Pietro Giordani

Il peccato impossibile

ed. Gussalli, Londra 1862

Edizione di riferimento:

Pietro Giordani, Il peccato impossibile, a cura di William Spaggiari, Aliberti editore, Reggio Emilia 2002

 

La trascrizione obbedisce a criteri conservativi, anche per accenti (sempre gravi), apostrofi (p. 6 r. 26 un'indizio), segni di interpunzione, alternanza fra maiuscole e minuscole, etc. Si interviene soltanto sul 150 di p. 31 r. 18, certamente non imputabile all'autore..

 

E io sempre mi truovo impigliato con vescovi! Facitore di buoni augurii a Lodovico Loschi [1]; poi denunciatore di fresca eresia a Luigi Sanvitale [2]: ora devo farmi scolare a te, Don Giovanni [3]. Nè però di cosa che il saperne importi molto a me: bensì come procuratore di quanti sono confessori e confessabili, femine e maschi, nella tua nuova diocèsi. Alla quale tu porti una dottrina estraumana, e assai difficile da intendersi, come cosa Diabolica. Vivesti in amicizia, o almeno senza guerra, col demonio finché durasti marito della Chiesa Guastallese: forse perchè occupato assiduamente nel perseguitare ogni uomo dabbene, mancavi d'ozio e di forza a battagliare col diavolo. Ma dappoiché, non parendoti abbastanza docil moglie Guastalla, che più non ti poteva sopportare, corresti alle nozze della Fidentina, che il Sanvitale con ambizioso ed avaro divorzio ti lasciò vedova [4]; ti prese costì, prima d'ogni altra inimicizia, un furor geloso contra

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il demonio, cui ti figurasti rivale presso le donne di Borgo San Donnino [5]: e gl'intimasti guerra; e campo di battaglia il confessionario, a combattersi co' tuoi preti; nemico non più difficile a vincere che a conoscere. Il tuo Manifesto [6], in latino diabolico [7], intimò a Satanasso non si ardisse entrare ne' talami Sandonninesi, nè farsi marito a nessuna della tue cristiane, o moglie a veruno de' tuoi battezzati (veramente più fortunato in questa vicen da e più invidiabile del favoloso Tiresia [8], sì comicamente inimicato alla superba regina degli Dei!): minacciasti che non potendo punir lui saresti punitore di quelli che avessero carnale commercio colla carne da lui presa o di maschio o di femina: e riservasti a te il ministrarne la penitenza ai peccanti; dichiaratone insufficiente il volgo de' confessori. Così decretasti e stampato publicasti nella Tavola 2a all'Articolo 6° de' tuoi Casi Riservati: «Concubitus cum dcemone: qui quamvis non sit ejusdem speciei cum homine, tamen assumit formam hominis, sive viri sive mulieris. [9]»

Si sganasciarono, ciò udito, le demonia [10] (che voi preti ci predicate ingegnosissime e dottissime); e fecero smisurate beffe della grossa ignoranza tua e de' tuoi teologi. Non che i demonii fossero scioccamente stupiti della ignoranza sacerdotale: sanno anch'essi, come sappiamo noi, che oggidì tra tanti preti e tanti vescovi d'Italia appena qualcuno si

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troverebbe che intenda tutto il latino del suo breviale. Molto meno erano maravigliati per te; cui da un pezzo conoscevano brutalmente ignorante più di quei poveri soldati austriaci, ai quali fosti cappellano [11]: cui trovavano assiduo nelle bettole e nei lupanari, unico sollievo di loro miserie; a te unica scuola di teologia, solo apparecchio all'episcopato. Sghignazzavano smascellatamente [12] vedendo te Pontefice, Dottor primo nella tua Chiesa, e i tuoi principali sacerdoti, mostrarvi goffissime bestie quando vorreste apparire più acuti di scienza; e sperare di acquistar più fede a un'impossibile aggiungendogli una palpabile assurdità. Rideva dissolutamente l'esercito infernale, udendosi da voi detto di Specie diversa dalla umana; ridevano di vedervi tanto saggi in categorie che faceste diverso di Specie chi (secondo le vostra proprie invenzioni) dovrebbe essere disforme di Natura: come se i Diavoli (cose non so quali di non so qual mondo) sortissero cogli abitatori di questo mondo Natura comune, Classe comune, Ordine comune, Genere comune, differenti solo di Specie; siccome voi nella natura vegetante siete del regno animale, di Classe Vertebrali, di Ordine Mammali, di Genere Umani, di Specie Preti; che è degenerazione d'uomo.

Io per altro non curo queste inezie; che venni a darmi tuo discepolo in diavolerìa, non pedante ad

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insegnarti Linneo. E perchè voglio essere scolar tuo, e non avvocato del demonio, non curo quel suo costante negare che mai gli venga appetito di farsi nè moglie a' nostri maschi, nè marito alle nostre femine. Voi santi e dotti sacerdoti lo accusate: si difenda egli come può. Il mio intento è d'imparare come possiamo discernere sotto le vesti e le parvenze d'uomo e di donna il demonio che fate usurpatore de' nostri letti. Ciò desiderano massi mamente e sono perciò in tumulto orribile tutti i poveri mariti, i quali spaventa il tuo sacro editto. Gl'infelici hanno già tanto di miserabil travaglio a difendersi dagli assalti e dalle insidie di tanti rivali: Preti, innumerabil turba, insatollabili nemici della giurata castità; gente accorta, che disse, La donna è cosa buona, in quanto è buono di lei l'usufrutto ma la proprietà non val niente; se ne abbiano la proprietà i profani; a noi l'usufrutto. Poi quella progenie degli antichi Fauni, emulatrice di loro impudenza, i Frati, dopo breve dispersione tornati felicemente e dilatati ad ingrassare nel pecorile catolico [13]. Poi soldati; poi tutta la gioventù baliosa, e la vecchiaia spenditrice. Nemici almeno visibili, e vulnerabili. Il marito fa ogni suo possibile per guardarsi; è preparato a combattere. Tu vieni ad aggiungere contra lui insidiatori invisibili, avversari invincibili: Come si guarderà? come resisterà? E le mogli sfortunatissime de' gelosi, come avran‒

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no mai più un momento di quiete? Imaginiamo, se il marito sia avvisato a dover temere la cornificazione anche dai diavoli? anche da gente senza corpo? gente di un altro mondo, di non si sa dove? Oh maledizione! Veggo in futuro abborrirsi fuggirsi il santo sacramento del matrimonio, privato affatto di sicurezza, indiavolato; appigliarsi tutti alla sciolta venere; perdute (ohimè!) tutte ai parochi le buone messe de Sponso.

II.

Vero è (lo confesso) che io vengo tardi a domandare scienza di questi misteri tenebrosi; e da parecchi anni avrei dovuto interrogarne la magnifica sapienza di Angelo Domenico Ancarani [14]; quando il Gusmanico [15] frate (che già sulla piazza di Forlì aveva ballato intorno all'albero infelice) divenuto Inquisitor Generale di Romagna contro la eretica e più contro la filosofica pravità, propose gravi pene corporali a tutti quelli e a tutte quelle che si dilettassero carnalmente col diavolo [16]. Più cagioni fecero, e forse scusano, quella mia trascuraggine. Vivevo in Firenze [17]; e la minaccia fratesca tonava di lontano, derisa molto e nulla temuta in Toscana; poiché il governo comandò a' suoi Vicarii e Commessarii nei paesi romagnoli soggetti al Gran

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Duca [18], non lasciassero publicare nè leggere alle messe parochiali (come il frataccio voleva) quella stampa, che tutti chiamavano buffoneria di un pazzo briccone. Dalla nefanda santità della Inquisizione già molti anni innanzi aveva liberata la Toscana Leopoldo I [19]; avutane, dopo tante iniquità, l'estrema spinta dal trovare che il Santo Inquisitore di Pisa macerasse nelle prigioni del Santissimo Uffizio un pover uomo, per godersi liberamente la moglie. E Maria Luigia Spagnuola, sì abbondante di vizi e di religione, quando istigata dall'esecrabil nunzio Giuseppe Morozzo [20] tentò di rinnovare il tribunal scellerato, riuscì impotente all'atto. Io poi confesso che specialmente disprezzai quel mostruoso editto perchè mi parve una pedanteria matta, e una vana ostentazione di risuscitare (almeno in parole) ogni minuzia della vecchia e morta barbarie; come se la decrepita curia romana e la risorta frataggine gusmanica volessero adulare quell'insensato Battini [21], generale fratesco de' Serviti, panegirista quasi famoso de' Secoli Barbari: della quale Apologia disse al frate molto sensatamente il Gran Duca Ferdinando Terzo [22] (ciò che non direbbe il suo successore), Non mi maraviglio che l'abbiate scritta; mi stupirò se trovate lettori. Me confermava in quel disprezzo un'indizio assai minuto di grossa goffaggine; che vedevo in quell'editto una pretta ristampa di cartacce vec‒

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chie, tanto superstiziosamente copiate, che fin la parola Uomo vi era scritta Huomo. Tanto voi siete conservatori tenaci e pertinaci e ridicoli d'ogni più putrido e misero vecchiume. Sicché io me la passai (come tutti gli altri) quieto beffando l'impudentissima bestialità di frate Ancarano; e lasciando ai romagnuoli che lo coprissero o di fango o di sassi.

Al quale poi anche sarei inutilmente ricorso per una spiegazione; ed egli ne avrebbe giustamente schernita la mia semplicità: come se io non fossi accorto che non fa per l'Inquisitore il diffinire i peccati, siccome non gli abbisogna di averne le pruove; non fa per lui il chiarire; a lui piace e giova l'oscuro, come a tutti i ladroni. E bene si poteva conoscere che in quell'editto non pensava a porre un punto di teologia o di coscienza; ma intendeva a ripigliare per suo comodo l'ampia cappa che i suoi antichi stendevano sulle libidini e le ire fratesche. Vorrà egli tale o tal donna; si troverà opposto un fortunato rivale: dirà quello esser diavolo: e perchè l'inferno deve tremar di santa Chiesa, metterà quell'uomo diavolo in prigione. O se non ha rivale presso la donna desiderata, e quella pure abomina lo sporco amore fratesco; dirà lei esser diavola, e con santo zelo ne farà strazio a suo senno.

Nè queste, per dio, sono finzioni, o solo congetture. Fatti innumerevoli ed esecrandi confer‒

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mano le mie troppo vere parole. E io ne dirò pur uno. Dappoiché a Roma nel 1814, fu ridonata l'Inquisizione, per beneficio del tanto buono e savio Papa Pio Settimo [23], e per zelante sollecitudine del furioso e detestato Agostino Rivarola [24] (poi Cardinale) che ivi lo precedette; e vi ristabilì anche la tortura secreta e la publica; fu chiamato colà Inquisitor Generale il frate Merenda Forlivese. E ben era degno. Conciossiachè molti anni avanti era stato bravo Inquisitore in Faenza: dove essendogli veduta e piaciuta Madama Bertoni, volle il ghiotto sollazzarsi di quella bellezza (certamente per avviarne l'anima al Paradiso): ma trovandola ripugnante alla incappucciata lussuria, vendicò le resistenze nel marito, e nei due maggiori figli, allora garzonetti: addosso ai quali trovò subito cagione di non cristiana fede; ch'erano buoni catolici se avevano moglie e madre o brutta o impudica. Li cacciò e tenne in carcere; pretendendo che in cuor loro non odiassero le novità, che in quella stagione con tanto movimento di Francia facevano tanto romore in Europa. Molti anni dipoi, passata Faenza dalla ignominiosa schiavitù de' preti all'ubbidienza men vile di Napoleone, vidi Camillo e Filippo Bertoni [25], divenuti a matura gioventù, di forze e di aspetto bella e gagliarda; e da loro udii confermarmi quello che era tuttavia in voce del popolo, come avessero pagate le pene

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dell'essere piaciuta la madre al frataccio, e non piaciuto il frataccio alla madre.

Se mai piacerà a Dio di ampliare ancora tanto la sapienza e provvidenza de' nostri governi, che vi concedano (questo che solo vi manca) di essere carnefici anche de' nostri corpi; sarà inutile volere interpretare le sfingi; ma necessario l'ammazzarle. Frattanto che i corpi non sono ancora nelle vostre mani pietose, e vi resta di guidare colle divine vostre menti le anime; è pur giusto che liberiate da tanto dubbio e i confessori, e quei miserabili che si confessano.

III.

Le nostra povere menti s'intenebrano e si confondono quando leggiamo nel Beresith [26] il demonio invogliatosi, là nei principii delle cose umane, a sedurre la moglie del primo uomo, essere entrato nel corpo ad un serpente. Oh vedi bel galante! E qui molti a domandare che lingua parlò il rettile, il quale non ha gli organi della umana voce? Come la donna potè intendere quella favella non sua? Codesti curiosi vadano al nuovo cardinale Giuseppe Mezzofanti [27], che ha tante lingue, e molta indole serpentina; e non ci rompano il filo del ragionare. Perchè il demonio non presentarsi

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piuttosto in figura d'uomo, bello a vedere, caro a udire? Forse allora, come novizio, era sì milenso e sì timido, e per le umane forme temette la gelosia e il bastone del marito? O forse già tanto astuto che sapesse di quanto poca levatura è la femina? (E, comunque sia, ella è ben più savia oggidì: che certo niuna tradirebbe il marito per un Boa; se già non fosse quella che sostiene di tradirlo per un prete). O non aveva ancora il demonio imparata l'arte d'incarnarsi uomo? E quando l'apprese, e da chi? O il padre comune degli uomini e dei diavoli non consentiva allora a codesti l'umanarsi? Certo faceva bene. Ma perchè non istette fermo nel buon senno? Perchè diventò poi loro tanto indulgente? Donde è fatto sì trascurato o sì impotente carceriere de' suoi vinti ribelli, che loro comporti lo scappargli dalla prigione eternalmente penace, e venire a prendersi nel mondo sublunare spassi tanto disonesti? Come patisce che facciano a sè stessi bordello il nostro mondo cristiano apostolico, sua porzione eletta? quando lasciano quieto e non disonestano il mondo modernamente ribellatogli dal profeta Maometto, e il mondo fatto antichissimamente infedele dal dio Brama! Oh vitupero! Per la redenzione del mondo catolico mandò spontaneamente l'unico suo figliuolo da sì lontano a farsi impendere; acciocché non avessimo più molestia mai nè da insidie nè da violenze

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diaboliche: e poi ci devono fare ogni dì quei danni, ai quali non abbiamo rimedio altro che il Rituale Romano? [28] Ci devono anche insultare nei nostri amori, e nell'onore? far sue concubine le nostre mogli, le figlie, le sorelle? empirci le case di bastardi? farci fratelli dei loro figli? E voi dare il santo sacramento del Battesimo alla progenie del demonio! Darle mangiare la santa Eucarestia? Ungerne poi forse dei sacerdoti, forse dei vescovi? Direte che la genitura diabolica non germoglia. Oh come lo sapete? V'ha egli fatta una scritta il diavolo promettente di contentarsi del matrimonio, astenersi dalla paternità e dalla maternità? E noi dunque, e voi stessi come vivremo con questa generazione d'inferno? Direte, strangolarla nel nascere. Ma come discernere i generati se non sapete conoscere i generanti? In verità, quando il Cristo ci difenda sì male dal nostro e suo nemico, ci converrebbe mandare al diavolo il Papa, e darci in custodia del gran Lama o del gran Califo.

Cotesta potenza insolente del demonio, e vile pazienza del Cristo, benché sia cosa più dura a intendere che bella a credere, voi dottissimi e santissimi l'affermate; io non disputerò. Ma dunque, per dio, insegnateci con che mezzi, a quali segni, potremo scoprire e ravvisare cotesti diavoli unanati? come discernerli o innanzi all'opera oscena, o dopo, o nell'opera stessa? Va una donna al prete;

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e gli racconta che dormì con uomo non suo. ‒ Ma chi era? ‒ Un bello e piacente e aiutante giovane. ‒ Sarebbe mai stato il demonio? ‒ Come il demonio! quel dell'inferno? ‒ Sì; gli piace talora visitare in forma d'uomo le figliuole d'Eva, o in figura di femina i pronipoti di Adamo, cugini di Cristo. ‒ Oh, non mi parve già cosa d'inferno; non gli vidi nè granfie nè corna: non avrei ricevuto in letto quel mostro. ‒ Pur poteva essere; e io dovrei riferirne a Monsignore. Perchè voi dovete sapere, figliuola mia, come noi preti abbiamo chiavi; non chiavi come tutte le chiavi, che aprono e chiudono; sì chiavi sacerdotali che legano e sciolgono: ma per scioglier voi se mai vi allacciaste carnalmente col demonio (per copulam carnalem, mi capite?) non valgono le comuni chiavi che abbiamo noi preti; si vuole una special chiave più chiavante [29] e più sciogliente, la qual tiene Monsignor proprio; e l'adopera egli solo; benché se volesse potrebbe domandata prestarla. ‒ Io nulla intendo a queste chiavi e chiavature di vostre Riverenze: ben mi dorrebbe che il mio amatore fosse diavolo: ma certamente mi si provò uomo. ‒ E il prete lieto del buon pretesto di cercarle in corpo il demonio, che tu gli hai comandato di trovare, le si stringe più addosso colle sporchissime interrogazioni, colle quali l'oscena canaglia, in quel secreto sì abominevole già si diletta a tormentare laidamente l'inno-

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cenza delle fanciulle, e il pudore delle maritate. E le sciocche madri, che pur lo sanno in pruova; e i padri e i mariti stoltissimi che noi possono ignorare, non solo mandano ma spingono le donne loro a sì infame scuola! E certo i maestri scellerati non vi perdono il tempo nè la fatica; ma quanto al trovare il demonio vi s'impiglieranno inutilmente; perchè nè da voi il confessore ebbe i segni diabolici, nè può insegnarli alla peccatrice. Similmente l'uomo esaminato dal sacerdote se la donna colla quale si trastullò era mai diavolessa, che risponderà al prete? Che dirà il prete a lui?

Oh voi, Monsignore, che dopo tanta esperienza di femine dovete esser venuto in sazietà e fastidio delle umane, possibile che per capriccio non vi siate qualche volta regalato di una ganza infernale? Quella feminaccia che vi tenete col nome di nipote (che tutti sanno esser falso; e dovrebbe ringraziarcene il marito cui sgravaste di lei), la dicono tutti un demonio [30]. Ma io credo che parlano metaforicamente. Non fa al caso nostro. La piglieranno un dì per compagnia i diavoli, se diavoli ci sono: ma ora vogliamo un vero diavolo; venuto proprio dall'inferno, e vestito di corpo donnesco. Al nome di dio, diteci, Monsignore sacratissimo, ne avete assaggiato? Rivelateci un arcano sì importante, del quale voleste farci necessaria la cognizione. Via dunque, Monsignore lussuriosissi‒

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mo, indicateci gli atti peculiari e lo special sapore delle diavole. O vi dilettate a scompigliare senza pro le nostre coscienze? Empio trastullo! I vostri sacerdoti non hanno di scienza diavolesca più che noi. A loro e a noi siete debitore dei tesori di vostra scienza; poiché il vescovo è il maestro legitimo della sua Diocèsi: Egli il fonte della dottrina, come l'esemplare de' costumi: (Forma factus gregis) modello dell'armento, come dice Pietro l'Apostolo [31]. Dunque insegnateci. Lo incarnamento di Dio è un gran misterone: ma per vecchia consuetudine si lascia passare, come cosa accaduta solo una volta, e cominciata da tanti secoli a raccontarsi; e prima che da noi per antico tolerata da popoli forse non molto più scempi di noi, da Egiziani da Indiani [32]. Ma codesta incarnazione sì frequente e a noi sì disonesta del demonio, benché in vero non sia tua novità, o Don Giovanni, riesce cosa stranissima (te lo dico) molestissima non comportabile. Vuoi sapere che dicano le genti per tale teologia indemoniata; la quale indiavolò un tempo furiosamente e liberamente (era il secol d'oro per voi, o preti); ora pareva assopita; alcuni la reputavano sin morta? L'ho da dire? Dicono che tu e i tuoi teologi, e gl'inventori e tutti i mantenitori di questa pazzia bestialissima, siete porci frenetici; somiglianti affatto a que' maialacci di Giudea, i qua-

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li Cristo con miracolo bizzarissimo indemoniò. Almeno quelli si precipitarono ad affogarsi [33].

Eppure si potrebbe esser vescovo senza imbestiarsi fino a questa frenetica porcaggine. Vedi i tuoi coapostoli convicini, Vitale Loschi [34] in Parma, Pietro Zanardi [35] tuo successore in Guastalla, il Sanvitale [36] ora vescovante in Piacenza; comecché abbondino di sacerdotale temerità, né manchino di assai bestiali e furiosi teologi, l'hanno lasciata dormire. E tu volesti risvegliarla! So che nella chiesa non muor niente di ciò che può essere strumento a lucro o a dominio: e piuttosto sonvisi vedute e vedonsi nuove generazioni; perchè la chiesa è molto feconda, massimamente per essersi in lei mantenuta sempre la non più creduta generazione Ex putri [37]. Ma vi abbiamo vedute assai cose addormentarsi, di sonno più o men lungo. So che questa diavoleria è vivente, e in molti luoghi è desta e in piedi; perchè non sei tu la sola, nè anche oserei dire la maggiore bestia episcopale. Ma ti era meglio imitare i meno svergognati. Conciossiachè le tante altre imposture circa il diavolo vi servono o al guadagno o alla dominazione [38]: questa del coito diavolesco vi è di poca o nessuna utilità; e vale solamente a mostrare che nella demenza e nella impudenza siete capaci di eccessi incredibili.

Non pretenderò già io che debbano i preti dare finalmente onesto riposo al demonio, dopo averlo

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fatto lavorare tanti secoli a loro profitto. Oh, ben vedo quanto del suo oziare smagrirebbero. Tutto il bene che hanno in questa (non per loro) valle di lagrime (e ne godono pur tanto!) lo devono a Satanasso. Appena sbucati nel mondo osarono volere in loro mani effettualmente l'intero patrimonio dei credenti: e la nascente chiesa fu sbigottita al vedere nel tempio di Gerusalemme Anania e Saffira [39], perchè si avevano ritenuta piccola parte di prezzo della possessione venduta, cadere morti a piedi dell'apostolo Pietro, stramazzando l'uno e l'altra il demonio; già sino dai primi giorni terribile bargello del cristiano sacerdozio. Quando parve non possibile possedere soli essi ogni cosa, domandarono d'ogni cosa le decime; con questa ragione che Mosè le avesse concedute alla tribù di Levi, alla quale si facevano successori: e tacevano che la tribù levitica fu dal Legislatore privilegiata della decima ne' frutti, perchè privata in tutto il tenére della nazione fino ad un palmo di terra [40]. Conseguite le decime, vollero anche i fondi; e tanto sfacciatamente vi si allargarono, che in molti paesi restò appena ai profani un ottavo delle terre. E le decime, e i campi, e i tributi cotidiani che imponevano con sempre nuove superstizioni; e la ferocità dell'esigere, e l'insolenza del comandare, e l'impudenza del vivere, tutto difendevano col tempestare continuo della scomunicazione, cioè

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col dare al demonio le anime dei non paganti e degl'impazienti [41]. Tutte le profane delizie, tutte le pompe secolari, a questa canaglia la più ignorante la più viziosa la più feroce, a cotesti svergognati predicatori di umiltà di povertà di pazienza di penitenza, successori di scalzi pescivendoli, a questi ministri di un Dio impiccato, le ha date il nemico del loro Dio. Egli le magnifiche badie, i conventi suntuosi, le possessioni sterminate, la superbia de' vescovadi, i principati vescovili e abbaziali, i regni tributarli, e quello più veramente Beatissimo che Santissimo regno papale. Tutto da quell'infaticabile operaio, il demonio! Oh, quale e quanto bottino di guerra niente a loro pericolosa nè faticosa! Queste beatitudini ai principi della sacra milizia: nè senza premii (oltre le grandi speranze) i gregarii; essere inviolabili; vivere anzi sguazzare senza fatica; immunità da tutte gravezze di persona e di roba; esenzione da tribunali; impunità d'ogni delitto. Cessi una volta la paura del demonio (sì poco temibile a quanti lo conoscono!); chi non oserà sforzarli a restituire le rubate e già divenute antiche ricchezze? Vedrà la chiesa quanto le vagliano i fulmini delle sue scomuniche a difendere quelli che dice legitimi e sacrosanti possessi. Finisca lo spavento del diavolo: ed è finito ai preti il tiranneggiare le famiglie, comandare superbamente ai popoli, farsi temere e ubbidire e servire dagl'im‒

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becilli Re. Non più testamenti utili, non più oblazioni, non messe: abbandonata e schernita la bottega, dove il superfluo de' ricchi e il digiuno de' poveri (sì male traviandosi da impieghi utili e ragionevoli) paga ogni dì al reverendo gregge l'ozio, paga la cucina grassa, la perennità del celliere, le tarchiate fantesche. Ohimè ohimè, bisognerebbe zappare! E il santo Evangelio dice Fodere nescio [42].

Nè anche pretenderò che mutino costumi e natura: anzi li voglio costanti. Non furono sempre ingratissimi a qualunque loro benefattore? E sieno tuttavia; e sieno anche al demonio. Sia sempre in moto per loro; e niuna mercede abbia da loro: molto meno gli concedano il farsi partecipe de' loro cotidiani e santi sollazzi. Sia loro cacciatore, o cane da caccia; porti alla chiesa la cacciagione abbondante: lo paghino con bastonate di esorcismi (baston molle che non gli romperà le ossa); non mai con grassi e delicati bocconi della giovane carne umana. Oh! sarebbe come iniziarlo all'ordine sacro, e quasi conferirgli la consecrazione sacerdotale. Diranno che il demonio è più potente della croce e dell'acqua salata? che s'incarna a loro dispetto? Ricorrano al Dio onnipotente, del quale sono ciamberlàni e ministri: se possono tante migliaia di volte ogni dì tirarlo giù dal cielo a farsi mangiare; non potranno ottenerne tanto minor cosa, quanto è il mettere un poco di cavezza ai dia-

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voli, e non lasciarli correre così sfrenati a cotesti oltraggi della carne battezzata? Non potranno fargli intendere di quanto scandalo sia questa vergogna del suo santo regno? quanto ne ridano Brama e Maometto e frate Martino? [43] Pensatevi un poco o preti; pensatevi.

E debbo inoltre avvertirvi di un disordine grave nell'uso sterminato che (per troppa ingordigia) fate continuamente del demonio: il disordine è di essere anzi di farvi conoscere eretici. Oh l'orribil cosa che è l'eresia! Signori sì; ardirò dirvelo chiaramente: voi tutti sacerdoti cristiani catolici apostolici romani, per questo traffico demoniale, apparite eretici; sì, verissimi eretici, Manichei [44]. Di più fate eretici di manicheismo anche noi poveri catolici, troppo dabbene e troppo credenti. Ma a voi empie le borse l'eresia, che munge cotidianamente le nostre. Oh preti, preti, io vi convincerò eretici manichei. Statemi attenti.

IV.

E andiamo agli origini. Ben sappiamo che questo bel cristianesimo non vi è caduto dalle nuvole quasi un bolide, tutto nuovo e tutto intero; come facilmente persuadete agli stolidi: nè voi lo faceste tutto d'un pezzo nè tutto in un tempo. Non è bel‒

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lo e saldo edifizio, piantato su fondamenta nuove; alzato e ornato con buon disegno dalla mente di savio architetto: è come il monte Testaccio [45] di Roma, congerie fortuita e disordinata di svariate ruine; rottami di pentole di boccali di tegole, ammonticchiati, e dal peso e dal tempo fatti massa compatta, faticosa a rompere e a discernere, disgustosa a riconoscere, impossibile a riordinare. Ma che parlo di edifizio o di solida congerie? è mera apparenza composta di cenci, diversi di panno, diversi di colore, rattoppati insieme in vari tempi, come il ridicolo abito dello zanni bergamasco.

Redaste il Dio [46] uno dagli Ebrei: più tardi riceveste dai Greci d'Alessandria l'indiana trinità; quasi men vile, non però meno assurda per lo sognare di Platone. L'India e l'Egitto vi diedero l'Incarnazione di Dio: l'Egitto vi aggiunse la morte e la risurrezione, e il celebrarla ogni anno in primavera. Dai Persiani prendeste il peccato originale, il Mediatore divino tra Dio offeso e il genere umano, i sette sacramenti Mitriaci. I quali delirii, dalla Persia dov'erano antichi, passando nell'Asia occidentale, e di là (meno di un secolo prima del tempo in che si dice nasciuto Gesù) fatti conoscere all'Europa dalle vittorie asiatiche di Gn. Pompeo, divennero materia al primo alzato della setta cristiana sopra l'ebraico fondamento. Né però foste più fedeli socii

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ai Mitriaci, che figliuoli pietosi ad Israele vostro progenitore: e preso in odio come di emulo il culto dell'Invitto Dio Mitras, lo faceste nei principii del quinto secolo dalla imperiale spada esterminare [47]. Con bello ingegno mercantile rendeste fruttuosissime a voi le spoglie che Platone aveva inutilmente dall'Egitto portate alla Grecia incuriosa, l'Inferno e il Paradiso: e molti secoli dipoi vi accorgeste di quanta rendita poteva essere quel carissimo Purgatorio. Un Purgatorio di tremila anni l'aveva imaginato, o trovato non so dove, l'Agrigentino Empedocle: ma chi pensò ad arricchire di quel sogno? a chi fruttavano quei trentasei Purgatorii dell'Egitto rivelatici pochi anni fa dal più giovane Sciampol‒lione? che seppero farne per tante età i primi e i secondi platonici? Il Purgatorio, come deserto sterilissimo, stava in abbandono e dimenticanza. Voi già grossissimamente impinguati per mille e più anni dall'Inferno, sapeste del Purgatorio farne le Indie Papali. Qui sopratutto fu eminente la vostra astuzia quando trovaste il mirabile arcano di vendere anche agli ostinati di non comprare; e quel passaggio alla felicità di un mondo ignotissimo, che i meno sciocchi avessero non curato o ricusato viventi o moribondi comprare, voi ottenete di farvelo pagare, per pietà dei morti, dai più sciocchi eredi. Oh voi bravi, oh voi felici! qui (bisogna dire il vero e lodarvi) qui foste pur una volta inventori:

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conciossiachè niuna religione aveva mai speculato di mettere in capitale e vendere al minuto i meriti de' suoi Iddii o de' suoi Santi: voi sulle fondamenta dell'ereditato e sterile Purgatorio fabricaste quello stupendissimo Bottegone delle Indulgenze [48]; quel gran magazzino dei meriti di Cristo Dio impiccato, di sua madre vergine, dei discepoli, dei seguaci, di tutte le anime pie, o viventi o morte: un tesorone inestimabile, inesauribile; del quale tiene le chiavi a cintola, e fa la dispensa il Santissimo e Beatissimo Padre: dispensatore larghissimo, anzi prodigo; il quale vi concederà in una tratta Indulgenze sino di centomila anni: dal che io mi sento forzato a sperare che, per la sua carità smisurata e l'immensità della ricchezza, debba già da gran tempo quel carcere espiatorio trovarsi vuoto d'anime purgabili; e io vorrei porvi sulla porta l'Appigionasi. Ma ohimè l'abominazione: quando il fortunato commercio più si spandeva, e menava proprio fiumi d'oro, venne quell'empio frate Martino [49] a disturbarlo: e tanto invilì quella santa mercanzia, che in molti cristiani paesi nessuno più ne volle; in molti siete costretti donarla: e per fino in Italia è venuta a tanto vilipendio che io lessi con molta compassione la stampa di quell'Editto, nel quale il Cardinal Jacopo Giustiniani [50], quando era vescovo d'Imola, per dare alcun valore alle smonetate Indulgenze, le offeriva in metà di pagamento alle

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Spie: giusto in quel tempo che il suo collega Agostino Rivarola Cardinal Legato (o piuttosto assassino [51]) in Ravenna dava i santi Sacramenti di Confessione e Comunione per aggiunta di supplizi a cinquecento Carbonari, con minaccia di pene corporali se li rifiutassero. Confesso volentieri che nel mercato delle Indulgenze potete giustamente dirvi inventori: niuna razza mai di preti in veruna religione fu di lunga sì scaltra nè sì impudente a votare le borse. Nel resto non foste mai nè sarete ingegnosi a inventar nulla: ma ben siete operosissimi e impudentissimi a trafficare di tutto, e massimamente del falso.

Come nei dogmi altrettanto nei riti vi piacque la stessa barbarica mescolanza e confusione di ebrei, di romani, di barbari. I digiuni, e la cenere in capo, e solennizzare coll'ozio ogni settimo dì, imitaste dagli odiati giudei; da' greci e romani (ciò ch'era in estrema abominazione più che la morte all'ebreo) fare simulacri della divinità, e sacrificare alle imagini d'uomini dalla religione consacrati; ciò che a gran guadagno trafficate col nome di culto de' Santi. Continuaste [52] col titolo di Rogazioni gli Ambarvali romani; e i Lettisternii colle feste dei Santi, coi tridui, gli ottavari, le novene. Dei Suovetaurili (quasi Giubilei quinquennali del popolo romano) riteneste l'acqua lustrale. Nella venalità e sciocchezza de' mortori succedeste alle immonde

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Prefiche. Vi addobbaste per gli altari colla Dalmatica degli eleganti ed effeminati; e stranamente deformaste in ridicola Pianeta l'ampia e nobil toga de' quiriti: vi faceste sfarzoso di frange d'oro e di gemmati fermagli il tabarro Pioviale, che riparava i latini dalla pioggia: rubaste il Camice ai Sacerdoti d'Iside. Prometteste la castità dei Sacerdoti di Cibele; ma non voleste come quelli farvi alla lussuria impossibili. Impugnaste a segno di superba dominazione il Lituo col quale (fingendo matta scienza) gli Auguri partivano le regioni dell'aria. Ricoglieste la Mitra o cuffia caduta di capo alle puttane di Frigia e di Lidia; e la poneste quasi venerabile ornamento sulla testa de' vostri pontefici: alla quale giulleria per altro veniste assai tardi, e già invecchiati di molto più che ottocento anni; siccome i mosaici che rappresentarono vivo Carlo Magno col Papa Adriano Terzo [53] ci fanno vedere. Più tardi ancora appiccaste alla scranna portatile del vostro vicedio i Flabelli, che dai mollissimi regnatori delle Indie fanno lontane le mosche: per tal modo vi piacque dare al vostro Papa similitudine di Sultano. E l'Ipocrita sfrontato che si dice servitor de' servitori osò prendere dalla insolentissima superbia dei tiranni asiatici anche il porgere ai baci umani la scarpa [54], e dimezzare la statura a chi volesse parlargli. Fu necessario ne' sacrifizi giudaici e romani bruciare odorose gomme e resine,

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per combattere il fetore di beccheria ne' tempii; dove le tante vittime (col bruciamento delle viscere non mangiabili) si offerivano quasi da scherno al naso degli Dii, ma veramente si scannavano al capacissimo ventre de' sacerdoti: ora che non pute la cialdetta da voi sacrificata, perchè ci ammorbate le chiese col puzzo degl'incensi? La face ardente che da mano a mano trascorreva nelle mistiche danze di Eleusi [55] fu simbolo e filosofico ed elegante della vita; la quale, per continua successione, in questo si spegne in quello si raccende: ma ora che fanno o che significano le vostre candele ridicolissime in faccia al Sole? [56] Nel Sacramento [57] col quale ci fate militi e cavalieri di Cristo voleste l'olio dei lottatori greci e romani: e dipoi dalle buffonesche cerimonie della cavalleria e de' romanzi vi aggiungete la gotata, che l'uomo dona a novello cavaliero; la quale significa la membranza di colui che lo ha fatto cavaliere; come al Saladino spiegava Pietro di Tabaria [58]. Credeste come gli stupidi abitanti sul Gange l'acqua valente a lavare le colpe, e aprire agli scellerati il cielo [59]: più schifosa e più stolida superstizione imparaste dalle nonne latine, per allontanare fascini e malefizi dai nascenti; le quali A. Flacco nella Seconda schernisce:

Ecce Avia, aut metuens divûm matertera cunis

Exemit puerum; frontemque atque uda labella

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Infami digito et lustralibus ante salivis

Expiat; urentes oculos inhibere perita [60].

Voi intrometteste sì laido rito nel sacramento col quale tramutate l'uomo in cristiano; e del vostro fetido sputo ungete gli orecchi e le narici del misero bambino, per cacciarne la quarta volta il demonio, gridandogli, E tu diavolo va via: tu autem effugare, diabole. Come e quando entrò il diavolo nel puro fantolino

.    .    .    .    .    modo primos incipientem

Edere vagitus, et adhuca matre rubentem? [61]

Non l'hanno generato di santissimo sacramento suo padre e sua madre, santificati già essi da altri quattro Sacramenti, Battesimo, Cresima, Penitenza, Eucaristia? Per quas ergo rimas? come diceva Giuliano, al quale indarno tentò rispondere Agostino Tagastese [62]. Così il vostro diavolo è sempre dapertutto?

V.

Eravate degni d'inventare il Demonio. Lo trovaste già Signore di assai mondo nell'oriente: voi lo faceste e nell'oriente e nell'occidente servitor vostro utilissimo. Non quel gran demonio unico

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dell'Egitto, quel Tifone ammazzatore del Dio buono Osiri [63]. Vedeste utile e molto adoperabile quell'esercito di demonii che occupava la Persia. Oh, quella persiana sciocchezza venuta alle vostre mani industriose vi fu proprio come agl'Inglesi il vapore, col quale muovono, in terra in mare, viaggiando, sedendo, combattendo, tante macchine a servirli e per guadagnare e per dominare. Ed aveste anticipata questa somiglianza coi moderni inglesi, che siccome vedemmo loro, per gelosia d'industria e traboccante avarizia di commercio, fracassare e bruciare a' francesi le macchine filatrici e tessitrici; così voi perseguitaste arrabbiatamente e fino all'esterminio i seguaci di Manes [64]; i quali nel terzo secolo si appropriarono e nel quinto comunemente sparsi adoperavano la macchina persiana del demonio.

La quale io ho chiamata sciocchezza: ma non perciò volli dire che fossero stolidi i Persiani, filosofando circa il pochissimo bene e il molto male del mondo, e imaginando quei due Principii o Iddii Orosmane ed Arimane [65]: poiché pareva più assurdo il credere un medesimo l'autore di tanta contrarietà dei mali e dei beni; e pareva indegnissimo o della bontà o della potenza di un Dio bonissimo e potentissimo o il volere o il tolerare tanto male nel mondo. E assai più stolti (e di stoltezza disumana) mi paiono quegli arroganti, i quali ar‒

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discono impudentissimamente mentire tutto esser buono, tutto degno di un ottimo e onnipotente Iddio l'immenso male di questa terra, oceano di mali, oceano senza fondo, senza rive. Cosicché può parere meno assurdo e meno ripugnante alla imaginazione de' mortali spaventati a tanta inondazione di mali che ricuoprono ed opprimono la terra, il figurarsi dominante un Iddio malevolo. La quale opinione trovo anticamente diffusa per le molte regioni viaggiate dal primiero istorico, uomo assai feminilmente religioso: il quale alle tante miserie umane che udite o vedute racconta, non cerca mai altra spiegazione che la maligna e invidiosa natura della divinità to theion fthoneron [66]. E io mi rammento avere già nella prima giovinezza avuti in Milano certi scartabelli di metafisica da un uomo, di cui solamente ricordo ch'era vecchio e pingue e brutto e sucido, e pareva non ricco: il quale in rozzissimo stile, e tra un cumulo di cose dimenticabili pronunziava un'assai strana e perciò memorabile sua opinione: essere stati nei principii delle cose Dii innumerabili, di natura opposta, chi buona chi rea, e non di eguale bontà o malvagità. Per che venendo necessariamente in continua guerra, i rei annientavano i migliori: cosicché rimasto il combattere tra i soli malvagi, erano i men tristi divorati dai peggiori; finché rimanesse unico e assoluto Signor delle cose il più pessimo di tutti.

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Certo è che il concetto di un Dio unico e buono è impossibile a mantenere da chi voglia attribuirgli la cotidiana amministrazione di questo mondo, sì traboccante e di disordini e di dolori. Però non è da imputare a scempiaggine se gli antichissimi Persiani non potendo svilupparsi da questi nodi, non osando accagionare degl'immensi mali della terra un Dio buono, e dei pochi beni che vi trovavano non volendo farsi debitori a un cattivo; posero un buon Dio autore ai pochi beni, e dei mali innumerabili facitore un Dio malo; ambidue gli Dii, come di natura contrari così di volontà nemici, alternando l'impero e continuando la guerra. E secondo la misera propensione del genere umano a sbriciolare la natura divina, diedero all'uno e all'altro combattente un esercito, ad Orosmane di angeli o spiriti benevoli, ad Arimane demonii, spiriti malignissimi: e il povero seme degli uomini in mezzo, travagliato assiduamente dal perfido, non validamente difeso dal benigno: non potendo i due dominatori l'uno superare o scacciar l'altro dall'universo. E pareva tanto più potente (come anche tra noi vediamo) il più tristo, che spesso i mortali studiarono d'incantarlo e propiziarselo, e domandargli quei beni e quegli aiuti che dal suo mansueto e invalido avversario disperavano. Adottò questo imaginamento, come tante altre cose persiche, la giudaica setta ribellante a Moisè,

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la quale in Antiochia principiò denominarsi dal Cristo [67]: e i preti vi portarono tal mutazione che profittasse a bottega: perchè fecero il Dio malo bastante a combattere continuo; ma vincibile quando alla debolezza del Dio buono venisse ausiliaria la potenza di essi preti. Nel che trafficarono con fortuna e con accortezza la bugia, costruita da loro goffamente, e con palpabile contraddizione. Perciocché i Persiani meno scioccamente avevano fatti quei due Dii indipendenti l'uno dall'altro, ed uguali; onde era verisimile il combattersi, e naturale il non cedersi. Ma i cristiani, opponendo al Dio creatore di tutte le cose una sua creatura che gli è infinitamente minore; non fanno credibile la continua guerra, e l'impotenza del sovrano a debellare il suo ribelle. Nè meno buffonesche sono le armi colle quali vengono a soccorrerlo, e l'aiuto che gli porgono. Basterebbe una parola di Filosofo a sconfiggere e dissipare tutto l'esercito diabolico, dicendo ai cristiani: Gente matta, che diavoli sognate voi? che sogni temete? Diavolo non ci è per chi noi crede. Veri diavoli, verissimi autori d'ogni male sono i preti: cotesti scacciate coi sassi, o almeno coi fischi. Ma i preti, i quali hanno creato e agli stupidi fatto credibile il diavolo, con quale artiglieria combattono questo fantasma nemico? Vedete l'impostura scempiatissima! Hanno certe parolacce valevoli, non di abbattere

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la potenza (permanente e indomabile), ma solo di allontanare a tempo la presenza del Dio cattivo e de' suoi ministri. E queste parole non sono già misteri sublimi astrusi inaccessibili a noi. Le conosciamo: e con latino stomachevole più che barbaro compongono tutto il libraccio del Rituale Romano; [68] sporchissima fattura del tempo e dell'ingegno de' Frati. Vennero i frati dopo i preti, dopo i Monaci; trovarono occupati tutti i frutti stabili della superstizione, canonicati, badie, prebende, parocchie: furono costretti, nuova milizia, come di Cosacchi, vivere di bottino. E i preti non contenti dello stabile, ammirarono e vollero partecipare l'avventizio della furberia fratesca; la quale aveva trovati tanti minuti e cotidiani guadagni. E il tempo è chiaramente affermato dalla invocazione di Ubaldo Baldassini [69] vescovo di Gubbio che morì di 81 anni il dì 16 di maggio del 1160 (105 anni innanzi al nascer di Dante, che lo rammentò nell'immortal poema): il quale Ubaldo fu dai frati predicato potentissimo alla cacciata dei demonii, finché venne a deporlo di seggio Ignazio di Lojola [70]. Il bello è che tutti gli scongiuri o esorcismi si riducono all'intimargli ch'egli ubbidisca al Dio suo nemico; ed abbandoni quella creatura la qual tiene presentemente occupata e posseduta. Poiché lo presuppongono occupatore e posseditore dell'universa natura, o animata o inanimata; e vi sono

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benedizioni per diloggiarlo delle bestie, dei campi, dell'aria, delle case, degli uomini, dei pozzi. E quando noi presentiamo un bambino a battezzare, il prete lo riceve come posseduto ed occupato già dal demonio [71]...

Note

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[1] Facitore... Loschi: quando Ludovico Loschi divenne vescovo di Piacenza nel giugno 1824, alcuni letterati locali gli indirizzarono un volumetto di Congratulazioni poetiche, alle quali il Giordani premise una lettera di «buoni augurii» (XI 36‒9; ora in Pagine scelte, pp. 118‒9) che le autorità di Parma giudicarono contenere allusioni offensive nei confronti di Maria Luigia e dei «prìncipi suoi alleati»; quelle pagine rappresentarono il pretesto per esiliare dal ducato il Giordani, già da qualche tempo inviso al governo per alcune prese di posizione fortemente polemiche intorno ai sistemi pedagogici allora in uso (la ben nota «causa dei ragazzi» di Piacenza del 1819) e per i coraggiosi «discorsi» in occasione dell'apertura di un Gabinetto di lettura a Piacenza. Nella lettera in questione il Giordani si felicitava col nuovo vescovo per non essere stato «arrandellato qua da prepotenza straniera; ignoto tra ignoti; strumento o almeno segno delle italiane miserie: non venuto da turbolenta oziosità di chiostro; non da ignavia superba di patriziato: ma prete e cittadino; allevato nella frugalità, negli studi, nelle fatiche della mediocre, cioè della più civile e più onesta fortuna: [...] amico ai poveri, fortemente avverso e nulla timido ai prepotenti; assiduo nell'esercizio di pazienza e di carità: non promosso dall'ambizione; indicato alla regnante dall'ottimo consigliatore de' prìncipi il voto pubblico». Nella conclusione il Giordani si augurava che la società ed il clero piacentino avrebbero tratto dall'esempio del nuovo vescovo stimoli salutari al rinnovamento: «perocché senza uno sconvolgimento della terra non è possibile a ritornare nel mondo quella ignoranza e bestiale pazienza, che diede lieti al clero i tempi calamitosi al genere umano».

[2] denunciatore... Sanvitale: Luigi Sanvitale, successore di Ludovico Loschi nella sede vescovile di Piacenza nel 1837. Al momento dell'insediamento si era rivolto con una lettera pastorale al clero, ai nobili e al popolo («Clero et Proceribus et Populo»); il Giordani gli indirizzò allora quella «lettera aperta» Contro l'eresia del procerismo (XII 105‒14; già edita in parte in Alcune lettere, pp. 118‒24) che costituisce l'antecedente diretto del Peccato impossibile del 1838. Il Giordani definì eretico il vescovo Sanvitale per aver questi distinto i nobili tra i propri interlocutori: «Che sono cotesti Nobili nella Chiesa di Gesù: dove Paolo grida [Galat. 3, 28] non esservi né libero né servo)»

[3] Don Giovanni: Jànos Tamàs Neuschel (Vàrallya in Ungheria, 30 maggio 1780 ‒ Verona, dove è sepolto, 20 dicembre 1863): cappellano di un reggimento austriaco, divenne nel 1817 confessore di Maria Luigia a Parma e capo del clero di corte. Nel 1826 fu nominato abate e due anni dopo vescovo di Guastalla (il Giordani ne chiedeva notizie all'amico Gaetano Dodici, allora consigliere ducale nella cittadina padana: «Hai creato ancora il tuo nuovo Vescovo? Dio voglia che ti riesca buono», 9 febbraio 1828, in VI 20). Nel marzo 1837 fu chiamato a Fidenza (la sua prima Epistola pastoralis al clero ed ai fedeli della nuova diocesi è del 4 gennaio: Parma, Paganino, 1837, pp. 18) e di lì, nel 1843, a Parma, dove i rapporti con una parte della cittadinanza furono tutt'altro che tranquilli (storpiandone il cognome, il popolo lo chiamava «Neghfusel», che nel dialetto locale significa «non ci fosse»). Infine, nel 1852 venne nominato arcivescovo titolare di Teodosiopoli in Armenia, «in partibus infidelium». Su di lui esiste una ricca, ma prevalentemente agiografica, tradizione di studi locali (di tono fortemente critico sono però i lavori di E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti a Parma nel 1831, Parma, Ferrari, 1895; e Parma da Maria Luigia imperiale a Vittorio Emanuele II, Parma, Rossi‒Ubaldi, 1901): cfr. GM. Allodi, Serie cronologica deivescovi di Parma, Parma, Fiaccadori, 1856, II, pp. 554‒84 (per il canonico Allodi, già censore ducale, il Giordani nutrì sentimenti ricambiati di stima ed amicizia, cfr. Lettere II 205‒6; è curioso notare come, proprio discorrendo del vescovo Neuschel, l'Allodi registri incidentalmente la morte del Giordani avvenuta nel 1848 e renda omaggio alla sua memoria, rammaricandosi tuttavia che il letterato piacentino avesse «spenta in cuor la fede», p. 570); G.M. Giacopazzi, I vescovi di Borgo San Donnino. Biografie e memorie storiche, Borgo San Donnino‒Salsomaggiore, Mattioli, 1903, pp. 49‒51; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, Fidenza, Tip. «La Commerciale», 1961,1, coli. 288‒94; G. Capacchi, Il vescovo ungherese Giovanni Neuschel e il clero parmense, in «Aurea Parma», XLVI, 1962, pp. 47‒74 (a pp. 57‒71; è senza dubbio il lavoro più utile e informato, pur non facendo mai riferimento, al pari degli altri, alla polemica col Giordani); M. Notari, L'ungherese Giovanni Tommaso Neuschel primo vescovo di Guastalla, in «Bollettino storico reggiano», V, 1972, pp. 32‒9 (della Notari si consulta con maggior profitto l'inedita tesi di laurea Un personaggio ecclesiastico del Ducato di Parma: il vescovo ungherese Giovanni Tommaso Neuschel, Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1969‒70, relatore B. Nicolini; una copia è presso la Bibl. Maldotti di Guastalla).

[4] Ma dappoiché... vedova: a Guastalla (e poi a Parma, mentre la parentesi fidentina fu più felice) il vescovo Neuschel riscosse poche simpatie fra la popolazione, non soltanto perché straniero ma soprattutto per l'energia e l'autorevolezza con cui affrontava questioni anche estranee ai suoi compiti pastorali; durante i moti del '31 alcuni membri della Guardia Nazionale di Parma lo sequestrarono e lo tennero per qualche tempo come ostaggio per sollecitare da Maria Luigia il rilascio di un gruppo di detenuti (tra i protagonisti dell'impresa era il diciannovenne Antonio Gallenga, poi esule a Marsiglia, negli Stati Uniti ed a Londra, e dopo l'Unità deputato del Parlamento italiano). Il 5 marzo 1837 prese possesso della sede vescovile di Fidenza, lasciata «vedova» da Luigi Sanvitale che nel novembre 1836 era stato chiamato a succedere a Ludovico Loschi a Piacenza (cfr. Series episcoporum ecclesiae catholicae..., edidit P. Pius Bonifacius Garns, Graz, Akademische Druck, 1957, pp. 742, 745, 747). Espressioni simili a queste del Peccato impossibile il Giordani aveva usato l'anno prima rivolgendosi al vescovo Sanvitale con la Lettera sull'eresia del procerismo: «Conciossiaché voi, dopo venti anni di santa unione coniugale colla moglie Fidentina, malcontento di sua bassa condizione e di sua magrezza, amaste nuova donna la vedova piacentina, più nobile, e quattro volte più polputa» (XII 107).

[5] Borgo San Donnino: è il nome medioevale di Fidenza, mantenuto ufficialmente fino al 1927.

[6] Il tuo Manifesto: è la lettera pastorale che il vescovo Neuschel inviò il 26 settembre 1837 al penitenziere della cattedrale, ai vicari foranei ed ai parroci della diocesi. Tra i casi riservati al proprio giudizio e passibili di scomunica il vescovo elencava anche il «concubitus cum daemone»; appunto, quello che il Giordani chiamò il «peccato impossibile». Cfr. anche a p. 2 rr. 17‒21.

[7] in latino diabolico: anche la pastorale al clero, al popolo ed ai nobili piacentini del vescovo Sanvitale, che come si è detto aveva determinato la stesura della Lettera sull'eresia del procerismo, era composta, secondo il Giordani, in «latino scempiatissimo» (XII 110, dove il motivo del «latinaccio» ecclesiastico è ampiamente sviluppato; e cfr. anche, qui di seguito, p. 2 r. 27 ‒ p. 3 r. 2).

[8] Tiresia: mitico indovino tebano che Giunone accecò perché, in una futile controversia tra lei e Giove su questioni amorose, egli aveva dato ragione a quest'ultimo.

[9] Concubitus... mulieris: la lettera del vescovo Neuschel fu stampata nel 1837: Joannes Neuschel Dei et Apostolicae Sedis gratia Episcopus Fidentiae dilectis nobis in Christo Poenitentiario Ecclesiae Cathedralis, Vicariis foraneis, Parochis, aliisque Confessariis civitatis ac dioecesis spiritum scientiae et pietatis, s. n. t. (del raro opuscolo ho consultato l'esemplare, senza segnatura, dell'Archivio vescovile di Fidenza; il passo in questione è a p. 9). Alle «medievale arretratezza della travatura teologica» della lettera, che ne faceva un facile bersaglio per Giordani, accenna il Bruni, [recensione], p. 280.

[10] le demonia: «antico plurale neutro [...], che certo arieggia ironicamente una forma frequente negli antichi testi devoti ma da tempo uscita d'uso» (Serianni, Annotazioni, p. 244, con ampia esemplificazione in nota).

[11] poveri soldati... cappellano: come già detto, il Neuschel era stato cappellano di un reggimento austriaco prima del 1817.

[12] smascellatamente: avverbio «ad alto coefficiente espressivo», che amplifica il «Si sganasciarono» (p. 2 r. 22), come rileva Serianni, Annotazioni, p. 244.

[13] i Frati... catolico: dopo alcuni provvedimenti di espulsione dei gesuiti (Portogallo 1759, Francia 1764, Napoli e Parma 1767) Clemente XIV sopprimeva nel 1773 la Compagnia di Gesù, ricostituita da Pio VII nel 1814.

[14] Angelo Domenico Ancarani: inquisitore a Forlì, autore di un editto del 1829 contro coloro che avessero invocato il demonio. Si veda anche la nota 2 dell'appendice giordaniana al Peccato impossibile (qui a pp. XXV‒XXVI).

[15] Gusmanico: domenicano, appartenente all'ordine fondato da Domenico di Guzmàn (1170 c. ‒1221), il «santo atleta» della fede cristiana (Dante, Paradiso, XII, 56). L'aggettivo ha, in Giordani, una connotazione negativa (cfr. qui a p. 6 r. 19 «frataggine gusmanica»; XI 206 «frataccio... Gusmanico»); l'aggettivo di relazione, derivato dal nome proprio con intento parodico, ha un «carattere immediatamente grottesco» (Serianni, Annotazioni, p. 244).

[16] a questo punto si colloca la nota 2 apposta dal Giordani al Peccato impossibile (cfr. qui a pp. XXV‒XXVI). (Editto di Frate Angelo Ancarani da Faenza Inquisitor generale di Romagna. Forlì 14 Maggio, 1829. Tipografia di Matteo Casali, Impressore del Sant'Uffizio. Contro le donne concubine del diavolo, e contro chi insegnasse a leggere a un Ebreo.

[17] Vivevo in Firenze: il Giordani soggiornò nel capoluogo toscano dal luglio 1824 al novembre 1830, quando dovette ritornarsene a Parma; si veda, per questo, quanto scrive il Forlini in Pagine scelte, p. 36.

[18] Gran Duca: Leopoldo II di Lorena, granduca di Toscana dal 1824 al 1859.

[19] Dalla nefanda santità... Leopoldo I: Pietro Leopoldo di Lorena, granduca di Toscana dal 1765 al 1790; l'abolizione dell'Inquisizione rientrava tra le misure giurisdizionaliste del suo governo, culminate nella convocazione del Sinodo di Pistoia del 1786.

[20] Maria Luigia Spagnuola... Giuseppe Morozzo: Maria Luisa di Borbone (1754‒1819), regina di Spagna dal 1788 al 1808; Giuseppe Morozzo (1758‒1842), nunzio pontificio presso la corte di Madrid e cardinale dal 1817.

[21] Battini: il servita Costantino Battini (1757‒1832) nell'anno stesso in cui fu eletto vicario generale dell'ordine pubblicò una discussa Apologia dei secoli barbari (Pesaro, 1823), rivalutazione del Medio evo anche nei suoi aspetti deteriori, cui fece seguire una Conferma all'Apologia dei secoli barbari (ivi, 1824).

[22] Ferdinando III di Lorena, granduca di Toscana dal 1790 al 1801 e dal 1814 al 1824; gli successe LeopoldoìI fino al 1859. «Si può ricordare [...] che il Giordani nel 1824 rinunciò a scrivere un elogio di Ferdinando III, perché non gli sarebbe stato consentito né di collocarlo al di sotto del padre Pietro Leopoldo, né al di sopra del figlio Leopoldo II» (Timpanaro, Nuovi studi, p. 52).

[23] Papa Pio Settimo: Gregorio Luigi Barnaba Chia‒ramonti (1740‒1823), cesenate, pontefice dal 1800.

[24] Agostino Rivarola: genovese (1758‒1842), nominato governatore di Roma nel 1814, quando Pio VII vi fece ritorno dopo la caduta di Napoleone; fu creato cardinale nel 1817. Cfr.p.23 rr. 1‒2.

[25] Camillo e Filippo Bertoni: il primo dei due fratelli, delegato di governo a Forlì, figura tra i corrispondenti del Giordani nel periodo 1814‒20 (cfr. Forlini, Bibliografia, n. 241).

[26] Beresith: Genesi (ebr. bereshìth), 3,1 ss.

[27] nuovo cardinale... Mezzofanti: Giuseppe Gaspare Mezzofanti (1774‒1849), detto «nuovo cardinale» perché nominato, appunto, in quell'anno 1838. Ebbe, come è ben noto, vastissime conoscenze glottologiche; si veda un'osservazione del Giordani del 1810, a proposito di un «complimento in trenta lingue» rivolto dal Mezzofanti ad Antonio Canova (IX 93). Timpanaro ricorda opportunamente che Giordani fu amico di Mezzofanti a Bologna (ne propose l'elezione a socio della Crusca in sua vece nel 1824), ma che comunque fra i due doveva poi essere avvenuta una rottura, di cui in un abbozzo di Lettera al Leopardi del 1836 (XII 7) Giordani attribuì la responsabilità al Mezzofanti (Nuovi studi, pp. 52‒3).

[28] Rituale Romano: uno dei libri liturgici della chiesa cattolica, promulgato da Paolo V nel 1614. Il Giordani ne parla anche a p. 31 rr. 6‒7 e nell'ultima parte dell'appendice al Peccato impossibile (qui a pp. XXVIII‒XXX).

[29] una special chiave più chiavante: il neologismo è giocato sull'anfibologia (cfr. Serianni, Annotazioni, p. 244).

[30] Quella feminaccia... demonio: questa «nipote» era già presso il vescovo Neuschel nel periodo gua‒stallese (1828‒37); nella casa del marito, rimasto a Guastalla, egli trovò probabilmente ospitalità nelle tumultuose giornate del maggio 1848 (cfr. una lettera del Giordani al Gussalli in data 20 maggio, in VII 219).

[31] Forma... Apostolo: I Petr. 5, 3.

[32] Lo incarnamento... Indiani: la discesa, permanente o momentanea, della potenza divina in un corpo animato o in una figura umana è presente in numerose religioni orientali, dal buddismo all'induismo al lamaismo; le credenze egiziane e sumero‒accadiche considerano poi il re come figlio del dio supremo, o come teofania della divinità nel mondo.

[33] que' maialacci... affogarsi: si veda il racconto evangelico di Matteo (8, 30‒5), Luca (8, 32‒5) e Marco (5,11‒5).

[34] Vitale Loschi: (1756‒1842), vescovo di Parma dal 1831.

[35] Pietro Zanardi: (1766‒1854), vescovo di Guastalla dal 1837.

[36] Sanvitale: il vescovo Luigi Sanvitale (cfr. qui p. 1 r. 3 e nota relativa).

[37] generazione Ex putri: generazione per putrefazione, già confutata da Francesco Redi con le Esperienze intorno alla generazione degli insetti, del 1668.

[38] dominazione: qui si colloca, secondo il Gussalli, la nota 3 dell'appendice giordaniana al Peccato impossibile (cfr. qui a p. XXVI).

[39] Anania e Saffira: l'episodio è narrato negli Atti degli apostoli (5,1‒11).

[40] tribù di Levi... palmo di terra: cfr. Lev. 27, 30‒3 e Num. 18, 29.

[41] impazienti: a questo punto va collocata la nota 4 dell'appendice giordaniana (cfr. qui a p. XXVI).

[42] Fodere nescio: Luca 16, 3.

[43] Brama... Martino: Brahma, il più importante dio della trinità induista, e Maometto erano già stati ricordati a p. 10 rr. 23‒4; a p. 22 r. 20 si fa cenno alla reazione di Lutero nei confronti della dottrina cattolica delle indulgenze e degli abusi ad essa collegati.

[44] Oh preti... manichei: alla dimostrazione della presenza di una eresia manichea, che si fonda sulla contrapposizione di due princìpi ugualmente divini di bene e male, sono dedicate le sezioni quarta e quinta del Peccato impossibile.

[45] monte Testaccio: ebbe il nome da testa, coccio; deve infatti la sua origine allo scarico regolare dei rottami delle anfore, per lo più vinarie e olearie, dell''emporium e degli horrea imperiali, i grandiosi magazzini annonari di Roma antica.

[46] Redaste il Dio uno...: ci si limita qui di seguito a qualche rapida informazione su quanto richiamato dal Giordani e a ricordare preliminarmente che una delle fonti di queste pagine può essere individuata in alcune voci del Dictionnaire philosophique portati/ (1764) di Voltaire (Battesimo, Cristianesimo ‒ dove si trovano quattro paragrafi sui diavoli e gli esorcismi ‒, Dio, Dogmi, Inferno, Vangelo, Genesi, Inquisizione, Messia, Peccato originale, Prete, Religione, Resurrezione). A differenza delle opere storiche di Voltaire, il Giordani ne apprezzava il Dictionnaire come frutto di ingegno «lucidissimo ed evidentissimo» (VII 160).

[47] p. 20 r. 21 ‒ p. 21 r. 4 i sette sacramenti... esterminare: il culto di Mitra penetrò in occidente per opera dei pirati cilici catturati da Pompeo nel 67 a.C; rapidamente diffusosi a Roma anche tra le classi dominanti, cominciò ad essere oggetto di repressione a partire dal quarto secolo.

[48] quello stupendissimo Bottegone delle Indulgenze: elemento di una «serie di alterati spregiativi rivolti alla religione» (Serianni, Annotazioni, p. 244), come a p. 14 («Lo incarnamento di Dio è un gran misterone», rr. 10‒1). La ripetuta «variatio del suffisso», secondo il Bruni, esprime una «trasparente volontà di alterazione caricaturale» ([recensione], p. 281).

[49] p. 22 r. 20 frate Martino: cfr. p. 19 rr. 4‒5 e nota relativa.

[50] Jacopo Giustiniani: (1769‒1843), cardinale dal 1826. Nel 1815 fu delegato apostolico a Bologna; per i suoi rapporti col Giordani in quel periodo cfr. IX 319‒22.

[51] Agostino Rivarola: cfr. p. 8 r. 5 e nota relativa. Nel 1824, in qualità di legato pontificio a Ravenna, il Rivarola istruì un processo contro le associazioni segrete, rimasto celebre per la durezza della sentenza contro 513 inquisiti; le sette condanne a morte inflitte non vennero però eseguite. Si veda anche un cenno del Giordani alla Romagna «conquassata dal furibondo Rivarola» in una lettera a Venanzio Dodici del 4 agosto 1824 (V 278).

[52] Continuaste... : gli Ambarvali erano le feste celebrate dai contadini di Roma in primavera, in onore delle divinità campestri; i Lettisternii consistevano in banchetti offerti agli dei soprattutto in circostanze critiche per la vita dello Stato; i Suovetaurili prevedevano sacrifici di animali durante cerimonie di purificazione di città, villaggi e poderi; le Prefiche erano donne prezzolate che a Roma seguivano i cortei funebri con manifestazioni di dolore e canti in lode del defunto; la Dalmatica era una tunica a larghe maniche, poi vestimento liturgico; la. pianeta è la veste sacerdotale, di diverso colore secondo il tempo liturgico e le feste celebrate; il Pioviale o piviale, anticamente mantello con cappuccio usato dai romani per ripararsi dalla pioggia, è un paramento indossato dal sacerdote in talune funzioni; del Lituo e della Mitra, e della loro adozione presso i cristiani, il Giordani aveva parlato nella Lettera al vescovo Sanvitale del 1837 (XII107‒8; e si veda inoltre, qui a p. XXVI, la nota 5 dell'appendice giordaniana al Peccato impossibile, che secondo il Gussalli si riferisce alla frase che ‒ p. 24 r. 11 ‒ termina con le parole «le regioni dell'aria»); i Flabelli, infine, erano ventagli di foglie o piume portati da schiavi al servizio di re orientali, nobili e dignitari (due flabelli vengono innalzati ai lati della sedia gestatoria del pontefice, che qui il Giordani, come già Voltaire, chiama «vicedio»).

[53] Carlo Magno... Adriano Terzo: Carlo Magno morì ad Aquisgrana nell'anno 814, mentre Adriano III fu papa per pochi mesi, tra l'884 e l'885.

[54] E l'Ipocrita... scarpa: ricorda Timpanaro che «si allude alla proskynesis, il bacio del piede cui erano obbligati i sudditi del re di Persia, più tardi anche quelli di Alessandro Magno (tranne i greci e i macedoni) e, ancor più tardi, degli imperatori romani: di lì derivò questo atto di ossequio ai papi» (Nuovi studi, p. 53).

[55] mistiche danze di Eleusi: cerimonie misteriche che si celebravano ad Eleusi in onore di Demetra e della figlia Persefone, collegate con antichi culti agrari della fertilità.

[56] in faccia al Sole?: alla frase che termina con queste parole si riferisce la nota 6 dell'appendice giordaniana, cfr. qui a pp. XXVI‒XXVII.

[57] Sacramento: la cresima.

[58] la gotata... Pietro di Tabaria: «Ancora ci è un'altra cosa, che io non vi darò né mica, cioè la gotata, che l'uomo dona al novello cavaliere. Perché, disse il soldano, e che significa quella gotata? Signiore, disse il prenze, significa la rimembranza di colui che l'ha fatto cavaliere» (Bosone da Gubbio [sec. XIII ‒ dopo il 1349], L'avventuroso ciciliana, Firenze, 1867, p. 144).

[59] Credeste... cielo: l'usanza è ricordata anche da Voltaire nel Dictionnaire philosophique (art. Battesimo).

[60] Ecce avia... perita: sono i vv. 31‒4 della seconda satira di Persio; se ne veda la traduzione del Giordani e del Monti nella nota 7 dell'appendice, qui a pp. XXVII‒XXVIII.

[61] modoprimos... rubentem?: Giovenale, Satire, VII, 195‒6. Se ne veda la traduzione del Giordani nell'appendice, nota 8 (qui a p. XXVIII).

[62] Per quas... Agostino Tagastese: è una citazione dal trattato De nuptiis et concupiscentia (II, XXVIII, 47) di sant'Agostino, in risposta s\['Àd Florum di Giuliano di Eclana: «Quid est quod dicit: Non peccat iste qui nascitur, non peccat Me qui genuit, non peccat iste qui condidit: per quas rimas inter tot praesidia innocentiae peccatum fingis ingressum} Quid quaerit latentem rimam, cum habeat aper‒tissimam ianuam? Per unum hominem, ait apostolus; per unius delictum, ait apostolus; per inoboedientiam unius ho‒minis, ait apostolus. Quid quaerit amplius? Quid quaerit apertius? Quid quaerit inculcatius?» (Oeuvres de Saint Au‒gustin, 23. Premieres polémiques contre Julien, Paris, De‒sclée de Brouwer, 1974, p. 252). L'apostolo richiamato è Paolo: cfr. Rom. V, 12,18,19.

[63] Tifone... Osiri: Osiri è il dio benefico dell'antico Egitto, ucciso dal fratello Tifone (Set), «padre d'inganno e di menzogna»: così A. Graf, 77 diavolo (1889), a cura di C. Perrone, introduzione di L. Firpo, Roma, Salerno, 1980, p. 41 (al libro, e soprattutto al primo capitolo, Origine eformazione del diavolo ‒ pp. 37‒57 ‒ si potrà utilmente ricorrere per ulteriori riscontri demonologici).

[64] i seguaci di Manes: Manes o Mani è il fondatore del manicheismo, duramente perseguitato da imperatori (Diocleziano, Valentiniano I, Teodosio I, Giustiniano) e, come ricorda il Giordani nella nota 9 ‒ qui a p. XXVIII ‒ del Peccato impossibile che si colloca a questo punto, da pontefici (Leone I, Gelasio I, Siricio).

[65] Orosmane ed Arimane: Ormuz e Arimane sono rispettivamente i princìpi del bene e del male dello zoroastrismo. Si confronti quanto scrive qui il Giordani, intorno ad Arimane «iddio malevolo» che i mortali cercavano di propiziarsi, con il leopardiano frammento Ad Arimane, forse del 1833, dove si leggono cose molto simili su questa «arcana malvagità» e sul concetto di «invidia dagli antichi attribuita agli dèi verso gli uomini» (cfr. anche la nota seguente).

[66] primiero istorico... fthoneron: Erodoto (molto ammirato da Giordani come scrittore), nelle cui Storie (I, 32; III, 40; VII, 46) è il riferimento all'idea di una volontà vendicativa, o invidia, degli dei (phthònos theòn) verso gli uomini.

[67] la giudaica setta... Cristo: Antiochia, capitale del regno seleucida, fu evangelizzata per opera di alcuni giudei convertiti ed espulsi da Gerusalemme; i fedeli della città, divenuti ben presto numerosi, adottarono per la prima volta il titolo di cristiani (Atti degli apostoli, 11, 19‒26).

[68] Rituale Romano: cfr. a p. 11 rr. 2‒3 e nota relativa.

[69] Ubaldo Baldassini: già eremita sui colli di Gubbio, fu vescovo della città umbra dal 1129 al 1160. È ricordato da Dante {Paradiso, XI, 44).

[70] Ignazio di Lojola: fondatore della Compagnia di Gesù, nato nella provincia basca di Guipúzcoa nel 1491 e morto a Roma nel 1556.

[71] demonio... : qui si colloca la nota 10 dell'appendice giordaniana al Peccato impossibile (cfr. a pp. XXVIII‒XXX).

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Ultimo aggiornamento: 29 novembre 2010