Gasparo Gozzi

La Ghita e il Piovano

Edizione di riferimento:

Opere del conte Gasparo Gozzi viniziano, volume xiv, dalla tipografia e fonderia della Minerva, in Padova M.DCCC.XX.

Ghita          O di costà; Deograzia: evvi cristiano?

Piovano     Chi picchia? vienne avanti Oh, se’ tu Ghita?

Ghita          Dio vi dia il dì, messere lo Piovano.

Piovano     Buongiorno.

Ghita                                 A dirla, i’ son quasi smarrita,

Poiché vi trovo con l’ufficio in mano:

Forse ch’io sarò stata troppo ardita.

Piovano         No no, vieni oltre. Io mi pongo a sedere.

Son sul finire.

Ghita                                              Finite, messere.

Piovano         A sagitta volante. Che buon vento

T’ha qui condotta?

Ghita                                                         Un tratto io v’ho a pregare,

Che voi che avete buon intendimento

E sapete per lettera parlare,

Mettiate in carta con lo inchiostro drento

Duo paroline ch’io vo’ altrui mandare.

Piovano         Oremus... Bene, quando avrò finito.

Amen. Ben, come stai con tuo marito?

Ghita                Messere, il mio Geccone è me’ che il pane,

E sempre gli è piaciuto il lagorìo :

Sempre la terra graffia come un cane,

E quando non lavora, e’ n’ha desto.

Quand’ei toglie la vanga nelle mane,

S’egli raffonda ben, vel so dir io:

Or fa nesti che sono una bellezza,

Or qualche ceppo con la scure spezza,

Tanto che a questi tempi magri e stretti

Ne caviam pane e qualche coserella ;

E quantunque noi siamo poveretti,

Fumica ciascun giorno la scodella:

E creditor non abbiam che ci affretti,

O faccia pignorarci la gonnella;

E se qualcosa al bisogno non v’ene,

Ci consoliamo col volerci bene.

Piovano         Orsù, io l’ho compiuto. Or di’, che vuoi?

Ghita                Dico, i’ vorrei che mi scriveste un foglio

A uno che non bazzica con buoi,

Nè mangia pane ch’abbia veccia o loglio.

Pensate pur ch’egli che uno fra suoi,

Proprio di quelli che vanno all’imbroglio;

Di quelli che gastigan la malizia,

E con le palle fanno la giustizia.

Perciò voglio pregarvi ben di questo,

Che facciate pulita una scrittura,

E gli scriviate in modo che sia onesto :

Già chi sa far, poca fatica dura.

Piovano         Volentier, Ghita, vedi ch’io son presto;

Faccio alla penna una nova fessura.

Io ho proprio piacer di contentarti:

Tu se’ sì buona, io vo’quel che vuoi farti.

Dimmi frattanto, che gli vuoi tu dire?

Ghita               Che ne so io? ditegli quel che viene;

Cioè ch’io non ho voglia di morire,

E che credo che anch’egghi si stia bene;

E ch’io son grossa e che vo’ partorire ;

Che il mio Ceccone è un giovanon dabbene;

Che ho caro che per balia e’ mi togliesse,

Quando un bel fanciul maschio gli nascesse.

Che gli sono obbrigata sempre mai,

Ch’ e’ compose di me quella canzone,

Quand’io sentiva tante pene e guai

Per amor del mio diavol di Ceccone.

Piovano         Basta, i’ t’intendo; tu dicesti assai:

Mi bisognerebb’esser Cicerone.

Quando è colui che scrisse del tuo amore,

Egli ha più intelligenza d’un dottore.

Tu mi fai porre a partito il cervello :

Qui vuoici una scrittura dilicata.

Ghita                Io avrei anche voglia di vedello,

Per poter dirgli: i’ vi sono obbrigata.

Oh, se vo’aveste un dire tanto bello

Da poternelo indurre una fïata

A far ch’egli venisse in questa villa,

Mi disfarei di gioia a stilla a stilla.

Ma questo è un desiderio troppo ardito

Con un ch’è avvezzo a veder cittadine,

Che da vederle sono un appitito

E han quella figura di regine.

Noi non abbiamo quelle pietre in dito

O agli orecchi, noi altre poverine,

Né que’capelli sulla fronte acconci,

Ma gli portiamo a quel modo che sonci.

Piovano         Io lo conosco: egli è tanto gentile,

E tanta grazia abbonda nel suo core,

Ch’io spero ei non avrà tue preci a vile,

E gentilezza recasi ad onore.

Ghita                S’e’ vede un tratto il nostro campanile,

I’ voglio ringraziarlo del favore.

Piovano         Dov’è egli?

Ghita                                          Alla Mira a sollazzare.

Piovano         Orsù ben, Ghita, lasciami un po’ fare.

Ghita                Or ve’ com’ei si gratta ne’ capelli,

E sta pensoso e parla di segreto!

I’ credo con quel foglio egghi favelli,

Mentr’egghi torce il capo e parla cheto.

Or vedi come sugli scartabelli

La man va avanti e lascia il nero in dreto!

Piovano         Quel che vuol l’uno, l’altro ancora vuole.

Ghita                Che dite voi?

Piovano                                    In fatti ed in parole.

Ghita                 Io non v’intendo.

Piovano                                                Non parlo teco ora;

Vo ridicendo quello che ho dettato.

Ghita                Or sia con Dio; scrivete alla buon’ora:

Io avrò dunque al vento cinguettato.

E avrei caro gli diceste ancora

Che son sua serva e che l’ho salutato,

Ch’egli stia bene: infin come volete.

Piovano          Dirogli tutto.

Ghita                                              Oh pazza! i’ insegno al prete?

Poffar! come menate ben la mano!

Oh bella cosa ch’è l’aver virtue,

Ch’un con la penna può segreto e piano

Dire a chiunque e’ vuol le cose sue !

Noi non possiamo se non cicaliano,

E a parlarci dobbiamo essere due;

Ma voi con quella penna favellate

A un che sia lontano due giornate.

E’ m’è piaciuto sempre questa storia,

Bench’io sia una villana scimunita,

A vedersi cavar della memoria

Tutte le cose menando le dita.

Oh, s’io sapessi farlo, i’ n’arei boria;

Ma che si può e’ far? che vuoi far, Ghita?

Egghi è ben ver, chi nasce poverello,

Ch’egghi ha poca virtù e men cervello.

Piovano         Umil serva la Ghita. Io l’ho compiuto.

Vuoilo tu udir?

Ghita                                                  Io sto proprio in orecchi.

E quella polver sarà per aiuto

Sopra lo inchiostro, acciocch’esso si secchi?

Piovano         Appunto.

Ghita                                      Or vedi s’io l’ho conosciuto.

Piovano         Orsù, ad udire fa che t’apparecchi.

Ghita                Orbe leggete; i’ son qui tuttaquanta.

Piovano         Sedici ottobre settecencinquanta.

Pace, salute ed ogni ben che sia,

In questo foglio co’ detti e col core,

Signor cortese, la Ghita v’invia.

Moglie di Cecco, buon lavoratore,

Col qual si vive in dolce compagnia

L’un dì che l’altro più piena d’amore:

Di ciò vi dà contezza, perchè voi

Già sentiste pietà de’ casi suoi.

Ghita                Che vuol dir v’invio ben, salute e pace?

Vedete bene, io non gli mando nulla.

Piovano         Gli è che il saluti: ne se’ tu capace?

Ghita                Ben sapete, io son povera fanciulla.

In quanto al salutarlo, ciò mi piace;

Ma sono d’ogni bene ingnuda e brulla:

Quel ch’io non ho, non gli posso mandare.

Piovano         Gli è un mo’ di dire, come salutare.

Quando metteste in sì bella scrittura

I lamenti di lei sì strani e tanti,

Che di non aver Cecco avea paura,

Ed empieva le selve de’ suoi pianti.

Or è contenta, e sta con lui sicura:

Vivono insieme come un pai d’amanti;

Quel che vuol l'uno, l'altro ancora vuole.

Ghita                Cotesto è vero.

Piovano                                           In fatti ed in parole.

Di questo amor nel ventre il frutto io porto,

Il qual quando che sia, s’ha a maturare.

Or io sento a narrare, a dirvel corto,

Che anche la vostra vuole un maschio fare;

Ond’io vi prego di questo conforto,

Che di ciò mi vogliate contentare,

Ch’io sia la balia del fanciul che nasce.

Ghita                Allatterollo e legherò le fasce.

Piovano        E vi prometto di non ber mai vino.

Perchè il mio latte sia purificato;

Che lontana starò dal mio Cecchino

Ghita                Questo oh mi duole!

Piovano                                                        Infinchè sia spoppato.

Ch’io mi terrò quel vostro fanciullino

Me’ che per mio e del mio corpo nato:

Ogni cosa farò con diligenza.

Ghita               E’ mi duol del mio Cecco: pazienza.

Piovano          Intanto, oh Dio, egli è troppo ardimento:

Io avrei caro di vedervi un tratto.

Per ringraziarvi di quel mio lamento

Che così bene in carte avete fatto.

C’è delle villanelle più di cento,

Che n’hanno invidia che il mio nome tratto

Fosse da voi fra tante, e per ventura

Ch’io vada sola sola in iscrittura.

E quando a me voleste consentire,

Benché degna non sia di grazia tale,

Pregovi che vogliate qui venire,

Almen pel luogo che non poco vale.

Se vi piacesse di costà partire,

Vedreste una bellezza naturale:

Qui ancor c’ è fiume, palagi e boschetti,

Giardini e laghi, e mille altri diletti.

Ma più che 'l lago, che i giardini e il fiume,

Ci son pastori di vita innocente.

Voi che studiate nel nostro costume,

Per farne versi d’ allegrar la gente,

Qui prendereste i buon colori e il lume

Da dipingerci proprio schiettamente;

Che la natura qui nuda si spoglia,

Ed apre ogni pensiero ed ogni voglia.

Là dove or siete, il vizio la ricopre,

E genti son che vivonsi d’ inganno:

Di cittade e di villa son lor opre,

E poco ben con molto male fanno.

Il villanello convien che s'adopre

A lavorar la terra tutto l’anno,

Non che s’impacci con cavalli e barche

O vetturali quasi eresiarche.

Ghita                Sono una ciurma proprio di gentaccia,

Che Dio ne guardi ogni fedel cristiano;

Hanno brusche parole e peggior faccia,

E ad ogni poco han le coltella in’ mano.

Piovano       La coscienza ha qui vera bonaccia;

La terra fa buon frutto, il cielo è sano:

Se ben guardate, ogni cosa vi brama;

Varia, la terra, il ciel, l’acqua vi chiama.

Perciò, se puote in voi questo pensiero,

E se questo disio vi move punto,

In poco tempo di vedervi spero;

Anzi mi sembra già che siate giunto.

Ma io son troppo lunga, a dire il vero,

Ond ecco al foglio, signor mio, fo punto.

Dio vi dia contentezza e lunga vita.

La man vi bacio. Umil serva la Ghita.

Ghita                Ell’enno queste oh che parole d’oro!

Le son di rose, le son di vïole.

Io vi ringrazio di questo lavoro,

E Cecco ed io siamo in quelle parole:

Ben l’ha più caro che avere un tesoro;

E par che a ricordarlo mi console,

A pregar che per balia egli mi toglia,

E dell’acqua e dell’aria che lo voglia.

Io vi sono obbrigata in vita mia,

E io e tutti i miei vi siam tenuti,

Che mi faceste questa cortesia.

Piovano        Or prendi il foglio e va, che il ciel t’aiuti,

E l’angiol santo sia tua compagnia.

Ghita                Addio, messere: io vi faccio i saluti,

Benché la cirimonia un po’ m’intrica.

Piovano         Va va, figliuola: Dio ti benedica.

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Ultimo aggiornamento: 17 aprile 2008