente più cantare insieme alle donne che senza di lui non cantano”.
Gli ho risposto: – Mi fa male la gola! – ma è il cuore che mi fa male. Sei sempre nel mio pensiero, io e Margherita parliamo sempre di te e la sera anche mio padre ne parla spesso.
Non ho parole per dirti cosa provo quando Antonio viene a trovare Margherita il sabato e la domenica: li vedo chiacchierare e mi sembra di vedere noi; proprio l’altra sera, mio padre, parlando di quando si sposeranno Antonio e Margherita, cominciò: – È bene che anche tu, Violetta, cominci a pensare a quello che ha tutte quelle terre, del quale suo padre già da un anno mi ha parlato.
E via di seguito ad elencarmi tutti i figli dei proprietari terrieri dei paesi qua intorno. Non so come faremo; ma spero proprio che non m’imponga di sposare questo o quello.
Mentre ti scrivo mi si appannano gli occhi, le mie lacrime le vedrai sul foglio. Ti voglio bene e tanto che non so dirtelo con la penna; spero solo che un giorno venga per noi, come per altri, che non si sia divisi da un’estensione di proprietà di terre e di castagni. A proposito, fra poco inizia la raccolta delle castagne e senza di te come battitore, non ci sarà armonia nemmeno fra le raccoglitrici.
Io ti assicuro che non andrò a raccogliere noci sul bordo del canalone, perchè se cado giù non ci sarà chi verrà a prendermi. Spero che anche tu mi pensi come ti penso io: anche se la lontananza sbiadisce la tua figura, il solo tuo nome nel mio pensiero, mi rende la notte piena di sogni d’amore.
Ti desidero sempre, come tu sai.
Ti aspetto sempre con il pensiero dove tu vuoi.
E nel mio cuore oggi più che mai, sento il tepore dei baci tuoi.
Termino di scrivere con la penna, ma continuo a scrivere col pensiero le cose più belle che non ti dirò mai, perchè solo la mia vita ti dirà col tempo tutto il bene che io ti voglio; se un giorno, per un crudele destino, tu non sarai il mio uomo, ti giuro che solo tu, hai avuto da me il bene che nessuno avrà mai.
Ti abbraccio con tutta la forza che ci unì fra le spine un anno fa e spero che quelle spine, un giorno, per noi diventino fiori.
Tua per sempre, Violetta
Do la lettera in busta ad Antonio perchè la imbuchi nel paese vicino, perchè qui la gente chiacchiera se mi vede imbucare una lettera.
Dimenticavo; due domeniche fa ho visto tua madre in chiesa: era molto pallida e sembrava stanca; l’ho salutata e mi ha risposto con un breve sorriso.
Ti abbraccio di nuovo».
Tua Violetta
Gianni rimase con gli occhi fissi sulla lettera; stava per rileggerla, quando si sentì una mano sulla spalla e una voce: – Fiore, che fai sulla mia brandina? Guarda che la tua è più avanti!
Gianni alzò lo sguardo verso il compagno, guardò la targhetta col
numero della brandina e vide che non era il numero suo.
Si alzò, chiese scusa e andò alla sua brandina, più in fondo alla camerata.
Si sedette dopo aver guardato il numero, non voleva sbagliare di nuovo, riaprì la lettera di Violetta, la rilesse e quando arrivò in fondo guardò le parole scritte riguardanti sua madre. Col pensiero andò al significato dell’espressione "pallida e stanca".
Cercò di pensare ad altro, ma non vi riuscì: la mamma stava male, n’era sicuro, anche se egli non voleva ammetterlo.
L’indomani non avevano esercitazioni militari, ma solo servizio di pulizia in caserma; appena finito il suo turno di lavoro, s’appartò e scrisse due lunghe lettere: una alla mamma e l’altra a Violetta, che indirizzò ad Antonio, il quale gliel’avrebbe poi consegnata. Le imbucò il giorno stesso: era in pensiero costante per la salute della mamma. Passarono quindici giorni e Gianni non aveva risposta, né dalla mamma né da Violetta. Era appena rientrato da una esercitazione di addestramento, quando si sentì chiamare da un sergente con un biglietto in mano:
– Fiore, presentati subito al comandante con questo biglietto!
Il giovane sentì un tuffo al cuore: cosa poteva essere quel biglietto? Andò di corsa verso l’ufficio del comandante e proprio davanti alla porta un ufficiale lo fermò: – Dove vai? Il comandante non vuole essere disturbato!
Gianni scattò sull’attenti e disse: –Scusate signor tenente, ma io devo consegnare questo biglietto al comandante.
L’ufficiale disse ancora: – Dai a me, vedo io se è il caso di disturbarlo.
Lo aprì e lo lesse. Bussò alla porta dell’ufficio e senza attendere risposta entrò.
– Ho un biglietto con un telegramma che riguarda questo soldato. – Gianni vide il telegramma e il suo cuore si gelò.
Il comandante prese il biglietto e il telegramma e li lesse; poi, rivolto a Gianni che era rimasto sulla porta: – Soldato Fiore, devi andare subito a casa perchè tua madre sta male All’ufficiale che ancora era lì: – Fategli un permesso di sette giorni e che vada subito a casa.
L’ufficiale battè i tacchi salutando militarmente e uscì facendo cenno a Gianni di seguirlo. In poco tempo gli fecero la licenza. L’ufficiale stesso andò a farla firmare dal comandante; dopo di che gliela consegnò dicendo: «Puoi partire subito».
Gianni rimase un attimo senza sapere cosa fare; poi di corsa salì in camerata, prese la sua valigia, ci mise l’indispensabile e scese giù.
Andò al corpo di guardia e presentò la licenza al capoposto, il quale controllò e lo fece passare. Il giovane non sapeva come arrivare alla stazione ferroviaria, perchè era a cinque chilometri dalla città e il tram non arrivava fino lì; s’incamminò a piedi, con la valigia che era molto leggera.
Dopo un chilometro arrivò al capolinea del tram che portava alla stazione. Vi salì di corsa. Per la sua lentezza, sembrava non arrivasse mai alla stazione. Vi giunse quasi un’ora più tardi, tanto che se Gianni fosse andato a piedi, sarebbe arrivato prima.
Guardò subito l’orario dei treni: il primo che partiva per il sud, c’era fra tre ore. Si sedette scoraggiato su una panchina nella stazione e aspettò.
Il treno arrivò in orario e Gianni vi salì.
Man mano che le stazioni passavano, sentiva che si avvicinava a casa; solo per arrivare a Roma impiegò una giornata, tra cambio di treni e orari non rispettati.
Prese il treno per Reggio Calabria e dopo un’altra mezza giornata scese alla stazione di Agropoli.
Erano le tre del pomeriggio del giorno dopo che aveva avuto l’avviso di andare a casa. Si guardò intorno e non vide nessuno, poi si sentì chiamare per nome e riconobbe la voce di Antonio. Gli corse incontro e si abbracciarono. Gianni guardandolo in viso, capì tutto e domandò: – Com’è successo?
Antonio si asciugò le lacrime e prendendogli la valigia rispose: – Vieni, ti racconto per strada mentre andiamo al paese. Sono qui da stamattina, perchè non immaginavo a che ora potessi arrivare.
Antonio sciolse il cavallo, montò sul calesse insieme a Gianni e partirono alla volta del paese. Per strada spiegò com’erano andate le cose; gli disse che subito dopo la sua partenza, la mamma s’era sentita male, ma non aveva detto niente a nessuno; faceva tutto da sè, anche se si vedeva che stava male. Come dalla lettera di Violetta, Gianni capì che quello che diceva Antonio era vero.
L’amico continuò: – Si ammalò da non poter stare in piedi e si mise a letto. Una vicina che non la vide il giorno dopo, andò a casa e la trovò che stava tanto male che non voleva vedere nessuno. Invece la donna la convinse e chiamò il dottore che voleva farla portare all’ospedale di Vallo; ma lei non volle, anche se il dottore disse che nello stato in cui stava, non ci sarebbe stato niente da fare lo stesso. In capo a pochi giorni è morta e il dottore, su invito di don Pietro, ti ha fatto il telegramma. Ha anche consigliato di non aspettare il tuo arrivo, perchè tenere la salma per tre giorni non era possibile.
Quindi la mamma di Gianni dal giorno prima era già sepolta. Gianni non piangeva forte, ma il suo viso era distrutto dal dolore. Pensava di non rivedere viva sua madre da quando il comandante aveva letto il telegramma ed egli aveva capito che era morta.
Arrivarono su al paese più di un’ora dopo e stava già calando la sera.
Antonio andava col calesse verso casa, ma Gianni lo pregò di andare direttamente al cimitero.
Passarono davanti casa e gli occhi di Gianni erano rossi e velati di lacrime.
Sentì abbaiare e si voltò: Fido, sentito l’odore del padrone, correva verso il calesse.
Prima che Gianni scendesse, Fido saltò su e si accucciò fra le sue gambe, quasi avesse voluto dirgli: – "Sono rimasto solo"
Gianni lo accarezzò sulla testa. Com’era triste consolare una bestia e non avere nessuno che consolasse lui! Perchè oltre ad Antonio a cui voleva bene come un fratello, c’erano solo Margherita e Violetta, che non potevano certo dimostrare l’affetto e il dolore che provavano per la mamma di Gianni.
Attraversarono il paese, qualche donna lo vide e gli tese la mano sul calesse che non si fermò, perchè egli voleva solo andare al cimitero.
Vi arrivarono: il cancello era aperto. Gianni entrò con Fido, Antonio legò il cavallo fuori e lo seguì.
Lo raggiunse, lo prese sotto braccio e proseguirono. Fido era dietro di loro e camminava mogio mogio. Ad un tratto Antonio si fermò, c’era una tomba coperta di fresco; Fido vi andò vicino, si accucciò sulla terra smossa e quasi come un pianto, alzò il muso verso l’alto e fece una specie di guaito prolungato.
Gianni sentì che le gambe gli venivano meno; Antonio capì e lo sorresse, ma il giovane abbandonò il suo braccio e s’inginocchiò sulla tomba della mamma.
Mormorò il suo dolce nome, si coprì il viso con le mani e scoppiò in un pianto dirotto.
Ora era solo al mondo; la mamma era lì, sotto terra, con il suo segreto e il suo orgoglio.
Il giovane sentiva una grande stretta al petto, il suo dolore era immenso. Non sapeva cosa il suo cervello stesse pensando e non aveva quasi coscienza del tempo e del luogo dove si trovava.
Il cane gli andò vicino; come in un gesto di consolazione gli ficcò la testa sotto il braccio come faceva sempre.
Gianni a quel contatto sembrò riaversi: si rimise in piedi, si asciugò le lacrime, accarezzò di nuovo il cane e si girò verso Antonio che in disparte singhiozzava.
Si fece il segno della croce, si rilassò un po’ e andò verso il suo amico in disparte che lo prese sottobraccio e, seguiti da Fido, uscirono lentamente dal cimitero.
Antonio sciolse il cavallo e a mano girò il calesse nel breve spiazzo antistante il cimitero, poi salì e tese la mano per aiutare Gianni che sembrava molto scosso.
Il giovane si sedette a fianco ad Antonio e gli domandò: – Dove andiamo? Io non ho nessuno che mi aspetti a casa.
Antonio gli mise una mano sulla spalla: erano più di dieci anni che si conoscevano e si volevano bene come fratelli. Lo guardò come per dire: Ci sono io, la vita non può finire così. – Se vuoi – disse, vieni con me a casa mia e poi domani vedremo casa fare, oppure vai da don Pietro che ha pensato a tutto: al funerale, alla bara e a tutto ciò di cui tua madre ha avuto bisogno; e mi ha detto che appena arrivavi, se volevi andare a casa sua, per te è sempre aperta.
Tu cosa pensi sia bene fare? – L’amico non rispose, ma prese la via della grande casa dove sapeva che don Pietro, Violetta e Margherita li stavano aspettando.
Fido era a fianco del calesse e li seguiva. Il portone era aperto. Antonio entrò col calesse e andò verso le stalle. Scese e legò il cavallo ad un anello infisso nella parete, poi prese la valigia di Gianni invitandolo a scendere.
Il giovane lo seguì, mentre il cane che si era seduto vicino al calesse rimase lì.
Sulle scale, davanti alla porta, apparve Margherita. Scese i tre scalini che rimanevano, andò incontro a Gianni e lo abbracciò.
Non si dissero parole, non era necessario; si capiva cosa c’era nei loro cuori: il dolore immenso per la perdita della mamma nel cuore di Gianni e la comprensione più sincera nel cuore di Margherita.
– Vieni su, don Pietro e Violetta ti aspettano.
Entrarono nel salone, dove i canarini e gli altri uccelli cantavano e facevano una grande confusione. Don Pietro si avvicinò, senza dire una parola, abbracciò il giovane e lo strinse al petto come un figlio. Voleva bene a Gianni e non sapeva perchè, forse perchè gli aveva salvato Violetta in fondo al canalone, o perchè questo giovane gli faceva pena.
Gli disse: – Gianni, devi farti coraggio, tua madre ha avuto tutto quello che il dottore ha prescritto, ma non c’era niente da fare, neanche all’ospedale di Vallo avrebbero potuto fare di più; purtroppo lei non voleva vivere. Il suo cuore era troppo debole per lottare contro la morte, dopo che aveva lottato tanto contro la vita, per portare te in grado di poter vivere da solo. Quando ha visto te partire militare, ha giudicato giunto il momento di andarsene a riposare in un mondo dove non esiste la cattiveria e l’orgoglio. Ormai sei un uomo, per questo devi dare forza alla tua vita e la tua mamma, da lassù, ti vedrà uomo come ti ha lasciato.
Gianni ringraziò don Pietro e si asciugò le lacrime. Sentì alle sue spalle una persona che si avvicinava e si girò lentamente: era Violetta, gli occhi rossi di pianto. Ebbero entrambi la voglia di abbracciarsi, ma don Pietro era lì.
Si strinsero la mano con forza ed ebbero la sensazione di essere accomunati dal dolore.
Violetta non disse una parola e lo stesso fece Gianni; poi, come per rompere il silenzio, don Pietro disse:
– Margherita ha preparato la cena per tutti e, visto che è già buio, restate qui e poi vai a dormire a casa di Antonio; domani vedremo la situazione con calma.
Cenarono quasi in silenzio; poi don Pietro, da quel grande uomo che era, cercò di avviare la conversazione sulla vita militare. Gianni così incominciò a parlare e tutti dissero qualche cosa di questo e di quello.
Anche Violetta e Margherita parteciparono al discorso; poi don Pietro si alzò e, come per risollevare gli animi, andò verso il mobile che conteneva bottiglie e bicchieri; prese cinque bicchieri e una bottiglia di un liquore adatto a risollevare il morale, “da far risuscitare i morti”, come a volte era solito affermare allora non osò date le circostanze e ne bevvero un bicchiere per uno. Gianni ebbe la sensazione di sentirsi più sollevato.
Chiacchierarono ancora, poi Gianni disse: – Scusatemi don Pietro, sono tanto stanco che non mi reggo in piedi; se Antonio vuole, possiamo andare a casa sua e domani tornare qui, se non disturbo.
– Questa è come se fosse casa tua, ti aspettiamo.
Intanto Margherita, avendo visto il cane di Gianni, gli aveva portato qualcosa da mangiare; alla povera bestia, in quei giorni, nessuno aveva pensato.
I due giovani salutarono don Pietro e le ragazze e andarono via; il cane li seguì, ma quando passarono davanti alla casa di Gianni, si fermò e rimase lì.
Il mattino dopo, Gianni, si fece accompagnare da Antonio fino a casa sua. Rimase solo con Fido che lo seguiva come un’anima in pena e ogni qualvolta egli si fermava, gli andava vicino e gli strofinava la lesta sulle gambe.
Delle vicine che avevano visto arrivare Gianni la sera prima, si recarono a fargli visita e ognuna aveva delle parole di elogio per la madre che se n’era andata. Il giovane pensò a tutte le critiche che sua madre aveva ricevuto da quelle donne perchè aveva un figlio pur senza marito, e quasi le odiò; ma poi capì che la vita è fatta anche di queste cose.
Arrivò la più seria e onesta delle sue vicine, quella che l’aveva aiutato a venire al mondo; era sempre a lei che la mamma si rivolgeva se aveva bisogno di qualcosa. Dopo averlo abbracciato disse: – Figliuolo, oggi vieni a mangiare da noi; poi devo dirti che agli animali della tua povera mamma ci penso io, non devi preoccuparti di niente; a Fido, se vuoi, posso pensarci io, anche se ieri don Pietro che ha incaricato me di prendermi cura degli altri animali, ha detto che il cane puoi portarlo da lui.
A Gianni, nonostante atti e parole in quel momento lo avessero lasciato indifferente, fece piacere sapere che don Pietro si prendesse cura delle sue cose e del suo cane.
Promise alla donna che sarebbe andato a pranzo da lei e ringraziò le altre venute a fargli visita che lo salutarono e andarono via.
Gianni girava per la casa ed ogni cosa che trovava era per lui un ricordo di sua madre; i suoi occhi rossi di pianto erano anche lucidi e stanchi; girando intorno lo sguardo nella casa vuota d’amore materno, vide sulla spalliera del letto di sua madre la corona del rosario che le aveva regalato quando era ritornato dal pellegrinaggio.
La prese tra le mani, baciò la dolce immagine della Madonna e, in un ritorno di ricordi, scoppiò in un pianto dirotto. Si sedette sulla sponda del letto, il volto fra le mani e il pianto accorato che gli squassava il petto.
Pensava alla mamma, a quanto bene aveva voluto a lui, frutto del suo peccato di fanciulla, alla sua vergogna di fronte alla gente del paese. Le aveva sempre voluto bene, ma ora che non c’era, gliene voleva di più.
Fido era ai suoi piedi e lo guardava come se avesse capito tutto.
Gianni singhiozzava, mentre i pensieri volavano attraverso il tempo passato, alla ricerca delle cose più belle.
Ricordò tante cose che prima, quando la mamma era in vita, gli sembravano insignificanti, ma che da morta, avevano un significato diverso. Si sdraiò sul letto, guardando le travi del soffitto e le tavole trasversali che lo componevano. Rimase a fissarlo per lungo tempo, mentre i pensieri erano fissi all’immagine della mamma perduta.
Si addormentò senza accorgesene.
La donna che lo aveva invitato a pranzo, non vedendolo arrivare, venne e trovando la porta socchiusa, entrò.
Gianni era sul letto, addormentato. Il suo viso era stanco e la donna decise di lasciarlo riposare. Stava per uscire, ma fece un po’ di rumore e Gianni si svegliò.
Il giovane guardò la donna con gli occhi ancora assonnati, non la vedeva e la scambiò per sua madre. La signora gli andò vicino e gli chiese scusa. Egli le disse: – Concetta, so che mi hai sempre voluto bene come un figlio, anche se mia madre è stata un po’ lontana per tutto quello che si pensava di lei, ma devo dirti che non era cattiva, era solo orgogliosa; e per il suo orgoglio io oggi non so se mio padre è vivo o morto e nemmeno chi era o chi è.
La donna ringraziò per quello che le diceva e gli ricordò che era invitato a pranzo a casa sua; Gianni se n’era completamente dimenticato e perciò si affrettò a scendere giù insieme a lei, mentre Fido rimaneva sul pianerottolo.
Dopo aver mangiato il giovane ringraziò Concetta che gli diede della roba per il cane.
Fido l’accolse poco festoso; Gianni gli diede da mangiare e entrò in casa. Provò ancora quel senso di solitudine, ma voleva ancora cercare in casa come aveva iniziato la mattina, per trovare qualcosa che gli avrebbe permesso di trovare qualche indizio che lo portasse a conoscenza di chi era suo padre.
Per la prima volta, da quando era nato, Gianni aprì un cassetto che la mamma teneva sempre chiuso a chiave.
Non trovò niente di quello che si aspettava: cercava qualche foto della mamma con qualcuno; trovò invece una scatoletta chiusa e l’aprì; c’era dentro un foglio di carta arrotolata e nel foglio c’erano un paio di orecchini d’oro. In un primo momento Gianni non fece caso che il foglietto di carta era scritto da un lato, poi lo stirò un po’ con le dita, dato che era stato arrotolato da chissà quanto tempo e lo lesse.
Lo scritto ad inchiostro era sbiadito dal tempo e diceva: «Cara Caterina, ti mando questo mio dono, spero lo gradirai; e voglio tanto sperare che un giorno, quando i miei non ci saranno più, io ritornerò e sarò per sempre l’uomo che ti ha amato e quello che ti amerà sempre, per tutta la vita. Il tuo ...».
L’ultima parola, il nome dell’uomo, era cancellato. La mamma aveva cancellato il nome di suo padre, perchè si capiva che l’uomo che aveva scritto era suo padre; e il giovane, in un gesto di rabbia, stava quasi per strappare il biglietto. Poi lo piegò e se lo mise nel portafoglio, la scatoletta con gli orecchini, invece, la mise in tasca.
Frugò ancora: quello che aveva trovato, era davvero troppo poco per essergli d’aiuto nel ritrovare suo padre. Doveva essere un uomo ricco per poter regalare degli orecchini di quel valore. Pensando alle parole lette, Gianni capì che l’amore fra sua madre e suo padre era stato contrastato dai genitori di lui; era un po’ la sua situazione alla rovescia. Questo spiegava anche il fatto che sua madre non vedesse di buon occhio i galantuomini, la gente ricca in generale.
Perchè lei stessa aveva sbagliato, nel concedersi ad un uomo che poi non l’aveva sposata per l’opposizione dei suoi.
E quell’uomo che poi era partito per chissà dove, non si sapeva se era tornato o meno; ma perchè sua madre non gli aveva mai voluto dire chi era? Gianni non seppe darsi una risposta. Decise di uscire. Chiuse la porta di casa e fece una carezza a Fido che si era alzato vedendolo passare.
Andò sulla strada che portava in paese. Non incontrò nessuno: erano tutti al lavoro perchè era tempo di vendemmia e a quell’ora, di giorno, tutti lavoravano.
Passò per il paese e prese a salire verso il cimitero; si sentiva qualcosa dentro che lo chiamava lassù. Arrivò al cancello che come sempre era aperto, entrò e andò direttamente nel luogo ov’era sepolta sua madre.
Nel tornare lì, a distanza di un giorno, era quasi come riprendere il dolore da dove lo aveva lasciato.
Si fermò in piedi proprio vicino alla tomba, si fece il segno della croce e recitò mentalmente una preghiera. Poi mormorò: – “Mamma, perchè non hai voluto che io conoscessi mio padre? Tu gli hai voluto bene e per vent’anni l’hai aspettato invano; ora tu sei lì, io non so chi è e forse egli nemmeno sa io dove sono” – Scosse la testa come per dire in silenzio: – “Perchè?” – Poi, chinatosi, baciò la croce alla testa della tomba.
Si aciugò le lacrime e uscì dal cimitero; camminando senza meta si trovò sulla via della grande casa dei Lentini.
Presso la casa vide dei muli che, con delle sporte legate sul basto, portavano l’uva verso le cantine di don Pietro; si ricordò che era tempo di vendemmia e proseguì.
Arrivò al portone: era aperto, per permettere ai muli di passare con il carico d’uva; Gianni entrò senza bussare, nel grande cortile c’era gente intenta a scaricare. Gli uomini lo riconobbero e lo salutarono.
Gianni rispose al saluto, poi sentendosi chiamare da un balcone interno, sul cortile, alzò la testa e vide Margherita che sorridente e con quel suo viso d’angelo lo invitava ad andare su. Salì le scale senza chiedere permesso, attraversò il corridoio e andò verso la camera dove aveva visto Margherita.
La ragazza non era sola, era con Violetta che durante il lavoro di vendemmia s’era sentita male ed era tornata a casa; ora stava bevendo un decotto preparato dalla sua amica.
Gianni chiese permesso ed entrò; il viso di Violetta sembrò acquistare una luce nuova, quasi il suo malore venisse da Gianni ed egli stesso lo portasse via.
Il giovane si sedette accanto al letto, in un gesto di conforto prese la mano di Violetta e la ragazza lo guardò in viso con uno sguardo interrogativo.
Era pallido e si vedeva il dolore stampato sul suo volto; e col dolore della perdita della mamma c’era la paura della solitudine.
– Non sapevi di voler bene tanto a tua madre, vero?
Gianni annuì con la testa, mentre dai suoi occhi scendevano le lacrime, ma si riprese e soggiunse: – Ho trovato questo biglietto nel cassetto che mia madre teneva sempre chiuso a chiave; e col biglietto c’erano questi – e mostrò la scatoletta con gli orecchini avuti in regalo dalla madre. Violetta guardò i monili e il biglietto e capì che chi l’aveva scritto era una persona che aveva studiato molto, non un figlio di contadini; e dalle parole trasse lo stesso significato tratto da Gianni poco prima, ma non capiva perchè la sua mamma avesse cancellato il nome.
Guardò Gianni e domandò: – Ora cosa intendi fare?
– Prima di tutto ho ancora quattordici mesi di militare da fare, poi vedrò se tornare qui o dove andare, perchè vivere qui senza di te mi pare quasi impossibile.
– Lo sai che papà mi sta cercando marito?
– Lo so, me lo hai scritto; chi ti vuol dare?
– Ancora non lo so, non ha deciso, ma sta cercando in tutti i paesi vicini chi ha più terre da unire alle nostre, per farne un unico patrimonio.
Gianni ascoltava quasi infastidito quel discorso; forse lo stesso fatto a suo tempo dai genitori di suo padre, quando questi disse loro di amare una donna non ricca.
Violetta fraintese la disattenzione di Gianni che si alzò, lasciò la sua mano e andando verso la porta uscì salutandola con un inchino.
Violetta rimase male per quel saluto quasi freddo, ma poi capì che il giovane non poteva pensare ad altre cose, quando nel cuore c’era il dolore per la morte della mamma.
Gianni scese giù e andò verso la cantina dove pigiavano l’uva.
Vi entrò e incontrò lo sguardo di don Pietro che sorridendo disse: –Ah, sei qui! Domani, se non hai niente da fare, vieni a raccogliere l’uva con noi, così ti distrai; e poi, devo anche parlarti di cose nuove.
Gianni rispose di sì senza nemmeno sapere cosa doveva o non doveva fare.
Intanto due uomini continuavano a pigiare l’uva, mentre le ultime sporte venivano portate sul tino da una donna che aiutata, se le caricava sulla testa e, arrampicandosi, quasi, per una scala a pioli, portava l’uva ai due pigiatori che continuavano a pestarla con molto vigore.
Il lavoro per quella sera era alla fine. Don Pietro, prendendolo sottobraccio uscì dalla cantina, andò verso le scale che portavano su e mentre salivano disse:
– Senti, ora che sei rimasto solo, ho pensato che quando finirai il militare, se non avrai altri impegni, potrai fare il fattore qui da me; perchè io ormai ho quasi sessant’anni e non ce la faccio a stare dietro a tante cose. La paga sarà buona e vedremo di trovarti una brava ragazza per moglie, così vi sposerete e potrete abitare nella tua casa; se vuoi posso anche farti abitare qui, se non hai niente in contrario, perchè Margherita si sposa fra un anno e in casa ci vuole una donna che aiuti Violetta a tenere in ordine tutto. Anche mia figlia è in età di marito e ti dirò, non vedo ancora una persona adatta, nei paesi vicini, che abbia preferenze e proprietà pari alle nostre.
Gianni, che era su di uno scalino dietro don Pietro e che non aveva detto ancora una parola, stava quasi per rispondere male, ma si trattenne; d’altra parte, l’uomo che gli stava davanti era il padrone di quasi tutto il paese, di tutte le terre e della montagna intorno.
Rispose che aveva ancora più di un anno di militare davanti e che perciò non sapeva cosa avrebbe fatto dopo essere ritornato a casa. Don Pietro aggiunse: – Resta a cena con noi stasera – E Gianni, solo al mondo com’era, non potè fare a meno di accettare.
Cenarono tutti e quattro insieme; si parlò della vendemmia che sembrava andare abbastanza bene e anche della raccolta delle castagne che iniziava subito dopo. A tale proposito Violetta propose: Papà, perchè quest’anno, visto che non c’è Gianni, non porti Antonio come battitore?
– È una buona idea, tanto più che a Margherita farà molto piacere e sarà certamente d’accordo.
La ragazza arrossì; voleva bene a don Pietro perchè la trattava come una figlia, e guardandolo, ringraziò con un sorriso. Gianni che seguiva il discorso senza dire parola pensò:
– Come sarebbe bello sposare Violetta e, sposatisi anche Antonio e Margherita, fare una sola famiglia con don Pietro nella grande casa!
Ma proprio quell’uomo stava cercando un marito per Violetta, che fosse un grosso proprietario terriero.
Finita la cena, don Pietro si alzò, andò verso il mobile a vetri e tirò fuori una bottiglia di quelle buone; prese quattro bicchieri e versò da bere a tutti; poi rivolto a Gianni disse: – Bevi figliuolo, cerca di superare questo momento critico della tua vita, che presto verranno per te momenti migliori.
– Domani, se non vi dispiace, quando verrò qui per aiutarvi nella vendemmia, vi porterò il fucile che mi avete regalato un anno fa, perchè a casa non posso lasciarlo, qualcuno potrebbe sfondare la porta e portarlo via.
– Mi fa piacere se porti anche il cane, così gli daremo noi da mangiare e farà la guardia quando saremo al lavoro – Il giovane ringraziò, salutò tutti e andò via; si avviò verso casa preso da malinconia e solitudine.
Davanti alla porta c’era Fido che gli fece festa ed egli lo accarezzò come se fosse stata una persona cara.
Entrò col cane che andò ad accucciarsi sotto il tavolo della cucina. Egli andò in camera sua e si mise a letto. Pensò alla povera mamma morta, a Violetta ch’era la sua donna ma non poteva sposarla perchè non era ricco come diceva don Pietro; e a mano a mano che i pensieri andavano via, si addormentò.
Si svegliò ch’era l’alba e, per la prima volta, dopo tre giorni, si sentì riposato.
Si alzò e Fido, che l’aveva sentito, gli andò vicino. Gianni lo fece uscire, poi versò un po’ d’acqua dalla brocca che stava sul pianerottolo dentro la bacinella ch’era sul muretto davanti alla porta di casa, si lavò la faccia e si senti sveglio del tutto. Pensò che non doveva lasciarsi andare, ma essere forte ed avere speranza nel futuro.
Vestitosi, prese il fucile, chiamò il cane e andò via. Arrivò alla casa di don Pietro e non lo trovò: era già andato via con gli uomini, le donne e i muli per la vendemmia.
Bussò alla porta che portava su e senza attendere risposta salì. Margherita si affacciò sulle scale e gli disse: – Adesso scendiamo pure noi, perchè Violetta si sente bene e oggi si va di nuovo tutti al lavoro. Gianni rimase fermo sulla fine delle scale, appoggiò il fucile in un angolo all’ingresso del lungo corridoio e, proprio in quel momento, Violetta dalla camera sua chiamò; il giovane sentì il sangue che gli dava la sensazione del calore d’amore. Era la prima volta che gli succedeva da quando era tornato.
Andò verso la camera della ragazza, bussò leggermente ed entrò. Violetta si stava infilando la camicetta e Gianni si scusò e tornò indietro; allora lei sorridendo: – Entra, non spaventarti!
Andandogli vicino lo abbracciò. Erano due giorni che aveva desiderato di farlo, ma non poteva; tutte le volte, che aveva visto Gianni c’era sempre suo padre: guai se si fosse accorto del gioco pericoloso che stavano giocando!
Si abbracciarono forte e si baciarono. Gianni per un attimo dimenticò tutto: la morte della mamma, il servizio militare, don Pietro e perfino che stavano cercando a Violetta un marito degno di lei per ricchezze patrimoniali.
Restarono così per qualche minuto, in dolce abbraccio. Poi Margherita chiamò e Violetta, sciogliendosi dall’abbraccio di Gianni, disse: – Margherita lo fa apposta.
Uscirono dal palazzo proprio mentre arrivavano i due operai che dovevano pigiare l’uva.
Scesero dalla parte di sotto del paese, dove il terreno era più adatto per la coltivazione delle viti.
Trovarono una decina di persone, tra uomini e donne: raccoglievano l’uva e la mettevano in panieri che una volta pieni, andavano a svuotare nelle sporte che colme caricavano sui muli e le portavano alla cantina per la pigiatura.
Don Pietro era indaffarato a dare ordini a destra e a manca, mentre le donne e gli uomini, divisi a coppie, due per filare di viti, allineati sui muri del falsopiano, raccoglievano uva cantando antichi stornelli cilentani. All’avvicinarsi a loro, i giovani che cantavano notarono Gianni e, come per rispetto al lutto che portava al braccio, smisero di cantare.
Violetta lo fece notare a Gianni che andò verso di loro, li salutò e disse: – Continuate pure a cantare, tanto la mia povera mamma se non cantate, non torna lo stesso; grazie, comunque, perchè avevate smesso
I giovani ripresero a cantare a bassa voce e Gianni ne fu contento.
Passò la giornata con una certa serenità, sempre con Violetta e Margherita a raccogliere l’uva. Gianni parlò spesso del servizio militare: diceva che, anche se non era comodo, si capivano tante cose nuove; per esempio, che la disciplina è sempre a sproposito, cioè anche se hai ragione ti danno torto; e questo, nella vita, serve a far mettere giudizio e a capire tante cose.
Gli ultimi quattro giorni volarono. Gianni ripartì per Bolzano, dopo aver salutato tutti e affidato il cane a don Pietro, che sembrò contento di tenerlo.
Antonio accompagnò Gianni alla stazione di Agropoli col calesse. – Parti pure tranquillo, che io ti terrò informato di tutto.
Gianni arrivò in caserma che era ormai notte; andò subito a dormire e la mattina dopo prese servizio come di consueto.
La sera, appena libero da impegni, se ne andò in camerata e scrisse una lunga lettera a Violetta: le parlò di tante cose che a voce non aveva avuto il coraggio di dire; la lettera la spedì subito e dopo quindici giorni ebbe la risposta.
La ragazza gli diceva ch’era molto preoccupata, per il fatto che suo padre continuava a cercargli un marito adatto alla sua posizione di grande proprietario di beni di ogni genere.
Gianni lesse la lettera molte volte; per lui era dolce, la sera, mettersi sulla brandina, leggerla e fantasticare senza sentire nemmeno un rumore dei suoi compagni di camerata. Quella volta non rispose subito, voleva che il tempo passasse; voleva essere assolutamente certo dei suoi sentimenti verso la ragazza e per dieci giorni non scrisse.
Poi non ce la fece più ad aspettare e scrisse una lunga lettera in cui parlava di come gli sarebbe sembrato se Violetta si fosse sposata con un altro. Tutte queste cose, più il ritardo con cui erano state scritte, preoccuparono la ragazza quando le lesse.
Non rispose subito neppure lei, perchè le era sembrato molto strano il modo di ragionare di Gianni.
Proprio in quei giorni, arrivò in paese un uomo che vi mancava da oltre vent’anni: veniva dall’America, dov’era andato ventidue anni prima per un disaccordo con i genitori.
Quest’uomo era don Enrico Lembo, il proprietario terriero più grande del paese dopo don Pietro Lentini.
Le sue terre confinavano in gran parte con quelle di don Pietro ed erano tutte in stato di abbandono.
I suoi genitori erano morti quattro anni prima e lui, che ormai aveva quasi cinquant’anni, era tornato dall’America per riprendere possesso di tutto ciò che suo padre come figlio unico gli aveva lasciato.
La dimostrazione che diede, senza peraltro volerlo, fu quella di essere tornato dall’America ricco.
Tutti parlavano di quell’uomo. Aveva studiato a Salerno, ma per un disaccordo familiare di cui nessuno sapeva la natura, aveva abbandonato gli studi ed era partito per l’America, senza dare poi sue notizie.
Al ritorno in paese voleva riprendere tutto da dove aveva lasciato, ma le sue proprietà, compresa la casa che una volta era bella quasi come quella di don Pietro, erano in rovina.
I coloni, alla morte del padre, avevano approfittato di tutto: quello che avevano fatto era più un male che un bene per la proprietà di don Enrico Lembo.
Radunò tutti i coloni di suo padre, poi suoi, e parlò loro non come faceva il padre, con autorità e incutendo paura, ma da amico e collaboratore:
– Chi vuol restare con me mi fa piacere, ma chi se ne vuole andare, faccia pure; io non vi trattengo con la forza come faceva mio padre.
I coloni, la maggior parte, capirono che con don Enrico si poteva ragionare in modo diverso e accettarono di restare.
Poi continuò: – Io farò dei rinnovamenti a tutta la campagna e metterò a posto le vostre case, dopo aver sistemato la mia; e voi mi aiuterete; tutte le giornate che farete per me, vi saranno pagate a prezzo maggiorato di quello che vi dava mio padre.
Dopo una settimana tutti i coloni in età da lavoro, maschi e femmine, erano a lavorare presso di lui.
Il primo lavoro era sistemare la sua casa; fece mettere subito il nome «CASA LEMBO» e arrivarono muratori dei paesi vicini; tutti, esclusi quelli che lavoravano per don Pietro, erano al lavoro presso don Enrico Lembo.
Una sera, con grande sorpresa, don Pietro che tornava a casa in calesse trovò legato all’anello di ferro infisso a fianco del grande portone, un cavallo bianco molto bello e con una sella tutti i finimenti in pelle nuovissimi.
Era curioso di sapere chi era; entrò col calesse come usava fare sempre e vide ai piedi delle scale un signore di bell’aspetto, con stivali di pelle nera, che parlava con Margherita. L’uomo era di spalle e al rumore delle ruote del calesse sul selciato del cortile si voltò. Don Pietro lo riconobbe: era don Enrico Lembo. Erano passati ventidue anni, da quando era partito per l’America senza salutare nessuno; ora tornava per prendere possesso delle terre che il padre gli aveva lasciato.
Don Pietro scese dal calesse e gli andò incontro; don Enrico, un po’ imbarazzato, fece altrettanto. I due uomini si strinsero la mano e don Pietro parlò per primo: – Aspettavo una tua visita e mi meravigliavo che non venissi.
– Devi scusarmi, – rispose don Enrico – ma ho voluto prima mettere in movimento tutta la mia gente. Adesso che tutti lavorano, posso andare a trovare qualche vecchio amico.
Don Pietro lo ringraziò per averlo chiamato amico e lo invitò a salire.
Don Enrico era ancora un bell’uomo nonostante i suoi quasi cinquant’anni: aveva i capelli grigi sulle tempie, il viso di una persona seria e si muoveva con agilità quasi giovanile. Si sedettero intorno alla grande tavola nella sala grande, dove gli uccelli, nella voliera, continuavano a cantare nonostante fosse quasi sera.
L’ospite così parlò: – Eccomi qua, dopo ventidue anni sono tornato e vi trovo esattamente tutti come vi avevo lasciati.
– Perchè, come ci volevi trovare? Tu, piuttosto, perchè sei partito senza salutare nessuno?
Don Enrico si fece molto serio e rispose: – Queste sono ragioni mie.
Don Pietro non se la prese a male.
In quel momento entrò nella sala Violetta. Allora suo padre: – Vieni, che ti presento a don Enrico Lembo!
– Ma chi è questa bella fanciulla?
Don Pietro rispose: – È mia figlia Violetta, la mia unica figlia.
Don Enrico non sapeva che don Pietro avesse una figlia e che fosse così bella; quando egli partì, don Pietro era appena sposato e non aveva figli. Violetta tese la mano all’ospite e disse alcune parole di convenevoli. Come padrona di casa, aprì il mobile a vetri e tirò fuori una bottiglia di rosolio e due bicchieri; li mise su una specie di vassoio di metallo, li riempì e li appoggiò sul tavolo davanti ai due. Poi chiese scusa e andò in camera sua, mentre don Enrico l’accompagnava con lo sguardo.
– Hai una figlia meravigliosa, è veramente bella; e anche l’altra ch’era giù è bella, ma chi è?
Don Pietro lo informò di lei, poi alzarono i bicchieri, bevvero e continuarono a parlare.
– Venirti a salutare era mio dovere, anzi devi scusarmi se non sono venuto prima, ma volevo anche parlarti di affari: vorrei proporti di fare una specie di società, cioè di imporre a quelli che comprano il nostro legname, di pagarlo a modo nostro e non sottostare sempre a quello che ci propongono loro. Ho visto che la mia foresta è al momento di tagliarla. Siccome anche la tua lo è, possiamo imporre a quelli di Vallo il prezzo giusto; tutto questo, se a te non dispiace.
A don Pietro sembrò che fosse arrivato l’uomo giusto al momento giusto.
Gli rispose ch’era d’accordo ad unire le due foreste per il taglio, ma che ne avrebbero parlato con più comodo. Poi lo invitò a cena.
– Verrò una sera in settimana, così avremo il modo di conoscerci meglio anche con le ragazze.
– Tu sei sposato?
– No! – rispose don Enrico – in America non ne ho avuto il tempo, ero troppo occupato a far soldi. – Lo disse quasi con tono spavaldo, ma senza voler offendere nessuno.
Poi si alzò per andare via, strinse la mano a don Pietro e uscì. Scese agilmente le scale e sparì.
Don Pietro rimase seduto a pensare; in quel momento entrò Violetta e gli disse: – Papà, ho sentito cosa diceva don Enrico, mi sembra un po’ troppo presuntuoso, anche se, secondo voci, in America ha fatto molta fortuna
– Sai anche che non è sposato?
– No, non lo so, ma cosa vuol dire con questo? È un altro di quei nomi che stai visionando per vedere se mi va bene qualcuno? Dimmi un po’, papà, io devo per forza sposare chi dici tu?
Don Pietro si rabbuiò in viso e, come se desse un ordine: – Senti, Violetta, tutto quello che io ho è tuo, tutto quello che faccio è per te, ma non voglio che tu sposi uno che non sia di mio gradimento. Io do a te una dote da fare invidia a chiunque e voglio per te un uomo che sia altrettanto ricco; e se don Enrico mi chiede la tua mano, non sperare che io venga a chiedere il tuo consenso prima di accettare.
Violetta non rispose. Era da tanto tempo che non vedeva il padre arrabbiarsi e non voleva essere lei che lo amava tanto a dargli dei dispiaceri. Rimase ancora un po’ col padre, poi andò in cucina, dove Margherita stava preparando la cena. Guardandola disse: – Mio padre ne ha trovato un altro.
Quella sera cenarono quasi in silenzio. Si augurarono la buona notte e andarono a letto.
Il giorno dopo, don Pietro, uscì come al solito per controllare di persona i lavori e le due ragazze rimasero sole a casa.
Violetta ne approfittò per scrivere a Gianni: gli parlò di tante cose, anche di don Enrico Lembo ch’era tornato dall’America, anche se Gianni non lo conosceva.
Gli accennò anche allo strano modo di pensare da lui manifestato nell’ultima lettera e gli disse di rispondere subito e di spiegarsi meglio, perchè non era bello leggere delle cose che non si sapeva come prendere.
Lo informò dell’intenzione del padre qualora don Enrico avesse chiesto di sposarla e lo pregò ancora una volta di risponderle subito su come comportarsi se suo padre le imponeva di sposare don Enrico.
Finì coi saluti scaturenti dall’amore e, chiusa la lettera, la diede a Margherita che poi l’avrebbe consegnata ad Antonio la sera che sarebbe venuto.
I giorni passavano e Gianni si pentiva di aver tardato e poi scritto quelle cose che senz’altro avrebbero dato da pensare alla sua ragazza.
La risposta di Violetta non arrivava ed egli, sempre più spesso, andava allo spaccio militare che funzionava anche da ufficio postale, per chiedere se c’era posta per lui.
Niente, non arrivava. Impaziente, non sapeva più cosa fare.
Partì con il suo plotone per una settimana di esercitazioni e stettero sempre fuori, dormendo sotto le tende.
Sulla montagna, dov’era il loro campo, non arrivava posta; quindi doveva aspettare una settimana prima di sapere notizie. In quella settimana senz’altro la lettera di Violetta sarebbe arrivata. I sette giorni di addestramento non passavano mai e Gianni, tutte le sere, sotto la tenda che divideva con altri quattro compagni, si appartava silenzioso: il suo pensiero era fisso là, al suo lontano paesello sulle montagne del Cilento. Quello della morte della mamma si era un po’ attenuato, non quello per la bella Violetta; non vedeva l’ora di tornare in caserma per sapere se aveva scritto.
Passò la settimana e rientrarono. Gianni, appena libero da impegni di servizio, corse allo spaccio. Ma con grande sorpresa lo trovò tutto annerito di fumo e con la porta e la finestra bruciate.
Domandò al caporale che dirigeva il lavoro di ripristino cosa era successo e gli rispose che il giorno prima, non si sapeva come, lo spaccio aveva preso fuoco ed era bruciato tutto in un momento.
Gianni rimase senza parole e domandò al giovane graduato: – Ma la posta di questa settimana che fine ha fatto?
– È nell’ufficio del comandante del vostro plotone, perchè tutte le sere le lettere del 16° plotone venivano portate in quell’ufficio – e aggiunse: – Solo quelle di ieri mi sembra che non le abbiano levate per portarle via.
Gianni lasciò il caporale senza nemmeno salutarlo e andò all’ufficio del suo comandante che era un sottotenente.
Si mise sull’attenti e domandò se c’era posta per lui.
L’ufficiale prese da un cassetto una ventina di lettere e cominciò a sfogliarle.
– Tu sei Fiore, vero?
– Sì, signore – L’uomo continuò a sfogliare fino all’ultima lettera.
– Mi dispiace, non c’è niente
Gianni ringraziò, salutò battendo i tacchi e uscì dall’ufficio.
Era quasi sera. Si sedette su di una panchina nel cortile della caserma e lì rimase a pensare: perchè Violetta non scriveva? Tutto diventava strano dopo che aveva scritto quella lettera con molto ritardo.
La tromba suonò; il rancio serale era pronto. Gianni la sentì, ma distratto dai suoi pensieri non capì cosa fosse. Un compagno del suo plotone gli passò vicino di corsa e gli domandò:
– Non hai sentito la tromba? Non hai fame stasera?
Gianni lo guardò senza rispondere e, solo allora, ricordò cosa significava il suono di tromba.
Si alzò e andò lentamente verso la mensa. Cenò e poi andò nella sua camerata: si buttò sulla sua brandina, il pensiero fisso lì, non aveva altro per la testa.
Chiuse gli occhi: voleva dimenticare, non voleva pensare più a tante cose.
* * *
Intanto Violetta, nel suo paesello, cominciava ad avere una certa apprensione.
Don Enrico Lembo faceva visita sempre più spesso a don Pietro, parlavano d’affari, ma non era solo per quello che veniva alla grande casa.
Violetta se n’era accorta ma non disse niente per non dare l’impressione al padre di aver paura del matrimonio.
Don Enrico, come aveva promesso, andò una sera a cena da loro e alla fine della serata disse:
– Vorrei avere anch’io l’onore di avervi miei ospiti una sera a casa mia.
Don Pietro accettò molto volentieri, anche perchè vedeva sempre più da vicino un possibile matrimonio tra sua figlia e don Enrico. Violetta aspettava la lettera in risposta di Gianni e nessuno dei due immaginava come erano andate le cose.
Le loro lettere, la sua e quella di Antonio, erano arrivate alla caserma di Gianni lo stesso giorno, essendo state imbucate insieme; ed erano giunte il giorno dell’incendio dello spaccio militare. Così, ognuno aspettava una risposta che non poteva arrivare.
Un giorno andò da don Pietro don Enrico Lembo e li invitò a cena a casa sua. Violetta non voleva andare, ma don Pietro insistette perchè con lei andasse anche Margherita, Violetta domandò alla sua amica se Antonio aveva avuto risposta da Gianni e Margherita rispose di no.
La giovane non sapeva che cosa pensare, ma non voleva credere che Gianni non l’amasse più.
Aveva una gran paura che la cena di don Enrico fosse un pretesto per chiederle la mano.
Disse al padre che non si sentiva bene, ma don Pietro insistè perchè andasse.
Partirono tutti e tre col calesse. Don Pietro guidava, le due ragazze al suo fianco.
Violetta si rivolse al padre: – Papà, perchè ci tieni tanto che io sposi uno ricco a cui non voglio bene e non uno povero che mi vuole bene? Anche se non ha niente, possiamo sempre vivere sulla nostra terra che dà da vivere a tanta gente.
Don Pietro s’irritò, ma poi si calmò: non voleva arrivare da don Enrico infuriato.
– Non ho capito perchè tu vuoi sposare uno che non ha niente. Sposare uno ricco vuol dire meno lavoro!
– Già! – rispose Violetta – perchè se io ora lavoro, lo faccio perchè ne ho bisogno!
Don Pietro non rispose, non voleva arrabbiarsi, tanto più che sperava veramente che don Enrico chiedesse la mano di sua figlia.
Margherita ascoltava e non faceva commenti; a lei dispiaceva moltissimo che Violetta non potesse sposare Gianni.
Arrivarono a «CASA LEMBO»; in poco tempo; don Enrico l’aveva rimesso a nuovo in modo veramente bello; sembrava nuova di sana pianta e tutto vi odorava di fresco. Ormai si era ai primi freddi d’inverno; nella casa al piano terra, in un ampio salone, c’era un camino enorme acceso che inondava di caldo accogliente tutto l’ambiente.
Don Enrico fece gli onori di casa e, fatti accomodare gli ospiti, andò in cucina dove una donna non più giovane di nome Palmira, sempre al servizio della famiglia Lembo, stava preparando una sostanziosa cena su precisi ordini del padrone. Tornò presso i suoi ospiti e offrendo dei liquori disse: – Non so se vi trovate a vostro agio, per ora sono ancora un po’ in disordine con tutto; presto farò arrivare da Salerno dei mobili nuovi, voglio arredare tutto come si deve.
Violetta fu colpita da come don Enrico disponesse di tutto in casa; era un uomo allegro; e se a prima vista gli era sembrato presuntuoso, ora gli sembrava un uomo a posto.
Per un attimo il suo pensiero aveva abbandonato Gianni; quasi sperava che don Enrico, quell’uomo non più giovane, la chiedesse in moglie.
Pensò a Gianni che gli aveva scritto cose che lasciavano dei dubbi sul suo amore, e per giunta, non aveva neppure risposto alla sua ultima lettera.
Sentiva amore vero per lui, nutriva speranze e ambizioni per un uomo come don Enrico.
La cena fu ottima. Don Enrico volle arrostire della carne di montone direttamente nel grande camino dell’ampio salone; l’odore che si spandeva per la grande sala, era delizioso.
Tutto andò bene quella sera. Ma don Enrico accompagnandoli fino al calesse, disse: – Don Pietro, vi ringrazio tutti di essere venuti qui stasera, e vi prometto, che una delle prossime sere, sarò io a farvi visita e a farvi una richiesta che mi sta molto a cuore.
Passarono alcuni giorni. Violetta, dopo quella sera passata con euforia, forse anche a causa del vino bevuto e dell’impressione che don Enrico le aveva fatto aveva trovato di nuovo il suo buon senso; si sentiva più legata a Gianni nonostante non scrivesse; pensava sempre di più a quel giovane a cui si era concessa, spinta dal loro infinito amore.
Una sera, mentre stavano per mettersi a tavola per cenare, si sentì il battacchio del portone; don Pietro, come era solito fare a quell’ora, era lui che scendeva ad aprire.
Andò al portone quando domandò chi fosse, la voce di don Enrico rispose chiara e perfetta: – Sono io, don Pietro, aprite che sono venuto a farvi la richiesta promessa.
L’uomo, che aveva legato il suo cavallo all’anello infisso alla parete a fianco del portone, disse: – Scusate l’ora, ma per quello che ora vi dirò, spero che valga la pena avervi fatto venire giù.
Si fermò un attimo e poi riprese: – Dunque, don Pietro, io sono venuto a chiedere la mano di Violetta. Se voi accettate possiamo unire queste due grandi famiglie della montagna, facendone una sola.
Don Pietro non rispose: finalmente era arrivato un pretendente come lui desiderava. Se a Violetta non era di molto gradimento, era sempre il migliore che c’era nel paese, anche con i suoi cinquant’anni che facevano notare la differenza fra lui e la ragazza.
Era felice. Invitò don Enrico ad entrare e si sedettero intorno al grande tavolo al centro del salone.
Don Pietro si rivolse a Margherita che in quel momento s’era affacciata sulla porta della cucina, dicendo:
– Don Enrico cena con noi stasera, perciò apparecchiate nel salone, ceniamo qui.
Violetta, ch’era pure in cucina, sentì quelle parole e capì dall’espressione contenta del padre che don Enrico aveva fatto la sua richiesta.
La fanciulla strinse i denti e guardò verso l’alto, come per sopportare un dolore. Pensò a Gianni: “perchè non scriveva? Come mai quel silenzio?”.
Fu per lei un momento brutto, non sapeva come dimostrare di prendere la richiesta di don Enrico. Il suo cuore si rifiutava di accettare altri; ma Gianni non scriveva e lei non sapeva perchè.
Non poteva dire niente al padre e tanto meno poteva rifiutare nettamente la richiesta di don Enrico.
Suo padre la chiamò e lei, con il cuore in subbuglio, andò verso i due uomini seduti intorno al tavolo. Avvicinandosi fece un breve sorriso di circostanza e disse: – Buona sera.
Don Enrico si alzò e le andò incontro. Violetta gli tese la mano e lui con un gesto galante che si usava solo fra galantuomini, gliela sfiorò con un bacio. Violetta arrossì, era la prima volta che un uomo si comportava così con lei. E suo padre quasi pensando di toglierla dall’imbarazzo, disse: – Sai, Violetta, don Enrico è venuto a chiedere la tua mano.
Guardò il padre, poi don Enrico: sembrava che tutti e due aspettassero la sua risposta con impazienza.
Era molto turbata e rimase per un attimo in silenzio; poi, rivolta a don Enrico disse:
– Sono onorata della richiesta, ma sono così sorpresa che non so cosa rispondere; pertanto vogliate scusarmi, se prendo una settimana di tempo.
– Non capisco perchè devi aspettare una settimana, per dare una risposta tua a don Enrico, quando io ho già accettato! – sbottò il padre.
La fanciulla, che nella sua vita non aveva mai risposto male al suo papà, si limitò a ribadire che era sorpresa e non sapeva cosa rispondere.
Don Pietro tagliò corto: – In questa casa le decisioni più importanti le ho sempre prese io, perciò ora non ci resta che fissare la data del matrimonio.
Don Enrico a questo punto riprese la parola e, come per proseguire il discorso di don Pietro disse: – Ormai, come avete visto, la mia casa è bella e finita e fra una settimana arriva da Salerno tutto il mobilio per arredarla come si deve: entro quindici giorni è tutto pronto.
Fissarono la data a metà Gennaio e, come se il matrimonio fosse una cosa a cui Violetta dovesse solo passivamente partecipare, nessuno dei due uomini tenne conto delle sue parole.
La fanciulla era offesa. Il padre che le voleva bene, ora sembrava quasi non vedesse l’ora di farla sposare. Don Enrico le chiese: – Se un giorno di questi, tu vuoi, prendiamo il calesse e andiamo insieme a Margherita a Vallo, a comprare il vestito bianco e tutto quello che occorre per il tuo corredo da sposa.
Violetta non rispose: provava disgusto per come la trattavano; in mezz’ora, suo padre e don Enrico, avevano distrutto i suoi sogni.
Non portava odio ai due uomini, ma si sentiva trattata come un oggetto che non può decidere della sua sorte.
Le venne alla mente Gianni, con la sua povertà, il suo amore sincero e le sue premure verso di lei; poi nel suo intimo, pur amandolo, lo odiò, perchè non aveva risposto alla sua lettera.
Passò qualche giorno. Don Enrico decise e Violetta, sebbene a malincuore, accettò di andare a Vallo con lui e Margherita per scegliere il vestito bianco e tutto quello che occorreva per il matrimonio.
Nel piccolo paese di montagna, non si parlava che di Violetta e di don Enrico; ognuno diceva che era una bella unione e che uniti da quel matrimonio, diventavano ancora più potenti.
Violetta aspettava il Natale con impazienza, pensando che Gianni sarebbe venuto in licenza e con lui avrebbe deciso come fare per non sposare don Enrico.
Ma Gianni non venne, perchè aveva goduto di sette giorni di licenza quando era morta sua madre.
Non aveva voluto scrivere perchè, nel suo orgoglio, non voleva scendere a compromessi con nessuno: se Violetta non voleva scrivere, aveva le sue ragioni.
Intanto il tempo passava e arrivò il giorno del matrimonio. Gli ultimi preparativi, per Violetta, erano come quelli di un funerale. A niente valsero le parole di Margherita: – Don Enrico non sarà un cattivo marito; d’altra parte Gianni non ti ha scritto, vuol dire che vuole uscire dalla tua vita!
Il giorno del matrimonio, tutto il paese era in festa; chi per una cosa, chi per un’altra, tutti erano dipendenti di una delle due famiglie, e quindi tutti erano obbligati ad onorare i loro padroni.
La festa, in sé, era meravigliosa; e quando la sposa in abito bianco, uscì dal portone della grande casa al braccio di don Pietro, un’ovazione l’accolse.
Don Pietro portò al braccio Violetta attraverso tutto il paese fino all’altare della chiesa.
Lì don Enrico, con un piccolo inchino, la prese in consegna e s’inginocchiarono all’apposito inginocchiatoio.
La funzione religiosa non durò molto e, una volta finita, i due sposi uscirono a braccetto, mentre la folla dei paesani applaudiva. La sposa era bellissima nel suo abito bianco, era pallida e il suo volto era tirato, come se avesse pianto molto.
Infatti Violetta, nelle ultime due notti, aveva pianto tanto e invocato il nome del suo Gianni che, a mano a mano che si avvicinava l’ora delle nozze, sentiva sempre più di amare sopra ogni cosa.
Qualcuno disse che la sposa era molto emozionata e per questo sembrava triste, mentre Margherita e Antonio, presenti al matrimonio, sapevano la ragione del suo turbamento.
La festa si svolse nella casa rimessa a nuovo di don Enrico e tutti gli invitati ebbero la prova della sua ricchezza vedendo quanta roba buona era a portata di mano di tutti senza nessun controllo.
Tutti sembravano allegri e festosi, tranne la sposa; nell’aprire i balli, ricordandosi di quando aveva ballato con Gianni per la prima volta e gli aveva pestato i piedi, le lacrime le scendevano copiose dal viso. Il suo sposo domandò: – Sei emozionata? – Violetta rispose di no, ma nonostante i suoni e i balli fossero allegri e festosi, lei rimase sempre triste.
La festa finì, gli invitati andarono via e per ultimo andò via don Pietro con Margherita. Prima abbracciò Violetta, ma la sentì scostata e fredda, come se lo odiasse. In quell’istante sentì che sua figlia, la sua Violetta, egli l’aveva resa infelice, per la sua ingordigia e il suo egoismo. Anche Margherita abbracciò la sua amica, le due fanciulle, che avevano vissuto tutta la loro infanzia insieme, si capirono perfettamente: il dolore, non la gioia, aveva portato il matrimonio a Violetta.
Don Enrico e Violetta rimasero soli.
Anche Palmira, la governante, si era ritirata nella sua stanza dal lato opposto della casa, da dove si trovava la camera da letto degli sposi.
Violetta che fino a quel momento aveva retto, non resistette più: prima i singhiozzi e poi un pianto dirotto.
Il marito cercò di consolarla con belle parole e l’abbracciò. Era la prima volta che lo faceva. Ella sentì il corpo dell’uomo vicino al suo, ma non provò nessuna sensazione.
Don Enrico le accarezzò i capelli con un gesto quasi paterno, poi la portò quasi sorreggendola, sottobraccio verso il letto addobbato in modo meraviglioso.
La fanciulla ancora nel pianto, appena meno forte di prima, si sedette sulla sponda del letto e l’uomo le si pose accanto.
Le prese la mano e con tono dolce, sfiorandole la guancia con un bacio, disse: – Se questa sera non ti senti di dormire con me, io posso aspettare e dormire nella camera dove ho sempre dormito; mentre tu puoi dormire qui e quando lo vorrai mi chiamerai al tuo fianco.
Violetta tirò un sospiro di sollievo, lei sapeva quali erano le sue condizioni, ma oltre tutto non amava quell’uomo, anche se non lo odiava. Fu felice e rasserenata dalle sue parole e quasi per ringraziarlo lo baciò sulla guancia dicendo: – Lasciamo passare un po’ di tempo, può darsi che mi passerà questa malinconia
Il giorno dopo il sole risplendeva sulla montagna, anche se faceva molto freddo; i due sposi si alzarono tardi; forse la stanchezza, forse l’emozione, li avevano fatti dormire più del solito.
Palmira non li aveva disturbati; anche se aveva preparato la colazione, la tenne al caldo per quando si sarebbero svegliati.
Si alzò per prima Violetta, e, infilata una bellissima vestaglia rosa andò in cucina.
Vi trovò Palmira che nel vederla sola rimase sorpresa. La donna le augurò buon giorno e, mentre Violetta andava a sedersi davanti al camino acceso con fare infreddolito, le chiese: Don Enrico come sta?
– Bene, credo, non l’ho ancora visto – rispose sovrappensiero; poi accorgendosi di aver sbagliato aggiunse: – Dormiva ancora
Palmira non era stupida e avrebbe capito tutto più tardi, quando don Enrico arrivò in cucina.
L’uomo si avvicinò alla sua sposa e baciandola sulla fronte disse: – Buon giorno cara, come stai?
La governante uscì dalla cucina e pensò di rifare la camera da letto; la sua sorpresa fu grande quando lo vide affossato da un lato solo, come se vi avesse dormito una sola persona. Poi, nella camera dove aveva sempre dormito don Enrico, vide il letto del padrone sfatto.
Rimase perplessa; conosceva don Enrico fin da ragazzo, era cresciuta in quella casa e lo sapeva donnaiolo; quindi si stupì, nel pensare che con una moglie meravigliosa come Violetta avesse dormito solo. Non disse niente e si comportò come sempre: quello che succedeva in quella casa non si sapeva mai fuori, perchè lei non pettegolava mai.
Ormai aveva più di sessantanni e non aveva dato altro che lavoro in quella famiglia dei Lembo.
Rifatte le due camere da letto, tornò in cucina e trovò ancora i due sposi che, seduti accanto al fuoco, parlavano in modo sommesso, per cui non si sentiva quello che dicevano.
Avevano fatto colazione e Palmira sparecchiò. Poi domandò cosa volessero per pranzo e don Enrico, con molta dolcezza, si rivolse a Violetta chiedendo cosa desiderasse.
– Per me va bene qualsiasi cosa – rispose freddamente la giovane sposa.
Il marito, allora, rivolto a Palmira disse:
– Fai tu, tanto lo sai che fai sempre bene.
Violetta si alzò, andò di nuovo in camera da letto, si levò la vestaglia e si vestì per il pranzo.
In quei tempi l’usanza era che i due sposi rimanessero in casa una settimana, senza uscire; quasi una luna di miele trascorsa in casa propria.
Però potevano ricevere amici e parenti che andavano a far loro visita o a portare doni.
Anche don Enrico si cambiò e scese giù anche alle stalle dove c’erano due contadini che accudivano alle bestie.
Intanto a casa Lentini sembrava ci fosse il vuoto; don Pietro che aveva tanto lottato perchè Violetta sposasse don Enrico Lembo, ora si sentiva solo: gli si leggeva in viso che sentiva molto la mancanza della sua figliuola.
Margherita aveva pianto tutta la notte, perchè voleva bene a Violetta più che a una sorella; sapeva che si era sposata costretta dal padre e le dava molto dolore il non vederla felice.
Nel pomeriggio dello stesso giorno Margherita decise di andare a trovarla.
Raccolse in un cestino alcune cose che doveva portare alla sua amica ed uscì di casa.
La distanza non era molto da una casa all’altra e, nemmeno mezz’ora dopo, la ragazza era a «Casa Lembo».
Bussò al portone e venne ad aprire Palmira.
– Entra, la padrona ti aspettava già da stamattina.
Sentendo la voce di Margherita, Violetta si affacciò sul pianerottolo interno della casa e vedendola le si aprì il cuore.
Si amavano come e forse più di due sorelle, si abbracciarono come se non si fossero vedute da anni e, quando Palmira le lasciò sole per andare fuori di casa, furono libere di parlare, poiché anche don Enrico era giù.
Margherita guardandola negli occhi e sapendo come stavano le cose, domandò: – Si è accorto di niente?
No – rispose Violetta – ha dormito da solo nella sua camera da letto di sempre.
– E perchè? – chiese l’amica
– Non lo so, mi è sembrato quasi che avesse paura di qualche cosa, ma non ho capito di che cosa.
– Forse ti crede ancora troppo piccola per trattarti come una donna. – disse Margherita.
– No, la ragione dev’essere un’altra. – Mentre parlavano fra di loro entrò don Enrico che esclamò: – Chi si vede! ... La dolce compagna di Violetta! – E vedendo Margherita alzarsi, aggiunse: – Stai comoda, ora mi siedo anche io con voi e facciamo quattro chiacchiere. A proposito, don Pietro come sta?
– Bene! – rispose Margherita; – solo un po’ scosso dalla partenza di sua figlia.
Violetta si asciugò le lacrime e don Enrico, passandole un braccio intorno alla vita, disse: – Su, non piangere, che domani sera appena farà buio prenderemo il calesse e andremo da lui.
Parlarono ancora anche di cose frivole, senza senso; poi Margherita si alzò dicendo: – È ora che torni a casa, don Pietro non sa che sono venuta qui e non vorrei che non vedendomi pensasse d’aver perso anche me.
Abbracciò Violetta, salutò don Enrico ed uscì. L’amica l’accompagnò fino al portone e le disse: – Vieni spesso a trovarmi, non lasciarmi sola.
Margherita l’abbracciò di nuovo, poi asciugandosi le lacrime andò via. Violetta rimase a guardarla mentre se ne andava col suo passo strascicato e pensò:
– Per colpa di mio padre e del suo modo di pensare, in quanti dobbiamo soffrire!
Passarono le ultime ore del giorno e venne la sera; Violetta e don Enrico cenarono vicini al camino acceso: faceva freddo quella sera sulla montagna, anche se appena la neve cadeva si scioglieva. Violetta ebbe dei brividi, don Enrico tutto premuroso andò in camera per prendere una coperta, scese giù e la mise sulle spalle della sua sposa.
Violetta lo ringraziò, egli le accarezzò i capelli e la giovane si sentì come percorsa da un brivido che non era di freddo, ma di qualcosa che non sapeva definire.
Rimasero accanto al fuoco fino a tardi, la sera. Palmira subito dopo cena si era ritirata nella sua stanza e i due sposi potevano dire quello che volevano senza paura di orecchie indiscrete.
Parlavano poco, in verità, perchè Violetta stimava ma non amava don Enrico; a lui stesso sembrava quasi che Violetta non procurasse alcuna attrazione fisica, ma solo il piacere di avere una moglie bella, invidiata da tutti.
Rimasero in silenzio a guardare il fuoco, in quella fredda notte d’inverno; poi don Enrico si alzò e disse: – Andiamo a letto.
Violetta, caso strano, pensò che forse era meglio che suo marito andasse a letto con lei, perchè si sentiva eccitata e aveva voglia di definire tutta la faccenda in qualsiasi modo fosse andata. Salirono le scale che portavano alla camera da letto e, quando arrivarono in cima, don Enrico l’abbracciò e le disse: – Buona notte, cara, ci vedremo domani.
Violetta rimase di stucco: non se lo aspettava. Pensò che la prima sera fosse stanco, ma ora non sapeva proprio perchè non andasse a letto con lei.
La ragazza, ferita nel suo orgoglio, aprì la porta della camera da letto nuziale ed entrò; una ventata fredda l’accolse, accese la luce e la camera le sembrò ancora più grande e più vuota; si sedette su una poltroncina ai piedi del letto e rimase così per alcuni minuti; poi il freddo la riprese e decise di tornare giù. Scese le scale e ritornò accanto al camino, riattizzò il fuoco, vi mise dell’altra legna e rimettendosi di nuovo la coperta sulle spalle, si sedette sulla poltrona da dove s’era alzata solo pochi minuti prima.
I suoi pensieri vagavano nel nulla, era alla ricerca di una ragione che le spiegasse il modo d’agire di suo marito: “perchè non andava a dormire con lei? Perchè non glielo diceva? non era possibile che don Enrico sapesse di lei e di Gianni che non conosceva nemmeno”.
E andando col pensiero a Gianni, la giovane si sentì felice. Mentre guardava la fiamma che creava mille disegni di luce, gli sembrò quasi di vedere il bel volto del suo giovane caro; alle parole che si dissero in fondo al burrone, in mezzo alle spine, a quando nella stalla della grande casa di don Pietro, si erano dimostrato il loro amore in maniera così tangibile e vera; e mentre con la mente vagava alla ricerca del conforto del suo amore lontano, si addormentò.
Era appena sorta l’alba quando Palmira, che si era alzata di buon’ora come faceva di solito, entrò nel salone e rimase sorpresa di trovare la giovane padrona addormentata vicino al fuoco ormai spento, ma dalle ceneri ancora calde.
Non la destò, ma le coprì le ginocchia scoperte, mentre le veniva voglia di abbracciarla, perchè capiva che in quel matrimonio mancava qualcosa. Andò in cucina e preparò del latte e del caffè, ma anche se cercava di non far rumore, Violetta si svegliò, la chiamò e Palmira prontamente accorse.
– Buongiorno, Palmira – le disse.
– Buon giorno, padrona. Come mai siete scesa giù così presto?
Violetta capì che Palmira s’era accorta che aveva dormito sulla poltrona e rispose: – Ho dormito qui stanotte, da sola in quel letto così grande ho freddo.
Palmira sospirò, come per dire “ho capito” ma non rispose; nemmeno lei sapeva perchè le cose andassero così.
Poi quasi per istinto materno andò in cucina, prese del latte e andò verso la padrona che sembrava avesse freddo; le porse una tazza di latte bollente e disse: – Bevetelo che vi farà bene.
Bevuto il latte ringraziò Palmira che intanto stava cercando di ravvivare il fuoco.
Si guardarono in viso varie volte, ma nessuna delle due parlò. Apparve don Enrico sulle scale.
– Buongiorno cara, come mai sei già alzata? – Violetta rispose al saluto e con un po’ di sfrontatezza aggiunse:
– Da sola a letto avevo freddo e me ne sono venuta accanto al fuoco.
Nella grande sala rimase il silenzio; don Enrico non rispose, prese a scendere le scale lentamente e andò verso il camino acceso.
Si sedette sull’altra poltrona di fronte a Violetta e, accendendosi un sigaro con un tizzone ardente rispose: – Mi dispiace non poterti riscaldare, un giorno saprai perchè.
Passò più di un mese e le cose in «CASA LEMBO» non cambiarono. Don Enrico, impiegando tutto il giorno nel controllare di persona i lavori di restauro alle case coloniche non aveva, alle volte, nemmeno il tempo di tornare a casa per il pranzo con Violetta. La vita di questa era cambiata, forse in peggio; l’unico suo conforto era Margherita, che andava a trovarla molto spesso e con lei si confidava di tutto ciò che la sua vita era diventata dopo sposata a don Enrico.
L’inverno era quasi finito e sulla montagna cominciavano i lavori primaverili.
Don Enrico, anche se non trascurava Violetta, non aveva ancora dato spiegazioni del proprio comportamento.
Ella sembrava rassegnata; il suo amore per Gianni si stava trasformano in ossessione, perchè il giovane non dava notizie di sè, né lei gli aveva scritto, ed aveva anche detto ad Antonio di non scrivergli niente.
Con la Santa Pasqua, per Gianni arrivò la licenza tanto aspettata: era curioso di sapere perchè Violetta non aveva risposto alla sua lettera.
Arrivò alla stazione di Agropoli e fino al suo paese in montagna, fece il cammino un po’ a piedi e un po’ sul carretto di un tale del paese vicino che lo aveva raggiunto per strada.
Quando giunse era già sera; quel giorno era venerdì santo e c’era la processione con la Madonna e Gesù morto.
Era quasi buio, si fermò all’angolo della strada e aspettò che la gente passasse. Qualcuno lo riconobbe e lo salutò con un cenno del capo.
La gente gli era passata davanti quasi tutta, quando il suo sguardo cadde su tre persone che camminavano in silenzio, senza cantare, insieme agli altri.
Erano don Pietro, Violetta e un distinto signore che egli non conosceva.
Passarono senza vederlo, appoggiato al muro di una casa. Gianni ebbe il desiderio e la voglia di salutare don Pietro e Violetta, ma era indeciso se farlo o meno; si accorse infatti che la sua amata dava il braccio all’uomo ch’era con lei e con don Pietro.
Rimase quasi paralizzato dalla sorpresa. Chi era quell’uomo? Come mai Violetta gli dava il braccio? Nella sua mente si accavallavano tante domande senza risposta.
Seguì la processione senza mai perdere di vista Violetta e gli altri.
La processione, attraversato il paese, tornò indietro, verso la chiesa; ed egli, seppure le strade erano poco illuminate, non li perdeva di vista.
Entrarono in chiesa e dopo la breve cerimonia tutti i fedeli uscirono e tornarono alle loro case.
Gianni rimase in un angolo buio e vide uscire Violetta con il padre e l’uomo a lui sconosciuto.
Li seguì da lontano. Il suo cuore era ferito, quell’uomo non era un parente, perchè non l’aveva mai visto né sentito nominare; ma allora chi era? Un fidanzato non sembrava perchè era troppo anziano; alla poca luce si vedeva ch’era un signore di circa cinquant’anni e se Violetta non ne aveva nemmeno venti, non poteva essere un suo fidanzato.
Mentre don Pietro li salutava e prendeva la via di casa sua, Violetta e l’uomo proseguivano ed arrivano vicino ad una casa dove era legato un cavallo attaccato ad un calesse.
L’uomo aiutò Violetta a salire, sciolse il cavallo e, a fianco della donna, partì per la strada che portava fuori del paese.
Gianni rimase lì fermo: gli sembrava assurdo che Violetta si fosse fidanzata con un uomo di quell’età, non poteva essere fidanzata, perchè se lo era, non poteva andare via con lui sola, di notte, chissà dove.
Ma allora, come stavano le cose? Il giovane era quasi arrivato al punto, ma si rifiutava di crederlo.
Prese la via del ritorno; non andò verso casa sua, ma verso la grande casa dei Lentini: voleva salutare don Pietro e Margherita, visto che Violetta non c’era più.
Arrivò al portone che era già chiuso, prese il battacchio con la mano e stava per bussare, quando sentì una specie di guaito e si chinò: era Fido che l’aveva riconosciuto e cercava di infilare il muso sotto il portone. Gianni vi passò una mano e riuscì ad accarezzare il muso di Fido che gliela leccò.
Il giovane era preso dall’emozione, erano circa sei mesi che mancava dal paese e Fido, forse pensando di non rivedere più il suo padrone, uggiolava di gioia nel sentire che era lì; gli leccò nuovamente la mano, quando Gianni pensò ch’era troppo tardi per disturbare don Pietro e, fatta ancora una carezza a Fido, andò via.
Il cane rimase al portone per tutta la notte come ad attendere che il suo padrone tornasse.
La mattina dopo, non appena scese giù don Pietro, Fido gli andò incontro e gli fece intorno giravolte e salti come per dirgli qualcosa, ma egli non ci fece caso, perchè pur essendo quel giorno sabato Santo, aveva qualche podere da visitare.
Più tardi scese Margherita. Fido le andò incontro festoso, abbaiando di gioia. Margherita sapeva che le voleva bene perchè era lei che gli dava da mangiare, ma non capiva come mai a quell’ora le facesse tante feste.
Andò verso il portone e lo aprì, perchè don Pietro dopo uscito l’aveva chiuso di nuovo.
Fido guardava Margherita e abbaiava come per dirle qualcosa; poi all’improvviso partì di corsa per la strada che attraversava il paese e andò verso la casa di Gianni. Vi arrivò abbaiando e cominciò a raspare alla porta.
Gianni si svegliò e andò ad aprire; Fido quasi lo travolse, gli saltava addosso intorno, abbaiava, gli leccava le mani e faceva tanti mugolii di contentezza. Gianni lo fece entrare, e quando capì che nessuno poteva vederlo lo abbracciò come si abbracerebbe una persona cara.
Fido s’acquietò. Gianni si vestì coi panni ch’erano in casa e insieme uscirono. Passarono per il paese e tutti, amici e paesani, lo salutavano stringendogli la mano, qualcuno lo abbracciava, perchè in paese gli volevano bene tutti.
Lo incontrò anche Concetta, la buona vicina, che gli disse: – Se vuoi, puoi passare la Pasqua con noi, ne saremmo felici.
– Non so, devo vedere delle persone, prima di sapere dove passare la Santa Pasqua.
– Credo che per te non sarà felice questa Pasqua, ma spero che la passerai con noi.
Gianni salutò la signora e proseguì verso la casa di don Pietro. Quando vi giunse, Fido era già arrivato da un pezzo e Margherita se lo trovò in cucina:
– Ma che ti piglia stamattina? – gli disse. E quasi lo cacciò con la scopa.
Fido scese di corsa le scale e andò verso Gianni ch’era fermo al centro del cortile; cominciò di nuovo ad abbaiare di gioia per il ritorno del padrone.
Margherita lo sentì e incuriosita scese le scale. Si affacciò sul portoncino d’ingresso e vide Gianni che con un gesto della mano la salutò. Si precipitò verso il giovane, gli andò incontro a braccia aperte e, senza pudore lo abbracciò come un fratello, tenendolo stretto e piangendo di gioia.
Gianni era commosso anche lui, erano più di sei mesi che non si vedevano e ora chissà quante cose erano successe e cambiate. Margherita capì subito che era in ansia di sapere e disse: – Vieni su che fai colazione e parliamo. – Teneva Gianni per mano: voleva bene al giovane che le aveva fatto conoscere Antonio; un bene misto, tra fraterno e fra uomo e donna.
Entrarono in cucina e porgendogli una grande tazza di latte caldo, incominciò a raccontare tutte le cose ch’erano accadute in quei sei mesi che era stato lontano.
Disse prima di tutto: – Perchè non hai risposto alla seconda
lettera che ti hanno scritto
Violetta e Antonio? – Gianni rimase senza parole, di lettere ne aveva ricevute
una sola; e proprio per questo non aveva scritto, sempre aspettando la lettera
di Violetta.
Pensò all’incendio dello spaccio militare e capì che per una strana fatalità le due lettere giunte lo stesso giorno erano andate bruciate nell’incendio.
Spiegò a Margherita cos’era successo e che non pensava che le lettere fossero andate perdute; per questo aveva sempre continuato a sperare che arrivassero.
Si passò una mano sulla fronte e, come per aumentare il dolore, Margherita continuò il suo racconto:
– Proprio in quel periodo è tornato dall’America un signore amico di don Pietro che mancava dal paese da più di vent’anni. Quel signore, don Enrico Lembo, il proprietario terriero più grande del paese insieme a don Pietro, è figlio dei vecchi Lembo morti quattro anni addietro. Quando chiese la mano di Violetta a don Pietro, non sembrò vero, egli accettò ancora prima di chiederle se fosse d’accordo o meno. Tu non rispondevi alla sua lettera, nella tua precedente, a quanto mi disse, le avevi scritto delle cose che l’avevano turbata moltissimo. Tutto ciò la convinse, anche perchè il padre glielo impose, a sposare don Enrico Lembo. Così, poco più di un mese fa, Violetta stanca di aspettarti e di aspettare tue notizie che non arrivavano, ha fatto quello che suo padre voleva e lei no; e ora più che mai sente di volerti bene.
Margherita disse le ultime parole e poi si pentì d’averle dette, perchè non faceva altro che aggiungere dolore all’amarezza che Gianni provava.
Il giovane, come in un incubo, domandò: – Allora Violetta non è felice?
Margherita scosse la testa e rispose: – Anche don Pietro ha capito che ha sbagliato ad imporre alla figlia di sposare don Enrico; come marito non è cattivo, c’è qualcosa che non va e Violetta è sempre più triste.
– Ora che facciamo? – disse Gianni.
Cosa vuoi fare? – rispose a sua volta Margherita, ormai si sono sposati e tutto va come sta andando.
Gianni si alzò, ringraziò Margherita e disse: – Più tardi passerò a salutare don Pietro.
Aspetta, io devo andare da Violetta, se vuoi mandarle a dire qualcosa...
Gianni si fermò, ci pensò un attimo e rispose: – Vengo anch’io!
Margherita sembrò sorpresa: non sapeva, come il marito di Violetta avrebbe preso la visita di un giovane che non conosceva. Tuttavia era contenta. Partirono quasi subito e andarono per una via fuori dal paese, per non farsi vedere dalla gente che sicuramente avrebbe mormorato, sapendo dove andavano.
Fido era con loro, andava da Violetta tutte le volte che ci andava Margherita.
Proseguirono chiacchierando e, come per farsi coraggio, ogni tanto Gianni dava il braccio a Margherita che dimostrava piacere e imbarazzo. Nell’ultimo tratto di via, Fido scappò avanti come faceva sempre e andò verso casa Lembo abbaiando. Violetta lo sentì, capì che stava arrivando Margherita e ne fu felice: era l’unica persona che sapeva tutto della sua vita.
Don Enrico era in casa. Quando Margherita bussò al portone, Palmira andò ad aprire, vide Gianni con Margherita e rimase sorpresa. Si dissero poche parole e salì di sopra a bussare alla camera di Violetta. – C’è Margherita con quel vostro amico che fa il militare.
Violetta impallidì e Palmira se ne accorse, ma non disse niente; Violetta uscì; in quell’istante anche don Enrico usciva da un’altra camera e insieme scesero giù nel salone.
Alla vista di Gianni, vestito come sempre ma più bello e desiderabile che mai, rimase quasi paralizzata.
Margherita salutò don Enrico e Violetta e lo stesso fece Gianni; poi disse: –Questo giovane è Gianni Fiore, un nostro amico.
Don Enrico rimase imbarazzato, come se il nome del giovane lo avesse messo a disagio; poi tese la mano a Gianni che si girò verso Violetta, turbata dalla sua presenza. La salutò dicendo: – Come stai?
– Bene! – rispose. – E tu come ti trovi a fare il militare?
– Stavo meglio qui sulle nostre montagne e all’ombra dei castagni, ma fra nove mesi sarò di nuovo quassù.
– Sediamoci e beviamo qualcosa! – Propose don Enrico; poi rivolto a Gianni disse: Lei cosa prende?
Gianni lo guardò: sembrava che con quel lei volesse mantenere le distanze. Infine rispose: – Un bicchierino di rosolio o un bicchiere di latte.
– Il latte non è da uomini, prendiamo un rosolio! – Poi a Violetta e a Margherita: – E voi? Cosa prendete?
Ciò che prendono gli uomini – disse Violetta guardando con severità prima suo marito e poi il giovane. Don Enrico rise, anche se aveva capito perfettamente cosa intendesse dire sua moglie.
Arrivò Palmira con bottiglia e bicchieri e versò per tutti e quattro; il padrone di casa, volendo fare cosa gradita, alzò il suo bicchiere e andando verso quello di Gianni disse:
– Auguri! Che lei possa tornare presto all’ombra dei castagni! – Poi rivolgendosi a Violetta: –
Ma questo non è, per caso, il Gianni che ti ha salvata quella volta che eri finita in fondo al canalone, fra le mie terre e quelle di tuo padre?
– Proprio lui! – rispose Violetta con uno sguardo ironico.
– Allora io devo ringraziarti, permettimi di darti del tu e dammi del tu, così possiamo essere amici, se vuoi.
Gianni guardò don Enrico, voleva quasi biasimarlo per quello che diceva, ma gli sembrava di offendere anche Violetta; allora sorrise e disse: – Grazie, mi dia pure del tu, ma io non posso fare lo stesso; lei è un galantuomo, come diceva pure mia madre.
Don Enrico diventò rosso, capì che le parole di Gianni volevano dirgli: è meglio mantenere le distanze; e allora cambiò argomento.
Si rivolse a Margherita che aveva seguito con apprensione il loro discorso e, chiese: – Come mai a quest’ora sei già qui?
– Don Pietro ieri sera mi ha comandato di dirvi se volete venire a pranzo da noi, domani ch’è Pasqua.
Rispose Violetta: – Certo che veniamo, tanto più che Palmira va a Vallo da sua sorella, a passare tre o quattro giorni con lei.
Anche don Enrico fu d’accordo; Margherita e Gianni si alzarono salutandoli, ma prima di uscire Margherita disse a Violetta: – Perchè non vieni stasera, così mi aiuti a preparare per domani?
– Verrei volentieri, ma mio marito deve accompagnare Palmira a Vallo!
– Oh! Se è per questo può venire Gianni, a prenderti col nostro calesse, vero Gianni?
– Certo, io oggi non ho niente da fare e posso venire quando volete.
Allora Violetta si voltò verso il marito e disse: – È bene che vada quando parti tu, così chiudiamo casa e ci vediamo stasera da mio padre.
Don Enrico, seppure un po’ contrariato, accettò. Margherita e Gianni salutarono e andarono via.
Uscirono di casa e trovarono Fido che li aspettava davanti al portone; appena Gianni uscì gli saltò addosso leccandogli le mani.
Don Enrico dalla finestra guardava i due giovani andare via e rivolto a sua moglie domandò: – Ma come mai il cane di tuo padre fa tante feste a quel giovanotto?
– Il cane non è di mio padre, ma di Gianni; da quando è morta sua madre ed è partito per il militare l’ha lasciato presso mio padre.
– Non ha parenti quel giovanotto?
– No – rispose Violetta. Era solo con sua madre ch’è morta sei mesi fa.
– Mi dispiace; – aggiunse don Enrico – è un ragazzo veramente simpatico.
Intanto Margherita e Gianni avevano preso la stessa via che passava attraverso il bosco di castagni: andavano verso casa Lentini senza passare per il paese.
Margherita diede il braccio a Gianni, tanto nessuno li vedeva. Un po’ sorpreso la guardò. Pensò: se non avesse voluto bene a Violetta, avrebbe di certo sposato Margherita; quella ragazza dal viso d’angelo, dallo sguardo semplice e dalla sua fresca persona, si faceva proprio desiderare; ma lei era l’amica più fedele di Violetta; e oltrettutto era la fidanzata di Antonio, il suo più caro amico, perciò doveva rispettarla.
Gianni si fermò, girò lo sguardo verso Margherita e la guardò negli occhi; la ragazza capì cosa pensava e tirando via il braccio gli disse: – Io ti voglio bene più di una sorella, ma anche se l’affetto che sento per te non sembra essere un bene fraterno, dobbiamo rispettarci e rispettare l’amicizia che ci lega. – Così dicendo accarezzò il giovane, che con un gesto spontaneo l’attirò a sé e la baciò dolcemente.
Margherita non si ritrasse, rispose al bacio e come se si fosse un po’ vergognata disse: – Ti ricordi che quella volta nella stalla di don Pietro mi hai respinta? Anche io oggi sono costretta a farlo. Vorrei amarti, perchè ti voglio bene e tu lo sai, ma non posso. Io sono la fidanzata di Antonio e tu ami ancora Violetta.
– Ma Violetta è sposata! – rispose Gianni – e non credo che possa più pensare a me.
Questo lo dici tu. Io ho detto a Violetta “Ti viene a prendere Gianni”, proprio perchè so che lei ama solo te e che nella sua vita non ci sei che tu; anche se è stata costretta a sposare don Enrico dal padre e da te che con il tuo silenzio l’hai ingannata.
Gianni baciò sulla fronte la bella fanciulla: era felice per quello che gli aveva detto.
Poi ripresero a camminare e la ragazza rimise di nuovo il braccio sotto il suo, come se si sentisse protetta e felice.
Tornarono a casa ch’era quasi mezzogiorno e quando don Pietro vide Gianni lo abbracciò.
Il giovane fu felice di quell’accoglienza. Don Pietro gli disse:
– Ormai in questa casa non c’è più allegria; Violetta si è sposata e Margherita da quando è sola non canta più, nemmeno lei; ora mi ha detto anche che vuole sposarsi e mi lasceranno solo. Se almeno ci fossi tu, non sarei abbandonato da tutti!
A Gianni fece pena vedere le lacrime negli occhi di quell’uomo forgiato dalle mille fatiche della montagna; non sapendo cosa dire accennò a Violetta che da quella sera sarebbe stata lì fino alla sera dopo.
L’uomo diventò pallido: come mai Violetta aveva deciso così, se gli portava rancore perchè l’aveva costretta a sposare don Enrico?
Quasi a rispondere alla sua domanda intervenne Margherita: – Don Pietro, sono andata io ad invitarli a nome vostro per domani e Violetta mi è sembrata felice; e poi le ho detto che, visto che don Enrico doveva accompagnare Palmira a Vallo dalla sorella, poteva andare a prenderla Gianni col vostro calesse.
Don Pietro, da quando Violetta s’era sposata, era invecchialo a vista d’occhio, sapendo che sua figlia non l’aveva perdonato per averla forzata a sposarsi contro la sua volontà; pertanto era felice di passare la Pasqua insieme alla figlia.
Durante il pranzo, don Pietro, guardando Margherita, accennò al fatto che lei e Antonio volevano sposarsi e le promise due stanze nella grande casa; così non sarebbe rimasto solo come un cane.
Margherita gli andò vicino e lo baciò sulla guancia. Il suo viso d’angelo sembrò ancora più dolce quando disse: – Non mi costringerete a sposare un uomo ricco e andare lontano da voi; io vi sarò sempre vicino per quello che avete fatto per me.
Sul volto rugato di don Pietro, per la seconda volta apparvero le lacrime.
– Mi sei rimasta solo tu, per questo ti voglio ancora più bene. – Si asciugò le lacrime col dorso della mano, poi presa la bottiglia del vino riempì il bicchiere di Gianni e il suo, e, alzandolo verso il giovane disse: – Che tu possa tornare presto fra noi libero e felice! Io ti aspetto, per fare di te quello che ti dissi alla morte della tua mamma.
L’orologio ch’era attaccato al muro battè le due e don Pietro aggiunse: – Si fa tardi, è meglio che ti prepari per andare a prendere Violetta.
Il giovane non se lo fece ripetere: era impaziente, ma non voleva darlo a vedere.
Attaccò il cavallo al calesse e partì: un quarto d’ora dopo era a «Casa Lembo».
Legò le redini all’anello e bussò, aspettò un minuto che sembrò un’eternità, poi il portone si aprì e vide Violetta ancora con la vestaglia rosa.
– Ma come – disse Gianni imbarazzato – non sei ancora pronta?
– Entra che mi cambio in un attimo.
Il giovane, sempre più a disagio, entrò; si fermò nel salone dove c’era il fuoco acceso nel camino e si aveva la sensazione di stare molto meglio.
Violetta salì in camera sua a cambiarsi. Dopo un po’ sentì che lo chiamava.
Non rispose. Continuando a chiamare la donna gli disse: – Vieni un attimo qui!
Gianni salì la scalinata che in circolo, seguendo il muro, portava alla camera da letto.
La porta era socchiusa. Gianni bussò e Violetta disse: – Entra!
Stava cercando di stringere due nastrini sulla schiena e sembrava non riuscirci da sola.
Si girò verso Gianni e lo pregò che lo facesse lui. Il giovane si avvicinò, prese i due nastrini e cominciò a legarli; il profumo di Violetta lo sconvolgeva mentre aveva il viso a pochi centimetri dal collo di lei.
Legò i nastrini e, mentre stava per tirarsi indietro, Violetta si girò di nuovo verso di lui e si guardarono negli occhi: il loro amore non si era spento con la lontananza.
La giovane spalancò gli occhi come se con lo sguardo volesse rubargli l’amore, allargò le braccia e Gianni, come un bimbo che ritrova la mamma perduta, le si gettò fra le braccia chiamandola con il nome che il suo cuore le suggeriva.
Il letto nuziale che finora non aveva mai sentito i corpi degli sposi, fu finalmente usato.
Gianni e Violetta si amarono come solo chi ama può capire. Si chiesero scusa di tutto quello che per incomprensione e fatalità era successo e si amarono tanto. Quando i loro corpi e i loro sensi furono appagati, il buon senso li consigliò di andare via col calesse a casa di don Pietro.
Per strada Gianni non parlava, si sentiva quasi colpevole di quello ch’era successo fra loro.
Ma Violetta mettendogli una mano sulle ginocchia disse: – Gianni, perchè non mi hai scritto?
Egli le spiegò tutto confidandole che per lui, trovarla sposata, era una cosa peggiore della morte di sua madre.
– Che cosa sarà di noi, quando finito il militare tornerò in paese? E tuo padre, che mi vuole come fattore dei suoi beni!... Io non vorrei ritornare qui perchè sapendoti ancora innamorata di me, finirei per rovinare la tua famiglia e la mia esistenza.
Violetta amava Gianni più della sua vita e si era concessa a lui: non era stato un momento di debolezza, ma uno sfogo del suo grande amore.
Gli disse: – Devi sapere che mio marito, da quando siamo sposati, non è stato ancora a letto con me; dorme da solo nella sua camera dove dormiva da ragazzo; e di questo suo comportamento non mi ha dato ancora spiegazione. Sei l’unico uomo che amo e sarai sempre il solo, perchè io non mi concederò più a nessuno. L’avrei fatto con mio marito, ma ora non so se lo merita, perchè non si sposa una donna solo per fare invidia al prossimo. Ma io ho te, e dovessi tradirlo per tutta la vita, lo farei solo con te, che sei l’unico mio grande amore. – Così dicendo, gli strinse la mano quasi a fargli male.
Attraversarono il paese, la gente li salutava e rimaneva a guardarli; c’era chi sospettava, ma tutti avrebbero visto con più piacere la bella figlia di don Pietro sposata a Gianni, che non con don Enrico Lembo, che, per quanto si comportasse bene e pagasse tutti più del normale, aveva sempre quell’aria da galantuomo che dava fastidio.
Incontrarono la signora Concetta e Gianni fermò il cavallo e la salutò; la donna rispose al saluto e salutò anche la figlia di don Pietro.
Gianni disse alla signora che per il giorno di Pasqua don Pietro l’aveva invitato a casa sua.
– Lo so che con loro stai bene e con piacere; io sarei stata tanto contenta se tu avessi sposato la nostra bella padroncina.
Così dicendo posò una mano sulla gamba di Violetta che arrossì e ringraziando rispose: – Purtroppo noi non possiamo scegliere come fra voi, dobbiamo sottostare a quello che dicono i nostri genitori.
Concetta li salutò e augurò loro buona Pasqua; i due ripresero il cammino mentre la donna li seguiva con lo sguardo, quasi li avesse voluto unire per sempre.
Arrivarono ed entrarono nel cortile della grande casa; don Pietro scese giù e nel vedere la sua cara figliuola, i suoi occhi s’illuminarono.
– Papà! – disse Violetta scendendo dal calesse e correndo ad abbracciarlo; e il padre, guardando Gianni, capì l’errore fatto facendo sposare la figlia contro la sua volontà. In quel momento pensò: se avesse fatto sposare a sua figlia un giovane come Gianni, forse sarebbe stata felice.
Violetta diede il braccio al suo papà e andò su, mentre Gianni levò il cavallo da sotto al calesse, gli tolse tutta la bardatura e lo portò nella stalla, dopo di che andò su pure lui.
Don Pietro e Violetta erano seduti intorno al grande tavolo e arrivava Margherita con bottiglie di rosolio e quattro bicchieri; li posò sul tavolo e li riempì.
Don Pietro alzò il bicchiere e invitando gli altri a farlo, disse: – Auguro a tutti una buona festa per domani; per Violetta, un domani dove possa trovare la felicità che non ha ancora trovato.
Proprio in quell’istante, si sentì bussare alla porta delle scale e poi salire.
Era Antonio, che come tutti i sabati veniva da Margherita. Siccome era festa era venuto prima dell’ora solita. Si aspettava di trovare solo don Pietro e Margherita e invece trovò anche Violetta e Gianni. I due giovani si abbracciarono e Antonio cominciò a fare domande.
Intervenne don Pietro: – Basta con le domande, bevi un rosolio anche tu, oggi e domani è festa grande in questa casa, perciò bando alle malinconie, beviamoci sopra!
Chiacchierarono a lungo, poi Violetta e Margherita se ne andarono in cucina per preparare la cena e altre cose per il giorno dopo. Violetta abbracciò la sua amica e sorella d’adozione Margherita e le disse: – Grazie per avere mandalo Gianni a prendermi; sei ancora più furba di quanto pensassi; oggi, per me, è la più bella giornata da quando mi sono sposata.
– Ti capisco! – rispose Margherita; ho visto felice anche don Pietro e so che se ora potesse, tornerebbe indietro.
– Come posso vivere con un uomo che dorme separato da me e che non amo, pur essendo bravo in tutto ciò che non riguarda l’amore coniugale? È come se non mi fossi sposata. Quando oggi ho visto Gianni, non ho potuto fare a meno di tradire mio marito.
Margherita quella volta fu dura:
– La colpa di tutto è di don Pietro e di tuo marito, che hanno calpestato i tuoi sentimenti; quindi ora non hanno da pretendere di essere trattati meglio di come hanno trattato te.
Intanto, don Enrico che era andato a Vallo ad accompagnare Palmira, ora tornava verso il paese pensieroso e turbato per quello che la stessa gli aveva raccontato.
Quando erano partiti le aveva chiesto chi era quel Gianni Fiore venuto a casa sua con Margherita; e Palmira gli aveva raccontato tutto ciò che sapeva. Gli aveva detto ch’era nato tre o quattro mesi dopo che la madre era arrivata in paese, ma che nessuno aveva mai saputo chi fosse suo padre e da dove venisse. Si sapeva che sua madre veniva da Salerno, ma non altro, perchè la donna, ch’era vissuta per vent’anni e più lavorando come tutti alle dipendenze di don Pietro, era stata esemplare. Nessuno aveva potuto dire niente di male di quella donna, sempre triste e dedita solo alla crescita del suo figlio e al lavoro per mantenersi insieme a lui.
Mentre Gianni era da poco partito per il militare, s’era ammalata di broncopolmonite, malattia mal curata, ed era morta, nonostante don Pietro e il medico del paese vicino avessero fatto di tutto per salvarla. Il giovane era rimasto solo e don Pietro, che aveva avuto sempre un occhio di riguardo per lui, gli si era affezionato ancora di più dopo che Gianni gli aveva salvato Violetta dal fondo del canalone dov’era caduta.
– Ora fa il militare – proseguì Palmira; e fra non molto finirà e tornerà qui a lavorare per don Pietro che ormai, a quello che si dice in paese, gli vuole bene come ad un figlio; anzi si mormora che gli voglia dare in moglie Margherita, la ragazza che da bambina è cresciuta in casa sua, come una sorella per Violetta; ma poi non si sa perchè, Margherita si è fidanzata con Antonio, un ragazzo amico di Gianni che viene dal paese vicino; presto si sposeranno e forse andranno ad abitare nella casa di don Pietro, che altrimenti rimarebbe solo.
Don Enrico pensava a tutto quello che gli aveva detto Palmira, che era sempre bene informata e che da cinquant’anni viveva in paese. Infatti lei era venuta in casa Lembo, quando suo padre si era sposato, quindi voleva bene a don Enrico come ad un figlio, perchè l’aveva visto nascere, crescere e sapeva più o meno tutto di lui.
Per questo era un po’ turbato. Passò per casa sua, prese alcune cose e delle bottiglie di vino ch’erano in cantina da chissà quanto tempo e ripartì col calesse per la casa di don Pietro.
Vi arrivò che ormai era notte ed entrò col calesse nel cortile interno. Le ruote del calesse sul selciato facevano sempre molto rumore con i loro cerchi di ferro, Violetta capì ch’era suo marito e scese giù. Lo salutò che stava legando il cavallo e gli disse: – Sei arrivato in tempo per la cena, prima delle altre volte.
Don Enrico le sorrise, poi le mise un braccio intorno alla vita e così, uniti, salirono le scale ed entrarono nella grande sala dove don Pietro, Gianni ed Antonio stavano seduti.
I due giovani alla vista di don Enrico si alzarono in piedi in segno di rispetto; l’uomo li guardò e disse:
– State comodi
Tese la mano a don Pietro e gli chiese come stava, poi guardando Gianni sorrise e rispose al saluto.
Don Pietro gli presentò anche Antonio: – È il fidanzato di Margherita e presto sarà suo marito.
Don Enrico ed Antonio si strinsero la mano e mentre Violetta andava in cucina, suo marito si mise a sedere insieme agli altri intorno al grande tavolo.
Don Pietro gli versò da bere ed egli, con il bicchiere in mano, guardava Gianni.
Il giovane se ne accorse, sentendosi in colpa per ciò che era accaduto durante la giornata e che solo lui, Violetta e Margherita sapevano.
Don Pietro era felice: nella sua casa dopo tanto, c’era un po’ di armonia e di festa. Disse: – Che ne direste, di fare una partita a carte in attesa della cena? – Si guardarono stupiti da quella trovata, ma accettarono.
In quei paesi un uomo che non sapeva giocare a carte era una rarità. Fecero le coppie: vecchi contro giovani. Don Pietro mischiò le carte e le distribuì; giocavano a tresette e durante la serata Gianni e Antonio, che si conoscevano bene nel gioco come nella vita, aiutati anche dagli sbagli di don Enrico meno pratico di loro, vinsero sempre. Nonostante don Pietro perdesse si divertì moltissimo: erano anni che non giocava a carte, anche se, dal vedere come giocava, doveva essere stato un giocatore molto abile da giovane.
Si divertirono molto, quasi non volevano cenare al momento che la cena era pronta, ma Margherita che si sentiva un po’ padrona di casa, disse: – Se non volete mangiare, apparecchio in cucina e mangiamo io e Violetta.
Don Pietro rise forte e guardando gli altri concluse: – Da quando si è sposata Violetta, nella casa è diventata la padrona e a me non resta che ubbidire.
Seguì una risata di tutti. Cenarono e parlarono ancora di gioco e don Enrico, che non aveva mai parlato della sua vita in America, aggiunse:
– Là non si gioca a tresette ma a Poker, con carte diverse da queste.
Poi prese una bottiglia di quelle da lui portate e l’aprì, fece portare dei bicchieri puliti, li riempì, ne diede uno a testa e, in piedi, alzò in alto il suo bicchiere e fece un brindisi:
– “Auguro felicità ai giovani e lunga vita agli anziani” e tutti in piedi, portando il bicchiere verso quello di don Enrico brindarono.
La serata finì lì, Antonio che abitava al paese vicino uscì per primo, salutò tutti andò via. Don Pietro chiese a don Enrico che Violetta restasse, così l’indomani mattina, con Margherita, avrebbero preparato con comodo il pranzo di Pasqua per tutti.
Don Enrico ne fu contento e sfiorata la guancia di Violetta con un bacio, salutò tutti uscendo. Insieme a lui uscì anche Gianni dopo aver salutato don Pietro e le due giovani donne.
Augurando buona notte a don Enrico si avviava verso il portone. – Se vai a casa posso darti un passaggio sul calesse, tanto devo passare per il paese per andare a casa mia.
Gianni non voleva per tante ragioni, ma don Enrico insistette ed egli fu costretto ad accettare. Salirono sul calesse. Per strada non parlava nessuno; ad un tratto l’uomo chiese al giovane quando avrebbe finito di fare il militare; poi continuando: – Senti, io ti do del tu perchè mi sei simpatico e vorrei che alla fine del servizio militare venissi a lavorare da me; se ti va, ti pago bene: ho bisogno di uomini seri per mandare avanti il lavoro.
Gianni sospettò qualcosa; come mai quella grande fiducia in lui se appena lo conosceva? Lo ringraziò e precisò che don Pietro ci teneva molto che lui lavorasse dove aveva sempre lavorato, che lo aveva aiutato anche quando sua madre stava poco bene e che, per riconoscenza, non lo avrebbe mai abbandonato.
Allora cambiò discorso: – Come mai tua madre non ti ha detto chi era tuo padre?
Gianni non rispose: quell’uomo s’impicciava di cose che non lo interessavano.
Don Enrico capì e disse: – Oggi Palmira mi ha parlato di te e di tua madre e io ero curioso di sapere da te qualcosa di più; ti chiedo scusa, non volevo rattristarti né offenderti.
Gianni, quasi per farsi perdonare, rispose: – Lo so che ognuno vorrebbe sapere chi era mio padre, ed io vorrei saperlo più di tutti, purtroppo non so niente; mia madre ha portato il suo segreto nella tomba. – Poi asciugandosi una lacrima improvvisa, proseguì: – Quanto bene deve avergli voluto mia madre, se per vent’anni ha sofferto e lavorato senza mai dire una parola cattiva nei suoi confronti! Io stesso non biasimo mio padre, perchè se mia madre non ha mai fatto il suo nome, vuol dire che sapeva che pur volendole bene non poteva sposarla. Mi disse solo che non era in paese e che lei, per il resto della vita, ha diffidato sempre dei galantuomini. Mia madre era molto bella e molti uomini del paese l’avrebbero sposata, pur sapendola con un figlio e senza marito.
Il giovane si passò una mano sulla fronte quasi a scacciare tristi ricordi, poi, vedendo che erano nelle vicinanze della sua casa, disse: – Don Enrico, grazie del passaggio, io sono arrivato! – Si salutarono.
L’indomani, giorno di Pasqua, festa meravigliosa nei piccoli paesi, tutta la gente vestita per bene si recava a messa e sulla piazza era un continuo scambiarsi di auguri, perchè la gente si conosceva tutta e tutti si volevano bene. Gianni si alzò non troppo tardi e sentì grattare alla porta: era Fido che la sera prima, quando andati via tutti, don Pietro era sceso a chiudere il portone, era rimasto fuori ed era scappato a casa del suo padroncino.
Il giovane aprì e Fido facendogli mille feste dava a capire quanto gli volesse bene.
Gianni si lavò, si vestì e lasciandolo sul pianerottolo di casa, tanto, se il cane voleva sapeva dove trovarlo, uscì per recarsi in paese.
Non andò verso la chiesa come prima aveva deciso, ma si recò al cimitero.
Vi giunse e già alcuni congiunti dei defunti erano a far visita ai loro cari che erano passati a miglior vita.
Si recò verso il luogo ove era sepolta la madre. Nell’avvicinarsi notò qualcosa di strano: sulla tomba c’erano dei fiori; si avvicinò, s’inginocchiò e baciò la croce alla testa della tomba, rimase un po’ in preghiera, poi asciugandosi le lacrime tornò a guardare i fiori: erano freschi ed erano tanti. Gianni pensò a chi poteva averli portati lì.
Pensò a Violetta, ma lei glielo avrebbe detto; a don Pietro, ma nemmeno lui lo avrebbe fatto, a Margherita non pensava. Ma allora chi, si era ricordato di quella donna se nemmeno suo figlio le aveva portato dei fiori?
Si guardò intorno, tutte le persone che stavano lì le conosceva; e solo qualcuno aveva portato dei piccoli mazzi di fiori, la maggior parte accendeva dei lumini sulle tombe. Si sentì chiamare a bassa voce: era Concetta, la vicina amica di sua madre, che lo salutò e guardando i fiori sulla tomba disse:
– Hai fatto bene a portarglieli, se li meritava – Gianni non le disse che non sapeva chi li avesse portati e, stringendo la mano a quella donna che gli ricordava con gioia la sua mamma, la salutò e rimase ancora in solitaria meditazione sulla tomba.
Quando andò via gli sembrò di sentirsi osservato, ma era la sua immaginazione.
Tornò di nuovo in paese e si recò verso il centro, dove sorgeva la chiesa ove tutti si radunavano per ascoltare la messa solenne del giorno di Pasqua.
C’era molta gente e quasi tutti si scambiavano gli auguri di Pasqua. Gianni chiacchierava con un gruppo di giovani amici, quando il rumore di un calesse lo fece voltare. Era don Pietro che con Violetta e Margherita si recava a messa.
Gianni si scusò con gli amici, li salutò e andò verso il calesse che si era fermato dalla parte posteriore della chiesa.
Don Pietro era sceso per primo e stava legando il cavallo, mentre Violetta e Margherita si accingevano a scendere.
Il sorriso luminoso di Violetta illuminò il cuore di Gianni che andò direttamente verso di lei. Le strinse la mano per gli auguri e sentì una dolce stretta nel cuore.
Poi fece gli auguri a Margherita e infine a don Pietro che, legato il cavallo, era andato dai giovani.
Quasi senza parlare si diressero verso l’ingresso della chiesa e videro arrivare Antonio che, fatti gli auguri a tutti, si pose a fianco di Margherita ed entrò con loro.
La messa era appena iniziata quando arrivò don Enrico, il quale andò a sedersi accanto a sua moglie senza dire alcuna parola.
Finita la messa uscirono e sul sacrato si scambiarono gli auguri con amici e conoscenti; poi andarono via verso casa Lentini. Don Pietro, Margherita e Antonio su di un calesse e don Enrico, Violetta e Gianni su di un altro.
Violetta era seduta fra i due uomini, Gianni sentiva il calore del suo corpo ed era turbato dalla vicinanza di don Enrico.
A casa, Violetta e Margherita, si diedero da fare in cucina mentre gli uomini si misero a chiacchierare sul balcone della grande sala.
Don Pietro propose di riprendere la partita a carte sospesa la sera prima, per la cena.
Si misero a giocare a coppie identiche alla sera prima, e come previsto, don Pietro e don Enrico persero di nuovo.
Venne l’ora del pranzo e Antonio, con disappunto dei presenti, in special modo di Margherita, dovette andare via perchè a casa lo aspettavano, ma promise che subito dopo sarebbe ritornato.
Il pranzo si svolse con grande allegria; don Pietro si sentiva felice di avere Violetta in casa, che, oltre tutto, sembrava contenta anche lei, ma la sua felicità veniva dalla presenza di Gianni.
Il giovane soffriva moltissimo nel sapere che lo amava ma era sposata con un altro, anche se, caso strano, non sentiva nessun rancore per l’uomo che aveva sposato la sua ragazza.
Dopo pranzo tornò Antonio, mentre le donne sfaccendavano in cucina gli uomini ripresero a giocare a carte; la cosa più bella fu che don Pietro e don Enrico vinsero una partita.
Le donne invece dopo aver lavato piatti e stoviglie per due ore, tornarono in sala. Violetta disse: – Non vorrei che tutta la serata la passaste giocando a carte, mentre noi stiamo a guardare.
– Giusto – rispose don Enrico, poi guardando don Pietro e gli altri proseguì: – Perchè non andiamo a casa mia a bere qualcosa? Poi, magari, si rimane a cena lì – Tutti ne furono contenti.
Vi giunsero e don Enrico, aiutato da Antonio, si diede da fare per accendere il camino; non faceva freddo, ma s’incominciava a sentire il fresco della sera.
Si sedettero tutti intorno al camino e chiacchierarono a lungo, poi cenarono con del salame e altra roba asciutta e bevvero del vino stravecchio che dava una certa allegria.
Si fece tardi e don Pietro, salutati don Enrico e Violetta, insieme a Margherita, Antonio e Gianni, andò via.
Violetta sembrava quasi eccitata, a causa del vino, e forse pensando a Gianni accarezzò distrattamente l’uomo sulla guancia.
Era un gesto che non faceva mai, perchè anche se rispettava suo marito non lo amava. L’uomo si stupì, la guardò e le prese la mano che lo accarezzava. Violetta quasi si pentì, tuttavia sorrise.
Don Enrico si portò di nuovo la mano della moglie sul viso e poi alle labbra, sfiorandola con un bacio.
Violetta sorrise e, suo malgrado, sentiva la sua eccitazione farsi più forte: gli si avvicinò e con l’altra mano lo accarezzò di nuovo.
L’uomo a questo punto si fece serio; prese tutte e due le mani della donna, le strinse nelle sue e mentre le portava alle labbra e vi deponeva un bacio, ebbe una specie di singhiozzo e due lacrime bagnarono le sue guance.
Violetta non capiva perchè suo marito agisse così; erano sposati da parecchio tempo, eppure non era mai andato a letto con lei, né avuti mai rapporti intimi.
Ma quella sera lei si dimostrava disposta e lui invece piangeva.
Le sembrò molto strano e forse don Enrico capì e pensò che era giunto il momento di dare delle spiegazioni del suo comportamento.
Attirò a sé la donna, l’abbracciò, la tenne stretta nelle sue ancora forti braccia; la baciò sui capelli e poi disse:
– È ora che tu sappia tutto di me, anche se è troppo tardi per tornare indietro
L’uomo si rilassò, la donna si staccò da lui ma il suo sguardo rimase fermo sul viso del marito che tirò un sospiro e riprese a parlare: – Io sono stato, come tu sai, più di vent’anni in America; da giovane, oltre che lavorare tanto, qualche volta ho anche cercato l’avventura, come fanno tutti e nessuno lo dice.
Tutti i sabati andavo nelle case chiuse e lì passavo la serata; non mi volevo legare ad una donna per tutta la vita, andavo lì, ne sceglievo una e la serata passava così.
Questo è stato per anni; all’improvviso, proprio da una di queste donne, ho contratto una malattia venerea; e dopo cure molto dolorose e molto lunghe sono guarito ma – e si fermò come per riprendere fiato – sono rimasto impotente e mai più potrò avere rapporti fisici con le donne.
Lasciò le mani di Violetta e si coprì il viso; si vergognava del suo stato fisico, ma più di quello si vergognava di aver sacrificato la vita di Violetta al suo orgoglio, per poter dire: “ho sposato la donna più bella e più ricca del paese”.
Alzò il viso verso il volto pallido e mortificato di sua moglie e l’abbracciò chiedendole perdono con le lacrime.
Violetta si alzò dal divano dov’era seduta accanto a lui e prima di giungere in camera da letto, si girò: don Enrico la guardava. Gli chiese scusa se andava a letto, ma era stanca e le emozioni della giornata l’avevano ancora più stancata.
Gli fece pena quell’uomo e gli sorrise.
Entrò in camera, senza svestirsi si buttò sul letto e piangendo sulla sua sorte si addormentò.
Passarono due giorni; il terzo don Enrico si alzò di buon mattino, mise il cavallo sotto il calesse, salutò Violetta e partì per andare a Vallo a prendere Palmira come le aveva promesso.
La moglie, per non restare sola, decise di andarsene da Margherita a casa di suo padre, con la speranza di vedere Gianni, che dopo gli ultimi avvenimenti e rivelazioni sentiva di amare ancora di più.
Era una bella giornata dell’inizio della primavera e a quell’ora si sentiva addirittura il calore gradevole del sole.
Mise una camicetta a fiori e una gonna leggera ed uscì. Prese la via che costeggiava le montagne e non la strada solita che facevano col calesse, che era migliore ma più lunga e passava per il paese.
Era circa a metà strada, quando sentì un cane abbaiare nella direzione della via che lei stava percorrendo; la voce del cane sembrava quella di Fido e, sapendo che Margherita quando andava da lei lo conduceva con sè per compagnia, le venne da ridere, pensando che tutte e due avessero deciso di farsi visita reciprocamente. Accelerò il passo, ansiosa d’incontrare Margherita alla quale raccontare l’ultima sua disavventura o fortuna, perchè non sapeva se era un bene o un male l’impotenza di don Enrico.
Alla prima curva della via scorse Fido, il quale vedendola le corse incontro felice, ripartendo veloce per la strada da dove era venuto.
Violetta sentiva il rumore dei passi della persona che le andava incontro, ma c’era una svolta e non vedeva. Ed eccola davanti a lei: era Gianni.
I due giovani si fermarono a guardarsi quasi increduli: nessuno dei due si aspettava di incontrarsi lì. La foresta di castagni, in quel punto, era molto fitta e nell’ombra non notarono la gioia che si dipinse nei loro occhi.
Si avvicinarono sorridenti, senza salutarsi, come se per loro quello fosse stato un appuntamento premeditato e si abbracciarono.
Fido era tornato indietro, lo si sentì abbaiare più in alto sulla montagna; seguiva la passata della volpe, lui ch’era un cane da caccia.
Senza dire una parola, rimasero abbracciati; Gianni teneva stretta Violetta che, avendo solo una camicetta molto aderente, gli offriva le sue fattezze morbide come se gli accarezzasse il corpo.
Il giovane la guardò negli occhi e vi lesse il suo desiderio. Anch’egli sembrava impazzire d’amore. Si sedettero sotto una grande pianta e mentre le felci verdi facevano loro da giaciglio, l’amore ancora fioriva “all’ombra dei castagni”.
Restarono lì per parecchio tempo. Gianni stava sdraiato con la testa sulle gambe di Violetta; questa, seduta per terra, lo guardava quasi senza parlare, mentre gli accarezzava il viso bello e simpatico.
Ad un tratto le lacrime cominciarono a scendere sulle guance e Gianni, rimettendosi a sedere, chiese con apprensione perchè piangesse.
Violetta non poteva più tenere il suo segreto e raccontò a Gianni tutto ciò ch’era successo fra lei e don Enrico la sera di Pasqua.
Gianni l’abbracciò di nuovo. Rimasero lì finché non tornò Fido, che aveva sperso la volpe sulla montagna.
Rialzandosi si abbracciarono ancora: era bello amarsi così, dolcemente.
Poi Gianni domandò: – Come mai stavi venendo da queste parti?
– Beh, veramente io mi recavo a casa di mio padre e poi, in qualche modo, avremmo trovato il sistema d’incontrarci. Gianni la baciò di nuovo, l’amava tanto che avrebbe veramente dato la vita per quella donna; invece doveva rubare il suo amore.
Scesero giù sulla via e Violetta decise di ritornare a Casa Lembo, tanto il suo Gianni lo aveva visto e per di più si erano amati.
Stringendosi le mani e baciandosi dolcemente si separarono. Violetta volle che Gianni le promettesse di passare a salutarla prima di ripartire per il militare; e aggiunse:
– Credo che farà piacere anche a mio marito che, non ho capito perchè, ma ti stima moltissimo, e ho quasi la sensazione che ti voglia bene.
Venne il giorno della partenza. Gianni si recò a salutare don Pietro e Margherita e poi, a Casa Lembo, Violetta e don Enrico il quale rimase contento di vederlo. Mentre Gianni stringeva la mano egli lo abbracciò e disse: – Ricordati, quando torni da militare, se vuoi, puoi lavorare per me, senza per questo fare un torto a don Pietro.
Il giovane rimase stupito per l’abbraccio ed anch’egli, come Violetta, ebbe la sensazione che l’uomo gli volesse bene.
Pensò: “forse gli voleva bene per il fatto che aveva salvato Violetta dal fondo del canalone, ma non gli sembrò una ragione giusta”; con questi pensieri era ripartito per Bolzano. Aveva salutato Antonio che lo aveva accompagnato alla stazione di Agropoli per prendere il treno e gli aveva fatto gli auguri per il suo matrimonio con Margherita; come previsto, si sarebbero presto sposati e sarebbero andati a vivere nella casa di don Pietro, come l’anziano genitore di Violetta aveva promesso.
Arrivò in caserma e riprese la vita solita: esercitazione militare senza nessuno interesse per quella vita che sarebbe presto passata.
Scrisse molte volte ad Antonio per sapere come andavano le cose, ma non scrisse mai a Violetta, per paura che in un modo o nell’altro don Enrico venisse a sapere dell’inganno di sua moglie.
Antonio lo teneva al corrente di tutto e gli scrisse anche Margherita: gli parlò come se le parole fossero suggerite da Violetta, e Gianni, rileggendo la lettera, capì da alcune frasi che ella fosse presente mentre Margherita scriveva.
Gli piaceva leggere la lettera di Margherita; amava Violetta, altrimenti l’avrebbe sposata. Gli scrisse che il suo matrimonio era fissato fine giugno; così lei ed Antonio coronavano il loro sogno d’amore.
Quella sera Gianni pensò lungamente alla donna che amava; promise a sè stesso che non si sarebbe mai sposato, che avrebbe solo elemosinato il suo amore. Gli venne in mente quando Violetta voleva che Margherita lo sposasse, come imposto da don Pietro, lei che poi con il consenso di Margherita, era amata da lui. Una storia assurda che si ripeteva con altre persone, ma con le stesse conseguenze.
Pensò al suo amore rubato, che nonostante tutto era bello; anche se faceva torto a qualcuno, egli sentiva di avere dei diritti umani sulla donna che saltuariamente rubava a chi poteva dare solo amore esteriore.
Pensò anche a don Enrico alla sua persona così perfetta esteriormente, al suo modo di fare sempre giusto, anche se con una certa dispendiosità che a volte sembrava offensiva.
Ma non biasimava quell’uomo che gli aveva rubato la sua Violetta, anzi gliene era quasi grato per il fatto che la sua impotenza la rendeva più disponibile; se Violetta avesse sposato un giovane in perfetta efficienza avrebbe anche potuto dimenticare il suo amore; per questo, si sentiva quasi grato a don Enrico e alla sua impotenza.
Passò giugno e a metà luglio ebbe una breve licenza ch’era la sua ultima prima del congedo militare.
Arrivò a casa durante il raccolto del grano, a fine mietitura e a inizio battitura.
Si faceva la battitura del grano nel podere, accanto a casa Lembo, e don Enrico con tutti i suoi coloni era lì perchè il grano raccolto al limite dell’aia era molto. Dalle “casazze”, così si chiamavano gli enormi mucchi di grano mietuto, raccolto in covoni e poi messo su a forma di casa, si vedeva un simulacro di croce con un quadrato intorno fatto con canne e spighe. Si chiamava il "S. Martino" ed era messo proprio sul colmo centrale della "casazza" di grano, come a protezione e come segno di fede dei contadini di quel tempo.
Dal numero delle «casazze» si poteva desumere che la battitura sarebbe durata più giorni; quindi un colono aiutava l’altro e i giorni che impiegavano di solito erano molti.
Don Enrico era sempre presente sul lavoro; quando il giorno prima Gianni era passato a salutarlo insieme a Violetta, gli aveva detto se voleva aiutarli, perlomeno sarebbero stati una giornata insieme.
Gianni lo ringraziò, ma disse:
– Devo andare a passare una giornata con Antonio e Margherita che mi hanno invitato a casa di don Pietro, dove ora vivono insieme da sposati; se non vi dispiace verrò il giorno dopo.
La mattina Gianni andò di buon’ora a casa di don Pietro e vi trovò solo Margherita; Antonio era uscito col padrone molto presto per la battitura del grano nei vari poderi della bassa montagna.
Uscivano sempre insieme e tutto il giorno lavoravano con vari coloni.
Margherita si avvicinò a Gianni e come se il giovane l’attraesse in modo particolare lo abbracciò.
Lo aveva amato nel suo pensiero per molto tempo e, come già detto, le si era addirittura offerta, e Gianni, con molta onestà l’aveva respinta, senza per altro offenderla.
Ora però, aveva per lui un amore diverso; gli disse: – Non aver paura, non voglio tentare niente, perchè ami Violetta e io ho sposato Antonio, ormai sono una donna e forse presto sarò pure mamma. Se ti abbraccio, è perchè voglio ringraziarti per avermi presentato un uomo come mio marito che è il migliore che potessi avere nelle mie condizioni. – E si guardò la gamba menomata.
Gianni le sorrise, le prese il viso d’angelo fra le mani e dandole un bacio con affetto fraterno sulla guancia, rispose: – Tu lo meritavi un uomo come Antonio, e io sono felice di questa tua felicità.
– Grazie, adesso ascoltami bene: hai presente la sorgente lontana cinquecento metri dalla casa di don Enrico Lembo?
– Sì! – disse Gianni – me la ricordo, è quella dove c’è una grande vasca sempre piena d’acqua che serve ad innaffiare l’orto sottostante?
– Esatto. Oggi, a mezzogiorno, Violetta andrà lì a prendere del vino messo dentro a dei bottiglioni al fresco nella vasca; tu vai ad aspettarla lì.
Gianni la guardò e rispose: – Ma a te chi l’ha detto?
– Senti, tu le vuoi bene?
– Sì – rispose prontamente Gianni.
Violetta mi ha detto l’altro ieri che il vino in quell’acqua diventa più dolce dell’amore; e siccome l’amore suo sei tu, allora vai e aspetti.
Gianni arrossì e capì che Violetta le aveva raccontato tutto, dell’impotenza di don Enrico e forse anche dell’incontro quasi casuale con lei avvenuto due giorni dopo Pasqua.
Margherita baciò ancora Gianni che si sentiva quasi stordito dagli avvenimenti, e dandogli uno schiaffo carezzevole disse: – Vai, che l’amore non può aspettare quando il cuore lo desidera.
Il cane lo vide uscire dalla piccola porta ricavata nel grande portone, e quando il giovane sparì alla sua vista, incominciò a guaire come se avesse provato dolore perchè il padrone non lo aveva portato con lui.
Gianni s’avviò di buon passo verso la sorgente e vi arrivò molto prima che qualcuno venisse a ritirare il vino messo in fresco.
I bottiglioni erano lì, in un paniere legato con una corda, stavano attaccati proprio sotto l’acqua che sgorgava dalla roccia.
Passò circa un’ora prima che Gianni sentisse un rumore che veniva da lontano; non si distingueva bene, ma si sentiva qualcuno che cantava avvicinandosi alla sorgente.
Il canto si avvicinava e quella voce gli faceva battere il cuore in modo più accelerato.
Era la voce di Violetta, che egli sentiva gioiosa come quando batteva le castagne e lei, con le altre donne, le raccoglievano e cantavano.
La canzone era meravigliosa, sembrava un preludio all’amore; nella frescura che regnava intorno alla sorgente, le parole e il canto rendevano un paradiso quel posto «all’ombra dei castagni».
Violetta apparve e pur senza vederlo avvertiva la sua presenza, forse perchè aveva notato che nessun uccello era intorno all’acqua come sempre, nei mesi estivi.
La giovane aveva una paglietta a larghe falde sulla testa, una camicetta a mezze maniche molto scollata, forse troppo, molto aderente che dimostrava tutta la sua maturità di donna. Il suo viso era abbronzato e tutto il suo corpo rappresentava un desiderio d’amore represso e atteso.
S’inginocchiò davanti alla sorgente dove sgorgava l’acqua limpida e fresca e si lavò le mani; ponendole insieme, le riempì di acqua, le portò alle labbra e si dissetò; il viso si addolcì dopo aver levato l’arsura della sete, ma si notava che le era rimasta l’arsura dell’amore.
Gianni non si mosse da dov’era seduto, gli piaceva guardare, non visto, come facesse la sua dolce compagna d’amore.
Violetta si mise seduta sul bordo della vasca e levatisi gli zoccoli che aveva ai piedi, infilò le gambe nell’acqua fino alle ginocchia, come per attenuare il fuoco dell’amore che le ardeva il cuore.
A questo punto Gianni tossì e si alzò, come per dire “sono qui”. Violetta sembrò sorpresa, ma il suo viso tradiva le sue parole quando disse: – Come mai sei qui?
Gianni rispose: – Sinceramente, ti stavo aspettando.
– Sapevi che venivo qui? – replicò Violetta.
Certo, me l’ha detto Margherita! rispose il giovane. Violetta, che amava Gianni più della sua vita, si vergognò di aver finto di non sapere.
Poi staccato il paniere dalla corda lo tirò fuori dall’acqua e andò verso Gianni.
Egli era nell’ombra e di lì si poteva vedere chi veniva alla sorgente, senza essere visti.
Appena vicino, la giovane posò il paniere col vino e l’abbracciò. Gianni la indusse a sedere e le si pose accanto: la baciava con bramosia e solo allora Violetta sembrò ritrovare se stessa, la sua dolcezza, il suo amore sano e vivo, il palpitare del suo corpo desideroso d’amore.
All’improvviso si sentì un rumore, come se qualcuno si avvicinasse a cavallo per il viottolo che conduceva alla sorgente.
– Mio marito! – disse Violetta sussultando, tornando con consapevolezza alla realtà e al pericolo di essere scoperta.
– Vai via, io so come fare per dimostrare il tempo in più che sono rimasta qui.
Il giovane risalì di corsa per il bosco soprastante e cercando di fare il meno rumore possibile, mentre Violetta rimasta lì, pensò un po’ e poi decise. Prese il paniere per il manico e si buttò nella vasca piena d’acqua ch’era profonda più di un metro. Attraversò la vasca ch’era molto larga e andò a risalire dall’altra parte dove era la sorgente.
S’era tolta la camicetta e stava strizzandola, era rimasta solo col reggiseno e la gonna bagnata.
Dal viottolo spuntò don Enrico sul suo cavallo bianco.
Nel vederla tutta bagnata capì subito quello che Violetta voleva che capisse. Scese subito da cavallo e si precipitò verso la moglie che, guardandolo, sorrise.
– Mi sono sporta un po’ troppo e sono finita nella vasca, ora sto cercando di strizzare i panni per rimetterli di nuovo. Don Enrico la guardò, Violetta era solo col reggiseno e la gonna bagnata che era diventata trasparente; sembrava una sirena sgorgata dalle acque della montagna.
Rimasero un po’ lì, don Enrico l’aiutò a montare a cavallo, le diede il paniere col vino, poi montò pure lui dietro la donna e andarono via verso «casa Lembo».
Gianni ch’era fermo ad un centinaio di metri più su, nel bosco, seguì la scena e quando Violetta e il marito sparirono alla sua vista, ritornò sulla via e fece ritorno a casa Lentini.
Era quasi ora di pranzo quando vi arrivò, e Margherita gli corse incontro per sapere come era andata.
Sembrava quasi che si divertisse quando Gianni raccontò brevemente il fatto, ma alla fine si commosse.
– Mi dispiace che per amarvi dovete correre dei rischi così grandi, ma io non posso fare altro. Per voi darei la vita, ma io stessa ci andrei di mezzo se don Pietro e don Enrico sapessero che vi aiuto a vedervi.
Gianni accarezzò il bel viso di Margherita e la guardò negli occhi. La giovane, dopo sposata, era ancora più bella e per un istante provò la sensazione di desiderarla.
Si mise a sedere e aspettò che arrivassero don Pietro ed Antonio.
Arrivarono di lì a poco; da come erano sudati, si capiva che il lavoro che facevano doveva essere molto faticoso. Si misero a tavola e pranzarono chiacchierando del raccolto dell’annata ch’era molto buono, perchè la stagione era stata ottima per il grano.
Don Pietro e Antonio, il padrone di tante terre e l’aiutante preferito. A Gianni sembrò che in quella casa fosse tornata l’allegria; si sentiva quasi un estraneo, anche se don Pietro e gli altri gli mostravano grande affetto.
Quest’ultimo ad un certo punto, gli disse:
– Ora che c’è Antonio con me, le cose sembrano che vadano meglio; spero che tu finisca presto il militare, così in tre faremo grandi cose. – Gianni avrebbe voluto quasi dirgli che don Enrico gli aveva offerto lo stesso posto che gli offiva lui, ma aveva paura di offenderlo.
Margherita a quei discorsi non rispondeva, non aveva occhi che per Antonio e Gianni; si vedeva che amava suo marito, ma in fondo al suo cuore c’era sempre posto per Gianni.
Finirono di mangiare e don Pietro disse: – Io vado un po’ a riposare, più tardi torniamo sull’aia per vedere come vanno i lavori.
Antonio guardando Gianni precisò:
– Con don Pietro si lavora bene, lo stimano e lo rispettano tutti ed egli merita la stima e il rispetto di tutti; io sono contento di lavorare con lui. Dovrei ringraziarti per avermi presentato una donna così cara come Margherita; così dicendo passò un braccio intorno alle spalle della moglie che gli stava accanto, che lo guardò e gli sorrise.
Gianni quasi invidiò la loro felicità, egli che era costretto a rubare un po’ d’amore, facendo più male che bene sia a sè che agli altri.
Don Pietro e Antonio uscirono e Gianni si apprestava a farlo, ma Margherita gli disse:
– Ritorna qui stasera, che ci fa sempre piacere rivederti.
Gli stava vicino, lo guardò con quegli occhi limpidi e sinceri e in un momento di gioia profonda lo prese per una mano, lo tirò a sé e lo abbracciò.
– Margherita, ma che fai? – disse il giovane.
Con Antonio sono felice, ma avrei voluto sposare te, perchè ti voglio tanto bene.
Il giovane la strinse a sé, la baciò dolcemente e rispose:
– Io ti ringrazio per quello che mi dici, ma lo sai che non è possìbile amarci; ti voglio bene più che una sorella, ma devi capirmi.
Lo so! – disse Margherita – non possiamo tradire gli altri due che ci amano, scusami ancora. – Andò via. Gianni uscì molto turbato, nel suo intimo non riusciva a capire il bene di Margherita; non sembrava più un bene da sorella, ma egli non voleva guastare né la sua amicizia né l’amore di Violetta.
Quella sera rimase a casa sua, non andò da nessuno; era troppo turbato e andò a dormire presto, perchè la mattina dopo doveva alzarsi di buon’ora per andare ad aiutare don Enrico e i suoi collaboratori.
Al mattino, Gianni, lavandosi il viso con l’acqua fresca, ricordò la sorgente del giorno prima e il bagno di Violetta per nascondere la perdita di tempo a don Enrico.
Si vestì in fretta e andò verso «casa Lembo». Vi arrivò che già i coloni stavano per finire di disporre i covoni di grano sull’aia e i buoi erano già pronti, attaccati al giogo, per tirare una grossa pietra di tufo a forma di ferro di cavallo; la pietra aveva un foro sulla parte anteriore da cui usciva un paletto di legno al quale era attaccata una fune di circa un metro di lunghezza con l’altro capo legato al giogo. La grossa pietra di tufo prendeva il nome di «triglia» ed era trascinata dai due buoi sui covoni di grano predisposti tutti in un certo modo, in circolo sull’aia.
Un uomo portò i buoi facendoli passare sopra il grano così predisposto; cominciarono a saltare fuori i primi chicchi che nelle prime luci del mattino sfavillavano al sole come l’oro.
I buoi giravano sull’aia guidati dalle mani esperte dei contadini. Tutto procedeva bene e Gianni aiutava; di quel lavoro era pratico perchè lo aveva fatto sempre con don Pietro; aiutava e dava il cambio nel menare i buoi sul grano, come si diceva allora.
Era sempre bello vedere quel lavoro: i contadini, con le «forche», (le forche erano dei tridenti fatti con rami di olmo opportunamente formati sulle piante quando queste erano ancora giovani), raccoglievano i piccoli fasci di grano che i buoi con la «triglia» trascinavano al limite dell’aia.
Ad una certa ora, mentre uno rimaneva a girare coi buoi sull’aia, gli altri si raccoglievano sotto un albero molto ombroso e lì, su di una tovaglia stesa per terra, si faceva «merenda». La merenda era la solita di tutti gli anni in quel giorno: era sempre a base di insalata di pomodori con cipolle e cetrioli; dopo, come si usava per tradizioni forse centenarie, si mangiava del guanciale di maiale affumicato e stagionato da sette mesi, oppure del capocollo (lonza) sempre di maiale, con un piacere e un gusto che non bastano le parole per farlo capire a chi non l’ha mai mangiato in quelle occasioni.
Avevano appena finito di fare la «merenda», che arrivò don Enrico con Violetta; salutarono Gianni fra tutti e lo chiamarono presso di loro.
Don Enrico sembrava felice di vederlo e anche Violetta lo era, solo che lei non poteva dimostrarlo.
Don Enrico gli disse: – Senti, ti devo chiedere un favore; stanotte, la volpe ha fatto visita al nostro pollaio e di galline vive ne sono rimaste poche.
Io non so cosa fare, perchè sono poco pratico di queste cose; ma tu sei un cacciatore e a quanto ho sentito dire sei pure bravo; perciò senz’altro sai come ammazzare questa volpe.
Gianni guardò Violetta e poi rispose: – Basta farle la posta stasera, perchè se stanotte non è stata disturbata e sa che nel pollaio ci sono altre galline, quasi sicuramente verrà. Perciò basta appostarsi nel fienile di fronte al pollaio e da lassù, con la luna che c’è adesso, di sera, si vedrà abbastanza bene per poterla sparare.
Don Enrico era contento di conoscere quanta esperienza avesse quel giovane e aggiunse: – Io stasera vado a Vallo perchè devo vedere quelli che ci comprano il grano, per contrattarlo e avvisarli per quando devono venire a prenderlo; mi fermo lì e domani tornerò. Se a te non dispiace, puoi fare tu la posta alla volpe che senz’altro spari meglio di me che, fra l’altro, non ho nemmeno un fucile.
Gianni accettò volentieri, perchè per lui la caccia era qualcosa che aveva nel sangue e sentiva proprio il desiderio di ammazzare quella bestia. Consigliò: – Se la volpe ha lasciato delle galline morte accanto al pollaio, non levatele, così verrà di sicuro.
Violetta lo salutò e andò via, mentre don Enrico, mettendosi a sedere sotto una pianta a un lato dell’aia, bevve un bicchiere di vino offerto dai suoi coloni.
Gianni aiutava gli altri contadini nel lavoro sull’aia e don Enrico lo guardava in modo strano.
Ad un tratto gli fece cenno di andare a sedersi accanto a lui su una panca di pietra e disse: – Cerca di ammazzare quella volpe, perchè Violetta ci teneva tanto alle sue galline che aveva portato da casa sua quando ci siamo sposati; ora che la volpe gliele ha ammazzate quasi tutte, vorrebbe che per lo meno quelle quattro o cinque rimaste vivessero.
– Farò quello che posso, sperando che venga anche stanotte.
A sera, finito il lavoro, don Enrico partì per Vallo della Lucania col calesse, mentre Gianni andò a casa di don Pietro a prendere il fucile e le cartucce per fare la posta durante la notte alla volpe.
Tornò ch’era quasi buio e trovò Violetta e Palmira che stavano ancora cenando.
– Cercate di fare meno rumore possibile, se no la volpe non viene; io me ne vado da ora sul fienile, così non farò alcun rumore, più tardi, che possa insospettirla.
Si allontanò. Al fienile si accedeva mediante una scala di legno messa ad una finestra. Fienile e stalla erano a circa cinquanta metri dalla casa abitata e il pollaio a non più di venti metri dal fienile.
Gianni salì su ch’era ormai buio e la luna era già abbastanza alta nel cielo; la sua luce dava abbastanza visibilità tutt’intorno al fienile; l’altra finestra, sul lato opposto a quella di entrata, dava proprio sul pollaio e Gianni, guardando per terra intorno, vide le galline morte della notte precedente e pensò: la volpe sicuramente verrà.
Passò più di un’ora, dalla casa non veniva alcun rumore, segno evidente che Violetta e Palmira erano andate a letto. Ad un tratto sentì il latrato della volpe, un latrato sgraziato.
Si sentiva a circa trecento metri, segno che era già sul limitare del bosco.
Il giovane aprì la doppietta, controllò se c’erano le cartucce e che tutto fosse a posto.
La volpe, intanto, continuava a latrare a distanza, quasi percepisse qualcosa; poi, per più di mezz’ora non si sentì niente.
Gianni pensava che ormai non sarebbe venuta più quando, all’improvviso, notò a circa quaranta metri di fronte a lui, al chiaro di luna, sulla spianata vicino al pollaio, un animale che stava fermo; sembrava un cane bianchiccio ma non poteva essere che la volpe.
Gianni non l’aveva vista arrivare. Ad un tratto prese a camminare di nuovo: era proprio la volpe.
Appariva e spariva come se giocasse, ma era la distanza e la luce della luna che faceva questo scherzo visuale.
Se la vide a circa venti metri sotto di lui senza rendersi conto da che parte era arrivata.
Alzò il fucile lentamente per non fare rumore e stava già cercando di aggiustare la mira, quando un rumore improvviso, alle sue spalle, lo fece voltare.
Stagliata nella luce della finestra di dietro, dalla parte della scala, c’era una figura umana che lo chiamava a bassa voce: – Gianni, Gianni sei lì! – Riconobbe la voce di Violetta, rispose con un «sssitt» e si voltò lentamente di nuovo verso la volpe, pronto a sparare, ma non c’era più, era scappata via.
Gianni bestemmiò qualcosa a bassa voce, ma poi rigiratosi verso Violetta che nel frattempo era salita nel fienile e stava dirigendosi verso di lui, si calmò.
La giovane gli andò vicino, gli mise una mano sulla spalla ed egli sentì un brivido che gli si scaricava per il corpo; di colpo, svanì la rabbia per non aver potuto sparare.
– Non potevi aspettare altri cinque minuti? – le disse ridendo.
– Perchè? – rispose Violetta che non aveva capito niente.
– Ti ho portato del caffè, se no ti addormenti e se viene la volpe non la vedi.
Gianni stava per rispondere male, ma poi pensò: meglio Violetta viva che la volpe morta. Avvicinò il suo viso alla bella donna e nell’ombra si baciarono.
Scaricò il fucile, lo appoggiò al muro e Violetta, che aveva in mano una bottiglietta col caffè, gliela passò. Il giovane ne bevve un sorso, riprese fiato e bevendo tutto il contenuto della bottiglia disse: – Sei proprio matta a venire qui, se Palmira ti ha visto, sai che bellezza quando torna don Enrico!
– Se ti dispiace me ne vado.
– Ma no, sciocchina – continuò Gianni sotto voce, prendendola per una mano e tirandola a sé.
La donna si trovò fra le braccia del giovane e tutti e due, dimenticando ogni cosa, fecero solo ciò che il loro amore suggeriva. Il fieno fu ancora un dolce giaciglio, per i due che si amarono noncuranti di ogni altra cosa al mondo.
Sembrava destino che i loro incontri avvenissero quasi sempre in una stalla e sul fieno; al cuore non si chiede né il posto né l’ora, ma solo l’occasione per dare sfogo all’amore.
Stettero lì un tempo interminabile e dimentichi di tutto si amarono intensamente.
Poi Gianni, come se ne avesse sentito l’odore o la puzza, avvertì la sensazione che la volpe fosse di nuovo là sotto; si avvicinò lentamente alla finestra dov’era appoggiato il fucile e guardò: la volpe era di nuovo lì, a circa quindici passi dal pollaio e stava ferma come se sospettasse qualcosa. Gianni ebbe solo un attimo di esitazione, poi afferrò la doppietta, prese le due cartucce in tasca e aprendola lentamente per evitare qualsiasi rumore, le infilò e la richiuse. Sempre lentamente, alzò i cani del fucile che fecero uno scatto impercettibile; poi alzando il fucile lo portò alla spalla, mirò, per quanto poteva nel buio, alla sola luce lunare e sparò. La volpe fece un salto, come sorpresa, senza nemmeno un guaito di dolore e cadde su di un fianco; poi cercò di rimettersi in piedi e mentre trascinandosi si allontanava, Gianni sparò ancora e la predona dei pollai rimase fulminata.
Aprì il fucile e vi rimise altre due cartucce; conoscendo il tipo di animale, ci si poteva aspettare di tutto, ma la volpe non si mosse.
Gianni e Violetta erano tutti e due vicino alla volpe morta quando arrivò Palmira che, con uno scialle addosso, era scesa di corsa perchè aveva sentito gli spari.
Rimase un po’ sorpresa di trovare Violetta lì, tanto più che era vestita, e disse: –Signora, ha fatto prima di me a scendere giù!
Ma Violetta che come prontezza di riflessi era eccezionale, subito rispose: – Non ero andata a letto, perchè speravo di sentire gli spari e che Gianni ammazzasse la volpe, per questo sono corsa subito giù.
Palmira sembrò convinta. Intanto Gianni prese per la coda la volpe e la portò verso casa; l’appoggiò su di un muretto proprio davanti al portone, tanto nessun animale tocca una volpe morta.
Violetta lo invitò a prendere un bicchierino di qualcosa, poi sarebbe andato via.
Palmira entrò per prima, augurò buonanotte ai due giovani e tornò in camera sua.
Dopo aver bevuto un paio di bicchierini, Gianni prese il fucile e salutando ad alta voce in modo che Palmira dalla sua camera sentisse, andò via, non senza prima aver abbracciato la sua dolce Violetta.
Il mattino dopo tornò a casa Lembo molto tardi; c’era gente davanti casa. Don Enrico, arrivato da Vallo proprio in quel momento, stava parlando con Violetta e Palmira che gli raccontavano della volpe uccisa da Gianni. Il giovane lo salutò ed egli quasi lo abbracciò dicendo: – Bravo, hai fatto un gran piacere a Violetta e a me e te ne sono grato.
Lo invitarono a pranzo da loro.
Gianni aiutò don Enrico a scaricare il calesse, a staccare il cavallo e portarlo nella stalla; gli venne in mente, improvvisamente, la bottiglietta che Violetta gli aveva portato col caffè, ch’era rimasta nel fienile.
Allora uscì, salì per la scala e andò nel fienile, prese la bottiglietta e se la mise in tasca; poi prese una bracciata di fieno e attraverso una botola interna la buttò giù nella mangiatoia del cavallo. Discese di nuovo, don Enrico lo vide e capì che era su per prendere il fieno per il cavallo; infatti disse:
– Potevi lasciar perdere, ci pensavo io!
Gianni entrò in casa e poco dopo pranzarono insieme. Don Enrico sembrava felice di vederlo con loro e il giovane lo trovava strano: anche un cieco avrebbe sospettato qualcosa di lui e di Violetta; ma nessuno sembrava ci badasse e tanto meno don Enrico che gli spiegava cosa aveva fatto a Vallo della Lucania.
Gianni li salutò annunciando: – Domani mattina partirò per l’ultimo periodo che ancora mi resta di militare prima del congedo, ci rivedremo qualche giorno prima di Natale.
Salutò di nuovo e andò via.
La sera la passò da don Pietro con Margherita e Antonio, raccontò della volpe uccisa e chiese a quest’ultimo se l’indomani mattina lo accompagnava alla stazione di Agropoli per prendere il treno per il nord. L’amico accolse la sua richiesta.
Gianni salutò don Pietro che ormai, come di consuetudine, lo abbracciò; così fece pure Margherita. Nel cortile, seduto ai piedi della scala c’era Fido che, come avesse capito, gli saltò addosso con le zampe anteriori ed egli lo abbracciò.
Tornò a Bolzano per gli ultimi mesi di militare e tra una lettera e l’altra di Margherita, perchè era lei che scriveva al posto di Antonio, seguiva tutto l’andamento delle persone care; cioè di Violetta, della famiglia Lentini e perfino di don Enrico.
Passarono gli ultimi mesi da militare e Gianni tornò a casa in congedo.
Era felice e tutto gli sembrava più bello, anche il suo paese che d’inverno era sempre piuttosto freddo e piovoso.
Quando arrivò si cambiò e andò subito a casa Lentini; davanti al portone trovò Fido che, come se avesse capito che il padrone non lo avrebbe più lasciato, gli faceva mille feste e gli leccava le mani; per tanto tempo aveva atteso il suo padrone finalmente ritornato.
Gianni entrò per il portone ch’era aperto e andò alla porta delle scale; bussò e andò su; Margherita ne riconobbe i passi, si precipitò per le scale e lo abbracciò come si fa con le persone più care. Gianni, mentre la teneva fra le braccia, notò il suo stato di gravidanza abbastanza avanzato e sorridente disse:
Vedo che il tuo amore per Antonio comincia a dare i suoi frutti! Margherita non si sentì offesa e replicò con la solita prontezza: – Avrei desiderato che fossero i frutti del nostro amore.
Gianni cambiò discorso e la guardò; la trovò molto cambiata: il suo viso era un po’ sbiancato, mentre il corpo, trasformato dalla gravidanza, non le dava più la forma della bella fanciulla ma della futura mamma.
Le tenne ancora la mano nella sua mentre lo guardava: le voleva bene come ad una sorella; le lunghe lettere che lei gli aveva scritto negli ultimi mesi, non avevano fatto che accrescere il loro bene, per questo l’aveva sempre rispettata; mentre Margherita, anche ora che stava per diventare mamma; quasi non voleva rassegnarsi all’idea che Gianni non poteva essere suo.
Il giovane le domandò di Violetta, di don Pietro, di don Enrico e di Antonio. Gli rispose: – Tutti bene, e come don Pietro ha detto, a Natale tutti da don Enrico a casa «Lembo». Sarai dei nostri a casa di Violetta che, non vorrei dirtelo, ti aspetta con tanta ansia, anche se non ci sono più volpi da ammazzare! – E sorrise maliziosamente.
– Come devo comportarmi? Tu sai come stanno le cose, ma non possono andare avanti sempre così.
Margherita si sentì in dovere di rispondere proprio come pensava fosse giusto: – Qui ad avere dei torti siete stati tu e Violetta, perchè nessuno di voi ha pensato che si potesse sposare un uomo senza padre; così, le hanno fatto sposare un uomo senza ... – Gianni le mise una mano sulla bocca. Lei gliela tolse e nello stesso tempo gli passò l’altra mano dietro la testa, lo tirò a sé e lo baciò con amore: voleva sempre tanto bene a quel giovane sfortunato.
Gianni non la respinse e restituì il bacio; ma staccandosi da lui Margherita gli chiese scusa: – Sto diventando una tentazione per te, meno male che in queste condizioni nessuno mi guarda!
– Ma va, che sei sempre bella! – concluse Gianni, che quasi per dispetto la baciò di nuovo.
Si sentì attratta dal giovane ma si trattenne; sei mesi fa si sarebbe concessa volentieri, anche se Gianni non sembrava mai dello stesso parere.
Rientrarono a casa don Pietro e Antonio e trovandolo furono felici; il più contento sembrava don Pietro, che lo guardava come se fosse tornato un figlio.
Dopo pranzo, Gianni, con Antonio e Margherita, si recò a casa Lembo.
Antonio guidava il calesse e Margherita che s’era messo un soprabito con sopra uno scialle di lana, stava seduta tra il marito e Gianni; si sentiva riscaldata dai corpi dei due uomini che in un modo o nell’altro amava.
Arrivarono e solo allora si accorsero che anche Fido era dietro di loro; il cane sembrava aver capito che Gianni non partiva più e voleva seguirlo sempre.
Al rumore del calesse uscì subito Palmira che si precipitò verso di loro; l’anziana donna si preoccupò di Margherita, nel vederla nel suo stato: – Ti prego, vieni dentro a riscaldarti, che c’è tanto fuoco nel camino.
Violetta che prima si era affacciata sulla porta delle scale, scese, abbracciò Margherita che gli era andata incontro e anche Gianni, visto che Palmira era andata in cucina. Entrò Antonio, salutando la padrona che, fatti sedere tutti intorno al camino acceso, andò a prendere una bottiglia di vino e una di rosolio e versò da bere.
Parlarono della prossima festa di Natale e Violetta disse: – Staremo tutti qui e spero ci divertiremo come a Pasqua.
Don Enrico, arrivato e visto il calesse di don Pietro, aveva capito che si trattava dei suoi amici o dei parenti.
Appena entrò si alzarono tutti ed egli, da quella persona corretta che era, li salutò affettuosamente e li invitò a sedersi di nuovo. Poi disse: – Stasera rimanete qui a cena e se volete, io vado a prendere pure don Pietro. – Margherita gli assicurò che non sarebbe uscito.
– Bene, – disse don Enrico, – vuol dire che festeggeremo solo noi il ritorno di Gianni.
Quella sera fu tutta una festa; e quasi ubriachi erano don Enrico, Antonio e Gianni, che manco a dirlo incominciarono a cantare i canti della montagna, quelli della raccolta delle castagne.
Al coro si unirono anche Violetta con la sua bella voce e Margherita che non era da meno; quando tutti insieme finirono, si abbracciarono in cinque, poi gli ospiti decisero di rincasare, perchè era già passata da un pezzo la mezzanotte.
Passarono davanti casa di Gianni che scese; con lui si fermò pure Fido che vi entrò col suo padrone: sembrava ci fosse il gelo e Gianni, visto che la legna c’era ed era ben secca, accese il fuoco e si mise a sedere, accarezzando la testa di Fido che lo guardava con occhi lucidi come se piangesse di gioia.
Prese una vecchia poltrona della madre e ci si sdraiò; per un attimo pensò alla sua mamma che aveva parlato sempre male dei galantuomini che ora a lui volevano così bene, sia don Pietro che don Enrico.
Per il vino bevuto, per la stanchezza del viaggio e la gioia del servizio militare finito, si addormentò, con Fido che gli aveva appoggiato la testa sulle gambe e sembrava vegliasse su di lui.
Il giorno dopo, vigilia di Natale, Gianni si era svegliato trovato sulla poltrona, con Fido che lo guardava come una cosa rara.
Si alzò, il fuoco ormai era spento, c’era solo della cenere calda; uscì sul pianerottolo, guardò il tempo e decise di andare a caccia: era tempo di tordi e sulla montagna non mancavano mai; si lavò, prese il fucile, le cartucce e uscì con Fido che sembrava impazzire di gioia.
Girovagò avanti e indietro sulla montagna alla ricerca di una beccaccia, ma non la trovò, per quanto Fido si fosse dato da fare.
Sparò un po’ di tordi e verso mezzogiorno tornò a casa. Decise di portarli a Margherita.
A casa Lentini trovò don Pietro che con Antonio stava levando il cavallo da sotto il calesse.
Meno male che sei venuto, – aggiunse – se no oggi Margherita non ci faceva mangiare, perchè ha detto: – Aspettiamo Gianni e poi mangiamo.
Il giovane cominciava a sentirsi un intruso nella casa di don Pietro, sebbene nessuno lo pensasse perchè gli volevano bene.
Tutti e tre salirono per mangiare. Gianni portava con sè un cesto coperto da un panno, lo diede a Margherita che alzandolo vide i tordi ed esclamò:
– È da prima che partissi militare che nessuno aveva portato della cacciagione in questa casa!
Don Pietro, incuriosito, guardò nel cesto: una quindicina di tordi stavano nel paniere.
– Con la doppietta, sei il solito campione!
Si misero a tavola e mentre mangiavano Gianni osservò: – Sentite, don Pietro, sono due giorni che sono tornato e ancora non ho fatto niente per iniziare a lavorare; ma io con il nuovo anno voglio sapere cosa devo fare, non posso andare avanti o indietro a mangiare da voi o da un altro, devo fare un lavoro e cercare di definire la mia situazione.
– Ne abbiamo parlato ieri con Margherita ed Antonio e abbiamo deciso che sarai il nuovo fattore, ti occuperai dei miei beni e dei miei interessi e mi rappresenterai in tutti i sensi; avviserò tutti i coloni e tutti ti rispetteranno come la mia persona.
Poi mangerai qui da noi sempre, questo farà parte della tua paga; se vuoi puoi anche dormire qui, oppure tornare la sera a casa tua, questo devi essere tu a deciderlo. Comunque, ne parleremo dopo le feste, d’accordo?
Come al solito don Pietro aveva già deciso tutto; e quando egli decideva la montagna ubbidiva.
Margherita disse: – Don Pietro, perchè questa sera non andiamo da Violetta? Rimango lì e l’aiuterò con Palmira a preparare per domani.
– Visto che hai deciso così, facciamo come tu hai detto.
Margherita si avvicinò all’anziano uomo e con un gesto di amore filiale lo baciò sulla guancia. Don Pietro la guardò e ponendo una mano sul suo grembo disse: – Ora devi cominciare a stare attenta, perchè devi pensare anche a lui. – Margherita arrossì, e anche Antonio che non parlava mai ebbe un po’ di vergogna, ma ormai in quella casa si parlava con molta franchezza di tutto.
La sera arrivarono lì col calesse e Margherita aveva portato anche i tordi: fu una bella sorpresa per Violetta che non se l’aspettava.
Gianni aveva con sé la fisarmonica sul calesse, ma pensò di domandare prima a Violetta se a don Enrico piaceva quel tipo di musica. Glielo chiese e lei rispose: – Magari l’avessi portata! Gli ho parlato di quella volta che venimmo a ballare io e Margherita, ti ricordi? – Gianni rispose di sì e sospirò: – Erano bei tempi quelli! – Uscì e prese la fisarmonica.
Don Enrico vedendolo rientrare con lo strumento disse: – Ma allora è vero, oltre ad essere un bravo cacciatore sai anche suonare la fisarmonica!
Gianni si sentì troppo adulato e quasi si vergognò; sembrava si volesse mettere in mostra, ma non era così.
Si sedettero tutti intorno al fuoco e mentre Palmira spennava i tordi in cucina, Gianni incominciò a suonare. La musica nel grande salone risuonava bella e armoniosa; la canzone, «Reginella campagnola» piaceva moltissimo a Violetta a cui Gianni la dedicò.
Don Enrico che da quando era rientrato in Italia dall’America non aveva mai sentito la fisarmonica, ascoltava estasiato e tutto gli sembrava meraviglioso. Il giovane che suonava gli sembrava di conoscerlo da sempre, e solo lui sapeva perchè; lo guardava, e mentre Gianni finita la canzone veniva applaudito da Margherita e da Violetta, si avvicinò e gli strinse la mano dicendo: – Sei proprio bravo in tutto.
Gianni lo ringraziò e si vergognò di tradire la sua fiducia, perchè più lo conosceva e più gli era simpatico, nonostante i suoi cinquantanni.
Pensò di non amare più Violetta per non far torto a quell’uomo che lo stimava tanto, ma poi concluse che si amavano da prima che don Enrico arrivasse, quindi ne aveva più diritto di lui.
Lasciò quei pensieri e cominciò a suonare la canzone «Tazzulella e cafè»: sembrava che le parole tradotte in musica dicessero esattamente quello che il suo cuore sentiva per Violetta.
Finita la seconda canzone, don Pietro propose: – Dato che Palmira ha quasi finito di spennare i tordi, direi di mettere in un piatto olio, aceto e sale, farli insaporire un po’ e arrostirli, visto che il fuoco non manca.
– Giusto – rispose don Enrico – e dopo cena riprendiamo la musica; questa sera la montagna fa festa perchè è tornato uno dei suoi figli migliori, e indicò Gianni.
Tutti applaudirono, mentre don Pietro si accingeva a mettere sul fuoco la graticola con sopra sette–otto tordi divisi in due e mentre incominciavano ad arrostirsi, con un ramo di rosmarino li spennellava con olio, aceto e sale.
Il profumo era delizioso, don Enrico andò a prendere quattro bottiglie di vino stravecchio che aveva imbottigliato suo padre alcuni anni prima e, con quelle, si accinse a fare onore ai tordi arrosto.
Mangiarono tutti attorno al fuoco e si divertirono, perfino l’anziano don Pietro, che guardava Margherita incinta e pensava che lui non sarebbe mai diventato nonno, pur non sapendo la realtà di don Enrico.
Finita la cena e tre bottiglie di vino, don Enrico disse:
E ora, ragazzi, musica! – Gianni fece cenno ad Antonio di suonare e il padrone di casa esclamò: – Questa è la serata delle sorprese.
Antonio attaccò un valzer bellissimo e Gianni chiese alla sua amante se voleva ballare; Violetta girò lo sguardo verso don Enrico che con un cenno della testa acconsentì.
I giovani si presero per mano come due bambini e andarono al centro del salone.
Iniziarono a ballare e Gianni, sotto gli occhi di don Enrico, strinse fra le braccia la «sua» Violetta.
C’era un sincronismo perfetto, perchè Violetta quelle poche volte che aveva ballato lo aveva fatto solo con Gianni, e qualche volta con Antonio che ballava allo stesso modo.
Don Pietro si alzò, andò verso Margherita e senza chiedere il permesso a nessuno la invitò a ballare. Margherita non seppe dire di no e, lasciandosi condurre per mano da don Pietro raggiunsero il centro della sala.
Antonio alla fisarmonica la tirava per le lunghe, e le due coppie ballavano in modo meraviglioso per l’occasione.
Don Pietro ballava il valzer col doppio passo, alla maniera antica dei famosi ballerini del valzer e si vedeva che da giovane doveva saperci fare.
Don Enrico li guardava: egli non sapeva ballare e mentre la musica finiva, insieme a Palmira applaudiva le coppie dei ballerini e il suonatore.
Era felice e nessuno sapeva a cosa attribuire la sua felicità. Antonio riprendeva a suonare e don Pietro, prevenendo Gianni, andò ad invitare Violetta che, felicissima, nelle braccia del padre iniziò a ballare.
Gianni ballò con Margherita, così le due coppie si formarono di nuovo scambiandosi dame e cavalieri.
Tutto sembrava bello quella sera; il fuoco era caldo, i tordi arrosto erano stati meravigliosi, il vino stravecchio aumentava l’allegria e il suono della fisarmonica era una melodia dolcissima.
Tutto ciò sembrava aver portato in quella casa pace ed allegria: era bello vedere Palmira, la pur anziana cameriera di don Enrico, che si divertiva e batteva le mani come una ragazzina.
Antonio e Gianni si alternavano come al solito alla fisarmonica e ballavano a turno con Violetta e Margherita.
Don Pietro nonostante gli anni, forse a causa del vino, sembrava scatenato; ballò con Palmira e a vederla si capiva, che da ragazza anche lei aveva fatto la sua parte.
Solo don Enrico non ballò, nonostante gli inviti di Violetta e di Margherita; non sapeva ballare e disse: – Mi diverto lo stesso a guardarvi.
Finita la serata, Margherita rimase a dormire da Violetta come previsto.
Il giorno di Natale li vide di nuovo insieme alla festa con il bel pranzo che le donne avevano preparato.
Alle tre di pomeriggio erano ancora intorno al tavolo del salone, mentre Violetta e Margherita aiutavano Palmira a sbrigare le faccende di cucina e don Pietro e gli altri iniziavano a giocare a carte.
Il Natale fu bellissimo, non tanto per Violetta, che aveva sposato un uomo che stimava ma non amava e per giunta impotente dal punto di vista fisico–matrimoniale; ella amava Gianni, il suo primo ed unico amore, e per avere la gioia di star insieme a lui, dovevano tradire la fiducia di tutti.
Questi erano i pensieri che spesso passavano per la loro mente; e questo non faceva che aumentare il loro amore e il desiderio di amarsi anche peccando.
La sera ultima dell’anno passò proprio come quella della Vigilia di Natale: si ballò a casa di don Pietro e si festeggiò l’arrivo del nuovo anno. Come promesso da don Pietro prima di fare il militare lui doveva essere il futuro fattore; gli sarebbe piaciuto andare con don Enrico perchè così sarebbe stato più vicino a Violetta, ma don Pietro non mollò e lo volle con lui come promesso ancor prima della morte della mamma.
Era passato un mese dell’anno nuovo. Un sabato pomeriggio, avendo Gianni finito il suo lavoro in mattinata, aveva preso fucile e cartucce e insieme a Fido se n’era andato sulla montagna a caccia di tordi e beccacce. Fido si dimostrava molto attivo ed aveva già alzato due beccacce che il padrone, con due colpi ben aggiustati, aveva fatto secche.
Ora andavano per tordi, e Gianni ne aveva presi già una decina, quano incontrò un vaccaro di don Enrico che pascolava la mandria di mucche e vitelli di «Casa Lembo».
Si mise a chiacchierare con lui e stavano parlando di caccia quando da molto più su, sulla montagna, si sentì sparare. Gianni salutò l’uomo e mentre andava su, sentì come se la montagna franasse da qualche parte.
Si fermò e rimase ad ascoltare: non era la frana, ma sembrava un mulo che scendesse a galoppo per il sentiero che egli stava risalendo.
Fido cominciò ad abbaiare e all’improvviso, da una svolta della via, sbucò un cavallo bianco.
Era il cavallo di don Enrico, Gianni lo riconobbe subito: l’animale scendeva a precipizio, vide il giovane in mezzo alla via, in quel punto molto stretta con sui fianchi la macchia fitta dei castagni giovani e mentre Fido abbaiava si fermò. Gianni gli andò vicino e il cavallo s’acquietò.
Era sellato. Il giovane, esperto di animali e molto intelligente, poggiò una mano sulla sella e la sentì ancora calda, segno che fino a poco prima c’era stato qualcuno. Preso da pensieri non certo belli, fece rigirare il cavallo e prese a risalire la montagna; arrivò quasi fin sulla vetta e non incontrò nessuno.
Si sentì ancora sparare, doveva essere il cacciatore di prima. Gianni legò il cavallo ad una pianta e si mise alla ricerca di don Enrico.
Fido andava su e giù per i costoni in mezzo alle castagne. Da come girava, sembrava sentisse la passata della volpe.
Poi scomparve dietro una curva della via che costeggiava il burrone e Gianni lo sentì abbaiare. Rimase fermo e sentiva che Fido abbaiava dal fondo del burrone, un abbaiare fisso, sempre in un posto.
Il giovane pensò al peggio e si affacciò di corsa sull’orlo del burrone: non vedeva niente, ma per terra, proprio sul bordo della via, si vedevano come delle zampate di cavallo. Scaricò il fucile e lo appoggiò ad un castagno, poi iniziò a scendere verso Fido che abbaiava sempre nello stesso modo e al solito punto.
Guardando nella direzione in cui guardava il cane, intravide fra i cespugli dei pantaloni che subito riconobbe per quelli di don Enrico.
L’uomo era lì, con la faccia in giù in mezzo alle rocce e non si muoveva.
Gianni cercò di rialzarlo ma non ce la fece; Fido aveva smesso di abbaiare, guardava quasi incuriosito quello che faceva il suo padrone che controllò se l’uomo era ancora vivo tastandogli il polso; poi si ricordò delle tecniche militari, gli mise una mano alla tempia e la sentì pulsare debolmente.
Cercò di tirarlo su con la forza ma era molto pesante, ci provò ancora e ci riuscì.
Ora l’uomo era fuori dai cespugli e sul suo volto Gianni vide con grande disappunto un enorme spacco, che si era fatto certamente quando era stato sbalzato da cavallo.
Sembrò un po’ rianimarsi, perchè mosse la testa, ma Gianni capì che c’era poco da fare; aveva perso moltissimo sangue e il suo volto, dove non era macchiato, aveva già il pallore della morte.
Gianni si fece forza, cercò di metterlo seduto e vi riuscì.
Don Enrico aprì gli occhi per un attimo, poi li richiuse. Il giovane ebbe la sensazione che l’uomo, pure a un passo dalla morte, l’avesse riconosciuto. Scese più giù, verso il fondo del burrone dove c’era una pozza d’acqua, vi infilò il cappello militare che aveva in testa, lo riempì d’acqua e, per quanto fosse di stoffa, riuscì a portarne un po’; gli bagnò la fronte e al contatto con l’acqua fredda l’uomo aprì gli occhi e debolmente disse:
– Gianni, sei qui! – cercando di arrivare con la mano al volto del giovane che rispose:
– Ora vi porto su, vi metto sul cavallo e andiamo al paese; non preoccupatevi, ce la faremo!
– È inutile Gianni, è inutile – ripetè l’uomo – è Dio che mi punisce.
Gianni non capì; don Enrico lo guardava in modo strano e, mentre egli cercava di fargli coraggio, gli prese la mano, se la portò lentamente al viso, lo guardò stranamente e disse: – Gianni, figlio mio!
Il giovane lo guardò, credeva di aver capito male, ma l’uomo, ripetè la stessa frase: – Figlio mio, non so se potrai perdonarmi il male che ho fatto a te e a tua madre.
– Ma cosa dite? – rispose Gianni.
Don Enrico, che sembrava riprendersi, gli strinse più forte la mano e continuò: – Sì, tu sei mio figlio; ecco perchè tua madre odiava i galantuomini. Non so se ce la farò a dirti tutto, ma devi sapere tutto quello che posso dirti! – Si sollevò lentamente con la testa e lo guardò: – Sono contento di te – disse mentre gli occhi gli si richiudevano ed egli sembrava volerli riaprire per forza.
– Non parlate, – disse Gianni, – ora cerchiamo di salire sulla via, là c’è il cavallo e vi riporto in paese dal dottore.
– Sto per andarmene, ma prima devi sapere. Conobbi tua madre a Salerno, mentre studiavo; aveva poco più di vent’anni ed era cameriera nell’albergo dove io stavo a pensione; era una donna bellissima, non avevo mai conosciuto donne così belle; di origine calabrese, orfana di entrambi i genitori, fin da piccola era cresciuta con una zia che poi morì. Aveva appena quindici anni, quando riuscì a trovare quel posto di cameriera nell’albergo dove io la conobbi. Prima di riuscire a convincerla ad uscire con me passò un anno: era una ragazza di una serietà da non credere... – a questo punto l’uomo si fermò, non ce la faceva più a parlare.
Gianni, che aveva le lacrime agli occhi, disse: – Ma allora, quei fiori sulla tomba il giorno di Pasqua... e non finì la frase.
Don Enrico capì e sorrise: – Sì – rispose con un filo di voce – li portai da Vallo quando vi accompagnai Palmira che raccontandomi di te e di tua madre mi aiutò a capire, senza saperlo, che tu eri mio figlio e lei la mia sfortunata compagna.
– Non affaticatevi, mi racconterete poi.
Cercò di mettersi più comodo e Gianni gli passò un braccio sotto la testa a mò di cuscino.
Riprese a parlare, sebbene più debolmente e guardandolo continuò: – Ci amavamo come solo i giovani incoscienti sanno amarsi, tutto il mondo sembrava nostro, però senza sapere mio padre cosa ne pensasse. Quando tornando a casa gli dissi di tua madre, la prima cosa che mi rispose fu: – "Quanti possedimenti ha questa bella donna? "– Gli spiegai chi era tua madre e mi rispose subito: – "Levatela dalla testa, non entrerà mai in questa casa; e tu puoi entrarci solo senza di lei!" – Tornai a Salerno distrutto e accennai a tua madre di questo: non disse niente, ma il giorno dopo era partita senza nemmeno salutarmi e nessuno sapeva per dove. Andai perfino in Calabria a cercarla ma non la trovai: aveva troppo orgoglio per accettare l’offesa di mio padre. Ed io, per non dargli la soddisfazione di sposare colei che m’avrebbe imposto, partii per l’America, mentre sapevo che tua madre, in un posto a me sconosciuto, era in attesa di te.
Si era ripreso e volle continuare: – Sono tornato dall’America e ho conosciuto te, il tuo cognome; avevo immaginato che potevi essere mio figlio anche quando Palmira mi ha parlato della venuta qui di tua madre, quattro mesi prima che tu nascessi; di lei, che non disse mai a nessuno chi era, né chi era tuo padre, perchè il suo orgoglio glielo impediva. Quando ho saputo da Palmira che tua madre era sepolta qui, sono andato al cimitero e quei fiori, come sai, li avevo portati io. Me ne andrò anch’io; spero, almeno lì, non ci sia mio padre ad impedirmi per la seconda volta di unirmi a lei.
Ebbe una smorfia di dolore e cessò di parlare. Gianni per fargli coraggio disse:
– Grazie, ora so che mia madre era una grande donna e mio padre non era da meno.
Cercò di rialzarlo ma sembrava appesantito. Il giovane sapeva, che se voleva tentare di salvare suo padre doveva fare uno sforzo enorme, portarlo sulla via e caricarlo sul cavallo.
Si fece animo, mentalmente pregò Dio che lo aiutasse come nel caso di Violetta in fondo al canalone. E forse per forza di aver pregato, perchè Dio non abbandona chi lo chiama in aiuto, riuscì a portare don Enrico sulla via.
L’uomo era privo di sensi, e lo sforzo che aveva fatto per raccontare a Gianni di lui e della mamma lo aveva indebolito ancora di più.
Gianni l’adagiò per terra, andò a sciogliere il cavallo e lo fece passare vicino a suo padre, in un punto più basso dove con meno sforzo poteva tentare di caricarlo sulla bestia.
Fece uno sforzo inaudito che solo chi è abituato a caricare i muli da solo, in montagna, può fare. Riuscì ad issarlo e mentre con una mano teneva il cavallo per le briglie, con l’altra reggeva l’uomo in sella.
Don Enrico stava seduto sulla sella, ma il suo corpo sbilanciato in avanti stava quasi appoggiato sul collo del cavallo; ogni tanto aveva un po’ di lucidità e poi perdeva di nuovo conoscenza.
Gianni gli domandò cos’era successo e perchè era caduto da cavallo, lui, un pratico di cavalli; rispose debolmente: – Hanno sparato a breve distanza dalla via per la quale scendevo; il cavallo deve essersi spaventato, ha avuto uno scatto improvviso e sono volato giù.
Perse i sensi di nuovo, ma Gianni ormai pensava di farcela a portarlo in paese dal dottore.
Si riprese e a fatica continuò: – Ormai sento che sto per andare da tua madre, spero mi perdonerà di averla abbandonata, e dica anche a Violetta di perdonarmi per quello che lei sa.
Figliuolo, vai dal prete quando io non ci sarò più; e con lui e Violetta andate dal notaio Gentile a Vallo: vi leggerà il mio testamento, così... – Non finì la parola e cominciò a scivolare.
– Papà! papà! – urlò Gianni cercando di sorreggerlo, ma scivolò giù dall’altra parte del cavallo.
Il cavallo si fermò e Gianni, passandogli davanti, si precipitò verso il padre chiamando a gran voce: – Papà! Papà!
L’uomo aprì gli occhi, lo accarezzò con lo sguardo e, mentre diceva “Addio, figlio mio”... si spense con sulle labbra un sorriso. Gianni lo chiamò ancora, lo scosse: non voleva perdere suo padre dopo averlo cercato per vent’anni.
Guardò verso il cielo dicendo: – Dio, perchè me l’hai fatto solo conoscere e ora me lo porti via?
Poi si chinò su di lui e lo abbracciò e lo baciò come qualcosa che non si potesse perdere così.
Rimase col corpo del padre privo di vita fra le braccia per un tempo che non seppe mai; gli parlava come se lo potesse sentire; e quando riacquistò il senso della ragione, stava per calare la sera.
Lo prese in braccio e, mentre Fido che non l’aveva abbandonato un istante lo seguiva insieme al cavallo, iniziò a scendere verso il paese.
Vi arrivò quando le prime ombre della sera già calavano; alle prime persone che accorsero in suo aiuto disse:
– Aiutatemi, è don Enrico, è mio padre!
La gente del paese si radunò tutta. Qualcuno portò subito un calesse, vi caricarono sopra quel corpo senza vita e lo portarono verso «casa Lembo».
Quando il mesto corteo vi arrivò, Palmira uscì; dal vociare confuso aveva intuito che era accaduto qualcosa.
Vide degli uomini del paese che stavano scaricando il corpo di un uomo privo di vita, emise un urlo e svenne.
Uscì anche Violetta che vide Gianni col fucile ancora di traverso sulle spalle e, sorretto da un uomo del paese, il corpo di don Enrico portato a braccia verso casa: cacciò un grido e svenne anche lei.
Portarono in casa le due donne prive di sensi e il corpo dell’uomo senza vita.
Gianni accarezzava il viso pallido e senza espressione di Violetta.
La giovane, ripresasi lo cercò con lo sguardo; lo vide proprio mentre un uomo gli stava sfilando il fucile dalla spalla ed egli si toglieva la cintura con le cartucce.
Quasi traballante, sorretta da una donna, gli andò vicino e gli chiese cos’era successo; il giovane le spiegò tutto in poche parole, meno che don Enrico fosse suo padre.
Anche Palmira rinvenne, e subito si diede da fare insieme ad altre donne accorse, per preparare il letto funebre per don Enrico.
Avevano appena finito di preparare una camera con un letto per adagiarvi il corpo dell’illustre padrone, che si sentì arrivare un calesse ad andatura piuttosto sostenuta.
Don Pietro, appresa la triste notizia da gente del paese, era corso subito a casa e, avvisati Margherita e Antonio, insieme si erano precipitati a casa Lembo.
Entrò per primo dirigendosi dov’era il corpo di don Enrico e trovò Gianni e Violetta, in lacrime accanto al loro congiunto.
Don Pietro si fece il segno della croce e si tolse il cappello, mentre Margherita e Antonio andarono verso l’uomo immobile sul letto; s’inginocchiarono e gli baciarono le mani incrociate sul petto. Margherita baciò Violetta e strinse la mano a Gianni che si scosse e guardandola in lacrime, disse: – Era mio padre! – A quelle parole Margherita sbiancò in viso, Violetta che ancora non sapeva, quasi sveniva di nuovo e don Pietro che aveva sentito esclamò:
– Ma cosa dici? Non è possibile!
– Sì, era mio padre: me lo ha detto lui e lo sapeva da quando venni la prima volta in licenza, dopo la morte di mia madre.
– Fatti forza, sei un uomo! Capisco ch’è duro aver conosciuto il padre, solo quando era in punto di morte, dopo averlo cercato per anni; ma nella vita ci sono anche momenti come questi; perciò fatti coraggio.
Gianni si asciugò le lacrime e ringraziò don Pietro.
Vegliarono tutta la notte la salma di don Enrico, e l’indomani, tutto era pronto per i funerali dell’illustre figlio della montagna.
Il prete benedisse la salma che, dopo alcune orazioni, fu posta in una bara e portata via a spalle dagli uomini del posto.
Il corteo funebre si snodava per il paese; anche da quelli vicini era venuta molta gente, perchè tutti i paesi abbracciati alla montagna del Monte Stella conoscevano le due potenti famiglie imparentate, dei Lembo e dei Lentini.
Oltre tutto, la gente dimostrava di sentire dolore per la morte di don Enrico che, dopo la sua venuta dall’America, tanto progresso e tanto lavoro ben retribuito aveva portato.
Il corteo funebre si svolgeva con la presenza di quel Gianni Fiore, figlio di Caterina Fiore, la donna che per vent’anni era vissuta in paese e morta solo pochi mesi prima che don Enrico tornasse dall’America; e quel Gianni Fiore, era figlio di don Enrico Lembo.
Seguiva Violetta al braccio di Margherita e Antonio, poi la folla ordinata, che si snodava per le vie della montagna e andava verso il paese.
In chiesa, c’era tanta gente che la capienza della stessa non bastava a contenerla, per cui molte persone rimasero fuori.
In un anno e mezzo, don Enrico, aveva creato tanto lavoro e fatto tanto bene, che la gente lo ricordava come l’uomo che aveva portato più benessere al paese e alla montagna tutta; per questo, rendeva onore alla figura del benefattore tornato dall’America, per vivere e morire sulla montagna dov’era nato, “all’ombra dei castagni”.
Finito il rito in chiesa, la bara fu ripresa di nuovo a spalla e portata a turno dagli uomini verso l’ultima dimora.
Al piccolo cimitero, nel varcare il cancello, Gianni pensò a sua madre e le forze gli mancarono.
Don Pietro capì cosa provasse il giovane e, sorreggendolo con più vigore, gli sussurrò: – Su, Gianni, sei un uomo. Devi farti forza e coraggio; i tuoi genitori, se anche non furono uniti nella vita, lo sono ora nella morte. Se pensi a questo, vedrai, ne potrai essere quasi felice.
Nel cimitero c’era la cappella funeraria della famiglia Lembo, ma Gianni volle che don Enrico fosse tumulato accanto alla tomba della madre. E così fu. Come gli aveva detto don Pietro, ebbe quasi un attimo di felicità, nel vedere il padre che aveva tanto cercato e finalmente trovato, accanto alla madre, nell’altra vita; dove non ci sono pregiudizi di ricchi e di poveri, dove la morte livella le persone portandole a diventare anime in cerca di riposo etemo.
Gianni pianse i suoi genitori finalmente uniti e la gente del paese lo confortò con la sua massiccia presenza. Rimase un po’ in preghiera insieme a Violetta sulla tomba; poi, uscendo, dieci, cento, mille mani si strinsero a quelle dei due giovani nel fare le condoglianze e cercare di lenire il loro dolore.
Don Pietro, Margherita e Antonio, accompagnavano Violetta a casa Lembo; con loro c’era Gianni, che senza sapere perchè non voleva andare a casa di suo padre, ma alla casa dov’era cresciuto. Invece lo convinsero ad accompagnare Violetta e a rimanere in quella che, oltre tutto, era anche casa sua, essendo l’unico figlio di don Enrico.
Margherita rimase lì per tutto il giorno, la sera e anche la notte, per tenere compagnia alla sua amica Violetta già vestita tutta di nero, come si usava e si usa ancora nel sud.
Don Pietro e Antonio andarono via e Palmira, distrutta dalle emozioni della giornata, chiese il permesso di andare a letto.
Rimasti in tre, Margherita preparò del latte e del caffè e lo portò a Violetta e a Gianni che durante la giornata era rimasto muto e assente, come se per lui non ci fosse più nessuno interesse per la vita.
Violetta era lì, aveva pianto molto ma forse non sapeva nemmeno perchè: stimava don Enrico ma non lo amava, anche perchè a causa sua nella sua vita era cambiato tutto. Guardò Gianni che sembrava riprendersi e disse: – Ora, cosa dobbiamo fare?
Gianni sentiva nel cuore un gran vuoto, ma nella mente una gran pace, anche se a pensare queste cose soffriva.
Si avvicinò a Violetta sul divano e le si pose accanto, mentre Margherita raccoglieva le tazze vuote del latte e andava in cucina; prese le mani di Violetta e le rispose: – Durante tutta la cerimonia, non ho fatto altro che chiedere perdono a mio padre per quello che c’è stato fra noi; ebbene, in questo momento in cui per me cambia tutto, anche se non sembra quello adatto perchè vedo l’ombra di mio padre intorno a noi, ti chiedo, appena avremo smesso il lutto, di sposarmi. Ora non devi più rendere conto a nessuno dei tuoi sentimenti, e mio padre mi perdoni, se io sposo sua moglie. Ora che il mio cuore è vuoto dei desideri, voglio da te una risposta subito, senza che tu possa pensare se fai bene o male.
Violetta vide nei suoi occhi il dolore per la morte del padre, per tutte le amarezze che la vita gli aveva dato e si accorse che, così colpito negli affetti materni e paterni, implorava il suo amore per una vita futura.
Stringendogli le mani, rispose di sì senza pensarci, mentre ancora, in casa, c’era l’odore acre della cera consumata la notte precedente intorno alla salma di don Enrico. La sensazione fu, per entrambi, che qualcuno di lassù benedicesse quella unione di due giovani che si amavano senza essere costretti a non unirsi per pregiudizi o differenze di famiglie.
Nei giorni a seguire, accompagnati dal prete come da espresso desiderio di don Enrico, si recarono a Vallo dal notaio Gentile. Il notaio li ricevette subito, già sapeva della sua morte, e fattili entrare nello studio li fece accomodare e aprì il testamento.
La data corrispondeva a quella in cui Gianni era tornato in licenza e ci fu la storia della volpe da lui ammazzata.
Il giovane si vergognò di sè stesso, perchè mentre suo padre lo riconosceva come figlio a sua insaputa indicandolo come suo unico erede, ma con vitalizio per Violetta, egli e la stessa Violetta lo tradivano nel fienile, là dove si era appostato in attesa della volpe.
Pensando a queste cose si era distratto; e il notaio, chiamandolo signor Lembo, lo fece tornare alla realtà.
Don Enrico aveva lasciato anche un vitalizio a Palmira, la vecchia e fedele governante, e una cospicua somma per il prete, che servisse a rimettere a nuovo la chiesa del paese.
Letto il testamento, il notaio fece firmare tutti e li congedò.
Tornarono a casa in calesse come erano andati; per strada, il sacerdote che conosceva Gianni da piccolo avendolo perfino battezzato, gli chiese cosa contasse di fare.
– Padre, io intendo sposare la vedova di mio padre; quando devo aspettare perchè la chiesa mi permetta di farlo?
– Non c’è una regola fissa – rispose il sacerdote – ma penso che sei mesi bastano; però, nel frattempo, pure essendo voi due figlio e moglie del defunto, non potete convivere sotto lo stesso tetto.
– Va bene, io ritorno alla casa dove son cresciuto, Violetta rimane a «casa Lembo» e voi, fra sei mesi, ci unirete in matrimonio
Violetta non parlava, ma in cuor suo pensava solo alla vita futura che con il suo Gianni avrebbe vissuto.
Avvisarono di questa decisione don Pietro, che diede il suo consenso.
Il giovane non era più il suo fattore; don Pietro affidò tale incarico ad Antonio, che subito si dimostrò all’altezza della situazione; mentre Gianni iniziò la sua attività di nuovo padrone dei beni Lembo, assumendo il nuovo cognome.
Si dimostrò subito pratico di come trattare i coloni che, oltre tutto, lo avevano conosciuto come operaio; perciò, trattando fra gente con cui ci si capiva, tutto sembrava andare ancora meglio che con don Enrico.
Dopo una settimana che avevano sepolto il padre, volle andare al cimitero e ne parlò con Violetta, la quale espresse il desiderio di andare con lui.
Vi andarono un pomeriggio: non c’era nessuno, il cancello sempre aperto e dentro una pace che dava serenità.
Entrarono quasi in punta di piedi. Violetta dava il braccio a Gianni, non si sapeva se come figliastro, o come futuro marito; lei era vestita tutta di nero ed aveva in testa un fazzoletta annodato sotto la gola; lui, come una volta vestiva suo padre, con una cravatta nera su una camicia bianca con i bottoni neri, il lutto ancora al braccio della giacca.
Andarono a fermarsi davanti alle due tombe dei loro cari, Violetta vi depose un mazzetto di fiori e Gianni vi accese dei lumini.
Rimasero in piedi in preghiera senza parlare per qualche minuto; poi, sospirando e come se parlasse ai suoi cari, Gianni disse:
– Per sentirvi vicini avete aspettato ventidue anni; e ora che lo siete, non avete la possibilità di parlare a me che sono stato il frutto del vostro grande amore. Spero che Dio vi dia la pace che per tanti anni avete cercato. – Appena finito di dire queste parole, scoppiò in un pianto dirotto: era la prima volta volta che parlava ai suoi genitori uniti, ed erano morti.
Violetta gli si inginocchiò accanto; lei non sentiva il suo dolore, ma partecipava al dramma che aveva colpito quel giovane a lei tanto caro a cui aveva donato se stessa.
Gianni si alzò, le diede di nuovo il braccio e facendosi il segno della croce uscirono dal cimitero per far ritorno a «casa Lembo».
I sei mesi passarono senza che tradissero la memoria del loro congiunto. Nel frattempo Margherita aveva dato alla luce un maschietto che chiamarono Pietro, per onorare la persona che tanto bene aveva fatto alla bella Margherita.
Trascorsi i sei mesi, Gianni e Violetta smisero il lutto e, approntati tutti i documenti, si unirono in matrimonio.
Non ci fu una festa; soltanto una ventina di persone accompagnarono in chiesa e poi a casa i due sposi che, dopo una breve cerimonia, salutarono i pochi presenti che andarono via per lasciarli nella loro intimità.
Anche Palmira, accompagnata da Antonio, se ne andò a Vallo dalla sorella per una settimana; così Gianni e Violetta rimasero soli. La prima notte la passarono chiacchierando quasi fino all’alba: il matrimonio lo avevano consumato molto tempo prima.
Verso la mattina andarono a letto, quel letto che già conoscevano.
Si amavano moltissimo, ma come se fra loro fosse rimasta l’ombra del padre di Gianni. Il giovane abbracciò Violetta che scoppiò in un pianto dirotto; in quel momento sembrava che tutto il desiderio represso in sei mesi di lutto e di rispetto al defunto, potesse avere libero sfogo fisico e umano, ma non fu così: i due giovani strettamente abbracciati, forse vinti dalla stanchezza dell’attesa, caddero in un sonno profondo. Quando si svegliarono il sole era alto nel cielo; dalla finestra, attraverso i vetri, si vedeva la montagna verdeggiante di castagni e di altri alberi da frutta quasi ad invitarli a raccogliere i tanto desiderati frutti del loro amore. Stettero lì senza mai uscire, per una settimana; vennero a trovarli una sera don Pietro, Margherita e Antonio col piccolo Pietro, ma si fermarono per poco e andarono via.
Gianni e Violetta ora si sentivano padroni della loro vita e della loro unione; potevano finalmente vivere la loro vita coniugale. Passò un po’ di tempo e si notò che Violetta era in attesa di un bimbo. Tutti ne furono felici, specialmente don Pietro, che non vedeva l’ora di essere nonno.
Il giorno del lieto evento don Pietro, Margherita e quanti altri c’erano, aspettavano con ansia che il dottore e la levatrice uscissero dalla stanza dov’era la partoriente.
Si sentì un vagito, don Pietro e Gianni si alzarono in piedi simultaneamente e si abbracciarono: erano felici.
Dopo circa mezz’ora che si sentiva piangere e andare avanti e indietro nella stanza di Violetta, la porta si aprì e ne uscì il dottore con un bimbo in braccio; andò verso Gianni e don Pietro che, con gli occhi fissi sul bambino, non notarono la levatrice che usciva subito dopo con un altro bambino in braccio.
Margherita che la vide, gridò felice: – Ma sono due!
Sì, un maschietto e una femminuccia! – aggiunse con un sorriso la levatrice.
Don Pietro, come sempre, diede il suo parere ch’era un ordine: – Li chiameremo Enrico e Caterina – Poi, a dare sfogo alla sua felicità, abbracciò Gianni, il dottore, Margherita, la levatrice e per ultimo anche Palmira.
Gianni, intanto, vista la porta aperta della stanza dov’era Violetta, vi entrò e andò vicino al letto della sua dolce compagna che lo guardava con commozione. Quando le arrivò vicino ella gli prese le mani, lo tirò a sè e il giovane, che piangeva di gioia, sentì finalmente che la vita e l’amore gli avevano dato tutto.
La felicità sembrò essere tornata sulla montagna.
Don Pietro, tutte le sere, passava da «casa Lembo» e voleva vedere i neonati con la madre; a volte, aspettava anche un’ora prima che tornasse Gianni che, rasserenato il suo animo, si era dato anima e corpo a tutti i lavori e agli impegni che erano di suo padre.
Quando arrivava, don Pietro lo abbracciava; gli aveva sempre voluto bene, ma ora lo amava più di un figlio: quel giovane che pur nella sua giovane età, ne aveva passate di tutti i colori, ora sembrava aver trovato la sua pace e la sua felicità.
Ci fu il battesimo e tutto il paese partecipò; non si era mai vista tanta gente nemmeno ad un matrimonio, perchè ormai le due grandi «casate» di tutta la montagna si erano finalmente unite definitivamente; quindi la gente, se non dipendeva da don Pietro, dipendeva da Gianni, che qualcuno già cominciava a chiamare don Gianni, essendo figlio di galantuomo che portava il «don», come si usava allora.
I bambini crescevano e la felicità aumentava in famiglia. Assomigliavano in modo impressionante ai genitori e a don Pietro. La piccola Caterina, che ormai aveva due anni come il fratellino, assomigliava in tutto e per tutto a mamma Violetta, che quando era piccola era della stessa vivacità e della stessa intelligenza; e anche il piccolo Enrico, come suo padre Gianni, dimostrava di essere molto attaccato agli animali; infatti, preferiva giocare con Fido, che lo faceva gioire in modo meraviglioso.
Gianni e Violetta vivevano la loro vita coniugale in modo esemplare: tutto ciò che stava bene all’uno, stava bene all’altra e viceversa; si incontravano spesso con Antonio e Margherita e tutte le domeniche le passavano insieme, a casa di don Pietro o a «casa Lembo».
Gianni, una domenica pomeriggio, portò Violetta e i due bambini al cimitero; di solito ci andava da solo o con Violetta.
Vi entrarono e si fecero il segno della croce; la piccola Caterina, con la sua vocina incerta, disse: – Mamma qui è la chiesa?
Gianni, anche se erano nel cimitero, rise, mentre andavano verso le tombe dei loro cari che aveva fatto traslocare nella piccola cappella dei Lembo. Violetta aveva portato dei fiori e li pose in un vaso davanti ad una lapide con due fotografie. Il piccolo Enrico guardò le foto e rivolto al padre disse: – È nonno Enrico, quello che abbiamo a casa – E il padre, sorridendo: - Sì, figliuolo, si chiamava come te; ed ora è felice che ci sia tu al suo posto, mentre lui sta con la mia mamma in paradiso.
– Papà! – riprese il piccolo Enrico, – la nonna era bella come la mamma?
– Sì, e mi voleva lo stesso bene che mamma Violetta vuole a te.
Violetta, che aveva per mano la piccola Caterina, guardò Gianni che parlottava con suo figlio e, rivolto lo sguardo verso le due immagini con sotto la scritta UNITI PER SEMPRE, mormorò: – Grazie, vegliate sulla nostra felicità
Le sembrò quasi che le due immagini avessero un sorriso a quel suo pensiero di ringraziamento e, asciugandosi le lacrime che le appannavano la vista, mandò loro un fugace bacio e uscì.
Da quel giorno e per molto tempo, tutte le domeniche i bambini vollero visitare nonno Enrico e nonna Caterina.
Il tempo passava veloce e, grandicelli, già seguivano il padre e la madre per le vie della montagna.
Anche a loro piaceva la raccolta delle castagne; si divertivano un mondo e tutto sembrava ritornare come un tempo, con la montagna viva, dopo che per circa dieci anni, da quando Gianni era partito militare e Violetta aveva sposato don Enrico Lembo, non vi si era più sentito cantare come una volta.
Ora Caterina ed Enrico, che avevano circa otto anni, cantavano e si rincorrevano «all’ombra dei castagni» e coi loro canti infantili, spesso imitati dai grandi, la montagna era tornata a vivere la sua vita canora da tempo perduta.
Un giorno, all’ora di pranzo, mentre tutti gli operai si raccoglievano sotto un grande castagno, i due bambini erano spariti. Sia Gianni coi battitori, che Violetta con le raccoglitrici, avevano pensato che fossero con uno di loro.
Cominciarono subito a preoccuparsi, tutti stavano per partire alla ricerca dei due piccoli, quando li sentirono arrivare chiacchierando allegramente.
Dove siete stati? – dissero ad una voce Gianni e Violetta.
A raccogliere noci per mangiarle dopo pranzo – rispose il piccolo Enrico mostrandone il cappello già pieno. Gianni guardò sua moglie: nei loro sguardi ritornò il tempo passato, quando da un noce fra i castagni, era nata la loro storia d’amore «All’ombra dei Castagni».
Capitolo I – All’ombra dei castagni
Capitolo II – Una nocre fra i castagni
Capitolo III – Il matrimonio in montagna
Capitolo IV – Un uomo per due donne
Capitolo V – Il voto e il pellegrinaggio
Capitolo VI – La morte della mamma
Capitolo VII – La vendemmia
Capitolo VIII – Lo sposalizio di Violetta
Capitolo. IX – L’amara sorpresa
Capitolo. X – Il ritorno di Gianni
Capitolo. XI – La dolce ombra
Capitolo. XII – La posta alla volpe
Capitolo. XIII – Gianni ritrova il padre
Capitolo. XIV – Gianni sposa la sua matrigna
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 03 novembre 2009 |