Arturo Graf

Il   Diavolo

Edizione di riferimento:

Arturo Graf, Il Diavolo, Fratelli Treves Editori, Milano 1889.

A Edmondo De Amicis.

Caro Edmondo,

Questo libro lo dedico a te, che fosti soldato e non hai paura dei brutti musi.

Non è, a dir proprio, una storia ordinata e compiuta del diavolo, perchè non credo si possa fare di tale storia un libro popolare; e un libro popolare appunto intesi far io, un libro cioè che si potesse leggere senza fatica, ma forse non senza qualche gusto, da chiunque non faccia profession di erudito.

Perciò mi sono studiato di ritrarre il diavolo nelle sue svariate sembianze, e nei casi e nelle operazioni più notabili di quella lunga, affaccendata e rimescolata sua vita; e poiché gli anni migliori della vita di lui, gli anni, direi, della virilità rigogliosa e della maggiore operosità e potenza, sono i secoli di quello che noi chiamiamo il medio evo, così entro i termini del medio evo, assai larghi del resto, costringo la più gran parte del mio racconto.

Narro e descrivo assai più che non ragioni, e credo d’aver fatto bene, e che di ciò tu m’abbia a dare piuttosto lode che biasimo. Assai volte, riportando quelle innumerevoli tresche, mariolerie e meraviglie diaboliche, e le credenze e le superstizioni, e i sogni di cui si pascevano quelle anime dei padri nostri, intenebrate di paura e d’ignoranza, avrei potuto indicare i fatti fisiologici e psicologici d’onde il tutto deriva, e dissertar serrato, e farmi onore; ma coloro pe’ quali io voleva scrivere, o non m’avrebbero inteso, o presto si sarebbero stancati d’intendermi. Mi venne in mente ciò che fanno i marinai soprappresi dalla burrasca, quando, per salvare una parte del carico, buttano in mare l’altra; e, un po’ a malincuore, imitai il loro esempio.

Qualcuno potrebbe dirmi: perchè hai tu scritto di un vano fantasma? perchè non piuttosto di cose vive e reali? e confesso che questa medesima domanda fec’io più d’una volta a me stesso. Ricordo giorni in cui rimasi come sgomento in pensare che il diavolo, il formidabile re dell’abisso, la cagione di tante cadute, di tanti dolori, di tanti terrori, l’oggetto di tanti ragionamenti, di tante dispute, di tante dottrine, colui per cui furono versati fiumi di sangue e d’inchiostro, non esiste, non è esistito mai, più inconsistente della nebbia, più vano dell’ombra. E mi parve doloroso e stolto far di quel nulla un libro.

Ma poco duravo in quei pensieri, e di non esserci durato mi applaudo. Chi segna il limite che separa la vita dalla morte, il reale dal non reale? Terribile, incoercibile è la forza delle cose che non sono, e molti fra i più poderosi fattori della storia della umanità non sono tra le cose reali, non furono, non saranno mai. Satana fu un sogno; ma un sogno che rapì nei caliginosi avvolgimenti suoi le generazioni ed i secoli.

Non lo dimentichino coloro che rimpiangono (nè io so loro dar torto) le fedi e le speranze di un’altra età, e i conforti ineffabili che ne venivano alle anime travagliate. Il sangue di Cristo fu veramente come un Balsamo prezioso versato sulle ferite sanguinanti dei figli del peccato; ma dietro a Cristo c’era Satana, e nelle ferite sanguinanti Satana stillava la velenosa sua bava. Il trepido credente era come sospeso fra il cielo e l’inferno, e dal cielo si sentiva scendere in cuore una soave letizia e dall’inferno si sentiva salire al cuore un orror disperato. L’anima di lui era come questo povero nostro pianeta, che sempre ha l’una parte rivolta al sole e l’altra immersa nel bujo; essa, come quello, rotava, ed ogni suo punto passava per una perpetua vicenda di luce e di tenebra, di speranza e di terrore. Le storie dei santi e delle sante, cui arrise da ultimo il sole della vittoria, sono là a farne fede.

I santi e le sante, i campioni della fede e i martiri della carità, i meravigliosi asceti, i quali non d’altro cibo si pascono che di speranza, anime di foco appese ad un tenue raggio che scaturisce dalle profondità immensurabili dell’infinito! Dovunque io spinsi il piede sulle buje tracce di Satana, io li scontrai, e fui lunghi giorni in lor compagnia. I casi meravigliosi, e le formidabili istorie, che tu, Edmondo, potrai leggere in queste pagine, io raccolsi, per molta parte, nelle antiche memorie della vita e degli atti loro, isole sopravanzate di un mondo sommerso, tutte dipinte dei fiori vivaci della leggenda. Altri s’inerpica su pei dirupi, e sfida, le insidie e le asprezze dei ghiacci perpetui, pur di cogliere un gracile fiorellino spuntato dal greppo vivo a uno sguardo di sole; a me giova spesso arrancarmi pei ghiareti del latino barbaro, e avvilupparmi tra’ pruni del solecismo, pur di cogliere alcuno di quei fiori di leggenda, così caldi di colore, così pregni di strano ed acuto olezzo.

Accetta, amico mio, questo libro, non pel valore suo proprio, ch’è ben poco, ma per l’antico affetto di cui vuol essere un segno, e ch’è molto. E se in leggerlo ti parrà di sentirti dentro quella mite angoscia che prepara ed annunzia lo sbadiglio, tienti il libro a ogni modo, e manda pur me a colui che mi diede materia a scriverlo. Vedendo l’opera mia, e piti che l’opera le buone intenzioni; e conoscendo lo zelo, la sincerità e la liberalità con cui io scrissi dei fatti suoi, vorrà iisarmi qualche riguardo, e trattarmi meri male di quello faranno forse i critici.

Torino, marzo 1889.

Tuo A. Graf.

Capitolo Primo.

Origine e formazione del Diavolo.

Tutti conoscono il poetico mito della ribellione e della caduta degli angeli. Questo mito, che inspirò a Dante alcuni tra i più bei versi dell’Inferno, e al Milton un indimenticabile episodio del Paradiso perduto, fu da varii Padri e Dottori della Chiesa variamente foggiato e colorito; ma non ha altro fondamento che la interpretazione di un versetto d’Isaia e di alcuni luoghi, abbastanza oscuri, del Nuovo Testamento. Un altro mito, di carattere molto diverso, ma non meno poetico, accolto da scrittori così ebraici come cristiani, narra di angeli di Dio, che invaghitisi delle figliuole degli uomini, peccarono con esse, e furono in punizione del loro peccato esclusi dal regno dei cieli, e convertiti di angeli in demonii. Questo secondo mito ebbe nei versi del Moore e del Byron consacrazione perpetua. Così l’un mito come l’altro fa dei demonii angeli caduti, e la caduta rannoda a un peccato: superbia o invidia nel primo caso; amor colpevole, nel secondo.

Ma questa è la leggenda, non già la storia di Satana e dei compagni suoi. Le origini di Satana, considerato quale personificazione universa del principio del male, sono meno epiche assai, e in pari tempo assai più remote e profonde. Satana è anteriore, non solo al Dio d’Israello, ma a quanti altri dei, possenti e temuti, lasciarono ricordo di sè nella storia degli uomini; egli non precipitò giù dal cielo, ma balzò fuori dagli abissi dell’anima umana, coevo a quegli oscuri iddìi delle antichissime età di cui nemmeno una pietra ricorda i nomi, e a cui gli uomini sopravvissero, dimenticandoli. Coevo ad essi e spesso confuso con essi, Satana comincia embrione, come le cose tutte che vivono, e solo a poco a poco cresce e si fa persona. La legge di evoluzione, che governa gli esseri tutti, governa lui pure.

Nessuno, che abbia qualche educazione scientifica, crede oramai che le religioni più rozze sieno nate dalla corruzione e dal disfacimento di una religion più perfetta; ma sa benissimo che le più perfette si sono svelte dalle più rozze, e che in quelle per conseguenza si debbono cercare le origini del tenebroso personaggio che sotto varii nomi rappresenta il male e se ne fa principio. Se quello che si chiama periodo terziario nella storia del nostro pianeta vide già l’uomo, forse il vide tanto simile al bruto da non potersi scernere in lui sentimento religioso propriamente detto. L’uomo quaternario più antico conosce già il fuoco, e sa far uso di armi di pietra; ma abbandona i suoi morti, segno certo che le sue idee religiose, se pur ne ha, sono quanto mai si possa dire scarse e rudimentali. Bisogna giungere a quello che si chiama dai geologi il periodo neolitico per ritrovare le prime tracce sicure di religiosità. Quale si fosse la religione dei nostri antenati in quella età noi non possiamo sapere direttamente, ma possiamo arguirlo, guardando a quella di molte popolazioni selvagge che vivono ancora sopra la terra, e riproducono fedelmente le condizioni della umanità preistorica. Sia che il feticismo preceda l’animismo, sia che questo preceda quello nella evoluzione storica delle religioni, le credenze religiose di quei nostri antenati dovettero essere simili in tutto a quelle che ancora professano i Negri d’Africa, o le Pelli Rosse d’America. La terra, che insieme con le vestigia delle loro abitazioni, con l’armi e gli utensili, ha serbato i loro amuleti, ce ne porge testimonio. Essi immaginarono un mondo ingombro di spiriti e anime delle cose, e anime di morti, e da quelli riconobbero quanto incontrava loro di bene o di male. Il pensiero che alcuni di questi spiriti fossero benefici, altri malefici, alcuni amici, altri nemici, era suggerito dalla esperienza stessa della vita, nella quale profitti e danni si avvicendano costantemente, e si avvicendano in modo che, se non sempre, assai spesso, si riconoscono diverse le cause degli uni e degli altri. Il sole che illumina, il sole che in primavera fa rinverdire e rifiorire la terra, e matura i frutti, doveva essere considerato come una potenza essenzialmente benefica; il turbine, che riempie di tenebre il cielo, schianta le piante, svelle e spazza i mal connessi tugurii, come una potenza essenzialmente malefica. Gli spiriti si raccoglievano in due grandi schiere, secondochè agli uomini pareva di riceverne beneficio o nocumento.

Ma non per questo si costituiva un vero e risoluto dualismo. Gli spiriti benefici non erano ancora nemici dichiarati e irreconciliabili dei malefici, e quelli non erano benefici sempre, nè sempre malefici questi. Il credente non era mai sicuro della disposizione degli spiriti che lo avevano in loro balia; temeva di offendere non meno gli amici che i nemici, e con eguali pratiche si studiava di renderseli favorevoli tutti, non troppo fidandosi di nessuno. Tra buoni e cattivi non era contraddizione morale propriamente detta, ma solo contrasto di opere.. Essi non potevano avere un carattere morale che mancava ancora a’ loro adoratori usciti appena dalla condizione dell’animalità, e solo in tanto si possono chiamare buoni e cattivi in quanto par bene all’uomo primitivo tutto ciò che gli giova, male tutto ciò che gli nuoce. I selvaggi adoratori li immaginavano in tutto simili a sè, mutabili, vinti dalla passione, quando benevoli, quando crudeli, e non istimavano i buoni più alti e più degni dei tristi.

Certo, nei tristi appare già un’ombra di Satana, st delinea lo spirito del male, ma del male puramente fisico. Male è ciò che nuoce, e spirito malvagio è quello che vibrala folgore, accende i vulcani, sommecge le terre, semina la fame e la malattia. Esso non giunge ancora a rappresentare il male morale, perchè il discernimento del bene e del male morale non s’è ancor fatto nella mente degli uomini: delle due facce di Satana, il distruggitore e il pervertitore, una sola è ritratta «da lui. Esso non ha una propria indegnità, non ha chi gli stia sopra e lo domini.

Ma a poco a poco la coscienza morale si qualifica e si determina, e la religione acquista un carattere etico che prima nè aveva, nè poteva avere. Lo spettacolo stesso della natura, dove forze contrastano a forze, e dove l’una distrugge ciò che l’altra produce, suggerisce l’idea di due opposti principii che reciprocamente si neghino e si combattano; poi l’uomo non tarda ad accorgersi che oltre al bene ed al male fisico c’è un bene ed un male morale, e crede riconoscere in sè quello stesso contrasto che vede e sperimenta in natura. Egli si sente buono o cattivo, si concepisce migliore o peggiore; ma la bontà o reità propria non conosce come sua, come l’espressione della sua natura medesima. Uso ad attribuire a potenze divine e demoniche il bene ed il male fisico, egli attribuirà similmente a potenze divine e demoniche il bene e il male morale. Dallo spirito buono verranno allora, non solamente la luce, la sanità, tutto quanto sostenta ed accresce la vita, ma la santità ancora, intesa quale complesso di tutte le virtù: dallo spirito malvagio verranno, non solamente le tenebre, i morbi, la morte, ma ancora il peccato. Così gli uomini, spartendo con giudizio meramente soggettivo la natura in buona e cattiva, e impastando con quel buono e con quel cattivo fisico il buono e il cattivo morale che loro appartiene, foggiano gli dei e i demonii. La coscienza morale già desta, che naturalmente afferma la superiorità del bene sul male, e vagheggia il trionfo di quello su questo, fa sì che il demonio appaja subordinato al dio, e colpito di una indegnità tanto maggiore quanto più quella coscienza è viva e imperiosa. Il demonio, che in origine si confondeva col dio in un ordine di spiriti neutri, capaci così di bene come di male, se ne distingue appoco a poco e se ne stacca in ultimo del tutto. Egli sarà lo spirito delle tenebre e il suo avversario lo spirito della luce; egli lo spirito dell’odio e il suo avversario lo spirito dell’amore, egli lo spirito della morte e il suo avversario lo spirito della vita. Satana abiterà negli abissi, Dio nel regno dei cieli.

Così, si stabilisce e si determina il dualismo; così il concetto di esso si disviluppa per lento lavorio di secoli dal concetto che gli uomini hanno e della natura e di sè stessi. Se non che quella che ho indicata è la storia per così dire schematica ed ideale del dualismo, non la concreta e reale. Il dualismo si trova, o svolto, od in germe, o espresso o sottinteso, in tutte, o quasi tutte le religioni; ma esso corre per diversi gradi, assume varie forme e variamente si specifica a seconda della diversità delle genti e delle civiltà.

Abbiam veduto che spiriti malefici compajono già nelle religioni più rozze e manco differenziate; ma definiti malamente e come diffusi nelle cose. Nelle religioni più elevate, mano mano che l’organismo di esse si circoscrive e si compie, gli spiriti malefici si mostrano meglio definiti, vanno acquistando attributi e persona. Tra le grandi religioni storiche la religione dell’antico Egitto è quella di cui abbiamo più remota e più sicura notizia. In essa a Ptah, a Ra, ad Aminone, a Osiride, a Iside, ecc., divinità benefiche, largitrici di vita e di prosperità, si contrappongono il serpente Apep, che personifica l’impurità e le tenebre, il formidabile Set, il devastatore, il perturbatore, padre d’inganno e di menzogna. I fenici opposero a Baal e ad Aschera, Moloc e Astarte; in India, il generatore Indra, il conservatore Varuna, ebbero contrari Vritra e gli Asuri, e il dualismo penetrò nella stessa Trimurti; in Persia Ormuz ebbe a contendere, con Arimane per la signoria del mondo; in Grecia e in Roma tutto un popolo di genii e di mostri malefici sorse di fronte alle divinità dell’Olimpo, esse stesse non sempre benefiche, e furono Tifone, Medusa, Gerione, Pitone, demonii malvagi d’ogni fatta, lemuri e larve. Il dualismo appare similmente per entro alla mitologia germanica, alla slava, e, in generale, a tutte le mitologie.

In nessun’altra delle antiche e delle nuove religioni il dualismo raggiunse la forma piena e spiccata che raggiunse nel mazdeismo, o religion dei persiani antichi, quale ce la fa conoscere lo  Zend-Avesta; ma in tutte esso si lascia scorgere, e in tutte, per qualche parte almeno, si può rannodare ai grandi fenomeni naturali, alla vicenda del giorno e della notte, all’alternare delle stagioni. I concetti varii, le figurazioni, gli avvenimenti in cui esso prende forma e si esplica, ritraggono, non solo dell’indole e della civiltà del popolo che gli dà luogo nel sistema delle proprie credenze, ma ancora del clima, delle condizioni naturali del suolo, delle vicende storiche; L’abitatore di tale regione calda riconosce l’opera dello spirito maligno nel vento del deserto che affoca l’aria e uccide le biade; l’abitatore delle plaghe settentrionali la riconosce nel freddo che assidera la vita intorno a lui e lui stesso minaccia di morte. Dove la terra è scossa da terremoti frequenti, dove vulcani vomitano cenere e lave devastatrici, l’uomo immagina facilmente demonii sotterranei, giganti malvagi sepolti sotto ai monti, spiracoli dell’inferno: dove frequenti procelle turbano il cielo, immagina demonii trasvolanti e urlanti per l’aria. Se un nemico invade, vince e soggioga, il popolo soggiogato non mancherà di trasferire nello spirito malvagio, o negli spiriti malvagi cui crede, i caratteri più odiosi dell’oppressore. Così la religione è il risultamento composto di una moltiplicità di cause, le quali non sempre, certo, si possono rintracciare e additare. I greci non ebbero propriamente un Satana, come non l’ebbero i romani, e può sembrare strano che questi, i quali divinizzarono una quantità di concetti astratti, come la gioventù, la concordia, la pudicizia, non abbiano immaginata una vera divinità e potestà del male, sebbene abbiano immaginato una dea Robigo, una dea Febris ed altre così fatte. Non mancano tuttavia nelle religioni dei greci e dei romani potestà antagonistiche e figure che presentano come un duplice aspetto, e se per poco si approfondisce l’indole dei due popoli, e le condizioni di vita e la storia, si vede che il dualismo presso di loro non avrebbe potuto prendere forma gran che diversa da quella che prese. Si consideri tra l’altro che in Grecia e in Roma non vi fu un libro sacro di morale, un codice teocratico propriamente detto.

Il dualismo assume forma e caratteri speciali nel giudaismo prima, nel cristianesimo poi, e se in altre religioni, se nelle stesse religioni primitive, si può scorgere come una larva di Satana, o come una forma che, rubando il vocabolo alla chimica, porrebbe dirsi allotropi diversamente qualificata, e alcuna volta ingrandita; il Satana vero, con le qualità e gli attributi che gli son proprii, e ne formano la persona, non appartiene che a quelle due religioni, e, anzi, più particolarmente alla seconda.

Satana tiene ancora assai poco posto nel mosaismo; direi che esso vi tocca soltanto l’adolescenza o la giovinezza, senza poter raggiungere la maturità. Nel Genesi il serpe non è se non il più accorto ed astuto degli animali, e solo in virtù di una tarda interpretazione si tramuta in demonio. L’Antico Testamento tutto intero, non conosce Beelzebub se non come divinità degli idolatri; al quale proposito è da notare che gli ebrei, prima di negare l’esistenza degli dei delle genti, il che s’indussero a fare solamente assai tardi, credettero che quegli fossero dei davvero, ma meno possenti e meno santi di Jeova, loro dio nazionale. In fatti il primo comandamento del Decalogo non dice già: io sono il Dio tuo, e tu non devi credere vi sieno altri dei fuori di me; ma bensì : Io sono il Dio tuo, e tu non adorerai altri dei fuori di me. Ora è noto che molte volte gli ebrei si lasciarono trascinare ad adorare altri dei che non era il loro. Azazel, lo spirito immondo a cui abbandona vasi nel deserto il capro emissario, carico dei peccati d’Israele, appartiene assai probabilmente a credenze anteriori a Mosè; ma la figura sua manca di perspicuità e di rilievo, e forse altro non è che un pallido riflesso dell’egizio Set, e un ricordo dei tempi della schiavitù sofferta nella terra dei Faraoni.

È opinione comunemente accettata che solo dopo la cattività di Babilonia gli ebrei abbiano avuto circa i demonii concetti chiari e precisi. Trovandosi durante quel tempo, in contatto, se non intimo, almeno continuo, col mazdeismo, gli ebrei ebbero opportunità di conoscerne alcune dottrine e di appropriarsele in parte, e tra queste la dottrina concernente l’origine del male dovette trovar facile accesso negli spiriti loro, preparati e predisposti a riceverla dalle recenti calamità e dalle preoccupazioni di un fosco avvenire. Tale opinione dà luogo a qualche dubbio, e più di una obbiezione le si può fare; ma non è però meno certo che se la nozione, di spiriti malefici, e la credenza nelle opere loro, non mancavano agli ebrei prima dell’esilio, Satana non comincia a rivestir la figura e i caratteri che gli son proprii se non in iscritti posteriori all’esilio stesso. Nel libro di Giobbe, Satana appare tuttavia fra gli angeli in cielo, e non è propriamente un contraddittore di Dio e un perturbatore delle sue opere. Egli dubita della santità e della costanza di Giobbe, e provoca l’esperimento che deve precipitar costui dal sommo della felicità nel più basso fondo della miseria. Non è per anche un fomentator di peccato e un operator di sciagure; ma già egli dubita della santità, e alcuno dei mali che colpiscono il patriarca innocente viene da lui.

A poco a poco Satana cresce e si copie. Zaccaria lo rappresenta quale un nemico e un accusatore del popolo eletto, desideroso di frustrar questo della grazia divina. Nel Libro della Sapienza, Satana è un perturbatore e un corruttore dell’opera divina, colui che instigò per invidia i primi parenti al peccato, e per invidia introdusse la morte nel mondo. Egli è il veleno che guasta e contamina la creazione. Ma nel Libro di Enoc, e propriamente nella parte più antica di esso, i demonii altro non sono che angeli innamoratisi delle figlie degli uomini, e impigliatisi per tal modo nei lacci della materia e del senso, quasi che si voglia con sì fatta finzione evitar di ammettere un ordine di enti originariamente diabolici; mentre in altra parte, più recente, dello stesso libro, i demonii sono i giganti nati da quegli amori.

Nelle dottrine dei rabbini Satana acquista sembianze e caratteri nuovi, ma nell’Antico Testamento la sua figura spicca ancora assai poco, e può dirsi evanescente confrontata con Quella che egli ebbe di poi. Le ragioni di ciò possono essere parecchie: tuttavia la principale è da rintracciare senza dubbio nell’indole stessa del monoteismo giudaico, il quale è così fatto che assai difficilmente può dar luogo a una concezione dualistica un po’ risoluta. Jeova è un dio assoluto, un signore despotico, estremamente geloso della potenza e dell’autorità propria. Egli non può soffrire che gli si levino a fronte esseri, sia pure di lui meno possenti, ma che si arroghino di contrastargli, si atteggino ad avversarii suoi, osino attraversare l’opera sua. Il voler suo è unica legge, la quale governa il mondo, e ha obbedienti sotto di sè le potestà tutte, meno forse quelle divinità delle genti di cui non si nega l’esistenza, ma che non entrano come elementi vivi nell’organismo della religione di Jeova. Perciò nel Libro di Giobbe

Satana apparisce più che altro come un ministro di Dio, un provocatore di giudizii e di esperimenti divini. Ma c’è di più. Basta por mente alquanto all’indole di Jeova per avvedersi subito che dove è un tal dio, un demonio non ha più troppa ragion di essere. In Jeova le contrarie potenze, gli opposti elementi morali che, distinti e separati, danno luogo al dualismo, sono ancora come confusi insieme, il che certamente non dà un alto concetto della morale degli ebrei primitivi. Jeova è geloso, feroce, inesorabile; le pene che egli infligge son fuori d’ogni proporzione con le colpe commesse, le sue vendette sono spaventose e bestiali, colpiscono senza discernimento rei ed innocenti, uomini e bruti. Egli tormenta i suoi devoti con prescrizioni assurde che li fan vivere in un perpetuo terror di peccato, e impone loro di passare a fil di spada le popolazioni delle città espugnate. Egli dice per bocca di Isaia: Io formo la luce, e creo le tenebre, faccio la pace, e produco il male: io sono il Signore che faccio tutte queste cose. In lui dio e Satana sono ancora congiunti: la separazione che lentamente si va facendo di essi, e l’antagonismo risoluto cui mette capo, sono sintomi di un più squisito senso morale, e segni dell’approssimarsi del cristianesimo.

Satana è già in parte formato, ma non raggiunge la pienezza dell’esser suo sé non nel cristianesimo, nella religione che dice di voler compiere il giudaismo, ond’è uscito, e che per tanta parte lo nega. Qui noi ci troviamo dinanzi un intreccio e un viluppo di cause morali e di cause storiche, le quali han tutte per effetto di rilevar sempre più, colorire, ingrandire la sinistra figura di Satana. Anzi tutto Jeova si trasforma in un dio incomparabilmente più sereno e più benigno, in un dio d’amore, che necessariamente respinge da sè, come elemento non assimilabile, ogni elemento satanico; e quando Cristo sarà ancor egli assunto alla divinità, la mite e radiosa figura del nume che per amor degli uomini si fece uomo, che per essi versò il suo sangue e patì la morte ignominiosa, farà per ragion di contrasto spiccare in modo al tutto nuovo la truce e tenebrosa figura dell’avversario. La tragedia umana, fusa con la tragedia divina, rivelerà le intime ragioni del suo meraviglioso processo, suscitando negli animi nuovi concetti morali, nuove immagini delle cose, nuova pittura del cielo e della terra. Gli è dunque vero che Satana indusse i primi parenti a peccare, e che in virtù della colpa provocata da lui, tolse a Dio l’umana famiglia, ed il mondo in cui questa vive. Quale non deve essere, la potenza di lui, la saldezza dell’usurpato dominio, se a riscattare i perduti è forza che lo stesso figliuol di Dio si sacrifichi, si dia in preda a quella morte che per fatto appunto del nemico penetrò nel mondo! Prima che Dio desse mano all’opera della redenzione Satana poteva posare nella sicurezza del possesso; ma ora che la redenzione si compie, anzi è già compiuta, non dovrà egli far l’estremo d’ogni sua possa per contendere al vincitore il frutto della vittoria, e racquistare, almeno in parte, il perduto? Ecco; egli osa di tentare il redentore medesimo, e l’apostolo lo dipinge quale un leone ruggente, in traccia di preda da divorare.

Ma se le condizioni del riscatto, se la qualità di colui che l’aveva a compiere, davano a Satana una grandezza e un valore che non avrebbe avuto altrimenti, la redenzione stessa non toglieva a costui tanta preda quant’egli ne aveva fatta e quanta ancora era per farne, e la vittoria di Cristo non prostrava così la potenza di lui come il desiderio dei riscattati poteva sperare. San Giovanni dice che il mondo aveva ad essere giudicato e discacciato il suo principe; San Paolo afferma che la vittoria di Cristo era stata piena ed intera, e con la sua morte aveva distrutto il re della morte: ma il principe di questo mondo veramente non fu spodestato; ma il re della morte non fu ucciso, anzi seguitò come prima a spargere intorno la morte, non meno l’eterna che la temporale. Cristo frange le porte dell’inferno, irrompe nel regno delle tenebre, spopola l’abisso; ma dietro di lui le porte si risaldano, le tenebre si ricongiungono, l’abisso si ripopola. Strano a dire! mai fra gli uomini fu tanto parlato di Satana, mai Satana fu tanto temuto quanto dopo la vittoria di Cristo, dopo la redenzione compiuta.

Nè ciò avveniva per un semplice error di giudizio, per una contraddizione logica. Il male è con sì fatti caratteri impresso nel libro di nostra vita che non basta una dottrina religiosa, non basta un sogno di fede e di amore a cancellarnelo. Lo spettacolo desolante di un mondo in dissoluzione si offriva da ogni banda agli sguardi dei nuovi credenti: il fior delicato e odoroso della dottrina di Cristo spuntava di mezzo al fimo di Satana. Non era opera dell’eterno prevaricatore quel politeismo variopinto che aveva affascinati e sedotti gli spiriti? Non erano Giove e Minerva, Venere e Marte, e gli dei tutti che popolavano l’Olimpo, incarnazioni di lui, o ministri del suo volere, esecutori de’ suoi disegni? Quella civiltà rigogliosa e gioconda del paganesimo, quelle arti fiorite, quella filosofia temeraria, quelle ricchezze e quegli onori, quegli amori e quegli ozii, e quelle infinite lascivie, non erano trovati suoi; inganni suoi, forme e strumenti della sua tirannide? Non era l’impero di Roma l’impero di Satana? Sì, veramente; Satana era adorato nei templi, celebrato nelle pubbliche feste; Satana sedeva in trono con Cesare, Satana saliva coi trionfatori in Campidoglio. Chi sa quante volte i pii fedeli, raccolti nelle catacombe, udendosi passar sopra il capo il fremito e il mugghio di quella vita, paventarono non fosse la procella diabolica per sommergere in tutto la navicella di Cristo, e fra le braccia stesse della croce si sentirono minacciati e premuti.

Così Satana ingigantiva di tutta la grandezza del mondo pagano raccolta in lui. In ogni parvenza di quella vita che la stringeva tutto allo intorno il cristiano ravvisava una sembianza del forte armato che Cristo era venuto a vincere e che, vinto, era fatto più audace e più impetuoso di prima. E l’anima sua si riempiva di costernazione e di terrore; giacché come guardarsi dalle insidie, come difendersi dagli assalti di un nemico più velenoso dell’Idra, più moltiforme di Proteo? Tertulliano ammonirà, ed altri ammoniranno, di non frequentare pagani, di non partecipare alle feste e ai giuochi loro, di non esercitar professione alcuna che possa, direttamente o indirettamente, servire al culto degli idoli; ma come osservare tale divieto e vivere? o come, osservatolo, assicurarsi di serbar puro il cuore, se la terra che si calca, se l’aria che si respira è fatta d’impurità e di peccato?

E Satana non si contenta del lenocinio e della insidia; con altre armi ancora egli tenta di riconquistare il perduto. Egli assalta d’ogni parte la Chiesa appena fondata, e come un ariete dal capo di bronzo, ne percote giorno e notte e ne sfalda le mura. Suscita le persecuzioni spaventose, e la nuova fede cerca di annegare nel terrore e nel sangue. Promuove le grandi eresie e sbranca innumerevoli agnelle dal gregge di Cristo. Tristi tempi, vita piena di periglio e di dolore! No, il regno di Cristo non è giunto ancora; ma gli spiriti contristati cui dà le sue ali la fede, credono di scorgerne da lungi, nei sogni apocalittici, i rutilanti bagliori, e annunciano la seconda venuta del redentore, e la finale sconfitta dell’antico serpente.

Sogni vani, deluse speranze! Il redentore non viene, e l’antico serpente, fatto più velenoso che mai, moltiplica le sue spire, avvolge più sempre il mondo. Una prova tra l’altre se ne può avere dalla dottrina di alcune sètte che travagliarono la Chiesa, più particolarmente nei primi tre secoli, e che tutte s’industriarono d’introdurre nel cristianesimo un dualismo poco diverso da quel dei persiani. Quelle dottrine formano nel loro complesso ciò che si chiama lo gnosticismo, e le più eccessive hanno per comune tendenza di attribuire a Satana assai più importanza che non avesse innanzi, di considerar Satana quale creatore della natura corporea, di far del male un principio originario e indipendente, non sorto da defezione o scadimento, ma coeterno al bene e in lotta con esso. Per tal modo cresceva la potenza di Satana, e l’opera della redenzione si faceva più difficile, la salute più incerta. Clemente Alessandrino e Origene avevano sostenuto che tutte le creature tornerebbero a Dio, loro comune principio; ma Sant’Agostino pensò che Dio salverebbe solo alcuni eletti, e che la massima parte del genere umano sarebbe preda del diavolo.

Non è punto agevole, nel cozzo delle opposte dottrine e nella contrarietà degli influssi, traverso le speculazioni della filosofia, specie neoplatonica e cabalistica, le brillanti fantasie della gnosi, il dogma ortodosso ancor vacillante, farsi un chiaro ed esatto concetto delle variazioni e degli accrescimenti di Satana nei primi secoli della Chiesa. Chi sa a quale sincretismo strano e mostruoso fosse giunta la religione di Roma, facilmente immagina che da quell’indefinibile miscuglio di credenze assurde e di pratiche pazze Satana dovesse derivare più d’uno degli elementi della sua rinnovata persona. Veramente il Satana cristiano esce dallo scontro, dal mutuo penetrarsi di svariate civiltà, di filosofie repugnanti, di religioni nemiche, e quando la Chiesa trionfa, quando il dogma è fermato, egli stende sul mondo uno spaventoso dominio.

La insanabile corruzione pagana dà nuovo rilievo all’idea del male e fa giganteggiare colui che personifica quell’idea. I cristiani credevano il mondo pagano fattura di Satana; invece gli è il mondo pagano che foggia in gran parte Satana nella fantasia dei cristiani. Senza l’impero di Roma Satana sarebbe riuscito molto diverso da quello che egli è, o fu. Tutto il turpe e tutto il diabolico diffuso per entro la civiltà pagana, si raccoglie in lui, si condensa in lui; egli diventa il natural richiamo di quanto appar peccato alla timorata e ritrosa coscienza cristiana, cioè una varietà infinita di pensieri, di costumanze, di opere. I numi che avevano avuto altari e templi non muojono, non dileguano, ma si trasformano in demonii, perdendo alcuni l’antica formosità seduttrice, serbando tutti la pravità antica, accrescendola. Giove, Giunone, Diana, Apollo, Mercurio, Nettuno, Vulcano, Cerbero, e fauni e satiri, sopravvivono al culto che loro era reso, ricompajono fra le tenebre dell’inferno cristiano, ingombrano di strani terrori le menti, provocano fantasie e leggende paurose. Diana, mutata in demonio meridiano, invaderà i disaccorti troppo obbliosi di lor salute, e la notte, pei silenzii dei cieli stellati, si trarrà dietro a volo le squadre delle maliarde, instruite da lei. Venere sempre accesa d’amore, non meno bella demonio che dea, userà negli uomini l’arti antiche, inspirerà ardori inestinguibili, usurperà il letto alle spose, si trarrà fra le braccia, sotterra, il cavaliere Tanhäuser, ebbro di desiderio, non più curante di Cristo, avido di dannazione. Un pontefice, Giovanni XII, reo, diranno i suoi ac-cusatori, di aver bevuto alla salute del diavolo, invocherà, giocando a dadi, l’ajuto di Giove, di Venere e degli altri demonii. Satana sarà spesso rappresentato in figura di fauno, di satiro, di sirena.

Quando la Chiesa trionfa, la storia di Satana par cognita in ogni sua parte, e piena la figura di lui. Si conoscono, cioè si crede di conoscere, le sue origini, le prime e le posteriori vicende, i procedimenti e le opere. I Padri l’hanno narrato e descritto; Satana fu creato buono, e si fece perverso; cadde per suo peccato, trascinando nella ruina un innumerevole popolo di seguaci. Si dirà più tardi che la decima parte della milizia celeste fu precipitata quaggiù, sommersa negli abissi, e s’immaginerà una schiera di angeli neutrali, non ribelli a Dio, non avversi a Satana, spettatori della pugna combattuta fra quello e questo; angeli, che san Brandano incontrerà nel corso delle sue avventurose peregrinazioni; che Parzival udirà ricordare laggiù nell’ultimo Oriente, dove si custodisce la santa reliquia del Graal; che Dante porrà nel vestibolo dell’inferno insieme con gli sciagurati vigliacchi che mai non fûr vivi.

Ma Satana non ha ancora finito di crescere, la sua persona non è per anche perfetta; lunga è la storia di lui, e quando un’era ne è chiusa, un’altra incomincia. Gli asceti, che avevano creduto fuggirlo fuggendo il mondo, e nel deserto l’avevano ritrovato, più maligno e più possente che mai, e avevano sperimentate le sue innumerevoli insidie, sostenuti gli insulti feroci, non lo conoscevano ancora sotto tutti i suoi aspetti.

Alle antiche calamità altre successero; a una età di corruzione profonda tenne dietro una età di dissoluzione violenta, che parve schiantare dai cardini il mondo. Giù dal settentrione caliginoso, i barbari irrompono come un mare che abbia travolte le dighe, e l’impero di Roma al loro urto si sfascia con fragorosa rovina. La rea e maledetta civiltà pagana si spegne, ma per dar luogo a una tenebra disperata di barbarie, per entro a cui non è possibile scorgere lume di salvezza. Par che il regno umano sia per finire, sia invece per cominciare sulla terra un regno ferino. L’immane sciagura, quale da Salviano fu narrata con eloquenza focosa, fece dubitar della provvidenza; e offrendo spettacolo di mali incogniti prima, innumerevoli, incommensurabili, diede, com’era naturale, nuovo rilievo alla figura di colui che è di tutti i mali principio e promotore. Satana cresceva dell’opera dei barbari, ma in pari tempo cresceva di molte loro credenze, attirando a sè quanto, e non era poco, nella loro religione, trovava conforme e omogeneo al suo essere. A contatto con la vita greca e romana, egli, in una certa misura, si grecizzò e romanizzò; a contatto con la barbarie settentrionale si germanizzò. Numerose figure della mitologia germanica, il dio Loki, il lupo Fenris, ed elfi, e silfi, e gnomi, si trasfondono in lui, e gli conferiscono nuovi aspetti, nuovi caratteri e nuove movenze. Così Satana si costruisce e si forma, quando con accrescimenti rapidi, quando con lenti, in virtù di stratificazioni successive, d’infiltrazioni continue, variando senza posa, passando pei gradi di una evoluzione faticosa e lunga? Semplice potenza elementare in origine, egli acquista a poco a poco il carattere morale che gli appartiene, e quando lo si guarda cresciuto, quando si scruta dentro il suo essere, si rimane stupiti e sopraffatti vedendo la sua grandezza, vedendo la moltiplicità e diversità degli elementi che lo compongono. Non solo le forze della natura, non solo gli dei di varie mitologie diventano Satana, ma gli uomini ancora. In poemi e leggende del medio evo Pilato, Nerone, Maometto, si convertono in diavoli.

Satana tocca il sommo grado di esplicazione e di potenza nel medio evo, nella torbida e travagliosa età in cui più vigoreggia il cristianesimo. Egli perviene a maturità insieme con le istituzioni varie e con le forme proprie di quella vita; e quando l’arte gotica fiorisce nei templi cuspidati, anche il mito di lui fiorisce, tetro e meraviglioso, nella coscienza delle genti cristiane. Chiuso il secolo XIII, egli declina e disviene, come declinano e disvengono il papato, la scolastica, lo spirito feudale, lo spirito ascetico. Satana è figlio della tristezza. In una religione come la greca, tutta serena, tutta irradiata di luce e di colore, egli non avrebbe potuto metter persona; a farlo crescere e prosperare son necessarie le ombre, son necessarii i misteri di peccato e, di dolore, che, simili a un velo funereo, avvolgono la religione del Golgota. Satana è figlio del terrore, e il medio evo è l’età del terrore. Presi d’invincibil ribrezzo, gli animi temono la natura gravida di portenti e di mostri, il mondo corporeo opposto al mondo dello spirito e suo irreconciliabile nemico; temono la vita, perpetuo fomite e periglio di peccato; temono la morte, dietro a cui si spalanca dubbiosa l’eternità. Sogni e farnetichi turbano le menti. L’eremita estatico, da lunghe ore ginocchioni in preghiera dinanzi all’uscio della sua cella, vede trasvolar per l’aria eserciti spaventosi, tregende di mostri apocalittici: le notti si illuminano di segni fiammeggianti, gli astri si sfigurano e si bagnan di sangue, tristi presagi di sciagure imminenti. In occasione di morbi che falciano gli uomini come spiche mature si vedono saette, vibrate da mani invisibili, fendere l’aria, sparir sibilando: e ogni po’ corre traverso la cristianità esterrefatta come un brivido di finimondo, e la sinistra novella che l’Anticristo è già nato, e sta per cominciare il formidabile dramma annunziato dall’Apocalisse.

Satana cresce nella mestizia e nell’ombra delle cattedrali spaziose, dietro i massicci pilastri, nei recessi del coro; Satana cresce nel silenzio dei chiostri, invasi dallo stupor della morte; Satana cresce nel castello merlato, dove un occulto rimorso rode l’anima al torvo barone; nella cella recondita dove l’alchimista tenta i metalli; nel bosco solitario, dove il mago, la notte, ordisce le sue malie; nel solco, dove il servo affamato getta imprecando il seme che dovrà nutrire il signore. Satana è in ogni luogo: infiniti l’hanno veduto, infiniti hanno favellato con lui.

La credenza era ben radicata, e la Chiesa non mancò di darle favore, di accrescerle forza. La Chiesa si giovò di Satana, fece di lui uno strumento efficacissimo di politica, e quanto più potè gli crebbe credito, giacché ciò che gli uomini non facevano per amor di Dio, o per ispirito d’obbedienza, facevano per paura del diavolo. Satana fu offerto sotto tutti gli aspetti, fu dipinto e scolpito, alla sgomenta contemplazion dei devoti; Satana venne in coda a ogni frase di predicatore, a ogni ammonizione di confessore; Satana diventò l’eroe di una leggenda senza fine, che ebbe riscontri ed esempii per tutti i casi della vita, per ogni azione, per ogni pensiero. Non poche Visioni del medio evo mostrano quale applicazione si sapesse fare del diavolo alla politica in genere: certo alla politica ecclesiastica il diavolo servì assai più della inquisizione e dei roghi, sebbene e quella e questi l’abbiano servita abbastanza. Sino dall’anno 811 Carlo Magno accusava in un suo capitolare i chierici di abusar del diavolo e dell’inferno per truffar denari e carpir possessioni.

Se grande era la paura che si aveva di Satana, l’odio che si nutriva contro di lui non era punto minore. Tale odio non era certo ingiustificato, giacché odiando lui si odiava l’autor di ogni male, e quanto più si amava Cristo tanto più si doveva odiare il suo nemico. anche in questo caso la paura e l’odio produsssero gli effetti consueti, stravaganza di opinioni, ed esagerazon di giudizii. La figura di Satana ebbe a risentirne le conseguenze, e l’eccesso avvertito da alcuno di mente più temperata, diede origine al proverbio che dice: Il diavolo non è poi così brutto come si dipinge.

Capitolo II.

La persona del diavolo.

Gli uomini non riescono se non con somma difficoltà, se pur vi riescono, a formarsi il concetto di una sostanza incorporea, essenzialmente diversa da quella che cade loro sotto i sensi. L’incorporeo per essi non è di solito altro che un’attenuazione, una rateazione del corporeo, una stato di minima densità, paragonabile, anche se minore, a quella propria dell’aria, o della fiamma. Per tutti gli uomini non civili, e per la massima parte ancora di quelli che si chiamano civili, l’anima è un fiato, o un vapor leggiero, e si può vedere sotto apparenza di ombra. Gli dèi di tutte le mitologie sono o poco o molto corporei; quelli della greca si nutrono d’ambrosia e di nettare, e se si cacciano, come usan di fare, nelle zuffe dei mortali, corron pericolo di toccare, come i mortali, di buone busse. Per ciò non deve sembrare strano che le dottrine pneumatologiche, così giudaiche, come cristiane, attribuiscano di solito un corpo agli angeli e ai demonii.

Dottori e Padri della Chiesa, son quasi unanimi nel credere che i demonii sieno provveduti di un corpo, già posseduto da essi quando ancora duravano nella condizione di angeli, ma fatto dopo la caduta, più denso e più grave. La densità di quel loro corpo, assai più lieve sempre che non sia il corpo degli uomini, non è da tutti stimata egualmente: nel secondo secolo Taziano la faceva simile a quella dell’aria, o del fuoco, e un corpo fermato d’aria dava ai demonii Isidoro di Siviglia in principio del settimo. Altri, come san Basilio Magno, inchinarono ad attribuir loro un corpo anche più sottile. Ma ben s’intende come non potesse esservi in sì fatto argomento una opinione unica, da doversi seguire universalmente, e come potesse Dante, senza offendere la coscienza di nessuno, dare al suo Lucifero, là fra i ghiacci di Cocito, un corpo saldo e compatto, al quale egli e Virgilio si aggrappano come ad una roccia.

Avendo corpo, i demonii debbono anche risolvere certe necessità naturali, come hanno tutti gli esseri, corporei viventi; prima fra tutte quella di riparar l’organismo, la cui trama, con l’esercizio della vita, perpetuamente si logora. I diavoli debbono aver bisogno di nutrirsi, e in Catti, Origene, Tertulliano, Atenagora, Minucio Felice, Firmico Materno, san Giovanni Crisostomo, ed altri parecchi, dicono che i diavoli assorbono avidamente il vapore e il fumo delle vittime sacrificate dai pagani; cibo poco "sostanzioso a dir vero, ma non disdicevole alla complessione loro. Alcuni rabbini, largheggiando un po’ più, e pensando a introdurre nella diabolica vivanda qualche maggior varietà, dissero che i diavoli si nutrono dell’odore del fuoco e del vapore dell’acqua, ma sono anche avidissimi di sangue, quando ne possono avere, e un proverbio tedesco soggiunge che il diavolo, quando è affamato, mangia le mosche.

Il popolo parla volentieri di diavoli vecchi e di diavoli giovani, e sono parecchi i proverbi che, in varie lingue, traggono il tema da quella sua credenza. Si sa che il diavolo, divenuto vecchio, si fece eremita, e parrebbe ragionevole che ancor egli dovesse invecchiare, dacché tutti gli esseri che hanno organismo invecchiano; ma il già citato Isidoro di Siviglia afferma che non invecchiano, e noi non possiamo dir altro fino a che l’anatomia e la fisiologia diabolica non sieno meglio studiate. Se non invecchiano, non debbono neanche morire, e una grande bugia avrebbero detto quei rabbini i quali asserirono che anch’essi, come gli uomini, muojono, non tutti veramente, ma la maggior parte. Ammalare sembra che dovrebbero potere; tanto è vero che le streghe, quando ce n’erano, giunsero a dire qualche volta nelle loro deposizioni, dopo ricevuti due o tre tratti di corda, che il diavolo di tanto in tanto cadeva ammalato, e che allora toccava ad esse vegliarlo e curarlo. Alcuni Padri e Dottori, come, per non ricordarne altri, san Gregorio Magno, vollero i diavoli al tutto incorporei; ma fu questa, come ho detto, l’opinione meno accreditata. Ad ogni modo si poteva credere così o così, come meglio piaceva, e san Tommaso, riferite le contrarie sentenze, concludeva con dire che, abbiano i demonii o non abbiano corpo, ciò poco importa alla fede. Ma se poco importa alla fede, molto importa alla fantasia, e il popolo non mancò mai di dare ai diavoli un corpo quanto più sodo gli fu possibile.

E come era fatto cotesto corpo? Badisi che qui si tratta del corpo che i diavoli hanno naturalmente, non di quello che essi possono assumere a lor piacimento e di cui dovrò parlare più innanzi.

In generale, e di regola, il corpo dei demonii aveva forma umana. Ciò non deve recar meraviglia: l’uomo che ha fatto a propria immagine gli dèi, ha fatto aure a propria jmmagjne gli angeli e i diavpli. Se non che, quando si dice forma umana, non si deve intendere forma in tutto simile alla nostra. In conseguenza del peccato e della caduta, Satana,

la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

come dice l’Alighieri, e con Satana gli altri ribelli, videro, non solo il corpo loro farsi più denso e più grossolano, ma ancora mutarsi in obbrobriosa deformità la bellezza sovrana di cui Dio li aveva vestiti. La forma dei diavoli è pertanto una forma umana deturpata e mostruosa, nella quale il ferino si mescola con l’umano, e non di rado soperchia; e se per ragion della forma si dovesse assegnare ai diavoli (mi perdonino i naturalisti), un posto nella classificaziene zoologica, bisognerebbe raccoglierli per buona parte in un’apposita famiglia di antropoidi.

Una bruttezza eccessiva, quando spaventosa e terribile, quando ignominiosa e ridicola, fu dunque tra i Caratteri, dirò così, fisici del diavolo, il più spiccato ed appariscente; e non senza ragione, giacché se non è vero, come si volle far dire a Platone, che il bello è lo splendore del buono, è per contro verissimo che gli uomini sono tratti da una specie d’istinto di cui non cercheremo ora le origini, ad accoppiare bellezza e bontà, malvagità e bruttezza. Dare a Satana una bruttezza eccessiva fu considerato come un’opera meritoria, che per sè stessa faceva bene all’anima, e nella quale trovava anche legittimo sfogo l’odio contro un nemico non mai temuto abbastanza. Autori di leggende, pittori, scultori, spesero in raffigurar Satana il meglio della lor potenza inventiva, e così bene, o, se vogliamo dir più giusto, così male lo raffigurarono, che Satana stesso ebbe a risentirsene, sebbene sia da credere che egli della sua bellezza non si tenga troppo. È nota la storia, narrata da molti nel medio evo, di quel pittore, che avendo dipinto un diavolo più brutto assai dell’onesto, fu da esso diavolo precipitato dal palco su cui lavorava. Buon per lui che una Madonna, da lui figurata bellissima, sporse il braccio fuor del dipinto, e lo sostenne, a mezz’aria.

Del resto non c’era bisogno d’inventar nulla di proposito. Il diavolo molti l’avevano veduto co’ proprii occhi, e potevan dire com’era fatto: nella vorticosa fantasia dei visionarii, egli ad ogni minimo urto, si formava di rottami e di cascami d’immagini, a quel modo che si formano, di pezzetti di vetro multicolore, le capricciose figure del caleidoscopio.

I manichei, eretici famosi sorti verso il mezzo del terzo secolo, attribuivano al principe dei demonii, non solo forma umana, ma gigantesca, e gli uomini dicevano fatti ad immagine sua. Sant’Antonio, che sotto tanti altri aspetti ebbe a vederlo, lo vide appunto una volta in figura di smisurato gigante, che toccava col capo le nubi, e tutto nero; ma un’altra volta in figura di un fanciullo, nero del pari, ed ignudo. Il color nero si trova dato ai diavoli, come loro color naturale, sino dai primi secoli del cristianesimo, e le ragioni che suggerivano di darglielo si palesan da sé, tanto sono ovvie e spontanee. Più di un anacoreta della Tebaide vide indemonio in figura di Etiope, il che prova una volta di più come il demonio ritragga sempre de’ tempi e de’ luoghi in mezzo ai quali si muove, o è fatto muovere; ma infiniti altri santi di poi continuarono a vederlo a quel modo, non ultimo san Tommaso d’Aquino. La figura gigantesca non è nemmen essa senza ragione, giacché in tutte le mitologie, i giganti sogliono essere malvagi. Nella greca i Titani sono gli avversari di Giove, e però Dante li pone in inferno. Lo stesso Dante fa gigantesco il suo Lucifero: nelle epopee francesi del medio evo i giganti sono assai spesso diavoli, o figli di diavoli. Nella Visione di Tundalo, composta verso il mezzo del XII secolo, il principe dei demonii, che in eterno cuoce sopra una graticola, non solo è gigantesco, ma ha, come Briareo, cento braccia, e simile a Briareo, con cento mani e cento piedi, lo vide nel secolo XIV santa Brigida. Per contro qualche volta il diavolo è rappresentato come nano, probabilmente per influsso di miti germanici, di cui non serve ora discorrere.

Il Lucifero di Dante ha tre facce, ma non è Dante il primo a dargliele. La Trinità fu qualche volta rappresentata nel medio evo sotto specie di un uomo con tre volti; e poiché il concetto della Trinità divina suggerisce, per ragion di contrasto il concetto di una Trinità diabolica, e poiché, inoltre, nello spirito del male si supponeva essere tre facoltà o attributi opposti e contraddicenti a quelli che si spartiscono fra le tre persone divine, così era naturale che si ricorresse per rappresentare il principe dei demonii a una figurazione atta a far riscontro a quella con cui si rappresentava il Dio trino e uno. Questo Lucifero con tre facce, che è come l’antitesi della Trinità, o come il suo rovescio, appare in iscolture, in pinture su vetro, in miniature di manoscritti, quando cinto il capo di corona, quando sormontato di corna, tenendo fra le mani talvolta uno scettro, tal altra una spada, o anche due. Quanto tale figurazione sia antica è difficile dire, ma certo è anteriore a Dante che la introdusse nel suo poema, e a Giotto che prima di Dante la recò in un suo affresco famoso: essa si trova già nel secolo XI; e di un Beelzebub tricipite è cenno nell’Evangelo apocrifo di Nicodemo, il quale, nella forma che ha presentemente, non è posteriore al secolo VI.

Come più cresce negli animi e si dilata nel mondo la paura di Satana, più la bruttezza di lui si fa orrenda e fantastica; ma s’intende bene che a fargli dare piuttosto una che un’altra figura contribuivano non poco le occasioni, le credenze, i temperamenti. La forma più semplice di cui egli sia stato vestito è quella di un uomo alto, macilento, fuligginoso o livido, straordinariamente magro, con occhi accesi e sbarrati, spirante da tutta la sua tetra persona un orrore di larva. Tale lo descrive più di una volta nel secolo XIII Cesario di Heisterbach, monaco cisterciense, il cui nome ricorrerà frequente in queste pagine, e tale lo introduce ancora Teodoro Hoffmann nel suo strano racconto, che appunto s’intitola L’Elisir del diavolo. Un’altra forma, infinite volte rappresentata dalle arti, è quella di un angelo annerito e deturpato, con grandi ali di pipistrello, corpo asciutto e peloso, due o più conta in capo, naso adunco, orecchie lunghe ed acute, denti porcini, mani e piè con artigli. Così è fatto il demonio che nell’inferno dantesco butta giù nella pegola spessa dei barattieri uno degli anziani di Santa Zita:

Ahi, quanto egli era nell’aspetto fiero!

E quanto mi parea nell’atto acerbo,

Con l’ale aperte e sovra i piè leggiero!

L’omero suo, ch’era acuto e superbo,

Carcava un peccator con ambo l’anche,

E quei tenea de’ piè ghermito il nerbo.

Questa forma non esclude una certa eleganza; ma appunto perchè non l’esclude doveva facilmente trovare chi l’imbruttisse. Le corna diventarono spesso corna di bue, le orecchie, orecchie d’asino; la coda si munì in cima di una bocca di serpente; ceffi mostruosi, simili a mascheroni di fontana, copersero le giunture, boccheggiarono sul petto, sul ventre, sulle natiche; il membro virile s’inserpentì, si contorse in istrane fogge, così da ricordare certe bizzarre creazioni dell’arte antica; le gambe si mutarono in gambe di capro, reminiscenza del satiro pagano, o l’una di esse soltanto in gamba di cavallo; i piedi furono talvolta artigli d’uccel di rapina, o zampe d’oca.

Ma con ciò non si toccavano ancora gli ultimi termini del mostruoso. Una strana credenza voleva che il corpo dei diavoli non avesse che la parte anteriore, e fosse cavo dentro, simile a quei vecchi tronchi d’albero cui una lenta dissoluzione ha votato della sostanza legnosa. San Furseo vide una volta una turba di diavoli con lunghi colli e capi come caldaje di rame. Certi altri diavoli, veduti da san Gutlaco, avevano grandi teste, colli lunghi, volto lurido e macilento, barba squallida, orecchie ispide, fronte torva, occhi truci, denti equini, chiome arsicce, bocca ampia, petto sollevato, braccia scabre, ginocchia nodose, gambe arcate, calcagna massicce, piedi stravolti. Di giunta avevano voce clamorosa e rauca, e dalla bocca vomitavano fuoco. E questo vomitar fuoco dalla bocca non è gran cosa, perchè di solito schizzavano fìamma viva da tutte le aperture del corpo. A santa Brigida apparve una volta un diavolo che aveva il capo simile a un mantice munito di lunga canna, le braccia come serpenti, le gambe come un torchio, i piedi come uncini.

Ma chi mai potrebbe descrivere sotto tutti i suoi aspetti questa nuova Chimera? L’opinione che ciascun demonio dovesse avere una sua forma particolare, conveniente al suo particolar carattere, al suo grado, e alla natura del suo magistero infernale, moltiplicava le immaginazioni strane, accresceva la confusione. Abbiam veduto membra bestiali accoppiarsi nel corpo dei demonii alle umane; non di rado il bestiale soperchia l’umano, e in tal caso si ha, poniamo, una fiera con capo d’uomo, come di Gerione di Dante: talvolta ancora il bestiale esclude interamente l’umano, e allora si ha una fiera diabolica, la quale può essere anche una bestia composita, fatta di pezzi tolti di qua e di là, un mostro che fa violenza alla natura, un vivo simbolo di prevaricazione e di disordine.

Durante tutto il medio evo il diavolo s’immagina, come abbiam veduto, bruttissimo, e a questa regola, più morale ancora che estetica, gli è molto difficile trovare eccezione. Tuttavia qualche rarissima eccezione si trova! Una Bibbia latina del IX o X secolo, la quale si conserva nella Biblioteca Nazionale di Parigi, ha tra molt’altre una miniatura che rappresenta Satana e Giobbe. Satana vi è ritratto in modo da non potersi dir brutto. Dell’angelo antico esso serba ancora le ali e, cosa assai più strana, il nimbo che cerchia il capo; ma i piedi ha muniti di artigli, e nella mano sinistra tiene un vaso pien di fuoco, col quale sembra voglia dar segno dell’esser suo. Un diavolo che il poeta chiama bello, ma che nondimeno ha gran bocca e naso adunco, è descritto in un’epopea francese del XII secolo, la Bataille Aliscans. Federigo Frezzi, vescovo di Foligno, e autore del Quadriregio (m. 1416), trova in inferno, contro l’aspettazion sua, un Satana bellissimo:

Credea veder un mostro dispettoso,

Credea veder un guasto e tristo regno,

E vidil trionfante e glorioso,

Egli era grande, bello, e sì benegno

Avea l’aspetto, di tanta maestà,

Che d’ogni riverenza parea degno.

E tre belle corone avea in testa,

Lieta la faccia e ridenti le ciglia

E con lo scettro in man di gran podesta.

E benchè alto fosse ben tre miglia,

Le sue fattezze rispondean sì eguali,

E sì a misura ch’era maraviglia.

Dietro alle spalle sue avea sei ali,

Di penne sì adorme, e sì lucenti,

Che Cupido e Cillen non l’han cotali.

Ma non è questa se non una bugiarda apparenza, e il poeta, guardando attraverso lo scudo adamantino, di Minerva, sua guida, vede il principe dei demonii qual è veramente, di ferissimo aspetto, tutto nero, con gli occhi accesi, cinto il capo, non di corona, ma di draghi, mutati in serpi i capelli e i peli tutti dei corpo, le braccia armate di artigli, il ventre e la coda come di smisurato scorpione. Satana comincia a rabbellirsi alquanto col sopravvenire, o meglio con l’esplicarsi del Rinascimento, e si capisce come una età innamorata della bellezza, e che al culto della bellezza diede il meglio delle proprie energie, non dovesse comportare nemmeno in Satana una deformità troppo turpe e spaventosa. Nel Giudizio di Michelangelo le figure dei demonii non sono gran che diverse da quelle dei dannati, e fanno impressione più per la terribilità loro che per l’orridezza. I demonii del Milton serbano nella caduta non piccola parte dell’antica bellezza e dell’antica maestà; ma quelli del Tasso hanno strane ed orribili forme, anzi riproducono i mostri tutti dell’antichità. La figura del cavaliere, col giustacuore di velluto, il mantello di seta, il berretto adorno di una lunga penna di gallo, la spada al fianco, è immaginazione moderna.

I demonii, che avevano le proprie lor forme, potevano anche, a piacimento, assumerne altre; ma tanta è la varietà, e tanto il viluppo dell’une e dell’ altre, che non sempre vien fatto distinguerle. In genere si può dire non esservi forma che il diavolo non possa rivestire all’occorrenza, e questa sua attitudine lo rende ben meritevole del nome di Pròteo infernale che gli fu dato. Il Milton ben lo sapeva. Gli spiriti, egli dice, parlando appunto degli angeli caduti,

Pigliano a grado lor l’un sesso e l’altro,

o li fondono insieme. È tanto molle,

Semplice tanto la spirtale essenza,

Che libera da fibre e da giunture,

E non come la carne al frale appoggio

Dell’ossa accomodata, in qual sia forma

O lucida od opaca, o rara o densa,

Può gli aerei seguir divisamenti,

Ed all’opre dell’ira e dell’amore

Dar l’effetto proposto.

Vediamo un po’ di raccapezzarci in mezzo a questa interminabile mascherata infernale.

I diavoli, brutti per natura, potevano procacciarsi con artifizio un aspetto bello e seducente; potevano anche procacciarsi una deformità diversa da quella lor propria. A seconda degli intendimenti e dei bisogni loro, facevano l’una cosa o l’altra.

Che i diavoli, specie nel tempo più antico, apparissero alcuna volta ai cristiani in figura delle tali o tali altre divinità pagane, non parrà strano a nessuno. San Martino, il famoso vescovo di Tours, ebbe a vederli camuffati da Giove, da Mercurio, da Venere, da Minerva. Ma san Martino visse nel IV secolo, in un tempo in cui il paganesimo era, se non vegeto, vivo ancora, e però quelle sue visioni s’intendono facilmente: non così facilmente s’intende che «vedesse ancora diavoli in figura di Giove, di Venere, di Mercurio, di Bacco, di Ebe, san Rainaldo, vescovo di Nocera nel secolo XIII. In questo secondo caso dobbiam riconoscere gli effetti di certe letture di autori classici, e i sintomi dell’approssimarsi del Rinascimento. Le ragioni stesse che inducevano i demonii a mascherarsi da divinità pagane, potevano indurli a vestirsi delle sembianze di illustri antichi. Nel X secolo, a un grammatico di Ravenna, per nome Vilgardo, apparvero una notte alcuni diavoli sotto le spoglie di Virgilio, di Orazio, di Giovenale, e ringraziatolo della diligenza che egli adoperava intorno ai loro scritti, gli promisero di farlo dopo morte partecipe della stessa loro gloria.

Spessissimo i diavoli, che già avevano, di solito, forma umana, ne prendevano un’altra, pure umana, ma più conveniente al bisogno loro. Innumerevoli storie di santi ci narrano di demonii apparsi in figura di donne avvenenti, e infinite storie di sante ci narrano di demonii nascosti sotto le apparenze di bei giovani procaci. Su queste apparizioni pericolose dovrò ritornare quando parlerò del diavolo tentatore. Non di rado i diavoli si prendevano il gusto di capitare innanzi a colui o a colei cui volevano dar noja, sotto sembianze di amici, di parenti, o di persone in altro modo cognite e familiari; dal che poteva venire, e venne qualche volta, danno e scandalo grande. La venerabile Maria di Maillé scoperse il diavolo sotto la scorza di un eremita che tutti reputavano santo. Alla beata Gherardesca Pisana, e ad altre sante, il diavolo apparve in figura degli sposi loro; in figura di cavaliere uscì un giorno dalla camera da letto di santa Cunegonda. Una volta poi ne fece una anche più grossa. Prese l’aspetto di san Silvano, vescovo di Nazaret, scoperse ad una fanciulla il suo amore, e si lasciò trovare sotto il letto di lei. Messosi un giorno alla finestra, Tommaso Canti pratense, domenicano del secolo XIII, vide il diavolo in figura di un prete, che (bisogna dirlo in latino) si mostrava nudato inguine, ex tento asinino veretro velut ad urinam faciendam. Chiamatolo, quello immantinente sparì. Lo stesso Tommaso racconta che nell’anno 1858, presso Colonia, fu veduta una gran ridda di diavoli, in figura di monaci bianchi, trascorrere danzando pei prati.

Assai di frequente i diavoli si lasciarono vedere sotto forma di varii animali. Non parlo del drago, perchè non s’intende bene se quella del drago sia una propria forma di alcuni diavoli, oppure una forma assunta accidentalmente. Come drago, senz’altro, appare Satana nell’Apocalisse, e sino molti i santi a cui apparvero draghi diabolici. Nel secolo VIII Giovanni Damasceno descriveva i « demonii come draghi volanti per l’aria. Alcuna volta il drago sembra un essere intermedio fra il demonio e la bestia. Ma infinite altre forme animalesche usavano rivestire i demonii per tormentare, intimorire, infastidire i buoni fedeli. Sant’Antonio, là nel deserto, ebbe a vederli in forma di belve ruggenti, e muggenti, di serpi e di scorpioni, e, più di mille anni dopo, santa Coleta li vedeva ancora trasformati in volpi, in serpenti, in rospi, in lumache, in mosche, in formiche. Nel secolo XIII sant’Egidio riconobbe il demonio sotto il guscio di una smisurata testuggine. In figura di leone il demonio uccise un fanciullo, cui sant’Eleuterio, vescovo di Tournay, ridiede la vita; in figura di corvo si mostrò a molti. Nella leggenda di san Vedasto si ricorda che i diavoli furono veduti una volta oscurare il giorno sotto forma di un nugolo di pipistrelli. Cane, il diavolo si fece compagno di papa Silvestro II, sospetto di magia; cane apparve a Fausto, e cane fu veduto custodire tesori nascosti sotterra; caprone, si lasciò vedere nelle tregende; gatto, si strofinò nelle cucine delle maliarde; mosca, ronzò ostinatamente intorno ad uomini dabbene. Insomma non è animale feroce, o deforme, o schifoso, sotto le cui sembianze i demonii non siensi celati talvolta.

Tutta questa zoologia diabolica non deve recar meraviglia. Non solo era naturale che i demonii prendessero, per raggiungere i particolari loro fini, quali forme animalesche più loro piacessero; ma tra gli animali stessi, o almeno tra parecchi di essi e i demonii, era una certa affinità, era talvolta una vera medesimezza di natura. Lasciamo stare che nel simbolismo cristiano parecchi animali, come il serpente, il leone, la scimia, rappresentano il diavolo; lasciamo stare che i demonii stessi sono molto dovente chiamati col nome poco complimentoso di bestie; ma certi animali sono a dirittura trasformati in demonii, o confusi coi demonii. In un’antica formola di esorcismo si prega Dio di voler preservare i frutti della terra da bruchi, topi, talpe, serpenti ed altri spiriti immondi. Da altra banda mi ricordo di aver veduto in un antico Bestiario, o trattato zoologico del medio evo, il diavolo messo in ischiera con l’altre bestie. Ho già notato che il drago era alcun che di mezzo tra il demonio e la bestia; altrettanto può dirsi del basilisco. Il rospo, che molto spesso compare in compagnia delle streghe, riesce in certi racconti assai più demonio che bestia. A provarlo può bastare la seguente spaventevole istoria narrata da Cesario di Hetsterbach. Un fanciulla trova in un campo un rospo e lo ammazza. Il rospo morto perseguita il suo uccisore, non dandogli requie nè giorno nè notte; ammazzato più altre volte, continua a perseguitarlo, e non ismette nemmeno dopo essere stato arso e ridotto in cenere. Il povero perseguitato, non trovando altro modo di liberarsi, si lascia mordere dal suo nemico, e sfugge alla morte tagliando rapidamente via con un coltello la carne in cui era penetrato il morso velenoso. Appagato il suo furore di vendetta, il terribile rospo non si lasciò più vedere.

San patrizio, san Goffredo, san Bernardo, altri santi parecchi, scomunicarono mosche e altri insetti nocivi, o anche rettili, e liberarono dalla lora presenza case, città, province. I processi fatti agli animali nel medio evo, e ancora in pieno Rinascimento, sono famosi nella storia della superstizione: si citavano le bestie, come si citavano i diavoli. Nel 1474 i magistrati di Basilea giudicarono e condannarono al fuoco un gallo diabolico, che aveva ardito di fare un uovo. Se gli animali si trasformavano in demonii, era pur giusto che i demonii si trasformassero in animali.

Né bastava loro di trasformarsi in animali, chè si trasformavano ancora in cose inanimate. San Gregorio Magno narra il lacrimevole caso di una monaca, la quale, credendo di mangiare una foglia di lattuga, mangiò il diavolo, e se lo tenne in corpo un pezzo. Un discepolo di sant’Ilaro, abate di Galeata, vide una volta il diavolo sotto forma di un appetitoso grappolo d’uva. Ad altri, secondo i casi e le occorrenze, il diavolo si lasciò vedere sotto specie di un bicchiere di vino, di un pezzo d’oro, di una borsa piena di monete, di un tronco d’albero, di una botte che ruzzola, e persino di una coda di vacca. Non senza ragione dunque l’olandese Gerolamo Bosch, e qualche altro tra’ più famosi pittori di diavoli, avvivarono spesso di diabolica vita alberi, pietre, fabbriche, suppellettili casalinghe, arnesi di cucina.

Se non che non finiscon qui gl’immascheramenti diabolici, e se quelli che ho ricordati danno prova di non poca versatilità di natura e di non picciola fantasia, altri ne sono che rivelano grandissima temerità ed impudenza veramente diabolica. Più di una volta osò Satana di assumere le venerate sembianze di alcun santo famoso, vivo ancora, o già morto e levato all’onor degli altari. Assai spesso ancora si lasciò vedere in figura di angelo, splendente di luce e di gloria. Ponendo il colmo all’audacia egli apparve a parecchi in sembianza della Vergine Maria, di Cristo crocifisso, o risorto, dello stesso Dio Padre, e insieme co’ satelliti suoi giunse talvolta a simulare, a porre in iscena l’intera corte celeste.

I demonii potevano, addensandosi l’aria d’attorno, o foggiando acconciamente alcun altro elemento, fingersi il corpo che loro meglio piaceva; ma potevano anche cacciarsi in un corpo bell’e formato, e servirsene non altrimenti che se fosse il loro proprio. Non intendo qui parlare della possessione, di cui avrò a dire a suo luogo, e che i demonii esercitavano invadendo corpi tuttora vivi; ma della intrusione loro in corpi morti, che per loro virtù ostentavano le apparenze della vita. Dante fa dire a frate Alberigo de’ Manfredi che i traditori della patria, puniti nella Tolomea, hanno tal sorte, che mentre l’anime loro penano nell’ultimo fondo d’inferno, i corpi, governati da demonii, durano per un certo  tempo nel mondo, ancora vivi in apparenza. Questa fu giudicata una ingegnosa fantasia di Dante, e non è Cesario racconta la lugubre storia di un chierico morto, il cui corpo era animato e tenuto su da un diavolo. Questo chierico di contrabbando cantava con voce così soave che tutti in udirlo trasecolavano; ma un bel giorno un sant’uomo, dopo averlo ascoltato alquanto, disse senza smarrirsi: “Questa non è voce d’uomo, anzi è voce di un dannatissimo diavolo;” e fatti suoi bravi esorcismi, forzò il diavolo a venir fuori, e quando il diavolo fu fuori, il cadavere cascò in terra. Tommaso Cantipratense racconta come un demonio entrò nel corpo di un morto, che era deposto in una chiesa, e tentò con sue ciur-merie di spaventare una santa vergine che pregava; ma la santa vergine, conosciuto l’inganno, diede al morto un buon picchio sul capo, e lo fece chetare. Di un diavolo, che per tentare un povero recluso tolse il corpo di una donna morta, narra Giacomo da Voragine (m. 1298) nella sua Legenda aurea. Ma questa immaginazione è assai più antica. Di un diavolo, che, entrato nel corpo di un dannato, traghettava a un fiume i viandanti, con isperanza di farli, affogare, si legge nella Vita di san Gilduino: di un altro, che teneva vivo il corpo di un malvagio uomo, si legge nella Vita di sant’Odrano. I teologi ammisero ciò che le leggende narravano; solo determinarono in loro sapienza che i diavoli non potessero cacciarsi nei morti di buona riputazione, approvati dalla Chiesa. La credenza, con o senza questa restrizione, non è così innocua come potrebbe a primo aspetto sembrare. Ad essa si legano parecchie superstiziose opinioni circa il male che corpi morti possono fare, e parecchie orribili pratiche intese a impedir che lo facciano. Se uno creduto morto, faceva alcun movimento, tosto si pensava esser quella una illusione del diavolo, e al morto che voleva esser vivo davasi sepoltura in tutta fretta. La credenza durava tuttavia in pieno Rinascimento, e nel secolo XVIII non era ancora del tutto dileguata.

Il diavolo poteva a posta sua assumere forme onorate e piacenti, ma non cessava però d’essere diavolo; fatta invisibile, la diabolicità sua non cessava di raggiargli da tutta la persona come un influsso maligno. Anche quando si celava sotto le sembianze di una bella fanciulla, o sotto quelle di un angelo, della Vergine Maria, di Cristo medesimo, egli col suo appressarsi turbava e sgomentava l’umana natura, inspirava ribrezzi inesplicabili, o lasciava dietro sè ansie e terrori profondi. L’influsso pernicioso poteva rafforzarsi d’assai se egli si lasciava vedere sotto il proprio suo aspetto, o sotto alcun altro aspetto mostruoso. Il bravo Cesario mostra, con varii esempii, quanto pericolo porti la vista del diavolo. Due giovani ammalarono dopo aver veduto il diavolo in figura di donna; parecchi, dopo averlo veduto, morirono. Tommaso Cantipratense dice che la vista del diavolo fa ammutolire. Dante, giunto in presenza di Lucifero, divien gelato e fioco, non muore e non è vivo. Nè ciò deve far meraviglia se si pensa che alla donna bianca e ad altri spettri fu spesso data facoltà di uccidere con lo sguardo e con l’aria del volto.

Infinite erano le forme sotto cui il diavolo poteva celarsi, e infiniti gl’inganni che per esse poteva fare altrui; ma c’era pure chi, come san Martino, sapeva scovarlo sotto le forme più inusitate e più ingannevoli. Scoperto, il diavolo travisato si dileguava improvvisamente, o riprendeva l’aspetto suo consueto.

Questa era la natura fisica del diavolo: della morale non parlo ora, giacché noi la vedremo esplicarsi nei capitoli seguenti. Dirò solo che, contro alla sentenza di san Tommaso d’Aquino, il quale non gl’imputa altro peccato che la superbia e l’invidia, la opinion popolare ha regalato al diavolo tutti e sette i peccati capitali.

 

Capitolo III.

Numero, sedi, qualità, ordini, gerarchia, scienza e potenza dei diavoli.

 

Parlar del diavolo, come se il diavolo fosse uno solo, non è esatto: i diavoli erano molti, e quando si dice diavolo, al singolare, s’ha a intendere il principe loro, oppure s’ha a intendere la diabolica razza tutta intera, collettivamente presa, e rappresentata dall’individuo.

I diavoli, non solo erano molti, ma erano innumerevoli. Si ammetteva generalmente dai teologi che degli angeli la decima parte si fosse ribellata a Dio; ma ci fu chi non si contentò di una supputazione così vaga, e sottopose il popolo infernale a regolare censimento. Un teologo più diligente degli altri, approfondito l’esame della cosa, trovò che i diavoli dovevano essere non meno di 10,000 bilioni.

Per tanta gente ci voleva del posto, e perciò le sedi dei diavoli erano due, la sfera dell’aria, e l’inferno; quella perchè avessero agio di tentare e tormentare i vivi, questa per punizione lor propria, e perchè dessero ai morti il meritato castigo. La sede aerea era loro concessa solo fino al dì del giudizio: pronunziata la finale sentenza essi dolevano tutti stiparsi in inferno per non uscirne più mai.

I diavoli non erano tutti di una qualità e di una condizione. C’erano diavoli acquatici, che si chiamavano Nettuni; ce n’erano di quelli che abitavano nelle spelonche e nelle selve, ed erano detti Dusii; c’erano gl’Incubi, i Succubi, ecc. Inoltre non tutti avevano le stesse attitudini: questo riusciva meglio a far la tal cosa; quello riusciva meglio a far la tal altra. Di qui la divisione del lavoro e la necessità di un certo ordinamento sociale. Parve a taluno che fra i demonii, i quali appunto personificano il disordine e la confusione, un ordinamento così fatto non ci dovesse, nè ci potesse essere; ma tale non è la opinione di san Tommaso e dei teologi più accreditati, i quali vogliono ci sia una gerarchia fra i diavoli, come c’è una gerarchia fra gli angeli rimasti fedeli. Anzi la gerarchia dei diavoli parrebbe più salda e più intera che non quella degli angeli, perchè, mentre quelli hanno un capo che sta sopra tutti, ed a tutti comanda, questi non l’hanno, o l’hanno solamente in Dio, che è monarca universale e non loro soltanto. Principe è monarca dei diavoli è Beelzebub, secondo si afferma negli Evangeli di Matteo e di Luca, e si tiene dai teologi in generale; ma bisogna dire che qualche incertezza regna a tale riguardo. Alcuna volta comparisce capo Satana, alcun’altra Lucifero, e Dante, forse per tòrsi d’impaccio, fa di Satana, di Lucifero, di Beel-zebub un solo e medesimo diavolo, contrariamente alla opinione di altri, che ne fanno tre diavoli distinti e non eguali in potenza fra loro.

Di ordini diabolici si parla già nel così detto Libro di Enoc, anteriore al cristianesimo, e se ne parla poi nel Nuovo Testamento. San Tommaso fa espressa menzione di diavoli superiori ed inferiori e di ordini gerarchicamente costituiti, senza entrare per altro in troppi particolari. Ma un tale riserbo, se poteva convenire ai teologi in genere, non conveniva ai demonografi in ispecie, e a guanti attendevano a studio o a pratica di magia. A tutti costoro importava di conoscere esattamente la gerarchia diabolica, e insieme la condizione e le operazioni di ciascun ordine in essa compresa, anzi, quando fosse possibile, di ciascun singolo demonio. Del resto il principio dell’ordinamento non fu da tutti inteso ad un modo, e se alcuni Padri pensarono che gli ordini si distinguessero secondo le varie specie di peccati che i demonii promuovono, altri credettero si distinguessero secondo il grado della potenza e la qualità dell’azione.

Dante chiama Lucifero imperatore del doloroso regno: per lui l’universo si spartisce simmetricamente in tre grandi monarchie, la celeste in alto, l’infernale in basso, l’umana tra le due, nel mezzo. Ma questo concetto di un regno satanico non è un concetto proprio di Dante, e neanche del medio evo, sebbene nel medio evo acquisti il massimo di pienezza e di precisione. Esso già si trova negli Evangeli e negli scritti di alcuni Padri, e di qui venne l’uso di attribuire a Lucifero, quali insegne della sua potestà, scettro, corona e spada. In più di una leggenda ascetica Satana appare seduto in un trono eccelso, cinto di regia pompa, accompagnato da grande stuolo di ministri e di seguaci. E si andò tant’oltre in questa fantasia da immaginare a dirittura una corte satanica, simile in tutto alle corti dei gran principi della terra. Nel libro magico di Giovanni Fausto, di quel Fausto la cui formidabile istoria diede argomento al capolavoro del Goethe, si legge che re dell’inferno è Lucifero, che Belial è viceré, che Satana, Beel-zebub, Astarotte e Plutone sono governatori, che Mefistofele con altri sei sono principi, e che nella corte di Lucifero si trovano cinque ministri, un segretario e dodici spiriti familiari. In altri libri magici e demonologici è fatto ricordo di duchi, di marchesi, di conti infernali, e di ciascuno è detto appuntino quante legioni di diavoli abbia sotto i suoi ordini.

Legioni e capi formano un esercito. I demonii sono di lor natura spiriti militanti, e la milizia loro si contrappone alla milizia del cielo. Qual meraviglia che una tal milizia s’immagini simile in tutto alle milizie terrestri? Nella leggenda della beata Maria di Antiochia si vede, di nottetempo, passar sopra un carro il re dei demonii, circondato e seguito da innumerevole esercito di cavalieri. Pietro il Venerabile (m. 1156} narra di una immensa turba di guerrieri diabolici, armati di tutto punto, che passò una notte attraverso un bosco. E quante volte non si videro le legioni armate trasvolar come nembi per l’aria?

Se l’inferno era un regno, e se Satana aveva, come re, la sua corte, non parrà strano che in tal corte si tenessero consigli e si esaminassero questioni, si pronunziassero giudizii e sentenze, nè che, di tanto in tanto, Satana, desideroso di svago, movesse con parte de’ suoi seguaci a qualche caccia furibonda traverso le foreste della terra, sbarbando nel corso gli alberi secolari, e spargendo all’intorno il terrore e la morte. Con meno impeto, ma non sempre con minor danno, cacciavano in quei tempi i principi d’ossa e di polpe. Come re, Satana pretendeva l’omaggio di chi si dava a lui.

Circa il sapere dei demonii i teologi non vanno troppo d’accordo, sebbene si ammetta da tutti che l’intelletto loro siasi ottenebrato dopo la caduta, di maniera che, se vince ancora, e di molto, l’umano, è di gran lunga inferiore all’angelico. Conoscono le cose passate e le presenti, anche più occulte; ma le presenti Dio può sempre, quando il voglia, celarle loro. Alcuni Padri asserirono che Satana ignorò molte cose attinenti a Cristo e al mistero della sua incarnazione, o, a dirittura, che non riconobbe in Cristo il dio fatto uomo. Tale ignoranza gli costò cara, perchè, procacciando egli la ingiusta morte di lui, diè luogo all’opera della redenzione e compiè la propria rovina. In fatti nell’Evangelo di Matteo, Satana dice a Cristo: Se sei figliuolo di Dio fa che queste pietre si convertano in pani; parole che mostrano come egli non abbia sicura contezza di colui che tenta.

I demonii conoscono tutti i secreti della natura; ma conoscono essi egualmente quelli dell’animo umano? Possono essi penetrare nell’intimo della coscienza, spiare i pensieri e gli affetti nostri? Anche su ciò le opinioni sono divise. Parve a taluno che se tale facoltà fosse loro concessa, l’uomo sarebbe tutto in loro balìa e senza possibile difesa contro le suggestioni e le tentazioni. E in vero, fate che io abbia cognizione piena e sicura dell’animo di un uomo, e quell’uomo, per poco che l’ingegno mi ajuti, io potrò governarlo a mio modo. Perciò molti affermarono che i demonii non possono veder l’animo umano, ma solo da segni esteriori argomentano quanto in esso si muove, facendo così, con accorgimento incomparabilmente maggiore, ciò che anche l’uomo può fare. Altri invece pensarono che i demonii leggessero nell’animo nostro come in un libro aperto, e di questa opinione è il principe dei teologi, san Tommaso d’Aquino. Qualcuno prese la via di mezzo.

Così Onorio Augustodunense (m. dopo il 1130) pretende che i demonii conoscano le male cogitazioni degli uomini, ma non già le buone. Fatto sta che più di un povero esorcista, mentre si affaticava a cacciare il diavolo fuori del corpo di un indemoniato, ebbe la mortificazione di sentirsi recitare coram populo dal maledetto la lista de’ peccati suoi più secreti, compresi quelli di pensiero.

Sanno i diavoli il futuro? Altra ingarbugliata questione. I più dei teologi dissero che no, e con ragione, sembra; giacché, se sanno il futuro, come sanno il presente e il passato, in che mai la scienza loro è diversa dalla scienza di Dio? E come può Dio patire che i diavoli conoscano anticipatamente quant’egli sarà per fare nei secoli dei sècoli? Una tal cognizione non dovevano essi avere nemmeno prima della loro cacciata dai cieli, perchè se l’avessero avuta, sapendo come la cosa doveva andare a finire, non si sarebbero ribellati. In fatti si dice che gli angeli buoni non hanno neppur essi cognizione diretta del futuro, ma in tanto riconoscono in quanto lo leggono nella mente di Dio, e in quanto Dio concede loro sì fatta lettura. Anche in ciò del resto si trova modo di conciliare le opposte ragioni. Origene voleva che i demonii argomentassero il futuro dagli aspetti e dai movimenti degli astri, opinione non troppo conciliabile, parmi, con quella di Lattanzio, che dell’astrologia faceva appunto una invenzion dei demonii. Sant’Agostino credeva che i diavoli non conoscessero per vision diretta il futuro, ma in grazia della facoltà ch’essi hanno di tramutarsi da luogo a luogo con più che fulminea velocità, e in grazia ancora dell’acume dei loro sensi e del loro intelletto, potessero argomentarlo, immaginarlo, indovinarlo. San Bonaventura afferma che non conoscono le cose future contingenti, ma bensì quelle che obbediscono a leggi certe, avendo essi pienissima notizia del corso della natura.

I diavoli avevano a mente dunque tutte le scienze, e gli è probabilmente per ciò che la Chiesa non mancò mai, ogniqualvolta un uomo di scienza fece manifesta a’ suoi simili qualche gran verità, di gridare: Dalli al diavolo! e di bruciarlo vivo potendo. Tuttavia Dante nega che i demonii possano filosofare, perocché amore è in loro del tutto spento, e a filosofare... è necessario amore. Ciò non toglie che lo stesso Dante faccia argomentare in assai buona forma il diavolo che se ne porta l’anima di Guido da Montefeltro, indebitamente assolto da papa Bonifacio VIII, e gli permetta di chiamarsi da sè stesso un loico, non altrimenti che se fosse un dottor di Sorbona. Dicesi (e il famoso Giovanni Bodin lo scrive nella sua Demonomania) che il celeberrimo Ermolao Barbaro, patriarca di Aquileja (m. 1493), evocò una volta un diavolo per sapercela lui che cosa Aristotile avesse inteso di dire con la sua entelechia. Ad ogni modo, se ignaro della buona filosofia, il demonio doveva essere assai versato nella sofistica, anzi maestro d’essa; al quale proposito va ricordata la spaventevole storia di quello scolare di Parigi, che morto, e, andato a perdizione, apparve all’esterrefatto maestro con indosso una cappa ricamata di sofismi, storia narrata dal buon Passavano ad ammonimento ed a confusione di quanti non fanno buon uso del sillogismo.

Ma se i demonii non avevano a sapere di filosofia, parrà strano a taluno ch’ei potessero saper di teologia, e avere a mente le Scritture, e disputar dei misteri con quella stessa chiarezza e precision di concetti che si ammira nei teologi di professione. E pure è così. Infinite volte, per bocca degli indemoniati del cui corpo s’erano fatti padroni, essi citarono luoghi dell’Antico e del Nuovo Testamento, recarono in mezzo opinioni e sentenze di Padri e di Dottori della Chiesa, proposero quesiti imbarazzanti, con non piccola vergogna di chi standoli a udire, o pretendendo di scongiurarli, si avvedeva di saperne assai meno di loro. In una delle Visioni di San Furseo, i demonii disputano assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici che teologi amplissimi. Altri esempii simili non mancano: si sa che il diavolo disputava assai acremente di teologia con Lutero.

Del resto non bisogna credere che tutti i diavoli avessero lo stesso sapere e fossero tutti d’una levatura. C’erano anche tra loro i più e i meno dotti, come c’erano i più e i meno avveduti. A suo luogo c’imbatteremo nel diavolo sciocco ed ignorante, concetto non così irragionevole come parrebbe a prima giunta. Se a un diavolo un certo sapere riusciva più gradito di un altro poteva, sembra, approfondirsi in quello. Cesario narra di un diavolo consigliere, per nome Oliviero, il quale era assai buon causidico. Altri diavoli si dilettavano più delle cose naturali, e questi aiutavano a cuocer filtri, a trasmutar metalli e a compier altre così fatte bisogne.

Chi dice scienza dice potenza, e però non deve far meraviglia che i diavoli potessero grandi cose. Certo, anche la loro potenza aveva dei limiti; ma dov’eran essi? difficile il dirlo con esattezza. Matteo chiama Satana uno spirito potente, e, in verità, non a torto. La sua potenza non è paragonabile alla onnipotenza di Dio, ma è pur grande e formidabile. Ribelle, è vinto, e la vittoria non gli sorriderà più mai; ma tuttoché vinto, risorge e si vendica. Egli penetra nella felice dimora dei primi parenti e v’introduce il peccato; turba l’armonia dell’opera divina e v’introduce la morte. Egli attossica il mondo e lo fa apostatare da Dio; egli diventa il signore e l’arbitro di questo mondo pervertito, princeps hujus sceculi. Si dice; è vero, che egli tanto solo può quanto Dio gli permette; ma bisogna riconoscere che molto Dio gli permette, e che quanto egli opera, opera in virtù di una forza che è in lui, che è connaturata con lui. Quanto è di male al mondo viene in principio da lui e l’eccesso del male fa ingigantire il concetto della sua potenza. E questa sua potenza, l’opera della redenzione che doveva fiaccarla, non l’ha fiaccata. Si narra che il diavolo apparve una volta a sant’Antonio e gli disse essere ingiuste le maledizioni che senza fine gli uomini scagliavano contro di lui, poiché, regnando Cristo, egli non poteva più nulla. Ma il diavolo che così diceva mentiva. Col paganesimo cessava forse il suo pieno dominio sopra la terra, non cessava già la potenza. Cristo l’ha vinto, ma non l’ha disarmato, ed egli rappicca incontanente la zuffa, e corre novamente la terra per sua, disputando anima per anima al vittorioso avversario questa misera umanità. Egli popola di schiavi il suo regno, e passati più e più secoli dalla morte del redentore chi mai, guardando questo povero e tribolato mondo direbbe di trovarsi in un mondo redento?

La potenza dei demonii è grande, così sulle cose della natura, come su quelle della umanità, e l’esercizio di tale potenza è loro agevolato da facoltà portentose. Essi possono, in un baleno, volare da un termine del mondo all’altro, profondarsi nell’acqua e nella terra, compenetrar gli elementi.

La natura corporea è ad essi in particolar modo soggetta. Non si dimentichi che parecchie sètte di eretici considerarono la materia quale fattura di Satana, e che come più, nell’idea religiosa, si faceva vivo il contrasto fra materia e spirito, e la materia veniva in concetto di vile o di corrotta, più le fantasie dovevano inchinare a vedere nella natura il gran laboratorio, il regno proprio di Satana. Le ragioni per cui pajono sì rari e sì esigui nel medio evo i segni di quel particolare sentimento che noi chiamiamo ora sentimento della natura, sono certamente parecchie; ma non può mancare fra esse il sospetto e il terrore che della natura si aveva come di cosa, se non prodotta da Satana, almeno contaminata da lui. Il peccato che corruppe i primi parenti pervertì, nel tempo medesimo, la natura, e se l’umanità fu redenta da Cristo, la natura non fu redenta.

Il fuoco, che ebbe in India antichissimi adoratori, e che il mito ellenico immaginò rubato a Giove dall’audacia di Prometeo, il fuoco è il proprio elemento dei demonii. Ma noi abbiam veduto che i demonii hanno una delle lor sedi nell’aria; perciò ragion vuole che anche sull’aria essi esercitino il loro formidabile dominio. I teologi sono generalmente concordi nell’ammettere che essi possono a lor piacimento (salvo sempre il voler divino) suscitar venti impetuosi, addensar le nubi, vibrar le folgori, rovesciar sulla terra a torrenti le acque del cielo. L’urlo della bufera è fatto di grida di demonii inviperiti. San Tommaso dice, gli è vero, che tali sconvolgimenti son da essi prodotti soltanto artificialiter, e non naturali cursu; ma in pratica viene ad esser lo stesso. Nell’Antipurgatorio Dante fa raccontare a Buonconte da Montefeltro, morto a Campaldino, come il corpo suo, che dopo la battaglia non si trovò, fosse travolto dalle acque di una ruinosa procella suscitata dal diavolo. Ai demonii fu attribuita facoltà di provocare tutti in genere i fenomeni atmosferici, e Tommaso Cantipratense credeva opera loro le illusioni della Fata Morgana.

Non minore potestà avevano i demonii sopra la terra, ed è cosa ragionevole, e si pensa che nel centro della terra appunto si poneva l’inferno. I terremoti erano, o potevano essere, opera loro, e così ancora le eruzioni vulcaniche, e i vulcani si credeva generalmente fossero bocche e spiragli dell’inferno. Quando un diavolo frettoloso voleva prendere la via più diritta per far ritorno alla sua buja magione, ordinava alla terra di aprirsi, e spariva nella voragine spalancata come in un trabocchetto di teatro.

Ma non tutte le cose in natura erano egualmente soggette alla potestà dei demonii: ce n’erano alcune le quali obbedivano loro interamente, e si facevano, senza contrasto, strumento e ricettacolo della loro malvagia potenza; ce n’erano altre le quali mostravansi loro risolutamente contrarie. La fantasia e la superstizione trovarono in così fatte credenze abbondantissimo pascolo. I demonii prediligevano i luoghi solitarii e spaventosi, i monti dirupati, le foreste dense e tenebrose, le spelonche, i precipizii, e ciò perchè in cotali luoghi la potenza loro era più intera ed irresistibile. Già gli ebrei consideravano il deserto come la propria stanza degli spiriti malefici, tutti sanno a quali e quante angherie e vessazioni diaboliche soggiacessero nel deserto gli anacoreti. Alcune piante, come per esempio, il noce e la mandragora, si può dire che appartenessero al diavolo, mentre altro, come l’aglio, gli erano del tutto nemiche. Il carbone, la cenere gli conferivano, ma il sale gli toglieva ogni vigore, e lo stesso dicasi di alcune gemme. Gli animali anch’essi non si comportavano con lui tutti ad un modo: il rospo era un suo buon servitore, e il gallo un suo grande avversario.

Ho detto che molto poteva Satana sulle cose della umanità, e a persuadersene basta ricordare che la perdizione del genere umano fu opera sua. Ma anche in ciò bisogna distinguere. La potestà sua sopra l’umana natura, depravata dopo il peccato, era assai grande, ma non isconfinata, non assoluta. C’è l’uomo fisico e c’è l’uomo morale; c’è il corpo e c’è l’anima; e la potenza di Satana non si estendeva sopra entrambi egualmente. Il corpo, altrimenti detto la bestia, è in certo modo un amico, un vassallo di Satana, e ci furono degli eretici i quali dissero chiaro e tondo che esso è fattura di lui e non di Dio. Il corpo, che è la prigione dell’anima, e un perpetuo fomentator di peccati, si piega docilmente ai voleri di chi non tende ad altro che a corromper l’anima. Se tra l’anima e il corpo c’è la discordia che tutti sanno, ne viene di conseguenza che il corpo è il naturale alleato del diavolo. E il diavolo ne profitta. Il diavolo blandisce il corpo e lo fa prosperare affinchè sempre più s’inorgoglisca contro quella meschinella dell’anima, e le cresca addosso; egli ne aguzza gli appetiti, ne inasprisce gli stimoli, ne corrobora le energie, ne moltiplica le sfacciate richieste, tanto che l’anima perde la bussola e si lascia fascinare a rimorchio. Ma può anche tenere il modo contrario. Per far rinnegare all’anima ogni pazienza, per farla invelenire e disperare, Satana può infestare il corpo di morbi, può tribolarlo con mille accidenti, come fece a quel pover’uomo di Giobbe. Le epidemie si credeva da molti fossero opera sua, e così ancora le epizoozie.

L’anima era di solito meno soggetta, ma non però sottratta alla potenza e agli influssi del diavolo. I teologi sono tutti d’accordo nel dire che egli non può far forza alla volontà, che il libero arbitrio non può essere manomesso da lui. Ma se era questa la regola, la regola pativa eccezione, in fatti gl’indemoniati sono interamente in balia di Satana, il quale fa loro dire e fare ciò che a lui piace; e secondo una opinione molta diffusa sin dai primi secoli della Chiesa, erano similmente in potestà di Satana gli scomunicati e tutti coloro che non erano stati riscattati mediante il battesimo. Quanto agli indemoniati la cosa può intendersi agevolmente, perchè il demonio non solo si cacciava nei corpi, ma penetrava ancora le anime. Più difficile a intendere è per contro come avvenisse questa specie di ipostasi o di endosmosi diabolica.

Ma molto poteva il demonio anche sulle anime di coloro che non erano, come gl’indemoniati, in sua potestà; al qual proposito bisogna aver presente che ogni peccato commesso è come una porta aperta al nemico. Il demonio suscita nelle anime pensieri riottosi, immaginazioni scomposte, affetti disordinati, mille larve e cogitazioni di peccato; egli le assalta nel sonno, quando il giudizio è offuscato, quando la volontà è assiderata, e le insidia e le oppugna con visioni e con sogni che si lasciano dietro turbamenti e sollevamenti pericolosi. Le anime stesse dei santi non vanno immuni dal suo influsso; egli soffia sopr’esse e le fa vacillare come fiaccole al vento.

La vita di ogni singolo uomo era per non picciola parte governata da Satana; ma così ancora era quella delle nazioni e della intera umanità. Dato che la storia sia opera della Provvidenza, bisogna concedere che essa è pure opera di Satana; e veduto qual essa fu nel corso dei secoli, è forza riconoscere che la parte di Satana è rilevante e cospicua. E per vero i Padri e i Dottori tutti si danno l’intesa per dire che le false religioni sono inventate da lui, le scienze occulte (e le non occulte?) trovate da lui, le eresie suscitate da lui; egli getta i semi di tutte le discordie, suggerisce le congiure, matura le ribellioni, prepara le carestie, promuove le guerre, mette in trono i malvagi principi, consacra gli antipapi, detta i cattivi libri, e negl’interstizii che lasciano tra loro le maggiori calamità, semina incendii, ruine, naufragi, uccisioni, rapine, scandali e subissamenti. Notisi che egli conosce ed ha in sua potestà tutti i tesori nascosti nelle viscere della terra, ed è espressamente detto che l’Anticristo, suo figliuolo e vicario generale, se ne servirà per farsi, quando sia tempo, signore del mondo. Ora, tutti sanno che l’oro è un nerbo, non soltanto della guerra, ma della storia in genere, ed è probabilmente per torlo di mano al nemico che i papi cercarono sempre di arraffarne quanto più fu loro possibile.

Ma non finisce qui il discorso della potenza di Satana: non ho ancor detto nulla di quella che si potrebbe chiamare la sua abilità tecnica. Il diavolo sa fare tutti i mestieri; ma naturalmente, sdegna gli umili, e solo in cose grandi si piace di misurare la sua forza e la sua destrezza. Egli ha una passione, quella delle fabbriche. La vecchia Europa è piena di ponti, di torri, di muraglie, di acquedotti, di edifizii d’ogni maniera costruiti da lui. La famosa muraglia eretta per ordine di Adriano tra l’Inghilterra e la Scozia fu creduta opera sua, e lo stesso fu creduto di altre muraglie e difese. Il ponte di Schellenen in Isvizzera, il ponte sul Danubio a Regensburg, il ponte sul Rodano ad Avignone, e cent’altri, si credettero fabbricati da lui, e molti portano ancora il suo nome e si chiamano ponti del diavolo. In tempi di barbarie e di povertà le ingenti costruzioni romane, comprese le strade, parvero eccedere la potenza degli uomini, e facilmente furono attribuite all’artefice maledetto. Più strano parrà che il diavolo con le proprie sue mani si mettesse a fabbricar chiese e conventi; ma egli poteva ciò fare, o per suoi fini occulti, o sforzato da potestà superiore. Le piante e gli altri disegni delle chiese di Colonia e di Acquisgrana furono, dicesi, fatti da lui; anzi quest’ultima chiesa fu, almeno in parte, da lui fabbricata. L’abbazia di Crowland in Inghilterra è opera sua. E da tanto egli si teneva in quest’arte che una volta ardì sfidare l’arcangelo Michele, l’antico suo vincitore, a chi fabbricherebbe sopra un monte di Normandia, che appunto è detto di San Michele, la più bella chiesa

L’arcangelo vinse, come di ragione; ma anche il diavolo si fece onore. Nè il miracolo era, di solito tanto nell’opera compiuta, quanto nella misura del tempo accordatogli a compierla. Spesso una notte doveva bastare, e bastava nel fatto, se non c’entrava di mezzo l’inganno, un inganno, intendiamoci, fatto non da lui, ma a lui. Nello spazio di una notte, se, per esempio, trattavasi di una chiesa, il diavolo portava, di regioni talvolta lontanissime, i materiali tutti necessarii alla fabbrica, i gran quarti di granito, le lastre e i cubi dei marmi variopinti, magari le colonne enormi rubate a qualche antico tempio pagano, le roveri poderose, gli sperticati abeti, le ferramenta, e senza mai prender fiato tagliava, scalpellava, puliva, scortecciava, riquadrava, impostava, commetteva, dipingeva, scolpiva, tanto che, sopraggiunto il giorno, il primo raggio del sole accendeva in cima alle guglie le palle di bell’oro brunito, e faceva balenare i gran vetri dipinti dei finestroni. E non c’era pericolo che dopo un anno o due le mura si scrostassero, o venisse giù il soffitto. Tutto ciò richiedeva non solamente ingegno e destrezza e alacrità somma; richiedeva ancora una forza, dirò così, muscolare, veramente portentosa. Di cotal forza io non ho detto nulla; ma le prove di essa sono senza numero, sparse nelle storie e per il mondo. Non è regione d’Europa dove non si veda qualche smisurato macigno, portato a braccia dal diavolo in mezzo a una pianura, da un monte lontano, e le buone genti dei campi, interrogate in proposito, sanno dirvi per filo e per segno come andò la cosa. Qua era in antico un romitorio, abitato da un uomo di santissima vita, il quale passava in preghiera i giorni intieri e le intiere nottate: il diavolo, indispettito, tentò di schiacciar lui e la sua cella sotto quel masso che vedete, ma non colse bene la mira, e il sant’uomo se la cavò con un po’ di paura. Laggiù, quel gran buco nel monte, fu fatta dal diavolo, un giorno che, pazzo di rabbia, scaraventò per l’aria il maglio enorme della sua fucina. Per tutto, i gran massi erratici che i ghiacciai delle età preistoriche trascinarono a miglia e miglia lungi dai monti loro, si credette fossero stati lanciati o rotolati dal diavolo, e così pure si credette delle pietre druidiche.

Ma la forza strabocchevole non esclude in Satana l’agilità e la destrezza, che anche queste sono in lui meravigliose. Egli possiede le arti tutte del giocoliere e del funambolo, e non è operazione così delicata da cui non sappia levare destramente le mani. Tertulliano afferma che fu veduto il diavolo portar acqua in un crivello.

Le fabbriche del diavolo, dicevo, sono solide e degne di tanto artefice; ma si capisce che debbano risentirsi in qualche modo dell’origine loro, ed avere in sè alcun che di soprannaturale. Generalmente parlando, se il diavolo le lascia incompiute, non è dato ad altri di compierle. Con pensiero analogo a questo fu creduto in molti luoghi che se il diavolo recava a un edifizio alcun danno, il danno non poteva più essere riparato.

In uno dei canti che compongono la Légende des siècles, Vittore Hugo racconta una gara che il diavolo ebbe con Dio, a chi facesse la cosa più bella. Il diavolo chiese al suo avversario una gran quantità d’ingredienti, di cui aveva bisogno, e avutili si mise all’opera.

Et grondant et râlant comme un boeuf qu’on égorge,

Le démon se remit a battre dans sa forge;

Il frappait du ciseau, du pilon, du maillet,

Et toute la caverne horrible tressaillait;

Les éclairs des marteaux faisaient une tempête;

Ses yeux ardents semblaient deux braises dans sa tête;

Il rugissait; le feu lui sortait des naseaux,

Avec un bruit pareil au bruit des grandes eaux

Dans la saison livide où la cigogne émigre.

Tanta forza e tanta fatica non riescono ad altro che a produrre una cavalletta, mentre Dio, con solo guardarlo, fa di un ragno il sole. Ma il poeta ha torto. Ben maggiori cose, e senza punto affannarsi, poteva fare il diavolo, e la potenza di lui era veramente grande e terribile.

Ciò nondimeno quella potenza aveva pure i suoi limiti, e spesso assai più angusti che non parrebbe. Come vedremo in seguito, non solo c’erano contr’essa ripari e difese, ma, cosa ben più importante, c’era anche modo di assoggettarla e dirigerla. Ciò che mi preme far notare sin da ora si è che, secondo un’opinione divulgatissima, il diavolo non può esercitare la sua potenza se non la notte, o, se la esercita durante il giorno, non la esercita più con la stessa efficacia. I primi albori che imperlino il cielo, la squillante chicchiriata del gallo, volgono il diavolo in fuga, o, almeno, gli dimezzan le forze. Del resto non è punto irragionevole che il re delle tenebre abbia vigor dalle tenebre, e che in mezzo ad esse la potenza sua riesca più intera e più formidabile.

Ma non si creda che Satana, sebbene assai volentieri faccia mal uso del suo potere, sia assolutamente e sempre un campione della violenza, il principale seguitator della massima che ha tanti altri seguaci: la forza vince il diritto. S’egli è ciò che fa, se con portamenti da despota scorrazza la terra, se tratta gli uomini come nemici o come schiavi; ha pure il diritto di far tutto ciò, o, se non lo ha più, lo ebbe. Ireneo, il santo vescovo di Lione, fu il primo, già nel secondo secolo della Chiesa, a porre in chiaro cotal diritto. Il peccato diede legittimamente gli uomini in mano a Satana, e gli è per legittimamente ricomperarli, senz’uso di violenza, che Cristo versò il suo sangue. Satana, procacciando ingiustamente la morte di un giusto, perdette ogni diritto precedentemente acquistato. Tale dottrina incontrò molto favore, e, sino al principiare del medio evo, tutti gli scrittori ecclesiastici ammisero, più o meno, l’antico diritto di Satana, cancellato da Cristo. Satana, dal canto suo, non volle riconoscere cancellazione di sorta, e seguitò ad esercitare il diritto suo quanto e come meglio potè; e noi dobbiamo confessare che se lo esercitò illegalmente, non lo esercitò senza frutto. Per meglio far trionfare il suo, vuoi legittimo, vuoi usurpato diritto, Satana ebbe cura di ordinare il suo regno e le sue milizie, e di imitare, per quanto gli fu concesso, le istituzioni e gli ordinamenti divini, imitazione che gli valse il nome vilificativo di scimia di Dio. Alla Chiesa di Cristo egli contrappose la propria sua Chiesa, ed ebbe sacerdoti, culto, e, affermava già Tertulliano, sacramenti.

Abbiam veduto qual fosse il diavolo, quale la sua potenza ed industria; vediamo ora come egli combattesse contro gli uomini, e contro Dio, cotidiana battaglia, vediamolo nell’opera sua o principale.

 

Capitolo IV.

Il diavolo tentatore.

 

Satana non ispera più di riconquistare in cielo il posto che ha perduto. Egli rimpiange l’antica felicità, ma nel rimpianto non anneghittisce, anzi procura di accrescere a sè stesso grandezza e potenza. Egli è re; vasto e popoloso è il suo regno, ed ei può farlo maggiore e popolarlo vie più. Se l’umanità non sarà più sua tutta intera, sarà ancora sua la più parte. Rendere labile e scarso, quanto più far si possa, il frutto della redenzione; moltiplicar sulla faccia della terra l’errore; far della terra, invano bagnata del sangue di Cristo, un altro inferno, e della storia umana una sequela rovinosa di mali, dove peccato e dolore s’indentano l’uno nell’altro; tale sarà il suo costante proposito, tale il perpetuo suo studio. Ogni peccato commesso, ogni anima rubata al cielo e guadagnata all’inferno, segnerà un suo trionfo. Sia pure forte e salda la Chiesa come uno scoglio in mezzo ai marosi; egli saprà bene investirla e percuoterla d’ogni intorno, facendola tremare sin nelle fondamenta, e staccandone di tanto in tanto alcuna pietra angolare. Vigili il pastore, e vigilino i cani a custodia del gregge; egli, come un lupo affamato, anzi come il leone ruggente ricordato dall’apostolo, non cesserà dal rapire delle dieci pecorelle le nove.

Satana non può far sue le anime se prima non le intrida e non le corrompa di peccato; ma l’umana natura, tuttoché redenta, è proclive e pronta al peccato. Satana non può far forza al libero volere; ma può di tal maniera moltiplicargli le insidie d’attorno che esso abbia quasi necessariamente a soccombere. Satana è il grande, l’infaticabile tentatore. Egli tenta Eva e ardisce di tentar Cristo: qual meraviglia se tenta gli uomini anche più santi? Anzi gli è contro ai più santi ch’egli usa ogni sua industria, giacché i non santi, senza troppo contendere, gli si fanno seguaci e servitori.

Questo della tentazione era un esercizio molteplice e vario, irregolare e malagevole, che prendeva norma dalle occasioni e dalle condizioni, si piegava e mutava secondo le persone, i tempi-, i luoghi, richiedeva sottile accorgimento, e non di rado grande perseveranza. La tentazione era un’arte in cui Satana dava a conoscere tutto il suo ingegno e tutta la sua destrezza.

Le occasioni del tentare erano innumerevoli. San Paolo aveva detto: Non fate luogo al diavolo; ma il diavolo sapeva farsi luogo da sè. Aveva anche detto: Resistete al diavolo ed egli fuggirà da voi; ma spesso spesso chi più strenuamente resisteva era più ostinatamente assalito. Sottrarsi interamente al suo influsso non era possibile; non era nemmeno possibile evitare in tutto il suo pernicioso contatto. L’anima timorata poteva fare come la testuggine, restringersi tutta nel suo guscio; ma per fare che facesse lasciava sempre aperto un qualche adito, entro a cui il demonio poteva spingere l’ugna acuta e rapace. Chi viveva nel mondo, e della vita del mondo, non solo s’imbatteva in Satana ad ogni passo, ma si può dire vivesse in Satana, perchè la mondanità, nel tutto insieme delle sue parvenze ingannevoli, de’ suoi lenocinii e delle sue lascivie, non è se non Satana. Vivere nel mondo e non peccare, gli è come voler tuffarsi nel mare e non bagnarsi. Chi viveva nel mondo era dunque soggetto ad una tentazione continua; ma chi se ne ritraeva non cessava d’esser tentato. I buoni cristiani, che scandalizzati e nauseati della corruzione cittadina, e di tutta quella che appunto chiamavasi la pompa del diavolo, cominciarono, sin dai tempi di Costantino, il Grande, a disertar la città, a fuggire il consorzio degli uomini, a cercare il deserto, ritrovarono nelle solitudini dell’Egitto e dell’Asia quel medesimo Satana che con tanto studio avevano voluto fuggire. E non altrimenti incontrò a quegli altri fuggiaschi del mondo che, senza disertar le terre popolate e le stesse città, cercarono fra le mura dei chiostri un asilo sicuro contro il temuto avversario. E gli uni e gli altri ritrovaronsi a fronte quel medesimo Satana, anzi un Satana molto più insidioso e più acerbo. L’assalto suo non cessava, ma mutava alquanto di qualità. Nel mondo la tentazione era continua, minuta, diffusa in certo qual modo nelle cose ch’erano perpetuo incentivo di peccato, e però non violenta d’ordinario: in solitudine si faceva acuta, subitanea, intermittente, ritraeva del parossismo. Nel mondo la tentazione sembrava muovere più dalle cose esteriori; in solitudine toglieva argomento dalle mal vinte energie dell’organismo, da ogni moto dell’animo che potesse in qualche maniera essere avviamento a peccato. Nessuna occasione di tentazione, per quanto fuggevole, per quanto dubbia si fosse, fu mai trascurata da Satana. Come si credette che ciascun’anima avesse, durante il terrestre pellegrinaggio, compagno un angelo, che si adoperava a guidarla sulla via della salute, così si credette ancora avesse compagno un diavolo che senza posa si studiava di trarla a perdizione. A destra l’angelo custode, a sinistra il diavolo tentatore.

Tutti gli uomini potevano esser tentati, ma la tentazione variava, secondo il sesso, l’età, la condizione propria di ciascuno, quando semplice e poco o punto dissimulata, quando artificiosa e fraudolente. Mezzi sicuri a preservarsi dalla tentazione non c’erano, giacché quegli stessi che avevan più credito ed erano più universalmente preconizzati, spesso spesso si mostravano inefficaci alla prova. I santi erano, come ho già detto, assaltati e perseguitati con più furore, perchè, dicevasi, importa a Satana assai più trionfare d’uno di loro che non di mille altri. Noi, guardando la cosa sott’altro aspetto, potrem dire che i santi, a cagione appunto di quella continua ed angosciosa preoccupazion di peccato che turbava le anime loro, e delle macerazioni insensate cui assoggettavano il corpo, credendo così di nettarlo da ogni mala prurigine di carnali appetiti, si esponevano assai più che altri alle fiere battaglie della tentazione. Vero è altresì che tali battaglie erano da essi spesso invocate e cercate, come quelle in cui la virtù loro brillava di lume più vivo, e ritraeva dal trionfo vigore novello. Ma checchessia di ciò, Satana sapeva, il più delle volte, commisurare alla qualità e condizione di ciascuno il grado e la forma della tentazione, e così facendo si dava a conoscere non meno buono psicologo di quello fosse buon loico.

Come i tempi non tutti, così non tutti i luoghi erano egualmente opportuni e propizii all’opera della tentazione. Quel della notte era il tempo più acconcio, non solo, perchè cresce col crescere delle tenebre la potenza diabolica, ma ancora perchè nelle tenebre i fantasmi suscitati da Satana non così facilmente si scoprono bugiardi. E l’ora fra tutte più propizia era quella in cui il sonno comincia a occupare le membra affaticate, quando si smarriscono i sensi, non però chiusi ancora alle impressioni del mondo esteriore, e cessa nell’anima la vigilanza della volontà e del giudizio. Ond’è che non senza ragione san Pacòmio dormiva seduto, e chiedeva a Dio l’insonnia per poter meglio combattere il nemico.

I modi e le forme della tentazione erano innumerevoli, come sono innumerevoli gli atti dell’anima e i fatti della vita. Non c’era così tenue pensiero, non così picciolo avvenimento da cui Satana non sapesse cavare argomento di tentazione, e quando l’occasione mancava, egli la faceva nascere. Quegli strani documenti della credenza cristiana che sono le leggende dei santi, riboccano di racconti che il provano, e forniscono non di rado notizie e indizii preziosi per la cognizione dell’umana natura.

Talvolta la tentazione era assai semplice, si offriva con poco o punto apparato, e si raccoglieva tutta in un solo momento. Sant’Antonio, le cui tentazioni sono diventate famose e proverbiali, viaggiando una volta nel deserto, trovò in terra un disco d’argento: era una insidia del demonio che voleva fargli nascere in cuore un peccaminoso rincrescimento delle lasciate ricchezze. Sant’Ilarione, affamato, si vedeva improvvisamente davanti gran copia di vivande squisite. A santa Pelagia, che un tempo era stata commediante in Antiochia, ed erasi poi ritirata a vita contempativa in una spelonca del Monte Oliveto, il diavolo offriva, oggetto di desideri antichi, anelli, monili, gemme d’ogni sorta. Queste immagini bugiarde si dileguavano così subitamente come erano apparse.

Alcun’altra volta l’apparato e l’ostentazione eran maggiori, le larve allettatrici o paurose si moltiplicavano e si variavano, la tentazione si sceneggiava. Sant’Ilarione, mentre pregava, si vedeva schizzar sotto gli occhi lupi ululanti, volpi squittenti, assisteva a pugne improvvisate di gladiatori, vedeva i morenti rotolarsi a’ suoi piedi, e gli udiva implorare da lui la sepoltura, Una notte, mentre vegliava com’era consueto, cominciò a udire vagito di bambini, belato di greggi, muglio di buoi, rugghio di leoni, pianto di donne, un murmure vasto, come di esercito in campo. Conosciuto il diabolico ludibrio, si butta in ginocchio, si segna in fronte, e si guarda d’attorno, aspettando nuovo portento. Ed ecco, subitamente, al lume della luna, vede un cocchio, trascinato da focosi cavalli, farglisi addosso. Invocato dal santo il divin nome di Cristo, incontanente s’apre la terra ed inghiotte il fantasma. Il tutto era opera di Satana, voglioso di stogliere il buon servo di Dio dalla meditazione e dalla preghiera, e di rendergli incresciosa, popolandola di terrori, la solitudine. Le storie dei santi riboccano di sì fatti esempii. Queste, che Satana esercitava col sussidio di larve ingannevoli, o, come pure accadeva, con quello di cose reali e corporee, erano tentazioni assai poderose, perchè occupavano i sensi, e attraverso i sensi investivano l’anima, sempre così pronta a farsi ancella dei sensi; ma tra esse tutte la più formidabile era quella che toglieva argomento dai pervicaci istinti della generazione e dell’amor sessuale. Era questa la tentazione che procurava a Satana i maggiori trionfi.

Il cristianesimo ha maledetto la carne, ha infamato l’amore. L’atto vario e molteplice ne’ modi, ma uno nel principio, per il quale le creature si riproducono, e a cui gli antichi avevano preposta una delle maggiori, e certo la più radiosa fra le divinità dell’Olimpo, è, agli occhi del cristiano, essenzialmente malvagio e turpe, e la malvagità e turpitudine sua possono a mala pena, nella progenitura d’Adamo, essere emendate dal sacramento. Il celibato è pel cristiano, se non altro in teorica, condizione di vita assai più pregevole e degna che non il conjugio, e la continenza è virtù che va tra le maggiori.

Lattanzio afferma essere la verginità come il fastigio di tutte le virtù, e il grand’Origene, detto l’adamantino, non aveva aspettato l’affermazion di Lattanzio per porsi, con le proprie sue mani, nella impossibilità di perderla.

Non è dunque da stupire se gli asceti consumarono spesso il meglio delle forze loro nella disperata fatica di spegnere in sé medesimi ogni favilla di concupiscenza, di sedare ogni benché involontario e minimo fremito della carne; ma non è dà stupir similmente, se in cotal opera di ribellione contro alla natura, essi, più di una volta, furono soperchiati e vinti. Per fuggir le insidie di Venere, riparavano nei deserti, si muravan nei chiostri; e Venere rinasceva dentro di loro, dall’orgoglio degli umori, come già altra volta dalla spuma del mare, e soggiogava le lor fantasie. Per sottrarsi al temuto contagio, ricusavano di vedere; dopo anni ed anni di separazione, le madri e le sorelle; ma la donna invadeva le loro celle egualmente, immagine vagheggiata e detestata ad un tempo. A un accenno fortuito, a un pensier fuggitivo, la virilità, compressa, ma non vinta, insorgeva con impeti belluini, mordeva e dilaniava quelle carni esacerbate dalle mortificazioni. Ed erano battaglie spaventose che lasciavano affranto, anche se vittorioso, l’atleta di Cristo.

Oh quante volte, scriveva san Gerolamo alla vergine Eustochia, essendo io nel deserto, in quella vasta solitudine arsa dal sole, che porge ai monaci orrenda abitazione, immaginava d’essere tra le delizie di Roma! Sedeva solo, piena l’anima di amarezza, vestito di turpe sacco, e fatto nelle carni simile ad un Etiope. Non passava giorno senza lacrime, senza gemiti, e quando mi vinceva, mio malgrado, il sonno, m’era letto la nuda terra. Nulla dico del mangiare e del bere, essendoché i monaci, anche ammalati, non bevono se non acqua, e stimano lussuria ogni vivanda cucinata. E quell’io, che per timor dell’inferno m’era dannato a tal vita, e a non avere altra compagnia che di scorpioni e di fiere, spesso m’immaginava d’essere in mezzo a schiere di fanciulle danzanti. Il mio volto era fatto pallido dai digiuni, ma nel frigido corpo l’anima ardeva di desiderii, e nell’uomo, quanto alla carne già morto, divampavane gl’incendii della libidine. Allora, privo d’ogni altro soccorso, mi gettavo ai piedi di Gesù, li bagnavo di lacrime, li tergevo co’ miei capelli, e la carne ribelle soggiogavo col digiuno di una intera settimana. Non arrossisco in confessare la mia miseria; anzi piango di più non essere qual fui. E mi sovviene che assai volte, gridando e pregando, vidi succedere al giorno la notte, e come non cessassi dal percuotermi il petto finché, alla voce di Dio, non fosse in me tornata la calma.

Sono senza numero i santi a cui il diavolo apparve in figura di leggiadra fanciulla, o di nobil matrona pomposamente vestita, e non rarissimi quelli che non seppero vincere la terribile tentazione. Di solito la falsa e diabolica donna fingeva d’avere smarrita la via, d’essere stata soprappresa dal mal tempo o dalla notte, ovvero anche, come l’Abimelech del Boccaccio, d’avere abbandonato la casa e la famiglia per darsi al servizio di Dio, e con volto dimesso, con grande umiltà e onestà di parole, chiedeva al sant’uomo asilo e protezione. E se il sant’uomo, mosso da intempestiva pietà, o troppo fidente nella virtù propria, accoglieva nella sua cellette, appena capace di due persone, la bella supplicante, c’era pericolo, ma pericolo grande, che la cosa andasse a finir male. Ruffino d’Aquileja narra a tale proposito una storia degna d’essere scelta fra cento.

Viveva nel deserto, e abitava in una spelonca un monaco, uomo di grandissima astinenza, adorno, di tutte le virtù, solito di passare in orazione i giorni e le notti. Costui, vedendo il profitto che faceva in santità, cominciò a montare in superbia, e a dare tutto a sè il merito che solo apparteneva a Dio. Il demonio, ciò conoscendo, non tarda ad apparecchiare e tendere i suoi lacci. Ed ecco, una sera, giunge dinanzi alla spelonca del santo uomo una bellissima donna, la quale, entrata dentro, fingendosi al tutto vinta dalla stanchezza, si getta ai suoi piedi, e con ogni istanza lo prega di volerle dare ricovero: la notte l’ha còlta in quel deserto; non la lasci, per carità, in preda alle fiere. Egli, impietosito, l’accoglie benignamente, e comincia a chiederle la ragion del suo viaggio; ella narra una sua storia, ingegnosamente ordita, e con arte sparge di blandizie e di lusinghe il racconto, ora mostrandosi degna di commiserazione, ora meritevole di difesa, e con la eleganza e soavità del discorso circuisce e soggioga l’animo di lui. A poco a poco il colloquio si fa più intimo; alle parole si mescolano il riso e gli scherzi, ed ella, fatta ardita, non tarda a stendere la mano alla barba di lui, ad accarezzargli dolcemente la nuca e il collo. Ed ecco, è già vinto il milite di Cristo. Divorato dalle fiamme della concupiscenza, dimentico del suo passato, non curante del frutto di tante fatiche strenuamente sostenute, egli, fatto simile a un bruto (dice Ruffino), già si accinge agli osceni amplessi. Ma in quella appunto, la menzognera immagine, gettando un urlo spaventevole, fugge dalle sue braccia, lasciando lui in assai indecoroso (Ruffino dice più e meglio) e ridicolo atteggiamento. Allora i demonii, che in grande moltitudine erano ivi congregati nell’aria, spettatori del turpe fatto, lo scherniscono, gridando a gran voce: O tu, che ti estollevi sino al cielo, come sei così precipitato in inferno? Conosci ora che chi si innalza sarà umiliato. Dopo così dolorosa avventura, il mal consigliato monaco, disperando della salute, fece ritorno al mondo, e tutto si abbandonò all’impudicizia e all’iniquità, e si diede irrevocabilmente in preda a Satana.

Avverte Ruffino che il monaco avrebbe potuto con le lacrime del pentimento lavarsi del peccato commesso, e ritornare, con le astinenze e le orazioni, nella grazia di prima In fatti, san Vittorino, vescovo d’Amiterno, cadde nello stesso peccato; ma seppe con formidabile penitenza riscattarsi dalle mani del vittorioso nemico. E così fecero altri parecchi. C’è appena bisogno di dire che quando si trattava, non di santi, ma di sante, il diavolo assumeva l’aspetto di un bel giovane, non meno audace che tenero. In tal forma appunto egli si mostrò a santa Francesca Romana, che molto ebbe a soffrire della sua importunità.

Non sempre il diavolo si piegava a far la parte che in questi racconti si vede, o non sempre lo giudicava necessario. Egli poteva contentarsi talvolta di far nascere certi deside-rii, perchè i desiderii sono già peccato per sè stessi, e la sua naturale tristizia poteva trovare una soddisfazione tutta particolare in far nascere quei desiderii e in non dare poi modo di appagarli. Narra san Gregorio Magno che il diavolo accese una volta in corpo a san Benedetto una concupiscenza così rabbiosa e spasimata che il povero santo, a chetarla, non trovò altro, rimedio che di spogliarsi ignudo e voltolarsi ben bene in uno spineto. Quando altro non poteva, il diavolo provocava polluzioni notturne, le quali, tuttoché involontarie, potevano essere peccato, se accompagnate da immagini lascive e da sentimento di voluttà, e bastavano, a ogni modo, a tener deste certe energie, a metter la fantasia in subbuglio.

Volentieri il diavolo prendeva questa o quella forma, sia per tentare più efficacemente, sia per indurre altrui piuttosto in uno che in altro peccato. Ai santi uomini si lasciava spesso vedere in figura di angelo, circonfuso di luce, o di santo, o di Cristo stesso, con in fronte i segni della divinità, e ciò a fine di farli salire in superbia, provocando in essi un esagerato concetto della lor santità, o anche per suggerir loro false e malvage dottrine, funesti propositi. Gli è con quest’arte che egli riuscì, più di una volta, a persuadere il suicidio ad uomini d’impeccabile vita, che avevano insino allora respinto vittoriosamente ogni suo assalto. Si narra di un monaco Erone, che da cinquant’anni menava nel deserto austerissima vita, per modo che nemmeno il giorno di Pasqua allentava il rigore delle astinenze. Un giorno il diavolo gli appare in figura d’angelo, e gl’impone di gettarsi capofitto in un pozzo, ciò ch’egli fa senza indugio, fermo nella opinione che ne uscirà illeso, e che sarà questa una grande e irrefragabile prova della sua santità e della grazia divina. Altri monaci riescono con grande fatica a trar-nelo fuori, ed egli in capo di tre giorni si muore.

Altro esempio. Guiberto di Nogent (m. 1124) racconta la storia di un giovane che aveva peccato con una donna, e che pentito se n’era andato in pellegrinaggio a San Giacomo di Gallizia. Un bel giorno gli apparve il diavolo sotto le sembianze del santo, e gl’impose per penitenza di tagliarsi, prima ciò che il discreto lettore vorrà indovinare senza ch’io il dica, e poi la gola. Obbedì l’incauto giovane, e sarebbe andato senza remissione in inferno, se la beata Vergine non l’avesse in buon punto, risuscitato. Tornò vivo, ma non riebbe più ciò che s’era tolto con le proprie sue mani.

Certi santi invece, per quanto s’immascherasse, il diavolo non riusciva a ingannarli. Ho già ricordato san Martino. Una volta il diavolo gli si presentò con la porpora indosso, la corona in capo, i calzari dorati, e gli disse: “Non mi conosci? io sono Cristo.” Ma il santo: “Che Cristo! Cristo non ebbe nè porpora, nè corona, ed io non lo conosco se non ignudo, quale fu sulla croce. Tu sei il diavolo.Se i papi avessero meditato questa risposta!

Più raro era il caso che il demonio venisse a tentare sotto l’aspetto suo proprio, ma anche questo caso si dava. Satana non si trasformò, nè si travestì per tentar Cristo. Una volta san Pacomio vide una torma di diavoli trascinare un fastello di foglie e fingere di durarci una grande fatica, non per altro che per muoverlo al riso. Ora, il riso, se non era peccato, poteva essere semente di peccato, I migliori monaci non ridevano mai, anzi piangevano spesso, come quel sant’Abramo di Siria, che non passò mai un giorno senza, piangere.

Non parlo delle mille tentazioni minute e leggiere che intravenivano pressoché del continuo, e non avevano altro scopo che di distogliere dalla meditazione e dalla preghiera, o di far rinnegare la pazienza a chi le pativa; come, per esempio, ripetere, a guisa d’eco, le parole dei leggenti, fare sternutire ripetutamente un predicatore nel più bel punto del suo discorso, fare che una mosca importuna si posasse dieci volte di seguito sul viso di chi stava per abbandonarsi al sonno, ecc. ecc. Ma abbiasi a mente che non è tentazione così piccola e lieve la quale non possa divenir principio d’irreparabile caduta, Mettete un seme in terra, e se non fanno difetto gli elementi e le condizioni necessarie alla vegetazione, il seme diventa pianta. Così il diavolo, che sa queste cose, riesce con una prima tentazione, spesso leggierissima, a porre nell’animo un primo germe di peccato, e questo germe, ajutato da lui, subito alligna, cresce, si fa pianta e reca in breve i perniciosi suoi frutti. C’era un eremita, che menava vita austerissima, e aveva grande riputazione di santità. Un giorno gli capita innanzi il diavolo, in sembianza di un uom dabbene, e gli dice: “Voi vivete così solo; perchè non togliete con voi un gallo che vi serva di compagnia, e vi faccia la mattina levare a tempo? Il povero eremita ricusa da prima, poi esita, ma finalmente segue il consiglio e toglie il gallo. Che sarà? un gallo non è mica il diavolo. Ma il gallo a star solo s’annoja, smagrisce di giorno in giorno. Allora l’eremita, per sentimento di carità, gli provvede una gallina. Non l’avesse mai fatto! La vista di certi spettacoli ridesta nell’animo suo ardori antichi, e che egli certamente credeva spenti per sempre. Si innamora della figlia di un gentiluomo del vicinato, assai giovane e bella, e pecca con lei; poi per celar la sua colpa e sottrarsi alla vendetta dei parenti, uccide la giovane, e la nasconde sotto il letto. Ma si scopre il misfatto, e il colpevole è condannato all’ultimo supplizio. Salendo il patibolo egli esclama: “Ecco a che termine m’ha condotto un gallo!”

Queste erano tentazioni che davano al diavolo poca faccenda, e che quasi da sè venivano al fine loro; ma ce n’erano altre che il diavolo preparava di lunga mano, e a cui attendeva con diligenza indefessa, con pazienza miracolosa. Una storia che ebbe nel medio evo grandissima voga, e che fu narrata tra gli altri dal nostro Bernardo Giambullari, racconta come il diavolo, una volta, si fece bambino, e, in tal forma, chiese ed ottenne d’essere accolto in un monastero il quale era in grandissimo odore di santità. L’abate, uomo dabbene, lo fece istruirete vedendo che il fanciullo imparava ogni cosa con somma facilità, ed era di ottima indole, e assai costumato, stimava avere il convento fatto un grande acquisto e ne ringraziava Iddio. Quando il fanciullo fu cresciuto, ed ebbe l’età, vestì l’abito, con grande giubilo dei fratelli; e morto, dopo qualche anno, il. vecchio abate, egli n’ebbe, per voto unanime, la dignità. Ma non andò molto che la regola del convento cominciò ad allentarsi, i costumi a corrompersi. Il nuovo abate migliorò assai il vitto, accordò facilmente dispense, e agevolò in tutti i modi le relazioni dei suoi monaci con le suore di certo monastero ivi presso. Lo scandalo era grande e si faceva ogni giorno maggiore. Il papa, informatone, mandò sul luogo due monaci di santa vita, e di sua fiducia, perchè vedessero e provvedessero. Costoro cominciarono le loro indagini, e a un certo punto il diavolo, sentendosi scoperto, gettò le insegne dell’usurpato officio, e si sprofondò nella terra. I monaci traviati fecero penitenza, e l’antico ordine fu restaurato. In Danimarca, in Germania, in Inghilterra, fu notissima un tempo la storia di frate Ruus, Rush, o Rausch, un diavolo che si pose per cuoco in un convento, fece da mezzano all’abate e agli altri monaci, fu dopo sette anni ricevuto nell’ordine, e tutto il convento avrebbe condotto in perdizione, se non fosse stato scoperto per caso.

Come si vede, il demonio, da quel volpone ch’egli è, non prendeva sempre la via più diritta per venire ai suoi fini, ben sapendo che non sempre la più diritta è la più corta, e la più sicura. Anzi, non di rado, egli prendeva una via che sembrava doverlo condurre ad un fine affatto opposto a quello che s’era prefisso, ma tanto più sicura per lui quanto meno sospettata dagli altri. Così, se vedeva un uomo tutto dedito alle pratiche di devozione, chiuso ad ogni lusinga, inaccessibile all’errore, egli non perdeva il tempo a stuzzicarlo con tentazioni di carattere più o meno mondano; ma, all’incontro, lo esortava a perseverare, lo stimolava a inasprire vie più le macerazioni, a moltiplicare le preghiere, a esagerare le pratiche tutte dell’ascetismo, e giungeva persino ad inspirargli una grande conoscenza delle Scritture, come se ne può vedere esempio nella Vita di san Norberto, vescovo di Magdeburgo. Di san Simeone Trevirense si racconta che i diavoli volevano fargli dire la messa per forza, lo toglievano dal letto, lo menavano davanti all’altare, gli ponevano indosso le vesti sacerdotali. La conseguenza non insolita di tutto ciò era che il sant’uomo, meravigliando della propria santità, cominciava a levarsi in superbia, e a perdere, per questo solo peccato, il frutto d’ogni sua virtù. Così per voler essere troppo santi si finiva qualche volta all’inferno. Ad esercitare questa specie di tentazioni il diavolo di rado si valeva di argomenti esteriori, che potessero fare impressione sui sensi, ma si giovava, d’ordinario, della pericolosa facoltà ch’egli ha di sommuovere gli animi umani e d’influirvi in vario modo. Nè quelle erano, come può bene immaginarsi, le sole tentazioni che egli, in grazia di quella sua facoltà, potesse esercitare. Dato che la volontà non patisca violenza da lui, tutte le altre potenze dell’anima umana soggiacciono al suo influsso, e questo influsso si risolve in un lavoro di tentazione continua. Ed anche qui le Vite dei santi abbondano di esempii e di prove. Sullo specchio dell’anima egli faceva passar l’ombre che più gli piacevano, e nella viva sostanza di lei spargeva a larga mano i più svariati fermenti. Suscitava fantasmi fascinatori, evocava ricordi pungenti, acuiva desideri, sollevava dubbii, incuteva terrori, fomentava inquietudini dolorose e profonde, promoveva quell’intimo e generale turbamento dello spirito entro a cui si forma e si addensa il peccato come si forma e si addensa la nube negli avvolgimenti della bufera.

Così il diavolo era sempre attorno alle anime per sedurle e per rapirle, e gli è perciò ch’ei fu chiamato cacciatore, pescatore, stupratore, ladrone, omicida delle anime. San Gerolamo ebbe a chiamarlo pirata, perchè, veramente, questo mondo è come un mare in tempesta, dolorosamente navigato da noi, e corso trionfalmente da lui. Dico da lui e dovrei dire da loro. Perchè tutti i diavoli facevano mestiere di tentatori, ed era anzi opinione ricevuta comunemente che ciascun vizio avesse suoi particolari demonii, che l’insegnavano e fomentavano. Costoro ricevevano dal principe gli ordini necessarii e le opportune istruzioni, poi, compiuta l’opera, tornavano a darne conto, e quelli che s’erano fatti poco onore trovavano assai brutte accoglienze. San Gregorio Magno racconta di un così fatto consesso o conciliabolo diabolico, tenuto in un tempio di Apollo. Nelle Vite dei Santi Padri è un curioso racconto, il quale prova che i diavoli avevano un bel da fare a contentare il principe. Il figlio di un sacerdote degli idoli, entrato un giorno nel tempio, vede Satana in trono, circondato della sua milizia, e in atto di esaminatore e di giudice. ”Viene un demonio, e l’adora, e Satana gli domanda:

“Dove fosti, e che facesti ?” Quegli risponde: “Fui nella tal provincia, e suscitai guerre e turbazioni grandissime, e feci versar molto sangue. ”

“E quanto tempo, chiede Satana, spendesti in tal opera?” ‒ “Trenta giorni. ” ‒ .

“Tanto ti ci volle?” dice Satana, e senz’altro ordina che sia bastonato ben bene.

Capita un altro diavolo. ‒ “D’onde vieni, che hai fatto?” ‒ “Fui sul mare, e levai grandi burrasche, e sommersi molte navi; feci morire assai uomini.”

‒ “In quanto tempo?” ‒ “In venti giorni.”

‒ “Troppi!” esclama Satana, e ordina subito che anche questo sia bastonato.

Sopraggiunge un terzo diavolo, e ricomincia l’interrogatorio: “A te; dove fosti, e che facesti?” ‒ “Fui nella tal città, e mentre si festeggiavano certe nozze, eccitai gli animi, accesi litigi e zuffe, e procurai molte uccisioni, e ammazzai anche lo sposo.”

‒ “In quanti giorni?” ‒ “ In dieci.”

‒ “Oibò! ” dice Satana, e lo dà in mano ai bastonatori.

Ecco finalmente un quarto diavolo. “D’onde vieni? che facesti?”

‒ “Fui nel deserto, dove tentai un monaco lo spazio di quaranta anni, e solo la scorsa notte riuscii a vincerlo e a farlo fornicare.” In udir ciò Satana si leva da sedere e bacia il demonio; poi la propria corona gli pone in capo, e se lo fa sedere a fianco, dicendo: “Gran cosa facesti e ti comportasti da valoroso.”

Questa storia lascia intendere, fra altre cose parecchie, che la tentazione poteva essere qualche volta opera assai laboriosa; ma quanto laboriosa fosse la resistenza alla tentazione, non dice. I Dottori affermano, gli è vero, Che la tentazione non supera mai le forze del tentato, così chiedendo la bontà e la giustizia di Dio; ma gl’infiniti tentati che caddero dovettero essere, in generale, d’altro avviso. Comunque sia, sta il fatto che resistere alla tentazione non era, alcuna volta almeno, senza grande pericolo. Cesario racconta il lacrimevole caso di un brav’uomo, il quale, avendo ricusato di fare all’amore con un diavolo, fu dal diavolo afferrato per i capelli, levato in aria, e poi scaraventato in terra, per modo che, dopo un anno, se ne morì..

Tutti gli uomini erano, come abbiam veduto, esposti alla tentazione, e la tentazione durava tutta la vita. Il santo, anziché andarne immune, la sperimentava più violenta e più assidua di ogni altro: ciò nondimeno egli aveva un modo di liberarsene del quale non potevano fruire i miseri peccatori. Quando egli aveva domati in sé tutti gli istinti e tutte le energie; quando a furia di digiuni, di flagellazioni, di veglie, di orazioni, aveva uccisa la carne, scombuiata la memoria, spenta la fantasia, assiderato l’intelletto; quando aveva fatto dentro di sé il silenzio e la immobilità della morte, la tentazione cessava, come cessa la fiamma, quando più non trovi a che appigliarsi. Chi abbia, come san Simeone Stilita, passato mezzo secolo in cima a una colonna, può ridersi di tutte le arti del tentatore. Il santo, diventato un sasso, ha raggiunto la perfezione.

Capitolo V.

Burle, truffe, soprusi, angherie e violenze del diavolo.

 

Ma Satana non si contenta del tentare. Sedurre gli uomini, trascinarli per mille strade al peccato, e, mercè il peccato, all’inferno, alla dannazione senza riscatto, non basta all’odio suo, alla sua invidia. Bisogna ancora che egli, in mille modi, li affligga e li tormenti, ed amareggi loro la vita con noje infinite, quando, per altri suoi fini, non gli piaccia di abbellirla loro, allietandola di falsi guadagni e di gioje bugiarde.

Satana, è, come abbiam veduto, un infaticabile operatore di calamità e di sciagure: le guerre, i morbi, le carestie, le ruine d’ogni maniera, le infinite disgrazie grandi e piccole che contrassegnano ogni istante del tempo che fugge, hanno in lui, il più delle volte, cagione e principio. Nè questo ancora gli basta. La notte, il dì, senza intermissione, egli, con l’innumerevole suo popolo, affronta buoni e perversi, picchia gli uni, strazia ed uccide gli altri, e quanti più può truffa e defrauda. Egli è, oltreché un tentatore, anche un tormentatore di professione, e il suo ufficio di tormentatore esercita non meno sopra la terra che in inferno. Chi lo chiamò nemico ed avversario, omicida e ladro, pose mente, senza dubbio, a entrambi gli offici.

Satana fu chiamato il primo bugiardo, e, sembra, non senza ragione. Gli esempii delle sue menzogne, e dei danni che mercè loro egli reca a chi gli crede, sono infiniti. Narra alcun cronista del medio evo che egli apparve una volta, sotto figura di Mose, a molti giudei che vivevano in Creta, e dato loro ad intendere di volerli condurre nella Terra Promessa, li fece tutti imbarcare, e poi in alto mare li sommerse. Guai a chi presta fede alle sue promesse ed ai suoi oracoli, o non è più che guardingo nel giovarsene! E quelle e questi sogliono essere espressi con parole artifiziose ed equivoche, tali che fanno nascere in chi le ascolta aspettazione contraria all’evento.

Dice il proverbio che la farina del diavolo va tutta in crusca. Non sempre, ma molto sovente, le cose ch’egli mostra di fare in servigio altrui, e quelle che procaccia, riescono ben diverse da ciò che a primo, aspetto sembravano: i denari, di cui suol essere largo donatore, si convertono in foglie secche, le gemme in carboni spenti, le vivande in sterco o in sassi. Prudenzio sapeva quel che diceva quando chiamava Satana un prestigiatore.

Satana si piace di fare alla gente burle e dispetti di molte sorta. Sono senza numero i pollai disertati, i granaj votati, le cantine asciugate da lui. A san Morando monaco strappava la coltre dal letto; a santa Gudula spegneva il lume mentre era in orazione, e rovesciava il candelliere a san Teodeberto; a santa Francesca Romana empieva di mosche l’acqua da bere; ad altri rubava la tonaca, nascondeva l’uffizio, imbrattava la minestra. Ai monaci di san Dunstano sparecchiava a dirittura la tavola. I discepoli di san Benedetto stavano costruendo il cenobio. Bisognava mettere a posto una gran pietra; ma per quanto ci si affaticassero intorno non c’era verso di smuoverla: il diavolo ci s’era seduto sopra, e bisognò che venisse il santo in persona a cacciarlo via. Ma la burla peggiore, la più villana, a mio avviso, era questa: cogliere uomo e donna in flagrante peccato carnale e annodarli in indissolubile amplesso, more canino.

I santi erano fra tutti i più tormentati, e così doveva essere. Il diavolo odia i santi, non solo perchè servi di Dio, ma ancora perchè ogni loro atto, le preghiere, i digiuni, le pie opere, sono a lui ingiuria e tormento. Inoltre, certe nature d’uomini, inclinate alla melanconia, e nelle quali la fantasia sormonta, sembrano attirare il diavolo, e dargli buon giuoco. Dice Amleto che il diavolo ha grande potestà sopra nature come la sua. Del resto bisogna fare a questo proposito una distinzione. Il diavolo poteva contentarsi di tormentar l’uomo esteriormente, moltiplicando le offese e le angherie; poteva anche tormentarlo interiormente, cacciandosi in lui, invasandolo. Nel primo caso si aveva la ossessione propriamente detta; nel secondo si aveva la possessione. Ora, i santi, erano del continuo esposti alla ossessione, ma dalla possessione andavano, generalmente parlando, immuni.

La ossessione aveva, come la tentazione, alla quale andava molto spesso congiunta, forme e gradi infiniti, e a darne un concetto che in qualche modo si raccosti al vero, bisogna ricorrere senz’altro agli esempii, i quali, per buona sorte, sono infiniti ancor essi, e ci permettono di tener dietro al formidabile crescendo di quest’altro capitale esercizio diabolico.

La ossessione più leggiera e più semplice era quella che il demonio esercitava con solo esser presente. Nè c’era bisogno che la presenza sua fosse avvertita, che egli la facesse in qualche modo sentire. L’uomo il quale si credeva assiepato tutto intorno da una gran caterva di diavoli, che con occhi intenti e spalancati perpetuamente spiavano l’occasione di tentare e di nuocere, doveva provar l’emozione e il cruccio di chi si trovi solo in una foresta popolata di ladroni, o in mezzo a un grande stuolo di nemici poderosi e crudeli. Ma i diavoli potevano anche lasciarsi vedere, o sotto gli aspetti loro naturali, o sotto altri aspetti mostruosi e terribili, e per la via degli occhi gelar gli animi di terrore. Potevano anche farsi udire, e allora erano angosce d’altra maniera, e noje insoffribili. Infiniti santi, a cominciare da sant’Antonio, li udirono ruggire come leoni, urlare come lupi, stridere come aquile, fischiare come serpi, e li videro in figura di così fatti animali, venir loro incontro, aggirarsi loro d’attorno, tumultuosamente, rabbiosamente. Santa Margherita di Cortona, nella sua cella, li udiva cantare a squarciagola canzoni oscenissime. Altre volte erano invettive furibonde, contumelie atroci, spaventose minacce. Fuggendo, i diavoli, dopo aver torturato gli occhi e le orecchie, affliggevan le nari, lasciandosi dietro un odor nauseabondo, a cui nessun fetore della terra poteva paragonarsi.

Ma questo era nulla ancora. I diavoli non eran gente da rimanersi con le mani alla cintola, e o prima o poi venivano ai fatti. Qualche volta se la pigliavano con le cose inanimate, guastando, distruggendo, sperperando quanto capitava loro sotto; ma questa specie di danno recavano più volentieri ai profani che ai santi, i quali, o non possedevano nulla, o delle cose proprie non si curavano punto. Tuttavia un demonio tentò una volta con una scure di demolire la cella del santo eremita Abramo, là nel deserto, e un’altra volta diede fuoco alla stuoja su cui il santo dormiva. Se si trattava di santi, assai più volentieri che alle cose, i diavoli si attaccavano alle persone.

Per cinque anni continui san Romualdo dovette soffrire che il diavolo venisse ogni notte a sederglisi sulle gambe e sui piedi. A sant’Egidio, una volta, il diavolo saltò sulle spalle e ci si aggrappò così fortemente, che per più tempo non ci fu verso di levarglielo di dosso. Da questi due si fece sostenere e portare; altri, per contro, sostenne e portò egli stesso, ma, si può credere, con poco loro gusto. Più e più volte levò per l’aria, e trasportò da questo a quel luogo, la buona beghina Gertrude da Oost. Santa Francesca Romana fu da lui ripetutamente sollevata per i capelli, e una volta tenuta sospesa sopra carboni ardenti. I diavoli detti dusii avevano in uso di rapir le persone vive, portarle in luoghi spesso remotissimi da quelli ove prima avevano stanza, e lasciare in loro luogo immagini ad esse somiglianti.

Santa Francesca Romana ebbe, del resto, a soffrirne di tutti i colori. Un giorno, non sapendo che altro farle, il diavolo la legò a un cadavere putrefatto, e cominciò a voltolarla per terra come una fascina. Ma non so s’ella avesse più ragion di dolersi che la beata Cristina da Stommeln, che un sozzo demonio imbrattava villanamente di sterco.

Innumerevoli sono i santi che ebbero a patire violenze anche più gravi. San Simeone Stinta, il Giovane, ebbe una volta strappata dalla barba una man di peli; sant’Everardo fu schiaffeggiato notte e giorno, senza intermissione, dal Venerdì Santo alla Pentecoste, ossia cinquantadue giorni di fila. San Niccolò da Rupe fu ravvoltolato ben bene in un roveto. I santi Romano e Lupicino ricevevano addosso una gragnuola di sassi quando si mettevano in orazione; san Dunstano fu ancor egli preso a sassate. Dalle sassatealle legnate poco ci corre.

Una notte sant’Antonio fu assalito da uno stuolo di diavoli, i quali lo lasciarono mezzo morto a furia di bastonate. A san Romualdo toccò la stessa disgrazia un giorno che s’era messo a cantare i salmi, e le busse furono tali che gliene rimasero i segni fin che visse. A santa Coleta i diavoli non si contentavano di dare le più villane bastonate di cui si abbia memoria, ma portavano ancora in cella i corpi degl’impiccati. A Tolentino si conservava, e forse si conserva ancora, il nodoso bastone con cui il diavolo aveva dato più di un carpiccio a san Niccolò che appunto si chiama da Tolentino. Il beato Giovanni di Dio fu ancora legnato in pieno secolo XVI.

Nè la cosa finisce qui. I diavoli minacciavano santa Francesca Romana di gettarla in un pozzo e di ucciderla; lasciavano mezzo accoppato san Mose Etiope; tentavano di uccidere santa Caterina di Svezia; si studiavano di bruciar vivo in letto san Guglielmo di Roeskilde; precipitavano dalla cima di un monte sant’Alferia ‒ fondatore della celebre abbazia della Cava; per poco non istrangolavano sant’Antonio da Padova. A san Domenico, un giorno che stava pregando in chiesa, scagliarono dall’ alto una grandissima pietra, e poco mancò che il santo non ci rimanesse sotto. Ai poveri tribolati non sempre mancava, in tali frangenti, il soccorso del cielo; ma il soccorso del cielo era un po’ come il proverbiale soccorso di Pisa. Il diavolo picchiava la beata Gherardesca, la stramazzava a terra, tentava di affogarla in Arno, e quando s’era stracche le braccia in così fatto esercizio, giungevano la Vergine e gli angeli e picchiavano il diavolo. Figuriamoci in quali peste dovesse trovarsi la povera santa Cristina da Stommeln, tormentata da 200,000 diavoli, e qual vita dovesse essere quella di certo prete di Colonia, del quale racconta Cesario che i diavoli lo inseguivano e tormentavano persino nella latrina.

Si possono contar sulle dita i santi che, in tutto il corso di vita loro, non soffrirono dal diavolo offesa e danno alcuno. Uno dei pochissimi fu san Niccolò, patrono di Trani: egli morì delle gran legnate che gli fece dare un vescovo. I peccatori erano poco tormentati dai diavoli, com’erano poco tentati, e spesso anzi ne avevana favori e carezze; ma pagavan cara qualche volta, anche in questo mondo, l’apparente immunità loro. Malti di essi furono da ultimo scartati vivi, fracassati, e abbruciati dai diavoli; molti furono portati via interi interi.

La ossessione più formidabile era quella a cui andavano soggetti i moribondi, fossero essi peccatori o santi. Il diavolo aspettava che l’uomo fosse disteso sopra un letto di dolore, vinto dal male, angosciato dal pensiero della morte imminente e del giudizio che lo attendeva, e gli dava allora l’ultimo e più terribile assalto. Secondo un’antica credenza, Satana aveva assistito, sul Calvario, alla morte del Redentore, anzi, dicevano alcuni, aveva osato, simile a un uccel di rapina, posarsi sopra uno dei bracci della croce; non doveva egli dunque assistere all’agonia delle sciagurate creature per la salute delle quali il Redentore aveva sparso il suo sangue? Non una, ma molte ragioni lo inducevano a far così, e non facevano se non confermare una divulgata opinione i vescovi di Reims e di Rouen, che in una lettera da essi scritta l’anno 858 a Luigi il Germanico, dicevano essere i demonii sempre presenti alla morte degli uomini, così dei giusti, come dei malvagi. In fatti, in quell’ultima ora della vita, i diavoli potevano sperimentare un’ultima e decisiva tentazione; potevano impedire, o render manchevole il pentimento; potevano cogliere a volo, e senza ritardo alcuno, l’anima rea che doveva, per l’eternità, farsi loro compagna; potevano, quand’altro non era loro concesso, far l’agonia più angosciosa e più orrenda. Certo, morire in una camera piena di diavoli arrabbiati e mostruosi, sopra un letto squassato da mani uncinate e impazienti, doveva essere una tortura ineffabile, ignota agli antichi. Lodovico il Pio cacciava da sè gli avversarti ansando con l’estremo anelito: “Fuori! fuori!” Santa Caterina da Siena, essendo già in transito, ancora contrastava loro e teneva lor testa. La più crudele battaglia si doveva sostenere in quella appunto che l’ultime forze mancavano. Morire in tal modo e in tali condizioni doveva essere ardua e terribil cosa, e perciò non è da meravigliare se nel 1542 Domenico Capranica, vescovo di Fermo, raccogliendo gli ammaestramenti di molti suoi predecessori, scriveva un libro ch’ebbe molta fortuna e molte edizioni, e che s’intitola Ars moriendi, l’Arte di morire.

Che la tentazione potesse ancora trovar luogo quando l’uomo era ormai fuor dei sensi e quando sembra dovesse avere tutt’altra voglia che di peccare, parrà strano a molti, e pure era così. Si racconta di un povero giovane di Loreto, che avendo sempre menato vita onestissima, da ultimo s’innamorò di certa donna, ed ebbe con lei peccaminoso commercio. Infermatosi improvvisamente, e giunto in fin di vita, piange contrito il suo fallo, e fa una devotissima confessione, tanto che coloro che lo assistono si tengono sicurissimi della sua salvazione. Ma all’ultimo momento, quando egli era già per spirare, ecco farglisi accosto il diavolo, sotto le sembianze della donna amata, e chiedergli con voce tronca dai singhiozzi: “Adunque mi abbandonerai tu, amor mio?” Il poveretto, dimenticando a quella vista e a quelle parole sè stesso, preso da un ultimo spasimo di tenerezza, raccoglie quanto gli rimane di flato e mormora: “Mai non ti abbandonerò, mia diletta.” Muore in quel punto, e il diavolo se ne porta l’anima all’inferno per tutta l’eternità. In altri casi il diavolo teneva altro modo: ricordava al moribondo tutti i peccati commessi e ne esagerava a bello studio la gravità, gliene imputava anche molti d’immaginarli, e lo assicurava ch’era irremissibilmente dannato; il tutto per farlo morir disperato e dannar veramente. Procurava anche di fargli credere che non ci fosse più tempo a pentirsi, e che il pentirsi era inutile.

Il diavolo finiva spesso i moribondi che sapeva suoi. Il venerabile Beda e il buon Passavanti narrano la storia di un vizioso cavaliere d’Inghilterra che, avendo rifiutato di confessarsi, quando era già preso dal male, morì per le mani di due diavoli che si posero con due gran coltellacci a tagliarlo, l’uno da capo e l’altro da piede. Cesario fa menzione di corvi diabolici che ai peccatori strappavano col becco l’anima dal petto.

Ho detto che quando non potevano, o non volevano altrimenti nuocere, i diavoli si studiavano di rendere l’agonia più angosciosa e terribile. I moribondi se li vedevano intorno al letto in sembianza di uomini smisurati e tetri, fuligginosi e torvi, i quali ficcavan loro nel viso gli occhi accesi e spalancati; li vedevano in figura di corvi e di avvoltoi volar per la stanza, in forma di serpenti pendere dal soffitto, e di rospi saltellare sul pavimento. San Gregorio Magno fa ricordo di un giovane che, combattendo con la morte, credeva d’essere divorato da un orribile drago. Spesso ancora i moribondi udivano il clangor formidabile delle trombe infernali, il frastuono e il fracasso delle enormi caldaje, delle smisurate graticole, dei ponderosi martelli, delle tenaglie, delle catene e degli altri stromenti di tortura senza posa ammanniti, rimescolati e tramestati dai diavoli, e l’incessante, disperato, spaventoso urlar dei dannati.

Ma assai più proficua della ossessione, quale l’ho definita e descritta, tornava ai diavoli la possessione. L’ossessione procacciava sfogo all’astio e alla invidia loro, ma la possessione era quella che li faceva padroni veri e assoluti degli uomini. Tanto che dovevano starsi paghi al tentare e al tormentare, i diavoli erano simili a soldati che assediino una fortezza, nella quale entreranno, o non entreranno, secondo i casi; ma quando dalla tentazione e dalla ossessione venivano alla possessione, erano come soldati vittoriosi, entrati nella fortezza e diventati padroni d’ogni cosa.

Chi è tentato e tormentato dal diavolo ha ancora di suo, se non altro, la volontà; ma chi è posseduto da lui, chi è indemoniato, gli appartiene tutto intero, anima e corpo, e se altri non lo libera, dopo aver trascinato alcun tempo la più scellerata vita che immaginar si possa, finisce inevitabilmente in inferno. L’anima dell’indemoniato è un’anima invasa da Satana, un’anima privata della vita sua propria, e che non si muove e non opera se non in quanto Satana la stimola, l’agita, la violenta e la travolge a suo senno.

Come mai poteva il diavolo così cacciarsi dentro l’anima altrui? Non è facile il dirlo. Sant’Ildegarde afferma che il demonio non penetra l’anima con la propria sostanza, ma solo l’investe con l’ombra e la nigredine sua. L’anima s’immergerebbe nella diabolica tenebra come un astro che si eclissa s’immerge nel cono d’ombra di un altro. Ma questa opinione si regge male, e giova più credere a una vera e propria penetrazione e commistione, le quali si compievano a volte con fulminea rapidità. Ogni pretesto era buono ai diavoli per invadere chi non si guardava e non si premuniva. Se l’anima non era più che intera e più che salda, correva pericolo grande e continuo, giacché una incrinatura bastava a Satana per penetrarvi. Ogni peccato commesso, anche se minimo, era come una porta aperta al nemico, e non solamente ogni peccato, ma ancora ogni più leggiera negligenza, ogni più piccola sbadataggine. Un fanciullo ha sete e chiede da bere. Appare subitamente un diavolo travestito e gli porge un bicchier d’acqua: il povero bambino la beve senza pensare di farci su il segno della croce, e il diavolo gli entra in corpo. Questo si legge nella storia della invenzione di San Celso. A questo modo a un di presso una monaca si cacciò in corpo il diavolo mangiando una lattuga: lo attesta san Gregorio Magno. Di una puerpera che inghiottì il diavolo Fumareth bevendo un bicchier d’acqua su cui s’era dimenticata di fare il segno della croce, si legge nella vita di san Bononio, abate di Lucedio. Chi poi era in peccato, non si poteva tener sicuro in luogo alcuno e di nulla si poteva fare scudo. Nella leggenda di san Costanzo, arcivescovo di Conturbia, è riferito il caso di certo monaco giovane, invaso dal diavolo mentre cantava l’evangelo della messa. C’erano poi gl’indemoniati nati, ed erano tutti coloro i quali, venuti al mondo col peccato originale, non si erano lavati nelle acque del battesimo; tant’è vero che molte volte furono veduti i demonii uscir loro di bocca proprio nel punto che si battezzavano. I Massaliani, eretici del IV secolo, sputavano continuamente per espellere il demonio che credevano d’avere dentro.

Non sempre, del resto, l’invasione era improvvisa e subitanea. In una storia della morte e dei miracoli di Leone IX il diavolo ha la bontà di dire che molte volte egli, prima d’invadere l’anima, ingombra il corpo, tenendovisi occulto, ma generando sonnolenza, pigrizia e fame. Era questo, come si vede, il periodo d’incubazione della possessione. Anzi il corpo si poteva considerare come un ordinario abitacolo di demonii. Dice santa Brigida nelle sue Rivelazioni che il diavolo sta nel cuor dell’uomo come il verme nel pomo, nei genitali come un nocchiero in nave, fra le labbra come un sagittario con l’arco teso. L’invasione poteva essere di un diavolo solo, di molti, e i molti potevano non invadere tutti in una volta, ma a più riprese, in varii stuoli, secondo chiedeva il bisogno. Di un indemoniato, in cui erano entrati 6666 diavoli, si legge già nell’Evangelo di San Luca. Gregorio Magno racconta: Una giovane sposa, in Toscana, doveva recarsi alla cerimonia della solenne dedicazione di una chiesa a San Sebastiano. La notte precedente all’andata cercò ed ebbe, in mal punto, le carezze del marito. Entrata la mattina seguente nel santuario, fu subito invasa da un diavolo che, scongiurato, saltò addosso al prete. I congiunti condussero la donna, non bene guarita, sembra, a certi incantatori, i quali non ottennero altro con l’arte loro se non di farla invadere da 6666 diavoli nuovi. Questi finalmente cedettero alle preci di un sant’uomo per nome Fortunato. Una indemoniata, che sant’Ubaldo liberò con molti stenti, ne aveva addosso 400,000: in altri casi si vide un diavolo solo posseder più persone. Interrogato, il diavolo diceva di solito il suo nome, e indicava la ragione e il modo della invasione.

La possessione si rendeva manifesta per un gran numero di fenomeni, o strani, o prodigiosi, parte fisici e parte psichici. Negli indemoniati le condizioni e le funzioni tutte della vita erano più o meno alterate e turbate. In molti una voracità straordinaria era il sintomo più spiccato della infezione diabolica; e lo storico Teodoreto, nel V secolo, ricorda il caso di certa donna la quale divorava ogni giorno non meno di trenta polli. Spesso tale voracità era accompagnata da perversione profonda dell’appetito e del gusto, e allora si vedevano gl’indemoniati inghiottire avidamente le cose più sudice e stomachevoli, il che sembrava del resto convenirsi assai bene alla sozza natura dei diavoli. Altri indemoniati, per contro, mostravano per qualsiasi cibo repugnanza profonda, e duravano in digiuni lunghissimi senza che ne venisse loro danno alcuno. Del resto i diavoli facevano dei posseduti da loro quello che lor meglio piaceva. Centuplicavano in essi le forze, o li facevano cadere in deliquio e in catalessia; li sollevavano da terra, tenendoli sospesi a mezz’aria, o li stramazzavano al suolo; li piegavano in due, li capovolgevano, li raggomitolavano, li facevano girare su se stessi come trottole, ruzzolar come cercini, capitombolare, gesticolare e contorcersi in mille guise, strane, ridicole, spaventose. Ancora, li facevano latrare come cani, muggir come buoi, gracchiar come corvi, fischiar come serpi, urlar com’anime dannate, e spesso per le loro bocche eruttavano fiamme e fetidissimo fumo. Governati dai diavoli a questo modo, molti indemoniati avevano il viso macilento, l’occhio vitreo, la carnagione terrea, il corpo consunto; ma altri apparivano vegeti, pingui, rubicondi, e davano così nuovo esempio e nuova prova della molteplicità degli artifizii diabolici.

Queste erano le meraviglie e la singolarità d’ordine fisico; ma c’erano ancora, e più notabili, le meraviglie e le singolarità intellettuali e morali.

La persona morale dell’indemoniata era una persona mutata di pianta, o in vario modo alterata; non di rado soppressa interamente, oppure ritagliata e sminuita. In fatti, nell’indemoniato non c’era più un’anima sola; ma ce n’erano almeno due, e potevano essercene le centinaia e le migliaja, se a centinaia od a migliaia si contavano i demonii invasori, e la vita psichica di lui, tanto che la possessione durava, era il risultamento e il prodotto della sovrapposizione, dell’intreccio, della fusione di quelle due, o di quelle cento, o mille anime. L’indemoniato, secondo che variava l’influsso diabolico, secondo che l’accesso sopravveniva o si dileguava, perdeva o racquistava Coscienza di sè, ricordava o non ricordava il passato, era lui, o non era lui, o era solamente una parte e un frammento di sè.

Gl’indemoniati mostravan di solito profondo pervertimento morale. Bestemmiare Iddio, la Vergine, i santi; deridere le verità della fede, e le cerimonie del culto; mostrare una ripugnanza estrema, anzi un vero ribrezzo pei sacramenti e per tutto quanto appartiene alla religione e ai suoi ministri, erano portamenti e atti che assai sovente, se non sempre, li facevano riconoscere a primo aspetto. Essendo il diavolo padre di menzogna, gli è naturale che gl’indemoniati di consueto mentissero, ma giova pure avvertire che non mentivano sempre, e che qualche volta dicevano la verità, spontaneamente, senza esservi sforzati. Anzi, cosa più notabile ancora, la verità da essi detta tornava sovente in danno lor proprio, cioè di quel demonio che avevano in corpo, e in onor della Chiesa e della religione. Così si ricordano indemoniati i quali molto sanamente argomentarono contro l’idolatria e l’eresia; indemoniati che indicarono sepolcri ignoti di uomini santi; indemoniati che svelarono le altrui turpitudini occulte, e le altrui ignorate virtù; indemoniati che designarono la persona che con frutto poteva esorcizzarli. Non si dimentichi poi che la possessione poteva anche in certi casi accompagnarsi con la pietà più profonda e con le pratiche tutte di devozione.

Le facoltà mentali dell’indemoniato ora apparivano depresse ed ottuse, ora invece, ed era questo il caso più frequente, esaltate ed acuite; c’era l’indemoniato muto, e c’era l’indemoniato loquace. Infiniti parlarono lingue non mai apprese, rivelarono segreti occultissimi, indicarono i luoghi dove si sarebbero ritrovate cose perdute o rubate, diedero conto, come se le avessero presenti, di cose che avvenivano in remoti paesi, predissero alcuna volta persino l’avvenire. Una smania degli indemoniati fu spesso quella di palesare i peccati non confessati delle persone che capitavano loro dinanzi: più di un esorcista, mentre attendeva al malagevole suo officio, ebbe la sgradita sorpresa di sentirsi così recitare in pubblico la lunga e poco edificante litania dei peccati commessi.

La possessione, la quale era più frequente assai tra le donne che non tra gli uomini, assumeva alle volte carattere contagioso. Un primo indemoniato ne suscitava un secondo, un terzo, e ne poteva suscitare altri cento. Così è che si videro più di una volta gli abitanti di un intero villaggio, o i frati, e più spesso le suore, di un intero convento essere invasi in brevissimo tempo dai diavoli. Basterebbe ricordare a tale proposito il celebre esempio delle Orsoline di Loudun, uno dei meno antichi e dei più noti. A cominciare dalla badessa, suor Giovanna degli Angeli, le diciassette suore del chiostro furono tutte invase dal diavolo, e le rivelazioni ch’esse fecero agli esorcisti e ai magistrati costarono la vita al povero Urbano Grandier, che era stato loro confessore, e che fu arso per mago. L’esempio delle monache di Loudun può dirsi in certo modo recente, perchè del secolo XVII; ma esempii molto più antichi non mancano. Nel 1490, le suore del monastero di Quercy, nel Belgio, furono invase dai diavoli, e rimasero indemoniate quattr’anni. Nel 1124 furono invasi dai diavoli i religiosi del monastero di Prémontré, fondato da san Norberto. Le danze epidemiche, le quali a più riprese, e in varie province d’Europa, apparvero nel corso del medio evo, erano ancor esse fenomeni di possessione generale e contagiosa.

L’indemoniato da sè non si poteva liberare; bisognava che altri lo aiutasse. La operazione di liberare altrui dal demonio si chiamava esorcismo, e a così fatto esercizio provvide la Chiesa istituendo appunto l’ordine degli esorcisti. Vedremo più là quali argomenti si adoperassero contro il demonio nell’esorcismo; ma voglio dire subito che la pratica non andava senza difficoltà grandi, e, qualche volta, senza grande pericolo. Spesso il diavolo, uscito di corpo all’indemoniato, entrava in corpo all’esorcista.

La possessione poteva essere acuta, con un certo decorso, o cronica: la beata Eustochia da Padova fu posseduta tutta la vita.

Il diavolo usciva sempre di mala voglia, e più tardi che poteva, e quando era costretto a far piazza pulita, s’ingegnava ancora di nuocere e spaventare fuggendo. Spesso metteva urli terribili, e sgusciando via si portava dietro l’uscio o un pezzo di soffitto, o la cappa del camino, oppure, lasciato l’uomo tramortito in terra, si cacciava in corpo a un bue, a una pecora, o ad altro animale. E ora usciva con la forma sua propria, ora con la forma di un pipistrello, di una biscia, di un rospo, di un uccello nero, o come un fumo denso e nauseabondo. Molti indemoniati guarirono subitamente dopo aver vomitato il desinare, oppur dopo una colica violenta, o un copioso flusso di ventre.

Gl’indemoniati ora non si curano più dagli esorcisti, ma dai medici, e ciò malgrado che il gesuita Giovanni Perrone abbia nelle sue Præ-lectiones theologicæ con molta diligenza enumerati i segni in virtù de’ quali si può sicuramente distinguere la possessione da certe malattie che hanno con essa alcuni caratteri comuni. In questa materia il reprobo Charcot sa ciò che nessun teologo ha mai saputo.

Capitolo VI

L’infestazione diabolica

Abbiamo veduto qual fosse la potenza di Satana, e come egli tentasse e tormentasse gli uomini; ma siam lontani ancora dall’avere un giusto concetto della parte ch’egli aveva in questo povero mondo, del luogo ch’egli teneva nella vita del genere umano, delle infinite faccende che si trovava e delle infinite noje che dava.

Chi non aveva il diavolo addosso, lo aveva dattorno, sempre desto, pronto sempre a cogliere tutte le occasioni d’importunare o di nuocere. Ogni più semplice atto della vita poteva dargli pretesto a mal fare. Gregorio di Tours racconta la storia di un prete Pannichio, che trovandosi con amici a tavola, e stando per recarsi il bicchiere alle labbra, si accorse di una mosca, la quale gli ronzava importunamente d’intorno, e pareva volesse imbrattargli il vino. Pratico di tali faccende, Pannichio capì quella non esser mosca, ma diavolo, e con un segno di croce pose fine allo scherzo. Vero è che il vino si sparse miracolosamente in terra, e il buon prete non lo bevve per quella volta.

Figuriamoci che vita dovesse essere quella di coloro che, non di tanto in tanto, ma sempre, così di notte come di giorno, così nel sonno come nella veglia, si trovavano esposti a queste insidie, a queste burle, a queste soperchierie. Il più perseguitato dei perseguitati fu forse un certosino, a nome Ricalmo, abate di Schoenthal nel Vürtemberg, non si sa precisamente in qual tempo. Questo dabben uomo compose, o fece comporre, in latino, un Libro delle insidie, degli inganni e dei dispetti che i diavoli fanno agli uomini, il quale è per certo uno dei più curiosi documenti delle credenze del medio evo che sieno pervenuti sino a noi. Egli racconta i dispetti fatti a lui e quelli fatti agli altri. I diavoli, senza un rispetto al mondo pel suo carattere e la sua età, lo chiamavano immondo sorcio pelato, gli gonfiavano e movevano il ventre, gli davan nausea e capogiri, gli appesantivano le mani per modo che non poteva quasi più farsi il segno della croce, lo facevano addormentare in coro, e poi russavano per far credere agli altri monaci ch’egli fosse colui che russava. Parlavano con la sua voce, lo facevano tossire, lo stimolavano a sputare, si cacciavano in letto con lui, gli tappavano il naso e la bocca per modo da non lasciargli avere il fiato, lo forzavano ad orinare, lo pungevano a guisa di pulci, e se per combattere il sonno egli esponeva al freddo le mani, essi gliele tiravano sotto le vesti per riscaldargliele. Qualche volta a tavola gli facevano passar l’appetito, ed egli allora cercava di ajutarsi con un granello di sale, che ha grande virtù contro i demonii. Tutte queste cose, ed altre assai, racconta Ricalmo a un discepolo. Il fruscio che le sue vesti pajono fare, quand’egli si muove, è cicalio di demonii. Tutti i rumori che escono dal corpo umano, tutti quelli che vengono dalle cose, sono pure opera di maligni spiriti, meno il suono delle campane che è opera di spiriti buoni. La raucedine, il dolor di denti, certi affiochimenti di voce, gli errori commessi nel leggere, i moti e le smanie degli infermi, i tristi pensieri, i mille piccoli accidenti della vita del corpo e della vita dell’anima son dovuti a potenza diabolica. A un certo momento il frate che ascolta si ravvolge tra le dita un filo di paglia; insidia del demonio anche quella. Tutto ciò che noi diciamo di buono viene dagli angeli, tutto ciò che diciam di cattivo viene dai diavoli, così che, confessa il povero Ricalmo, io non so più quel che mi dica io. Egli aveva almeno questo vantaggio, che udiva e intendeva tutti i discorsi che i diavoli facevano tra di loro, ed era informato di tutte le loro trame, e di tutti i loro maneggi. Di ciò i diavoli si dolevano assai; ma la colpa era loro, perchè, invece di parlare una lingua incognita a Ricalmo, si ostinavano a parlar latino, e si sforzavano di parlarlo correttamente. Per difendersi dagli assalti continui del popolo infernale, Ricalmo si segnava dalla mattina alla sera, nel viso, nel petto, e col pollice della mano destra nella palma della sinistra, e consigliava di segnarsi tutto il corpo, fin dove fosse possibile di giungere con le mani. Confessava per altro che, stante la grande ressa dei demonii, il segno della croce rimaneva inefficace talvolta, come un’arma di cui per troppa calca di nemici più non si possa far uso. Ciò spiega come anche l’angelo custode, sebbene non abbandoni mai l’uomo, ma con tutte le forze anzi si adoperi in sua difesa, possa alle volte dar poco ajuto. I diavoli, dice Ricalmo, sono nell’aria come è il pulviscolo in un raggio di sole; anzi l’aria stessa è come una gelatina di demonii, nella quale l’uomo è immerso e sommerso. Si può anche dire che i diavoli involgono l’uomo come il guscio la testuggine, o che gli stanno addosso come uno strato di cenere. Un frate, essendo ancora novizio, vide una sera, dopo compieta, venir giù dal cielo una gran pioggia di diavoli, e correre l’onda impetuosamente, rigurgitando, per tutto l’atrio, e durar l’acquazzone finché egli ebbe recitato per intero quattro volte il salmo Beati quorum. Come si vede, non colsero tutto il vero quei cabalisti i quali dissero che ciascun uomo aveva 1000 diavoli da man destra e 10,000 da mano manca; ciascun uomo ne aveva pure dinanzi e di dietro e di sopra; e che l’aria ne fosse tutta pregna è anche provato dalla testimonianza dell’anacoreta Gutlaco, il quale se li vedeva schizzare in cella attraverso le fessure dell’uscio.

Secondo alcuni gnostici la natura è opera di angeli maledetti, e la materia è il male, il contrario di Dio. Gli Albigesi professarono la stessa dottrina. Senza giungere a una affermazione così categorica, la credenza ortodossa del medio evo le si raccosta, in quanto inclina a considerare la natura tutta intera come contaminata, come caduta in potestà di Satana dopo il peccato dei primi parenti. La natura è indemoniata; lo spirito di Satana la pervade e la soggioga. Il frate, che vive murato nel suo convento come in una fortezza, la contempla con vago senso di terrore, e vede in essa quasi l’accampamento degli innumerevoli suoi nemici. Le selve profonde e nereggianti, le accigliate creste dei monti, una rupe smisurata, pendente sull’orlo del precipizio, una valle orrida e cupa, un lago immobile in mezzo a una pianura deserta, un torrente che balza spumeggiando e  mugghiando fra travolti macigni, sono per lui come gli aspetti di una scena minacciosa, dietro alla quale si trama un’immensa e formidabile insidia, e d’onde prorompe ogni poco e penetra nello stesso asilo di lui la potenza impetuosa del male. Se quello che noi diciamo sentimento della natura sembra nel medio evo pressoché estinto, non bisogna farsene meraviglia. Satana è nelle nuvole procellose che s’incalzan per l’aria, nella nebbia che si stende sulle terre e sui mari, nella pioggia che fa straripare i fiumi, nella grandine che distrugge i raccolti, nel vortice che inghiotte la nave; Satana rugge nel vento, divampa nella fiamma, si diffonde nella tenebra, urla nel lupo, gracchia nel corvo, fischia nel serpe, si cela in un frutto, in un fiore, in un granello di sabbia, è in ogni luogo è l’anima delle cose.

Ma sebbene la giurisdizione di lui si stendesse sopra tutta la natura; sebbene egli potesse, in ogni parte della terra fermar la sua sede ed esercitare la sua potestà, pur nondimeno v’erano luoghi nei quali egli e il suo popolo dimoravano più volentieri che altrove, e che parevano essere da loro in più particolar modo occupati e dominati. Tali erano i luoghi deserti in genere, certe foreste, certi cucuzzoli di montagna, certe isole, alcuni laghi e fiumi, le città abbandonate, i castelli smantellati, le chiese diroccate, San Peregrino confessore, capitato un giorno in una tenebrosa foresta, ode improvvisamente un fragore spaventoso, e si vede accerchiato da una infinita moltitudine di demonii, che tutti gridano a squarciagola: A che sei venuto? questa selva ci appartiene, e serve all’esercizio della malvagità nostra. Gervasio di Tilbury racconta, in sul principio del secolo XIII che in Catalogna è un monte dirupatissimo, sulla cui cima si raccoglie un lago quasi nero e d’imperscrutabile profondità, e sorge, invisibile al comune degli uomini, un palazzo abitato da demonii. San Filippo d’Argirone cacciò i diavoli dal monte Etna. San Cutberto liberò l’isola di Farne dai demonii che l’occupavano; e nelle storie della fondazione di molti conventi si legge come fu necessario di togliere il luogo ai nemici, i quali non lo lasciarono se non dopo lunga ed ostinata difesa. Nella storia dei miracoli di San Guglielmo di Orange è ricordato un fiume, di cui i diavoli si erano fatti padroni. Ugone d’Alvernia trovò in Oriente* durante la sua lunga e faticosa peregrinazione, una città tutta intera popolata di diavoli. San Sulpizio, andato a pregare una notte, mentr’era ancor fanciullo, in una chiesa diroccata, fu villanamente assalito da due diavoli neri che ci stavano di casa.

Se c’erano luoghi preferiti dagli spiriti malvagi e frequentati più volentieri da loro, non c’erano, per contro, luoghi in cui essi non potessero penetrare e attendere alle loro faccende. Le alte e spesse mura, le porte ferrate e munite di ponderosi catorci, non impedivano loro d’irrompere nei chiostri; e le chiese stesse, debitamente consacrate e regolarmente officiate, non erano sicure dalle loro invasioni. Il chiostro e la chiesa erano come due fortezze, rimaste in mano dei legittimi padroni in mezzo a un paese già corso e conquistato dai nemici.

I monasteri, reputati luoghi di salvazione, erano cinti di perpetuo assedio, e per quanto quei di dentro s’ingegnassero di far buona guardia, non era possibile sempre vietar l’ingresso a quegli avversarii così leggieri e spenti. Dov’erano frati e monache era sempre una gran ressa e un grande rimescolamento di diavoli d’ogni generazione. San Macario d’Alessandria, vissuto nel quarto secolo, vide una volta nella sua propria città una moltitudine di piccoli diavoli, simili a fanciulli neri, aggirarsi affaccendati tra i monaci, e tentarli in varii modi. Alcuni accarezzavano ai servi di Dio le palpebre per farli dormire; altri cacciavano loro in bocca le dita per farli sbadigliare. Pietro il Venerabile narra le tribolazioni d’ogni maniera che i diavoli davano ai santi abitatori dell’abbazia di Cluny. Cesario racconta di un abate Ermanno, il quale vedeva i diavoli balzar fuori dalle pareti, gironzar pel convento, mescolarsi coi monaci, correre a guisa di picciolissiml nani su e giù per il coro, schizzando faville, o trarre in volta gran corpi tenebrosi, con volti affocati, come di un ferro rovente. Turbato da tali visioni, chiese per grazia a Dio d’esserne liberato, e gli fu concesso; ma il capo di quei demonii gli si mostrò un’ultima volta, in forma di un occhio aperto e luminoso, grande come il pugno, pieno di vita e di malizia. Come l’occhio di Dio, l’occhio del diavolo era per tutto, vedeva tutto. Non avevano dunque il torto quegli antichi monaci, che a tutela dei chiostri e di sè ponevano la notte di contro al nemico, scolte e sentinelle: l’apostolo li aveva messi in sull’avviso: Vigilate!

Nelle sculture e nelle pitture che adornano le chiese del medio evo, i diavoli sono ritratti infinite volte, in tutti i modi, sotto tutti gli aspetti; ma, oltreché scolpiti e dipinti, ci si lasciavano vedere vivi e sani, allegri e sfacciati; come in casa loro. Quanti monaci, stando a pregare in coro, non videro i diavoli ruzzar davanti l’altare, correre in questa banda e in quella, fare a rimpiattino tra le panche, rotolar per terra, spenzolarsi dai capitelli, spegnere i ceri, rovesciar le lampade, metter sozzure nei turiboli, voltar sottosopra i messali, senza un timore, senza un rispetto al mondo! Quante volte i maledetti non frastornarono gli oranti, non guastarono le sacre funzioni, frammettendo ai canti sacri stonature risibili, arruffando e confondendo nelle bocche innocenti le parole dei Salmi, troncando sul più bello il fiato agli organi, mentre il demonio Tutivillo, serbato a quest’officio, andava raccogliendo di sulle bocche ogni error di lettura, ogni sfarfallone di pronunzia, e ne faceva fardello, da tirar poi fuori e sciorinare a suo tempo, nell’ora del giudizio, dinanzi all’anime intontite! La fanciulla, nel cui seno s’agitava una prima vampa d’amore; la moglie che non ogni pensiero aveva dato al marito; la suora cui terribili e pur cari fantasmi turbavano i sonni, s’accostavano tremando al confessionale, presso a cui, dietro il bruno pilastro, era acquattato il demonio, consigliera di peccaminose reticenze, e di più peccaminose menzogne. Forse, chi sa? quel monaco oscuro, immobile sotto la tonaca, perduto il volto nell’ombra del cappuccio, quel monaco silenzioso ed austero, dalle cui labbra doveva venire la santa parola dell’esortazione e del perdono, era egli stesso un diavolo camuffato. Se n’eran veduti di questi casi, e si ricordavano con raccapriccio.

Racconta il già citato Gregorio di Tours come Eparchio vescovo degli Alverni ai tempi del re Ghildeberto, trovasse una notte la chiesa sua piena di diavoli, seduto il principe loro, in figura di laida meretrice, sulla cattedra episcopale. Cesario narra, giustamente sdegnato e scandalizzalo, di una torma di diavoli, i quali entrarono in certa chiesa sotto forma di un branco di porci, sozzi e grugnenti. Moltissimi indemoniati furono invasi in chiesa. Non ebbe dunque torto l’antico ed ignoto artefice, che nella loggia esterna della chiesa di Nostra Donna in Parigi, pose una statua di demonio, appoggiata al parapetto, in postura di persona che stia a tutto suo agio, in luogo non vietato, ma  familiare; e non ebbe torto il Lessing, quando immaginò di cominciare certo suo dramma non finito di Fausto con un conciliabolo di diavoli in una chiesa. Nel dramma del Longfellow intitolato La leggenda aurea, Lucifero, vestito da prete, entra in una chiesa, si genuflette per ischerno, si meraviglia che luogo così scuro ed angusto abbia il nome di casa di Dio, pone alcuna moneta nella cassetta delle elemosine, ben sapendo a quale uso queste si serbino, filosofeggia e deride, si siede nel confessionale e confessa il principe Enrico, assolvendolo con una maledizione, poi se ne va pei fatti suoi.

Il mondo fisico era in preda a una vera infestazione diabolica; ma così ancora era il mondo limalo. In tutti i fatti della storia Satana era immischiato, sia per promuovere, sia per contrastare e confondere. Egli suscitava le eresie, egli poneva la tiara in capo agli antipapi e la superbia in cuore agli imperatori, egli sommoveva i popoli, preparava e capitanava le ribellioni e le invasioni. Le armi e le vittorie di quei saraceni che misero in periglio la cristianità, erano armi sue, vittorie sue. Della interminabile e varia tela della storia egli era il tessitore più operoso e più industre. I mali costumi e le cattive leggi, il fasto ed il lusso, gli spettacoli profani, il denaro per cui tutto si compra e si vende, erano sue invenzioni. Gli istrioni, i giullari, i bagatellieri, lavoravano per lui, sotto i suoi ordini.

L’uomo che si mena in casa gl’istrioni e i saltimbanchi, dice Alcuino in una sua lettera, non sa quanto gran turba di spiriti immondi li segua. Le danze erano un trovato di Satana, ed ogni agio che altri potesse concedersi, ed ogni spasso, anche innocentissimo a primo aspetto, poteva celare, e celava quasi sempre, una diabolica insidia, e apriva l’adito alle diaboliche prepotenze. San Francesco d’Assisi, un giorno che era fieramente travagliato da un gran male di capo e di denti, chiede un guanciale di piuma per adagiarvi il capo; ed ecco subito farglisi addosso il diavolo e non dargli requie. fino a tantoché il santo non abbia gettato lungi da sè il guanciale. Guiberto di Nogent narra la storia di certi cacciatori, che credendo d’inseguire un tasso, inseguono un demonio, lo prendono e lo mettono in un sacco; ma tosto assaliti da una infinita moltitudine di demonii, lo lasciano andare, e giunti a casa muojono. Finalmente Satana era bellezza, ricchezza, ingegno, scienza: egli era in ogni vizio e poteva celarsi dietro ogni virtù. Aveva ragione Salviano quando esterrefatto gridava: ubique daemon, il diavolo è per tutto,

Con giurisdizione così larga, con tanti svariati ufficii, i diavoli poco potevano stare in ozio. La vita loro era un perpetuo scorazzare i mari e le terre in busca di preda, un perpetuo affaticarsi in provocar peccati e preparare occasioni di peccato, un travagliarsi senza posa in mille opere di nocumento. Notte e giorno la bocca dell’inferno vomitava sopra la terra, sopra la misera umanità, le legioni dei diavoli arrabbiati, smaniosi di far nuovo male, e ringojava le legioni di quelli che, tentando, seducendo, insozzando, scompigliando, distruggendo, avevano fornito il compito. La tresca non aveva nè fine, nè tregua.

Al pensiero di una potenza malvagia così diffusa in ogni luogo, vigile sempre, sempre operosa, e per giunta invisibile, gli animi dovevano empiersi, e veramente si empievano, di terrore. La storia del medio evo è tutta intera come aduggiata dall’ombra immane che getta sopr’essa il nemico implacabile. Secondo una immaginazione degli arabi, in quella estrema e sconosciuta parte dell’Oceano Atlantico che aveva nome di Mar Tenebroso, mare seminato di portenti e di perigli, si vedeva sorgere di mezzo all’acque, all’orizzonte la mano smisurata e nera del principe dei demonii, minaccia formidabile a’ troppo temerarii navigatori. Così di mezzo al mondo medievale, sopra le città che si raccolgono intorno alle chiese cuspidate come il gregge intorno al pastore, si leva tenebrosa e terribile, quasi in segno di dominazione, la mano di Satana. E quel terrore che ingombra gli animi prende forma e colore e plasticità nelle bieche visioni, nelle fosche leggende, e in tutta un’arte tormentata e mostruosa. Chi dicesse che nel medio evo la più gran moltitudine dei credenti fu governata assai più dal terrore di Satana che non dall’amore di Dio, assai più dal raccapriccio dell’inferno che dal desiderio del paradiso, non direbbe se non il vero. Mille spedienti e mille mezzi erano stati immaginati per contrastare alla potenza del terribile avversario, e per eludere le sue arti; ma si andò anche più oltre, e si cercò modo di mitigare la ferocità sua, di placarne il furore, come si userebbe con un dio malvagio sì, ma strapotente. Satana ebbe preghiere, oblazioni e vittime. Un benedettino francese, Pietro Bersuire (m. 1362), racconta, in un suo libro di esempli morali, la seguente istoria. Fra certi monti prossimi alla città di Norcia, in Italia, è un lago, abitato da demonii, che prendono e rapiscono chiunque si avvicini ad esso, meno gli stregoni di professione. Tutt’intorno al lago fu costruita una muraglia, vigilata da custodi, affinchè non possano andarvi ì negromanti e consacrare i libri loro al nemico. Ma la cosa più terribile è, che in ciascun anno, quella città deve mandare in tributo ai demonii, sulla sponda del lago, un uomo vivo, che incontanente da quelli è fatto a brani e divorato. La città sceglie ogni anno, a tal fine, alcuno scellerato, degno di così miserabile morte; che se nol facesse, se volesse mancare del consueto tributo, sarebbe in punizione devastata e distrutta dalle procelle.

Ad aumentar quei terrori squillava di tanto in tanto, simile al clangore delle novissime trombe, in mezzo alla cristianità stupefatta, l’annunzio della prossima fine del mondo. Ora, si sapeva che per un tempo, prima della fine del mondo, la potenza di Satana, sarebbe, Dio concedente, cresciuta a dismisura. Il bene doveva trionfare da ultimo; ma il suo finale trionfo sarebbe stato prepeduto da tale strabocco di perversità e di mali di ogni sorta, quale non s’era veduto innanzi sulla faccia della terra, e quale la più fervida fantasia non avrebbe potuto immaginare. Satana doveva esser vinto; ma non senza aver dato a Dio e alla sua Chiesa un’ultima e disperata battaglia.

 

Capitolo VII.

Amori e figli del diavolo.

 

Tentando, tormentando, invadendo le anime come rocche espugnate, Satana e gli spiriti suoi erano in perpetuo commercio con gli uomini e stringevano con essi legami varii e molteplici. La possessione era il legame più intimo; e comunque lo si spiegasse, riusciva pur sempre un connubio, una specie di copula, da cui poteva seguitare una fecondazione maligna, e una proliferazion di peccato. Ma la possessione era una semplice copula spirituale, e i diavoli, sempre intenti a far guadagno, con tutti i mezzi e per tutte te vie, dovevano desiderare anche l’altra, dovevano tentare di congiungersi carnalmente con gli uomini, di fondere in mostruose geniture l’umano e il diabolico, e procrear figliuoli, che fossero, sino dal concepimento, consacrati all’inferno. E procrearono figliuoli, e il mondo li conobbe, e più d’una volta sentì il peso di lor malvagia potenza.

La cosa, per altro, non è al tutto chiara. Come fanno i diavoli a generare? Che ne  avessero facoltà pareva accertato da un luogo del Genesi, dove sembra si dica che gli angeli ebbero commercio con le figlie degli uomini, e generarono i giganti; e da molti si credeva che i demonii fossero per l’appunto quegli angeli peccatori, che la celeste loro natura avevano bruttata del fango della sensualità. Ciò nondimeno molti dubbii si mossero, e molte difficoltà si fecero, su questo proposito da teologi di grande e di piccola levatura, e le opinioni loro non sono gran fatto concordi. Secondo i cabalisti, i demonii s’accoppiano regolarmente fra loro, e si propagano al modo stesso degli uomini. In Germania è spesso ricordata tra il popolo la nonna del diavolo, una signora non troppo cattiva, provveduta di novecento teste; e tra gl’italiani nel mezzogiorno è conosciuta, e torna spesso nei discorsi, la mamma di lui. I rabbini nominano le quattro mogli di Samaele, madri d’infiniti demonii. Il greco Michele Psello, segretario dell’imperatore di Costantinopoli, monaco del Monte Olimpo in Bitinia, filosofo, matematico, medico, oratore, alchimista e teologo, vissuto sin verso la fine dell’XI secolo, afferma in certo suo trattato delle operazioni dei demonii, che questi possono benissimo generare, provveduti come sono di quanto si richiede al bisogno. Ma qui appunto le opinioni discordano. San Tommaso d’Aquino, san Bonaventura e infiniti altri teologi, dicono risolutamente che i diavoli non hanno seme proprio, e perciò non generano, nel vero senso della parola; ma, facendosi succubi, ricevono il seme dell’uomo, e poi trasformandosi in incubi, impregnano di quel seme la donna con cui si accoppiano, e così generano. La loro sarebbe dunque una peculiar maniera di paternità putativa, la quale tuttavia non esclude la trasmissione di certe qualità diaboliche alla prole generata in tal modo. Aveva torto dunque Lodovico Dolce, quando a certo Fra Girolamo di una sua commedia intitolata Il Marito faceva dire con troppo dogmatica sicumera:

. . . . i demonii non possono concipere,

O per dir meglio ingravidar le femine,

Perchè non hanno seme; nè l’Altissimo

Permetteria che donna con battesimo

Ingravidata fosse dal dimonio.

Lascia pur ch’altri ciarli, che i teologi

Tutti d’accordo quant’io dico affermano.

Ma l’Altissimo permetteva al diavolo tant’altre cose; perchè avrebbe dovuto vietargli questa? E le donne che non erano con battesimo? Il popolo, che poco intende e meno gusta le distinzioni, le arguzie e gli arzigogoli dei signori teologi, credette da senno e senza volersi, torre la briga di venire in chiaro del modo, che i diavoli potessero procreare figliuoli, e così seguita a credere ancora oggi giorno, per tutto dove non abbia scosso un pochino da sè le antiche superstizioni e l’antica ignoranza..

E perchè non avrebbero potuto i diavoli generare, se fantasmi di donne morte potevano concepire e partorire? L’inglese Gualtiero Mapes (m. c. 1210) racconta in certo suo libro De nugis curialium, ossia Delle frascherie dei curiali, la mirabile storia di un cavaliere di Brettagna, che cavalcando una notte per una valle recondita, trovò in mezzo a una schiera di donne che si sollazzavano al cheto lume della luna, la propria moglie, già morta da un pezzo, la rapì, come si fa di un’innamorata, visse con lei molt’anni felicemente, e n’ebbe parecchi figliuoli, che per soprannome furono detti i figliuoli della morta, filii mortuae.

I diavoli facevano quando da incubi, quando da succubi; quando cioè da maschi e quando da femmine, secondo il gusto e l’opportunità; ma mi affretto a dire, senza pretendere di darne le ragioni, che essi volevano essere piuttosto maschi che femmine. Tommaso Cantipratense assicura d’avere ricevuto assai volte la confessione di donne che si dolevano d’essere state violate da incubi; e nella vita di san Bernardo si narra la scandalosa istoria di un incubo sfacciatissimo, il quale per più anni di fila giacque cotidianamente con certa femrpina, senza un ritegno o rispetto al mondo, tanto che si cacciava in quello stesso letto in cui anche il povero marito dormiva.

Che la natura umana potesse essere profondamente turbata e sconvolta da quegli spaventosi contatti; che gli amplessi diabolici potessero tornare alle volte mortali, non parrà strano a nessuno, e chi ne voglia gli esempii può trovarne a bizzeffe negli scrittori. Tommaso Walsingham, monaco di sant’Albano d’Inghilterra circa il 1440, racconta la terribile storia di una fanciulla, che contaminata da un diavolo, morì in capo di tre giorni, enfiata per tutto il corpo, spandendo intorno orribile fetore. Cesario va più in là e racconta di una donna, la quale abbracciata (non altro che abbracciata) da un diavolo vestito di bianco, impazzì subitamente e morì poco dopo; e di un’altra, cui un diavolo travestito da servo toccò la mano, e che ebbe la stessa sorte.

Ben più strano parrà, credo, che donne di carne e d’ossa potessero reggere per anni ed anni a quei connubii senza troppo risentirsene: e pure anche di ciò sono prove ed esempii; celebre tra gli altri quello di un diavolo e di una donna i cui amori durarono un quarto di secolo. E sembra che alle volte i diavoli innamorassero per davvero, a dispetto dei teologi, i quali pretendono che in quella loro depravata natura l’amor non alligni. Gervasio di Tilbury, gran conoscitore di tutti questi secreti, dice chiaro: certi demonii amano con tanta passione le donne, che per possederle ricorrono ad ogni arte e ad ogni inganno.

Ardori nefandi, ma rispondenti ai loro, si producevano poi in certe donne, nelle cui anime l’idea di soprannaturali abbracciamenti suscitava strani fantasmi e concupiscenze mostruose. A quante non dovette sembrare terribile, ma pure invidiabile ventura avere amante un angelo del fuoco! Alvaro Pelagio, vescovo di Silva, che circa il 1332 compose in latino un libro Del pianto della Chiesa, dice d’aver conosciuto molte monache, le quali volontariamente si sottoponevano al diavolo. Le streghe erano le concubine ordinarie e volenterose dei diavoli, che nelle assemblee e nei bagordi di cui dovrò parare più oltre, usavano con loro pubblicamente. Sono senza numero quelle che nei processi confessarono apertamente e senza vergogna i turpi amori, e sul rogo ne pagarono la pena; e più d’una ebbe a svelare questa strana particolarità, che il seme dei diavoli è freddo come il ghiaccio.

Michele Lermontov, uno dei maggiori poeti che abbia avuto la Russia in questo secolo, morto a ventisett’anni in duello, nobilitò il tema di tante fosche leggende in un poema ch’è tra i suoi più belli, e s’intitola appunto Il demone. Satana s’innamora perdutamente, là, fra le aspre e meravigliose solitudini del Caucaso di una fanciulla bellissima, per nome Tamara. Costei, mortole il fidanzato, si seppellisce in un chiostro; ma l’innamorato demone anche quivi la persegue, e ottiene ch’ella s’innamori di lui, e giura di voler per quell’amore rinnegare il suo passato e rendersi a Dio. Gli amplessi del superbo caduto uccidono la fragile creatura, che perdonata e benedetta è dagli angeli assunta in cielo, mentre quegli, non ravveduto, si risommerge nelle tenebre sempiterne.

I demonii succubi non erano meno sfacciati e pericolosi degl’incubi. Cesario racconta di un converso, che abbracciato e baciato in letto da un diavolo vestito da monaca, infermò e in tre giorni morì; e ricorda il caso di un uomo dabbene, che non avendo voluto consentire alle lubriche voglie di un succubo, fu da questo tratto a volo per l’aria e scaraventato in terra, così che, dopo avere stentato un anno, se ne andò all’altro mondo. Ma di quanti succubi vide il medio evo, il più fascinatore fu Venere, quella Venere che mutata, come le nuove credenze volevano, di nume in demonio, innamorò di sè il gentil cavaliere e poeta Tanhäuser, ed altri assai, cui fu larga de’ suoi favori. Fu amata da molti e taluno forse anche amò, come in antico; certo era gelosa dei diritti o bene o male acquistati e s’ingegnava di farli valere. Lo prova il seguente caso narrato da parecchi, e che io riferisco, voltando in volgare il forte e colorito latino di un cronista inglese, Guglielmo di Malmesbury, che nel XII secolo ne fece primo il racconto.

Un giovane cittadino romano, ricco di molto censo, e nato d’illustre famiglia senatoria, avendo condotto moglie, invitò gli amici a banchetto. Levate le mense, e stimolata coi vini più generosi l’ilarità, uscirono i commensali in un prato, desiderosi di alleggerire danzando e sbalestrando, o in altri giuochi esercitando il corpo, gli stomachi aggravati dal cibo. Lo sposo, re del convito, e maestro del giuoco, chiese una palla, e trattosi l’anello nuziale, questo pose in dito a una statua di bronzo ch’era ivi presso. Ma poiché tutti i compagni, giocando, in lui solo inveivano, egli, affannato ed acceso, si ritrasse primo dal campo, e volendo riavere il suo anello, trovò piegato sulla palma della mano il dito della statua, che prima si vedeva disteso. Avendo quivi penato un pezzo, senza potere nè strappare l’anello, nè frangere il dito, taciuta la cosa ai compagni, affinchè, lui presente, nol deridessero, o, assente, non involassero l’anello, in silenzio se ne partì. Tornatovi poi con alcuni familiari a notte scura, ebbe a stupire vedendo raddrizzato il dito e sparito l’anello. Tuttavia, dissimulato il danno, si lasciò dalle carezze della sposa rasserenare, e giunta l’ora di coricarsi si adagiò accanto a lei. Ma, come appena si fu adagiato, sentì alcun che di nebuloso e denso voltolarsi fra sè e lei, la qual cosa si poteva sentire, ma non vedere. Vietatogli da tale impedimento l’amplesso conjugale, udì una voce che diceva: “Giaciti meco, dacché oggi pure tu m’hai sposata. Io sono Venere, a cui tu ponesti l’anello in dito: l’anello è in poter mio, e più nol renderò.Spaventato da tanto prodigio, nulla osò, nulla potè rispondere il giovane, e passò insonne l’intera notte, esaminando tacitamente nell’animo il caso. Corse gran tempo, e in qualunque ora tentasse egli di accostarsi alla sposa, sempre sentiva e udiva il medesimo: del rimanente era validissimo e atto a checchessia. Alla fine, mosso dalle querele della moglie, scoperse ogni cosa ai parenti, i quali, avuto consiglio fra loro, ne informarono un prete suburbano per nome Palumbo. Aveva costui virtù di suscitare per arte di negromanzia figure magiche, e d’incutere terror nei demonii, facendoli obbedire come più gli era a grado. Pattuita pertanto la mercede, che doveva esser grande, e tale da riempirgli d’oro la borsa quando fosse riuscito a far congiungere gli sposi, usò quegli il supremo dell’arte sua, e composta una espistola, diedela al giovane dicendo: “Va alla tale ora di notte al crocicchio, dove la via si spartisce in quattro, e poni mente a ciò che tu vedrai. Passeranno di colà molte figure umane, d’ambo i sessi, d’ogni età, d’ogni grado e condizione, alcune a cavallo, altre a piede, quali con la fronte volta alla terra, quali col ciglio superbamente levato; e quante sono insomma le forme, e le sembianze dell’allegrezza e della tristezza, tutte le potrai vedere nei volti e nei gesti loro. Non favellare a nessuna, quando pure quelle favellassero a te. Seguirà alla turba uno di maggior statura degli altri e più corpulento, sedente in un carro; a lui porgi silenzioso l’epistola, e incontanente sarà appagato il tuo desiderio, purché tu faccia tanto d’essere d’animo risoluto. “Il giovane si avviò, come gli era stato prescritto, e stando la notte a ciel sereno, vide la verità di quanto avevagli detto il prete, che nulla non mancò alle promesse. Fra gli altri che di là passavano, scorse sopra una mula una donna vestita a modo di meretrice, sparsi i capelli giù per le spalle, e stretti in capo da un’aurea benda. Teneva colei in mano una verga d’oro, con la quale governava la cavalcatura, e per la tenuità delle vesti mostrandosi quasi ignuda, faceva ostentazione d’atti impudichi. Che più? l’ultimo, che pareva il signore, ficcando i terribili occhi nel viso al giovane, dal carro superbo, tutto composto di smeraldi e di perle, chiese la cagion del suo venire; ma quegli, nulla rispondendo, stesa la mano, porse la epistola. Il demonio, non osando disprezzare il noto suggello, lesse lo scritto, e tosto, levate al cielo le braccia: “Dio onnipotente,” esclamò, “insino a quando soffrirai tu la iniquità di Palumbo?” E senza por tempo in mezzo, mandò due suoi satelliti, perchè togliessero a Venere l’anello, la quale, dopo molto contrastare, finalmente lo rese. Così il giovane, venuto a capo del suo desiderio, potè godere dei sospirati amori; ma Palumbo, com’ebbe udita la lagnanza che di lui il demonio aveva mossa a Dio, intese esser prossima la sua fine; per la qual cosa, fattosi di suo arbitrio troncar tutti i membri, morì con miserevole penitenza, avendo confessato al papa e a tutto il popolo le inaudite sue scelleraggini. Così Guglielmo; il quale avverte da ultimo come ancora al tempo suo, in Roma, e in tutta la circostante provincia, le madri usassero raccontare il caso ai figliuoli, affinchè ne fosse tramandata ai posteri la memoria.

Non lascerò i succubi senza dire che la bellissima Elena, ricordata nella leggenda quale concubina di Simon Mago, era, secondo la più fondata opinione, un diavolo, e che da amori con succubi tolsero argomento, il Cazotte a quel suo strano romanzetto intitolato Le diable amoureux, e il Balzac ad uno dei suoi Contes drôlatiques.

Forzare i diavoli a lasciar le pratiche di loro gusto non era cosa agevole, nè priva di pericolo. In una delle innumerevoli leggende della Vergine si narra di una donna, la quale era invano ricorsa ai segni di croce, all’acqua benedetta, alla preghiera, alle reliquie, per liberarsi da un gran diavolo che la teneva in luogo di moglie: finalmente, un giorno, trovandosi all’usato cimento, levò le braccia al cielo invocando il santo nome di Maria, e il drudo maledetto non fu più buono a nulla. Cesario di Heisterbach racconta un’altra storia. Un diavolo seduce nella città di Bonna la figliuola di un prete e si giace con lei. La fanciulla confessa la cosa al padre, il quale, per tagliar corto alla tresca, allontana la figliuola da casa e la manda oltre il Reno. Capita il diavolo, e non trovando più la sua ganza, corre dal padre e gli grida: “Malvagio prete, perchè mi hai tu tolta la moglie?″ e gli dà tale un picchio nel petto che dopo due giorni il pover uomo rende l’anima.

Abbiam veduto che i diavoli, o a torto, o a ragione, generavano, e poiché essi erano innumerevoli, non è a meravigliare se grandissimo era il numero dei loro figliuoli. Giordane, storico dei Goti nel VI secolo, afferma che gli Unni nacquero dal commercio di orribili maliarde con demonii incubi; e durante tutto il medio evo ci fu una spiccata tendenza a considerare come figliuoli del diavolo i bambini deformi ed i mostri, che per ciò appunto sperdevansi senza scrupulo alcuno. Nel 1265, una dama che aveva passata la cinquantina, Angiola de Labarthe, confessò in Tolosa d’aver generato col diavolo un figliuolo con testa di lupo e coda di serpe, che bisognava nutrire con carne di bambini.

Secondo un’altra opinione, confermata da notabili esempii, i figli del diavolo erano robusti, animosi, pieni d’ingegno e d’ardore. Lo storico Matteo Paris (m. 1259) ricorda il caso di un bambino che a sei mesi era grande quanto un giovane di diciott’anni. La Chiesa chiamò, e chiama ancora, figliuolo di Satana chiunque si scosti un pelo dal catechismo; ma questa è una metafora e nulla più.

Avviene dei figliuoli di Satana ciò che dei figliuoli degli uomini; i più passano incogniti e immeritevoli di fama; alcuni si traggon fuori della volgare schiera, ed empiono il mondo del loro nome e del grido delle loro gesta; taluno pure ve n’ha, che vincendo la fatalità della origine e la maledizione della propria natura, si redime dall’inferno per sempre, acquistando il cielo. Io non parlerò se non dei principali.

Il più antico è Caino, il primo omicida. Assicurano i rabbini che Adamo ebbe commercio con succubi ed Eva con incubi, un bel modo, come si vede, di dar principio alla razza umana: di uno di questi incubi fu figliuolo Caino, che mostrò chiaramente con l’opere l’origine sua.

Tale credenza, del resto non fu dei soli rabbini: il greco Suida (sec. XI) la ricorda in certo suo Lessico.

Attila, il Flagello di Dio, fu figliuolo dei diavolo secondo alcuni, di un mastino secondo altri; e del diavolo fu figliuolo Teodorico re dei Goti, in prova di che gettava fuoco dalla bocca, e vivo ancora andò a raggiungere il padre in inferno.

La storia del mago e profeta Merlino, è, per questa parte, più: particolareggiata e più celebre. L’inferno, debellato e spogliato da Cristo, sentiva abbisogno di rifarsi della patita jattura. Satana, cui più sta a cuore la cosa, risolve di procreare un figliuolo che propugni la sua causa fra gli uomini, e disfaccia l’opera redentrice di Gesù. L’impresa è di gran momento, perigliosa e difficile, e chiede lunga e diligente preparazione. Ecco: per le forze congregate dell’inferni una famiglia onorata e cospicua è tratta a rovina, gettata in preda al disonore e alla morte. Di due figliuole superstiti, l’una si abbandona al più svergognato libertinaggio, l’altra, bella e casta, resiste lungamente ad ogni tentazione, sino a che trovandosi una notte, per aver dimenticato di farsi il segno della croce, temporaneamente priva della protezione del cielo, dà agio al diavolo di sopraffarla e di compiere il meditato disegno. Conscia e inorridita di sua sventura, la fanciulla si studia di ricomprare, con le austerità di una penitenza angosciosa, il non suo peccato, e giunto il termine posto dalla natura, dà alla luce un figliuolo, che nel corpo stranamente peloso reca i segni dell’origine sua. Il fanciullo è battezzato, senza, s’intende, il consentimento del padre, e riceve il nome di Merlino: poi si pensa in cielo che sarebbe non piccolo trionfo quello di strappare all’inferno lo stesso figliuolo di Satana, e il buon Dio ci provvede. Satana aveva impartito al figliuolo la cognizione del passato e del presente; Dio v’aggiunge quella dell’avvenire. Quale arma migliore contro gl’inganni del mondo e le insidie del diavolo? E Merlino, crescendo, operò molte cose mirabili, come si legge nel Venerabile Beda, nelle antiche croniche, nelle istorie della Tavola Ritonda, e fece molte e bellissime profezie, delle quali parecchie già si avverarono, e altre si avvereranno quando che sia, con l’ajuto del cielo. Di suo padre non si diede un pensiero al mondo, anzi lo rinnegò a dirittura. Morì, non si sa precisamente come nè quando; ma tutto fa credere che sia andato in luogo di salvazione.

Se non che, salvarsi quando Dio ci vuol salvi, non è poi merito così grande, e più assai di Merlino mi par degno d’ammirazione quel Roberto il Diavolo della cui storia si fecero poemi, drammi, fiabe, esempii morali e persino un’opera in musica. Terribile storia in verità, ma piena di nobile insegnamento.

C’era dunque una duchessa di Normandia, che si struggeva dal desiderio d’aver figliuoli, e non ne poteva avere. Stanca di raccomandarsi a Dio che non l’esaudisce, si raccomanda al diavolo, ed è tosto appagata. Nasce un figliuolo, una saetta. Bambino, morde la balia e le strappa i capezzoli; fanciullo, sventra a coltellate i maestri; giunto a vent’anni si fa capitano di ladri. L’armano cavaliere, credendo così di vincere in lui quella furia d’istinti malvagi; ma dopo ei fa peggio di prima. Nessuno lo passa di forza e di bravura. In un torneo vince ed ammazza trenta avversarii; poi va gironi pel mondo; poi ritorna in patria, e si rimette a fare il bandito e il ladrone, rubando, incendiando, assassinando, stuprando. Un giorno, dopo avere sgozzato tutte le monache di un’abbazia, si ricorda della madre, e va a trovarla. Come prima lo scorgono, i servitori scappano, chi di qua e chi di là; nessuno s’indugia a domandargli d’onde venga, che voglia. Allóra, per la prima volta in sua vita, Roberto stupisce dell’orrore che inspira a’ suoi simili; per la prima volta ha coscienza di quella sua mostruosa malvagità, e sente trafiggersi il cuore dal dente acuto del rimorso. Ma perchè mai è egli più malvagio degli altri? Perchè nacque, chi lo fece tale? Un’ardente brama lo punge di penetrare il mistero. Corre dalla madre, e con in pugno la spada sguainata le impone di svelargli il segreto de’ suoi natali. Saputolo, freme ed inorridisce, sopraffatto dallo spavento, dalla vergogna e dal dolore. Ma la sua forte natura non s’accascia per questo, non cede alla disperazione; anzi, la speranza di un laborioso riscatto, di una mirabil vittoria, stimola e solleva l’anima sua tracotante. Egli saprà vincere l’inferno e sè stesso, saprà render vani i disegni dello spirito maledetto che in proprio servigio lo creava, che aveva voluto far di lui un docile strumento di distruzione e di peccato. E non frappone indugi. Va a Roma, si butta ai piedi del papa, si confessa a un santo eremita, si assoggetta ad asprissima penitenza, e giura di non prender più cibo se non sia strappato alla bocca di un cane. Per ben due volte, essendo Roma assediata dai saraceni, egli combatte sconosciuto per l’imperatore, e procaccia la vittoria ai cristiani. Riconosciuto finalmente, rifiuta i premi! e gli onori, la corona imperiale, la stessa figliuola del monarca, e si ritrae a vivere col suo eremita nella solitudine, e muore come un santo, ribenedetto da Dio e dagli uomini. In altri racconti gli si fa sposare da ultimo la bella principessa innamorata di lui.

Ma non sempre i figliuoli del diavolo fecero così bella fine, ed Ezzelino da Romano, tiranno di Padova, ne può con più altri far fede,

Ezzelino, immanissimo tiranno,

Che fia creduto figlio del demonio.

Tale fu creduto, e tale fu veramente, se le storie non mentono. Nella sua tragedia intitolata appunto Eccerinis Albertino Mussato fa svelare l’orribile arcano dalla stessa madre del mostro, Adelaide. Ezzelino, e il fratel suo Alberico, furono tutt’e due generati dal diavolo, che prese per l’occorrenza la forma di un toro. Giove non aveva a’ suoi tempi sdegnato di fare lo stesso. Conosciuta l’origine sua, Ezzelino se ne rallegra e se ne gloria, e promette di fare in modo che il mondo l’abbia a conoscere per degno figliuolo di tanto padre. E mantiene la promessa. Il diavolo questa volta non si vedrà rinnegato da coloro stessi cui diede la vita, nè defraudato delle speranze sue più legittime. Ezzelino diventa signore di Padova, e con l’ajuto del fratello compie lo scellerato disegno, e imperversa, a guisa di Furia, chiuso ad ogni senso di umanità, sordo agli avvertimenti che il cielo non lascia di dargli. Ma il castigo, troppo meritato, non si fa molto aspettare. Vinto al Ponte di Cassano, l’iniquo muore disperato, e il fratel suo non tarda a seguirlo.

Noto, così di passaggio, che anche Lutero fu dagli avversarii suoi, tenuto figliuolo del demonio, che s’era nascosto sotto le vesti di un giojelliere, e vengo al maggiore tra i generati da Satana, a colui che non è nato ancora, ma deve nascere, a quel formidabile, campione dell’inferno che sarà l’Anticristo. Il suo nome esprime la sua natura e narra le sue opere.

Già altra volta tentò Satana, se non mente un poema anglosassone del secolo IX, di contrapporre un suo figliuolo a Gesù, anzi di porlo nel luogo stesso di questo. Fallitagli allora l’impresa, egli aspetta più propizia occasione, e rinnovellerà la prova quando saranno maturi i tempi e prossima la fine del mondo. Le sue supreme speranze s’accolgono tutte in quel nascituro prediletto.

Intorno al quale corsero molte e varie, opinioni, Nell’Apocalissi l’Anticristo è Nerone, che si vede poi, in certe leggende paurose del medio evo, diventar demonio. Nell’VIII secolo si riconobbe l’Anticristo in Maometto, pel XIII in Federico II. Del modo del suo nascimento molto ebbe a dirsi. Sant’Efrem, vescovo di Edessa, vissuto, secondo si crede, nel IV secolo, affermava ch’egli nascerebbe da una donna di mala vita; altri invece dicevano da una vergine, opinione cui contrasta nel X secolo Assone, nel trattato suo De Antichristo, Alcuni si contentarono di credere ch’egli avrebbe a genitore un uomo, ma sarebbe posseduto dal diavolo sino dall’ora del concepimento; altri assicurarono che padre gli sarebbe lo stesso principe dell’inferno. E questa fu l’opinione più generalmente accettata.

Gl’innumerevoli trattati che intorno all’ultimo avversario di Cristo e a’ suoi fatti lasciò il medio evo, molti dei quali giacciono inediti e dimenticati nelle biblioteche, fan fede a noi dell’ansietà e del terrore che teneva desti negli animi il pericolo sempre imminente e al tutto inevitabile della sua venuta. Si ricordavano i sogni terribili che al mondo esterrefatto dovevamo prenunziare la prossima apparizione di lui, e ponevasi mente se già non se ne vedesse qualcuno. Si moltiplicavano, e si aggravavano con la fantasia gli orrori degli ultimi tempi; ed ogni po’ correva per mezzo la cristianità la spaventosa novella che l’uomo fatale era nato, o stava per nascere. Intorno al 380 Martino, vescovo di Tours, lo credeva già nato, e così pure credeva intorno al 1080 il vescovo Ranieri di Firenze, e alcuni decenni più tardi Norberto, arcivescovo di Magdeburgo. Ai tempi d’Innocenzo VI, un frate minore ne annunziava la nascita, per l’anno 1365, e per l’anno 1376 la prediceva Arnaldo di Villanova. Nel 1412 Vincenzo Ferrer sapeva di certa scienza, e ne faceva avvertito l’antipapa Benedetto XIII, che il gran nemico era già d’età di nove anni. Dinanzi al sacro tribunale dell’Inquisizione non poche streghe confessarono d’averlo conosciuto e praticato.

Ma gli anni passavano, sbugiardando novellatori e profeti, ai quali, del resto non pochi, nè poco validi argomenti opponevansi da chi era di men facile credenza e di fantasia più composta. Non per anche vedevansi i segni infallibili. La corruzione e l’apostasia non avevano ancora in tutto guasto il genere umano. Il sacro Impero di Roma tuttavia si reggeva, il quale doveva al tutto sfasciarsi all’apparire del terribile avversario. L’Anticristo non era ancor giunto; ma forse poco più tarderebbe. E si conoscevano gli atti dell’intera sua vita, e narravasi la sua storia come fosse storia passata e non avvenire. Egli raccoglierà nelle sue mani le ricchezze tutte della terra, strumento massimo di corruzione e di signoria. Abbatterà il famoso muro di Alessandro Magno, e le gran porte di ferro, e i mostruosi popoli di Gog e Magog strariperanno come un oceano irresistibile. Non fu mai cavaliere o capitano che lo pareggiasse in valore e in iscienza di guerra. All’armi sue nessuno potrà contrastare: egli metterà a fuoco e a sangue città e reami, ucciderà di propria mano i profeti Enoc ed Elia, scesi indarno a difendere la Chiesa, e riunite sul suo capo tutte le corone, sederà unico re della terra soggiogata. Ma allora sopravverrà pure l’inevitabile e ben meritato castigo: l’usurpator scellerato, il figliuolo e il campione di Satana, sarà ucciso da Cristo in persona, o dal principe delle milizie, celesti, lo strenuo e pugnace arcangelo Michele, e con lui sarà vinta e fiaccata per sempre la potestà dell’inferno. Allora le porte dell’abisso saranno, chiuse e suggellate per sempre: finirà il regno di Satana, ricomincerà per non più finire il regno di Dio.

Come gl’incubi potevano generare, così i succubi potevano concepire e partorire. In Inghilterra si credette un tempo, e i cronisti nol tacciono, che uno degli antenati di Goffredo Plantagenet avesse sposato un demonio e procreato con esso parecchi figliuoli. Di Balduino conte di Fiandra, ed eroe di un vecchio romanzo francese, si narra una storia consimile, ma più particolareggiata. Gonfio d’orgoglio, il conte sdegna di sposare la figliuola del re di Francia, e sposa una dama di grande bellezza e prestanza, ch’egli incontrò un giorno in un bosco, e che gli disse esser figliuola di un potentissimo re dell’Asia. Passato un anno, nascono due gemelle bellissime. Il conte aspetta notizie di quel reame d’Oriente; ma notizie non vengono, e intanto un eremita, il quale ha fiutato l’inganno, comincia a mettergli certi dubbii e certi sospetti nell’animo. Un giorno il sant’uomo capita in corte, nell’ora del banchetto, entra in sala, e senza più cerimonie ordina alla signora contessa, figlia del re d’Oriente, di tornarsene difilata all’inferno, ond’è venuta. La signora contessa, cioè il demonio, non se lo fa dire la seconda volta, e schizza via come una saetta, gettando all’aria un orribile e veramente diabolico grido. Il conte, per espiare il suo peccato, imprende una crociata e ammazza molta gente. Quanto alle due figliuole, non fanno poi quella mala riuscita che c’era da aspettarsi, essendo nate di cotal madre.

Oltre ai naturali, generati da loro, i diavoli potevano avere dei figliuoli adottivi e avventizii, dei quali non si davano meno pensiero che degli altri, sia che li rubassero, sia che li avessero da genitori malvagi o disavveduti. Molte storie edificanti si potrebbero raccontare a tale proposito; a me basterà ricordarne qualcuna.

Una fanciulla rimasta incinta (così racconta circa il 1300 l’annalista inglese Ruggero di Hoveden), non volendo si conosca il suo errore, fugge dalla casa paterna, quando è già prossima al parto. Vaga sola pei campi, mentre infuria una orrenda procella, e stanca d’invocare indarno l’ajuto di Dio, chiama in suo soccorso il demonio. Ed ecco le apparisce il demonio in figura di giovane, e le dice: Seguimi. Obbedisce la donna, e quegli la mena a un ovile, e fattole quivi un tetto di paglia, acceso un buon fuoco, va a cercar da mangiare. Due uomini, che passavano di là, veduto il fuoco, entrano nell’ovile, interrogano la giacente, e saputo com’erano andate le cose, corrono ad avvertire il curato e i parrocchiani di un villaggio poco discosto. Torna il diavolo, recando del pane e dell’acqua, e refocillata la donna, raccoglie a mo’ di levatrice il bambino che viene al mondo. Sopraggiunge in quell’ora il curato, munito di croce e d’acqua benedetta, scortato da gran brigata, e comincia i suoi esorcismi; il diavolo non potendo resistergli, fugge con la creatura nata appena fra le braccia e più non si lascia vedere.

La buona madre, nulla curandosi del figliuolo, ringrazia Dio d’averla salvata dal nemico, e torna a casa.

Un’altra storia, non meno meravigliosa, ma di più felice esito, narra il benedettino Gualtiero di Coincy (m. 1236) in una sua raccolta di miracoli della Vergine. C’erano due sposi di gran condizione e virtù, i quali, dopo avere avuto parecchi figliuoli, fecero a Dio e alla Vergine voto di castità. Ma la carne è fragile, e mai non cessa dalle insidie il demonio. Una notte di Pasqua egli accende di tanta concupiscenza l’animo del marito, che questi scorda ogni suo proposito e vuole ad ogni modo infrangere il voto. La moglie prega, ammonisce, minaccia; ma poi, non potendo contrastare più oltre, grida: “Se dal nostro peccato un figliuolo ha da nascere, sappi che io ne fo dono al diavolo.″ Dopo nove mesi, viene al mondo un bambino, così bello e gentile che quanti lo vedono se ne meravigliano. Passano alcuni anni, e il bambino cresce di svegliatissimo ingegno, di bonissima indole, adorno d’ogni bel costume. La madre, che tetramente lo ama, si strugge in lacrime, pensando alla sua imprecazione e agli effetti che ne debbon seguire. Quando il fanciullo ha compiuto il dodicesimo anno, appare a lai un orribile demonio, e l’avverte che di lì ad altri tre anni verrebbe a prendere colui che per diritto gli appartiene, e a cui non rinuncerebbe per cosa del mondo. La povera donna si dispera, e un giorno, cedendo alle supplicazioni del figliuolo, svela il secreto. Il figliuolo dà allora in un pianto dirotto:

S’il est dolenz n’est pas merveille,

Quar l’aventure est moult amère..

A mezzanotte abbandona la casa de’ suoi genitori, e solo si pone in viaggio. Giunge a Roma, è, come il cavaliere Tanhäuser, si presenta al papa, e gli narra la dolorosa sua storia. Il papa a così nuovo caso non sa che dire, e manda il fanciullo al patriarca di Gerusalemme, il più saggio uomo che sia sulla terra. Ecco il nostro pellegrino in Gerusalemme, dopo molte fatiche e molti pericoli. Il patriarca, come il papa, non ci vede rimedio; ma si ricorda in buon punto di un eremita, il quale abita in una grande e perigliosa foresta, ed è di così santa vita che gli angioli scendono dal cielo per intrattenersi con lui, da lui forse potrà aversi consiglio ed ajuto. Piangendo amaramente, invocando Dio e la Vergine, il fanciullo si rimette ia cammino; ma intanto i tre anni sono quasi passat e non manca più che un giorno allo spirare del termine fatale; Il sabato innanzi Pasqua trova l’eremita, il quale, udita la strana avventura, rimane ancor egli, a bella prima, come smarrito; ma tosto ripreso animo, conforta il fanciullo, lo esorta a sperar bene e provvede a dargli valido ajuto. Passano entrambi la notte in orazione; poi venuta la mattina, l’eremita, posto il garzone fra sè e l’altare, comincia a celebrare la messa. Ma ecco il diavolo, con dietro una masnada de’ suoi, irrompe in chiesa, e pone le mani addosso al poveretto. L’eremita chiama a gran voce la Vergine che venga in soccorso, e la Vergine gloriosa scende dal cielo, e in un baleno volge in fuga i nemici. Il fanciullo è salvo. Pien di riconoscenza s’accomiata dal suo benefattore e ritorna in patria, dove è ricevuto con indicibile giubilo dalla madre, e dove tutto si consacra poi al servizio della Vergine benedetta.

In un’altra storia il diavolo rapisce, appena nato, un fanciullo che gli fu consacrato, lo fa nutrire, e lo mena poi con sè in giro pel mondo, trattandolo con ogni riguardo sino all’età di quindici anni. Allora san Giacomo glielo toglie e lo restituisce ai genitori. In altri racconti i figliuoli sono, non donati, ma venduti, al diavolo, il quale fa come i ladri: quando non può rubare, compra. Nè tali mercati si facevano coi figliuoli soltanto. In una storia che dovrò riferire più oltre, un cavaliere fa un patto col diavolo, e s’impegna di dargli la prapira moglie dopo trascorsi sette anni: quanti in suo luogo gliel’avrebbero data subito! In un’altra si vede come al diavolo potessero esser date persone, affatto estranee, è come il diavolo, almen qualche volta, volesse che quelle donazioni fossero fatte col cuore, e non con la bocca soltanto. Eccola. Un pessimo esattore, avaro e crudele, andava un giorno a certo villaggio, per farvi una delle solite esazioni. Per via si accompagnò con lui un tale, che egli subito conobbe essere il diavolo, e non è a dire se, conosciutolo, desiderasse, per sue buone ragioni, di levarselo da torno. Incontrano un uomo, che conduceva un porco, il quale lo faceva disperare, cosicchè quegli rinnegava la pazienza, gridava: “Il diavolo ti porti!″L’esattore dice al diavolo: “Non odi? colui ti dà il porco; va e prendilo.″- “No, risponde il diavolo, non me lo dà di cuore.″ Un po’più oltre trovano una madre, che a un suo bambino piangente gridava stizzita: “T’abbia il diavolo!″‒ “O perchè non lo prendi?″esclama l’esattore. ‒ “Non me lo dà di cuore, risponde il diavolo: quello è un modo li dire.″ Giungono intanto al villaggio, e quei poveri villici, vedendo venire il lor carnefice, gridano in coro: “Il diavol t’abbia! possa tu servire al diavolo!″ E il diavolo: “Questi sì che mi ti danno di cuore, e però tu sei mio.″ E, senz’altro aggiungere, acciuffatolo, sel portò via.

Capitolo VIII.

I patti col diavolo.

Il diavolo, quando non può adoperare la violenza per venire a’ suoi fini, adopera l’astuzia, e volentieri usa i modi legali, se dai modi legali si ripromette guadagno. Dove non gli è dato rubare, patteggia e traffica; compra, a più o men caro prezzo, quanto non gli sarebbe donato; stipula contratti, assume obblighi e li osserva.

L’idea di un possibile patto col diavolo fu, nei tempi di più viva ed ingenua credenza, un’idea che s’offerse spontanea agli spiriti, e che molti ne dovette tentare con acri e strane lusinghe. Se il desiderio più vivo del principe delle tenebre era quello di sedurre anime, e se per vedere appagato questo suo desiderio egli usava tutto il suo potere e tutta l’arte sua, come non credere che l’uomo potesse vendergli l’anima a prezzo di ricchezze, o di onori, o di qualsivoglia altro bene mondano, ond’egli, quale signore del mondo, era facile dispensiero? E come non credere ciò, se negli stessi Evangeli si vede Satana offrire a Cristo i regni della terra a patto d’essere riconosciuto per signore e adorato da lui? Naturalmente ancora doveva il patto vestir la forma, e accompagnarsi di quelle cautele che, tra gli uomini, sono prova di legalità e validità, e assicurano l’osservanza reciproca degli obblighi. Di qui la scrittura debitamente distesa e firmata, che il diavolo chiede a chi, in iscambio di tale o tal cosa, s’impegna di dargli, dopo un tempo stabilito, l’anima propria; ed è curioso che mentre il diavolo sente il bisogno di assicurare con un documento in regola e ben chiaro, la fede del suo contraente, questi, di solito, non sente il bisogno di assicurarsi, nello stesso modo, della fede di quello. Vero è che il demonio, quasi sempre, sta ai patti, o almeno, se non allo spirito, alla lettera dei patti, e che gli uomini molto spesso non ci stanno, s’ingegnano di riaver le scritture, e riavutele, si gabbano di chi ha loro creduto. Forse fu per dar più valore al contratto che, a cominciare dal secolo XIII, il diavolo volle si scrivessero i patti col sangue, il quale, come ben dice Mefistofele, è un certo succo affatto particolare. A tali scritture anche il demonio soleva apporre alcun segno. In una, di cui dà notizia Gilberto di Vos (sec. XVII) in certo suo libro di teologia, il diavolo lasciò l’impronta abbronzata della sua mano, stesa sopra una croce.

Sono innumerevoli le storie in cui si racconta di patti stretti col demonio, e parecchie assai antiche: non ispiacerà, spero, al lettore, che io ne riferisca qualcuna.

In una vita di san Basilio arcivescovo di Cesarea, attribuita ad Amfilochio vescovo d’Iconio - (sec. IV), si legge quanto segue. Un senatore cristiano, per nome Proterio, ha un’unica figliuola, cui egli, dopo aver visitato i luoghi santi, risolve di consacrare a Dio. La fanciulla è lieta di ciò; ma il demonio, che mai non dorme, si accinge tosto a contrariare il santo disegno. Egli accende nell’animo di un giovane servo una passione violenta per la nobil donzella. Sapendo di non potere in altro modo conseguire il suo desiderio, il servo ricorre ad un negromante, e gli promette, quand’ei voglia ajutarlo in quell’amore, grandissima quantità di denaro. Il negromante acconsente, e fattogli, prima d’ogni altra cosa, rinnegare il Redentore, gli dice: “Va alla tale ora di notte, e ponti sul sepolcro di alcun pagano, tenendo levata in alto questa lettera che io ti do: tosto vedrai apparire chi ti condurrà alla presenza del demonio mio signore, dal quale potrai avere l’ajuto che chiedi.″ Il servo fa puntualmente quanto gli è detto, e giunta l’ora è da alcuni spiriti condotto alla presenza del principe dei demonii, che siede in un trono eccelso, con le sue milizie d’attorno. Letta la lettera del mago, dice il principe al servo: “Credi tu in me?″ e quegli: “Credo.″ Ma il demonio: “Voi altri cristiani siete gran tergiversatori, e poco sicura è la vostra fede. Quando avete bisogno di me, venite a cercarmi; raggiunto poi il fine, ve ne tornate al vostro Cristo, il quale, buono e misericordioso com’è, vi accetta novamente per suoi. Però se tu vuoi il mio patrocinio, bisogna che per iscritto rinunzii a lui e al battesimo, obbligandoti d’esser meco il giorno del giudizio, e di soggiacere insieme con me alle pene eterne dell’inferno.″ Promette il servo, e scrive di proprio pugno ogni cosa. Allora il principe manda alcuni suoi satelliti, i quali suscitano nell’animo della giovane un incomposto amore, e le fan detestare la santa vita cui stava per consacrarsi. Ella si getta ai piedi del padre, e tanto prega, e tanto piange, che quegli, pien di cordoglio e di amarezza, concede alfine che le nozze si facciano. E le nozze si fanno. Passato picciol tempo, certuni notano che lo sposo non entra mai in chiesa, nè mai s’accosta ai sacramenti, e lo dicono alla donna. Questa si dispera, interroga il marito, viene a cognizione dell’orribil secreto, e inorridita corre dall’arcivescovo Basilio a implorare consiglio ed ajuto. Il sant’uomo non perde tempo, e dà mano ai ripari. Interroga a sua volta il giovane, gli chiede se sia pentito, se creda in Dio e nella sua infinita misericordia, e vedutolo in ottima disposizione, lo chiude in una stanza, dove su custodivano i sacri indumenti, e passa tre giorni in orazione. Intanto i demonii, stizziti, assediano il fedifrago, lo vituperano, lo percuotono, gli sciorinano sotto gli occhi la scrittura da lui vergata, rinfacciandogli la sua mala fede. Passano alcuni giorni, e la diabolica infestazione a poco a poco va rimettendo della sua furia: il giovane ode ancora le grida minacciose, ma più non vede i suoi nemici. Scorso il quarantesimo giorno, l’uom di Dio trae il peccatore fuor del suo carcere, convoca il clero ed il popolo, narra il caso, esorta tutti a pregare perchè il demonio sia vinto. Mentre la chiesa risuona di devote preci, ecco il diavolo farsi addosso al giovane, forzarsi di trascinarlo con sè, mostrare in prova del proprio diritto la funesta scrittura. Ma il santo non si perde d’animo per questo, tien testa coraggiosamente al nemico, e ordina ai fedeli di gridare senza intermissione Kyrie eleison, tenendo le braccia levate al cielo, sino a tanto che non siasi ottenuta vittoria. Dopo lung’ora si vede volar per l’aria la scrittura, e posarsi tra le mani del santo, che si affretta a lacerarla. Il giovane è salvo, e ottenuta la benedizione, e rifatto partecipe dei sacramenti, torna a vivere lieto con la sua sposa, frodando il diavolo e fruendo tranquillamente dei suoi beneficii.

In questa istoria, rinarrata con qualche leggiera diversità da Giacomo da Voragine e da altri, chi fa la più trista figura non parmi sia il diavolo, il quale, avendo fedelmente mantenuto le sue promesse, vuole con ragione che l’altro patteggiatore faccia lo stesso. Il suo diritto è pieno ed inoppugnabile, e san Basilio non può spogliarnelo, se non carpendogli la scrittura che lo sancisce.

In altra istoria, che ora riferisco, il peccatore pentito non riesce a riavere la scrittura, e qualche dubbio rimane della salvazion sua. In che tempo avvenissero i casi vi si narrano non si sa propriamente; ma e i casi, e l’anonimo racconto greco che li contiene, sono, senz’alcun dubbio, antichissimi.

Nella città d’Antiochia viveva una vedova dabbene, con una sua figliuola per nome Maria. Madre e figlia menavano vita esemplare, tutta consacrata al servizio di Dio, e la buona fanciulla aveva fatto proposito di serbare illesa la sua verginità e di darsi tutta allo sposo celeste. Un Antemio, uomo assai denaroso, e dei principali della città, s’innamora perdutamente di lei, e comincia a tentarla con doni, a insidiarla con mezzane, e a profferirsele per isposo, quando vede di non poterla avere altrimenti. Ma nulla gli giova. Respinto da lei e dalla madre, e sempre più acceso di mala passione, egli giura di venire a capo del suo disegno, checché sia per costargli. Fa conoscenza con un negromante di grandissimo potere, chiamato Megas, cioè Grande, e narratogli il caso, ne ha promessa che la fanciulla verrebbe a trovarlo di notte tempo nella propria sua casa e nel proprio suo letto. E così segue. La fanciulla è con inganno tratta da un demonio nella camera di Antemio; ma riesce a fuggirgli di mano con la promessa di voler quanto prima tornare a lui. consenziente o non consenziente la madre. Veduti gli effetti dell’arte magica, Antemio vuol esser mago egli pure, e prega Megas che tale lo faccia. Megas, accertatosi prima ch’egli è pronto a rinnegare Cristo e il battesimo, gli dà una polizza e gli dice: “Esci dalla città, senz’aver cenato, e nell’ora che la notte è più cupa, vientene su questo ponticello, e tieni a braccio teso in alto cotesto breve; ma per cosa che tu creda, bada bene di non aver paura e di non fare il segno della croce.″ Antemio fa quanto gli è detto, e stando a mezzanotte sul ponte, vede giungere una gran cavalcata e un principe seduto in un carro. Porge la lettera; ma il principe non accoglie subito fra’suoi colui che la reca: egli vuole un’abjura scritta. La scena si ripete tre volte, e negli intervalli Antemio si consiglia col mago. La terza volta il principe, ricevuta la scrittura, grida, levando al cielo le braccia: “O Gesù Cristo, questi che già fu tuo ti rinnega per iscritto. Di ciò non io sono autore, ma egli, che con ripetute istanze ha chiesto di poter essere mio. Però in avvenire non ti curar più di lui.″ Udite queste parole, che il principe ripete tre volte, Antemio è preso da subitaneo terrore e da grande ambascia, e ridomanda la sua scrittura. Ma invano: il principe, senza più dargli ascolto, passa oltre, lasciandolo prosteso a terra, immerso in lacrime di dolore e di pentimento. Il dì seguente, Antemio, tagliatisi i capelli, vestito di sacco, va a trovare il vescovo di una città vicina, gli si getta ai piedi, gli narra ogni cosa, lo scongiura di ribattezzarlo e di salvarlo. Il vescovo gli dice di non potergli dare nuovo battesimo, lo esorta ad avere buona speranza in Dio, prega e piange con lui. Tornato a casa, Antemio libera tutti i suoi schiavi, distribuisce alle chiese ed ai poveri le sue ricchezze, dona tre libbre d’oro alla madre di Maria, e mentre Maria entra in un chiostro, egli si rende tutto a Dio, alla cui misericordia nessuno ricorre invano. Della scrittura, che il demonio aveva ricusato di restituire, dicendo che la produrrebbe dinanzi al giudice eterno nel giorno del supremo giudizio, non si fa più parola.

In entrambe le leggende che precedono, la causa che spinge gli sconsigliati a ricercare l’ajuto del demonio, e a stringere un patto che dovrebbe costar loro la salute dell’anima, è l’amore: in altri è cupidigia di ricchezze e di onori, o brama di un sapere vietato.

La leggenda di Teofilo, non troppo opportunamente chiamato da taluno il Fausto del medio evo, risale al sesto secolo, e si trova la prima volta narrata da un Eutichiano, che si spaccia per discepolo di esso Teofilo, e afferma d’aver veduto co’ propri suoi occhi le cose che narra. In Adana, città di Cilicia, era un vicedomino, o vogliam dire economo di quella chiesa, uomo adorno di molte e rare virtù, chiamato Teofilo. Essendo venuto a morte il vescovo, il clero e il popolo di comune accordo, designan lui per succedergli, di che il metropolitano si mostra assai lieto; ma egli, allegando la insufficienza e indegnità propria, ricusa la nuova dignità, nè per esortazioni o preghiere si lascia smuovere dal suo proposito. È fatto un altro vescovo, il quale, contr’ogni giustizia e cagione, toglie l’ufficio dell’economato a Teofilo. Subito il diavolo comincia a usar le sue arti, e nel mite animo dell’uomo dabbene versa il fermento delle malvage passioni, suscita un’acre brama di grandezze e di onori. Teofilo va a trovare uno scelleratissimo ebreo, famoso stregone, gli narra l’ingiuria sofferta, gli apre l’animo suo, lo richiede di ajuto. A mezzanotte il mago lo conduce nel circo ch’era presso alla città, e gli dà il solito avvertimento: “Checché tu oda o veda, non temere, e non ti fare a patto alcuno il segno della croce.″ Ecco una grandis sima caterva di demonii, vestiti di clamidi bianche, con molta luminaria, e in mezzo ad essi il principe in trono. Teofilo bacia i piedi del principe, e stende un breve, in cui dichiara di rinnegar Cristo e la madre sua, e al quale appone il proprio suggello. Tosto se ne vede l’effetto. Il vescovo revoca il precedente decreto, ripone Teofilo nell’antico suo officio, e lo colma di onori. Ma non passa gran tempo, e Teofilo, considerando l’enormità del suo fallo, si sente lacerar dai rimorsi. Disperando di ogni altro soccorso, egli ricorre all’avvocata dei peccatori, alla benignissima Vergine, si macera coi digiuni, si strugge in lacrime, passa in ferventissima preghiera quaranta giorni e quaranta notti, implorando perdono e misericordia. La quarantesima notte gli appare la Vergine corucciata, e gli rimprovera aspramente il commesso peccato, non senza versargli tuttavia sul cuore esulcerato il balsamo della speranza. Teofilo passa altri tre giorni in chiesa a pregare, senza prender cibo, e la Vergine gli appare una seconda volta, e gli porge il lieto annunzio dell’ottenuto perdono. Trascorsi ancora tre giorni, la Vergine, in una terza apparizione, gli restituisce il chirografo maledetto. Il dì seguente, giorno di domenica, Teofilo fa manifesto al vescovo e a tutti i fedeli congregati in chiesa il memorabile avvenimento; poi inferma, e indi a poco, distribuito ai poveri ogni suo avere, devotissimamente si muore e va a fruire della gloria eterna del paradiso. A sant’Egidio la cosa non riuscì così agevolmente. Lasciata la magia, e fattosi domenicano, egli stentò sett’anni prima di poter riavere, con l’ajuto della Vergine, lar sua scrittura.

La storia di Teofilo, tradotta di greco in latino, nel settimo secolo, da Paolo, diacono di Napoli, messa nell’undecimo, se non nel seguente, in versi leonini da Marbodo, vescovo di Rennes, godette, durante tutto il medio evo, di un favore grandissimo, e porse in molte province d’Europa argomento a drammi devoti. In uno di tali drammi, composto dal trovero francese Rutebeuf, che morì verso la fine del secolo XIII, Teofilo, perduto l’officio, e venuto in povertà, si scaglia contro Dio, e si duole di non poterlo giungere e conciare a suo talento.

Ha!, qui or le porroit tenir

Et bien batre à la retornée,

Mult auroit fait bone jornée;

Mès il s’est en si haut leu mis

Por eschiver ses anemis

Con n’i puet trère ne lancier.

Se or pooie à lui tancier,

Et combatre, et escremir,

La char li feroie fremir!

E infine la Vergine minaccia il diavolo, che non vuol restituire la scrittura, di pestargli la pancia coi piedi.

Non meno famosa, anzi più, è la storia di quel Gerberto che fece stupire con la sua dottrina il secolo X e fu papa sotto il nome di Silvestro II. La credenza ch’egli dovesse al diavolo, non solo la scienza miracolosa di cui diede molteplici prove, ma ancora la suprema dignità ecclesiastica, e che avesse col diavolo stretto un patto in regola, s’andò formando a poco a poco, s’andò allargando, e nel XII secolo fiorì in una meravigliosa leggenda che numerosi storici ripetono a gara. Il benedettino inglese «Guglielmo di Malmesbury dice nel libro II delle sue Storie dei re d’Inghilterra, che le cose ch’ei narra di Ger-berto volavano allora di bocca in bocca. Gerberto nacque in Gallia, e fanciullo ancora si consacrò al monacato; ma presto fastidito del chiostro, oppure invaso da riprovevole cupidigia di gloria, fuggì di notte tempo in Ispagna, e stando coi saraceni attese a studiare astrologia e magia. In poco tempo diventa dottissimo in ogni maniera di scienza, così lecita come illecita. Ruba ad un filosofo saraceno, che l’ospitava in sua casa, un libro magico e fugge. Evoca il demonio, stringe con lui un patto, e si fa portare oltre il mare. Di ritorno in Francia, apre scuola, acquista gran nome, e ha molti discepoli, fra cui Roberto, che divenuto re di Francia lo fa vescovo di Reims. Quivi costruisce, con mirabile artificio, un orologio e un organo. Essendo in Roma penetra in un sotterraneo incantato, dove sono accumulati e gelosamente custoditi i tesori di Ottaviano imperatore, poi divien papa. Fabbrica una testa magica, la quale ad ogni sua domanda risponde, e lo assicura ch’ ei non morrà insino a tanto che non celebri messa in Gerusalemme. Esulta il pontefice, e fa proponimento di non veder mai la terra bagnata del sangue di Cristo; ma in capo di certo tempo va a celebrare, senza sospetto alcuno, in quella delle basiliche di Roma che appunto è detta di Santacroce in Gerusalemme. Ammala di subito, e consultata la testa loquace, scopre l’inganno, e conosce imminente la propria fine. Allora, convocati innanzi a sè i cardinali, confessa pubblicamente i gravissimi suoi peccati, in espiazion dei quali, vivo ancora, si fa tagliare a pezzi, e gettare, come Immondizia, fuori della casa di Dio.

Altri narrano alquanto diversamente, o aggiungono a tale racconto qualcosa. Il diavolo, sotto forma di un cane nero, accompagnava sempre Gerberto, e da lui direttamente, non da una testa artefatta, ebbe questi l’insidioso responso. La morte imminente è annunziata al pontefice da un gran tumulto di diavoli, che vengono per torne l’anima. Egli ordina che i brani dello scellerato suo corpo sieno posti sopra un carro tirato da buoi, e seppellito nel luogo dove gli animali spontaneamente si fermeranno. Le ossa di lui si squassano nell’arca marmorea, e questa suda acqua in copia, quando sta per morire alcun pontefice. Taluno, come il cronografo Sigeberto, morto nel 1113, non sa nulla di penitenza, e riferisce una voce secondo la quale il pessimo vicario sarebbe stato accoppato dal diavolo.

Non fu, del resto, Silvestro II il solo pontefice di cui la leggenda abbia narrato la colpevole pratica col demonio; Giovanni XII, Benedetto IX, Gregorio VII, Alessandro VI, furono essi pure accusati d’essersi venduti a colui, dal cui malvolere e dalle cui insidie appunto avrebbero dovuto difendere il gregge alle loro cure affidato.

La leggenda di Gerberto ci porge esempio di una di quelle frodi onde il diavolo si serve per trarre in inganno chi a lui si affida, senza però mancare formalmente alle promesse, anzi serbandosi fedele alla lettera di quelle: un altro esempio, degno d’esser ricordato, ce ne offre una leggenda cresciuta addosso ad una delle vittime illustri della Santa Inquisizione, Cecco d’Ascoli, l’autor dell’Acerba, l’emulo di Dante.

Non è questo il luogo per rinarrar la sua triste istoria: e come egli fu condannato una prima volta in Bologna dall’inquisitore fra Lamberto del Cingolo, che gl’ingiunse di non più leggere astrologia, nè quivi, nè altrove; e come venutosene egli in Firenze, fu da frate Accursio novamente citato, sotto l’accusa d’insegnare astrologia giudiziaria, di aver dato, per astrologia, ragione di tutta la vita di Cristo, di avere asserito che con l’ajuto dell’astrologia può l’uomo venire in cognizione di tutte le cose, e negato il libero arbitrio; e come finalmente, avendo sempre risposto alle accuse: Così dissi, così insegnai e così credo, fu dato in potestà del braccio secolare, e arso pubblicamente l’anno della salute 1327. La leggenda cui accennavo, formatasi alquanto più tardi, afferma che Cecco s’era accordato col diavolo, il quale gli aveva esplicitamente promesso ch’ei non morrebbe se non tra Africa e Campo di Fiori. Condotto al supplizio, Cecco mostrava animo intrepido, e di non curar punto la morte, tenendo per fermo che all’ultimo momento l’amico suo sarebbe venuto a liberarlo; ma saputo, quand’era giù sul rogo, ch’ivi presso era un fiumicello chiamato Africo, e pensato che Campo di Fiori dovesse essere la città che dai Fiori appunto deriva il suo nome, cioè Fiorenza, intese il diabolico inganno e morì disperato.

Il diavolo, come gli oracoli dell’antichità, volentieri si serviva di parole equivoche per meglio assicurar gl’interessi suoi; ma quando stringendo il patto, aveva promesso di lasciar passare tale o tal numero di anni prima di valersi del suo diritto, osservava la promessa fedelmente, e non anticipava di un’ora il termine pattuito. Non così scrupolosi si mostravano, come abbiam potuto vedere per parecchi esempii coloro che ricorrevano al suo ajuto; e però bisogna dire che egli non avesse tutto il torto se contro i mancatori usava di qualche avvedimento e di qualche trappola. Comunque sia, i più gli sfuggivano di mano con opportuno ravredimento; ma qualcuno anche ci rimaneva, e questi pagava per sè e per gli altri. Un monaco, di cui narra la storia san Pier Damiano, aveva pattuito che il diavolo dovesse annunziargli la morte tre giorni prima, pensando di potere così provvedere in tempo alla salute dell’anima. Il diavolo osserva il patto; ma il monaco, appena tenta di confessarsi, cade in letargo, e ripetendosi il fatto più volte, muore senza confessione. Per più notti la tomba di lui è custodita da negri cani.

Nell’immortale dramma del Goethe Fausto si salva; non si salva invece nella storia popolare, divulgatasi la prima volta per le stampe l’anno 1587; e al nostro bisogno ora fa più questa che quello. Fausto è mosso al patto da sete di scienza e da bramosia di piacere. Egli verga col proprio sangue la scrittura in cui sono espressi i reciproci impegni e le condizioni della loro osservanza:

  Io, Giovanni Fausto, Dottore, dichiaro quanto segue, in questa lettera scritta di mio proprio pugno. Messomi a scrutar gli elementi, vedendo che le facoltà graziosamente largitemi dal cielo non son sufficienti a penetrar la natura delle cose, e che dagli altri uomini non può essere appagato il mio desiderio, io mi sono dato a questo spirito ch’è qui presente, il quale si chiama Mefostofile, ed è un servitore del principe dell’inferno, perchè m’insegni ciò ch’io desidero di sapere, e mi sia, come promette, sottomesso e obbediente. Da canto mio prometto, che passati ventiquattro anni dal giorno della presente scrittura, io lascerò ch’ egli faccia di me, dell’anima mia e della mia carne, del mio sangue e de’ miei averi, ciò che gli sarà in piacere, e questo per l’eternità. A tal fine io rinnego gli esseri tutti che vivono, sia nel cielo, sia sulla terra. In fede di che scrivo e sottoscrivo di mia propria mano e col proprio mio sangue.

Fausto fruisce largamente dei beneficii che gli assicura il contratto. In compagnia di quel suo Mefostofile (che sarà poi ribattezzato in Mefistofele), o ajutato da lui, egli viaggia tutta la terra, percorre ì cieli, ha al piacer suo le più belle donne che si trovino, sguazza nelle ricchezze, opera ogni sorta di meraviglie. In Erfurt legge pubblicamente l’Iliade di Omero, e fa comparire dinanzi agli uditori stupefatti gli antichi eroi vestiti di loro armi, e negli atteggiamenti che lor si convengono; e ai dottori di quell’Università offre di metter loro tra mani tutte le commedie perdute di Plauto e di Terenzio, beneficio che essi, per timore di qualche diabolico inganno, rifiutano. Scorso il diciassettesimo anno, Fausto, che aveva lasciato scorgere qualche intenzione di ravvedimento e di penitenza, verga col proprio sangue, e forzato dal demonio che minaccia di farlo a pezzi se non obbedisce, una seconda scrittura che conferma la prima. Il tempo vola e il termine della terribile scadenza si approssima. Durante l’ultimo anno, il demonio, per istordirlo e consolarlo, gli dà per concubina Elena greca. Giunge finalmente il dì fatale. Fausto invita tutti gli amici suoi ad un banchetto, narra loro la sua storia, e li prega di non partirsi, ma di andare a dormire intanto ch’egli aspetta la fine sua inevitabile. Poco oltre la mezzanotte, gli amici sentono una folata di vento, impetuoso investir la casa e scuoterla come se dovesse spiantarla dalle fondamenta, odono sibili orrendi e le grida disperate di Fausto che chiama soccorso. Inorriditi, esterrefatti, non ardiscon di muoversi. Venuta la mattina, entrano nella camera di lui, e la trovano tutta imbrattata di sangue: le cervella dello sciagurato vedevansi sprazzate sulle pareti; gli occhi, strappati dall’orbite, e alcuni denti giacevano in terra. Il corpo, tutto pesto e stracciato, fu poi rinvenuto fuori della casa, sopra un letamajo. Cristoforo Marlowe, il precursore dello Shakespeare, recò sulla scena le spaventose angosce di Fausto aspettante la morte e la dannazione.

Di poco posteriore a Fausto è il polacco Twardowsky, autore anch’egli di molte meraviglie, e finito malamente al par di lui. Egli aveva scritto il patto funesto col proprio sangue, sopra una pelle di bue. Un giorno, mentre in un’osteria faceva stupire gli astanti co’ suoi prodigi, ecco il demonio, che gli ricorda esser giunto il termine pattuito. Lì per lì lo sventurato si salva avvicinandosi ad un bambino che dorme in una culla; ma avendogli il demonio rimproverata la sua malafede, e dettogli che parola d’uomo nobile non dee mutarsi, egli fa animo risoluto e indi a poco gli si dà nelle mani. Bisogna riconoscere che un tale sentimento dell’onore fu assai raro tra coloro che si obbligarono al diavolo e largamente si valsero dell’opera sua.

Capitolo IX.

La  magia.

Coloro che facevano patti col diavolo inoltre spesso li facevano per potere esercitare le arti illecite della magia; ma il patto non sempre importava quell’esercizio, e quell’esercizio poteva andar senza il patto. Mi spiego. C’erano casi in cui il demonio volenterosamente si obbligava di fare quanto dal mago gli fosse richiesto a patto che questi gli desse l’anima in premio; e c’erano casi in cui il mago, in virtù dell’arte propria, forzava il demonio a fare ciò che per sè stesso il demonio non avrebbe nè dovuto, nè voluto. C’erano, come si vede, due magie, che gli scrittori non distinguono abbastanza, ma che quanto alle origini, se non quanto agli effetti, erano profondamente diverse; l’una prodotta da un volontario assoggettamento della potenza diabolica all’arbitrio dell’uomo, l’altra nascente da un vero e proprio dominio acquistato dall’uomo su quella potenza, e acquistato (si ponga mente) non in grazia di un consentimento divino, ma in grazia di una scienza e di un’arte, che avevano i loro canoni, che si studiavano con certo tirocinio, che si potevano possedere più o meno: la scienza e l’arte di magia. I teologi e i dottori affermano, gli è vero, che di questa scienza malvagia e fallace, di quest’arte perniciosa, era inventore lo stesso Satanasso, uso a giovarsene pel conseguimento dei fini suoi; ma nasce dubbio che nella opinione loro vi possa essere qualche errore, quando si vede quella scienza e quell’arte imporsi al presunto inventore per modo che questi non può non obbedire a chi per esse gli comanda. Molta parte della magia presuppone l’esistenza in natura, e la cognizione per parte dell’uomo, di virtù arcane che hanno forza di muovere e di legare i demonii. Ma comunque il mago avesse acquistato la sua formidabile potestà, l’esercizio di essa era colpevole e vietato, e conduceva da ultimo i trasgressori in inferno. Generalmente parlando, e guardando agli effetti, maghi e streghe possono considerarsi come alleati e coadiutori di Satana.

Le sorgenti della magia sono nella passione e nella ignoranza, che fanno quasi tutto l’uomo. Il desiderio sempre rinascente, e che non riesce a saziarsi nelle ordinarie condizioni della vita, suscita nella mente il sogno di una potenza incontrastabile per la quale ogni appetito si appaghi; e l’ignoranza delle leggi inflessibili che governano la natura lascia credere che il corso di questa possa essere signoreggiato e mutato in coaformità di quel sogno; il quale, quando abbia raggiunto un certo grado d’intensità, spontaneamente tende a trasformarsi in azione. L’amore, l’odio, il desiderio della sanità, delle ricchezze, del potere, della scienza medesima, sono cause produttrici della magia, e suoi perpetui stimoli, ond’è che noi vediamo questa praticata dovunque son uomini, nell’antichità più remota, nel medio evo, e presentemente ancora, non solo fra le popolazioni barbariche o selvagge, ma fra le stesse genti che si dicono civili. Cesario racconta di uno scolare, il quale non imparando nulla con lo studio, si procacciò una pietra che dava a chi la teneva in mano ogni sapere: è questa in iscorcio tutta la storia della magia.

Col crescere e con l’afforzarsi della credenza in Satana la magia doveva acquistare nuovo credito e nuovo vigore. Tutto quanto si sapeva o si credeva sapere di lui, della sua natura, de’ suoi costumi, de’ suoi propositi, doveva tendere a produr questo effetto. Egli era la potenza sempre viva ed inquieta che circuiva e penetrava tutte le cose, il principe di questo mondo, il dominatore della natura pervertita; egli era in ogni luogo, e aveva sotto ai suoi ordini una milizia innumerevole, sempre parata ad ogni cimento. Con l’ajuto dell’opera sua non era così difficile impresa, non era miracolo che non si potesse compiere, e l’ajuto di quell’opera egli porgeva senza troppo farsi pregare. Si sapeva che di buon grado egli s’associava all’uomo per venire più facilmente a capo de’ suoi disegni. La Chiesa stessa, a furia di predicare la potenza e l’astuzia di Satana, a furia di mostrare, con infiniti esempii, gli effetti della sua dominazione, sul mondo, e più popolato assai l’inferno che il paradiso, era riuscita dove non credeva nè voleva riuscire, aveva lasciato germogliare negli animi come una vaga credenza che il padrone foss’egli e non Dio, aveva, qua e là, alla paura e all’orrore, sostituita l’adorazione. Nel XIII secolo i Luciferiani furono accusati di adorare il diavolo, e la stessa accusa fu lanciata contro i Templari, contro gli Albigesi, contro i Catari, contro parecchie altre sètte. Molte volte, senza dubbio, l’accusa fu calunniosa, dettata da astio religioso e da perfidia ecclesiastica; ma alcuna volta dovette pur cogliere nel segno. La spaventosa istoria dei processi contro le streghe ne porge prova incontestabile, e la diabolica assemblea ch’ebbe in Francia il nome di sabbat, e in Italia quello di giuoco della signora, suppone un vero e proprio culto satanico, del quale dovrò dire qualche cosa più oltre. Finalmente non si dimentichi che le condizioni della vita furono sovente nel medio evo così dure ed insopportabili, sotto la duplice oppressione ecclesiastica e baronale, da spingere intere classi di uomini derubati, affamati, disperati, a cercare nella magia, o alcun sollievo agl’infiniti lor mali, o alcun’arme di vendetta. Per costoro darsi al diavolo era la suprema via di salvezza, era trovare un amico e un ajutatore, qual ch’ei si fosse. Satana era men tristo del barone e del prete.

La più parte diventavano stregoni e streghe con solo mettersi nel gregge di lui, e con fruire di quei beneficii e di quel tanto potere di cui egli voleva farli partecipi; ma, come ho detto, oltre a questa più bassa magia, prodotta da una specie di delegazione di potestà, c’era una magia più alta, frutto dello studio e del volere, una magia fondata sulla cognizione di forze a cui gli stessi demonii obbedivano, ma che nulla avevano di divino.

Di questa erano tenuti gran maestri i saraceni e gli ebrei, e v’erano scuole famose, in cui dicono s’insegnasse, come Salamanca e Toledo in Ispagna, Cracovia in Polonia. La più celebre nel medio evo fu quella di Toledo, dove la leggenda fece studiare Virgilio, trasformato di poeta in mago, Gerberto, il beato Egidio di Valladares prima della sua conversione (m. 1265) ed altri assai.

La prima delle magiche operazioni, quella che avviava a tutte l’altre, era l’evocazione, con cui si forzava Satana, o alcuno de’ diavoli suoi, a comparire; operazione non difficile quando se ne conosceva il modo, ma pericolosa a chi vi procedesse sbadatamente, senza le opportune cautele. Si faceva più comunemente di notte, anzi nel punto di mezzanotte; ma poteva farsi anche di pien mezzogiorno, essendo quella l’ora in cui ha più vigore il diavolo meridiano. Facevasi nei bivii, nei trivii, nei quadrivii, nel fondo di selve cupe, sopra lande deserte, tra rovine antiche. L’evocatore si chiudeva in un cerchio, o, per più sicurezza, in tre cerchi, tracciati, in terra con la punta di una spada, e doveva badar bene di non lasciar cogliere fuor di quel limite la più piccola parte di sè, e di non concedere a patto alcuno cosa che il diavolo potesse chiedergli. Ne andava la vita. Il solito Cesario racconta di un prete, che adescato a uscire del cerchio, fu tutto fracassato dal demonio, per modo che in capo di tre giorni morì; e racconta di uno scolare di Toledo, che avendo sporto fuor del cerchio un dito, verso un demonio che in figura di leggiadra danzatrice gli offeriva un anello d’oro, fu subito rapito e trascinato in inferno, d’onde non uscì se non per le insistenti preghiere del negromante che l’avea menato a quella festa.

Le formole di evocazione erano molte e strane, alcune lunghissime, quali più, quali meno efficaci, nè tutte si addicevano a tutti i diavoli. La più piccola omissione poteva bastare a renderle inefficaci affatto, se il demonio era svogliato o indispettito. Qui cade in acconcio una osservazione. Abbiam veduto per esempii assai numerosi che il diavolo si presenta volentieri, senza farsi troppo pregare, anche a chi lo chiama così alla buona e nel linguaggio consueto, e che spesso si presenta senza che altri pensi a chiamarlo. Gregorio Magno racconta il caso di un prete, che avendo detto al proprio servo: “Vieni, diavolo, e trammi gli stivali,” si vide comparire innanzi il diavolo in persona, a cui non pensava in quell’ora. Altre volte il diavolo si mostra pigro e restio, e allora bisogna rinforzare e replicar gli scongiuri, ai quali da ultimo è pur necessario ch’ei ceda, sempre che non vi sia difetto. L’ultimo dei Carraresi lo chiamò invano quando, nel 1405, essendo Padova afflitta dalla peste, e stretta d’assedio dai Vene ziani, egli non aveva più uomini da far difesa.

Evocato, il diavolo poteva apparire con accompagnamento di varii prodigi, e sotto varie forme, salvo che il mago gl’imponesse di prenderne una determinata. Un cavaliere tedesco, di cui racconta la storia Cesario, stando entro il cerchio insieme con un negromante amico suo, vide da prima tutto intorno un’acqua fluttuante, poi udì mugghio di bufera e grugnito di porci, e, dopo altri portenti, vide apparire, più alta degli alberi della foresta, la figura del demonio, di così spaventoso aspetto, ch’egli ne rimase smorto tutto il rimanente di sua vita.

Nelle formole d’evocazione erano molte parole strane di suono ed inintelligibili, e quanto più erano strane ed inintelligibili, tanto maggior virtù si attribuiva loro. Nel qual fatto si rivela una tendenza assai nota della natura umana, e della quale si potrebbe discorrere a lungo. La parola Abracadabra si scriveva già dai greci sugli amuleti, e conservò nel medio evo l’antica riputazione. Lo stesso dicasi della parola Abraxas. Per l’uomo incolto la parola è inscindibile dalla cosa, s’immedesima con la cosa. Nella coscienza, essa suscita repentinamente l’immagine di questa, onde la credenza di un misterioso legame fra le due, e di una potenza quasi creativa di quella. Il suono è Brama, dicesi in un libro sacro dell’India: Dio disse: Sia la luce e la luce fu; e in principio era il Verbo. Secondo una superstizione sparsa su tutta la faccia della terra, certe cose non »si debbono nominare, perchè i nomi si traggono dietro le cose. Coloro che si convertivano al cristianesimo mutavano il nome, per gettar via con esso tutto il loro passato, e così lo mutava chi, rinunziando al mondo, entrava in un chiostro. Virtù magica si attribuiva, oltreché alle parole, anche ai numeri, ai caratteri, alle figure, e la più parte di tali credenze ha origine antichissima.

Di parole, di cifre, di figure era composto il libro magico, altrimenti detto libro del comando, il quale dava a chi n’era possessore facoltà di scongiurare i diavoli, di comandar loro e di operare per mezzo loro ogni maniera di meraviglie. Non v’è mago di qualche reputazione che non abbia avuto il suo. Gerberto rubò, come abbiam veduto, quello del proprio maestro, e Fausto n’ebbe uno di grandissima virtù. Secondo una leggenda che ho già ricordata, presso Norcia era l’antro della Sibilla, e un lago popolato di diavoli, al quale accorrevano a frotte gl’incantatori per consacrare i lor libri magici. Col suo, Malagigi fa miracoli per entro ai poemi cavallereschi. Ordinaria compagna del libro era la famosa bacchetta.

Ma oltre alla bacchetta e al libro c’erano pure altre cose con le quali si potevano vincolare e signoreggiare i demonii: tali certe gemme e certe erbe che si trovano descritte nei lapidarii e negli erbarii del medio evo. Più di un mago riuscì ad avere un demonio chiuso in un’ampolla, o dentro un anello, in guisa da potergli comandare come a uno schiavo; e ciò ad imitazione di Salomone, che molti demonii, secondo si legge in racconti ebraici ed arabici, ridusse in ischiavitù. Del famoso medico ed astrologo Pietro d’Abano, morto l’anno 1316 nelle carceri dell’Inquisizione, si dice avesse chiusi in una fiala sette diavoli, per tacer di una borsa a cui tornavano fedelmente i denari spesi; e il famosissimo Paracelso (m. 1541) aveva non so se uno o più diavoli, chiusi nel pomo della spada. Con l’ajuto dell’arte magica poi e dell’astrologia, si potevano costruire ingegni ed ordigni che, in parte almeno, rendevano superflua la cooperazione dei demonii, come quelle teste artifiziate che rispondevano alle domande, e di cui una costrusse, come s’è già veduto, Gerberto, un’altra Alberto Magno, una terza Ruggero Bacone, altre altri.

I maghi e le streghe non erano tutti di una valentia e d’una forza: come in ogni altra condizione umana, anche nella loro c’era disparità di potenza e di grado. Ciò nondimeno non era così misera fattucchiera, nè così fallito stregone, che non potesse con l’ajuto dell’arte sua far cose mirabili, e tali da vincere ogni umano potere ed ogni umano avvedimento. Chi volesse fare un elenco delle svariatissime operazioni dell’arte magica dovrebbe comporre un volume, e non riuscirebbe a dir tutto, giacché per essa si poteva far presso a poco quanto cade nella fantasia, quanto può essere oggetto di desiderio. Il mago, con acconci filtri, o giovandosi dell’opera di accorti demonii, poteva forzare all’amore, poteva mutare l’amore in odio, poteva strappar l’amata all’amante, o far che quella volasse di notte tempo, per l’aria, fra le braccia di questo. Egli si vendicava de’ suoi nemici, o dei nemici di chi ricorreva a lui per ajuto, facendo divampare l’incendio nelle loro case, rovesciando la tempesta sui loro campi, sommergendo in mare le navi; o pure li faceva morire, infiggendo in una figura di cera, fatta a loro immagine, un ago, o uno stiletto, o pure, senz’altro apparecchio, con una semplice imprecazione, con un’occhiata velenosa. Per lui non erano distanze, non vie malagevoli e perigliose. In groppa ai demonii egli volava da una ad un’altra estremità della terra, spendendo poche ore là dove altri consumavano mesi ed anni, e allo stesso modo faceva viaggiare coloro cui egli favoriva dell’opera sua. Fabbricava amuleti e talismani acconci ad ogni uso, armi fatate che sfidavano il ferro ed il fuoco, e, in una notte, palazzi sontuosi, castelli inespugnabili, intere città murate. Con una parola oscurava l’aria, faceva imperversare un’orrenda procella, apriva sopra la terra le cateratte del cielo; con una parola faceva riapparire il sereno, e risplendere il sole più sfolgorante di prima. Alzando il dito sgominava un esercito, o ne faceva saltar su un altro, tutto di demonii sbucati dall’inferno. Ov’egli s’intrometteva la natura perdeva la sua usanza e il suo essere. Egli trasmutava le cose l’una nell’altra; faceva oro del fango e fango dell’oro; e similmente trasformava d’una in un’altra le creature viventi e sensitive, i maschi in femmine, le femmine in mascli, gli uomini in bruti. Egli aveva cognizione delle cose più nascoste; vedeva in un bacino d’acqua ciò che gli premeva vedere, prediceva senza errore il futuro, e, miracolo più di tutti gli altri gradito, racquistava egli stesso, e faceva racquistare altrui la giovinezza perduta.

I maghi maggiori molto si compiacevano di fare stupire le più illustri assemblee con la La magia con lo spettacolo dei prodigi che sapevano operare. Nel cuor dell’inverno, Alberto Magno pregò l’imperatore Guglielmo di volere andare un giorno, con tutta la corte, a desinare in sua casa. V’andò l’imperatore, e il buon mago lo menò, insieme col seguito, in un giardino, dove tra gli alberi sfrondati, in mezzo alla neve ed al ghiaccio che coprivano ogni cosa, si vedeva apparecchiato il convito. I cortigiani cominciarono a mormorare, parendo loro uno strano scherzo quello dell’ospite; ma come il re fu seduto a mensa, e gli altri similmente, ciascuno secondo il suo grado, ecco splendere in cielo un sole estivo, ecco disfarsi in un baleno la neve ed il ghiaccio, la terra e gli alberi germinare e coprirsi di verzura e di fiori, brillar tra le fronde i frutti maturi, e l’aria d’intorno sonare del soavissimo canto d’infiniti uccelli. In breve la caldura crebbe di sorta, che i convitati cominciarono a tòrsi le vesti di dosso, e, seminudi, ripararono all’ombra delle piante. Fornito il mangiare, i numerosi e leggiadri valletti che avevan servito, sparvero come nebbia, e di subito il cielo si rabbujò, e le piante si dispogliarono, e un orrido gelo coperse novamente ogni cosa, con sì acerba freddura, che gli ospiti tremando corsero in casa, e si accalcarono intorno al fuoco.

Molte altre simili storie si raccontano. Michele Scotto che, a testimonianza di Dante,

veramente

Delle magiche frode seppe il gioco,

e che perciò fu da lui posto con gli altri incantatori in inferno, trovandosi un giorno alla corte di Federico II, illuse sì fattamente con le sue arti un cavaliere per nome Ulfo, che questi credette d’aver lasciato Palermo e la Sicilia, e, dopo lunga navigazione, passato lo stretto di Gibilterra, d’esser giunto in istranie e remote contrade, e quivi aver vinto ripetutamente in battaglia poderosi nemici, conquistato un vasto e florido reame, condotto moglie, e avutone più figliuoli, consumando in tali fatti un tempo che parve a lui di ventanni e in realtà non fu se non di poche ore. Verso il 1400 frequentò la corte del re di Boemia e imperatore Venceslao, soprannominato il Beone e il Fannullone, un mago di nome Zito, o Zitek, il quale faceva le più strane gherminelle del mondo: entrava in un guscio di noce e si faceva tirare a carretta da due scarafaggi addestrati; mostrava un gallo che attaccato a una pesantissima trave, se la traeva dietro trionfalmente, come fosse stata un fuscello; mutava in porci i manipoli di fieno e per porci li vendeva. Alcune di tali gherminelle si raccontarono poi di Fausto. Nel secolo XVI un rabbino di Praga per nome Lòw giunse a tal segno di potenza che nemmeno la morte poteva nulla contro di lui. Questa da ultimo si celò in una rosa, e il rabbino morì fiutandola.

La credenza alla magia fu universale nel medio evo, e continuò ad essere universale dopo, durante il Rinascimento. Le leggi ecclesiastiche e civili che condannavano e punivano i cultori dell’arte diabolica, non facevano se non ravvivare e rafforzare quella credenza, a cui s’accompagnavano naturalmente il sospetto e il terrore. Come si vedevano diavoli in ogni banda, così vedevansi streghe e stregoni, e non vi fu uomo insigne su cui non pesasse l’accusa di magia, a cominciare dai grandi dell’antichità morti da secoli, da Aristotele, da Ippocrate, da Virgilio, e a venir giù sino ai contemporanei di Leone X e oltre. Di magia fu sospettato il Petrarca, e in pieno secolo XVII si fece un processo ad Alessandro Tassoni, per essergli stato trovato in casa, entro una boccia di vetro, uno di quei diavoli che servono a trastullare i fanciulli, e che si chiamano diavoli di Cartesio. Parecchi papi, come Leone III, il già ricordato Gerberto, Benedetto IX, Gregorio VI, Gregorio VII, Clemente V, Giovanni XX, soggiacquero alle medesime accuse. Sul finire del secolo XI, il cardinale Benno pretendeva nella sua Vita d’Ildebrando (Gregorio VII) che c’era in Roma una scuola di magia da cui quello ed altri papi erano usciti; e del secolo XII, e del XIV, ci sono lettere autentiche di Satana, scritte ai principi della Chiesa, amici e cooperatori suoi. Un dotto francese, Gabriele Naudè, potè stampare nel 1625 un grosso libro in cui si fa l’apologia dei grandi uomini d’ogni condizione cui toccò la stessa sorte.

Ma gl’incantatori illustri non eran più che falange a fronte dello sterminato esercito degli incantatori minuti, degli stregoni e delle streghe, e di queste in più particolar modo, giacchè tutti gli scrittori di sì fatte cose s’accordano in dire che per un maschio dedito all’arti magiche, si avevamo a dir poco dieci femmine. Qualcuno degli illustri riuscì da ultimo a frodar Satana e a sgusciargli di mano, e seppe anche adoperare a buon fine l’arte malvagia, forzando Satana a far più bene che non avrebbe voluto. Tale Ruggero Bacone, il quale liberò un cavaliere che a Satana aveva venduta l’anima, e sulla fine della sua vita, bruciati tutti i libri di magia, si chiuse in una cella, d’onde non uscì più, e dove morì santamente dopo due anni consacrati alla preghiera e alla penitenza. Ma queste erano eccezioni, e degli stregoni spiccioli, non si salvò forse nessuno, e tutti meritarono la mala lor fine, la quale assai volte fu di bruciar vivi in questo mondo prima di andar a bruciar morti eternamente nell’altro.

Costoro erano il gregge e la mandria del diavolo, tanto è vero che non nell’anima solamente; ma nel corpo ancora recavano, come pecore e giovenchi bollati, il marchio del padrone, il così detto stigma o sigillum diaboli, il quale era un punto fatto privo, per virtù soprannaturale, di ogni sensitività. Spesso, in un medesimo corpo, erano parecchi di tai suggelli, e gl’inquisitori figgendovi un ago facilmente si assicuravano della colpa o dell’innocenza dell’accusato.

Streghe e stregoni si congregavano in certi tempi e luoghi per rendere omaggio e far festa al loro signore. Eran quelle le corti bandite del diavolo. Ogni paese aveva suoi luoghi appositi per così fatte riunioni, le quali contavano a volte, se i racconti non mentono, migliaja e migliaja di persone. In Francia il principale era il Puy de Dôme; la Germania aveva il Blocks-berg, l’Horselberg, il Bechtelsberg e altri assai; la Svezia il Blakulla; la Spagna la landa di Baraona, le sabbie di Siviglia; l’Italia il famosissimo Noce di Benevento, il monte Paterno presso Bologna, il monte Spinato presso la Mirandola, ecc. ecc. Assemblee si tenevano ancora sulle rive del Giordano e sul monte Hecla, nella remota Islanda. Facevansi di solito una volta la settimana, ma in giorni diversi, secondo i paesi, e c’erano poi, nell’anno, riunioni più generali e solenni, le quali ponevansi di preferenza in giorni prossimi alle maggiori feste religiose. In Germania la principale solennità delle streghe cadeva la notte di Santa Valpurga, come sanno quanti hanno letto il Fausto del Goethe.

Le streghe (giacché degli stregoni era, come ho detto, scarsissimo il numero) si recavano al giuoco dopo essersi unto il corpo di certi unguenti, a cavalcioni di granate, di forconi, di pale da forno, di sgabelli, o anche di caproni, di porci e di cani diabolici. Volavan per l’aria, non molto alto da terra, e dovevano por mente di non pronunziare, durante il viaggio, il nome di Cristo, e di non lasciarsi cogliere dal suono mattutino dell’Ave Maria, se non volevano capitombolar giù, con pericolo grande di fiaccarsi il collo.

Le cerimonie, i riti e gli spassi del giuoco variavano secondo i paesi, mutarono coi tempi; e chi volesse conoscerli tutti dovrebbe leggere i trattati speciali, i così detti Martelli o Flagelli delle streghe, scritti dai più gran luminari della Santa Inquisizione, e i constituti delle streghe medesime negli innumerevoli processi. Satana si lasciava vedere a’ suoi devoti sopra un trono, o sopra un altare, in figura d’uomo, di caprone, di cignale, di scimia, di cane, secondo i casi. Se in figura d’uomo, talvolta si mostrava arcigno, uggito, rabbujato, talaltra ilare e ridente, e in tal caso scherzava con le streghe, sonava, cantava. Queste gli rendevano omaggio, come a loro signore, s’inginocchiavano davanti o dietro a lui, gli baciavano i genitali, o le Epatiche, o altra parte del corpo, gli si confessavano, rac-contandogli tutte le ribalderie che avevano commesse in suo onore dopo l’ultimo congresso. Egli ascoltava, lodava o biasimava, e puniva di bastonate, o con una buona multa, quelle che avessero trascurato di venire alle assemblee, o in qualche altro modo mancato al loro dovere. Accoglieva le nuove devote, le battezzava in suo nome, le istruiva e ammoniva. Diavoli minori in gran numero facevano corona al principe, partecipavano insieme con le streghe alle cerimonie, tra le quali spiccava una specie di parodia dei riti ecclesiastici, della messa, dei sacramenti, con profanazione di ostie consacrate e altri sacrilegi orribili e turpissimi. Non mancava un’acqua benedetta, o maledetta che si voglia dire, scura e puzzolente, con cui quegli strani sacerdoti aspergevano gli astanti. Finite le cerimonie si banchettava allegramente. Il convivio era rischiarato da streghe, che stavano carponi, con candele accese confitte tra le natiche: i cibi erano quando delicati e squisiti, quando orribili e stomacosi, degni in tutto della infernal cucina. Spesso si mangiavano bambini lattanti, o cadaveri strappati alle sepolture. Da ultimo si ballava, al suono di diabolici strumenti; poi ciascun demonio ghermiva la sua strega, e coram populo si sollazzava con lei. Dico che si sollazzava con lei; ma le streghe affermano che, per esse almeno, quegli abbracciamenti di solito non erano troppo gradevoli: una di loro poi, introdotta da Pico della Mirandola in certo suo dialogo intitolato appunto La strega, entra in particolari ch’io passerò volentieri sotto silenzio.

Le streghe, del resto, non vedevano i loro demonii solamente al giuoco; ma ne ricevevano visite frequenti nelle proprie lor case, in quelle tetre officine dov’erano insieme accozzati gli ordigni, le suppellettili e le mille sozzure dell’arte; andavano con esso loro a diporto, li tenevano in luogo di mariti, e in segno di cara dimestichezza li chiamavano con nomi, non diabolici, ma umani, e spesso carezzevoli, oppure con soprannomi curiosi e bizzarri. Quelli erano con le drude larghi di donativi, i quali per altro, mostravansi ancor essi non di rado pieni di diabolica falsità, convertendosi le monete in foglie secche e in trucioli, le gemme in mota, se non in peggio. Ingravidate dai diavoli, le streghe spesso partorivano mostri, i quali avevano, quando figura umana, e quando belluina. I diavoli poi, non contenti delle infinite streghe ond’era già pieno il mondo, andavano in giro facendo i bellimbusti, vestiti da cavalieri, e seducevano, e traevano ai loro servigi donne e ragazze. Per poter attendere più liberamente ai fatti loro, le streghe usavano di tramutarsi in gatte, e così tramutate andavano attorno la notte; onde si diè più d’una volta il caso che taluna ne rimanesse, trovandosi in quello stato, ferita, o mutilata, e tornando poi donna, e mostrando la piaga aperta, o la mancanza di un membro, desse a conoscere la sua qualità e il suo delitto.

Il benedettino tedesco Giovanni Trithemio (1462-1516), grandissimo teologo e grandissimo storico, scrisse appositamente un libro, da lui intitolato Antipalus maleficiorum, col quale insegna a tutti gli uomini dabbene a guardarsi dalle streghe e dalle scellerate lor arti. I ripari e i rimedii da lui suggeriti sono senza numero, e passabilmente ridicoli: il riparo più serio, il rimedio più efficace era, secondo l’opinione concorde degl’inquisitori, il rogo.

Nulla v’è che della formidabile potenza di Satana dia così adeguato concetto come la storia delle streghe, e la storia delle persecuzioni che Santa Madre Chiesa promosse contro di loro. Poco mancò (se gli storici dicono il vero) che Satana non trascinasse alle maledette pratiche, al mostruoso peccato di magia l’intero genere umano, e zelantissimi e oculatissimi inquisitori avrebbero volentieri abbruciato l’intero genere umano, pur di vincere l’iniquità e debellare il nemico. Io non intendo rinarrar qui cose note, e, benché note, meritevoli sempre di meditazione e di studio: qualche rapido cenno potrà bastare al proposito mio.

Le persecuzioni contro le streghe imperversarono più particolarmente sul finire del secolo XV e nei due secoli che vennero poi. Non già che non se ne trovino esempii anche prima, e parecchi; ma, strano a dire, essi diventano più frequenti e più terribili come più i tempi procedono, scostandosi dalla barbarie medievale e approssimandosi alla civiltà nuova del Rinascimento. In uno dei capitolari di Carlo Magno è detto espressamente che coloro i quali attendono alle arti fallaci della magia debbono, come seguitatori della superstizione pagana, essere presi e ammoniti; se perseverano nell’errore, debbon essere tenuti in carcere fino a tanto che non si sieno emendati. In altro capitolare il glorioso imperatore dice più saviamente ancora: “Se alcuno sia che, ingannato dal diavolo, creda, secondo l’usanza dei pagani, esservi stregoni e streghe divoratori - di uomini, e, mosso da tale credenza, quelli abbruci, o ne dia le carni a mangiare, sia condannato nel capo.” Intorno all’800 dunque Carlo Magno giudicava fallaci le arti della magia e puniva di morte gli uccisori dei presunti maghi: gl’inquisitori sarebbero stati freschi se egli si fosse trovato ai tempi loro.

Agobardo, vescovo di Lione, morto nell’840, uno degli spiriti più illuminati e più liberali che abbia avuto la Chiesa, non pure in quello, ma in tutti i tempi, biasimava come superstizioni assurde le credenze volgari attinenti a magia, e deplorava i mali trattamenti usati dal popolo ignorante ai presunti stregoni. La credenza circa il viaggio aereo delle streghe, quell’orribil viaggio che doveva porgere agl’inquisitori argomento di accuse capitali, è antichissimo; ma antichissimo pure è il giudizio che se ne faceva come di cosa in tutto illusoria e fantastica; e nel XII secolo, dopo altri, Giovanni Sarisberiense lo diceva un inganno del demonio, e più recisamente, nel XIII, Stefano di Borbone lo giudicava una fantasia di donne che sognavano. Per lungo tempo la Chiesa non adoperò contro i rei di magia altre pene che le spirituali, e più di un pontefice sorse, come Gregorio VII, a condannare e vietare qualsiasi procedimento criminale instruito contro chi non era d’altro colpevole che di una vana e sciocca superstizione. E la Chiesa non era sola allora a dar prova di così sano giudizio: Colomàn, che dal 1095 al 1114 fu re di Ungheria, di un paese cioè quasi barbaro, diceva chiaro ed esplicito in un suo decreto: Non ci sono streghe, e contro quelle che tali si stimano non deve farsi procedura alcuna.

Ma tanta saviezza e umanità di giudizii e di consigli non dovevano, pur troppo, perpetuarsi. Nel secolo XIII, san Tommaso d’Aquino, quel san Tommaso che doveva diventar poi e rimanere l’oracolo della Chiesa, quello stesso che si rimette ora innanzi ai popoli civili stupefatti quale unico lume della filosofia, dichiarava che, secondo la fede cattolica, la stregoneria è cosa, non già illusoria, ma reale. In quel medesimo secolo la inquisizione sopra l’eretica pravità è affidata ai domenicani, i quali ne fanno l’uso che tutti conoscono, e Innocenzo IV introduce la tortura, contro la quale un altro papa, Nicolò I, s’era quattro secoli innanzi scagliato con nobilissime e memorabili parole. Comincia allora uno strano e doloroso spettacolo. La Chiesa si fa tutrice e banditrice di superstizione, accarezza i più bassi istinti della plebaglia, li promuove e li attizza. Confonde insieme, deliberatamente, e conscia di ciò che fa, eresia e stregoneria, e crea una mostruosa promiscuità d’interessi, dove l’ignoranza, la paura, la stupidità, la malvagità, si accordano insieme e si porgono vicendevolmente la mano. Cominciano i processi contro le streghe, divampano i primi roghi: col volger degli anni il furore, invece di scemare, cresce. I pontefici gareggiano di zelo e di -ferocia in quest’opera, ch’essi chiamano una battaglia di Dio contro Satana: Gregorio IX, Giovanni XXII, sono, tra i più antichi, i più ardenti. Così si giunge all’anno di grazia 1484, nel quale anno, il 5 di decembre, il glorioso pontefice Innocenzo VIII promulga la sua famosa bolla Summis desiderantes affectibus, con cui dà ordine e norma alla inquisizione sopra la stregoneria, ferma e regola i diritti e i doveri degl’inquisitori, e apre tale un’era di terrore e di lutto che non ha riscontro nella storia degli uomini. La Chiesa volentieri ne tace per parlare a suo agio del Terrore onde va tristamente famosa la Rivoluzione francese, e questo durò appena due anni, quello più di due secoli.

Il domenicano inquisitore Jacopo Sprenger scrive allora il suo insensato e terribile Malleus maleficarum, o Martello delle streghe, il quale diventa il Vangelo o il codice degl’inquisitori di tutta Europa, e a cui molti altri libri consimili, terribili ed insensati, tengono dietro, che tutti insegnano la santissima arte di scoprire, esaminare, torturare, arrostire la strega, a dispetto di ogni ciurmeria e impostura del demonio, suo naturale amico e padrone. Da indi in poi si moltiplicano i roghi e più non si spengono: i papi vi soffian su terribilmente, Leone X fra gli altri, l’umanissimo e magnifico Leone, protettore di letterati e di artisti, amico d’ogni gentilezza. Nella sola Lorena, in ispazio di quindici anni, si bruciano novecento persone, e novecento, in ispazio di cinque, nella diocesi di Vùrzburg; cento l’anno se ne bruciano nella diocesi di Como; il Parlamento di Tolosa ne brucia quattrocento in una volta. Non v’è nessuno che si possa tener sicuro da un’accusa di stregoneria, e l’accusa si risolve quasi sempre in condanna, e la condanna è quasi sempre al rogo: il mostrar di non credere alle malie è già per sè stesso un indizio grave, se non è dirittura una prova di colpa. La tortura fa miracoli, strappa ai più protervi e ai più riottosi la confessione dello scellerato loro commercio con Satana, provoca sequele interminabili di denunzie le une legate alle altre, le quali, dal tribunale del giudice, si protendono, come i tentacoli di uno smisurato polipo, per mezzo i popoli esterrefatti. Più di un inquisitore si domanda atterrito se l’umanità tutta intera non sia passata al servigio del diavolo. Per veder di rendere l’opera riparatrice della giustizia più sollecita che non sia la stessa propagazione del male, si procede a precipizio, s’interrogano gli accusati secondo certi formularii che pongono loro in bocca la confession del delitto, s’inaspriscono e si moltiplicano le torture, si abbrucia quanto è sospetto d’infezione, uomini, donne, vecchi, barnbini: in qualche luogo i carnefici, oppressi dal soverchio lavoro, stracchi, istupiditi, rifiutano l’opera consueta, rinunzian l’officio.

Gli effetti di tale giustizia sorpassano l’aspettazione di coloro stessi che l’amministrano: Niccolò Remy, giudice in Lorena, esclama in un accesso di legittimo orgoglio: “la mia giustizia è così ben fatta che in un anno sedici streghe si sono uccise di propria mano per non capitarle sotto.” Bisogna pur dire, a onor del vero, che i protestanti non si mostravano punto da meno dei cattolici in così fatta bisogna. Lutero, non solo credeva alle streghe, ma esprimeva il desiderio che fossero tutte bruciate, e fra coloro che più si adoperarono a tener deste le false credenze, e a rendere più violenta la procedura, tiene principalissimo luogo Giacomo I d’Inghilterra, il re pedante e poltrone. Così in tre secoli, mercè il concorde lavoro di cattolici e di riformati, furono spente, non decine, ma centinaja di migliaja di vite umane.

Ora è da por mente che il giudice, nei processi, aveva a fronte, visibile, la strega, invisibile, il diavolo, giacché, come di giusto, il diavolo non abbandonava la sua protetta, la sua amica, la sua druda. Egli (sono gl’inquisitori che lo affermano, e gl’inquisitori lo devono sapere) le ajutava a mentire, e a sostenere valorosamente la tortura; egli faceva perdere la memoria ai testimoni, e ingarbugliava le idee ai giudici, e metteva la stracchezza addosso ai carnefici. Tutto veniva da lui. Se la strega durante la tortura moriva, era il diavolo che l’aveva strozzata, per impedirle di parlare; se la strega si uccideva da sè stessa, era il diavolo che a ciò l’aveva spinta, affinchè non si potesse più fare il processo. In Lindheim, villaggio dell’Assia, cinque o sei donne furono accusate d’aver dissotterrato un bambino e d’essersene servite per la manipolazione della consueta broda delle streghe. Torturate in regola, esse confessarono il delitto. Allora il marito di una di esse tanto s’adoperò che potè ottenere si facesse una visita al camposanto, per meglio accertarsi della cosa. Aperta la fossa, il corpicino apparve intatto nella sua bara; ma l’inquisitore, senza punto smarrirsi, disse che quella doveva essere una illusione del diavolo maledetto, e che essendoci la confessione delle colpevoli non era da cercar altro, ma era da dar corso alla giustizia, a onore e gloria della santissima Trinità: e le donne furono bruciate vive.

Per render vane le frodi e le gherminelle del diavolo, si usavano in varii luoghi varii accorgimenti e rimedii: si vestiva la strega di una camicia tessuta e cucita in un sol giorno, le si dava bere un intruglio fatto di cose benedette, si aspergevano d’acqua benedetta gli stromenti di tortura, si bruciavano certe erbe, ecc. ecc. Fosse in grazia di tali pratiche, fosse per altra ragione, certo si è che assai di rado riusciva il diavolo a porgere alle streghe e agli stregoni amici suoi ajuto veramente efficace e durevole. Lo storico siciliano Tommaso Fazello (1498-1570) narra di certo mago Diodoro, che ajutato dal diavolo scappava di mano alle guardie, e volava per l’aria, da Catania a Costantinopoli. Il giuoco durò un pezzo; ma finalmente il vescova Leone potè mettergli le mani addosso, e lo fece gettar vivo in una fornace ben accesa, d’onde quegli non usci più, o uscì solo per andar capofitto in inferno.

Il primo a insorgere contro la odiosa superstizione, e contro gli orribili effetti suoi, fu nel secolo XVI il famoso Cornelio Agrippa di Nettesheim, seguito e superato dal suo proprio discepolo Giovanni Weier (1518-88) il cui libro fa epoca. I difensori della retta ragione e della umanità si moltiplicarono poi rapidamente; ma la battaglia da essi combattuta non fu coronata di vittoria se non assai tardi. Le ultime vittime della superstizione caddero in Europa nella seconda metà del secolo scorso: fuori d’Europa, nel Messico, due roghi si accesero ancora nel 1860 e nel 1873.

L’Inquisizione è morta, e sono finiti i processi per istregoneria; ma non è morta la stolta credenza, nè sono finiti i lamenti di coloro che la serbano viva; e non passa anno senza che venga alla luce, scritto da un qualche teologo fallito e frenetico, un libro in cui si grida che il mondo è nelle mani del diavolo, e che i satelliti del diavolo, ammaestrati da lui, corrompono con l’arti loro ogni cosa, insidiano e sopraffanno i buoni. Il mondo è pieno di stregoni camuffati in altra maniera, ma non meno tristi e pericolosi degli antichi, e, quel ch’è peggio, il diavolo, lor buon signore, ha finalmente trovato il modo d’impedire che sieno bruciati. Se si potessero ancora bruciare, a tutto ci sarebbe rimedio.

Capitolo X.

L’inferno.

 

Immaginate un mondo spartito in tre piani. Nel piano di sopra è il paradiso, la reggia di Dio, la dimora degli angeli e dei beati, sfolgorante di luce, risonante d’ineffabili armonie, odorosa di fiori immarcescibili; è il regno della santità incorruttibile e della eterna letizia. Nel piano di mezzo è questo mondo terreno, popolato da una umanità decaduta e dogliosa, che pecca anelando al riscatto, e spasima sognando beatitudine; è il regno della perpetua vicenda, del cimento sempre rinovellato nella mescolanza del bene e del male. Nel piano di sotto è l’inferno, la voragine tenebrosa, dove Satana e gli angeli suoi, con l’infinito popolo dei dannati, pagano alla divina giustizia un debito che mai non si salda; è il regno del peccato irreparabile, della scelleratezza irredimibile, del dolore smisurato, disperato ed eterno. A quest’ultimo regno è congiunta una regione dove il peccato si ripara e si purga, dove il dolore è alleviato dalla speranza; è il purgatorio, vestibolo bujo del cielo radioso.

Il regno di mezzo è come un vivajo immenso di anime, le quali ininterrottamente ne emigrane, spartite in doppia corrente, l’una che sale al cielo, l’altra che scende all’inferno. Satana e la innumerevole sua milizia non intendono ad altro fine, non ad altro usano l’arte e la malvagità loro, che a trarre all’ingiù quante più anime possono, a popolare l’inferno a scapito del paradiso, della loro riuscita in tale intento non si possono lagnare.

Ma dov’era propriamente l’inferno? Dice sant’Agostino, nel suo libro della Città di Dio che nessun uomo lo può sapere se Dio stesso non glielo ha rivelato. Ciò non tolse tuttavia che le più disparate e le più strane opinioni fossero espresse in proposito; e il regno dei dannati fu posto nell’aria, nel sole, nella Valle di Giosafat, sotto i poli, agli antipodi, dentro ai vulcani, nel centro della terra, nell’ultimo Oriente, in isole remote, perdute in grembo di oceani sconosciuti, o, a dirittura, fuori del mondo. Qualche esempio a tale riguardo potrà bastare. Gregorio Magno racconta di un solitario dell’isola di Lipari, che vide una volta il papa Giovanni e Simmaco precipitar nella bocca di quel vulcano l’anima di Teodorico. Alberico delle Tre Fontane, cronista francese morto nel 1241, dice, parlando dell’Etna, che le anime dei dannati erano quivi portate quotidianamente a bruciar tra le fiamme. Aimoino, monaco di Fleury sul finire del secolo X, e Cesario di Heisterbach, narrano fatti e storie consimili. San Brandano, navigando fuori dei termini del mondo conosciuto, vide un’isola ignivoma, dove demonii in figura di fabbri ferrai martellavano sulle incudini le anime arroventate. Nell’Huon de Bordeaux, poema francese del secolo XIII, si dice che l’inferno è in un’isola chiamata Moysant, e nell’Otinel, altro poema pure francese, che esso è posto sotto la Tartaria. Ugone d’Alvernia trova l’adito infernale nell’ultimo, favoloso Oriente.

L’opinione più comune tuttavia, e nel tempo stesso più naturale, era quella che poneva l’inferno nelle viscere della terra, conformemente a quanto già avevano creduto gli antichi. Così l’abisso era spalancato, insidia e minaccia perpetua, sotto ai piedi dei peccatori e dei giusti, e la corteccia terrestre diveniri un tenue solajo che trepidava e fremeva per l’impeto delle fiamme penaci e pel mugghio degli eterni tormenti. La terra, illuminata fuori dal sole, lieta di floridi campi e di selve, rorida di acque, era come un frutto bacato che, sotto vaga buccia, abbia fradicio il midollo; era com’un di quei pomi che a detta dei viaggiatori nascevano sulle rive del Mar Morto, e che coloriti e odorosi di fuori, erano, dentro, pieni di cenere. Il baco che aveva ròsa e guasta la tèrra era Satana, cui Dante chiama il verme reo che il mondo fora, e alla cui caduta dal cielo fa seguire, con mirabile fantasia, la formazione del baratro infernale.

L’inferno doveva avere le sue bocche e i suoi aditi, necessairi, se non altro, al disimpegno di quelle mille faccende che i diavoli avevano, al loro andare, venire, frullare, perpetuo. Negli Evangeli è cenno di porte dell’inferno che non prevarranno contro la Chiesa; Cristo, accingendosi a penetrar nei regni buj, grida ai principi delle tenebre di aprir quelle porte, e non obbedito, le infrange. Dove fossero non si sa con certezza. Gervasio di Tilbury dice ch’eran di bronzo, e che si vedevano ancora, così infrante, in fondo a un lago, presso Pozzuoli. Dante entra in inferno per una porta senza serrame, su cui si leggono le parole di colore oscuro. Altre entrate ad ogni modo non mancavano. Più di una caverna tortuosa e cupa, più di una voragine sprofondante sotterra fu creduta una bocca dell’inferno, e se alcuni pensavano che dentro i vulcani abitassero i demonii e fossero tormentate le anime dannate, altri dicevano i vulcani essere più propriamente bocche e spiracoli dell’inferno, d’onde esalavano gli ardori e il fumo dell’eterna fornace. In Irlanda il famoso pozzo di San Patrizio metteva in purgatorio e in inferno. Nè mancavano, oltre gli aditi ordinarii e stabili, gli straordinarii e avventizii. Il suolo si lacerava per lasciar passare i demonii, o per ingojare vivi gli scellerati maggiori. L’inferno era come un mostro immane sul cui corpo si moltiplicavano le bocche, avide di procacciare nuova pastura al ventre voraginoso. Non senza ragione dunque si vede rappresentato l’inferno, nelle pitture e nei misteri del medio evo, sotto la forma di una mostruosa bocca di drago che divora anime e vomita turbini di fiamme e di fumo.

L’inferno è il regno del dolore e del bujo, come il paradiso è il regno della letizia e della luce. Le tenebre vi sono dense, profonde, fatte in qualche modo consistenti. La dolorosa valle d’abisso, dice Dante,

Oscura, profond’era e nebulosa,

Tanto, che per ficcar lo viso al fondo,

Io non vi discernea nessuna cosa.

Essa è il cieco mondo, il loco d’ogni luce muto, la cui eterna caligine è rotta solo dai sanguigni lampeggiamenti di quei nembi e vortici di fiamme, dal corruscare delle brage ammontate, dei metalli colati. Non mancò del resto chi disse il fuoco infernale aver l’ardore e non la luce, esser nere le fiamme che mai non si spengono.

Il regno della morta gente è vasto e profondo, come si conviene all’infinito popolo che vi si accoglie. In un antico poema anglosassone si dice che Cristo ordinò a Satana di misurarli, e Satana trovò che dal fondo alla porta correvano 100,000 miglia. Giova per altro avvertire che il gesuita Cornelio a Lapide (1566-1637), autore di dieci volumi di commento sopra la Sacra Scrittura, afferma non avere l’inferno più di dugento miglia italiane di larghezza. Un buon teologo tedesco andò più in là e calcolò che una capacità di un miglio per ogni verso basta a centomila milioni d’anime dannate, le quali non hanno già a stare al largo e a loro agio, ma le une sulle altre, pigiate, come le acciughe nel barile, o gli acini dell’uva nel tino.

Dante ci descrive un inferno geometricamente costruito, diviso in cerchi, che facendosi sempre più angusti, vanno digradando verso il centro della terra. Tale struttura si ritrova in alcuni degli imitatori del divino poeta, ma non in quelli che si possono in qualche modo chiamare precursori suoi, negli autori delle Visioni, Qui l’inferno descritto rassomiglia a una regione terrestre, salvo che è più orribile assai d’ogni più orribile luogo che conoscano gli uomini, e non vede mai lume di cielo. Vi si trovano montagne dirupate ed ignude, valli asserragliate e ronchiose, precipizii spalancati, foreste d’alberi strani, laghi color di bitume, paludi putride e tetre. Lo traversano per lungo e per largo fiumi pigri o impetuosi, alcuni dei quali scaturiti dalle viscere dell’Averno antico, l’Acheronte, il Flegetonte, il Lete, il Cocito, lo Stige, che anche Dante descrive, o ricorda.

Non mancavano nel doloroso regno le città e le castella. Dante dipinge la città di Dite, vallata d’alte fosse, con le torri eternamente affocate, con le mura di ferro. Spesso l’inferno tutto intero è considerato come una gran città, che prende il nome di Babilonia infernale, e si oppone alla Gerusalemme celeste, come Satana si oppone a Dio. Immaginate, dice san Bonaventura, una città vasta ed orribile, profondamente tenebrosa, accesa di oscurissime e terribilissime fiamme, piena di clamori spaventevoli e di urla disperate; tale è l’inferno. Un poeta francescano del secolo XIII, Giacomino da Verona, descrisse in due suoi poemi assai rozzi, ma accesi di fede, le due città contrarie, l’una a riscontro dell’altra. La Gerusalemme celeste è cinta d’alte mura, fondata, di pietre preziose, munita di tre porte più lucenti che stelle, adorna di merli di cristallo. Le sue vie e le sue piazze sono lastricate d’oro e d’argento; i palazzi risplendono nello sfoggio dei marmi, dei lapislazzuli, dei metalli preziosi. Acque cristalline corrono per ogni banda e danno alimento ad alberi meravigliosi, a fiori soavissimi: l’aria pervasa da un lume divino, è tutta un olezzo, e vibra di armonie sovrumane. Ben diversa da quella è la Babilonia infernale,

La cita è granda et alta e longa e spessa,

coperchiata da un irrefrangibile cielo di ferro e di bronzo, murata tutt’intorno di macigni e di monti, corsa da torbide acque più amare che il fiele, piena d’ortiche e di spine acute e taglienti come coltelli, divorata da un furioso o perpetuo incendio. L’aria vi è pregna d’incomportabile puzzo, sonante di spaventoso fragore.

Tra le cose più notabili di quella terra maledetta è, per testimonianza di molti, un ponte sottilissimo su cui debbono passare le anime, e d’onde precipitano nel baratro sottostante tutte quelle cui grava troppa soma di peccati, immaginosa finzione del lontano Oriente venuta a cacciarsi, non si sa come, nelle Visioni cristiane del medio evo, se pure non sorse spontanea tra noi, come sorse spontanea laggiù.

Il doloroso regno ha la sua topografia, ma ha ancora la sua meteorologia, la sua flora e la sua fauna. Lo infestano venti impetuosi, gelidi gli uni, gli altri infocati, piogge dirotte che mai non ristanno, grandine e neve. Le piante cui nutre l’orribile suolo, sono irte di spine e recan frutti gonfii di tossico. Gli animali, o sono tali veramente, o son demonii contraffatti, Cerbero, Gerione, cani rabbiosi, draghi, vipere, rospi, insetti nauseabondi.

In inferno capitavano anime d’ogni qualità e condizione, anime di papi e d’imperatori, di frati e di cavalieri, di mercanti e di giullari, di donne impudiche e di fanciulli malvagi; tutte le classi, tutte le professioni gli pagavan tributo e tributo larghissimo. Il compito principale dell’umanità, il fine de’ suoi lunghi travagli pareva esser quello di vettovagliare l’inferno. Le anime, o erano catturate e trasportate dai diavoli, o precipitavano nell’abisso come tratte da una specifica, gravità di peccato. Un eremita dell’ottavo secolo, san Baronto, vide i demonii portar l’anime in inferno con la frequenza che mostrano le api, quando, fatto il loro bottino, se ne tornano all’alveare; sant’Obizzo (m. c. 1200) vide cader le anime in inferno fitte come neve, e santa Brigida dice in una delle sue Rivelazioni, che le anime le quali piombano ogni giorno in inferno sono più numerose delle arene del mare. Quante ce n’entrano in paradiso? Nessuno lo dice.

Molte volte furono vedute le turbe dei diavoli portare le anime a volo per l’aria. Così ne fu portata l’anima di Rodrigo, ultimo re dei Goti di Spagna; così quelle di molti altri scellerati, pari suoi. Ma i demonii, anche in ciò mutavano modo volentieri. Certi monaci, racconta Giacomo da Voragine, stavano una volta, prima dello spuntar del giorno, sulla riva di un fiume, e s’intrattenevano in frivoli ed oziosi discorsi. A un tratto veggono venir oltre, sull’acqua, una barca piena di remiganti, i quali remavano con grandissimo impeto. “Chi siete voi?” chiedono essi. E quelli: “Noi siam demonii, che portiamo all’inferno l’anima di Ebroino, maggiordomo di Neustria.” Udendo ciò i monaci allibiscono di terrore, e gridano: “Santa Maria, ora pro nobis!” ‒ “Voi fate bene a invocar Maria,” dicono i demonii, “perchè era nostro pensiero di lacerarvi e di sommergervi in punizione di questo vostro cicalar dissoluto e fuor di tempo.” I monaci non se lo fan ripetere, e tornano al convento, mentre i demonii si affrettano alla volta d’inferno.

Del resto i diavoli non si contentavano di portarsi via le anime; ma spesse volte rapivano vivi gli scellerati, anima e corpo. Cesario di Heisterbach racconta di un soldato della diocesi di Colonia, giocatore arrabbiato, il quale una volta giocò a dadi col diavolo e perdette: per rifarlo della perdita, il diavolo se lo portò via attraverso il tetto della casa, lasciandone gl’intestini attaccati alle tegole.

Per compiere tali rapine il diavolo prendeva volentieri la forma di un cavallo nero, o di un cavaliere montato sopra un cavallo nero. Un giorno “Teodorico, vecchio oramai, si stava bagnando, quando udì uno de’ suoi famigli gridare: “Laggiù corre un cavallo nero dì tanta bellezza e vigoria ch’io mai non vidi l’eguale.” Il principe barbaro balza fuori dell’acqua, si copre alla meglio e comanda che tosto gli si conducano il suo proprio cavallo e i suoi cani. Ma tardando i servi a tornare, egli, impaziente, salta sul cavallo nero, il quale tosto si mette a fuggire, più rapido di un uccello. Lo insegue, ma indarno, con tutti i cani sguinzagliati, il miglior cavaliere della scorta. Teodorico, sentendo essere nel cavallo che lo rapisce alcun che di soprannaturale, si sforza di scendere, ma non può. Il cavaliere da lungi gli grida: “Signore, perchè corri tu in cotal guisa, e quando farai ritorno?” e quegli: “ È il diavolo che mi porta. Tornerò quando piacerà a Dio e alla Vergine Maria.”

Jacopo Passavanti racconta nel suo Specchio della vera penitenza: “Leggesi iscritto da Elinando, che in Matiscona fu uno conte, il quale da uomo mondano e grande peccatore, contro a Dio superbo, contro il prossimo spietato e crudele. Et essendo in grande stato, con signoria e colle molte ricchezze, sano e forte, non pensava di dovere morire, nè che le cose di questo mondo gli dovessero venir meno, nè dovere essere giudicato da Dio. Un dì di Pasqua, essendo egli nel palazzo proprio attorniato di molti cavalieri e donzelli, e da molti orrevoli cittadini, che pasquavano con lui; subito uno uomo iscognosciuto, in su uno grande cavallo, entrò per la porta del palazzo, senza dire a persona niente; e venendo in sino dove era il conte con la sua compagnia, veggendolo tutti e udendolo, disse al conte: Su, conte, levati su e seguitami. Il quale, tutto ispaurito, tremando si levò, e andava dietro a questo isconosciuto cavaliere, al quale niuno era ardito di dire nulla. Venendo alla porta del palazzo, comandò il cavaliere al conte, che montasse in su uno cavallo che ivi era apparecchiato; e prendendolo per le redini e traendolosi dietro, correndo alla distesa, lo menava su per l’aria, veggendolo tutta la città, traendo il conte dolorosi guai, gridando: Soccorretemi, o cittadini, soccorrete il vostro conte misero, isventurato. E così gridando, sparì dagli occhi degli uomini, e andò a essere senza fine nello inferno co’ demonii.” Prima che dal Passavanti e da Elinando, si trova narrata una storia in tutto simile da Pietro il Venerabile nel suo libro De Miraculis.

In questo lor mestiere d’acchiappar le anime, o anche gli uomini vivi, i diavoli non la guardavano tanto pel sottile, e spesso mettevan le mani addosso a chi non dovevano. Morto l’imperatore Enrico II, un eremita vide una turba di diavoli portarne l’anima, sotto forma di un orso, al giudizio, che riuscì favorevole al prigione. Gregorio Magno racconta la storia di certo uomo nobile per nome Stefano, il quale, essendo in Costantinopoli, subitamente ammalò e morì. Condotto dinanzi al giudice infernale, il morto udì questo gridare: “Io ho ordinato di portar giù Stefano ferrajo e non costui.” Incontanente fa ritorno al mondo Stefano nobile, e Stefano ferrajo muore in suo luogo. Altri esempii, e più strani ancora, di anime mandate e rimandate non mancano. Eccone uno raccontato da Tommaso Cantipratense. Muore un fanciullo disobbediente, e i diavoli ne ghermiscono l’anima per portarla in inferno. Sopraggiunge l’arcangelo Michele, che la toglie loro, e la porta in cielo. Quivi un vecchio (certamente san Pietro) si oppone al suo ingresso, e ordina a Michele di rimetter l’anima nel corpo suo.

All’inferno era facilissimo andare come inquilino perpetuo; difficilissimo, per contro, l’andarci come semplice visitatore. Ciò nondimeno molti lo visitarono, a cominciare dalla Vergine Maria, che vi andò accompagnata dall’arcangelo Michele, e da numerosa schiera di angeli, secondo è narrato in certa apocalissi greca. Subito dopo lei v’andò san Paolo, secondo una leggenda molto divulgata nel medio evo, e che Dante certamente conobbe. Sì fatte discese nel regno dei dannati solevano essere effetto della divina grazia, sollecita della salute di alcun peccatore, o di quella di un intero popolo, dimentico dei precetti e degli ammonimenti divini; ma non sempre la grazia c’entrava, almeno in modo diretto. San Gutlaco, di cui ho già ricordato più di una volta il nome, è assalito nella sua cella, una notte, da una legione di diavoli, che con molti tormenti lo trascinano a vedere le pene dell’inferno. Ugone d’Alvernia, l’avventuroso cavaliere, va in inferno per ordine espresso del Suo re, che voleva tributo da Lucifero. L’anno 1218 un conte di Geulch offre gran premio a chi sappia dargli notizia della condizione del padre, morto poco innanzi. Un intrepido cavaliere offre i suoi servigi, scende con l’ajuto di un negromante in inferno, e quivi trova il vecchio conte, il quale dice che le pene gli saranno alleviate, Se si restituiranno alla Chiesa certi beneficii da lui tolti indebitamente. Quando la grazia divina operava in modo diretto, un angelo soleva guidare il visitatore.

La visita poteva compiersi in ispirito soltanto, e anche corporalmente. Nel primo caso si aveva la visione propriamente detta; nel secondo, una vera e propria peregrinazione. Le visioni toccavano di solito a chi era in istato di sovreccitazione mentale, o spossato da lunga infermità: mentre l’anima viaggiava per conto suo, il corpo rimaneva in istato di profondo letargo, simile alla morte. Io non debbo qui entrar nell’esame delle condizioni psicologiche e patologiche del fenomeno; mi basta di recar qualche esempio. San Furseo, monaco irlandese del settimo secolo, essendo ammalato da tre giorni, fu condotto a vedere le pene dell’inferno da degli angeli, preceduti da un altro angelo, che aveva una spada sfavillante e uno scudo luminoso. Una notte, Carlo il Grosso stava per coricarsi, quando, udì una voce terribile gridargli: “Carlo, l’anima tua lascerà il corpo, e sarà condotta a vedere i giudizii di Dio; e così fu. Alberico, figliuolo di un barone della Campania, fu soprappreso, all’età di nove anni, da un deliquio che durò nove giorni, durante il qual tempo, guidato da san Pietro e da due angeli, visitò l’inferno e il paradiso. L’anno 1149, un cavaliere irlandese per nome Tundalo, uomo empio e di mali costumi, fu pressoché ucciso con un colpo di scure da un suo debitore. Rinsensato, raccontò ciò che aveva veduto delle cose delll’altro mondo. Altri invece, come Ugone d’Alvernia e Guerino il Meschino, già ricordati, e il cavaliere Owen, andarono all’inferno in carne ed ossa, imitando gli esempii di Ulisse e di Enea. Dante v’andò allo stesso modo.

Comunque ci si andasse del resto, col corpo o senza il corpo, l’andata non era senza periricolo: san Furseo portò tutto il tempo di vita sua le tracce del fuoco infernale che l’aveva tocco. I demonii vedevano assai mal volentieri aggirarsi pel regno loro chi non doveva restarci, e si studiavano di nuocere in tutti i modi agli intrusi. Essi tentarono di uncinar Carlo il Grosso con uncini arroventati, e di afferrare con ignee tenaglie un buon uomo di Nortumbriadi cui narra la visione il Venerabile Beda. Il giovane Alberico, il cavaliere Owen, altri assai, furono da loro in varii modi minacciati o tormentati. Senza l’ajuto di Virgilio e del messo celeste, Dante si sarebbe trovato più d’una volta a mal partito.

 

Capitolo XI.

Ancora l’Inferno.

L’inferno c’è per comun punizione dei dannati e dei diavoli, dei tormentati e dei tormentatori Satana ha in sè più qualità e più officii, che pajono, a primo aspetto, non potersi conciliare fra loro. Cagion prima del male nel mondo, suscitatore instancabile di peccato, e seduttore perpetuo di anime, egli è nel tempo stesso il gran giustiziere, egli è colui per là cui opera il male è represso e il peccato si espia.

Non è così picciolo atto, nè così tenue pensiero, nella vita e nella mente degli uomini, di cui i demonii non serbino memoria, quando siavi in quelli alcuna parte, alcun fermento di colpa. Sant’Agostino vide una volta un diavolo che recava sulle spalle un grandissimo libro, dove erano notati per ordine tutti i peccati degli uomini. Più spesso c’era per ogni singolo peccatore un particolar volume, ponderoso e tetro, che i diavoli portavano ostentatamente in giudizio, opponendolo al piccioletto ed aureo in cui l’angelo custode aveva amorosamente descritte le azioni buone e meritorie, e scaraventandolo talora, con iscalpore e con ira, in uno dei piatti della bilancia divina. In più chiese del medici evo, come, per esempio nel duomo di Halberstadt, si vede dipinto il diavolo che scrive i nomi di coloro i quali dormono nella casa di Dio, o chiacchierano, o in altro modo non serbano il contegno dovuto. Nella vita di sant’Aicadro si legge che avendo un pover uomo osato di tagliarsi i capelli in giorno di domenica, fu veduto, appiattato in un angolo della casa, il diavolo, che frettolosamente scriveva il peccato sopra un foglietto di pergamena.

Di regola il peccatore indegno di misericordia è punito in inferno; ma talvolta Satana, coltolo sul fatto, anticipa la vendetta divina e lo castiga mentre è ancor vivo. Gli uccisori di san Regolo, vescovo, furono strozzati, l’assassino di san Godegrando fu portato via dal diavolo; certa donna di mala vita, che voleva trascinare al peccato sant’Elia Speleota, fu da lui conciata pel dì delle feste. Se non mente lo storico Liutprando, il pessimo pontefice Giovanni XII fu ammazzato a furia di legnate dal diavolo, che lo colse in letto, fra le braccia di una concubina; e sì che il pontefice usava, mentr’era vivo e sano, di bere alla salute di colui che doveva fargli fare così misera fine. Fra Filippo da Siena racconta la terribile storia di certa donna non meno vana che leggiadra, usa di spendere l’ore in lisciarsi ed ornarsi, la quale fu una bella volta lisciata dal diavolo, e sfigurata in modo che di vergogna e di paura se ne morì. Ciò avvenne in Siena, l’anno di grazia 1332. Ai 27 di maggio del 1562, alle sette ore di sera, nella città, di Anversa, il diavolo strangolò una fanciulla, che invitata a nozze, aveva osato comperare certa tela a nove talleri il braccio, per farsene uno di quei collari crespi a ventaglio, come usavano allora. Spesso il diavolo picchia, strozza, o porta via chi si mostra irriverente alle reliquie, o deride le sacre cerimonie; entra in corpo a chi assiste distrattamente alla messa; rimprovera ad alta voce, con gran confusione dei colpevoli, peccati secreti. Spesso il furore diabolico non si cheta se non dopo essersi esercitato anche sul cadavere del peccatore, e molte orribili storie si raccontano di corpi che furono strappati a furia fuor delle chiese, o bruciati negli avelli, o lacerati a brani.

Santa Teresa chiese una volta a Dio di poter fare, per propria edificazione, un piccolo saggio delle pene dell’inferno. Le fu conceduta la grazia, e dopo sei anni il ricordo dello strazio sofferto la gelava ancora di terrore. Sono molte le storie in cui si narra di dannati usciti per breve ora dall’inferno, a solo fine di dare a’ vivi alcun segno delle inenarrabili torture a cui vanno soggetti. Jacopo Passavanti racconta quella di Ser Lo, maestro di filosofia in Parigi, e di certo suo scolare, “arguto e sottile in disputare, ma superbo e vizioso di sua vita,” il quale essendo morto, apparve dopo alquanti giorni al maestro, e gli disse d’essere dannato, e per fargli conoscere in qualche modo l’atrocità dei tormenti che pativa, scosse un dito sovra la palma della mano di lui, facendovi cadere una piccola goccia di sudore, che “forò la mano dall’uno lato all’altro con molto dolore e pena, come fosse stata una saetta focosa et aguta.”

Le pene infernali sono, al dir dei teologi, non solo continue nel tempo, ma continue ancora nello spazio, in questo senso, che non è nel dannato neppur una minima particella che non soffra intollerabile strazio, e sempre egualmente intenso. Strumento principale di pena è il fuoco. Origene, Lattanzio, san Giovanni Damasceno, credettero che il fuoco infernale fosse un fuoco puramente ideale e metaforico; ma la grande maggioranza dei Padri tenne contraria opinione, e sant’Agostino disse che se i mari tutti della terra confluissero in inferno non potrebbero temperarvi l’ardore delle orribile fiamme che perpetuamente vi divampano. Oltre il fuoco v’è il ghiaccio, vi sono i venti impetuosi e le piogge dirotte, vi sono animali orribili, e mille qualità di tormenti, che i diavoli inventano e adoprano. San Tommaso prova che i diavoli hanno il diritto e il dovere di tormentare i dannati; che essi fanno quanto possono per ispaventarli e torturarli, e che per giunta li deridono e li scherniscono. La pena maggiore ad ogni modo viene ai dannati dall’esser privi in eterno della beatifica visione di Dio, e dall’aver conoscenza della letizia dei santi. Su quest’ultimo punto per altro gli scrittori non troppo si accordano, essendovene alcuni i quali affermano che i santi vedono le pene dei reprobi, ma questi non vedono il gaudio di quelli; San Gregorio Magno assicura che le pene dei dannati sono agli eletti gradito spettacolo, e san Bernardo di Chiaravalle si scalmana a dimostrare che i beati godono dello spettacolo che i tormenti dei dannati offrono alla lor vista, e ne godono per quattro ragioni propriamente: la prima, perchè quei tormenti non toccano a loro; la seconda, perchè dannati tutti i rei, non potranno i santi più temere malizia alcuna, nè diabolica, nè umana; la terza, perchè la loro gloria apparirà, per ragion di contrasto, maggiore; la quarta, perchè ciò che piace a Dio deve piacere ai giusti.

E certo lo spettacolo era tale, per varietà ed intensità, da appagare qualsivoglia più difficile gusto. Procuriamo di farcene spettatori anche noi un istante, almeno con la fantasia, e a tal fine mettiamoci dietro a qualcuna di quell’anime pellegrine ch’ebbero in sorte di visitare il regno della morta gente.

Un monaco per nome Pietro, di cui fa memoria Gregorio Magno in uno de’ suoi Dialoghi, vide le anime dannate immerse in uno sterminato mare di fiamme. Furseo vide quattro gran fuochi, alquanto distanti l’uno dall’altro, nei quali penavano quattro diverse classi di peccatori, e molti demonii affaccendati intorno ad essi. Queste visioni sono tra le più antiche, appartenendo esse al VI ed al VII secolo, e ne mostrano una pena non ancora differenziata, una pena semplice ed unica: nelle visioni de’ tempi che seguono cresce a poco a poco la varietà e la complicazion dei castighi, e l’inferno si rivela in tutta la molteplicità degli orrori e de’ terrori suoi.

Il monaco Wettin, di cui narrò la visione in sul principiare del secolo IX un abate del monastero di Reichenau, giunse, scortato da un angelo, a certi monti dincomparabile altezza e bellezza, che parevano essere di marmo, e cui cingeva da piede un grandissimo fiume di fuoco. In quell’onde era immensa una innumerevole moltitudine di dannati, e altri, dannati erano in mille altri modi tormentati. In un gran fuoco si vedevano molti ecclesiastici, di vario grado, legati a certi pali, ciascuno rimpetto alla propria concubina, similmente legata, e l’angelo disse a Wettin che quei peccatori erano flagellati nelle parti genitali tutti i giorni della settimana meno uno. In un castello tetro e fuligginoso, dal quale denso fumo esalava, stavano prigioni alcuni monaci, ed un di loro era, per giunta, rinserrato in un’arca di piombo.

Ben più vario l’inferno veduto dal monaco Alberico in principio del XII secolo, quand’era ancora fanciullo. In una valle spaventosa molte anime stavano immerse nel ghiaccio, alcuhe sino alla caviglia, o sino al ginocchio solamente, altre sino al petto, altre sino al capo. Sorgeva più oltre un terribile bosco, formato di alberi alti sessanta braccia, e irti di spine, da’ cui rami aguzzi e taglienti pendevano per le mammelle quelle triste donne che ricusarono di nutrire del loro latte i bambini orfani di madre; due serpi suggevano  a ciascuna il mal ricusato seno. Per una scala di ferro rovente, alta trecentosessantacinque cubiti, salivano e scendevano coloro che nelle domeniche e nelle feste dei santi non seppero astenersi dalla copula, e quando l’uno, quando l’altro di essi precipitava in una gran caldaja piena d’olio, di pece e di resina, che bolliva da basso. In terribili fiamme, simili a quelle di una fornace, erano puniti i tiranni; in un lago di fuoco gli omicidi; in uno smisurato tegame, pieno di bronzo, di stagno, di piombo in fusione, mescolati con zolfo e con resina, i parrocchiani poco zelanti che tollerarono le scostumatezze dei loro parroci. Si spalancava più oltre, simile ad un pozzo, la bocca del più profondo baratro infernale, pieno di tenebre orrende, di fetore e di strida. Ivi presso era legato con una catena di ferro un serpente smisurato, dinanzi a cui stava, sospesa in aria, una moltitudine di anime; ed ogni volta che traeva a sè il fiato, il serpente ingozzava di quelle anime, non altrimenti che se fossero mosche, e quando emetteva il fiato, le vomitava accese a guisa di faville. I sacrileghi bollivano in un lago di metallo liquefatto, le cui onde si agitavano crepitando; in un altro lago, formato d’acqua sulfurea, pieno di serpenti e di scorpioni, annegavano in perpetuo i traditori e i falsi testimoni. I ladri e i rapinatori erano legati con gran catene di ferro arroventate, e loro pendevano dal collo gravi pesi, similmente di ferro.

Ma di quante descrizioni dell’inferno ci tramandò il medio evo, la più terribile, quella in cui più grandeggia la poesia dell’orrore, e in cui è maggior dispendio di fantasia inventiva, è la descrizione che si legge nella Visione di Tundalo, ricordata più sopra. Sfuggita dalle mani d’infiniti demoni, l’anima di Tundalo, guidata da un angelo luminoso, giunse, attraverso fittissime tenebre, in una orribil valle, piena di carboni ardenti, e coperchiata dar un cielo di ferro arroventato dello spessor di sei cubiti. Su quell’immane coperchio piovono senza intermissione le anime degli omicidi, e quivi, penetrate dallo spaventoso calore, si struggono come il lardo nella padella, e liquefatte, colano attraverso il metallo, come fa la cera attraverso il panno, e sgocciolano sui carboni sottostanti, dove tornano nel primo stato, rinnovate all’eterno tormento. Più oltre è una montagna di meravigliosa grandezza, piena d’orrore in vasta solitudine. Vi si accede per un angusto sentiero, che dall’una parte ha fuoco putrido, sulfureo e tenebroso, e dall’altra grandine e neve. Il monte è pieno di demonii, armati di roncigli e di tridenti, i quali demonii assalgon le anime degli insidiatori e dei perfidi che si mettono per quel sentiero, e le travolgono giù, e con perpetua vicenda le scaraventano dal fuoco nel ghiaccio e dal ghiaccio nel fuoco. Ecco un’altra valle, tanto cupa e tenebrosa che non se ne vede il fondo. L’aria vi mugghia pel rombo di un fiume sulfureo che corre laggiù, e per l’incessante ululo dei dannati, mentre la ingombra un fumo d’incomportabil fetore. Unisce le opposte pareti di quella voragine un ponte luogo mille passi, largo non più di un piede, e impervio ai superbi, che da esso precipitano nei tormenti senza fine. Dopo lungo e malagevol cammino, si scopre all’anima esterrefatta una bestia, più grande che le più grandi montagne, e piena in vista d’intollerabile orrore. Gli occhi suoi pajono due colline ardenti, e la bocca è così smisurata che vi potrebbero capire novemila uomini armati. Due giganti tengono, a guisa di colonne immani, spalancata quella bocca, d’onde erompe un inestinguibile incendio. Sollecitate e sforzate da un esercito di demonii, le anime degli avari si precipitano contro le fiamme, entrano nella bocca, e dalla bocca sono travolte nel ventre del mostro, d’onde si sprigiona l’urlo di miriadi di tormentati. Vien poscia uno stagno, grandissimo e procelloso, pieno di bestie muggenti e terribili, attraversato da un ponte lungo due miglia, largo un palmo, irto di acutissimi chiodi. Le bestie si raccolgono lungo il ponte, sbuffando vampe di fuoco, e inghiottono le anime tutte che ne cadono, le quali sono di ladri e di rapinatori. Da un edificio smisurato, rotondo, e simile a un torno, guizzano fiamme che a mille passi di distanza mordono e brucian le anime. Davanti alle porte, in mezzo all’incendio, stanno carnefici diabolici, muniti di coltelli, di falci, di trivelle, di scuri, di zappe, di vanghe, e d’altri strumenti, coi quali scojano, decapitano, forano, squartano, frastagliano, per poi darle al fuoco, le anime dei golosi. Più là siede sopra uno stagno gelato una bestia disforme da tutte l’altre, la quale ha due piedi, due ali, lunghissimo collo, e un rostro di ferro che erutta fiamme inestinguibili. Questa bestia divora quante anime le vengono a tiro, e le digerisce, e digerite che l’ha, come si fa del cibo le espelle. La poltiglia delle anime cade sullo stagno gelato, dove ciascun’anima si rintegra, e rintegrata, subito ingravida, sia femmina o maschio. La gravidanza segue il naturale suo corso, e durante quel tempo le anime stanno sul ghiaccio, e si sentono lacerare le viscere dalla prole concetta. Venuto il termine partoriscono, così gli uomini come le donne, e partoriscono bestie mostruose, che hanno capi di ferro rovente, e rostri acutissimi, e code irte di uncini. Tali bestie escono da qualsivoglia parte del corpo, e nell’uscire stracciano e si traggono dietro le carni e le viscere, graffiando, azzannando, ruggendo; e questa è la pena dei lussuriosi, e più specialmente di coloro che, entrati al servigio di Dio, non seppero signoreggiare la carne. In altra più remota valle son molte fucine, e innumerevoli demonii in figura di fabbri ferrai, i quali afferrano le anime con tenaglie ardenti, e le gettano sulla bragia perpetuamente avvivata dal soffio dei mantici; poi, quando quelle son fatte roventi e malleabili, con gran forconi di ferro le traggon dal fuoco, ammassatene insieme venti o trenta, o anche cento, gettano quella massa ignea sopra le incudini, e con i magli la percuotono a gara, e così martellata e compressa la scaglian per l’aria ad altri non meno terribili fabbri, che riafferratala con le ferree tenaglie ricominciano il giuoco. Lo stesso Tundalo è sottoposto al supplizio, il quale è preparato a coloro che cumulano peccato sopra peccato. Sostenuta la formidabile prova, l’anima perviene alla bocca dell’ultima e più profonda voragine infernale, simile in figura ad una cisterna quadrangolare, d’onde esala un’altissima colonna di fuoco e di fumo. Un’infinita moltitudine di anime e innumerevoli demonii salgono dentro quella colonna a guisa di faville, poi ricadon nel baratro. Ivi, nella più remota e spaventosa profondità dell’abisso, stassi il principe delle tenebre, steso e legato sopra una enorme graticola di ferro, e assiepato di demonii, che attizzano sotto a quella, e avvivano coi mantici, i carboni crepitanti. Esso è di smisurata grandezza, negro come le penne del corvo, e mille mani, armate di ferrei artigli, agita nelle tenebre, e divincola una lunghissima coda, tutta aspra di dardi acutissimi. Freme e si torce l’orribile mostro, e furiando di dolore e di rabbia, avventa quelle mille sue mani per l’aria tenebrosa, tutta impregnata di anime, e quante ne coglie tante si spreme nell’arsa bocca, come di un grappolo d’uva fa il villano assetato; poi, sospirando, le soffia fuori e le sparpaglia, e quando riprende il fiato, tutte a sè le ritrae novamente. Così sono puniti coloro che non isperarono nella misericordia di Dio, o in Dio non credettero, e così pure gli altri peccatori tutti, i quali, sostenuti alcun tempo gli altri tormenti, sono da ultimo assoggettati a quello, supremo ed eterno.

Altri descrisse l’inferno più propriamente simile a un’immensa e orrenda cucina, e a uno spaventoso tinello, dove i diavoli fanno da cuochi e da banchettanti, e le vivande sono di anime di dannati, In varii modi preparate ed acconce. Il già ricordato Giacomino da Verona dice che il cuoco Belzebù, mette l’anima ad arrostire com’un bel porco al fogo, la condisce con una salsa fatta di acqua, sale, fuliggine, vino, fiele, aceto forte, e uno schizzo di veleno buono, e così appetitosamente concia, la fa servire in tavola al re dell’inferno, il quale, assaggiatala, tosto la rimanda indietro, non parendogli cotta abbastanza. Un trovero francese dei tempi di Giacomino, Radulfo di Houdan, descrive in certo suo poemetto intitolato Le songe d’enfer, un gran banchetto infernale, cui gli fu dato di assistere, un giorno che il re Belzebù teneva corte bandita e generale concilio. Appena entrato in inferno, egli vide una gran moltitudine affaccendata in apparecchiar le tavole. Entrava chi voleva, e non si rimandava indietro nessuno. Vescovi, abati e chierici lo salutarono caramente; Pilato e Belzebù gli diedero il benvenuto; e, giunta l’ora, tutti sedettero a mensa, Più pomposo banchetto, e più rari cibi non vide mai corte di re. Le tovaglie erano fatte di pelli di usurai, e i tovaglioli di pelli di vecchie bagasce: serviti e inframmessi non lasciavan nulla, a desiderare: usurai grassi lardellati, ladri e assassini in guazzetto, baldracche in salsa verde, eretici allo spiedo, lingue fritte di avvocati, e più manicaretti d’ipocriti, di frati, di monache, di sodomiti, e d’altro buon selvaggiume. Il vino mancava; chi aveva sete beveva spremitura di villanie.

I diavoli avevano officio di aguzzini e di carnefici. Ad essi toccava, come si è veduto, arrostire, lessare, scorticare, squartare le anime. Tale officio aveva le sue suddivisioni e i suoi gradi; e come i tormentati erano distribuiti per le regioni infernali secondo il peccato loro chiedeva, così erano distribuiti i tormentatori, secondo chiedeva il castigo alle speciali loro cure affidato; e come ciascuna colpa aveva proprii diavoli instigatori, così aveva proprii diavoli punitori. Ma i punitori, mentre attendevano a quell’ufficio, sentivano essi il castigo meritato dalla malvagità loro? erano essi straziati nel tempo stesso che straziavano?

Intorno a ciò sono varie opinioni. Non mancano scrittori, e di gran credito, i quali affermano che i diavoli non soffrono delle pene infernali, perchè se ne soffrissero, assai di mal animo potrebbero attendere all’officio di tentare e di tormentare, officio ch’essi mostrano, per contro, di esercitare con singolare compiacimento. Nelle Visioni, come nel poema di Dante, Lucifero suol essere assoggettato nell’ultimo fondo d’inferno, e in conformità di quanto è detto nell’Apocalissi, ad asprissimo supplizio; ma degli altri demonii non si dice, di solito, che patiscano gravi tormenti. Che alcuna volta si tormentassero a vicenda, si azzuffassero e si picchiassero, sembra più che naturale, e se ne può vedere esempio nella visione stessa di Tundalo e nella Divina Commedia, là dove è descritta la bolgia dei barattieri. Nè ai maledetti mancavano svaghi e godimenti. Come ogni opera buona era loro cagion di tormento, così era cagion di letizia ogni opera rea, e quanto sappiamo dell’andamento delle cose umane lascia supporre ch’essi avessero assai più frequente occasione di rallegrarsi che di dolersi. Spesso, nelle pietose leggende, si veggono i diavoli far grande tripudio intorno all’anima che diventa loro concittadina. Dice Pietro Cellense (m. 1183) in uno de’ suoi sermoni che il diavolo, sommerso nelle fiamme infernali, sarebbe morto di fame da un pezzo, se non lo rifocillassero i peccati degli uomini; e Dante assicura che egli in inferno si placa vedendo le cose di questo mondo andare a modo suo. Anche ammettendo che la pena dei diavoli fosse gravissima, refrigerio non le mancava.

I teologi sono comunemente d’accordo nel dire che in purgatorio non ci sono demonii a tormentare le anime; ma moltissime Visioni rappresentano il purgatorio pieno anch’esso di diavoli, intesi a farvi il consueto officio di tormentatori. La Chiesa, che solo nel 1439, nel concilio di Firenze, fermò il dogma del purgatorio, la cui dottrina era stata innanzi svolta da san Gregorio e da san Tommaso, non si pronunziò sopra questo punto particolare. Dante, che quanto alla situazione e alla struttura del purgatorio ha immaginazioni e concetti tutti proprii, quanto alla relazione di esso coi demonii tiene la opinion dei teologi e lascia quella dei mistici. L’antico avversario tenta, gli è vero, di penetrare nel purgatorio del poeta in forma di biscia,

Forse qual diede ad Eva il cibo amaro;

ma gli angeli, gli astor celestïali, lo volgono in fuga. Sia qui notato di passaggio che le pene del purgatorio furono da taluno credute più aspre che non quelle dell’inferno, e ciò perchè non duravano eterne, come l’altre duravano.

L’inferno era l’ordinaria dimora dei dannati, e il luogo dov’essi soffrivano regolarmente il meritato castigo; ma non si creda che la regola fosse, a dirittura senza eccezione. Lasciando stare per ora certi dannati avventurosi che per ispecialissima grazia divina furono tratti dall’abisso e ammessi in cielo, dei quali avrò a parlare più oltre, si vuol notare che i dannati potevano in certi determinati casi, e per un tempo più o meno lungo, uscire dalla lor prigione, e che c’era pure, se così può dirsi, un inferno fuori dell’inferno. Apparizioni di dannati erano, come s’è veduto, frequenti; ma nulla giovava ad essi l’essere fuori del luogo consueto di pena, perchè la pena li seguiva lo stessa, come l’ombra il corpo. Altri dannati non erano ricevuti in inferno, ma penavano in qualche strano luogo della terra, forse perchè potessero essere di salutare ammaestramento a chi, peregrinando, s’imbatteva in loro. Così è che san Brandano, navigando alla scoperta del Paradiso terrestre, trovò in un gran gorgo di mare il massimo dei rei, Giuda Iscariote, perpetuamente sbattuto dall’onde infuriate; e che uno degli eroi della leggenda epica carolingia, Ugone di Bordeaux, errando in Oriente, trovò Caino chiuso in una botte di ferro, irta dentro di chiodi, la quale andava senza posa ruzzolando per un’isola deserta. Giovanni Boccacci, rifacendo a modo suo più antichi racconti, narra la paurosa storia di quel Guido degli Anastagi, che uccisosi di propria mano per disperazione d’amore, e dannato agli eterni castighi, insegue ogni giorno, quando per questa, quando per quella campagna, montato sopra un cavallo nero, con uno stocco in mano, e due mastini innanzi, la donna spietata e crudele, dannata ancor essa, la quale a piedi e ignuda gli fugge davanti, finché raggiuntala, egli con lo stocco la trafigge, con un coltello la spara, e il cuore e gli altri visceri getta in pastura ai cani affamati. Stefano di Borbone (m. c. 1262) parla di certi fantasmi che, in  luogo prossimo all’Etna, si vedevano, tutta la settimana, affaccendati a costruire un castello, il quale precipitava nella notte del sabato, e per opera loro ricominciava a sorgere dalle fondamenta la mattina del lunedì; ma sembra fossero piuttosto anime purganti che dannate.

Più d’una volta fu veduto, nel colmo della notte, l’intero popolo infernale andare a processione, per l’aria, o passar per un bosco, con ordinanza come di sterminato esercito in marcia. Il monaco Otlone, vissuto sin verso la fine del secolo XI, racconta di due fratelli, che cavalcando un giorno, videro improvvisamente nell’aria una turba grandissima, la quale passava non molt’alto da terra. Esterrefatti, chiesero, facendosi il segno della croce, a quegli strani viaggiatori chi fossero. Uno, che pel cavallo che montava e per le vesti, sembrava cavaliere di conto, si diede loro a conoscere, dicendo: “Io sono il padre vostro, e se voi non rendete al convento, cui lo tolsi ingiustamente, il fondo che sapete, sarò irremissibilmente dannato, e con me saranno tutti i successori miei che terranno il maltolto.” Il padre dà ai figliuoli un saggio degli orribili tormenti che soffre, e i figliuoli riparano la colpa di lui, e in tal modo lo liberano dall’inferno.

Ma una storia più meravigliosa e spaventosa di questa trovasi narrata da un altro monaco, il cronista Orderico Vital, vissuto sin verso il mezzo del XII secolo. Un prete di nome Gualchelmo, curato di Bonneval, tornava una notte dell’anno 1091 dall’aver visitato un infermo, lungi un buon tratto dalla sua casa. Mentr’egli attraversava i campi deserti, illuminati dalla luna che alta splendeva nel cielo, gli percosse l’orecchio un rumor vasto e formidabile, come di grandissimo esercito che valicasse. Preso dallo spavento, fa per nascondersi tra certe piante, che quivi erano, quand’ecco un gigante, armato di una smisurata mazza, gli vieta il passo, e senza altrimenti nuocergli, gl’ingiunge di non muoversi. Il prete resta come inchiodato, e assiste a uno strano e terribile spettacolo. Passa da prima una turba innumerevole di pedoni, i quali trascinano con sè grande quantità di bestiame, e vanno carichi d’ogni sorta di masserizie. Si lamentano tutti in grave modo, e l’un l’altro sollecita. Segue una torma di sotterratori, i quali recano cinquanta feretri, e su ciascun feretro siede un orribile nano, con capo enorme, a guisa di dolio [1]. Sopra un gran tronco, che due tenebrosi etiopi recano in ispalla, è strettamente legato un malvagio uomo, il quale empie l’aria di orrendi ululati. Un mostruoso demonio gli sta sopra a cavalcioni, e con isproni affocati gli lacera il tergo ed i lombi. Viene dopo una cavalcata senza fine, tutta di donne peccatrici: il vento solleva ogni tratto quegli aerei lor corpi all’altezza di un cubito, e subito li lascia ricader sulle selle irte di chiodi roventi. Alla cavalcata s’accoda una schiera di ecclesiastici d’ogni condizione, e a questa tien dietro un esercito di cavalieri, vestiti di tutte le armi, cavalcanti corsieri grandissimi, e spieganti all’aria negri vessilli. Il prete ha con uno di quei cavalieri un colloquio che qui non importa riferire: il cronista Orderico afferma d’avere udito dalla stessa bocca di lui l’intero racconto.

Nell’Apocalissi detta di san Giovanni si legge che lo strazio dei dannati durerà nei secoli, e non avrà lenimento nè di giorno, nè di notte, e gli scrittori ecclesiastici sono unanimi in affermare che Dio abbandona affatto i dannati e si scorda di loro. San Bernardo dice esplicitamente, in uno de’ suoi sermoni, che in inferno non è luogo a indulgenza, come non è possibilità di penitenza. È questa la opinione fermata dalla rigida teologia dogmatica; ma ad essa un’altra opinione contrasta, suggerita da una teologia più tollerante e più umana, da una teologia che ignora le sottigliezze della dialettica, e vien dal cuore per andare al cuore; e seconda quest’altra opinione la infinita misericordia di Dio non si ferma dinanzi alle porte dell’inferno, ma, come un raggio di luce benefica, penetra nell’abisso, e consola di alcun blandimento e di alcuna requie le torture inenarrabili dei dannati.

Il poeta cristiano Aurelio Prudenzio (c. 348-408?) parla, in un suo inno, di riposo conceduto alle anime dannate, la notte della risurrezione di Cristo. In un’apocrifa apocalissi di san Paolo, composta verso la fine del quarto seoolo da un qualche monaco greco, si racconta una discesa dell’apostolo delle genti nel regno dell’eterna perdizione. Guidato dall’arcangelo Michele, l’apostolo ha già tutto percorso il doloroso regno, ha veduto i varii ordini di peccatori e gli aspri castighi a cui li assoggetta la divina giustizia, ha versato a quella vista lacrime di pietà e di dolore. Egli sta per togliersi all’orror delle tenebre, quando i dannati gridano ad una voce: “O Michele, o Paolo, movetevi a compassione di noi; pregate per noi il Redentore!” L’arcangelo dice loro: “Piangete tutti, ed io piangerò con voi, e con me piangeranno Paolo e i cori degli angeli: chi sa che Dio non v’usi misericordia.” E i dannati gridano: “Miserere di noi, figliuolo di David!” ed egli scende dal cielo Cristo incoronato, e rinfaccia ai reprobi la malvagità loro, e ricorda il sangue inutilmente per essi versato. Ma Michele, e Paolo, e migliaja di migliaja di angeli, s’inginocchiano dinanzi al figliuolo di Dio, chiedono misericordia; e Gesù, mosso a pietà, concede alle anime tutte che sono in inferno tanta grazia che abbiano requie, e sieno senza tormento alcuno, dall’ora nona del sabato all’ora prima del lunedì.

Questa, che è forse la più bella tra quante leggende divote nacquero dalla fantasia cristiana, ebbe più tardi, volta di greco in latino, e di latino in varii volgari d’Europa, grande divulgazione e celebrità, e gli è più che probabile che Dante l’abbia conosciuta e n’abbia fatto ricordo nel suo poema divino; ma il pensiero che la informa non le è così proprio che anche in più altre leggende del medio evo non si ritrovi. San Pier Damiano racconta sulla fede dell’arcivescovo Umberto: Presso a Pozzuoli sorge, fra acque fetide e negre, un promontorio sassoso e ronchioso. Da quell’acque pestifere sogliono levarsi, a tempi determinati, uccelli spaventosi, i quali si lasciano vedere dal vespro del sabato sino al mattino del lunedì. Durante questo tempo volano come emancipati, di qua e di là intorno al monte, spandono l’ale, si ravviano col becco le piume, e pajono godere di alcun refrigerio e di alcun riposo loro conceduto. Nessuno mai li vide cibarsi, nè v’è cacciatore che possa, per qualunque ingegno v’adoperi, insignorirsene. Come appar l’alba del lunedì, ecco sopraggiunge un corvo, di grandezza simile a un avvoltojo, e comincia con un gracchiar grave a sollecitar quegli uccelli, e a cacciarseli innanzi. Essi, gli uni dopo gli altri, s’immergono tutti nello stagno, e più non si lasciano vedere sino al sabato seguente; onde da alcuni si crede sieno anime di dannati, alle quali, ad onore della risurrezione di Cristo, è largita la grazia di poter riposare la domenica e le due notti ancora che fra sè la comprendono.

 

Ma con o senza temporanea mitigazione e temporaneo riposo, le pene infernali duravano per l’eternità. La dottrina propugnata nel terzo secolo da Origene, uno dei più grandi spiriti per certo ch’abbia prodotto l’antichità cristiana, la dottrina cioè della salvazione finale di tutte le creature, e del ritorno a Dio di tutto quanto venne da Dio, pure insegnata, nel secolo successivo, da Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, era caduta sotto la riprovazione dei più gelosi custodi della verità dogmatica, sotto l’anatema dei concilii, e aveva in tutto ceduto il luogo alla dottrina della dannazione eterna ed irrevocabile. La spaventosa minaccia era perciò perpetuamente presente agli spiriti, e di ogni mezzo si usava perchè fosse rincalzata a dovere e impressa con più forza, più addentro. Le arti a gara ajutavan la fede; e Giotto nell’Arena di Padova, l’Orcagna sopra una parete di Santa Maria Novella in Firenze, un pittore non accertato nel Campo Santo di Pisa, in luogo consacrato all’eterno riposo, altri altrove, ritraevano con pennelli di fiamma i terrori e gli orrori dell’abisso infernale. Nei Misteri drammatici si vedeva comparir sulla Scena la bocca voraginosa del simbolico drago, trangugiatore di anime. Dante descriveva alle universe genti il regno delle tenebre, sulla cui orribile porta scolpiva:

Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.

Dal pulpito il frate, levando con l’una mano il crocifisso a testimonio delle sue parole, noverava, una per una, le torture dei maledetti caduti in signoria di Satana, e quand’egli aveva finito, l’organo cominciava a muggire, e sotto le volte profonde, nel crepuscolo delle marmoree navate, risonava un terribil canto, e narrava gli orrori della spaventosa voragine,

Ubi tenebra condensæ,

Voces dirae et immensæ,

Et scintilla sunt succensæ

Flantes in fabrilibus.

Locus ingens et umbrosus,

Fætor ardens et fumosus,

Rumorque tumultuosus,

Et abyssus sitiens.

Capitolo XII.

Le disfatte del diavolo.

 

Satana aveva, come s’è veduto, numerosi fautori; ma aveva anche numerosi avversarii: quelli in inferno e sulla terra, questi sulla terra e nel cielo. Fautori suoi erano tutti gli altri demonii, e tutti gli uomini malvagi, specialmente gli eretici e gli stregoni; avversarii, tutti gli uomini buoni, e in più particolar modo i santi, vivi e morti, e gli ecclesiastici, in grazia, se non di loro virtù, di loro ministerio; poi i varii ordini degli angeli, la Vergine Maria, Dio Signore. Dio, come nel tempo della prima ribellione, poca parte prendeva alla lotta, aspettando la pienezza dei tempi e il termine fatale segnato alla diabolica tracotanza: contro l’indegno nemico egli lasciava combattere la madre sua, i suoi santi, tutte le celesti milizie, e gli uomini cui non veniva meno la sua grazia e l’ajuto di Santa Chiesa. Ed era battaglia cotidiana, perpetuamente rinnovata, giacché, vinto appena, Satana risorgeva, e cacciato da una parte, ricompariva da un’altra. Qualche volta ancora Satana diventava, di vinto, vincitore.

Vediamo prima quali vittorie riportassero sul grande avversario gli uomini d’ossa e di polpe, e vedrem poi quali vittorie riportassero su di lui gli abitatori del cielo.

Il cristiano, che per la salvezza dell’anima propria pugnava contro Satana, non mancava di armi, acconce di offesa e di difesa, quali si richiedevano a così terribil combattimento; ed erano armi parte spirituali, parte materiali. Egli aveva anzi tutto il sussidio della divina grazia, senza di cui non era speranza di salute; poi aveva la fede e la virtù, dietro a cui si riparava come dietro alle mura di una rocca ben munita e forte. Le pratiche religiose cui egli diligentemente attendeva, la preghiera, la frequentazione dei sacramenti, i digiuni, le prolungate vigilie, erano come tante fazioni di guerra, atte a tener lontano il nemico, o a fargli perdere novamente terreno, se mai si fosse già troppo inoltrato. Arme formidabile, sempre pronta al bisogno, e di facile uso, era il segno della croce, non meno buona per l’offesa che per la difesa. Innumerevoli diavoli ebbero a confessare di propria bocca che non era loro possibile resistere alla virtù del sacratissimo segno, il quale li empieva di confusione e di sgomento. Col segno della croce, non solamente si cacciavano i demonii, ma si estinguevano incendii, si sedavan procelle, si guarivano infermi, si ammansavano animali inferociti, e molte altre cose difficili si facevano. Grande efficacia pure avevano i nomi di Dio Padre, di Gesù, della Vergine Maria, invocati con fervore di fede, e gettati come una sfida in volto ai dannati. Poi veniva l’acqua benedetta, più cocente alle cervici e alle terga scellerate che non la pece bollente e il piombo fuso delle caldaje infernali. Le campane, che empievano l’aria di lor voce squillante, invitando i fedeli alle cerimonie del culto, alla meditazione, alla preghiera, annunziando le feste piene di grazia, mettevano in rotta i demonii tutto all’intorno, dissipavano le procelle da questi suscitate assai volte, e producevano, altri mirabili effetti; onde l’inno della campana:

Laudo Deum verum,

Plebem voco,

Congrego clerum.

Defunctos ploro,

Pestem fugo,

Festa decoro.

Funera plango,

Fulgura frango

Sabbata pango.

Excito lentos,

Dissipo ventos,

Paco cruentos ;

e in fine, talvolta, il terribile verso:

Est mea cunctorum terror vox dæmoniorum.

Le reliquie dei santi ghe avevano trionfato di tutti gli assalti e di tutte le insidie di Satana, ajutavano altri infiniti a conseguire consimili trionfi, e lo stesso dicasi di certi brevi benedetti, da portare appesi al collo, o cuciti nei panni, e di certi amuleti. Nè mancavano cose puramente naturali, le quali erano contrarie e nocive ai diavoli; tali alcune gemme, come il crisolito e l’agata, che li volgevano in fuga, e lo zaffiro, che riconciliava con Dio; tali certe piante, come l’aglio e la ruta, e un’erba detta dai francesi permanable, che aveva virtù d’incantare i demonii. Il sale era una delle cose di cui questi si mostravano più paurosi. Il gallo era, come già s’è notato, un loro grande avversario, e con la mattutina sua strombettata, foriera del giorno, li forzava (ma non tutti) a nascondersi. Finalmente, in certi casi, il cristiano poteva anche usare felicemente, come vedremo, delle sue braccia e di un buon bastone. Chi poi era caduto in signoria del nemico poteva, con penitenze più o meno aspre e lunghe, riscattarsi e mettersi sotto i piedi il tristo padrone.

Tuttavia è da dire che quelle armi e quei ripari non sempre giovavano, come per chiari esempii si può vedere nelle vite di molti santi non pur dei minori e dei mezzani, ma degli eccellentissimi. Accadde assai volte, qual che ne fosse la cagione, che i diavoli sfacciati e protervi, ripeterono parola per parola, con ischerno, le sante orazioni con cui altri s’ingegnava di tenerli in rispetto, e i salmi stessi del libro sacro; che ghignarono atrocemente alla vista di quella croce a cui di solito volgevano, fuggendo, le spalle; che trescarono tripudiando sotto l’aspersorio, e che tanto più gli assalti loro diventarono rabbiosi e frequenti, quanto maggiori furono le difese.

I santi erano, tra gli uomini, i più terribili avversarii di Satana, quelli che combattevano senza riposo contro di lui, sia per difendere sè medesimi, sia per difendere gli altri, e porre argine al suo mal fare. Molte insidie e infinite noje essi dovevano soffrire da lui; ma spesso se ne ricattavano con usura, e quanto più aspra e lunga era stata la battaglia, tanto più glorioso e pieno era il trionfo. Si potrebbe riempire un libro con la storia autentica degli sfregi, delle strane burle e delle sante correzioni che Satana e gli spiriti suoi ebbero da buoni servi di Dio, così dell’uno come dell’altro sesso, da anacoreti con tanto di barba bianca, e da pie vergini uscite appena di fanciullezza.

Sant’Antonio primo eremita, che aveva pazientemente sopportato dai diavoli mille dispetti, e persino fierissime battiture, un giorno, per far intendere ad uno di quei suoi nemici quanto poco conto facesse di lui e delle sue capestrerie, gli sputò nel viso, e quegli, tutto smarrito, se la svignò. Ora è da dire che lo sputo dei santi poteva avere qualità che non ha lo sputo degli uomini ordinarii: tanto è vero, che il vescovo Donato, ai tempi di Arcadio e di Onorio, uccise uno smisurato e spaventoso drago con solo sputargli in bocca.

Abbiam veduto quanta virtù fosse nel segno della croce. Con un segno di croce san Sulpizio e san Frodoberto, essendo ancora fanciulli, cacciavano via il diavolo che voleva impedir loro di recarsi alla scuola. Usando di quella medesima arme, altri uomini santi ottennero effetti anche più meravigliosi. Narra Pietro il Venerabile che essendosi un diavolo introdotto nell’abbazia di Cluny, col proposito di tentarvi non so che monaco, il priore, che era uomo di grande avvedutezza e di non minor santità, con un segno di croce, senz’altro apparecchio lo cacciò nelle latrine.

Nessuno si meravigli se san Sulpizio e san Frodoberto si schermivano così bene dal diavolo, anzi lo volgevano in fuga, essendo ancora fanciulli. Come molte volte era precoce la santità, così erano precoci certe facoltà e potestà conferite per essa. San Pacomio abate fu, sino dagli anni più teneri, un grandissimo ed implacabile avversario del diavolo; san Vittore d’Archiaco incuteva terrore ai demonii essendo ancora nel ventre di sua madre. Nè questo è maggior miracolo di quello che operavano le immagini di sant’Ignazio Lojola di fausta memoria, le quali, così dipinte o scolpite com’erano, facevano levar le calcagna ai più petulanti e temerarii fra gli spiriti maledetti.

Molti santi legarono il diavolo, quali con catene, quali con un semplice filo. San Silvestro papa, quel medesimo che, secondo le più autentiche storie, guarì l’imperator Costantino dalla lebbra, e n’ebbe in premio Roma e tutto l’impero d’Occidente, san Silvestro acchiappò in una profonda caverna un diavolo, che aveva presa la forma di un drago, lo legò con un filo, e gli suggellò con un segno di croce la bocca. In lbernia, il santo abate Munna lo legò con una catena infocata. Altri santi non vollero prendersi cotal briga, o non ci pensarono, e adoperarono in altro modo.

Sant’Apollonio, abate in Tebaide, colse un giorno il demonio della superbia sotto le sembianze di un piccolo etiope e lo seppellì nell’arena. San Contesto, venutogli a tiro una volta non so che demonio, il quale sotto forma di gigante lo sollecitava a lussuria, gli gettò attorno al collo la propria stola, e lo menò in giro, come un cane, per tutta la città. Sant’ Illidio ne forzò uno a trasportare due colonne da Treviri nell’Alvernia; san Procopio di Praga forzava parecchi a menar l’aratro sui sassi. Il beato Notchero Balbulo, entrato una notte in chiesa, vi trovò il diavolo sotto forma di cane: gli ordinò di aspettarlo, e tolto un buon bastone, ch’era stato già di san Colombano, glielo ruppe addosso. San Dunstano, abate di Glastonbury, lo trattò anche peggio. Il degno uomo stava un giorno lavorando nella sua fucina da fabbro ferrajo, com’era solito fare nell’ore disoccupate, quand’ecco gli si presenta il diavolo tentatore in figura di bella e giovane donna. Il santo finge di non riconoscerlo, e s’intrattiene famigliarmente con lui, aspettando che un par di tanaglie, messe sui carboni, sieno arroventate a dovere. Vedutele com’ei le vuole, colto il momento opportuno, le afferra, le brandisce, e con mirabile destrezza attanaglia il naso del malcapitato, traendo e dimenando con tanto furore, che quegli per l’angoscia, s’avvolge come una trottola, mugghia come un bufalo, e, appena può, sguizza via come una saetta. San Domenico fu alquanto più umano. Stando una notte il santo a studiare, eccoti il diavolo venirgli intorno e dargli briga. Il santo non si turba nè si spazienta; ma presa la candela al cui lume leggeva, la pone in mano al demonio, ordinandogli di tenerla ben ferma, poi come se nulla fosse, si rimette a leggere. Il diavolo è forzato d’obbedire; la candela arde, si consuma, ed egli si brucia tutte le dita. Questo stesso giuoco si dice gli abbiano fatto anche sant’Antonio e san Bernardo. In un caso presso a poco simile, Lutero si contentò di gettargli in capo il calamajo; ma Lutero non era un santo; anzi era, dicono, suo figliuolo. I santi non avevano da usar riguardi. San Bernardo di Chiaravalle viaggiava una volta con un carro. Viene il diavolo e gli fracassa una ruota. Tanto peggio per lui: il santo gli ordina di trasformarsi in ruota, e di far l’officio di quella fracassata.

Spesse volte i diavoli, quando hanno da fare coi santi, si lasciano cogliere nei lor proprii tranelli. Certo giorno, uno di essi fa venire una grandissima sete a san Lupo che appunto stava in orazione. Il santo si fa recare un bel vaso d’acqua fresca, e il diavolo subito ci si caccia dentro, con la fondata speranza di potergli così entrare in corpo; ma quegli, placidamente, pone sul vaso il guanciale del letto, e tien prigione il presuntuoso sino alla mattina seguente. Altri santi fecero ai loro nemici questo brutto scherzo di chiuderli, e per più lungo tempo. San Conone Isaurico chiudeva i diavoli in vasi suggellati, e li poneva nelle fondamenta della sua casa. Maestro di tutti costoro era stato Salomone, del quale si narrava che avesse rinchiuso in un vaso di rame non so quante legioni di diavoli, e sprofondato poi il vaso in una palude presso Babilonia. I diavoli vi sarebbero ancora, se gl’ingordi babilonesi non avessero ripescato e aperto in mal punto il vaso, credendo che il più savio dei re ci avesse nascosto un tesoro. E che dovrei dire di san Chiuppillo, un santo che non si trova registrato nel calendario, ma che i napoletani conoscono assai bene, e ricordano spesso? Nessun altro santo s’avvisò, ch’io sappia, di fare all’arrogante diavolo tentatore lo scherzo che san Chiuppillo gli fece, e di dirgli le assennate parole ch’egli per ammonimento gli disse. Se io ne taccio, gli è per non divulgar troppo la vergogna del maledetto.

Le sante non si mostrarono da meno dei santi nel dare al diavolo quel che si meritava. Un pajo d’esempii può bastare a provarlo. Santa Giuliana non aveva voluto accettar per isposo Eulogio, prefetto di Nicomedia, perchè adoratore degl’idoli. Il prefetto, avendola invano pregata e ammonita, perduta la pazienza, la fece prima battere con le verghe, poi ordinò che fosse appesa pei capelli, e che le si versasse in capo piombo liquefatto. Non potendole nuocere in modo alcuno, la fece caricar di catene e gettare in un carcere. Nel carcere appare alla vergine il diavolo, in figura di angelo, che le dice: “O Giuliana, io sono l’angelo di Dio, il quale a te mi manda perchè tu ti risolva di adorare gl’idoli, e non voglia morire di così mala morte. Ma Giuliana volge una fervida preghiera al cielo, e lo stesso demonio è costretto a scoprirsi. Allora la valorosa fanciulla, per insegnargli a non più tentare le sante vergini, gli lega le mani dietro la schiena, lo getta a terra, e senza punto commuoversi alle sue grida, con quella stessa catena che avvinceva lei, lo flagella ben bene. Il prefetto ordina che Giuliana sia tratta di carcere e sottoposta a nuovi tormenti: ella esce, tirandosi dietro il suo nemico. Questi si duole e si raccomanda: “O Giuliana, non mi rendere a questo modo ridicolo, perchè io non potrò più tentar cosa alcuna contro nessuno. Si dice pure che i cristiani sono misericordiosi; perchè non hai tu misericordia di me? Ma Giuliana non gli bada, lo mena in trionfo per tutto il foro, e lo getta da ultimo in una latrina. Quel forsennato del prefetto ha veduto ogni cosa e non se ne dà per inteso. Ordina che la fanciulla sia lacerata sulla ruota; ma un angelo spezza la ruota e la fanciulla torna più sana di prima. Infiniti spettatori di tanto miracolo si convertono alla fede di Cristo, e lì per lì sono decapitati cinquecento maschi e centotrenta femmine. Il prefetto fa immergere Giuliana in una caldaja piena di piombo fuso. Tornata vana anche questa prova, comanda che sia senz’altro decollata. In quel punto ricomparisce il demonio in figura di giovane, e aizza i carnefici, ricordando le offese fatte agli dei e a lui; ma Giuliana con solo aprire alquanto gli occhi lo volge in fuga. Da ultimo ella consegue la palma del martirio. Un’altra Giuliana, priora di Monte Cornelio, quando il demonio le dava troppa noja, se lo cacciava sotto ai piedi, e lo pigiava come si fa dell’uva nel tino.

Più poetico, se non più mirabile, è il caso di una santa Gertrude, non so quale delle parecchie ch’ebbero tal nome.

Qui il diavolo non è picchiato, nè legato; ma ciò ch’ei fa prova quanto potesse sopra di lui la santa. Un cavaliere s’era perdutamente innamorato della bellissima vergine, la quale, aliena da ogni amore mondano, non d’altre nozze bramosa che di quelle eterne con lo sposo celeste, s’era chiusa in un chiostro, e viveva di contemplazione e di preghiera. Non potendo altro fare, il gentil cavaliere dona tutto il suo all’ordine cui s’era ascritta Gertrude, e in ispazio di tre anni si riduce in povertà. Doglioso, non di questo, ma di non potere più oltre spendere a onore della sua dolce amica, egli va errando per la campagna, e una notte s’imbatte nel diavolo, che gli promette di farlo assai più ricco di prima, quand’egli, passati sette anni, s’impegni di dargli l’anima. Accetta l’innamorato,, scrive col proprio sangue la obbligazione, e, divenuto più ricco di prima, spende e spande a onor della sua dama. Gli anni passano intanto, giunge il termine stabilito. Il cavaliere va ad accommiatarsi dalla fanciulla e le lascia intendere qual sorte l’aspetti; poi, bevuto un bicchier di vino che quella gli porge, monta a cavallo, e da uomo leale, a mezzanotte, si reca al luogo dove il terribile creditore gli diede la posta. Ma il demonio, al vederlo, è preso da gran turbamento, e restituisce, senza nulla chiedere, la scrittura: egli aveva scorta, seduta in groppa, dietro al cavaliere, la vergine Gertrude, venuta a soccorrere il suo innamorato.

Più d’una volta la naturale inimicizia che era tra diavoli e santi produsse vere sfide e veri duelli e lotte a corpo a corpo. San Vulstano se ne stava un giorno in chiesa, a pregare dinanzi all’altare. Capita quel mal consigliato del diavolone lo invita a lottare insieme. Il santo accetta, lo avvinghia, lo butta in terra e lo concia pel dì delle feste. Sant’Andrea di Scizia ebbe una volta una curiosa visione. Gli pareva d’essere in un circo, e che da una parte fosse una moltitudine di etiopi, cioè di diavoli, dall’altra una moltitudine d’uomini in vesti candide, cioè di cristiani. Gli etiopi discorrevano fra loro di corsa e di lotta, e sembravano pendere dal cenno di uno smisurato moro, che tutti gli avanzava in forza e statura. Dubitavano i candidi chi potesse affrontarsi con costui. Andrea lo affronta e lo vince. I candidi fanno risonare il circo di applausi, e un angelo reca in premio al vincitore tre corone. Parecchi narrano la storia di un lombardo, uomo devoto, e fornito di buone braccia, il quale desiderava ardentemente di potersi misurare col diavolo, e pregava Dio gliene facesse la grazia. Un giorno, trovandosi egli in Ispagna, ai tempi di san Vincenzo Ferrer, gli capita innanzi, in un campo, una povera vecchia, incartapecorita e sgangherata: egli crede sia il diavolo, e senza domandar altro, le salta addosso e la finisce di busse.

Chi volesse dire tutto il bene che i santi fecero, nientr’erano ancora in questo basso mondo impedendo ai diavoli di far male, avrebbe da dire per un pezzo. Infinite volte essi li forzarono a dire ciò che più quelli avrebbero voluto tacere, a confessare ogni loro secreto e ogni loro proposito, le birbonate commesse e quelle da commettere. Molti santi riconoscevano il nemico sotto qualsiasi forma gli piacesse nascondersi; altri lo sentivano all’odore come il bracco la preda. Da tutto ciò grandissimo giovamento doveva venire alla buona causa, e s’intende assai bene come possa esser vero ciò che i biografi più avveduti affermano, cioè che in pieno secolo XV il solo che impedisse ai diavoli di mandare a soqquadro e in rovina questa sciagurata Italia fosse san Francesco da Paola.

L’uomo, anche non santo, poteva, usando armi acconce, vincere il diavolo quando questi assaliva di fuori; ma se il diavolo, simile ad un nemico che per occulte vie penetri in una fortezza, gli era entrato in corpo, il vincerlo diveniva assai più malagevole, e di solito, per forzarlo a sgombrare, era necessario, come abbiam veduto, l’altrui soccorso. Tommaso Cantipratense ricorda, gli è vero, il caso di un chierico indemoniato, il quale si liberò da sè, bruciando un eretico; ma queste erano, eccezioni. Anche ammessa l’efficacia del rimedio, non sempre l’indemoniato aveva sotto mano un eretico da bruciare; e poi gli eretici li bruciavano gl’inquisitori, gelosissimi delle prerogative del loro mestiere. Di regola l’indemoniato era un uomo posto fuori di combattimento, e la battaglia si combatteva, non tra il demonio e lui, ma tra il demonio e un campione più o meno agguerrito, il quale, per di fuori, usava, con varia fortuna, varie arti di guerra. A rigor di termine l’indemoniato era un castello, entro a cui il diavolo, o i diavoli, si riparavano dagli assalitori, e spesso vittoriosamente li respingevano.

Molti erano i modi usati a cacciare i demonii, e la loro efficacia dipendeva, in parte, dalla qualità lor propria, in parte dalla qualità di coloro che li adoperavano. Gran differenza era, per questo rispetto, dall’umile esorcista, il quale non aveva altro che il suo carattere ecclesiastico, al santo miracoloso, uso ad appender la cappa a un raggio di sole, o a mutar l’acqua in vino. Dove quegli non vinceva se non dopo lunghe e faticose pratiche, correndo talvolta il pericolo d’essere invaso da quello stesso demonio onde liberava altrui, il santo vinceva con una parola, un gesto, uno sguardo. L’esorcismo era una operazione lunga e intricata, o semplicissima e breve, secondo i casi. Poteva richiedere preghiere insistenti, formule rituali, digiuni e altre macerazioni, candele accese, suffumigi, ecc.; ma poteva anche far di meno di tutte queste cose.

Bisogna poi dire che non tutti i diavoli erano di una natura o di un umore; e come ce n’eran di quelli che voltavan le spalle alle prime avvisaglie, anzi al primo rumore di guerra, così ce n’erano altri, i quali facevano difesa disperata, e che bisognava cavar di corpo agl’indemoniati come si trae il chiodo dall’asse, con le tenaglie, molti indemoniati rimasero liberi con solo toccare le reliquie di un santo famoso, o bevendo un po’ d’acqua in cui era stato infuso un pizzico di polvere grattata via dal sepolcro di un santo famoso; parecchi furono guariti, o vogliam dire riscattati, con l’acqua che aveva servito a lavare i santissimi zoccoli di sant’Elia Speleota. Esorcizzati da santi, i diavoli solevano dare qualche segno sensibile di loro confusione e di loro sgomento. Un diavolo esorcizzato da sant’Apro, uscì dal primo uscio che gli venne innanzi, rumorosamente, e, dice il fedele biografo, con grande flusso di ventre. Degna fuga di così laido nemico.

Erasmo da Rotterdam, in quello de’ suoi Colloquii che s’intitola Exorcismus sive Spectrum, si burla allegramente di tutte le formole, di tutti i riti e di tutti gli anfanamene degli esorcisti; ma si sa che la sua ortodossia non fu troppo sicura, e i suoi scherni non tolsero a un cappuccino mantovano di comporre, verso la fine del secolo XVI, un libro latino, il cui titolo, recato in italiano, suona così: Flagello dei demonii, contenente esorcismi terribili, potentissimi ed efficaci, e provatissimi rimedii, atti a espellere di corpo agl’indemoniati i maligni spiriti e ogni sorta di malefica, con le sue benedizioni e tutte l’altre cose che a detta espulsione si richieggono. Non dimentichiamo che tra i rimedii provatissimi era anche il bastone, e che più di un energumeno, bastonato ben bene da qualche santo nerboruto, fu veduto raumiliarsi come per miracolo, e guarire senza bisogno d’altro esorcismo.

 

Capitolo XIII.

Seguitano le disfatte del diavolo.

 

Dalle vittorie che riportavano sul diavolo gli uomini vivi, passiamo a veder le vittorie che su di lui riportavano gli uomini morti fatti cittadini del cielo, e gli altri spiriti celesti, voglio dire i santi, gli angeli d’ogni grado, la Vergine Maria. I santi, gli angeli, la Vergine, erano sempre pronti ad accorrere in ajuto di chi, con salda fede e mente pura, li invocava nella perpetua battaglia contro il nemico. Qualche volta, se aveva il diritto dalla sua, il diavolo la vinceva contro gli avversarii celesti; ma il più delle volte, anche avendo dalla sua il diritto, la perdeva. Se ci entrava di mezzo la Vergine perdeva sempre, e rimaneva col danno e con le beffe.

I santi, guadagnatosi il cielo, non dimenticavano la terra, anzi volentieri assai seguitavano a ingerirsi nelle cose di quaggiù, dove erano chiese innalzate in loro onore, ordini monastici istituiti da loro, intere città e regni che si gloriavano d’averli patroni e protettori. A tutti i fedeli in genere, ma in più particolar modo ai loro devoti, essi erano larghi di ajuto, specie se si trattava di combattere il diavolo, e quando il bisogno lo richiedeva, non esitavan punto a scendere di cielo in terra, e a vestir novamente, in apparenza almeno, il peso della carne. Molti esempii se ne potrebbero recare; quello che segue è uno dei più illustri.

C’era una volta un vescovo, il quale aveva una speciale venerazione per sant’Andrea apostolo, e sempre lo invocava, e qualunque cosa si accingesse a fare, sempre cominciava con queste parole: “A onor di Dio e di sant’Andrea.” Invidioso e fastidito di tanta santità, il diavolo mette mano alle insidie. Prende l’aspetto di una fanciulla bellissima, va a trovare il vescovo, e gli racconta una sua favola molto artificiosa: com’ella sia figliuola di un re; come il padre la volesse dare in moglie ad un principe possente; come, volendo serbare la sua verginità allo sposo celeste, ella sia fuggita dal suo paese ove non potrebbe tornare senza gravissimo pericolo. Udite queste cose, il buon vescovo, pieno d’ammirazione, la loda, la incoraggia, le offre protezione ed asilo, la invita a desinare. A tavola non sono soli; ma il vescovo, come più guarda la fanciulla, più la trova bella; come più l’ode parlare, più la giudica sensata ed eloquente, tanto che se ne innamora, e già aspetta con impazienza tempo e luogo opportuno da poterle scoprire la sua passione. A un tratto, s’ode giù gran rumore, alla porta. È un pellegrino, a tutti sconosciuto, il quale picchia a colpi replicati, e a gran voce chiede d’entrare. Il vescovo interroga la fanciulla: vuol ella che il pellegrino sia introdotto? E quella: “S’introduca; ma a patto che, dando giusta risposta a tre domande difficili, si mostri degno di sedere con voi a mensa.” Per desiderio del vescovo e dei convitati le domande sono da lei proposte, e il nunzio le reca successivamente al pellegrino, e torna con le risposte. La prima domanda è: Delle piccole cose fatte da Dio qual è la più mirabile? Il pellegrino risponde: “La faccia dell’uomo”, adducendo ragioni, che pajono a tutti giustissime. Alla seconda domanda, in qual luogo la terra sia più alta del cielo, il pellegrino risponde: “Nell’empireo, ove è il corpo di Cristo, fatto di terra, come quello degli uomini.” Alla tarza domanda, che distanza sia dal cielo alla terra, il pellegrino risponde: “Chi m’interroga ha a saperlo meglio di me, perchè egli è il diavolo che tutta la percorse, quando fu precipitato giù dal paradiso.” A tale risposta inaspettata il diavolo sfuma. Il pellegrino è sparito ancor esso; ma al vescovo, che piange e confessa il suo peccato, si dà a conoscere in sogno: egli è sant’Andrea.

Gli angeli fedeli, che in antico avevano vinto e cacciato i ribelli, seguitavano a combattere contro di loro; alla fine dei tempi l’arcangelo Michele, di cui si custodivano gelosamente, nella città di Tours, la spada e lo scudo adoperati nel primo combattimento, vincerà Satana di bel nuovo e per sempre. La credenza che ciascun uomo abbia un suo proprio angelo custode è assai antica, giacché si trova già nel secondo secolo dopo Cristo; anzi da molti si crede, che ciascun uomo vada accompagnato nella vita da un angelo a destra, da un demonio a sinistra. La natural nimistà ch’è tra i celesti e gl’infernali è qui fatta più acre dalla comunità dell’oggetto su cui le contrarie potenze si esercitano, l’anima dell’uomo. L’angelo si sforza di tirar l’anima in cielo, il demonio si sforza di tirarla in inferno. Strano a pensare e doloroso a dire, l’anima razionale, provvedutaci libero arbitrio, ajuta nella maggior parte dei casi chi la vuol perdere contro chi la vuol salvare: in questa battaglia, se non nelle altre, vince assai più volte il demonio che l’angelo.

Ma nulla vince il demonio, anzi perde ogni suo guadagno ed ogni suo potere, e rimane miseramente sconfitto e scornato, quando, bella ed insuperabile avversaria, gli si leva contro la purissima donna che ha intorno al capo una corona di stelle, e schiaccia sotto ai piedi il serpe velenoso, l’avvocata di tutti i peccatori, la consolatrice di tutti gli afflitti, la madre di Gesù redentore, la dolcissima Vergine Maria. Ella è la regina del cielo e la dominatrice dell’inferno. Satana trema dinanzi a lei, trema e si nasconde solo che oda pronunziare il suo nome soavissimo. Ella è la salute, non pur degl’infermi, ma dell’intero genere umano, perchè, da una parte, non lascia fare a Satana la centesima parte del male ch’ei vorrebbe e potrebbe fare; da un’altra placa l’ira di Dio, e ottiene che non si rovesci, come giustizia vorrebbe, sui peccatori. San Damiano, rapito in estasi, la vide che con le sue preghiere tratteneva Cristo da distruggere il mondo pieno d’ogni scelleraggine e d’ogni bruttura. I fedeli costantemente la invocano, a lei confessano colpe e bisogni, in lei pongono ogni speranza: la salutazione angelica sale perpetuamente da questa valle di miserie al suo trono; le lunghe litanie formano come tanti invisibili lacci d’amore per cui le anime si sospendono a lei. Il suo potere è illimitato, e pari al potere è in lei la misericordia. Ella nulla sdegna e nulla tralascia di quanto può giovare a chi le si raccomanda, sia pure il più malvagio e indurito peccatore di queste mondo. Ella scende in terra, parla nelle immagini, si mostra in persona, ammonisce i vacillanti nella fede, dà da mangiare agli affamati, guarisce gl’infermi, salva i pericolanti, conforta i moribondi, affronta il demonio ogni qual volta è bisogno. Qui viene opportuno un esempio che Giacomo da Voragine narra presso a poco nel seguente modo.

Un cavaliere di nobile lignaggio e ricchissimo aveva, con indiscreta liberalità, dilapidato ogni suo avere, ed era venuto in tanta povertà, che dove prima soleva largheggiare nelle cose massime, ora persin le minime gli facevan difetto. Avvicinandosi una solennità, nella quale era uso di fare doni e largizioni grandissime, egli, non avendo più che dare, si recò, pieno di confusione e di tristezza, in un luogo deserto, col proposito di starci finché la festa fosse passata. Ei v’era giunto appena, quando gli si fece incontro, seduto sopra un terribil cavallo, un più terribile cavaliere, che gli chiese la ragione della sua tristezza. Uditala, disse: “Quando tu voglia concedermi cosa di picciol momento, avrai da me più ricchezze e più gloria che mai non avesti in passato.” Promette il cavaliere e tosto a lui il principe delle tenebre: “Torna a casa e nel tale luogo troverai tanta quantità d’oro e d’argento, e tanta di pietre preziose: tu in compenso, nel tale giorno, mi condurrai qui tua moglie.” È da sapere che costei era donna pudicissima e in sommo grado devota della Vergine Maria. Tornato a casa, il cavaliere trova ogni cosa come gli era stato detto, e subito compra palazzi, riscatta fondi, procaccia servi, e dona altrui largamente, com’era suo costume. Giunto il dì fissato, dice alla moglie: “Sali a cavallo, perchè bisogna che tu venga con me alquanto lontano.” La donna tremando obbedisce, e raccomandatasi devotamente alla Vergine, cavalca dietro al marito. Cammin facendo passano davanti a una chiesa. La donna scende da cavallo, entra in chiesa, e mentre il marito aspetta di fuori, si raccomanda di nuovo alla sua protettrice e si addormenta. La Vergine allora prende l’aspetto di lei, in modo da sembrar lei medesima, esce di chiesa, monta a cavallo, e col cavaliere prosegue il viaggio. Giunti al luogo stabilito, ecco venir oltre, con grande impeto, il principe dell’abisso, poi fermarsi a un tratto, e fremendo e tremando esclamare: “O il più infedele degli uomini, perchè mi hai tu ingannato a questo modo, e perchè tal premio mi rendi de’ mie’ beneficii? io ti dissi di condurmi tua moglie e tu mi conduci la madre del Signore; io voleva tua moglie e tu mi conduci Maria.” Allora la Vergine: “O spirito maledetto, quale temerità fu la tua che presumesti di poter nuocere a una mia devota? Torna in inferno, e non sia mai più in te tanta tracotanza., Il demonio fugge ululando, e il cavaliere si getta pentito ai piedi della donna del paradiso, che gli ordina di ritorsi la sua fedele compagna, e di sperdere le ricchezze avute dal maledetto. Così egli fece, e non perciò fu povero, perchè nuove e maggiori ricchezze ebbe poi dalla Vergine misericordiosa.

Come la Vergine togliesse al demonio le scritture dei malconsigliati che stringevano patti con lui, abbiam già veduto; ma ella aveva anche altri modi di riscattar le anime cadute, per una o per un’altra ragione, in balia del nemico. In più racconti popolari, di origine certo assai antica, si dice come il diavolo e la Vergine si facessero, l’uno compare, l’altra comare di un fanciullo, quello per condurlo in perdizione, questa per salvarlo. Di solito c’è di mezzo una promessa che il padre fece al demonio, e che favorisce molto la causa di questo; ma da ultimo superato ogni ostacolo, trionfa la Vergine.

Molte volte le potenze celesti vincono Satana con solo mostrarsi, o con ordinargli imperiosamente di cedere il campo e lasciar la preda; molte altre volte non lo vincono se non dopo un contrasto più o meno lungo, il quale varia di qualità e di procedimento, e va dalla semplice discussione, o dal diverbio un po’ vivo, sino all’accapigliatura e al pugilato, o anche alla battaglia ordinata, quando sieno molte le forze impegnate dall’una parte e dall’altra. Non di rado pure il contrasto prende le forme e l’andamento di un vero e proprio piato giudiziale, la vittoria non sempre rimane ai celesti.

Le cause di tali contrasti erano parecchie; ma i più si facevano per decidere della sorte delle anime novellamente sciolte dai corpi: gl’infernali avrebbero voluto trascinarle tutte in inferno, i celesti condurle tutte in paradiso. Cominciava il contrasto intorno al letto dei moribondi. Venivano i diavoli, recando il libro in cui erano scritti tutti i peccati commessi da chi stava per uscir di vita; venivano gli angeli, recando il libro in cui erano scritte tutte le sue buone opere. Quello era, di solito, un libraccione ponderoso e negro, tutto vergato di spaventosi caratteri; questo un libriccino nitido e minuto, scritto di lettere d’oro. Cotai libri, insieme con la giusta bilancia in cui angeli e diavoli pesavano azioni buone e cattive, compaiono assai spesso nei giudizii ove si decide la sorte delle anime.

È abbastanza conosciuta (ed io l’ho già ricordata) una terribile istoria narrata dal venerabile Beda, e ripetuta con qualche leggiera diversità da Jacopo Passavanti nel suo Specchio della vera penitenza. Un cavaliere del re Coenredo, uomo prode e di grande animo, ma vissuto assai malamente, infermò, ed esortato a confessarsi, non volle farlo, tanto che giunse presso a morte. Allora, aspettando la fine sua, egli vide comparire al suo letto due angeli, i quali si posero a leggere un libriccino in cui erano segnate alcune buone opere fatte da lui grandissimo tempo innanzi, mentre era giovine ancora. Di ciò egli si rallegrava e prendeva speranza, quando vide entrare due orribili demonii, che squadernatogli sul viso il volume de’ suoi peccati, dissero agli angeli: “Che fate voi qui? voi non avete nessuna ragione in costui, che è nostro.” E gli angeli, guardatisi l’un l’altro, senza poter nulla rispondere se ne andarono, e i demonii, presi due coltelli affilati, cominciarono a tagliare il reo cavaliere da capo e da piede, tanto che in brev’ora morì e fu dannato.

Ma non sempre il grosso libro dei diavoli la vinceva sul libro piccino degli angeli; e si diè caso che quello non servì a nulla, sebbene gli angeli non avessero da opporgli nemmeno una pagina. Nella Visione di Frate Alberico si narra di un potente malvagio, che prima di morire si pentì, e chiese perdono a Dio. Al suo letto di morte si presentano un angelo e un demonio, questi con un gran volume di peccati, quegli colle mani vuote. Il demonio si crede sicuro del fatto suo; ma l’angelo sparge sul libro le lacrime versate dal pentito e tutto il cancella. Il peccatore ravveduto è salvo.

Spesso i santi vennero in soccorso di anime che i diavoli si forzavano di trarre in inferno; e bisogna dire che, così facendo, obbedivano molto più a un sentimento di speciale benevolenza pei loro devoti, che non ai dettami della stretta giustizia. Gli esempii abbondano. I diavoli se ne portavano entro una barca l’anima del re Dagoberto, quando scesero improvvisamente di cielo, fra tuoni e fulmini, san Dionigi, san Maurizio e san Martino, che senza stare a disputare della ragione e del torto, la tolsero loro di mano e la menarono in paradiso. Morto Carlo Magno, l’anima sua fu condotta al giudizio. Viene un nugolo di demonii che caricano de’ suoi peccati l’un dei piatti della bilancia. Questa trabocca; ma san Giacomo di Compostela e san Dionigi mettono nell’altro piatto tutte le chiese e tutti i monasteri fondati da lui, e subito la bilancia trabocca dall’altra parte, in suo favore. Un monaco, stando in orazione la notte (così racconta Leone Marsicano, morto nel 1115) vede passare con grande rombo e mina una turba di diavoli. Chiamatone uno, gli chiede ove vadano con tanta furia, e avutone in risposta che vanno a torsi l’anima dell’imperatore Enrico III, protesta di non credere che Dio possa darla loro nelle mani, e gl’impone di venirne al ritorno e narrargli tutto l’evento. Passati due giorni, ecco riapparire il malvagio spirito, con volto dimesso, con portamento lugubre, e narrare al monaco la disfatta propria e de’ suoi. Già era durata un pezzo la contesa fra gli angeli ed essi, quando di comune accordo fu deliberato di pesare con una bilancia le buone e le cattive azioni del morto, e decidere così chi dovesse prenderne l’anima. Dato mano all’esperimento, già traboccava la bilancia in favor dei demonii, quand’ecco accorrere tutto anelante quell’abbrustolito di san Lorenzo, e gettar con grand’impeto nel piatto contrario un calice d’oro, che tempo innanzi l’imperatore aveva donato a una basilica di lui. Incontanente la bilancia trabocca da quella parte, e i diavoli debbono, confusi e scornati, rinunziare alla preda e prendere il volo.

Ma non sempre i santi potevano ricorrere a così ponderosi argomenti, e allora, qualche volta, finiva che dovevano cedere a chi aveva più ragione di loro. Quando morì Guido da Montefeltro, resosi frate dopo aver menato una vita scelleratissima, venne san Francesco in persona per raccorne l’anima e recarla in cielo; ma uno de’ neri cherubini (così dice Dante) gli si levò a fronte garrendo:

Nol portar; non mi far torto:

Venir se ne dee giù tra’ miei meschini,

Perchè diede il Consiglio frodolente,

Dal quale in qua stato gli sono a’ crini;

Ch’assolver non si può chi non si pente,

Ne péntere e volere insieme puossi

Per la contradizion che nol consente.

Il consiglio frodolente cui qui s’accenna fu d’aver suggerito al principe de’ nuovi Farisei, cioè a papa Bonifacio VIII, il modo di prendere con inganno la rocca di Palestrina, ch’era dei Colonnesi. San Francesco non seppe che obbiettare alle ragioni del demonio, il quale, acciuffando l’anima trista, le disse sbeffandola:

Forse

Tu non pensavi ch’io loico fossi.

Vedremo qualche altro caso in cui il demonio si addimostra loico, e de’ buoni.

Bastava invece una lacrima di pentimento sincero per far perdere al demonio ogni sua ragione, o almeno per indurre i celesti a non tenere le sue ragioni in conto alcuno. Dice lo stesso Dante che quando il figliuolo di Guido da Montefeltro, testé ricordato, Buonconte, ferito alla battaglia di Campaldino, rese l’anima col nome di Maria sulle labbra, tosto venne l’angelo di Dio, e prese l’anima del pentito; ma il demonio, accorso ancor egli, gridò:

O tu dal ciel, perchè mi privi?

Tu te ne porti di costui l’eterno

Per una lagrimetta che il mi toglie;

Ma io farò dell’altro altro governo.

L’angelo non gli bada e non gli risponde nemmeno. Allora il demonio chiama in suo ajuto i venti, congrega le nubi, suscita una furiosa procella, e fa che le acque dilagate travolgano l’altro, cioè il corpo di Buonconte, per modo che più non se n’ebbe novella.

Noi abbiamo qui, e nell’esempio precedente, il contrasto nella forma sua più semplice e temperata, perchè non si può dire che vi sia propriamente neanche diverbio. In fatti, san Francesco nulla risponde alle buone ragioni del diavolo loico, e nulla risponde l’angelo ai rimproveri del vinto avversario. Ma una tale forma, appunto perchè troppo semplice e temperata, difficilmente avrebbe potuto appagare la fantasia dei mistici e del popolo. Talvolta le parole son molte fra gli avversarii. In una delle Visioni di san Furseo, i demonii disputano assai dottamente, con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le Scritture, e fanno grande sfoggio di dialettica. Sovente alle parole tengono dietro i fatti. San Gregorio Magno narra di un’anima contrastata, che i diavoli tirano per lo gambe verso l’inferno, e gli angeli per le braccia verso il cielo. Per l’anima di Baronto contrastano due demonii e l’arcangelo Raffaele. Disputano un giorno intero, senza venire a nessuna conclusione: finalmente l’arcangelo, perduta la pazienza, taglia corto ai ragionamenti, e tenta di tirar l’anima in cielo; ma invano, perchè l’uno dei demonii l’afferra e la tira dal lato destro, mentre il suo compagno, da tergo, la tambussa di calci. La battaglia dura un pezzo e si fa più aspra, con molta consolazione di quell’anima tapina. Sopraggiungono altri quattro demonii in ajuto dei due, altri due angeli in ajuto dell’arcangelo. Dagli e picchia, finalmente quelli han la peggio e questi trionfano. Alcuna volta furono veduti angeli e diavoli, sotto forma di colombi e di corvi, combattere insieme pel possesso di un’anima.

Ho accennato anche a combattimenti più generali, in cui erano impegnate molte milizie dell’una e dell’altra parte, e che avevano ragioni pure più generali. Una volta, nel deserto, l’abate Isidoro mostrò all’abate Mose, dalla parte di occidente l’esercito dei diavoli, dalla parte di oriente l’esercito degli angeli, quello in procinto di assaltare i santi uomini, questo pronto a difenderli. Un tale, di cui narra la visione san Bonifacio, apostolo della Germania, assistette a una specie di contrasto generale di angeli e di demonii, questi intesi ad accusar le anime e gravare i peccati, quelli intesi ad alleviare e scusare. Non sarà finalmente fuor di luogo avvertire che il più antico esempio conosciuto di contrasto fra angelo e demonio, è nella così detta Epistola cattolica di Giuda, che i critici hanno comunemente ora in conto di apocrifa, ma che si trova già ricordata nel secondo secolo dell’era volgare.

Talvolta, se angeli e santi non riuscivano a tenere a segno i diavoli, e a far lasciar loro la preda, veniva in mezzo la Vergine e subito la contesa finiva. In un esempio recato da san Pier Damiano, i diavoli, dopo avere disputato a lungo con gli angeli, lasciate le parole, ricorrono alla violenza, e si sforzano di trascinare l’anima in inferno. Già è men risolata la difesa degli angeli sopraffatti, quando appare improvvisa fra i combattenti, in un nembo di luce sfolgorante, la Vergine cinta di milizie celesti. Si rinnova la disputa, e la Vergine, riconosciuto non avere i diavoli tutto il torto, ordina all’anima di rientrare nel corpo e di confessare un gravissimo peccato, sempre per vergogna taciuto.

Così i diavoli rimangono frodati del loro diritto. Non senza qualche ragione dunque dice Satana a Maria nel Giobbe del Rapisardi:

Gelosa

Del mio scarso poter sovra i mortali,

Tu mi contendi ogni vittoria; chiudi

L’umane orecchie a’ detti miei; debelli

Le mie schiere, le mie reti dismagli,

Tal che d’ogni conforto e d’ogni preda

Digiuno in mal feconde opre mi scarno,

E meno a Dio che a me stesso rincresco.

I contrasti fra Satana e la Vergine sono assai numerosi, e parecchi tra essi provocati, non dal disputato possesso di un’anima, ma dallo stesso antagonismo incessante che è tra il bene e il male, tra il cielo e l’inferno. Tale, e per più rispetti singolare, è quello che nel XIII secolo compose, in rozzi versi, un frate del terzo ordine degli Umiliati, Bonvesin o Buonvicino da Riva. Satana in esso si mostra assai più loico del diavolo di Dante, e oppone alle invettive della Vergine certi argomenti che danno assai da pensare. Perchè ella, che a tutti i peccatori è tanto pietosa, non ha per lui pietà alcuna? perchè, tra gl’infiniti peccati che si commettono tuttodì nel mondo, solamente il suo, quello per cui egli fu cacciato dal cielo, non può essere espiato? perchè si compiace ella di defraudarlo continuamente d’ogni suo giusto guadagno e di torgli quanto per legittimo diritto gli appartiene? Se ella è madre di Dio, non è a lui che ne va debitrice? perchè senza di lui non vi sarebbe stato peccato, e senza peccato non vi sarebbe stato bisogno di redenzione, e se di redenzione non ci fosse stato bisogno, ella non avrebbe partorito il Redentore. E perchè Dio non creò lui così buono che non potesse peccare? E se di tanta grazia non voleva essergli largo, perchè, antivedendo il suo peccato, lo creò? Se Dio non l’avesse creato, egli non sarebbe demonio, e non brucerebbe per l’eternità, senza speranza, nel fuoco d’inferno. Sembra che Dio gioisca di sua irreparabile miseria. Cristo morì pel peccatore umano, e non già per lui, demonio: a lui nulla toccò del beneficio della redenzione, e lo stesso beneficio del peccato gli è tolto continuamente contro ogni ragione e giustizia. In qualche altro contrasto tiene il luogo della Vergine Cristo in persona.

Notisi che Satana ha un concetto assai chiaro e saldo del proprio diritto; di quel diritto che, mercè il peccato dei primi parenti, egli acquistò sulla umanità tutta intera, e sulla natura; di quel diritto che Padri e Dottori della Chiesa ripetute volte riconobbero in lui, e del quale l’opera della redenzione lo spogliò solamente in parte, non in tutto. Ora, l’affermazione di un tale diritto da parte sua, le continue lesioni recate ad esso dagli avversarii celesti, i dubbii circa la sua vera natura e i suoi limiti, danno luogo a una vera controversia giuridica e a una formal procedura. Ne nasce il così detto Processo di Satana, che diede materia a giureconsulti di professione, e di cui sono varie forme.

L’idea di esso sembra essere molto antica e risalire sino a Marcione, l’eresiarca del secondo secolo. In una delle già citate Visioni di san Furseo, il demonio e l’angelo non potendosi accordare sopra il possesso di un’anima, deliberano di appellarsi a Dio. A forma piena tuttavia il processo non perviene se non per opera del famoso Bartolo da Sassoferrato (1313-1357), di cui si ha in latino, un Trattato della questione ventilata innanzi al Signor Gesù Cristo, fra la Vergine Maria dall’una parte e il diavolo dall’altra. Il demonio accusa il genere umano, Maria lo difende, Cristo è giudice, Giovanni Evangelista notajo e scrivano della curia celeste. Il processo comincia con una regolare citazione, e la prima udienza è fissata, a dispetto di Satana, pel venerdì santo. Satana tenta di ricusare l’avvocata della parte avversaria per due ragioni, la prima perchè madre del giudice, la seconda perchè donna; ma non gli riesce. Invoca allora, in appoggio del suo diritto, la prescrizione, e dall’una parte e dall’altra si cita a gara con grandissimo impegno il Corpus juris. La sentenza, favorevole al genere umano e contraria al suo avversario, reca la data del 6 aprile 1311. Più altri processi consimili si hanno in latino, in italiano, in francese, in tedesco. In essi il querelante è sempre il demonio, l’accusato il genere umano, o la Vergine Maria, la quale talvolta si presenta invece come avvocata, il giudice, di solito, Cristo. Qualche altra volta l’accusato è Cristo medesimo, a cui il demonio rimprovera di avere, contro il diritto, salvato il genere umano e spogliato l’inferno. Nel Processus Lucifere di Jacopo degli Ancarani da Teramo (m. 1410) la causa va di appello in appello, giudicata prima da Salomone, poi da Giuseppe, finalmente da Geremia, Isaia, Aristotile, Augusto imperatore. Lucifero è condannato ai danni ed alle spese. Il processo si fa sempre più complicato e più lungo. Quello composto sul finire del secolo XVI dal poeta drammatico tedesco e dottore in ambe le leggi Jacopo Ayrer, conta, nella edizione del 1680, senza l’indice, 860 pagine in quarto. In tutti il demonio si mostra valentissimo legulejo, ma senza frutto. In un poemetto francese del secolo XIV, l’Advocacie Nostre Dame, egli, dopo avere addotto inutilmente in sua difesa molte e ottime ragioni, vedendo che nulla gli giovano, se ne va esclamando:

Ah! qu’est justice de verme!

Ma per lui non v’è giustizia, come non v’è misericordia. Nemmeno nel proprio suo regno, nemmeno in inferno, egli può tenersi sicuro dalle offese degli avversarii. Cristo vi discese una volta, e ne trasse tutto un popolo di anime: la Vergine, gli angeli, i santi, vi scendono ancora, come abbiam veduto, di tanto in tanto, e vi turbano gli ordini stabiliti sotto la sua signoria, concedono, senza chiedergliene licenza, alleviamento di pena e riposo ai dannati. Anzi fanno assai più: strappano i dannati all’inferno e, dopo ragionevole espiazione, o anche senza di essa, li portano in cielo a godere della beatitudine eterna. Questi casi non sono, se vogliamo, tanto frequenti, ma’ non sono nemmen poi tanto rari. A furia di preghiere san Gregorio Magno liberò dall’inferno l’anima di Trajano imperatore. Sant’Agostino racconta come Dinocrate fu liberato per le preghiere di sua sorella Perpetua. Santa Viborada liberò nello stesso modo un fanciullo, e sant’Odilone, abate di Cluny, rese tale servigio all’anima di Benedetto IX papa, che veramente non lo meritava. Di un certo Evervach, dannato, a cui Dio permette di tornare al mondo per farvi penitenza, narra Cesario di Heisterbach, e sono numerose le leggende in cui tale miracolo si compie per intercessione della Vergine. In un dramma, o Mistero tedesco della fine del secolo XV, si vede la stessa papessa Giovanna, di leggendaria memoria, liberata dall’inferno, e condotta in cielo, per le preghiere di Maria Vergine e di san Niccolò, e per le mani dell’arcangelo Michele, che respinge con la spada i diavoli contrastanti. Ma c’è di più. Nella Visione di un monaco Ansello (sec. X) si dice che tutti gli anni, nel giorno della Risurrezione, Cristo scende all’inferno, e libera le anime dei peccatori meno malvagi. In un favolello francese, un giullare, lasciato dai diavoli a custodia dell’inferno, giuoca le anime a dadi con san Pietro, il quale vince, e tutte le conduce in paradiso. Tra esse ci doveva essere anche l’anima di Aristotile, la quale non aveva potuto prima ottener tanta grazia. Nella Vita di san Bonifacio vescovo di Losanna (m. 1258 o 1259) si legge che questo santo aveva gran dispiacere della dannazione di Aristotile, e spesso pregava Dio perchè volesse salvarlo, finché un giorno venne una voce dal cielo, e gli disse che ogni sua preghiera era inutile, giacché Aristotile non aveva fondato la chiesa di Cristo, come poi fecero san Pietro e san Paolo.

Come si vede, se grande era la potenza di Satana e degli spiriti suoi, più grande era la potenza di Dio, e della Vergine, e dei santi, e degli angeli. La croce trionfava dell’inferno, era a un tempo stesso arme e simbolo di vittoria. Cristo era maggior signore di Satana, e la storia di quel buon gigante che fu san Cristoforo mette questa verità in azione. Cristoforo era un uomo di terribile aspetto, e alto dodici cubiti, cui venne in fantasia di voler servire il maggior signore che fosse nel mondo. Andò a trovare un gran re, di cui diceva la fama che fosse il più possente di tutti e il più magnifico, e si pose ai suoi servigi. Avvenne un giorno che uno di quei giullari di corte si mise a cantare una sua canzone in cui ricorreva frequente il nome del diavolo, e il re, ch’era cristiano, ogniqualvolta l’udiva pronunziare si faceva il segno della croce. Stupì Cristoforo, e ne chiese la ragione, e saputo che il re si segnava a quel modo per difendersi dal demonio, comprese questo essere maggior signore di quello, e, osservando il suo proposito, subito si partì e andò in traccia del nuovo padrone. Camminando per certa solitudine, trova uno sterminato esercito, il cui capitano, fiero e terribile in vista, gli chiede ove vada e la cagion dell’andare. Io vado cercando, risponde Cristoforo, messer lo demonio, perchè voglia tormi al suo servigio. “Colui che tu cerchi sono io medesimo”, dice il capitano, e Cristoforo, lieto dell’incontro, gli si obbliga servitore in perpetuo. Se ne vanno in compagnia, e in certa strada trovano una croce. Vedutala appena, il demonio, pien di terrore, scappa, e trascinandosi dietro il nuovo servo, passa per luoghi aspri e deserti, e solo in capo di certo tempo ritorna sulla strada di prima. Si meraviglia Cristoforo, e vuol sapere la ragione del fatto. Il diavolo, sebbene mal volentieri, gliela dice: “Sappi che un uomo, chiamato Cristo, fu appeso in croce, ed io temo assai questa croce, e fuggo quando la veggo.” E Cristoforo: “Quel Cristo è dunque maggiora e più possente di te? Orbene, rimanti in buon’ora, perchè io voglio servire, non te, ma lui.” Ciò detto si parte, e dopo avere a lungo chiesto e cercato di Cristo, trova un eremita che lo istruisce nella fede cristiana, e gli fa conoscere quel padrone da cui più non si partirà.

 

Capitolo XIV.

Il diavolo ridicolo e il diavolo dabbene.

 

Satana si mostra sotto due diversi e contrarii aspetti, di vincitore e di vinto. Vincitore, egli appare terribile, e riempie gli animi di orrore e di paura; vinto, appar soltanto vituperoso, e provoca il disprezzo ed il riso. Allora, coloro stessi che hanno tremato al suo nome, si rinfrancano, allegramente si fanno, beffe di lui. Bisogna notare ancora che, indipendentemente dalle disfatte cui soggiaceva troppo spesso, Satana, nel concetto popolare, non poteva serbare intera la terribilità sua, ma doveva assumere, in certe determinate condizioni, un carattere più mite, e starei per dire più umano. Il popolo, tratto dall’indole del suo pensiero, e più da un bisogno dell’anima, ha sempre famigliarizzato, più o meno, i suoi numi. Le plebi cristiane fecero scendere di cielo in terra, andar gironi pel mondo, entrare nelle case degli uomini, assidersi alle lor mense, attendere a mille svariate faccende, non pure gli angeli e i santi e la stessa Vergine Maria, ma ancora Gesù Cristo e Dio Padre. Come non avrebbero esse dato talvolta un consimile carattere di famigliarità al diavolo, a quel diavolo che essi credevano fosse continuamente in mezzo a loro, e il cui nome ricorreva così frequente nei loro discorsi? In un grandissimo numero di credenze e di fiabe popolari noi vediamo comparire un diavolo profondamente diverso da quello dei teologi e delle leggende ascetiche, un diavolo che ha figura e indole d’uomo, ha una casa come hanno gli uomini, faccende e brighe quali potrebbe avere un agricoltore o un artigiano; un diavolo che mangia, bee e veste panni, è qualche volta indebitato, qualche altra ammalato, e nulla più, o ben poco, serba di diabolico. Questo diavolo ammansato non si chiama più con nomi solenni o terribili, ma con nomi umili, ridicoli gli uni, quasi carezzevoli gli altri: Farfanicchio,  Fistolo, Berlic, Farfarello, Tentennino, Culicchia,Ticchi-Tacchi in Italia; Old Nick, Gooseberry in Inghilterra; Don Martin o Martin Piñol in Ispagna, e così via.

Durante tutto il medio evo l’aspetto sotto cui si rappresenta il diavolo, se ha del terribile, ha più del ridicolo. Veggasi come, non immaginando di suo capo, ma seguitando la tradizione, Teofilo Folengo dipinge il diavolo Rubicano nella decimottava maccheronea del Baldo:

Ille super lapidem ventosis fertur ab alis,

Quae sunt de guisa veluti gregnapola gestat.

Quattuor in testam fert stantes vertice cornas,

Instar montonis tortas, dependet aguzzus

Nasus, qui seraper vomit atro sulphure flammas.

Plus asini longas hinc inde volutat orecchias.

Deque cavernosis oculis duo brasida volgit

Lumina, nec minor est muso sua bocca lupino,

Extra quam dentes ut porcus grignat aguzzos.

Barba velut becchi marzo de sanguine pectus

Imbrattat, quo testa canis stat ficca tesini,

Quae semper bau bau faciens sua labra biassat.

Vergognosa caput serpentis pars sua vibrat

Sibila, sed retro dependet cauda leonis.

Gambæ subtiles pedibus gestantur ochinis,

Undique sulphureum de corpore mittit odorem.

Baldo, e i compagni, vedendo gli scambietti e sberleffi suoi, schiattano dal ridere.

Nè i demonii son sempre torvi e dispettosi; anzi ridono volentieri fra loro, e talvolta eccitano al riso gli uomini, con lazzi e capestrerie da buffoni. Un sant’uomo, ricordato da san Gerolamo, vide un giorno un diavolo che sgangheratamente rideva. Chiestagliene la cagione, quegli rispose che un suo compagno diavolo, il quale stava seduto sullo strascico di una donna, era tombolato per terra nel momento che, dovendo passare un luogo fangoso, la donna s’era tirata su la veste. San Caradoc, essendosi un giorno stancato a lavorare, si tolse la cintura e la tonaca e le gettò in un canto. Venne il diavolo furtivamente e tolse la cintura con la borsa che v’era appesa. Andato il santo per riprenderle, non le trovò, e vide poco lungi il demonio che ruzzava allegramente.

Il diavolo ridicolo è anche un diavolo rimminchionito, al quale si possono dare a intendere le più gran panzane di questo mondo, che si lascia abbindolare da false promesse, non vede i tranelli che gli si tendono, e dà spesse volte prova della più strana e più supina ignoranza. D’ingannatore, egli si tramuta in ingannato, e dove soleva guadagnare, perde. Il primo e maggiore inganno gli è fatto da Dio. Secondo alcuni Padri, l’opera della redenzione non fu se non una divina e solenne frode ordita ai danni del nemico, il quale fu preso come un pesce all’amo, con l’esca della croce. Il diavolo s’immaginò di potere aver l’anima di Cristo in cambio delle anime degli uomini, e perdette queste, senza potere guadagnar quella. In più di una novellina popolare si vede Dio ingannare il demonio con promesse e concessioni di cui questi non può in nessun modo giovarsi.

Così ancora lo ingannano i santi e gli uomini comuni. Un giorno, in una caverna, Virgilio mago trova un demonio, il quale per arte di negromanzia era stato chiuso in un foro suggellato. Il demonio prega il poeta di liberarlo da quell’angustia, e il poeta acconsente, a patto ch’ei gli insegni la magia. Tolto il suggello, il demonio esce fuori, e mantien la promessa; ma allora Virgilio mostra di dubitare ch’ei potesse capir veramente in così angusta prigione. Il demonio, per farnelo certo, ci si raccoglie novamente dentro, e Virgilio, chiuso il foro come prima, se ne va pei fatti suoi. Pressa poco allo stesso modo, Paracelso trasse fuor da un abete un diavolo, e poi ve lo fece rientrare, dopo avere ottenuto da lui una medicina che sanava tutti i mali, e una tintura che mutava ogni cosa in oro.

Altri inganni si hanno in numerosi racconti popolari. Un contadino si obbliga di dar l’anima al diavolo, a patto che questi gli costruisca una casa, o gli ari un campo, o gli renda altro servigio, prima che il gallo canti. Il diavolo si pone all’opera tranquillamente; ma quando egli sta per finire, il contadino con qualche sua astuzia induce il gallo a cantare, e quegli è forzato dipartirsi, senza aver premio alcuno della sua fatica. Il diavolo, in beneficio di tale o tale città, costruisce un ponte, con la condizione che l’anima del primo che vi passerà sopra gli abbia ad appartenere. Costruito il ponte, ci si fa passar sopra un cane, o altro quadrupede, e il diavolo deve contentarsi di quella preda. Di più d’uno si racconta che, invece dell’anima e del corpo, lasciò al diavolo l’ombra. Il diavolo insegnava una volta magia nella città di Salamanca. Egli aveva dichiarato ai suoi uditori che, a corso finito avrebbe tolto in pagamento, anima e corpo, a colui che rimarrebbe ultimo nell’aula. Venuto il giorno stabilito, gli uditori traggono a sorte chi debba soddisfare il debito. Rimane ultimo uno studente, il quale al diavolo, che sta per ghermirlo, addita l’ombra propria sul muro. Il diavolo, stimandola persona, s’avventa per acciuffarla, e intanto lo studente se la svigna. Questa novelletta diede argomento a una poesia di Teodoro Körner. Nel noto romanzetto del Chamisso il diavolo si toglie l’ombra di Pietro Schlemihl ma sapendo ciò ch’ei si fa.

La dabbenaggine e la credulità di certi diavoli minori passano ogni limite. Il trovero francese Rutebeuf, già ricordato, narra di uno, che pensandosi di raccogliere in un sacco l’anima di un villano moribondo, raccolse.... un’altra esalazione. È celebre il diavolo di Papefiguière, di cui racconta le miserevoli avventure il Rabelais. Di grandissima dabbenaggine danno pure esempio i diavoli che vengono sulla terra a tor moglie, come quel Belfagor, di cui narrano la storia il Machiavelli e lo Straparola, e quell’altro di una novella popolare spagnuola, chiuso dalla suocera in un fiasco, e abbandonato sulla cima di una montagna.

I diavoli che Dante trova nella quinta bolgia del cerchio ottavo, se hanno del terribile, hanno anche del comico, sia nell’aspetto e negli atti, sia nei nomi. Essi sono Malacoda, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello, Rubicante, e hanno per giunta il nome collettivo di Malebranche. Essi stringono la lingua coi denti per far cenno al loro duce, come è usanza dei monelli, e il loro duce fa trombetta di ciò che non occorre rammentare. Si lasciano ingannare da Ciampolo, o chi altri si sia il famiglio del buon re Tebaldo, e due di loro, Alichino e Calcabrina, si azzuffano per ciò, e cadono nel bel mezzo del bollente stagno, d’onde i compagni li traggono coi raffii. Somigliantissimi a questi di Dante sono i diavoli che si vedono trescare per entro ai Misteri e alle Moralità del medio evo e della Rinascenza, e l’officio principale loro è quello di far ridere gli spettatori, con l’aspetto buffonescamente mostruoso, coi lazzi e con le smorfie, rincorrendosi e picchiandosi sulla scena. Essi appajono frequentissimi in drammi di sacro argomento francesi, inglesi, tedeschi; molto meno nelle Sacre Rappresentazioni italiane.

In un Mistero francese composto nella seconda metà del secolo XV da Arnoul Greban, e intitolato La nativité, la passion et la résurrection de N. S. Jésus-Christ, Mistero che conta 34574 versi e non meno di 393 personaggi, sono parecchie scene in cui i demonii hanno parte assai ridicola. Saputo che il mondo sta per essere redento, Lucifero fa convocare a suon di tromba tutti i demonii: chi non risponde alla chiamata, chi manca al consesso, è frustato senza pietà, trascinato sulle natiche attraverso l’inferno, immerso sette volte nel più profondo del pozzo infernale. Satana, di ritorno dalla terra, ove non ha potuto in modo alcuno nuocere a Cristo, è scamatato [2] a dovere, sebbene si appelli all’inferno tutto. In un’altra scena, Satana, Astarot e Berich sono presenti all’ascensione di Cristo; ma Satana solo può dire d’averla veduta, Astarot, quando vuole alzar gli occhi al cielo, cade riverso con le gambe all’aria, e Berich riceve un gran picchio sul capo. Si risolvono di tornare in inferno, sebbene sappiano qual festa li aspetti:

Astarot:  Ce ne sera pas sans sentir

         des miches de nostre couvent.

Berich:   Bé! nous en sentons bien souvent,

         par quoy ne m’en fait point si mal.

Un’altra volta Satana è legato con catene arroventate e trascinato per l’inferno: Lucifero gli domanda se suda. Nel Mistero di San Desiderio, composto circa quello stesso tempo da Guglielmo Flamang, i diavoli escono in vantamenti ridicoli, adoperando un linguaggio ridicolo e sconcio. In un altro, intitolato Pierre le changeur marchand, i diavoli, vedendosi tolta per intercession della Vergine un’ anima, inveiscono arrabbiati e confusi contro Dio, che pronunziò sentenza a loro sfavorevole:

Autrement ne l’oseroit faire,

Et s’il le faisoit, abatuz

Seroit de sa mère et batuz

Dessus ses fesses.

In un Mistero tedesco della Passione Lucifero parla ai demonii della caduta sua e loro e della superbia che ne fu la cagione; ma quelli lo ingiuriano e lo picchiano, perchè non vogliono udir prediche. In un altro Mistero tedesco, intitolato la Resurrezione di Cristo e composto nel 1464, Lucifero, dopo aver veduto spogliato il suo regno dal Redentore, è messo in una botte e legato con catene. Satana e gli altri demonii si partono in busca di anime da predare; ma, partiti appena, Lucifero li richiama, e tanto si sgola per farsi udire da loro che gliene viene mal di capo. Ritornati quelli, Lucifero non sa più perchè li abbia chiamati, ed essi lo rimproverano e si dolgono delle anime perdute. Satana si mette di nuovo in viaggio, e prolungandosi l’assenza di lui, Lucifero comincia a essere in angustie, e a temere di qualche disgrazia. Sarebbe egli ammalato? l’avrebbero per caso accoppato? Finalmente Satana ritorna, portando l’anima di un ecclesiastico, e Lucifero a ridere, meravigliandosi che capitino in inferno coloro che dovrebbero guidar gli altri in paradiso; ma l’astuto ecclesiastico gli risponde per le rime, e lo assorda con le parole per modo, che quegli ordina di lasciarnelo andare al più presto.

Ricorderò ancora una commedia spagnuola, dove il diavolo fa assai trista figura, El diablo predicador, d’ignoto autore. La commedia è del secolo XVII, ma assai più antica di certo è la novella che le dà il soggetto. Il diavolo ha con sue arti messo in mala vista della popolazione un convento di francescani nella città di Lucca. I poveri frati sono a mal partito, quando l’arcangelo Michele scende di cielo col bambino Gesù in braccio, e ordina al calunniatore di riparare al mal fatto, e di riporre i calunniati nella riputazione di prima. Si può immaginare con che gusto il diavolo eseguisca il comando.

Il diavolo Scarapino, che il Bojardo descrive in un luogo dell’Orlando Innamorato, appartiene alla famiglia dei diavoli ridicoli:

Era un demonio questo Scarapino,

Che de l’inferno è proprio la tristizia,

Minuto è il giottarello e piccolino,

Ma bene è grosso e grande di malizia;

A la taverna, dove è miglior vino,

O del gioco e bagascie la divizia,

Nel fumo de l’arrosto fa dimora,

E qua, tentando ciaschedun, lavora.

Alla stessa famiglia appartengono i diavoli che Lorenzo Lippi introdusse nel suo Malmantile.

La derisione che colpiva il diavolo doveva o prima o poi, naturalmente, colpire anche certe cose che si supponeva avessero stretta attinenza con lui, fossero da lui favorite e promosse: la magia e le strane sue pratiche. E questa derisione comincia appunto a farsi sentire quando cominciano a imperversare i processi contro le streghe. Nessuno la fece sonar più alto di Teofilo Folengo, l’arguto, immaginoso e festevole autore del Baldo, il principe dei maccheronici (1496-1544). Nella maccheronea VII di questo poema egli si burla dei domenicani, cui era affidata la inquisizione, e dice essere loro officio porre le streghe a cavallo degli asini,

Officiumque gerunt asinis imponere stryas.

Nella maccheronea XXI descrive in modo oltre ogni dire ridicolo l’officina, la scuola, il lupanare delle streghe, nel regno di Culfora, e si scusa di non dire tutto ciò che sa, trattenuto dalla paura degl’inquisitori, i quali potrebbero giudicarlo degno della mitera e del rogo. In una scena della sua Cortegiana, Pietro Aretino introduce l’Alvigia a piangere la morte della maestra sua, una vecchia strega che, l’Inquisizione fa abbruciare; che era tenuta “una Salamona, una Sibilla, una Cronica da sbirri, da osti, da facchini, da cuochi, da frati e da tutto il mondo;” che osservava tutte le vigilie, e che a lei, sua scolara, lascia tutte le sue masserizie e le cose del mestiere: un’ampolla piena di lagrime d’amanti, carta non nata, orazioni da far dormire, ricette da far ringiovanire, un diavolo chiuso in un orinale, ecc. ecc. In una scena della Spiritata del Lasca dice il Trafela: “Come altri s’intabacca e comincia punto a credere a malie e streghe, agli spiriti e agl’incanti, si può dir ch’ei sia l’oca;” e spesso i negromanti e le operazioni magiche sono argomento di celia nelle commedie e nelle novelle nostre del Cinquecento.

Quel capo ameno (per non dirgli altro) di Benvenuto Cellini racconta nella sua Vita una curiosa istoria, che fa molto al proposito nostro, e che qui non può essere passata sotto silenzio. Egli aveva, per certe diverse stravaganze, presa amicizia in Roma con un prete siciliano, di molto ingegno, di gran sapere, e assai profondo in negromanzia. Confidato a costui come tutto il tempo di vita sua avesse avuto grandissimo desiderio di vedere o udire alcuna cosa di quell’arte, n’ebbe promessa che ogni sua voglia sarebbe stata appagata, se si sentiva d’animo forte e sicuro, quale richiedeva l’impresa. Una notte, tolti con sè due compagni, se ne andarono nel Colosseo, e quivi il prete, paratosi secondo l’usanza, cominciò a disegnar circoli in terra, a bruciar profumi, a fare scongiuri, e quanto altro abbisognava. Dopo un’ora e mezzo che queste cerimonie duravano, comparvero parecchie legioni di diavoli, tanto che il Colosseo n’era pieno, e Benvenuto, invitato a domandar qualche cosa, domandò di poter essere con la sua Angelica siciliana. Per quella notte non ebbe risposta, e il prete gli disse che bisognava tornarvi un’altra volta, e ch’ei menasse con sè un fanciulletto vergine. Così fu fatto. Ricominciate le cerimonie e ripetuti gli scongiuri, più solenni quelle e più terribili questi, non andò molto che il Colosseo fu pieno di cento volte più diavoli che non ne fossero apparsi la prima fiata. Benvenuto rifece la sua domanda, e n’ebbe risposta che in capo di un mese il desiderio suo sarebbe appagato; ma tanto era il numero dei demonii, e così minaccioso l’aspetto loro, che il prete cominciò a smarrirsi e a tremare, e con lui i compagni, e Benvenuto medesimo. Il negromante allora cominciò a usare modi dolci e soavi, per vedere di licenziare quei maledetti, e raccomandò di bruciare dell’assa fetida. In quel punto, un dei compagni, certo Agnolino Caddi, il quale era mezzo morto di paura, fu colto da una irresistibile e strepitosa soccorrenza di ventre, la quale, dice Benvenuto (che usa parole più significative e più spicce), ebbe maggior virtù che non l’assa fetida. Benvenuto allora si mise a ridere, e il fanciullo, levati a quel riso gli occhi, disse che i diavoli se ne cominciavano andare a gran furia, e quando venne a sonar mattutino, disse il fanciullo che pochi ancora ne rimanevano e discosto. Dopo un altro po’ il prete, Benvenuto e gli altri se ne uscirono dal circolo in cui s’erano tenuti stretti, e senz’altro danno che della paura avuta se ne tornarono alle lor case.

Il diavolo ridicolo è, se non meno tristo in sè, certo meno pericoloso e nocivo del diavolo serio, e facilmente si passa da lui al diavolo dabbene. Dare il predicato di buono al diavolo, il quale è il principio stesso del male, pare che non si possa senza contraddizione patente; e pure gli è un fatto che il popolo immaginò una specie di diavolo buono, contrapposto al diavolo malvagio, e che teologi di professione pensarono a una possibile, o a dirittura necessaria conversione finale dei superbi ribelli.

E qui mi bisogna ricordar di nuovo che non tutti gli angeli caduti avevano peccato a un modo ed erano egualmente malvagi. Molti ce ne furono, secondo afferma Origene, che nella gran battaglia combattuta nei cieli, erano rimasti neutrali, e son quelli di cui Dante dice che

non furon ribelli,

Nè fûr fedeli a Dio, ma per sè foro.

Dante li pone nel vestibolo dell’inferno, insieme con l’anime triste di coloro

Che visser senza infamia e senza lodo.

E prima e dopo di Dante altri ebbe a dire di loro. Nel corso della sua avventurosa navigazione san Brandano giunse ad un’isola, dove trovò un albero meraviglioso, popolato di uccelli candidissimi, i quali erano appunto angeli caduti, ma non malvagi. Essi non soffrivano castigo; ma eran fuori dell’eterna beatitudine. Ugone d’Alvernia trovò angeli così fatti vicino al Paradiso terrestre, i quali lodavano Dio ed erano senza castigo alcuno la domenica.

Il diavolo dabbene si dà anzi tutto a conoscere come diavolo servizievole; egli ajuta gli uomini nei pericoli e nei bisogni, spontaneamente, senza mala intenzione, e senza chiedere premio alcuno, o contentandosi di piccolissimo compenso. Gli esempii e le prove sono innumerevoli.

In molti racconti si vede un demonio trasportar per l’aria, da luogo a luogo, e a distanze grandissime, un eroe, affinchè egli possa giungere in tempo a recar soccorso, o a impedire che si compia alcuna cosa in suo danno. Un giorno d’inverno (così si narra in una vecchia cronaca tedesca) un povero demonio tutto intirizzito dal freddo entrò in casa del cavaliere Wernhard von Strätlingen. Questi, mosso a compassione, gli regala un mantello; poi da lì a qualche tempo va in pellegrinaggio. Viaggio facendo, è preso e trattenuto prigione sul monte Gargano. Allora gli appare il diavolo con in dosso il mantello donatogli, e gli dice d’essere mandato dall’arcangelo Michele per riportar lui a casa, ove la moglie sua sta per rimaritarsi. E lo riporta a casa davvero.

Parecchi altri cavalieri e parecchi santi viaggiarono a questo stesso modo, senza che la magia c’entrasse per nulla. Di sant’Antidio, morto, come si crede, nel 411, raccontano che si fece portare a Roma da un diavolo per dare una lavata di capo al papa, il quale aveva commesso non so che peccatuzzo contro il sesto comandamento.

Di molti diavoli si legge che servirono volonterosamente in casa di persone dabbene e persino in conventi. Certo, questi servigi loro non sempre erano disinteressati, e potevano recare pericolo grande a chi se ne giovava. Nel VI secolo sant’Erveo scoverse un diavolo sotto le vesti di un servitore, in casa del conte Eleno, e un altro ne scoverse nel convento del santo abate Majano: entrambi confessarono le malvage loro intenzioni. Gualtiero di Coincy narra la storia di un demonio, che si pose ai servigi di un ricco uomo, e tentò, non solo di distorlo dalla virtù, ma di ucciderlo a dirittura. Questa poteva esser la regola; ma anche tra i servitori diavoli qualcuno di buono se ne trovava. Un diavolo si pone per valletto con un cavaliere, e lo serve con somma fedeltà e discrezione, anzi, in certa congiuntura, scampa lui e fa moglie da sicura morte. Scopertane la natura, il cavaliere non osa più tenerlo con sè, ma gli dice di chiedere qual premio più gli piaccia de’ suoi servigi. L’onesto demonio chiede una piccola somma, e avutala la restituisce al padrone, pregandolo di voler comperare con essa una campana per certa chiesa povera. Così racconta il nostro Cesario. Un altro diavolo stette più tempo ai servigi del vescovo di Hildesheim, secondo attesta il Trithemio. In un vecchio racconto italiano si legge di un diavolo che stava con certi monaci e faceva con grandissima diligenza e puntualità il lavoro di dieci servitori: “onde subitamente apparecchiava la mensa e sparecchiava, e spazzava e lavava le scodelle, e così molti altri servigi: e che più è, sonata la prima volta al mattutino, toglieva un bastone e picchiava le celle, sollicitandogli ch’andassero a dire mattutino nella chiesa.” Un esempio ancora e poi potrà bastare. Il cronista tedesco Bernardo Hederich (secolo XVI) racconta la storia di un diavolo, il quale servì lungo tempo onestamente in un convento di francescani, nella città di Schwerin, e non chiese al partirsi altro premio che una veste di più colori, con molti sonagli intorno, già pattuita innanzi.

Ma anche in altro modo sanno rendersi utili i diavoli dabbene. Uno di essi una volta fece scommessa coll’arcangelo Michele a chi avrebbe fabbricata la più bella chiesa sul monte di Normandia che appunto ha nome dall’arcangelo. Un altro giunse a insegnare a san Bernardo sette versetti dei salmi, che, recitati ogni giorno, assicuravano il paradiso. Un altro, senz’essere richiesto, trasportò l’anima di un cavaliere ammalato a Roma e a Gerusalemme, e gli fece racquistare la sanità perduta. Questi erano certamente diavoli nobili e di gran levatura: quelli di minor conto facevano ciò che potevano. Cesario racconta di uno che per una cesta d’uva custodì una vigna.

Che diremo del diavolo credente, che recitava orazioni e confessava le verità della fede? Di uno, che entrato in corpo a una vecchierella, cantava inni, salmi e il Kyrie eleison, si narra nella Vita di san Giovanni Gualberto. Nella storia popolare di Fausto, ricordata più sopra, questi ragiona di teologia con Mefostofile. Il demonio dice, con molta verità, della bellezza ond’era adorno nel cielo il suo signore Lucifero; della caduta sua e degli angeli ribelli, provocata dalla superbia; delle tentazioni che i diavoli adoperano contro gli uomini; dell’inferno e de’ suoi tremendi castighi. Una volta Fausto gli domanda: “Se tu fossi uomo e non demonio, che faresti per piacere a Dio e agli uomini?” ed egli risponde sorridendo: “Se io fossi uomo, come tu sei, io m’inchinerei dinanzi a Dio sin che avessi fiato, e farei quanto fosse da me per non l’offendere e per non muoverlo a sdegno. Osserverei la sua dottrina e la sua legge; non invocherei, loderei, onorerei se non lui, e mi guadagnerei così dopo la morte, la beatitudine eterna.”

Ma il più savio, buono e cortese diavolo che mai sia stato al mondo è quell’Astarotte che Luigi Pulci introduce in certa parte del suo Morgante Maggiore. Malagigi, il mago benefico, ha scoperte le frodi del traditor Ganellone, e prevede la sciagura che sta per incogliere Orlando e gli altri paladini in Roncisvalle. Egli allora evoca il demonio Astarotte per sapere dove sieno Rinaldo e Ricciardetto. Astarotte narra una lunga storia delle loro avventure in Asia ed in Africa, poi, a un certo punto gli scappa detto che il Figliuolo non sa tutto ciò che sa Dio Padre. Malagigi rimane di ciò confuso, e vuole averne ragione; ed ecco il diavolo entrare in un nuovo discorso, in cui molto dottamente, e in modo al tutto ortodosso, ragiona della Trinità, della creazione, della caduta degli angeli; e avendo Malagigi notato che questa caduta non par si concilii con la infinita bontà di Dio, egli va sulle furie, e afferma che Dio fu egualmente buono e giusto per tutti, e che i caduti non d’altri si debbono dolere che di sè stessi. Dopo di ciò, tolto in sua compagnia il demonio Farfarello, se ne va in Egitto, per prendere Rinaldo e Ricciardetto, cui usa, tornando, mille cortesie. Provvede vivande squisite, sventa l’inganno di un altro demonio, Squarciaferro, mandato da un negromante nemico, e a Rinaldo descrive molti strani animali che sono in Africa e in Asia, e chiarisce, come a Malagigi, alcun punto più oscuro della fede, affermando che

Vera è la fede sola de’ Cristiani,

E giusta legge, e ben fondata e santa.

Giunti tutti insieme in Roncisvalle, egli, nell’accommiatarsi, può dir con ragione: 

Non creder nello inferno anche fra noi

Gentilezza non sia ;

e Rinaldo, che del suo partire si duole, quanto fussi fratello, afferma di credere che sia in inferno,

Gentilezza, amicizia e cortesia ;

invita lui, e Farfarello, e Squarciaferro ancora, fatto di nemico amico, a venirlo a vedere, e prega Dio che perdoni loro.

Il diavolo zoppo del Guevara c del Lesage è, esso pure, un buon diavolo.

Fu notato che nel diavolo bonario e servizievole riappajono alcuni caratteri proprii di esseri mitologici benigni, come gnomi, elfi, silfi; ma il concetto di un diavolo così fatto, anzi di un diavolo che potesse ravvedersi e redimersi, doveva sorgere spontaneamente negli animi, senza bisogno di suggestioni derivate di lontano.

Nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo, Giustino, Clemente Alessandrino e il grande Origene ammisero come possibile, o a dirittura come necessario, il ravvedimento del diavolo; Didimo di Alessandria e Gregorio di Nissa professarono nel IV la stessa opinione. Ma la opinione contraria, che cioè il diavolo non potesse pentirsi, e che la dannazione sua fosse eterna e irreparabile, prevalse, e dal sesto secolo in poi fu considerata come la sola ortodossa. Nel medio evo la eretica dottrina non è più sostenuta che da Scoto Erigena, e sant’Anselmo la combatte ad oltranza; san Tommaso, lume della teologia, nega recisamente che il diavolo possa diventar migliore. Nella Vita di san Martino, scritta da Venanzio Fortunato nel sesto secolo, si dice che il diavolo, se potesse pentirsi, sarebbe salvo; ma ciò che si negava appunto era la possibilità del pentimento in lui, e per negare quella possibilità, senza da altra banda negare il libero arbitrio, il quale era in lui non meno che negli uomini, si annaspavano strane e sottili dottrine; si diceva, per esempio, che il diavolo non poteva fare penitenza, per non essere in lui che una sola natura, la spirituale, mentre l’uomo, in virtù della penitenza, ascendeva da carne a spirito. Ma i teologi di professione avevano, un bell’annaspare e un bell’arzigogolare; il popolo, il quale sente assai più che non ragioni, non riuscì mai a capacitarsi interamente di quella malvagità non necessaria, e pure irrimediabile del diavolo; ammise, se non altro, in più di un demonio, il desiderio di far penitenza; e se l’avessero lasciato fare, qualcuno in cielo ne avrebbe portato di certo. Ebrei e maomettani furono in ciò più larghi di manica che non i cristiani. Fu opinione dei rabbini, che come l’inferno un giorno sarà purificato e santificato, così i demonii saranno convertiti novamente in angeli; e di demonii convertiti si parla nel Corano.

Desiderio del cielo perduto, e pentimento della stolta ribellione mostrarono in varii tempi più diavoli. Di uno, assai degno di compassione, racconta l’inesaurabile Cesario: in un vecchio poema inglese; The develis parlament or parlamentum of feendis, il diavolo si oppone a Cristo venuto a liberare le anime dell’inferno, e non potendogli contrastare, chiede di essere liberato con loro. Da questo desiderio di redenzione poteva nascere la volontà di adoperare i mezzi che conducevano a redenzione: si capisce per altro, come quei mezzi dovessero riuscir alquanto ostici a diavoli di professione, e come, fattone il saggio, questi smettessero e si tirassero indietro.

Sant’Ipazio domandò una volta a un diavolo perchè non si pentisse, mentre, pentendosi, avrebbe potuto ottenere facilmente perdono: il diavolo ch’era dei più protervi, non volle riconoscersi peccatore. Era questo, come ognun vede, un assai cattivo principio, perchè la prima cosa che il peccatore ha da fare è di riconoscere d’aver peccato, e pentirsi. In un contrasto italiano fra Cristo e Satana, questi si lagna del Redentore, che amò l’uomo, creatura vile più di lui, creatura angelica, e l’uomo redense, lasciando lui in disperata miseria. Cristo gli dice: “Se io non t’ajuto, questa si è la casgione che tu medesmo non ti vuoli ajutare. Perciò ajuto l’omo ch’elli medesmo s’ajuta. Così salverei io tei come lui, se tu ti vollessi ajutare pentendoti et adorandomi et dimandandomi misericordia et dicendo tua colpa et adorandomi come singnore.” Ma Satana risponde orgogliosamente: “Io mi pento ch’io caddi di cielo; ma non perchè io ti voglia adorare, nè dire mia colpa. Innansi vorrei andare in profondo di inferno, in cento milia cutanta pena ch’io sia, non ch’io ti volesse adorare.”

Tristo diavolo anche questo! altri di miglior indole pensarono sul serio a convertirsi, e giunsero sino a volersi confessare. Che i diavoli si confessino è caso raro; assai più frequente in vece che faccjano essi da confessori, e allora bisogna guardarsi bene e raccomandarsi a Dio, perchè, ad ogni peccato che odono recitare, per quanto brutto e grave esso sia, hanno in uso di dire: “Non è nulla ciò; non v’è male alcuno: non vi badate.” Pure qualcuno se ne confessò: al qual proposito è da ricordare che spesse volte diavoli cicaloni, fecero, non chiesti, conoscere ad uomini di santa vita, le arti loro più nascoste e più frodolenti, e Pietro il Venerabile s’ingegna di spiegare perchè essi, pur tanto astuti, facciano ciò. Il solito Cesario racconta che un diavolo s’andò un giorno a confessare, sperando perdono. Il confessore, prete caritatevole e discreto, non gl’impose altra penitenza se non d’inginocchiarsi ogni giorno tre volte, e dire con animo contrito: Signore Iddio, mio creatore, ho peccato, perdonami. Ma il diavolo, ch’era pur sempre un diavolo, la trovò troppo aspra al suo orgoglio, e non se ne fece altro. Guglielmo di Wadington, già ricordato altra volta, autore di un Manuale dei peccati, racconta la storia di un altro diavolo, che vedendo i meravigliosi effetti della confessione, e come molti si salvassero per essa, volle una volta confessarsi, e andò a recitare a un sant’uomo la sterminata e spaventosa lista de’ suoi peccati; ma senza effetto, perchè rifiutò di far penitenza. Altri sacramenti dovevano riuscir men gravi ai maledetti superbi. Dal famoso processo di Mora in Isvezia, nel 1669, venne fuori, insieme con altre moltissime cose, che nei consueti ritrovi delle streghe il diavolo chiamava un prete e si faceva battezzare.

Nell’immortale poema del Milton, Satana, sopraffatto dall’orrore della miseria in cui è precipitato, e più dall’orror di sè stesso, rimpiange il commesso peccato, il paradiso per sempre perduto; ma sente di non poter chiedere nè ottenere perdono, e, disperato, prorompe in queste terribili parole:

Or bene, addio, speranze!...

Ecco in vece di noi, dannati, espulsi,

L’uom, sua gioja, ha creato, e questo mondo

Tutto per lui. Speranze, or dunque addio!

Addio paure! addio rimorsi! Il bene

Morto al tutto è per me. Sii tu, tu solo

Ora, o male, il mio ben: per te diviso

Terrò lo scettro col motor de’ cieli,

E forse io regnerò sovra gran parte

Dell’universo, e l’uomo e questa nova

Terra lo apprenderanno in picciol tempo.

Non meno tenace si mostra, nè meno fiero parla l’Adramelecco del Klopstock; ma e l’uno e l’altro vince il Lucifero del Byron, l’altero e indomabile Lucifero, che a Caino, il quale gli ricorda Dio, signore del tutto, risponde:

Ah no! pel cielo

Dov’ei siede e governa, per l’abisso,

Per le stelle infinite, e per la vita

Che comune ho con lui, no!... sul mio capo

Ho solo un vincitor, non un sovrano.

Ei l’omaggio otterrà dell’universo,

Ma non il mio. Con esso io duro in guerra

Come un tempo lassù. Per tutta quanta

L’eternità, nel baratro dell’ombre,

Negli spazii profondi immensurati,

Sull’ala infaticabile del tempo,

Tutto io vo’ contrastargli, astro per astro,

Pianeta per pianeta, ed universo

Per universo! E fin che il gran conflitto

Non cessi, ondeggeranno in dubbia lance:

E cessar non potrà se l’uno o l’altro

Spento non sia....

Ma nella stessa Messiade del Klopstock è il demonio Abbadona, che piange il proprio peccato e la morte di Cristo, e rientra, ribenedetto da Dio, nel paradiso. La Sand nel Consuelo, e il Montanelli in un suo poema drammatico intitolato La Tentazione, mostrarono un Satana convertito e redento; Alfredo de Vigny, in un poema immaginato, ma non composto, Satan sauvé, voleva narrare la storia di Satana salvato dall’amore di Eloa, angelo nato da una lacrima di Cristo; e Vittore Hugo, in un poema rimasto incompiuto, La fin de Satan, la riconciliazione di Satana con Dio.

 

Capitolo XV.

La fine del diavolo.

 

Alla conversione e alla redenzione del diavolo c’è un impedimento a cui non hanno pensato i teologi, e che i teologi negherebbero anzi, se ci pensassero: il diavolo è morto, o sta per morire; e morendo, egli non rientrerà nel regno dei cieli, ma rientrerà e si dissolverà nell’umana fantasia, nella stessa matrice ond’è uscito.

Secondo la opinion dei rabbini molti demonii sono mortali. Nei processi contro le streghe più di una volta le accusate narrarono che il diavolo ammalava di tanto in tanto, giungeva in punto di morte, poi si riaveva: in molte fiabe popolari, tuttora vive qua e là per l’Europa, il diavolo muore a dirittura. Mi basterà di ricordarne una mantovana, dove un giovane prende varie forme per isfuggire al diavolo, che varie ne prende egli pure inseguendolo. Da ultimo il giovane, mutatosi in faina, uccide il suo persecutore che s’era mutato in gallina: “è questa la ragione,” conclude il racconto, “perchè non c’è più il diavolo.”

Strana e significativa un’affermazion così fatta nella bocca del popolo. Il diavolo non c’è più: prima di lasciar lui e la sua storia, vediamo qualche sintomo e qualche ragione del suo disvenire. Il diavolo nacque di certe cause, visse e prosperò in certe condizioni, adattandosi come potè meglio al loro lento ma continuo variare. Alla legge di variazione, che governa tutte le cose, soggiacque egli pure, e, come un organismo vivo, percorse tutti i gradi della evoluzion della vita: mancate le cause e le condizioni dell’esser suo, egli si estenua e muore, come farebbe un animale dei tropici trasportato sotto il rigido cielo settentrionale. Egli muore perchè la sua funzione è cessata, e perchè l’idea che lo fece vivere non riesce più, nel vasto agone della concorrenza vitale, a tener testa ad altre idee, più vigorose e più giovani.

Per iscorgere i sintomi del suo morire basta guardarsi d’attorno. Che cosa è ora l’opera sua a riscontro di quella d’altri tempi? Dove sono le spaventose sue apparizioni, le insidie perpetue, le offese d’ogni maniera, le meraviglie paurose? dove sono le formidabili milizie con cui egli di nottetempo attraversava pianure e foreste, o trasvolava per l’aria? dove i neri cavalli su cui rapiva gli uomini scellerati? dove gl’incendii suscitati da lui, le procelle scatenate da lui, le malattie devastatrici da lui cagionate? La Chiesa stessa, la quale non può concedere che il diavolo muoja, deve pur riconoscere ch’egli va assai più rattenuto di prima, e ha cessato di far molte cose che prima faceva. E negli animi il pensiero, il sospetto e la paura di lui sono venuti sempre più mancando, non solo tra le persone colte, ma ancora tra il volgo; non solo nelle città, dove è più sollecito il rinnovamento delle idee e dei costumi, ma ancora nei campi, dove persiston più a lungo le antiche credenze e le consuetudini antiche. Il nome di lui ricorre frequente nel linguaggio famigliare, in proverbii, apostrofi e maniere di dire; ma l’immagine sua è, di solito, assente dagli spiriti. Pratiche magiche usano ancora tra le plebi ignoranti; ma è rarissimo ormai il caso che ci si faccia entrare il demonio, e dei famosi sabbats, o ritrovi, o giuochi, più nessuno parla. A chi mai ora potrebbe venire in mente, salvo ch’ei fosse matto spacciato, di evocare il demonio, di stringere un patto con lui, di dargli l’anima, di ripromettersi da lui ricchezze ed onori? La Chiesa stessa, di tali e simili peccati, che in altri tempi puniva col fuoco, oramai più non discorre, e volentieri pare che se ne dimentichi. Anzi va più là, e del demonio stesso parla il meno che può; e mentre fu sua cura in passato di richiamarne sempre, in tutti i possibili modi, alla memoria degli uomini, il nome, l’aspetto, la potenza, le opere, ora sembra che di tutto ciò più non si ricordi essa stessa. Così riman provata la legge di evoluzione in quegli stessi organismi che a cotal legge si mostrano più ribelli, e più s’illudono d’essere perpetui ed immutabili. Paragonate una predica di ora con una predica di cinque secoli addietro. In questa il diavolo salta in mezzo ad ogni frase, mostruoso e terribile, illuminato dai bagliori spaventosi dell’eterna fornace; in quella sarà molto se di passata se ne pronunzia il nome. Paragonate una chiesa moderna con una chiesa del medio evo. In questa il diavolo sotto tutti gli aspetti, in tutti gli atteggiamenti, dipinto, scolpito, intagliato, nei quadri, nei bassorilevi, negli scanni del coro, nei capitelli, nei fregi, sempre in iscena, personaggio immancabile di un dramma lungo e vasto quanto la storia stessa dell’umanità; in quella il più delle volte, non un’ombra, non un segno di lui.

Nessuno ora, viaggiando, teme più di capitare in tenebrose foreste, in solitudini alpine, in orrende spelonche, in laghi senza fondo, in gorghi di mare infestati da demonii traditori ed omicidi. Se un peccatore ostinato sparisce improvvisamente senza lasciar traccia di sè, a nessuno più viene in fantasia che il diavolo l’abbia preso pei capelli e portato a volo in inferno; ma si fanno indagini, si mandano avvisi, con la ferma persuasione che, o vivo o morto, egli abba ad essere in un qualche luogo, non dell’altro, ma di questo mondo. Se si trova un pover uomo strangolato in letto, nessuno crede più che sia stato il diavolo quegli che gli diè la stretta; ma si dice senz’altro che un delitto è stato commesso, e la polizia si dà le mani attorno per iscoprire il colpevole. Le donne non temono più gli abbracciamenti notturni del diavolo, e di diventar madri di diabolica prole, o di vedersi portar via da un diavolo, supposto padrino o tutore, i figli delle loro viscere. Chi ammala, più non s’immagina d’essere stregato, o d’avere il diavolo in corpo, e ricorre, non all’esorcista, ma al medico; chi muore, non si vede più intorno al letto una corona di diavoli fuligginosi e tetri, con le mascelle irte di denti aguzzi, con gli occhi strabuzzati, con distese le mani uncinate, in atto di ghermirgli l’anima. Una prova, fra l’altre, che la preoccupazione diabolica è mancata negli animi, o è, almeno, straordinariamente scemata, si ha nel fatto che le così dette demonopatie sono divenute rarissime, e tendono a sparire del tutto. Nei secoli scorsi, e sino a tempi non molto da noi lontani, certe malattie nervose, e in più particolar mado certe forme d’isterismo, davano luogo regolarmente ai fenomeni dell’ossessione e della possessione diabolica, appunto perchè le menti erano piene del pensiero e del terrore del diavolo: ora invece si risolvono in manifestazioni di tutt’altra natura, determinate dal modo del viver presente, dal mutato indirizzo delle idee, da nuovi interessi e da preoccupazioni nuove. I medici l’hanno veduto e detto da un pezzo. I miracoli già fatti dagli esorcisti nelle chiese si fanno ora dai medici nelle cliniche.

La civiltà umana, procedendo nell’opera del suo meraviglioso e sterminato edifizio, muta e rimuta continuamente gli strumenti del lavoro, abbatte essa stessa e distrugge le impalcature e i ponti e gli altri ajuti onde si servì per innalzarlo. Ciò che in un tempo le fu necessario, le diviene in un altro inutile o nocivo, ed essa se ne sbarazza a dispetto di chi non vuole e di chi le contrasta. La civiltà nostra espelle da sè il diavolo che la servì in altri tempi, ma che ora le è divenuto un inutile ingombro; lo espelle da sè, come espelle la schiavitù, il privilegio, il fanatismo religioso, il diritto divino e tant’altre cose, e come tant’altre ne espellerà in avvenire. A ciò non è riparo possibile. Il diavolo era parte integrante e principale di tutto un ordine di cose e d’idee, di un reggimento complesso e potente, che raccolse per secoli sotto di sè tutta intera la vita. Mutato quel reggimento in certa misura, bisognò mutasse la parte serbata in esso al diavolo; proceduta più oltre la mutazione, bisogna che il diavolo n’esca. Una religione più grossolana, una morale più acerba e l’ignoranza introdussero il diavolo, e ne fecero il mostro che abbiam veduto; una religione più culta, una morale più matura e la scienza gli tolgono a mano a mano le orribili qualità e la spaventosa potenza, lo premono da ogni banda, lo cacciano dalla coscienza, dalla vita, dal mondo. Lo spirito che nega è negato a sua volta.

Chi voglia esser giusto non deve troppo rimproverare alla Chiesa d’aver lassato crescere la figura del tenebroso avversario per modo da farne quasi un altro Arimane, e d’aver così offeso il diritto e snaturato il concetto del regno d’Iddio: chi, senza i debiti temperamenti e la voluta indulgenza, rinfaccia alla Chiesa di non essersi grettamente attenuta alla semplice e pura dottrina degli Evangeli, mostra di conoscer male la natura umana, e d’avere della storia, de’ suoi procedimenti e delle sue necessità un assai falso concetto. Il diavolo è un portato della storia, e come tale, dotato, finché durano certe condizioni, d’invincibile e indomabile vitalità. La Chiesa, quando pure l’avesse saputo e voluto fare, non sarebbe stata in grado di soffocarlo e di sopprimerlo, giacché egli perpetuamente si rigenerava nella coscienza dei singoli, e dalla coscienza dei singoli prorompeva con nuovo impeto nella storia. Immaginare nel medio evo una religione, non professata solo da pochi, ma comune a infiniti, e senza diavolo, sarebbe impossibile, come sarebbe impossibile immaginare in altre condizioni di tempi e di civiltà una religione senz’idoli senza oracoli, senza sacrificii cruenti. Il diavolo del medio evo ha, senza dubbio, la origin sua e la sua radice in un dogma religioso anteriore a quella età; ma è quella età, presa nel tutto insieme del suo pensiero, delle sue istituzioni e de’suoi costumi, che gli dà la pienezza dell’essere e la perfezion del carattere. Esso è necessario allora, ed è così vero ciò, che la Riforma non lo tocca e lo accetta qual è.

Ma una religione muta a poco a poco al par di ogni altra cosa che viva; muta negli animi, se non nei dogmi, nei sentimenti, se non nei libri. Anche il cristianesimo muta, e mancati gli ostacoli che gliel vietavano prima, ritorna a poco a poco alla purità delle origini, tende sempre più a spiritualizzarsi, e a ridiventare essenzialmente, quale fu nei primordii, religione di speranza e d’amore, di letizia e di pace, rimovendo da sè tutto il tenebroso e il terribile che la barbarie di lunghi secoli le trasfusero in seno. Tale lavoro, pur troppo, non ancora si compie nei dogmi, nè coloro lo fanno che si chiamano custodi e ministri di verità, siano essi di qual grado si vogliano; ma si fa da sè, spontaneamente e silenziosamente, a poco a poco, nell’intimo e nel secreto delle coscienze. Quanti cristiani ho io conosciuti e conosco, e dei più profondamente religiosi, e dei più degni, che del diavolo non vogliono udir discorrere, e risolutamente negano che un Dio di misericordia e d’amore possa dannare ad un perpetuo inferno, ad una malvagità irreparabile, ad un castigo spaventoso ed inutile, appunto perchè eterno, le sue povere creature! Ora, la religione vera (l’abbiano a mente coloro che se ne credono maestri) non è quella che rigida e assiderata si costringe nei dogmi, ma quella che viva e mobile, a guisa di fiamma, divampa negli animi, e li riscalda, e illumina le vie della vita.

Come muta la religione, così muta ancor la morale, e le due mutazioni non possono andar disgiunte l’una dall’altra, ma l’una è coordinata all’altra, e determinata dall’altra, ed entrambe sono condizionate da altre mutazioni via via, e a volta loro le condizionano, compiendo così quel vasto e labile cerchio di cause e di effetti per cui si muove infaticabilmente la vita storica della umanità.

Checchè altri possa dire in contrario, mosso da preconcetto, o da erronea cognizione di tempi e di cose, la morale cresce nel mondo, inteso, sotto il nome un po’ vago di morale, l’insieme di quegli stati mentali e di quelle forme di operosità che assicurano l’esistenza e la prosperità dei singoli uomini e delle associazioni loro, e favoriscono le manifestazioni più alte della vita individuale e sociale. L’uomo si umanizza a poco a poco, discostandosi sempre più dalla belva, e la morale, attraverso i secoli, si affina, si allarga, s’innalza. C’è più umanità nel mondo ora che non un secolo fa, assai più che non nel medioevo, infinitamente più che non nell’età della pietra. So che i fautori di una morale rivelata e immutabile negano, come possono meglio, tutto ciò; ma guai per loro se ciò che essi negano a priori non fosse vero. E le prove che sia vero sono infinite, sparse a piene mani in ogni pagina di qualsiasi libro di storia si apra. Volerle riferire, anche per piccola parte, sarebbe stucchevole; ma facciamo una semplice supposizione. Supponiamo che il medio evo, co’ suoi re e co’ suoi baroni, con le sue fazioni e le sue città divise, con le guerre di conquista, con le guerre civili e con le guerre religiose, avesse avuto i mezzi formidabili di distruzione che la scienza ha dato a noi; ci sarebbero ancora nel mondo mura di città e di castella, ci sarebbero ancora popoli civili? È lecito dubitarne.

Gli uomini, pel fatto stesso della convivenza sociale, diventano sempre più morali; vivendo in società essi sempre più si adattano e si piegano a quelle forme e condizioni di vita che sono necessarie o proficue all’esistenza della società medesima. È un caso questo di quel generale fenomeno ch’è l’adattamento degli organismi all’ambiente. La moralità diventa un abito, si fa istintiva, come tutti gli atti di volontà eccessivamente ripetuti, e si trasmette per via di generazione; e come più diventa istintiva, meno abbisogna del precetto o del divieto della legge e della sanzion della pena. Se le leggi si van facendo sempre men aspre, e men aspri i castighi, è questo un segno, non di scemata, ma di cresciuta moralità: l’imperiosità esterna della legge si fa imperiosità interna della coscienza, e il castigo, che di sua natura non corregge si fa rimorso, cioè ravvedimento. Ecco perchè sparisce dalle legislazioni moderne la pena di morte, e spariscono molt’altre pene atroci che già furono in uso; ecco ancora perchè vien meno e si perde la credenza in un diavola tormentatore e in un inferno pien di dannati a cui nessuna speranza sorride. Nel medio evo, per ogni più lieve colpa il giudice minaccia la morte, il confessore l’inferno, e con ragione, giacché ogni altro argomento sarebbe scarso a trattener dal mal fare uomini rozzi e violenti; ma a trattener dal mal fare uomini raggentiliti bastano argomenti meno terribili, e la pena di morte è abolita e il diavolo si dilegua. Come più gli uomini divengono atti ad essere governati con la ragione, più divengono disadatti e ricalcitranti ad essere governati col terrore. Perciò ancora ai reggimenti despotici sottontrano i liberali; e quando altri fatti nol provassero, basterebbero a provare che la morale è cresciuta, la cessazione del despotismo, la mitigazion delle leggi e delle pene, la sparizione del diavolo.

Finalmente c’è la scienza, che compie il lavoro cominciato da una religione più illuminata e da una morale più perfetta, e che sarebbe, in grado di tutto farlo da sè, anche senza il concorso di quelle. Chi dice scienza, dice, tra l’altro, il contrario demonismo. Il demonismo nasce spontaneo nella storia, non per opera di ciurmadori; e risponde a certa condizione degli spiriti, e a certi modi di cognizione. L’uomo rozzo non riesce altrimenti a spiegarsi i fenomeni della natura che ponendo una volontà simile alla sua dietro a ciascuna cosa, popolando il mondo di esseri superiori alla natura, buoni o cattivi. È questo il demonismo. Viene la scienza, e fa vedere che dietro le cose non ci sono volontà capricciose, ma forze disciplinate, e che la natura non obbedisce ad arbitrii, ma a leggi. Il demonismo è, perciò solo, incontanente e irreparabilmente distrutto. Gli uomini del medio evo veggono e sentono il diavolo per tutto, nel vento che imperversa, nell’onda che irrompe, nella fiamma che divampa, nella folgore, nella grandine, nel fuoco fatuo, nelle malattie, nel pensiero e il sentimento lor proprio; gli uomini moderni, per poco che abbiano qualohe coltura, non veggono nella vita delle cose se non una perpetua fluenza di cause e di effetti, della quale si può, ogniqualvolta soccorra cognizion sufficiente, predire e descrivere il moto. Essi hanno dinanzi a sé, non il regno dell’arbitrio, ma il regno della necessità. Come si caccia di posizione in posizione un nemico, la scienza ha cacciato d’uno in altro fenomeno il diavolo, e non gli ha lasciato più, sulla terra e nel cielo, un angolo solo ov’egli possa fermare il piede, e d’onde possa gettar novamente la sua ombra sul mondo. Essa ha fatto anche di più: ha mostrato come e perchè il diavolo sia nato, di quali elementi dell’animo nostro sia stato formato, e l’ha reso assai più cognito a noi, che lo neghiamo, di quello fosse nei secoli andati a coloro che ci credevano. Arrigo Heine dice, in una sua poesia, d’avere evocato una volta il diavolo, e d’aver ravvisato in lui, guardandolo bene, un antico suo conoscente. Noi possiam dire di più; noi possiam dire che nel diavolo, guardandolo bene, riconosciamo noi stessi.

La scienza combatte e caccia dinanzi a sè tutte le superstizioni, di qualunque natura esse sieno, dovunque le trovi, e non poserà finché tutte non le abbia vinte e dissipate; ma essa non le affronta tutte con eguale impeto, nè di tutte trionfa egualmente. Le minori si salvano dal suo urto più facilmente che non le maggiori, appunto perchè offrono minor presa, e di poco spazio e di poco nutrimento si contentano; così l’erbe del prato sono appena agitate dal turbine che passa, mentre gli alberi più poderosi sono divelti. La scienza può lasciar sussistere l’umile superstizione, di piccolo significato e di poca efficacia, vegetante a fior di terra; ma non la superstizione rigogliosa e tenace, che con le infinite propaggini le attraversa ogni tratto la via; non la superstizion prepotente che aveva empiuto del diavolo le cose e le anime, la natura e la storia. Questa superstizione essa necessariamente combatte ad ogni passo che muove, dovunque la incontri; ed ecco perchè, mentre continuano a vivere indisturbati nella fantasia popolare molti fantasmi, prole vivace della paura e dell’ignoranza, il diavolo vien meno, il diavolo muore, il diavolo sfuma.

Strana vicenda delle cose di quaggiù! muore e sfuma per virtù della scienza quel diavolo che già fu creduto suscitatore delle inquiete curiosità e delle silenziose ribellioni dello spirito, onde nasce appunto e inorgoglisce la scienza. Satis scis si Christum scis, abbastanza sai se Cristo sai, diceva la sapienza degli asceti e dei santi; ed ogni altro sapere era guardato con sospetto, e si accusavano d’aver patteggiato col diavolo gli uomini che delle cose della natura avessero qualche lume, col diavolo, l’antico bugiardo, che sedusse la donna promettendo la scienza. E i trionfi della scienza, e il crescere di una civiltà nuova di cui la scienza, ogni giorno più, si fa moderatrice e maestra, furono pianti e maledetti come opere e vittorie del diavolo.

Ed ecco il diavolo trasformarsi nel sogno e nell’accesa parola del poeta, e diventare un simbolo luminoso e mirabile, il simbolo della scienza imperterrita e indomita, che dirocca i dogmi e sbarba le superstizioni; della ribellione, che abbatte tutte le tirannie; della libertà, sotto le cui grand’ale una nuova vita s’instaura. Il Voltaire chiamava frères en Bélzébuth gli amici suoi migliori, che, come il D’Alembert e il Diderot, cooperavano con lui al grande rinnovamento filosofico e civile. Il Michelet, nella Sorcière, narrò questo Satana simbolico, e a questo sciolse il suo inno il Carducci :

Salute, o Satana,

o ribellione,

o forza vindice

della ragione !

Sacri a te salgano

gl’incensi e i voti !

hai vinto il Geova

de’ sacerdoti.

Satana fu Dio a sua volta ed ebbe adoratori e preci; e un altro poeta, il Baudelaire, nelle ambasce d’un dolor senza nome, lo chiamava in suo ajuto:

O toi, le plus savant et le plus beau des Anges,

Dieu trahi par le sort et privé de louanges,

O Satan, prends pitié de ma longue misere !

O Prince de l’exil, à qui l’on a fait tort,

Et qui, vaincu, toujours te redresses, plus fort,

O Satan, prends pitié de ma longue misere !

.     .    .     .    .     .    .     .    .     .    .     .    .     .   

Pére adoptif de ceux qu’en sa noire colere

Du Paradis terrestre a chassé Dieu le Pere,

O Satan, prends pitié de ma longue misere !

Il vinto si muta in vincitore, rientra in quel cielo onde fu bandito, e uccide il suo nemico. L’empio Rapisardi narrò in mirabili versi questa suprema vittoria di Lucifero :

Così dicendo (ed additava il sole

Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo

De l’acuto suo raggio, e parte a parte

Lo trapassò. Stridea, come rovente

Ferro immerso ne l’onda, il simulacro

Fuggitivo del Nume; e, a quella forma

Che crepitando si scompone e scioglie

Fumigante la calce a l’improvviso

Tasto de l’acqua o del mordente aceto,

Tale al raggio del Ver struggeasi il vano

Fantasima ; e in vapore indi converso,

Tremolando si sciolse, e a l’aria sparve.

Ma questi sono simboli e miti poetici, a cui altri poeti non mancarono di contraddire. Nell’Armando del Prati, Mastragabito, cioè Satana, muore di sfinimento: in un poemetto di Massimo Du Camp, La mort du Diable, Satana chiede in grazia a Dio la morte, e muore sotto il piede di Eva, l’antica madre ingannata, che compie così, non un’opera di vendetta, ma un’opera di misericordia. Il buon Béranger pretendeva che il diavolo fosse morto sino dai tempi di sant’Ignazio di Loyola, e per opera del santo medesimo :

Du miracle que je retrace

Dans ce récit des plus succincts

Rendez gloire au grand saint Ignace,

Patron de tous nos petits saints.

Par un tour qui serait infame

Si les saints pouvaient avoir tort,

Au diable il a fait rendre l’âme.

Le diable est mort, le diable est mort.

Satan, l’ayant surpris à table,

Lui dit: Trinquons, ou sois honni.

L’autre accepte, mais verse au diable,

Dans son vin un poison bèni.

Satan boit, et, pris de colique,

Il jure, il grimace, il se tord ;

Il crève comme un héretique.

Le diable est mort, le diable est mort.

Il est mort! disent tous les moines

On n’achetera plus d’agnus.

Il est mort! disent les chanoines;

Ou ne paira plus d’oremus.

Au conclave on se désespère :

Adieu puissance et coffre-fort !

Nous avons perdo, notre pére.

Le diable est mort, le diable est mort.

Ma, soggiunge il poeta, saut’Ignazio chiese ed ottenne il posto del morto, ed ereditò l’inferno. Finalmente è da ricordare che Guglielmo Hauff in Germania, e Federico Soulié in Francia, scrissero le Memorie del Diavolo; e che le memorie si sogliono scrivere di chi è morto, non di chi è vivo.

In realtà la scienza, che tante cose uccide, mentre tante altre ne crea, uccide, o finisce di uccidere anche il diavolo, del cui ajuto, se mai ebbe, ora non ha più bisogno. Per essa si avverano le parole memorabili del vecchio Virgilio:

Felice

Chi delle cose la cagion conobbe;

E i terror vani, e il fato inesorabile

Sotto ai piedi si pose, e dell’avaro

Acheronte lo strepito.

Ma che il diavolo sia morto, o moribondo, non si ammette da tutti, e molti s’ostinano a veder l’opera sua (poiché altrove oramai non la possono vedere) negli oscuri fenomeni, o nelle troppo chiare ciurmerle, del magnetismo animale e dello spiritismo: e or è qualche anno la Santità infallibile dei Sommo Pontefice Leone XIII, commossa da non so che diavoleria di spiriti e di visioni, onde per due settimane di seguitò fecero gazzarra i giornali della Penisola, volse calda preghiera all’arcangelo Michele, perdi, volesse impugnar di nuovo la spada formidabile, e gettato ai quattro venti, sopra e sotto la Via Lattea, il grido della battaglia, scendere anco urta volta in campo contro l’antico e mal vinto avversario, e torgli il ruzzo dal capo. Beatissimo Padre! Io non so qual risposta sia stato fatta di lassù al vostro invito; ma a che pro turbare i riposi al degno paladino del cielo? L’opera incominciata da Cristo diciotto secoli sono la civiltà l’ha compita. La civiltà ha debellato l’inferno e ci ha per sempre redenti dal diavolo.

Fine.

INDICE.

Dedica.

Capitolo I.

Origine e formazione del diavolo.

La leggenda e la storia. ‒ Il principio del male. ‒ Religioni primitive. ‒ Spiriti buoni e spiriti malvagi. ‒ Il dualismo. ‒ Divinità malefiche degli egizii, dei fenici, degl’indiani, dei greci, dei romani. ‒ Il mazdeismo; Ormuz ed Arimane. ‒ Satana nel giudaismo. Satana nel cristianesimo. ‒ Satana e i Barbari. ‒ La figura di Satana giunge a perfezione nel medio evo.

 

Capitolo II. La persona del diavolo.

Corpo dei demonii e sue qualità. ‒ Fisiologia diabolica. ‒ Figura dei demonii. ‒ Bruttezza spaventosa. ‒ Diavoli belli. ‒ Varie forme assunte dai diavoli. ‒ Zoologia diabolica. ‒ Diavoli che si appropriano corpi morti ‒ Aspetto pernicioso dei diavoli. ‒ Peccati diabolici.

 

Capitolo III. Numero, sedi, qualità, ordini, gerarchia, scienza e potenza dei diavoli.

Diecimila bilioni di diavoli. ‒ Diavoli nell’aria, diavoli nell’inferno. ‒ Ordinamenti sociali e divisione del lavoro. ‒ Monarchia infernale. ‒ Intelligenza diabolica. ‒ Ciò che sanno i diavoli. ‒ Ciò che possono i diavoli.

 

Capitolo IV. Il diavolo tentatore.

Ragioni, condizioni, modi, tempi e luoghi della tentazione. ‒ La tentazione semplice. ‒ La tentazione composta e sceneggiata: sant’Ilarione. ‒ La tentazione amorosa. ‒ Confessione di san Gerolamo. ‒ Caso doloroso di un santo monaco, che cessò d’esser santo. ‒ Avvedimento di san Benedetto. ‒ Altre tentazioni e trappole. ‒ Credulità del monaco Erone. ‒ Dabbenaggine di un povero giovine che andò in pellegrinaggio a San Giacomo di Gallizia. ‒ Accortezza di san Martino. ‒ Storia terribile di un eremita, di un gallo e di una gallina. ‒ Tentazioni laboriose e lunghe. ‒ Il diavolo frate e abate. ‒ Tentazioni indirette e tortuose. ‒ Concilio diabolico. ‒ Rimedio contro le tentazioni.

 

Capitolo V. Burle, truffe, soprusi, angherie e violenze del diavolo.

Un nuovo Mose. ‒ Piccole noje date a grandi santi. ‒ La ossessione; suoi gradi e forme. ‒ Tribolazioni di san Romualdo, di sant’Egidio, di santa Gertrude da Oost, di santa Francesca Romana, della beata Cristina da Stommeln, e di altri santi e sante di molta reputazione. ‒ Il soccorso di Pisa. ‒ Angosce e terrori dei moribondi. ‒ L’Arte di morire. ‒ La possessione; come si producesse. ‒ Quattrocentomila diavoli in un corpo solo. ‒ Sintomi, caratteri, effetti della possessione.

 

Capitolo VI. L’infestazione diabolica.

Il prete Pannichio. ‒ Vita tribolatissima e sante dottrine dell’abate Ricalmo. ‒ Acquazzone di diavoli. ‒ La natura indemoniata. ‒ I diavoli nei conventi. ‒ I diavoli in chiesa. ‒ Ubique daemon. ‒ Il lago di Norcia.

 

Capitolo VII. Amori e figli del diavolo.

Come generano i diavoli? ‒ Caso quasi incredibile di una donna che concepì e partorì parecchi anni dopo la sua morte. ‒ Gl’incubi. ‒ I succubi. ‒ Venere demonio. ‒ Il prete di Bonna. ‒ Figliuoli del diavolo. ‒ Gli unni, Caino, Attila, Teodorico ‒ Il mago e profeta ‒ Merlino. ‒ Roberto il Diavolo ‒ Ezzelino da Romano. ‒ Lutero. ‒ L’Anticristo. ‒ I figliuoli di Goffredo Plantagenet e di Baldoino conte di Fiandra. ‒ Figliuoli adottivi e avventizii del diavolo. ‒ Il diavolo e l’esattore.

 

Capitolo VIII.  I patti col diavolo.

Perchè e come si tacessero. ‒ Scritture vergate col sangue. ‒ Storia di un servo innamorato. ‒ Storia del ricco Antemio. ‒ Storia del buon ‒ Teofilo. ‒ Storia del dotto Gerberto, che fu papa con l’ajuto del diavolo. Altri papi che si vendettero al diavolo. ‒ Perchè Cecco d’Ascoli non abbia potuto scampare dal rogo. Come sia mal fatto fidarsi atte parole del diavolo. Esempio notabile narrato da san Pier Damiano. ‒ La bellissima e terribile storia di Fausto. ‒ Probità dello scellerato Twardowsky

 

Capitolo IX. La  magia.

Di quante maniere fosse. ‒ Ragioni di essa. ‒ Scuole in cui s’insegnava. ‒ La evocazione del diavolo; suoi pericoli. ‒ Esempii di un prete anonimo e di uno scolare di Toledo. ‒ Caso narrato da san Gregorio Magno. ‒ L’ultimo dei Carraresi. ‒ Il libro magico. ‒ Diavoli prigionieri. ‒ Maghi maggiori e minori. ‒ Miracoli dei maghi. ‒ Il banchetto magico. ‒ Michele Scotto e il cavaliere Ulfo. ‒ Il mago Zito; il rabbino Lòw. ‒ Filosofi, poeti e papi stregoni, ‒ I maghi dabbene: Ruggero Bacone. ‒ Le streghe. ‒ I congressi delle streghe. ‒ I processi per istregoneria.

Capitolo X.  ‒    L’inferno,

Dove fosse. ‒ Le porte dell’inferno. Ampiezza, struttura, topografia dell’inferno. ‒ La città infernale. ‒ Il ponte del cimento. ‒ Meteorologia, flora e fauna del doloroso regno. ‒ Affluenza incessante di anime dannate. ‒ I diavoli rapitori. ‒ Ultima avvertenza di Teodorico re dei Goti. ‒ Orrenda fine del conte di Matiscona. ‒ Qui pro quo diabolico. ‒ Anime senza recapito. ‒ Visitatori ed esploratori dell’inferno.

 

Capitolo XI. Ancora l’inferno.

Il libro dei peccati. ‒ Punizioni anticipate. ‒ Violenza e qualità delle pene infernali. ‒ Esperimento di santa Teresa. ‒ Lo scolare parigino. ‒ Natura del fuoco infernale. ‒ Uno dei molti gaudii dei beati. ‒ Ciò che si vedeva in inferno. ‒ Relazion di viaggio del monaco Wettin; del giovane Alberico; del cavaliere Tundalo. ‒ Abbominazione della desolazione. ‒ il cielo di ferro arroventato. ‒ Il monte spaventoso. ‒ Il ponte di mille passi. ‒ La bestia voraginosa. ‒ Lo stagno procelloso. ‒ Il terribil forno. ‒ La bestia che divora e digerisce. ‒ Le anime che ingravidano. ‒ I fabbri diabolici. ‒ L’ultimo fondo d’abisso. ‒ Il re delle tenebre. ‒ Cucina e banchetti infernali. Pene dei diavoli. ‒ Il purgatorio. ‒ Dannati fuor dell’inferno. ‒ Le anime dannate a processione. ‒ Storie orribili. ‒ Eternità e mitigazione delle pene infernali. ‒ La vision di san Paolo. ‒ Gli uccelli neri di Pozzuoli. ‒ Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate. 

Capitolo XII. Le disfatte del diavolo.

 

Gli avversari! del diavolo. ‒ Armi varie. ‒ L’inno della campana. ‒ Bravura dei santi. ‒ Sante correzioni date da essi al nemico. ‒ Il nemico legato. ‒ Il nemico bastonato. ‒ Il nemico imprigionato. ‒ Burle e sfregi varii: il gloriosissimo san Chiuppillo. ‒ Storia edificante di santa Giuliana. ‒ Storia non meno edificante di santa Gertrude. ‒ Il pugilato col diavolo. ‒ Guerra contro i diavoli invasori. ‒ Come si liberasse certo chierico indemoniato. ‒ Esorcismi ed esorcisti.

 

Capitolo XIII. Seguitano le disfatte del diavolo.

Santi che scendono di cielo. ‒ Storia di un vescovo molto devoto di sant’Andrea. ‒ Angeli e diavoli. ‒ La Vergine trionfatrice. ‒ Storia del cavaliere impoverito. ‒ Contrasti di più maniere. ‒ Esempio del mal cavaliere del re Coenredo. ‒ Il libriccino delle buone opere. ‒ Anime strappate di mano ai diavoli. ‒ Re Dagoberto. ‒ Carlo Magno imperatore. ‒ Enrico III. ‒ Il contrasto nella forma più semplice. ‒ Zuffa tra celesti e infernali. ‒ Fra due litiganti il terzo spasima. ‒ Battaglia campale. ‒ Satana e la Vergine. ‒ Dialettica satanica. ‒ Il diritto di Satana. ‒ Il processo celeste. ‒ Storia di san Cristoforo. 

 

Capitolo XIV. Il diavolo ridicolo e il diavolo dabbene.

Diavolo popolare. ‒ Bruttezza ridicola. ‒ Diavolo mattacchione. ‒ Diavolo rimminchionito. ‒ Inganni e frodi che gli si fanno. ‒ I diavoli nei Misteri. ‒ La magia derisa. ‒ Profumato racconto di Benvenuto Cellini. ‒ Gli angeli neutrali. ‒ Il diavolo servizievole. ‒ Riconoscenza diabolica. ‒ II servitore del conte Eleno. ‒ Altri esempii. ‒ Il diavolo credente. ‒ Il diavolo galantuomo. ‒ Astarotte e Farfarello. ‒ La conversione del diavolo. ‒ La confessione del diavolo. ‒ Il diavolo impenitente.

 

Capitolo XV. La fine del diavolo.

Il diavolo muore, il diavolo è morto. ‒ Cagioni e sintomi. ‒ Affinarsi del sentimento religioso. ‒ Affinarsi della morale. ‒ La scienza. ‒ Satana simbolo. ‒ L’opera di Cristo è compiuta.

Note

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[1] dolio: vaso

[2] scamatato: battuto, bastonato.

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 09 settembre 2010