Longo Sofista

Gli amori pastorali di Dafni e Cloe.

traduzione di

Gasparo Gozzi

Edizione di riferimento:

Gli amori pastorali di Dafni e Cloe, descritte da longo greco, ora per la prima volta volgarizzati da Gasparo Gozzi, in Parigi, Appresso Nic. Pissot, e Teofilo Barro, Quai des Augustins, M. DCC.LXXXI. - Libri quattro.

PROEMIO.

Trovandomi un giorno in Lesbo a caccia nel bosco alle Ninfe consacrato, mi s’offerse alla vista uno spettacolo il più bello che mai vedessero gli occhi miei; e fu una storia d’amore dipinta. Delizioso era il bosco da sè, folto d’alberi, tutto fiori, innaffiato da ruscelletti, uscenti da una fonte, che sola alimentava alberi, e fiori. Ma d’ogni cosa era più dilettevole il quadro, per una certa rarità di soggetto, e arte squisita d’espressione amatoria, tale, che molti forestieri incitati dalla sua celebrità, andavano quivi tanto per fare un’orazione alle Ninfe, quanto per quello vedere. Scorgevansi figurate in esso femmine grosse, che partorivano, altre, che cingevano di fasce bambini, esposti in balia di fortuna, bestie, che gli nutricavano, pastori che gli ricoglievano, giovani godenti in brigate, scorrerie di corsari, attacchi di nemici. Vagheggiando io tutto ammirativo, oltre a queste, molte cose solamente d’amore, m’invogliai di metterle in iscritto, e ricercato un espositore di quell’amatoria rappresentanza, ne dettai quattro libri, ch’io ad Amore, alle Ninfe; e allo Iddio Pane offerisco. L’opera è da piacere ad ogni qualità di persone; come quella, che arrecherà medicina all’infermo, conforterà l’afflitto, ritoccherà la fantasia a chi fu preso d’amore un tempo, a chi non ha provato darà ammaestramento, imperocchè non fu uomo veruno, nè sarà mai, che del tutto sfuggisse, o possa sfuggire Amore, fino a tanto che sarà bellezza almondo, e virtù visiva negli occhi. Ma faccia Iddio che scrivendo l’amore altrui, nonne sentiamo noi stessi il travaglio,

AMORI PASTORALI DI DAFNI E CLOE.

LIBRO PRIMO.

Mitilene è città in Lesbo grande, e bella, imperocchè qua e là è tagliata da gore, e canali, che al piè vi scorrono, e si scaricano in mare, con sopravi ornati ponti di liscia, e candida pietra, tanto che la diresti, a vederla, piuttosto isola, che città. Lontano da quella forse tre miglia, uno de’ più benestanti, e grossi abitatori avea una tenuta bella a dismisura; dappoichè in essa erano montagne con selvaggiume, campi da grano, colline vestite di viti, pasture abbondanti di gregge; e ogni cosa distesa lungo il lido del mare, sì ch’era un conforto dell’anima il vederla. Quivi un caprajo detto Lamone, pascendo la greggia, trovò una capra ad allattare un bambino. Eravi un luogo imboschito d’arboscelli, rovi, e bronchi spessi, con ellera che vi serpeggiava, ed erba minuta, sulla quale il bambino giaceva. Correndo quivi sempre la capra, disparve più d’una volta, e lasciato il parto proprio, s’acconciava a star col fanciullo. Lamone finalmente dell’abbandonato caprettino sente pietà; e tanto le continue andate della capra spia da ogni parte, che un giorno di fitto meriggio seguendone l’orme, trovala a camminare intorno al puttino pian piano, e attenta a non premere co’ piedi in luogo, che l’offendano l’ugne. Il pastare, come si può credere, sbalordito, s’accosta; trova un maschio bello, e grande, traente il latte non altrimenti, che da poppe di madre, e da vantaggio avvolto in più ricche fasce, che non comportava la fortuna d’uno abbandonato al caso. Imperocchè avea un mantelletto di porpora, annodato con una fibbia d’oro, e una spadetta coll’elsa d’avorio. A quel primo aspetto egli ebbe in animo di portarsene que’ soli arricordi, e non curarsi del fanciullo. Ma vergognandosi appresso di non usare tanta umanità quanta la capra, attende la notte, arreca a Mirtale sua moglie ogni cosa, arricordi, fanciullo, e capra. Stupisce la donna che capre partorivano bambini. Il marito tutto e narra, che lo trovò abbandonato al caso, il modo del nudrirsi, e la sua vergogna di lasciarlo perire. Approva la donna l’opera del marito; celano le trovate robe d’accordo; lo fanno credere proprio figliuolo, e lo lasciano alimentare alla capra: e perchè sentisse del pastoreccio anche il nome, lo chiamano Dafni. Passati due anni, un pastore di là non lontano, detto Driante, pascendo le pecore, s’abbattè a trovare, e a vedere cosa da questa non molto diversa. Era in que’ luoghi un gran masso cavato di dentro, tondo di fuori; spelonca delle Ninfe, quivi figurate in pietra co’ piedi scalzi, sbracciate fino agli omeri; capelli aveano sciolti, ondeggianti dietro al collo, una cintura intorno alle reni, con soavità ridenti, tutte atteggiate in guisa, che pareano danzare insieme. Di sopra, e nel mezzo appunto, del masso, era la volta della spelonca, da cui sgorgava una fonte, che l’acque versando con sordo mormorio alimentava la spessa e minuta erba d’un sottopposto prato, per varietà caro agli occhi. Pastorali nappi, zufoli, zampogne, canne, offerte di vecchi pastori, erano alle nicchie appesi. Alla spelonca delle Ninfe una pecora, che avea poco prima figliato andava sì spesso, che più volte fu tenuta per morta; e volendo il pastore riaverla, e ricondurla alla pastura coll’altre, fatto d’una ritorta di verde vermena un legaccio a guisa di cappio scorsojo, s’accodò alla caverna, per coglierla all’ improvviso. Se non che corsole addosso ritrovò cosa, che non avrebbe pensata mai. Vide quivi la quieta pecora porgere in abbondanza il suo latte, e un bambino, che senza strida or ad un capezzolo, or all’altro saporitamente, e di voglia appiccava la bocca, gajo, e pulito perchè quando era sazio di latte, leccavagli la pecora il viso. Era quel bambino femmina, anch’ella quivi esposta co’ suoi arricordi, cioè un acconciamento da capo con oro, pianelle dorate, calzette ricamate d’oro. Il pastore giudica che tal ritrovamento venga dagli Iddii, ed avendo già imparata dalla pecora la compassione, togliesi la fenciulletta in braccio, chiude in una bisaccia le robe, e fa orazione alle Ninfe, che gli dieno grazia d’allevare, e nutrire la bambina stata gittata a’ piedi loro quasi per implorarne soccorso. Giunta l’ora di ricondurre la greggia all’ovile, ritorna a casa, narra alla moglie quanto ha veduto, quel che ha trovato le mostra, e l’esorta a tenere da indi in poi la fanciulla per vera figliuola, e che come sua l’allievi. La pastorella, detta Nape, incontanente divenne madre per affezione, con tanta sollecitudine, e diligenza, che parea bene, non ella veramente temesse, che la pecora le andasse avanti in clemenza, e benignità; e mettendole un nome pastorale, Cloe la chiamò. Crebbero in breve tempo i due garzoncelli, e tali divennero in beltà, e gentilezza, che chiaro si vedea non essere eglino usciti di rustica schiatta. Già erano pervenuti, l’uno all’età di quindici anni, l’altra di tredici, quando Driante, e Lamone videro in sogno nella notte medesima quel ch’io dirò. Parve all’uno e all’altro, che le Ninfe, effigiate nella spelonca, in cui era la fonte, e dove Driante avea ritrovata la fanciulla, consegnassero Dafni, e Cloe insieme ad un putto d’oltremirabile venustà, e grazia, coll’ale agli omeri, e por tante certe saettusze, ed un picciol arco: e che il putto ferendo l’uno, e l’altra con una medesima freccia, comandasse al maschio di pasturare da lì in poi le capre, e alla fanciulla le pecore. Increbbe tal visione assai a’ pastori, vedendo destinati a pascere le gregge due allievi, secondo gl’indizii di loro ricognizione, degni di fortuna migliore. In che appunto fondatili, gli aveano alimentati con qualche delicatura di cibi; e fatti ammaestrare in lettere, e in tutto ciò che in quella villa avea più di concetto. Con tutto ciò deliberarono di prestare ubbidienza agli Iddii intorno allo stato di due, salvati dalla provvidenza di quelli. E conferitosi scambievolmente il sogno, sacrificano nella spelonca delle Ninfe al garzoncello alato (di cui non sanno il nome) e l’uno, e l’altra mandano fuori, a custodire ognuno la sua greggia, addestrandogli prima ad ogni appartenenza pastorale. E ciò fu, come s’hanno a far pascere le bestie prima del meriggio; come quando cessa il bollore del sole; quando s’ha ad abbeverarle, quando a cacciarle all’ovile; in che s’ha a far uso del vincastro, in che della voce sola. I due garzoni accettano l’offizio con tanto piacere, come se avessero acquistato un grandissimo reame; e più affettuosamente di quello, che sogliono fare tutti gli altri pastori, amano le loro capre e le pecore; riconoscendosi la fanciulla obbligata della vita alla pecora; e il giovane avendo in mente, ch’era stato da una capra nutrito. Era il principio della primavera, quando sono vigorosi i fiori de’ boschi, prati, e monti. Udivasi il ronzìo dell’api, il gorgheggiare degli uccelli; quivi agnellini saltar vano, colà su i monti balzavano capretti, ronzavano le pecchie ne’ prati, gli uccelli facevano risonare gli arboscelli de’ canti. In così universale grazia del mondo, vecchi, e giovani contraffacevano le cose udite, e vedute: udendo il canto degli uccelli, cantavano; vedendo gli scherzanti agnelli saltellare anch’ essi con leggierezza sbalzavano; sceglievano fiorellini ad imitazione dell’api, una parte se ne mettevano in seno, un’altra l’offerivano in ghirlande alle Ninfe. I due garzoni a fare ogni cosa erano insieme, pascendo le gregge l’uno vicino all’altro. Dafni più volte fece ritornare al branco le smarrite pecore. Cloe più volte fece discendere le troppo baldanzose capre da’ luoghi dirupati. Talora l’un d’essi custodiva tuttadue i branchi, mentre che l’altro s’intratteneva in qualche giuoco; imperocchè facevano giuochi pastorecci, e da putti. Andava ella in qualche lato a cogliere giunchi, e ne intrecciava un cofanetto per mettervi le cicale, sì attenta, che allora poco si curava della greggia. Egli dall’altro canto tagliando cannucce, e fra un nodo, e l’altro pertugiandole, e insieme connettendole colla cera, si addestrava fino a notte a suonare. Talvolta si davano l’uno all’altro latte, o vino, e mettevvano in comune il mangiare arrecato da casa. In breve, tu avresti piuttosto potuto vedere le pecore e le capre tutte disgiunte l’una dall’altra, che Dafni, e Cloe separati. Mentre ch’essi in tal guisa fanciullescamente scherzavano, Amore ordì loro una trama non da scherzo. Una lupa per nudrire i lupicini suoi, rubava nelle vicine pasture assai spesso le bestie delle altre gregge, come quella a cui abbisognava abbondante pasto per sostenere i lupicini. Per la qual cosa congregatisi insieme gli abitanti della prossima villa, cavano di notte certi trabocchetti quattro braccia larghi e quattro profondi. Portano da lontano la maggior massa del cavato terreno, e lo spargono, coprono la fossa con verghette secche, e sottili, seminandovi sopra il poco terreno rimaso, tanto che il luogo apparisce come prima liscio, e spianato: per modo che una lepre correndovi sopra avrebbe quelle verghette spezzate, più deboli che paglia. E allora si sarebbe solamente veduto, che non era terreno saldo, ma somiglianza di quello. Fecero di così fatti trabocchetti assai nella montagna, e al piano; ma non riuscì loro mai di cogliervi la lupa, insospettita, che sotto a quel nuovo terreno covasse l’inganno, Parecchie capre, e pecore all’ incontro quivi perdettero, e poco mancò che quella trappola non fosse la rovina di Dafni a questo modo. Azzuffaronsi pieni di stizza due caproni; e riscaldandosi la zuffa, ne rimase dal cozzo spezzato un corno ad uno, che preso dal dolore, e belando si diede a fuggire. Il vincitore inseguendolo dappresso, non gli lasciava riavere il fiato. Dolse a Dafni quel corno mozzato, e pien di collera a vedere quella pertinacia, preso in mano il bastone corre dietro al persecutore. In tal guisa fuggendo il caprone, e Dafni stizzoso perseguitandolo, nè l’uno nè l’altro si guardano a’ piedi, e cascano nella buca, primo il caprone, Dafni secondo. Questo fu, che salvò a Dafni la vita; sostenendolo nel rovinare a basso il caprone. Egli nella cava, caduto altro non poteva fare, che piangere, attendendo se peravventura fosse venuto alcuno a trarnelo fuori. Cloe, che avea da lontano veduto il caso, corse alla buca, e trovatovi Dafni vivo, andò subitamente ad un bifolco non discosto di là, pregandolo, che gli prestasse ajuto. Accorre il bifolco e cerca d’una fune sì lunga, che calata lo raggiunga, e ne lo cavi fuori; ma non l’ha: il che vedendo Cloe, si scioglie le trecce, e le bende del capo gli dà per calarle; e standosi tutta due sull’orlo della fossa tiravano a se. Dafni dal suo lato attenendosi colle mani alle bende, e ajutandosi, ne venne fuori. Cavano appresso anche l’infelice caprone, a cui s’erano spezzate tutta due le corna (tanto ebbe subita vendetta il vinto del suo persecutore) e lo danno al bifolco per ricompensa; accordandosi fra loro, se in casa venivano domandati di quello, che ne fosse avvenuto, a dire, che l’avesse portato via il lupo. Ritornano essi alle gregge e trovatele, che quietamente pascevano, si pongono a sedere sopra un tronco di quercia; e guardano attenti; se per la rovinosa caduta fosse in qualche parte rimaso insanguinato il corpo: nè ferita, nè lividura vi scoprono; ma capelli e corpo imbrattati da polvere, e fango. Deliberano, che sia da lavarsi avanti che Lamone, e Mirtale sappiano il caso. Va perciò Dafni accompagnato, da Cloe alla spelonca delle Ninfe, le dà in custodia il suo zaino, e il sajo [1],

Qui manca l’originale

ed ella, avvicinatasi alla fonte, le chiome e il corpo tutto vi si lavò. Avea la capellatura nera e folta, e le membra abbronzate dal sole, taluno avrebbe creduto che quella brunezza fosse l’ombra delle chiome: Cloe mirava Dafni e le parea bello; ma perciocchè fino allora non le era tale sembrato, stimò quel bagno cagione della bellezza. Ella pertanto lavandogli il dorso, ne sentiva le carni così pastose, che spesso palpava di furto le proprie, sperimentando s’èlle fossero più delicate. Ma il sole omai sendo all’ occaso, ricondussero le gregge alle lor mandre; nè altro più rimase a Cloe fuorchè la brama di rivedere Dafni alla fonte. Il giorno seguente poichè uscirono alla pastura, Dafni, siccome era uso, po stosi,a sedere sotto la quercia, davo fiato alla zampogna e insieme aocchiava le sue capre, le quali giacevano intente a quel suono. Cloe assisa pressogli, guardava ben ella il suo branco di pecore il ma il più era fisa in Dafni Le sembrava bello di nuovo, sonando la samspogna, e di nuovo ne stimava cagione quella melodia: talché dopo lui prese ella quello stromento, come se perciò dovesse pur bella diventare. Lo indusse quindi a lavarsi di nuovo e il vide nel bagno; e veggendolo il palpò, e ne uscì lodandolo nuovamente, e quella lode era principio di amore. Nè la semplicetta rusticamente allevata, intendeva che fosse la sua perturbazione; perciocchè non avea tampoco udito proferirsi da altri il nome di amore. Le ingombrava però l’animo una certa angoscia, nè poteva contenere gli occhi, e molto cicalava di Dafni. Non si curava di cibo vegliava le notti, non le caleva del gregge. Ridea, piagnea, si coricava, poi rimbalzava alternamente: or pallida in volto, or infiammata. Nè pur giovenca trafitta dall’assillo trambascerebbe cotanto. Alcuna volta in solitudine le sottentravano in mente questi pensieri: io sono inferma, di qual malore non so. Mi duole, nè ho ferita: mi struggo e nè una delle pecore ho guasta. Ardo, pur seggo in cotanta ombra. Quante spine talvolta mi punsero, e pure non piansi: quante api mi penetrarono col pungiglione, pure il cibo gustai. Ma la ferita ch’or sento nel cuore, è più di tutte quelle tormentosa. Bello Dafni, ma belli anco i fiori e dolce suona la zampogna sua; ma dolci pur sono le cantilene de’ rusignuoli. Tuttafiata di queste non mi cale. Oh fossi io la siringa sua, onde l’alito di lui mi s’infondesse! fossi io una capra da lui condotta alla pastura! Ahi trista fonte! Il solo Dafni rendesti bello: io mi v’immersi indarno. Care Ninfe, io svengo; e voi me fanciulla da voi nutrita non salvate? Chi d’ora in poi vi offerirà corone; chi vi serberà gli agnelli sventurati; chi più avrà cura dello stridente grillo, il quale io con molta diligenza raccolsi, affinchè mi assonnasse canticchiando presso lo speco? Ora in vece per Dafni io vegghio, mentre il grillo in vano stride. Tali erano i suoi affetti, tali i suoi ragionamenti nello investigare la per lei sconosciuta potenza di amore. Ma Dorcone[2], quel bifolco, il quale aveva tratti dalla fossa Dafni e il caprone, garzoncello di fresca lanugine, scaltro nelle opere e ne’ ragionamenti di amore, da quel dì incontanente compreso da amore per Cloe, e coll’andare del tempo vie più l’anima accendendosegli non curando qual fanciullo Dafni, deliberò macchinare co’ doni e con la violenza. Incominciò quindi a presentargli ambidue: a lui una zampogna pastoreccia di nove canne, invece di cera congiunte col rame; a lei una pelle di cervo, da baccanti screziata a macchie bianche. Venuto poi in dimestichezza, egli in breve trascurò Dafni, e ogni dì a Cloe o molle cacio, o serto florido, o mature poma offeriva. Talvolta le recava o tralcio montano [3], o una coppa dorata [4], o uccelletti silvestri da nido. Ella inesperta degli amorosi artifici, prendendo questi doni si rallegrava spezialmente, perchè con essi acquistava di che presentare Dafni. Ma era tempo omai che Dafni conoscesse le opere di amore. Avvegnachè Dorcone eccitò contro lui contesa intorno la bellezza: Cloe n’era giudice e il premio del vincitore dovea essere il baciarla. Dorcone in questa guisa incominciò: io, o fanciulla, sono guardiano di buoi, di capre lo è costui: e però io gli rimango superiore, quanto i buoi alle capre lo sono. Mi vedi candido come il latte, e biondo qual messe cui sovrasta il mietitore. Me la madre, non una bestia nutricò. Vedi costui piccolo e qual femmina sbarbato, nero come lupo; pastore di becchi, ne spira il tanfo. Desso è meschino cotanto, che neppure sostenta un cane. Ma se, come è fama, una capra lo allattò, egli per nulla differisce dai capretti. Questi e simiglianti pensieri espose Dorcone, a’ quali Dafni rispose: me allevò una capra, così pur Giove. Pasco i miei becchi in guisa che appariranno migliori de’ bovi di costui. Da me non esala sito caprino, come neppure da Pane, benchè sia la maggior parte becco. A me bastano cacio, focacce, vino bianco, nutrimenti da contadino e non da ricco. Io sbarbato? Bacco lo è del pari. Io bruno? Lo sono anco i giacinti. Eppur Bacco sopravanza i satiri ed il giacinto i gigli. Costui però è di pelo rosso come volpe, barbuto qual caprone, biancastro qual femmina urbana. Che se tu abbia talento di baciare, di me combacieresti le labbra, di costui la barba irsuta. Sovvengati, o fanciulla, che sei nutrita nell’ovile, ma che sei bella. Non più si rattenne la Cloe; ma in parte lieta per quelle lodi, in parte bramosa di ribaciare Dafni, lanciatasi lo baciò. Garzone di schietta natura senza artifici, era valente assai a destar fiamma nel cuore. Dorcone allora umiliato si sottrasse, meditando altra via di amore. Dafni però, quasi morso, anzichè baciato, incontamente squallido in viso, abbrividava spesso, nè potea calmare i palpiti del cuore. Volea pur mirare la Cloe, e mirandola, tutto si copriva di subitano rossore. Allora si avvide per la prima fiata, che le chiome di lei erano bionde, gli occhi splendidi e grandiosi, il volto manifestamente più candido del latte caprino, coma se in quello istante acquistasse gli occhi per l’addietro ciechi. Nè di poi usava cibo, se non come assaggiandolo, nè bevanda allorchè sforzato vi fosse, se non quando ne umettasse le labbra. Ecco taciturno costui, da prima garrulo più di cicala! eccolo pigro, quand’egli era snello più delle capre! Già trascurava la greggia, avea gettata la zampogna, più pallido in volto dell’erba estiva, per Cloe sola diveniva loquace [5]»

Tali erano le immaginazioni di Dafni, e tra sè lagnavasi con queste puerili querele. Oh! a che mi condurrà in fine Cloe? Sono le sue labbra più morbide che le rose, il fiato più soave, che favo di miele, ma fra esse è il pungiglione della pecchia. Io ho baciati spesso caprettini nati appena, il vitellino datomi in dono da Dorcone, ma altra cosa è Cloe. Mi batte il polso; ho il triemito nel cuore, languore nell’anima; e desidero il mio male. Oh! pessima vittoria! Oh! strana infermità della quale non saprei dire il nome! Ha peravventura Cloe assaggiato con bocca il veleno e se l’assaggiò perchè non è morta? Quando i rossignuoli cantano, la mia zampogna tace, quando i capretti saltano, io sto a sedere; ora sono belli, e rigogliosi tutti i fiori, ed io non fo ghirlande; fioriscono giacinti e viole, Dafni appassisce. Parrà mai un giorno a lei più bello di me Dorcone? In tal guisa dolevasi il tapino Dafni come colui, che avea per la prima volta esperienzia della fiamma d’amore. Ma Dorcone bifolco innamorato di Cloe, colta l’opportunità, mentre che zappava un albero appressò ad una vite Driante, andò a lui, con certe forme di cacio, e non so quali zampogne nuzziali. Gli presenta le forme per essere suo amico da gran tempo, e fin da quando anche Driante era boattiere. Di quà preso, l’appicco del suo ragionare tanto s’aggirò, che giunse al punto del maritaggio di Cloe, promettendogli molti ricchi e bei doni, secondo bifolco, se gliela volesse dare per moglie. Offerivagli un pajo di buoi da lavoro, quattro alveari di pecchie, cinquanta piante di mele, un cuojo da farne scarpe, e ogni anno un vitello prossimo ad essere spoppato. Poco mancò, che Driante allettato dalla gola de’ doni, non consentisse. Pure considerando tra sè essere la fanciulla degna di partito migliore; e temendo, se coll’andare del tempo ella veniva riconosciuta, di cadere in qualche grande abisso di malanni, chiedendogliene con buone parole scusa, negò di fare questo accasamento. Vedendo Dorcone riuscire vana anche questa seconda speranza, e oltre a ciò avendo perdute quelle forme di buon cacio, inventò una certa trama da bifolco. Venutogli in mente che Cloe l’un giorno, e Dafni l’altro guidavano le bestie a bere, presa la pelle d’un certo lupaccio, ch’era stato ucciso da un toro colle corna combattendo a difesa delle mandre, quella dalle spalle alle calcagna con sì acconcio modo si stese indoffo, che i piè lupini davanti gli coprivano le mani, que’ di dietro le cosce fino a’ taloni, e l’aperto ceffo si congegnò in guisa sul capo, che gliene chiudeva dentro come celata una testa di soldato. In tal forma fattosi fiera il meglio, che seppe, s’accostò alla fontana, alla quale andavano per usanza capre, e pecore a bere dalla pastura. Era la fontana in una profonda valle, e ogni vicinanza intralciata di spine rovi, ginepreti, e cardi, tanto che un vero lupo vi si sarebbe potuto appiattare. Dorcone quivi celatosi, si diede ad attendere l’ora, in cui le pecore andassero a bere, sperando di spaventar Cloe colla pelle del lupo e abbrancarla. Poco andò, che Cloe già avviava le pe core a bere, mentre che Dafni s’intratteneva a tagliare certi teneri germogli da dargli a rodere a’ capretti al ritorno dalla campagna. Seguivano la greggia i cani, custodi di capre, e pecore; e siccome per natura cacciano, e fiutano in ogni luogo, s’ avvidero, ch’egli si movea, e gli si avventarono addosso abbaiando come a lupo; e d’ogni parte attorniandolo, nè attentandosi egli di rizzarsi per la paura, cominciarono a morderlo con quanti denti aveano. Fino a quel punto temendo egli d’essere scoperto, era stato in quella siepaglia rannicchiato, tacito, e occulto nella pelle del lupo. Ma quando Cloe a quel primo aspetto atterrita, chiamò Dafni in suo ajuto; e i cani squarciatogli dalle spalle il cuojo posticcio, gl’addentarono le carni, si diede a gridare quanto gli usciva della gola, e a scongiurare piangendo la fanciulla, e Dafni quivi già sopraggiunto, che gli prestassero soccorso. Essi coll’usato fischio racchetano incontanente i cani, poscia conducono l’infelice Dorcone, morso le cosce e le spalle, alla fontana, gli lavano le ferite, dove l’aveano i cani addentato; e dentro vi premono sugo d’olmo verde, tuttadue sì femplici, e poco periti delle ardite industrie d’amore, che giudicando l’imboscata di Dorcone vestito da lupo essere stata uno scherzo da pastore: sicchè non solamente non si crucciano seco; ma lo confortano, e guidano a mano per un buon pezzo di cammino. Egli ch’ era stato a sì gran risico della vita, e uscito, non come suol dirsi di bocca al lupo, ma a’ cani, andò medicarsi le ferite. Dall’altro lato Dafni, e Cloe penarono fino alla notte a riunire capre, e pecore, le quali parte sbigottite dalla pelle del lupo, e parte disperse, e fatte ruvide dall’abbajare de’ cani, erano salite sulle più alte sommità delle rupi, o corse fino al mare; e comecchè le fossero molto bene accostumate ad ubbidire alla voce, a riordinarsi al suono della piva, e a raunarsi ad un batter di palme, il timore avea fatto ad esse dimenticare ogni cosa: sicchè ormandole, e cacciandole, come le lepri, a grandissima fatica le ricondussero all’ovile. Quella fu la sola notte, in cui presi da profondo sonno, dormirono, perchè la fatica durata la sera fu rimedio contro a disagi d’amore. Apertoli il giorno, provarono di nuovo le prime passioni; allegri a dismisura si riveggono, mesti, e dolenti in cuore si lasciano. Non sapevano eglino medesimi, che si volessero. Solo una cosa sapevano, l’uno, che il suo male era da una bella bocca derivato, l’altra da un bagno. La cagione più gli accendeva, giunta al chiudersi della primavera, all’aprirsi della state, quando ogni cosa avea più di vigore: alberi di loro ricchezze carichi, campi di spighe; canti di cicale; fragranze di frutte; fino il belare delle pecore più giocondo. Avresti detto, che fontane, ruscelli, e fiumi placidamente scorrendo formassero una certa armonia di canto; che zufolando i venti fra i pini suonassero; che le frutte prese d’amore cadessero a terra; e che il sole dilettandosi di vedere formosità, e grazie, traesse a tutti i vestiti. Dafni da ogni parte riscaldato si lanciava nell’acqua, e bagnandosi prendeva talvolta guizzanti pesci: ed acqua bevea anche spesso per far prova d’ammorzare quel suo caldo interno. Ma Cloe, dappoich’ell’ebbe munte le pecore, e gran parte delle capre, lungo tempo s’affaccendò ancora nel far rapprendere il latte, e in parar mosche, che scacciate tornavano, e la pungevano. Finalmente lavatasi la faccia, si pose in capo una ghirlandella de’ più teneri ramicelli di pino, una pelle di cerviatto indosso, ed empiè due orciuoli l’uno di vino, e l’altro di latte, per bere con Dafni, Avvicinandosi il mezzo giorno, furono gli occhi dell’uno e dell’altra attoniti più che mai fossero. S’abbattè la vista di lei in Dafni svestitosi, florida bellezza, e da non trovarvi difetto. Egli dall’altro lato vedendo lei inghirlandata, offerentegli l’orciuolo del latte, immaginò di vedere una delle Ninfe della spelonca; e rapitale dal capo la ghirlanda, la baciò prima, poi la pose in capo a se: ella all’incontro, mentre, che si tuffava Dafni in acqua, preso il vestito di lui lo si metteva in dosso, baciatolo anch’essa prima. Gittavansi poscia a vicenda mele l’uno all’altro, ora si pettinavano, facendosi la discriminatura a’ capelli. Diceva Cloe, che i neri capelli di Dafni pareano bacche di mortella; egli quella sua candida e vermiglia faccia comparava al lui bel pomo. Le insegnava appresso a suonare la zampogna, e non sì tosto avea ella cominciato a soffiarvi dentro, che gliela toglieva di mano, e vi facea sopra trascorrere le fue labbra; e facendo le viste, ch’ella avesse errato, coglieva l’opportunità di rifare il giuoco. Standoli egli a suonare in sul bollore del mezzodì, mentre, che le gregge erano sdrajate all’ombra, Cloe, senza punto avvedersene fu colta dal sonno; di che accortosi Dafni, ripose la zampogna; nè si saziava di guardarla dal capo a’ piedi, senza timore d’alcuno; e le dicea piano queste parole: Oh! con qual soavità dormono quegli occhi! Qual fragranza d’alito esce di quella bocca! Non frutte, non piante fiorite esalano sì grato odore. Ma a quella non m’accosterò già io, ch’essa punge, e fa impazzare, come recente miele. Poi anche non vorrei destarla. Oh! strepitanti cicale! un gran cantare oggi fanno; lei non lasceranno dormire, E i caproni non faranno anch’essi mai fine di cozzare, e fare fracasso, Oh! dove siete voi ora, lupi, più infingardi che le volpi, a che non ne gli portate via? Mentre, ch’egli favellava in tal guisa, eccoti una cicala, che da una rondine inseguita, in seno a Cloe casca: la persecutrice perde la speranza d’averla; ma non potendo così tosto arrestare la rapidità del volo, sì rasenta la faccia di Cloe, che una guancia le tocca coll’ala, Ella d’improvviso destatasi non sapendo che fosse, gridò forte: ma veduta la rondine atteggiare ancora vicina, e Dafni ridente del suo sbigottimento, fregatisi gli occhi sonnolenti, s’assicurò. La cicala, quali volesse ringraziarla della sua salvezza, in seno le intuonò il canto. Cloe rinnovò un alto grido, Dafni il riso: e valendosi dell’opportunità, pose le mani colà dove la gentile cicala cantava, e fuor ne la trasse; la quale chiusa in pugno non tacea ancora, Cloe con piacere la mira e la bacia, e cantante la si ripone in seno. Presero poscia gran diletto anche ad ascoltare una colombella, che susurrava nel bosco, Cloe domanda a Dafni, che canzone è quella? egli le narra quanto il volgo racconta. Una volta, diceva egli, fanciulla mia, fu una fanciulla bellissima, e nel fiore degli anni, qual se’ tu, la quale stava alla custodia d’una numerosa mandra di vacche. E anche quella così perfettamente cantava, che le bestie custodite da lei l’ascoltavano con tanta attenzione e diletto, che per guidarle non di colpo di bastone, o di stimolo abbisognava; ma standosi ella a sedere sotto l’ombra d’un pino, inghirlandata delle foglie di quello, cantava sempre qualche inno a Pane, del quale stavano sì ammirative le bestie, che mai si scostavano tanto da lei, che non avessero potuto udire la sua voce. Di là non molto lontano era un pastore di buoi giovanetto, anch’egli bello, e nel cantare perito come la fanciulla, il quale gareggiando con quella in musica, cominciò a cantare, come quegli che maschio era, con voce più gagliarda, e per la tenera età delicata, e gentile: sicchè trasse a sè otto delle vacche migliori dalla mandra di lei. Di che la tapina fanciulla cadde in tanta malinconia, vedendoli minorata la mandra, e sè nel canto superata, che prega gl’Iddii d’essere tramutata in uccello prima di ritornar a casa. Le assentono gl’Iddii, e la tramutano in quell’uccello che senti, montagnuolo, e che canta, non altrimenti, che quando era fanciulla; il quale ancora oggidì si querela, susurrando, della sua disavventura, e dice, che va cercando le bestie perdute. Tali furono i loro godimenti la state: ma venuta la stagione dell’autunno, e cominciando a maturar l’uve, certi corsali di Tiro, con una fusta di Caria, acciocchè non vi fosse peravventura chi gli scoprisse per barbari, approdarono a quella spiaggia, e sbarcati con corazzine, e spade, abbottinarono quanto pervenne loro alle mani: buon vini, grani in abbondanza, e molto miele in favi colla cera; traendo seco anche alquante delle vacche di Dorcone. In tal guisa quà, e colà trascorrendo s’abbatterono al male avventurato Dafni, cruccioso e dolente dell’indugio di Cloe; la quale, essendo fanciulla, e temendo la rusticità de’ pastori, non usciva per tempo, nè guidava così tosto fuori la greggia di Driante. I corsali veduto il giovane grande, ben fatto; estimandolo la miglior preda ch’avessero fatta fratterra; non baloccarono più a inseguire le capre, nè a cercare, o rubare altro per la campagna; ma lui nella fusta piangente trassero, e che altro non sapea fare fuor che chiamar Cloe ad alta voce. Aveano già i corsali sciolta la fune, e dato di mano a’ remi, quando giunse Cloe colla greggia e con una nuova zampogna per darla a Dafni; ma vedendo tutte le capre sbigottite e sbandate, e udendo la voce di lui, che sempre più e più forte gridava, le pecore lascia, gitta via la zampogna e corre a Dorcone, per pregarnelo di soccorso. Ma egli gravemente da’ ladroni ferito, e disteso in terra, appena poteva più fiatare, versando il sangue; poi accortosi, che quivi era Cloe, animato da una favilluzza del primo amore, le dsse: Cloe mia, io morrò fra poco: gli scellerati ladroni, opponendomi io loro in difesa della mia mandra, m’hanno trattato non altrimenti, che un bue al macello, Salva a me, e a te Dafni, fa vendetta della mia morte, rovina i pessimi ladroni. Io ho sì avvezze le vacche mie, che seguono il suono del mio flauto, e a quello vengono, per quanto sieno da lunge alla pastura. Prendilo tu al prefente, va in riva al mare, e quivi suona quella canzone, che io ho lungamente insegnata a Dafni, ed egli a te. Lascia fare il restante al flauto, e alle vacche, tratte da coloro alla fusta; io do a te quel flauto, con cui ho un tempo guadagnato il premio a molti pastori, e bifolchi. Tu, per compenso, moribondo baciami una volta, morto mi piangi, e quando vedi uomo a custodire buoi, di me ti ricorda. Dette queste parole finisce in Dorcone vita, voce, bacio. Cloe preso il flauto, lo si mette a bocca, e quanto può alto intuona. Odono le vacche, conoscono il suono, muggiscono, e tutte ad un tratto con furia uguale, balzano in mare: rivoltan tutta dall’altra banda con repentino impeto la fusta, alla caduta il mare di sotto si fende, quella si riversa, l’onde si raccozzano, l’inghiottono. Guizzano i naviganti; ma con disuguale speranza di salvezza. Imperocchè i corsali aveano cinte le spade ai fianchi, certe mezze corazzine a scaglia indosso, e schinieri fino a mezza gamba. All’incontro Dafni, come colui, che pasceva bestiami pe’ campi, era scalzo, e quasi nudo, essendo ancora la stagione assai ben calda. Di che dunque i corsali, poich’ebbero un poco nuotato, tirati giù dall’arme affogarono. All’opposto Dafni non intrigato da que’ pochi cenci, che avea indosso, nuotava: se non che in fine stancandosi, per essere solamente avvezzo a nuotare ne’ fiumi; da necessità imparò quello, che avea a fare; e sguizzato fra le vacche, e abbrancate le corna a due di quelle, ne veniva senza stento veruno, e con tanto suo agio portato, quanto un cocchiere sul carro. Più a lungo, che l’uomo, nuota il bue; nè v’ha altro animale, che tanto duri al nuoto, fuorchè gli acquaioli, e i pesci; per modo che di rado affogherebbe in acqua; se l’ugne in essa ammollite non gli cadessero. Molti luoghi di mare, oggidì cognominati Bosfori, o tragitti di bue, fanno fede al mio dire. In tal forma uscito Dafni salvo, contra ogni sua speranza, di due gravissimi pericoli, schiavitù di corsali, e affogamento in mare, e giunto a riva, trovò Cloe, che piagneva, e rideva ad un tratto, e abbracciandola, le domandò, perchè così avesse quel flauto suonato? Cloe ogni cosa ordinatamente gli narra: la sua andata correndo a Dorcone; in che erano ammaestrate le bestie; l’ordine avuto di suonare; e in qual modo fosse finita Dorcone: tenne solamente, per verecondia, segretissimo il bacio. Deliberarono perciò di far qualche poco d’onore alla memoria di colui, che tanto gli avea beneficati; onde congregatisi co’ parenti, andarono al sotterramento del meschino Dorcone; gittandovi sopra terra assai; piantando molti dimestici alberi intorno alla fossa, e consagrandogli primizie: vi sparsero latte; v’ammostarono uve; e molte zampogne, e pive spezzarono. Uditi furono malinconici muggiti, e fu veduto un certo scorazzare di bestie senza ordine; il che pecorai, e caprai interpretarono essere il corruccio de’ buoi, e la querimonia loro pel morto bifolco. Sotterrato in tal guisa Dorcone, Cloe condusse Dafni alla spelonca delle Ninfe, e lo lavò. Quella fu la prima volta, che Cloe innocente e semplicetta, davanti all’innocente e semplice Dafni, lavò anch’essa il corpo suo polito, e puro, che non abbisognava di lavatura per parer bello. Colsero appresso di que’ fiori, che dava la stagione, e ne fecero ghirlanda alle statue delle Ninfe, appendendo alla facciata della rupe il flauto di Dorcone per offerta. Finalmente alle capre, e alle pecore ritornarono, e quelle trovarono tutte sdrajate sul terreno, che non si pascevano, nè belavano, per malinconia, come si dee credere, del non veder più Cloe, nè Dafni. Ma non sì tosto furono veduti, e venne udita la consueta voce, e zampogna, che incontanente le pecore rizzatesi incominciarono a rodere, e le capre fecero maravigliosa festa, quasi ricreate a rivedere il caprajo, Non potea però Dafni rallegrarsi, dappoichè egli avea veduta quella oltremirabile bellezza scoperta: grandissima doglia lo struggeva, come interno veleno. Alitava talvolta sì spesso, che parea uomo stato inseguito: ora gli mancava il fiato, come quando colto prima da corsali, avea ogni vigore perduto. Terribile più, che il mare, era a lui la fonte della spelonca. Gli parea ancora d’avere l’anima in mano de’ corsali, come colui, ch’era un giovanastro allevato alla campagna, e non sapea, che cosa fosse ladroneccio d’Amore.

Libro Secondo

Avanzavasi  l’autunno, ed era prossima la vendemmia: ogni uomo di villa accudiva alle fue faccende: uno racconciava gli strettoj; un altro radeva le bótti: chi tesseva ceste; chi metteva all’ordine piccioli ronchi da tagliar grappoli: chi sasso da pigiare l’uve, e ammostare; e chi apparecchiava fiaccole da accendere, e far lume per imbottar mosto la notte. Dafni e Cloe, tralasciando anch’essi il pensiero delle gregge, s’adoperavano l’uno per l’altro nelle faccende della vendemmia. Egli portava l’uve nelle ceste, le gittava nel tino, le pigiava, imbottava il vino: apprestava ella il mangiare a’ vendemmiatori; arrecava loro da bere del vino del passato anno; tagliava i grappoli da’ tralci più bassi. Imperocchè in Lesbo erano tutte le viti non alte in aria, attorcigliate agli alberi fin sulla cima; anzi stendevano i tralci all’ingiù, e com’edera serpeggravano; tanto che un bambino, a cui fossero state sfasciate le mani allora, avrebbe potuto giungere a’ raspi. Le femmine, in quella solennità di Bacco, e in tempo di vendemmia, secondo il costume, da’ vicini luoghi chiamate in ajuto, tutte adocchiavano Dafni, e lui lodavano, e comparavano a Bacco in bellezza. Una delle più ardite gli appiccò un bacio; Dafni n’ebbe sdegno finto, Cloe doglia vera. Dall’altra parte gli uomini, calcando l’uve ne’ tini, lanciavano a Cloe motti coperti, e le cantavano di pazze canzoni intorno, come Satiri ad una Baccante; dicendo, che desideravano d’esser sua greggia, e pasciuti da lei. Cloe n’era anch’essa allegra, Dafni dolente. Ma già l’uno, e l’altra desideravano, che la vendemmia avesse fine, per poter uscire alla campagna di nuovo, e, piuttosto che quello schiamazzo, udire la zampogna, e fino a belare le gregge. Poichè finalmente furono fra pochi giorni colte l’uve dalle viti, e il mosto nelle botti; ficchè non abbisognava più sì gran numero d’operai; ricondussero le bestie alla pastura; e andarono tutti lieti a salutare le Ninfe, arrecando loro tralci con grappoli, primizie della vendemmia. Nè mai s’erano con quelle accidiosamente diportati; ma sempre, avanti di cacciare le gregge a pascere, facevano quest’atto di dovere, e quando le riconducevano a casa, di nuovo le onoravano; arrecandovi ogni volta qualche cosetta, o fiore, o frutte, o un verde ramicello, o un poco di latte: delle quali cose tutte vennero appresso dalle Dee largamente ristorati. Intanto a guisa di cani, come suol dirsi, sciolti dalla catena, balzavano, suonavano la zampogna, ricreavano col canto la greggia; con quella scherzavano. Mentre, che un giorno in tal guisa si davano bel tempo, sopraggiunse un vecchio con una pelle in dosso, zoccoli in piedi, e una bisaccia, che gli pendeva dal collo, molto ben frusta, il quale postosi a sedere appresso di loro, parlò in tal forma: Carissimi fanciulli, io sono quel vecchio Fileta, che tante volte cantai ad onore di queste Ninfe, e che così spesso suonai la zampogna a laude dell’Iddio Pane. Colla sola virtù della voce io solea già reggere un numeroso armento; ora vengo a voi ad annunziarvi quanto ho veduto, e raccontarvi quello, che ho udito. Io sono il padrone d’un bruolo, da me fatto, e con le mie mani piantato, seminato, e acconcio da quel tempo in qua, che vecchiezza m’ha fatto lasciare di più guidare alla campagna il bestiame. Secondo le stagioni dell’anno, ogni cosa in esso ricolgo. La primavera rose, giacinti, viole: la state papaveri, pere, frutte d’ogni ragione: al presente uve, fichi, melagrane, e bacche di verde mortella. Uccelli d’ogni genere vi concorrono la mattina a stormi, alcuni a beccare, altri a cantare; imperocchè v’ha grande ombra, lo coprono alberi assai, e l’adacquano tre fontane: ed è così folto, che chi ne togliesse via la siepe che lo circonda, lo crederebbe un bosco. Oggi appunto verso il mezzogiorno, m’accorsi che sotto alle mortelle, e a’ melagrani, era un garzoncello, il quale avea in mano melagrane e bacche di mortella; lo stesso latte in bianchezza, nell’aureo colore de’ capelli il fuoco vinceva; sì netto, e pulito che parea lavato in quel punto; soletto, nudo, scherzando, coglieva le frutte, come del bruolo padrone. Io me gli avventai in atto di pigliarlo, temendo che con quel suo perpetuo movimento mi rompesse viti e melagrani. Ma egli prestamente, e con poca briga, ora sotto a’ rosai, ora sotto a’ papaveri celandosi, come un perniciotto, mi scapolò dalle mani. Io corsi a’ miei giorni più volte dietro a’ capretti di latte; e più volte mi sono affannato a seguire correndo dietro a’ vitellini novelli: ma questo era bene altra cosa, e non si sarebbe potuto prenderlo mai. Ritrovandomi io dunque per la vecchiezza fianco, e appoggiatomi al bastone, attento che non fuggisse, gli domandai di qual famiglia del vicinato uscito fosse? e perch’egli intendesse alfine di voler saccheggiare a quel modo il bruolo altrui? Non rispose sillaba; ma accostatosi a me cominciò a fare un certo vezzoso risolino, e mi gittò alcune bacche di mortella; le quali, non saprei dire in qual forma, m’ammollirono il cuore per modo ch’io non potea veramente aver più collora contro di lui. Anzi ne lo pregai, che lasciato ogni timore, s’accostasse a me francamente, giurandogli per le frutte, e melagrane mie, ch’io l’avrei lasciato vendemmiare viti, e tanti fiori cogliere, quanti avesse voluto e che per accertarli di ciò meglio mi desse un bacio. Egli allora facendo le più grasse e saporite risa del mondo, manda fuori una voce, che non s’udì mai sì foave nè da rondine, nè da rossignuolo, nè da cigno, anche dell’età mia. Fileta, diss’egli, il baciarti non sarebbe a me punto difficile, avendo io molto maggior desiderio di baciare, che tu di ringiovanire; ma vedi bene, che tu non mi chiegga cosa mal convenevole a cotesta mia età; imperocchè la tua vecchiezza non potrà far sì, che tu non ti strugga allora di desiderio di seguirmi. Non falcone, non aquila, non qualsivoglia altro uccello più, di quelli veloce, mi potrebbe raggiungere in caccia. Io non sono già fanciullo, comecchè n’abbia in apparenza, ma di Saturno, e di tutta il passato tempo più vecchio. Io conosco te fin da quel tempo., in cui tu giovinetto, guardavi quel grande, e numeroso armento, che largamente disteso si pasceva per luoghi palustri. Io stava al tuo fianco quando suonavi il flauto colà sotto a’ faggi, e spasimavi per Amarilli. Nè tu perciò vedevi me, quantunque, io fossi alla fanciulla dappresso assai. Lei finalmente io ti diedi, e tu n’acquistasti que’ figliuoli che sono oggidì sì buoni lavoratori, e bifolchi. Al pretente io sono custode di Dafni, e Cloe; e quando gli ho la mattina acconci in compagnia, entro nel tuo bruolo, e prendomi diletto delle piante, de’ fiori, e mi lavo in queste fontane. E perciò appunto ci sono così vistosi gli alberi, e i fiori, perchè mi bagno nell’acque, dalle quali vengono annaffiati. Vedi ora degli alberi tuoi qual ramo sfia infranto, qual frutto colto, qual radice di fiore calpestata, e finalmente qual sia l’intorbidata fontana. Chiama te beatissimo, che solo fra tutti gli uomini, hai in tua vecchiezza quello garzoncello potuto vedere. Detto ciò, non altrimenti, che rossignuolo uscito di nido salì su i mirti; e tra le foglie favellando di ramo in ramo, alla cima pervenne. Io vidi sugli omeri suoi nate l’ale, e fra quelle, e gli omeri archetto, e frecce: dopo non vidi più lui, nè altro. Ora se non sono incanutito invano, e se invecchiato non vaneggio, io v’affermo, fanciulli miei, che voi siete da Amore protetti, e che ha cura di voi Amore. Stettero con gran piacere ascoltando questo ragionamento, non già stimandolo storia, ma una bella, e piacevole favoletta: e gli domandarono, che cosa fosse Amore; se fanciullo, o uccello; e qual fosse la sua possanza. Fileta a questa domanda ripigliò in tal guisa il suo dire: – È questo Amore, o fanciullo, uno Iddio giovanetto, con l’ale, bellissimo; perciò egli ha caro di conversare co’ giovanetti, va in traccia di bellezza, accende gli animi di voglia; e più può, che lo stesso Giove. Gli elementi signoreggia, a’ pianeti comanda, sopra gli Iddìi suoi uguali ha impero. Nè avete voi tanta signoria sulle capre, e pecore vostre, quanta egli sopra l’universo tutto. Son opera d’Amore tutti i fiori: sua facitura queste piante; per sua grazia scorrono i fiumi, soffiano i venti. Egli m’è spesso accaduto di sentire a mugghiar tori così forte, per cagione d’Amore, che pareano punti dall’assillo; e di vedere dietro alla capra andare in ogni luogo il suo maschio stimolato da questo Iddio. Io stesso fui giovane, e innamorato d’Amarilli. Non avea più un pensiero al mondo di mangiare, non chiudeva occhi; sentiva afflizione, avea il triemito nel cuore, scolorito il corpo; gridava ad alta voce; come un uomo battuto; stava mutolo come un morto; e quasi avessi il fuoco addosso mi gittava ne’ fiumi. Chiamava in mio soccorso Pane; come quell’Iddio ch’era stato anch’egli innamorato di Piti: innalzava con le lodi fino al cielo la Ninfa Eco, perchè in mia compagnia dicea il nome d’Amarilli. Che è che non è spezzava per dispetto le mie zampogne, che rendevano piacevole il mio bestiame, e non traevano a me Amarilli. Imperocchè non v’ha altro rimedio d’amore in pillole, in beveraggio, nè in parole d’incantesimo, che vaglia punto, altro che lo stare gli amanti insieme, e quanto più possono l’uno all’altro appresso. –

Dappoichè Fileta ebbe dato loro quello breve ammaestramento, si dipartì, portandone in premio certe forme di cacio, e un capretto, a cui cominciavano a spuntare le corna. Eglino rimasti soli poi nome d’Amore negl’orecchi, udito da loro la prima volta, tocchi erano, dalla fiamma in sul vivo, e quasi fuori di sè; e ritornati la sera alle proprie case, si diedero, ognuno da se, a confrontare con quello, che sentivano in cuore, quanto aveano udito. Sono, dicevano, afflitti gli amanti, noi siamo afflitti. Di mangiare, e bere non si curano, noi pure non ci curiamo; non di dormire, nè noi: a quelli sembra d’abbrucciare, noi abbiamo il fuoco addosso; bramano di vedersi l’un l’altro, noi bramiamo notti brevissime, e che tosto sorga il dì appunto con tale intenzione. Sarebbe mai questo Amore? e ci ameremmo noi forse senza saperlo? E s’egli è Ampre, io sono lo innamorato. Perchè stiamo noi così male? A qual fine cerchiamo noi l’un dell’altro? Ogni cosa detta da Fileta si verifica appunto. Oltre di che, il garzoncello del bruolo, apparve tempo fa anche a’ nostri padri in sogno, e ordinò, che conducessimo a pascere le gregge. Ma come s’ha a prenderlo? È sì ricciolino, che fuggirà. E in qual modo si potrà fuggire da lui? Egli ha l’ale, ci seguirà. Avremo a ricorrere alle Ninfe per ajuto? Pane, a Fileta, che amava Amarilli, non giovò punto. Meglio è dunque il far prova de’ rimedii, ch’egli c’insegnò, dello stare insieme, e quanto più potremo dappresso. Tale era la loro notturna scuola. La mattina allo spuntare del giorno guidarono fuori le gregge. Al primo vedersi lieti, e ridenti si corsero incontro e nulla dicendo, ma con mutua intrinseca intelligenza di rimediare all’amore, l’uno alla mano dell’altro facea con la sua stretto nodo. Subito usciva a tuttadue del petto il sospiro; non eran paghi. Con tutto ciò era in entrambi ferma una sola risoluzione. Giurava Dafni in suo cuore di non dividersi mai da lei, e lo stesso giuramento facea tra sè la fanciulla, entrambi sperando dall’essere insieme la guarigione. Gran fede prestavano a Fileta, come a vecchio ammaestrato dagli anni, e più dallo stesso Amore. E poichè lo stare, il favellare, e scherzare insieme non scemava punto della malattia; con puerile avvedimento, stavano così prossimi sedendo, che uno de’ più sottili aliti di zefiro non avrebbe, trovata la via di passar oltre fra corpo e corpo: stimando, che l’appressarsi fosse la più valida ricetta. Ma nulla giovando, piuttosto, che accusare il vecchio, sè stessi d’ignoranza incolpavano. Quando veniva la sera, ritornavano alle case loro risoluti di studiare in quella dottrina. Sarebbe peravventura riuscito loro lo studio, se non fosse a que’ dì sopravvenuto un nuovo tumulto, che pose a romore tutta quella campagna. Una brigata di giovani de’ più ricchi di Metimna, volendo passare lietamente il tempo della vendemmia, in qualche territorio fuori, gittarono una barchetta in mare, e fatti rematori di quella i proprj servi, scelsero d’andare alle spiagge degli uomini di Mitilene. È quella spiaggia ben provveduta di porti, e insenate da ripararvisi, di belli, e magnifici alberghi fornita, e ornata di molte polle, e ruscelli d’ acqua. Ha bruoli, e boschi, parte da natura prodotti, e parte dall’umana industria allevati: ogni luogo è agiatissima abitazione. Vagando i giovani dunque lunghesso la spiaggia, e in alcuni luoghi sbarcando, non facevano altrui nocumento veruno, anzi s’intrattenevano in varj passatempi; ed ora con gli ami appiccati alla lenza prendevano da qualche masso sporto in mare, que’ pesci, che frequentavano i luoghi sotto alle rocce; e talvolta con cani, e reti pigliavano le lepri fuggite dal romore de’ vendemmiatori; e tale altra volta si sollazzavano ad ingannare uccelli, e co’ lacci prendevano oche salvatiche, anitre, ottarde: sicchè oltre allo spasso grande aveano anche di che imbandire davantaggio la mensa. Se d’altra cosa poi abbisognavano, la comperavano da’ villani, molto più di quello, che valevano pagando le robe. Non occorreva loro altro, che pane e vino, e casa; non istimando eglino cosa sicura lo stare soverchiamente in mare al chiudersi dell’autunno; di che temendo le tempestose notti, tiravano la sera la barchetta in terra. Ma un certo villano di que’ contorni, abbisognando un dì d’una fune, per volgere quel sasso, con cui si calca la vinaccia già ammollata nel tino, dappoichè quella, che prima avea s’era consumata e rosa, andò di segreto alla spiaggia del mare, e trovata la barchetta senza custodia veruna, sciolse la fune, la si arrecò a casa, e ne fece le sue faccende. La mattina per tempo i giovani di Metimna, andarono qua e là in traccia della trafugata fune; ma non trovando chi confessasse d’averla tolta, detto un poco di villania a gli albergatori, n’andarono altrove. E poich’egli ebbero fatti vogando circa due miglia, approdarono colà dove Dafni, e Cloe abitavano; trovandovi un bello aspetto di pianura da farvi la caccia delle lepri. E non avendo per allora altra fune da assicurare la barchetta, presero delle più lunghe frasche di vinco verde, che potessero avere, e quelle attorcigliate bene insieme; ne fecero un cavo, l’appiccarono alla prora, e legarono a terra il legno. Indi sciogliendo i bracchi in traccia delle lepri, tesero le reti a’ posti meglio a proposito. Ma i cani quà e colà braccheggiando, e schiattendo aveano già sì empiute di spavento le capre, ch’esse abbandonate le colline, erano corse rovinosamente al mare; dove non trovando che rodere in quella rena, alcune d’esse più baldanzose accostatesi alla barchetta, spiccarono co’ denti il cavo de’ vinchi a cui era attaccata. Era peravventura il mare alquanto fresco per un vento levatosi da terra, per modo, che l’agitato mareggiare prestamente la sciolta barchetta scostava dal lido, e in alto mare la portava. Accortisi i giovani di Metimna, cominciarono chi a correre al mare, e chi a raccogliere i bracchi; con tanto frastuono e fracasso universale di voci, che quivi accorsero tutti gli uomini da’ campi vicini. Ma nulla giovò, perchè rinfrescando tuttavia il vento, la barchetta n’andava così senza ritegno a distesa, e sì da lontano a seconda che non v’era più mezzo da poternela riavere. Per la qual cosa i giovani ritrovandosi privi in un punto di tanti beni e agi, che aveano in quella, andarono tanto in traccia del custode di quelle capre, che ritrovarono Dafni, e tutti stizzofi cominciarono a dargli delle busse, e a spogliarlo. A tale giunse uno di loro, cbe spiccato un guinzaglio da cane, gli prese le mani, e voltandogliele dietro alla schiena, era in atto di legargliene. Il tapinello battuto chiamando accorruomo, pregava e supplicava i villani, che gli porgessero ajuto, e sopra tutti Lamone, e Driante. I due prosperosi vecchi, con le mani nodose, e incallite da’ lavori, s’opposero con gran forza, e raffrenando quel furore, volevano, che il fatto fosse giuridicamente riconosciuto; alla volontà de’ quali assentendo gli altri, venne creato arbitro il bifolco Fileta; come il più vecchio di quanti quivi si ritrovarono, e che fra gli uomini tutti del villaggio avea concetta di religiosa giustizia. I giovani di Metimna, che primi doveano parlare davanti ad un giudice boattiere, fecero una breve, e chiara accusa in tal forma: Entrammo in questi campi a cacciare: lasciammo la barchetta nostra intanto legata al lido con una ritorta di vinchi verdi, per andar noi ormando co’ cani le bestie. Le capre di costui verso la marina discendono, la ritorta rodono e la barchetta slegano. La vedesti tu stesso in alto mare: e sai tu quante robe v’eran dentro? quali beni sieno in un attimo andati perduti? quante gorghiere di cani? quanti danari? Certo più che non bisognerebbero a comperare tutto il valsente di costui. Per compenso di tanto danno, era nostra intenzione di condurre con essonoi questo pessimo, e goffo, che le capre sue, non come caprajo, ma come marinaio guida alla spiaggia marina. Tale accusa diedero i giovani a Dafni. Ma egli comecchè malmenato da tante battiture, vedendo Cloe quivi presente, non punto sbigottito, anzi animoso, fece la risposta in tal forma: Io so benissimo custodire le capre mie; nè in tutto il villaggio è uomo, che possa incolparmi, che una sola capra del mio branco gli rodesse filo d’erba nell’orto suo, o gli frangesse germoglio di vite. Mali cacciatori sono eglino, e hanno cani male avvezzi, che instancabili correndo, e orribilmente abbajando dietro alle capre come se fossero state lupi, da’ campi, e da’ monti l’hanno fino al mare inseguite. Oh! le hanno roso i vinchi! Non trovarono in quella rena erba, non arboscelli, non timo. È pericolata per li venti la barchetta in mare! Ne incolpino l’onde non le capre. Erano nella barchetta vesti, e danari! Qual sarebbe sì sciocco, che potesse credere che una barca di tante robe abbondante, non avesse altro cavo, che una ritortola di vinchi? Poichè Dafni ebbe dette quelle parole, incominciò a piangere, sì che mosse a pietà tutti i circostanti villani; in guisa che il giudice Fileta giurò per lo Iddio Pane, e per le Ninfe, che nè Dafni avea torto veruno, nè aveano le capre impoverita persona: essere bensì la colpa del mare, e de’ venti, sopra a’ quali altri erano i giudici. Non potè tuttavia Fileta ragionando in tal forma appagare l’animo de’ giovani di Metimna; i quali con furia maggiore s’avventarono a Dafni di nuovo per volerlo pur legare, e trarlo seco. Per la qual cosa tutti gli uomini di quella terra sgomentati, fecero impeto contro di loro, non altrimenti, che un nuvolo di stornelli, e cornacchie, gli tolsero dalle mani subitamente Dafni, che anch’egli facea difesa, e con una tempestà di bastoni gli volsero in fuga; nè s’arrestarono mai d’inseguirli, fino a tanto che non gli ebbero per monti, e campi dal territorio cacciati. Mentre che gli facevano correre, Cloe condusse pian piano Dafni alla spelonca delle Ninfe, gli lavò la faccia tutta lorda del fangue uscitogli del naso, e tratto fuori dello zaino un pezzo di cacio, e una focaccia, gliene diede una porzioncella a mangiare, riconfortandolo con le più soavi parole del mondo. In tal forma uscì Dafni di quel pericolo; ma non ebbe però allora fine la briga. Imperocchè i giovani di Metimna, ritornati alle case loro a grandissima fatica, per essere divenuti di navigatori, pedoni, e portando in cambio di godimenti al ritorno, percosse, e ferite, convocarono i cittadini insieme, ai quali umilmente applicarono, che facessero vendetta di una ingiuria così eccessiva: e per incitargli maggiormente non dissero una verità al mondo; come quelli, che temevano oltre al danno le beffe d’essersi da uomini di contado lasciati conciare co’ bastoni. Anzi coprendo la storia con una falsa maschera di bugia, affermavano, che quelli di Mitilene aveano tolto loro la barchetta, e saccheggiate le robe, non altrimenti che se fossero stati in guerra aperta. Quei di Metimna vedendogli a quel modo feriti, prestarono loro facilmente fede; e stimando che fosse finalmente giustizia il non lasciare invendicata un’ingiuria fatta ai più nobili giovani della città, stabilirono d’andare contro a Mitilene con ogni ostilità, ed elessero il capitano, acciocchè con dieci galèe andasse a scorrere, e saccheggiare tutta quella spiaggia; pensando, che non fosse cosa sicura l’arrischiar, al mare più grossa armata, approssimandose il verno. Il capitano la mattina per tempo del seguente giorno, messo in ordine il suo equipaggio, e posti a remare gli stessi soldati, se n’andò ad assalire i territorii de’ Mitilenei vicini alla spiaggia, abbottinando gran quantità di bestiame, grano, e vino in abbondanza, essendosi terminata la vendemmia poco prima; e fecevi prigioni non pochi uomini tutti vignaiuoli, e lavoratori. Andò poscia coll’armata alle terre dove Dafni, e Cloe pascevano le bestie loro e quivi sbarcato, quanto potè in furia tutto quello, che gli venne alle mani rastrellò, e si tolse. Dafni andato ai vicini bocchi a tagliare rami freschi, per dare di che rodere ai capretti il verno, non era allora colla greggia; ma vedendo da un’altura quella correrìa, in un cavato tronco, e sotto certi secchi sarmenti si nascose. Cloe allo incontro, che stavasi con le gregge, vedendosi inseguita, ebbe ricorso fuggendo alla spelonca delle Ninfe, e con supplichevoli preghiere scongiurava i soldati, che per amor delle Dee, perdonassero alle gregge da lei custodite, e lei non toccassero, Ma la preghiera non giovò punto: imperocchè i soldati di Metimna, dopo d’avere in più modi svillaneggiate le statue delle Ninfe, le bestie, e lei ne condussero, cacciandola davanti a se con la sferza, non altrimenti che pecora, capra. E vedendo oggimai, che aveano empiute le galee d’ogni qualità di preda; deliberarono di non voler navigare più oltre; ma s’indirizzarono alla volta di casa, temendo il verno e i nemici. In tal guisa si tolsero di là i Metimnei, ma senz’alito di vento, che gli ajutasse; ond’erano forzati a stentare coi remi. Quando fu cheto intorno ogni cosa, ritornò Dafni all’usato luogo della pastura; ma non vedendo quivi più capre, nè pecore, nè Cloe più ritrovandovi, ma ogni parte solitudine, e diserto; gittata a terra la zampogna, di cui Cloe soleva prendere diletto, mise un altisimo strido, e dirottamente piangendo, ora correva al faggio, dove per usanza sedeva; ora al mare per vederla, ed ora a quelle Ninfe, alle quali ella era prima per ajuto ricorsa. Gittossi quivi disteso a terra, e diceva alle Ninfe: Voi l’avete tradita. Rapita fu Cloe davanti agli occhi vostri, e gli occhi vostri sofferirono il rapimento? Di colei che intrecciarvi ghirlande, di colei che pur suole offerirvi le primizie del latte; e la cui zampogna ecco ancora a voi qui consagrata, ed appesa? Non fu lupo, che una sola a me delle mie capre rubasse; e i nemici tutto il branco mi tolsero e insieme colei, che meco veniva a quella pastura. Trarranno alle capre il cuojo, sgozzeranno in sagrifizio le pecore e Cloe da qui in poi sarà di città abitatrice. Con qual cuore potrò io più andare avanti al padre, e alla madre? Parrà ch’io non abbia accudito all’opera mia: senza capre, senza Cloe! Non sono oggimai più pastore, non ho più greggia. Qui disteso attendo la morte, o di nuovo i nemici. Senti tu, Cloe, le stesse angosce? Hai più in mente quelli campi, quelle Ninfe, me? Ricevi tu ancora qualche conforto dalle caprette, e pecore tratte in ischiavitù teco? Mentre che così diceva, lo colse, dopo il piangere, e il tribolarsi, un profondo sonno. Gli vennero innanzi le tre Ninfe in aspetto di donne, di bella statura, appariscenti, mezzo nude e scalze, co’ capelli sciolti, somiglianti alle figurate nelle statue. In prima mostrarono a Dafni compassione; e finalmente la maggiore d’età fra loro lo confortò con queste parole: Dafni, non incolpare noi: imperocchè sta Cloe a cuore a noi più che a te. Avemmo già compassione di lei bambina, e a lei giacente in quella spelonca proccurammo alimento. Non ha ella punto che fare con poderi di Lamone, nè con mendicume di pecore. Anche a’ presenti suoi casi abbiamo rivolto il pensiero; acciocchè in Metimna non vada schiava e non sia col bottino fatto divisa. Quello Iddio Pane, che sotto a quel pino è ritto, e al quale voi non faceste mai onore veruno d’un menomo fiorellino, quello fu pregato da noi a soccorrerla. Egli è più di noi agli eserciti avvezzo; lasciando più volte questi luoghi campestri, andò a guerreggiare; e ora appunto, se ne va contro a’ Metimnei formidabile nemico. Non ti tribolare perciò; ma levati, e va a ritrovare Lamone, e Mirtale, anch’essi sul terreno dolenti, che stimano te essere parte del fatto bottino. Domani colle capre, e colle pecore ritornerà Cloe: sarete alla pastura insieme, suonerete la zampogna insieme. Di tutte l’altre faccende vostre avrà cura Amore. Dopo la visione, e le proferite parole, destasi Dafni, e lagrimando fra l’allegrezza, e il dolore, adora le statue delle Ninfe, promettendo, se Cloe le salvano, di porgere loro in sagrifizio la miglior capra del branco. Indi corre difilato al pino, dov’era l’ immagine di Pane, co piè caprini, cornuta, che con l’una mano tenea la zampogna, e coll’altra un balzante capretto: adora lo Iddio, per Cloe lo prega, e s’obbliga a sacrificargli un caprone. Finalmente potendo a pena celare dal piangere, e dal pregare, verso il tramontar del sole, toltosi in collo il tagliato fogliame, al villaggio ritorna; toglie l’affanno dal cuore a Lamone, l’empie d’allegrezza, col cibo un poco si ristora; e desiderando di ripigliare quel sonno, che avea non senza lagrime finito, fa di nuovo preghiera di veder le Ninfe dormendo, e che più presto s’ apra il giorno, in cui gli aveano promessa la tornata di Cloe. Di tutte le notti parve a lui questa lunghissima, nella quale avvennero i casi, ch’io dirò. Il capitano de’ Metimnei avanzatosi in mare circa dieci ottavi di miglio, volle che i faldati suoi nella scorreria affaticati, si ristorassero, onde veduto un promontorio, il quale a guisa di mezza luna sporgendosi fuori in mare, formava un’insenata, più d’ogni porto quieta, e sicura stazione di vascelli; quivi gittò l’ancore, senza accostarsi a terra, per non essere dagli uomini del paese molestato; e lasciò alle sue genti fare allegrezze, e stravizzo, come se fossero state in sicurissima pace. I soldati, che d’ogni cosa aveano abbondanza per la fatta preda, tracannavano, e giocavano, e pareano solennizzare il giorno della riportata vittoria. Ma volgendosi il dì verso la sera, e venendo all’imbrunirsi della notte a fine i godimenti; parve, che tutta la terra di repentine fiamme risplendesse, e grandissimo romoreggiare di remi s’udiva, come di grossa armata nemica, che navigasse. Gridava alcuno che il capitano s’appareechiasse al combattimento; altri un altro chiamava; taluni pareano feriti; è tale v’avea che veramente appariva con faccia di cadavere. Avresti giurato che fosse un notturno combattimento senza nemici. Tale fu quella notte, ma assai più terribile il vegnente giorno. I caproni, e le capre, che già erano stati di Dafni, aveano sulle corna l’ellera co’ grappoli delle coccole sue; e i montoni e le pecore di Cloe, mandavano fuori urla di lupi. Appariva ella medesima inghirlandata con le frondi del pino. Molte erano le maraviglie anche in mare. Usavasi ogni forza per salpare e l’ancore stavan salde in fondo: s’altri si metteva a vogare, gli si spezzavano i remi, i delfini dal mare balzando, e con le code le navi percuotendo, quelle scassinavano, e scommettevano. Udivasi sulla sommità d’un dirupato masso il suono d’una zampogna, non come di zampogna dilettevole ma come di tromba, che ferendo gli orecchi mettea spavento. Sbigottiti tutti correvano all’arme, gridando: Ecco i nemici! e non gli vedevano: desiderano, che ritorni la notte, quasi sperando qualche tregua da quella. Qualunque uomo avea punto di senno conosceva benissimo che tali spauracchi, e romori mandava lo Iddio Pane, contro a que’ navigatori adirato; ma la cagione perciò non poteano indovinarne, dappoichè non era stato da loro tempio veruno saccheggiato a Pane; fino a tanto, che verso il mezzogiorno al capitano, certamente per volontà degli Iddìi, preso dal sonno parve che Pane stesso dicesse queste parole: O, di quanti sono al mondo, scelleratissmi uomini, ed empj! Qual furia v’ha stimolati a molestare con mano armata, e con tale ardimento quella a me carissima campagna; a sbrancare armenti di buoi, e greggi di pecore, da me favoriti, e protetti? Spiccaste via da un sagro luogo una donzella, di cui vuole Amore ordire una storia: nè aveste rispetto alle Ninfe, che tutto scorgevano, nè me Pane in riverenza. Voi perciò, nè vedrete mai più Metimna navigando con tali spoglie, nè da quella zampogna, che v’empiè di spavento, potrete fuggire: anzi vi farò io affogare nell’onde, e pasto de’ pesci, se non vi sbrigate di subito a restituire Cloe a quelle Ninfe; e, intendimi bene, aggiungi a Cloe le sue capre, e le pecore. Sù, riportate colla nave donzella, e robe. Sarò io guida alla tua navigazione, se a quella parte volti la prora. Il capitano, che Briasside fi chiamava, tutto di spavento ripieno, balzò fuori del letto, e fatti incontanente venire a se tutti quelli che padroneggiavano gli altri legni, comandò loro, che incontanente cercassero Cloe fra’ prigioni. La trovano, davanti a lui la conducono; ed egli vedendola inghirlandata colle frondi del pino, prende ciò per contrassegno, e corroborazione di quanto ha in sogno veduto, e lei sulla capitana riporta a terra. Appena avea posto Cloe il piede fuori della nave, che di nuovo s’udì il fuono della zampogna dal masso, non però con quella prima terribilità ostile, ma pastoreccio, e d’invito alle gregge ne’ pascoli. Le pecore scendevano la scala del vascello senza sdrucciolamento d’ugne; e più sicure, e baldanzose le capre già accostumate ai balzi rovinati, e dirotti. Accerchiavano tutte Cloe, e a guisa di coro la festeggiavano intorno; e favellando, e belando, le davano manifesti segni d’allegrezza. Ma i bestiami d’altri pastori, e caprai, quasi quel suono non gl’invitasse, stettero saldi in corpo alla nave, dov’erano stati posti. E già ogni uomo fuori di sè per lo stupore, innalzava con inni al cielo la possanza di Pane, quando in mare, e in terra apparirono segni più maravigliosi de’ già veduti. Salparono le galee de’ Metimnei da sè, prima che alcuno mettesse mano all’ancore; un delfino colla schiena fuori dell’acque guidava la capitana; e dalla terra un grato, e piacevole suono di zampogna guidava pecore, e capre, nè si vedea chi suonasse. Tutte insieme quali in ordinanza andavano, e pascolavano ad un tratto dalla dolcissima armonia allettate. Avea già Dafni guidato il suo branco al pascolo quel giorno la seconda volta, quando vedute da una certa altura le gregge, e Cloe, ad alta voce esclamando: Oh, Ninfe! oh, Pane! corre alla pianura, abbraccia Cloe, cade svenuto. A gran fatica gli abbracciamenti di Cloe lo ristorano, e in lui richiamano gli smarriti spiriti; pur finalmente rinvenuto, giunge al faggio, a cui solevano ritrovarsi, e quivi sul tronco sedendo le chiede, come da tanti nemici fosse fuggita. Ella ogni cosa per ordine gli racconta: edera sulle capre, urlo di pecore, ghirlande di pino fiorite a sè sulle tempie, fiamma in terra, fracasso in mare, suono di zampogne doppio, da guerra e pacifico, la notte orribile, e il suono, che insegnava a lei il cammino ignoto. Dafni conoscendo manifestamente la mano di Pane in tutto, come promesso le aveano in sogno le Ninfe, narra anch’esso a lei quanto egli ha udito, e veduto: essere stato vicino a morire; per grazia delle Ninfe vivere: e così detto, lei per Lamone, e Driante manda, e perchè arrechi le cose occorrenti ad un sagrifizio. Egli intanto sceglie la più grassa capra del branco, d’edera l’inghirlanda, in quella guisa, ch’erano le capre appunto apparite ai nemici, e sparsovi fra le corna un poco di latte, alle Ninfe in sagrifizio l’uccide, l’appende, la scuoja, e a quelle il cuojo consacra. Venendo Cloe appresso accompagnata, accende il fuoco, una parte delle carni lessa, un’altra arrostiscee, le primizie salva alle Ninfe, e sparge a quelle un nappo colmo di mosto. Indi ammucchiato fogliame da potervisi sopra adagiare, si diede a far gozzoviglia, e a godere; adocchiando però sempre, che qualche lupo non assalisse d’improvviso la greggia con atto di nemico; e cantando tutti certe laudi, composte dagli antichi pastori ad onore delle Ninfe. Pernottarono nello stesso campo, indi spuntato il nuovo giorno, si ricordarono anche di Pane: e preso il caprone capo della greggia, quello inghirlandato di pino condussero all’albero, dov’era l’immagine dello Iddio; e quivi spargendosi fra le corna vino, e celebrando la gran clemenza di Pane, a lui lo sgozzarono, l’appesero, gli trassero il cuojo, e le carni lesse parte, e parte arrostite posarono in foglie sul prato: il cuojo, e le corna appiccarono al pino appresso la statua, dono pastorale, dedicato allo Iddio de’ pastori; a cui offerirono anche le primizie delle carni, e versarono vino col più capace nappo, che avessero. Cloe cantò, accompagnò Dafni il suo canto colla zampogna. Mentre che a quel modo stavano tutti lieti a mensa, sopravvenne quivi per avventura il bifolco Fileta, arrecando a Pane certe ghirlande, e uve ancora su i tralci, e colle foglie, seguito da Titiro suo minor figliuolo, giovane con rossi capelli, occhi azzurrigni, biancone, e al camminare, e saltare deliro come un capretto. La compagnia si levò, e co’ due sopravvenuti mescolatasi, danzando inghirlandò Pane, ai rami del pino appese i tralci, e ripostisi tutti a sedere beveano insfieme. I vecchi, come pur sogliono fare, quando sono un pochetto spruzzati dalla rugiada di Bacco, cominciarono fra loro un prolisso chiacchierare, e a dire, in qual forma ai tempi della loro gioventù pascolavano le gregge, e da quante scorrerie de’ nemici s’erano sottratti: chi si gloriava d’vere ammazzato un lupo; chi d’essere da Pane in fuori il migliore a sonar la zampogna, Questo vanto si dava Fileta. Per la qual cosa Dafni, e Cloe gli furono intorno, caramente pregandolo, ch’egli volesse insegnar loro l’arte, e suonasse la zampogna almeno per onorare la solennità d’uno Iddio, a cui è così grato tal suono. Accusava Fileta il fiato debole della vecchiezza, nondimeno diè di mano alla zampogna di Dafni. Era quella minuta e piccina, strumento per la bocca, e pel soffio d’un fanciullo, non atto all’ampiezza dell’arte. Fileta dunque manda per la zampogna a casa sua, lontana di là dieci ottavi di miglio, Titiro, il quale gittatosi il saltambarco daddosso, se n’andava mezzo nudo a lanci, e a salti, che parea un cerviatto. Lamone propose intanto di narrare la favola di Siringa, cantatagli già da un Siciliano, pel premio d’un caprone, e d’una zampogna, e disse: – Quella Siringa, ch’è strumento oggidì, tale non fu un tempo, ma donzella bellissima, e in musica maestra, pastorella di capre, che colle Ninfe scherzava, e, come fa al presente, sonava, standoti ella così pascolando, cantando, e dandosi bel tempo, Pane le si accostò; e tentando con le persuative d’ indurla a fare la voglia sua, le promise di far sì, che le sue capre le avrebbero figliati due capretti ad un parto. Ella dell’amor suo facendosi beffe, gli rispose, che non avrebbe mai voluto per amante uno tutto uomo, non che un suo pari mezzo caprone. Di che Pane deliberò d’usare la forza, e si diede a correrle dietro. Fuggiva Siringa dalla violenza dello Iddio; ma infine stanca dal correre, tra le canne d’una palude si nascose, e quivi disparve. Pane crucciato tagliò le canne, nè trovandovi la fanciulla, e indovinando qual fosse la sua disgrazia che era appunto stata tramutata in canna, immaginò di farne uno strumento, e più canne disuguali congegnò con la cera, per memoria di quel disuguale amore. Così che colei, che un tempo era bellissima donzella, è oggidì risonante zampogna. Avea appunto Lamone terminato il suo favoloso racconto, e Fileta gli dava lode dell’avere più dolcemente narrata quella favola, che se la fosse stata cantata: quando eccoti Titiro arrecare al padre la zampogna, grande strumento, di grosse canne composto, e dove le saldava la cera, variate con rame. Avresti detto, che l’era quella zampogna, che Pane avea insieme connessa la prima volta. Si levò in piedi Fileta, e portandola ritta sopra un sedile, fece prova in prima, se per le canne passava il fiato; e ritrovando, che v’operava netto il soffio, incominciò a darvi dentro con tant’anima, e sì da valentuomo, che ognuno avrebbe creduto d’udire un concerto di pifferi, tanto forte suono n’usciva. Ma a poco a poco temperando la veemenza del soffiare, a più grata armonia la suonata condusse; e dando un vero saggio di tutte le maestrie in musica, ne trasse quel suono, che conviene ad un branco di buoi, quello che piaceva alle capre, quello ch’era grato alle pecore. Grazioso era quel delle pecore, robusto quello de’ buoi e quello delle capre acuto: gareggiava co’ suoni di tutt’i flauti, una sola zampogna. Stavansi tutti gli altri ad udire con diletto, quando rizzatosi Driante in piedi gli ordinò, che sonasse un’aria composta ad onore di Bacco; e cominciò una tresca da vendemmia, nella quale rappresentava il vendemmiatore, quando egli porta le ceste, poi quando pigia l’uve, e quando imbotta, e quando succia il mosto. I quali atteggiamenti furono così puntualmente, e sì ad evidenza da Driante in quella danza eseguiti, che tutti avrebbero giurato di vedere viti, strettojo, botti, e Driante a bere in effetto. Il terzo vecchio, ricevuta la sua lode, bacia Dafni, e Cloe, i quali senza mettere altro tempo in mezzo, levatisi da sedere, rappresentano la favola da Lamone raccontata. Dafni imitava Pane, Cloe Siringa: egli pregava per persuaderla; ella beffeggiavalo sogghignando. Egli contraffacendo l’ugne forcute, in punta di piedi correva: ella rappresentava del fuggire la stanchezza. Finalmente Cloe fingendo che una selvetta fosse palude, in quella s’appiatta. Dafni prende la zampogna grande di Fileta, fa una suonata amatoria, flebile, da uomo amante, allettativa ad amare e qual di chi cerca, e richiama. L’ ammira Fileta, e con esultazione baciandolo, insieme col bacio la zampogna gli porge, pregando gl’Iddìi, che Dafni ad un successore suo pari la lasci. Egli intanto quella sua piccina zampogna a Pane consacra, e baciata Cloe, come veramente stata smarrita, e ricoverata, sonando guidava a casa la greggia. Ed essondo sopravvenuta la notte, Cloe anch’ella raccoglieva col fuono della zampogna il suo branco, per ricondurnelo all’ovile. E già s’erano capre, e pecore approssimate, e Dafni prossimo a Cloe camminava. Di che s’intrattennero in ragionamenti quanti vollero, fino a tanto, ch’erasi la notte molto bene avanzata, accordandosi a condurre fuori le gregge il vegnente dì molto più per tempo: e così fecero. Uscirono alla pastura al primo spuntare del giorno; e salutate prima le Ninfe, poi Pane, andarono sotto al faggio, dove insieme sonarono la zampogna, sedettero quanto più poterono l’uno appresso all’altro; indi levatisi, senza approdar nulla, si diedero a mangiare infieme, ed a bere latte, e vino; dal che fatti più caldi, e baldanzosi, ed entrati in gara, come fra gl’innamorati si suole, di chi più sapesse volersi bene, a poco a poco pervennero ad assicurarsi l’un dell’altro col giuramento. Dafni va al pino, e giura per lo Iddio Pane di non vivere senza Cloe un giorno. Entra Cloe nella spelonca, e giura per le Ninfe a Dafni, che per lui morrà, e viverà. Ma Cloe, che giovanetta era, e assai semplice, uscita della spelonca, volle che Dafni le facesse un altro giuramento, e gli disse: Pane è un Iddio inclinato agli amori, e da non fidarsene. Amò Piti, amò Siringa, e mai non rifinisce di molestare le Drìadi, e dar briga alle Ninfe per gli orti. Facendo egli dunque delle falsità sì picciolo conto, non si curerà punto di gastigar te, se tu t’accostassi a maggior numero di femmine, che non ha canne quella zampogna. Giurami dunque per la greggia delle tue capre, e per quella capra, che i primi alimenti ti diede, che non sarà Cloe da te abbandonata giammai, finchè ella a te della data fede non manca; e s’ella alle Ninfe mancasse, o a te, fuggi da lei, abbiala in odio, anzi a guisa di lupo l’uccidi. Giubilava il cuore a Dafni a sentire quanto ella avesse timore di perderlo; e portosi in mezzo alla greggia sua, presa con l’una mano una capra, e con l’altra un caprone, giurò d’amarla finchè fosse amato da lei; e che preferendo ella altro uomo a Dafni, non lei, ma lui ucciderebbe. Di ciò fu la fanciulla contenta, e prestò a così fatto giuramento gran fede, stimando da fanciulla, e pastorella semplice, ch’ell’era, che capre, e pecore fossero de’ capraj, e de’ pecoraj le Deità peculiari.

Libro Terzo.

Quando seppero gli uomini di Mitilene il fatto delle dieci galee approdate alla spiaggia loro; e ricevettero avviso da certuni giunti dalla campagna del saccheggiamento; giudicando, che fosse un vitupero il comportare da’ Metimnei così fatta offesa, stabilirono, quanto più presto fosse stato possibile, d’andar loro addosso con l’arme. Per la qual cosa, fatta una leva di tremila uomini a piedi, e cinquecento a cavallo, quelli mandarono sotto Ippaso generale per la via di terra, temendo, per esser già venuto il verno, del mare. Egli mosse il campo; ma non perciò saccheggiava le terre di quei di Metimna, nè i beni se ne portava de’ villani, e lavoratori, estimando ciò essere atto di ladrone piuttosto che di generale d’esercito: anzi sollecitamente avviavasi verso la città, con intenzione d’assalirne le porte non guardate con diligenza. Ma mentre ch’egli era lontano ancora dalla città circa venticinque miglia, gli andò incontra un araldo a chiedergli pace. Erano stati que’ di Metimna informati da’ prigioni, che gli uomini di Mitilene non aveano saputo cosa veruna di quanto era ai giovani loro avvenuto; ma che solamente villani, e pastori gli aveano battuti per rifarsi d’ un torto: per la qual cosa cambiavano opinione, avvedendosi d’essersi diportati nel maltrattare quella vicina città piuttosto con rabbia, che con prudenza. Offerivano dunque di restituire tutta la preda, a patti, che fra loro in terra, e in mare sicuro commerzio s’aprisse. Il generale, comecchè creato fosse con assoluta facoltà, mandò l’araldo a Mitilene; e posto il campo circa dieci ottavi di miglio lontano da Metimna, attendeva gli ordini dalla città. Di là a due giorni l’araldo ritorna con la risoluzione, che la preda accetti, e che senza fare ostilità veruna, alla sua città si volga di nuovo: imperocchè i suoi potendo a volontà loro eleggere la guerra, o la pace, accettavano l’ultima per la migliore. In tal guisa dunque la guerra fra que’ di Metimna, e i Mitilenei, fuor d’ogni opinione cominciata, e finita, si sciolse.

Ma per Dafni, e Cloe assai più crudele, che la guerra, cominciò il verno; imperocchè la neve fioccata a grandissime falde, avea tutte intracchiuse le strade, e i paesani tutti nelle loro case serrati. Dove rapidamente si divallavano i torrenti dalle montagne, agghiacciavasi l’acqua: gli alberi apparivano distorti: la terra coperta tutta; e sino appresso alle sorgenti gelati i ruscelli in ogni luogo. Per la qual cosa non v’ era chi più guidasse fuori armento, o uscisse egli di casa: ma accendendo bellissimi fuochi al cantare de’ galli, chi torceva filo, chi pelo di capra tesseva, e chi con grande industria lacciuoli da uccellare faceva. Gittavano nelle mangiatoje a’ buoi paglia, alle capre, e alle pecore negli ovili fogliame, a’ porci nelle stalle ghiande, e strame.

Mentre che ognuno s’intratteneva a questo modo nelle faccende di casa, tutti gli altri pastori, e lavoratori lietamente passavano i giorni, e in quel tempo, che avanzava loro da’ lavori, o facevano colezione, o saporitamente dormivano; tanto, che pareva loro più bello quel verno, che state, autunno, e la stessa primavera. Cloe, e Dafni stimolati dalla ricordanza de’ passati diletti, dell’essere, del sonare, e del mangiare insieme, non potevano chiudere occhi la notte; e pieni di malinconia passavano quell’oziosa stagione, aspettando quasi una seconda vita, dopo la morte. Uno zaino venuto loro alle mani, da cui traevano fuori il mangiare, o un veduto orciuolo, a cui aveano bevuto infieme, o la zampogna là gittata a caso, era ricordo del mutuo amore, e gli trafiggeva. Pregavano le Ninfe, e Pane d’essere da tanti mali sbrigati, e che mostrassero finalmente a loro, e alle gregge il sole come prima; e così tuttavia pregando, studiavano la via di potersi vedere insieme. Cloe però non sapea a che risolversi, nè avea consiglio, che le valesse; imperocchè la femmina stimata sua madre, non le si spiccava mai dattorno, ammaestrandola a scardassare la lana, o a filare, frammettendo qualche parola di futuro maritaggio. Ma Dafni non avendo punto che fare, e più della fanciulla vegliato, ritrovò questa sottigliezza per poterla vedere. Erano appunto davanti alla casa di Driante appresso all’ovile due mirti assai grandi, e una piantata edera. Stavansi i mirti l’uno all’altro vicini, l’edera in mezzo, la quale di quà e di là stendendo i suoi rami ad entrambi a guisa di vite, con le sue dense foglie faceva aspetto di spelonca: in quantità, e grandi come grappoli d’uve, pendevano da’ suoi tralci i corimbi Per la qual cosa calava sempre appresso a quella un nuvolo d’ uccelli, che non trovavano pastura in altri luoghi. Parecchi merli v’erano, e tordi assai, colombacci, stornelli, e tutto l’altro uccellame, che vive d’ellera. Dafni facendo le viste d’andare a caccia di così fatti uccelli, si mette in via, empiuto lo zaino di focacce condite col miele; e per meglio darla ad intendere arreca seco panioni, e lacci. Poco più che un miglio avea a fare: ma la neve non ancora disfatta gli diede assai briga; se non che Amore ritrova il varco per fuoco e per neve, se la fosse la neve di Scitia. Giunge dunque correndo all’ovile, si crolla dalle gambe la neve, e tende lacci, e panioni, e ad attendere gli uccelli, e Cloe si mette attento in agguato. V’andarono a stormi gli uccelli, e tanti ne prese, ch’egli avea sempre gran faccenda a ricogliere, a schiacciar capi, a pelare. Non perciò intanto usciva fuori anima nata, non uomo, non femmina, anzi non gallina di pollajo; ma tutti si stavano chiusi dentro, e ben presso al fuoco: onde dolente Dafni d’essersi partito da casa con mal augurio, stette in fra due, s’egli dovesse con qualche colorata cagione andare all’uscio; rivolgendo in mente qual potesse essere il pretesto migliore. Ci sono venuto per fuoco? Oh! no. V’erano i vicini, e io ho fatto più d’un miglio. Venni a domandar del pane? Lo zaino è pieno di robe da mangiare. M’abbisogna vino? Non sono, si può dire, tre giorni, ch’hai imbottato il mosto. M’ inseguiva il lupo? L’orme del lupo dove sono? Ci venni a prendere uccelli? Ora gli hai presi, perchè non te ne vai? Avrei voglia di veder Cloe. E chi è colui che potesse confidar ciò al padre o alla madre d’una fanciulla? Io veggo che i giovani in ogni luogo si tacciono. Tutte le pensate mie farebbero nascere sospetto. Meglio è dunque ch’io non faccia parola: rivedrò Cloe all’aprirsi di primavera, dappoich’egli pare che sia disposizione di fortuna, ch’io non abbia a vederla in questo inverno. Rivolgendo tali, e altre così fatte cose in mente, e i presi uccelli togliendo, pensava d’andarsene, ma come se Amore avesse allora compassione del fatto suo, avvenne questo accidente. Sedeva Driante a mensa colla sua famiglia; facevasi il compartimento delle carni, mettevasi avanti pane, mescevasi vino. Intanto un di que’ cani che sono custodi delle pecore, osservata la disattenzione de’ padroni, ciuffa un pezzo di carne, e con quella in bocca fuori di casa corre a furia. Ne seppe assai male a Driante, poichè appunto la sua porzione perdeva, onde preso un bastone gli andò dietro all’orme, come un bracco; e giunto all’edera, riconobbe Dafni, il quale postasi la sua preda in collo, pensava d’andarsene in fretta. Della carne, e del cane si dimentica incontanente, e dicendogli ad alta voce: Buondì figliuolo, lo abbraccia, lo bacia, gli prende la mano, l’introduce in casa. Poco mancò, che i due innamorati a quell’improvviso vedersi, non cadessero in terra. Contuttociò ritti in piedi sostenendosi a fatica, e insieme congratulandosi gentilmente, si diedero il bacio dell’ospitalità: e questo fu puntello, che non gli lasciò cadere. Dafni fuori d’ogni speranza trovandosi con Cloe, avutone un bacio, e appresso al fuoco messo a sedere, rovesciò sulla mensa palombi, e merli, raccontando che annojato dallo stare in lungo ozio in casa, e non potendone più, era uscito ad uccellare; come parte di quegli uccelli avea presi co’ lacciuoli, parte col vischio, mentre che andavano all’edera, e a’ mirti. Tutti gli dissero, ch’egli avea fatto bene, e l’invitarono a mangiare di quello che avea loro lasciato il cane. Ordinarono a Cloe, che desse da bere, la quale assai lieta a gli altri lo porse, a Dafni dopo tutti: dimostrandosi stizzosetta, che quivi venuto, avesse voluto, senza vedergli, dar la volta indietro, e correre a casa. Contuttociò prima di presentare la tazza a lui, vi pose all’orlo la bocca, dipoi gliene diede. Egli comecchè assetato fosse, bevea adagio, per prolungarli con quell’indugio il piacere. Rimase fra poco vacua la mensa di carni, e pane; ma standoli tuttavia a sedere, gli domandavano, che fosse di Mirtale, e di Lamone, chiamandogli fortunatissimi, che avessero tal bastone di loro vecchiezza; delle quali lodi Cloe giubilava. E quando lui ritennero, perchè nel vegnente giorno aveano a fare una solennità ad onore di Bacco, mancò poco che ella per l’allegrezza non si gittasse loro a’ piedi adorandogli come Bacco stesso. Trasse di subito fuori della bisaccia molte focacce col miele condite; e tutto l’uccellame da lui preso venne per la cena apprestato; le botti si spillarono un’ altra volta; di nuovo il fuoco s’ accese; e venuta in breve la notte, si posero a mensa, dalla quale finalmente, dopo d’avere raccontato favole, e cantato, si levarono, e andarono a letto, Cloe con la madre, Driante con Dafni. Non aveva Cloe altro pensiero, fuorchè quello dell’aver la mattina a rivedere Dafni; ed egli si consolava, considerando dell’ essere col padre di Cloe. Grandissimo fu il freddo al nuovo giorno, e un’acuta bozzolina spirando inaridiva e penetrava ogni cosa: escono i pastori del letto, sacrificano a Bacco un montone d’un anno, e acceso un gran fuoco, apprestano il mangiare. Mentre che Nape cuoce il pane, e Driante il montone, trovatili Dafni, e Cloe sfaccendati, vanno fuori all’edera, e di nuovo tendendo lacciuoli, e panioni, prendono non picciola quantità d’uccelli. Intanto caramente si festeggiano, e così dolcemente si parlano: Cloe, io ci venni per te: Io lo so, Dafni. Per tua cagione i meschinetti merli uccido: come son io a te in grazia? Ricordati di me. Io mi ricordo di te, sì te lo giuro per quelle Ninfe, alle quali feci anche giuramento nella spelonca, a cui ritorneremo subito, che sarà disfatta la neve. Ah! Cloe, quella è ancora ammassata: io mi struggerò prima d’essa. Dafni, sta di buon animo, comincia il sole a riscaldare. Oh Cloe mia, così cuocesse egli, come quella fiamma, che m’arde il cuore. Tu ti fai beffe del fatto mio per darmela ad intendere. No, per quelle capre, sulle quali volesti, ch’io giurassi. Poichè Cloe a guisa d’Eco al suo Dafni ebbe fatte tante risposte, Nape gli chiamò, ond’eglino a casa frettolosamente ritornati, molto maggior preda, che il passato giorno v’arrecarono. Quivi spargendo le primizie del vino a Bacco, inghirlandati d’edera pasteggiavano: e quando a tempo ebbero cantati gl’Inni a Bacco, e la festa sua celebrata, rimandarono Dafni con lo zaino ripieno di carni e pane: dandogli anche certi colombacci, e tordi da presentare a Lamone, e a Mirtale, dicendo, che per sè n’avrebbero già presi degli altri durante il verno, e il frutto dell’edera. Se n’andò Dafni, poich’ egli ebbe dato il bacio d’ospitalità a tutti, e l’ultimo a Cloe, perchè gliene restasse puro il sapore. Ma non cessò egli tuttavia di studiare molte cagioni, e altri artifizj da ritornarvi, tanto che non passò il restante del verno, senza amorosi ritrovi affatto. E già cominciava la primavera, fondevasi la neve, scoprivasi la terra, germogliavano l’erbe, gli altri pastori conducevano al pascolo le gregge; e prima di tutti Cloe, e Dafni, come quelli che servivano a molto maggior pastore. Corrono entrambi subito alla spelonca delle Ninfe, di là a Pane, e al suo pino, finalmente al faggio, dove sedendo, pascevano i branchi loro, e si vezzeggiavano. Andarono anche per fare ghirlande alle immagini, a cercare fiori i quali dal soave alitare de’ zeffiri nutriti, e dal sole riscaldati, a pena cominciavano a sbucciare: con tutto ciò ritrovarono viole mammole, giunchiglie, mordigallina, e quanti altri fiori primi spuntano la primavera. Con questi n’andarono ad inghirlandare le immagini degl’Iddìi, e a quelli offerirono del nuovo latte di loro pecore e capre. Incominciarono appresso a mettersi a bocca la zampogna, quasi volessero sfidare i rossignuoli, che da’ boschetti rispondevano; e così un pochetto principiavano a canterellare, quasi volessero dopo un lungo silenzio, riandare colla memoria le loro canzoni. In un luogo belava la greggia, in un altro saltavano gli agnelli, e di sotto al ventre delle madri chinandosi succiavano a quelle le poppe. Inseguivano i montoni le pecore che non aveano ancora figliato, e lo stesso facevano colle capre i maschi loro. Lieta era tutta, e ridente la campagna, e liete erano le genti, e gli animi di tutti riscaldava amore; ma sopra gli altri sentivano Dafni, e Cloe le sue pungenti ferite. Ricordavansi più che mai gli oscuri ammaestramenti di Fileta, e fra sè molte cose mulinando, giudicavano che lo starsi d’accosto non fosse sufficiente alla guarigione; e puerilmente di ciò dolendosi ragionavano. Era poco di là discosta la casa d’un certo Cromi, il quale vivea d’un suo poderetto, colla moglie sua vecchierella anch’essa. Costei che nata era in città, e delle cose d’amore avea grande esperienza, e compatitane agl’innamorati; poichè più volte ebbe veduti Dafni, e Cloe a guidar fuori le capre, e le pecore, e loro sempre insieme, come corpo, e ombra; accortasi a’ cenni, ed a’ ghigni, di quello ch’era, cioè che fossero l’uno dell’altro fieramente accesi, si pose in animo un giorno di far la spia, e d’ascoltare di che così lungamente cianciassero. E detto a Cromi ch’ella voleva visitare una sua vicina da parto, andò loro dietro pianettamente, e appiattatasi in certi cespugli, per non essere veduta, ogni cosa da loro detta intese; e udendo quanto di loro ignoranza si rammaricassero, propose fra sè di voler giovare a’ due giovani onestamente. Nel vegnente giorno fingendo la stessa visitazione di prima, se n’andò apertamente, dove l’uno, e l’altra sedevano, e accostatasi a quelli con una faccia, che inoltrava dispiacere, a Dafni rivolta gli disse: Dafni, figliuol mio, ajutami: di venti oche, ch’io avea, un’aquila me n’ha una rapita, e la più grassa: e perch’essa per la sua grassezza appunto assai pesa, la non ha potuto portarla in alto sulla sommità di quella rupe, dove suole; ma tenendola stretta fra gli artigli, è piombata in quella selva colaggiù. Pregoti dunque per le Ninfe, e per Pane va a quella selva, e cerca di riavere l’oca mia. Io non ho coraggio d’entrarvi sola; tu non lasciare, ch’essa faccia questo storpio al numero dell’oche mie. Ucciderai forse anche l’aquila; che da qui in poi non v’abbrancherà più tanti capretti, nè agnelli. Rimarrà intanto Cloe a custodire la greggia; io son certa che le capre la conoscono molto bene, poichè le guidate al pascolo insieme. Dafni senza altro pensiero si rizza incontanente, e preso il vincastro in mano a Licenione va dietro, la quale quanto può discosto da Cloe lo conduce, e giunta dove più era folta la selva, impone a Dafni, che si metta a sedere appresso ad una fonte, e gli dice: Dafni, tu se’ di Cloe innamorato; di ciò mi ragguagliarono nella passata notte Le Ninfe, le quali mi dissero quanto dispiacere tu avesti jeri, e mi comandarono ch’io dia a te la salute, sponendoti che cosa sia guarigione d’amore. Il che se tu consenti, e vuoi essere a’ detti miei ubbidiente discepolo, sta certo, ch’io farò quanto m’hanno le Ninfe ordinato. Non poteva capire Dafni nella pelle per l’allegrezza; e come quegli, ch’era un giovanastro caprajo, poco pratico delle cose, e preso d’amore, le si gittò a’ piedi, e con le più umili preghiere del mondo scongiurava Licenione, che gl’insegnasse così fatta ricetta; e quali ch’ella gli promettesse un gran segreto, e ch’egli per suo scolare fosse quivi mandato veramente dagl’Iddìi, le promise un capretto, certe ricotte fatte di purissimo latte, e davantaggio anche la capra. Licenione, trovando della sua compassione maggior frutto che non avrebbe pensato, incominciò a parlargli in tal forma: Una volta, figliuol mio, tu hai a sapere, che vivea in queste contrade una fanciulla, Agnotide chiamata, veramente fattura degli Iddìi in bellezza; ma sì solinga, e schiva dell’umana conversazione, che tu avresti detto lei essere paurosa degli uomini come una lepre de’ veltri. Erano i fiori de’ prati, e le canzoni degli uccelli ne’ boschetti, il suo solo piacere; e benchè in suo cuore la non si sentisse paga affatto, pure la non sapea curarsi d’altro. Di che non avvedendosi ella punto, a poco a poco sì di mala voglia e maninconiosa divenne, che le cominciavano le guance a sfiorire, gli occhi a comparire attoniti, a impallidire le labbra, e un menomo segno di sorriso non appariva più nella sua bocca. L’avea più volte veduta un giovinetto, il cui nome era Edonio, bello anch’egli oltremisura, e in faccia sì florido, che chi lo vedea, subito diceva: Questi è Amore. E bench’egli fosse prima volubile come pecchia, che quà e colà vola ad ogni fiore, e non avesse mai arrestato il cuor suo a femmina veruna; pure dapoich’egli ebbe la solitaria fanciulla veduta una volta, non potea altro avere in mente, che lei; e sì profondamente gli era entrata nel cuore, che sentendosi crudelmente trafitto, ne moriva. Il tapinello giovane non sapendo, che farsi perchè la fanciulla da lui sempre fuggiva come dal fuoco, e sentendosi vicino a finire i suoi giorni, ricorse alla spelonca di quelle Ninfe, alle quali io so, che spesso tu e Cloe andate pregando per averne soccorso. Quivi, mentre, ch’egli, più fervorosamente, che l’usato, chiedeva a quelle misericordia un giorno per la sua quasi spenta vita, avvenne che Agnotide, senza nulla sapere di lui, entrò per caso anch’ella per supplicare alle Dee, che le togliessero quella sua sconosciuta tristezza dal cuore. Vedutovi Edonio voltava le spalle per fuggire. Non potè. Imperocchè una delle stesse Dee, lei sbalordita ritenne con queste subite parole: Non fuggire: noi veggiamo a che tu se’ qui venuta: ed a che ci venisse Edonio egli ce l’ha poc’anzi profferito piangendo. Il maritaggio sarà guarigione dell’uno, e dell’altra. Conviensi questo onesto nodo alla vereconda Agnotide, e ad arrestare l’animo d’Edonio, che lei ora ama unicamente. Questa vogliono gl’Iddìi. Tolga il giovane questo anello, e alla donzella ne cinga il dito. Poichè la voce ebbe queste parole articolate, il braccio della Ninfa, come se stato fosse di carni, e d’ossa, e non di sasso, si pinse avanti, ed offerì ad Edonio l’anello. Agnotide, ed Edonio celebrarono il maritaggio, e furono contenti. Tutte queste cose fingeva Licenione, e aggiungendo una sua favola, che quell’anello fosse a lei pervenuto alle mani, fece a Dafni vedere un’incastonata pietra, in cui era scolpita la divina Psiche maritata a Cupido. Come prese Dafni qual dovesse essere la sua saliute; ma temendo la pietosa Licenione ch’egli, come rozzo pastore, non forse si lasciasse soverchiamente traportare alla sua fiamma, le raccomandò l’innocenza della semplicetta Cloe, e l’atterrì, assicurandolo, che la giovane l’avrebbe odiato a morte, s’egli le avesse un così gran mistero palesato, prima che con legittime nozze si fosse legato a lei. Quando Licenione ebbe in questa guisa ragionato, se n’andò da un’altra, parte della selva, come s’ella fosse di nuovo andata, in traccia dell’oca. Dafni all’udite cose ripensando, lieto dell’imparata dottrina e, parte giurando fra sè di non parlarne a Cloe, per non acquistarne l’odio suo, da lui temuto più che la morte, uscì della selva, deliberato d’appagarsi de’ suoi onesti, e semplici passatempi. Andò al luogo, dov’ella stava sedendo, e lei trovò a fare ghirlande di violette mammole; e le raccontò, ch’egli avea ricoverata l’oca dagli artigli dell’aquila. Ella gli pose una ghirlandella in testa, e più delle stesse viole, giurava che le piacevano que’ capelli: indi tratti fuori delle bisacce certi fichi secchi, e del pane, gliene diede a mangiare e l’un l’altro si rapivano scherzando i bocconcelli, come colombe. Mentre che in tal guisa mangiavano, pensando più al darsi soavissime occhiate, che al cibo; videro un navicello di pescatori, che lungo la costa passava, i quali, non ispirando allora soffio di vento, ma essendo al tutto abbonacciato, e in calma il mare, dato di mano a’ remi, s’affrettavano ad ogni lor posta, per servire a certi, uomini ricchi d’arrecare alla città vivi que’ pesci, che aveano presi. Facevano que’ marinari quello che sogliono tutti gli altri, quando vogliono alleggerirsi dalla fatica del vogare. Uno di loro capo degli altri intuonava certe canzoni marineresche; al quale tutti gli altri, a guisa di coro, con gran concordia di voci rispondevano a tempo. La qual cosa quando essi facevano in aperto mare, la voce dispersa in quell’immenso spazio d’aria svaniva: ma quando pervennero a passare una certa punta di scoglio, ed entrarono in una insenata a mezza luna, concava e larga, udivasi lo strepitare de’ remi più forte e giungeva a terra benissimo scolpita l’intonazione, e la risposta del coro. Imperocchè il terreno in quel luogo al mare vicino, era una vota vallata sotto ad una costa di monte, la quale ricevendo in sè, come canna d’organo, ogni voce, fatta imitatrice di tutt’i suoni, quelli puntualmente ripeteva, facendo sentire a parte le percosse de’ remi in acqua e a parte il canto de’ marinari, che era una consolazione ad udire. Il rimbombo renduto da terra, tanto finiva più tardo, quanto più tardi avea preso il principio dal tuono, che veniva dal mare. Dafni, il quale sapea benissimo quel ch’era, stavasi attento sempre al mare, e dilettandosi a guardare quella barchetta trascorrente più veloce che uccello, tentava s’egli potea mettersi a memoria qualche arietta, per suonarla poi colla sua zampogna. Ma Cloe, che non avea più mai sentito prima quel ripercotimento, che chiamasi Eco, quando i marinai intuonavano, guardava il mare, ora si voltava al bosco, stando in orecchi per sapere chi rispondesse. Finalmente essendo già pescatori oltrepassati, e lontani, e nella vallata un profondo silenzio, domandò a Dafni, se dietro allo scoglio v’avea un altro mare, un’altra barchetta, che andasse, e altri marinari, che cantassero, e tacessero. Dafni fece un grazioso risolino, quella abbracciò, e messale in testa una ghirlanda di viole, cominciò a narrarle la favola d’Eco, patteggiando di volerne per pregio due ghirlande, in cambio di quella, che data le avea. Varie generazioni, fanciulla mia, di Ninfe ci sono; di prati, di fiumi, di boschi, tutte belle, tutte nel canto perite. Figliuola d’una d’esse fu Eco; soggetta a morire, come ingenerata da padre mortale, ma bella, come nata da galante madre. Venne, allevata dalle Ninfe, ammaestrata dalle Muse a fare ogni suonata colla zampogna, o volesse con cetera, o lira. Ond’essendo oggimai pervenuta al fiore dell’età sua, in compagnia delle Ninfe danzava, cantava con le Muse; e volendo serbare intatta virginità, fuggiva uomini, e Iddii. Pane, parte per invidia del suo canto sdegnato; e parte perchè non avea potuto avere l’intento suo di possedere tanta bellezza, fece sì, che pecorai, e caprai furono da tanto furore invasati, che quali divenuti cani, o lupi, sbranarono la meschinetta, e lei, che ancora cantava, quà e colà pel terreno dispersero. Ma la terra ad onore delle Muse, quelle membra tutte occultò, serbò il suo canto, e quello manda fuori quando appunto vogliono esse Muse. Imitatrice è d’ogni cosa, come quando era fanciulla, degl’Iddìi, degli uomini, degli strumenti, delle bestie, e fin della zampogna sonata da Pane, il quale a quell’armonia tutto s’allegra, e pe’ monti le va dietro, non per godere dell’amore di lei, ma per sapere, chi fia cotesto suo scolare, che non si vede, Cloe, poich’egli ebbe questa favola attentamente ascoltata, non solo promise a Dafni le due patteggiate ghirlande, ma dieci. Sì dieci ne meriti, Dafni mio, diceva ella ad alta voce, e gliene ripeteva Eco, testificando in tal guisa, ch’egli non le avea narrato menzogna. Intanto di giorno in giorno cempre più riscaldava il sole, essendo giunta la stagione al chiuderci della primavera, e all’aprirsi della state: i diletti estivi si rinnovano. Va egli pe’ fiumi a nuoto, ella nelle fonti si bagna: egli gareggia, sonando la zampogna, co’ zeffiri, che zufolano ne’ pini, ella co’ rossignuoli, che ne’ boschetti cantano: cacciano loquaci grilli, prendono cantanti cicale, colgono fiori, crollano le frutte dalle piante, mangiano mele; ma sopra tutto è pensoso Dafni, in qual modo possa con Cloe accasarsi, non avendo animo per la sua povertà di chiederla per isposa. In quella state molti erano, che ambivano tali nozze; e da ogni parte concorrevano giovani a domandarla a Driante per moglie: e chi offeriva presenti, chi facea larghe promesse. Nape, stimolata da tante speranze, era principal consigliera, che Cloe si dovesse accasare, stimando, che non fosse bene il tenere più a lungo in casa una fanciulla già divenuta assai grande, la qual forse un giorno sarebbe stata al pascolo svergognata, e per poche cose, e pure avrebbe trovato un marito pastore. Giudicava piuttosto, che fosse da farnela madre di famiglia in qualche casa; e tanti bei doni, che venivano offerti per lei, intanto ricogliere, e serbare ad un loro legittimo figliuol maschio, che non molto prima aveano acquistato. Driante ora cedeva a’ consigli, sentendosi a sonare negli orecchi doni molto maggiori, che non meritava una guardiana di pecore: ora pensa che la fanciulla sia troppo gran cosa, per concederla ad un marito fra concorrenti villani; la quale potea un giorno ritrovare i suoi veri parenti, e rendere felicissimi coloro, che l’aveano allevata; per la qual cosa indugiando la risposta, coll’addurre ora una scusa, ora un’altra, e mettendo tempo in mezzo, teneva la cosa in pendente, e frattanto traeva dall’indugio non pochi presenti. Cloe di ciò avvedutasi faceva la più dolorosa vita del mondo, e non volendo dar passione a Dafni di ciò, gli tenne celato il fatto per lungo tempo. Pure poich’egli finalmente della sua tristezza s’accorse, e la sollecitava a dirgliene la cagione, sentendosi più trafitto dal non averne notizia, che dall’averla, la gli disse ogni cosa: quanti, e quanto ricchi erano coloro, che chiedevano le sue nozze, quello che avesse detto Nape per affrettarle; che Driante non avea rifiutato, ma preso fino alla vendemmia tempo a risolvere. Fa quello racconto quasi uscir del cervello Dafni; che siede, e gli sgorgano le lagrime dagli occhi come torrenti; grida, e dice, che privo della presenza di Cloe uscirà del mondo di repentina morte; e non egli solo, ma infieme col pallore le due gregge. Finalmente ritornato in sè, ripiglia vigore, e gli viene in animo di poter persuadere il padre; e spera di valere molto più, che gli altri suoi concorrenti, se anch’egli si paleserà per uno, che voglia la fanciulla. Solo d’una cosa si sbigottiva, che Lamone non era ricco. Perciò gli mancava la speranza. Tuttavia deliberò di concorrere, e Cloe pensò anch’ella che fosse bene. Non ebbe Dafni ardimento di farne parola a Lamone; ma preso animo, significò l’amor suo a Mirtale, e le fece cenno di maritaggio. Quella ogni cosa conferì la notte a Lamone, il quale dispettoso l’udì, e agramente le rinfacciò, ch’ella fosse mezzana a voler dare una figliuoletta di semplici pastori al figliuol suo, il quale presagiva con gli arricordi trovati seco una chiarissima fortuna; e che ritrovando i parenti suoi, avrebbe loro fatti di schiavi liberi, e padroni di più ampj poderi. Mirtale temendo, che Dafni uscito d’ogni speranza di tali nozze, affrettasse a cagione del grande amore, la sua morte, colorivagli la negativa con altra cagioni: figliuol mio, noi siamo poveri; e ci bisogna sposa, che qualcosa ci arrechi: poi vedi, che quando anche le fanciulle arrecano, le vogliono mariti ricchi: va tu, e tenta di persuadere Cloe a far intendere al padre suo, che tu non chiedi cosa veruna grande, ma lei vorresti per moglie. Ella t’ama di cuore: vorrà piuttosto passare le notti con uomo povero e bello che con qualche ceffo di bertuccione ricco. In tal guisa Mirtale pensava daver trovato un buon pretesto da stornare le nozze, essendo fuori di speranza, che Driante attorniato da tanti, e tanto più ricchi competitori, vi potesse mai dare il suo asenso. Non poteva Dafni della risposta dolersi. Ma vedendosi cotanto inferiore agli altri, che si maneggiavano per quelle nozze, fa quello, che sogliono gli innamorati bisognosi: piange e di nuovo chiama suo soccorso le Ninfe, le quali di notte, con lo stesso vestito di prima, gli apparirono mentre che dorme; e la maggiore d’età un’altra volta gli parla: Delle amarezze, che tu provi per quello maritaggio si prende cura altro Iddìo: noi ti daremo que’ doni, che possano rendere a te mansueto l’animo di Driante. La nave di que’ giovani di Metimna, alla quale un tempo le tue capre rosero il cavo de’ vinchi, per tutto quel giorno fu dall’onde portata, da terra lontana: ma levatosi la notte un gran vento da mare, tanto lo commosse, che l’onde la gittarono agli acuti scogli della costa. Ruppesi la barchetta, e affondò, con quante robe v’avean dentro: se non che la furia dell’acqua, spinse a terra una borsa con dentrovi trecento scudi, la quale si sta ora dall’alga coperta, e v’ha un delfino quivi appresso morto; dal cui puzzo fugge ogni uomo, che passa di costà, sicchè passeggiero non vi s’è ancora approssimato. Va, t’accosta, ricogli la borsa, portala teco. Ti basti per al presente non esser tenuto povero; verrà tempo che sarai anche ricco. Così detto spariscono le Ninfe, e la notte. Venuto il dì, Dafni non potendo capire in sè per l’allegrezza, balza dal letto, caccia fuori in fretta le gregge, abbraccia Cloe, le Ninfe adora, al mare discende, facendo le viste di volersi lavare; e camminando per l’arena sul greto del mare, aguzzava gli occhi per vedere que’ trecento scudi, che fra poco dovea acquistare con picciola fatica. Imperocchè già il puzzo del delfino, che quivi gittato imputridiva, al naso gli pervenne, ond’egli fattosi quel fracidume quasi guida al suo camminare, fra poco vi giunse, tolse via l’alga, e ritrovò la borsa di contanti ripiena. La ricolse, nello zaino la ripose; nè di là si partì, senza ringraziare le Ninfe, e lo stesso mare: poichè, quantunque caprajo fosse, estimò il mare essere più clemente e pio della terra, giacchè gli porgeva soccorsso per conchiudere il maritaggio di Cloe. Colti dunque i trecento scudi più non indugia; e tenendosi non solo de’ villani di quel territorio, ma di tutti gli uomini del mondo ricchissimo, corre a Cloe, le narra il sogno, le fa la borsa vedere; e le ordina che custodisca la greggia fino al suo ritorno: e mettendosi la via fra gambe, coraggiosamente va a Driante. Trovalo, che insieme con Nape batteva il grano sull’aja; e a lui con grandissima confidenza apre il ragionamento del maritaggio in tal guisa: dammi Cloe per moglie. Io nel suonare la zampogna peritissimo sono, così nel potare le viti, nel piantare alberi. So il terreno arare, il grano spulare, vagliare. Se io sappia pascolare una greggia, m’è testimonio Cloe: cinquanta capre ho ricevuto, le ho raddoppiate, ho allevati bellissimi e grandissimi caproni; laddove un tempo si mandavano le capre nostre ai caproni altrui. Oltre a tutto ciò sono giovane, vostro vicino, di vita incolpabile, e fui da una capra nudrito, come Cloe da una pecora. Se in tante cose sto sopra agli altri, non rimarrò di sotto neppure nell’offerire doni. Daranno gli altri capre, pecore, forse un paio di buoi con la scabbia, o del grano che nol potrebbero beccare le galline. Ecco, io arreco a voi questi trecento scudi, ma a patto che non l’abbia a sapere alcuno, non lo stesso Lamone mio padre. Così dicendo porge la borsa, gli abbraccia, e bacia. Eglino veduto tanto bel valsente in danari, piovuti, per così dire, dal cielo, promettono subitamente Cloe per isposa a Dafni, e gli danno parola d’ottenerne l’assenso di Lamone. Rimasero Nape, e Dafni sull’aja a far correre in giro i buoi, per iscuotere dalle spighe il grano. Driante riporta la borsa colà dove un tempo avea allogati gli arricordi della trovata fanciulla, va in fretta a trovare Lamone, e Mirtale come sensale, e quel che più pare maraviglia, per chieder loro un marito. Gli ritrovò appunto che misuravano il grano, poco prima vagliato, e disperati che a pena tanto ne ricoglievano quanto n’aveano seminato; gli confortò dicendo, che tal querimonia era universale: e finalmente domandò loro Dafni per Cloe; aggiungendo, che per quanto altri gli offerissero non avrebbe accettato cosa veruna: e che anzi piuttosto avrebbe dato loro qualcosa del suo; ricordando, che non era facile il dividere un’amicizia, che avea fatta tanta presa fra que’ due giovani al pascolo, i quali già erano pervenuti ad un’età da poter essere moglie, e marito. Queste, e altre sì fatte cose diceva Driante, come colui al quale colorivano la persuasiva i trecento scudi. Lamone non volle pù addurre scuse di povertà, poichè i congiunti della fanciulla non si vanagloriavano di ricchezza, nè dell’età di Dafni, che già avea passata l’adolescenza: ma tuttavia non manifestò anche per qual cagione stimasse lui degno di più alto partito; e poich’egli ebbe taciuto alquanto, rispose: Voi fate da genti dabbene preferendo agli estranei i vicini, e tenendo minor conto delle ricchezze, che d’un’onesta povertà. Vi dieno Pane, e le Ninfe quella mercè, che per ciò meritate. Io stesso di tali nozze ho fretta; imperocchè avrei bene dello scemo, se essendo già tanto avanti con gli anni, che posso dirmi quasi vecchio, e più bisognoso che mai fossi di chi mi presti ajuto alle opere, negassi di far parentado colla vostra famiglia. Certamente gran ventura è questa, e Cloe è una fanciulla da procacciartela con tutto l’affetto. Ella è giovane, bella, e onesta, d’ogni buona qualità fornita: ma essendo io servo di condizione, e non avendo cosa veruna, che io possa dir mia; egli bisogna, che il padrone sappia il fatto, e dia licenza a quello, che s’intende di conchiudere. Su via, dunque, si differiscano fino all’autunno le nozze. Genti venute dalla città, m’hanno recato novelle, che il padrone ci verrà; saranno, allora moglie, e marito: intanto, al nome sia del cielo, s’amino da fratelli. Solamente io voglio, che, tu sappia, o Driante, che il giovane, che tu chiedi con tanta istanza per genero, è dappiù di noi. Così detto, lo baciò, gli presentò da bere, essendo già prossimo il mezzogiorno, e ne lo rimandò a casa sua con quante seppe cortesie, e carezze. Driante all’ultime parole di Lamone non fu sordo; e camminando, fra suo core diceva: Chi può mai essere cotesto Dafni? Non è senza provvedimento degl’Iddìi, che sia stato da una capra nudrito. Egli è leggiadro, e bello, nè somiglia punto a cotesto camuso vecchio, o a cotesta pelata femmina. A trecento scudi può metter mano: un caprajo non ha tante pere salvatiche, non che monete. Sarebbe egli mai stato esposto al caso, come fu Cloe? Non ha forse Lamone lui ritrovato, come io ho ritrovata lei? E quegli arricordi, ch’egli avea feco, non erano forse uguali a quelli, che avea Cloe? Oh se la cosa sta com’io penso! Oh Iddio Pane Oh beate Ninfe! chi sa che ritrovando egli i congiunti suoi, non iscopra anche qualche cosa della fanciulla! Queste cose tutte volse in mente quasi sognando, fino a tanto, che giunse all’aja. Dove trovando Dafni, con lo struggimento addosso, per udire la risposta, lo confortò chiamandolo genero; e presagli la delira mano, gli promise pel prossimo autunno le nozze, e che Cloe non avrebbe mai altro marito, che Dafni. Egli ratto quasi come il pensiero, corse a Cloe, digiuno, e senza bere; e trovandola a mugnere le pecore, e a fare cacio, le dà la lieta novella del maritaggio; e da quel dì in poi, in presenza d’ogni uomo, con lei, come moglie, domesticamente favellava, e le porgeva ne’ suoi lavori ajuto: mugneva il latte ne’ vasi: metteva le ricotte nelle fiscelle: accollava alle poppe delle madri agnelli, e capretti. E quando aveano bene ordinata ogni cosa si lavavano, mangiavano, beveano; andavano intorno scegliendo mature frutte, quell’anno abbondantissime d’ogni generazione: molte pere di bosco, altre domestiche; molte mele, parte delle quali erano cadute in terra, parte pendenti a’ rami: le cadute maggior fragranza esalavano, le pendenti da’ rami erano più vistose. Altre aveano odore di buon vino, altre risplendevano come oro. Erano state d’un melo colte tutte le frutte, per modo, che non avea più neppure le foglie, ma i nudi rami: se non che un solo pomo stavasi appiccato ancora sull'ultima vetta, bello, appariscente, e che solo mandava più grato odore di molti altri. Non l’avea colto il vendemmiatore dell’albero, temendo d’inerpicare su tant’alto; o forse lasciò così raro frutto a qualche innamorato pastore. Dafni lo vide, si mosse per andarlo a cogliere, e di Cloe, che ne lo riteneva, non si curò. Ella trascurata, andò in fretta alla sua greggia. Dafni ritornò fra poco a lei collo spiccato melo, glielo presentò, e a lei ingrognata disse queste parole: Fanciulla mia, le belle figliuole del sole, e le stagioni hanno fruttificato questo melo, nudrito poi da un vistoso albero, maturato dal sole, confettato da fortuna; avendo io pure occhi in testa, non ho potuto lasciarlo; lo vidi, mi piacque, non volli, che caduto sul terreno fosse dalle pascenti gregge, pestato co’ piedi nè che sdrucciolante biscia col veleno l’infettasse o lo guastasse il tempo. Questo è il dono ricevuto da Venere per la sua bellezza nel suo gareggiamento. Lo stesso dono a te offerisco. Ella e tu avete lo stesso giudice: quella ebbe un pastore di pecore, tu uno di capre. Così, detto, glielo gittò in grembo; a lei s’acosta ella vezzosamente lo guarda. Non si pentì Dafni dell’esser coraggiosamente salito a cotanta altezza, avendone ricevute in cambio occhiate e vezzi assai più soavi che il pomo.

Libro Quarto.

GIUNSE intanto da Mitilene un servo del signore di Lamone, e arrecò novella, che al quanto prima della vendemmia sarebbe venuto il comune padrone per vedere se lo sbarco de’ Metimnei avesse il suo podere danneggiato. Ed essendo già finita la state, e cominciato l’autunno, Lamone apprestava con ogni diligenza la casa, acciocchè ogni cosa avesse grazia, e desse diletto al padrone: mondava le fontane, perchè l’acqua fosse chiara: traeva fuori del cortile il letame, acciocchè col suo mal odore non desse disagio veruno: riordinava attentissimo il giardino, acciocchè fosse da ogni parte bello, e vistoso. Deliziosissimo era quel giardino, e grande a maraviglia: cosa da Re, situato, sopra un’altura, centoventi passi lungo, quattro jugeri disteso in larghezza; tanto, che a vederlo parea piuttosto un ampio terreno lavorato. Quivi erano d’ogni condizione alberi, meli, mirti, peri, melagrani, fichi, ulivi; da un altro lato altissime viti, colme d’uve, che già cominciavano a tingersi di nero, appoggiate quà a’ meli, colà a’ peri, quasi con quelli gareggianti a chi più fruttificasse. Il numero degli alberi, che non fruttano, non era minore. Cipressi, allori, pini, platani, a’ quali tutti s’abbarbicava intorno in cambio di viti l’edera; le cui coccole in grappoli nereggiando anch’esse facevano concorrenza coll’uve. Le piante fruttifere erano addentro, e incentrate nel giardino; attorniate di fuori dalle sterili, quasi da una circonvallazione, fatta con grande artificio che le custodisse; e finalmente un muro circondava ogni cosa. Erano tutte a misura divise e spartite; e i tronchi piantati ad un pari intervallo: di sopra i rami dell’una s’intrecciavano con quelli dell’altra; e le foglie si mescolavano, e tutto parea che fosse fatto da natura. V’erano poi ajuole di fiori, parte dalla terra stessa, parte dall’industria umana prodotti. Rosai, giacinti, gigli, piantati, e coltivati dagli uomini: viole, tazzette, anagallidi datevi dal terreno. La state vi ritrovavi ombra, la primavera fiori, l’autunno ogni delizia, e in ogni stagione frutte. Da quella situazione si scopriva tutta la campagna, e le gregge ne’ pascoli. Vedevasi l’ampiezza del mare, e chi vi navigava ad ogni parte, ch’era bene uno de’ più bei diletti di quel giardino. Appunto colà dov’era della lunghezza, e larghezza di quello il mezzo, v’avea un tempio, e un’ara di Bacco. L’edera intorno all’ara serpeggiava, cingevano i pampani il tempio; dentro a cui vedevansi dipinti i fatti di Bacco: Semele che partoriva, Arianna con lui giacente; Licurgo legato, Penteo sbranato; quasi vedevano i vinti Indiani; in ogni luogo Satiri, in ogni luogo Baccanti, che danzavano: nè v’era stato dimenticato Pane, che stando sopra un masso a sedere, parea che col suono della zampogna servisse ad un tratto, a’ pigiatori, e alle femmine danzatrici. Tale era il giardino da Lamone lavorato, dov’egli qua secche legna tagliava, colà metteva a norma viti; inghirlandava Bacco di fiori: ed acquai faceva, per avviare l’acqua d’una fontana, ritrovata per annaffiare i fiori da Dafni, e perciò cognominata la fontana di Dafni. Non cessava egli mai di ritoccare a Dafni, che facesse ingrassar le capre, e rendesse loro lucido il pelo, di cencio, che il padrone, dopo sì lungo tempo, avrebbe certamente, appena giunto, voluto vederle. A Dafni cresceva il cuore, aspettando di ciò gran lode, per averle fatte moltiplicare in doppio, dal giorno, che l’avea in custodia ricevute: il lupo non n’avea rubata una; erano più grasse, che pecore. E volendo indurlo più facilmente ad assentire al suo maritaggio, v’usava ogni attenzione, guidandole la mattina per tempissimo al pascolo, e riconducendole a casa molto ben tardi. Due volte le invitava a bere; studiava dove fosse la pastura più abbondante. I vasi nuovi da riporre latte; e fiero, volle che fossero maggiori, e le fiscelle non altrimenti: e tanto pensiero metteva in faccende tali, che ungeva le corna, e pettinava alle capre il pelo. Avresti giurato quella essere una greggia consacrata a Pane. Adoperavasi a pro di lui Cloe ancora; e lasciate le pecore sue, il più del tempo nelle capre impiegava: sicchè parevano a Dafni più belle per l’opera di lei. Mentre, che a tali faccende, accudiscono, eccoti un nuovo messo dalla città, il quale ordina, che facciano incontanente la vendemmia, dicendo, che si sarebbe quivi arrestato fino a tanto, che avessero ammontate l’uve, per andarsene poi incontanente alla città a prendere il padrone. A questo secondo messo, ch’Eudromo chiamavasi, perchè serviva di lacchè al suo fignore, fecero ogni buona accoglienza; e si diedero a vendemmiare l’uve, arrecarle allo strettojo, ad imbottare; mettendo in serbo certi tralci coll’uve, e con le foglie, acciocchè a coloro, i quali doveano venire dalla città, rimanesse qualche piacere, e aspetto di vendemmia. Fra gli altri doni dati ad Eudromo, che dovea ritornare alla città, non pochi ne diede Dafni, quali si convenivano a caprajo donatore: molte buone forme di cacio, un caprettino, una bianca, e velluta pelle di capra da mettersi indosso, quando fosse andato, il verno pe’ fatti del padrone. Egli ebbe assai cara ogni cosa, baciò Dafni, gli promise d’essergli in favore con qualche parola appresso al suo signore; e se n’andò tutto affezionato a lui. Rimase Dafni in gran sospetto di quello che avesse a succedere; e Cloe dubitava non meno, e pien di timore diceva: Egli è giovane, accostumato solamente a veder capre, monti, villani, e Cloe: vedrà per la prima volta il padrone, di cui non fa altro che il nome, per averlo udito a proferire. Le batteva dunque il cuore, non sapendo come Dafni potesse aprir bocca davanti al padrone; oltre di che vivea col triemito, che il matrimonio, come un sogno, svanisse. Di quà fra loro si dicevano parolette cortesi, davanti affettuose occhiate; ma non senza tema, come se quivi fosse stato il padrone, e da lui avessero dovuto celarsi. Ma intanto avvenne loro una disgrazia. Eravi un certo Lampide bifolco, mal uomo, e prosontuoso: il quale anch’egli avea domandata Cloe a Driante, e dato molti doni, facendo un gran pressare per le nozze. Ora vedendo, che se l’assentiva il padrone, Dafni l’avrebbe menata per moglie, trova un arcigogolo, per far venire Dafni al padrone in dispetto: e sapendo benissimo quanto a lui fosse caro quel giardino, propose in sè di guastarlo, e privarnelo di quella sua vistosa amenità quanto avesse potuto. Pensò, che a tagliare le piante, sarebbe stato palesato dal fracasso, e colto facilmente in sul maleficio; sicchè si volse a voler disertare i fiori. Per la qual cosa attendendo la notte: e valicata la siepe, parte ne sbarbicò, parte ne infranse, e parte ne schiacciò a quel modo, che fa il ciacco co’ piedi; poi di cheto se n’andò a’ fatti suoi. La mattina vegnente va Lamone al giardino per far entrare l’acqua della fontana negli acquai de’ solchi; e veduto tutto quel luogo guasto, e quella rovina, che non avrebbe potuto farla un ladrone; si squarciò il gabbanello di dosso, e gridò: Oh Dio! oh Dio! sì ad alta voce, che di subito Mirtale lasciando quel, che avea in mano, corse a lui; e Dafni, che avea già guidate fuori le capre, ritornò a furia indietro anch’egli, e veduto il caso, tutti gridavano, e piangevano amaramente; in quel pianto comune per li perduti fiori, temendo anche l’ira del padrone. Non avrebbe potuto ritenere il pianto un forestiere, che fosse di costà passato, a vedere tutto quel luogo così sformato, e tutto il terreno infangato, e rotto, da certi siti in fuori, dove l’invidia non avea usata la malizia sua, da’ quali si potea comprendere quanta fosse prima la grazia, e vistosità del restante, quando era intatta ogni cosa: imperocchè quantunque tutto fosse sozzopra, si riconosceva benissimo la passata bellezza; e ancora vi svolazzavano intorno le api ronzando, quasi si lamentassero di quanto aveano perduto. Intanto Lamone, doppiandogli per l’affanno il cuore, diceva queste parole: Oimè! oh come sono guastati i miei rosai! oh come calpestate le viole! Oimè i giacinti, oimè le giunchiglie! Assassino pessimo, che l’hai sbarbate di terra! Verrà primavera, non rifioriranno. Ritornerà la state, non vi saranno; ricomincerà l’autunno, non ci saranno fiori da fare ghirlande. Come non avesti tu, o Bacco, pietà di questi miserelli fiori, che avevi sì da presso, che vedevi con gli occhi tuoi, de’ quali tante volte ti feci corona alle tempie? Con qual faccia mostrerò io questo giardino al padrone? Con qual cuore lo vedrà egli! Oh me meschino! ch’egli, non altrimenti che Marzia, farà appendere ad un pino me povero vecchio, e forse anche Dafni, incolpando di tal guasto le capre di lui. Qui ricominciava il pianto più dirotto; nè piangevano i fiori, ma sè medefimi. Cloe compassionava il caso di Dafni vicino ad essere appeso; nè più la venuta del padrone bramava, passando dolorosissimi giorni, come colei, a cui parea di vedere flagellato Dafni. Al cominciare della notte, giunse Eudromo dicendo, che fra tre giorni sarebbe venuto il padrone, e il figliuolo di lui nel vegnente giorno. Eglino presero a consigliarsi di quello che aveano a fare in tal caso, e lo confidano ad Eudromo; il quale con quella sua benevolenza per Dafni gli esorta a ragguagliare del fatto il giovane padrone, e ch’egli appresso a lui ne gli avrebbe ajutati, per essergli molto caro, come suo fratello di latte. Nel vegnente giorno così fecero. Astilo, e un parassito seco, giunsero a cavallo: appena spuntava al primo il pelo sul mento, al secondo, Gnatone chiamato, era già stata molto tempo avanti rasa la barba. Lamone da Mirtale, e Dafni accompagnato, si gitta alle ginocchia del giovane, e quello umilmente prega, che abbia misericordia di sè vecchio sventurato, e che innocente dall’ira paterna lo salvi; e così detto, ogni cosa ordinatamente gli narra. Astilo alla sua preghiera si move, entra nel giardino, e veduto l’eccidio de’ fiori, promise di fare istanza al padre; e di fingere, che i cavalli quivi legati, da’ freni sciogliendosi, avessero fatta quella rovina, parte de’ fiori calpestando, parte sbarbandone dal terreno. Lamone, e Mirtale gli augurarono per ciò ogni grazia, e benedizione dal cielo. Dafni arrecò presenti, forme di cacio, capretti, ucccelli di molte qualità, uve su i tralci, frutte su i rami; e fra gli altri doni gli arrecò avanti un certo vino di Lesbo, gran vino, polputo, e tutto fragranza, e sapore. Astilo commendò molto que’ doni; e cercando, come giovane, e ricco, sempre nuovi sollazzi, essendo appunto uscito alla campagna per darsi bel tempo, si volse per allora al diletto del cacciare le lepri. Ma Gnatone, uomo che non avea in mente altri nobili esercizj, che il diluviare, ubbriacarsi, nè altra dottrina, che mascelle, ventre, e peggio; veduto Dafni con tanti, e così grassi doni, gli pose subito l’animo addosso, pensò di renderlosi amico, e patteggiar seco per rubacchiare, e incettare, quanto potea, della roba del padrone, credendo di poter facilmente acquistare la confidenza di un rozzo, e semplice caprajo. Ed avendo così stabilito in suo cuore, tralasciava di trovarsi con Astilo a caccia, e se n’andava al pascolo, dove era Dafni, per indurnelo a poco a poco a furare. Cominciò il ghiottone con le più belle parole del mondo a piaggiarlo, e ad esaltare quelle sue così belle, e lucide capre; poi a chiedergli, che gli sonasse con la zampogna qualche arietta pastoreccia, promettendogli, come se appunto la cosa fosse stata a sua disposizione, di fargli fra poco tempo avere la libertà. Finalmente poichè gli parve d’avernelo fatto suo amico, ora si faceva condurre alla cantina, ora alla dispensa, e quello che non potea mandar già per la gola, ingojava con gli occhi. Nè potendo più una sera ritenersi, a veder tanta abbondanza di cacio, di prosciutti, e salsicce, ch’egli stimava più che giojelli; aperse il suo cuore a Dafni, e volea pure ch’egli spiccasse, o lasciasse a lui spiccare quel che volea, per riporlo celatamente in un suo cofano, pieno di cenci. S’oppofe Dafni, egli si sdegnò, e volendo pure spiccare due prosciutti a forza; il caprajo, che avea a fare con un ubbriaco, che tentennava sulle gambe, datogli d’un gombito nello stomaco, lo gittò a terra, e di là fuggendo destro come un levriere, lo lasciò a guisa d’una civetta stramazzata: dove gridando accorruomo, e vergognandosi di dire la cagione della sua caduta, venne rilevato con quella fatica, che si sarebbe durata a rialzare una botte piena di mosto. Incominciò Dafni a non volere più la pratica di lui; ma ora qua, ora colà conduceva alla pastura le capre, cercando sempre d’accostarfi a Cloe quanto più avesse potuto. Non però Gnatone cercava più d’accostarsi a lui, avendo fatto sperienza, che s’egli era giovane, avea anche salde, e robuste braccia; ma studiava bene l’opportunità di parlare di lui ad Astilo, sperando, per farne un giorno vendetta, di poternelo ottenere per suo schiavo dal giovane, il quale di sua natura era liberale, e capace di fare grandissimi doni. Ma così di subito non potè farlo. Imperocchè erano giunti Dionisofane, e Clearista, con gran romore di giumenti, di servi, d’uomini, e donne. Onde si diede a comporre certi versi faceti in lode della ghiottornia, e della gola. Era Dionisofane mezzo canuto, ma grande, e bell’uomo e di sì buona complessione, ch’ei non avea da invidiare i giovani, e oltre a ciò uno de’ più ricchi della città, e la miglior pasta d’uomo del mondo. Non sì tosto fu giunto alla villa, che il primo giorno fece una solennità agl’Iddìi tutelari della possessione: a Cerere, a Bacco, a Pane, alle Ninfe; e aperse, a quanti v’erano, comune convito. Andò gli altri giorni esaminando i lavori di Lamone; e vedendo i solcati campi, le viti ben provvedute di tralci, il coltivato, e delizioso giardino (dappoichè quanto al caso de’ fiori, avea Astilo incolpato sè) sentiva d’ogni cosa maraviglioso diletto, e lodando a cielo Lamone, gli prometteva fra poco tempo di farlo libero, Passò poscia alla greggia, per vedere il caprajo, e le capre. All’approssimarsi di tanta turba, Cloe sbigottita, e vergognandosi, alla selva corse e quivi s’ascose: era Dafni in piede con una velluta pelle di capra indosso, e in sulle spalle uno zaino cucito di nuovo; teneva in tuttadue le mani qual cosa, nell’una certe forme di cacio fresco, nell’altra due caprettini da latte. S’egli è mai vero che Apollo prezzolato servisse a Laomedonte di guardiano di buoi; egli dovea appunto esser tale, quale appariva Dafni allora. Non apriva però bocca; ma con una fiammolina di verecondia sul viso, i doni offerendo, non levava mai gli occhi da terra. Parlò in vece Lamone, e disse: Padrone, questi è delle tue capre il custode. Cinquanta me ne consegnasti, e due caproni, da far pascolare; egli cento ha ridotte quelle, e quelli dieci. Vedile, come sono grasse, come lucide, come vellute, e di belle corna: oltre di che furono da lui allevate in modo, che al suono si muovono; e udita la zampogna; ad ogni comandata così ubbidiscono. Presente a tali parole era Clearista, la quale volendo pur vedere come ciò si potesse fare, comanda al caprajo, che faccia sentire il consueto suono alla greggia; promettendo al suonatore un saltambanco, un giubberello, e un pajo di scarpe. Egli, avendole poste in un’ordinanza teatrale, trasse fuori dello zaino la zampogna; mandò prima fuori un suono sottile, al quale rizzarono le capre in alto le teste: poi fece il suono, che le invitava a pascere, ed esse atterrati i musi pascolavano: di nuovo mandò fuori un suono molle, e dilicato, ed esse tutte si sdrajarono sul terreno: egli ne fece un altro alto, ed acuto, e quelle, quasi fossero dal lupo assaltate, si posero in fuga verso il bosco. Di là a poco suonò a raccolta; e quelle uscite del bosco gli corsero vicine. Non fu mai chi vedesse al loro signore, servi, e famigli tanto ubbidienti. Mentre che tutti erano ripieni di maraviglia, Clearista per lo stupore attonita, giurò, che gli avrebbe dati i doni da lui meritati, e come ben fatto caprajo, e come suonatore: così detto ritornati alla villa, e quivi degnando, mandarono a Dafni certe porzioni delle robe che mangiavano alla mensa. Egli in compagnia di Cloe le mangiava, e quelle vivande, condite squisitamente in cittadinesca cucina, oltre ogni credere ritrovava saporite; oltre di che crescevagli anche la speranza d’avere il consentimento de’ padroni, e fare le nozze. Ma non era passato lo sdegno a Gnatone di quanto gli era nella dispensa accaduto; e’ giurando fra sè, che oggimai non voleva più vivere, se non ne faceva vendetta; colta l’occasione, che Astilo passeggiava soletto pel giardino, andò a lui, e conducendolo a poco a poco fino al tempietto di Bacco, dopo molte facezie, cominciò a baciargli le mani. E domandandogli il giovane quello, che significassero le sue nuove carezze, gli rispose in tal guisa: Io so che avrai maraviglia grandissima, che io il quale fino a questo tempo non ho altra cosa amata fuorchè l’imbandita mensa; e ho giurato fino a qui non essere al mondo cosa migliore del vin vecchio; e ho affermato tante volte i cuochi tuoi valere assai più di quante belle giovani sono in Mitilene; ora stimi Dafni più di qualunque altra cosa del mondo. Sappi che dappoi in qua, che l’ho udito a sonare, io mi contenterei di non assaggiar più di quegli squisitissimi cibi, de’ quali è ogni giorno ripiena la tua cena da principe, non carni, non pesci, non manicaretti; ma mi contenterei d’andare al pascolo come le capre, solo per udire quella sua zampogna. Io ti prego, caro padrone, non negarmi questa consolazione, donalo a me per ischiavo, tanto ch’io alla mia qualsivoglia mensa abbia cotesto suonatore, che col suono della sua zampogna ricrei le mie mascelle, fa questo piacere a colui, che tu tante volte hai per vezzi chiamato il tuo diluvio, la tua maciulla da carni còtte. Il giovane, parte d’animo liberale per sè, e parte mosso a riso dal capriccio del parassito, e da sì goffa preghiera, gli promise, che gliene avrebbe dal padre impetrato; e intanto, per farlo cianciare, gli domandò quello, ch’egli intendesse di fare d’un caprajo in casa, e in che l’avesse a confortare quell’odore di greggia. Tu sai, gli rispose Gnatone, quanto sia difficile l’arte mia del vivere alle altrui spese, e se ogni giorno, per essere ben veduto alla mensa de’ ricchi di Mitilene, egli mi convenga stillarmi il cervello in invenzioni da dar piacere. Io non ho altri poderi da coltivare; e s’io non ritrovo il modo da tener liete le brigate, mi verranno chiusi gli uscj in faccia, e rimarrò digiuno. È debito mio l’aver cura di questo ventre, ch’è mia intrinseca famiglia, e studiare per lui ogni sottigliezza. E però, se tu con la tua liberalità mi concedi cotesto Dafni, sappi, che tu hai provveduto alla vita mia di parecchi buoni desinari, e cene. Tu vedi, come ognuno a’ conviti in Mitilene ha usanza di far ricreare altrui con imitazioni, danze, canzoni, e suonate: io ho intenzione di seguitare il costume, e spargere in città voce d’essere tornato con un suonatore. Nè avere ciò per picciola cosa, o di poca importanza, imperocchè io condirò per modo il trovato mio, che ad ognuno verrà voglia di vederlo, e udirlo, e diventerà Dafni un andazzo, e una moda nuova. Non dispiacque ad Astilo il capriccio del parassito, e ridendo, che la fame insegnasse tali filosofiche sottigliezze, attendeva l’opportunità di parlare al padre per ottener Dafni. Udì tutti questi ragionamenti di cheto Eudromo, e dolendogli il cuore, che sì bel giovane dovesse diventare lo zimbello pel ventre di Gnatone corse a palesare il fatto a lui, e a Lamone. Dafni sbigottito pensava di fuggire occultamente in compagnia di Cloe, o di morire. Ma Lamone chiamata Mirtale fuori in disparte, le disse: Oggimai, moglie mia, non c’ è riparo per noi, venuto è il tempo di svelare i segreti. Pensa di vedere abbandonate le capre, e ogni cosa. Ma io giuro a Pane, e alle Ninfe, che se non m’avesse anche a rimanere, come suol dirsi, nelle stalle un solo bue, non terrò più celata la condizione di Dafni; ma paleserò e qual sia dessa, e come io l’abbia trovato abbandonato al caso, e da cui nudrito, e mostrerò gli arricordi stati posti con esso lui. Vegga quello scelleratissimo Gnatone chi sia il giovane, e quale il suo tentativo. Tu fa, che sieno presti gli arricordi ad ogni mio cenno. In tal guisa fra loro accordatisi rientrarono in casa. Astilo andando al padre, che stava a diporto, gli domanda, che gli sia conceduto di poter condurre Dafni alla città, il quale essendo così bello, e ben fatto, non era da lasciarlo in una campagna, ma da metterlo sotto alla disciplina di Gnatone, il quale in poco tempo le cittadinesche civiltà gli avrebbe insegnate. Glielo assentì il padre di buona voglia, e fatti chiamare a sè Lamone, e Mirtale, diede loro la buona novella, che da indi in poi Dafni in cambio di prestare l’opera sua alle capre, e a’ caproni, avrebbe ad Astilo servito, e promise, che avrebbe dato loro due capraj in cambio d’uno. Allora Lamone, essendo quivi già concorsi tutti, e rallegrandosi tutti d’acquisire un così garbato conservo, domandò licenza di parlare, e cominciò in tal forma: Giuro allo Iddio Pane, e alle Ninfe, ch’io non sono per mescolare nel mio ragionamento veruna bugia. Nè io sono il padre di Dafni, nè Mirtale fu di tanto fortunata, ch’ella fosse sua madre: da altri fu ingenerato, i quali, forse perchè aveano un bastante numero di figliuoli grandi, lui bambino abbandonarono al caso. Io ne lo trovai esposto, e da una capra allattato, ch’io morta sotterrai nel recinto del giardino, pel grande amore dell’averla veduta fare uffizio di madre. In oltre ritrovai anche certi arricordi, quivi stati posti con lui. Confesso d’avergli, e gli custodisco, perchè sono contrassegni di molto miglior fortuna, che la nostra. Ch’egli abbia a servire ad Astilo, non è male, sarebbe bel servo di buono, e bel padrone; ma io non posso patire, ch’egli abbia ad essere vituperato da quel briaco di Gnatone, il quale tiene questa pratica sottomano per valersene a certi suoi pazzi disegni. Poichè Lamone ebbe in tal guisa parlato, cadendogli le lagrime in abbondanza dagli occhi, si tacque. Gnatone pieno di stizza, minacciava di battere; ma Dionisofane stordito al racconto, voltatosi a lui, con fiera guardatura gli comandò che tacesse: e di nuovo interrogò Lamone, esortandolo a dire la verità, e a non inventar favole, per averlosi a ritenere come proprio figliuolo. Ma standosi tuttavia saldo Lamone nel primo proposito, giurando per tutti gl’Iddìi, e offerendosi alla tortura, s’egli diceva menzogna; Clearista, che appresso al marito sedeva, tutto quello, ch’era stato detto, esaminava. Oh! perchè ha Lamone a dire bugia, se per un caprajo ne avrebbe due? In qual forma un villano potrebbe tante cose inventare? Non è forse così anche al primo aspetto cosa da non crederla, che da questo vecchio, e da madre così abbietta nascesse così leggiadro, e bel figliuolo? Parve dunque, che non fosse da domandarne altro; ma da vedere gli arricordi, se in effetto erano contrassegni di più nobile, e risplendente fortuna. Andò Mirtale per arrecare tutti que’ monumenti, custoditi in un vecchio carniere: i quali poichè furono quivi manifestati, vennero osservati prima che da veruno degli altri da Dionisofane, il quale veduto il mantelletto di porpora, la fibbia d’oro, e la spadetta coll’elsa d’avorio, ad alta voce esclama: Oh Giove di tutto il padrone! Di poi invita la moglie a guardare anch’ella. La quale non sì tosto ebbe veduto, ch’esclamò anch’ella ad alta voce: Oh care Iddee guidatrici delle cose! Non sono forse questi que’ monumenti, che di nostra mano acconciammo col figliuol nostro, quando fu da noi consegnato a Sofrosine, acciocchè a questa campagna ne lo portasse? Marito mio, non son altri no, certo son quelli. È figliuol nostro. Figliuol tuo è Dafni, egli le paterne capre ha pascolate. Mentre ch’ella così favellava ancora, Dionisofane baciava gli arricordi, per la sovrabbondante allegrezza piangendo. Avendo Astilo udito, che quegli era suo fratello, gittato giù il mantello, corse pel giardino, volendo egli essere il primo a baciar Dafni! Il quale vedendo lui, con gran calca di persone intorno, e udendolo a chiamare, Dafni! Dafni! pensando, che quivi corresse per mettergli le mani addosso, gittato via zaino, e zampogna, n’andava in furia verso il mare, per isbalestrarsi giù da uno scoglio. E forse sarebbe avvenuto, cosa oltre ogni credere strana, che Dafni fosse appunto pericolato, quando venne ritrovato da’ suoi; se Astilo, prevedendo quello, che doveva essere, non avesse di nuovo gridato: Arrestati, Dafni, non hai di che temere. Io sono il fratello tuo; e tuo padre, e tua madre sono quelli, che fino a qui furono tuoi padroni. Ora ora Lamone ci contò della capra, e fece vedere i contrassegni. Voltati, vedi con qual festa ne vengono, come sono allegri. Ma dà il primo bacio a me. Per le Ninfe ti giuro, vero è quanto ti dico. Appena udì Dafni il giuramento, che fermò il passo, attese Astilo, che correva, e lui, che s’accostava, accolse con un bacio. Mentre che lo baciava, concorse quivi l’altra turba de’ servi, delle fantesche, e insieme il padre, e la madre. Tutti l’abbracciavano, lo baciavano con allegrezza, e lagrime. Ma egli prima degli altri umanamente, e carezzevolmente al padre, e alla madre faceva accoglienza; e come se molto prima gli avesse già conosciuti, gli si strinse al petto, e non gli lasciava più uscire da’ suoi abbracciamenti: tanta fede di subito s’acquista natura! e poco mancò, che non gli uscisse Cloe di mente. Venne ricondotto a casa, gli fu posta indosso una bella, e ricca veste; e finalmente si pose a sedere appresso al suo vero padre, il quale cominciò a parlare in tal forma: Essendo io ancora molto giovane, figliuol mio, presi moglie, e dopo non gran tempo egli mi parea d’essere un padre assai fortunato; imperocchè acquistai del primo parto un figliuol maschio, del secondo una femmina, e Astilo del terzo. Di che pensando, che tal dipendenza fosse sufficiente a sostenere la mia famiglia, questo ultimo di tutti a me nato esposi ancora bambino in balìa di fortuna, e con essolui esposi questi, non contrassegni, ma piuttosto funerali ornamenti. Ma altro dispose la sorte. Il mio primogenito, e la figliuola femmina d’uno stesso male morirono in un giorno, ma tu dalla provvidenza degl’Iddii fosti a me conservato, acciocchè abbiamo più bastoni della nostra vecchiezza. Non volermi male perch’io t’abbia esposto, ch’io nol feci senza ponderazione: nè tu, Astilo, hai cagione di dolerti perchè in cambio dell’eredità intera n’abbia ad avere la metà; dappoichè agli uomini saggi d’ogni ottima possessione più vale un fratello: amatevi di concorde, e vicendevole amore, e quanto è a ricchezza, non avrete cagione d’invidiare i monarchi. Molte tenute vi lascerò, molti industriosi servi, oro, argento, e altri beni così fatti, da’ felicissimi uomini posseduti; questo solo podere do in ispezieltà a Dafni, e gli do Lamone, Mirtale, e quelle capre, ch’egli guidava alla pastura. Non avea ancora finito il vecchio di favellare, che Dafni balzato dal sedile in piedi, disse: Oh! padre, a tempo me l’hai ricordate, vo a condurle a bere. Esse in qualche luogo assetate attendono la mia zampogna, ed io sto qui sedendo. Cordialmente, risero tutti ad udire, che divenuto padrone, volesse ancora essere caprajo. Ma già era stato mandato un altro ad averne cura. Eglino, fatto sagrifizio a Giove Servatore, banchettano: ma al convito il solo Gnatone non si lasciò vedere, il quale temendo del fatto suo, stette tutto quel dì, e la notte, quasi cercasse asilo nel tempio di Bacco. Già tuonava la fama agli orecchi di tutti, che Dionisofane avea trovato un figliuolo, ch’egli era il caprajo Dafni, ch’egli era divenuto padrone del podere onde allo spuntare del giorno vi fu concorrenza di genti, che col giovane si rallegravano, al padre arrecavano presenti; e di tutti fu primo Driante, quegli, che avea Cloe allevata. Dionisofane riteneva tutti, volendo dopo tale allegrezza, che ogni uomo partecipasse della festa. Grand’era l’apparecchiamento del vino, farina in copia, uccellame di mare, porchetta di latte, berlingozzi assai, e molti montoni già sagrificati agl’Iddìi del paese. Dafni ricolse tutte le sue robicciuole pastorali, e quelle distribuì agli Dei: consacrò a Bacco il carniere, e la pelliccia; a Pane la zampogna, e la cornamusa; alle Ninfe il vincastro, e i vasi del latte, ch’egli avea fatti di sua mano, ma volle la pelliccia mettersi indosso prima, e la zampogna prima sonare: anzi l’una e l’altra caramente baciando, parlò alle capre, e a nome chiamò i caproni: bebbe anche alla fontana, perchè a quella avea spesso con Cloe attinto acqua. Non avea però ancora palesato il suo amore, attendendo migliore occasione. Ma mentre che Dafni era ne’ sagrifizj occupato, andavano le faccende di Cloe, com’io dirò. Sedeva ella piangendo, e pascolava le pecore, e diceva, come si può credere, in suo cuore: Dafni s’è dimenticato di me. Già sogna ricche nozze. A che mi valse il far lui giurare per le Ninfe? Di quelle, e di Cloe non tien conto. Ah! che facendo sagrifizio a Pane, e alle Ninfe, neppure gli venne desiderio di veder Cloe. Forse egli ha trovate appresso alla madre serve più belle di me. Buon pro a lui: io non viverò più. Mentre ch’ella così fatti pensieri volgeva per l’animo, e tali cose diceva, quel Lampide armentario, uscito repentinamente d’agguato con una mano di villani, lei rapisce, giudicando, che Dafni non l’avrebbe più presa per moglie, e che Driante terrebbe finalmente lui solo pel più degno. In tal guisa ella veniva portata via, facendo miserabili strida. Ma certuni, che videro il fatto, ne diedero avviso a Nape, ella a Driante, Driante a Dafni, il quale costernato d’animo, e senza coraggio di farne parola al padre, nè potendo tal calamità sofferire, entrato nel recinto del giardino, querelavasi con queste parole: Oh riconoscimento per me amarissimo! Oh quanto era il meglio il pascolar capre! Quanto più felice stato il servire! Allora io vedea con questi occhi Cloe; ora Lampide rapita lei se n’andò, l’avrà per moglie, giacerà seco la notte. Io intanto sto fra le tazze, sguazzando, e dandomi bel tempo, e avrò per Pane, per le capre, e per le Ninfe giurato invano. Mentre che così fatte cose diceva Dafni, celato nel giardino, l’udì Gnatone, e pensando, che il cielo gli avesse mandata l’occasione di rappatumarsi con lui, prende in sua compagnia certi giovani famigli di Astilo, va a Driante, ed esortandolo ad insegnargli la via, alla casa di Lampide corre in gran furia. E colto lui, che appunto vi guidava Cloe dentro, sonando gagliardamente i villani co’ bastoni, quella gli tolse dalle mani; e già meditava un notabilissimo stratagemma, col quale intendeva di condurre Lampide legato, non altrimenti che prigione di guerra, s’egli con la fuga non l’avesse scapolato. Fatta così nobile impresa, e venuta già la sera, ritorna, ritrova Dionisofane, che profondamente dormiva, ma Dafni desto, e che ancora nello stesso luogo passeggiava, e piangeva; al quale fatta vedere, e consegnata Cloe, quanto ha fatto gli narra, e caldamente lo prega, che scordandosi ogni passata ingiuria, non istimi lui disutile servo, nè lo privi della sua mensa, dalla quale cacciato, sarebbe subitamente morto di fame. Egli vedendo Cloe, e a quella prendendo la mano, si rappatumò con Gnatone, a cui era di sì gran cosa obbligato, e se stesso incolpava di negligenza a Cloe in faccia. Intanto deliberarono al tutto di fare le nozze segrete, e d’aver Cloe di nascosto, svelando l’amore solamente alla madre. Nol concedeva però Driante, il quale volea, che ogni cosa si manifestasse al padre, incaricando se di parlargli in modo da farnelo consentire. E quando spuntò il nuovo giorno, preso il suo carniere con gli arricordi, andò a Dionisofane, e a Clearista, che stavano nel giardino sedendo. Erano quivi presenti Astilo, e Dafni anch’essi; onde pregando d’essere ascoltato, cominciò a parlare in tal forma: Necessità obbliga ora me, come già Lamone, a dirvi quelle cose, che fino al presente ho tenute celate. Io non ho Cloe ingenerata, nè lei sostenuta co’ primi alimenti: altri fu il padre di lei, e nella spelonca delle Ninfe la nudricò una pecora. Questo vid’io con gli occhi miei, n’ebbi a vederlo maraviglia, maravigliando la ricolsi. Le sue fattezze sieno di ciò testimonio: quella sua faccia non ha un solo lineamento che faccia ritratto di noi. Ne fanno anche testimonio gli arricordi assai più splendidi, e ricchi di quello che convenga a condizione di pastori. Vedetegli, i parenti della fanciulla rintracciate, per sapere s’ella possa essere un giorno partito conveniente a Dafni. Nè Driante parlava senza fondamento, nè spensieratamente l’avea Dionisofane ascoltato, il quale tenendo sempre in Dafni conficcati gli occhi, e vedutolo impallidire, e voltarsi per piangere senza scoprirsi, di subito comprese, che v’era amore, e temendo più del proprio figliuolo, che d’una fanciulla altrui, con grandissima diligenza esaminava tutto quello che avea detto Driante. Ma quando gli furono arrecati avanti i contrassegni, e vide quelle pianelle d’oro, quelle calzette ricamate, quegli acconciamenti da capo, chiamò a sè Cloe, e le disse che stesse di buon animo, e pensasse già d’avere marito, e anche padre, e madre fra poco. E già Clearista presala seco, come moglie del proprio figliuolo la veste, e intorno le mette abbigliamenti. Dionisofane tratto Dafni in disparte, gli domanda s’ella è vergine ancora? Egli giurò che sì, e che altro non era stato fra loro, che carezze semplici, e giuramento. Piacque al padre il patto del maritaggio, e volle, ch’entrambi sedessero a mensa feco. Quivi li potea vedere quanto alla bellezza naturale giovi il decoro degli ornamenti. Imperocchè Cloe a quel modo vestita, con le chiome in una reticella raccolte, con la faccia lavata, parve a tutti tanto più bella di prima, che Dafni la riconobbe a pena. Avresti giurato, anche senza i contrassegni, che Driante non fosse il padre di tal fanciulla. Era tuttavia anch’egli insieme con Nape al convito, e insieme con Lamone Mirtale ad un deschetto in disparte. Nel vegnente giorno facevansi sagrifizii agl’Iddii di nuovo, e nuovo convito; e Cloe anch’essa le sue robicciuole consacrò: zampogna, carniere, pelliccia, vasi da latte. Nella fontana della spelonca sparse del vino, ricordandosi, che appresso a quella s’era nudrita, e in essa lavata più volte. La sepoltura della pecora, a lei mostrata da Driante sparse di fiori; e alla sua greggia suonò ancora così un pochetto la sua zampogna; e con la stessa suonato un inno alle Dee, quelle pregò che coloro, i quali l’aveano esposta, fossero trovati degni di Dafni. Finalmente poichè parve loro d’aver fatto a bastanza solennità, e feste; stabilirono d’andare alla città, e quivi usare ogni diligenza, per rintracciare i parenti di Cloe, e non indugiare più oltre le nozze. Adunque al primo spuntare del giorno trovatisi pronti al viaggio, a Driante altri trecento scudi, a Lamone la metà della vendemmia, del podere, della messe, e le capre co’ caprai, vestiti da inverno, e la promessa libertà diedero in dono. Di là andarono alla volta di Mitilene con nobilissimo traino di carriaggi, e cavalli. Ma essendovi giunti di notte nol seppero i cittadini. Il vegnente giorno ebbevi d’uomini, e di donne gran calca all’uscio. Gli uomini si rallegravano con Dionisofane del ritrovato figliuolo, e tanto più quando vedevano quell’aspetto nobile di Dafni. Le femmine si rallegravano con Clearista che avesse condotti seco ad un tratto figliuolo e sposa: stupendosi tutte di Cloe, di tanta formosità ornata, che non v’era splendore che lei vincesse. Era sossopra tutta la città pel giovane, e per la verginella; non si ragionava d’altro, e ognuno dicea, che beate erano quelle nozze, desiderando ognuno, che si ritrovasse la famiglia della fanciulla uguale alla sua bellezza: e vi furono delle più ricche donne del paese, le quali fecero preghiera agl’Iddìi d’essere credute madri di sì bella donzella. Intanto Dionisofane stracco per li molti pensieri, e per le faccende, fu colto da un profondo sonno; e questo gli avvenne. Parevagli di vedere, che le Ninfe domandassero ad Amore, ch’egli una volta le promesse nozze a fine guidasse: che Amore allentato l’arco, e quello appresso al turcasso posato sul terreno, comandasse a Dionisofane, ch’egli facesse invito a tutti i principali di Mitilene, e che al tempo del far egli l’ultimo brindisi, mostrasse a caduno gli arricordi, e appresso cantassero la canzone nuziale. Egli avendo queste cose vedute, ed udite, levasi la mattina per tempo, comanda che sieno imbandite le mense di squisitissime vivande, di terra, di mare, di paludi, di fiume; e tutti i principali di Mitilene chiama a convito. E già era notte, ed empievasi l’ultima tazza, che si suol bere a Mercurio; quando un servo arreca i contrassegni in un bacino d’argento, e quelli colla man destra intorno intorno portando, fa a tutti i circostanti ad uno ad uno vedere. Non vi fu degli altri chi gli riconoscesse. Ma un certo Megacle, il quale dalla vecchiezza ritardato, ultimo di tutti sedeva quando gli vide, gli riconobbe, e con alta voce e da giovane esclamò: Oh! che veggo! Oh! che mai è avvenuto di te, figliuola mia? Sarestù mai viva ancora? o ricolse queste robe qualche pastore a caso? Io ti scongiuro, Dionisofane, dimmi, donde avesti tu quelli contrassegni della figliuola mia? Non invidiarmi, che dopo trovato Dafni, possa anch’io trovare qualcosa. E avendogli Dionisofane ordinato, ch’egli raccontasse prima in qual forma avesse esposta la fanciulla, Megacle con quel vigoroso tuono di voce, proseguì a dire: Io mi trovai già molto all’estremo de’ beni di fortuna, avendo speso tutto il mio in giuochi pubblici, e in far armare galee. Quando appunto erano le cose mie così ristrette, mi nacque una bambina; e riuscendomi d’aggravio nella mia povertà l’allevarla, l’esposi con quelli contrassegni, sapendo, che molti ci sono, i quali non potendo avere, proprii figliuoli si procurano di trovarne di così fatti, per essere almeno padri in tal forma. Venne lasciata quella nella spelonca delle Ninfe, e alla protezione delle Dee quivi affidata. Poich’io non ebbi più erede, le ricchezze mi pioveano in casa da tutti i lati, nè mai fui poscia fortunato di tanto che potessi più diventar padre almeno d’una figliuoletta femmina. Oltre di che gli Iddii, come se volessero farli beffe del fatto mio, mi mandano sogni la notte, i quali significano, che una pecora mi farà padre. Più forte di Megacle esclamò allora Dionisofane, e balzando su dal sedile, condusse quivi dentro Cloe vestita, che l’era un ornamento in carne, e disse: Eccoti la figliuolina esposta da te: eccoti la verginella, che per provvidenza degli Iddii fu dalla pecora a te nudrita, come Dafni a me dalla capra: prenditi gli arricordi, e la tua figliuola; e concedila poi per moglie a Dafni. L’uno e l’altra vennero da noi abbandonati al caso, l’uno e l’altra abbiamo ritrovati: Pane, le Ninfe, ed Amore ebbero cura dell’uno, e dell’altra. Commendò Megacle il detto; e mandò per Roda sua moglie, tenendosi intanto stretta Cloe al seno, e rimanendoli egli e la figliuola quella notte in casa di Dionisofane, dappoichè giurava Dafni di non voler concedere più Cloe ad alcuno, non allo stesso padre di lei. Ma quando venne il giorno s’accordarono di ritornare alla campagna; avendo ciò ottenuto pregando Cloe, e Dafni, a’ quali era già venuta a noja la cittadinesca vita. E parve anche ben fatto l’apparecchiare a due così fatti sposi pastorecce nozze. Smontati dunque alla casa di Lamone, presentarono Driante a Megacle, e Nape a Roda, facendo di quanto occorreva a quella festa, splendidissimi apparecchiamenti. Il padre davanti alle Ninfe consegnò la donzella a Dafni, e a quelle con molte altre robe furono gli arricordi consacrati, e aggiunti altri quattrocento scudi a Driante, oltre a’ secento già da lui ricevuti. Effendo poi il giorno puro, e sereno, comandò Dionisofane, che in quella spelonca fossero rizzate le mense, e apparecchiati sedili ornati di verdura, dove chiamate tutte le genti di que’ dintorni, fece loro un lauto banchetto e solenne. Erano quivi Lamone e Mirtale; Driante, e Nape; tutto il parentado di Dorcone, e i figliuoli di Fileta; Cromi, e Licenione, e fino a Lampide v’era, il quale avea impetrato il perdono. Intanto, come si suole fra così fatti convitati, all’usanza rabicana, e campestre si faceva ogni cosa. Chi cantava canzone da mietitori: chi berteggiava, lanciando di que’ motti, che sogliono i pigiatori, quando calcano l’uva. Suonava Fileta la zampogna, Lampide il flauto: Cloe, e Dafni si baciavano, e ribaciavano. Pascolavano anche colà appresso le caprette, quasi per accomunarsi a quella festa. Agli uomini della città non dava la cosa diletto. Ma Dafni chiamandone alquante a nome, porse a quelle delle frondi da rodere, alle corna le prese, e baciolle. Nè solamente allora, ma finchè vissero dopo, passarono la maggior parte del tempo a pascolare le gregge, a venerare gl’Iddii, le Ninfe, Pane, ed Amore, di che acquetarono molti numerosi branchi di caprette, e di pecore; nè mai del latte e delle frutte, trovarono altro cibo più saporito. Oltre di che fecero un maschio allattare da una capra, ed una figliuolina, ch’ebbero del secondo parto, avvezzarono a succiare il latte da una pecora; chiamando il putto Filopemene, ch’ è quanto a dire, amante de’ pastori, e la fanciulla Agela, che significa, dilettantesi di greggi. Abbellirono oltre a ciò d’ornamenti la spelonca, vi fecero dentro rizzare statue, consacrarono un’ara a Cupido Pastore, e un tempio a Pane Guerriero, acciocchè, non più sotto al pino, ma in quello abitasse. Ma tali cose fecero, e tali nomi posero ne’ tempi, che vennero dopo. Ma in quel tempo, poich’era già venuta la notte, tutti gli accompagnarono al letto nuzziale, chi zampogne sonando, chi flauti, e chi portando avanti a sè grandissime fiaccole accese; e quando furono all’uscio della stanza, si diedero a cantare Imeneo, non già con dolce armonia di sono, ma con vociacce così aspre e chiocce, che pareano un picchio di marre e zapponi sul terreno. Ma Dafni e Cloe trovatisi finalmente in matrimonio congiunti, e spogliati a letto, stettero tutta notte con gli occhi aperti come le civette, senza dormire. Dafni imitò la scultura, che avea veduta nell’anello mostratogli da Licenione; e Cloe imparò per la prima volta quello che significasse l’appressarsi bene; e che tutti i loro studi fatti nella selva, per trovar la guarigione d’amore, erano stati frascherie, e semplicità da pastori.

 IL FINE.

Note

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[1] Il testo su cui tanto il Caro quanto il Gozzi lavorarono le loro versioni, avea a questo luogo una lacuna. Ma pubblicato essendosi da pochi anni il frammento che la sapplisce, ritrovato in un codice già dei Benedettini della Badia di Firenze e ora custodito dalla Laurenziana, crediamo di far cosa grata ai nostri Associati, lasciandolo qui nella elegante traduzione del signor Alessandro Verri. (Gli Editori)

[2] Quando poc’anzi riferisce questo caso, non altro si trova, fuorchè — chiamò per soccorso un bifolco, senza nominarlo: così pure è il testo ivi. Qui allo improvviso gli si attribuisce il nome. (Nota del Traduttore)

[3] La traduzione pubblicata in Roma da Lino Contadini col testo, qui scrive — vitulum silvestre Ma la voce del testo può anche significare — tralcio montano, dono più convenevole a pastorella, di un silvestre animale che le porrebbe in iscompiglio la greggia. (Nota del Tradutt.)!

[4] La suddetta latina traduzione qui spiega — mulectrum aeratum: secchio dorato da mungere. La voce del testo è riferita ne’ dizionari, e sostenuta dagli esempi in senso di vaso pastorale da bere, e sembra più acconcio tal senso in questo luogo. (Nota del Traduttore)

[5] Qui termina il supplimento tradotto dal sig. Alessandro Verri

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Ultimo aggiornamento: 21 ottobre 2008