Bono Giamboni

Trattato della memoria artificiale.

Edizione Marghieri 1836

Edizione di riferimento:

Ammaestramenti degli antichi raccolti e volgarizzati per f. Bartolomeo da San Concordio, Giuseppe Marghieri editore, Napoli 1836. Con note di Francesco Prudenzano, Tipografia delle Belle Arti, Vico Porta-piccola Concezione Montecalvario N. 24. - Napoli 1836 - Riprende sostanzialmente l'edizione Manni.

N.B. - Il testo viene attribuito a Bono Giamboni, e la pubblicazione in appendice agli Ammaestramenti di Bartolomeo da San Concordio un mero errore

Trattato della memoria artificiale.

Manifeste ragioni assegnano i savi filosofi, i quali scrissono dottrina di parlare, che la virtù, che Dio diede all’uomo di parlare nella lingua, è la cagione, perch’ei tutte le bestie avanza; e quanto per la detta cagione è maggiore, è migliore in ciò, che sa favellare meglio, e più saviamente. E io udendo nella favella cotanta utilità, sì mi venne voglia e talento, e a priego di certe persone, della Rettorica di Tullio, e d’altri detti di savi cogliere certi fiori, per li quali del modo del favellare dessi alcuna dottrina; non perchè fosse mia credenza, che solo la bella favella avesse in se alcuna bontà, se colui che sa ben favellare, in se non avesse senno, e iustizia; anzi senza le dette due cose, secondochè dicono i savi, è quella persona per la favella una pestilenzia grandissima pel suo paese; perchè la sua favella così è in lui pericolosa, come un coltello aguzzo, e tagliente in mano d’uno furioso, e irato. Ma se l’uomo ha in se senno di saper bene in sulle cose vedere, e ancora in se senno, e iustizia, cioè ferma volontà di volere le cose bene disporre, e dirittamente voler fare; sì fa bisogno di saper favellare, acciocchè sappia le cose mostrare, e perire; che sanza favella sarebbe la bontà sua come un tesoro riposto sotto terra, che se non è saputo, più che terra non vale. E quando la favella è accompagnata in alcuna persona con la iustizia, e col senno rendesi perfetto l’uomo, ch’è tanto migliore, che gli altri, quanto t’ho mostrato di sopra; che sanno gli uomini per la favella meglio, che non sanno gli altri animali, perchè vale molto a se medesimo, ed è molto utile, e caro al suo comune, ed a’ suoi parenti, e amici di grandissimo consiglio, e refugio. Dunque qualunque persona ha volontà di sapere piacevolmente, e bene parlare, si disponga prima d’avere senno, acciocchè conosca e senta quello che dice; e poi pigli ferma volontà d’operare iustizia, e misura, acciocchè dalla sua non possa altro che bene seguitare: e questo cotale legga sicuramente in questo libro, e senta meco certi ammaestramenti dati da’ savi in sul favellare; e dappoichè gli avrà letti, e bene intesi, s’ausi spesse volte di dire; perocchè il bel parlare è tutto dato all’usanza, e sanza l’usanza non può essere alcuno bel parlatore. L’usare certamente insegna ogni cosa; donde si suole dire litteralmente spesse volte da molti: Usus cuncta docebit etc. Explicit proemium.

Incipit textus.

Memoria ec. Qui comincia il sesto trattato del libro, nel quale si dà dottrina, come il dicitore la sua diceria a mente si possa tenere. Già abbiamo veduto della prima cosa, che al dicitore fa bisogno di sapere, cioè come ha a imparare di favellare perfettamente in ciò, che a te ho mostrato qual è buona, qual è composta, qual è ornata, e quale è ordinata favella laonde a osservare la dottrina già detta la favella perfetta si rende. Or ti voglio mostrare della seconda cosa, che fa bisogno al dicitore di sapere, acciocchè perfettamente dica la sua diceria; cioè come la sua diceria si reca a memoria, acciocchè quando la dice, l’abbia bene a mente: perocchè niuno la direbbe bene, se quando la dice, bene a mente non l’avesse.

Ora comincia la prima dichiarazione del testo.

Se la memoria ha in se alcuna dottrina, o vero è tutta da natura data, li savi antichi ne dubitarono. Ma avendola in se, arte che è utile, ti voglio mostrare, e aprire. Debbi sapere, che due sono le memorie; cioè la naturale memoria, e l’artificiale. La naturale è quella, che coll’animo è congiunta, e insieme col pensiere nata; l’artificiale è quella, che sotto certi ammaestramenti imposta e dallo ingegno trovata è. Questa artificiosa contiene in se la utilità della naturale memoria, e dàlle accrescimento; e questa artificiosa fa grandissimo pro a coloro, che la naturale hanno buona, come vedere potrai per innanzi. E poniamochè coloro che la naturale hanno buona, non curino de’ miei ammonimenti, adatteremo almeno coloro, che non hanno sì buona memoria: e però della artificiale memoria alcuna cosa voglio brevemente dire, e superficialmente, e non appieno.

La memoria artificiale si fa di due cose principalmente; de’ luoghi, e delle immagini; e noi con Tullio appelliamo luoghi quelle cose, che brieve, e perfettamente sono manifeste, e quelli facilmente con la naturale memoria comprendere possiamo; siccome casa o canto, o camera, o gronda, o vero altre a queste somiglianti. Le immagini sono forme, e cose somiglianti della cosa, della quale noi vogliamo ricordare; siccome cavalli, o leoni, o aquile: e se delle dette cose memoria vogliamo, le immagini loro in certi luoghi ti possiamo allogare. Ora che per luoghi ci dobbiamo trovare, in che modo dobbiamo fare, e come ne’ luoghi le immagini mettere, ti voglio per ora mostrare, e aprine. Siccome coloro, che sanno leggere, possono quello, che detto è, scrivere e leggere, e recitare poi quello, che scritto hanno: così coloro, che molte cose hanno apparato, possono quelle che udito hanno, per immagine collocare ne’ luoghi, e quelle ricordevolmente pronunciare. I luoghi alla carta, o vero alla cera sono somiglianti; e le immagini alle lettere: il disponimento, e l’allogamento delle immagini è come la scrittura; il pronunciare è come il leggere. Conviene adunque, se di molte eose ci vogliamo ricordare, molti luoghi imprendere, sicchè in molti luoghi molte immagini possiamo allogare. E ancora conviene questi luoghi per ordine avere, acciocchè per l’ordine impedimentati non siamo niuna volta; sicchè le immagini, le quali ne’ luoghi certi aremo collocate, aviamo bene alle mani. Ancora interverrà de’ luoghi posti per ordine, che ammoniti per le immagini possiamo dire, di qualunque luogo ci piacerà, quello che ne’ luoghi aviamo disegnato; come se molti nostri conti si veggono per ordine stare, non fa forza se da capo, o dal fine, o dal mezzo e’ nomi loro cominceremo a dire. E però conviene, che per ordine aviamo e’ luoghi, e a mente tutti per la memoria naturale, e quelli, che aremo presi, grandemente a memoria notare, sicchè sempre li sappiamo a monte: perocchè le immagini, quando non si usano, come le lettere agevolmente si disfanno, ed i luoghi debbono, siccome carta rimanere. E acciocchè nel numero de’ luoghi ingannati non siamo, a cinque a cinque si convengono notare a questo modo, cioè, se nel v. luogo una mano d’oro poniamo, e nel x. uno nostro cognosciuto, che si fa chiamare per vulgar nome Decimo; poi sarà agevole ciascuno quinto luogo così disegnare. E ancora è meglio di fare i detti luoghi in luogo diserto, che troppo palese; e ’l buon luogo è di selva, e non la piazza; imperocchè lo spesso andare degli uomini conturba e disfà le notate immagini; e’ luoghi diserti conservano le similitudini delle immagini. Ancora sono da trovare i luoghi di forma, e di natura disuguali, acciocchè apertamente sieno manifesti. E però se arai trovato quelli, che sieno simili, sarai in errore per la similitudine de’ luoghi e non ti avvedrai nel quale de’ detti luoghi arai le immagiui collocate. Ancora conviene avere i luoghi di mezza mano [263], perocchè troppo ampi rendono le immagini vaghe, cioè niuna cosa faccenti; la qual cosa mai non debbe essere (oltrechè mi sarebbe contro il testo che dice, che mai le immagini debbono stare indarno) e le troppo strette spesse volte non pare, che le collocagioni delle immagini possano comprendere. E ancora conviene, che non sieno luoghi troppo lucidi, o vero troppo scuri; acciocchè le immagini nelli scuri luoghi non si celino, o per lo splendore sieno lucide troppo. Ancora è utile, che i luoghi non sieno presso quasi a trenta piedi; perocchè come il guardare, così verrebbe meno il pensiero, se troppo si dilunga, o appressa quello, che vedere si conviene. E avvegnachè sia facil cosa a colui, che sa molti e acconci luoghi trovare; se nel modo, che di sopra aviamo mostrato, alcuno pensa di non saperlo fare, ed egli medesimo molti acconci luoghi da se trovine; perocchè col pensamento ciascuno luogo come gli piace puote comprendere, e in quella parte a suo arbitrio luoghi fare. Perlaqualcosa, se di questo mostrato modo non saranno contenti, essi medesimi col loro pensiero troveranno acconci luoghi, e a loro arbitrio sì gli ordineranno. De’ luoghi aviamo assai detto di sopra: ora alle ragioni delle immagini passiamo. Conviene adunque, che le immagini, delle cose a similitudine debbiano essere; e di tutte queste immagini ci dobbiamo eleggere similitudini a noi molto manifeste. Due similitudini debbono essere, l’una delle parole, e l’altra delle cose. E la similitudine delle cose sia manifesta, quando sommariamente le immagini di queste facciamo. E la similitudine delle parole si fa, quando ciascuno nome, e vocabolo per immagini si nota nella memoria. Di tutto uno fatto per una similitudine, ed immagine spesse volte la memoria si comprende in questo modo: Se l’accusatore dirà, alcuno essere per veleno morto per cagione di guadagnare eredità, e dirà, che di ciò vi sieno molti testimoni che il sanno; e di questa prima rea cosa ci vorremo ricordare, perchè ci sia agevole a difendere: nel primo luogo di tutta questa cosa una immagine faremo. Porremo uno infermo, che giaccia nel letto, cioè quel medesimo, di cui si favelli, se la sua forma sapremo; ma non conoscendolo, torremo un altro non di picciolo affare, acciocchè ratto a memoria ci possa venire; e ai letto suo l’accusato porremo, che da bere nella mano sua diritta tenga, e nella manca la tavola, cioè il testamento, e nel dito, che è dopo il minore della mano, i testicoli d’un montone. In questo modo e dei testimoni, e della eredità, e di colui, il quale è morto potremo memoria avere. E poi tutti gli altri peccati nei dittonghi porremo per ordine. E quante volte della cosa ci vorremo ricordare, se la disposizione delle forme, e delle immagini con diligente similitudine faremo, agevolmente della cosa che vorremo, aremo memoria. Quando la similitudine delle parole per immagine vorremo mostrare, maggior fatto imprenderemo a fare, a maggiormente lo ingegno nostro proverremo, e questa cosa in questo modo ci converrà fare. [264] Già i Re di Grecia a casa apparecchiano di fare vendetta. Nel luogo primo ci conviene porre Domizio, che al cielo alzi le mani (ma Bartolino, che scrisse su Tullio, si pone meglio queste cose; ma non curo, perchè in questo scritto non sia se non come sta il testo puro) quando dalli Re con forza è abbattuto, e questo sarà: già a casa i Re di Grecia apparecchiano di fare vendetta. In un altro luogo Isopo, e Cimbro, che subornano Ifigenia, Agamennone, e Menelao; e questo sarà i Re di Grecia apparecchiano. In questo modo tutte le parole dette saranno. Ma queste similitudini delle immagini allora varranno, se la naturale memoria aiutiamo con questo assegnamento, che posto il verso, onde ci vogliamo ricordare, da noi medesimi due, o tre volle ci passiamo sopra; e poi colle immagini le parole esprimiamo. E nel detto modo alla natura si somministrerà artificio, perchè l’una, separata l’altra, sarà meno ferma; ma molto sarà più aiuto nell’artificiosa, che nella naturale. La qual cosa insegnare grave non ci sarebbe a noi Tullio, se paura non avessimo, quando anche ci partissimo dall’instituto nostro, che di piccola utilità sarebbe il dare di ciò una breve dottrina. (Tullio non vuole tanto dire della quinta parte della Rettorica, come fa bisogno, e però brievemente la tratta, e nondimeno dice, che è bisogno; avvegnadiochè alquanti il riprendano, e l’uno è colui, che fece la poetata novella: tamen male reprehendit.) Ora, perchè suole avvenire, che delle immagini certe ne sono ferme, e ad ammonirci più acconce, e certe meno acconce, e più deboli, e che appena possono muovere la memoria; per che cagione ciascheduna sia è da pensare, sicchè la cagione di ciò cognosciuta, sappiamo che immagine aviamo ad eleggere, e quale aviamo a schifare. La natura dunque medesima c’insegna che fare ci conviene; perchè se alcuna cosa nella vita vediamo piccola, usitata, cotidiana; siamo usati di non ricordarcene, perchè di niuna cosa, se non è nuova, o grande, si commuove l’animo. Ma se una cosa udiremo, o vedremo. grandemente sozza, o onesta, o non usata, o grande, o da non credere, o cosa di scherni; quella cosa per grande tempo ci sarà a mente. E però le cose, che tuttodì vediamo, o udiamo, si dimenticano; e delle cose, che nella nostra gioventù ci addivengono [265] spesse volte bene ci ricordiamo (Nota: Quod nova testa capit inveterata sapit. Et ratio huius ponitur per Bartholinum.) E le dette cose per altra cagione non possono venire, se non perchè l’usate cose leggermente dimentica la memoria; e le nuove, e le lunghe cose per più gran tempo stanno nell’animo. Del nascimento, e coricamento del Sole niuno si maraviglia, perchè spesso interviene; ma dello scuramento del Sole si maravigliano molti, perchè fa rare volte: e dello scurar del Sale si maravigliano, e non di quello della Luna, perchè avvengono più spesso gli scuramenti della Luna, che gli scuramente del Sole. Insegna dunque la natura delle cose palesi, e usitate non ricordarcene; ma bensì d’uno grande, e maraviglioso fatto. Seguiti dunque l’arte la natura, e quello, che ella desidera, si truovi; e quello, che mostra, seguiti: perchè niuna cosa è, che prima l’arte, che la natura abbia trovata; ma i cominciamenti delle cose dall’ingegno degli uomini sono trovati, e’ fini si apparano per dottrina. Le immagini adunque ci converranno nel detto modo trovare il quale posta più nella memoria stare; e interverrà questa cosa, se di cose di molto conto faremo similitudine, e se non mute, o vero vaghe porremo le immagini, ma che in loro abbia di novitate alcuna cosa; o se nobiltà, o bellezza, o vero alcuna turpitudine le daremo; o vero se alcuno adorneremo o di corone, o di vestimento di porpora, per la qual similitudine a noi sia più manifesto; o vero se disformeremo alcuna cosa faccendola sanguinosa, o vero di sangue brutta, o vero disconcia, e disformata la faremo. E siccome la vera cosa è si fatta, che ce ne ricordiamo più agevolmente; così delle cose non vere, o del luogo, dove riposte sono e diligentemente notate, non ci sarà malagevole a ricordarcene, ma quello ci converrà fare che tostamente trascorriamo tutti i luoghi primi per cagione di rinnovare le immagini. [Io so bene che i retori Greci m]olte [266] immagini scrissono di molte parole, acciocchè coloro che sapere le volessono, le avessero apparecchiate, e cercandone non s’affaticarono: la qual cosa abbiamo per certe ragioni riprovata; imprima, perchè è uno scherno per l’abbondanza delle molte parole trovare mille immagini di parole; che potranno queste cose valere, conciossiacosachè per l’abbondanzia delle parole ora una parola, era un’altra ricordare ne converrà? E ancora perchè vogliamo noi rimuovere alcuno dalla maestrìa del trovare, acciocchè da se niuna ne cerchi, conciossiacosachè noi a lui tutte le cose diamo apparecchiate come si debbon fare? E ancora l’uno per alcune similitudine, l’altro per l’altra più si muove; perchè spesse volte in una forma, che a noi parrà ad alcuna altra simigliante, non aremo uomo seguitatore, perocchè a un altro non parrà; e così delle immagini, quella, che a noi parrà buona di ricordare, quella ad altrui poco buona parrà. E poi si conviene, che ciascuno a suo modo le immagini truovi; e a colui, che insegna, si conviene ammaestrare come le immagini si debbano trovare; e una, e un’altra, e non tutte di quella generazione saranno da dare per esemplo, per lo quale possa essere più chiara la cosa. E secondo che quando disputiamo di trovare proemii, diamo la ragione di trovargli, e non diciamo mille generazioni di proemii; così arbitriamo, che ci convenga delle immagini fare. Ora acciò per avventura la memoria delle parole o troppo malagevole, o poco utile tu non pensi, e contento sie delle memorie delle cose, che sono più utili, e più hanno d’agevolezza; ammonir ti voglio perchè non riproviamo la memoria delle parole, perchè pensiamo, che si convenga, coloro, che delle cose agevoli si vogliono sanza molestia, e fatica agevolmente ricordare, nelle cose più malagevoli prima essere esercitati; e noi questa memoria delle parole non induciamo, perchè del verso ci possiamo ricordare; ma perchè per questa usanza utile quella memoria delle cose confermiamo, e da questa malagevole usanza sanza fatica a quella facile possiamo trapassare. Ma conciossiacosachè in ogni iscienzia debile è l’ammaestramento dell’arte sanza molto, e continuamente usarla; allora però nella memoria come vale la dottrina, se lo ammaestramento per istudio e fatica, e diligenzia non si conferma? Acciocchè molti luoghi tu abbia, i quali secondo lo ammaestramento ho fatti, dèi cura avere; e nell’ordinare le immagini spesso ti conviene adusarti. Niuna volta è, che non abbiamo alcuna cosa di volere tenere a mente, allora maggiormente quando siamo occupati in alcuno fatto maggiore; però conciossiacosachè sia molto utile ricordare agevolmente, non t’inganni, che quanta fatica ti convien durare, tanta dà utilità; lo che conosciuta, l’utilità potrai da te stesso estimare. Per più parole ammonire non ti voglio. (Guarda qui bene, che più malagevole sarebbe ad intendere questo scritto, che non sarebbe il testo solo, ma coniungendo poi questo scritto col testo, potrai assai bene intender questo, e non è proprio questo scritto, ma è il testo per vulgare, ma meglio sta il testo per lettera. Deo gratias. ) Explicit textus Tullii memoriae artificiosae vulgariter.

Note

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[1] Per intendere qui, e di sotto il sentimento di Tullio, conviene riportare le parole latine di lui, che sono iam domuitionem Reges Atridae parant, mal tradotte dal volgarizzatore

[2] Ci addivengono, ci avvengano, ci succedono.

[3] Il testo fra parentesi quadre è stato ripreso dall'ed. Nannucci

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Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2011