Melchiorre Gioja

Sul problema

Quale dei Governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia

Dissertazione

1799

Edizione di riferimento:

Melchiorre Gioja e Sismondo Sismondi, Opinioni sulle cose italiane, Alla Libreria Maire-Nyon, Quai Conti, N. 13, Parigi 1846. - Quarta edizione

 

N.B. Abbiamo evidenziato in rosso quei concetti che allora erano una novità nella discussione sul tipo di governo e sulla eleggibilità di determinate categorie di cittadini. Alcuni concetti, a distanza di oltre 300 anni sono ancora di grande attualità. - G.Bonghi

Prefazione dell’Editore.

Mentre che da ogni lato si ascolta dibattere la gran questione Italiana; mentre che i pareri più divergenti e più varj sottoposti vengono a ciò che io chiamerò il gran Giurì della pubblica opinione, dal Balbo sino al Ricciardi, dal Gioberti sino al Rossetti e al Canuti, opera far credei di buon cittadino, gettando nella bilancia dell’opinione anche i pensamenti di due sommi che già furono, il Gioja ed il Sismondi.

L’opuscolo del Gioja è fatto raro; e i due capitoli del Sismondi che riproduciamo, sono la conclusione di un’opera voluminosa, qual è la sua famigerata Storia delle Repubbliche Italiane, la quale, sia perchè al momento rara, sia perchè assai costosa, a tutti non è dato di procurarsi.

Se nel primo si prescinda da ciò che è di occasione, e si riferisce ai tempi in cui fu scritto, è quello un libro sempre di stagione, e che per non essere recentissimo, non è per questo invecchiato. Niuno ha meglio del Gioja esaminato e risoluto il problema Italiano.

Nelle opinioni del Sismondi, abbenchè io sia lungi dal sottoscrivermi a tutte, trovo quel fino ingegno e quella filosofia che distingue quel grande scrittore; ed in esse può trovare ognuno utili insegnamenti, anche senza adottarle per l’intiero.

In ogni modo, i pensieri di due uomini di sì alta mente e di sì gran cuore agevoleranno la discussione e vi porteranno quella luce di che abbisogna, onde il gran giurì nazionale pronunzi con piena cognizione di causa un retto giudizio.

Pronunziato che sia questo; formata cioè nella pubblica opinione, se non l’unanimità, che di rado, o mai, si riscontra nelle politiche disputazioni, una maggiorità almeno decisa e compatta, la grand’opera della rigenerazione dell’Italia sarà più che a mezzo; poiché nel nostro secolo l’opinione è regina, e trionfa, a lungo giuoco, delle bajonette e del cannone; ed una Nazione di 25 milioni, quando vuole, può.

 

Deh! giovi questa mia fatica, in qualche modo, a realizzare, e rendere meno costoso all’umanità un avvenire che vorrei potere affrettare coi voti!

L’Editore.

DEDICA

A S. S. PAPA PIO IX.

Beatissimo Padre,

 

Nel dedicare alla vostra Beatitudine questa mia pubblicazione, non ebbi pensiero che non fosse benevolo e rispettoso. Ma per torre a chiunque l’occasione di malignare, esporrò brevemente la cagione che a ciò mi ha mosso.

Capo della Chiesa, pastore supremo di tutti i fedeli, voi siete ancora Primate d’Italia, e protettore naturale e sovrano del popolo Italiano, che in parte anche governate; né per essere innalzato alla sacra pontificale dignità, voi cessaste di essere cittadino italiano.

A niuno dunque, più che alla Santità vostra, star possono a cuore l’Italia ed i suoi futuri destini.

Or questi futuri destini, Santità, possono in due maniere compiersi; con voi e senza di voi. Comprendete che voglia dir senza di voi? Ahi fate, beatissimo Padre, che con voi si compiano.

Molto attendono da voi il Mondo, il Cattolicismo, l’Italia, e tutti speranze altissime sopra voi fondano. Non tradite, o Santità l’espettativa, né il favore che accompagnò la vostra elevazione al pontificato.

Vi domanda il Mondo che, fedele allo spirito del Vangelo, riconciliate col principio popolare il Papato: che la Santa Sede torni ad essere la stella polare ove si rivolgano gli sguardi dei popoli oppressi.

Vi domanda la Chiesa che benigno padre ed amoroso pastore corriate incontro alle pecorelle smarrite che bramano tornare all’ovile; che profittiate della reazione; che l’eccitiate col vostro apostolico zelo; e che chiudiate la bocca ai malevoli col radunare il Concilio.

Vi domanda l’Italia che vogliate camminare sulla vecchia e buona via che abbandonarono i vostri predecessori; che il Papato torni Guelfo, e che cessi la mostruosità di vedere il Papa Ghibellino.

Vi domanda poi che, convinto della incompatibilità delle funzioni governative con la santità del Sacerdozio e dell’Apostolato, e convinto della necessità dell’epoca, il governo rappresentativo, ritenuto voi l’alto dominio, e mantenuta la sacra vostra protezione sovrana, diate, per quanto è in voi, all’Italia quel governo nazionale e rappresentativo che da lei ben a ragione si reclama.

Né da far ciò vi trattenga, o Santità, verun umano riguardo o veruna paura. Voi lo dovete, quand’anche perir doveste, poiché sta scritto che non è pastore chi non dà il suo sangue pel gregge. Voi lo potete, poiché, dopo Dio, avrete con voi il popolo italiano, e per voi le simpatie di tutti i popoli della terra. Santità, il solo tentarlo innalzerà il vostro pontificato al di sopra di quanti ne furono sino ai nostri dì.

Date frattanto principio alla luminosa carriera che da Dio vi è stata assegnata, con un grande atto di giustizia. Si aprano al vostro cenno le carceri: si abbassino i ponti delle torri e delle fortezze; si appianino i muri dell’esiglio.... Cosa commisero quegli infelici? Crederono giunta l’ora, e non era suonata ancora. Ah! fate che i meschini vengano a pregare con noi nei templi aviti per voi e per la patria! Fate che le madri e le spose cantar possano inni di lode a Dio e quindi a voi!

Ma io ho fede nel vostro cuore, o Santità; e forse questo libro non avrà veduto ancora la luce, che sarà stata da voi pronunziata quella benedetta parola amnistia.

Ed io frattanto prostrato ai piedi della vostra Beatitudine ne imploro il benigno aggradimento e la santa apostolica benedizione.

L’Editore.

Avvertimento degli editori alla terza edizione.

L’opera del sig. Gioja che or si riproduce vide già la luce nell’anno 1798, in soluzione al problema proposto dall’amministrazione generale della Lombardia, e fu premiata dalla società di pubblica istruzione di Milano. È necessario che il lettore faccia attenzione all’epoca in cui fa scritta per dare il giusto valore e per intendere molti passi che si riportano alla storia di que’ tempi. Noi non abbiamo voluto ommetter nulla perchè ove pure alcune cose non sembrassero più al giorno d’oggi opportune, esse serviranno alla storia, ed a mostrare come un insigne scrittore giudicava degli avvenimenti d’allora. Il fondo però dello scritto ci pare alle presenti circostanze combinare, e fu questa la ragione che c’indusse a ristamparlo. Il gran problema pende ancora indeciso o piuttosto ineseguito; esso non fu o non si volle sciogliere da chi allora il poteva nel modo che lo scioglie l’autore, e l’unico forse che alla felicità d’Italia poteva condurre. Saranno ora i fati all’Italia più benigni? La lite sembra agitarsi di nuovo. L’unità e l’indipendenza sono i voti di tutti i buoni Italiani. —

Due soli modi vi sono per giungere a questa unità, o la Repubblica unica, o la Monarchia unica costituzionale; la Confederazione di repubbliche è troppo debole contro gli stranieri, quella dei sovrani non è forte che contro i proprii sudditi. L’autore si appiglia al primo partito, noi non lo diremo l’unico, ma le ragioni addotte meritano pure una seria disamina. L’individuo non ha il diritto di decidere la questione che per sé, il solo consesso nazionale il potrebbe per tutti. Ma quando potrà l’Italia esprimere liberamente i suoi voti, e darsi quella forma di governo che più le conviene? Quando veramente gli Italiani il vorranno. Intanto gli scritti dei buoni possono contribuire ad eccitare codesta volontà, ed a preparare la gran decisione che forse non è lontana.

DISSERTAZIONE

di

MELCHIORRE GIOJA

Omnia ad unum

Il saggio che scorre la storia d’Italia non s’avanza che sopra mille rovine illuminate dall’incendio di civili discordie, ora assordato dal fracasso d’una libertà tempestosa, ora spaventato dal muto silenzio d’una schiavitù barbara, quando inorridito al grido di guerra che fanno risuonar sull’Italia delle potenze straniere, quando commosso dai gemiti dei patriotti che cadono sotto la spada di domestici tiranni; e se in mezzo a queste scene d’orrore ravvisa in qualche angolo l’immagine della pace e della pubblica felicità, la vede in un momento scomparire a guisa di lampo

Che fa an solco nell’ombre e si dilegua.

Le repubbliche sono le prime che figurino sul teatro d’Italia. Il desiderio cieco della libertà non permette loro d’unirsi d’interesse, ed apre così il campo alla gelosia che presto è seguita dalla discordia. Il fuoco della guerra s’accende, s’estingue rapidamente; le paci, le tregue conchiuse dalla debolezza presto sono rotte dal risentimento o dall’ambizione. L’orgoglio del successo, l’inquietudine della miseria, l’indolenza della prosperità, il fardello delle conquiste che sembra essere il castigo della vittoria, tutto rovescia la fortuna ed affretta la rovina di queste impotenti ed orgogliose rivali. In mezzo di queste convulsioni alza da’ sette colli il capo la repubblica di Roma. Guerriera per necessità, ambiziosa per interesse assale ed è assalita dalle altre circonvicine. La vittoria che spesso si decide in loro favore tiene per qualche tempo in dubbio la sorte di Roma. Ma la politica, l’orgoglio, la superstizione aveva predetto che Roma dominerebbe sull’universo, e la predizione, come avviene ordinariamente, ne assicurò il successo. Roma si solleva in mezzo a’ suoi disastri, piomba impetuosa sulle sue rivali, e le riduce in schiavitù. Le aquile vincitrici oltrepassano i mari, colgono de lauri sopra tutte le parti del globo, e tornano nel Campidoglio colle spoglie delle nazioni. Delle ricchezze acquistate rapidamente, divise tra pochi cittadini corrompono i costumi; la corruzione de’ costumi scaccia da Roma il genio repubblicano, e i Cesari vanno ad assidersi sopra l’impero del mondo. L’Italia respira per un momento sotto Augusto e gli Antonini, ma risuona bentosto delle grida del furore, dei sospiri della miseria per la crudeltà, la debolezza, la cupidigia, l’ignoranza e l’ambizione degli altri imperatori. Questi vizj coalizzati scuotono il colosso gigantesco dell’impero, e il Dio Termine è costretto a retrocedere alla presenza de’ barbari, che sortendo armati dal seno de ghiacci e de’ deserti vengono a vendicar sull’Italia gli affronti che Roma aveva fatto alle nazioni. I Greci accorrono per opporsi al torrente devastatore, e tiranneggiano l’Italia difendendola. La speranza del bottino e l’amore della gloria scaccia dai barbari ogni idea di pericolo, e la naturale intrepidezza supplendo alla confidenza più ragionevole che inspirano la disciplina e l’esperienza, loro assicura la vittoria. I vincitori vengono annegati in fiumi di sangue da altri barbari che gli inseguono e che sono a vicenda inseguiti e vinti sul teatro della loro gloria. In questi tempi d’orrore una vasta e silenziosa solitudine si estende sopra la faccia dell’Italia; le città sono rovinate, le campagne coperte d’ossa insepolte, le bestie feroci s’annidano tra gli archi e le colonne spezzate dell’architettura greca e romana, ed occupano i paesi che l’uomo lascia deserti. Assisi sul trono i barbari si dirozzano, e i successori d’Alboino fanno brillare sopra una parte d’Italia molti lampi di felicità, mentre il restante è divorato dai discendenti degenerati d’Aristide e di Focione. Un Pontefice ambizioso e perfido chiama uno straniero dalla Francia, e costui che si meritò il nome di grande per le grandi crudeltà che commise, coll’astuzia e colla forza distrugge il regno Lombardo, e si mette sul capo la corona dell’Impero. Allora il governo feudale nato tra le rocche e le quercie del nord comincia a grandeggiare sopra l’Italia: feroce sotto le apparenze della giustizia presto si collega col clero per dividere con maggior sicurezza le spoglie della nazione: si scancella dalla mente dell’uomo ogni idea di diritto, e la schiavitù s’asside sulle rovine de’ costumi. I titoli d’imperatore, di re d’Italia sono per più d’un secolo la causa, l’occasione, il pretesto di guerre sanguinose tra i prìncipi francesi e i feudatarj italiani, mentre i Saraceni profittando della disunione mettono a fuoco e a sangue tutta l’Italia meridionale. La corona dell’impero passando all’Alemagna va a radunare sull’Italia delle tempeste terribili. Intanto la superstizione che nasce dall’ignoranza e la produce a vicenda, soggiogando i dritti dell’uomo per mezzo de’ suoi pregiudizj, spezza i legami della società, rovescia i troni della terra: Roma insegna ai popoli a disprezzare i re senza inspirare l’amore della libertà. Un ipocrita furibondo infatuato di pretensioni chimeriche intorno all’autorità pontificia, coprendo la sua ambizione col pretesto di vendicare la causa di Dio, trae sull’Italia i fulmini delll’Alemagna. Dall’urto del sacerdozio e dell’impero sortono varie repubbliche; ma formate coi rottami di principati, stabilite sui privilegi della nobiltà contengono i germi della dissensione e della morte. Dei tiranni o domestici o stranieri corrono per smembrare queste masse, o si fanno tra di loro mille guerre particolari che si confondono in una guerra generale. I limiti degli Stati segnati col sangue de’ popoli sono scancellati dall’ambizione, le vittorie divengono il principio della decadenza del vincitore: degli Stati scompariscono ingojati dai circonvicini; altri si allargano e per mancanza di legame si sfasciano: tutte le forme cangiano, ma la discordia rimane. I papi scomunicano, combattono, negoziano per farsi degli Stati. Gl’imperatori calano di quando in quando in Italia per riprendere il fantasma dell’impero. I re francesi spinti dalla loro inquietudine o da quella della loro nazione hanno il furore di conquistare Napoli e Milano. L’ombra della libertà accompagnata dalla licenza, dal terrore, dall’ambizione colla maschera del patriottismo scorre sopra Genova, Firenze e Venezia. I nemici dell’Italia divisi d’interesse, rivali di potere, contro ogni regola di giustizia e di politica si riconciliano in un momento alla voce, d’un pontefice macchiavellista e guerriero, e vanno a piombare d’accordo sulla tiranna dell’Adriatico. Il di lei senato che si era conservato immobile in mezzo alle rivoluzioni degli altri Stati, e che a loro spese aveva imparato l’arte d’ingannare e d’imbrigliare il popolo; il senato negozia e combatte, la lega di Cambray, unita dal risentimento e dall’ambizione, è disciolta dalla perfidia e dalla gelosia. Fazioni continue s’innalzano, s’urtano e cadono per rialzarsi di nuovo: congiurati e tiranni periscono a vicenda. Schiere d’armati scorrono l’Italia e vendono il loro sangue per vivere. Le scosse degli Stati circonvicini si comunicano ai nostri, e la morte e la nascita d’un re di Spagna, di Francia o d’Alemagna eccitano delle rivoluzioni nell’Italia.

Ella reagisce per qualche tempo contro tanti sforzi stranieri, e le sconfitte egualmente che le vittorie deteriorano la di lei sorte. Gl’interessi della religione da Costantino in poi infelicemente sempre frammisti con quelli della politica accendono or qua, or là il fuoco della guerra, o servono di pretesto a delle sedizioni. In questi tempi di demenza il genio italiano mostra tutta l’estensione delle sue forze, e produce delle virtù che ci trasportano d’ammirazione a fianco di delitti che ci agghiacciano d’orrore. Finalmente l’Italia per l’addietro più tempestosa de’ mari che la circondano, quasi esaurita di forze, cade in paralisia divisa in piccoli principati senza virtù, senza gloria e senza libertà.

Alla vista di queste scene d’orrore il saggio maledice tutti i tiranni, piange sulle divisioni de’ popoli, e nelle sue meditazioni si dimanda: sarà egli possibile inviare sull’Italia uno spirito di pace che non sia quello delle tombe...? La filosofia avrà ella voce forte abbastanza per richiamare alla vita queste masse disorganizzate e morte...? Ella è stata accusata di non venire che a passi lenti ad annunziare la rovina delle nazioni. Ma ella ha risposto a questa calunnia strappando lo scettro di mano ai tiranni dell’America, traendo la Francia dall’abisso del dispotismo in cui giaceva da molti secoli, e l’Italia le dovrà la sua rigenerazione malgrado i clamori dell’ignoranza e le predizioni della malignità.

Io dimostrerò quali siano i governi liberi [1]; quale d’essi meglio convenga alla felicità dell’Italia; quali precauzioni debbansi usare per sistemarlo. Prendiamo la cosa da’ suoi principj [2].

La voce imperiosa del bisogno chiama l’uomo alla società, la natura ve lo fa nascere; l’abitudine ve lo ritiene; la presenza de’ suoi simili gli agita l’anima aggradevolmente, e l’orrore della solitudine lo spinge a ricercarli. Conviene che l’uomo s’avvicini all’uomo per accendere la fiaccola della ragione, convien che unisca le proprie alle altrui forze per soggiogare e volgere a suo profitto gli esseri che lo circondano.

Ma l’ignoranza comune del bene, la concorrenza di molti in un solo oggetto, l’impetuosità de’ desiderj naturali, la facilità di soddisfarli con danno degli esseri associati porterebbe presto il disordine nella società, se non vi fosse una forza dominante che reprimendo le forze parziali, difendendo il debole dagli insulti del potente, sventando le insidie tese dall’astuzia alla semplicità, assegnando a ciascuno il posto che gli conviene, facendo convergere gl’istinti particolari verso d’un centro comune, non preservasse la massa della società da qualunque attacco distruttore.

Ora gli uomini associati, benché diversi di facoltà, sono eguali in diritti. Tutti tendono egualmente alla felicità, ed essi soli sono arbitri e giudici di ciò che nuoce o conferisce al loro benessere. Nessuno può dunque stabilire de’ piani di pubblica condotta, e sforzare gli altri a seguitarli, se non ha ottenuto il consenso espresso o tacito dalla società. Tocca ad essa, e ad essa solamente dire ad uno o a più de’ suoi membri: dettatemi delle leggi, ch’io vi concederò parte delle mie forze per farle eseguire. Essa sola può loro dire: cessate, che dalle vostre leggi non sento in me nascere la felicità. I sistemi che deve seguire la società possono variare col corso de’ secoli e degli avvenimenti, ma il diritto d’approvarli fondato nella natura è come cosa inalterabile. Egli è indipendente dall’ambizioso che usurpa e dal vile che si vende. Egli sussiste quand’anche sia oppresso dalla forza, egli non si perde per alcuna prescrizione, egli non può essere avvinto dalle disposizioni degli antecessori nostri eguali: la natura che loro diede il dritto di scegliersi un piano di pubblica condotta, ha dato lo stesso dritto alla posterità, e ciò che essi innalzarono, essa lo può con egual dritto rovesciare [3].

Ma l’esperienza di tutti i secoli attesta che la facoltà di dettare delle leggi, e la forza di farle eseguire, ossia il governo, respinge o trae sui popoli la felicità secondo la destrezza e la probità di quegli a cui è confidato. Non fia dunque meraviglia se in tutti i secoli i popoli dimandarono a chi dovevano consegnarlo.

La persona morale nelle cui mani debbesi rimettere il governo, tale debb’essere che non abbiansi a temere né gli effetti dell’ignoranza, né le risoluzioni precipitose, né le determinazioni del capriccio, né gli eccessi delle passioni. Il potere affidato debb’essere così limitato in estensione ed in durata, che la sommissione «delle volontà particolari lasci sussistere, e la sovranità degli associati, e l’eguaglianza di ciascheduno e l’esercizio espedito de’ loro naturali diritti; cosicché ciascun goda della sicurezza della sua persona, della libertà nelle sue opinioni, del pacifico ed invariabile possesso della sua proprietà e della sua industria.

Se alla luce di questi princìpi esaminiamo la monarchia, e in generale qualunque dignità ereditaria, decideremo ch’ella è ingiusta perchè viola l’eguaglianza naturale; ch’ella è assurda perchè suppone l’eredità de’ talenti necessarj ad eseguirne i doveri; ch’ella è dannosa perché somministra i mezzi di sacrificare la pubblica libertà all’ambizione, all’interesse di un solo.

Tale è difatti la natura dell’uomo che tende continuamente ad estendere il suo potere, e sforza gli esseri che lo circondano a travagliare alle di lui felicità. Un monarca dunque deve farsi unico centro ed a sé solo riferire tutti i moti che eccita nello Stato, e. servirsi del potere confidatogli per soddisfare le proprie passioni. Egli deve risguardare i suoi sudditi come artefici del suo lusso, strumenti della sua grandezza, vittime de’ suoi capricci e della sua ambizione. Io non veggo nel cuor de’ monarchi nessuna forza che possa arrestare l’esercizio d’un potere che loro offre dei piaceri numerosi e indefiniti, ed equilibrare l’inclinazione che gli spinge ad agire in senso privato esclusivamente. Un’educazione depravata loro lascia ignorare che sono uomini; l’inesperienza del dolore li rende insensibili alla pubblica miseria; l’ignoranza del male loro impedisce d’arrossirne; la sicurezza dell’impunità agguerrisce la loro coscienza contro la vergogna ed i rimorsi. Essi non si veggono d’intorno che l’immagine dell’abbondanza e del lusso che copre al loro sguardo i cenci del povero; non sentono che la voce perfida dell’adulazione che dice loro ad ogni momento voi siete altrettante divinità; tutti gli oggetti che li circondano loro danno delle lezioni di fasto, d’orgoglio e d’ambizione. Consultate la storia delle monarchie, ossia gli annali del vizio, e vedrete i monarchi bevere a lunghi sorsi nella tazza della voluttà, addormentarsi in seno alla mollezza, e non risvegliarsi che per correre in traccia di nuovi piaceri. Voi li vedrete confidare le redini del governo a degli uomini che sono il disonore della specie umana, ma che si presumono avere tutte le virtù perchè hanno il vantaggio d’avvicinarsi alle loro persone uomini che si fanno di buon grado loro schiavi per essere i tiranni del popolo, che comandano con tanto maggior orgoglio quanto più servilmente obbediscono, che armati d’un potere precario, avidi di goderne, incerti sulla durata ne sforzano tutte le molle, insensibili alla pubblica miseria se cangiasi in loro privato vantaggio. Voi vedrete la perfidia, l’ambizione, l’interesse e l’ignoranza assidersi ne’ consigli de’ monarchi, ed escluse la saggezza e la virtù. La spada della loro giustizia invece di scorrere indistintamente sopra tutte le teste, ed abbattere quanto si solleva fuori del piano orizzontale nel quale si move, s abbassa per colpire la plebe, e s’innalza per non sturbare ne suoi delitti la nobiltà.

Delle bestie feroci colla maschera d’uomo appiattate sotto del loro trono divorano tranquillamente le spoglie della nazione, che cinta da una soldatesca insolente, costretta a dissimulare e a tacere, storna i suoi sguardi e vela le sue lagrime. Se per l’eccesso de’ mali si sollevarono alcune volte i popoli in massa e dopo avere tinti i loro pugnali nel sangue dei monarchi, ne dispersero le infami membra sull’estensione dello Stato, questa giustizia santa loro non fu salutare, se non quando spezzarono il trono, lo scettro e la corona. La superba Albione ci mostra le pagine della sua storia scritta col sangue de suoi tiranni, ma avendo conservato la monarchia, ella geme ancora sotto un dispotismo tanto più barbaro quanto che lascia sussistere l’ombra della libertà. L’Asia ha pugnalato mille despoti, e i monarchi sono ancora despoti nell’Asia.

Perdonate, lettori, se per mostrare che la monarchia è distruttrice della libertà, ho forzato il vostro spirito a contemplare il quadro orribile dei mali che essa produce. Ma io scrivo in Italia, in cui la ombre de’ secoli che copre alcune monarchie le rende inviolabili e sacre agli occhi della moltitudine, che sempre condotta dall’abitudine e dall’opinione, si persuade facilmente che quelli che l’hanno governata per lungo tempo, hanno effettivamente dritto di governarla, e non osa gettare lo sguardo sopra del trono per leggervi sulla base scritto in caratteri di sangue usurpazione e tirannia.

Io parlo in Italia, in cui l’uomo impostore persuade all’uomo armato, ch’ei tiene dal cielo il dritto d’opprimere i suoi simili, trasforma gli ordini del despota in Oracoli, la resistenza de’ sudditi in rivolta contro la divinità, e grida ai popoli con un’audacia impudente: « Vili truppe di schiavi abbassate la fronte alla presenza d’un essere privilegiato, e d’una natura a voi superiore. Egli è l’ immagine viva della Divinità sulla terra; giudicatene dal fulmine che ha tra le mani, e dalla morte che gli s’asside a fianco e vola a suoi ordini. Se la natura vi comanda di conservarvi, se vi permette di difendervi, se vuole che cerchiate la felicità, l’Altissimo vi ordina che deponiate questi dritti a piedi del trono, e vi lasciate divorare senza lamentarvi. Dio ha veduto sulla terra il delitto, egli vi ha spedita l’oppressione; i re ne sono i ministri, soffriteli in pace e morite.»

Il quadro dell’aristocrazia ci presenta dei colori più foschi e ci colpisce l’animo con un orrore più profondo. Io veggo in questo governo una moltitudine di tiranni che cospirano d’accordo contro la felicità del popolo. La loro oppressione è tanto più dura quanto è più riflessa, meglio concertata e stabilita su di un sistema inalterabile e uniforme come il corso de’ secoli. Le passioni di un solo cangiano col tempo e scompariscono con lui, quelle d’un corpo sempre sussistente, animato dallo stesso spirito, imbevuto dalle stesse massime, spinto dagli stessi interessi, sono d’una natura immutabile ed immortale. Le basi di questo governo sono il terrore e la diffidenza. Sentendo gli aristocrati la loro debolezza al cospetto della moltitudine giustamente gelosa della loro autorità» si circondano di spavento por prevenire e reprimerne le rivolte. Persuaso ciascun d’essi che il popolo non può estendere il suo affetto sopra di tutti egualmente, e che ha bisogno di crearsi un idolo sopra di cui riunirlo, persuaso che un solo spalleggiato dal popolo potrebbe sbalzare il restante, diffidando ciascuno d’essere il prediletto, ed incerto della riuscita, ciascuno deve risguardare i suoi eguali con occhio d’inquietudine e di gelosia, né può tranquillizzarsi se non quando li vede coperti dell’odio popolare; l’odio popolare è il legame più forte dell’aristocrazia.

Nella monarchia si possono dare delle combinazioni eventuali che insieme confondano gl’interessi di chi comanda con quelli: di chi obbedisce; l’aristocrazia sembra essere un muro di bronzo che li tiene perpetuamente divisi, e se queste combinazioni non sono affatto impossibili, sono per altro minori in numero, e di più corta durata. La debolezza degli aristocrati congiunta alla impossibilità di farsi amare loro persuade a spargere per tutte le classi la diffidenza per impedire contro d’essi la riunione, e nello stesso tempo involgersi nell’oscurità per eccitar maggior rispetto e nascondere le loro mire. Le loro leggi di sangue non devono dunque spingere gli uomini alla virtù, ma piuttosto reprimere le voci della natura, abbassare il merito che si distingue dalla folla acciò non venga lacerato il velo sotto di cui formano le catene alla nazione [4]. L’aristocrazia tiene tra le mani la bacchetta di Tarquinio, e abbatte correndo tutto ciò che grandeggia sopra il restante. Ditelo voi popoli infelici che gemete sotto la veneta oligarchia, sotto quel dispotismo che inquieto e sospettoso cammina nelle ombre della notte tra gl’inquisitori di Stato ed i carnefici; che favorendo le delazioni fa tremare l’innocenza la quale sdegna l’affetto degli iniqui e ricusa di comprarne il silenzio; che spargendo delle spie perfino tra le domestiche mura getta nell’animo de’ cittadini i più crudeli sospetti, soffoca le espansioni dell’amicizia e del sangue, e lascia incerto se abbracciando un amico non siasi abbracciato un delatore; che guata con maggiore inquietudine i sudditi più pacifici che i nemici più terribili dello Stato; che ravvisando in ciascun cittadino un traditore confida le sue armate allo straniero; che mantiene la pubblica quiete collocando un giogo di ferro sopra la testa di tutti, ed un freno alla bocca acciò non gemano; che ammollisce con tutte le seduzioni dei sensi e fa del piacere un ministro della tirannia» ditelo voi infelici Veneti se sotto l’aristocrazia l’uomo gusti di quelle felicità a cui la natura lo destina?

Strappiamo lo scettro di mano agli aristocratici per consegnarlo al popolo e ritiriamoci in disparte per osservare come lo maneggi. Manca al popolo la forza intellettuale per sollevarsi a quel punto di vista da cui si dominano tutti gl’interessi d’una nazione. Le sue leggi calcolate sopra circostanze momentanee, e sopra rapporti parziali, non possono estendersi sopra del futuro, né corrispondere alla somma di tutte le sociali relazioni. Il popolo dominato dallo spirito di vertigine non può seguire quel procedimento stabile che permette a ciascuno di fissare il suo sistema d’ingrandimento, e gliene assicura il successo. Il popolo, spinto dalle mozioni impetuose e rapide dell’entusiasmo, oltrepassa i limiti che gli prescrive la ragione e porta all’eccesso il bene come il male; egli confonde la giustizia colla crudeltà, la prudenza colla furberia, la moderazione coll’avvilimento, l’umanità colla debolezza e sostiene colla violenza le risoluzioni prese nel tumulto. Da questi elementi sorte quello spirito di contraddizione che nell’eccesso dell’ardire mostra vicino un eccesso di debolezza; che nell’entusiasmo con cui approva un progetto lascia travedere il desiderio di rigettarlo; che abiura i suoi amici quando servendola si sforzano di contenerlo; che nemico de’ mezzi legali che lo arrestano, diviene docile strumento di chi lo adula. Una assemblea popolare è il teatro in cui vengono a contesa le più grandi passioni, l’avidità degli uomini cupidi, l’interesse degli inquieti, l’orgoglio degli ignoranti, l’ambizione degli usurpatori. Non è possibile che il popolo s’arresti in una attitudine ferma e tranquilla; egli si divide presto in fazioni; un fanatismo contagioso s’impossessa di tutti i cuori; dispute, intrighi, minacce e sangue si succedono a vicenda, e la tragedia finisce colla comparsa d’un despota che intima i suoi ordini e tutto sottomette. La democrazia assoluta è dunque anch’essa uno scoglio contro cui va a rompere la libertà.

Ci eravamo proposto di determinare a chi dovevasi confidare la facoltà di dottar leggi ed il potere di farle eseguire. Invitati dalla idee di apparente semplicità ci siamo accinti all’esame del governo monarchico, aristocratico e democratico. I mali che da ciascuno abbiam veduto emergere, ci spingono a cercare la pubblica felicità in qualche politica combinazione, da cui allontanavasi tacitamente lo spirito insofferente di dettagli e di giri tortuosi. Sarebbe per altro troppo lungo e nojoso l’esame, se volessimo analizzare i modi tutti, con cui si possono combinare la facoltà legislativa ed il potere esecutivo, e quante e quali barriere si possano loro opporre acciò non divengano oppressive. Solleviamo lo spirito fissando dei principj. La sovranità risiede essenzialmente nell’universalità de’ cittadini. Ma parte di questa sparsa nelle campagne, è occupata a trarre le ricchezze dalle glebe, parte le modifica e le rende atte ai comodi della vita; altri le fanno circolare per tutto lo Stato o le trasportano allo straniero; altri vegliano sulle frontiere della patria per spiare la condotta e rispingere gli asfalti dei nostri nemici: onde alla maggior parte de’ cittadini mancano il tempo e i mezzi per istruirsi a fondo sugli oggetti di pubblica istituzione. Altronde abbiamo di sopra provato quali inconvenienti emergano dalla sovranità esercitata immediatamente dal popolo. Queste ragioni dimostrano che il popolo deve scegliersi dei rappresentanti, loro confidare la cura de’ suoi affari politici, i e mentre questi meditano profondamente sulla formazione delle leggi e sul modo di farle eseguire, il popolo deve entrare ne’ solchi delle campagne, ne’ banchi di commercio, nel campo di Marte per alimentare la patria, vestirla e difenderla.

Ma i rappresentanti del popolo non lasciano d’essere uomini, e sotto la maschera della virtù nascondono molte volte de’ progetti liberticidi, o resisterebbero difficilmente alla tentazione d’abusare d’un’autorità se fosse illimitata. La difficoltà del problema consiste dunque nel distribuire i poteri in modo che non sia probabile che uno tragga a sé e sottometta gli altri, o tra questi si faccia una lega contro la pubblica sicurezza. Nel silenzio del gabinetto lo spirito sedotto dalle parole centro, concatenazione, dipendenza, parole che avvicinando gli oggetti gliene facilitano la percezione, lo spirito io dico per abbreviarsi la fatica tende a restringere in poche mani le varie funzioni che devono esercitare i rappresentanti del popolo, e farle dipendere da un solo principio motore. Ma l’esperienza distrugge questi edificj innalzati da una ragione imbecille [5] e ci insegna che quella organizzazione di funzioni e di poteri che li riunisce e confonde nelle medesime mani, s’avvicina al dispotismo d’un solo; ella ci dice che la facoltà di fare le leggi, per non distruggere la libertà, debb’essere disgiunta e indipendente affatto dalla forza di farle eseguire. Il re d’Inghilterra, a cui compete il diritto di segnare le leggi del parlamento, regna dispoticamente sotto le apparenze della libertà; giacché avendo inoltre in mano il potere esecutivo possiede tutti i mezzi per corrompere i rappresentanti del popolo; e le sue speculazioni si riducono a fissare la tariffa della loro probità [6]. La convenzione nazionale rivestita d’un immenso potere forse avrebbe rovinato la Francia, se la probità di molti de’ suoi membri non avesse diretto la convenzione, se non fosse stata circondata dall’incendio della rivoluzione, che la spingeva continuamente entro i confini della giustizia, se una guerra disastrosa non avesse incusso un timor comune e confuse le private passioni in quella della pubblica utilità, ed io ardirei farle delle rimostranze, se il sentimento triste e profondo de’ suoi errori non le avesse fatto abbracciare delle verità che erano per essa tanti rimproveri, e non avesse proclamato una costituzione che, modificata in alcuni articoli, farebbe la felicità della Francia. In questa costituzione i legislatori hanno tutti i mezzi per formare delle sagge leggi, e nessuno per farle eseguire; il direttorio ha tutta la forza per promovere l’esecuzione, ma una barriera impenetrabile lo separa dal corpo legislativo.

L’esperienza ha dimostrato parimenti quanto le passioni, che possono introdursi in una assemblea di legislatori, le divisioni che posson nascervi, l’intrigo d’alcuni faziosi, l’audacia d’alcuni scellerati, l’eloquenza d’alcuni oratori, quella effimera riputazione che è sì facile acquistarsi, possono suscitarvi dei movimenti che niun ostacolo può raffrenare, cagionare una precipitazione che non riconosce alcun limite, e produrre dei decreti che possono far perdere al popolo il suo benessere e la sua libertà se si conservano, ed alla rappresentanza nazionale la sua forza e la sua considerazione se si abrogano. Appoggiati su questi motivi i Francesi divisero il corpo legislativo in due camere che deliberano separatamente, che non s’uniscono giammai, una delle quali cioè quella de’ giovani composta di 500 propone le sue risoluzioni, e l’altra cioè il consiglio de’ seniori composto di 250 membri rigetta o approva, e trasforma le risoluzioni in leggi.

Ma se la divisione del corpo legislativo in due camere paralizza ed annulla gli effetti dell’entusiasmo e delle fazioni, la divisione stessa ci espone ad un inconveniente probabile qual è che la maggioranza del consiglio de’ seniori può distruggere le risoluzioni dei juniori, e quindi la minorità del corpo legislativo può annullare la volontà della maggioranza assoluta, inconveniente gravissimo che forse può far dimenticare i difetti d’una sola camera. Mi pare altronde che si potrebbero sfuggire gli effetti dell’entusiasmo facendo percorrere, dirò cosi, alle decisioni certe forme ed intervalli pria che fossero trasformate in leggi, forme ed intervalli che calmando il bollore d’un’assemblea in fermento dessero luogo alla ragione. A questo proposito sarà bene di notare che gli effetti dell’entusiasmo, le risoluzioni precipitose sono tanto meno da temersi, quando più una nazione è lontana da quel grado di calorico al quale rapidamente s’inalza l’imaginazione francese. Quanto poi all’intrigo ed alle fazioni dirò, che se la divisione del corpo legislativo ne sminuisce in parte l’influenza, dà nascita dall’altra ad uno spirito di superiorità quasi direi d’albagìa ne’ seniori, d’umiliazione ne’ juniori, per cui questi non discutono più gl’interessi della nazione con la libertà che conviene, inaspriti dal dispetto, arrestati dal timore d’incorrere in quella specie di disonore che nella mente del popolo si forma, contro un’opinione rigettata da un’autorità legittima. La vanità puntigliosa essendo intimamente unita ai corpi morali, il mezzo più facile per eccitar delle dissensioni e delle gare si è di metterle in relaziono tra di loro.

Se per altro non si volesse scancellare l’articolo della costituzione francese che richiede divisione nel corpo legislativo, mi pare che si dovrebbe rigettare quella divisione che fa dipendere una legge da una minorità debolissima, voglio dire che la parte che propone dovrebbe essere minore di quella che approva o rigetta. Sieno 200 quelli che risolvono, e 100 quelli che trasformano le risoluzioni in leggi; in questo caso 51 membri possono annientare la volontà di 249; al contrario se i 100 propongono e i 200 approvano o rigettano» allora almeno 101 membri sono necessari per annullare un progetto voluto da 199; resterebbe così sminuito di molto il numero dei casi in cui la minorità annienta la maggioranza. Voi mi direte che siccome il secondo consiglio non trasforma in leggi che le risoluzioni del primo, nascono due inconvenienti anche dalla mia opinione; 1° che il primo consiglio non proponga quanto il secondo esigerebbe volentieri in legge; 2° che sebbene venga proposto, la maggioranza del primo le rigetti, e così si cade di nuovo nell’inconveniente d’una minorità debolissima distruttrice d’una grande maggioranza. Rispondo che il primo caso è affatto improbabile per non dire moralmente impossibile, e di ciò abbiamo per garante se non l’amore del pubblico bene almeno la vanità di ciascun membro che, inquieto, va ricercando gli oggetti tutti che risguardano la pubblica felicità per imprimere sopra di tutti la marca del suo sapere. Il secondo caso è meno improbabile, ma almeno non constarebbe realmente che una grande maggioranza è stata vinta da una minorità debolissima; e inconveniente per inconveniente, mi pare che si debba scegliere quello che meno urta l’opinione: altronde non constando la collisione resta assopita l’idea di risentimento. Si potrebbero, secondo che io ne giudico, sminuire in parte i danni della divisione facendo che le risoluzioni del primo consiglio non dovessero dipendere dalla maggioranza assoluta del secondo, ma dalla maggioranza assoluta dell’intero corpo legislativo.

Mi spiego: le risoluzioni del primo consiglio, cioè del più piccolo, passano alla discussione del secondo cioè del più grande. Si uniscano i voti affermativi dell’uno con quelli dell’altro, lo stesso si faccia dei negativi, e la maggioranza assoluta approvi o rigetti la risoluzione.

Un potere non diviene abusivo semplicemente per la sua estensione, ma per la sola sua durata. Se questo potere restasse in disposizione d’un uomo o d’un corpo per lungo tratto, il corso degli avvenimenti condurrebbe, o le passioni farebbero nascere quella combinazione di cose, che favorisce il privato vantaggio a spese del pubblico. L’esperienza ha dimostrato la verità di quanto diceva Catone, che a forza d’essere buon senatore si diviene cattivo cittadino. È dunque necessario determinare i limiti del tempo in cui un potere finisce. La ragione non può fissarli matematicamente, e si restringe a dire in generale che la durata d’un potere deve essere in ragione inversa della sua estensione, e questo è il motivo per cui la dittatura romana durava meno di qualunque altra funzione, e cessava immediatamente che era passata l’urgenza del bisogno, dictaturæ ad tempus sumebantur [7]. Se però la durata debb’essere così corta che il desiderio dall’abuso non abbia ’.tempo a realizzarsi, ella deve essere sì lunga che prevenga gli errori dell’inesperienza e l’instabilità de’ sistemi che dal continuo cangiamento emergerebbero necessariamente.

Ella è veramente un’idea felice e profonda quella che propone di cangiare per parte e successivamente i membri che formano le potestà costituite. Questo metodo conserva ed eternizza lo stesso spirito di condotta ed arresta nella sfera della semplice possibilità i desiderj oppressivi.

Chiunque ha scandagliato il fondo del cuore umano e conosce la forza delle passioni a cui pochi ostacoli resistono, la loro destrezza nel cogliere i momenti propizj, la loro avvedutezza nel prevederli, i sofismi con cui colorano i loro rei disegni, la vigilanza con cui tendono alla loro esecuzione, destrezza e vigilanza che fa nascere l’abuso a fianco del dritto, e produce il disordine nel seno dell’ordine stesso, chiunque dico conosce il cuor umano, concepirà un’idea grande della costituzione francese che seguendo le diramazioni del potere legislativo ed esecutivo, fissa sempre l’estensione e la durata in modo che gli atti liberticidi sieno del tutto improbabili secondo il corso costante delle passioni. Io non seguirò queste diramazioni per rilevarne la precisione e i vantaggi; mi basta d’avere provato in generale la necessità di separare il corpo legislativo dal potere esecutivo, di unire il corpo legislativo fisicamente in una sola camera o moralmente raccogliendo i voti, finalmente di fissare i limiti della durata de’ varj poteri. Ora conviene sciogliere una quistione ed è: se in conseguenza del principio della eguaglianza tutti abbiano dritto ad essere funzionarj pubblici, come pensarono degli ignoranti in delirio o come de’ perfidi illuminati mostrarono di credere per calunniare la Francia.

Egli è evidente che la natura avendo sparsa l’ineguaglianza ne’ corpi, negli spiriti, ne’ cuori, che l’educazione e la fortuna avendola accresciuta, questi sono chiamati all’esercizio di certe funzioni, mentre quelli hanno tutti i titoli d’esclusione. Egli è chiaro che se una persona ha cuor di coniglio non può pretendere il comando delle armate, un’altra ad occhio di talpa debb’essere esclusa dal seggio de’ legislatori. Il dritto d’eguaglianza altro non richiede se non che tutti i cittadini, qualunque sia la loro origine, il loro culto, la loro professione, sieno soggetti alle stesse leggi, che le stesse virtù conducano agli stessi onori, che agli stessi delitti sia fissata la pena istessa, che gli aggravi siano divisi in ragione delle facoltà, ed i vantaggi in ragione del merito, che tutti i cittadini possano elevarsi a qualunque dignità, purché abbiano le qualità richieste per esercitarle, e che ne siano irrevocabilmente esclusi allorquando ne sono privi. Per altro questa parzialità preziosa, questa ineguaglianza necessaria fondata sul diverso grado di capacità è ben diversa da quella a cui ha dichiarato guerra la filosofia, ineguaglianza che annientando ogni idea di virtù, riducendo tutto ad un ingiusto livello sostituisce al merito naturale figlio delle personali qualità, un merito fattizio figlio del capriccio, dell’irragionevolezza e dell’azzardo, ineguaglianza che ci ascrive ad onore i pregi degli avi, la nobiltà chimerica del sangue, i privilegi dei despoti, ineguaglianza che per gli stessi delitti dà delle pene diverse, che chiama questo alle cariche, benché manchi di talenti per disimpegnarlo, che esclude quello dagli onori, sebbene vi abbia tutti i dritti, che isolando i cittadini li rende infelici e stranieri in mezzo alla loro patria, ineguaglianza necessariamente nociva, perchè dispensa dall’avere delle virtù e fa pentire degli sforzi fatti per acquistarle. L’ineguaglianza al contrario approvata dalla filosofia non inasprisce l’animo sembrando facile il superarla. Un sentimento profondo dice all’uomo che per mezzo d’una volontà ferma d’un coraggio sostenuto d’una meditazione profonda può sollevarsi a qualunque rango, ed allorché la sua fierezza non lo inalza, l’indolenza lo indormenta e l’amor proprio lo consola mostrandogli questa lusinghiera possibilità. Egli non freme schiavo disarmato, ma si abbandona al riposo dopo essersi ritirato volontariamente dalla folla de’ concorrenti [8].

Non m’arresterò a fare l’applicazione di questa ineguaglianza ai funzionari pubblici; cioè a dire non svilupperò le qualità delle quali conviene essere dotato per esercitare qualche politica funzione: queste sono stese in dettaglio nella costituzione francese del 1795. Mi ristringerò a farvi qualche aggiunta e a rilevare qualche inesattezza.

Se in una materia sì grave fosse lecito prestare orecchio alla vanità nazionale, io direi che la costituzione italiana dovrebbe richiedere nei funzionarj pubblici minore età di quella che è richiesta dalla costituzione francese, ed in conseguenza promuovere maggior concorso de’ candidati. Difatti gli scrittori della Francia acquali si può credere quando sparlano della loro nazione, pingendo il carattere di lei vi fanno entrare come elemento primario una leggierezza, un’incostanza che passa i limiti della comune misura. Questa leggierezza ed incostanza che prolunga lo stato dell’infanzia, e restringe l’impero della ragione in quello spazio di vita in cui l’uomo decade dal maximum di vigore, questa leggierezza io dico che nelle altre nazioni presto è scancellata dal giudizio, richiede che i Francesi non entrino nel santuario delle leggi o in altre pubbliche funzioni se non avanzati in età, in conseguenza minore è il numero di quelli che vi possono aspirare, ed è più ristretta la libertà della scelta.

La costituzione francese volendo che le leggi siano figlie d’una matura ragione, esclude dal consiglio dei 500 gli uomini minori di anni 30, e dal consiglio de Seniori gli uomini minori d’anni 40, e poi per una inconseguenza che ha qualche cosa d’amabile non fissa l’altro termine d’esclusione ed osserva un profondo silenzio sulla vecchiaja. — Che la mia mano si dissecchi pria di scrivere una linea contro la venerabile canizie, e ne’ vecchi miei giorni sia condannato al dileggio d’una gioventù insolente, se fu mai mio scopo di deviare i sentimenti della natura, e sminuire il rispetto dovuto alla canuta età. Io vorrei anzi che la venerazione che mostravano ai vecchi i cittadini di Sparta fosse trasfusa ne’ repubblicani moderni che tentano calcarne l’orme gloriose. Dopo questa solenne protesta mi sarà lecito osservare che la debolezza organica de’ vecchi, il loro stato quasi sempre valetudinario, il loro timor naturale de’ pericoli, l’eccessivo loro amore della quiete, la diffidenza che accompagna la debolezza, l’indolenza che segue l’età, la certezza di non godere i frutti lontani di sforzi coraggiosi, la difficoltà di credere possibili delle imprese di cui gli anni li rendono incapaci, la ragione che si offusca a misura che si avvicina al suo termine, la durezza dei travagli ne’ funzionarj pubblici durante la pace e la guerra; tutto dimostra che i doveri della legislazione e molto più quelli del potere esecutivo sono incompatibili colla vecchiaja. L’uomo arrivato ad una certa età rimane semplice spettatore di sua esistenza senza più prendervi parte, e vede i suoi tristi giorni passare avanti di lui come se fossero i giorni d’un altro. Ora a misura che si raffredda il sentimento personale, sfumano e si disseccano gli altri sentimenti tutti da lui nudriti ed animati. In mezzo a queste rovine non rimane che un’agghiacciata ragione incapace d’innalzarsi a qualche cosa di grande e di sublime. Allora egli è tempo che l’uomo scenda dal palco e dopo avere meritato gli applausi dell’ammirazione gusti in disparte il rispetto che deve eccitare la memoria delle sue passate virtù.

Io tirerò volentieri un velo sopra le debolezze di quelli che malgrado i loro capelli bianchi vollero continuare il personaggio d’attore, purché mi si permetta di desiderare in T. Livio maggior critica quando ci pinge de’ vecchi senatori seduti intrepidamente sulle loro porte, mentre i Galli scorrono Roma colle fiaccole alla mano ed attaccano il Campidoglio. Fondato su queste ragioni io vorrei che rimanessero esclusi dalla legislatura quelli che sono giunti all’anno sessantesimo. Se poi raggiriamo, l’attenzione sui primi tempi delle rivoluzioni, tempi in cui i pericoli riproducendosi sotto tutte le forme richieggono tutta l’intrepidezza del coraggio, gli affari moltiplicandosi ad ogni istante vogliono una attività indefessa, le ree passioni inviluppandosi nel più denso velo della simulazione è necessaria una ragione avveduta ed estesa per seguirne le traccie e smascherarne le mire; se riflettiamo che il coraggio nel sormontare gli ostacoli corrisponde allo stimolo del desiderio e della speranza di gustare i vantaggi della rivoluzione, questo stimolo è più forte a proporzione dello spazio che ci resta a vivere e si estingue col crescere degli anni, se riflettiamo che l’indebolimento del coraggio deve corrispondere alla dorata della sofferta schiavitù, che la memoria del passato spaventa ancora le immaginazioni che più non godono di tutto il loro vigore; queste ragioni insieme unite ci persuaderanno a non introdurre nella legislatura ne’ primi sei anni della rivoluzione che degli uomini le cui età contengansi tra gli «venticinque a cinquantacinque.

Secondo la costituzione francese i membri del direttorio devono avere almeno anni 40. — Oltre l’inesattezza di non avere fissato l’altro termine esclusivo, io rifletto che il potere esecutivo deve avere il maximum d’attività; dunque conviene che i di lui membri siano in quello spazio della vita in cui la giustatezza e la profondità del giudizio è congiunta col massimo vigore dell’età. Mi sembra dunque che si debbano fissare per primo termine gli anni trentacinque, e per secondo cinquantacinque e che questi due termini debbano essere immutabili.

Rifletterò per ultimo sull’articolo dell’età ammessa per necessaria la divisione del corpo legislativo in due camere, mi sembra più speciosa che solida, più sistematica che utile la legge che nella prima fissa la gioventù, e nella seconda la vecchiaja. Se questa disposizione fa risaltare i vantaggi delle due età ne rende anche più sensibili i difetti. Diffatti lo spirito della prima tendendo all’impeto, all’attività, al coraggio, avendo in vista principalmente il futuro, quello della seconda alla lentezza, al timore, alla pusillanimità, e restringendosi al presente, mi par di vedere un seme di divisione tra i due membri del corpo legislativo: anzi la sanzione di pochi seniori, in ultima analisi, facendo sola la legge deve annientare frequentemente i vantaggi della camera de’ 50.  Mi sembra che questi inconvenienti scomparirebbero se si fissassero gli stessi termini d’età per l’una e per l’altra camera, così permettendo che in ciascuna si trovassero insieme la giovinezza e la senilità, si arriverebbe a rattemprare a vicenda i difetti senza sminuire di molto i vantaggi dell’una e dell’altra età. — Il nostro spirito si guardi da certe idee lusinghiere che si presentano coi caratteri di semplicità, e per ammettere un sistema come vero ricerchi qualche cosa di più di un rapporto specioso che gliene facilita la percezione. Ammiriamo la natura che confondendo insieme gli estremi fa la bellezza e la solidità dell’universo e si ride della nostra sublime sapienza nel semplificare.

L’articolo 83 della costituzione francese richiede che nessuno possa essere membro del consiglio de’ Seniori se non è maritato o vedovo. Questa condizione tende a mettere in onore lo stato conjugale [9], a ricercare de’ legislatori che abbiano sperimentato i bisogni più pressanti della vita, e gustato i sentimenti più teneri del cuor umano. Se si rifletta per altro che i legislatori devono innalzarsi sopra tutte le umane considerazioni, che devono imporre silenzio alle parziali sensibilità per non ascoltare che la voce del pubblico bene; che il loro tempo debb’essere consacrato interamente alla patria; che a loro principalmente incombe l’obbligo d’affrontare la morte per la causa comune; che gli spasimi e le lagrime d’una figlia o d’una sposa possono cagionare de’ momenti di debolezza; se si rifletta che la corruzione de’ costumi prodotta dall’eccesso di ineguaglianza, l’insolubilità del matrimonio confermata dalle nostre costituzioni, la primogenitura combinata colla falsa decenza della nobiltà ed altri usi trasformati in leggi dalla consuetudine sforzarono per l’addietro principalmente in Italia la maggior parte delle persone illuminate ad allontanarsi dalle vie della natura e le restrinsero a coltivare l’amicizia piuttosto che l’amore; se si rifletta che l’odio de’ tiranni escludendole dai posti lucrosi le misero nell’impossibilità di sostenere con decoro una famiglia; che l’ardor della giovinezza deviato e sedotto dalla superstizione precipitò de’ grand’uomini in uno stato antisociale da cui vietarono loro di sortire l’opinion pubblica e le leggi; se si rifletta dico a tutto questo, si converrà della necessità di trasandare il detto articolo almeno per i sei primi anni della rivoluzione.

La costituzione francese che fissa i requisiti per avere dritto alla cittadinanza, l’età necessaria per poter aspirare alle pubbliche funzioni, la proprietà richiesta per entrare nelle assemblee elettorali, la costituzione io dico osserva un profondo silenzio sulle virtù delle quali debb’essere fregiato il corpo legislativo. Se per altro questo silenzio che forse scandalizzerà a prima vista, si potrebbe giustificare in qualche modo, mi pare però che sarebbe opportuna una succinta esposizione de’ vizj esclusivi dalla legislatura. Io non chiuderò severo Catone le porte del senato ad un uomo che avrà baciato la sposa in presenza della figlia, ma se ne’ misteri Eleusini l’araldo intimava ai profani, agli empj, alle anime lorde di colpa d’uscire dal recinto del tempio, il medesimo grido non dovrebbesi ripetere dalla costituzione e dire al popolo che non accompagnasse nel santuario delle leggi degli uomini che portano sul volto le marche della dissolutezza, che diedero prove d’avarizia, di viltà, di barbarie, che mostraronsi insensibili alle dolcezze della vita socievole, che sono giunti a quel grado di corruzione o di stoltezza da spezzare la pubblica opinione e non curare la patria gloria? Queste precauzioni dimostrerebbero al popolo che il senato è il tempio della virtù, che le vili passioni lontane dalla mente de’ legislatori permisero loro di calcolare tranquillamente pria di procedere alla decisione; così le leggi sortendo dal senato coi caratteri di saggezza e di virtù imprimerebbero nell’animo de’ cittadini quel rispetto augusto che appassiona l’anima ed è sorgente d’azioni eroiche e di sacrifizj generosi, e allora le leggi avrebbero peso sufficiente contro la mobilità del tempo e della sorte.

I principi stabiliti nell’antecedente paragrafo m’autorizzano a rilevare nel codice francese un’altra omissione e si è che la soverchia quantità di ricchezze debb’essere un titolo esclusivo dalla legislatura. I favoriti dalla fortuna non sono quelli che hanno l’intelletto più illuminato e ’l cuor più generoso. I bisogni fattizj nati dall’immaginazione offuscano la ragione, disseccano la sensibilità unico fonte delle sociali virtù. Ora i bisogni fattizj s’aumentano in ragione de’ mezzi di soddisfarli. Altronde le persone soverchiamente ricche avvezze a comandare con impero ad una folta turba di servi, avvezze a vedere eseguiti in un momento i minimi loro cenni, devono avere nell’animo quell’orgoglio che ricusa sottoporsi al giogo della legge ed abborre i principi dell’eguaglianza. Se l’esperienza ci dimostra che tutti i vizj della corruzione seguono le grandi ricchezze massimamente quando acquistate senza industria si conservano senza travaglio, la stessa esperienza prova che la compassione, la tenerezza, la beneficenza fioriscono, nelle classi laboriose della società in mezzo alle indigenze continuamente rinascenti ed amano per sostenersi d’essere talvolta inaffiate dalle lagrime. Scorrete la storia delle scienze e delle virtù e vedrete i grand’uomini che brillarono nelle une e nelle altre sortire dal seno della povertà o rinunciare spontaneamente alle ricchezze, sia per liberarsi dall’imbarazzo che cagionano, sia per soddisfare al bisogno pressante di far del bene. La stessa sperienza ci dimostra che se l’uomo di fortuna mediocre conserva quella nobile fierezza che ci fa fremere alla vista della schiavitù, l’uomo soverchiamente ricco avvezzo ad essere soggiogato dai bisogni non ha una fibra che risuoni all’indipendenza, e in lui l’orgoglio s’unisce alla viltà. Se giriamo lo sguardo intorno,  noi vedremo l’aristocrazia alzare il capo nefando in mezzo alle grandi ricchezze, mentre la democrazia è sparsa tra le persone che non hanno che della moneta di ferro. Se consultiamo la storia ella ci dirà che la rivoluzione francese non trovò alcun ostacolo nella piccola nobiltà e nel basso clero, ma ne’ nobili milionarj, ne’ vescovi doviziosi rinvenne de’ nemici che le contrastarono il terreno palmo a palmo, e le fecero pagar caro la vittoria. Le ricchezze dell’Asia minore generarono la schiavitù della Grecia, e Roma precipitò dal colmo di sua grandezza quando ebbe a’ suoi ordini i tesori dell’oriente. I Sueoni, dice Tacito, onorano le ricchezze, perciò si sono sottomessi ad un monarca assoluto. Le provincie più ricche de’ Paesi Bassi furono ritenute ricondotte sotto il giogo spagnuolo mentre le più povere, quelle che erano quasi sommerse dai flutti riuscirono con degli sforzi più che umani a staccarsi dalla Spagna ed assicurarsi l’indipendenza. Ho dunque ragione di chiedere che dalla legislatura sieno escluse le persone soverchiamente ricche, così si sfuggirà il pericolo d’avere per legislatori degli uomini ignoranti, corrotti, aristocratici, potenti ad eccitare e nudrire delle fazioni [10]; così si dimostrerà al popolo che le soverchie ricchezze sono una specie di delitto contro l’umanità e l’ eguaglianza, e che quelli che le posseggono essendo sospetti d’insensibilità, non meritano che loro siano confidati gli affari della nazione. Sarebbe cosa desiderabile che l’ambizione d’entrare nel corpo legislativo spingesse qualcuno ad impoverirsi in altrui vantaggio, e che questa passione, cui l’umanità ha tanta ragione da dolersi, venisse a pagarle un onorevole tributo. Aggiungete che il popolo avvezzo a rispettare macchinalmente i grandi proprietarj e disposto a confondere il merito col potere, nel caso che si ammettesse qualunque ricco nel governo, eleggerebbe per suoi rappresentanti degli uomini che presto convertirebbero lo scettro delle leggi in una verga tirannica.

Questo articolo sarebbe tanto più necessario di fissarlo nella costituzione italiana, quanto che in Italia le grandi ricchezze non sono colate nella tesoreria nazionale, come è avvenuto di molte in Francia, quando la filosofia discacciò quella parte di nobiltà e di clero che ricusava l’eguaglianza [11].

Non sarà fuori di proposito di riflettere sul numero de’ legislatori dopo aver fatte alcune considerazioni sulle loro qualità. Una falsa idea tratta dalle forze fisiche ci fa supporre che più un’assemblea è numerosa, più le sue risoluzioni debbano promovere il pubblico vantaggio, giacché le risguardiamo come risultati di maggiori cognizioni. Questa idea viene fiancheggiata dal riflettere che più la rappresentanza nazionale è numerosa, più l’amore del corpo si avvicina a quello dello Stato, e l’interesse di rappresentante tende a confondersi con l’interesse di cittadino. Per altro Montesquieu ci assicura che quando gli uomini si uniscono, il loro giudizio si ristringe. Pare che i pregiudizj occupando un campo più vasto di quello che le cognizioni, la luce scientifica degli uni venga per così dire assorbita dalle tenebre degli altri. Se l’ostinazione è la fida compagna dell’ignoranza, se la vanità domina in un’assemblea d’eguali con tanto maggior forza quanto questa è più numerosa, se la vanità non ci fa cercare la vera opinione ma la diversa da quella degli altri, ed in conseguenza dà più spinte verso l’errore che verso la verità, giacché questa è una e quegli moltiplica, se dico sì rifletta sull’ignoranza degli uni, sulla vanità degli altri si conchiuderà che più un’assemblea è numerosa più il pubblico bene deve incontrare degli intoppi. Le gare, le dissensioni, i partiti devono nascere facilmente io una adunanza d’uomini, i quali essendo molti non possono essere il fiore della nazione. Vi troverete molti Euribiadi che alzerebbero il bastone per battervi non potendo convincervi; pochi che abbiano il sangue freddo di Temistocle per rispondere: batti ma ascolta; molti a’ quali si potrebbe applicare quando Solone diceva a Pisistrato: toltane l’ambizione tu sei il migliore de’ cittadini [12]: pochi» che come Pedareto si rallegrino che la patria possegga de cittadini migliori di loro. È facile ritrovare in un’assemblea numerosa l’audacia che a colpi di meraviglia si fa dei seguaci, la perfidia che ingannando guida al delitto, la debolezza che si lascia spaventare da un motteggio e sacrifica all’opinione il dovere, la viltà che non sa esporsi ad un pericolo momentaneo per guadagnarsi degli anni di sicurezza, l’egoismo che non cerca la libertà della patria ma un buon padrone per sé. Se la Convenzione francese fosse stata minore d’una metà, forse non ci avrebbe offerto tante scene scandalose, e il santuario delle leggi non sarebbe divenuta l’arena de’ gladiatori. Se dunque si vuole erigere in Italia un corpo legislativo che abbia le risorse dell’idra, e che a ragione si sdegnerebbe se venisse paragonato ad una assemblea di monarchi, come del senato di Roma diceva Gineas « non si fissi il numero de’ rappresentanti a norma della Francia» ma si tenga a proporzione di una metà minore.

Osservando la cosa in astratto pare che il corpo legislativo dovrebbe cangiare di luogo a misura che cangia di membri. Le severe leggi dell’eguaglianza richieggono che gl’incomodi ed i vantaggi si distribuiscano egualmente sopra tutti i punti della repubblica. Il mezzo più sicuro per assopire gli odj, le dissensioni; le diffidenze che sogliono eccitarsi tra le parti d’una repubblica, massime quando questa è nel suo nascere, si è appunto di metterle tutte allo stesso livello ed impedire che prevalgano dei privilegi particolari ed esclusivi. La vanità che è maggiore ne’ corpi morali che negli individui prende ombra e sospetto da tutto. Quella città in cui risiede il corpo legislativo sente agitare le quistioni più interessanti la pubblica felicità, e vede continuamente de’ lampi di luce che fanno conoscere i suoi pregiudizj e la illuminano intorno ai suoi dritti. Questi vantaggi di cui gode ad esclusione delle altre città, gl’interessi del restante della repubblica che in essa si trattano, gl’individui che sopra d’essa rifluiscono da tutte le parti, i cittadini di essa che vengono impiegati al servigio del corpo legislativo e del direttorio, per le mani dei quali passando in qualche modo il filo degli affari divengono coll’andar del tempo de’ piccioli tiranni: tutto fa che la città in cui stabilmente risiede il corpo legislativo alzi sopra le altre  testa e grandeggi. Al contrario se cangiando il corpo legislativo di membri cangiasse parimenti di posto, si verrebbe a togliere questa superiorità di fatto, le cognizioni politiche si diffonderebbero sopra di tutti egualmente, si allontanerebbe dalla mente del popolo l’idea di primazia della capitale sopra le Provincie, di dipendenza di queste da quella, e si verrebbe a convalidare nell’animo di tutti la persuasione che le città come gli individui sono eguali avanti la legge. Se acciò i sentimenti neutrali non stendano radice nella massa della repubblica, la costituzione richiede che i membri del corpo legislativo non siano rappresentanti del dipartimento che gli ha nominati, ma della nazione intera; mi pare che si fiancheggerebbe l’idea d’unione, d’indivisibilità, di comunanza se il corpo legislativo passasse dall’una all’altra parte della repubblica. Per altro siccome il delitto si nasconde più facilmente in una grande città che in una piccola e più speditamente ritrova dei ministri a suoi rei disegni, siccome quindi tanto i nemici interni quanto gli esterni possono rapidamente armare de’ birbanti e spingerli contro il corpo legislativo, come molte volte è avvenuto a Parigi; siccome in un’immensa città è difficile determinare i limiti ai quali si estende un’insurrezione; siccome questa incertezza disorienta la forza armata, sempre minore di quella che potrebbe sollevarsi contro di essa, o dà luogo a delle misure troppo forti e contrarie alla libertà e sicurezza degli innocenti; siccome chi assale è spinto da maggior coraggio di quello che viene assalito; siccome finalmente se gl’insurgenti restassero superiori ed arrivassero, a disperdere la rappresentanza nazionale si aprirebbe il campo ad ogni sorta di mali, perciò mi pare che questa dovrebbe piuttosto risedere nelle piccole città che nelle grandi.

Un difetto della costituzione francese, che facilmente balza agli occhi di tutti, si è che i membri del corpo legislativo non sussistono che per tre anni, mentre quelli dell’esecutivo da esso dipendente restano in posto per cinque. Ho detto antecedentemente che la durata d’una carica qualunque debb’essere in generale in ragione inversa del potere. Ora quella del corpo esecutivo essendo più grande di quella del legislativo, e perciò più facile a degenerare in abuso, egli è naturale di conchiudere che la durata del primo debbe essere minore di quella del secondo. Mi sembra dunque che invece di far scadere un membro del direttorio ogni anno, si dovrebbe farlo scadere ogni sei mesi, così ciascun membro resterebbe in carica solamente due anni e mezzo. Con questo rinnovellamento lento e graduale si manterrebbe lo spirito d’ordine e di conseguenza, e si otterrebbero i vantaggi dell’unità senza soffrirne gl’inconvenienti. Se all’opposto si cangiassero due membri il primo anno, tre il secondo come propose qualcuno, si darebbero delle scosse troppo gagliarde a quel sistema di stabilità che deve presedere alle operazioni del governo.

Non sarà fuori di proposito di rilevare qualche difetto negli altri articoli che non risguardano direttamente il corpo legislativo. L’articolo 10 che fissa i titoli per cui un forastiere diviene cittadino attivo, non fa troppo onore alla generosità francese, e molto meno dimostra quella profonda politica che sa suscitarsi degli amici in tutti i punti del globo. Allorché considero che un vecchio che, carico d’anni infelici e di virtù eroiche, sfugge dalle zanne della tirannia e va a ricoverarsi in seno alla Francia; che un soldato che ha sparso per un anno il suo sangue per consolidare l’edifizio della repubblica francese, che un buon artista o un uomo di lettere a cui le sue opere acquistarono la benemerenza del genere umano, non ricevono il titolo di cittadino da quelli che si dicono gli apostoli della libertà, gli amici de’ popoli; quando leggo altronde nella storia di Roma che per acquistare il dritto di cittadinanza in questa repubblica bastava portare l’armi nelle legioni, esercitare qualche impiego civile rendere qualche servigio allo Stato, mostrare qualche talento personale; quando leggo che i figli di que’ Galli che Cesare aveva assediato nell’Alesia comandavano delle legioni, governavano delle Provincie, erano ammessi nel senato di Roma, e che la loro ambizione invece di turbare la tranquillità dello Stato ne accrebbe la sicurezza e ne conservò la gloria; quando io leggo questi fatti io domando se gl’Italiani siano più avveduti, più grati, più generosi dei Francesi, i quali si sono piccati di generosità per fino coi re? Licurgo che chiose sì severamente le porte agli stranieri acciò non imitassero le virtù degli Spartani, o acciò questi non contraessero i vizj degli stranieri, Licurgo io dico non escluse alcun uomo dabbene, alcun talento degno di Sparta e la sua Senelasia era piuttosto un argine che arrestava il contagio, che un ostacolo di ripercussione contro i talenti, la virtù e l’infelicità.

Cerco invano la giustizia nell’articolo 1° che toglie l’esercizio del dritto di cittadino a chi accetta delle funzioni e delle pensioni offerte da un governo estero. — Se un generale francese venisse a difendere le repubbliche d’Italia, figlie della Francia, dagl’insulti dell’Austria sua nemica; se un artista francese ci presentasse qualche invenzione molto utile per cui meritasse una gratitudine annua dalle italiane repubbliche, la Francia punirebbe ella l’eroismo e l’abilità di questi collo scancellarli dal ruolo de’ cittadini? Se vivesse il celebre Franklin io credo che la Francia, protettrice de’ talenti e memore de’ beneficj, volontieri gli pagherebbe una pensione in contracambio de’ vantaggi che ricavò dalle sue scoperte e mal soffrirebbe che perciò Filadelfia gli dicesse: io mi dimentico de’ servigi che tu mi hai reso; chiamo in dubbio quella probità di cui per l’addietro mi desti tante prove, e tu che togliesti lo scettro ai re, al cielo i fulmini, ecciti in me maggior sospetto che l’infimo bifolco; d’ora in avanti sarai straniero in quella patria che stabilisti co’ tuoi sudori. Una diffidenza che va a reprimere in qualche modo i talenti, il merito, le virtù, le azioni benefiche al genere umano mi pare che passi i limiti di quella prudenza che non prende delle precauzioni contro le pure possibilità, ma contro le eventualità probabili [13].

Il sentimento dell’eguaglianza, la giustizia distributiva, la franchezza repubblicana, il pubblico vantaggio pare che domandino, secondo che io ne giudico, che siano cancellati gli articoli: 35, che richiede proprietà in quelli che entrano nelle assemblee elettorali (questa perfida lesione dell’eguaglianza inasprisce tanto maggiormente contro il nuovo governo, quanto che richiama lo stato di abiezione in cui gemettero i non-proprietarj sotto l’antico); 38 che vieta la corrispondenza reciproca tra le assemblee elettorali (la costituzione francese sembra temere che gli uomini s’uniscano come richiede la loro natura, e quasi direi che alle volte usa della politica de’ tiranni che dividono per dominare.) Se non è stato l’odio contro Robespierre, mi pare che sia stato uno spirito d’eccessiva diffidenza, per non dire qualche cosa di più, quello che ha scritto che nessuna assemblea di cittadini possa qualificarsi per società popolare (art. 361). Che nessuna società particolare trattando di quistioni politiche possa corrispondere con altre, nè aggregarsi ad esse, né tenere sessioni pubbliche composte d’associati ed assistenti distinti gli uni dagli altri (art. 362 ). Le società popolari conservano e difendono il fuoco del patriottismo; quindi invece di togliere i punti di comunicazione che le uniscono, conviene por quanto è possibile moltiplicarli. Tale è la natura dell’entusiasmo, che la circolazione invece di sminuirlo lo accresce, e l’accresce in una ragione molto maggiore del numero di quelli sopra di cui si spande; 64, che fissa il numero degli astanti alle pubbliche sessioni de’ consigli alla metà dei membri rispettivi di ciascun consiglio (converrebbe che i consigli deliberassero se fosse possibile alla presenza di tutto il popolo adunato; cosi egli s’istruirebbe più facilmente negli affari politici; così un rappresentante perfido non oserebbe alzarsi per appoggiare un sistema che vergesse in pubblico danno, o stare a sedere per opporsi ad un altro che promovesse la pubblica felicità; lo sguardo del popolo fisso sopra di lui lo chiamerebbe al dovere, e lo sforzerebbe ad essere virtuoso ed assiduo al suo posto per timore d’essere mostrato a dito); 65, che negli appelli nominali vuole che i voti siano segreti, (il segreto apre il campo alla cabala ed all’intrigo: chi dà il suo voto in segreto può vendersi e tradire); 68, che concede ai Seniori ed ai Juniori la stessa annua indennizzazione (l’indennizzazione deve essere proporzionata alla fatica, ora quella de’ Seniori è di gran lunga minore); 74, che chiude il consiglio de’ 500 a chi non ha domiciliato sul territorio della repubblica per 10 anni precedenti immediatamente l’elezione e per entrare in quello de’ Seniori richiede anni 15 di domicilio, (non vedendo nessuna valida ragione per fissare i due termini di dieci e di quindici, mi pare che si potrebbero i detti termini abbassare d’una metà per aderire alla voce dell’eguaglianza e facilitare una buona scelta;)

111 112, 113, 118 e 122 risguardanti la garanzia della rappresentanza nazionale, (questi articoli facendo in ultima analisi dipendere l’assoluzione e la condanna d’un membro dello stesso corpo legislativo, viene all’animo il sospetto che l’amor del corpo vada a collidere col pubblico interesse, e sia dimenticata la giustizia per ascoltare un falso punto d’onore. Si è declamato e si declama contro i principi perchè vogliono essere superiori alle leggi, e non è tentato di divenirlo quegli che si fa in qualche modo giudice in causa propria?); 138, per cui nessun membro del direttorio può essere rieletto se non dopo l’intervallo di anni cinque, (se l’esperienza avesse dimostrato il patriottismo incorrotto, le virtù eroiche d’un membro, non sarebbe una pazzia privarsene per cinque anni ed esporsi nello stesso tempo al pericolo di fare cinque elezioni cattive? I Romani innalzarono Camillo per cinque volte alla dittatura, e quest’uomo, unico sì nella buona che nell’avversa fortuna, dimostrò colle sue azioni che Roma confidava con ragione nelle sue virtù. Se una diffidenza eccessiva avesse ricusato di metterlo tante volte e senza dilazione alla testa degli affari, i Romani nell’invasione di Brenno non si sarebbero riscattati col ferro, come li riscattò Camillo, e i Galli che dicevano d’avere i loro dritti solle loro spade avrebbero rapito tutto l’oro di Roma); 139, che vuole che l’ascendente e il discendente in linea retta, i fratelli, il zio, il nipote, i cugini in primo grado, gli affini in questi diversi gradi non possano succedersi nella carica di direttori se non dopo l’intervallo d’anni cinque (la costituzione, non fissando nulla intorno all’influenza dell’amicizia molte volte più forte dei legami d’affinità e di parentela, si dovrebbe lasciare al corpo legislativo a cui spetta eleggere i direttori, il giudizio intorno alla probabilità e grandezza del danno a cui si andrebbe incontro installando de’ parenti e degli affini ne’ suddetti gradi); 173, che fa montare l’onorario de’ membri del direttorio ad una somma che scandalizza il popolo e lo rende desiderabile all’avarizia; 330, che concede al direttorio la facoltà di stabilire delle convenzioni segrete ne’ trattati di pace (mi pare che questo articolo dimostri una confidenza eccessiva come altri dimostrano un’eccessiva diffidenza. Forse converrebbe che le condizioni segrete fossero concertate da una commissione composta di due direttori e tre del gran consiglio).

Merita particolare attenzione l’articolo 306, il quale richiede che le contribuzioni di qualunque natura siano ripartite tra i contribuenti in ragione delle loro facoltà. E che! Se è di pubblica notorietà che né il clero, né i nobili pagarono mai imposte sotto l’antico governo; se le cariche più lucrose furono da essi possedute esclusivamente; se essi si oppongono per quanto possono all’introduzione della repubblica; se la giustizia richiede che sia migliorata la sorte di quelli che furono oppressi dai tiranni; se il popolo deve sentire immediatamente tutto il vantaggio della rivoluzione per sostenerla; non è egli necessario che almeno ne’ dodici primi anni della repubblica le imposte cadano tutte sopra i nobili ed il clero, onde questi restituiscano in parte quanto per loro mancanza dovettero pagare le altre classi della società? Voi avete fatta la guerra ai tiranni, vi siete impossessati de’ loro beni, e perdonate ai loro complici?

Essi furono vostri nemici, continuano ad esserlo anche al presente, e voi li trattate come quelli a cui la tirannia rapì le sostanze per gettarle ad essi ed ingrassarli? La prudenza altronde richiede che leviate loro parte di que’ mezzi con cui potrebbero eccitare una controrivoluzione. Aggiungete che le imposte devono cadere sul superfluo e non sul necessario. L’uomo è entrato in società per conservarci diritti che gli diede la natura; ora la somma di questi tende a procacciargli un’esistenza comoda, cioè un’esistenza in cui possa soddisfare a suoi bisogni primitivi senza uno stento eccessivo (la quantità dell’eccesso è fissato dalla comune opinione ]. Allorché un uomo offre alla società il tributo del suo giornaliero travaglio; allorché questo gli basta appena per vivere; allorché altronde la società inchiude de’ membri che hanno una grande quantità di superfluo, la giustizia, la più rigorosa giustizia richiede che quegli non sia soggetto alle imposte, e tutto il peso cada sopra di questi, e voi sareste ingiustissimi se inerendo all’articolo della costituzione francese stabiliste questa proporzione: l’imposta che deve pagare il primo sta all’imposta de secondi, come il denaro di quegli al denaro di questi. Conviene finalmente osservare che la quantità del necessario per liberarsi dalle angustie dell’indigenza è ineguale in tutti gli uomini, giacché la vecchiaja ha più bisogno che l’infanzia, il matrimonio più che il celibato, la debolezza più che la forza, la malattia più che la sanità. Se gettasi uno sguardo sull’Italia per applicare questi principj, corrono subito alla mente le parole di Tiberio Gracco: le bestie selvatiche hanno i loro covili; e i cittadini romani che si dicono i padroni del mondo non hanno tetto da ricoverarsi, né un palmo di terra per loro sepolcro. Ora io dimando se il povero popolo d’Italia debba portare il peso delle imposte: se la repubblica punisca i ladroneggi fatti sotto la monarchia, se ci sia speranza di rindennizzamento per il popolo. Il mio animo non mira alle leggi agrarie; ma non si potrebbe fissare un certo limite alla proprietà territoriale e compartire a tante famiglie povere, che inondano la società, quella parte che loro tocca di dritto naturale e che è stata loro rapita da una specie di ladri che si chiamano nobili? [14] Il senato di Roma dopo avere in mille modi delusa la buona fede del popolo, finiva col suscitargli contro i Volschi o i Samniti. È da qualche tempo che è stata promessa al popolo la felicità, e la promessa resta ancora da effettuarsi: sto a vedere che secondo l’articolo sopraccitato si finisca col fare la guerra a quelle poche sostanze che gli ha lasciato la tirannia. Il che accadrà poi con tanto maggior danno quanto meno si avrà l’occhio alla probità di quelli che riscuotono le imposte. Il popolo d’Italia non avrebbe ragione di dire a’ suoi rappresentanti quanto Batone re di Dalmazia rispondeva a Tiberio, che gli domandava perchè erasi ribellato: perchè mandate voi lupi ed animali rapaci invece di pastori e di cani per difendere le vostre greggie? La Sicilia si lamentava un giorno di Verre: le nuove repubbliche italiane non si potrebbero lagnare dei.... dei....?

Pria di terminare le osservazioni sulla costituzione francese, sarà bene d’osservare in generale che la nazione francese debb’essere stretta con maggiori e più forti legami politici  che l’italiana. I Francesi secondo che ne diceva madama di Graffigni sono sfuggiti dalle mani della natura, appena ricevuta l’aria e il fuoco.

Questa nazione ( io riporto i sentimenti di Thomas ) frivola e spiritosa, pensatrice e corrotta, impetuosa e leggiera, ardente nel piacere, occupata profondamente quest’oggi di ciò che dimenticherà dimani, che di tutto parla senza che le idee degli oggetti le scendano al fondo dell’animo, che risguarda con indifferenza tutto ciò che è grande, ed alle volte paga con un motto ridicolo un’azione generosa, o un servigio eroico reso allo Stato, che non conosce la libertà che per slanci ed è sempre al momento d’abusarne, capace di correre all’armi per un’aria di musica [15], un epigramma, o un ornamento di capo, questa nazione simile alle donne ed ai fanciulli pare che non sia capace di quel grado di libertà, a cui possono pretendere que’ popoli che hanno minore impetuosità nel carattere, più profondità nel giudizio, minore mobilità nell’immaginazione. Questa osservazione può servire a quelli che modificheranno la costituzione francese per addattarla all’Italia.

Quanto abbiamo finora esposto intorno alla sovranità del popolo, all’eguaglianza de’ cittadini, alla necessità d’una rappresentanza nazionale, all’indipendenza delle funzioni, alla loro durata, alle qualità dei funzionarj pubblici, e quanto intorno a questi oggetti è sviluppato a lungo nella costituzione francese, tutto questo io dico è fondato sulla natura dell’uomo, sulle leggi eterne del cuor umano, sul desiderio della felicità, sull’amor del potere. Ora se la natura è la stessa in tutti gli uomini, se non v’ha di diverso che la superficie ed il colore, se le cause esteriori che estendono o restringono la forza delle passioni lasciano sussistere intero il desiderio della felicità, se l’amor del potere ne è un’immediata conseguenza, se la tentazione dell’abuso ne è un effetto necessario, se i governi sono cattivi a proporzione che questa tentazione ha campo di realizzarsi, se la bontà loro consiste nell’opporle una forza preponderante, se questa forza non trovasi che nella rappresentanza nazionale eletta dal popolo, egli è evidente che questa è l’unica forma di governo che convenga a tutte le nazioni, perché è l’unica che conserva l’esercizio espedito de’ loro diritti. La varia estensione del territorio, gli ostacoli fisici che lo intercettano, i limiti delle umane affezioni richiederanno una sola o molte rappresentanze nazionali, ma le leggi fondamentali di queste sono, o per meglio dire, devono essere affatto le stesse, come in qualunque edificio vasto o ristretto si devono osservare nel costruirlo le stesse leggi di gravità, altrimenti crolla da tutte le parti e finisce per schiacciarne gli abitatori. Dimentichiamo la riputazione de’ grandi uomini che trattarono della miglior forma di governo, dimentichiamo certi assiomi politici, la cui verità parziale copre la falsità che le è frammista, riflettiamo che quanto dicesi intorno alla necessità di stabilire questo o quel governo, è fondato sopra qualche circostanza fisica, o passione particolare non sulle qualità primarie della natura umana, e mediante questi e gli antecedenti riflessi conosceremo che questa necessità risguarda meno la forma del contratto sociale che la costituzione civile, meno la natura e la distribuzione de’ poteri che le relazioni de’ cittadini.

L’essere una nazione collocata a fianco del mare o in mezzo al continente richiederà bensì che debba impedire certe azioni o promoverne certe altre, ma non farà mai a cagion d’esempio che debba rimettere tutta l’autorità nelle mani d’un solo, confondere insieme i due poteri legislativo ed esecutivo, o stabilire che le funzioni pubbliche debbano acquistarsi per successione ed eredità....

Dopo avere fissato i fondamenti d’una costituzione democratica, dopo avere rinvenuto il tempio della libertà e dell’eguaglianza, arrestiamoci ad analizzare i sentimenti che queste divinità ci infondono, e dimostriamo ai profani che il nostro culto è ragionevole. Il sentimento vivo e profondo della libertà investendo tutta l’anima, la trae dall’assopimento alla vita. Il vigor nuovo sparso per tutte le facoltà, gli oggetti moltiplici che si affollano allo spirito, tenendolo in un continuo moto, creano in lui mille piaceri anche in mezzo a sensazioni indifferenti. Allora è scacciato dal cuore quel sentimento insopportabile che fa languire e divora i figli della schiavitù, che scolora e dissecca al loro sguardo tutti gli oggetti, e gli spinge agli eccessi dell’intemperanza per liberarsi dal peso d’esistere. Alla voce della libertà l’uomo sorte dai solchi profondi che l’abitudine e l’inerzia gli avevano tracciato da molti secoli; l’uomo nato con del vigore marcia ove il sentimento del suo vigore lo trasporta, l’uomo fornito di talenti va assidersi a quel posto a cui i suoi talenti lo chiamano; l’uomo debole e vacillante appoggiasi sopra degli altri e diviene forte della fortezza altrui. Lo spirito d’industria risvegliato dalla speranza del godimento porta inquieto lo sguardo sopra tutti gli oggetti, od inventa de’ nuovi mezzi d’ingrandimento. Non trovando l’uomo nessun ostacolo nel campo dell’attività s’avanza da tutti i lati verso il termine della perfezione. È allora che Apelle colorisce ed avviva le tele, Prassitele anima i marmi, Sofocle calza il coturno, e Demostene spaventa Filippo dalla tribuna. La fermentazione generale che agita tutte le classi si comunica e purifica i costumi; e se la schiavitù spingendo tutti i sentimenti verso l’egoismo, fa regnare d’intorno a sé una solitudine, una immobilità che spaventa e dà la morte, la libertà primo dono del cielo, primo germe d’ogni virtù avviva ed elettrizza la sensibilità e allarga il campo di nostra sociale esistenza. Al raggiar suo dileguansi come nebbia al sole i bassi affetti e vili, e tutte le passioni malvagie che dominano, esclusivamente il cuor degli schiavi. Allora nascono quelle sublimi illusioni che assorbono le piccole passioni, nasce quel santo entusiasmo che disprezza la mollezza per sfuggire i lacci della corruzione, che brava i dolori per agguerrirsi contro le debolezze. L’uomo fiero del proprio merito aspira meno a comparir modesto che ad esser grande, e sicuro d’avere dritto alla gloria si avanza intrepido in mezzo al rumore della calunnia e le persecuzioni dell’odio, sforza i suoi eguali a riconoscere la sua superiorità e dimanda ai posteri la meritata corona.

Le dissensioni de’ nobili e de’ plebei nell’antica Roma, gli sforzi che questi fecero per sortire dallo stato d’oppressione e sollevarsi a tutte le dignità, la rivalità che ha sempre regnato nelle monarchie tra la nobiltà e la plebe, i lamenti che sonosi sempre eccitati in vista de privilegj esclusivi, sono tante proteste del cuor umano contro il principio d’ineguaglianza. L’uomo si paragona continuamente ai suoi simili, e misura la propria miseria dall’altrui superiorità. Egli si sforza in conseguenza d’abbassare gli altri a sé o sollevarsi a livello con essi. Un privilegio, una distinzione che impedisce ad alcuni l’acquisto d’un bene a cui potrebbero in ragion di merito aspirare; una legge che addolcisce la voce pe’ grandi ed è severa pei piccoli, tengono i cittadini in uno stato di guerra, e l’unico trattato di pace che si possa e si debba con essi conchiudere è l’eguaglianza. L’eguaglianza che cieca sulle persone non ravvisa che i talenti, il merito e la virtù, che fa scomparire quelle distinzioni odiose da cui vengono allontanale e divise le classi, e ritenute in perpetuo moto convulsivo, l’eguaglianza che apre a tutti il varco all’ingrandimento in ragione delle loro facoltà, smembra le grandi ricchezze dalle quali nasce l’insolenza da una parte e l’avvilimento dall’altra, l’eccesso del lusso a fianco dell’eccesso dei bisogni, l’indigenza relativa più insoffribile dell’indigenza reale; l’eguaglianza io dico fa rifluire tutti i beni sopra tutte le classi della società. Ella favorisce la concorrenza negli oggetti di travaglio, concorrenza che alza il prezzo de’ salarj, e stabilisce una giusta bilancia tra il ricco che consuma ed il mercenario che sa farsi pagare. Ora una certa eguaglianza di comodi, la comune sicurezza di conservarli e la speranza di accrescerli, rinvigorisce quella forza che tende ad unire gli uomini tra di loro, forza indebolita dall’allontanamento che conduce all’indifferenza, ed alla rivalità che confina coll’odio. L’eguaglianza è un’idea madre che influisce sopra tutte le altre, e loro comunica una direzione verso d’un centro comune che è l’affezione degli uomini; mettendo tutti a parte delle sensazioni tutte della società, facilita il passaggio alle emozioni più dolci del cuor umano.

Dai sentimenti di libertà, d’eguaglianza, e dalla folla de’ beni che ne emergono, trae origine e acquista forza l’entusiasmo verso la patria che ce ne assicura il godimento. Non potendo l’uomo libero disgiungere la propria felicità dall’esistenza della patria, si fa un dovere di salvarla o di cadere con lei. Uno schiavo vedrà con indifferenza l’incendio di guerra che la distrugge, perchè il di lui animo avvilito non risente alcun oltraggio, il suo carattere snervato non è capace di sforzo, perchè da suoi sacrifizj non si può compromettere che un accrescimento di miseria, perchè passando sotto il comando d’un altro tiranno non fa che cangiar di catene, perchè la patria non gli garantì l’uso de’ beni che legano l’uomo all’esistenza e gli rendono cara la vita. Al contrario il grido della patria in pericolo risuona nel cuore di tutti i liberi cittadini; essi s’alzano prontamente in massa sollevando sopra dello Stato una selva di spade per garantire i loro figli, le loro spose, i loro amici, la proprietà, la vita e la patria, che veglia il giorno alla loro felicità, la notte alla loro sicurezza, in tutto il corso dell’anno ai loro interessi e piaceri. Al nome di patria si risvegliano e s’affollano alla mente dell’uomo libero mille immagini lusinghiere. Egli si richiama confusamente il bel tempo dell’adolescenza, i piaceri della giovinezza, gli onori che ha conseguito, le cariche che ha esercitato, le azioni generose, i sacrifizj eroici che ha fatto in favore de’ suoi concittadini, le speranze d’ingrandimento nel futuro; queste e mille altre idee insieme confuse raccolgono le forze dell’animo, e le uniscono intorno a questo nobile fantasma che si chiama patria, e soffocando le piccole sensibilità d’abitudine d’onde nasce il timore e la debolezza, armano l’uomo d’un santo coraggio e lo mandano alla morte per difenderlo. È per salvare la patria che Curzio si getta in un golfo, Decio si sacrifica agli Dei infernali, Scevola s’abbrucia la destra, e Orazio solo arresta l’impeto della Toscana tutta. L’ardore verso la patria alimentato dal fuoco della libertà s’estingue affatto quando la libertà scomparisce. L’amor della patria in Roma padrona del mondo non era che l’eco del patriottismo di Roma antica; non essendovi più che l’ombra delia libertà, lo spirito patriottico cadde in paralisia e Roma divenne preda de’ barbari.

PARTE SECONDA.

Il governo confidato ai saggi eletti dal popolo o sia la repubblica è l’unica forma di governo in cui fiorisca la libertà. Dunque dimandare quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità dell’ Italia, cioè a dire ad una grande estensione di terreno sparsa di molte città, coperta di varj popoli, egli è lo stesso che dimandare se debbasi dividerla in tante repubbliche isolate e indipendenti, come nell’Italia antica, ovvero in repubbliche confederate, come nell’America, o fissarvi una sola repubblica indivisibile, come al presente in Francia.

Pria d’accingerci all’esame di queste questioni, pria di dire a tutta l’Italia, ecco il governo che ti conviene, allontaniamo le speciose e false teorie che dei filosofi più attaccati a delle idee sistematiche, che disposti a seguire la direzione dell’esperienza e della ragione, si sforzarono d’accreditare. Nel silenzio del gabinetto colla carta geografica alla mano, seguendo le vie del sole determinano costoro la sorte de’ popoli, e mentre dicono a questi, inalzate l’albero della libertà e alla di lui ombra coltivate le virtù repubblicane; dicono ad altri, la natura vi condanna alla schiavitù, baciate le vostre catene e morite. Ma al presente che rendesi una stima ragionata a Montesquieu, cioè a dire che scopronsi in lui degli errori, non si calcola la forza del clima nel determinare la forma di governo che conviene alle varie nazioni, e si decide francamente che tutte sono suscettibili d’un governo libero.

Se diffatti rimontiamo l’oceano del tempo, e interroghiamo gli storici che sulla sponda osservano e scrivono le rivoluzioni delle città e de’ regni, acciò la posterità venga a leggerle per sua istruzione, gli storici ci diranno, che le varie forme di governo comparvero su tutti i punti della terra, che gli uomini passarono a vicenda dalla libertà alla schiavitù, dalla schiavitù alla libertà, sia che ricevessero i raggi del sole a perpendicolo ovvero obbliquamente; che in tutte le età si videro i popoli correre all’armi per trucidare i loro tiranni, e protestare con tratti di sangue contro la tirannia; che gl’Iloti fecero tremare Sparta che gli assassinava per contenerli; che Spartaco portò lo spavento nella capitale del mondo; che i feudatarj impallidirono frequentemente al ruggito della natura che si rivoltava contro le loro catene; che i Negri insanguinarono spesso le nostre colonie, e che, secondo la predizione d’uno storico filosofo, forse verranno un giorno in Europa a vendicarsi della barbarie degli Europei. Gli storici ci diranno che se regnò per tanto tempo la schiavitù sulla terra si è perchè ella era armata della forza, perchè gl’interessi, le passioni, le idee de’ popoli, impediron loro di riunirsi per agire di concerto, perchè la speranza ingannatrice d’un avvenire migliore calmando l’imaginazione leva loro l’armi di mano quando stanno per ricuperare i loro dritti, e prolunga senza fine la loro miseria; perchè il denso velo dell’ignoranza non permise loro di discernere i mezzi per organizzare la libertà; perchè la superstizione gli assopì talvolta in un sonno sì letargico che non si scossero alla voce della natura se non quando erano cinti d’infrangibili catene; gli storici ci diranno che se il clima d’Italia fu infetto dall’alito pestifero de’ tiranni, egli fu purgato spesse volte col loro sangue; che nel terzo secolo di Roma tutta l’Italia quasi levando segnal comune scacciò, perseguì, distrusse i suoi despoti, e se qualche città volle o continuare o ripigliar talvolta l’uso di crearsi un re, ella fu marcata d’infamia e ne’ maggiori bisogni abbandonata; che Bruto il cui nome risuonò in tutti i secoli, l’eroe a cui furono innalzati su tutti i punti della terra degli altari, Bruto è il figlio prediletto d’Italia; che nel secolo XII, quando tutta l’Europa gemeva nei ferri, l’Italia fu la prima ad alzare il capo e chiamare dalle rovine dell’antichità il genio repubblicano; che gl’Italiani preferirono spesso le tempeste della libertà alla quiete sepolcrale della schiavitù; che il grido di libertà gettato dalla Francia echeggia al presente in Italia, e che questo grido fa impallidire soltanto coloro che divorano le spoglie della nazione o qualche vile Lacretelle, che mentre da essi riceve il salario delle sue menzogne s’assicura il dritto ad una eterna infamia. Se consultiamo la ragione, ella ci dirà che la fronte dell’uomo elevata verso del cielo non deve curarsi avanti un despota; che la natura dell’uomo è la stessa in qualunque angolo della terra: che l’uomo adescato dal piacere, respinto dal dolore tende ovunque a condensare intorno di sé il massimo numero di sensazioni aggradevoli, ch’egli si sforza in conseguenza d’allargare il campo di sua attività ed aspira all’esercizio espedito di sue forze; che la voce della libertà risuona in tutti i cuori, che si può bensì soffocarla ma non si arriva a distruggerla, ch’ella si conserva in mezzo alle catene, grida nelle prigioni, rinasce sotto la scure dei despoti, si fa sentire ne’ tempi d’anarchia, ne’ momenti di servitù, nella pace, nella guerra, sul mare, sul continente, nelle città, ne’ deserti, e che tutta la forza del clima non arriverà mai ad abbattere.

Né la comparsa effimera e passaggiera che fece la libertà in Italia è una prova che la forza del nostro clima le impedisca di sostenersi e di fiorire. Giacché le antiche repubbliche d’Italia si scavarono h tomba colle loro divisioni, e quelle che comparvero nella media antichità, oltre le divisioni erano fondate sui privilegi della nobiltà distruttori dell’eguaglianza, confondevano la libertà colla licenza, perchè ignoravano i limiti che le separano; erano infette da un principio contrario alla sussistenza e splendore d’ogni società, il disprezzo de’ travagli utili; erano cinte di nemici che loro facevano una continua guerra; i papi seminavano in esse la discordia per aver campo d’ingrandirsi; i feudatarj s’armavano contro di esse, acciò il vortice repubblicano non si diffondesse sui loro dominj; gli imperadori favorivano or queste or quelle per seppellirle tutte in una comune rovina. Non è maraviglia che queste mosse disorganizzate sieno cadute sotto tanti colpi distruttori. Queste cause morali e politiche bastano a spiegare la corta e debile esistenza delle italiane repubbliche, senza ricorrere all’influenza del clima.

Gli avversarj della libertà italiana si fanno forti sulle qualità del nostro carattere nazionale, e ci dicono che la meraviglia in noi eccitata dalle magnanime imprese di Grecia e di Roma accusa la nostra debolezza, e dimostra che le nostre anime sono incapaci di sollevarsi a livello di quelle degli eroi greci e romani; che se siamo suscettibili d’una convulsione passaggiera, non possiamo arrestarci in uno stato di continua attività; che sull’Italia regnano mille usi, leggi, consuetudini civili ed ecclesiastiche che sono le colonne eterne della tirannia; che la libertà non può fiorire sotto l’edificio de’ pregiudizj, e che questo è si bene rassodato in Italia, che non può essere rovesciato senza schiacciarne gli abitatori; che quando il genio della libertà comparve in Grecia ed in Roma, trovò un popolo che, sortendo appena dalle mani della natura, poteva facilmente inalzarsi alla sublimità repubblicana, non essendo arrestato dal peso d’istituzioni stravaganti e bizzarre; ma che gl’Italiani indeboliti dalla mollezza, corrosi da una lunga tirannia sono simili a que’ vecchi che aspirano ai piaceri della giovinezza, punti dal desiderio ed amareggiati dall’impotenza. Non trascuriamo questa obbiezione, benché più speciosa che solida.

Io dimando: quando l’Olanda scosse il giogo di Filippo, quando la Svizzera si sottrasse dall’Austria, quando l’America si staccò dall’Inghilterra, quando la Francia depose il suo re e seppellì nella tomba di lui la monarchia, queste nazioni comparivan forse per la prima volta sulla scena del mondo, avevano esse perduto in un momento la memoria degli stati pe’ quali erano passate? La libertà vi trovò ella sgombro il terreno dagli sterpi e dalle spine de’ pregiudizi? La rivoluzione non rinvenne ella degli ostacoli che ne arrestarono il corso? I patriotti non dovettero forse combattere contro delle abitudini che avevano la sanzione de’ secoli, contro de’ nemici agguerriti dall’interesse e da tutte le vili passioni coalizzate contro la ragione? Essi furono vincitori e dovevano esserlo. La libertà rende l’anima e la vita alle nazioni spiranti sotto il dispotismo. Alla di lei voce tutte le forze dell’uomo si riuniscono; lo spirito nazionale si risveglia, e la massa dello Stato si rifonde. La libertà è la tromba dell’Angelo che risveglia i morti dal sepolcro, è la voce di Dio che chiama gli esseri dal nulla. Per la sua forza è un fuoco che incenerisce quanto le si para davanti; per la sua rapidità è una scintilla elettrica che schiarisce in un attimo la vasta estensione delle nubi. Ella può gareggiare coi secoli in durata, se mantiensi viva l’idea della tirannia che esacerbando incoraggisce, vivo lo spirito di gloria che la nutre e n’è nudrito, viva la severità de’ costumi che ne è il palladio. Gli Svizzeri, gli Olandesi, gli Americani, i Francesi ammiravano con ragione le magnanime imprese di Grecia e di Roma, ed ammirandole arrivarono ad imitarle. Diffatti l’orgoglio austriaco andò a rompersi colle sue armate formidabili ai piedi dell’Alpi; tutte le forze del divoto e sanguinario Filippo non poterono soggiogare i bravi Batavi, che posti dalla natura sopra sterili maremme a fianco di flutti che minacciavano d’ingojarli, animali dalla libertà trovarono il loro asilo nell’Oceano, ed inalzarono i loro ripari sul Continente: l’Albione guerriera si vide rapito l’impero de’ mari da un popolo debole, ma che divenne terribile aspirando all’indipendenza: l’incendio di guerra che arse intorno alla Francia sfumò e s’estinse alla comparsa de’ bravi eroi, che sortivano dal seno della repubblica una e indivisibile. È falso che l’albero della libertà non alligni e non frondeggi che sopra un terreno sgombro dagli sterpi de pregiudizj e illuminato dal puro sole della ragione. Nessun popolo mostrò mai tanto entusiasmo per la libertà quanto i Greci, e nessun popolo spacciò tante favole e diede fede a tante stravaganti assurdità. Ciascuna città di questo piccol angolo della terra vanta i suoi Dei, i suoi semidei, ne racconta le più strane meraviglie, e mostra i confini a cui giunge l’ignoranza sostenuta dalla vanità. La loro religione nazionale radicata nell’animo del popolo ci presenta — una specie di democrazia celeste piena di scompigli come quella d’Atene; una corte di Dei capricciosi e parziali più avidi del fumo delle vittime che dei sacrifizj delle passioni; una cronica scandalosa di sacre galanterie, che autorizzava i vizj umani cogli esempi divini; una folla di pratiche superstiziose, che riempivano le borse de’ ministri senza purgar l’animo dei divoti; un ammasso di tradizioni, ridicole spesso a quegli stessi che le adoravano; infine un guazzabuglio di ragione e di pazzia, ove le poche verità indestruttibili della religion naturale erano corrotte e sfigurate dalla stupidezza ragionativa del volgo, dagli equivoci della lingua, dall’ambiguità dei simboli, dal capriccio brillante dei poeti, dall’accortezza dei politici, dall’interessata ambizione dei Jerofanti — [16]I Romani che dopo i Greci si presentano sulla carriera della libertà, per cinque cento anni non ebbero né arti, né gusto, né sensibilità, né imaginazione, né eloquenza. Essi ricevettero dagli altri popoli gli errori e le verità senza saperne far la scelta. I Greci della Sicilia, della Calabria, della Campania diedero loro le divinità e le favole che le accompagnano; gli Etruschi, le superstizioni e gli augurj; i Toscani e i Samniti, i Dei di legno e di terra cotta. Quel popolo che ebbe de’ Bruti, de’ Virginii, de’ Manlii che sacrificarono i loro figli alla libertà ed all’osservanza delle leggi, dei Fabii che morirono all’acque di Cremera per salvare la patria; quel popolo stesso credeva che un chiodo piantato nel muro da un dittatore, un letto preparato per gli Dei, il suono d’un citarista toscano, il seppellire vivi un uomo ed una donna della Gallia, il canto degli uccelli, il loro volo, le loro viscere, una pioggia abbondante, un’aurora boreale, l’incontro d’un animale, uno stranuto, un sogno, una caduta, un baleno a destra o a sinistra reggessero gli avvenimenti politici e fossero capaci d’estinguere o d’eccitare delle pubbliche calamità. Ciascun’arte, ciascuna professione, ciascuna virtù, il vizio stesso aveva i suoi Dei tutelari in Roma e questi i suoi ministri. Io ho rossore a richiamare i nomi di questi impostori che si dicevano Pontefici, Auguri, Aruspici, Curioni, Feciali, Flamini, Salii, Luperci, Vestali, Potizii, Pinarii.... che ingannavano il popolo e ne divoravano le sostanze. Malgrado tante assurdità, tanti pregiudizj, tante opinioni dannose, la libertà fiorì in Grecia ed in Roma; e perchè dunque lo stipendiato apologista della tirannia, l’infame Lacretelle ci oppone i nostri pregiudizj come ostacoli alla nostra libertà? Se l’entusiasmo nasce da un’anima ardente che crea gli oggetti invece di vederli; se una luce troppo viva facendoci vedere tutto distintamente esclude le illusioni della fantasia; se agli Italiani non si può negare una dose straordinaria d’ardore, ne seguono due conseguenze importanti: che l’ignoranza e i pregiudizj che ci vengono a ragione rimproverati non opporranno grande ostacolo alla libertà, purché non siano urtati di fronte; 2° che è più necessario di eccitare con alcuni sentimenti forti che d’istruire con un immenso corredo d’idee, e che il popolo debb’essere condotto più frequentemente al teatro che alle scuole.

Dopo d’avere dissipate le nubi che ci offuscavano la speranza di libertà, io dimando: l’Italia salirà ella al massimo grado di felicità spezzandosi in repubbliche isolate e indipendenti? L’idea di divisione è congiunta all’idea di debolezza: la diversità d’interessi chiama al pensiero l’imagine della discordia. Seguiamo la direzione di queste due idee ed osserviamo le conseguenze che ne emergono.

Tante repubbliche isolate formerebbero tante sfere differenti di patriottismo, la forza del quale sarebbe in ragione inversa dell’estensione dello Stato. Ora lo spirito patriottico di sua natura esclusivo cangiasi sempre in indifferenza e molte volte in odio verso gli stranieri. Sembra che l’idea di straniero copra l’idea d’uomo, e siccome all’aria di famiglia s’eccita nell’animo l’amore, così quando quella si dilegua, questi rimane stupidamente indifferente: il cuor umano è una corda che non risuona che all’unisono. Perciò i Romani chiamavano barbare le nazioni poste al di là dell’impero, e sovente affettavano d’ignorarne il nome. Dunque dividendo l’Italia in repubbliche indipendenti, e restringendo l’attenzione sull’indifferenza reciproca che ne risulta, vedremo che il vantaggio proveniente sarebbe di molto inferiore alla perdita, giacché ciascuna repubblica isolata acquistando un grado di patriottismo di più si priverebbe degli immensi vantaggi dell’unione.

Ma v’è di più. Questa indifferenza verso gli stranieri, che a prima vista ci sembra innocente, presto è cangiata in disprezzo dal sentimento nazionale, quando la vicinanza moltiplica le occasioni di paragone. Dal disprezzo nasce quella gelosia che veglia alla custodia de pregiudizj di ciascuna popolazione, e quell’orgoglio puntiglioso, che armato d’una stupida acutezza fa agire i più plausibili pretesti per negare la cittadinanza, e rispingere con orrore ogni progetto ed idea che si presenta coi caratteri di straniera. Lo spirito pubblico nudrito da queste oscure e vili affezioni contrae tutti i vizj, e cade in tutti i difetti d’una presunzione insolente, d’una vanità insultante, d’una ostinazione inflessibile.

Dal disprezzo è facile il passaggio all’odio, ed in piccoli Stati limitrofi frequenti e forti ne sono le spinte. Diffatti più il patriottismo è animato più l’idea di perdere la patria debb’essere amareggiante ed afflittiva. Questa amarezza va a gettarsi e si fissa sopra l’idea di chi ha poter bastante per tentare e condurre a termine un’invasione. Ora se il sentimento della forza in noi produce la calma, il sentimento della debolezza deve cagionar inquietudine; e se la lontananza sminuisce la probabilità del pericolo, la prossimità la deve raddoppiare. Dunque l’ingrandimento de’ nostri vicini deve tenerci ansiamente perplessi sulla nostra sorte, e generare in noi un abituale timore, che non ci verrà sgombrato dall’animo che dalla loro decadenza. Sembra che l’amore della patria scriva su i confini dello Stato: qui non est pro me contra me est. Perciò il canto de’ Bardi respirava l’odio degli stranieri; perciò i Romani ascoltando meno i sentimenti d’umanità che la voce del patriottismo, si rallegravano al racconto delle dissensioni di Germania e ne consideravano la rovina come un favore degli Dei [17].

Dal timore dell’altrui ingrandimento, dal desiderio dell’altrui rovina deve accendersi il fuoco della guerra; l’aspetto degli affari politici cangiare a vista d’occhio; delle leghe formarsi e rompersi per unirsi di nuovo; delle città nemiche conciliarsi inaspettatamente, le scintille della discordia suscitarsi in seno della pace più profonda; il teatro della guerra passare rapidamente or da una banda or dall’altra; il mare coprirsi di flotte e rovinare il Continente; le guerre del Continente paralizzare e distruggere la marina. Io somma, più le masse si dividono, più le superficie si moltiplicano: i piccoli Stati toccandosi in una infinità di punti, sono esposti a tutti i capricci della guerra; e se i gran corpi resistono al moto per la loro massa, i piccoli sono in un moto perpetuo che li rovina. Se le circostanze gli sforzano a dei trattati, mentre essi ne sottoscrivono le condizioni, giurano nel cuore la perdita de’ loro nemici. La perfidia e la menzogna sono l’uniche basi de’ loro accordi, e più sono costretti a dissimulare il rancore più acuiscono i pugnali della vendetta. La storia conferma quanto il raziocinio ci fa prevedere. La Grecia nel suo più bel fiore non fu che il teatro di sanguinose rivoluzioni; ella non sembra divisa in sì gran numero di Stati differenti che per presentare maggior superficie alla guerra ed alle altre politiche calamità. Sui moltiplici confini di questi Stati, l’ambizione, la gelosia, l’inquietudine, gettano continuamente il grido della discordia; questo grido ripetuto dalle città circonvicine si propaga alle colonie, passa agli alleati e in un momento l’incendio di guerra avvampa sopra la Grecia intera. Io veggo Atene armarsi contro Sparta, Sparta contro Atene, indebolirsi a vicenda e cadere. Tebe comparisce in scena con Pelopida ed Epaminonda, si copre di gloria attaccando e combattendo le altre repubbliche, e la sua gloria s’estingue a Mantinea. Gettate lo sguardo sopra tutta l’estensione della Grecia e vedrete dappertutto gli scogli insanguinati d’una universale anarchia. Le antiche repubbliche di Etruria, di Taranto, di Samnio, della Campania ci ripeterono la stessa lezione. Queste repubbliche che gareggiar potevano colle più famose del Peloponneso e dellAchaja, e che si meriterebbero l’ammirazione de’ secoli, se un Pausania, un Tucidide, un Zenofonte ne avessero scritto la storia, queste repubbliche divise d’interesse, sciolte d’ogni vincolo d’associazione, più bramose dell’altrui rovina che del proprio ingrandimento, odiandosi più vivamente quanto meno erano potenti a nuocersi, si combatterono a vicenda, s’alzarono l’una dopo l’altra al colmo della gloria e ne furono precipitate dalle loro rivali. L’impotenza di sollevarsi garantì per qualche tempo la loro libertà; ma l’odio che non perdona, la diffidenza che di sua natura è irreconciliabile, non permise loro d’unirsi strettamente coi legami d’una pace solida e leale. La storia delle tribù della Germania, di quelle della Gran Bretagna prima e dopo la conquista dei Romani ad una voce ci confermano che i piccoli popoli vicini non si conoscono, che per temersi e per combattersi; che la moltiplicità de’ piccoli Stati moltiplica i disastri sulla terra. Diffatti se la guerra tra i regni grandi è fatta con poca animosità, dalle piccole tribù è spinta con tutto l’impeto di una dissensione privata, e il risentimento delle nazioni è implacabile come quello degli individui. Può alle volte essere dissimulato represso, ma non è mai estinto; e bene spesso [quando] meno s’aspetta o si teme salta fuori con raddoppiato furore. Le ossa dei nostri compatriotti giacciono insepolte, dice un indiano a’ suoi concittadini per spingerli alla guerra contro le vicine tribù; il loro letto insanguinato non è ancora mondo, i loro spiriti gridano contro di noi, conviene pacificarli. Andiamo a divorare la gente dalla quale furono trucidati. Non state più a sedere oziosi sui vostri strapunti, alzate l’accetta, consolate l’anime de’ morti, e dite loro che saranno vendicate. Animata da tali esortazioni la gioventù prende subito l’armi con veemente trasporto, intuona la canzone di guerra e arde d’impazienza d’imbrattarsi le mani nel sangue de’ suoi nemici. Scoppia l’animo di orrore alla lettura delle crudeltà che queste tribù commettono contro i prigionieri di guerra, e volesse il cielo che la storia delle altre nazioni non ci offerisse i medesimi esempj di barbarie. Una verità egualmente evidente che risulta dalle sopraccitate storie si è che i piccoli popoli vicini dopo essersi indeboliti a vicenda cadono vittima d’una potenza straniera. Le tribù brittanniche passionate per la libertà, opposte di mire, avide di potere, per risentimento, per gelosia, ricusando soccorrersi quando erano assalite dai Romani, sorridendo ciascuna alla rovina delle sue rivali senza temer per essa la stessa sorte, combatterono separatamente e rimasero soggiogate: né la bravura di di Garactaco, né la disperazione di Boadicea, né il fanatismo dei Druidi le poterono sottrarre dagli artigli dell’aquile romane.

Osserviamo sotto un altro punto di vista i mali che nascono dalla moltiplicità di piccoli Stati circonvicini. Se in questi il patriottismo è forte perchè gl’interessi di cittadino tendono a confondersi con gl’interessi particolari, conviene però riflettere che gli odj personali, la vanità, l’avarizia, l’ambizione condensate in poco spazio fanno degenerare il patriottismo in ispirito di partito, e dividono i cittadini in tante fazioni. In mezzo a questi tumulti le istituzioni sociali perdono tutta la forza e sovente la natura riclama invano i suoi dritti. L’animosità dell’interesse, il risentimento personale colorito col titolo di patriottismo, l’orgoglio della vittoria, la disperazione di successo, la memoria delle ingiurie, il timor di nuovi oltraggi infiammano lo spirito e contribuiscono a soffocare il grido della pietà. E siccome l’odio e la vendetta consentono a soffrire purché nuocano, quindi le fazioni portano a tal grado l’accanimento che amano meglio precipitarsi nella stessa tomba colle loro rivali che loro cedere un passo volontariamente. Se non che la gelosia degli Stati circonvicini sta guatando questo spettacolo di sangue, per correre in soccorso del partito oppresso che continua a lacerare il seno alla patria col pretesto di liberarla da’ suoi nemici. I magistrati di Gorcira trovano appoggio in Isparta, gli altri cittadini in Atene, e Gorcira è inondata di sangue, Coriolano sorte scontento di Roma e va a presentarsi ai Volsci che abbracciano il suo partito con tanto maggior piacere, quanto che loro somministra un pretesto per vendicarsi de loro rivali. Nelle guerre civili frequentissime tra i popoli divisi della Germania, le fazioni più deboli trovavano sempre appoggio nei governatori delle provincie frontiere, e tutti i progetti di que’ popoli, per allontanare la discordia e riunire i suffragi, venivano da Roma rovesciati coll’azione potente della gelosia e dell’interesse particolare. Apriamo la storia delle repubbliche che comparvero sul teatro d’Italia nella media antichità, e vedremo le fazioni pascersi delle piaghe che si fanno e del sangue che spargono; l’incostanza della vittoria tener vivo il fuoco delle guerre civili; dei fuorusciti di Stati diversi confondere insieme i loro odj e comparir terribili ai loro nemici; degli ambiziosi mettersi alla testa delle fazioni ed acquistarsi un titolo tra gli usurpatori; i limiti degli Stati, le gelosie di commercio, la diversità de’ costumi, la contrarietà delle mire, sorgenti eterne d’odio e di sofismi per giustificarlo, servire di pretesto all’interesse, all’inquietudine, al timore, alla vanità, all’orgoglio per intromettersi negli affari degli Stati vicini, e cogliere il frutto delle altrui discordie.

I lumi della riflessione e quelli della storia s’uniscono dunque a dimostrare che l’Italia andrebbe incontro alla propria rovina, se si dividesse in piccole repubbliche isolate e indipendenti. Mentre queste spargerebbero il loro sangue per disputarsi l’onore di dominare, i loro esteri nemici terrebbero sopra d’esse fisso lo sguardo, e seguendo i progressi delle fazioni, l’accrescimento degli odj nazionali, spierebbero con attenzione e coglierebbero con celerità il momento favorevole alle loro mire. La Casa d’Austria che non consulta che il suo ingrandimento nel far la guerra o la pace; che ha messo in requisizione tutti gli archivj, onde avere pronti dei titoli per usurpare; la cui ambizione non perde giammai di vista uno Stato che le appartenne, e non è arrestata che dall’impossibilità di riacquistarlo; la Casa d’Austria, che mentre le altre potenze d’Europa cangiano di massime e di condotta, tiene un sistema di politica uniforme e costante, la Casa d’Austria troverebbe in Italia de’ popoli abbastanza ciechi per lasciarsi ingannare dalle sue promesse, abbastanza deboli per accettare i suoi benefizj y abbastanza inaspriti contro gli altri per gittarsi nel di lei seno. Ella fomenterebbe le discordie per indebolire le forze, porgerebbe la mano agli oppressi per acquistarsi il titolo d’amica, d’alleata e di benefattrice de popoli. Preceduta dalla pubblica opinione, spalleggiata dagli alleati, abbastanza forte per atterrire i suoi nemici, prudente abbastanza per non eccitare de’ sospetti, s’avanzerebbe a poco a poco, e quando si vedesse in posizione di poter tutto soggiogare, si leverebbe la maschera, e direbbe agli Italiani: ecco le leggi che v’impongo, e gli Italiani sarebbero costretti a rispondere, e noi le eseguiremo [18].

Non dissimuliamo un’obbiezione in apparenza favorevole alla divisione dell’Italia, obbiezione che può colpire quella classe d’uomini che coltivando in disparte i piaceri dell’intelletto e gli amabili delirj dell’imaginazione, non veggono il sangue che si sparge sulla terra ne ricevono le scosse de’ governi; che stranieri al corso degli eventi che loro passano davanti, vivono soltanto nel passato; che scorrendo la storia s’arrestano al canto d’un poeta o ai sogni brillanti d’un filosofo, senza stendere lo sguardo sul quadro intero delle nazioni; che entusiasmati ed ostinatamente fissi sui bei secoli della Grecia e dell’Italia, secoli in cui gli uomini a talento brillarono in moltiplici Stati indipendenti, e la ragione umana s’inalzò ad un grado da cui le rivoluzioni politiche l’hanno fatta discendere forse per sempre, questi uomini, io dico, ci predicano che la moltiplicità di Stati vicini fa nascere e fomenta l’emulazione e che questa è l’unica ala del genio. — Per rispondere in poco a questa obbiezione io dirò che se la gelosia vicendevole di piccoli Stati agisce contro l’inerzia e trae l’uomo dall’indolenza, se (per opporre erudizione a erudizione) le divisioni della Grecia e dell’Italia promossero la gloria de’ talenti e ravvivarono lo splendore delle arti, fecero ancora spargere de’ fiumi di sangue e cagionarono delle piaghe mortali all’umanità: dirò che (per opporre genio a genio) io dispenserei volentieri la storia dal condurmi ne’ boschetti dell’accademia, ne’ portici della Stoa, nel teatro di Sofocle, nell’inferno di Dante, purché mi dicesse che le generazioni vissero all’ombra della pace senza tingere di sangue il teatro della loro gloria. Concedendo che l’uomo raddoppi di forze quando si vede degli emuli al fianco, e che l’emulazione fermenti in mezzo di moltiplici Stati indipendenti, sosterrò che ella può sollevarsi fino all’entusiasmo anche negli Stati estesi, come ne fa fede la storia d’Augusto e di Luigi XIV. Altronde posso aggiungere che la gloria della Grecia e dell’Italia è principalmente dovuta all’aria di libertà che spirò sopra di quelle contrade, e ne avrò per garanti non degli eruditi, che avvezzi a strascinarsi sui passi altrui ignorano il piacere d’aprirsi delle nuove carriere, non dei poeti il cui genio sembra simpatizzare colla schiavitù, ma di questi filosofi che portando ne’ loro cuori incorrotto il germe della virtù e de’ talenti politici sentono di non poterlo sviluppare che sopra d’un vasto teatro avanti l’imagine augusta della libertà.

Abbandoniamo il progetto delle repubbliche indipendenti ed esaminiamo il federalismo. Chiunque ha analizzato lo spirito de’ corpi politici, e sa quanto siano avidi di stima; sensibili al disprezzo, pronti ad allarmarsi, difficili alla riconciliazione, fecondi in pretesti, ostinati ne’ progetti, limitati nelle mire, si persuaderà facilmente che la confederazione di varj corpi politici, che hanno un’esistenza a parte, leggi proprie, interessi particolari, debb’essere lenta a formare de’ piani, più lenta ad eseguirli e pronta soltanto a dividersi. Ciascun membro della confederazione, non calcolando che il proprio interesse, allontanando ogni idea di futuro particolare bisogno, decantando i proprj servigi, poco riflettendo agli altrui, chiudendo gli occhi sul bene generale, deve frapporre degli ostacoli a quelle determinazioni dalle quali non gli proviene un pronto e particolare vantaggio. La direzione differente delle mire, la diversità di genio figlio della diversità delle leggi, la contrarietà accidentale o permanente d’interesse, la luce scientifica inegualmente sparsa, le questioni sulla preminenza sono tante forze particolari che tendono a rilasciare il filo dell’unione. Mettiamo questi raziocinj alla prova dell’esperienza.

Il consiglio degli Anfizioni tenne per lungo tempo strettamente unite varie città della Grecia, perchè erano eguali in riputazione, perchè conservavano viva la memoria della passata tirannia, avevano lo stesso governo, gli stessi nemici, le stesse speranze, gli stessi timori; ma quando aperse il suo seno ai ministri di repubbliche ineguali di forze, diverse di genio, dirette da principj affatto opposti, quando mancò un nemico comune che spingesse le forze parziali in un solo centro, allora il consiglio mancò d’attività, e benché fosse rassodato dal corso di varj secoli, non fu capace d’impedire le funeste conseguenze della rivalità di Sparta e di Atene. L’Olanda prova frequentemente gli effetti di questa contrarietà d’interessi e di mire. Giacché se gli Stati generali dichiarano la guerra, le provincie marittime come l’Olanda e la Zelanda vogliono che sia protetto il loro commercio con forti e numerose squadre; al contrario le Provincie della Gueldria e d’Over-Iesel situate nel Continente si curano poco che le coste siano ben difese, purchè delle forti armate marcino ad allontanare dalle loro città e dalle loro terre il nemico. Da queste dissensioni nascono mille ritardi e contrasti da’ quali si spargono sopra tutta l’Olanda de’ mali incalcolabili. Chi non sa quanto la debolezza del legame federativo in America nocque al successo della guerra contro il nemico della indipendenza americana? Chi non ravvisò la poca forza del congresso generale delle diverse repubbliche nel concorrere al comune vantaggio, benché fossero in quel momento di entusiasmo in cui tutte le passioni ammutiscono e non si sente che la voce della patria?

Dividete l’Italia in tante repubbliche confederate: le città bagnate dal mare esposte ad una pronta invasione saranno già conquistate quando il congresso dell’Italia sarà ancora occupato a deliberare. Egli farà marciare delle armate quando i nemici si saranno già ritirati e torneranno all’attacco con nuove forze. Che il fuoco della guerra si accenda ai piedi dell’Alpi; la Calabria si farà chiamare molte volte in ajuto e non verrà che a passi lenti ad estinguerlo. Se qualche Xerse scenderà dai monti del Tirolo per cadere sopra la repubblica Lombarda, forse le altre repubbliche gelose dell’onor patrio non vorranno combattere che guidate da un Euribiade e forse non ritroverassi un Temistocle che salvi l’Italia come la Grecia fu salvata a Salamina. La facilità dell’invasione in Italia, la difficoltà di far concorrere tutti alla difesa, la gelosia naturale alle repubbliche confederate, la lentezza inerente alla confederazione mi fanno abbandonare il progetto del federalismo.

Quanto abbiamo detto contro il federalismo non viene distrutto dalla felice sorte che godono le provincie unite dell’Elvezia. Questa nazione, circondata da montagne che le servono di rocche ed arrestano l’ambizione de’ conquistatori, povera abbastanza per non tentare l’altrui avidità è abbastanza potente per difendersi da qualunque invasore. Libera come la natura che la circonda, sparsa per valli profonde, sopra monti acuti, sull’orlo di torrenti precipitosi, tra boschi che gareggiano coi secoli in antichità, sembra ricevere da tutti gli oggetti che la circondano lezioni d’indipendenza. Forzata a coltivare la terra conserva le forze del corpo ed i costumi semplici della natura. La giustizia regna nel cuore de’ suoi giudici, e la corruzione è espulsa da’ suoi tribunali. I pubblici affari, poco complicati e dappertutto analoghi, tolgono alle passioni liberticide i mezzi ed i pretesti per disorganizzare lo Stato e indebolire l’unione; e la buona fede degli individui leva tutti gli ostacoli che si potrebbero opporre alla pubblica utilità. La natura ha destinata questa nazione a godere della calma e della felicità, mentre dall’alto delle sue montagne le mostra la fiamma della discordia e della guerra che scorre sopra l’Europa intera. Questa fisica situazione incutendo terrore al di fuori, semplificando gli affari al di dentro, promovendo l’integrità de’ costumi, ravvivando il fuoco della libertà rende meno sensibili i difetti del federalismo nell’Elvezia [19].

Quelli che dimandano il governo federativo per l’Italia ci chiamano al tribunale dell’esperienza e ci dicono, che quei popoli i quali sparsi su d’una grande estensione di terreno aspirarono alla libertà, per sottrarsi ai pericoli delle piccole repubbliche indipendenti, ricorsero al federalismo. I Greci ebbero i loro Anfizioni, gli Etruschi le loro Lucumonie, i Latini le loro Ferie, i Galli le loro città, e gli ultimi sospiri della Grecia furono illustri nella lega Achea; la lega Elvetica, le Provincie Unite, gli Stati dell’America, tutti ripetono ad una voce il grido di confederazione. Non è possibile che tante nazioni sianosi ingannate nella scelta di questo governo, e molto meno che la scienza sia esclusivamente concessa al nostro secolo. Questa obbiezione su di cui fanno punto coloro che diffidando della loro ragione seguono servilmente le altrui pedate, che raccogliendo a così dire le voci canonizzano per ottimo il sistema sostenuto dalla maggioranza, che incapaci forse di rinvenirne un migliore mettono tutta la loro abilità nel giustificarlo, che lasciandosi per debolezza imporre dal grido menzognero della fama, non osano giudicare de’ popoli da essi ammirati con una stupida divozione; questa obbiezione io dico scomparisce agli occhi di chi riflette che lo spirito d’imitazione dirige la condotta de’ popoli come quella degli individui; che essi seguono ciecamente le strade battute, malgrado che l’esperienza dimostri loro i pericoli che incorsero e i danni che subirono quelli che li precedettero; che la confederazione fu abbracciata da alcune nazioni perchè loro s’offerse coi caratteri dell’antichità, o perchè non conobbero un miglior piano da sostituirvi, o trovarono sul principio degli ostacoli nell’organizzarlo, o probabilmente furono arrestati dallo spirito di diffidenza che presiede alla culla della libertà, e che poi lasciarono sussistere il federalismo spaventati dai mali d’una rivoluzione. Una prova poi della molta saggezza del nostro secolo si è la confessione sincera d’ignorare molte cose, benché sia esposto al pericolo della presunzione, se paragonasi cogli antecedenti. Egli ne dà una seconda prova mettendo a profitto gli errori dei suoi maggiori ed ammirando i loro piani con discernimento. Se è lodevole un nocchiero che allontanasi da uno scoglio intorno di cui ondeggiano sparsi i rimassugli de’ vascelli che l’urtarono, non meritano la stessa lode que’ filosofi che dicono all’Italia di scostarsi dalla confederazione, acciò non vada incontro ai mali che resero celebri gli altri Stati confederati? Questi filosofi per giudicare sanamente degli inconvenienti e de’ vantaggi del federalismo non s’arrestano a considerarlo ne’ primi momenti di sua esistenza, in cui non sentesi ancora l’influenza degli interessi e delle mire particolari de’ componenti; ma lo seguono attraverso le rivoluzioni de’ secoli, nella pace, nella guerra, nel commercio, nella legislazione, nell’interno dello Stato e ne’ rapporti esteriori, ne’ tempi di prosperità come in quelli di disgrazia, e loro sembra di vedere che le masse politiche quanto più s’allontanano dal punto della loro origine tanto più tendono a neutralizzarsi ed a spezzare il debole legame della confederazione.

Sembrano avere maggior ragione que’ federalisti i quali ci dicono che quanto più uno Stato è esteso, tanto maggior forza dovendosi concedere al potere esecutivo acciò le leggi vengano eseguite in tutti i punti della repubblica, questa immensità di forze può facilmente divenire uno strumento di oppressione, giacché non il numero de’ soldati relativo alla popolazione, ma è il loro numero assoluto che può divenire fatale allo Stato. Cento uomini non ne soggiogano 10 mila, ma 10 mila possono far tremare dei milioni. Rispondo che le nostre storie dimostrano che l’Italia è quasi sempre stata il patrimonio degli stranieri, i quali col pretesto di proteggerci, hanno sempre violato i nostri dritti e dandoci dei nomi, dei colori, degli emblemi si sono impadroniti delle nostre sostanze; che la Francia, l’Alemagna, la Spagna hanno a vicenda sopra di noi dominato; che il nostro suolo è stato per tanti secoli il teatro su di cui sono venute a discutere le loro pretensioni le estere nazioni; che l’Italia essendo facilmente accessibile quasi da tutte le parti ai nemici esteri, conviene darle quel governo che può opporre la massima resistenza all’invasione; ora questo è assolutamente la repubblica una indivisibile: vis unita fortior. Rispondo che i membri del potere esecutivo non dovendo restare in posto che due anni e mezzo secondo la correzione proposta alla costituzione francese, non è probabile che il potere divenga in sì poco tempo abusivo. Rispondo che il Direttorio dovendo tenere le armate ad una certa distanza dal corpo legislativo; che queste non essendo Unite in un medesimo luogo, né dirette da un solo capo; che i generali dovrebbero bensì essere eletti dal Direttorio, ma premiati a giudizio del corpo legislativo; che questo potendo sbalzare immediatamente il Direttorio, e cade in sospetto; che il tentativo di rovesciare la repubblica venendo punito colla morte; chela stampa essendo libera, il patriottismo grida presto l’allarme; che questo echeggia immediatamente per tutte le società popolari, le quali devono essere in continua comunicazione per levarsi in massa contro il governo che volesse abusare del prezioso tesoro affidatogli; tale dico dovendo essere lo stato delle cose, le forze d’una grande repubblica confidate a poche mani non debbono dare de’ sospetti alla libertà.

Soggiungo che il pericolo proveniente dalla forza armata dovrebbe principalmente farsi sentire nel tempo d’un’invasione e che questo avrebbe luogo anche nel sistema federativo; ma che allora le parti dello Stato spinte da un comune timore si danno tra di loro la mano, e circondando i| governo lo osservano con una tacita inquietudine pronte ad armare le destre di pugnali per vendicare nel sangue di pochi despoti la nazione tradita.

I disordini delle repubbliche indipendenti, la lentezza e la gelosia delle repubbliche confederate invitano l’Italia ad unirsi in una sola repubblica indivisibile. Difatti la natura del territorio italiano, le cui parti avvicinate tra di loro non sono separate da alcun ostacolo naturale, il clima che poco cangia dall’una all’altra estremità, la fertilità delle città situate nel Continente, lo stato precario d’alcune altre poste sulle frontiere, la quantità de’ fiumi che possono far circolare rapidamente e dappertutto le nostre e le altrui derrate, la nostra abbondanza in ogni genere che provocando l’altrui cupidità mantiene vivo il desiderio d’un’invasione, la moltitudine di porti, la capacità de’ seni che mentre ci trasmettono le estere ricchezze ci rendono accessibili da tutte le parti agl’invasori, l’impotenza di ciascuna città a resistere sola alla forza, all’avvedutezza, all’ambizione di costoro, l’unione che può dare allo masse italiane quella solidità onde renderle lo scoglio eterno de’ conquistatori, l’esperienza del passato che ricorda all’Italia che divisa fu conquistata e tiranneggiata dalle estere nazioni; lo stato di depressione in cui giace al presente la nostra marina, che diverrebbe il riparo della libertà se fosse sostenuta dall’unione; il commercio che è arrestato dappertutto da mille ostacoli sollevati dalla gelosia di piccoli Stati indipendenti e rivali; quella diffidenza indecisa, quella inquietudine attiva che accompagna le rivoluzioni e tende a disorganizzarle, inquietudine che si sminuisce in ragione degli associati ai medesimi pericoli; l’intelletto che si estende a misura che si estende il campo di sua attività; la grandezza degli oggetti politici che, togliendo di mezzo le piccole passioni, tiene gli uomini in una distanza che annienta gl’interessi, e le particolari gelosie madri di discordie e di sedizioni; la religione che unisce tutta l’Italia sotto d’uno stendardo comune; gli stessi comuni che danno alla pubblica opinione la direzione stessa e ne costituiscon la forza; la stessa lingua che facilita la comunicazione de’ sentimenti e ci ricorda la stessa origine; lo stesso gusto per le arti, per le manifatture, per le scienze; gli stessi mali, le stesse speranze, gli stessi timori, in una parola il fisico, il morale, il politico, tutto c’invita ad unirci colla massima possibile strettezza nel seno d’una sola repubblica indivisibile.

Esaminiamo più davvicino il nostro carattere nazionale e la nostra fisica posizione, e ci persuaderemo sempre più che la repubblica indivisibile può sola essere l’istrumento ed il riparo della nostra libertà. La storia di Napoli, di Roma, di Firenze, di Genova, di Milano e di Pavia dimostra che il carattere degli Italiani pronto ad accendersi e ad estinguersi, spera tutto da un primo successo, ma tutto dispera quando è arrestato da un ostacolo; che domina in lui quella specie d’inquietudine e di movimento che proviene dalla debolezza congiunta alla memoria della forza; ch’egli ha bisogno d’essere arrestato nelle sue impetuosità e sostenuto nelle vacillazioni di sua incostanza. Quasi tutti gli altri popoli, eccettuato il francese, lo superano in stabilità ed in fermezza. Dunque se si erigessero in Italia delle repubbliche indipendenti o confederate, l’inquietudine e l’incostanza degli Italiani, alimentate dalle dissensioni e dalle gelosie di detti governi, aprirebbero il campo a mille discordie feroci che si riprodurrebbero sotto tutte le forme possibili; egli è dunque necessario stabilire una forma di governo che lasci alla nostra attività libero il campo di esercitarsi a suo capriccio, ma le opponga delle forti barriere acciò non degeneri in discordia, cioè a dire è necessario (issare la repubblica indivisibile. Altronde gli uomini proprj a cangiare la faccia degli imperj, questi uomini che si distinguono sopra gli altri colla pazienza, col coraggio, coi talenti, non compariscono che rari sull’estensione del tempo e dello spazio; il restante viene travolto dalla corrente irregolare dei pregiudizj e resta soggiogato dal carattere nazionale; dunque invece di moltiplicare le repubbliche ed in conseguenza i rappresentanti del popolo, ed esporsi al pericolo d’introdurre nel governo lo spirito d’inquietudine e d’incostanza, conviene stabilire una sola repubblica e chiamare alla rappresentanza nazionale quei pochi uomini illuminati, fieri, sensibili, che animati dall’amor della gloria, dall’orgoglio della libertà, dal disprezzo della morte dominando gli eventi invece di lasciarsi dominare, camminano d’un passo fermo e sicuro verso d’un grande oggetto combattendo con ostinazione le disgrazie, la fortuna e gli uomini.

La posizione dell’Italia, le qualità del suo clima, le sue ricchezze moltiplici ci conducono alla stessa conclusione. L’Italia ha un’estensione abbastanza vasta per potere aspirare all’indipendenza, e limitata abbastanza per non essere indebolita dalla sua grandezza. La natura circondandoci di mari ci destina alla navigazione, collocandoci sopra fertili terreni vuole che cerchiamo ne’ solchi delle campagne la nostra grandezza; creando in mezzodì noi un immensa popolazione ci dà le braccia necessarie ai travagli della terra e del mare. Il nostro clima dolce e voluttuoso che ci offre quanto può adescare l’immaginazione ed incantare i sensi; il nostro genio vivace ed inventore congiunto con quella matura riflessione che tutto abbellisce e perfeziona, vogliono che uniamo l’industria alla proprietà, la cultura delle produzioni all’arte di impiegarle. I fiumi che assicurano la comunicazione delle terre centrali coi porti, dei porti colle terre centrali, il clima che permette di spedire e di ricevere i navigli in tutte le stagioni, i seni numerosi e la vasta estensione delle coste sono i mezzi che la natura ci addita per attrarre l’altrui superfluo ed ismaltire il nostro. La natura ha sparso intorno di noi tutti i germi della prosperità e della grandezza. Ora io dico che questi germi non possono svolgersi che all’ombra d’una repubblica indivisibile. Diffatti l’anima delle Arti, delle manifatture, del commercio è la libertà. Senza di essa l’agricoltura abbandonai suoi strumenti, le arti cadono in paralisia, il commercio s’asside indispettito sopra un mucchio di ricchezze e le lascia perire. Per agevolare l’influsso della libertà conviene abbattere gli ostacoli che oppone la natura e rinforzare gli agenti che ci offre; conviene arrestare de’ torrenti, spezzare dei monti, costruire delle strade, sollevare delle barriere, gettare de vagli d’oro in un angolo di terra ed andare a raccoglierlo alla foce di qualche fiume, o nel seno di qualche monte; conviene agire per le generazioni future senza ritrarne presente vantaggio. Per facilitare le operazioni, per semplificare i calcoli, per diminuire gli errori dell’ignoranza, per paralizzare la mala fede, conviene stabilire gli stessi pesi, le stesse monete, le stesse misure.

Questo sistema di miglioramento deve carolarsi sopra tutti i rapporti fisici, morali, politici, presenti e futuri, deve eseguirsi colla massima prontezza, tenersi fisso in mezzo agli urti della cupidigia, dell’ignoranza, del pregiudizio e della malignità. Ora chi non vede che le dissensioni, la lentezza, la gelosia, l’inquietudine, lo spirito di vertigine di repubbliche indipendenti o confederate opporrebbero degli ostacoli insormontabili all’eseguimento di queste operazioni. La storia del commercio e dell’industria non è che la storia degli sforzi che hanno fatto le nazioni per rovinarsi. Sopra il mare e sopra il Continente esse hanno sollevato delle barriere che impediscono alle ricchezze di spandersi e mettersi a livello. Una legislazione artificiosa ha inventato delle proibizioni, fatto nascere dei delitti, imposto delle pene a quelli che vollero arricchire le nazioni. In vano la natura aveva regolato che colla scorta delle sue leggi, ciascuna contrada sarebbe opulenta, forte e felice della ricchezza, della potenza e della felicità delle altre. Esse hanno disordinato questo piano d’universale benevolenza col detrimento di tutte. La loro ambizione, la loro gelosia le ha spinte a staccarsi dalla causa comune, intraprendere un sistema a parte ed aspirare ad una prosperità esclusiva. Queste considerazioni insieme unite dimostrano che per trarre il massimo possibile vantaggio dalla nostra posizione, dal nostro territorio, dal nostro clima, dalla nostra industria conviene stabilire una sola repubblica indivisibile, repubblica alla cui voce taceranno le gelosie, s’ammutiranno le dissensioni e non risponderà che l’eco della pubblica felicità.

Ora conviene ridurre a silenzio degli uomini corti di vista che dichiarano impossibile tutto ciò che non è inchiuso nella sfera del passato, o deboli d’immaginazione che non sanno come far agire una repubblica su di una grande estensione. Essi ci dicono che la natura delle forze mostrasi nelle differenti scene per le quali passò il mondo morale e politico; che molte repubbliche sono bensì comparse sul teatro del mondo, ma che non hanno mai osato oltrepassare uno spazio limitatissimo, e che se al presente grandeggia una sola repubblica sopra tutta la Francia, ella contiene il germe della morte nella sua estensione.

Rispondo che trenta secoli al più formando il dominio della storia, un piccolo numero di dinastie, tre o quattro popoli famosi per le loro conquiste essendo gli unici materiali che essa ci presenta, egli è un eccesso d’ardimento volere con sì scarse cognizioni fissare i termini del possibile e del probabile, e decidere francamente che ai di là non havvi che contraddizione, impossibilità e chimere, usando della logica di que’ popoli che nelle loro carte geografiche mettono al di là de’ paesi che essi conoscono terre inabitabili, sabbie e deserti. Se seguiamo diffatti i progressi delle arti, delle scienze e de’ governi, vedremo che la natura realizza tutte le possibilità malgrado le decisioni dell’ignoranza, e che ne’ secoli seguenti comparisce quella combinazione di cose che secondo le teorie dei precedenti era impossibile. La natura non è troppo docile alle leggi sublimi che le impongono gli uomini; e quando essi le dicono: tu arriverai fin qui, e poi ti arresterai, ella passa maestosa ed in silenzio il termine prescritto, quindi slanciandosi ad un’immensa distanza, lascia indietro i suoi pretesi legislatori confusi della loro ignoranza, ma non corretti della loro presunzione. Per altro quelli che a cagione dell’estensione tacciano d’impossibilità una repubblica, non farebbero la stessa obbiezione contro una monarchia. Eppure tanto nell’uno quanto nell’altro governo è necessario il medesimo numero di forze impellenti e di poteri delegati. La simplicità pretesa della monarchia non è che apparente ed illusoria. Un re, come qualunque altro potere esecutivo, è forzato a dividere con altri le forze consegnategli, spargerle su d’un immenso terreno e farle agire di concerto. Con questa differenza però che se la scelta fatta da un re cade comunemente sopra persone ignoranti, interessate, perfide ed ambiziose, una repubblica non chiama alle politiche e civili funzioni che degli uomini illuminati e virtuosi. Non ignoro che vi sono dei limiti posti alla grandezza degli Stati; che le leggi perdono in energia quanto il governo acquista in estensione; che il patriottismo si sminuisce a misura che s’aumenta la massa della nazione, e che svapora affatto e s’estingue quando quella giunge ad una grandezza mostruosa e gigantesca. Egli è per altro evidente che se gli Stati differenti dell’Italia si riducessero in una sola repubblica indivisibile, non verrebbe a formarsi un corpo pesante troppo ed incapace di moto. Tutta l’Italia diffatti fu altre volte riunita sotto d’un solo governo., che sebbene non affatto democratico partecipava ancora di molti dritti della libertà e dell’eguaglianza. — Pria che i privilegj de’ Romani fossero estesi a tutti gli abitanti dell’impero, l’Italia ben differente dalle altre Provincie era il centro del governo e la base più solida della costituzione; ella si vantava d’essere la culla o almeno la residenza de’ senatori e de’ Cesari. Le terre degli Italiani erano esenti dalle imposte e le loro persone dalla giurisdizione arbitraria dei governatori. Formate sul modello perfetto della capitale, le loro città godevano del potere esecutivo sotto l’inspezione immediata della sovrana autorità. Dall’Alpi fino all’estremità della Calabria gli abitanti del paese nascevano tutti cittadini di Roma. Essi avevano dimenticato i loro antichi odj, ed insensibilmente erano arrivati a formare una grande nazione riunita dal linguaggio, dai costumi, dalle istituzioni civili, e degna di sostenere il peso d’un potente impero. La repubblica si gloriava di questa nobile politica; ella ne era sovente ricompensata dal merito e dai servigi de’ figli ch’ella aveva adottati. Se la distinzione del nome romano rinchiusa tra le mura di Roma non fosse stato che il partaggio delle antiche famiglie, questo nome immortale sarebbe restato privo de’ suoi più ricchi ornamenti. Mantova è divenuta celebre per la nascita di Virgilio. Orazio non sa se debbe essere chiamato Lucanio o cittadino d’Apulia. Fu a Padova che il popolo romano ritrovò un pennello degno di trasmettere alla posterità l’istoria maestosa de’ suoi trionfi. I Catoni erano venuti da Tuscolo a sfoggiare nella capitale tutte le virtù del patriottismo; e la piccola città d’Arpino ebbe l’onore d’avere prodotto due illustri cittadini» Mario che meritò dopo Romolo e Camillo il titolo glorioso di fondatore di Roma, e Cicerone che sottraendo la sua patria al furore di Catilina, la mise in istato di disputare alla Grecia la palma dell’eloquenza [20].

— Pria di levare la penna da questo articolo stimo a proposito di rispondere anche a coloro che parlano caldamente di politica, mentre il loro stomaco digerisce, in tempo in cui la loro ragione essendo mezzo assopita, la loro fantasia erra a capriccio e muove e sconvolge gli Stati a norma delle idee irregolari che le si presentano. Se nell’Italia, ci dicono, si stabilisce una sola repubblica indivisibile nasceranno necessariamente mille diversi partiti, questi cozzeranno tra di loro a vicenda, ed uno o più tiranni verranno di nuovo a dar legge alle parti indebolite. Rispondo che un certo fermento negli spiriti, un’oscillazione a così dire nella massa popolare, invece d’essere un germe di distruzione è un preservativo contro la morte della libertà e l’estinguimento delle forze. Se l’uomo gravita di sua natura verso il riposo e tende a indormentarsi in un sonno letargico, è necessario che le scosse della speranza e del timore lo tengano a così dire svegliato continuamente. Se il godimento rintuzza la forza delle sensazioni, se un possesso tranquillo produce la confidenza la quale è di sua natura improvvida, se la difficoltà di riuscire c’impreziosisce il successo, dunque a gustare della libertà in tutta la sua estensione ed in tutti i momenti influirà potentemente il sospetto di perderla. Altronde l’idea del corpo politico va ad unirsi coll’idea dell’individuo che ne fa parte, e le comunica quella consistenza la quale fino ad un certo punto è in ragione della grandezza. Aggiugnerò che questa consistenza tenendo viva la persuasione della forza, esclude quella serie di vani timori che potrebbero eccitare i movimenti degli Stati vicini, e rispinge la tentazione di fare dei saggi della forza stessa per attestarne a sè e agli altri l’esistenza; quindi vengono in parte distrutte le cause che spinsero tante volte gli uomini a coprire la terra di sangue e di rovine. Queste idee ricevono l’intero loro lume dalle teorie che sono state sviluppate negli antecedenti paragrafi. Rifletto finalmente che siccome quando gli Stati percorrono pacificamente le loro orbite, la storia osserva un profondo silenzio, giacché ciascuno storico volendo allettare il suo leggitore, trasceglie quegli avvenimenti che più colpiscono la fantasia e soddisfanno al bisogno di sentire e questi sono di guerra, perciò quando vogliamo giudicare dello stato futuro degli imperi, la prima idea che si affaccia è l’idea di guerra, la vediamo sorgere dai più piccoli accidenti, e presentarsi sotto tutte le forme, circondata dalle immagini più tetre, senza che lo spirito abbia campo a riflettere che nel corso della vita umana la pace occupa maggiore estensione della guerra.

Ci resta da rispondere ad un’altra obbiezione che ha forse maggiore apparenza di verità, ma che non lascia d’essere insussistente. Ci si dice che i costumi, gli usi, le consuetudini nazionali, essendo la nostra prima educazione, modellando i nostri sentimenti primi » incorporandosi a così dire nel nostro carattere, fanno una parte del nostro essere e ne divengono la forma e la materia, che l’uomo gravita continuamente verso queste abitudini, e che esse formano delle barriere eterne che separano le nazioni. Se coi legami del timore riunite dei popoli avvezzi a vivere disgiunti, viene presto il momento in cui questi legami si spezzano, e ciascuna parte torna a riprendere la sua forma primiera. Ora la divisione delle sovranità in Italia è confermata dall’autorità dell’abito ed ha la sanzione de’ secoli. Da ciò ne segue che se in Francia l’abitudine di formare un solo corpo, d’obbedire ad una sola regia autorità, facilitò l’introduzione d’una sola repubblica indivisibile, in Italia l’abitudine di formare delle masse separate deve essere un ostacolo a riunirle in una sola.

Conveniamo della forza delle abitudini, ma non dissimuliamo quelle del sentimento e della riflessione che ci aiutano a spezzarle. Io dimando se un prigioniero, benché abbia portato molto tempo le catene, tenda a conservarsi in questo stato ed acquisti l’abito di vivere in prigione? I popoli dell’Italia gemono da lungo tempo nella schiavitù. I legami che li uniscono ai loro governi sono rotti; gli umori che mantengono le costituzioni in vigore sono disseccati; il principio vivificante, l’amor della patria, è estinto. Le abitudini nazionali sono divenute un peso insopportabile; opera della tirannia, devono cadere alla caduta di lei. Se l’Olanda intera, abituata ad obbedire ai despoti della Spagna, si spezzò alla voce della libertà in tante repubbliche confederate, gli Stati d’Italia avvezzi ad obbedire a piccole sovranità, correranno ad unirsi in una sola. Gli uomini rigenerati alla libertà bevono l’acqua dell’obblio, e se alcune volte s’affaccia al loro pensiero l’immagine dello stato antecedente, l’orrore che scoppia sulla loro anima rinforza l’amore dell’indipendenza. Per altro l’argomento degli avversarj tende a provare una totale immobilità nel mondo morale e politico, mentre l’esperienza giornaliera dimostra affatto l’opposto. Noi veggiamo le nazioni rifluire le une sulle altre, le repubbliche sortire dal seno del dispotismo, il dispotismo sollevare il suo trono di sangue sui rottami delle repubbliche, una agitazione continua spezzare e riunire gli Stati e i popoli, la fortuna, la guerra, la pace, il corso de’ secoli cangiare il destino degli uomini, cosicché il teatro del mondo cadrà forse in rovina, priaché le scene rapide e sanguinose che vi si rappresentano siano arrivate al loro scioglimento.

Trasportiamoci dunque col pensiero al momento in cui cadute essendo le barriere che separano i popoli dell’Italia, tutti andranno assidersi all’ombra d’una sola repubblica indivisibile. Osserviamo alla luce della filosofia la rivoluzione che si estenderà sopra tutti i rami dell’ordine sociale. Che lo spettacolo dell’industria e della virtù dissipi per un momento le idee lugubri che ci assediano e ci tormentano, ed addolcisca l’amarezza della nostra sorte colla speranza d’un avvenir migliore.

Al comparire della libertà in Italia cadrà dappertutto il sistema distruttore che, radunando in una piccola parte del corpo politico tutti i principj del moto e della vita, non lascia al restante che l’inerzia e la morte: le arti sortiranno brillanti dalle rovine dei privilegi esclusivi e delle ingiuste ed assurde proibizioni; l’industria, l’attività, il coraggio toglieranno le ricchezze all’ignoranza ed all’indolenza; che scosse dal pericolo di restarne prive faranno degli sforzi per conservarle; le produzioni si moltiplicheranno a misura che si accrescerà il numero de’ possidenti, e verranno smembrate quelle enormi masse di ricchezze che schiacciano lo Stato col loro peso, e lo infettano coll’aria di corruzione che tramandano. Allora tanti uomini che per mancanza di travaglio tormentano la società col loro ozio e coi loro delitti, chiamati dall’interesse andranno a distribuirsi nelle officine dell’arte. Allora quella folla di mendichi che inondano le città, forse senza avere dritto alla beneficenza, separandosi dal piccolo numero degli impotenti e degli invalidi rifluirà sulle campagne. L’oro troppo lungo tempo inghiottito dagli artigiani del lusso scorrerà, per mezzo del commercio libero de’ grani, verso i solchi dell’agricoltura. Le capanne che cadevano in rovina saranno riedificate, l’allegrezza figlia dell’abbondanza comparirà in mezzo ai villaggi, e brillerà la prosperità sopra d’un suolo che la natura abbellisce e che il dispotismo non ha cessato di devastare. Alla voce dell’eguaglianza l’Italiano solleverà la fronte dall’abbiezione, e ravvisando i suoi simili sentirà svilupparsi in petto il germe delle sociali virtù. La nobiltà getterà gli stemmi e i titoli ai piedi del popolo e il popolo s’inalzerà a livello della nobiltà. Allora scomparirà quell’orgoglio che, separando pochi cittadini quasi fossero il fiore della nazione, fa segno agli altri che retrocedano; allora la diffidenza e la gelosia che vegliano sui confini di tutte le classi, cederanno il posto all’amicizia ed alla fratellanza e tutte le classi si riuniranno in una sola. In questo stato di cose tutte le corde della sensibilità risuonano nello stesso tempo e portano all’anima una sensazione abitualmente voluttuosa e inebbriante. La libertà e l’eguaglianza permettendo a ciascuno di sollevarsi alle cime della fortuna e della gloria, sebbene non tutti vi arrivino, questa persuasione non ostante sparge sopra di tutti e fa gustare ad ogni istante la felicità, giacché questa consiste principalmente nei sogni e nelle chimere della fantasia abbelliti dalla speranza. Sulle Provincie e sulle capitali» sulle città e sulle campagne estendendosi lo stesso sistema di legislazione, comunicherà alle idee ed ai sentimenti le stesse abitudini, le speranze e i timori dappertutto comuni ed eguali imprimeranno alle masse italiane lo stesso impulso verso d’un centro comune. Le affezioni inquiete e timorose che tenevano divisi i varj popoli dell’Italia cangiate in affezioni dolci e generose non ci mostreranno più de’ Siciliani de’ Fiorentini, de’ Torinesi, ma degli Italiani e degli uomini; fumeranno quelle differenti fisonomie che ciascun despota sparse sui nostri volti per distinguere le sue vittime, e non si vedrà che una sola aria di famiglia la fierezza della libertà ed il sorriso della virtù. L’esistenza di ciascun popolo sparsa a così dire per tutto il corpo politico lo renderà sensibile in tutti i punti di esso: le glorie degli uni diverranno la proprietà degli altri, e tutti correranno prontamente a vendicar le offese d’una sola città, come tutto l’elastico dell’atmosfera circondante concorre a restituire ad una parte compressa la sua forma primiera. Da ciò nascerà quel nobile orgoglio nazionale che ravviva e solleva anche i più deboli e loro persuade di poter presentarsi sulla scena cogli altri, persuasione che risveglia le forze assopite dall’inerzia e ne crea talvolta delle nuove. Le arti, le letture, le scienze, la morale, la politica cangeranno allora d’aspetto; una corrispondenza universale e libera stabilendosi tra gli spiriti, la lega de’ pregiudizi sarà da ogni parte attaccata e distrutta: le virtù monastiche penose all’individuo, inutili al genere umano cadranno presto in discredito; i fantasmi dell’immaginazione e le idee lugubri della superstizione, che assediano e ingombrano la ragione degli Italiani, verranno respinte dalle idee luminose della filosofia, e dai sentimenti vigorosi della libertà. I germi del buon senso, della beneficenza, della felicità, del coraggio, del patriottismo sparsi nelle anime tenere della gioventù si svolgeranno rapidamente e con vigore per ricordarci che l’Italia è la madre dei Cassj, dei Bruti e dei Catoni. Invitati dalla libertà, dalla facilità, dalla sicurezza, dalla moltiplicità de’ cambi i vascelli, le produzioni, le mercanzie, i negozianti di tutte le nazioni s’affolleranno ne’ nostri porti e si recheranno ad onore di comparire alle nostre fiere. Le nostre città marittime sollevando il capo in mezzo ai mari che le circondano riconoscendo come più utile, più onorevole andare a ricercare le ricchezze attraverso un oceano immenso che riceverle da’ suoi rivali, da’ suoi nemici, sortiranno da quello stato d’abbiezione che ha fatto podere all’Italia ogni considerazione, ogni peso, ogni movimento nella combinazione degli affari d’Europa, ed allestiranno una marina militare necessaria alla mercantile, e sola capace di difendere le nostre coste. Noi lasceremo cadere in rovina le tante cittadelle sparse per l’Italia, opera della gelosia de’ nostri tiranni, ed i nostri bastioni e baluardi galleggeranno sulla superficie dell’onde per portarsi rapidamente ovunque comparirà il nemico: il mare da cui ricaviamo gran parte delle nostre ricchezze sarà il nostro riparo; i venti seguiranno i nostri ordini, e tutti gli elementi cospireranno alla nostra gloria. Allora l’Italia strettamente unita dal vincolo delle stesse leggi, abbellita dalle arti, illustrata dalle scienze, rispettabile pei costumi, terribile pel valore comparirà sul teatro d’Europa col nome di nazione in fronte, e prenderà in mezzo agli altri popoli un posto onorevole.

Non è questo un quadro tracciato dall’immaginazione che tutto abbellisce, o dal sentimento che ama crearsi delle illusioni e realizzare tutto ciò che spera. Riflettiamo un momento sul passato e vedremo a qual grado di perfezione possa l’Italia arrivare disciolta dai lacci della tirannia. Non m’arresterò per altro a far l’elogio dell’antica Roma né chiamerò dalla tomba i suoi eroi. Io vorrei anzi fare in pezzi le pagine della Storia romana, perchè le veggo tinte del sangue de’ popoli e vi leggo scritta la schiavitù delle nazioni. Passerò di volo i secoli di mezzo ne’ quali le tenebre che coprono il mondo son di quando in quando schiarite dai lampi che getta il genio italiano, per trasportarmi ai tempi ne’ quali egli comincia a scintillare di viva luce, pria cioè che la caduta dell’impero d’oriente spingesse sulla nostra penisola le muse intimidite e le scienze proscritte. Mentre le altre nazioni vegetavano stupidamente tra la rozzezza della barbarie, il genio italiano tentò i primi passi in ogni genere d’invenzione. Fu il genio italiano che gettò in Europa il primo grido di liberta [21]. Egli andò a risvegliare il primo le lettere e le arti che dormivano nelle rovine dell’impero tra le ceneri dell’Italia antica e nella polve de’ chiostri. Il bel paese cinto dal mare e dall’Alpi risuonava del canto ora fiero, ora voluttuoso de’ poeti, mentre alle altre contrade della terra era straniero il nome di poesia. Gli archi, le statue, i quadri, le piramidi, i tempj, i mausolei s’ergevano sull’Italia, quando sul restante del mondo non si vedevano che delle capanne. La filosofia che segue le arti e le perfeziona, purgò in Italia il campo della fisica dalle spine dell’antichità, stabilì delle verità sublimi sui fondamenti della natura, illuminò un orizzonte estesissimo, ed allora gli altri popoli cominciarono a vedere. È dal seno dell’Italia che sortirono i Colombi, i Vespucci, i Caboti, i Verezzani, genj divini che condussero l’uomo alle sorgenti di nuove ricchezze, e gl’ insegnarono a versarle sopra la faccia del mondo. Il tridente di Nettuno fu per varj secoli in potere degli Italiani, e le altre nazioni impararono da essi a maneggiarlo. Le Fiandre, l’Inghilterra, la Francia, ricevettero dall’Italia le manifatture, che portarono in appresso a sì alto punto di perfezione. Scorrete la storia delle arti, del commercio e delle scienze e dappertutto ritroverete gli Italiani, che aprono la strada, o che abbattono i maggiori ostacoli.

Riflettete ora per un momento sul complesso delle circostanze nelle quali il genio italiano si sollevò ad un’altezza così sublime. Voi lo vedrete sortire dal seno della barbarie alla voce della libertà, ingombrato dalle nebbie d’una filosofia egiziana, traviato dalle chimere del platonismo, inceppato nelle forme d’Aristotile, tra le spine dell’erudizione, allacciato da mille pregiudizj di fisica, di morale e di politica, compresso dalla tirannia feudale, a fianco dell’inquisizione che lo perseguita perchè schiarisce l’umanità, in mezzo ai furori delle guerre civili e l’accanimento degli odj nazionali, che formavano dell’Italia un covacciolo di tigri e di serpenti, deviato dalle decisioni di Roma contrarie a quelle del buon senso, in tempo in cui non si conosceva altro merito che di marciare alla guerra; altra virtù che di obbedire ai monaci; in cui la superstizione imponeva silenzio all’ambizione permettendo la voluttà, favoriva l’inerzia naturale vietando le operazioni dello spirito, in tempo in cui i grandi impostori acciecavano i popoli per dividerne le spoglie, in cui il disordine delle politiche società si spargeva sul campo dell’intelligenza, onde lo spirito perdeva parte di tempo e di forze in mille inutili tentativi. Il genio italiano riscaldato dal fuoco di libertà lottò contro questi ostacoli e rimase vincitore. Che non dovrebbesi dunque sperare dagli Italiani, quando uniti sotto d’un solo stendardo repubblicano, spinti dall’entusiasmo nazionale, bramosi d’alzarsi a livello degli altri popoli, ambiziosi di trarre sulla loro patria l’ammirazione della posterità, tanto più ardenti per l’indipendenza quanto la memoria della tirannia sarebbe più viva ed umiliante, in un secolo in cui la filosofia ha portato la luce sull’agricultura e sulle arti, in cui la geometria e l’astronomia hanno perfezionato la navigazione, in un secolo che ha coperto di disprezzo il tribunale dell’inquisizione, e l’ha ridotto al silenzio, in cui più non scoppiano i fulmini del Vaticano, o ci cadono ai piedi senza offenderci, in un secolo che ha fissato i dritti e i doveri de’ popoli, analizzato il gusto e le passioni, scoperto il modo di combinarle e dirigerle, in cui si conoscono tutti i vantaggi della libertà e si sa evitarne gli abusi, in questo secolo, io dico, gl’italiani memori delle antiche glorie, potrebbero ancora divenire gli emuli i maestri degli altri popoli, e rappresentare delle scene brillanti sul teatro dell’universo.

Se dal punto d’elevazione a cui dovrebbesi inalzar l’Italia per la dolcezza del clima, per la fertilità del suolo, per la moltiplicità delle produzioni, per la fisica situazione, per il genio de’ suoi abitanti, sotto la scorta d’una sola repubblica indivisibile, se da quel punto, io dico, giriamo lo sguardo sopra tutta l’estensione dell’Italia, lo spettacolo doloroso de’ nostri mali rinforzerà il desiderio di liberarcene, e sarà una nuova conferma della necessità di stabilire in Italia un solo governo repubblicano. Io veggo regnare sull’Italia delle costituzioni assurde, delle consuetudini bizzarre, degli usi stravaganti, un mescolamento insensato di sacro e di profano, la giurisprudenza romana unita alle massime della tirannia, il dritto civile e politico in contraddizione con la religion dominante opposta all’ineguaglianza e all’ambizione, la feudalità che rende schiavi gli uomini e le campagne, inasprita piuttosto delle sue perdite che interamente distrutta, mille leggi d’eccezione per una legge di principio, mille leggi interpretative per una legge fondamentale, i costumi in opposizione con leggi, le leggi che si combattono tra di loro, l’arbitrio a fianco delle decisioni, i tribunali che decidono senza regola, una folla d’arpie sotto il nome di giuristi; che divorano le sostanze del popolo fissando i limiti della giustizia, e turbano la società col pretesto di pacificarla. Io veggo mille barbari regolamenti che disseccano la sorgente delle ricchezze, proibiscono all’agricoltura di fertilizzare i suoi campi, impediscono alle derrate di spandersi ne’ luoghi dove mancano; tutte le frontiere coperte di soldati per ritrovare dei delinquenti; l’ingiustizia armata della forza per far pagare chi non produce; il fisco, insaziabile, ardente, meno soddisfatto di ciò che gli si dà che irritato di quanto gli si ricusa, moltiplicare le vessazioni, e impoverendo lo Stato ringraziare il cielo dei delitti che lo arricchiscono. Io veggo il denaro del commerciante, dell’artista, dell’agricoltore strappato nelle campagne, e nelle città in nome dello Stato scorrere per mille canali tortuosi, sminuirsi ad ogni istante, ed arrivato al trono disperdersi sopra una folla d’uomini che adulano, odiano e corrompono il loro padrone; passare tra le mani di vili bricconi destinati a calunniare il merito e la virtù, e diffondersi sopra persone infami, prezzo della voluttà e ricompensa delle dissolutezze. Io veggo gli ultimi servi de’ tiranni insultare con un lusso insolente l’onesto cittadino di cui hanno invaso il patrimonio; delle concubine distribuire gli onori e le dignità; l’ignoranza e il vizio coprire le cariche più illustri; i magistrati vendere l’innocenza a chi getta de’ pugni d’oro nella bilancia della giustizia; il clero ingojare un terzo de’ beni nazionali in premio della sua oziosità o delle tenebre che sparge sopra del popolo; l’ombra del trono coprire i delitti della nobiltà; le imposte passare leggermente sopra i cittadini opulenti, e cadere raddoppiando di peso e di velocità sopra le classi più deboli ed indigenti, acciò siano più docili a misura che saranno più miserabili, e le prigioni aperte contro chiunque osa invocare la giustizia e l’umanità. Io veggo delle leggi barbare vegliare alla conservazione d’enormi ammassi di ricchezze, acciò non si diffondano sopra tutte le classi, ammassi dai quali emergono i raffinamenti del lusso, la corruzione de’ costumi, il disprezzo delle arti utili, l’oppressione del popolo, la dissoluzione del carattere nazionale, delle frequenti e forti spinte alla schiavitù. Io veggo il fiore della gioventù, la migliore, l’unica speranza della patria educata da uomini che secondo le loro istituzioni devono essere insociali, più occupati degli affari del cielo che di quelli del mondo, che invece di pingere la vita sotto un punto di vista lusinghiero e brillante, lo spargono d’ombre tetre e di colori malinconici; che restringono i limiti della libertà erigendo in doveri delle azioni inutili e stravaganti; che fanno consistere la virtù nella distruzione de’ sentimenti naturali; sprezzatori delle cognizioni, perchè contrarie ai loro pregiudizj; incapaci di sollevarsi alla sublimità delle teorie morali e politiche, perchè abituati al legame d’una regola ristretta e pedantesca.

Intanto al loro alito velenoso i germi de’ talenti inaridiscono, la virtù rimane soffocata, e ’l vizio e l’ignoranza si perpetuano. Scorrete le varie provincie dell’Italia e vi vedrete le traccie evidenti dell’antica barbarie; vi vedrete l’America selvaggia, l’Asia schiava, l’Affrica barbara, qui la superstizione del secolo duodecimo, là l’ignoranza del decimo e del nono. Io so che in Italia si sono introdotte molte cognizioni malgrado gli sforzi dell’inquisizione che sussiste anche al presente, ma non sono diffuse sopra la classe del popolo, ma le verità morali non sortono dal gabinetto che tremando, perchè alle ragioni de’ nostri scrittori, che illuminando l’umanità hanno fatto la satira de’ governi, si è risposto fino ad ora con colpi di fucile, coll’esilio e colla carcere. I nostri tiranni simili a quell’ambasciadore romano che tracciando un circolo sull’arena intorno di Antioco gli disse queste terribili parole: Voi non sortirete da questo circolo, finché non abbiate risposto; i nostri tiranni dicono ai popoli: Voi non farete un passo nella carriera delle cognizioni, noi ve ne puniremo. L’ignoranza da cui nasce quella politica superstizione che si scandalezza e rigetta con orrore ogni utile innovazione, quello stolto orgoglio che ricusa di ritornare sui suoi passi e di riconoscere il proprio errore, quel rispetto imbecille per tutto ciò che è di antica data; l’ignoranza per cui i pregiudizj nazionali simili al nero velo che pendeva dalla porta del palazzo dei califfi, e che i gran signori li andavate a baciare con rispetto il più profondo; l’ignoranza per cui i pregiudizj nazionali ottengono la comune venerazione a dispetto della ragione e dei fatti, che mettendo le inclinazioni naturali in collisione coi doveri, gettandoci in certi stati da cui c’impedisce di sortire la decenza, restringendo i limiti all’attività e riducendo in conseguenza molte mani alla miseria per cui poi s’armano di pugnale per vivere, riduce una nazione ad un ammasso d’infelici che passano la vita a tormentarsi a vicenda lamentandosi della natura; l’ignoranza, io dico, è stata con mille mezzi fomentata dai nostri tiranni, perchè conserva nel cuor de’ sudditi un fondo di timore favorevole alla tirannia. — Per nostra fortuna il terremoto non ha ancora distrutto i nostri porti, i fulmini del cielo non abbruciano le nostre messi, le nostre miniere sono ancora abbondanti, il nostro clima non divora i suoi abitatori, la peste non empie di convogli funebri le nostre città, la nostra Italia è ancora il bel paese

Che Appennin parte, il mar circonda e l’Alpi.

Eppure Napoli che sotto i legislatori Greci era l’ammirazione e la delizia degli stranieri, la scuola delle arti e delle scienze, il centro in cui il commercio traeva le produzioni più rare, le mercanzie più preziose del mondo cognito, Napoli al presente è degradato e si può dire distrutto. Roma che stabilì la libertà sulle rovine del trono de’ Tarquinj; che fu madre feconda d’eroi, e nel progresso de’ secoli di artisti, Roma geme da molti secoli sotto la verga sacerdotale, non ha più altare consagrato alla vittoria, e la sua antica maestà e la sua gloria è sepolta nella polvere: le sue Provincie mancano d’abitatori, le sue campagne di coltura, i suoi eccellenti porti di vascelli, e sono appena da lungi salutati dallo straniero. Firenze che fu il soggiorno e la culla delle arti da lei coltivate tra le tempeste della libertà, dacché ha perduto le sue leggi ha veduto eclissarsi la sua gloria; ella conserva bensì il gusto delle arti ma non ne ha più il genio, e se onora la memoria de’ suoi grand’uomini, non ne produce più. Venezia che ebbe una preponderanza decisa sul Continente, formò e disperse delle leghe formidabili, maneggiò dispoticamente il tridente di Nettuno e nel decimo quinto secolo ebbe un commercio superiore a quello dell’Europa intera, ora a forza di timide precauzioni dettate dalla debolezza de’ suoi tiranni si circonda di pericoli, e si contenta di sposare il mare mentre altri lo seminano e lo lavorano. Genova che eguagliò e qualche volta vinse Venezia nella sua gloria, non conserva più che l’ombra di sua grandezza: i discendenti di Doria e di Colombo mi ricordano Mario assiso sulle rovine di Cartagine. Piacenza celebre nelle storie per avere ucciso il tiranno Pietro Farnese è caduta insieme con Parma in paralisia sotto i suoi duchi ed ora non si sa più se esista, ora che è governata da un imbecille che dimanda a Dio perdono del tempo che dà agli affari di Stato. Il Piemonte vittima in ogni tempo dell’ambizione e della politica de’ suoi principi, che sforzandosi d’ingrandirsi coll’armi e colla perfidia oppressero il popolo vinti o vincitori, il Piemonte inondato da una folla di stipendiati che divorano nell’ozio i travagli della nazione, insultato da una nobiltà che ha tutta l’audacia della debolezza, oppresso d’imposte rese necessarie da una guerra impolitica ed ingiusta; il Piemonte è simile ad un infermo che dopo essersi dibattuto in uno stato convulsivo cade in deliquio e spira per mancanza di forze. La Sardegna fertile ma senza coltura, divorata dall’avidità degli stranieri vede la maggior parte dei suoi beni ingoiati dalla nobiltà, dal clero, ed il suo popolo, strascinare senza energia un’esistenza penosa. La Sicilia, il granajo dell’Italia, la bella favorita della natura non gode d’un terzo della prosperità a cui la chiama il clima, il suolo, la fertilità, la posizione. Se si eccettuano le poche città che imitando la Francia proclamarono la libertà, voi vedrete per tutta l’Italia la tirannia che lancia colpi raddoppiati sulle arti, cinge di catene il commercio e tiene un piede sopra la testa del popolo. Io sento le altre nazioni di cui eccitammo l’emulazione e provocammo la gelosia, insultare al nostro avvilimento; esse dicono: eccoli questi Italiani superbi che menarono tanto vampo nell’universo, la loro gloria è scomparsa come un’ombra, eccoli che dormono nel silenzio della schiavitù sopra i monumenti dell’arti che coltivarono un giorno e che al presente più non conoscono Cosa sono divenute le loro città famose, che s’inalzarono alla grandezza di Tiro, di Sidone, di Atene, di Sparta e di Corinto? Un muto obblio le copre, e non sono note al passeggiero che per le lugubri iscrizioni che tracciò sulle loro rovine la mano della storia.

Popoli d’Italia, e fino a quando soffrirete stupidamente questi rimproveri in parte giusti ma amari troppo e obbrobriosi? Fino a quando gemerete col capo nella polvere immemori delle vostre glorie? Egli è tempo che vi solleviate con fierezza e coi rottami delle vostre catene opprimiate i vostri tiranni; Egli è tempo che dei milioni d’uomini più non si lascino spaventare e condurre da cinque o sei fanciulli armati di piccoli bastoni, che solo rende terribili il nostro terrore. Eccola finalmente arrivata quest’epoca d’una rivoluzione importante, il cui evento felice o funesto sarà ammirato o compianto dalla posterità. Poche nazioni hanno colto il momento della loro politica rigenerazione; questo momento sfuggito non ritorna più, e l’indolenza è punita con secoli di anarchia o di schiavitù. O popoli! la natura vi chiama alla grandezza, alla prosperità, alla libertà; ascoltate la voce della natura che è la voce del cielo, ed a cui non si disobbedisce impunemente. Voi avete in mezzo di voi l’angelo tutelare dell’Italia [22] (1), il giovine eroe avanti di cui fuggono i battaglioni della tirannide e a’ di cui cenni vola pronta la vittoria; y voi l’avete in mezzo di voi, popoli! egli ha consacrato i suoi giorni alla vostra felicità, egli ha giurato sull’ara della patria morte ai tiranni: stringetevi intorno di lui, egli rispingerà i fulmini che vorrà slanciarvi dall’orlo della tomba la tirannia. Voi solleverete l’albero della libertà senza inaffiarlo del vostro sangue, e i gemiti delle vostre spose non verranno ad interrompere i canti della nazionale allegria. Quando il grido di libertà eccheggiò pe’ monti della Svizzera, quando risuonò sulle maremme dell’Olanda, quando si diffuse pei deserti della Pensilvania, quando fu ripetuto in Francia, i popoli sollevarono l’albero glorioso allo strepito del cannone che vomitava a loro fianchi la morte; essi videro le loro città incendiate, le loro campagne coperte delle ossa de loro fratelli, le loro abitazioni tinte di sangue; e dopo d’avere danzato intorno all’altare della patria, tratti dalla gratitudine e dal dolore andavano a piangere sull’urna de’ pro amici estinti. Voi siete, o Italiani in piena sicurezza; un’armata vincitrice guarda le vostre frontiere, e i tiranni, che stanno in mezzo di voi sbigottiti e tremanti non sperano che nella generosità del vincitore. Ma per avventura io vi calunnio, cittadini, parlandovi tanto di sicurezza, e l’entusiasmo della gratitudine mi fa dimenticare il vostro coraggio. L’amor della gloria in voi indebolito dalla tirannia, ma che in voi si ravviva al fuoco della libertà, farebbe svanire ai vostri occhi i perigli, se i perigli esistessero, ed il piacere di raccontarli alla posterità stupefatta e riconoscente vi renderebbe intrepidi nel superarli. Chi è di voi che presentandosi in mezzo a’ suoi concittadini e scoprendosi il petto non amasse dir loro con fierezza: « Queste ferite io le riportai nel giorno memorabile in cui scacciammo i nostri tiranni. Questa è la rocca in cui li confinò la disperazione e da cui furono scacciati dal valore. Io vidi molti de’ miei concittadini cadermi intrepidamente a fianco, benedicendo il cielo perchè morivano per la patria. Questa è la tomba che ne racchiude le sacre ceneri, e dimani la patria riconoscente celebrerà l’anniversario della loro gloria. Questa è la piazza in cui il popolo ci corse incontro piangendo per gratitudine, e da quei balconi sparsero sopra di noi de’ fiori le nostre concittadine. Mentre la mano del tempo indebolisce i miei sentimenti e scancella dalla mia mente le idee, più viva mi rende l’immagine di quel giorno solenne, e mi pare ancora di vedere una folla di gioventù accesa di nobile fierezza mostrarsi a vicenda i pugnali tinti di sangue nemico deporli sull’ara della patria e giurare concordemente, morte ai tiranni. Anch’io era giovine allora, e i miei capelli biondi non m’avvertivano che aveva a fianco la morte.... Ma acquistai la libertà con gloria e spero che i miei concittadini si ricorderanno de miei travagli quand’io sarò tra gli estinti.»

Ho dimostrato quale governo contenga alla felicità dell’Italia. Ho tracciato un quadro dello stato infelice in cui giaciono gl’Italiani per ravvivare il desiderio di liberarsene: ci restano da vedere i mezzi e le precauzioni necessarie per riuscirvi.

PARTE TERZA

Per organizzare in tutta Italia una sola repubblica indivisibile, convien dimostrare che questo governo solo conviene alla felicità dell’Italia, il che mi lusingo d’aver fatto nella parte antecedente; conviene dissipare i nemici di esso e gli ostacoli che gli si oppongono; allontanarsi da certi scogli ne’ quali è solito urtare lo zelo troppo fervente; fissare certe basi senza delle quali l’edificio cadrebbe presto in rovina. Portiamo uno sguardo attento sopra la società, scorriamo per le classi che la compongono, per misurare col termometro dell’interesse e de’ pregiudizj i gradi di patriottismo e discernere i veri amici della libertà da quelli che ne adottano le apparenze ed il linguaggio. Allontaniamo i delirj d’una imaginazione sregolata che esagera le risorse, e le diffidenze d’una fredda ragione che ravvisa solo gli ostacoli.

I nemici più formidabili della libertà italiana sono i monarchi e gli aristocrati che dominano con uno scettro di ferro in varie parti d’Italia. Questi uomini che non conoscono alcun dovere, non rispettano alcuna legge [23], al cui orecchio è straniera la voce della ragione; nel cui cuore non risuona il grido della pubblica felicità; la cui anima non è che sfiorita dalle lodi e stupida rimane al vitupero, in cui l’orgoglio non permette di sentire tutta l’amarezza della loro sorte né di concepirne un’altra fuori del comando se non peggiore; costoro che non credono al piacere di Silla, di Diocleziano, di Carlo V quando deposero la verga del comando, né all’afflizione di Massimo [24] quando esclama: oh fortunato Demodé il cui regno principiò e finì pel medesimo pranzo; costoro io dico in dispetto della loro propria felicità [25]ricuseranno di scendere ad una privata condizione, e malgrado il desiderio dei popoli da’ quali ricevettero il potere ricorreranno all’armi per sostenersi sul trono. Come liberarsene ?

Gli uomini impetuosi e ardenti che comunicano a tutti i progetti la possibilità e trasformano tutti i desiderj in speranze, perchè giudicano dello stato delle cose dal piano che ne ha rilevato la loro fantasia; che fisso lo sguardo sul fine glorioso a cui tendono non ravvisano i pericoli che ne li separano; questi nuovi Spartani che s’informano meno del numero de’ loro nemici che del posto in cui si trovano, vi diranno arditamente che vi armiate della clava d’Ercole e scorriate l’Italia distruggendo la tirannia. Essi vi diranno che sulle pietre della Polonia sta scritto che i re non conoscono altro dritto che quello d’Obesio, altra politica che quella di Macchiavello; che non invadono gli altrui Stati se non per timore di vedere invasi i proprj; che cessando questo timore hanno sempre in pronto de’ pretesti per giustificare le loro usurpazioni; che costoro vi assaliranno colla forza aperta se crederanno potervi superare, colla frode, coll’oro, colle calunnie se a voi saranno di forze inferiori. Essi vi diranno che sta scritto sull’albero della libertà: morte ai tiranni, e che o dovete scancellare questa iscrizione, o mostrarci i vostri pugnali tinti del sangue dei re. Essi vi diranno che le monarchie poggiando sulle rovine de’ dritti degli uomini, i popoli soggetti ai re ne desiderano la distruzione; che tra i popoli regnano gli stessi dritti e doveri che tra due individui, e che se la giustizia richiede che nessuno s’immischi negli altrui affari e non comandi in casa altrui, la giustizia e l’umanità richieggono che ciascuno corra ai gemiti de’ padroni quando i servi stanno loro col piede sul collo e col ferro alla gola; che gli uomini distinti per talenti e per virtù che vengono a rifuggiarsi nel vostro territorio sono una prova di fatto che la terra coperta dell’ombra della tirannia divora i suoi abitatori e l’umanità vi fa un dovere di liberarli. Essi vi diranno che le nazioni non si rigenerano se non in un battesimo di sangue; che la libertà non si apprezza se non è acquistata in faccia alla morte; che le repubbliche non resistono agli urti della sorte se non sono fondate sui cranj dei tiranni. Per animare le vostre speranze vi ricorderanno i dodici Tebani che avendo alla testa Pelopida trassero la loro patria dalla schiavitù, i pochi Ateniesi che diretti da Trasibulo scacciarono da Atene i trenta tiranni. Voi li vedrete entusiasmarsi ai venerandi nomi d’Armodio e di Aristogitone; li sentirete rispondere ad ogni obbiezione rammentando qualche eroe di Grecia o di Roma, sicuri d’avervi convinti, opprimendovi con sì rispettabili autorità. Ma Pompeo che sostenendo il partito della repubblica si vantava che battendo col piede la terra avrebbe fatto sorgere delle armate, Pompeo che mentre la sua imaginazione coglieva de’ trionfi chimerici, vide la sua gloria e le sue speranze dissiparsi sul campo di Farsaglia, Pompeo c’insegna che la folle presunzione è foriera d’un rovescio, e che l’entusiasmo dandoci un’idea confusa delle nostre forze, ce ne dà un’idea molto maggiore del vero.

Quelli al contrario che non meno amanti della libertà italiana sono impetuosi meno nel propagarla, perché il loro entusiasmo è represso dalla ragione o perché domina  maggiore inerzia nel loro carattere, abbandonano al corso naturale degli eventi la distruzione delle tirannie in Italia. La loro ragione ingegnosa a giustificare i desiderj del loro cuore vi proverà che fra non molto vedrete cadervi d’intorno l’uno dopo l’altro i troni che ingombrano l’Italia, e che v’esporreste a dei perigli dannosi e inutili volendo accrescerne il pendìo e accelerarne la caduta con qualche spinta. Appoggiati a questa certezza, pazienti per onore delle loro teorie o forse tacitamente intimiditi al nome di guerra, si contentano d’invitare all’unione gli Stati democratizzati d’Italia e a fare dei voti per il restante. Se non che l’esperienza si prende giuoco delle nostre teorie e sembra smentirle in ragione della loro esattezza. Ciò che si osserva nel corpo umano si può applicare al governo. A chi considera quello astrattamente sembra non potere resistere un giorno solo agli urti ai quali è esposto; sembra che ciascun moto debba mettere in pericolo la nostra vita; eppure il corpo sussiste e regge a molti crolli malgrado i timori della nostra sublime anatomia; così i governi più tirannici continuano in silenzio il loro corso in dispetto della ragione che ce li dimostra ad ogni momento sull’orlo del precipizio. L’inerzia naturale all’uomo, l’imaginazione che esagera i pericoli, la speranza stessa di cangiamento, tutto tende ad assopire i popoli e consolidare la massa de’ governi. L’uomo si piega a tutto ciò che è tollerabile e per la sua stessa flessibilità rende tollerabile ciò che dapprima non l’era: se dunque ascoltaste i sofismi di questi esatti ragionatori a cui il timore persuade la prudenza, e la virtù fa sperare de’ seguaci, non eseguireste il dovere che la natura impone ad ogni uomo di porgere la mano agli oppressi.

Se urtare a viva forza le tirannie d’Italia sarebbe perigliosa e dubbia impresa, se il sistema d’inazione all’umanità contraddice e alla ragione conviene appigliarsi ad un metodo che affretti il corso della libertà senza che accenda il fulmine d’una guerra disastrosa e incenerisca la repubblica nel suo nascere.

I nostri padri nel terzo secolo di Roma invasi da un santo entusiasmo di libertà deposero quasi concordemente i loro re, e siccome seguivano i loro doveri per sentimento piuttosto che per riflessione, promisero soccorso e protezione a quelle città d’Italia che gemevano ancora sotto i tiranni, notarono d’infamia quelle che li volevano ritenere, ed insensibili per virtù ricusarono d’ajutarle ne’ più urgenti bisogni. Questo modo di spingere i popoli alla libertà perseguendoli col fantasma dell’infamia, fu seguito anche in Grecia, e la storia ci dice che qualche re prevenendo la sua disgrazia o per meglio dire la sua fortuna, scese da se stesso dal trono e andò a confondersi nella folla de’ cittadini. L’assemblea nazionale, consultando più l’entusiasmo della libertà che le fredde suggestioni della politica, promise anch’essa ajuto e protezione a chiunque voleva riacquistare la dignità d’uomo, e se le circostanze la sforzarono a ristringere od annullare il suo decreto, non si mostrò meno virtuosa nel farlo; non ignara mali miseris succurrere disco. Appoggiato all’esempio de’ nostri maggiori ed al successo che ne ottennero, vorrei che i rappresentanti delle nuove repubbliche italiane emanassero in comune il decreto d’infamia contro quelle città d’Italia, che dimentiche della gloria de’ loro antenati, insensibili alla libertà, in conseguenza alla virtù, volessero marcire nella corruzione e nella morte della tirannia. Pria per altro d’emanare questo decreto, che dovrebbe essere accompagnato da quello di soccorso ai patriotti in abbondanza sparsi per tutta l’Italia, converrebbe che le nuove repubbliche presentassero un aspetto brillante nell’interno per trarre a sé gli sguardi ed eccitarci desiderj de’ popoli circonvicini. La voce dell’interesse più forte e più estesa di quella del cannone, perchè si sparge per tutte le classi, non è esposta ai capricci delle fortune, non ha l’apparenza di comando, non s’oppone ai dettami della giustizia popolare e si fa sentire anche da quelli che sostengono la tirannide, la voce dell’interesse io dico combinata col timore dell’infamia chiamerebbe intorno alle nuove repubbliche gran parte delle città d’Italia, ed il restante cadrebbe per debolezza. Conviene dunque che raggiriamo l’attenzione sugli ostacoli e sulle risorse d’una interna rivoluzione.

La pubblica opinione fiancheggiata dall’esperienza e dalla ragione ha dichiarato i nobili nemici della libertà. Appoggio e sostegno de’ tiranni da’ quali sono a vicenda sostenuti, innalzati sopra la moltitudine per de’ privilegj che urtano il dritto d’eguaglianza, la loro condizione li condanna all’odio del pubblico di cui forse meriterebbero la stima per delle personali qualità. Egli è per altro facile introdurre in mezzo di questi nemici la divisione e farsi un grosso numero d’alleati annullando la primogenitura, e i feudi e le sostituzioni. Questi sistemi tirannici destinati a circondare il trono di masse capaci di respingere gli sforzi del popolo, sistemi che sacrificano un gran numero di cadetti al dispotismo di un solo e immolano la giustizia al fasto ed all’orgoglio, questi sistemi, io dico, devono trarre a sé i primi colpi della repubblica. Allora la massima parte della nobiltà spinta dalla gratitudine e dall’interesse verrà a rendere omaggio ai precetti della ragione e sottoscriverà il codice della eguaglianza.

Ho detto che i primi colpi debbono cadere sulla primogenitura, sui feudi e le sostituzioni, intendendo di dire che l’abolizione de’ titoli per produrre una felice rivoluzione nelle idee, debb’essere posteriore, e che sarebbe cosa affatto impolitica, se si volesse farla precedere, come hanno fatto le nuove repubbliche italiane. Di fatti quel fuoco salutare con cui abbruciate le pergamene della nobiltà, e che accendete per depurare le opinioni del popolo, offende direttamente la vanità di tutti i nobili e li conferma ne’ loro sentimenti per l’onta stessa che ne ricevono; giacché voi sapete che la vanità pascendosi del pari delle cose piccole e delle grandi, della verità e delle chimere, ove manca la realtà combatte con egual furore per l’ombra. Dall’altra parte il vostro editto invece di distruggere nella mente del popolo quel rispetto macchinale che lo inchina avanti la nobiltà, produce e deve produrre un principio d’affezione in favore di lei. Diffatti questo rispetto del popolo poggiando meno sulla memoria che sulla previsione [26] ha per base il potere de’ nobili, non i loro stemmi e i loro titoli, ed appunto il popolo rispetta questi perchè li vede comunemente congiunti con quello. Diffatti la servitù che balza in piedi e s’inchina profondamente quando comparisce il primogenito, non fa che levarsi il cappello alla presenza d’un povero cadetto. Se un nobile in odio alla fortuna viene a cadere nella povertà, egli vede dissiparsi a poco a poco la folla de’ suoi seguaci, e se, per ritenerli intorno di lui ed assicurarsi il primiero rispetto, schiera ai loro occhi la serie numerosa de suoi titoli, gli astanti sorridono malignamente, od al più si atteggiano ad una sterile compassione. Il popolo comunemente non rispetta che ciò che può fargli del bene o del male, egli non s’inginocchia che avanti la forza ed il potere. Dunque quando abolite i titoli e lasciate intatto il potere, il popolo che sente più di quello che ragioni, deve disapprovare il vostro procedimento, perchè secondo il suo modo di giudicar sentimentale il potere merita ogni sorte di titoli; dunque egli deve risguardare il vostro decreto come un affronto fatto al merito e dichiararsi contro di voi in favore della nobiltà. Al contrario se cominciate a distruggere la primogenitura, i feudi, le sostituzioni, la massima parte della nobiltà si stacca immediatamente dal restante, viene a gettarsi nel vostro partito e v’abbandona i titoli e le chimere della nobiltà pei vantaggi dell’eguaglianza: vi fate così degli alleati senza averne prima urtato i pregiudizj. Il popolo che ha nel cuore vivissimo il sentimento dell’eguaglianza, fa applauso alla giustizia del vostro decreto: la primogenitura, i feudi, le sostituzioni distrutte smembrano la massa del potere; si scioglie così l’illusione e cade il fondamento del rispetto popolare, non fa quindi più meraviglia l’abolizione de titoli. Tale a me sembra essere la progressione dei sentimenti e tale doveva essere l’ordine de’ decreti relativi alla nobiltà da emanarsi nelle nuove repubbliche. Mi sono fatto un dovere di rilevare questa loro inavvertenza per dimostrare che la serie degli atti del governo deve seguire la progressione delle idee e del sentimento.

La primogenitura, i feudi, le sostituzioni tacciate d’ingiustizia dalla voce immediata del sentimento, conviene che non solo siano abolite prima dei titoli della nobiltà, ma ancora prima degli altri privilegi esclusivi; giacché per conoscere l’ingiustizia di questi sono ordinariamente necessarj i riflessi della ragione. Ora la voce del sentimento è più chiara, più forte, più pronta di quella della riflessione, non è soggetta ad errore; non subisce cangiamento, e quando essa ha deciso non ci è più luogo ad appello. L’ordine poi che debbesi seguire nella distruzione degli altri privilegi non si può da uno scrittore determinare che in una maniera generale e vaga, soggetta alla instabilità delle ipotesi che variano e si complicano con una infinità di circostanze troppo difficili a prevedere. In generale debbonsi distruggere i privilegi non in ragione de’ mali reali che producono, ma de’ mali sentiti ed indicati dalla pubblica opinione; giacché se vogliamo che il popolo ci segua nella rivoluzione, conviene che seguiamo noi stessi l’opinion pubblica, sforzandoci di raddrizzarla con delle spinte indirette. Nel caso opposto il popolo si indispettisce, ci abbandona, si arresta in mezzo al corso, alcune volte fa de’ passi retrogradi verso il punto da cui aveva preso le mosse, passa dall’indignazione al lamento, dal lamento alla sedizione, gettando nel cuore de’ legislatori il sentimento tristo e profondo della loro imprudenza e della infelicità degli uomini. Altronde tale è la maniera di ragionare del popolo, che se invece di indispettirlo urtando di fronte l’opinione, lo conducete passo passo secondo le indicazioni della sua logica a capire che in qualche caso particolare era nel torto, per una precipitazione di cui dovete profittare, conchiuderà che voi avete in tutto ragione e vi seguirà ciecamente ovunque vogliate condurlo. Questa osservazione conferma che devesi singolarmente sul principio seguire il sistema delle apparenze e reprimere quell’entusiasmo che slanciandosi contro gli oggetti in ragione dei danni reali, tira colpi impetuosi senza volgersi agli astanti per vedere se s’interessano alla distruzione. Seguendo queste precauzioni s’accrescerà ad ogni momento il numero de’ vostri seguaci, accrescimento che spargendo il timore e la diffidenza ne’ vostri nemici terminerà di dissiparti. Un privilegio distrutto vi solleverà contro dieci oppositori, ma animerà mille altri in vostra difesa. Quelli cui punge nobile sentimento d’onore, verranno a ringraziarvi d’averli tratti dall’avvilimento, e nella memoria di questo avvilimento stesso attingerà forza il loro entusiasmo per la patria. Quelli che insensibili ai vezzi della libertà o storditi dal fracasso della rivoluzione, stavano in disparte assopiti nell’indolenza o compresi dal timore, si animeranno alla voce dell’interesse, e vedendo rovesciati gli ostacoli che arrestavano la loro attività, uniranno alle vostre le loro forze acciò non vengano più rilevati.

Dopo la nobiltà, la pubblica opinione nomina il clero tra i nemici della libertà. Non so se la bellezza della virtù (giacché non si può negare alla libertà questo titolo) mi renda difficile nel credere e sminuisca a’ miei occhi i nemici di lei; per altro nella detta opinione sembrami vedere le traccie dell’animosità frammiste a quelle del vero. L’amor proprio che crede ingrandirci in ragione de nemici che ci mette a fronte; l’odio segreto contro una classe d’uomini che domina per mezzo dell’opinione sopra l’intera società, che arma delle pretensioni alla virtù senza giustificarle sempre col fatto, che divisa da noi d’interesse si pasce delle nostre sostanze; l’abitudine di vederne una parte marcire nell’ozio e rigurgitare di ricchezze; la bandiera della Chiesa che per l’addietro sventolò rare volte dalla parte del popolo; tutto ci dispone a contare il clero tra i nemici della comune libertà. Ma se si osserva che le disposizioni democratiche sono in ragione della povertà e dell’oppressione; che le ricchezze del clero sono accumulate in poche mani, e che l’orgoglio entrato nel santuario ha separato dal restante una piccola classe sopra di cui raduna i titoli e gli onori; si capirà che dobbiamo avere nel clero una moltitudine numerosa d’alleati, forse troppo circospetti per condizione e per ragioni momentanee, ma decisi per sentimento in nostro favore. Che che sia però di questa opinione, il fatto sta, che il clero influisce principalmente in Italia sull’opinione del popolo, in conseguenza gl’interessi della libertà richieggono d’averlo per amico e per seguace.

Per attrarre al nostro partito la nobiltà abbiamo levato a’ primogeniti le ricchezze e le abbiamo con eguaglianza diffuse sopra i cadetti che gemevano nella miseria e nell’oppressione. Per riunire intorno di noi la maggior parte del clero, conviene impoverire quella parte di esso che con tutta l’astuzia dell’ipocrisia, con tutta la viltà dell’interesse è arrivata ad accumulare nelle sue mani le ricchezze ecclesiastiche, e fa pagare a caro prezzo alla società la stupidezza de’ suoi maggiori, conviene, dico, impoverire questa parte per addolcire la sorte di quella, che più occupata e più utile merita d’essere incoraggiata ne’ suoi travagli e rindennizzata nelle sue noje. Voi vi accorgete, cittadini, ch’io riclamo in favore di que’ pastori che carichi di fatiche e nonostante miserabili, lontani da quanto può lusingare l’ambizione e sollecitare la curiosità, privi d’onori, privi di piaceri sociali, forti soltanto pel sentimento delle loro virtù edificano, consigliano, consolano la parte più utile della società, gl’infelici abitatori delle campagne. Questi uomini che mancano di cognizioni brillanti, ma che abbondano di buon senso, che privi della vernice della virtù ne hanno la sostanza ed il candore, co’ quali Socrate non sdegnerebbe di trattenersi, e Solone s’assiderebbe volontieri alle loro mense; più occupati a stendere l’impero della morale che quello dell’opinione, questi pastori che meritarono il disprezzo dell’aristocrazia vescovile hanno dritto alla vostra stima, perchè possono ajutarvi a propagare i sentimenti di libertà e d’eguaglianza, e divenire gli apostoli e i martiri della rivoluzione. Osservate difatti quando parlano ne’ loro rustici tempj, come il popolo ascolta con avidità le loro massime; quando sono consultati negli affari più scabrosi, come le loro decisioni sono seguite con rispetto; quando le famiglie sono inasprite dalle discordie, come alla loro voce le discordie scompariscono e gl’inimici s’abbracciano. Il loro nome è pronunciato con una specie di venerazione, la loro persona è riguardata come sacra. Se essi avvicineranno agli altari le immagini degli eroi che illustrarono la patria, il popolo imparerà ad imitarli, se essi diranno al popolo d’armarsi in difesa della libertà, il popolo correrà all’armi, e voi avrete sempre pronte delle squadre di soldati senza mancare d’agricoltori. Che sia dunque loro applicata una parte di que’ beni che ammassati nelle mani di pochi ecclesiastici persuasero loro d’avere il dritto perfino d’oziosità. Perchè non proporreste anche de premj a que’ pastori che ne’ loro contorni avessero distrutto de’ pregiudjzj di fisica che spargono la sterilità sulle campagne, de’ pregiudizj d’immaginazione che diffondono lo scoraggimento nel cuore, de’ pregiudizj di morale che unendosi coll’inerzia dell’uomo sminuiscono i travagli e giustificano una vita santamente inutile? Per eseguire con facilità questi progetti e prevenire nello stesso tempo i mali che sortirono un giorno dal santuario; per distruggere l’orgoglioso sistema delle immunità e degli onori ecclesiastici innalzato con tanto artificio e travaglio; per annientare le speranze fondate sulla liberalità de’ moribondi da cui viene ingrassata l’oziosità a spese dell’industria; per impedire al clero di sollevarsi a quel grado di ricchezze in cui aspira all’indipendenza, di toccare a quel grado di povertà da cui sorte per mezzo della superstizione; per dirigere la sua attività verso lo scopo che si prefigge il governo, e farne un utile strumento di morale, senza che vi metta ostacolo il privato interesse, mi pare necessario di far dipendere la di lui sussistenza dal governo [27]; per cui vedendo limitato il fasto del corpo, il numero de’ membri, e fissata la qualità di travaglio, il clero più non sarebbe l’asilo dell’oziosità, dell’impostura, dell’interesse e dell’ambizione. Non mi è ignoto che alcuni, piena l’immaginazione de’ mali da cui fu inondata la società per mezzo della superstizione, chiamano sopra del clero de’ colpi violenti e distruttori. Ma senza arrestarmi a discutere la giustizia delle loro pretese, ne contrasterò la facilità dell’esecuzione, atteso il sistema delle idee superstiziose radicato nelle menti italiane. In appresso ritoccherò questo articolo; intanto per addolcire l’amarezza di costoro, rifletterò che la superstizione deve sminuirsi a misura che sarà tolta di mezzo l’ignoranza, l’inerzia e lo scoraggiamento, e che questo deve infallantemente avvenire, stabilita che sia la libertà dell’arti, del commercio e delle scienze.

Vi è nella società una classe d’uomini che dovrebbe essere amica della libertà, perchè emanando gli oracoli della giustizia dovrebbe simpatizzare tutte le idee di virtù. Ma se l’amore della libertà è naturale agli spiriti giusti ed ai cuori incorrotti, egli debb’essere straniero a degli uomini abituati alle cavillazioni ed ai sofismi; che avvezzi a sottomettersi all’autorità di scrittori inintelligibili hanno perso l’uso della riflessione; che costretti dall’interesse a difendere qualunque cliente, devono formarsi una teoria d’equità arbitraria eversiva d’ogni giusta idea; che chiamati dalla vanità a sostenere un sistema erroneo che ha fatto l’occupazione della loro vita ed è il garante della loro passata condotta, devono opporsi all’introduzione d’un altro affatto opposto che fissando con precisione i dritti e i doveri, toglierà di mezzo l’oscuro, il vago, l’arbitrario, sorgente eterna di dissensioni e di litigi. Coloro che dominati dallo spirito di fazione non credono al pentimento ed eternano gli errori de’ loro nemici per giustificare e prolungarsi il piacere d’odiarli, vorranno che la classe de’ giuristi ed in generale di quelli che erano per interesse avvincolati all’antico regime, sia affatto esclusa dagli impieghi nella repubblica. Ciononostante se riflettiamo che instabili e passaggeri sono i nostri sentimenti e le nostre idee; che i pregiudizj scompariscono alla voce dell’interesse; che il debole si concilia di cuore col potente che perdona generosamente; che l’uomo disgustasi d’un errore e di un vizio il cui risultato non è che diffidenza e costringimento; ch’egli s’identifica col personaggio che è forzato a rappresentare con destrezza, e diviene per abitudine ciò che pria voleva comparire per ipocrisia; che tende a giustificare la buona opinione che non crede di meritare; che sarebbe impolitica cosa il mettere gli uomini tra la libertà e l’interesse, ed alienare dalla repubblica dei corpi che hanno un impero abituale sull’opinione del popolo; se riflettiamo che i loro sentimenti essendo cogniti, il patriottismo veglierebbe sulla loro condotta e presto ne sventerebbe i progetti liberticidi; se riflettiamo dico a tutto questo, ci guarderemo dal condannare del tutto all’inazione degli uomini che possono ritornare alla virtù o divenire per interesse dannosi.

La classe di quelli che si propongono di sminuire i mali fisici che ci desolano e che per avventura ne accrescono la massa; che avendo sempre avanti gli occhi la stessa natura, gli stessi bisogni, gli stessi mali, gli stessi rimedj, le stesse debolezze, devono essere persuasi dell’eguaglianza naturale, costoro, io dico, non hanno alcun interesse d’opporsi al governo repubblicano, il quale se diminuisce i mali provenienti dall’egoismo e dall’ineguaglianza, non può annientare le altre cause distruttrici che ci circondano e che ci spingono a colpi replicati verso la tomba. Anzi il governo repubblicano apprezzando più del monarchico la vita degli uomini, deve ancora apprezzare quelli che hanno la fama d’alleggerirne i dolori. Altronde qualunque rivoluzione si faccia nelle idee resteranno sempre de’ malinconici che avranno bisogno dell’arte sublime e dannosa d’Ipocrate e degl’ignoranti che ne decanteranno le glorie [28] .

Quelle arti che figlie della sazietà producono lo splendore del lusso, e infiorano la vita senza forse accrescerne i piaceri; che fomentando la vanità corrompono i costumi; che nudrite dai frutti dell’ineguaglianza devono cadere alla caduta di lei; queste arti potranno eccitare la loro attività nella repubblica modificando in parte i metodi e cangiando d’oggetto. Diffatti l’eguaglianza distruggendo i privilegj esclusivi, la libertà annullando i dritti di corporazione, permettendo a ciascuno di comparire in pubblico cogl’istrumenti di quel mestiere che più gli aggrada, l’eguaglianza, io dico, e la libertà, allargando il campo dell’industria, mostrano a ciascuno de’ posti onde impiegarsi; il che deve succedere tanto più facilmente quanto che le arti tutte avendo de’ punti comuni in cui si toccano ed insieme si confondono, l’abilità nell’una può agevolmente ottenere de’ successi in un’altra analoga e corrispondente. Il governo dovrà fare, a così dire, la sentinella intorno all’industria per allontanare il monopolio, per abbattere gli ostacoli a misura che verranno elevati dalla natura o dalla malizia degli uomini, per impedire che le antiche abitudini liberticide abbiano un influsso dannoso sull’ignoranza, e che i privilegi esclusivi rinascano dalle loro ceneri a spese della debolezza in vantaggio della forza, dell’astuzia e della malvagità.

Il restante della società è così interessato alla rivoluzione che si può dire intraprendersi in favore di lui. Tutte le teorie sparse in questo discorso concorrono a sviluppare i vantaggi del governo repubblicano e vengono a riunirli sopra l’idea del popolo. La massa popolare spinta alla libertà dalla memoria dell’oppressione vi è ritenuta dai beni immensi dell’eguaglianza. Non mi arresterò a svolgerli per risparmiarmi la pena di ripetermi. Aggiungerò semplicemente che le infime classi della società si conducono ad imitazione delle superiori e che la conversione democratica dei cittadini distinti per ricchezze, per dignità, per potere viene sempre seguita dalla conversione di tutti gli esseri dipendenti che temono di perdere o che vogliono ottenere.

Quell’amabile metà del genere umano che l’altra adora insieme ed opprime; che la natura affligge con ogni sorte di dolori; che bisognando del nostro ajuto conviene che si procacci la nostra stima a forza di sacrifizj; che bella è tiranneggiata dalla gelosia; laida dimenticata con disprezzo; vecchia non ha in suo favore che i dritti umilianti della pietà o la voce debole della riconoscenza; ora ritenuta ne’ suoi desiderj dalle opinioni inconseguenti e bizzarre degli uomini; ora impedita nella disposizione de’ suoi beni da leggi inventate dal capriccio e dalla forza; qui avvilita da un’esclusione parziale dalla paterna eredità; là esclusa affatto dagli onori a cui le danno dritto le sue virtù; schiava del giudizio de suoi tiranni che le fanno delitto dell’apparenza stessa, benché sappiano che il vizio è a lei più penoso, la fedeltà più cara; le donne, in una parola, che influiscono sopra l’intera vita dell’uomo, perchè gli comunicano le prime abitudini, le donne, io dico, meritano particolare attenzione in una repubblica. Se i tiranni ne fanno uno stromento di corruzione per togliere agli animi il vigore e addormentare l’uomo nel seno de’ piaceri, la repubblica deve farne una molla potente per spingere l’uomo all’eroismo. Se i Romani premiavano con corone civiche quelli che salvavano la vita ai cittadini, le donne che li mettono al mondo a spese della loro felicità, ed alle volte della loro vita, non meritano che delle feste e de giuochi siano celebrati in loro onore? I saggi legislatori di Roma fissarono attentamente lo sguardo sulle donne e nulla omisero per eccitarle a quelle virtù che sono il fondamento e il riparo della repubblica. La censura de’ magistrati, i tribunali domestici, le leggi che regolavano le doti, le leggi che fissavano i limiti al lusso femminile, i tempj consacrati al pudore, quelli dedicati a una Dea che presedeva alla pace de’ matrimonj, alla riconciliazione degli sposi, i decreti onorevoli pe’ servigi resi dalle donne alla patria, tutto dimostra l’interesse con cui il popolo conquistatore del mondo vegliava sulle donne e sui loro costumi, finché i costumi si conservarono nella romana repubblica. E perchè dunque i magistrati delle nuove repubbliche italiane che pinsero intorno all’albero della libertà le immagini di Bruto e di Catone hanno dimenticato quelle di Lucrezia, che volle morire piuttosto che vivere coll’ombra d’infamia in fronte; di Virginia il cui sangue sollevò il popolo contro i Decemviri e li distrusse, di Porcia che nella cospirazione contro Cesare si mostrò degna d’essere a parte de’ segreti dello Stato, e dopo la battaglia di Filippi non potè sopravvivere alla libertà e morì coll’ intrepidezza feroce di Catone; d’Ortensia che difese coraggiosamente la causa delle donne dalla tirannia de’ triumviri, mentre gli uomini non osavano aprir bocca; di Arria che vedendo il suo sposo vacillante e incerto di morire, si ferì intrepidamente il seno e gli diede il pugnale sanguinoso; di questa Eponina sì virtuosa e sì celebre, che Vespasiano avrebbe dovuto ammirare e ch’egli fece morire così vilmente? Le statue di queste eroine debbono essere inalzate a fianco di quelle di Bruto [29], di Cassio, di Catone per mostrare alle donne, che se esse portano con noi il peso della vita, devono anch’ esse entrare nella carriera della rivoluzione; che noi le apprezziamo abbastanza per credere alle loro virtù e ricompensarle con onori, e che presentiamo ad esse i modelli che devono imitare. Mentre la nostra vanità va a imprimere il nostro nome sul bronzo e sul marmo per eternarlo sulla terra, vorremo noi apostati dell’eguaglianza condannare le donne al silenzio ed all’obblio, e privarlo di quella pubblica stima che dopo la stima di se stesso è la più dolce ricompensa della virtù, ricompensa tanto più necessaria alle donne quanto che in esse domina maggior debolezza? E perchè non si distribuiranno ne’ giorni festivi de’ fiori, de’ nastri, delle vesti a quelle cittadine che avranno esercitato qualche atto insigne di patriottismo? Un legislatore avveduto deve mettere a contribuzione le passioni di quelli a cui detta leggi, e si sa che la passione che domina esclusivamente nel cuor femminile è la vanità. Quando Coriolano unito ai Volsci portò lo spavento nel Campidoglio ed insensibile all’orgoglio di perdonare, resistette alle preghiere del senato e de’ preti, si lasciò alla fine piegare dalle suppliche della madre e della sposa; allora il senato espresse la sua gratitudine ordinando agli uomini di cedere ovunque il passo alle donne, facendo inalzare un altare nel luogo in cui la madre placò il figlio, la sposa il marito, permettendo a tutte le donne di aggiungere qualche nastro al loro ordinario abbigliamento. — Si potrebbe dimandare se i moderni s’applichino alla storia per pura curiosità o per desiderio di profittarne.

Volgiamo ora l’attenzione sopra quella parte della società che getta degli sguardi d’inquietudine e di rammarico sui progressi della rivoluzione, animata dal desiderio e non fuori di speranza del ritorno della monarchia. Io non supporrò, Inquisitor repubblicano, de’ motivi maligni a questo desiderio che si può naturalmente ascrivere alla memoria de’ beneficj, ovvero al pregiudizio che crede non fiorisca la felicità se non all’ombra della monarchia. Ma che la monarchia tragga seco la schiavitù, che dalla schiavitù s’allontani ogni idea, ogni ombra di felicità, sembrami averlo provato in modo da ridurre al silenzio ogni oppositore di buona fede. Gli stessi aristocrati ne rimarran persuasi, se sarà loro possibile di leggermi a sangue freddo, ed allontanare le false idee che facendo velo alla ragione, non le permettono di giudicar sanamente. Se poi la gratitudine avvincola gli aristocrati al governo monarchico, io rispetterò i loro motivi criticando la loro condotta. La repubblica essendo richiesta dalla maggioranza, perchè dalla repubblica emerge la felicità e scorre sopra tutte le classi, egli è un delitto volerle sostituire la monarchia. Si conceda agli aristocrati che non compariscano sul teatro della rivoluzione per non offendere la gratitudine, ma un motivo più giusto, più forte, la pubblica utilità, deve trattenerli dall’opposizione. Altronde le loro speranze non hanno per appoggio e fondamento che il loro desiderio. Quando considero diffatti il genio del secolo che chiama le nazioni alla libertà; quando rifletto che la Francia distruggendo la monarchia si è dichiarata l’amica de’ popoli; che la sua gloria è interessata a conservarci una libertà che ci promise [30]; che il suo vantaggio richiede d’essere circondata da repubbliche; che la gratitudine la impegna a proteggere i repubblicani d’Italia che fecero per essa tutti i sacrifizi; quando rifletto che l’ordine s’organizza nelle nuove repubbliche; che i vantaggi si estendono di classe in classe e cominciano a farsi sentire anche da quelli che non vi credevano; che il partito democratico acquista di giorno in giorno terreno; che i pericoli stessi tengono vivo il coraggio e prevengono gli errori dell’indolenza; che vi sono in Italia degli uomini abbastanza illuminati per discernere i mezzi di condurre a fine una rivoluzione, abbastanza coraggiosi per affrontare i danni, intimamente persuasi che la loro salvezza consiste nelle vittorie; queste riflessioni mi dicono che la libertà proclamata in Italia sortirà vincitrice dalla lotta contro la tirannia. Se non che egli è facile a provare che il ristabilimento dell’antico sistema sarebbe dannoso all’aristocrazia istessa. Diffatti se si considera che il furore della vendetta desidera del sangue senza discernere le vittime; che l’odio dà corpo alle ombre e raccoglie tutti i sospetti; ch’egli ama dirigere i suoi colpi contro tutto ciò che grandeggia sopra il restante; che i talenti, la virtù, la gloria gli son sospetti; che questi hanno de’ nemici e che costoro sono ascoltati in ragione della malignità delle accuse; che il bisogno pressante d’avere subito del denaro per rassodare la tirannia, fa inventare de’ pretesti per vendere a caro prezzo l’innocenza; che il timor dell’avvenire stende delle leggi di sangue e si circonda di spavento; che non havvi alcun delitto che la legge di Stato non giustifichi; che per acquistare l’amicizia de’ tiranni conviene gettare a’ loro piedi i teschj de’ propri amici e comparire in loro presenza colle mani tinte di sangue; che costoro pretendendo ogni sacrifizio come loro dovuto si credono sciolti dalla gratitudine; che anzi l’idea di dovere ad altri il proprio ristabilimento offende il loro orgoglio [31] e fa loro desiderare l’occasione di liberarsene; tutto questo concorre a persuaderci che gli sforzi degli aristocratici tendono a scavare una tomba in cui andrebbero essi medesimi a cadere. Se non che forse portando più addentro lo sguardo nell’animo di quelli che ricusano d’unirsi allo stendardo repubblicano, scopriremo due altri principj che al tribunale della loro ragione giustificano la loro renitenza, ma che per altro sono egualmente insussistenti. Mi spiego. Le idee di libertà sorridono alle menti illuminate che volendo fissare francamente l’attenzione sopra tutti gli oggetti, soffrono ristrette ne’ legami della schiavitù. Altronde ravvisando con un solo colpo d’occhio la lunga figliazione di beni che la libertà diffonde sopra tutti i rami della società, ne abbracciano con tanto maggior calore il partito quanto che esse sentono più al vivo il bisogno di promuovere l’altrui vantaggio. Gl’innocenti piaceri dell’intelletto, i bisogni sempre rinascenti d’un cuore espansivo e generoso sono i motivi precipui per cui tutte le persone scientifiche si sono gettate nel partito della democrazia. Questa classe di persone che dovrebbe chiamare intorno di sé la classe infinitamente più numerosa degl’ignoranti, pare che inebbriata dal piacere d’esser libera, da sé la respinge con un affettato disprezzo verso tutti gli oggetti avanti di cui il popolo stava stupidamente inchinato da molti secoli. Lo stordimento ed il ribrezzo che nasce da questo dispregio agisce con tanta maggior forza sull’animo del popolo, quanto che va ad unirsi all’inclinazione che hanno gli ignoranti ad espiare la condotta di quelli che loro impongono con delle cognizioni straniere, inclinazione per cui resta sempre nel fondo del loro animo un sospetto relativo alla facilità dell’abuso che si può fare della superiorità de’ talenti. Si potrebbe dire che l’uomo ignorante risguarda l’uomo illuminato con quell’occhio, con cui il popolo risguardava altre volte i fisici e matematici ch’ei temeva come maghi [32]. Aggiungasi che questa indisposizione d’animo viene rinforzata dall’orrore che eccita quell’altra classe d’uomini nella cui mente l’entusiasmo della libertà, nascendo da speranze perverse, spinti nel primo fermento della rivoluzione dall’audacia del delitto, compariscono sulla scena e disonorano la libertà che proclamano. Ma lo stato di compressione in cui le persone scientifiche furono tenute dalla tirannia; la memoria d’essere state posposte a degli uomini che ora strisciano nel fango e nella polvere, e che la coscienza della viltà trae nelle tenebre per distoglierli agli altrui sguardi; le persecuzioni che soffrirono in premio de’ beneficj che facevano al genere umano; la memoria de’ loro amici caduti vittime della tirannide; la lotta da cui alfine sortirono vincitori contro l’odio e la gelosia; l’entusiasmo a cui li deve sublimare il sentimento ed il carattere augusto dell’infelicità; la debolezza della natura comunemente imprudente ne’ primi momenti di trasporto e d’allegria; tutto dimostra che il disprezzo di cui parlammo poc’anzi, ha dritto a qualche compatimento, ed un onest’uomo dirà: le persone scientifiche non lasciano d’essere uomini. Se poi si esaminano i loro costumi svaniranno affatto i sospetti dell’ignoranza, giacché si troverà nella loro condotta quel candore che è sì lontano da ogni arte e finzione; quella buona fede di carattere che opera secondo la realtà delle cose non secondo le convenzioni e non pensa al suo interesse; quella semplicità che contrasta così bene col desiderio d’occupare gli altri di sé, vizio de’ cuori freddi e delle anime vuote; l’ignoranza di tutto, se si eccettuino le cose utili e grandi; una politezza che non cura gran fatto l’esteriore, ma che invece d’essere o un calcolo fino dell’amor proprio, o una vanità puerile, o una falsità barbara, è una certa prova d’umanità; finalmente questa tranquillità d’animo che dopo aver apprezzato tutto, non stimando in questo sogno della vita che ciò che merita d’esserlo cioè poche cose, non si appassiona che per la giustizia, per l’umanità e si trova superiore ai tumulti ed alle debolezze. Quanto agli iniqui che si sono gettati in un partito da cui hanno tutto il dritto d’essere esclusi, perchè veri figli dell’antico governo comechè portati all’egoismo, alla viltà, alla perfidia, alla menzogna, al delitto; costoro che mentre la massa dello Stato è sconvolta e fermenta, mentre si scioglie dai legami da cui era avvinta e scopre le piaghe che le fece la tirannia; costoro io dico passando per lo scrutinio espurgatorio della pubblica opinione, verranno dalla repubblica espulsi dal suo seno, come l’oceano agitato dal vento e dalla tempesta si depura, getta in alto e lascia sulle sponde .

Stridente spuma e sozze canne ed alga.

Si potrebbe aggiungere che in una rivoluzione vi è una serie di tendenze a mantenere la nuova legislazione, e nello stesso tempo una serie di sforzi a rimettere le cose nello stato primiero. Ora, quando i fini e le mire sono opposte e si urtano, deve nascere dalla diversità di questi conflitti uno spirito di duplicità, di dissimulazione, di cattiva fede in tutti quelli che non hanno o coraggio bastante o bastante probità per prendere francamente l’uno o l’altro dei due partiti. Mi pare che nessuno accuserà il sistema repubblicano d’indebolire il coraggio, giacché eccita e mette in moto tutte le forze attive dell’anima, e molto meno può essere tacciato di corrompere la probità, poiché la libertà e l’eguaglianza essendo le basi su cui s’appoggia, se la prima apre il campo all’attività dell’uomo, la seconda lo arresta e gli dice: rispetta negli altri que’ dritti che vuoi in te rispettati. Chi richiama e fissa il pensiero degli uomini sull’identità della natura; chi loro ricorda che sono vestiti della stessa carne, stretti da’ medesimi bisogni, cedenti allo stesso fatto, non viene a rintuzzare quell’orgoglio da cui tutte le ribalderie spontaneamente emergono? non eccita quella compassione che è madre di virtù eroiche? non fomenta quel sentimento di giustizia che tirando una linea tra i nostri dritti e gli altrui ci grida fortemente, che se passiamo al di là vedremo sollevarsi contro di noi una moltitudine d’esseri de’ quali abbiamo continuamente bisogno? Dunque sia che si consideri l’aristocrazia ne suoi pregiudizi, nelle sue speranze, nelle sue diffidenze, nel suo ribrezzo, fa d’uopo convenire che essa ha torto nel ricusare ostinatamente di confondersi col partito repubblicano.

Persuaso che la riconciliazione estorta dal solo timore non è né sincera né durevole, mi sono fino ad ora sforzato a chiamare intorno alla repubblica tutte le classi della società colla voce dell’interesse e della ragione, senza urtare la vanità o inasprire il risentimento. Mi sembra quindi che meritino censura quei patriotti, che ambiziosi di mostrare delle malignità in quelli che rigettano i loro principj, impazienti di gustare il piacere della vendetta benché si opponga all’interesse del loro partito, dimentichi di quello spirito di moderazione che concilia alla critica credenza e autorità, fanno delle violenti sortite contro la nobiltà, il clero e tutti gli aristocratici ingenerale. Essi dipingono la resistenza come perversità, l’incertezza come mancanza di buona fede, il desiderio d’unirsi alla patria come impossibilità di nuocere. Le loro satire tendono a cangiare i timori in odio, l’inquietudine in risentimento, i rimorsi in disperazione. Lanciando sui loro nemici senza alcuna distinzione lo stesso anatema, forzano tutte le passioni, tutti i sentimenti, tutte le idee a riunirsi contro il sistema che ha la disgrazia d’averli per apologisti. L’entusiasmo della libertà non permette loro di rispettare l’innocenza dell’errore, compatire i lamenti della scontentezza, tollerare un’incertezza dalla quale è impossibile a certi spiriti di sortire. Eppure chi s’inganna di buona fede ha dritto a delle ragioni non a degli insulti; chi è spaventato dai mali passaggieri d’una rivoluzione ha bisogno d’incoraggimento; chi ha sofferto dei mali reali e si lamenta, vuol essere compatito. Gli uomini s’innalzeranno alla sublimità repubblicana se darete all’esperienza il tempo di discioglierli dai pregiudizj, all’interesse di sentire i danni della resistenza, alla ragione d’estinguere le vampe della vendetta, alla debolezza di rinvenire dalla meraviglia, di riconoscersi e mettersi a livello della nuova posizione. Ma se appena dopo averli chiamati, li insultate coi termini più ignominiosi, invece d’avanzarsi nella strada che avevano già intrapresa, ritorneranno indietro rispinti dall’orrore di trovarsi in vostra compagnia. L’uomo saggio compatirà un ritardo prodotto dall’umana debolezza, addolcirà con lodi il dispiacere di rinunciare a dei principj abituali che servono di scusa al passato a delle chimere care alla vanità che infuse nella infanzia resistono alla corrosione del tempo, ed animerà la speranza colla prospettiva brillante d’un avvenir migliore. Se videsi sovente la virtù germogliare in mezzo agli applausi immaturi che la fecero nascere, mostriamo ai nostri nemici che sono e li crediamo capaci di azioni magnanime e generose; essi non oseranno respingere questo elogio e ricevendolo si sentiranno impegnati in una nuova carriera.

Le misure che vi ho proposto riguardo ai nobili, agli ecclesiastici ed agli altri ordini della società, che sebbene comuni e triviali non lasciano d’essere utili ed efficaci, dimandano una pronta esecuzione per arrivare all’ultimo scopo a cui tendono. Queste misure promovendo e mostrando i vantaggi della libertà e dell’eguaglianza tendono ad eccitare il desiderio di parteciparne ed allargare il campo della rivoluzione. Ora i desideri allora divengono efficaci quando sono avvivati dalla speranza, e la speranza nella maggior parte degli uomini non nasce’ se non dopo l’avvenimento. La lunga durata d’un sistema qualunque arresta la nostra fantasia e le impedisce di concepirne possibile la distruzione. Allorché voi dite alle classi oppresse della Lombardia, che quando le cose avranno presa una certa consistenza migliorerete la loro sorte, gli Stati circonvicini vi rispondono, chi sa se arriverà questo termine, e la naturale indolenza velandosi con questa incertezza gli arresta dal gettarsi nel vostro partito. Se i saggi repubblicani sanno temporeggiare a proposito e piegarsi all’impero delle circostanze, essi non ricorrono però alla risorsa favorita delle anime deboli e timide che risguardano le dilazioni come lo sforzo della prudenza la più consumata. Io approvo che animiate la gioventù italiana a correre in difesa della patria, ma mi fa meraviglia che non abbiate ancora emanati dei decreti che senza costarvi una goccia di sangue spezzerebbero quelle masse che colla loro immobilità arrestano o coi loro sforzi rispingono la rivoluzione che dovrebbe spandersi sopra tutta l’Italia. Per avventura il piacere d’aver ragione contro dei saggi mi seduce e vela al mio sguardo gl’inconvenienti che nascerebbero dalle proposte misure; ma se la voce pubblica non dichiara per nemici della libertà che i prìncipi, i nobili e gli ecclesiastici, se le misure indicate attraggono al vostro partito la nobiltà ed il clero, se le altre classi seguono i passi di queste, e se in conseguenza restano separati e indeboliti i principi, mi par d’aver ragione di dirvi che uniate e mani e braccia sopra quelle due ruote maestre, acciò i vantaggi prodotti nelle nuove repubbliche decantati dall’interesse e dalla gratitudine, mentre eccitano delle speranze nelle classi analoghe degli altri Stati, prevengano i popoli in vostro favore; giacché distruggendo la primogenitura, i feudi, le sostituzioni, soddisfate al voto generale: provedendo al sostentamento di quegli ecclesiastici che propagano la morale sociale invece d’opinioni stravaganti, dannose e chimeriche, porgete agli ignoranti stessi delle ragioni per rispondere all’ipocrisia, che ridotta a combattere sulla sue rovine, incapace di sostenersi coll’armi della ragione, sparge contro di voi la calunnia e chiama in suo soccorso i fantasmi che dominano abitualmente sulla debole e viva immaginazione del popolo.

Io non farò mai eco a quelle operazioni che paralizzano l’andamento fermo e rapido della risoluzione; non ostante mi sembra in generale che acciò l’ignoranza, la debolezza o la corruzione non sollevi degli ostacoli a’ vostri progetti, dovete presentarvi meno colla falce per distruggere che sotto l’aspetto di riformatori per ristabilire e edificare. L’idea di distruzione spaventa la fantasia comunemente debole degli uomini; ella non regge al crollo d’un sistema di cose, se non quando vi è preparata dal desiderio, e conosce il piano che vi si vede sostituire. Al contrario l’idea di riforma piace alla ragione e non offende l’amor proprie. Le nozioni straniere si naturalizzano e sono adottate come originarie quando si ha la precauzione di mostrarle analoghe e conformi a quelle, e di rifonderle in qualche uso preesistente. Le rivoluzioni nella nostra maniera di pensare non sono subitanee; le idee non si staccano, dirò così, che a poco a poco, e per formare delle nuove congiunzioni è necessaria la mano del tempo [33]. L’impazienza di far del bene ha sollevate alcune volte degli ostacoli al bene istesso, e dei progetti i meglio concertati sono caduti in disprezzo, perchè la fretta di edificare si oppone alla stabilità dell’edificio. Dalla sublimità delle loro teorie i filosofi tracciano agli eventi la linea che devono scorrere e fissano i limiti della durata, ma gli eventi molte volte restii confondono la presunzione e sconcertano i sistemi della filosofia. Eh! scendete dall’alto delle vostre speculazioni e vedrete i vostri progetti urtare contro le passioni delle quali non avevate calcolato la forza, e dei granelli d’arena che sfuggivano al vostro sguardo, arrestare il moto delle ruote politiche. Muniti di queste pratiche osservazioni sentirete la necessità di aspettare l’occasione che non arriva a passi lenti, e di arrestarvi intanto ad appianarle il cammino; imparerete a cogliere il momento decisivo di cui i genj mediocri non sentono il prezzo se non dopo averlo irrevocabilmente perduto. L’ignoranza che non può discernere il fine de’ vostri progetti ve ne assicurerà il successo, se eccitando destramente la meraviglia saprete procacciarvi il rispetto e la venerazione. Senza queste precauzioni voi farete dei decreti, e il popolo non ancora maturo li lascerà cadere in dissuetudine; proscriverete degli abusi e gli abusi rinasceranno sotto le vostre proscrizioni. Ora è meglio lasciare in pace de’ vizj ancora forti e vigorosi che dimostrare l’impotenza a reprimerli; nel primo caso la peggior taccia che vi possa esser data si è d’ignoranza, che per se stessa non esclude il timore; nel secondo caso v’assicurate quello di debolezza che fa concepire alle passioni criminose dei desideri di profittarne.

La stessa premura di far del bene spinge i nuovi legislatori ad emanare una serie di decreti, che si succedono rapidamente. Essi pretendono di scancellare tutto il passato, dissipare le diffidenze sull’avvenire, chiudere il varco a tutti gli errori, tutto distruggere e tutto edificare. Essi fanno in conseguenza delle applicazioni puerili della loro autorità e la rendono oggetto d’un ridicolo e d’un disprezzo assai peggiore dell’odio. Di buona fede, ma pusillanimi credono facilmente al bisogno d’una nuova misura, e indeboliscono il potere dividendolo. Allarmati ad ogni scossa comunicano ai pericoli maggiore esistenza che non hanno, e sminuiscono il sentimento della pubblica sicurezza, perseguono in ogni angolo con una vigilanza inquisitoria l’errore, e danno dell’inquietudine alla libertà; ad alcuni sembra anche di ravvedervi l’odio, il risentimento, la parzialità delle fazioni sotto le apparenze della giustizia, ed in conseguenza leso il principio dell’eguaglianza. Ma se voi godete della confidenza de’ vostri concittadini, se la maggioranza è decisa in vostro favore, se la virtù è nel vostro partito, se avete tra le mani tutti i mezzi efficaci di compressione, perchè non prendete un’attitudine ferma e inalterabile? Perchè non mostrate la confidenza ed il coraggio della forza, ristringendovi ad opporre il sorriso del disprezzo alle grida dell’orgoglio umiliato e della vendetta impotente? [34] Permettete alla scontentezza un lamento che la solleva riflettendo che se la scontentezza che si esterna e svapora non fa temere nulla di sinistro, quella che torbida e muta si riscalda per un’interna fermentazione, scoppia d’improvviso con tanta rapidità che terrore.

Riunite il vostro potere sopra degli oggetti di considerazione; abbiate una mano di ferro, ma impiegatela rare volte; slanciatevi con tutto l’impeto contro dei nemici terribili, ma trascurate quelli che non hanno che la voglia d’essere dannosi. Riducete al silenzio le animosità particolari; tirate un velo sopra delle debolezze già cancellate dal tempo, e non ravvivate degli odj estinti perseguitandoli. Se non che in tanti decreti che si succedono senza interruzione, si sarebbe tentato di ravvisare le traccie della vanità attraverso il desiderio di far del bene. Si è ambizioso d’imprimere sull’ali del tempo l’orma del proprio sapere; si vuole giustificare la scelta che in noi fecero i nostri concittadini, si aspira all’onore di comparire benemeriti della patria e di dire al popolo: guarda le nostre azioni e giudicaci. Intanto questa ambizione lodevole nel suo principio, dannosa ne’ suoi effetti produce una moltiplicità di leggi, le quali sia che cadano semplicemente in dissuetudine, sia che oltre la dissuetudine cadano in disprezzo, sminuiscono sempre il sentimento dell’obbedienza. Aggiungete che tanti decreti non imprimono un’idea troppo vantaggiosa dello stato attuale delle cose, e molti senza volere spingere l’immaginazione sullo stato antecedente da cui sortite, senza riflettere che per cicatrizzare le piaghe cagionate dalla tirannia conviene applicarvi molte volte la mano, vi diranno arditamente: corruptissima repubblica plurimae leges. Io sono ben lontano dallo screditare le fatiche degli uomini dabbene, e giuro anzi di rispettarne perfino gli errori; prego in conseguenza il lettore a non fare delle maligne applicazioni de’ miei principj e a non attribuirmi delle intenzioni che non ho avuto giammai [35].

Le idee sparse negli antecedenti paragrafi s’uniscono a provarci che quattro classi d’uomini principalmente sono incapaci di rappresentare il personaggio d’attore sul teatro della rivoluzione. In primo luogo coloro la cui immaginazione moltiplica ed esagera i pericoli; al cui sguardo l’avvenire non si pinge che con tetri colori; che raccolgono tutti i sospetti, danno corpo a tutte le ombre; ingegnosi a distruggere i motivi di sperare, ingegnosi a fingersi le eventualità più sinistre e più improbabili, che non s’applicano ad un progetto che per risguardarlo come il peggiore; che in seno alle prosperità sognano delle tempeste, che in mezzo alle tempeste perdono la presenza di spirito; incapaci di grandi sforzi, perchè incapaci di grandi speranze; inabili ad aprirsi delle strade nuove, inabili a sortire da un inviluppo d’accidenti straordinario ed improvviso, vittime della vivacità e della debolezza della loro fantasia. Coloro parimenti sono incapaci di sostenere il personaggio d’attore nella rivoluzione, che freddi d’immaginazione, ordinati nelle idee veggono sempre gli oggetti sgombri dalle illusioni cioè a dire sotto l’aspetto più desolante, che sordi alla voce del sentimento hanno la disgrazia d’avere sempre ragione; nemici di quella felice imprudenza che è madre d’azioni eroiche; che per assicurarsi del successo lasciano sfuggir l’occasione; che non si sgomentano nei perigli ma non s’elettrizzano alla fortuna; che amanti della lentezza di Fabio, incapaci dell’audacia di Scipione, non urtano in alcun scoglio; ma arrivano quasi sempre troppo tardi; che fissi ne’ loro sistemi ragionati non gettano i loro nemici in quella incertezza che costringe a dividere le forze, e i loro colpi previsti non eccitano quella meraviglia che sovente è madre della vittoria. Vi è un’altra classe d’uomini incomoda, anzi dannosa alla rivoluzione, il cui carattere è una vanità somma congiunta ad una tintura di filosofia. Questi Rodomonti della libertà, misurando il loro merito sulla moltitudine e diversità delle idee superficiali e confuse, non ritrovano impiego per quanto gravoso egli sia che essi non credano potere disimpegnare; e sebbene l’esperienza faccia loro conoscere quanto ne siano incapaci, la presunzione non permette loro di retrocedere. Spinti da una spasimata voglia di tutto decidere, dando a tutte le loro opinioni un’eguale importanza v’opprimono con un profluvio di parole in cui cercate invano un’idea. Encomiatori della libertà ma realmente tiranni contano per loro nemici tutti quelli che non sottoscrivono le loro decisioni; e ci ripetono quanto diceva il triumviro Lepido: a tutti coloro che onoreranno il nostro trionfo, sanità ed onore, agli altri miseria e proscrizione. Dotati di una ragione sofistica, accecati da una vanità imbecille, basta che un’opinione abbia in suo favore la maggiore, che essi ne divengono immediatamente gli oppositori. Avidi di primeggiare sul restante della società, incapaci d’innalzarsi coll’ali del proprio merito (del quale acciò non ne dubitiamo ce ne assicurano essi stessi) si credono in diritto di deprimere or questo or quello nella pubblica opinione, lusingandosi d’allontanare tutti i concorrenti [36]. Sono propriamente degli stolti che vorrebbero montare al cielo sopra un mucchio di statue mutilate e di marmi infranti.

Sebbene meno avveduti d’Alcibiade non sappiano tagliare al loro cane la coda per distrarre lo sguardo del pubblico dai loro difetti; non ostante il dileggio, la satira, il sarcasmo, loro armi favorite, tendono ad annientare ogni misura d’equità e rendere i loro concittadini insensibili alla lode e al vitupero. Escludo alla fine dal ruolo degli attori le persone immorali, nel cui spirito l’idea di libertà si confonde con tutte le idee di licenza; che cercano l’eguaglianza per mettersi all’altrui livello da cui gli abbassa il peso de’ loro delitti; che aspirano agli onori per appagare un orgoglio insolente, alle cariche per ammaliare con false larve di simulata virtù; che usano de’ loro talenti per giustificare le nefande passioni che dominano nel loro animo; costoro i cui principj variano a norma delle circostanze, le cui proteste sono in contraddizione colla loro condotta, la cui conversione democratica si potrebbe paragonare a quella che in materia di religione prometteva il console Pretestato, il quale vedendo le ricchezze esuberanti de’ romani pontefici diceva: fatemi vescovo di Roma, ch’io mi farò cristiano; costoro che nel fermento della rivoluzione vengono per così dire a gala, brillano e si sforzano di primeggiare; questi perfidi, io dico, devono essere per tutti i titoli esclusi dalle cariche, dagli onori, dalle dignità, giacché oltre il danno che portano alla repubblica colla loro venefica influenza, forzano l’onesto cittadino a ritirarsi in disparte per non ritrovarsi in loro compagnia e non partecipare della maledizione che contro d’essi slancia il genere umano. Voi conoscerete questi perfidi ai loro gesti smodati, ai loro sguardi incerti, all’intemperanza dei piaceri che li tiranneggia [37], alla facilità nel dichiararsi mostri amici pria di conoscervi, al loro linguaggio misterioso per eccitare delle speranze senza compromettersi, alla difficoltà nel credere le altrui virtù [38], alla severità con cui giudicano le debolezze dell’opposto partito, alle replicate proteste di sincerità, alla prontezza nel seguire il fortuito e l’azzardo, alle ricchezze che accumulano in poco tempo, per cui s’addice loro il rimprovero che facevasi a Silla, come potete voi essere onest’uomo, buon cittadino, mentre vostro padre non vi lasciò nulla e in un momento siete divenuto sì ricco?

Dopo che i rappresentanti del popolo avranno distrutto gli abusi che più degli altri colpiscono la pubblica opinione, allora ed allora solamente sarà tempo che proclamino la civile costituzione. La distruzione degli abusi annientando de’ pregiudizi, togliendo di mezzo delle vili passioni permetterà alle idee sublimi della costituzione, d’unirsi e amalgamarsi coi sentimenti del cuor umano. Veggiamo le precauzioni che converrà usare a questo riguardo.

Quando risuonò sulla Francia il grido di libertà, il popolo gli rispose con accenti di allegrezza, non solo spinto dai sentimento abituale de’ suoi mali, ma ancora dalla cognizione riflessa de’ proprj diritti. Le idee morali circolavano in Francia per tutte le classi; le teorie politiche abbassate alla capacità della maggior parte, abbellite dalle grazie e dai vezzi della locuzione, sparse per mille romanzi s’insinuavano facilmente nella testa di un popolo che ama occuparsi di tutto per inquietudine, e di tutto parlare per vanità. Voi avreste ritrovato anche prima della rivoluzione tra gli istromenti d’un artigiano Montesquieu, Elvezio, Rousseau, o qualche simile scrittore di morale e di politica.

Altronde la scostumatezza del clero francese, le immense ricchezze delle quali godeva oziosamente, lo sfoggio con cui comparivano i vescovi alla corte, avevano insensibilmente cangiato in disprezzo quella stima che il popolo ha sempre tributato al corpo sacerdotale. Questo dispregio delle persone estendendosi alla dignità, scosse ed indebolì tutta la catena delle idee superstiziose. Ora siccome l’abito d’una cieca credulità fortifica l’abito di soffrire, siccome il dovere della rassegnazione alimenta quello della bassezza, e facendoci baciare i ferri della superstizione ci dispone a rispettare quelli della tirannia, così il piacere che prova l’amor proprio nello sciogliersi dai legami superstiziosi, lo spinge a portare i suoi sguardi sui principj di governo ed intraprenderne una severa discussione che finisce sempre a danno della tirannia. Quindi il sentimento profondo de’ mali, i lumi della ragione, il disprezzo del clero affrettarono nella Francia una rivoluzione nelle idee e disposero l’animo alla libertà ed all’eguaglianza.

Al contrario in Italia le idee di dritto e di dovere sono quasi direi straniere alla maggior parte. Noi manchiamo di questi libri facili ed utili, in cui, mentre l’immaginazione scorre sopra d’un campo di rose, l’intelletto coglie e si nutre de’ più sostanziali alimenti, e scendono al cuore le sensazioni più dolci della virtù. Le teorie politiche sonosi a così dire arrestate ad una certa altezza a cui lo sguardo del popolo comunemente non giunge. L’orrore di cui Roma ha coperto i filosofi d’oltremonte ritiene una porzione del popolo dal consultarli. La confusione del sacro e del profano, per cui nasce timore d’urtare la religione esaminando la politica, tiene lo spirito in una certa distanza anche da quest’ultima, e questa distanza istessa rende più sacro il velo che la copre. Il tribunale dell’inquisizione destinato ad eternare dei pregiudizi e delle prerogative che non potrebbero essere discusse senza svanire, questo tribunale che sebbene ridotto all’impotenza spaventa ancora colla memoria del passato dispotismo; l’inquisizione io dico ha paralizzato il vigore degli Italiani, vigore tanto necessario per marciare intrepidamente sulle rovine dei pregiudizj. Aggiungete che il clero d’Italia forse meno corrotto e senza dubbio più dissimulato e circospetto di quello della Francia trae a sé la stima del popolo, stima che estendendosi alle sue parole va a rassodare l’impero dell’opinione e della stupida credulità, e dà allo spirito delle spinte indirette e continue verso la schiavitù.

Queste osservazioni devono servire di regola ai rappresentanti del popolo relativamente al governo da introdursi ed al sistema delle opinioni religiose già introdotto. Cominciamo dal governo.

L’incertezza penosa, lo stato convulsivo degli affari in tempo di rivoluzione, le speculazioni e gli sforzi delle passioni criminose per profittare delle turbolenze, i maneggi de’ nemici onde arrestare i progressi della libertà accrescendo il disordine, la leggerezza del popolo per cui gli è impossibile di restare in uno stato di sospensione e di dubbio, la facilità di stancarsi della libertà stancandosi della rivoluzione, l’inclinazione comune degli uomini ad ingrandire i mali ed a protrarne il termine malgrado i clamori della speranza; tutto dimostra la necessità di portare presto alla fine la rivoluzione colla introduzione d’un nuovo codice. Ora se lo spirito pubblico in Italia spinto dai mali del dispotismo ha fatto de’ progressi verso la libertà, egli però non è seguito da quella luce di cognizioni che ne mostra il fondamento e ne schiarisce l’estensione. Dunque l’inabitudine del popolo italiano, anzi la quasi comune ignoranza in materie politiche, l’impossibilità d’instruirlo in poco tempo, la pubblica opinione che ha sanzionato gli articoli primarj del codice francese, la sua competenza all’Italia, se venga in varj punti modificato [39], i pericoli delle assemblee primarie; queste circostanze tutte non tendono esse a persuaderci, che il popolo eleggendo i suoi rappresentanti dovrebbe esprimere il suo assenso al codice francese, rettificando quelle modificazioni che i rappresentanti stimerebbero necessarie relativamente alla popolazione ed estensione del terreno, al genio del popolo o qualche altro oggetto analogo, senza che fosse più necessario di chiamarlo di nuovo sulla piazza? Il popolo dovrebbe dire a suoi rappresentanti nell’atto dell’elezione: Ho sollevato lo stendardo della libertà contro i miei tiranni, ma la mia mano debole e vacillante si potrebbe stancare nel sostenerlo; la mia ignoranza ne’ mezzi d’organizzare il governo repubblicano potrebbe condurmi a degli abissi; la mia inesperienza e la mia buona fede forse servirebbero d’occasione a degli uomini perfidi per farmi traviare. A voi dunque commetto la cura della mia felicità e ratifico fin dal presente quelle leggi che mi proporrete ad osservare. Da qui a pochi mesi non sarebbe caduto il velo che mi ha addensato sugli occhi la tirannìa, ed il consenso che darei allora non sarebbe più morale e più ragionato del presente. Vi commetto una funzione che è circondata di pericoli e di danni, giudicate se confido nella vostra virtù. Pupillo debole privo di giudizio, impetuoso per sentimento, vicino all’eccesso per entusiasmo mi riposo interamente sulla sagacità de’ miei tutori. Se de’ mali momentanei mi faranno cangiare di risoluzione o mi condurranno ad un istante di avvilimento, vi prevengo a non ascoltare dei riclami indegni di me e che disapprovo fin dal presente. Sappiatemi ricordare lo scopo che mi sono prefisso, il fine a cui tendo, e mentre me ne appianate la strada mantenete in me la maggioranza supponendola invariabile. Il popolo francese noto all’universo per la sua sagacità, questo popolo che mi precede nella carriera della libertà, ha proclamato un codice che i miei saggi lodano a cielo, perchè conserva i dritti dell’uomo e del cittadino: applicate questo codice alle mie circostanze e non venite a chiedermi se ratifico le vostre misure; io le ratificai quando infransi lo scettro de’ miei tiranni. Questi sentimenti e queste precauzioni mi sembrano tanto più saggie e prudenti quanto che il popolo italiano più del francese ingombrato dai pregiudizj, più inviluppato nei legami della schiavitù sarebbe più esposto al pericolo d’abusare nelle assemblee primarie d’una libertà intera ed acquistata improvvisamente. È impossibile che il sentimento della libertà, gettandosi ciecamente da tutti lati per conoscere tutta l’estensione del suo dominio ed attestarne a se stesso l’esistenza, non spingesse il popolo contro que’ scogli che lo circondano, e ne’ quali ha urtato la Francia. Conviene aver lungo tempo misurato le sue forze, conviene aver imparato a dominarle con destrezza per sapere arrestarsi al bisogno. Ora il popolo italiano non ha questa esperienza né è desiderabile che la acquisti a proprie spese. Se per altro questa misura sembrasse timida troppo e servile, e forse lesiva di quella sovranità inalienabile che risiede nel popolo, farà d’uopo convenire, che non si dovrà chiamare il popolo ad una minuta discussione di tutti gli articoli che contengonsi nel codice propostogli, ma per domandargli semplicemente se lo accetta o lo ricusa. Ad imitazione del legislatore di Sparta lasciamo nelle scuole le idee di perfezione fondate sopra delle astrazioni che non esistono in natura, e fatti prudenti dall’esperienza dolorosa degli altrui mali impariamo a limitare dei dritti che l’inabilità di maneggiarli congiunta alla destrezza de’ nostri nemici può far convergere in nostro danno. Defraudiamo le speranze perfide dell’aristocrazia che ci aspetta nelle assemblee primarie per vendicarsi del rispetto che è forzata a tributare alla nostra condotta fino ad ora virtuosa.

Passiamo alla religione. Non cesserò di ripetere che le disgrazie che hanno lacerato la Francia devono servire di regola a quelle nazioni che si slanciano verso la libertà. Ora se rimontiamo all’origine di quelle scene d’orrore, di quelle guerre intestine, di quelle fazioni sanguinose che copersero di cadaveri e di rovine l’impero più illuminato dell’universo, le troveremo nella costituzione civile del clero, in certi decreti dell’assemblea nazionale ottimi in se stessi, ma che distruggevano degli oggetti che il popolo risguardava come sacri, in un disprezzo deciso de’ patriotti contro ogni sorte di superstizione, disprezzo che offendendo la vanità e la debolezza di quelli che v’erano attaccati, mise l’armi in mano ad un popolo dolce e sensibile, e fece spargere de’ fiumi di sangue per delle ridicole chimere. Invano i lumi della ragione furono sostenuti dalla forza; le opinioni si riproducevano sotto i colpi che loro si portavano, e divenivano più vigorose per l’orrore stesso dell’oppressione. Non istendete dunque la mano al velo misterioso della superstizione, altrimenti ne vedrete sortire improvvisamente de’ fulmini. Non è possibile schiarire in un momento il popolo intorno de’ pregiudizj che sono rispettati da’ secoli; che l’ignoranza ed il timore rendono necessarj; che soffocando le grida della coscienza divengono cari all’amor proprio; che presentando un fantasma sublime di perfezione eccitano la meraviglia, gettano nell’illusione e soggiogano tutte le facoltà dello spirito, o che sostituendo delle parole a delle azioni, delle vane cerimonie alle opere di carità, fomentano l’indolenza, e comunicando la presunzione della virtù armano la vanità in loro difesa [40]. Non usarono dunque della loro nota sagacità que’ scrittori, che comparendo in mezzo al popolo con tutto l’ardire della ragione, o per meglio dire con tutta la cinica impudenza, gli fecero balenar sugli occhi una luce forte ed improvvisa. Essi videro il popolo volgersi altrove indispettito; sentirono delle grida di condanna sollevarsi contro le loro imprudenti teorie, ed eccitarono contro le loro persone nella mente del popolo una specie d’orrore, che stante il sistema preesistente delle idee superstiziose, viene contato nel numero de’ doveri, orrore che screditerà qualunque altra verità essi siano per proporre. Gli altari della superstizione non cadono che colpiti dalla mano del tempo; i lugubri fantasmi che li circondano, retrocedono a misura che la ragione s’avanza lentamente, e quando impugna l’arme potente del ridicolo [41]. Se si promove alcuna volta la guarigione del corpo con una salutare violenza, il cuore abborre e rispinge l’impero sacrilego della forza. Locke stimò a proposito, o per meglio dire, fu costretto a porre dei limiti alla tolleranza universale per non offendere la debolezza del popolo a cui tracciava la legislazione. Io non credo questa precauzione necessaria in Italia, ma io veggo la necessità di tenersi sull’alto di principj generali, i quali mentre salvano i dritti sacri della natura, non danno motivo di scandalo agli uomini superstiziosi sempre pronti ad allarmarsi. Facciamo tacere il risentimento del passato, non dimentichiamo che la nostra illuminata ragione è figlia d’un lungo studio penoso, ed allora compatiremo agevolmente quella schiera numerosa d’uomini che piega servilmente il collo al giogo de’ pregiudizi i più strani, e godremo tranquillamente ed in silenzio di certi diritti senza esporli a delle sinistre interpretazioni, che eccitando il disprezzo o l’orrore tendono a indebolire l’obbedienza.

Ma tutti i vostri sforzi s’aggireranno nel vuoto, tutte le vostre precauzioni saranno inutili, se non poggiate la base del governo repubblicano sopra i costumi. Il vizio corrode e corrompe tutte le molle dell’anima; egli estingue quel calor di sangue, quella fierezza di sentimenti che preferisce impavida la libertà alla morte, e vi sostituisce quella viltà e debolezza che piega il collo alla schiavitù. È chiuso il varco al timore quando non si deve abbandonare che la vita; ma agli uomini corrotti è riserbata una prova più difficile, la perdita de’ loro piaceri vergognosi. Sulle ceneri di Cartagine, sulle rovine di Roma io leggo scritto: la corruzione de’ costumi è la tomba della libertà. I costumi corrotti sono ben più funesti allo Stato che le sedizioni e le guerre; queste non danno che delle scosse passaggiere, risvegliano altronde i talenti e conducono sulla scena de grand’uomini; all’opposto i costumi corrotti estinguono la fiaccola del genio, e chiamano sullo Stato tutte le passioni basse e vili; il militare divenuto pusillanime abbandona i lauri di Marte per i mirti dell’amore; il magistrato divenuto venale moltiplica i delitti vendendo l’innocenza; il commerciante avido d’un guadagno rapido profitta dell’altrui dabbenaggine e riduce la frode in sistema. Sopra de’ guanciali di rose, sopra de’ sofà voluttuosi marcisce il germe della perfezione umana, e la virtù non sa più dove ritirarsi, se vede profanato il santuario del matrimonio [42]. Aggiungete che la dissolutezza corrompendo la massa dello Stato apre la via alla superstizione, e la superstizione simpatizza e trae a sé tutte le idee della schiavitù. Al contrario i sentimenti eroici, le azioni generose fioriscono sotto i passi dell’uomo costumato [43]: il sacro fuoco della libertà conservasi tra mani pure: l’indipendenza de’ bisogni chiama la virtù e le prepara il terreno; l’abitudine dì vincersi dispone alla vittoria sopra de’ vizj e conserva all’uomo intera la libertà. Finché le cittadine di Roma rinchiuse nelle domestiche mura, lontane da quell’ozio che spinge l’immaginazione avanti ai bisogni, e corrompe l’anima per mancanza di sensazioni, cercarono la loro felicità nell’esecuzione de’ loro doveri, e il loro trattenimento a fianco della culla de’ loro figli, nel sorriso delle loro figlie, nell’affetto de’ loro mariti, abbastanza barbare per non essere che spose e madri; quando i guerrieri romani ritornando dal campo aspersi di polve e di sangue deponevano con trasporto di giubilo le spoglie de’ nemici ai piedi delle loro spose, e si vantavano in loro presenza delle ferite che avevano ricevuto per lo Stato e per esse; allora non si obbedì che all’onore, non si temerono che le leggi, allora comparvero dei Fabricj, dei Fabj e degli Emilj, allora si vide che le virtù politiche si compongono delle private virtù, e la severità de’ costumi fu il palladio della libertà. Ma quando per l’eccesso delle ricchezze e l’ineguaglianza degli ordini, i sentimenti della natura che nascono nel ritiro e crescono nel silenzio divennero oggetto di ridicolo; quando la fedeltà coniugale fu abbandonata alle persone basse e plebee; quando le discendenti di Virginia non poterono parlar di pudore senza esporsi ai motteggi degli astanti; quando un istrione diede degli eredi alla posterità dei Scipioni, degli Emilj; quando le dame romane comparvero sul pubblico teatro senza altro velo che i loro capelli sparsi e ondeggianti; allora la repubblica gettò l’ultimo sospiro, allora nacquero dei Cesari, Bruto s’uccise a Filippi, e Catone si squarciò le viscere sulla statua della libertà infranta. Invano dunque farete delle leggi, invano proclamerete delle costituzioni, se non depurate pria i costumi; quid sine moribus leges vanae proficiunt? Il mio voto è dunque che gli uomini palesemente scostumati non possano esercitare alcuna pubblica funzione [44], e le donne pubbliche, che corrompendo i costumi aprono la via alla schiavitù, siano escluse dalle feste della libertà, come a Corinto erano escluse dalle feste, che le oneste matrone celebravano in onore di Venere. La severità dei costumi chiama a sé e s’unisce strettamente col sentimento della gloria. Ambedue staccando l’anima dagli oggetti che la circondano, la sollevano ad un’altezza in cui sente tutta l’estensione di sue forze, in cui gode dell’intiero dominio di sua libertà. Perciò i lauri della gloria appassiscono in mezzo d’un popolo sibarita, che privo d’anima e tutto sensi, impotente a resistere ad alcun oggetto che lo solletichi carezzevole, e gli sorrida co’ vezzi del piacere, non sa perdere un giorno per guadagnare de’ secoli. La moltitudine de’ gusti che lo agitano e lo inquietano non permettono al sentimento vasto e profondo della gloria d’occupare la di lui anima interamente.

Quindi se la severità dei costumi alimenta la libertà, il sentimento della gloria è quello che ha maggior potere sulle anime libere. È desso che ci chiude gli occhi sul prezzo della vita e ci spinge alle imprese eroiche e grandiose. Per ricompensare il vincitore di Maratona, Atene lo fece pingere alla testa dei dieci generali, esortando i soldati a combattere e loro dando l’esempio. Sparta non scrisse che due linee sulle Termopili in onore di Leonida e dei trecento eroi che si sacrificarono per lei. Delle corone, delle iscrizioni, de’ vasi, delle statue, ecco ciò che ricompensava e faceva nascere de’ grand’uomini nella capitale del mondo. Per mantenere in vigore il sentimento della gloria, conviene erigere in mezzo alla repubblica un tribunale che celebri delle feste in onore degli eroi che salvarono la patria, come in Atene si celebrava la festa di Armodio, di Aristogitone e di Trasibulo; di quei uomini illustri che l’onorarono co’ loro talenti, come a Smirne si celebrava la festa d’Omero; tribunale che consoli con pubblici elogi que’ personaggi celebri di qualunque paese siano, che meritarono le persecuzioni dell’odio e dell’invidia, e paghi il debito del genere umano verso la virtù ed il genio; tribunale che tenga vivo nel cuor de’ cittadini quell’inquieto amor della gloria che ci guida sull’orme de’ grand’uomini e per cui Temistocle diceva: ah! che i trofei di Milziade mi tolgono il sonno; tribunale che mentre traggo dall’obblio delle azioni generose, conduce in pubblico la virtù modesta, corona di rose il pudore, colma d’elogi l’innocenza, colpisca nello stesso tempo d’infamia la bassezza e la viltà, e screditi i pregiudizi che disonorano l’uomo; così la lode diverrà un pungolo per gli uni, l’infamia un freno per gli altri, e l’uomo vile sarà costretto a vegliare sulle sue azioni e misurare i suoi passi per timore dell’occhio che lo osserva, e della voce che è pronta a screditarlo.

Ma mentre colla severità de’ costumi, coll’amor della gloria innalziamo l’uomo nelle regioni della immaginazione, acciò non resti ammollito dalle lusinghe e dai vezzi degli oggetti che lo circondano, mentre gli comunichiamo un nobile disprezzo per le piccolezze della vita, e spingiamo la di lui anima ne’ secoli futuri, guardiamoci dal farne un essere ideale, e non dimentichiamo che nessuna mozione perviene all’anima se non passa per il canale de’ sensi; che le ragioni astratte non fanno che sfiorarne la superfizie, e acciò la penetrino profondamente conviene siano armate di sensazioni. Ora nella numerosa schiera delle sensazioni il legislatore deve sciegliere quella che, più delle altre universale e più rapida, agisce potentemente e sull’anima irrigidita del vecchio, e sulla tenera e sensibile del giovine, e sullo stoico accigliato che non si spaventa alle rovine del mondo, e sul sibarita voluttuoso molestato da una foglia di rosa, e sull’artiere incallito che non risente che le scosse più gagliarde del sentimento, e sull’uomo illuminato che coglie i piaceri più fini della riflessione; sull’uomo isolato e solitario come su quello che è sparso nella società; nei momenti di languore e di noja, come nelle ore di travaglio e d’allegria: sensazione che possa addolcire i mali della vita senza corrompere la virtù, scuota dal sonno la mollezza ed avvivi il coraggio, disarmi la discordia e richiami la fratellanza. Ora sollevi l’anima in un’estasi beatissima e sublime, ora la immerga nella profonda e severa voluttà del dolore, e con la massima celerità le faccia tracorrere le modificazioni tutte del sentimento, tutti i sintomi delle passioni, io parlo dell’armonia. L’accigliato Licurgo che scacciò dal suo convento guerriero le arti tutte come inutili, vili e dannose, chiamò in suo soccorso e fece servire alle sue viste l’armonia. Gli Spartani in ordine di battaglia, cinti la fronte di fiori con la lancia elevata, marciavano al campo come ad una festa al suono dell’inno di Castore, e vinti molte volte alla guerra di Messina riacquistarono la vittoria ai canti di Tirteo. Atene che ai piaceri univa delle lezioni di grandezza, che assoggettava tutte le arti alla politica, Atene dirigeva l’armonia a celebrare le grandi azioni e gli eroi. L’oggetto del premio annuo di musica fissato da Pericle era l’elogio de’ due personaggi che avevano liberato la patria dai Pisistrati e nel seguito vi si aggiunse anche il nome di Trasibulo che aveva scacciato i trenta tiranni. La musica era portata a così alto punto di perfezione che le sue leggi reggevano inesorabili tutti i moti della sensibilità. Egisto non potè vincere i rifiuti di Clitennestra che dopo aver fatto morire il musico Demadoco, che Agamennone aveva lasciato presso la sua sposa per toccarle delle arie capaci a moderare i desiderj e farle amare l’onestà. Femmio, fratello di questo musico, ebbe lo stesso impiego presso Penelope e ne uscì più felicemente. Gli Italiani più degli altri popoli sensibili all’armonia, forse perchè la loro anima è più tenera, la loro immaginazione più viva, le loro orecchie più dilicate, gli Italiani hanno ridotto l’amabile sovrana de’ cuori all’arte perfida e crudele d’ammollire i costumi e corrompere la sensibilità. Quasi tutti i nostri teatri non hanno finora risuonato che de’ teneri accenti dell’amore, dei sospiri della voluttà.. Noi andiamo intenerirci e piangere sui perigli e le smanie d’una sensibile amante, e ’l voluttuoso languore che si spande per tutta l’anima, indebolisce il carattere e corrompe il germe dei sentimenti robusti e nervosi. I nostri tiranni ci hanno abituati alla schiavitù nel seno stesso de’ piaceri. Egli è tempo che profittiamo de’ vantaggi che ci offre spontanea la natura; che dirigiamo l’armonia verso lo scopo che si prefigge la legislazione repubblicana; che la nostra musica si monti ora su d’un tono serio e grave per inspirarci la severità de’ costumi, ora fiero e terribile per infiammarci d’entusiasmo guerriero, ora placido e tranquillo per calmare la discordia ne’ cittadini, e che il piacere renda tributo alla patria, riunendo intorno di lei le passioni tutte che ne sono il fondamento ed il riparo. — Io propongo alle nuove repubbliche italiane, per oggetto d’annuo premio di musica, le lodi del nuovo Timoleone che le ha liberate dai loro Dionigi e che espone ancora al presente la sua vita per esso.

L’armonia della musica deve unirsi coll’incanto della pittura, della scultura, dell’eloquenza per rinforzare da più parti la ragione che influisce sì poco nella condotta degli uomini. L’intelletto si lascia facilmente persuadere quando le sensazioni vanno ad agitar l’animo profondamente. Ma per riuscirvi conviene allontanarsi un poco dalla condotta che tennero gli antichi e i moderni, i quali sembra che non conoscessero tutte le forze dell’animo, giacché non le seppero interessar tutte in loro favore. L’umanità e la filosofia volendo addolcire i costumi degli uomini ne indebolirono tutti gli effetti, e dandoci delle forti spinte verso l’amore ci fecero perdere di vista tutti i vantaggi dell’odio. Non si parla che di eternare la memoria delle virtù repubblicane per eccitare all’imitazione; perchè non eternare la memoria della tirannia per farcela odiare eternamente? Voi mi pingete Scevola che tiene intrepidamente la mano sul fuoco avanti a Porsenna, Regolo in atto d’abbandonare la patria, gli amici e i figli. Catone che si squarcia le vene per non vivere schiavo... Non sapete voi che questi tratti eroici invece di scuotere co’ palpiti dell’entusiasmo non eccitano nell’animo comunemente debole degli uomini che una sterile ammirazione? Non sapete forse che l’odio agita l’animo più fortemente che l’amore, e che l’orrore contro la tirannia è il germe da cui tutte le virtù repubblicane rampollano? Fingeteci dunque la crudeltà de tiranni co’ colori più energici, mostrateci la ferocità fredda d’Augusto nell’ordinare la morte di Cicerone che gli servì di padre; la ferocità cupa di Tiberio che dalla sommità d’un promontorio osserva con voluttuoso piacere scorrere il sangue de’ cittadini; la ferocità imbecille di Claudio che piange sull’innocenza di Valerio e lo condanna; la ferocità impudente di Nerone che contempla il cadavere di sua madre ch’egli stesso fece uccidere, o canta su d’una torre l’incendio di Troja mentre Roma rovina consunta dalle fiamme; la ferocità snaturata di Caracalla che uccide suo fratello tra le braccia della madre; la ferocità ambiziosa di Abdallah che si asside sui cadaveri palpitanti degli Omaidi, e distribuisce le loro spoglie a’ suoi amici in mezzo ai gemiti e all’ultime convulsioni de’ moribondi... Queste pitture faranno sul cuore della gioventù quell’effetto che nell’animo del giovine Catone fecero le teste sanguinose de’ proscritti, che stavano appese nel palazzo di Silla. Egli fremette d orrore e dimandò al suo precettore che gli stava a fianco un pugnale onde trucidare un tiranno della patria. — Voi innalzate una statua alla libertà e le spargete dintorno le immagini delle arti, delle scienze, del commercio che fioriscono al caldo di lei alito; e perchè non ne innalzate un’altra alla tirannide, circondandola d’uomini ossia di spettri tremanti, di scheletri spolpati, d’arti distrutte, di virtù proscritte, dell’innocenza condotta al patibolo, e di tenebre che coprendo in parte questi delitti, lascino alla fantasia dello spettatore la libertà di pingerseli co’ colori più tetri, onde poi il fremito del di lui animo prorompa in maledizioni contro la tirannia?

Voi avete rotti gli stemmi [45], scancellate le iscrizioni che avevano esposte agli occhi del popolo i vostri tiranni; ma perchè non fate comparire sopra tutti i punti della repubblica i segni de’ delitti che essi commisero? Perchè non iscrivete sopra di questa casa: Qui un tiranno fece avvelenare un onesto cittadino perchè vegliava intorno al suo letto conjugale. —

Questo campo fu rapito ad una povera famiglia per arricchire una meretrice. — Questa piazza fu tinta del sangue d’uno scrittor coraggioso che riclamò i diritti del popolo. — Qui l’ipocrisia d’un pontefice rispose alle ragioni d’un uomo illuminato piantandogli un pugnale nel seno... [46] — Le nostre accademie monarchiche hanno finora proposto de’ premj a chi faceva meglio il panegirico di quelli che si distinsero nella guerra, nell’arti, nelle scienze; e perchè le repubbliche italiane non proporranno de’ premj a chi farà meglio la satira de’ tiranni? Uno scrittore che ha il foco di Demostene e la profondità di Tacito ci fece ammirare le virtù di Marco Aurelio, e perchè non si useranno delle stesse regole, degli stessi colori per riempirci d’odio contro i Domiziani e gli Eliogaboli? L’odio presenta all’eloquenza dell’armi più forti di quelle dell’amore: se la noja s’insinua nell’animo nel leggere Demostene quando tesse le lodi della pace e dell’unione, ci sentiamo accesi d’un santo entusiasmo per Atene, c’interessiamo alla di lei sorte quando lo stesso oratore slancia i suoi fulmini contro il perfido Filippo.

Finalmente per distruggere i pregiudizj di morale, di politica e di religione, che ingombrano la mente degli Italiani; per mostrare a tutti i diritti d’uomo e di cittadino; per iscoprire i difetti delle nuove leggi che prendono il posto delle antiche; quali parti del sociale edificio debbano essere distrutte e quali conservate; per fissare a così dire delle sentinelle che risveglino l’inerzia e gettino nel pubblico un grido di lamento contro le trame ed i progetti che la perfidia fabbrica nelle tenebre e nel mistero; per eccitare sopra tutta l’estensione dello Stato delle idee grandi, nobili, generose, reprimere gli sforzi interessati della malvagità orgogliosa, dell’ignoranza potente; per osservare le leggi dell’eguaglianza che concedono a ciascuno il dritto di parlare del governo, giacché il governo influisce sulla felicità di ciascuno; per allontanarsi dalla condotta de’ tiranni che chiudono ai cittadini la bocca per timore d’essere screditati; per mostrare la confidenza della virtù che si procaccia stima, ammirazione e quell’ubbidienza di sentimento assai più forte di quella di riflessione; per reprimere que’ sospetti che non potendo esalare in pubblico eccitano de’ complotti, conviene che sia permesso a ciascuno di scrivere e parlare liberamente. Quegli che abituato a’ nostri costumi vorrà gettare uno sguardo sopra quelli degli antichi durerà fatica a credere, che chiunque anticamente aveva un pallio, la barba, un bastone, giunto in una città convocava l’adunanza del popolo, entrava negli affari di Stato, dava precetti e consigli, riprendeva il costume de’ cittadini o le deliberazioni del senato, senza che alcuno degli ascoltanti ne mostrasse risentimento o sorpresa. Nella romana repubblica, al dire di Tacito, la libertà era così estesa che i delitti non oltrepassavano la linea dei fatti: facta arguebantur dicta impune erant. Sotto il virtuoso Trajano ognuno poteva pensare a suo piacimento e parlare con quella libertà con cui pensava: rara temporum felicitate ubi sentire quae velis et quae sentias dicere licet. Rimontate alla sorgente di queste barbare leggi che impongono agli uomini silenzio intorno agli oggetti più importanti della vita, e voi ritroverete un tiranno che vuole opprimere od un pontefice che vuole ingannare. Né sono d’alcun peso le ragioni, o per meglio dire i pretesti, con cui cercasi ridurre al silenzio i cittadini e ritenere la verità tra le mura d’un gabinetto. Si teme che la calunnia sparga il suo veleno e macchi la riputazione d’uomini virtuosi, corrompa la pubblica opinione o screditi delle leggi che hanno l’impronto della saggezza.

Io rispondo che se sorgeranno contro di voi de’ calunniatori ritroverete facilmente degli apologisti giacché la virtù non manca mai di seguaci. Altronde il dispregio è una specie di vendetta molto migliore dello sdegno. Se a dei repubblicani si potesse proporre l’esempio de’ tiranni, direi che mentre i cortigiani consigliavano Filippo a sbandire un uomo che aveva sparlato di lui, sì per mia fe’, diss’ egli, purch’ei vada a sparlarne per ogni luogo. Un’altra volta volendo essi obbligarlo ad allontanare per la stessa ragione un uomo onesto: guardiamo prima, rispose, se per avventura gli si abbia dato soggetto di querelarsi. Mostra diffatti poca confidenza nella sua causa colui che impone silenzio al suo avversario, e ricorrendo alla forza, fa naturalmente supporre che manchi di ragione. Cesare il vincitore di Farsaglia, il distruttore della libertà latina si contentò di rispondere in iscritto a Cicerone che ne aveva fatto la satira nell’elogio di Catone. Augusto lasciò sussistere le lettere di Antonio, le aringhe di Bruto, i versi di Bibacolo e di Catullo che non facevano troppo onore ai tiranni dell’universo. Una fina prudenza piuttosto che il sentimento di moderazione persuase i due primi imperadori a chiudere gli occhi sopra que’ scritti; giacché il disprezzo fa cadere le satire nell’obblio, mentre il risentimento le ravviva nella mente altrui, e loro persuade che le meritiamo. Un saggio dell’antichità diceva, che il mezzo più sicuro e più breve per isbrigarsi dai censori è quello di correggersi, ed un moderno soggiugne, che si dica di me tutto ciò che si vuole, purché nulla si provi contra di me, io non m’oppongo. Altronde se il tintore d’essere criticato forza uno scrittore a perfezionare i suoi talenti e a riformare le sue opere, lo stesso timore forzerà una persona pubblica a seguire l’orme della virtù, veggendo che gli sguardi degli astanti sono fissi sopra di lui e che la loro voce è pronta a screditarlo. Conviene dunque opporre delle ragioni a delle ragioni, delle azioni eroiche alla calunnia, sacrificare il risentimento al pubblico vantaggio e permettere che i nostri concittadini ci avvertano che siamo uomini. Al contrario se chiudete la bocca alla critica, se l’uomo armato di forza non teme d’essere infamato nella pubblica opinione, allora il dritto di commandare diviene il dritto d’abusare di tutto, allora i cittadini non sanno più cosa debbano né sperare, né temere, né soffrire; allora nascono le resistenze e le rivoluzioni; giacché il risentimento che si esterna, sfuma a poco a poco e si estingue, al contrario quello che resta racchiuso s’accresce, fermenta e scoppia con tanto maggior impeto quanto fu con maggior forza compresso. Soggiungo che ogni discussione verge in vantaggio della verità, ed ogni cattivo argomento dà risalto alla tesi a cui si oppone; che la voce della falsità e della calunnia non risuona che per un momento e si estingue, mentre quella della verità è ripetuta in tutti gli angoli ed eccheggia nell’estensione de’ secoli.

Gli scrittori che hanno osato fare l’apologia della tirannide hanno forse convertita molta gente? Le loro opere sono esse lette avidamente dalla nostra gioventù? Non giaciono esse piuttosto nelle biblioteche note soltanto alle tignuole che le divorano? L’infame Lacretelle che ha osato scrivere contro la libertà d’Italia ha sollevato contro di lui una nube di scrittori che hanno messo in pieno lume la sua ignoranza e l’hanno coperto d’eterna infamia. Magna est veritas et praevalebit.

Arrestiamoci per rivolgere lo sguardo sul punto da cui abbiamo preso le mosse per abbracciare con un solo colpo d’occhio tutto lo spazio trascorso. Ci eravamo proposto di contare i nemici della repubblica una ed indivisibile da stabilirsi in Italia e d’esaminare i mezzi e le risorse per organizzarla. Scorrendo la nostra penisola abbiamo trovato delle monarchie e delle aristocrazie pronte ad arrestare il corso della rivoluzione; dovevamo in conseguenza cercare il modo di smembrare queste masse e dissiparle. Rigettando i mezzi violenti che oltre d’offendere le apparenze della giustizia, non sarebbero di certo successo [47]; altronde non volendoci attenere al sistema d’inazione che sarebbe contrario all’umanità, dovevamo congiungere i nostri sforzi col pendio delle passioni, le mire dell’interesse, le spinte della gloria, gli slanci della libertà? Ci siamo in conseguenza appigliati sulla scorta de’ nostri maggiori al decreto d’infamia da emanarsi contro quelle città, nelle quali la maggioranza fosse decisa per la schiavitù, e al decreto di soccorso in favor di quelle, la maggioranza delle quali aspirasse ad essere libera. Acciò questi due decreti approvati dalla giustizia e dalla umanità vengano eseguiti secondo le leggi della prudenza, conviene farne precedere degli altri che realizzando nelle nuove repubbliche de’ piani di riforma, ne provino al restante dell’Italia la possibilità, e mostrandone i vantaggi eccitino de’ desiderj fatali alla tirannia. Acciò le riforme si estendano sopra tutte le classi colla massima rapidità, conviene seguire la direzione dell’opinion pubblica e la progressione naturale de’ sentimenti; guadagnarsi i nobili col dividerne con eguaglianza le proprietà, quindi abolire i titoli; far dipendere il clero dal governo nella sussistenza senza urtare di fronte la superstizione; scemare i poveri col renderli proprietari e agricoltori; invitare dei nemici impotenti col perdono; incoraggire la debolezza colle lodi; le donne col restituir loro i dritti della natura e solleticarle colla vanità; tutte le classi coll’azione infallibile dell’interesse. Conviene imprimere un’idea terribile del potere che veglia alla distruzione degli abusi; attendere alla pubblica sicurezza senza esagerare i pericoli; proteggere la libertà astenendosi da ricerche inquisitorie; ricusare il personaggio d’attore nella rivoluzione agli uomini vili e pusillanimi, ai freddi ragionatori, ai caratteri composti di frivola vanità e di falso sapere, ma principalmente alle persone immorali. Per non perdere il frutto di queste precauzioni, conviene sfuggire i pericoli delle assemblee primarie; dimandare al popolo la sua approvazione al codice francese da modificarsi secondo le circostanze, nell’atto stesso che elegge i suoi rappresentanti; ma soprattutto sfuggire delle popolari discussioni che attesa l’ignoranza del popolo sono al presente inutili, attesa la di lui debolezza e la malignità de’ suoi nemici non possono non essere pericolose; conviene inspirargli la gratitudine verso i suoi liberatori; il rispetto verso il nuovo governo, dandogli per base la severità de’ costumi e l’amor della gloria; l’odio contro la tirannia ravvivandone ad ogni istante per mezzo delle belle arti la memoria. Finalmente conviene che la verità possa comparire liberamente in pubblico, circolare per tutte le classi per illuminare gl’ignoranti, svelare gl’impostori, tenere le ree passioni in una continua inquietudine, che impedisce l’abuso turbando il godimento. Realizzato essendo questo sistema, sui rami dell’ordine sociale si diffonderà quella serie di beni de’ quali ho tracciato l’abbozzo nelle due parti antecedenti. Questo spettacolo interessante agirà di riverbero sopra il restante dell’Italia; nasceranno de’ paragoni favorevoli alla repubblica; si spargerà un fermento universale foriero di rivoluzione; la voce e la penna de’ missionarj politici accenderà l’entusiasmo, e i proseliti della libertà s’accresceranno a vista d’occhio. Le prime precauzioni che prenderanno i tiranni per sostenersi sui loro troni vacillanti siano il segnale che faccia sortire il vostro decreto di protezione o d’infamia secondo l’esigenza delle circostanze: se non m’inganna il desiderio, le rivoluzioni scoppieranno rapidamente le une dopo le altre e l’Italia intera verrà rigenerata nel battesimo della libertà.

Lombardi, che balzando d’improvviso fuori della tomba della tirannia siete entrati di passo fermo nella carriera della libertà e chiamate il restante dell’Italia a seguitarvi, o voi, che fate l’ammirazione dell’Europa, la gloria della Francia, la speranza dell’Italia, mentre seguite il nobile entusiasmo che vi trasporta, temete la confidenza della virtù che si accieca sui perigli e non crede alla perfidia. Stanno in mezzo di voi degli alleati de’ vostri tiranni che vegliano sui loro interessi a vostro danno: la vile ambizione che desidera d’assidersi ancora sopra i gradini del trono per ottenere de’ titoli» la crudele avarizia pronta a vendere il sangue de’ popoli all’oro della tirannia, la mollezza, che si spaventa con timori immaginar, e non ardisce fare il cambio del suo riposo con de’ perigli onorevoli, la fredda personalità che s’arresta cogli occhi immobili sull’altrui sorte, l’indolenza che rincula all’aspetto di un nuovo ordine di cose e si sforza di rientrare nelle antiche abitudini, la vile debolezza che si maschera col nome d’imparzialità, il patriottismo pusillanime che dopo essersi nascosto ne’ giorni di pericolo aspira poi agli onori del trionfo, il patriottismo feroce che non respira che sangue e non conta che vittime [48], la perfida superstizione per interesse nemica della ragione, per ambizione nemica della libertà, la moltiplicità de’ partiti, questo scoglio fatale su di cui la Francia ha innalzato un fanale, e grida alle nazioni che retrocedano, altrimenti spezzeranno l’albero della libertà e cadranno nella tomba del dispotismo o ne’ vortici dell’anarchia. Questi vizj, Lombardi, sono la speranza segreta de’ vostri tiranni, e i loro scrittori perfidamente perspicaci hanno già annunziato all’Europa che attraverso ai vostri sforzi preveggono la vostra decadenza, che l’albero è corroso, e che il colosso non ha che de’ piedi d’argilla... Oh quali scene d’orrore, oh qual giorno tenebroso s’alzerebbe sopra le vostre contrade, se i vostri tiranni salissero di nuovo sopra del loro trono nefando! Il saccheggio delle città ribelli chiesto dall’avidità feroce del soldato in ricompensa de passati pericoli, concesso dai tiranni per crudeltà, per sicurezza sarebbe il primo segnale della vendetta. Cadrebbero ad un solo colpo le teste dei rappresentanti del popolo, de’ loro parenti, de’ loro amici, e l’immensa schiera de’ loro conoscenti e seguaci sarebbe barbaramente decimata. Lo sguardo feroce dei tiranni errando sopra tutte le classi andrebbe a scegliere le sue vittime per immolarle. La loro immaginazione avida di sangue moltiplicherebbe i motivi e i pretesti per completare il numero de’ delinquenti, a misura che cadessero sotto la scure. La mia anima rifugge inorridita, e non può reggere alla morte di madri condannate per avere abbracciato i cadaveri de’ loro figli, di spose per aver pianto la perdita de’ loro mariti, di tenere donzelle per essere svenute al colpo ferale che loro tolse gli amanti. Io veggo i tiranni che passeggiano in mezzo a queste vittime palpitanti, e fissando lo sguardo or su di questa, or su di quella assaporano lentamente il piacere della vendetta. Essi meditano a questo spettacolo di sangue i mezzi per assicurarsi sopra del trono; e il risentimento del passato, il timor dell’avvenire fa loro abbracciare i più feroci.... Una moltitudine di spie saranno sparse per tutte le città per esplorare i sentimenti e spargere la diffidenza.... Migliaja di spade saranno innalzate sopra le teste de’ cittadini pronte a ferire al minimo cenno.... Le spoglie della nazione saranno divorate dal fisco, acciò la miseria estrema distrugga il vigore dell’anima e ne reprima gli slanci.... morte a chiunque invocherà il nome delle leggi morte.... Eh! tiriamo un velo su queste scene d’orrore che devono arrestarsi nell’immaginazione e nel desiderio de’ vostri tiranni; la vostra saggezza e il vostro coraggio non permetteranno loro di realizzarsi. Brava legion lombarda, tu salverai la patria, e il tuo eroismo giustificherà la sua scelta. I vili spadaccini de’ re, i degenerati discendenti d’Arminio, questi mercenarj che combattono senza onore e mojono senza gloria, pagheranno l’ardimento di cimentarsi con de’ repubblicani, e impareranno a loro spese che i Lombardi hanno così forte il braccio come generoso il cuore. Lombardi, i barbari del Nord hanno concertato tra di loro di venire a Milano per violare le vostre amanti; volate, Lombardi, a soffocare i loro progetti nel loro sangue. Andate a cogliere dei lauri sul campo di Marte e portateli alle vostre concittadine che temono non di morire, ma di passare dalle vostre braccia in quelle d’un Croato o d’un Ulano.

Patriotti Italiani sparsi in tutte le città, in tutti i villaggi, vittime destinate alla scure de tiranni, e voi che coi fremiti della sensibilità vi comunicate il desiderio di liberarvi dalle comuni sventure, siate pronti a sollevarvi in massa al primo segnale, ed a formare il battaglione sacro che deve estirpare dall’Italia la tirannia. Mentre i bravi Lombardi faranno de’ loro corpi scudo all’Italia contro i fulmini dell’Austria non andremo noi a liberare i nostri fratelli che gemono nelle prigioni di Napoli, di Roma, di Venezia e di Torino, e vendicare i martiri della libertà, che cadettero in nostra presenza sotto la falce del dispotismo, o esiliati dalla loro patria morirono senza onore in una terra straniera? Ci invitano le grida delle loro spose, de’ loro figli, de’ loro amici che non avrebbero il coraggio di loro sopravvivere se non avessero la speranza di vendicarli. I nostri tiranni si coalizzarono insieme per stringerci in orride catene; eh! formiamo una volta a loro esempio una lega terribile per abbatterli. Il grido di libertà è una sfida di guerra alla tirannia; noi l’abbiamo gettato questo grido, e non ci resta più che di giustificare le nostre pretensioni col nostro coraggio. Battiamo la via de patriotti francesi per arrivare al loro successo, o se la sorte ci destina a cadere vittime della patria, cadiamo; la patria riconoscente raccoglierà le nostre ceneri, e la posterità pronuncierà con rispetto i nostri nomi.

Nobili, mentre tutto s’agita intorno di voi, tutte le classi si depurano e i pregiudizj si sciolgono, resterete voi stupidamente immobili o v’opporrete al moto salutare della rivoluzione per salvar dalle rovine quei stemmi, e que’ titoli che attestano o la viltà de’ vostri maggiori o mettono in chiaro la vostra debolezza? Egli è tempo che vi cada dagli occhi il velo, e che la luce della ragione dissipi d’intorno a voi le illusioni d’una vanità imbecille. Scendete dal trono d’orgoglio a cui v’innalza la chimerica nobiltà del sangue, venite a confondervi col popolo a voi simile in facoltà, eguale in diritti, e partecipate con esso alla felicità di cui gode la patria. Ornatevi di virtù, di meriti personali se volete fissare sopra di voi i nostri sguardi. Cessate di ammirare ciecamente i vostri antenati; la cieca ammirazione istupidisce il sentimento delle proprie forze, e senza l’ali di questo l’uomo non si solleva a nulla di grande. Scancellate dalla mente, anzi ravvivate l’immagine della corte per ricordarvi che là il vizio è in onore, la virtù è un delitto, la fortuna costa alla probità, e le cariche non si ottengono che a forza di bassezza. Gettatevi nella rivoluzione in cui il genio è seguito dalla stima, la virtù dal rispetto ed il vizio dal disprezzo e dall’avvilimento: voi vi troverete degli uomini pronti ad abbracciarvi e già dimentichi d’essere stati vittime della vostra oppressione.

Preti, che gettaste tante volte la fiaccola della discordia in mezzo alle nazioni, che raccoglieste all’ombra del santuario i tiranni per difenderli dall’ira terribile de’ popoli, egli è tempo che vi presentiate con un ramo d’ulivo alla mano e solleviate una voce di pace, di fratellanza, di libertà. Gli stessi vostri libri vi dicono che Dio ha posto nel cuore dell’uomo il sentimento indistruttibile della libertà, ed impresso sulla di lui fronte i caratteri dell’eguaglianza, che la mano del tempo non può scancellare; che Dio odia i tiranni, e la di lui augusta immagine non deve inchinarsi avanti il trono dell’ingiustizia, dell’usurpazione e del delitto. Preti, fate ammenda all’umanità e dite ai popoli che gli uccisori de’ Tiberj e de’ Neroni sono gli eroi del genere umano e gl’inni cantati in loro onore sono graditi alla divinità: imitate il popolo d’Atene che per lodare Armodio, Aristogitone e Trasibulo scelse le feste di Minerva.

Amabili cittadine che siete il vincolo e la dolcezza delle famiglie, voi potete tutto sull’uomo e sulla società. Se il vostro sorriso ci chiama sull’anima il piacere, e di dolor c’inondano le vostre lagrime; se la forza seguì sempre la legge che volle imprimerle la bellezza; se per obbedire ai vostri ordini noi troviamo perfino il coraggio d’abbandonarvi, usate amabili cittadine del vostro potare in vantaggio della virtù. Allontanate da voi que’ seduttori, que’ tiranni che dopo d’avere preparata la vostra caduta vi puniscono col disprezzo. Presentateci il tenero spettacolo dell’innocenza e dell’amore, e la beltà resa più bella dalla virtù comandi agli uomini felici nella loro sommessione, grandi nelle loro debolezze, che i giovani guerrieri trovino nel vostro seno il coraggio per difendere la patria, nel vostro seno la ricompensa de’ loro travagli. Se ne’ bei giorni di Sparta e di Roma, quando l’amore d’accordo collo spirito pubblico fomentava il patriottismo, riceveste gli omaggi dovuti al vostro merito, se nella corruzione delle monarchie foste avvilite ed oppresse, il vostro onore vi chiama a concorrere allo stabilimento della repubblica, che proteggendo le vostre virtù salverà dall’obblio il vostro nome. Oh! Italiane, oh i discendenti di Virginia, di Lucrezia, di Porcia, d’Aria, di Eponina e di quelle illustri eroine che presero il duolo alla morte di Bruto, salvarono Roma dalla vendetta di Coriolano, dall’avidità di Brenno, dall’armi vittoriose d’Annibale, e che morirono intrepide sul campo di battaglia a fianco de’ loro amanti; Italiane! vedete a qual grado di virtù, di fermezza, di eroismo può sublimarvi la vostra immaginazione viva, la vostra anima ardente. Comparite sulle traccie delle vostre madri, e fate tacere quegli uomini vili, che per vendicarsi della vostra virtuosa resistenza osano calunniarvi. Mostrate che se vi lasciaste avvicinare il vizio oppresse dalla tirannia, sapete coltivare le virtù e farle passare nel cuore de’ vostri figli all’ombra della repubblica.

Italiani di tutte le età, di tutte le condizioni, la natura vi chiama alla marina, all’agricoltura, all’arti, al commercio ed alle scienze. Ella vi ha prodigalizzato i suoi tesori, ella vuole che facciate una figura brillante in mezzo alle altre nazioni. Comparite dunque colle doti che vi sono necessarie come uomini, la libertà; come socievoli, l’eguaglianza; come Italiani, l’unione: cercate la forza ne’ buoni costumi e nelle virtù; l’entusiasmo, nell’amor della gloria; la felicità in una sola repubblica indivisibile, o preparatevi a cadere nella tomba del dispotismo o ne’ vortici dell’anarchia.


 

[1] Plutarco ci ha trasmesso un colloquio degli antichi, nel quale si ventila la quistione: qual sia il più perfetto governo popolare? Ecco le loro risposte. Solone dice esser quello, dove l’ingiuria fatta ad un privato interessa a tutti i cittadini. Biante: dove la legge faccia le veci di tiranno (vale a dire di re). Talete: dove non siano gli abitanti né troppo poveri né troppo ricchi. Anacarsi: dove trovisi in onore la virtù ed abborrito il vizio. Pittaco: dove non siano le dignità accordate che agli uomini dabbene né mai ai ribaldi. Cleobolo: dove i cittadini temono più il biasimo che la legge. Chilone: dove sieno ascoltate ed abbiano autorità le leggi non gli oratori.

[2] L’Amministrazione Generale della Lombardia nel proclama che precede il quesito: Quale de’ governi liberi meglio convenga alla felicità dell’Italia? inculcò agli scrittori d’instruire i popoli ne’ loro diritti; perciò si è creduto necessario di rimontare all’origine delle cose per mostrarne più facilmente i progressi e le combinazioni. Il problema per altro non era difficile se non per l’impossibilità di dire delle cose nuove. Io mi sono limitato a semplificare le teorie già note ai saggi e ad abbassarle alla capacità del popolo. Si trattava però non di rettificare tutte le idee popolari, il che non è possibile, ma d’eccitare delle forze assopite per spezzare le antiche abitudini. Ora se si rammentano i Greci che scorsero la carriera della libertà, benché allacciati da tutti i legami dell’errore; i Fenicj più industriosi che illuminati, i quali seppero sì bene stabilirci delle colonie che senza ricorrere ad alcuna via forzata disposero delle ricchezze dell’Occidente; i Romani piuttosto briganti disciplinati che uomini di genio, che trassero maggior frutto dalle confederazioni di qnello che si tragga a’ nostri tempi da tante alleanze contratte secondo le regole della politica e del diritto delle genti; i Musalmani stupidi e feroci che andavano lietamente alla morte per sostenere un’idea che non cade sotto i sensi, l’unità di Dio; i popoli dell’Europa che nell’oscurità dei secoli di mezzo si sollevarono in massa alle parole di Terra Santa, d’eretico, d’incredulo; gli Svizzeri e gli Olandesi che spezzarono il giogo de’ tiranni, sebbene fossero ingombrati dalle false opinioni di Calvino, di Lutero e dei satelliti di Roma; i cavalieri erranti che in mezzo ai pregiudizi del loro secolo e della loro professione s’innalzarono alle cime dell’eroismo e della gloria: se si considerano, dico, questi fatti, si concepirà la facilità d’eccitare nel popolo l’entusiasmo, senza che fia d’uopo ribattere tutti gli errori che difesi dall’abitudine resistono agli orti più forti della ragione. Per ottenere questo fine conviene presentare sotto tutti gli aspetti le idee di libertà e d’eguaglianza, e unirle nella mente del popolo con tutte le idee di felicità e di perfezione. Una nozione di fatti non diviene pratica e sociale, se non se non in quanto ella corrisponde ad un maggior numero di bisogni, ed è applicabile a più oggetti differenti. Per essere tale conviene che il popolo la possa afferrare in tutti i suoi rapporti, e che non ne pèrda di vista alcuno. Se questa nozione è presentata con troppo finezza e precisione, sfugge al volgo che non ne può trarre i medesimi usi. Avviene di queste nozioni che fanno la base della saggezza popolare ciò che avviene degli utensili, la cui utilità è in ragione della loro semplicità. Altronde a forza di famigliarizzarsi con una nozione lo spirito non ritrova più in essa alcun difetto. L’amor proprio risguardando la facilità con la quale la percepisce come una prova decisa di talento e di merito, vi si compiace, le si affeziona, come nel commercio d’un uomo al quale siamo avvinti co’ legami dell’amicizia e della stima. Io dirò dunque agli scrittori che parlano al popolo: presentategli poche idee, ma accompagnatele con tratti di fuoco. Se è il sentimento che detta i giudizi all’intelletto, eccitate delle gagliarde sensazioni, e vedrete cedere e svanire le false idee che offuscano la ragione. Ma se non ribolle nell’animo l’entusiasmo, se non sapete far passare con rapidità e con forza nell’animo altrui i sentimenti da cui è affetto il vostro, deponete la penna; il vostro tentativo sarebbe non solo inutile, ma dannoso. Tale è difatti il modo di giudicare del popolo che chi non lo persuade e non lo disinganna, lo conferma nel proprio errore. Ora nello stato di pregiudizi abituali lo disinganna solo colui che arriva a scuotere tutte le fibre della sensibilità, e tocca la corda del ridicolo.

[3] Gli uomini non sono come gli animali che si possono signoreggiare, vendere, cedere, cambiare senza loro consentimento. I principi che vogliono restare sul trono quando i popoli dicono loro scendete; un popolo che dà mano ad un tiranno per stringere di catene un altro popolo; una repubblica che si coalizza con un re per estenderne l’impero o difenderlo; una nazione che fa portare ad un’altra la pena de’ delitti che commisero i tiranni, sono dei mostri morali contro di cui ciascuno ha diritto d’armarsi e distruggerli. Nessuna ragione, nessun titolo potrà mai giustificare degli atti che tendono a rovesciare la base della società, i diritti sacri della natura: il grido di tutti i popoli intima alla politica di piegare il ginocchio avanti la morale. Sì, diciamolo francamente: la giustizia fa in pezzi que’ trattati che scrisse la spada d’un conquistatore contro il consenso de’popoli. Il progetto è utile, diceva Aristide agli Ateniesi, ma non è giusto, convien dunque rigettarlo. Sotto qualunque nome si presentino le autorità costituite, esse non sono che i servi e i commissari della nazione, la quale non ha mai dato né potuto dare una potestà che tenda alla sua o all’altrui ingiusta distruzione. Se mi dite che le autorità vengono dal cielo, io rispondo che il segnale di questa venuta è il consenso de’ popoli, e senza perdere il mio tempo a confutare i rancidi argomenti de’ teologi, ripeterò con Gordon, che se la peste avesse de’ beneficj da distribuire, delle pensioni da dare, facilmente dimostrerebbero i teologi che la peste è di dritto divino.

[4] L’aristocrazia è di sua natura così diffidente che ricusa per fino gli elogi. Un oratore cristiano predicando avanti i capi dell’aristocrazia veneta, stimò a proposito, forse per dimostrarci che sul pergamo non sale l’adulazione, stimò, dico, a proposito d’incominciare il suo discorso con un elogio del governo. Egli per altro non ebbe campo d’arrivare al fine; giacché uno sgherro lo fece immediatamente discendere, e il tribunale degli inquisitori di Stato, avanti de’ quali fu chiamato l’indomani, gli disse: Che bisogno abbiamo noi del tuo panegirico? Sii più riservato.

[5] Gl’ignoranti inclinano alla monarchia appunto perchè il loro spirito si trova imbarazzato nel distribuire le fanzioni politiche in una repubblica. Al contrario rimettendo tutto nelle mani d’un solo e non vedendo i danni immensi che ne’ deriva no, il loro spirito si scioglieva tutte le difficoltà e crede che la monarchia sia il miglior sistema di governo, appunto perché lo intende più facilmente degli altri. La nostra mente è così limitata, che qualunque cosa consideri, cerca immediatamente un uonto sopra di cui poggiarsi e di lì stendere lo sguardo sopra il restante. L’ignoranza degli uomini ha fatto la fortuna di mille istituzioni politiche, di mille ipotesi fisiche, perché una semplicità apparente a giudizio della maggior parte è una prova di verità. All’opposto un sistema un po’ complicato avvertendoci de’ limiti della nostra ragione, fissando il nostro spirito naturalmente inquieto, ha tutti i caratteri di falsità secondo la decisione della nostra presuntuosa ignoranza. Può egli essere vero ciò che noi non intendiamo? Alcuni parlano con disprezzo del codice repubblicano, appunto come quel principe indiano, il quale avendo fatto passare rapidamente alcune carte d’un libro europeo senza riuscire a leggerlo, io non vi intendo nulla, disse, e lo gettò a terra.

[6] Sotto Guglielmo III i cui deputati de’ comuni misero ad un sì alto prezzo la loro compiacenza che il re disse loro: Signori io vi saprei buon grado se voleste ridurre le vostre diverse domande ad una sola, affinchè fossi in caso di decidere se il regno intero potesse bastarvi.

[7] Tacito, lib.I, Ar.I. 3

[8] Il popolo d’Italia che non vede ancora chiaro nella teoria de’ dritti d’uomo e di cittadino, al nome d’eguaglianza s’immagina che tutti i membri della società debbano partecipare d’un’eguale quantità di ricchezze. Egli ricusa d’intendere che le forze fisiche intellettuali e morali essendo diverse, diversi parimenti devono essere gli effetti che ne risultano, attesa l’eguale protezione che a’ membri tutti della società concede il governo repubblicano. All’ombra di leggi imparziali l’eroe dotato d’un vigor d’animo straordinario si concilia gloria ed avvantaggio, all’opposto il vile, obbrobrio e miseria; l’artefice industrioso, mercé nuove utili invenzioni si procaccia maggiori guadagni e riconoscenza; l’agricoltore vigilante, mercè un assiduo e diretto travaglio, raddoppia i proventi del suo campo, mentre il zotico, il poltrone, l’imbecille appena si acquista di che vivere. Il governo repubblicano apre egualmente a tutti la carriera della felicità ed a tutti minaccia pene eguali se disturbano gli altri nel loro corso. Ma chi ha maggiore celerità giunge più presto alla meta, mentre chi è più debole o non giunge o giunge troppo tardi. Questa diversità di forze non devesi ascrivere al governo repubblicano, ma al corso variabile e bizzarro dell’aniverso, a cui nessuna forza di governo può fare equilibrio. Se per altro il governo repubblicano leva gli ostacoli che s’opporrebbero allo sviluppo delle primitive facoltà, se avviva ed alletta il merito i talenti le virtù, all’opposto il monarchico e aristocratico arrestano gli slanci del genio, rovesciano i progetti dell’industria, traviano e distruggono ogni sorte d’attività, e con un’ineguale capricciosa ed ingiusta condotta portano all’l’infinito la somma de’ mali a cui la natura ci condanna.

[9] A Sparta era così in onore il matrimonio che un giovane ricusò d’alzarsi alla presenza d’un vecchio capitano celibe, e gli disse: tu non hai figli che possano a me rendere un giorno questo omaggio.

[10] La Francia non dovea dimenticare qoesto articolo; essa che risentì i funesti effetti dell’oro d’Orleans.

[11] Cincinnato che coltivava il suo campo, Fabricio che ricusando le offerte di Pirro lo costrinse a dire: sarebbe cosa più agevole il torcere dal suo cammino il sole, che rimovere Fabricio dal sentiero della probità e della giustizia; Curio Dentato che rispondeva ai Samniti: io amo meglio comandare a quelli che hanno dell’oro che averne io stesso; Temistocle che dopo aver dato sua figlia in isposa ad un uomo onesto ma povero, diceva: io apprezzo più il merito senza ricchezze, che le ricchezze senza merito; Aristide che sebbene avesse in mano tutti i mezzi onde arricchirsi, mor’ sì povero che lo Stato fu obbligato a fare le spese de’ suoi funerali e provvedere alla sussistenza di sua famiglia, al quale proposito parlando Platone disse che Aristide si era applicato a riempiere Atene di virtù; Leonida che trincerato alle Termopoli rigetta le magnifiche promesse di Xerse e minacciato dal nemico a rendere l’armi, risponde francamente: vieni a prenderle; questi illustri personaggi sono i modelli d’un vero repubblicano; non que’ senatori doviziosi che invidiavano a Mario le sue glorie senza volerne seguire le pedate, vendevano a Giugurta l’innocenza d’Aderbale, e alla corruzione de’ quali alludendo Giugurta stesso, esclamava partendo da Roma: presto cadrai città venale se ritrovi un compratore; finalmente non que’ greci oratori che Catoni sulla bigoncia, Clodii nelle domestiche mura tradivano la patria per avere l’oro di Filippo. Quelli che credono che le ricchezze possano unirsi col nobile sentimento di rendersi illustre, pare non conoscano troppo il cuor dell’uomo che non potendo essere vivamente affetto che da una sola passione, obbedisce sempre alle impressioni più forti; ora il vano sfoggio delle ricchezze colpisce più l’immaginazione che la voce pacifica della coscienza e il suffragio della posterità; la sontuosità che ferisce vivamente gli occhi fa dunque perdere alla molla della gloria ciò che ella ha di più vigoroso e di più forte.

[12] L’ invidia e la presonzione comunicano all’ambizione qoanto ella ha di violento e di sregolato; ora l’invidia è compagna della mediocrità, la presunzione del falso sapere. Diogene che in pieno mezzogiorno va colla lucerna alla mano cercando un uomo, vi dice chiaramente che i veri saggi sono ben pochi, io li paragono a quei punti lucidi che si osservano sul disco lunare e che brillano in mezzo alle masse d’ombre che li circondano.

[13] Luigi XIV pagava delle pensioni anche a que’ letterati ed artisti che non erano francesi, e gli altri re e repahbliche non trassero da questa condotta motivo di sospetto, e lasciarono ai ricompensati tutti i diritti di cittadini attivi. So che qnesti in una repubblica hanno maggiore estensione che in una monarchia, ma non toccava ad una repubblica sollevare de’ dubbi che offendono i talenti e le virtù.

[14] Converrebbe che i legislatori si persuadessero che la proprietà è il maggiore incoraggimento al travaglio, e che questo fa scomparire quasi tutti i vizj, giacché: quasi tutti traggono origine dall’ozio e dalla scioperatezza. Se le vostre mannaje tagliano i tronchi, lasciano sussistere le radici; ora la giustizia non può approvare che si condanni l’uomo al dolore, se pria non sono esauste le sorgenti che lo corrompono. Vi sono dei casi per cui meritano più la forca i legislatori che non prevengono i delitti, che i delinquenti che li commettono.

[15] Si ricordi il sangue che ha fatto spargere l’inno Marsiliese, e si vedrà s’io esagero.

[16] Cesarotti, Corso Ragionato di Letteratura Greca.

[17] Tacito, De moribu Germanorum.

[18] Siano i vostri dritti quali si vogliano, diceva Silla a Mitridate, noi non ne siamo commossi. Ubidite alle leggi che vi si impongono, o rendetevi più forti di noi. Un principe delle Gallie diceva impudentemente che la prerogativa accordata al forte si è di farsi obbedire dal debole. La storia dimostra che la casa d’Austria non ha mai conosciuti altri princìpi.

[19]  T’inganni a partito, mi diceva un viaggiatore, dopo aver letto questo paragrafo. La simplicità de’costami, la giustizia de’ tribunali, l’integrità de’ giudici soffre molte eccezioni anche nell’Elvezia. Il lusso vi si fa sentire, la galanteria vi si introduce, il delitto vi trova dell’appoggio. L’Elvezia non è più l’imagine di Sparta, o per meglio dire ci ricorda Sparta nella sua decadenza. Come vuoi tu che io creda alle virtù di repubblicani che tiranneggiano barbaramente de’ popoli? Ignori tu che il capitano che l’Elvezia manda a suoi balliaggi venendo sottratto dall’aratro per prendere le redini del governo in un paese, della cui felicità non è a parte, unisce all’ignoranza d’agricoltore la rapacità di straniero, la fierezza di repubblicano al dispotismo di tiranno? E come no? S’egli compra il potere che gli viene affidato, in vece di condursi come Cincinnato, egli deve nuovo Verre vendere il dritto al maggior offerente, e il sistema di sua condotta debb’essere un vero saccheggio regolare freddamente calcolato. Il tempio della giustizia difatti, simile a quello di Giano, non s’apre ne’ balliaggi che in segno di guerra dichiarata alla povertà, all’innocenza, al buon costume, alla virtù, alla debolezza. Puoi tu non fremere sapendo che questo capitano può gettare nelle carceri o condannare alla morte chiunque gli piace senza che vi sia luogo ad appello? Che il fuoco, la tortura, i liquori bollenti sono i barbari mezzi con cui si crede trarre alla luce la verità? Che nel caso di delitto medio non avendo la legge fissata pena corrispondente, si dà al reo la morte, se non getta a’piedi del capitano una borsa d’oro e prova così la la sua innocenza? Ignori tu che il tribunal d’appello nelle cause civili è composto parimenti di stranieri, che traendo la loro sussistenza dalle dissensioni de’ cittadini violano i dritti più sacri della giustizia e spargono i semi di nuove liti? Che la forza ha escluso il dritto, la legge ha ceduto il posto all’arbitrio, il commercio è avvincolato, le scienze proscritte, il coraggio sospetto, l’innocenza vilipesa, la virtù senza appoggio; che la tirannide passeggia col capo elevato in mezzo ai cittadini stupefatti che si guardano senza osare, né parlare, né abbracciarsi, tante sono le spie che a guisa d’Arghi vegliano ad ogni movimento, ad ogni cenno, che in una parola se Sparta aveva i suoi iloti, l’Elvezia ha i suoi schiavi?

[20] Gibbon,t.I.

[21] Mentre il torrente de’ barbari inondava le vaste provincie dell’impero romano, mentre tutte le nazioni piegavano il collo al giogo del dispotismo o alla spada de’ conquistatori e la terra non presentava che delle città incendiate o distrutte, la libertà assopita sulla tomba di Bruto si sentì chiamare dai popoli della Venetia, che non volendo sottomettersi al barbaro orgoglioso che diceva non crescerebbe l’erba dove fosse passato il suo cavallo, questi popoli, io dico, rifuggiti nelle lagune dell’Adriatico resero fertili ed abitabili delle isole inospite e selvaggie, rianimarono lo spirito e l’arte del commercio e dell’industria; e sebbene sfuggiti appena dalla morte mandarono soccorsi a Belisario e a Narsete che combattevano sulle rovine dell’impero e ne ritardavano la totale caduta. Il genio di libertà che presedette alla loro culla, gettò nella successione de’ secoli molte volte il grido di lamento contro l’aristocrazia che prevaleva malgrado la loro costituzione, o per dir meglio per difetto della costituzione stessa, che concepita dalla buona fede non fissò de’ limiti all’ambizione che usa facilmente della perfidia e si cangia in tirannia ne’ momenti del suo potere. Questi popoli che assalirono e vinsero de’ tiranni e si mostrarono veri discendenti di quelli che amarono meglie affidare la loro vita all’incertezza del mare, che obbedire ad un re che era il flagello dei suoi nemici e ’l terrore dell’universo, questi popoli nell’ultima rivelazione mostrarono tale ardore di libertà, tal saggezza di mire, tale costanza di condotta, che non meritavano d’essere consegnati, legati piedi e mani, ad un tiranno che dimostrò quanto odiasse i repubblicani colla guerra terribile che fece alla nazione francese, e di cui non cessò di spargere il sangue, se non per timore d’essere detronizzato dal giovine eroe che prese per epigrafe il motto sublime:

                che nel giovare altrui ripon suo vanto

Pensa che la filosofia scrive la tua storia e la posterità ti giudicherà.

[22] Il lettore si ricorderà che questa dissertazione fu spedita al concorso un anno fa.

[23] Demarato domandato perchè fuggisse da Sparta capitale del suo regno, perchè qui, disse, le leggi sono più potenti dei re.

[24] Imperadore d’Occidente.

[25] Se nello scorrere la via erta e scabrosa che guida al trono, uno spirito attivo trova qualche piacere nella difficoltà dell’impresa, e nello sviluppo delle sue forze, egli è certo che il possedimento del trono stesso non gli diffonde nell’animo quella felicità a cui si aspettava. Severo che la fortuna ed il merito avevano tratto da uno stato oscuro per innalzarlo al primo seggio dell’universo, Severo nell’amarezza dell’animo diceva: Io sono arrivato a tutto e tutto ha ben poco valore. Diocleziano che dalla schiavitù era montato sul trono passò gli ultimi nove anni di sua vita in una privata condizione. La ragione gli consigliò di rinunciare alle grandezze, e la felicità lo segui nel suo ritiro. È celebre la sua risposta a Massimiano. Questo vecchio inquieto sollecitandolo a riprendere le redini dell’impero, Diocleziano rigettò questa proposizione con un sorriso di compassione: Oh ! disse, s’egli vedesse i legami che colle mie mani ho piantato a Salona non si sforzerebbe di trarmi dal seno della felicità per farmi inseguire un vano fantasma di potere. Si trovò scritto nelle carte del Califfo Abdorrahman III: ho contato i giorni in cui ho gustato un piacer puro e senza amarezza; e di questi non ne ho passati che quattordici. Mortali imparate cosa sia il trono, e a che si riducono i piaceri che lo circondano. Nulla sembra mancare alla mia felicità. Io sono temuto e stimato dai principi miei contemporanei. Essi invidiano la mia fortuna e ricercano la mia amicizia. Ho regnato più di cinquanta anni e in un così lungo spazio di tempo conto sì pochi giorni felici. Dopo questi esempj ed altri che si potrebbero facilmente addurre, si vegga se quelli che consigliano ai re di scendere dal trono ed abbandonare un potere illimitato, siano no guidati dai sentimenti dell’umanità e gli osservino co’ loro nemici.

[26] Nihil rerum mortalium tam instabile et fluxum est quam fama potentiae non sua vi nixae. Tacito» An, 13, e. 19. Quando Agrippina venne spogliata da Nerone del potere di cui aveva goduto e abusato per tanto tempo, fu immediatamente abbandonata dalla folla de’ clienti. Il prestigio si dissipò giacché l’idea del futuro non presentava più alcan vantaggio. Sebbene ella fosse figlia, sorella, moglie, madre d’imperatori, sebbene conservasse ancora tutti i suoi titoli di nobiltà, ella non fu più corteggiata che da quelli, che essendo stati da essa offesi, andavano a visitarla per soddisfare il sentimento della vendetta nella di lei abiezione.

[27] Ma si dice che il governo, fermo sul principio della tolleranza, non paga alcun culto. Ottimamente. Ma il governo che deve tenere l’occhio fisso sull’origine degli abusi per prevenirli ed osservare i pregiudizi per non urtarli di fronte, deve dare ai sistemi già stabiliti una direzione tale che vada a sopprimere i danni e gli abusi, e generi se è possibile un pubblico vantaggio. Un altro principio incontrastabile si è, che quando si tratta d’opinione ciascuno ha dritto alla sua, e Terrore il più palpabile dev’essere egualmente rispettato che la verità più evidente; altrimenti si viene ad erigere in massima la guerra delle opinioni, guerra che avendo tinto di sangue tutti i punti del globo, con ragione è condannata dalla giustizia e proscritta dall’umanità. Ciò posto, il governo s’impadronirà de’ beni ecclesiastici d’ogni specie: fisserà una pensione stabile pe’ parrochi, vitalizia per gli altri ecclesiastici, varia secondo l’età; il restante deve interamente essere distribuito ai poveri in terre forse inalienabili fino alla terza generazione. Si verrà così a depurare la società di molti individui che vivono nell’ozio, cioè, che macchinano ogni sorte di delitti, e nello stesso tempo si accresceranno i fonti da cui emergono le nazionali ricchezze. Ma se col pretesto di togliere gli abusi voi dilapidate i beni ecclesiastici, come si è fatto in Francia, dirò al popolo: Popolo, strappa le pietre dalle tue contrade e gettale contro questi birbanti che si fanno tuoi protettori per divorare le tue sostanze: unisci questi ladri cogli impostori che fino ad ora t’hanno ingannato

[28] Non è mia intenzione di sminuire il rispetto dovuto ai medici moderni. Sembra che la luce chiamata da Brown brilli al presente sul caos tenebroso della medicina. Questo illustre martire della stupidezza orgogliosa, dell’ignoranza interessata, diede alla medicina de’ principj sì giusti, l’assoggettò ad un metodo così esatto, che produce, a così dire, de’ miracoli senza dar luogo alla meraviglia.

[29] Quelli che nella repubblica Cisalpina hanno innalzato la la statua di Bruto senza metterle a fianco quella di Porcia non mostrarono di conoscere troppo bene le leggi che reggono il cuor umano. La vanità non si indispettisce tanto per la mancanza quanto per l’esclusione, la quale dando luogo a dei paragoni risveglia l’idea d’inferiorità e fa temere il disprezzo. Dunque non solo non fu eccitato il sesso debole alla rivoluzione, ma le fu dato una spinta in contrario. Se non che forse si potrebbe spiegare questa condotta anti-politica per mezzo d’un certo timore che sarebbe giusto se non fosse eccessivo; io voglio alludere a quel giudice che temeva a segno d’essere parziale che dava sempre causa persa a’ suoi amici.

[30] Il general Bonaparte nel suo proclama all’armata d’Italia dato in Cherasco, che ha per motto: guerra ai tiranni, pace ai popoli, volgendosi ai popoli d’Italia dice loro espressamente: popoli d’Italia, noi veniamo a spezzare le vostre catene: i nostri nemici sono i vostri tiranni.

[31] Beneficia quosque laeta sunt dum videntur exsolvi posse: ubi multum antevenere pro gratia odium redditur. - Tacito.

Rebus boni quam mali suspectiores sunt, semperque bis aliena virtus formidolosa est. -  Sallustio.

Tra i fatti moltiplici che si potrebbero addurre a questo proposito ricorderò quanto accadde alle città d’Autun e di Lione nella ribellione di Tetrico contro Aureliano. « La città d’Autun sola e senza soccorso aveva osato dichiararsi contro le legioni della Gallia in favore dell’imperadore. Dopo avere provato durante un assedio di sette mesi tutti gli orrori della fame, ella fu presa d’assalto e saccheggiata. Lione al contrario aveva resistito colla più grande ostinatezza all’armi d’Aureliano. La storia dice che Lione fu punita; ella non parla della ricompensa d’Autun. Tale in effetto è la politica delle guerre civili. Le ingiurie lasciano delle traccie profonde; si dimenticano i servigi più importanti. La vendetta è utile, la gratitudine dispendiosa.» (Gibbon). Nella spedizione di Simon di Monfort contro gli Albigesi, i Crocesegnati montando all’assalto di non so quale città domandarono all’abate di Citeaux come farebbero a distinguere i cattolici dagli eretici, cioè gli amici dai nemici: uccideteli tutti, disse l’abate, Dio riconoscerà quelli che gli appartengono.

[32] Una cosa di cui ignorasi il buon uso et conduce a credere che non se ne farà che un uso pernicioso; perciò siamo portati a condannarla. I Goti temevano per la loro libertà se il giovine Atalarico imparava delle cose ignorate dalla loro nazione, perciò forzarono Amalasunta a levargli d’intorno i precettori che gli aveva dati per formargli lo spirito ed il cuore. I pregiadizj che nascono dall’idea confusa della propria debolezza sono cosi difficili a sradicare come il sentimento dell’amor proprio da cui rampollano.

[33] Quanto io dico intorno alla resistenza che fanno le vili passioni alla riforma, non s’oppone a quanto ho detto intorno gli effetti rapidi della libertà. In questo paragrafo ho principalmente in vista gli abusi e i pregiudizi relativi ai costumi. Ora si sa che la licenza si confonde nella mente degli stolti e de’ corrotti colle idee e col sentimento di libertà.

[34] Un cittadino d’Ancira portava una veste di porpora. Un suo nemico avvertì immediatamente l’imperadore Giuliano di questa sciocca imprudenza. Il monarca dopo essersi informato del rango e del carattere del suo rivale, gli spedì per mezzo dell’officioso delatore due pianelle rosse per compire la magnificenza del suo vestito imperiale.

[35] Vi è un ramo di politica che i moderni ignorano quasi affatto, e che consiste nel profittare delle debolezze degli uomini per guarirli dai loro pregiudizj: un eccitare delle passioni innocenti ed opporle a delle criminose finché queste dall’educazione e dal tempo siano o congiunte o distrutte. Un indiano malinconico era fermo nell’idea che se pisciava sommergerebbe tatto il Bisnagar. In conseguenza questo buon cittadino preferendo la salute della sua patria alla sua propria riteneva ostinatamente l’urina: egli era vicino a morire, quando un medico uomo di spirito entra nella di lui camera collo spavento in volto: Narsingg (capitale del Bisnagar) è in fiamme, dic’egli; e non sarà in breve che un mucchio di cenere; affrettatevi a rilasciare la vostra urina o tutto è perduto. A queste parole il bnono indiano soddisfa al suo bisogno e guarisce. Plutarco ci dice che le giovani di Mileto si davano in grande abbondanza la morte, senza dubbio in quell’età in cui la natura facendo nascere de’ desiderj inquieti e vaghi agita fortemente l’immaginazione, ed in cui l’anima scossa da’ nuovi bisogni sente succedere la malinconia agli scherzi dell’infanzia. Nulla poteva arrestare i suicidj. Si stabili dunque per legge che la prima giovine che si uccidesse sarebbe portata nuda ed esposta agli sguardi d’ognuno su di una pubblica piazza. Queste giovani che sprezzavano la morte furono ritenute dal rossore, e i suicidj cessarono. Per produrre questi ed altri simili effetti conviene conoscere l’uomo, essere disceso nel fondo tenebroso del cuore colla fiaccola della filosofia alla mano per scoprire l’origine, le diramazioni, le leggi degli affetti, l’influsso delle sensazioni sulle Idee, di queste sopra di quelle: scienza lunga, penosa, difficile. Dall’altra parte ciascuno volendo realizzare il suo sistema di politica tutti chiamano in soccorso la forza per abbattere, distruggere, sradicare, perchè ignorano il modo di trarre profitto dalla sciocchezza e dalle passioni degli uomini. Questa ignoranza rinforza a segno il loro entusiasmo per certe idee di perfezione che s’arretrano con orrore e rivolgono indispettiti il capo all’idea del più piccolo pregiudizio. Essi non vogliono capire che l’uomo è composto di vizj e di virtù, di scienza e d’ignoranza, di forza e di debolezza. Il più profondo indagatore del cuor umano. Tacito ci dice: vitia erunt donec homines. Questi politici che vi stendono dei piani di legislazione così perfetti che loro non manca altro che un po’ di possibilità, sono appunto come i matematici che nel loro gabinetto fissano le leggi del moto così perfettamente, che se si applicano alla pratica, la natura che è un po’grossolana e non troppo amica della semplicità le smentisce dalla prima fino all’ultima. Ricordiamoci di Solone che diceva di avere dato agli Ateniesi non le migliori leggi assolutamente ma le migliori tra quelle che essi potevano tollerare. Io non condanno l’uomo ad oscillare eternamente tra le verità e l’orrore, spero anzi che un giorno si fisserà sul punto della verità e non sarà più retrogrado; ma sostengo che la comune degli uomini non arriva al vero che passando per tutte le gradazioni del falso; che in conseguenza una saggia politica non sdegnerà per un momento d’appoggiarsi sui pregiudizi stessi degli uomini, per innalzarsi più facilmente al punto della perfezione.

[36] Non è l’amore del pubblico bene ma il sentimento profondo della propria nullità, ma l’amarezza prodotta dall’altrui gloria, che persuade molti a spargere il loro alito velenoso solle riputazioni più pure. Essi hanno osservato che gli uomini per una inconseguenza, il cui motivo crudele è al fondo del cuore umano, amano vedere umiliati quelli che stimano davantaggio, ed essi ne profittano per procacciarsi l’altrui affezione ed assopire per un momento quell’inquietudine che in essi genera l’altrui superiorità, inquietudine che turba la pace dell’animo e respinge ogni sensazione aggradevole. Altri poi praticano lo stesso mestiere senza aver lo stesso fine. Importuna dalla lode, incapaci di portare il peso dell’ammirazione ci ricordano il contadino d’Atene che voleva esiliato Aristide perchè era stanco d’udirlo per ogni dove chiamare il giusto. Sono ben pochi quelli che abbiano l’onestà di Bolingbrook, il quale sentendo sparlare il Marlborough, sebbene gli fosse di partito contrario, ebbe il nobile coraggio di dire egli era un uomo sì grande che ha dimenticato le sue debolezze. Conviene per altro confessare che anche pochi sono quelli che sappiano essere saggiamente insensibili alle satire. Montausier voleva che il mordace Despreaux fosse condotto alla galera incoronato di lauro: un filosofo più umano sente tranquillamente le decisioni de’ satirici, si stringe nelle spalle e sorride, al più si vendica come gli Spartani si vendicarono con quei di Ghio che avevano lordato la sala delle pubbliche udienze: è lecito a quei di Chio operare villanamente.

[37] Lo spirito dominante delle azioni di costoro è mirabilmente espresso nella risposta di Demade a Focione. Avendolo questi convitato in sua casa con un apparecchio assai filosofico, rivoltosi a lui Demade, stupisco, gli disse, o Focione come potendo pranzar così ti dia l’animo di brigarti di cose pubbliche. Incapace d’innalzarsi alla sublimità della virtù lo spirito di costoro non s’aggira che sulle sensazioni grossolane della materia, e benché facciano pompa di repubblicanismo sottosegnerebbero volentieri l’inscrizione che Sardanapalo fece incidere sopra un monumento destinato ad eternare la sua memoria e il suo vitupero. Sardanapalo ha fabbricato Anchialo e Tarsi nel medesimo tempo, Va passeggiero bevi, mangia e godi: il resto è’nulla. Al contrario il carattere d’un onesto repubblicano è spiegato dalla risposta di quell’inglese il quale essendo con offerte tentato dal ministro Walpole ad abbandonare il partito del popolo e passare in quello della corte, fece portare la sua cena parchissima e disse a Walpole: credete voi che un uomo che si contenta di così poco possa guadagnarsi facilmente? Questa risposta ci ricorda il fatto di Leonida il quale dopo aver sconfitto i Persiani condotti da Mardonio a Platea, per dare un’importante lezione a’ suoi officiali, imbandir fece un convito con tutta l’asiatica lautezza ed una parca mensa conforme alla spartana frugalità. Rimarcabile ne era il contrapposto. Che insensataggine, gridò egli allora, per Mardonio assuefatto a vivere sì deliziosamente, venire ad attaccare uomini, che sanno contentarsi d’ogni cosa! Non è mia intenzione di fare la satira de’ moderni repubblicani; ma io mi sono trovato in una delle loro città in tempo in cui i Francesi davano la caccia ai satelliti del re, e gettavano i fondamenti della libertà lombarda, ed ho osservato la pubblica allegrezza cominciare e finire in un lauto pranzo. Tra le tazze e i bicchieri risuonavano i santi nomi d’Armodio e di Aristogitone; e se i repubblicani di Sparta e d’Atene dopo una vittoria facevano de’ pubblici elogi, ordinavano delle iscrizioni, innalzavano delle statue a quelli che erano morti per la patria, ad alcuni repubblicani moderni bastava il fare un brindisi alla salute della repubblica.

[38] Quae sibi quisque facilia factu putat equo animo accipit; super ea veluti ficta pro falsis ducit. -  Sallustio.

[39] Si vegga la prima parte.

[40] Uno stato di scetticismo pòò piacere a qualche speculativo, ma la pratica della superstizione è sì naturale alla moltitudine che se gli viene svelato l’errore compiange la perdita d’un’illusione aggradevole. L’amore degli uomini pel maraviglioso, la curiosità che li porta a conoscere l’avvenire, la loro inclinazione invincibile a estendere le loro speranze e i loro timori al di là del mondo visibile sono i fonti che hanno avvivato in tutti i secoli la saperstizione. Il volgo è così pressato dal bisogno di credere che alla caduta d’un sistema mitologico si vede sorgerne immediatamente un altro, il quale viene abbracciato e difeso con tanto maggior calore quanto meno s’intende. I racconti che hanno l’aria di paradosso colpiscono gli spiriti poco riflessivi eccitando de’ moti di sorpresa. Siccome questo sentimento fa passare rapidamente l’animo da uno stato in cui non sentiva le sue forze ad un altro in cui tutte le sue facoltà sono concentrate nella considerazione d’un solo oggetto, l’animo crede essersi accorto ch’egli ha un gran fondo d’attività e vi si compiace. Per il medesimo motivo per cui i romanzi ne’ quali il tessuto degli eventi singolari che si succedono in un certo ordine progressivo e vanno a terminare con uno scioglimento felice e tragico piacciono infinitamente alla gioventù che conducono per tutte le gradazioni della sorpresa, per lo stesso motivo io dico le opinioni superstiziose piacciono agl’ignoranti che in esse trovano un pascolo al bisogno di sentire: pretendere che il popolo non si compiaccia nelle idee stravaganti è lo stesso che volere che un ragazzo non si interessi nelle avventure di Arlecchino o di Policinella: e benché queste opinioni vietino all’uomo certe azioni aggradevoli, nonostante l’animo non sa staccarsene, essendoché l’orgoglio spirituale supplisce ai piaceri dei sensi e ne compensa la perdita. L’unica maniera di distrarre l’animo del popolo da certe idee illusorie si è di favorire le arti, le lettere, le scienze le quali guidando l’uomo per una serie di piaceri sempre nuovi ne occupano la sensibilità, e gl’impediscono di errare tra le chimere della fantasia.

[41] Se Cicerone si servì dell’armi della ragione e dell’eloquenza per combattere le false idee del paganesimo, Luciano ricorse al ridicolo ed ebbe maggior saccesso.

[42] « Tiberio colla sua politica, Caligola colle sue stravaganze, Claudio colla sua imbecillità, Nerone colla sua fierezza  sono stati meno funesti alla repubblica versando a torrenti il sangue di tante famiglie, che contaminando quello che risparmiavano. Nerone co’ suoi omicidj rapì senza dubbio dei grand’uomini allo Stato, ma colla corruzione lo popolò d’uomini senza carattere; i suoi predecessori avevano cominciata la rovina de’ costumi, egli la portò all’ultimo termine. Il massacro de’ particolari si potè riparare col tempo; il male fatto alla nazione intera durò malgrado gli esempj, l’amministrazione, i precetti e gli editti de’ Titi, dei Trajani, dei Marchi e dei Giuliani. - Diderot.

[43] Scipione che rispettò la bella spagnuola e la restituì al suo amante vinse Annibale e sterminò i nemici della patria negli stessi loro focolaj. Se l’amor delle donne stende troppo profonde radici nel cuore umano, tutti gli altri sentimenti restano soffocati. Si diceva di Demostene che que’ progetti ch’egli aveva meditato in un anno, una donna li rovesciava in un giorno.

[44] In Atene chiunque pretendeva a qualche magistrato conveniva che comparisse avanti ad un tribunale, in cui venivano esaminati i suoi costumi.

[45] Spezzate le porte di questi antichi castelli, sede della feudalità a cui avete fatta guerra, monumenti della barbarie dei nostri padri la quale è ancor dubbia nell’opinione del popolo; mostrategli le sotterranee caverne in cui erano gittati vivi quegli onesti padri di famiglia che ricusavano di sacrificare l’onore delle loro figlie alla sfrenata libidine de’ feudatari. E perchè non aprirete un giorno le carceri infernali dell’inquisizione acciò il popolo vegga co’ propri occhi i sepolcri in cui andarono a finire i suoi parenti ed amici, le angustie in cui languirono gli scheletri rinchiusi tra muri, gl’istrumenti orribili con cui furono martoriati degli uomini ch’ebbero la disgrazia d’essere meno ignoranti di monaci stupidi e feroci? Le tenebre che dominano in quelle carceri, il fetore che soffoca, i schifosi animali che le abitano, il muto silenzio che vi regna, le lugubri iscrizioni che stese sulle pareti la mano del dolore, la disperazione accigliata che sembra risedere sul liminare, farà fremere il popolo e l’orrore che gli scoppierà sull’animo spezzerà il denso velo che gli legò sugli occhi la superstizione.

[46] Il famoso fra Paolo che disse tante verità e mostrò sì al vivo l’ambizione de’ pontefici, fu coperto di ferite sul ponte di S. Marco a Venezia da cinque assassini spediti da Roma, da questa città infame che dopo avere tiranneggiato il mondo colla forza, lo tiranneggiò ancora più coll’opinione. Cognosco ensem Romanum furono le parole che pronunciò quel martire della verità, mentre il suo sangue bagnava quella terra ch’egli aveva difesa dai fulmini dei Vaticano.

[47] non sarebbero di certo successo: non avrebbe un successo assicurato. [ndr]

[48] Non si ricercano gran talenti per appigliarsi al sistema del terrorismo, giacché non si tratta che di seguire l’inclinazione naturale bell’orgoglio. Questo è il motivo per cui molti lodano Robespierre senza conoscerne i pregj e i difetti.

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Pirandello

Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2011