Gasparo Gozzi

Lamento di quel tribulato di Leprone

all’uscio davanti della sua Catrina.

Edizione di riferimento:

Opere del conte Gasparo Gozzi viniziano, volume xiv, dalla tipografia e fonderia della Mirerva, in Padova M.DCCC.XX.

I.

Se tu non dormi, ascolta quel ch’io dico;

Se dormi, sta quieta a tuo grand’agio.

Io vengo a lamentarmi come amico,

E son Lepron di Mecherin di Biagio:

Sappi che a non vederti son mendico

E d’ogni cosa parmi aver disagio;

Onde or vo’ farti questa dicerìa,

Sol per entrarti nella fantasia.

II.

Dove sei tu, dove sei tu, Catrina?

Invisibil vai sempre, o di soppiatto?

Vo fuor la sera, vo fuor la mattina,

E non ti posso mai vedere un tratto.

Se d’uova fossi fatta o di farina,

O un pesciolin, per non trovare il gatto

Non istaresti sì chiusa e guardata:

Tu stai solinga come sta la Fata.

III.

Ecco io m’aggiro qui con lo strumento

Or davanti alla casa, or dietro all’orto;

Sto volentier, se piove o tira il vento,

Pur ch’io ti dica: tu se’ il mio conforto.

Tu non m’ascolti per tenermi a stento;

E sai che l’hai, ma vuoi tenerti il torto.

Io canto, meschinetto, e a te non cale

Ch’io muoia come muoion le cicale.

IV.

Almen sapess’io far qualche malia

Quando le bisce si vuol far venire,

Ch’io ti farei trottare per la via,

Insin che ti vedessi a comparire;

E quando fossi giunta a casa mia,

M’ostinerei, nè vorrei l’uscio aprire,

Dicendoti: sta fuor, brutta scrofaccia;

Ecco, i’ ti rendo pane per focaccia.

V.

Ma non mi giova; e intanto nella testa

Nido mi fan le vespe, ed ho i tafani

Che dentro mi trapanano e fan festa,

Se non gli fai fuggir colle tue mani,

Se a porgermi l’unguento non se’ presta,

L’unguento del tuo amor, che mi risani.

Porgilo dunque, e dammi vita al core;

Tu se’ lo mio speciale ed il dottore.

VI.

S’io t’abbia ben servita, tu lo sai;

Sempre dov’eri tu mi son trovato:

Al duomo ancora non andasti mai,

Che non m’avessi dietro, o sul mercato;

Tal che dir mi solevi: dove vai?

Eh, vanne via, che tu sia scorticato.

Hammi tu dunque a star sempre vicino?

Chi t’ha mandato, ceffo di mastino?

VII.

Alla taverna vo piangendo spesso,

E traggomi dolente in un cantone.

Di ricordarmi i tuoi pregi non cesso,

Che tu rubasti a tutt’altre persone;

E mentre ch’altri mangia arrosto e lesso,

Scrivo l’immagin tua con un carbone;

Poi fo che l’oste noti per le mura:

Questa è Catrina che mi fa päura.

VIII.

E di riscontro ancor la mia persona

Vi colorisco poi con quel pennello,

In atto che s’allunga ed a te dona

Lo cor che sulla cima ha un focherello.

La bocca ha aperta, e in tal guisa ragiona

Con parole dipinte: visin bello,

Piglialo, che per te lo tengo in mano;

Ed è la tua risposta: addio, va sano.

IX.

Se non credi al mio amor, fanne la prova;

Di’ che m’ammazzi, o ch’io mi cavi il core;

O chiedimi qualch’altra cosa nova,

Che voglio tutto far per lo tuo amore.

Io mi sbatterò il corpo come l’uova,

E se brami di me far un savore,

Verrò nel tuo mortaio fino agli occhi:

Mi lascerò mangiar vivo a’ pidocchi.

X.

Io da te mai non ebbi altro che male;

Non hai la discrezion mai conosciuta:

Sembra che tu diventi più bestiale

Dal dì che per amor mi sei piaciuta.

Chi ti prova, può far come del sale,

Chè chi ne assaggia un granelletto, sputa:

Come del ravanello è il tuo sapore,

Che a chi lo morde, fa quel pizzicore.

XI.

Ma teco sono come un uccellino

fegato da fanciulli per un piede,

Che crede poter gire a suo domino,

E batte l’ali, e vola alquanto e riede,

Che sempre è ritenuto quel meschino,

E si dispera perchè l’aria vede:

Più volte si riprova di volare,

E se n’avvede alfin che non può andare.

XII.

Prima che ti vedessi, io ben sognai

Che vedeva una torcia camminare:

Quella era accesa, ed io dietro le andai,

Ch’ella andossi al pagliaio ad appiccare;

E con tanta paura mi svegliai,

Ch’ io pensai veramente spiritare:

Pareami che l’ardesse intero intero;

E finalmente quel sogno fu vero.

XIII.

Tu fosti poi la torcia nel pagliaio,

Cioè nel ventre mio, nelle budella,

Sì ch’ebbi di sospetti qualche paio

D’esser in cener dentro alla gonnella;

E m’hai fatto sudare di gennaio,

Trista, ostinata, pezzo d’asinella.

Sembrami il fatto tuo quel della rosa:

Intorno hai spine, e sei sì bella cosa.

XIV.

Quanto a bellezza, sei quasi un gioiello;

Non ha la tua persona un sol difetto,

Diritta sopra te come un puntello;

Dello speziale sembri un vaselletto:

Potrebbe ogni uom che sia darti l’anello,

Farti carezze e averti nel suo letto,

E dir fra sè:  io mi son messo a lato

Del più bel fior che mai nascesse in prato.

XV.

Hai tu veduto il maggio rifiorire

Sulla cima un bel tallo[1] di vïole?

Tal sembri tu quando ti veggo uscire

Co’ crini assetti come Amor si vuole.

Provomi allora, chè ti vorrei dire

A mia soddisfazion quattro parole;

Ma poi cammini con tanta baldanza,

Che temo assai d’aver poca creanza.

XVI.

Più volte anco ti vidi la mattina,

Quando sì dolce l’usignuolo canta,

Che tu venivi fuor della schiavina

Con la chioma arruffata tuttaquanta,

E parevi una rosa sulla spina,

O altro fiore sulla verde pianta,

Quando lo scalda il sole a mezzogiorno,

Onde ha le foglie, sparpagliate intorno.

XVII.

E se la sera vai fuori talvolta,

Gli occhi tuoi sono come i zolfanelli:

Veggonsi intorno a te che vanno in volta

Li parpaglioni svolazzando snelli;

E di sopra si vede una ricolta

Svolazzar di civette e pipistrelli:

Canta il ranocchio con söave stile,

Schiude il culo la lucciola gentile.

XVIII.

Tu sei la guardaroba dell’amore,

Dove ogni buona cosa ei tien serrata;

Il bocconcel che dà la vita, al core,

Come lo sermollino in insalata.

Somigli il lumicin che fa splendore,

Stando la sera in mezzo alla brigata;

E infin, per quanto posso indovinare,

Tanto se’ bella, ch’io nol so narrare

XIX.

Quando ti veggo, sto trasecolato,

Pensando come fatta è tua persona,

Ed a me dico: tu se’ innamorato

D’una fanciulla che ogni cosa ha buona.

A salutarti trovomi impacciato;

A modo mio la mia voce non suona;

E se pongo la mano alla berretta,

Quella mi cade in terra per la fretta.

XX.

Se m’ingegno di farti un bell’inchino,

Par veramente ch’io noi sappia fare.

Spesso mi ti vo’ porre da vicino,

Poi non so da qual canto debba stare.

Il me’ ch’ io sappia, è far un risolino,

E guatarti nel viso e non parlare;

E se una grazia voglio fare onesta,

Grattomi il culo, o grattomi la testa.

XXI

Questo è perchè m’hai tolto il sentimento,

E non so più s’io son passato o vivo.

Con l’altre donne, se ne veggo cento,

Son astutaccio, tristaccio e cattivo;

Quand’ho, a far teco, perdo l’ardimento;

Par ch’io diventi ritrosaccio e schivo:

Voglio, non voglio, e non m’arrischio mai;

mentre ch’io sto in tra due, tu te ne vai

XXII.

Poichè partita sei, mi lagno forte,

Vado soletto, e in man prendo il badile;

E lavorando dico: vieni, o morte;

Fa che per me si suoni in campanile.

Poichè colei non ho per mia consorte,

Voglio aver te, che sì le sei simile,

Che ognuno ammazzi, e te nessuno ammazza:

Vieni, e dammi sul capo la tua mazza.

XXIII.

Catrina, Morte vuol ch’io vada seco,

Ed io d’andarvi son deliberato :

Sol mi dispiace ch’un che morto è cieco,

E viene in terra al buio sotterrato.

Almen che sia, se tu venissi meco,

Ed io non fossi affatto anche passato,

L’andar sotterra non l’avrei per male,

E farei porvi meco il capezzale.

XXIV.

Oimè meschini che già, pien di speranza,

M’avea fin a un buon letto apparecchiato,

E ripulita di mia man la stanza,

E il muro rassettato ed imbiancato,

Dicendo: qui s’ha a far tra due la danza;

In poco tempo avrò la moglie a lato:

Fra lei e me tai cose si faranno,

Che avremo un fanciulletto in men d’un anno.

XXV.

Or, poich’io muoio, te lascio padrona

Delle mie masserizie tuttequante;

Prima di quanto è sulla mia persona,

In capo, in piedi, di dietro e davante.

Di sotto ho la camicia alquanto buona,

Benchè di sopra altrui paia un furfante:

Le calze le fei far l’altr’anno d’accia;

Or basta che i peduli tu rifaccia.

XXVI.

Anche il gabban lo feci ora fa l’anno,

Poi tanto lo portai, che alquanto è fesso;

Ma veramente pur fu di buon panno,

Ed era nuovo quando mi fu messo.

Il giubberello è vero che fa inganno:

Davanti è buon, di dietro non è desso:

Io l’ho pulito ove la gente vede,

E metto il rotto ove si sta per sede.

XXVII.

Pur se vuoi far un’opra che sia sana,

Aver puoi tutto senza il mio morire.

O fanciulletta, non se’ tu cristiana,

Che mi voglia mandar a seppellire?

Viso di bianco giglio tinto in grana,

Amor mio bello, orsù fammi guarire.

Oimè, ch’ io svengo e son quasi confuso,

E sento che a morire io non son uso.

XXVIII.

A me par d’esser quasi il lucernino,

E che il lucignoletto sia il mio core,

E che tu sia dell’olio il vasettino

Che puoi riconfortarlo quando muore.

Adunque or mi ravviva lo stoppino,

E non commetter più cotanto errore;

Che se si spegne affatto il meschinello,

Più carbon non l’accende o zolfanello.

XXIX.

Deh, dimmi, ribaldella, che mi manca?

Ho gli occhi in viso, vedi che son due;

Ho diritto il ginocchio e ferma l’anca,

E non vo sopra un piè come va il grue.

Ecco a te la diritta e la man manca,

E ciascheduna ha qui le dita sue.

Io non ho sulle spalle valigiotto;

Son tutto sano sopra come sotto.

XXX.

Ho ben saputo un certo caso strano;

Che ti vagheggia Tonio di Chiedenti ;

E’ va cercando gli sia il capo raso:

Sai che non scaglio le parole a’ venti.

Son risoluto di spiccare un naso;

Guardisi da’ miei graffi e da’ miei denti :

Io gli prometto, viene la rovina,

E per lui porto al culo la squarcina [2].

XXXI.

S’io lo ritrovo un giorno che t’adocchi,

I’ ti prometto, gli vo’ fare un’opra:

Sai che n’ho conci già degli altri sciocchi,

E quando meno, soglio star di sopra.

Intendo liberarlo da’ pidocchi

E che mai più la testa non si copra:

O e’ mi lasci la Catrina mia,

O gli darò davanti, o dietro via.

XXXII.

Quand’io m’adiro, sono un Satanasso;

So bestemmiare come un paladino,

E faccio con .la voce più fracasso,

Che la ruota maggiore del mulino.

Basta, io tei dico, vo’ ch’ei guardi a basso -,

Che non mi salti al naso il moscherino,

Perchè son uom, se piglio le coltella,

Da trargli il ventre fuor delle budella.

XXXIII.

Al corpo, al sangue e’ mi sa molto male

Che per lui sempre stai meco in cagnesco,

E mi fai l’ostinata e la bestiale,

Che sai se canto bene e suono e tresco.

Il miglior son che a questo temporale

Mantenga lieta la brigata a desco:

Io parlo proprio come una sibilla,

E suono il chitarrin come una squilla.

XXXIV.

Vuoimi ammazzare e in pezzi minuzzare

Come salsiccia o come carbonata?

Io son contento che tu possa fare

Quel che tu vuoi, persona dilicata:

Lasciami un appetito pria cavare

Sopra la tua boccuccia inzuccherata,

Cioè che un tratto me le accosti un poco,

E dappoi tu m’annega, o dammi il foco.

XXXV.

Io non ti voglio già mangiar, nè bere,

Se al corpo tuo m’appresso un pochettino:

Di questo non avrai punto a temere,

Benchè tu fia miglior che il pane e il vino.

Io mi t’accosterò leggier leggiere

Come la mosca sopra il zuccherino:

Se tu dirai ch’ io vada, n’andrò via;

Ma i’ ti prego, dimmi che vi stia.

XXXVI.

Prendi l’esempio dalla primavera,

Ch’ogni bestia a quel tempo in succhio corre:

Ogni animal dispiega sua bandiera

E nel campo d’Amor vassi a riporre.

L’uomo e la donna non son cosa intera

Se non si vanno appresso e insieme a porre:

Facciamci fare un tratto benedetti,

E abbiamo un letto in cambio di due letti.

XXXVII.

Accoppiansi i pippioni tenerelli

Che piacciono cotanto a’ cittadini:

Guarda nel nido, tu trovi due uccelli

Che ne fan nascer molti picciolini :

Nelle Tanie non vanno i frati anch’ elli

A coppia inghesuati e scappuccini ?

È fino il fraticel che vien sull’aia

A chieder gran, coll’asinel s’appaia.

XXXVIII.

Deh, tieni fuor, che Dio ti ci conduca,

Che delle rinserrate ce n’avanza.

Tu ben conosci, non può far che luca;

Non vo’ mi trovi qui la vicinanza:

Tu vuoi che l’anguinaia amor mi sdruca:

Deh, vieni fuor per atto di creanza;

Deh, vieni fuori e diventa mia moglie,

Ch’io sento mi travaglian quelle voglie.

XXXIX.

Io pur ti prego, e sto, lasso, in orecchi

Qua fuori al bucolino della toppa,

Spiando se a venir mai t’apparecchi;

E il cor dice: ella vien, ella galoppa;

Ma ad aspettarti converrà che invecchi,

Che veggo ben che la tua rabbia è troppa.

Nè vuoi udirmi, e pur poco ti costa,

E forse dormi: orsù, fanne a tua posta.

XL.

Venir ti possa il diavol allo letto,

Dappoichè non vi posso venir io:

Vedi che finalmente te l’ho detto,

Dacchè poco t’importa il caso mio.

Già t’ho pregato e t’ho mostro dispetto,

Cantato e palesato il gran desio,

Nè posso mai far cosa che ti piaccia:

Statti col diavol, che mal prò ti faccia.

 


 

[1] tallo: germoglio d’un fiore alla fine dell’inverno.

[2] squarcina: (termine st-milit.) Sorta di coltellaccio a lama curva, larga in punt,con elsa a S.

 

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Ultimo aggiornamento: 18 aprile 2008