Bono Giamboni

Della miseria dell’uomo

Edizione di riferimento:

Della miseria dell’uomo, Giardino di consolazione, Introduzione alle Virtù di Bono Giamboni, aggiuntavi La scala dei claustrali, Testi inediti, tranne il terzo trattato, pubblicati ed illustrati con note dal dottor Francesco Tassi, presso Guglielmo Piatti, Firenze, 1836.

Questo Libro dà conoscimento perchè si possano consolare coloro,

che delle tribulazioni del mondo si sentono gravati. E dà inviamento

a coloro, che sono rei, di umiliarsi e convertirsi, considerando il loro

malvagio stato e pessima condizione, a die sono dati in questo mondo

e nell’altro. E dà conforto e vigore a coloro, che sono buoni,

di megliorare, per la speranza che mostra del loro guidardone,

Incomincia il prolago.

Pensando duramente sopra certe cose, laonde mi pareva in questo mondo dalla ventura essere gravato, sì s’infiammava d’ira e di mal talento spesse volte il cuore mio, e tutta la persona ne stava turbata: onde una notte, fortemente pensando, udii una boce, che mi chiamò, e disse: Che fai, Bono Giamboni? Di che pensi cotanto, e combatti te medesimo con tanti pensieri? Bene ti doverresti ricordare di quello che disse Boezio: Neuna cosa è misera all’uomo, se non quanto egli pensa che misera gli sia; perchè ogni ventura è a lui beata, secondamente ch’egli in pace la porta. Se’ tu forse di sì vano pensamento, che tu credi essere venuto nel mondo, e de’ pericoli del mondo non sentire? Male dunque ti ricorda del detto di Boezio, che disse: Non fue unque niuno uomo sì bene apposto [1] in questo mondo di ventura beata, che dello stato suo, per molti modi, non si potesse turbare. Certo e’ mi pare, quando bene mi penso, che abbia in te reggimenti chente dicono i Savi, che hanno coloro, a cui la ventura va molto diritta, e falli abbondare nella gloria del mondo, che sopra gli altri si cusano [2] tapini, quando da alcuna vile avversitade sono percossi, ponendo il pensiero loro solamente a quella traversia, e del bene che hanno non si ricordano niente. Onde non ti conviene questo modo tenere, se in questo mondo vuogli avere buona vita, ma partirti dai dolorosi pensieri, e stare coll’animo allegro, perchè lo stato dell’uomo, secondo l’animo è giudicato. Che essere in buono stato non ti varrebbe niente, se l’animo tuo il giudicasse reo e non s’appagasse; e però ne ammonisce Seneca, e dice: Discaccia e togli via dall’animo tuo ogni tristizia e dolore, e sappieti tosto in su le avversità consolare. E Salamone dice: L’animo allegro fa fiorire la vita dell’uomo; e, quello che è tristo, disecca l’ossa. E Panfilio dice: Non si conviene a neuno savio uomo di dolersi fortemente, ma di stare fermo e non mutarsi. Pogniamo che la ventura alcuna volta si muti, perchè non si trae frutto veruno del duolo, che l’uomo piglia; ma veggiamo fermamente che se ne seguita danno; onde dice Salamone: Secondo che rode la tignuola il panno, e il vermine il legno, così rode la tristizia il cuore dell’uomo. E un altro Savio disse: T’asciuga le lagrime e guarda che fai, perchè del duolo non ne seguita frutto veruno; però discaccia la tristizia col senno e colla temperanza tua. E non solamente si dee discacciare la tristizia dal cuore dell’avversità delle altre cose, che sono più vili, ma della morte del figliuolo e dell’amico caro ne ammonisce Seneca, che dice: Nè per morte di figliuolo, nè d’amico caro, si contrista il savio uomo, perchè soffera quella secondo ch’egli aspetta la sua. Non dico io che delle avversità, che tu hai, non ti debbia al postutto dolere; perchè dice Seneca: Acconcia l’animo tuo, e turbati del male, e del bene ti allegra. E Santo Pagolo disse: Tra gli allegri si dee l’uomo rallegrare, e tra’ tristi turbare. Ma di questo t’ammonisco, perchè il dicono i Savi, che delle tue avversitadi ti debbia tosto consolare, e non vi debbia porre il tuo pensamento, se non in quanto credessi poterle schencire [3], o schifare; perchè i miseri pensieri fanno misera la vita dell’ uomo. E cotanto hae ciascuno inverso sè di miseria, quanto pensando se ne fa egli stesso. E chi sopra tutte le avversitadi, che gli incontrano nel mondo, vorrà pensare, non sentirà mai che bene si sia; perchè questo mondo non è altro che miseria. E da Dio fue dato all’uomo perchè qui dovesse tribolare e tormentare [4], e portasse pene delle sue peccata; per la qual cosa valle tenebrosa di lagrime fue questo mondo dalla Scrittura appellato, perchè secondo che la valle è luogo di sotto, e discorronvi tutte le acque, le fecce e sozzure, così il mondo è luogo sottano; e sopra le genti, che nel mondo sono, discorrono tutte le tribolazioni e le angosce e le pene, e stanno mai sempre in lutto e in pianto. Ma quelli sono meno tormentati, che per pazienza sanno le cose passare, e comportare; perciò che la pazienza hae tale virtude, che tutte le avversitadi vince. E che il mondo sia così rio, come t’ho mostrato di sopra, vedi Santo Job, che disse: Perchè sono io uscito del ventre della madre mia, acciocchè io vegga fatiche e dolori, e consumi i dì miei in confusione? E vedi che disse Salamone: Lodai maggiormente il morto che il vivo; e colui giudicai ancora più bene avventurato, che in questo mondo non nacque, ma nel ventre della madre tostamente fuggì la vita. E vedi di che pregò Iddio uno Profeta; disse: Trai di carcere, cioè del corpo, l’anima mia, ove non ha tranquillità [5], nè riposo; ove non ha pace, nè sicurtade; ove ha paura e tremore; ove ha fatica e dolore. Onde se Job, che fue santo e così grande appo Dio, e di pazienza a tutte le genti diede esemplo, e fue povero e ricco, e provò il bene e il male di questo mondo, favellando di sè medesimo, biasimò così la sua nativitade; se Salamone, che fue così savio re, e così ricco, ed ebbe tutti i dilettamenti del mondo, e appo Dio fue profeta grandissimo, ed in cielo e in terra fue glorioso, sopra la vita dell’ uomo diede cotale sentenza; e se il Profeta, veggendo la vita dell’uomo in cotanta miseria, pregò Dio che gli desse la morte, non ti dei tu crucciare, se ti senti gravato stando nel mondo, perchè chi arde, stando nel fuoco, non è da maravigliare. E se delle tue avversitadi vuogli pigliare consolamento, pensa sopra la miseria della vita dell’uomo, e vedi quello che ne è detto dalli Savi. E da che le tribulazioni altrui averai conosciute, sopra le tue ti potrai consolare; perchè dice uno Poeta che gli è grande consolamento ai miseri di trovare compagnia in su le pene. E fa’ con Dio [6], ch’io me ne vo, e più innanzi dire non ti voglio; perciò, se vorrai cercare la Scrittura, tutte le cose troverai dette da’ Savi. E nel partire che si fece la boce fui desto, e guarda’mi d’intorno, e non viddi nulla. Allora mi segnai, e umilemente orai, e dissi: Boce di sapienza e di beatitudine, che a me per consolarmi se’ venuta, dammi forza e vigore di trovare quello, onde tu, m’hai ammaestrato. E quando hei [7] così detto, mi levai ritto in piede del tenebroso luogo, ove pensando giacea doloroso, e cominciai a cercare la Scrittura, e a vedere i detti de’ Savi sopra la miseria della vita dell’uomo. E quando hei assai cercato e veduto e diligentemente considerato, sì si mosse il cuore mio a pietade, e cominciai, dirottamente a piagnere, pensando tanta miseria, quanta nella creatura dell’uomo, e della femmina avea trovata. Ma tuttavia pigliai consolamento, perchè trovai detto per li Savi, che niuno altro pensiero umilia così il cuore dell’uomo e della femmina, come in pensare e riconoscere la miseria sua; onde dice uno Profeta: In mezzo di te è la cagione perchè ti dei umiliare. Non andare dunque cercando le cose del cielo, non quelle della terra, non niuna altra cosa strana; se umiliare ti vuogli, te medesimo pensa. E colui, che bene penserà quello, ch’egli è, e riconoscerà sè medesimo, se non si aumilia, sarà peggio che bestia; perchè si dice del paone, che quando egli leva in alto la coda, e vedevi cotanta bellezza, va molto allegro e superbio; ma, quando volge l’occhio alla sozzura de’ suoi piedi, immantinente si umilia e china la coda. Ed io considerando che l’umiltade è quella virtù, per la quale l’uomo è più piacevole a Dio, che niuna altra cosa, e che è cominciamento e fondamento di colui, che vuole intendere al servigio di Dio, secondo che dice Santo Bernardo: Per l’umiltà sarrai [8]  alla grandezza; ed è questa la via, e altra non si trova che questa: e chi per altra via vuole salire, cade poscia ch’è montato; sì mi posi in cuore, di molti detti di Savi, che aveane trovato, di fare una operetta, nella quale io mostrassi per ordine tutta la misera condizione dell’umana generazione, non per neuna burbanza di vanagloria, ma per comune utilità degli uomini e delle femmine, sì come degli alletterati, come de’ laici [9]; acciò che leggendo, e udendo leggere altrui, in questo libro riconoscano la loro miseria, ed abbiano via e modo d’umiliarsi e di convertirsi, e di tornare al loro Creatore, considerando il loro pessimo stato, e misera condizione, a che sono dati in questo mondo e nell’altro. Ed avvegna che per umiltade diventi vile l’uomo al mondo, non dee lasciare perciò d’essere umile; però che secondo che la luce non si conviene con le tenebre, e la giustizia con la niquitade, e Iddio col Diavolo, così è impossibile cosa a essere uomo chiaro e piacevole al mondo, e glorioso e grande appo Dio. E però disse Santo Bernardo [10]: Impossibile cosa è all’uomo di poter avere i beni di questo mondo e dell’altro, e che qui il ventre e colà la mente possa empiere, e che di ricchezze a ricchezze passi, e in cielo e in terra sia glorioso. Onde chi al mondo piace, a Dio piacere non puote; e quanto l’uomo è più vile al mondo, di tanto è più prezioso e grande appo Dio. E però Santo Paolo [11], nella pistola sua, favellando di sè e degli altri Apostoli, disse: Domineddio fece noi Apostoli vilissimi, e al parere delle genti via più sottani che gli altri, ed uomini quasi pur della morte, e come una spazzatura del mondo. Appare dunque che a umiliarsi e avvilarsi [12] l’uomo per Dio non è abbassamento, ma accrescimento; e però dice il Vangelo: Colui che s’aumilierà sarà esaltato, e chi si esalta sarà umiliato. E avvegna che conosca bene, che io non sono di tanto senno, ch’io sia sofficiente da potere pienamente dire quello che nuovamente ho trovato, e che si converrebbe a così utile Trattato, impertanto io non mi rimarrò di sforzarmi di dire quello che ho ritrovato, per dare inviamento a coloro, che sono più savi di me, di compiere ed amendare quello che male, o meno per me fosse detto. Ed io ne starò volentieri al loro compimento, considerando che così sono trovate tutte le scienze, che l’uomo hae incominciate: e l’altro veggendo il detto di colui, sopra quella materia ha trovate nuove cose, laonde tutte le scienze in questo mondo sono avanzate.

Qui si comincia il Libro, e ponsi sopra quante cose

tutto il Libro dee trattare, e mostrasi l’ordine, che dèe tenere.

A mostrare la misera condizione dell’umana generazione, ci conviene tenere certo ordine, perchè le cose ordinate sì s’immaginano meglio, e più tosto si apparano, e più agevolmente si ritegnono. E fia l’ordine questo, che in prima diremo tutta la miseria dell’uomo e della femmina dall’ora che è creata, infino all’uscita del ventre della madre; e di questo faremo il primaio trattato. Appresso diremo di tutta quella miseria, che sostiene la creatura dall’entrata che fae nel mondo alla vita, infino alla morte sua. E perchè ci viene ad avere dolore, e fatica, e paura, e morte, sì faremo il secondo trattato quello, come la creatura ci viene ad avere dolore; il terzo, come ci viene ad avere fatica; il quarto, come ci viene ad avere paura; il quinto, come ci viene ad aver morte. E poscia diremo della miseria, che sostiene la creatura dopo la morte; e perchè si fa cibo de’ vermini, ed esca di fuoco, e massa di sozzura, sì faremo di questo il sesto trattato. Appresso diremo della beatitudine e della gloria del giusto. Da sezzo diremo della sentenza del die del giudicio; e quivi si finirà l’opera nostra, e sarà divisa in otto trattati.

DELLA MISERIA DELL’UOMO.

Incomincia del Primaio Trattato, e l’ordine suo.

Sopra il primaio trattato, cioè a dimostrare la miseria della creatura dell’uomo e della femmina dall’ora, che è creata, infino all’uscita che fa del ventre della madre, sì terremo quest’ordine, che in prima diremo della miseria che è nella creatura, perchè nasce nel peccato originale. Appresso della miseria, che è in lei per la viltà della cosa, onde è fatta. Appresso di quella ch’è in lei per la sozzura della cosa, ond’ella si nutrica e cresce nel ventre. Appresso di quella ch’ è in lei per le pene, che dà alla madre stando nel ventre; e di quelle che le dà nell’uscita, che fa nel mondo. Appresso di quella ch’ è in lei per la viltà della cosa, a che è assimigliato per li Savi quegli ch’esce nel mondo. E qui sarà finito il trattato primaio.

CAPITOLO I.

Della miseria, eh’è nella creatura nella sua creazione,

perchè nasce nel peccato originale.

Nasce la creatura nel peccato originale, perchè e’ si crea in pizzicore di carne, e in morsura, e in incendio di lussuria. Il quale incendio s’ingenerò alla carne per lo primaio peccato d’Adamo e d’Eva; perchè, innanzi che peccassero, la carne loro non era ancora corrotta, e niuno disiderio la signoreggiava. Ma dipoi lo peccato si corruppe la carne, laonde le nacquero li disiderj, che la ’ncendono; e quello incendio corroppe il sangue, laonde s’ingenera la creatura. E però dice David nel Salterio: Creato sono nelle iniquitadi, e nel peccato generò me la madre mia. Ma l’anima si è pura e netta dal suo cominciamento, e fatta e creata da Dio sanza macchia, ma macolossi perchè si congiugne [13] colla carne corrotta, secondo che la pura e netta cosa si macola, se si mette in corrotto e brutto vasello. E per quello congiugnimento nasce all’anima il peccato originale, dal quale mondare non si puote sanza battesimo. Oh dura condizione dell’umana generazione, che, innanzi che pecchiamo, siamo maculati e costretti di peccato! E fue questo per lo primaio peccato, che commise Adamo ed Eva; laonde si dice nella Scrittura: I padri nostri manicarono l’uve acerbe, laonde i denti de’ figliuoli ne sono allegati [14].

CAPITOLO II

Della miseria, che è nella creatura, per la viltà della cosa onde è fatta.

Adamo nostro padre, il quale fu massa dell’umana generazione, e da cui noi siamo tutti discesi, fue fatto di terra limosa, cioè di terra e d’acqua mescolata, la quale si chiama fango in volgare; e però si dice nella Bibbia: Fece Iddio l’uomo di terra di limo. Ma quella terra, onde fue fatto Adamo, non era allotta corrotta, ma gli altri uomini e le femmine, che sono poscia discesi da lui, sono fatti di più sozza cosa, cioè di terra corrotta, e quest’è il sangue, laonde nasce la creatura, il quale è terra, che si corrompe per li disiderj e per lo incendio delia lussuria: i quali disiderj nacquero alla carne per lo primaio peccato d’Adamo e d’Eva, come t’hoe mostrato di sopra. E convertesi l’uomo poscia in cenere, la quale è pura terra sanza neuno altro mescuglio; e però si disse nella Bibbia, laove Iddio favellava all’uomo: Cenere se’, ed in cenere ti convertirai. Appare dunque che l’uomo, considerando la cosa, ond’egli è fatto, ha grandissima cagione d’umiliarsi, perchè la terra è il più vile alimento [15], che neuno degli altri; e nel ventre suo è posto il Ninferno, per la sua viltade, secondo che è in quello luogo, che dalla gloria del Paradiso è più di lunge che niuno altro. Che si dice, che la terra è posta in miluogo [16] di tutti i cieli, secondo che il punto della sesta è posto nel miluogo del cerchio, ed intorno da lei è posta l’acqua, ed intorno dall’acqua è posta l’aria, ed intorno dall’aria è posto il fuoco, e di sopra dal fuoco ha nove Cieli, l’uno appresso dell’altro; e quello ch’è di sopra s’appella Fermamento, perchè quivi sono fermate tutte le stelle, e perchè quivi si ferma il vedere dell’uomo, e non può più poscia vedere innanzi. Ma di sopra da quello n’hae uno altro maraviglioso, il quale si chiama il Cielo Empireo laove sono gli Angioli, e li Santi, e la gloria di Dio, ed è appellato Paradiso; dal quale luogo è la terra molto di lunge per la sua viltà, secondo che puoi di sopra vedere. E le altre cose sono fatte d’alimento più nobile, perchè dicono i Savi, che le stelle e i pianeti sono fatti di fuoco; i fiati e i venti sono fatti d’aria; i pesci e gli uccelli sono fatti d’acqua; e gli uomini e le bestie sono fatti di terra. E però disse Salamone, che gli uomini e le bestie sono d’una medesima condizione, e d’uno medesimo fine.

CAPITOLO III.

Della miseria ch’ è nella creatura per la cosa,

onde si nutrica e cresce nel ventre della madre.

Sta rinchiusa la creatura nel ventre della madre, quasi come in una carcere, nove mesi, avvegnachè ne sieno molte di quelle, che vi stieno pur sette; e cresce là entro del sangue, che cessa alla femmina da poi che è gravida, del quale s’ingenera alla creatura carne e grassezza; ma del seme dell’uomo si fanno alla creatura le ossa, le nerbora e le vene, le quali si vestono poscia di quello sangue, secondo che dice Galieno: il quale sangue, secondo che dicono altri Savi, è molto abominevole e corrotto. E la femmina, che ha quel male, si è detta non monda; e chi allotta carnalmente si congiugne con lei, secondo la legge del Vecchio Testamento, dee essere morto. E per la sozzura di quello sangue, che ha la femmina nella pregnezza [17] ritenuto, si fa comandamento, che la femmina, che fa figliuolo maschio die quaranta, e se il fa femmina die ottanta, dalla Chiesa d’Iddio si debbia astenere [18].

CAPITOLO IV.

Della miseria eh’ è nella creatura per le pene, che dà alla madre

stando nel ventre, e per quelle che le dà nell’uscita, che fa nel mondo.

Infino a tanto che la creatura è nel ventre della madre, sì le dà molta gravezza ed angoscia, sicchè i medici in quel tempo l’hanno e giudicanla per inferma. E nel tempo, che ne vuole uscire, sì le dà molta pena e dolore; che, poscia che Eva peccò, e per quello peccato fue maladetta da Dio in questo modo, in dolore partorirai, non fue trovata pena, che passi quella. Onde si legge nella Bibbia, che Rachel, moglie che fue di Jacob, si morie in sul parto, per troppo dolore; e morendo chiamò il figliuolo, che allotta nacque, Begnamino, cioè figliuolo di dolore [19]. E per la grave condizione, ov’è la femmina in su quello punto, si è assimigliata per li Savi a colui che è in mare in gran tempesta. Ma questo interviene d’amendue loro, che non si ricordano del male, che hanno sofferto, da che passato ne hanno il dubbio: e fallo il mercatante per lo disiderio del guadagno; ma la femmina il fa per l’allegrezza della creatura, che è nata nel mondo. Onde se vuogli bene pensare, la femmina ingenera il figliuolo in incendio ed in sozzura di lussuria, e partoriscalo con pena e con dolore, e notricalo con fatica e con angoscia, e guardalo con sollecitudine e con paura; ma tutto le piace per lo stimolo della natura [20].

CAPITOLO V.

Della miseria eh’è nella creatura, che nasce nel mondo,

per la viltà della cosa, a che è assimigliata per li Savi.

La creatura dell’uomo e della femmina, che nasce in questo mondo, è appellata per li Savi un albore travolto [21], che le sue radici sono i capelli; il pedale, si è il capo col collo; il fusolo [22] del pedale, si è il petto col corpo; i rami, sono le braccia e le coscie; le frondi, sono le sommitadi e le dita. E questo è quell’albero, onde la Scrittura dice, ch’è foglia, ch’è menata dal vento; ed è stoppia, che dal sole è seccata. E perchè l’albero buono e reo si conosce per lo frutto, secondo che dice il Vangelio, per lo frutto possiamo fermamente vedere ch’e’ crea [23], perchè gli altri albori da sè producono foglie, e fiori, e frutto; ma questo da sè lendini, e pidocchi, e lombrichi Quelli hanno da sè vino ed olio e balsimo; e questo ha da sè sputo, e feccia ed orina. Quelli hanno da sè soavissimi odori; e questo ha da sè abominevoli fiati. Chi bene dunque vuole pensare la miseria, ch’è nella creatura anzi che nasca in questo mondo, per le cose che sono dette di sopra, cioè come è nata in peccato, e di vile cosa fatta, e di che si notrica e cresce nel ventre della madre, e come dae alla madre molta pena stando nel ventre, e nell’uscire che fa nel mondo, e ch’èe quello, che nel mondo esce, molto hae grande cagione d’umiliarsi; e però disse uno Profeta: In mezzo di te è la cagione perchè ti dei umiliare.

Qui si comincia il Secondo Trattato del Libro, nel quale si dice

delle doglie e delle tribulazioni e delle pene, che soffera la creatura

 poi che è nata nel mondo; e pongonsi i Capitoli di che si dee trattare.

Compiuto è di dire sopra il primaio trattato, cioè di tutta la miseria, che è nella creatura dell’uomo e della femmina dall’ora, ch’è creata, infino all’ uscita che fa del ventre della madre. Or ti voglio dire della miseria, e delle angosce e delle tribulazioni, che soffera poscia ch’è nata e venuta in questa misera vita. E perchè ci viene a sofferire dolore, fatica, paura e morte, sì ti voglio in prima mostrare come ci viene a ricevere dolori e pene e tribulazioni: e di questo faremo il secondo trattato, e terremvi quest’ordine, che prima ti diroe delle doglie, che soffera la creatura dell’uomo e della femmina incontanente ch’è nata. Appresso ti diroe delle doglie e delle tribulazioni e delle pene, che porta l’uomo e la femmina da che va innanzi co’ dì suoi. Appresso ti diroe le pene e le doglie della fine della vita dell’uomo, cioè della vecchiezza. E da sezzo ti porroe certi rimedj, che dee pigliare l’uomo e la femmina sopra le tribulazioni e le angoscie e le pene, che conviene loro sofferire nel mondo.

CAPITOLO I.

Delle doglie e pene, che soffera la creatura

incontanente eh’è nata in questo mondo.

Sì tosto come è nata la creatura dell’uomo e della femmina in questo misero mondo, il quale luogo è appellato per li Savi pellegrinaggio, e valle di lagrime, sì si duole perchè nasce ignuda; onde dice uno Profeta: Ignudo sono nato nel ventre della madre mia, e ignudo debbo alla terra ritornare. E se nasce vestita, or odi di che vestimenta: d’una brutta e vile pelliccila [24], tutta sanguinosa; e questo è quel vestimeuto, del quale Tamar, moglie che fu di Giacob [25], quando, ebbe partorito, disse: Perchè è da me divisa la materia mia? E per quella cagione chiamoe il nome del figliuolo, ch’allotta nacque, Phares [26]. E duolsi la creatura per la detta cagione, perchè nascendo ignuda si sente freddo e caldo di soperchio, perciò che esce di luogo temperato, cioè del ventre della madre, e viene in luogo distemperato, cioè all’aria di questo mondo, che è sempre distemperata, quanto alla natura dell’uomo; e perciò trae guai e dice il maschio A, e la femmina E, le quali boci significano guai e duolo [27]. Per la qual cosa manifestamente possiamo vedere, per la primaia operazione della creatura che fae nel mondo, che tutti quelli, che nascono da Adamo e da Eva, dicono e possono dire A, ovvero E, cioè guai a me, perchè sono io nato? E però dice il Savio: Perchè è data al misero luce e vita, la cui anima è sempre in amaritudine? Beati quelli che prima muoiono che nascano, e prima conoscono la morte che la vita. Ed anche incontanente che è nata la creatura ha in sè un’altra miseria, che nasce sanza senno, e sanza favella, e sanza niuna virtude. Èe debole e fievole; è poco isguagliata [28] dalle bestie, e in molte cose ha in sè più di miseria, perchè quelle incontanente che sono nate vanno, ma questa non ha in sè alcuna potenza.

CAPITOLO II.

Delle doglie e delle tribulazioni e delle pene,

che soffera la creatura da che va innanzi co’ dì suoi.

Veduto delle doglie, che riceve la creatura dell’uomo e della femmina incontanente ch’è nata, sì ti voglio mostrare di quelle, che riceve poscia che va innanzi co’ dì suoi. E riceve la creatura doglie e pene in questo mondo per sè e per la sua propria persona, e per le cose che disidera ed ama. Per sè e per la sua persona, riceve pene di caldo, di freddo, di fame e di sete, di febbre e di doglie, e di fedite e di percosse, e d’altrettanti malori, che e’ Savi uomini, che hanno fatto la fisica, non gli hanno ancora tutti saputi trovare. E riceve doglie da tutti gli animali mordaci, e da tutti quelli che sono velenosi, e da tutti i frutti, ed erbe ed altre cose, che sono in su la terra e nel cielo e in nel mare, che offendono la natura dell’uomo. Per le cose che l’uomo disidera ed ama riceve doglie, siccome per le ricchezze se si perdono, e per gli onori se non si possono avere, e per li disiderj se non si possono compiere, e per la moglie e per li figliuoli, e per i parenti, e per gli amici, e spessamente per lo prossimo. E chi è di sì duro cuore, che quando egli vede la morte, o la tribulazione del parente, o del prossimo, o dell’amico suo, che non se ne doglia, o duramente non ne pianga ? Onde si legge nel Vangelio di Cristo, che quando egli vide piangere Santa Maria Maddalena e le altre persone, che vennero con lei al monimento di Lazzaro, sì si dolvè [29]  nell’animo e turbò se medesimo e cominciò a lagrimare, avvegna che la cagione del suo duolo fue maggiormente, perchè egli intendea di rivocare Lazzaro, ch’era morto, alle miserie della vita. E a dire tutte le tribulazioni e le pene e le doglie, laonde le genti si dogliono in questo mondo sì per sè, come per le cose che amano, non mi voglio affaticare, perchè sono tante, che non ne potrei venire a capo; onde dice uno Poeta: Tante sono le tribulazioni del mondo, che non fue onche [30] veruno, che solo uno die potesse avere riposo, che per alcuno modo non sentisse di doglia. E Santo Job disse: La carne infino che vive si duole, e lo spirito fra sè medesimo piange.

CAPITOLO III.

Delle doglie, pene e miserie, che soffera la creatura dell’uomo

e della femmina nella fine della vita, cioè nella vecchiezza.

Il sezzaio duolo, che soffera l’uomo, si è la vecchiezza, la quale non si può schifare per neuna medicina di medico. Ed è la vecchiezza sopra tutti gli altri mali, perciò che ella infrigidisca il cuore, e languire fa lo spirito, e il capo crolare, e fa la faccia rigata [31], e la bocca fiatosa, e i denti fracidi, e il dosso chinato, e menoma il vedere, e l’udire, e l’odorare, e il saporare, e scipidisce [32] il toccare. E muta la vecchiezza all’uomo i reggimenti, perchè l’uomo ch’è vecchio, avaccio crede, e tardi discrede; tostano è del favellare, e tardo è all’udire; ed è cupido, e tenace, e lamentevole, e tristo; loda i fatti e le cose antiche, e dispregia quelle d’ora. E per tutto quello, che hai udito del vecchio, non t’insuperbire contra lui, e non lo avere a dispetto; ma pensa, come dice il Savio, che dei pensare di lui: Quello che noi siamo, fue già questi; e quello che è questi, saremo noi, se v’ aggiugneremo.

CAPITOLO IV.

De rimedj, che dee pigliare l’uomo in su le tribulazioni,

e de’ beni che ne incontra a colui, che i rimedj serva. E del primo bene.

Brevemente abbiamo veduto delle tribulazioni e delle doglie, che soffera l’uomo e la femmina in questo mondo; or ti voglio dire certi rimedj, i quali in su le tribulazioni si vogliono usare. Se alcuna persona si sente di tribulazioni gravata, si dee pensare e diligentemente vedere, se egli le puote schifare, o schiencire [33]; e deesi apparecchiare dinanzi che non vengano; onde dice il Savio: Dallo incominciamento contrasta a’ mali, perchè la medicina poscia tardi si piglia [34]. E se fuggire non le puote, dicono i Savi, che non le dee l’uomo colpare, nè biasimare, perchè colperebbe colui, i cui giudizj sono segreti appo noi, e tutte le cose fa per lo meglio; ma deesi guernire e armare di pazienza, perchè ella è verace rimedio di tutti i dolori, e porto sicuro, al quale chi ricorre non teme tempesta d’alcuna avversità, che gli avvenga. Per la qual cosa dicono i Savi, che la pazienza passa tutte le altre virtudi; e sono dette vedove, se non sono di pazienza fermate. E chi le tribulazioni porta e soffera in pace, se glie ne seguitano molti beni; e chi in pace non le porta, se gli conviene sofferirle al postutto, e da Dio non è meritato: ed è questi il primaio bene, che se ne conferma l’uomo e la femmina più nella grazia di Dio, e diviene più perfetto; onde dice l’Apostolo: Ogni virtude nell’ avversitade diventa più perfetta. E Santo Girolamo vogliendo mostrare come le tribulazioni, quando si portano in pace, puliscono e megliorano l’uomo, e fannolo diventare più perfetto, sì ne pone sue similitudini, e dice: Quello che aopera la fornace all’oro, e quello che aopera la lima al ferro, e quello che aopera il coreggiate al grano, quello aopera [35] la tribulazione all’uomo giusto; perchè naturale cosa è della pazienza, che quanto più d’avversitadi è percossa, tanto più cresce sua potenzia, e più nella grazia di Dio si conferma. E dicono i Savi, che così naturalmente è in tutte le cose che aoperano per potenzia, che cresce ed inforza la potenzia e la virtude loro, quando di contrario trovano rintoppo. E però il fabbro, quando il fuoco vuole fare più valoroso, sì vi spruzza su dell’acqua; e quando vuole temperare il ferro, sì lo scalda e tiene nell’acqua fredda, che subito lo spegne. E per questa via dicono i Savi, che il sole è più caldo nel mare, che non è in su la terra, per lo rintoppo del freddo, che trova nell’acqua; così cresce e rinforza la virtù del pacifico, se d’avversitade trova rintoppo, e più si conferma nella grazia di Dio.

CAPITOLO V.

Del secondo bene, che nasce all’uomo

di portare le tribulazioni di questo mondo in pace,

Il secondo bene, che nasce all’uomo di portare in pace le pene, si è che se ne fa a Dio simigliarne; onde dice l’Apostolo: Con ciò sia cosa che Cristo abbia portata e sofferta molta pena nella carne sua, e voi v’apparecchiate di somigliante pensiero. E chi fue onche verace figliuolo di Dio, che per questa via non passasse? Pensa d’Abel, che fue il primaio giusto nel mondo, come da Caino fue morto per invidia. Pensa de’ Profeti, e degli Apostoli, e de’ Martiri, come furono straziati e tormentati; onde di sè medesimo disse Santo Paulo: Chi è quegli, che abbia sofferte pene, ed io noe? E quando n’hae compitate [36] assai di quelle, che in mare e in terra avea sofferto, sì dice: Dato è a me lo stimolo della carne mia, cioè l’Angelo Satanas, che mi offenda, però adorai a Dio tre volte [37], che lo sceverasse da me; e Dio mi rispose, e disse: Basti a te, Paulo, la grazia mia. Onde dice l’Apostolo, che coloro che pietosamente [38] vogliono vivere in Cristo, bisogno fa che siano perseguitati. Se questa è dunque la via de’ buoni, non vuole essere buono chi delle tribulazioni del mondo non vuole sentire. E altrove dice l’Apostolo; Figliuolo mio, non avere in negligenza la disciplina e il gastigamento di Dio, imperò che cui [39] egli riceve per figliuolo sì il gastiga, e gastigandolo sì il flagella e tormenta. E poscia conchiude, e dice: Se tu se’ fuori de’ suoi gastigamenti, de’ quali sono partefici tutti i figliuoli, dunque non se’ tu figliuolo legittimo di Dio, ma bastardo. Chi vuole dunque essere figliuolo di Dio, si porti in pace le tribulazioni del mondo, le quali sono il suo gastigamento.

CAPITOLO VI.

Del terzo bene, che nasce all’uomo di portore le tribulazioni in pace.

Il terzo bene, che nasce all’uomo di portare le tribulazioni in pace, si è che e’ ne merita d’avere gloria; e se non le porta in pace, sì glie le conviene sofferire al postutto, e da Dio non è meritato. E perchè poche pene in questo mondo, in pace sofferte, meritano nell’altro molta gloria; e poca gloria nel mondo merita nell’altro molta pena, sì disse uno Savio: Quello che ne diletta nel mondo è cosa di momento, e quello che ne tormenta nell’altro dura mai sempre. E l’Apostolo disse: Non sono degne nè d’agguagliare le passioni di questo mondo, nè di questo tempo, alla gloria di vita eterna, la quale sarà aperta e data a noi. Che agguaglio puote essere dalla cosa finita a quella, che non ha fine; dalla cosa piccola alla grande, dalla cosa temporale alla eternale? E però disse Santo Pietro [40]: Il Signore di tutta la grazia ne ha chiamati nella sua gloria eternale, per sofferendo nel nome di Cristo poca cosa. E Salamone disse: Di poca cosa tormentati, in molte cose saremo bene disposti [41]. Onde acciò che, per la pazienza delle tribulazioni di questo mondo, l’uomo e la femmina meriti quella grandissima gloria di vita eterna, si dee adunque essere la sua pazienza come l’oro, il quale per lo fuoco non menova [42], ma diventa pulito; nè per le percosse non si fiacca, ma sotto quelle si stende; e per le fedite non risuona, secondo che non risuona il vasello, il quale è pieno, ma se è vuoto, per le percosse rimbomba e fa grande suono. Così l’uomo, ch’è ripieno della grazia di Dio, se d’ingiurie è percosso, sanza rammarichìo le soffera in pace; e se ne è vuoto, sì se ne cruccia e lamenta; onde dice il Savio: Se vuogli provare chente è l’uomo, assaliselo d’ingiuria; perchè dice Santo Piero: L’uomo che s’infinge d’essere buono, l’ingiuria se gli è fatta il manifesta. E però, nella fine di tutte le altre beatitudini, si pose nel Vangelio la pazienza; e disse: Beati quelli che sono perseguitati e ingiuriati, perchè di loro è il regno di Dio. Come si può sapere in altro modo, se l’uomo è pacifico, o umile, se e’ non s’assalisce d’ingiuria? Imperò colui, che pazientemente sostiene le tribulazioni di questo mondo, le quali sono i gastigamenti, che Dio fa a coloro, cui egli hae per figliuoli, si fia erede del regno di cielo; onde dice l’Apostolo: Se noi siamo compagni di Dio nelle passioni, sì saremo suoi compagni nelle consolazioni.

Qui si comincia il Terzo Trattato del Libro, nel quale si dice delle fatiche.

Ponsi sopra quante fatiche si dee dire, e mostrasi l’ordine che dee tenere.

Detto aviamo di sopra delle doglie e delle tribulazioni e delle pene, che soffera l’uomo e la femmina iu questo misero mondo; or ti vo’ dire delle fatiche, e questo sarà il terzo trattato, il quale è grande, e molto utile a sapere. E dicono i Savi, che secondo che l’uccello è nato a volare, e il pesce a nuotare, così è l’uomo alla fatica; e tutti i dì suoi sono di cure e di sollicitudini pieni, e anche la notte non posa, ed avviengli questo per lo peccato primato, che commise Adamo ed Eva; laonde si legge nella Bibbia, che Dio, maladicendoli, disse: Nel sudore del volto tuo ti sarà dato il pane tuo. E però disse Salamone: Una fatica grande, e uno giogo grave è nato sopra tutti i figliuoli d’Adamo, dal die dell’ uscita del ventre della madre in fino al die della sepoltura nella madre di tutti, cioè nella terra, la quale è detta nostra madre, perchè quindi siamo tutti fatti. E perchè del suo sudore conviene trarre all’uomo la vita sua, secondo la maladizione, che data gli fue, disse uno Savio, che Dio ed il lavorare danno all’uomo tutte le cose. Dàlle Iddio, mettendovi la grazia sua nel suo lavorìo; e dàlle il lavorare, perchè apparecchia quello, onde la grazia di Dio viene; la quale non verrebbe, se l’uomo non lavorasse. E però, disse bene uno Savio: Dà Iddio a noi tutte le cose, ma non come al bue dae le corna; ma se lavoriamo ed affatichiamo. E sono le fatiche dell’uomo tante, che non si potrebbe ora dire sopra tutte. Ma dirotti sopra quattro principali, per le quali l’uomo in questo mondo maggiormente s’affatica. L’una si è per divenire savio delle cose; la seconda, per ragunare ricchezze; la terza, per li disiderj della carne; la quarta, per le signorie e per gli onori. La prima, cioè per essere savio delle cose, avvegna che sia fatica vana, si è molto vaga e naturale all’uomo, e ciascheduno vi si affatica volentieri; e però disse uno Filosafo: Naturalmente disidera l’uomo di volere imparare. E uno Savio disse: S’io fossi sì presso alla morte, che già tenessi l’uno piede nel sepolcro, ancora s’io potessi mi penerei d’imparare. Le altre tre [43] sono fatiche di peccato, perchè delle ricchezze nascono cose ree, cioè cupiditade ed avarizia; e de’ disiderj nascono cose sozze, cioè ghiottornie e lussuria; e degli onori nascono cose vane, cioè vanagloria e superbia; e però l’Apostolo n’ammonisce di guardare e di fuggire tutte le dette fatiche, e dice: Non amate il mondo, nè le cose che nel mondo sono, perchè tutte sono disiderio della carne, o disiderio dell’occhio, o superbia della vita. Ed intende l’Apostolo per li disiderj della carne, la lussuria e la gola; e per li disiderj dell’occhio, le ricchezze; e per la superbia della vita, le signorie e gli onori. E vogliendo dire di queste quattro, nelle quali maggiormente s’affaticano le genti del mondo, si terremo quest’ordine, che prima diremo le fatiche, che soffera l’uomo per divenire savio delle cose; appresso diremo di quelle che soffera per le ricchezze, e di molte altre cose, che si convegnono a quella materia. Appresso di quelle, che soffera per li disiderj della carne; e appresso diremo di quelle, che soffera per le signorie e per gli onori.

CAPITOLO I.

Delle fatiche per divenire savio delle cose,

e come da sezzo tornano a vanità ed a nulla.

L’uomo che vuole divenire savio delle cose, s’affatica molto in udire e in vedere, in immaginare ed in pensare, per poter vedere e ricercare molte cose, acciò che le appari; onde dice uno Savio: Per lo studio la sapienza cresce. Ed anche s’affatica in ricevere volentieri i gastigamenti che fatti gli sono; onde dice Salamone: Colui si sforza d’essere savio, ch’ode volentieri quando è gastigato; e colui che gli ha in odio, si fa matto. Anche s’affatica in insegnare altrui; onde dice uno Savio: L’uomo insegnando appara. E anche per rincorrere [44] e rivedere quello, ch’egli ha già imparato; onde dice uno Poeta: Come ruguma il bue il cibo, che piglia, così dee l’uomo rincorrere quel che ha già imparato. E bastargli le dette fatiche tutto il tempo della vita sua; onde dice uno Savio: Uno medesimo termine dee essere di vivere, e di volere imparare. Ma odi come sono vane le dette fatiche, e come tornano a nulla. Dice uno Savio: Per istudio di molto tempo s’appara vilissima cosa; e quello che s’appara è niente, perchè non si possono le cose per l’uomo perfettamente sapere; onde dice Salamone: Sia uno che die e notte vegghi e sopra le cose pensi, quanto più s’affaticherà di cercare, tanto da sezzo troverrà meno. Ed interviene perocchè, quando l’uomo vuole trovare la verità d’una cosa, fa bisogno ch’e’ salti in un’altra, e di quella in quell’altra, tanto che gli conviene ritrovare il principio, cioè Dio: e quando è venuto a lui, nol può comprendere, nè cercare; onde dice uno Savio: I cercatori della maestade sono compresi [45] dalla gloria. Ed è a dire, che colui, che si mette a cercare d’Iddio, si è soprappreso di tante cose, che le opere e i fatti d’Iddio lo abbagliano. E uno Savio dice: Vennero meno i cercatori di cercare [46], perchè passa lo intendimento dell’uomo a cercare alte cose, le quali non può trarre a capo. E però disse bene un altro Savio: Se tu vuogli sapere, sappia questo per certo, che tu non sai nulla, perchè chi più sa più dubita; e colui, che intende meno, a lui pare più di sapere. Or pogniamo che potessi venire a capo del tuo intendimento, e conoscessi le alte cose del cielo, e le profonde cose del mare, e le maravigliose cose della terra; di tutte sapessi trattare e ammaestrare e rendere ragione, non troverresti di tutte queste cose se non fatica e dolore. Ben seppe queste cose Salamone, che disse: Io, re di Gerusalemme, mi proposi nel cuore mio di cercare saviamente tutte le cose, che si fanno sotto il sole (e questo pensiero pessimo diede Iddio a’ figliuoli degli uomini), e vidi e considerai tutte le cose, che si fanno sotto il sole, e trovai in tutte vanitadi ed afflizione di spirito, e neuna cosa potere durare sotto il sole. Ed altrove disse: Diedi il cuore mio a sapere la sapienza e la dottrina, e gli errori e le mattezze, e cognobbi che erano fatiche ed afflizioni di spirito, perchè in molta sapienza hae molto disdegnamento [47]; e chi vuole avere in sè scienza sì si aggiugne fatica.

CAPITOLO II.

Qui si comincia il Trattato della seconda fatica, cioè delle ricchezze.

Pongonsi i Capitoli sopra i quali si dee dire, e mostrasi l’ordine, che dee tenere.

Detto è già di sopra l’uno de’ quattro capitoli delle fatiche, cioè sopra quello, ove s’affatica l’uomo per divenire savio delle cose. Or ti voglio dire delle fatiche, che soffera l’uomo per le ricchezze, il quale è grande e molto utile a sapere. E tu, lettore, non t’inganni tanto l’amore loro, che tu non consideri bene il detto mio, acciò che ti sappi consigliare, che via sopra le ricchezze tu abbia a tenere, e quello che ne ammoniscono i Savi. Ed a trattare delle ricchezze sì terremo quest’ordine, che in prima porremo tutte le fatiche e i travagli, che soffera l’uomo per divenire ricco d’avere. Appresso come le dette fatiche si spendono ed alluogansi male, e duransi indarno, perchè le ricchezze sono vane e false. Appresso come per le ricchezze diventa l’uomo cupido in accattare, ed avaro in ritenere; e però diremo in prima sopra il vizio della cupiditade, appresso sopra quello dell’avarizia. Appresso ti porrò certe ragioni, che ne insegnano i Savi, perchè l’uomo non dee disiderare di fare ricchezze. Appresso ti mostrerrò aperta ragione perchè l’avaro non si sazia. Appresso ti mostrerrò colà, dove l’uomo dee fare tesoro, e di che cose. Appresso ti faroe certi capitoli, laove risponderemo a certe cose sopra le ricchezze, i quali sono molto utili a sapere. Appresso ti mostrerrò che cose dee in sè avere colui, che è povero, acciò che sia buona la sua povertade; e che cose colui, che è ricco, acciò che sia buona la sua ricchezza, e in quella si possa salvare.

CAPITOLO III.

Delle fatiche, che soffera l’uomo per divenire ricco d’avere.

Per ragunare ricchezze e diventare ricco d’avere, gli uomini discorrono e vanno per tutte le vie, e strade, e sentieri, e passano i monti, e le valli, e le alpi, e vanno per li fondi pericolosi del mare e de’ fiumi, e cercano le selve e i boschi e’ paduli, e mettonsi a’ venti ed alle piogge e a’ tuoni. Tra loro si combattono, e fanno furti e rapine; tra loro si contendono e tencionano e litigano; tra loro mercatano e fanno frode e inganno [48]. Ed acciò che brievemente ti dica, per le ricchezze si mettono e danno le genti a tutti i pericoli della terra, e del mare, e dell’aria, e del fuoco.

CAPITOLO IV.

Come le fatiche per diventare ricco d’avere s’alluogano male,

perchè le ricchezze sono false e vane, e ritornano a nulla.

- Le fatiche, che l’uomo soffera per le ricchezze, sì s’alluogano male, perchè sono le ricchezze vane e false; onde si dice nel Saltero: Figliuoli degli uomini, perchè siete voi di così vano cuore? perchè desiderate voi le vanitadi, e andate caendo le bugie? E appella le ricchezze vanitadi e bugie. E però per li Savi sono le ricchezze agguagliate all’ombra, la quale è vana in farsi e disfarsi spesso e molto agevolmente. È falsa, perchè mostra d’aver corpo, e non è nulla; così sono le ricchezze vane, perchè non istanno in istato; e sono false perchè danno vista di fare l’uomo in questo mondo beato, e nol fanno, ma spesse volte il fanno misero; e però dice Salamone: Viddi un’altra vanità sotto il sole, le ricchezze accattate a male ed a tribulazione del signore suo. E perchè le ricchezze sono vane e false, e le fatiche che vi si durano s’alluogano male, e ritornano a vanitade ed a nulla, disse Salamone: Magnificai l’opere mie, edificai case, piantai vigne, e feci orti e giardini, e orna’li [49] di tutte generazioni d’erbe e di piante, e feci vivai, acciò ch’io innaffiassi l’erbe e le piante fruttuose; e possedetti servi ed ancelle, ed ebbi molta famiglia, ed ebbi molti armenti: e grandi pecugli di pecore. Io aveva più abbondevolmente che gli altri signori, che furono dinanzi da me, e ragunai argento ed oro, e le ricchezze de’ re e delle provincie; e feci cantatori e cantatrici, ed ebbi tutti i dilettamenti, che per uomo si possono avere, o fare nel mondo: e ciò che assiderarono gli occhi miei, non negai loro; e quando mi rivolsi a guardare tutte le cose, che avieno fatto le mani mie, e la fatica, ove indarno avea sudato, vidi in tutto quello vanitadi ed afflizioni e cupiditade d’animo, e niuna cosa potere durare sotto il sole.

CAPITOLO V.

Come colui, che vuole diventare ricco, sì si fa cupido in accattare,

e avaro in ritenere. E in prima veggiamo del vizio della cupiditade.

Colui, che vuol diventare ricco d’avere, sì si fa cupido in accattare, ed avaro in ritenere: e in prima ti vo’ dire del vizio della cupiditade. Dice la Scrittura, che la cupiditade è capo di tutti i mali, e radice di tutti i peccati. Ella genera battaglie e furti e rapine; ella rompe i patti e’ saramenti e le leggi; ella corrompe i testimoni e le sentenze; ella fa tradire il paese, e disfare le comunanze; ella è cagione delle tentazioni di tutti i peccati, e però dice Salamone: Niuna è più pessima volontà che essere l’uomo disideroso di fare avere; la quale parola conferma l’Apostolo, e dice: Coloro, che hanno volontà d’essere ricchi, caggiono in su le tentazioni, e ne’ lacciuoli del nimico. E altrove dice: La cupiditade è la radice di tutti i mali, per la quale l’uomo è tentato d’ogni sozza cosa: e la tentazione ricevuta genera peccato; e il peccato compiuto genera mortalità eternale. E Seneca dice: La cupidità è una pistolenza crudele, la quale fa povero cui ella piglia, perchè non pone fine nel suo volere, ma della fine dell’uno disiderio fa capo dell’altro. E altrove dice: Niuna cosa diede Iddio migliore all’uomo che la mente; e la cupidità è la cosa, ch’ogni buono lume ne spegne. E perchè la cupidità è così sozzo peccato, ne fa Cristo uno comandamento, e dice: Non desiderare le cose del prossimo tuo, non la casa, non la terra, non niuno altro suo bene. E dice desiderare, perchè il desiderio è una cosa di tanta volontade, che ne pecca l’uomo in dandovi opera per averla in mal modo, o soprastando a’ pensieri; e questo cotale è detto cupido. Ma perchè l’uomo volesse che le altrui cose fossero sue, e non andasse più innanzi per averle in mal modo, non commetterebbe peccato, perchè il primaio movimento, che aopera la natura in volere, non è in podestà dell’uomo, e però non gli è imputato a peccato.

CAPITOLO VI.

Del vizio dell avarizia, il anale è in ritenere, e non in ispendere.

Avarizia si è propriamente quello vizio, che l’uomo usa in ritenere, e non in ispendere quando si conviene, e quanto, e dove. E sono questi i reggimenti dell’avaro, in addomandare è pronto, in dare è tardo, in negare è sfacciato. Egli spende malvolentieri, però vuota la gola acciò che empia la borsa; ed hae la mano rattrappata a dare, ed aperta e pronta a pigliare; e se dae alcuna volta, sì il fae per guadagnare, ma non guadagna acciò ch’e’ dea. E chiude l’avaro sì la mano a sè e ad altrui, che non si può dire ch’egli abbia ricchezze, ma che siano soppellite appo lui; onde dice uno Savio: Uomo, che se’ cenere, perchè per avarizia soppellisci l’avere? Se altri non dicesse ch’egli avesse ricchezze, secondo che l’uomo ha la febbre, perchè non hae l’uomo la febbre propriamente, anzi la febbre hae l’uomo, e tienlo malamente distretto; così le ricchezze tengono distretto l’avaro, perchè il tengono sempre in paura, o che non gli vengano meno, o che non gli siano tolte; e però disse uno Savio: Non puote avere mai vita sicura colui, ch’è avaro, perchè sempre vive in paura. E diventa l’avaro servo dell’avere; onde dice uno Savio: Se le ricchezze saprai usare, saranno serve; se no, sarai tu servo di loro. Ed Orazio dice: La pecunia raunata o ella signoreggia, o ella serve. E però è agguagliato l’avaro a colui, che coltiva le idole [50], il quale porta loro grandissima riverenza, e fae loro grandissimo onore, e mettevi grandissima speranza, e da sezzo non riceve da loro neuno beneficio, siccome da quelle, che non hanno potenza. Così l’avaro è molto sollicito e rangoloso [51] di raunare avere, ed usa molta fatica in ritenerlo, e pone nelle ricchezze tutto suo intendimento e speranza, e da sezzo non riceve da loro niuno beneficio, perchè dice uno Savio; che, spendendo le ricchezze, non ragunando, beneficiamo altrui. E l’avaro non le ispende, anzi sta nelle ricchezze, come sta la talpa nella terra, che non ne piglia quanto vuole, perchè sempre ha paura che non le venga meno; e come l’idropico, che, quanto più bee, tanto più arde con maggiore disiderio di bere. E però dice uno Savio; che la pecunia non sazia l’avaro, ma accendelo e fallo diventare più empio: e quanto più cresce il danaio, cotanto più monta l’amore. Ed è l’avaro reo a Dio, che non gli rende il debito suo; il quale è che lo ami, l’uomo, di tutto il cuore suo sopra tutte le cose: e l’avaro ama più le ricchezze, e a Dio le prepone. Ed è reo al prossimo, che nol sovviene nelle necessitadi, e ricusagli di fare quello, che gli è tenuto di fare; onde dice la Scrittura: Inchina al prossimo sanza tristizia l’orecchio tuo, e rendigli il debito tuo. E altrove dice: Chi ha misericordia del povero, rende al prossimo il debito suo, e a Dio presta a usura, a rendere cento per uno. Ed è reo a sè medesimo, e difrodasi [52] delle cose, che gli sarebbono buone ed utili, le quali doverrebbe pigliare, e non le piglia; e però dice uno Savio che, l’avaro non fa mai dirittamente bene, se non quando si muore, perchè la sua vita è rea ad altrui ed a sè, e la sua morte è buona a sè e ad altrui. E Salamone dice: L’uomo che è cupido, e tenace [53], è una sustanzia sanza ragione, il quale da che non è buono a sè, non sarà buono ad altrui, però non riceverà nè giuoco, nè sollazzo, ne alcuna allegrezza ne’ beni suoi, ma perderannosi con lui. E ragione è che si debbiano perdere, acciò che non venga a bene [54] quello, che non procede di bene: per la qual cosa possiamo vedere, che l’avaro è dannato in questo mondo e nell’altro.

CAPITOLO VII.

Pongonsi certe ragioni perchè l’uomo non dee essere cupido, nè avaro.

Assegnarsi per li Savi certe ragioni perchè l’uomo non dee essere disideroso con troppa cupiditade di fare ricchezze. La prima si è questa, l’entrata che fa l’uomo nel mondo, e poscia l’uscita, è povera; onde dice uno Profeta: La natura povero mi fece venire in questo mondo, e povero mi farà alla terra tornare. Dunque il mezzo, cioè lo stallo nel mondo, dee essere povero, acciò che s’accordi lo incominciamento col mezzo, e il mezzo con la fine; perchè dice il Savio, che quella cosa è perfetta, le cui parti s’accordano insieme. La seconda; dice la Scrittura, che l’uomo fue preposto a tutte le cose, e furgli date a calcare sotto i piedi; onde dice il Saltero: Signore Iddio, tu ponesti ogni cosa sotto i piedi all’uomo, le pecore, e’ buoi, e tutti gli altri animali della terra, gli uccelli del cielo, i pesci del mare, e tutte le cose, che per lo mare vanno. E per disiderare di fare ricchezze diventa l’uomo cupido e avaro, e fassi servo delle ricchezze; onde dice uno Savio: Se la pecunia ragunata saperrai spendere, sarà serva; e se no, sarai tu servo di lei. Ed Orazio disse: La pecunia ragunata o ella signoreggia, o ella serve. Onde se colui, che disidera di fare ricchezze, si fa servo dell’avere, ed alle ricchezze si sottopone, veracemente possiamo dire, che avvilisce e corrompe la natura sua nobile, la quale gli fue data nello incominciamento da Dio. La terza; l’uomo che vuole star contento alla natura, ed a quello che richiede la vita sua, e non seguitare la volontade, si abbisogna di poche cose; onde dice Boezio: Chi secondo natura vorrà vivere, non sarà mai povero, perchè la natura di poche cose si chiama contenta: e chi vorrà vivere secondo volontà, non sarà mai ricco, poscia che tutto il mondo sia suo. Onde se la natura, a quel che fa bisogno alla vita, richiede poche cose, perchè tu cupido ne agogni cotante? E la quarta; molte ricchezze richieggono molte fatiche sì in ragunarle, come in conservarle: e quello, onde la natura s’appaga a difendere la vita, con molto agevole fatica si guadagna e si ritiene. Dunque tu cupido perchè vuogli quelle grandi fatiche durare, e fare contra quello, onde t’ammonisce il Vangelio, che dice: Non siate solleciti di dire che manicheremo, o che beremo, perchè non fue onche veruno giusto abbandonato da Dio. La quinta; colui che si affatica di fare ricchezze, sì gl’incontra della sua fatica come dice il Vangelio, che fa a colui, che fonda e ferma la casa sua in su la rena, che quando ha fatto molto bello edificio, ed havvi durata molta fatica, si vengono i venti e discende la piova, e fassi di quello che è edificato grandissima ruina; onde dice Salamone: Il ricco, quando muore, niuna cosa ne porta seco; apre poscia gli occhi, e guardasi d’intorno, e non trova nulla.

CAPITOLO VIII.

Qui si prova apertamente perchè il cupido e l’avaro non si sazia.

Mostrasi aperta ragione perchè il cupido e l’avaro mai non si sazia. Dicono i Savi che l’animo dell’uomo è sì nobile e sì grande, che non s’empie se non per lo sovrano bene, il quale è compimento di tutti quanti i nostri disiderj. Ed il sovrano bene si è Iddio, e quello che puote empiere l’animo dell’uomo; e colui che d’amore si congiugne con lui è pieno, perchè dicono i Savi, che è fatto uno spirito ed una cosa con lui Ma i beni di questo mondo sono sì pochi, e sì vili, che l’animo dell’uomo non possono empiere; però colui, che pone il disiderio e l’amore suo nelle cose mondane, piglia questo bene e quell’altro, credendosi saziare ed empiere, ma non gli vien fatto, perchè nell’animo suo cape tutto ciò che trova, ed ancora via più innanzi che non trova, cioè il sovrano bene. Però non s’empie per quello che trova, anzi rimane vuoto, ed agogna; e dilungasi dal sovrano bene, cioè Iddio, per lo quale empiere si puole, perchè piglia tali beni, i quali pigliando, non puote pigliare lui; perchè dice il Vangelio, che niuno non puote pigliare Iddio e Mammone, cioè le ricchezze, perchè Dio non ha a fare niente col Diavolo, secondo che la luce non ha a far niente con le tenebre. E perchè il cupido e l’avaro empiere non si puote, si è per li Savi agguagliato al fuoco, il quale non resta mai d’ardere infino che trova cosa, ove egli si possa appigliare. E l’avaro sempre trova in questo mondo apprendimento [55], perchè non è niuno, che abbia tanto, che non sia via più quello, che non ha, laove si possa appigliare e porrevi li suoi disiderj. Ed è agguagliato al Ninferno, il quale riceve e non rende; ed al ritruopico [56], che quanto più bee, tanto più arde con maggior volontade di bere; onde dice Orazio: Cresce l’amore del danaio, quanto il danaio più cresce. E Seneca dice: La cupidità è una pistolenza crudele, la quale fa povero cui ella piglia, perchè non pone fine nel suo volere, ma della fine dell’uno disiderio fa capo dell’altro. E che le ricchezze non saziano altrui, possiamo vedere per assempro [57] di molti, che sono certi con poco avere, e con piccolo intendimento, via più agiati che molti altri, con grandi intendimenti fondati in molte ricchezze; e però disse Seneca: Non solamente è povero colui, che ha poco avere, ma colui che n’ha assai, ed anche ha bisogno di molte cose

CAPITOLO IX.

Qui si pone colà ove l’uomo dee far tesoro in questo mondo, e di che cose.

Qualunque persona vuole fare tesoro, si dee penare di farlo in cielo; e seguiti l’ammonimento del Vangelio, che dice: Tesaurizzate a voi il tesauro in cielo, ove non vi fia paura che il vi tolgano i ladroni, nè che la tignuola il si rodano, o la ruggine. E questo non vuole essere tesauro d’avere, ma di virtudi, le quali ornano l’uomo nella vita di questo mondo, e nella morte non l’abbandonano, come fa quello dell’avere, e la vita eternale gli donano. Ma del tesauro dell’avere di questo mondo ne fa Cristo agli Apostoli un altro ammonimento nel Vangelio, e dice: Non portate nè oro, nè ariento, nelle vostre cinture, perchè sì come il cammello non puote entrare nella cruna dell’ago, così malagevole cosa è al ricco a potere entrare nella gloria di Dio, perchè stretta è la via, e piccola la porta, che ne mena alla vita; e ampia è la via, e larga la porta, che ne mena alla morte. E lo Apostolo Santo Pietro, seguitando il detto ammonimento, disse al povero attratto, che gli chiedeva caritade alla porta del tempio: Oro e ariento non ho meco, ma di quello, che io ho, cioè dello Spirito Santo, ti dono: nel nome di Cristo ti leva, e va’ [58]. E chi il detto ammonimento non osserva sì glie ne possono incontrare molti mali, perchè chi nel mondo fa tesauro d’avere, si sta a rischio di perderlo, perchè i ladroni e rattori [59] il tolgono, e la tignuola e la ruggine il si rode; laonde l’uomo sempre mai sta dolente, perchè dice il Savio, che le ricchezze con molta sollecitudine e molto ingegno si guadagnano, e con molta fatica si ritegnono, e con molto dolore si perdono. E stanne a rischio della persona d’esserne morto, o preso, e di riceverne molti altri impedimenti, che le genti del mondo sono usate spesse volte di dare; onde dice Salamone: Molti n’ha già perduti l’ariento e l’oro; e colui che l’amerà, non sarà mai giusto. E altrove dice: Viddi un’altra vanità sotto il sole, le ricchezze accattate a male, ed a tribulazione del signore suo. E di colui ch’è povero d’avere, dice uno Poeta: Il viandante che è scosso d’avere canterà [60] sicuro, dinanzi a’ rubatori delle strade. E stanne a rischio di perdere l’anima, perchè quasi tutte le ricchezze o sono acquistate in mala parte per colui, che le possiede, o songli venute da colui, che in mala parte le ha guadagnate. E se il ricco, per le ricchezze, perde l’anima, non è stato buono cambiatore, perchè troppo malamente s’hae lasciato ingannare; onde dice il Vangelio: Che prode [61] è all’uomo se tutto il mondo ha guadagnato, e perde l’anima sua? Che cambio poterà egli ricevere in luogo di quella? per certo sì si puote dire, che non niuno.

CAPITOLO X.

Fassi questione, alla quale si risponde come puote essere di molti,

che, essendo ricchi d’avere, sono stati santi appo Dio.

Potrebbe altri addomandare, se così è malagevole al ricco di potere entrare nel regno del cielo, domandoti e di Giob, e di Giacobbe, e di David, che si dice nel Vecchio Testamento che furono molto ricchi, e furono santi e giusti appo Dio, e riposansi nel regno del cielo. Come puote essere questo? Rispondoti. Avvegna che sia malagevole al ricco ad entrare nel regno del cielo, non interviene per malizia delle ricchezze, nè perchè elle siano ree, anzi quanto in loro elle sono molto buone e utili all’uomo, perchè dicono i Savi, che elle sono reggimento della vita sua; e secondo che il corpo non puote vivere sanza l’anima, così sanza pecunia non puote l’anima col corpo lungamente durare, Ma interviene di loro come si dice del vino, il quale avvegna che sia buono da sè, e molto utile all’uomo, secondo il detto del Savio, che dice: Il vino buono, temperatamente beuto, conserva santade, e fa stare l’animo allegro; ma si fa molto reo nella persona di colui, che troppo ne bee, onde dice Cato: Chi, a cagione di vino, pecca, non ha iscusa veruna, perchè non è colpa del vino, ma di colui, che ne ha troppo beuto. Ed interviene di loro come della bella favella, la quale, quanto in sè, è molto buona ed utile all’uomo; ma, quando si congiugne con matta persona, è molto rea, e delle luogora dove è, grandissima pistolenzia; onde dice Salamone: La bella favella in matta persona, è come di porre uno coltello aguto e tagliente in mano d’uno furioso. Ed è di loro come di quella virtude, che rende l’uomo scalterito ed ingegnoso, la quale, quanto è in sè, è all’uomo molto buona, ma fassi molto malvagia e rea, quanto è rea la persona, che l’ha appo sè, e molto male se ne seguita. Così le ricchezze sono buone, quando è buona la persona, che le ha appo sè, e molto se ne seguita bene; ma quando è rea, sono dette ree, perchè accendono e danno vigore alla malizia sua per questa via. Colui che è reo, ed è ricco, sì si crede essere beato per le ricchezze in questo mondo, e però le ama, e ponevi il cuore e lo intendimento e la speranza sua in loro: e per averne assai ne commette ogni sozzo peccato, e fa contro all’ammonimento, che dà Isaia Profeta a coloro, che sono ricchi, e dice: Quale persona abbonda in ricchezze, non vi pogna il cuore, nè l’amore suo. Anche colui che è ricco, ed è reo, accende l’animo suo alle volontadi della carne, e lasciasi vincere alle tentazioni del nimico, e fassi vanaglorioso, e superbio, e ghiotto, e lussurioso, e macolato di molti peccati: e fa contro l’altro ammonimento, che dà Santo Paolo a’ ricchi, e dice: Possedete molte ricchezze, come se voi non aveste nulla. Ma coloro, che sono nominati di sopra, furono buoni, però fecero buone le loro ricchezze, e osservarono i detti due ammonimenti, laonde i ricchi, se gli osservano, si possono salvare; che, abbondando in ricchezze, e non le amarono, e non vi posero il cuore, nè la speranza loro, e furono di reggimenti [62] in rifrenare la volontade, e le tentazioni del nimico, come se non avessero nulla. E la cagione perchè dice il Vangelio, che è malagevole a coloro, che sono ricchi, d’entrare nel regno del cielo, si è questa perchè, secondo che malagevole cosa è a stare l’uomo nel fuoco, e non ardere, così è malagevole cosa avere l’uomo ricchezze, e non amarle; e possederle, e non peccarne, come se non ne avesse. Bene puote essere l’uomo di tanta fermezza, come furono coloro, che sono nominati di sopra, che puote bene vincere le malizie, che pigliano i rei per le ricchezze; ma pochi sono quelli che non perdano la prova; e però dice il Vangelio che l’erbe affogano molto il seme, che cade nella buona terra; ed è a dire, che le ricchezze spengono i buoni pensamenti, che caggiono nelle buone persone.

CAPITOLO XI.

Pongonsi certe cose, laonde pare che, siano migliori le ricchezze, che la povertade.

Furono certi, che dissono: Pogniamo che le ricchezze siano ree; io ti vo’ mostrare che la povertà è vie peggiore, però voglio fuggire povertade, e abbracciare ricchezze, perchè coloro, che sono poveri d’avere, di manicare, e di bere, e di vestire, e di calzare, sono male in arnese, e sono spregiati e scherniti, e mormorato è loro dietro, e però diventano tipidi [63] e vili e temorosi di richiedere altrui in su i bisogni, laonde la povertà maggiormente li distrigne. E sono molti di servigj richiesti e di fazioni gravati, e però se hanno alcuna cosa, sono costretti di non ne avere, e se non ne hanno, fa loro bisogno di pensare pur d’averne; e sì ne sono straziati e sono ingiuriati e battuti, e niuno se ne duole. Se gli è ingiuriato il ricco da altrui, ne guadagna; e se il ricco commette il peccato, il povero ne porta la pena; onde dice Orazio: Di ciò che tencionano i grandi, i minori e soggetti lo comperano. Per queste e altre molte miserie, che dell’uomo povero si potrebbero dire, disse Salomone: Meglio è a morire, che esser povero, però che i dì suoi sono tutti rei, e i fratelli lo hanno in odio, e gli amici e’ parenti di lungi si partono da lui. Ma coloro, che sono ricchi di manicare, e di bere, e di vestire, e di calzare, e di tutte le altre cose, che fanno al corpo bisogno, sono bene agiati, ed hanno a’ loro bisogni molti parenti e amici, e sono molto dalle genti onorati e serviti; e però dice il Savio: Quando sarai in buono stato, molti amici potrai annoverare; e quando si turberà il tempo, rimarrai solo. E fa l’avere diventare colui, che è ricco, bello e gentile; onde dice Orazio: La pecunia reina dona all’uomo gentilezza e bellezza. E fa la ricchezza l’uomo grande e potente, e abbondante nella gloria del mondo [64].

CAPITOLO XII.

Che cose debbono essere nel povero, a volere che sia buona la sua povertade.

A rispondere alle cose, che sono dette di sopra, e acciò che possiamo vedere certi ammonimenti, che pongono i Savi sopra la povertade, e a certi altri che pongono sopra le ricchezze, perchè la povertade e la ricchezza può essere buona e rea, sì ti voglio in prima mostrare, che cose debbono essere nel povero, acciò che sia buona la sua povertade; appresso che cose debbono essere nel ricco, acciò che sia buona la sua ricchezza. Appresso ti mostrerrò come la vita povera è migliore che la ricca, perchè ne mena a buono fine con minore rischio, e per più piana via. Ed acciò che sia detta buona la povertade, si fa bisogno che il povero debbia questo osservare. In prima che colle mani sue lavori, ed abbia volontà di lavorare, acciò che e’ guadagni e non sia mendico, cioè in troppa povertade, la quale è molto biasimata da’ Savi; e danno per consiglio a colui che è mendico, che più avaccio intenda a guadagnare che a imparare sapienza, avvegnachè la ricchezza alla sapienza non si possa agguagliare, e sia quasi neente. E per fuggire mendicitade ammonisce Santo Paolo le genti che lavorino, e dice: Ho inteso di certi che colle loro mani non vogliono lavorare, i quali ammoniamo e preghiamo dalla parte di Dio che lavorino, acciò che egli abbiano onde possano vivere, e i poveri infermi sovvenire. E ancora fa bisogno a colui, che è povero, che la sua povertà porti in pace, e di sè medesimo si chiami contento; onde dice uno Savio: Colle ricchezze è nato colui, che a sè medesimo è assai, e chiamasi di sè medesimo contento. Anche fa bisogno al povero, che istia allegro, e non riceva per sua povertade in sè miseri, o dolorosi pensieri; onde dice uno Savio: Molto è grande ricchezza l’allegra povertade. E Boezio disse: Neuna cosa è misera all’uomo, se non quanto e’ pensa che misera gli sia; perchè ogni ventura è a lui beata secondamente ch’egli in pace la porta. Anche fa bisogno al povero di chiamarsi contento di vivere secondo natura, cioè secondo quello, che la natura richiede all’uomo a poter difendere la vita, e non secondo la volontade; onde dice Boezio: Chi secondo natura vorrà vivere, non sarà mai povero, perchè la natura di poche cose si chiama contenta; e chi vorrà vivere secondo la volontà, non sarà mai ricco, poscia che tutto il mondo sia suo. E dee il povero nella sua povertade essere piano ed umile, e non superbio, perchè la povertà secondo natura umilia il cuore, e lo intendimento dell’uomo; onde dice Salamone: Tre cose sono quelle, che ha in odio l’anima mia, le quali sono molto contro a natura, siccome il povero, quando egli è superbo; il ricco, quando egli è bugiardo; e il vecchio, quando è matto, o ha poco senno.

CAPITOLO XIII.

Che cose debbono essere nel ricco, acciò che le sue ricchezze

siano buone appo lui. E prima veggiamo come le dee sapere guadagnare.

Veduto è di sopra che cose debbono essere nel povero, acciò che sia buona la sua povertade, or ti voglio dire che cose debbono essere nel ricco, acciò che sia buona la sua ricchezza. Ed acciò che le ricchezze siano buone appo colui, che le possiede, si fa in prima bisogno, che il suo avere abbia saputo bene guadagnare. Appresso che l’avere appo lui guadagnato sappia bene spendere ed usare; appresso che il sappia bene conservare e tenere. E in prima ti vo’ mostrare come si guadagna in buono modo l’avere. E de’ sapere che colui guadagna l’avere in buono modo, che nel suo guadagnare non offende Dio, non offende la sua coscienza, non offende la sua nominanza e fama. E quegli guadagna e non offende Iddio, che nel suo guadagnare non fa contro alle sue comandamenta, nè contro alla sua volontade; del quale guadagno dice Salamone: Meglio è un poco acquistato con tema di Dio, che non sono molte ricchezze guadagnate in male modo. E quegli guadagna, e non offende la sua coscienza, che non piglia guadagno niuno, laonde la coscienza il riprenda che faccia male. E questo cotale guadagno possiede ed usa l’uomo con molta allegrezza, perchè l’uomo è molto allegro di fare salva la sua coscienza in tutte le cose; e però disse Salamone: Questa è la nostra allegrezza nel mondo, che la coscienza nostra buona testimoniauza ci porti. E fare cose, onde ci ripigli la coscienza nostra che facciamo male, si è la nostra paura; e però dice Seneca: Niuna cosa fae in questo mondo timido l’uomo, se non la coscienza delle cose malfatte, onde la sua vita possa colpare. E un altro Savio disse: La mala coscienza sempre grava altrui di paura, e la buona non è sanza speranza di guiderdone. E quegli sae guadagnare, non offendere la sua nominanza, che non piglia guadagno niuno, laonde si creda dalle genti essere ripreso; della qual cosa dice uno Savio: Quello guadagno, laonde l’uomo è male infamato, veracemente si dee perdita appellare. E Salamone dice: Meglio è avere l’uomo buona fama tra le genti, che aver molte ricchezze; perchè la buona nominanza fa stare l’uomo allegro e chiaro e palese tra le genti, e tutta la persona fa migliore; onde dice uno Savio: La luce dell’occhio fa l’animo allegro, e la buona nominanza riempie le ossa; ed intendi della nominanza, la quale è verace. E quella è detta per li Savi verace nominanza, quando si sforza l’uomo d’essere quello, che vuole essere tenuto. Ma la fama falsa non si può difendere, perchè la vita, che seguita, mostra chente fue la passata. Anche fa bisogno a bene guadagnare, che non s’affretti l’uomo troppo, perchè dice Salamone: Chi s’affretterà di guadagnare, non sarà sanza macola. E i Savi dicono, che le ricchezze tostamente guadagnate, subitamente si scialacquano e vegnono meno; ma quelle che a poco a poco si ragunano, si moltiplicano e crescono e si mantengono.

CAPITOLO XIV.

Come l’uomo ricco le sue ricchezze dee sapere spendere ed usare.

Mostrato abbiamo di sopra come le ricchezze si debbono guadagnare, acciò che siano buone appo colui, che le possiede. Or ti voglio dire in che modo colui, che è ricco, le sue ricchezze dee sapere spendere e usare; e danne Cato uno ammonimento, e dice: Colui, che abbonda in ricchezze, sì ne dee spendere e donare largamente, secondo la facoltà del suo patrimonio, facendone bene e a sè, e ad altrui, sì che non abbia boce d’essere avaro, perchè le ricchezze niuno pro fanno, pogniamo che abbondino all’uomo, se egli vive poveramente. Appare, per l’ammonimento di Cato, che l’uomo ricco dee far bene delle ricchezze sue a sè imprimamente, perchè ogni perfetta caritade, cioè amore, da sè medesimo si comincia. E poscia ne dee far bene ad altrui; ma nelle altre persone ne dee l’uomo in prima far bene alla sua famiglia, la quale è diputata al suo servigio; onde dice uno Savio: La famiglia che è buona, e ben serve, tiene gran parte della signoria del signore. E poscia ne dee far bene e ispendere, e metterne negli amici, perchè dice il proverbio: Dando e togliendo si ritengono gli amici. I quali a ritenere è molto buona cosa, perchè sanza gli amici è l’uomo tenuto quasi per morto; onde dice uno Savio: Chente è il corpo sanza l’anima, cotale è l’uomo sanza gli amici, perchè gli amici difendono le ricchezze; onde dice uno Savio: Come del campo sanza siepe sono tolte e portate via le cose, così sanza gli amici si perdono le ricchezze. E sanza gli amici non puote l’uomo avere allegra vita; onde dice Seneca: Pogniamo che abbondino all’uomo i doni della ventura, cioè le ricchezze, se sarà sanza amici, non avrà mai vita gioconda. E poscia ne dee l’uomo ricco ispendere, per l’amore di Dio, a’ poveri bisognosi; perchè colui che a’ poveri bisognosi, per lo suo amore, ne dona, riconosce da Dio le ricchezze, che glie le ha date ad amministrare alla sua volontade: onde, acciò che siccome ama il castaldo l’amministrazione non gli sia tolta, ne dee donare e spendere per lo suo amore; onde dice Salamone: Inchina al povero sanza tristizia l’orecchio tuo, e rendigli lo debito tuo. E deene spendere e donare con altrui a sollazzo, facendone di be’ conviti, e riveggendosene [65] e dimesticandosene con altrui; però dice uno Savio, che i conviti e’ mangiari, che fanno le genti insieme a sollazzo è uno congiugnimento tra le persone d’amore, ed è quasi come uno presame [66] d’ammistade tra coloro, che sono buoni; ma tra’ rei è grandissima cagione di discordia, e però ne ammonisce Seneca, e dice: Quando vieni a mangiare con altrui, guarda e considera bene con cui tu manichi, o bei. Ma i conviti si debbono fare rade volte, perchè ne nascono molte cose, che sono dispiacevoli a Dio; e però dice Cato: Rade volte farai conviti. E Salamone disse: Meglio è d’andare alla casa, dove si fa lutto, che a quella, dove si fa convito. Nel modo che è detto di sopra dee spendere colui, che abbonda in ricchezze, cioè che ne dee ispendere e donare, facendone bene a sè e ad altrui. Ma colui, che è povero d’avere, dee spendere come n’ammonisce un altro Savio, e dice: Qual persona è sì povero [67], che il suo patrimonio non gli basta, penisi di ristrignersi, e di risparmiare in tal modo, che sia bastevole egli al suo patrimonio; perchè il ristrignere e il risparmiare è rimedio della necessitade, e medicina di danni: e a colui, che sa risparmiare, dura gran tempo il suo patrimonio. E un altro Savio disse: Se quello, che tu hai, non ti basta a poter compiere i tuoi intendimenti, fa’ che tu rechi gl’intendimenti tuoi allo stato tuo, e a quello che tu hai.

CAPITOLO XV.

Come l’uomo, che è ricco, dee le sue ricchezze sapere conservare e ritenere.

Da che noi abbiamo veduto di sopra come colui, che è ricco, dee sapere spendere e usare le ricchezze, ora ti voglio mostrare, come le dee sapere conservare e tenere. Dicono i Savi che conservare e ritenere l’uomo le ricchezze, è vie maggiore virtude che guadagnarle, perchè guadagnare richiede ventura, ma conservarle richiede senno. E però ne ammonisce Seneca, e dice: Le cose che tu hai, non siano appo te, sì come cose altrui; ma per te, sì come tue, le spendi ed usa. E se nello spendere sarai ben savio, sempre sarai una cosa, e quando ti abbonderanno le spese, e quando non ti fia bisogno di spendere, perchè secondo che richiederà il mutamento del tempo e il variamento delle cose, ti adatterai al tempo, e non ti muterai di niente, secondo che una è la mano che quando impalma si stende, e quando impugna si racchiude. E un altro Savio disse: Qual è maggior mattia, che ispendendo l’uomo molto volentieri, far sì che noi possa fare lungamente? Ancora delle troppe spese seguitano furti e rapine ed altre male tolte [68] assai, perchè quando gli è venuto meno il suo, mette mano a torre l’altrui: e vogliendosi fare amare per lo donare, per ognuno cento acquista più danno da colui, a cui egli le dona; per la qual cosa non è sì da chiudere la mano in non voler dare, che quando è convenevole non si possa aprire; ne sì da aprire, che sia manifesta a uomo. Per li quali due detti che sono posti di sopra, appare manifestamente, che è biasimato l’avaro, il quale chiude sì la mano a sè e ad altrui, che quando è convenevole non l’apre; ed è biasimato colui, che è guastatore [69], il quale apre la mano in tale modo, che ad ogni persona è manifesta. Ma colui che è largo si è lodato, perchè apre e chiude la mano quando si conviene, e quanto si conviene, e dove. La quale virtude a volere usare richiede molto senno e misura, perchè è combattuta di sopra e di sotto da’ detti due vizj e con grande fatica e con molto senno in quello mezzo si mantiene; e però dice uno Savio: Lo spendere ha uno certo suo modo e uno suo certo fine, che se si va più innanzi, o a drieto, non si fanno mai dirittamente le spese.

CAPITOLO XVI.

Pongonsi certe altre cose, che dee l’uomo ricco

avere in sè, acciò che siano buone le sue ricchezze.

Alcuna cosa abbiamo veduto di quello, che pongono i Savi come le ricchezze si debbono guadagnare, e come si deono spendere, e come tenere, acciò che siano buone appo colui, che le possiede. Or ti vo’ dire altre cose, che debbono essere nell’uomo ricco, acciò che siano buone le sue ricchezze. Ed acciò che siano buone le ricchezze dell’uomo, si fa bisogno che non desideri di volere troppo, ma che delle cose, che gli sono bastevoli, si chiami contento, e ponga fine nel suo volere. E questo non può fare, se non v’aopera senno e misura, perchè naturalemente è tratto dalle ricchezze a disiderare e agognare; onde dice uno Savio: Le ricchezze traggono l’uomo a cupiditàde, e tanto fanno più crescere l’amore del danaio, quanto la ricchezza più cresce. E però chi non ha senno in temperare la volontade sua, nè chiamasi contento, non diventa mai ricco, perchè le ricchezze non fanno l’uomo ricco, ma solamente la volontà, se si chiama contenta; onde dice Seneca: La cupiditade è una pistolenza crudele, la quale fa povero cui ella piglia, perchè non pone fine nel suo volere, ma della fine dell’uno disiderio fa capo dell’altro. Ed un Savio riprendendo uno suo amico, sì disse: Io ho inteso che di povertà ti vai lamentando, ma non t’avviene perchè assai non abbi, ma solamente perchè più ne vorresti. Ed un altro Savio disse: Molto agevole cosa è diventare l’uomo ricco, perchè non ha a fare altro, che a spregiare le ricchezze, e di sè medesimo chiamarsi contento. E però si dee l’uomo contentare, e porre fine ne’ suoi disiderj, e consolare, perchè le troppe ricchezze sono ree, e d’incarico e fatica dell’uomo, sanza frutto, o utilitade veruna; onde dice Salamone: Tutto ciò che l’uomo ha di sopra a quello, che gli bisogna al buono uso, è incarico molto grande e molto faticoso a portare; e convertesi in vizio quello che è di soperchio. Ed un altro Savio disse: Tutte le cose hanno loro certo modo, e loro certo fine, che se si va più innanzi, o più a dietro, non è poscia buona dirittamente la cosa. E perchè le troppe ricchezze sono rie, e la troppa grande povertade, la quale è mendicitade appellata, come t’ho mostrato di sopra, sì priegò Iddio Salamone, e disse: Onnipotente Iddio, nè troppe ricchezze, nè troppa povertade, non mi dare, ma solo quello, che mi fa bisogno alla vita, mi dona. Anche fa bisogno all’uomo ricco d’osservare l’ammonimento del Profeta, che disse: Se alcuna persona abbonda in ricchezze, non vi ponga il cuore, nè la speranza, nè l’amore suo. E che osservi quello che disse Santo Paolo a’ ricchi, e disse: Possedete molte ricchezze come se non aveste nulla. E quegli osserva il detto del Profeta, che è posto di sopra, che non pone l’amore, nè lo intendimento, nè la speranza sua nelle ricchezze, e che non ne diventa nè cupido, nè avaro: ai quali due vizj traggono le ricchezze naturalemente l’uomo, se in loro pone il cuore suo. E quegli osserva il detto di Santo Paolo, che disse, possedete molte ricchezze come se non aveste nulla, che per sue ricchezze non ne diventa nè superbio, nè vanaglorioso, nè ghiotto, nè lussurioso, nè in altro modo peccatore, laove il nimico per le ricchezze fa le genti cadere. Anche fa bisogno all’uomo ricco di essere cortese, e d’usare cortesia. E perchè la cortesia è la più nobile, e la più bella virtude, che l’uomo ricco possa in sè avere, e ad usarla richiede molto senno e misura, or ti voglio mostrare in che modo l’uomo ricco dee essere cortese, e come de’ fare ad usare cortesia.

CAPITOLO XVII.

Come l’uomo ricco dee essere cortese, e come de’ usare la cortesia.

L’uomo, che è ricco, e vuole essere cortese, dee avere in sè tre cose; si dee rinfrenare la lingua sua, e dee temperare il cuore suo, e dee spendere e donare delle sue ricchezze; sanza le quali tre cose non può dirittamente usare cortesia. E dee colui, che vuole essere cortese, rinfrenare la lingua sua, acciò che favelli benigne e dolci parole: la quale lingua è appellata dalle genti graziosa; onde dice uno Savio: La viuola e il liuto e gli altri stormenti hanno bella boce, e dilettevole suono, ma sopra tutti è la lingua benigna, la quale è più. dolce che fiale di mele, e moltiplica amici, e attuta e spegne [70] il furore de’ nimici. E dee rinfrenare la lingua, che abbia in sè parole molli, e non aspre e dure, delle quali dice uno Savio: La molle parola discaccia l’ira; e quella che è dura, suscita furore. E che non favelli cose d’inganno; onde dice il Profeta: Guarda la lingua tua da male parole. E che cose d’inganno non favelli, e che non favelli cose sozze; onde dice Seneca: Astienti da’ rimproveri e dalle sozze parole, perchè, chi l’usa di fare, notrica in sè rapidezza, e mai non s’ammenda. E de’ rinfrenare la lingua sua, che non sia bugiarda, ma veritiera. E che non sia seminatore di discordia; onde dice Salamone: Sei cose hae in odio l’anima mia, siccome sono gli occhi troppo alti, la lingua bugiarda, il cuore pieno di malvagi pensieri, e’ piedi tostani a correre nel male, e le mani pronte a spandere sangue, e chi semina colla lingua discordie. E de’ rinfrenare la lingua che non dica cose vane; onde dice Seneca: La tua parola non sia vana, ma fa’ che o consigli, o ammonisca, o comandi, od ammaestri. E che il detto o fatto altrui non riprenda, se non gli torna a prode, o a danno; onde dice Cato: Il fatto o il detto altrui ricorditi di non ripigliare, acciò che, quando tu erri, non ne pigli esemplo un altro, e faccia di te il simigliante. E de’ temperare la lingua che non contenda e non tencioni con altrui ragionando, perchè la tencione oscura la mente, e non lascia altrui vedere la verità delle cose. E che non favelli cose oscure, perchè è meglio tacere, che oscuratamente parlare. E guardisi di favellare doppio, cioè che la favella sua si possa trattare [71] a due intendimenti, come si penarono di fare certi matti, credendosi di ciò essere tenuti più savi; onde dice uno Savio: In odio è tenuto dalle genti colui, che doppiamente favella, e d’ogni suo intendimento sarà difrodato, e non gli sarà dato grazia da Dio. E de’ temperare la lingua, che non sia pronta e tostana a rispondere e parlare; onde dice uno Savio: Sie pronto e tostano ad intendere e udire, e sie tardo a rispondere e a parlare. E un altro Savio disse: Più volontieri odi ed intendi, che tu non favelli; e più usa le orecchie, che la lingua. E un altro Savio disse: Questa virtude de’ regnare nel signore, che sia tardo nel suo favellare, e sia pronto e presto di sentire e udire. E dee temperare la lingua che di soperchio non favelli, perchè non è niuno sì savio, che, favelllando assai, non pecchi; onde dice uno Sario: Non viene meno peccato nella molta favella. Ma dee per le stagioni [72], e quando si conviene parlare, e non dee sempre tacere; onde dice uno Savio: Nè dei sempre parlare, nè di soperchio tacere. Onde, nel modo che è detto di sopra, dee rinfrenare la lingua chi vuole usare cortesia, perchè la lingua è il suo fondamento, e più nella lingua s’osserva che in altro modo. E però disse che dee il ricco la lingua rinfrenare, e non domare, perchè la lingua domare non si puote; onde disse Santo Jacopo: I serpenti, e le bestie, e’ pesci, e gli uccelli sono domati per l’uomo, ma la lingua sua non si puote domare. E dee colui, che vuole essere cortese, e vuole usare cortesia, non solamente rinfrenare la lingua, ma dee il cuore suo temperare, che non sia troppo corrente ad ira, nè che non si rechi ad animo tutte le parole che sono dette di lui, ma deesi infignere che non l’abbia udite, o di gittarlesi in beffe [73]; onde dice Salamone: Non accendere il cuore tuo a tutte le parole, che sono dette di te, ma chiudi gli orecchi alle male boci, e pensa che tu medesimo di’ male d’altrui. E Cato disse: Fa’ che tu vivi dirittamente, e non curare le parole delli rei uomini, perchè non è in tuo arbitrio quello, che altri favella. E dee colui, che vuole essere cortese, donare e spendere dell’avere suo, acciò che dalle genti sia volentieri veduto e amato; però che dice uno Savio: L’avarizia fa venire l’uomo in odio delle genti, e la larghezza lo rende piacevole e chiaro. E un altro Savio disse: Se colui, che è largo, è volentieri dalle genti veduto e amato, non è da far maraviglia, perchè non solamente gli uomini, ma le bestie, che sono sanza senno, riconoscono e amano i loro benefattori [74]. E se mi domandassi perchè cagione è richiesta la cortesia all’uomo ricco, sì ti rispondo in questo modo. Essere cortese è richiesto a ogni uomo, ma spezialmente [75] a colui, che è ricco, perchè dicono i Savi, che le terre, e le possessioni, e l’avere, le quali cose sono tutte terra, sono communi di tutte le genti, secondo ragione naturale; e però dice David nel Saltero: Il cielo de’ cieli serbò Iddio a sè, e la terra diede a’ figliuoli degli uomini. Ma perchè nasceva molta discordia delle dette cose communi, ed erano negghiettite [76] ed abbandonate, si fu trovata e ordinata per le genti la signoria delle cose, acciò che quella discordia e quella negghienza si cessasse, onde essendo l’uno uomo ricco, e l’altro povero; e conoscendo il povero, secondo ragione naturale, che il ricco ha e tiene alcuna cosa di sua ragione, sì glie ne porta molto astio ed invidia, laonde i ricchi sono molto perseguitati e molestati; onde dice uno Savio: Molesta cosa è di possedere quello, che da molte persone è perseguitato. E però fu trovato, che l’uomo ricco fosse cortese, perchè osando cortesia, è rinfrenando la lingua sua, e temperando il cuore suo, che non sia ad ira troppo corrente, sia buono usare nel conversar tra le genti, e pare che sia come uno uomo nuovo tra loro: essendo de’ detti due vizj le altre persone malamente corrotte e viziate. E fa bene del suo avere non solamente agli amici, ma spesse volte a coloro che sono strani, secondo che egli s’acconcia di fare. La quale cosa facendo, pare che non si appropri l’avere, ma che ne sia quasi uno amministratore tra le genti, per la qual cosa, menoma molto l’astio e la malivoglienza, che gli è dalle genti portata per le ricchezze. Anche per usare cortesia s’accatta molto l’amore delle genti, e ritengonsene i parenti, e acquistansene amici, per li quali si difendono le ricchezze; e però dice uno Savio: Come del campo, ch’è sanza siepe, ne sono tolte e portate via le cose, così sanza gli amici si perdono le ricchezze [77].

CAPITOLO XVIII.

Qui si dichiara perchè la vita povera è per li Soci detta beata,

e più perfetta e migliore, che non è la ricca.

Manifestamente appare per quello, che è detto di sopra, che cose debbono essere nel povero, acciò che sia buona la sua povertade, e che cose debbono essere nel ricco, acciò che sia buona la sua ricchezza. Or ti voglio dire come la vita povera è migliore e più perfetta che non è la ricca, perchè ne mena a buono fine per più piana via, e con minore rischio. Dicono i Savi che la natura dell’uomo e della femmina è sì debole e sì fievole, che non si difende dalle tentazioni del nimico, che non caggia in peccato quando è tentato, ed è acconcio a poterle compiere. Ed acciò che Dio non lasci tentare l’uomo, perchè cade così agevolmente, se ne fa speziale orazione nella fine del Pater nostro, laove dice: Non ne conducere in sulle tentazioni, e guardane di male. Ed acciò che acconcio non si trovi l’uomo, quando dal nimico è tentato, di poterle compiere, si hanno trovate tutte le regole de’ religiosi e molti altri rimedj, li quali sono freno delle tentazioni, e non lasciano essere acconcio l’uomo, quando è tentato, di poterle compiere. Ma colui, che è ricco, ed acconcio d’essere tentato d’ogni sozzo peccato, per la cupidezza ch’ è in lui dell’avere; è acconcio di poterle compiere per le sue ricchezze, laonde cade spesse volte in peccato; e però dice Santo Paolo: Coloro che hanno volontade d’essere ricchi si caggiono in sulle tentazioni, e nel lacciuolo del nimico, cioè in peccato. Ma la povertade è il maggiore freno delle tentazioni, che neuno altro, e quello che meno lascia acconciare il nimico a poter tentare l’uomo a peccare, e meno lascia l’uomo essere acconcio, quando è tentato, di poterle compiere; laonde la vita povera è appellata perfetta a colui che in pace la porta; e i poveri sono appellati beati; onde dice il Vangelio: Beati poveri di spirito, perchè è vostro il regno di cielo. Ed avvegnachè l’uomo essendo ricco si possa salvare, si dee sapere che gli è a grande fatica, perchè l’erbe, cioè le ricchezze, affogano molto il seme, che cade nella buona terra, secondo che dice il Vangelio. E però n’ammonisce Cato, e dice: Dispregia le ricchezze, e stieti a mente di rallegrarti del poco, perchè la nave è vie più sicura nel piccolo fiume, che nel grande mare. E altrove disse uno Savio: Se nell’animo tuo vuoli essere beato, rallegrati del poco, e dispregia le ricchezze, perchè niuno uomo giusto, nè santo, le disiderò unque d’avere.

CAPITOLO XIX.

De disiderj della carne nasce il vizio della gola, e quello desta lussuria.

Dicesi in prima de’ disiderj della gola, e del male che ne segue.

Il brieve detto delle fatiche, per divenire l’uomo savio delle cose, abbiamo passato; e poscia il grande trattato delle fatiche, che soffera l’uomo per le ricchezze; e siamo venuti per dire delle fatiche, che l’uomo soffera per li disiderj della carne. E perchè questo trattato ha in sè due rami, sì come il disiderio della gola, il quale è nel manicare e nel bere, e il disiderio della lussuria, i quali due vizj sono propriamente appellati carnali, perchè sono solamente diletto della carne, e tutti gli altri vizj sono appellati spiritali, sì passeremo il primaio ramo molto agevolmente, e poscia passeremo il secondo, nel quale ci conviene avere guardia, perche è di maggiore sospetto. Trovasi iscritto per li Savi, che le fatiche del manicare e del bere appo gli antichi furono poche; perchè si chiamavano contenti di pane e d’acqua,e di vili vestimenti, con li quali si potessero le loro membra coprire. Ma oggi non basta alle genti i frutti degli albori, nè l’abbondanza dell’erbe, nè la moltitudine delle bestie, e degli uccelli e de’ pesci e d’altre ferucole [78], ma con molti ingegni [79] di cuochi si fanno i mescugli di diverse cose, acciò che con maggior disiderio trapassino nel ventre. E disiderano oggi le genti i molti divisati mangiari, non per mantenere la natura, ma solo per sodisfare alla volontà della gola. Ma odi come sono vane le dette fatiche, e quanto male se ne può seguitare. Dicono i Savi che, quanto più sono delicati i mangiari, tanto è più puzzolente la feccia; e l’uomo, che è bene satollo, rende di sopra abominevoli fiati, e di sotto puzzolenti e disdegnevoli [80] suoni; ed istupidisce il mangiare di soperchio la natura dell’ uomo, e perdène il senno, e lo intendimento, e duogli lo stomaco, e tutte le membra, e affogagli il calor naturale, perchè non puote ricuocere [81] tanto cibo, quanto di soperchio è ito nel ventre, e così non esce da che non è ismaltito, anzi vi si corrompe dentro, e si generano in tutto il corpo gravissime e pericolose infermitadi; per la qual cosa disse Salamone: Non sie disideroso d’ogni mangiare, e non ti gittare sopra ogni esca, perchè in molti mangiari ha pericolose e gravissime infermitadi. E Seneca dice: Con temperanza ed astinenza ti guarda di mangiare di soperchio, acciò che conservi santade, e il tuo cibo ti faccia prode, e desti il tuo palato alla fame, la quale, e non già i sapori, rende saporito ogni mangiare. E manuca quanto ti sia bastevole, e non quanto vuole la volontade. E la santade del corpo è il maggiore bene della vita; onde dice uno Savio: Come l’allegrezza del cuore passa tutte le altre allegrezze, così la santade passa tutti i beni della vita. E il bere di soperchio fa la bocca fiatosa, e la faccia travolta, e fa discorrere rema e catarro, e percuote le nerbora [82], e fa le membra tremare, e trae altrui di senno e di memoria, per la qual cosa dice cose stolte, e le secrete palesa; però dice il Savio: Ove regna l’ebbrezza niuna cosa è segreta [83]. E consuma il corpo, e meno va il vedere; onde dice Salamone: Tosto si consumano coloro, che attendono a bere. E menoma il bere le ricchezze, e toglie via l’onore, e genera lite e discordie e brighe e tencioni; onde dice Salamone: Guardati dal vino, il quale ingenera lussuria, e fa l’uomo ebbro divenire, laonde s’ingenerano molte liti e tencioni. E a’ detti molti mali s’aggiugne quest’altro, che il manicare e il bere di soperchio fa cadere l’uomo in peccato, e offendere Iddio, e perdere l’anima; onde dice uno Profeta: Guai a voi che la mattina vi levate a seguitare il vizio della gola, e manicate e bevete di forza, e riempietevi bene, e soprastatevi infino a vespero, ed avete le cetere e le viuole e’ liuti ne’ vostri mangiari, e nelle opere di Dio non guardate; e però sciampiò [84] il ninferno il seno suo sanza niuno termine, e discenderannovi i grandi, e i forti e i gloriosi del mondo a lui.

CAPITOLO XX.

Delle fatiche del secondo vizio della carne,

cioè di quello della lussuria, e del male che ne segue.

A trattare del secondo vizio della carne, rioè di quello della lussuria, sì terremo questo ordine, che in prima porremo le sue fatiche; appresso diremo delle sue malizie [85], e da sezzo porremo i suoi rimedj. Le fatiche dell’uomo lussurioso sono in pensare, ed in guardare, e in aspettare, ed in servire in tutti quelli modi, laonde egli creda piacere a quella cui egli ama. Ma odi come sono vane le dette fatiche, e il male che ne seguita all’uomo della lussuria. Dicono i Savi, che su come il fuoco arde e incende tutte le cose, così la lussuria incende e consuma tutto l’uomo, e fallo pensare, e languire, e togliegli il bere e il mangiare, e fallo dimagrare ed infermare, e fallo mutare d’uno luogo in altro, ed in niuno luogo trova posa. Onde si legge nella Bibbia d’Amon, che amando Tamar, per l’amore si languia, e non potea nè bere, nè mangiare, ma giacea nel letto moriendo. Però i galli infino che sono con le galline non ingrassano, per la sollecitudine che hanno, che s’astengono dell’esca che trovano, e dannola loro. Anche la lussuria consuma le ricchezze, ed accorcia il vedere, e guasta la boce, e menova la virtude e la forza dell’uomo, e fallo sollecito e spaventoso; perchè l’amore non è altro che una sollicitudine piena di paura [86]. In tanto si stende la malattia della lussuria, che l’anima, che dee reggere e signoreggiare il corpo, la sottopone a lui, perchè le toglie il conoscimento, secondo che fa il vino all’uomo ebbro. E questa è la ragione, che assegnano i Savi, perchè l’uomo si vergogna più in su questo vizio, che in niuno altro, perchè l’anima diventa ancella del servo suo, cioè del corpo; onde dice Salamone, che il vino e la femmina fanno l’uomo savio dalla fede errare. E però Ovidio appella l’uomo innamorato, cieco; e dice: Cieco è colui, che imprese ad amare, perchè non s’accorge di quello, che fa bisogno di fare. E la legge romana sì l’appella, furioso; e dice: Furioso è colui, ch’è compreso d’amore, perchè non è niuno maggiore furore che l’amore: e quegli è perfettamente savio, che sa rinfrenare sè medesimo. Ed un altro Savio dice, che colui che perfettamente ama, non sa nè modo, nè misura tenere; e però corrompe la lussuria ogni ordine e di cherico e di laico, ed assalisce ogni etade e di giovane e di vecchio; e non se ne difende nè savio nè matto, nè debole nè forte, nè maschio nè femmina. Chi fu più savio che Salamone? Chi fu più forte che Sansone? li quali per femmina errarono sozzamente; onde dice uno Savio, che secondo che il fuoco doma il fortissimo ferro, e fallo liquido divenire, così la fiamma della lussuria doma i duri e fortissimi petti, cioè i savi e fermi uomini: e tutti sono domati per quello vizio; e però ne fa Cristo uno comandamento nel Vangelio alle genti, e dice: Tu non sarai avoltero, nè lussurioso. E uno Savio dice: Non andare dietro a’ disiderj della lussuria, acciò che non vegni in ischerni de’ nimici tuoi, perchè nel tempo della guerra sono le genti di ferro in battaglia fedite; e nel tempo della pace, di mala volontade. E Salamone ne ammonisce, favellando di noi in persona del figliuolo, e dice: Figliuolo mio, non dichinare alla bellezza, della femmina il cuore tuo, e non ti lasciar pigliare con gl’ingegni e con l’arti sue, perchè molti savi e molti forti ne sono già periti e ingannati.

CAPITOLO XXI.

De’ rimedj che sono trovati, che l’uomo dee usare contro al vizio della lussuria.

Dicono i Savi che la lussuria è vizio naturale all’uomo ed alla femmina, perciò al tutto non si puote torre via per alcuno rimedio, secondo che non si possono torre al postutto le altre cose, che sono all’uomo naturali; onde dice uno Poeta, dando di ciò una sua similitudine: La natura discaccerai dalla forca [87], ma ella sempre vi ritornerà. E un altro Savio disse: Nè la morte, nè l’amore non si può fuggire. E perchè la lussuria è naturale vizio all’uomo ed alla femmina, sì tenta il nimico le genti più sopra questo vizio, che sopra niun altro, e più vi fa le genti cadere, e non se ne difende nè savio nè matto, nè debole nè forte, nè maschio nè femmina, però doma la fiamma della lussuria i fortissimi e fermi petti de’ savi, come t’ho mostrato di sopra. E però si è trovato il rimedio del matrimonio, per discacciare le tentazioni del nimico, soddisfacendo alla natura; onde dice Santo Paolo: Quale persona è sì assalito e compreso di lussuria, che non se ne possa difendere, si tolga moglie, perchè meglio è torre moglie, che istare abbrusciato [88]. Ma se l’uomo se ne puote astenere, questo è assai migliore, perchè colui che toglie moglie sì si dilunga molto dal servigio di Dio, per la briga del mondo, perchè pensa poscia sopra la famiglia, e come possa bene servire alla moglie. Ma colui, che non ha moglie, pensa come possa servire a Dio, e puonne, se vuole, più acconciamente pensare. E però questo cotale, che di moglie e di lussuria si vuole astenere, puote costringere e rinfrenare la lussuria con questi rimedj. E in prima ne danno i Savi un generale ammonimento, e dicono: Chi contra alla lussuria vuole combattere, non stea fermo alla battaglia, perchè perderebbe la prova; ma, se vuole essere vincitore, colla fuga s’aiuti, perchè non si vince se non colla fuga, e col dilungarsi da lei; e però dice uno Savio: La lussuria è una molto disiderosa cosa, la quale fuggendo iscacciamo, e seguitando siamo perseguitati e vinti da lei. E Ovidio dice: L’amore entra nella mente per uso, e per uso fuggendo si scaccia. E fuggire non si puote, se non si tolgono via tutte quelle cagioni, onde quello vizio nasce; ed una delle cagioni, e delle maggiori, si è le vane vedute delle femmine, che vanno facendo mattamente le genti, la quale si vuol torre al postutto; onde dice il Profeta: Signore Iddio, volgi gli occhi miei, che non veggano le vanità del mondo. E che delle vedute delle femmine siano già nati molti mali, se ne danno molti esempli. E leggesi nella Bibbia d’una, ch’ebbe nome Dina, figliuola che fu di Giacobbe, che uscendo uno dì fuori per comperare vestimento, la vide il figliuolo del re di quella contrada, e parvegli bella, e rapilla, e giacque con essa. Laonde i figliuoli di Giacobbe uccisono il re ed il figliuolo, e distrussero tutto il reame, e le genti. E leggesi di David, che vide Bersabè, moglie di Uria, che si lavava, e parvegli bella, e mandò per lei, e giacque con essa. E però dice Salamone, che per le vane vedute delle femmine molti ne sono già periti e ingannati. E l’altra cagione della lussuria, la quale si vuol fuggire, si è il manicare e il bere di soperchio; onde dice Salamone: Guardati dal mangiare e dal bere di soperchio, il quale ingenera lussuria. E Cato ne ammonisce, e dice: Quando l’uomo è compreso di mala volontà di lussuria, della quale non si seguita altro che danno, non perdoni alla gola, la quale è amica del ventre. E Santo Girolamo, vogliendo mostrare la cagione perchè il manicare e il bere ingenera lussuria, e’ disse: Per la vicinanza che ha lo stomaco, che riceve il cibo nel corpo, co’ lombi, nelli quali è la virtude del seme dell’uomo, l’accendimento della lussuria cresce e inforza. L’altra cagione si è i vani ragionamenti, che fanno le genti sopra quello vizio, i quali si vogliono fuggire al postutto, come fa il serpente, che con la coda si tura le orecchie, per non udire quando è incantato; e però dice l’Apostolo: I sozzi ragionamenti corrompono i buoni costumi E Seneca dice: Guardati da’ ragionamenti malvagi, perchè l’usanza del male favellare nutrica nell’uomo scipidezza. L’altra cagione si è li vani pensamenti, che gli uomini ricevono sopra quello vizio per le tentazioni del nimico; onde dice uno Savio: Chi da’ vani pensieri si vuole partire, si fugga le luogora oscure, e stea tra le genti, perchè chi sta in luogo oscuro, e solo, soprasta alli pensieri, laonde quello vizio cresce ed inforza. L’altra si è il troppo riposo; onde Ovidio dice: Chi s’affaticherà il corpo suo, le saette, onde suole altrui fedire la lussuria, voleranno indarno. Appare dunque che i rimedj contro la lussuria sono due; l’uno si è il matrimonio, per coloro che non vogliono stare casti; l’altro si è la futa [89], per coloro che casti vogliono stare: e la futa si fa per torre via le cagioni, onde nasce quello vizio. Ed avvegnachè i’ te ne abbia detto di certe, si vuo’ [90] che sappi che sono ancora molte, le quali, se vorrai stare casto, per tuo ingegno le potrai bene trovare.

CAPITOLO XXII.

Qui si vede delle fatiche delle signorie e degli onori,

e ponsi il male che ne seguita all’uomo.

Rimane a dire delle fatiche delle signorie e degli onori, sopra il qual trattato terremo questo ordine, che in prima diremo chi sono i legittimi signori, e delle fatiche, che soffera l’uomo per aver onore delle signorie, e del male che ne seguita. E perchè delle signorie e degli onori nasce superbia e vanagloria, sì diremo appresso del vizio della superbia, e poscia di quello della vanagloria. Dice la Scrittura che Iddio è signore di tutte le cose, secondo che appare per lo detto suo, ove nel Vangelio dice agli Apostoli: Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene, perchè io lo sono. E gli altri non sono signori, ma ministri, i quali non possono amministrare se l’amministragione non è loro commessa da Dio. E però dice la Scrittura, che tutte le signorie date sono da Dio nostro Signore; e nel Vecchio Testamento si legge: Niuno pigli signoria se da Dio non gli è data, come fue ad Aron. Ed a coloro è l’amininistragione commessa da Dio, che per loro senno, e per loro bontade, sono avanzati graduatamente alle dignitadi ed agli onori per comune volontade delle genti, la cui signoria pigliano. E questi cotali ad aver signoria non durano niuna fatica, perchè dice la legge, che quello è il legittimo signore, che pregato si parte, e invitato si fugge, e solo gli rimane di poter dire: io non pote’ fare altro. Ma altri sono, che si mettono ad amministrare signorie, e non sono eletti da Dio, i quali sono per la Scrittura appellati tiranni. E di costoro dice Iddio: E’ signoreggiano, e non li conobbi. E questo cotale è tiranno, che per avere signorie e onori dura molta fatica, che si mostra d’essere molto umile ed onesto e benigno, e fassi pronto e ardito colà, ove crede piacere; e va innanzi e addietro all’altrui volontà, perchè paia arrendevole; e niega e confessa, e loda e biasima al piacer delle genti. Questi visita i grandi, ed ogni uomo onora, e levasi per altrui [91], ed abbraccia e lusinga: e, se questo non vale, sì s’aiuta co’ preghi e con le promissioni e co’ doni: e da sezzo, se fa pur bisogno, s’aiuta con la forza e con l’arme. Queste sono le fatiche, che il tiranno fanno signore, ed avanzano i malvagi ad onore. Ma odi che ne seguita all’uomo delle dette fatiche. Incontanente che l’uomo è fatto signore, se gli conviene pensare di governare i suggetti, che vivano a ragione ed in pace; se gli conviene pensare di discacciare e di vincere i nemici; se gli conviene pensare di difendersi dalla malizia de’ suggetti, che, s’egli è superbo, l’hanno in odio; e s’egli è umile, l’hanno a dispetto; e però in niuno stato puote essere che da’ suggetti possa essere sicuro. Per le dette cose al signore le cure e le rangole [92] e le sollecitudini crescono; e viene il digiunare, e il vegghiare, e corrompesi il sonno, e perdesi l’appetito e s’indebolisce la virtude, e il corpo dimagra, della qual cosa si corrompe la natura, e lo spirito inferma. E così, consumandosi in sè medesimo, non ammezza i dì suoi, ma viene meno siccome l’albero e la vigna in sul fiorire; e però dice Salamone, che tutti i grandi e potenti signori sono di piccola vita. E leggesi d’uno potente signore, che si lamentava e diceva: Ito è via il sonno degli occhi miei, e per molte sollicitudini e rangole vengono meno; guai a me, in quante sollicitudini sono venuto! E pogniamo che alcuno, per forte natura, potesse durare colle dette fatiche, non durano le signorie a lui, perchè non stanno in istato [93]; onde dice uno Savio in sè medesimo: Dirovinano le grandi cose, perchè a loro è negato di potere star ferme, ma sono sollevate in alti, acciò che facciano maggiore istoscio [94].

CAPITOLO XXIII.

Del vizio della superbia, che nasce delle signorie e degli onori.

Degli onori e delle signorie nascono due vizj, siccome superbia e vanagloria. E prima veggiamo del vizio della superbia. Dicono i Savi che per la superbia si commettono tutti i peccati, e rubellansi gli uomini dalle comandamenta di Dio e da’ suoi ammonimenti, laonde le peccata nascono; onde dice la Scrittura: Quando la superbia piglia l’uomo, ogni peccato commette; e quando si parte da lui, ogni peccato abbandona. E fae la superbia serva la mente dell’uomo, e nol lascia vivere in pace; onde dice uno Savio: La superbia, piena di vento, fa serva la mente, e toglie via la pace, per la quale l’uomo ha vita gloriosa nel mondo, e fallo venire in odio della gente; onde dice Salamone: Per la superbia l’uomo viene in odio della gente, e fallo da non potere comportare. Anche dice lo stesso Salamone: Tutti coloro che sono macolati d’uno vizio, s’amano e dilettansi insieme; ma i superbi s’innodiano insieme, e non si possono tra loro comportare. Ed è a dire se il superbio non puote comportare il superbio, e tra loro s’hanno in odio, molto maggiormente le altre genti, con ciò sia cosa che e’ macolati d’uno vizio s’amino e dilettasi insieme. Ed altrove dice: Sempre tra’ superbi hae brighe e tencioni. E perchè i signori superbi sono dalle genti inodiati, e non si possono comportare, caggiono dalle signorie e dagli onori, e non vi si possono su mantenere; e però dice Job: Se la superbia sarà levata infino al Cielo, e col capo toccherà li nuvoli, da sezzo come letame sarà dichinata. E altrove dice: Cui la superbia cresce, discresce; e cui ella fa grande, da sezzo il dichina. E di questo si reca ad esemplo dell’Angelo Satanasso, che per la superbia fue cacciato di cielo, e di cui dice il Profeta: Tu, uno segnale della similitudiue di Dio, pieno di sapienza, compiuto di bellezza, insuperbiò il cuore tuo per la bellezza tua, e di cielo in terra fosti cacciato. E recasene ad esemplo di Nabuccodinosor, che fue re, il quale per la superbia insuperbiò, e disse: Non è questa Babillonia, la quale io hoe edificata? Per la qual cosa il Profeta gli disse: Questa signorìa ti sarà tolta, e sarai cacciato di tra le genti, e con le bestie sarà lo stallo tuo. E però dice la Scrittura: A coloro che sono superbi, contrasta Iddio; ed a coloro, che sono umili, dà grazia.

CAPITOLO XXIV.

Del vizio della vanagloria, e del male che ne seguita.

La vanagloria, che è il secondo vizio che nasce delle signorie e degli onori, è molto sozzo e abbominevole peccato appo Dio, e tutte le sue opere appo le genti sono noiose, perchè colui, che è ripieno di vanagloria, si diletta, secondo che dice il Vangelio, di sedere negli onorati luoghi de’ conviti, e de’ ragunamenti delle genti, e d’essere salutato e reverito come Dio, e d’essere dalle genti chiamato Signore e Maestro, e dilettasi ne’ belli vestiri, e molto dilicati mangiari, e non si ricorda di quello ricco, di cui si dice nel Vangelio, che si vestia bene e viveva splendidamente, e di poscia seppellito nel ninferno, e non potè avere da Lazzero una gocciola d’acqua. E dilettasi il vanaglorioso in pulirsi ed in lisciarsi la persona, e non si ricorda dell’altro Vangelio, che assomiglia coloro, che ornano il corpo di fuori, e non la coscienza dentro, ai be’ munimenti, i quali appaion belli di fuori, e dentro sono pieni di molta sozzura. E non si ricorda di quello, che disse Salamone, ammonendo colui che troppo si liscia, e dice: La carne dell’uomo e della femmina è come il fieno; e il diletto della gloria sua è come il fiore del fieno, il quale e’ si è bello e piacevole molto, e tosto viene meno e cade, e corrompesi e fassi letame.

Qui si comincia il Quarto Trattato del Libro, il quale dice delle paure, che

 ricevono le genti in questo mondo. E ponsi prima l’ordine, che dee tenere.

Molto abbiamo navicato nel pericoloso e nel fondato [95] mare delle quattro fatiche, laonde le genti in questo mondo maggiormente si travagliano, e per la grazia di Dio siamo giunti a porto. E se bene vuogli considerare, e porre mente a quello che è detto di sopra, in tutte troverrai molte fatiche e travagli, e niente d’utilitade, ma al da sezzo tornano a vanitade ed a nulla; e però l’agguagliano i Savi alle fatiche, che durano i pargoli, che vanno tutto che giocando e impazzando [96] e ischerzando, e quando viene la sera niuna utilitade se ne seguita loro. Ma chi vuole pigliare buono lavorìo sì s’affatichi ne’ comandamenti di Dio, e ne’ suoi ammonimenti, laonde nascono le virtudi, le quali fatiche non sono vane, ma ornano la vita dell’uomo in questo mondo, e dopo la morte non lo abbandonano; onde dice Santo Giovanni nell’Apocalisse: Beati quelli morti, che muoiono a Dio, perchè oggi mai dice, lo spirito che si riposino dalle fatiche loro, e dalle loro opere sono seguitati. Ora è da vedere sopra il quarto trattato del Libro, cioè sopra le paure delle quali le genti sono molto ispaventate in questo mondo. E a trattare delle paure sì terremo questo ordine, che in prima porremo i quattro nimici dell’uomo, i quali danno grande paura alle genti; e poscia diremo della guardia e del consiglio, che l’uomo dee pigliare contra loro.

CAPITOLO I.

Qui si pongono i quattro nimici, onde in questo mondo

nascono le paure alle genti, e le paure della notte.

L’uomo in questo mondo ha gran paura per sè e per la sua propria persona, e ancora per le cose che disidera ed ama, perchè, secondo il detto del Savio, l’amore non è altro che una sollicitudine piena di paura. E nascongli le dette paure per quattro nimici, che combattono l’uomo in questo mondo. L’uno, il maggiore, si è il Diavolo, il quale assalisce l’uomo colle tentazioni, onde nascono i peccati; del quale t’ammonisce la Scrittura di guardare, ed insegnalti [97] conoscere, e dice: L’avversario nostro Diavolo, mugghiando come leone, cerca tutta la terra, e va caendo cui egli possa divorare. Il secondo nimico si è la carne, la quale assalisce l’uomo con i disiderj; per lo qual nimico, dice la Scrittura, che lo spirito sempre combatte contra la carne, e la carne contro lo spirito: ed è a dire, che la carne vuole sempre compiere i suoi disiderj, e lo spirito sempre l’arreca a coscienza, e falle riconoscere come fa male. Il terzo nimico si è l’uomo, il quale assalisce altrui colle tentazioni, e colle liti, e colle gravi battaglie: egli assalisce l’uomo coi furti, e con le rapine, e con le frodi, e con gl’inganni; onde si legge nel Vangelio, che si leva gente contra gente, e regno contra regno, onde nasce la guerra, che spoglia l’uomo dell’avere, e priva spesse volte l’uomo della vita. Il quarto nimico si è il mondo, il quale assalisce l’uomo cogli alimenti, cioè con la terra, e con l’acqua, e con l’aria, e col fuoco. Per la terra teme l’uomo nebbie e tremuoti, e bestie velenose e mordaci, e frutti d’alberi, e d’erbe, e d’altre cose che s’ingenerano della terra, le quali offendono alla natura dell’uomo. Per l’acqua teme l’uomo tempeste, e nevi, e ghiacci, e gragnuole, e l’altre cose pericolose del mare e de’ fiumi Per l’aria teme l’uomo venti, e tuoni, e corruzione d’aria, laonde nascono le infertadi [98] ed i malori. Per lo fuoco teme l’uomo caldo, e saette, e baleni. Chi è quelli che tutte le paure, che nascono all’uomo de’ detti quattro alimenti, potesse contare? Certo non è niuno; però non me ne voglio più travagliare, ma bastinti per esemplo quelle cose, che t’ho dette di sopra. Bene dunque dee avere paura l’uomo di cotanti e cotali ninnici. Intanto è compresa di paura la vita dell’uomo in questo mondo, che il tempo che gli è dato per riposo, cioè la notte, non si può riposare, perchè i sogni il turbano, e le terribili visioni lo spaventano; onde dice Job: Verrà la notte ed andrommi a letto, forse che mi consolerà il letto mio? ma non mi vale, perchè sono spaventato da’ sogni, e dalle turbazioni e dalle visioni. E leggesi di Nabuccodinosor, che fue re che vide sognora, che molto lo spaventarono. E di molti altri si legge che hanno errato malamente per li sogni. E colà ove sono molti sogni, sono molte vanitadi, perchè appaiono spesse volte sozze e terribili immagini, per le quali non solamente la carne, ma l’anima si macola, e cade in peccato [99].

CAPITOLO II.

De’ rimedj che debbono pigliare le genti sopra le paure.

Qualunque persona nasce in questo mondo gli conviene fare gran guardia de’ detti quattro nimici; e però dicono i Savi che la vita dell’uomo è una cavalleria [100] sopra la terra, che secondo che il cavaliere sempre dee stare apparecchiato di combattere per difendersi da’ suoi ninnici, così l’uomo e la femmina sempre debbono stare ammannati [101] per difendersi da loro, perchè assaliscono altrui di subito; onde dice la Scrittura: Quale persona in buono stato si trova, guardi che non caggi, perchè subitamente le sciagure e le angosce nascono, e le tribulazioni e le infermitadi vengono. E debbonvisi apparecchiare i giusti e’ peccatori; ma i peccatori a pentersi e tornare a fare bene, sì che facciano salva la loro coscienza, perchè dicono i Savi, che la maggior paura ch’hae l’uomo nel mondo, si è di dannare nelle opere sue la sua coscienza, e fare cose onde possa la sua vita colpare [102], perchè se ne vede disposto a molti pericoli in questo mondo e nell’altro; de’ quali Isaia Profeta dice: Forza e fossa e lacciuolo sopra voi, che abitate in sulla terra, che quale camperà, della forza cadrà nella fossa; e chi camperà della fossa cadrà nel lacciuolo, e sarà messo nel fuoco, e arso. E intende il Profeta forza e fossa per li pericoli di questo mondo, laove caggiono i rei uomini, se non si pentono delle loro malizie: e per forza e per fossa, cioè per ingegno, e per lo lacciuolo, s’intende i pericoli del ninferno, nel quale luogo caggiono al postutto da sezzo; pognamo che campassono de’ pericoli del mondo, che interviene rade volte. Ed i giusti s’apparecchiano di pazienza, perchè e’ sono disposti [103] a’ pericoli, e non possono dire, io non ho paura da che non ho commessa la colpa, perchè non ci vanno le cose a ragione, ma spesse volte veggiamo che il peccatore è esaltato, e il giusto è tormentato e stimolato; e che l’uno commette il peccato, e l’altro porta la pena; e che Cristo iusto è crocifisso, e Barbas ladro è liberato; e però dice Salamone: Le peccata del prossimo sono friggimento [104] de’ giusti. Ed è a dire, con ciò sia cosa che il giusto convegna vivere e conversare col malvagio, bisogno è che porti pene delle sue peccata. Anzi chi bene vuole pensare, il giusto abbisogna di maggiore apparecchiamento di pazienza, perchè gli è più perseguitato; e che se vuole essere religioso, si è detto dalle genti ipocrita; e se vuole essere umile e piano, si è avuto per niente; e se le cose di questo mondo vuole passare semplicemente in servizio di Dio, si è avuto in luogo di matto; onde dice Job: La semplicità del giusto è un lume spregiato appo l’oppenione delle genti.

Qui si comincia il Quinto Trattato del Libro,

il quale tratta della morte naturale, onde periscono le genti.

CAPITOLO I.

Trattato abbiamo di sopra alcuna cosa della miseria della vita dell’uomo infino alla morte, or ti voglio dire della morte naturale; e sarà questo il quinto trattato di questo Libro. Certa cosa è che tutti gli uomini e le femmine, che nascono in questo misero mondo, di questa vita trapassano e muojono. Ed avviene loro per lo primaio peccato d’Adamo e d’Eva; laonde dice la Scrittura: Per lo primaio peccato entrò la morte nel mondo. E per lo detto peccato l’uomo e la femmina in questo mondo sempre muore vivendo, e quanto più cresce, discresce; e quanto più va innanzi colla vita, cotanto più s’appressa alla morte. E a tenere l’uomo bene a mente come de’ morire al postutto è molto buona memoria; però dice la Scrittura: Ricordati come dei al postutto morire, e poscia non peccherai. E Salamone dice: Ricordati che la morte non tarda; il tempo trapassa, e se mille anni fossero passati dinanzi da te, ti sono come die che trapassò ieri. Ed è la morte una cosa, che non si può fuggire, ma puossi indugiare. E lo indugio della morte; d’altro modo fue nella primaia etade del mondo, e d’altro nella seconda, e d’altro per ragione de’ essere nella terza. Nella primaia età, la quale durò da Adam infino a Noè, vivettero gli uomini mille anni: e di molti si legge nel Vecchio Testamento, che a’ novecento anni ebbero figliuoli. Ma nella seconda età, la quale si cominciò da Noè, e durò infino a Cristo, essendo cresciute le malizie, e vegnendo il mondo a dichino, disse Dio a Noè: Non lascerò stare lo spirito mio nell’uomo eternalemente, ma saranno i dì suoi anni centoventi. E il Profeta essendo ancora in quella seconda età del mondo, e veggendola ancora maggiormente indebolita e dichinata [105], disse: I dì degli anni nostri in noi sono anni settanta; e se alcuno passa maggior tempo, da indi innanzi è la vita a colui e fatica e dolore. Ma nella terza età del mondo, la quale si cominciò da Cristo, ed è durata infino ad ora, doviamo credere, avvegna che la Scrittura noi dica, che, secondo il corso della natura, ella sia ancora maggiormente indebolita e dichinata; che veggiamo che la vita dell’uomo è oggi cinquanta anni, e pochi sono quelli che vengono a sessanta. E se alcuno viene a settanta, bene gli avviene quello che disse il Profeta, che la vita sua ben gli è fatica e dolore [106]. E però disse bene Job: L’uomo nato della femmina, ripieno di molte miserie, e’ vive piccolo tempo, e secondo che fa il fieno e’ viene e va, e fugge come l’ombra, e mai non ista in istato. E disse il Salmista: I dì nostri tostamente trapassano, e siamo orditi e tessuti e tagliati come fa il tessitore della tela. E perchè sia la vita piccola, di ciò si dee l’uomo e la femmina allegrare, perchè la sua vita è morte, e la morte è vita: e allotta gli viene meno la morte, quando lo abbandona la vita; onde dice Salamone: Lodai maggiormente il morto che il vivo; e colui giudicai ancora più bene avventurato, che in questo mondo non nacque, ma nel ventre della madre tostamente fuggì la vita. E chi mi domandasse, se la vita dell’uomo è così rea, perchè hanno le genti così gran paura della morte, rispondoti, solamente per le peccata, onde ciascuno si sente gravato, per le quali ciascheduno ha paura che sopra lui non si faccia vendetta; onde dice Seneca: Niuna cosa fa l’uomo così paventoso come la coscienza delle cose mal fatte, laonde possa la vita colpare. E veracemente il peccatore ne de’ avere paura, perchè la sua morte è detta pessima; onde dice la Scrittura: La morte del peccatore è pessima. Ed è detta amara; onde dice Salamone: O morte, come si è amara la memoria tua all’uomo, che possiede in pace le ricchezze sue! E se sola la memoria gli è amara, che gli de’ essere la morte? Certo molto: e non sanza ragione; che più amara cosa può essere, che quella che la scevera dalla moglie, e dalla famiglia, e da’ parenti e dagli amici, e fallo abbandonare tutte le ricchezze, e andare alle pene del ninferno? Del quale dice il Salmista: Lavoreranno mai sempre e viveranno sanza fine, cioè sempre viveranno, e lavorando in pene morranno, acciò che sia loro la vita morte, e la morte vita. Ma colui che è giusto, e sentesi sanza macola di peccato, non ha paura della morte; onde dice l’Apostolo: La carità perfetta discaccia via ogni paura; cioè colui, che perfettamente ama Iddio, non teme mai niuna cosa; ma dice della morte come disse Santo Paolo: Disidero d’essere sciolto, e abitare con Cristo. E intende isciolto dal legame della vita, la quale tiene rinchiusa l’anima nelle carceri della carne; onde dice il Profeta: Trai di carcere, cioè del corpo, l’anima mia, ove non ha nè tranquillità, nè riposo; ove non ha nè pace, nè sicurtà; ove ha paura e tremore; ove ha fatica e dolore. E veracemente puote il giusto così dire, perchè la sua morte è detta preziosa; onde dice la Scrittura: Preziosa è nel cospetto di Dio la morte de’ santi suoi. E però è detta la morte de’ santi preziosa, perchè ella gli è fine di tutte le fatiche, e di tutte le vanitadi, e di tutti i disiderj, e di tutti i dolori, e di tutte le cure del mondo, e di tutte le miserie, e di tutti i peccati. E tra’ lo del pellegrinaggio del mondo, dal quale non puote uscire sanza la morte; e del quale dice David nel Saltero: Pellegrino sono io nella terra de’ Giudei; guai a me che il pellegrinaggio mio s’indugia troppo [107]. E mandalo a regnare nel paese suo, e dove de’ mai sempre dimorare; nel quale luogo si fa beato, ed ègli dato a godimento il sovrano bene, per lo quale l’uomo fue fatto da Dio, il quale è compimento di tutti i suoi disiderj; onde dice Santo Giovanni: Beati quelli morti, che muoiono a Dio, perchè oggi mai dice lo spirito che si riposino dalle fatiche loro, e dalle loro opere sono seguitati.

Qui si comincia il Sesto Trattato, nel quale si dice

delle miserie e delle pene, che sostiene l’anima dopo la morte.

Mostrato è già di sopra tutte le miserie dell’uomo e della femmina dall’ora, che è creata per uscire in questo mondo, infino a quella ora, che è passata di questa vita per la morte naturale. Le quali miserie a sapere, e considerarle, danno molta cagione all’uomo e alla femmina d’umiliarsi, secondo che t’ho mostrato di sopra; e però disse Santo Innocenzio Papa: Onde viene superbia a te, uomo, che il tuo ingeneramene è peccato, il tuo nascere è pena, la tua vita è fatica, e fa pure bisogno che tu muoia? Or ti vo’ mostrare le miserie e le gran pene, che sostiene l’anima dopo la morte, per le quali, chi è savio, de’ avere gran paura d’Iddio, e deesi guardare de’ peccati, perchè dice la Scrittura: La paura d’Iddio discaccia il peccato. E di questa materia faremo il sesto trattato. E perchè l’anima, che va in inferno, è quella che si fa misera, e riempiesi di tutte le pene, sì ti vo’ dire in prima quai sono quelle anime, che vanno in inferno.

CAPITOLO I.

Qui si dice come l’uomo e la femmina, che muore sanza la fede

va in inferno. E quale è la fede nostra; e che va in inferno

colui, che le comandamenta di Dio non osserva.

La Santa Scrittura dice, che tutti quelli che muoiono sanza fede, la quale fu data da Cristo, e poscia predicata e annunziata dagli Apostoli per lo mondo, sono perduti e dannati. Ed è la fede nostra solamente in due cose, siccome in conoscere Iddio, e in conoscere certi beneficj a noi dati da lui. In conoscere Iddio è la fede nostra, in ciò che ella dice e comanda, che noi crediamo uno solo principio, il quale è fattore e signore di tutte le cose. E dice che nel detto principio si è tre persone, siccome Padre, e Figliuolo, e Spirito Santo, in una sustanzia, e in una maestade, e in una deitade; le quali persone sono iguali in potenzia, e sapienzia, e bontade. E non fustù sì matto che tu credessi che in Dio avesse tre persone, cioè tre corpora, l’uno de’ quali fosse il Padre, e l’altro fosse il Figliuolo, e l’altro fosse lo Spirito Santo, perchè non ha tre corpora in Dio, ma uno solamente, cioè Cristo, che nacque della Vergine Maria. Ma intendi che sono tre persone in Dio, cioè tre propietadi, perchè tanto è a dire persona per lettera, quanto in volgare propietade. Delle quali persone, cioè propietadi, ti vo’ dare ad intendere alcuna cosa. Se vogli porre bene mente, Iddio ha in sè tre cose, siccome potenza, sapienza e bontade. Per la potenza, ch’è in lui, fa e disfà ciò che gli piace alla sua volontà. Per la sapienza, tutte le cose che fa, saviamente dispone, e ordina. Per la bontà, che è detta virtude, fa tutte le sue operazioni. In tutte e tre le dette cose, che sono Iddio, ha la sua speziale propietade, perchè nella potenzia ha questa propietade, che genera il Figliuolo d’Iddio; e però è detta la potenzia il Padre. Nella sapienzia è quest’altra, che il Figliuolo d’Iddio ne fue generato, perchè la parola di Dio, cioè la sua sapienza incarnò, cioè fu generata e incarnata dal Padre nel corpo della Vergine: e però la sapienza è detta il Figliuolo. Nella bontà, ch’ è detta virtude e spirito d’Iddio, è questa altra che procede, cioè viene dalla potenza e dalla sapienza, perchè tutte le operazioni sue, le quali sono appellate la bontà, e lo spirito di Dio e la virtù sua, vengono e procedono dalla sua sapienza e potenza; e però si dice che lo Spirito Santo procede. Dunque queste tre persone, cioè propietadi sono in Dio, che genera, ed è generato, e procede; le quali sono nel Padre e Figliuolo e Spirito Santo, cioè catuna nel suo propio di costoro, come di sopra t’ho mostrato. E avvegna che le dette tre persone, cioè propietà, siano diverse, perchè altro è quello che genera, cioè la potenza, ed altro quello che è generato, cioè la sapienza, ed altro quello che procede, cioè lo Spirito Santo, che dettò la bontà e la virtude d’Iddio, sì si racchiudono in uno, e fanno uno Iddio, in una sustanzia, e una maestade, e una deitade, con tutta potenza e sapienza e vertude. In conoscere certi beneficj a noi dati da Dio, è la fede nostra, in ciò che pone sette sagramenti cioè, Battesimo, Incarnazione, Confermazione, Corpus Domini, Penitenzia, Olio Santo, Matrimonio. E dice la detta nostra fede, che de’ detti sagramenti nascono questi beneficj, che per lo Battesimo si rimette, a colui che si battezza, il peccato originale, del quale si macole l’umana generazione per lo primaio peccato, che commise Adamo ed Eva. E dassi nel Battesimo lo Spirito Santo; e però si dice nel Vangelio: Chi non sarà rinato di battesimo d’acqua, per lo quale si dà lo Spirito Santo, non entrerrà nel regno d’Iddio. Per la Incarnazione e morte di Cristo se ne salvano le genti, e vannone in paradiso: sanza la cui incarnazione e morte niuno si poteva salvare; e però dice il Vangelio, tutti siamo ricomperati del prezioso sangue di Cristo. Per la Confermazione, la quale si chiama, secondo volgare, Cresima, e stare innanzi Vescovo, si conferma lo Spirito Santo, il quale fue dato nello battesimo a colui che si cresima. Per lo Corpus Domini, si congiungono le genti d’amore con Cristo, perchè nel Corpus Domini è nostra memoria della sua passione; laonde lo amano le genti pensando come fue morto per noi. Per la Penitenzia, si rimettono le peccata all’uomo, delle quali si confessa e si pente. Per l’Olio Santo, il quale si dà agli infermi, si rimettano le peccata veniali, e giova alle infermitadi del corpo. Per lo Matrimonio, il quale concede la Chiesa, s’intende la congiunzione della Chiesa con Cristo. Tutte le dette cose, sì quelle che s’appartengono a conoscere Iddio, come quelle che s’appartengono a’ sacramenti, e a’ loro beneficj, ci conviene credere per fede, che altra ragione naturale non se ne può mostrare, che il detto de’ Santi e della divina Scrittura. E chi le dette cose non crede si è perduto e dannato; e però dice il Vangelio: Chi si battezzerà e crederrà, sarà salvo; e chi non crederrà, sarà dannato. Anche dice la Santa Scrittura, che sono perduti e dannati tutti quelli, che non osservano le comandamenta di Dio. E queste sono le opere, che noi dobbiamo dare a Cristo, cioè osservare le sue comandamenta; e però dice il Vangelio, che la fede è morta sanza l’opera, cioè a colui non vale la fede neente, che le comandamenta d’Iddio non osserva; avvegna che la fede, siccome fondamento, sempre si ha da mettere innanzi. E quando le opere vengono meno all’uomo, non dee venire meno il fondamento della fede, la quale chi perde, non è mai speranza di lui; e però disse uno Savio: Io voglio innanzi che mi vengano meno le opere, che la fede. E perchè delle comandamenta d’Iddio nascono tutti i beni e tutti i mali, e tutte le virtude e tutti i vizj; e bene e male non sarebbe niuno, se le comandamenta d’Iddio non fossero: e per osservare quelle, o non osservarle, merita l’uomo d’ avere pena, o gloria, sì ti voglio mostrare quai sono le comandamenta d’Iddio, acciò che le sappi osservare; ed osservandole, ne meriti d’avere in questo mondo la grazia, e dell’ altro la gloria.

CAPITOLO II.

Qui si dice delle due comandamenta maggiori,

le quali sono principali e capo delle altre.

Le comandamenta d’Iddio sono dieci, tra le quali dice il Vangelio che ne ha due, che sono principali e maggiori che le altre. E colui che le osserva si adempie la legge d’Iddio, e tutti i detti de’ Profeti. Ed è questo il primaio: Ama Iddio Signore tuo di tutto il cuore tuo, e di tutta l’anima tua, e di tutte le forze tue. E questo è il secondo: Ama il prossimo tuo siccome te medesimo. E però le dette due comandamenta sono dette nel Vangelio principati e maggiori, perchè tutte le altre nascono di quelle, e sono date da Dio per recare l’uomo all’amore de’ detti due comandamenti, li quali contengono in loro caritade, perchè tanto è a dire caritade, quanto amare Iddio e il prossimo. E colui è in perfetta caritade, che le dette due comandamenta osserva. E sanza la caritade, cioè sanza osservare le dette due comandamenta, niuno si può salvare; e però disse Santo Paolo: S’io darò tutto il mio a’ poveri, e il corpo mio darò ad ardere, e farò tutto quello bene, che fare in questo mondo si puote e in me non arò carità, cioè non amaro Iddio e il prossimo, non mi vale neente ad avere vita eterna. E con ciò sia cosa che l’ uomo e la femmina, per lo comandamento primaio, sia tenuto d’amare Iddio in certo modo, e per quello amore sia tenuto di rendergli certe cose; e per Io comandamento secondo sia tenuto di amare in certo altro modo il prossimo, e certe altre cose sia tenuto di fargli, sì ti voglio mostrare in che modo l’uomo è tenuto ad amare Iddio, ed in che modo il prossimo suo; e che cose per quello amore è tenuto di fare.

CAPITOLO III.

Come l’uomo è tenuto d’amare Iddio,

e che cose egli è tenuto di fare per quello amore.

L’uomo e la femmina è tenuto d’amare Iddio di puro cuore, e di buona coscienza, e di fede non dubitante [108]. Ed è a dire di puro cuore, cioè lui solo, sanza amare niuna altra cosa, perchè quella cosa è pura, che non ha in se niun altro mescuglio, È quegli ama solo Iddio, che solamente ama lui, e tutte le altre cose ama per lui, e abbiendo rispetto a lui; e che nessuna altra cosa amerebbe, se per Dio non l’amasse. E tanto più ama la cosa, quanto più è amata da Dio, e quanto più a lui ne crede piacere: e tutto dichinamento dell’amore fa da lui, abbiendo rispetto a lui; e perciò ama più Iddio, che niuna altra cosa, perchè egli è sopra tutte le altre cose migliore. E dopo lui ama più Santa Maria, perchè da Dio è più amata. E dopo Santa Maria ama più gli Agnoli, perchè secondo lei [109] sono più amati da Dio. E ama più quegli del primaio grado, che quelli del secondo. E così viene dichinando per grado infino a quella cosa, che per Dio si puote amare: amando, le cose tanto più e meno, quanto più e meno sono da lui amate, e a lui più se ne crede piacere. E accattasi l’amore di Dio per caritade, cioè limosine; e per speranza, e per fede, e per perseveranza si mantiene; e però dice la Scrittura: Non chi comincia, ma chi persevera, sarà salvo. E per lo puro amore che l’uomo e la femmina de’ avere in Dio, si è tenuto di rendergli tre cose, siccome sono ubbidienza, reverenza e gloria. Ubbidienza è tenuto l’uomo di rendere a Dio in osservare le sue comandamenta; onde nel Vangelio dice Iddio agli Apostoli: Se voi mi amate, sì osservate voi le mie comandamenta, perchè colui non mi ama, che le mie comandamenta non osserva. E altrove dice: Chi dirà che ami Iddio, e non osserva le sue comandamenta, si è bugiardo; perchè niuno può dire che ami Iddio, se le sue comandamenta non osserva. Reverenza è tenuto l’uomo di rendere a Dio in osservare quello che gli ha promesso, siccome sono le promissioni, che l’uomo gli fa nel battesimo, o quando si bota di fare alcuna cosa per lo suo amore, o dei suoi Santi, o quando gl’impromette religione e castitade; onde dice Salamone: Le cose che hai impromesse a Dio, non t’indugiare di farle, perchè prometterle fue volontà, ma renderle è necessità. Gloria è tenuto l’uomo di rendere a Dio nelle tribolazioni di questo mondo, le quali conviene che l’uomo e la femmina sofferi in pace, e rendane lode e grazie a Dio; onde dice Santo Paolo in una Pistola, che mandò a coloro, ch’erano già convertiti alla fede: Lode e grazie rendiamo a Dio della pazienza, che avete in su le tribolazioni, che date vi sono, laonde maggiormente cresce la fede vostra. E però de’ l’uomo delle tribolazioni e delle avversitadi rendere lode e grazie a Dio, perchè allotta è gastigato da lui; e sono quelle i suoi gastigamenti; e però Santo Paolo disse: Figliuolo mio, non avere a dispetto i gastigamenti di Dio, perchè quegli riceve per figliuolo sì il gastiga, e gastigandolo sì il flagella e tormenta. E poscia dice: Se tu se’ fuori de’ suoi gastigamenti, de’ quali sono partefici tutti i figliuoli, dunque non se’ tu figliuolo legittimo di Dio, ma bastardo.

CAPITOLO IV.

Come l’uomo de’ amare il prossimo suo,

e che cose egli è tenuto di fare per quello amore.

Da che abbiamo veduto come l’uomo e la femmina de’ amare Iddio, e che cose egli è tenuto di fare per questo amore, sì ti vo’ dire in che modo è tenuto ad amare il prossimo suo, e che cose per questo amore egli è tenuto di fare. E de’ l’uomo amare il prossimo suo come sè medesimo. E intendi, come se medesimo, ha certe cose, siccome ad avere paradiso, perchè ciascheduno de’ volere che sia salvo il prossimo suo, come vuole di sè medesimo. Ed ha a guardarsi di non fargli male, o danno, o rincrescimento veruno; e però dice il Vangelio: Quello che tu non vogli che sia fatto a te, guarda che tu noi faccia ad altrui. Ma in fargli bene e sovvenirlo, non è l’uomo tenuto cotanto, perchè de’ l’uomo in prima sovvenire sè medesimo; onde dice il Savio: Ogni perfetta caritade da sè medesimo s’incomincia. E nelle altre persone de’ osservare certo ordine, che prima de’ l’uomo sovvenire la moglie, perchè è una carne e una cosa con lui; e poscia i figliuoli e la famiglia; e poscia il padre e la madre; e poscia i parenti; e poscia il prossimo, che seco in una medesima fede si trova. E poscia, se fare lo puote, generalmente ogni altra persona; onde dice Santo Paolo: Fa’ bene ad ogni persona, ma spezialemente a colui, che teco in una medesima fede si trova. E Tobia disse: Fai limosina del patrimonio tuo, non ischifando povero niumo, acciocchè non sia tu ischifato da Dio. Da’ largamente, se d’assai ti senti; e se no, fa’ come puoi lietamente. E per l’amore che l’uomo de’ avere nel prossimo suo, tre cose egli è tenuto di fare, cioè sopportarlo, sovvenirlo, e gastigarlo. Sopportare de’ l’uomo il prossimo suo nelle sue infermitadi e nelle sue mattezze, perchè non è niuno che per le stagioni [110] non infermi, e che per poco senno spesse volte non erri. Onde, secondo che vuole essere sopportato, egli così dee il prossimo suo sopportare; onde dice Santo Paolo: Dobbiamo noi più forti la debolezza degli inferiori sopportare. E intende l’Apostolo più forti, o di corpo, perchè siamo sani; o di animo, cioè di senno, perchè siamo più savi. E chi non osserva questo, sì favella Iddio in luogo dell’infermo, e dice: Com’egli ha fatto a me, così farò io a lui, e renderò a ciascheduno secondo l’opera sua. Sovvenire de’ l’uomo il prossimo suo nella necessitade, quando vede che sia bisognoso. E puotelo sovvenire servando nelle persone quell’ordine, che t’ho posto di sopra; onde dice Salamone: Inchina al povero sanza tristizia l’orecchio tuo, e rendigli il debito tuo. E altrove dice: Chi ha misericordia del povero, rende al prossimo suo il debito suo, e a Dio presta ad usura a rendere cento per uno. E la Scrittura dice: Spezza il pane tuo, e danne a’ poveri; alberga gli viandanti e gl’infermi, e rivesti gl’ignudi, e la carne tua non avere a dispetto. Gastigare de’ l’uomo il prossimo suo, quando vede ch’egli erra; onde dice Santo Paolo: Del savio e del matto sono debitore, cioè il savio e il matto sono tenuto di gastigare, quando conosco ch’egli erra, E de’ l’uomo gastigare il prossimo guardandovi tempo e luogo, e osservandovi certo ordine, del quale ne ammonisce il Vangelio, e dice: Se peccherà il prossimo tuo, gastigalo prima da te a lui. E se e’ non s’ammenda, gastigalo abbiendovi certe persone; e se e’ non giova, digliele palesemente: da indi innanzi, se non t’ode, ti sia come eretico e pubblicano.

CAPITOLO V.

Delle tre comandamenta minori, che s’appartengono ad amare Iddio.

Veduto diligentemente delle due maggiori comandamenta di Dio, sì ti vo’ dire di otto minori, delle quali si legge nella Bibbia, che furono date da Dio a Moyses, acciò che egli le annunziasse e facessele osservare al popolo d’Israel. E nel tempo che egli le diede sì gli fece scrivere in due tavole, perchè allotta forse non si usavano le carte. Nell’una delle quali ne fece scrivere tre, le quali s’appartengono all’amore di Dio; e nell’altra ne fece scrivere cinque, le quali s’appartengono all’amore del prossimo. Il primaio comandamento il quale era scritto nella primaia tavola, e che s’appartiene all’amore di Dio, si è questo: Odi, Israel, il detto mio. Il tuo Signore Iddio non sarà se non uno, e lui solo adorerai, e averai per Signore; però non coltiverai niuno idolo, e non adorerai niuna immagine, nè niuna altra similitudine, come fanno le altre genti. Per lo quale comandamento si mostra che solamente uno Dio si de’ credere, e adorare, e servire. E avvegna che la fede nostra ponga in Dio tre persone, cioè tre propietadi, che sono in lui, non dobbiamo perciò credere che sia se non uno Dio, e una sustanzia, e una maestade, e una deitade. Il secondo comandamento è questo: Il nome del tuo Signore Iddio non averai per cosa vana; ed è a dire, non fermerai il detto tuo nel nome di Dio, cioè per saramento, sanza gran cagione, perchè colui ha il nome di Dio per cosa vana, che giura per ogni vile cosa. Il quale comandamento afferma Iddio nel Vangelio, e dice: Non giurerai al postutto; ma sia la parola tua sì sì, o no no: e quello che vi si arroge di sopra è mala cosa. Per lo quale detto dicono i Paterini [111], che ogni saramento è peccato. E intendono quella parola al postutto, cioè in niuno modo, nè per niuna cagione. Ma la fede nostra, secondo la Chiesa Romana, se ne fa beffe, e intende quella parola al postutto, cioè per ogni cosa, come fanno molti matti, che ogni lor parola fermano con botora [112], o per altri modi di saramento, laonde pare che si abbiano il nome di Dio a dispetto, e quasi per cosa vana. E concede la nostra fede che la verità si possa giurare, sanza commettere peccato, per giusta e per grave cagione; ed accorda il detto del Vangelio col comandamento, che t’ho posto di sopra. Il terzo e sezzaio comandamento, che nella detta primaia tavola era scritto, si è questo: Ricordati, Israel, che il Sabato ti riposi, e che non facci alcun lavorìo, nè tu, nè il servo tuo, nè il giumento tuo, nè niuno altro tuo animale al servizio tuo diputato. E però diede Iddio al popolo d’Israel il Sabato per riposo, perchè Iddio abbiendo fatto in sei dì il cielo e la terra, e tutte le altre cose, il settimo die, cioè il Sabato, da ogni sua opera s’astenne. Ma la Chiesa Romana ha mutato il Sabato in Domenica a celebrare in onore di Dio, perchè risuscitò Cristo da morte in cotal die, e per molte altre ragioni, le quali non ti voglio ora seguitare [113]. Se bene dunque porrai mente alle dette tre comandamenta, che nella detta primaia tavola erano scritte, sì troverrai che tutte s’appartengono solamente a adattare l’uomo all’amore di Dio; perchè colui che Dio ama, sì crede e riverisce lui solo per Signore, e non ha per vana cosa il suo santissimo nome, fermando per saramento il detto suo per ogni vile cosa: e le Domeniche e le altre feste comandate ne guarda in onore di Dio e de’ suoi Santi, e da ogni sua fatica si riposa.

CAPITOLO VI

Delle cinque comandamenta minori,

che s’appartengono a adattare l’uomo all’amore del prossimo.

Mostrato t’ho di sopra le tre comandamenta, che scrisse Moyses nella primaia tavola, le quali s’appartengono a adattare l’uomo all’amore di Dio. Or ti vo’ dire delle cinque comandamenta, che scrisse Moyses nella tavola seconda, che s’appartengono a adattare l’uomo all’amore del prossimo suo. E questo è il primaio: Onora il padre e la madre tua, se vuoi lungamente vivere in su la terra; e le cose necessarie alla vita da’ loro se sono bisognosi. E questo è il secondo: Tu non ucciderai e non fedirai il prossimo tuo, e non gli farai niuna ingiuria, o noia, o rincrescimento in persona, e non avrai volontà di fare, perchè la mala volontà è punita in luogo del fatto. Solo è conceduto che si possa uccidere e ingiuriare il prossimo per cagione di fare giustizia, e per difendere la fede, secondo che dice la Scrittura. E questo è il terzo: Colla moglie del prossimo tuo non commetterai avolterio, e non ti sozzerai d’alcuna altra generazione di lussuria, e non averai disidero di fare. E intendi che quegli per lo disiderio commette peccato, poscia che non vegna a compimento del fatto, che vi dà opera, o soprastà follemente a’ pensieri. Ma per volere aver l’uomo la femmina che vede, e del suo volere non va più innanzi, non commette perciò peccato, perchè il primaio movimento della natura, ch’è in volere, non è in podestà dell’uomo, e però a peccato non gli è imputato. Solo è conceduto di poter fare lussuria con quella femmina, colla quale l’uomo è congiunto di legame di matrimonio, per discacciare le tentazioni del nimico, sadisfacendo alla natura; e per conservare l’umana generazione, secondo che nella Scrittura si contiene. E questo è il quarto: Tu non farai furto, e non rapirai la cosa del prossimo tuo, e non glie la torrai in niuno altro mal modo, e non averai disidero di fare, nè in mala parte d’avere. E però dice, e non averai disidero di fare, perchè il disiderio è una cosa di tanta volontà, che ne pecca l’uomo. Ma perchè l’uomo volesse che l’altrui cosa fosse sua, e del suo volere non andasse più innanzi per averla in mal modo, per quella volontà non commetterebbe peccato, perchè il primaio movimento che aopera la natura in volere, non è in sua podestade, ma d’Iddio, che ne diede quello volere. E questo è il quinto: Tu non porterai contra il prossimo tuo testimonianza falsa; per lo quale comandamento è divietato lo spergiuro e la bugia in pregiudicio altrui; perchè colui che falsa testimonianza porta, spergiura e dice bugia. Chi bene dunque vuole pensare le cinque comandamenta, che sono poste di sopra, e che scrisse Moyses nella tavola seconda, si troverrà che tutte sono date da Dio per adattare l’uomo all’amore del prossimo suo, e che l’uno uomo ami l’altro. Perchè colui che il prossimo suo ama, non l’uccide, e nol fiede, e non gli fa niuna ingiuria, o noia, o rincrescimento in persona, e non ha volontà di fare; e il suo non gl’imbola, e non gli rapisce, e in mala parte non glie lo toglie, e non ha desiderio di fare, nè in mala parte d’avere. E di lussuria colui non si sozza, e non ha disiderio di fare. E in pregiudicio del prossimo non si spergiura [114], e non dice alcuna bugia, e falsa testimonianza contra a lui non porta. E se il prossimo suo ha padre, o madre, sì riverisce ed onora, e dà loro le cose necessarie alla vita, se sono bisognosi. Quale persona ama l’anima sua, sì si pensi d’osservare tutte le comandamenta, che sono dette di sopra, le quali avvegna che siano dieci, quanto a diverse cose, che fa bisogno che aoperi l’uomo, a considerare il fine loro, perchè tutte sono date da Dio, non è se non uno, cioè che l’uomo ami di puro cuore Iddio, o vero il prossimo suo. E altro non richiede Iddio all’uomo, che quello amore, a farlo partefice con gli Angioli della gloria sua; e però dice Cristo nel Vangelio, che in ne’ detti due comandamenti maggiori pende tutto il detto de’ Profeti e della divina Scrittura. Bene sono altre cose, che i detti dieci comandamenti, le quali sono buone ad osservarle, e rendono perfetto l’uomo, siccome quella che disse Iddio nel Vangelio ad uno: Se vogli essere perfetto, vendi ciò che tu hai, e dallo a’ poveri, e seguita me. E quell’altra che disse Santo Paolo: Affliggo il corpo mio digiunando, e vegghiando, e orando, e altre molte astinenze facendo. Le quali cose a cui paressono dure, ed egli non le volesse osservare, sanza pericolo d’anima e’ può lasciarle, perchè in forma di consiglio sono date, siccome molte altre cose; onde dice la Scrittura: Niuno uomo, per ricevere consiglio, è obbligato. Ma le cose, che sono date in forma di comandamento, come sono quelle, che sono dette di sopra, per colui, che vuole salvare l’anima sua, si convengono al postutto osservare.

CAPITOLO VII.

Pongonsi i Capitoli sopra la materia che seguita,

che è dell uomo dopo la morte.

Per non osservare le comandamenta di Dio, le quali sono nominate di sopra, diventa l’uomo e la femmina peccatore, perchè tutti i beni e tutti i mali nascono delle dette comandamenta. E bene e male non sarebbe niuno, se le comandamento non fossero. E furono date da Dio acciò che l’uomo per lo suo proprio fatto meritasse d’avere gloria, o pene. Gloria s’acquista per osservare le comandamenta, laonde nascono i beni, e vanne l’anima in paradiso; pene s’acquistano, per non osservarle, laonde nascono i mali e’ peccati, per li quali va l’anima in ninferno, e riempiesi di tutte le pene. E perchè il mio intendimento è di dire delle miserie e delle pene, e della beatitudine e della gloria, che sostiene l’anima dopo la morte del corpo, sì ti voglio in prima dire della natura e della condizione dello Inferno. Appresso ti dirò delle miserie e delle pene, che sostiene l’anima in quel luogo. Appresso ti risponderò sopra a certe cose, le quali sono utili a sapere. Appresso ti dirò della gloria e della beatitudine dell’anima, che va in Paradiso. Appresso ti diroe del die del Giudicio, e della sentenza che in quello die si dee dare.

CAPITOLO VIII.

Qui si mostra in qual luogo è il Ninferno, e in che modo è disposto.

Dicono i Savi che il Ninferno si è nel ventre della terra; e la terra si è di sotto a tutti i cieli, ed a tutti e quattro gli alimenti; ed è quel luogo, che è il più di lungi dal Paradiso, che niuno altro: ed il ventre della terra è là, dove è il Ninferno spezialmente; e però il Profeta appella il Ninferno, il luogo di sotto. E la Scrittura l’appella, per similitudine, valle, perchè la valle è appo noi luogo di sotto; e secondo che nella valle discorrono tutte le acque e le fecce e le sozzure, così nel Ninferno, e sopra le anime, che vi sono entro, discorrono tutte le malizie [115] e le angosce e le pene, perchè nel detto luogo si ha caldo grandissimo, e fuoco arzente di natura, che mai non si spegne, e mai non riluce, e non consuma niuna cosa ch’entro vi sia; ed havvi freddo grandissimo, e neve, e ghiaccio fortissimo: e queste due pene, cioè il caldo e il freddo, sono sopra le altre pene gravose. Il detto luogo è capo di tutte le infermitadi, e di tutti i malori, e di tutte le doglie; e però vi è la lebbra e le febbri ed ogni altra ingenerazione d’infertà; e sonvi venti e tuoni e baleni; e sonvi le nebbie e le gragnuole e le tempeste e le folgori; e sonvi vermini e serpenti di natura, che sempre rodono e mordono altrui. Quivi sono li demonj paurosi e disformati e neri, che sempre affliggono le anime d’ogni ingenerazione di tormento; e sonvi le tenebre e la carcere, ed havvi lutto e pianto e guai e stridori e terribili suoni. Nel detto luogo non vi ha niuno bene; e non è niuno male, nè niuna ingenerazione di pene, che nel detto luogo non sia, però che gli è capo e fondamento di tutti i mali. E nel detto luogo non ha nè modo, nè ordine neuno; onde dice Job, che del caldo grandissimo saranno messe le anime nel freddo fortissimo, acciò che subito mutamento maggiormente le affligga. Solo in tre cose pone la Scrittura, che vi vanno le cose, ordinate, ed è questa la prima, che vi sono le anime tormentate, e sono loro date pene secondo che hanno commesso il peccato; onde dice Iddio nel Vangelio, favellando contra il peccatore: Con la misura con che tu hai misurato il male, con quella ti saranno misurate le pene. La seconda si è, che vi è l’anima peccatrice punita in quel membro, col quale averà peccato contra Dio; onde dice la Scrittura, che chi colla lingua peccherà, nella lingua sarà tormentato, e così negli altri membri, come intervenne a quello ricco, che era nel Ninferno, che chiese a Lazzaro una gocciola d’acqua, con la quale e’ si rifrigerasse un poco la lingua, la quale era sopra gli altri suoi membri tormentata, per lo male che avea aoperato con essa. La terza si è, che nel Ninfemo sono dispensate le pene e’ tormenti per quel modo, che il peccatore contra Dio ha peccato. Onde per la lussuria sarà l’anima incesa, secondo che nel mondo è stata incesa di lussuria. Per l’invidia sarà rosa, secondo che nel mondo rode l’invidia il cuore. Per la superbia starà nelle carcere, secondo che per superbia ha nel mondo il prossimo signoreggiato. Per lo vizio della gola patirà fame e sete; e così di tutti gli altri peccati, perchè tante sono le pene dello Inferno, quante sono le generazioni de’ peccati.

CAPITOLO IX.

Mostrasi in quanti modi l’anima,

che va in Ninferno, è tormentata, e di che pene e tormenti.

L’anima peccatrice, che andrà in Ninferno, sarà in due modi tormentata. L’uno modo sarà di gravi pene, e l’altro sarà di dolorosi pensieri. Per gravi pene sarà tormentata l’anima sì duramente e per tanti modi, che non si potrebbono contare, però che tanti sono i modi delle pene, quante sono le generazioni de’ peccati; e però la Scrittura non le si mette a dire. Ma, favellando di certi peccati, pone talotta che le anime, che sono in Inferno sostengono pene di fuoco; onde dice il Vangelio: Manderà Cristo gli Angioli suoi, e coglieranno [116] del regno suo tutti gli scandali, cioè tutti quelli, che averanno aoperato le iniquitadi nel mondo, e metteranli nel cammino del fuoco arzente. Ed altrove dice: Ogni legno, che non farà buon frutto, sarà tagliato, e messo nel fuoco, ed arso. Ed altrove dice Cristo: Io sono la vite, e voi siete i tramiti; e qual tramite [117] sarà sanza frutto, sarà sceverato dalla vite, e sarà messo nel fuoco, ed arso. Ed altrove dice la Scrittura: La vendetta dell’uomo malvagio si è vermine e fuoco; vermine, che non resta mai di rodere; e fuoco, che non resta mai d’ardere. E talotta pone la Scrittura, che le anime del Ninferno sostengono pene di freddo; onde dice Iddio nel Vangelio: Mettetelo nelle tenebre di fuori [118], laove è pianto e stridori di denti. E altrove pone che sono messe nelle carcere [119], laove dice Cristo: Accordati col prossimo tuo avaccio, infino che se’ nella via con lui, cioè nel mondo, acciò che non ti metta in mano del ministro, e il ministro ti metta in carcere, che non uscirai di quindi infino che tu ne averai renduto infino al quadrante [120] da sezzo. Ed il Profeta disse: A similitudine di pecore saranno poste l’anime nel Ninferno, e la morte le pascerà; ed è a dire, che secondo che le pecore pascono l’erbe in tal modo che sempre rinascono, per essere anche pasciute, così la morte uccide l’anime del Ninferno in tal modo, che sempre rinascono, acciò che anche siano morte; onde dice Santo Giovanni nell’Apocalisse di coloro, che sono dannati: Di que’ dì andranno gli uomini caendo la morte, e non la troverranno, e vorranno morire, e fuggirà la morte da loro. E però dice la Scrittura: O morte, come saresti dolce a coloro, a cui fosti così amara nel mondo; che solamente ti vorranno, e disidereranno coloro, che sopra l’altre cose t’inodiarono [121]! Tante sono le pene del Ninferno, che l’anime che vi sono entro non si ricordano poscia di Dio, però che pongono tutti i pensieri loro colà, ove elle sentono l’abbondanza delle pene; onde dice nel Salterio: I morti non loderanno te, Iddio, nè coloro che discenderanno nell’abisso.

CAPITOLO X.

In che modo l’anima, che va in Ninferno, per li pensieri è tormentata.

Non solamente di gravi pene, come t’ho mostrato di sopra, ma di dolorosi pensieri sono afflitte e tormentate le anime del Ninferno, però che con molta pena si ricorderanno quello, che con molto diletto hanno già commesso, acciò che lo stimolo della memeria accresca la pena, quanto il diletto averà più acceso il peccato; onde favellando Salamone de’ peccatori, che sono in ninferno, si disse: Con grande paura verranno i peccatori a ricordarsi delle loro peccata, perchè gli angoscierà [122] la memoria delle loro niquitadi, e diranno infra loro medesimi: Ov’è la superbia nostra? Dov’ è il vantamento e l’orgoglio nostro delle ricchezze? E dov’ è la vanagloria delle nostre dignitadi? Che prode, o che utilitade a noi n’ è seguitata? Non niuna, perchè sono passate come un’ombra, e come fae la nave ch’è nell’ acqua. tempestosa, che quando è passata non si discerne la via, la quale ha fatta; così noi miseri neuno segno possiamo mostrare della gloria, che avemmo nel mondo, ma siamo caduti nelle nostre malizie. E di dolorosi pensieri saranno afflitte le anime dello inferno in tre modi: lo primo, quando si ricorderanno come hanno perduto tutto il bene, e non ne possono mai avere neente; onde dicono i Savi, che le genti naturalmente disiderano d’aver bene, il quale disiderio non si toglie per la morte, perchè la morte non toglie all’ anima niuna cosa naturale. Molto dunque debbono essere le anime dolenti, che disiderano d’avere bene, quando si penseranno che hanno mai sempre tutto perduto a loro colpa, perchè fue loro dato tempo e luogo di pentersi de’ loro mali, e fare bene, e noi fecero; il qual tempo non si puole mai ricomperare; onde dice il Vangelio: Lavorate infino che è die, imperocchè verrà la notte, e non potrete poscia lavorare. Ed a similitudine delle doglie, che hanno queste cotali anime, che si pensano che hanno perduto il bene a loro colpa, sì si reca la doglia d’Esaù, figliuolo d’Isaac, che si legge nel Vecchio Testamento che piagnea con grandi urli, quando si pensava che avea perduto le benedizioni del padre a sua colpa, e non le poteva poscia ricoverare, perchè le avea già date a Jacob suo fratello. Il secondo modo, onde le anime saranno afflitte per lo pensiero, si è quando si ricorderanno che mai sempre averanno male, e saranno tormentate di pene. Che peggiore pensamento può te essere, che pensare d’avere perduti tutti i beni, e patir pene mai sempre d’ogni ingenerazione di tormento? E però dice Santo Luca nel Vangelio: Guai a voi che ridete ora, forse perchè verrà tempo che piagnerete. Onde ciascheduno che si sentirà nelle pene del ninferno, potrà dire quello che disse Santo Job in questo mondo: Convertita si è in pianto la cetera mia, e gli organi miei in boce di guai, perchè quello, onde io avea paura, m’è incontrato, e quello, che io temea, m’è avvenuto. Il terzo modo, onde le anime staranno afflitte nel ninferno per lo pensiero, si è della invidia che averanno del bene, che vedranno avere in paradiso a coloro, cui eglino hanno già avuto a dispetto, e quasi come matti; onde di coloro, che sono dannati, dice Salamone: Vedendo sì si turberanno di maravigliosa paura, facendosi maraviglia di cotanto e così subito mutamento; e, per 1’augoscia piagnendo, diranno: Non sono questi coloro, cui noi avevamo a dispetto, e quasi per uno brobbio del mondo, ed avevamo la vita loro come se fossero matti? Vedi come eglino son fatti figliuoli da Dio, e tra’ Santi e. gli eletti suoi è la vita loro. Grandi paure e pene patiranno quelli del ninferno della invidia, che averanno della gloria e del bene, che vedranno avere a’ giusti in paradiso. Ma questa veduta non basterà loro se non infino al die del Giudicio, però che da indi innanzi dice la Scrittura, che dee dicere Iddio: Sia tolto il lume al malvagio, che non possa vedere la gloria di Dio. Ma i giusti veggono oggi e vedranno tuttavia i peccatori nelle pene; onde dice la Scrittura: Rallegrerassi il giusto quando vedrà la vendetta de’peccatori [123].

CAPITOLO XI.

Rìsponsione a certi detti, per li quali pare che si provi,

che Dio non si cruccia coi peccatore eternalmente.

Potrebbe altri dire, io ti vo’ mostrare per molte ragioni che, avvegna che Dio si crucci colle genti, non si cruccia con loro eternalmente, sì che mai sempre contra loro rimanga indegnato, e dannili alle pene eternali Ed è questa la prima ragione: gli uomini e le femmine sono tutti fatti da Dio; e la Scrittura dice, che Dio non ha in odio niuna sua creatura. E’ filosofi dicono che, secondo il corso delia natura, ciascuna cosa ama la sua fattura. Dunque se Dio ama le genti siccome sua creatura, e cosa fatta da lui, non si cruccerà egli eternalmente contra loro. La seconda ragione è questa: dice la Scrittura, che la misericordia di Dio è sopra tutte le opera sue. Dunque se la misericordia di Dio è tanta, che è sopra tutti gli altri suoi benefici, chi dunque se ne dee disperare, e pensare che contra lui si crucci eternalmente? La terza è questa: dice il Profeta, le anime de’ peccatori saranno messe nel ninferno, e rinchiuse nelle carcere, e dopo molto tempo saranno da Dio vicitate. Dunque se le anime già rinchiuse nel ninferno saranno vicitate da Dio, non le abbandonerà egli al postutto, anzi averà misericordia di loro. Alle quali cose ti voglio rispondere, acciò che non ti trovi ingannato di malvagia credenza. Iddio si cruccia col giusto, e crucciasi col peccatore. Col giusto si cruccia temporalmente, cioè in questo mondo, però che dice Santo Paolo, che Dio flagella e tormenta in questa misera vita tutti quelli, che riceve per figliuoli, perchè le tribolazioni in questo mondo sono i suoi gastigamenti; ma poscia il vicita ristorandolo, in vita eterna, di molta gloria e beatitudine eternale; onde dice Santo Pietro: Il Signore di tutta la grazia ne ha chiamati nella sua gloria eternale, per sofferendo nel nome di Cristo poca cosa [124]. Ma col peccatore, che in questo mondo non si pente, e muore ne’ peccati mortali, sì si cruccia Iddio eternalmente, e mandalo in inferno, laove mai sempre sarae tormentato. E avvegna che da Dio sia poscia visitato, stando lui nel ninferno, secondo che si contiene nel detto del Profeta, che t’ho posto di sopra, egli non sarà visitato se non per suo danno; perchè dice la Scrittura, che il peccatore sarà tormentato nel ninferno sanza il corpo infino al dì del giudicio, ma nel dì del giudicio sarà visitato da Dio, e saragli renduto il corpo; e data la sentenza, che si darae quello die sopra i peccatori, e’ sarà poscia rimesso in inferno, nel quale luogo sarà sempre tormentato, e mai non fia più visitato da lui. E quello che è detto di sopra, che Dio è molto misericordioso, vero è in questo mondo, perchè non è niuno sì peccatore, che per lui non sia ricevuto, se vuole a lui ritornare; onde dice il Vangelio: Maggiore allegrezza hae in cielo d'uno peccatore quando si converte a penitenza, che non hae di novantanove giusti. Ma poscia da che l’anima è passata di questa vita, ed è morta ne’ peccati mortali, non ha poscia più misericordia, perchè sempre rimane poscia peccatrice. Ravvegga che dopo la morte uon possa più peccare, non perde mai la volontà di malfare; onde dice il Profeta: La superbia di coloro, che t’hanno avuto in odio, sempre cresce. Non si umiliano mai coloro, che sono già disperati della misericordia di Dio, ma tanto cresce poscia la malizia loro, che vorrebbono che Dio non fosse, per cui si credono essere in così malvagio stato, onde maladiceranno Iddio, e bestemmierannolo dicendo, ch’egli è malvagio Signore, che e’ gli ha creati a cotanta pena, e non si dichina ad avere di loro misericordia; onde dice Santo Giovanni nell'Apocalisse, favellando di questi cotali dannati: Viddi gragnuola grandissima discendere di cielo, e bestemmiavano le genti il Signore Iddio per la piaga della gragnuola, che fue grande [125].

CAPITOLO XII.

Provasi per molte autorità che Dio si cruccia col peccatore eternalmente.

Se mi domandasse alcuno, onde hai tu quello che m’hai detto di sopra, che Dio si cruccia col peccatore eternalemente, sicchè non averà poscia più misericordia di lui, sì te ne vo’ dare molti testimoni; e in prima Daniel Profeta, che dice: Le genti, che dormiranno nella terra, certi ne andranno in vita eterna, e certi ne andranno in brobbio sempiternale, nel quale luogo staranno mai sempre. E Isaia dice, ammonendo i peccatori: Chi di voi potrà durare negli ardori sempiternali? E Salamone dice: Morto l'uomo malvagio, niuna speranza si ha mai di lui, perchè subitamente viene il suo perdimento [126]. E Santo Giovanni nell’Apocalisse favellando di colui, che per innanzi adorerà Anticristo, si dice: Chi adorerà la bestia, o la immagine sua, questi berà della viva ira d’Iddio, e il fummo de’ tormenti suoi ascenderà nel secolo de’ secoli, E anche dice il Vangelio, che de’ dire Iddio nella sentenzia del die del Giudicio: Andate maladetti nel fuoco eternale, il quale è apparecchiato al Diavolo e agli Agnoli suoi. E se a’ detti Savi tu non volessi credere, e a molti altri detti della divina Scrittura, che dicono il simigliante, or ti pensa pur infra te medesimo di quante tribulazioni e pene Iddio tormentò in questo mondo i Profeti, e gli Apostoli, e’ Martiri, e gli altri Santi, che sono passati di questa vita, e di quante tormenta oggi i giusti, e coloro che intendono al suo servigio: dunque che de’ fare dei peccatori, che tutto die si dilettano di peccati ? E però uno Profeta, recando tutte queste cose a memoria al peccatore, sì disse: Ecco coloro che non erano degni di bere il calice, cioè di sostenere pene, e sì or l'hanno beuto: dunque che dee essere di coloro che ne sono degni? Anche ti pensa come Iddio è il più crudele Signore, che niuno altro, quando si mette a fare vendetta, che si legge nella Bibbia, che per uno peccato d’Adamo e d’Eva dannolli con tutti i loro discendenti; e solamente per lo peccato della superbia dannò l’Angelo Satanas, e tutti i suoi seguaci, nelle pene perpetuali del ninferno; onde favellando di lui uno Profeta disse: Tu, uno segnale della similitudine d’Iddio, pieno di sapienza, e compiuto di bellezza, insuperbiò il cuore tuo per la bellezza tua, e di cielo in terra fosti cacciato. E solamente perchè Faraone non lasciava andare il popolo d’Israel, soffogò lui in mare e tutta l'oste sua. E Soddoma e Gomorra disfece per fuoco, solamente per una generazione di peccato. Se di costoro prese Iddio così gran vendetta, per così poca cagione, che farà di coloro che beono tutto die le niquitadi come si fa l’acqua? E però uno Profeta, favellando in luogo di Dio di questi cotali peccatori, disse: Coloro che ho dificato disfo, e coloro che ho piantato divello.

Qui si comincia il Settimo Trattato del Libro, nel quale si dice

della beatitudine e della gloria dell'anima, che va in Paradiso.

Mostrasi prima l'ordine che dee tenere, e come è disposto il Paradiso.

CAPITOLO I.

Veduto delle miserie e delle pene delle anime, che vanno in Inferno, sì ti voglio mostrare della gloria e della beatitudine di coloro che vanno in Paradiso, perchè dice il Savio che le cose contrarie poste insieme s’intendono meglio l’una per l’altra. E a conoscere cotanto bene darà inviamento all’uomo di convertirsi, però che dicono i Savi che gli uomini si fanno buoni non solamente per paura delle pene, ma per isperansa d’esser bene guiderdonati. Ed a trattare di questa materia sì ti dirò prima alcuna cosa della natura del Paradiso. Appresso ti diroe della beatitudine e della gloria di coloro, che in quel benedetto luogo si riposano. Dice la Scrittura che il Paradiso è nel cielo che si chiama empireo, il quale è di sopra al cielo istellato, che noi veggiamo, e più suso non possiamo vedere neente, la cui altezza e grandezza è tanta, che non si potrebbe contare. Ma del cielo istellato, che noi veggiamo, favellano i Savi, e dicono che è sì alto, che se il tratto che è dalla terra insino a quello cielo fosse una via piana, per la quale l’uomo vi potesse andare, che andando l’uomo quaranta miglia ogni die, non vi sarebbe giunto in sette milia [127] anni, e non sarebbe andato intorno in due via dieci migliaia d’anni, perchè provano i ragionieri dell’abbaco, che sei volte è maggiore il tratto di tutto il cerchio, che non è dal punto del mezzo infino al cerchio. E se il cielo istellato è così grande, chente dunque dee essere il cielo empireo, laove t’ho detto ch’è il Paradiso, che e’ gli è vie di sopra? E perchè il luogo del Paradiso è così grande, dice il Profeta: Come è ampia, Signore mio, la casa tua, e come è grande e maravigliosa la tua possessione! E un altro Profeta disse: In luogo spazioso m’hai messo, Signore mio. E chi si maravigliasse come il detto cielo stellato puote essere così alto, sì si pensi come un picciolo lume si vede molto dalla lunga; e il sole, che è così chiara luce, essendo tre cieli di sotto a quello cielo stellato, ed essendo otto volte maggiore che tutta la terra, per la sua altezza, si vede dalle genti così poco. Ma il Ninferno è in luogo strettissimo, che non tiene più che il ventre della terra, e tutta la terra è sì piccola, che la pongono i Savi per uno punto a rispetto de’ cieli, che le vanno dintorno. Nel detto cielo empireo, laove t’ho detto ch’è il Paradiso, si furono formate tre gerarchie d’Angioli, e in ciascheduna gerarchia si ha tre ordini, e così sono nove ordini d’Angeli in tre gerarchie. Nella maggiore gerarchia sono questi ordini, Serafini e Cherubini e Troni Nella seconda gerarchia sono Principati, Dominazioni, e Podestadi. Nella minore, terza ed ultima gerarchia, sono Virtudi, Arcangioli e Angeli. E secondo che gli Angioli della primaia gerarchia sono maggiori che quelli della seconda, e quelli della seconda maggiori che quelli della terza, però che sono fatti di più pura cosa, e più ricevono della grazia di Dio; così degli ordini degli Angeli di ciascheduna gerarchia è maggiore l’uno che l’altro, secondo che di sopra prima è nominato. Ed anche gli Angeli d'uno ordine non sono tutti uguali, perchè l’uno è grande, e l’altro è maggiore. E di tutti e nove i detti ordini peccarono certi di loro, per lo quale peccato furono cacciati di quel luogo, e furono posti in questa aria, la quale è di sopra da noi, e sono appellati Dimonj, in cui podestà sono messe le anime, che vanno in Ninferno. Ma le anime che vanno in Paradiso sono messe in quelle luogora di quegli Angioli, che caddero di Paradiso, a riempiere le sediora loro. E tanto durerà il mondo, che tutte quelle sediora saranno tutte ripiene. E secondo che ciascheduno averà meglio aoperato in questo mondo, cotanto sarà messa in maggiore gerarchia, e in maggiore ordine di quella gerarchia, e assegnatogli più nobile luogo che agli altri di quell'ordine, e più riceverà della grazia di Dio.

CAPITOLO II.

Della beatitudine e della gloria delle anime 9 che vanno in Paradiso.

A dire, della gloria e della beatitudine delle anime, che vanno in Paradiso, non è lingua umana che il potesse contare, ma dirotti alcuna cosa di quello che dicono i Savi. Dice la Scrittura, che l'anima del giusto, quando s’è partita di questa vita, incontanente è ripresentata per gli Angeli nel cospetto di Dio, ed è allogata in una delle sediora vuote degli Angeli, che caddero di cielo. E perchè di quelle sediora ha in tutte e tre le gerarchie, e in tutti e nove [128] gli ordini degli Angioli, e l’uno è grande e l'altro è maggiore, sì le è assegnato l'ordine e datole sedia come si conviene a lei, e secondo il bene ch’ella ha fatto in questo mondo, e fassi simigliante agli Angeli di quell'ordine. E però essendo Cristo domandato da’ Sadducei, che non credevano la surrezione, cui [129] moglie dee rimanere in Paradiso colei, che in questo mondo averà avuto molti mariti, disse: Nel detto luogo non si fa matrimonio, ma sonvi le anime come gli Angeli di Dio in cielo. E nelle dette sante sediora allogata, sì si farà l’anima gloriosa e beata, e farassi partefice cogli Angeli della gloria di Dio, e le sarà dato a godimento il sovrano bene, per lo quale fue fatta, il quale è compimento, di tutti i suoi disiderj: e le potenze delle anime, le quali erano state vuote in questo mondo, le sono tutte adempiute. E perchè le potenze dell’ anime sono molte, sì ti voglio mostrare quai sono esse, e come stanno vuote in questo mondo, e come s’adempiono in Paradiso.

Capitolo III.

Delle potenze dell'anima.

Le potenze dell’ anima sono tre cose, siccome immaginare, e lavorare, e disiderare. Per la o tenza, ch’è nell’anima d’immaginare, non resta mai in questo mondo di volere imparare, e però si diletta in udire e vedere cose nuove, acciò che immaginando le appari, credendosi di potere empiere di sapienza del mondo. Ma non le vale neente, perchè non fue unque niuno che potesse sapere tutta la sapienza del mondo; ma l’uno è savio d’una cosa, e l’altro è savio d’un’altra. E uno solo uomo non puote sapere ciò che si sa nel mondo per tutte le genti. Ma pogniamo che per uno uomo tutte le cose che nel mondo si sanno, si potessero sapere, sì non sarebbe ancora piena l’anima di colui, perchè dice la Scrittura, che la sapienza di questo mondo è quasi una mattia appo Dio; ma nel Paradiso s’adempie la potenza ch’è nell’anima dello immaginare, perchè èlle tanta sapienza data, quanta ella ne puote ricevere, e però si riposa, e non va più innanzi per sapere. E avvegna che la sapienza di Dio è vie più che non ne riceve l’anima, però che è tanta che non si potrebbe contare, pure questo interviene da che l’anima è piena, e più non ne riceve, sì si riposa, e non si pena più d’apparare. E l’anima e gli Angeli, che sono in Paradiso, catuno riceve della sapienza di Dio, e chi assai e chi poco, secondo che più beato si trova, e maggior ordine, e più perfetto luogo gli è dato.

CAPITOLO IV.

Della potenza eh’è nell'anima del lavorare. E perchè

nel mondo s'affatica sanza niuno riposo; e come si riposa in Paradiso.

Per la potenza ch’è nell’anima del lavorare, sempre mai lavora in questo mondo, e non resta mai d’affaticarsi, perchè va caendo luogo, ove si possa riposare, e nol trova; e interviene perchè non è nei suo luogo naturale e stanziale. E dicono i Savi, che così naturalemente è in tutte le cose, perchè niuna cosa mai si riposa, se nel suo naturale e stanziale luogo non si ritrova; e pongonne ad essemplo della terra, e dell’acqua, e dell’aria, e del fuoco. Della terra dicono, che s’ella si scevera dal centro, cioè dal sodo della terra, il quale è il suo naturale luogo, non resta mai di cadere, e se per forza non è tenuta, non fina mai infinchè quivi non è tornata; e quanto più se ne scevera, tanto con maggior virtù vi ritorna. E questa è la cagione che assegnano i Savi perchè la pietra dà maggiore percossa quanto più da alti [130] cade, non pesando più nelle cento braccia, che nell’uno, perchè dal suo luogo naturale è più dilungata. E dell’acqua dicono, che non resta mai di correre, se per forza non è ritenuta, infinchè non si ritrova nel mare, il quale è il naturale suo luogo. E dell’aria dicono, che non posa mai infinchè nel suo naturale luogo non si ritrova, il quale è di sopra dall’acqua; e questa è la cagione, che assegnano i Savi, perchè si fanno i tremuoti, che dicono che e’ sono certi venti che si creano nel ventre della terra, e da che non trovano luogo, onde possano uscire, sì si levano in capo la terra per venire nel loro naturale luogo a riposarsi, cioè nell’aria. E del fuoco dicono, che sempre mai si pena d’andare ad alti, perchè il suo luogo naturale è di sopra dall’aria, infino al primaio cielo; ma per la molta aria che è nel mezzo, è questo fuoco, che è appo noi, ritenuto. E dicono che il Paradiso è il luogo naturale e stanziale dell’anima, e quello che fue fatto per lo suo riposo, acciò che nel detto luogo si facesse partefice con gli Angeli della gloria di Dio. Ed infino a tanto che fuori del detto luogo si trova, giammai non si riposa; ma da che nel detto luogo è venuta, sì si riposa poscia mai sempre di tutte le sue fatiche, e di tutte le sue tribulazioni, e di tutte le sue miserie, e di tutte le cure del mondo, e fossi gloriosa e beata e partefice cogli Angeli della gloria di Dio; e però dice Cristo nel Vangelio: Venite a me voi che lavorate e affaticati siete, perchè io vi darò luogo di riposo. E Santo Giovanni disse nell’Apocalisse [131]: Beati quei morti, che muoiono a Dio, perchè oggi mai dice lo spirito, che si riposino dalle fatiche loro, e dalle loro opere sono seguitati.

CAPITOLO V.

Della potenza ch’ è nell'anima del desiderare. E come

in questo mondo sta vuota, e non si sazia, e nel Paradiso s’ adempie.

L’anima in questo mondo, per la potenza ch’è in lei del disiderare, si va pigliando questo bene e quell’ altro, credendosi adempiere i suoi disiderj, ma non le vale neente, perchè non ne puote pigliare tanti, che non siano vie più quelli, che non puote avere, laove si può dilettare. E pogniamo che tutti i beni di questo mondo l’anima potesse avere, non sarebbe perciò piena, perchè è sì nobile e sì grande che non s’adempie, se non per lo sovrano bene, il quale non si puote avere in questo mondo; e però disse uno Savio: L’occhio non si sazia mai in questo mondo di vedere, nè l'orecchiò d’udire, nè la lingua di saporare, nè il naso d’odorare, nè le mani di toccare, perchè l'anima è acconcia a pigliare tutto ciò che trova di diletto in questo mondo, il quale disideri, e ancora più innanzi che non trova, però sempre sta vuota ed agogna. Ma nel Paradiso s’aèmpie la potenza del disidero dell’anima, perchè in quello luogo le è dato il sovrano bene, cioè Iddio, il quale le compie ed aempie tutti li suoi disidèrj; che s’ella si vuole dilettare ne’ dolci e ne’ piacevoli sapori, quivi le sono tutti dati; onde dice il Profeta: Signore mio, apparecchiato hai all’anima pane saporito d’ogni sapore. E se dilettare si vuole di vedere belle cose, quivi sono tutti i belli colori, e tutte le belle forme, e tutte le chiare luci, perchè ve ne ha sanza novero di quelle, che sono più belle che il Sole. Nel detto luogo si vede Cristo, il quale risplende nella maestà sua, che è più piacevole a vedere, che neuna altra cosa. Se si vuole dilettare in udire, quivi s’odono tutte le belle boci, e tutti i dilettevoli suoni degli Angeli e de’ Santi, che non cessano di laudare il Signore. Se si vuole dilettare in odorare, quivi sono tutti i soavi e dilettevoli odori. Se si vuole dilettare in toccare, quivi non si tocca altro che morbida cosa. E simigliantemente s’aempiono in Paradiso tutti gli altri disidèrj, perchè tutte vi sono le cose si perfette, che di tutti i suoi disiderj si puote l’anima aempiere e saziare. Nel detto luogo di Paradiso ciascuna anima che vi è riluce più che il Sole, ed è di tanta alleggerezza [132], che incontanente trapassa tutto il mondo, e trovasi là ovunque vuole; ed è di tanta virtude e sottigliezza, che per ogni cosa dura trapassa; ed è di tanta santà [133], che non teme mai niun male, nè che corrompere si possa. Nel detto luogo ciascuna anima si vede nella gloria sua, la quale è di tanta fermezza, che non ha mai paura di perderla, nè che niuna ventura la possa mutare. Nel detto luogo, è Cristo figliuolo di Dio, ed è servigiale di tutte le anime, ed amministra loro il sovrano bene; onde la Scrittura, favellando di Cristo, dice: Apparecchierassi e farà assettare le anime, e andando d’intorno servirà a tutte. Qual bene dunque vi potrà venire meno colà, ove è cotal ministro? E perchè nel detto luogo di Paradiso l'anima è ripiena di sapienza, e riposasi mai sempre da tutte le sue fatiche, e sonle compiuti tutti li suoi disiderj, e fassi partefice cogli Angeli della gloria di Dio, disse Santo Paolo: Nè occhio non vede, nè cuore d’uomo puote pensare quello che è apparecchiato da Iddio a coloro che lo amano.

Incominciasi l'Ottavo Trattato, nel quale si dice del die del Giudicio. Ponsi

l'ordine, che dee tenere, e che cose debbono essere innanzi che il detto dì vegna.

CAPITOLO I.

A dire del die del Giudicio, il quale fia il sezzaio trattato di questo Libro, sì terremo questo ordine, che in prima porremo certe cose, che debbono intervenire innanzi che il detto dì vegna. Appresso diremo di certi segnali, che appariranno in aria anzi il detto Giudicio [134]. Appresso come venuto il detto die si de' disfare il mondo; e appresso come sia disfatto il mondo si de' dare da Dio in quel dì medesimo la sentenza. Innanzi che vegna il detto die del Giudicio, debbono essere molte tribulazioni nel mondo, che si dee levare gente contra gente, e regno contra regno, e debbono essere molte grandissime guerre, laonde debbono perire molte genti, e debbono essere grandissime pistolenze e tremuoti e fame, e debbono essere maravigliosi segni nel Sole e nella Luna e nelle stelle ed in tutti e sette li pianeti, e debbono apparire sì terribili cose nella terra, e nell'acqua, e nel fuoco, e nell'aria, tale che niuna volta addietro non saranno state così grandi. E sarà tanta la paura delle diverse cose e maravigliose, che appariranno, le quali non saranno usate di così essere per addietro, che se Dio non avesse abbreviati quei tempi, niuna persona non si potria salvare, perchè in quella stagione si leveranno molti anticristiani [135], e molti falsi profeti, e faranno molto grandi miracoli tra le genti, sicchè non solamente i peccatori, ma i giusti metteranno in errore. Ed in quei tempi de' venire Anticristo, uomo molto peccatore, e dee predicare alle genti in Jerusalem nel tempio di Dio, e dirà e farà credere alle genti ch'egli è figliuolo di Dio e Signore onnipotente, a cui dee essere da' Dimonj data tanta potenzia, e dee tra le genti tali e tanti maravigliosi segni mostrare, ch'egli stenderà il nome suo nel mondo, più che non fece onche niuno Signore; e sarà reverito e adorato più che neuno altro Iddio, che si coltivasse nel mondo; ma da sezzo, per la volontà di Dio, sarà morto dall'Angelo; e poscia verranno nel mondo Enoc ed Elia e convertiranno tutta la gente.

CAPITOLO II.

Come nel dì del Giudicio si de' disfare tutto il mondo.

Poscia che il detto Anticristo sarà morto, si dee venire il die del Giudicio, nel quale si dee disfare il mondo; e poscia che fia disfatto, in quello medesimo die debbono le anime con le corpora loro risuscitare; e rendere ragione di ciò che con le corpora averanno aoperato nel mondo, e sopra loro si dee dare la sentenza. E perchè così dolorosa cosa come di disfare il mondo, e così paurosa come d'essere sentenziato di così crudele sentenza, deono essere in uno die, dice la Scrittura, che in quello die dee essere tanto lutto e pianto e paura e tremore, che piangeranno gli Angeli per la piata che vedranno, e di paura tremeranno tutte le colonne di cielo, cioè tutti i gradi [136] di Paradiso. E però quello die si è appellato die di lutto e di pianto, di tribolazioni e di miserie, di nebbie e di turbici [137]: e dice il Vangelio, che quel die quando dee essere nol sa se non il Padre del cielo, perchè dee venire di subito, come Fae il lacciuolo che piglia l'uccello, e come fae la folgore che cade di notte. E venuto quel die si iscurerà il Sole e la Luna, e non luceranno più al mondo, e cadranno le stelle di cielo, e tutte le virtudi del cielo si verranno a disfare tutto il mondo per fuoco. Ed in quello die perirà tutta l'umana generazione, ed ispegnerassi la superbia delle genti, ed abbatterassi la soperchianza de' forti.

CAPITOLO III.

Qui determina brevemente de' quindici segni,

che andranno innanzi al Giudicio [138].

Lo primo die si leverà il mare alto braccia quaranta sopra tutte le altezze de' monti, stando nel luogo suo come muro. Il secondo dì discenderà tanto, che appena si potrà vedette. Il terzo dì i pesci del mare in alti appariranno di sopra l'acqua, e metteranno sì grandi le strida, e anderanno quelle strida insino al cielo, che solo Iddio l'intenderae. Il quarto dì arderà il mare e l'acqua. Il quinto die gli albori e l'erbe daranno gocciole di sangue; e, secondo che dicono alcuni, tutti gli uccelli si raunerauno ne' campi, ciascuna ingenerazione [139] per sè nel suo ordine, pigolando, e non manicheranno, nè beranno; ma spaventosi aspetteranno l'avvenimento del Giudicio. Lo sesto die ruineranno tutti i dificj; e, secondo che si dice, fiumi di fuoco si leveranno da ponente contra la faccia del fermamento, correnti per infino a levante. Il settimo die le pietre si percuoteranno insieme, e fenderannosi in quattro parti; e catuna parte si dice che percoterà l'altra, e quello suono non intenderà altri che Iddio. L'ottavo die sarà generale tremuoto, cioè che per tutto il mondo tremerà la terra di sì grande forza [140], che nullo uomo, nè animale, potrà stare in piede ritto, ma tutti caderanno a terra. Il nono die si rappareggieranno tutti i colli co' monti e la terra, e torneranno in polvere. Il decimo die usciranno gli uomini dalle caverne, e andranno come smemorati e ammutolati, e non potranno insieme parlare. L' undecimo die si leveranno tutte le ossa de' morti, e staranno sopra i loro sepolcri; e tutti i sepolcri del mondo, da levante insino a ponente, s'apriranno perchè i morti ne possano uscire fuori. Il duodecimo die cadranno tutte le stelle, e tutti i pianeti, e le stelle spargeranno fiamme e codazze [141] di fuoco; e dicesi che ogni animale verranno ai campi, e non mangeranno, nè beranno [142]. Il terzodecimo die morranno tutti gli uomini, acciò che risuscitino poscia insieme co' morti il quartodecimo dì arderà il cielo e la terra. Il quintodecimo dì sarà cielo nuovo e terra nuova, e tutti risusciteranno. E questi fieno i quindici segni, che andranno innanzi al Giudicio.

CAPITOLO IV.

Come nel dì del Giudicio debbono risuscitare le anime.

E come saranno esaminate, e sopra loro si darà la sentenza.

Consumato tutto il mondo per fuoco, e spenta e morta tutta l'umana generazione, in quello medesimo die appariranno i segni di Dio in cielo dell'avvento di Cristo, imperò che manderà gli Angeli suoi colle trombe facendo grandissimi suoni, alle quali boci risusciteranno tutte le anime con le corpora loro, in età chente fue Cristo quando fue crocifisso, ed averà ciascuno la sua forma chente l'ebbe migliore, o poteo avere nella detta etade, ed averà tutte le membra sanza essere in alcuno modo disformato, le quali corpora saranno glorificate, e non si potranno poscia nè corrompere, nè mutare. E ragunerannosi tutte in uno luogo da' quattro venti, e tra loro manderà Iddio Padre il suo Figliuolo Jesù Cristo, per farsi rendere ragione, e per dare la sentenza sopra loro; e però dice la Santa Scrittura: Il Padre onnipotente ha commessa la podestà sua di giudicare le anime al suo Figliuolo Jesù Cristo ed a coloro cui egli aprirà la porta, non glie la chiuderà più mai; ed a cui egli la chiuderà, niuno poscia glie l'apre. E nel venire che farà, dice la Scrittura, ch'egli sarà accompagnato dagli Angioli, e da' maggiorenti [143] del popolo suo, cioè da' Profeti e dagli Apostoli, e dagli altri Santi di Paradiso. E venuto si sederà nella sedia sua, della quale fa menzione Daniel Profeta, e dice: Vidi sedere Iddio onnipotente nella sedia sua, la quale era di fuoco, per giudicare i vivi ed i morti, le cui vestimenta erano candide sì come neve; e li suoi capelli erano come lana monda; e cento migliara glie ne serviano innanzi, e dieci volte cento migliara glie ne stavano dintorno. E ferà sedere gli Apostoli nelle loro sediora; e però dice Cristo nel Vangelio: Quando io sederò nella sedia mia, sederete voi nelle vostre a giudicare i dodici tribi [144] d'Israel. E sedendo Cristo nella sedia sua, appellerà le anime, e farassi rendere ragione di tutte le cose; e però dice la Scrittura: Tutti staremo dinanzi alla sedia di Cristo a rendere ragione di tutte le cose, che l'anima averà aoperate col corpo. Allotta sarà sì grande lutto e pianto, e sì grande paura e tremore, che dice la Scrittura, che gli Angioli piangeranno per la piata [145], che vedranno fare all'anime, e tremeranno le colonne di cielo, cioè tutti i gradi di Paradiso. E grande pietà faranno a quella stagione i giusti e' peccatori; ma piangeranno i giusti, perchè non si confideranno della bontà loro,  quando si penseranno, che stando nel mondo averanno peccato e offeso il Signore, perchè non è niuno sì giusto che non pecchi; onde dice il Profeta: Non entrare in piato col servo tuo, Signore mio, perchè niuno fia giusto appo te, sanza la misericordia tua. E nel Saltero si dice: Se tue, Signore, porrai mente alle nostre iniquitadi, chi dunque ne sosterrae? Ma i peccatori che si sentiranno morti nelle peccata piangeranno, perchè riconoscendo e ripensando la malizia loro, si sentiranno venuti in mano del Giudice, ch'è sì savio, che nol potranno ingannare; ed è sì giusto, che nol potranno corrompere; e sì forte, che nol potranno fuggire. E che egli sia savio, dice la Scrittura: E' conosce il cuore delle genti, e tutte le cose gli sono ignude [146] e aperte.

E altrove dice: Egli è Signore della sapienza, e sa tutte le cose passate, e le presenti, e quelle che deono venire. E che egli sia giusto, dice la Scrittura: Egli è giusto e di forte animo, e non si piega dalla ragione, nè per odio, nè per amore, nè per prieghi, nè per prezzo, ma vae per la via diritta, e niuno male lascia che non punisca, e niuno bene che non guiderdoni. E nel Saltero si dice: Tu renderai a ciascuno secondo l'opera sua. E che e' sia forte, dice la Scrittura: E' dice la cosa ed è fatta; e' la comanda ed è ubbidito. Ed altrove dice: Colla sua parola puote fare tutte le cose, ed alla sua volontà non si può contrastare. Sicchè pervenute le anime a rendere ragione, si esaminerà Cristo i fatti sanza niuno testimonio, perchè s'apriranno i libri, ne' quali sono scritte tutte le cose, che per le genti si fanno nel mondo, de' quali dice Daniel Profeta: E' saranno aperti i libri, onde saranno giudicate le anime secondo le scritture loro. E aperti quegli libri si saranno tutte le cose palesate; e però dice la Scrittura: Neuna cosa è sì segreta che non diventi palese. Solo saranno nascoste le peccata, onde l'uomo e la femmina saranne confessato, e saranne pentuto, ed averanne fatto penitenza in questo mondo, perchè saranno di que' libri spente; onde dice il Saltèrio: Beati coloro, a cui sono dimesse le niquitadi, e le cui peccata sono celate. E renderanno ragione le anime solamente de' fatti loro; onde dice la Scrittura: Non porterà là il padre le niquitadi del figliuolo, nè il figliuolo quelle del padre, ma solo morrà l'anima per lo suo peccato. E de' loro proprj fatti renderanno ragione e di ciò che l'anima stando congiunta col corpo a vera aoperato nel mondo, facendo e pensando e dicendo infino alla parola oziosa, e d'ogni minima cosa. E disaminato diligentemente, e veduta la ragione di tutte le cose, anzi che Cristo dea la sentenza, si porrà tutte le anime buone dal lato diritto, e le ree dal lato manco, non guardandovi nè onore, nè ricchezza, che l'uomo abbia avuto nel mondo; e rivolgendosi dalla parte diritta, e dando la sentenzia dirà: Voi siete quelli che mi vedeste affamato, e destimi da mangiare; e vedestimi assetato, e destimi da bere; e vedestimi ignudo, e sì mi rivestiste. Ed eglino diranno: Ove così ti vedemmo, e quando così ti facemmo? Ed ei risponderà, dicendo: Allotta così mi vedeste, e faceste, quando voi il faceste a' poveri bisognosi per mio amore; però venite, benedetti dal Padre mio, e ricevete il regno, il quale vi fue apparecchiato dallo incominciamento del mondo. E poscia si volgerà dal lato manco, e dirà: Voi foste quelli, che mi vedeste affamato ed assetato e ignudo, e non mi consolaste, nè sovveniste. Questo mi negaste di fare, quando per lo mio amore noi faceste a' poveri bisognosi, però andate maladetti nel fuoco eternale, il quale è apparecchiato al Diavolo Satanas ed agli Angeli suoi. E' giusti n'andranno in vita eterna, e' peccatori e dannati n'andranno nel fuoco eternale. E nel detto luogo staranno mai sempre in lutto, e in pianto, e in guai, e in strida, e in paura, e in tremore, e in fatica, e in dolore, e in oscuritade, ed in puzza, ed in asprezza, ed in ambascia, ed in miseria, ed in povertà, e in angoscia, e in tristizia, ed in tormenti, ed in pene, ed in amaritudine, ed in pensieri, ed in fame, ed in sete, ed in freddo, e in caldo, e in fuoco arzente, che non resterà mai d'ardere nel secolo de' secoli.

Finisce il Libro della Miseria dell'Uomo, compilato per Bono Giamboni.

Note

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[1] Cioè fornito, provveduto, ricolmo, o forse anco secondato, favoreggiato. Nelle varie Annotazioni, di propria mano apposte dal Salvini nel margine del MS. Riccardiano di N.° 1775, si avverte che l’antica voce unque, denotante mai, deriva dall’altra più antica e disusata onche, che vuolsi provenire dal francese onc, oncques.

[2] Cusani, nel significato qui voluto di giudicarsi, reputarsi, stimarsi, ha in sostegno l’autorità del Villani, e dell’ antico Commentatore di Dante.

[3] Nella Crusca, per stabilire il senso metaforico di evitare, scansare, fuggire, assegnato al verbo schencire, oltre agli esempi del Beato Fra Giordano, e di altri purgati Scrittori, allegasi pure il presente passo del Giamboni.

[4] Vale a dire, perchè qui dovesse stare in tribolazioni, e soffrire tormenti.

[5] Nel nostro Codice tanto qui, che sul finire del presente Trattato, in luogo di tranquillità, leggesi tranquillanza; voce che non adottammo, perchè non registrata nella Crusca, nè adoperata in veruno dei MS. al presente oggetto consultati.

[6] Modo di congedo, di cui si valse similmente il Boccaccio nella Nov. X della Gior. VII, ove disse: Meuccio, fatti con Dio, che io non posso più esser con teco.

[7] Per quanto questa sincope d’ebbi leggasi in pochi Codici, pur nonostante fu da noi ritenuta, perchè propria del Giamboni, come vedremo dagli altri suoi scritti; perchè avvalorata dal nostro Codice; e perchè infine trovasi contenuta nel presente passo, che dalla Crusca fu allegato in conferma dell’antico uso di sì fatta sincope nella prima persona del perfetto del verbo avere.

[8] Sarrai, guarrai e simili, in vece di salirai, guarirai ec., sono sincopi che si vedono adoprate dagli antichi, ma ora riprovate dall’uso. Ne avremo di esse però in seguito altri esempi nel Giamboni.

[9] Come avverte il Salvini nelle indicate Note marginali, laici sta per idioti, cioè uomini senza lettere, o non scienziati. Quindi anco il Mehus, nella Vita di Ambrogio Camaldolese, Vol. I, pag. CCXCVIII, parlando della presente operetta di Bono Giamboni, nel riportarne il Prologo, pone a questo passo la seguente osservazione: hinc laici sunt litteratis oppositi.

[10] Questo ed il seguente periodo si vedranno ripetuti anco nell’Introduzione alle Virtù.

[11] Le parole che dal Giamboni si riportano, non appartenendo all’Epistola di S. Jacopo  come portano tatti i testi Riccardiani, ma leggendosi bensì nel v. 9 del Capo IV della Lettera I di S. Paolo ai Corinti, valendoci quindi dell’autorità del nostro Codice, rendemmo al testo la sua vera lezione dicendo, Santo Paolo, in luogo di Santo Jacopo, come leggesi pure nel Capo V dell’Introduzione alle Virtù.

[12] Anco nelle Opere di Fra Giordano e di Fra Jacopone trovasi avvilare per avvilire.

[13] Non trovandosi esempi di tal desinenza al perfetto del verbo congiugnere, è perciò da evitarsene l’uso. In alcuni Codici vien ritenuta la seguente lezione: Ma l’anima si è pura e netta dal suo cominciamento, e fatta l’aere molto sottile, ma macolossi ec. A miglior conferma di quanto dicemmo nell’Avvertimento, che il Giamboni cioè in questo suo Libro prendesse ad imitare il Trattato De miseria conditionis humanae di Lotario Diacono, ci piace aggiungere la seguente autorità, come fra le molte la più opportuna. Parlando del concepimento dell’uomo, concludeva Lotario nel Capo III del Libro I: Unde semina concepta foedantur, maculantur et vitiantur, ex quibus anima tandem infusa contrahit labem peccati, maculam culpae, sordem iniquitatis. Sicut ex vose corrupto liquor infusus corrumpitur, et pollutum contingens, ex ipso conctatu polluitur etc. O gravis necessitas et infelix conditio! Antequam peccemus, peccato constringimur; et antequam delinquamus, delicto tenemur. Per hominem unum, peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum in omnes homines mors pertransivit. An non patres uvam comoederint acerbam et dentes filiorum obstupescunt? Vedasi ora con qual corrispondenza ciò imitasse il Giamboni.

[14] L’adiettivo del verbo allegare, nel significato di quell’effetto che producono le cose agre, o aspre, ai denti, le quali morse quasi li legano, non vedesi riportato nel Vocabolario.

[15] Giovanni Villani ed il Boccaccio usarono essi pure alimento per elemento.

[16] A questa voce, che denota luogo di mezzo, o centro, per mostrarla originata dal francese, apponeva il Salvini nel margine del MS. Rccardiano la seguente avvertenza » Fr. milieu.

[17] In alcuni testi leggesi: quando è gravida.

[18] Vedasi il Capo XII del Levitico. Di qual cibo si nutra la creatura nell’utero, lo avea già dimostrato Lotario nel Capo V con queste parole: Sed attende quo cibo conceptus nutriatur in utero. Profecto sanguine menstruo, qui cessat ex foemina post conceputm, ut ex eo conceptus nutriatur in foemina etc. Unde, secundum legem Mosaicam, mulier quae menstruum patitur, reputatur immunda. Et si quis ad menstruatam accesserit, jubetur interfici. Ac propter immunditiam menstruorum praecipitur, ut mulier si masculum pareret quadraginta, si vero foeminam, octoginta diebus a templi cessaret ingressu.

[19] Benhoni scriveva il Salvini nelle sue annotazioni marginali, riportandosi al versetto 18 del Cap. XXXV del Genesi: et imminente jam morte, vocavit nomen filii sui Benhoni, idest filius doloris mei.

[20] Quanto il Giamboni imitasse qui il Capo VII di Lotario, può arguirsi dalle seguenti parole: Ex quo sibi dictum audivit: In dolore paries. Non est enim dolor sicut parturientis. Unde Rachel prae nimio dolore partus interiit etc. Mulier autem ut naufragus, quum parit, tristitiam habet, quum vero pepererit puerum jam non meminit pressurae propter gaudium, quia natus est homo in mundum. Concipit ergo cum immunditia et foetore, parit cum tristitia et dolore, nutrit cum angustia et labore, custodit cum instantia et timore.

[21] Il Salvini assegna, nelle indicate sue annotazioni, alla voce travolto, il valore di capovolto, cioè col capo all’ingiù.

[22] Fusolo sta qui per fusto, secondo l’avvertenza del Salvini.

[23] Concordano tutti i Codici nel leggere: Per lo frutto possiamo vedere che è rea. Ritrovando però che la lezione del nostro Testo è la più vera, e la più coerente al detto dell’Evangelo, credemmo quindi poterla liberamente adottare a preferenza d’ogni altra. Quale imitazione tenesse il Giamboni in questo Capitolo col detto da Lotario, fu già dimostralo nell’Avveramento, ove parlasi del presente Libro.

[24] Questa dice il Salvini essere quella pelliccila, che comunemente chiamasi la seconda. Noi poi crediamo esser l’ altra detta corion ed amnios.

[25] Di Her. Genes. XXXVIII. 6.

[26] V. Genesi C. XXXVIII, v. 29. Non altrimenti era stata da Lotario descritta, nel suo Capo VIII, la nudità dell’uomo; diceva egli: Nudus egreditur, et nudus regreditur etc. Nudus, inquit Job, egressus sum de utero matris meae, et nudus revertar illuc etc. Si quis autem indutus ingreditur, attendat quale proferat indumentum. Turpe dictu, turpius audito, turpissimum visu. Foedam pelliculam sanguine cruentatam. Haec est illa maceria, de qua Thamar inquit in partu: Quare divisa est propter te maceria? Et ob hanc causam vocavit nomen ejus Phares, quod interpretatur divisio.

[27] Per meglio chiarire la breve avvertenza fatta qui dal Salvini V. Gigli, riporteremo le seguenti parole, che a tal proposito relative si leggono nel Vocabolario Cateriniano del Gigli alla pag. 216: essendo l’A. elemento virile, se pure è vero che i Bambini maschi nel primo uscire alla luce, in gemendo, l’A proferiscono, siccome prima lettera del nome di Adamo, e le Bambine la E, quasi che Eva la prima madre voglian chiamare ec. A dimostrare che le prime voci mandate fuori dalla creatura al suo nascere, non sono che di guai e lamento, avea già detto Lotario nel Capo VII: Omnes nascimur ejulantes, ut nostram miseriam exprimamus. Masculus enim recenter natus dicit A, faemina vero E. Dicentes E vel A, quotquot nascuntur ab Eva: quid est igitur Eva, nisi heu ha? Utrumque dolentis est interjectio, doloris exprimens magnitudinem.

[28] Anco nelle Collazioni dell’Abate Isaac abbiamo sguagliato per differente. Come vezzo di lingua, praticarono poi quasi che tutti gli antichi di premettere un i alle voci che incominciavano in s; troviamo infatti usato spessissimo isdegno, istato, istudio, isperanza ec per sdegno, stato, studio, speranza ec.

[29] Non conosciamo esempi di dolvè per dolse, se non quello, che ci somministra Dante nel C. II dell’Inferno. Qui pure il Giamboni imitava Lotario, che diceva: Cujus pectus tam ferreum, cuius cor tam lapideum, ut gemitus non exprimat, laciymas non effundat, cum proximi vel amici morbum vel interitum intuetur, ut patienti non compatiatur, et dolenti non condoleat? Ipse Jesus quum vidisset Mariam et Judaeos, qui cum ea venerant ad monumentum, plorantes, infremuit spiritu, turbavit semetipsum, et lacrymatus est forsitan non quia mortuus est, sed eo potius quia mortuum ad vitae miserias revocavit. Ved. Cap. XXVI, L. I.

[30] Questa è l’antica voce ormai disusata, che avvertiva il Salvini aver dato origine all’altra unque, più frequentemente adoprata dagli scrittori del buon secolo per denotare mai. Vedasi la Nota 1 alla pag. 4.

[31] Cioè rugosa, o grinzosa, come avverte il Salvini; ed infatti parlando Lotario degl’incomodi della vecchiezza, disse foetet anaelitus, facies rugatur etc. Secondo il nostro Codice leggerebbesi rugata; voce che mancherebbe alla Crusca.

[32] Scipidire, o sciapidire, denota non tanto divenire sàpido e languido, quanto ancora rendere, o far divenire sàpido e languido.

[33] schiencire: o schencire: scansare, evitare. (ndr)

[34] Pone qui il Salvini, nel margine del MS. Riccardiano, il ben conosciuto assioma; Principus obsta etc.

[35] Giovanni Villani si valse egli pure frequentemente del verbo aoperare, in luogo del più usitato e comune operare.

[36] Compitate, dice il Salvini, sta in luogo di contate, cioè dette, narrate, o raccontate.

[37] Vedremo ripetuto, anco nell’Introduzione alle Virtù, sì fatto modo di costruire col terzo caso il verbo adorare.

[38] Con queste parole pie, pieusement, che il Salvini scriveva in margine del MS. Riccardiano, sembra aver voluto indicare che pietosamente derivi dal pie dei Latini, o dal francese pieusement.

[39] Trovando più frequente negli scritti del Giamboni l’uso di adoprar cui, piuttosto che chiunque, o chi, seguitammo perciò la lezione del nostro Codice, avvalorata da non pochi altri MS. Intorno a questa voce vedasi il Salviati Avvertimenti, Vol. II, C. V.

[40] Le parole dell’Apostolo, che qui si riportano, leggendosi nel v. 10 della Lettera V di S. Pietro, rettificammo così la lezione errata negli altri testi, che diceva: e però disse Santo Paolo.

[41] Gran parte di questo e del precedente Capitolo si vedrà ripetuta nell’Introduzione alle Virtù, ai Capitoli VII e VIII.

[42] menova: da menovare = menomare: venir meno. (ndr).

[43] Le altre cose sono fatiche di peccato. Trascurammo questa lezione dei MSS. Riccardiani, come meno esatta di quella ritenuta dal nostro Codice.

[44] Secondo l’osservazione del Salvini rincorrere sta per ricorrere, cioè percorrere, rimettersi nella memoria, riandare; ed in questo senso figurato si adoprava appunto un tal verbo anco dal Varchi nel volgarizzamento di Seneca.

[45] Cioè offuscati, od oppressi, come volle spiegare il Salvini colla sua annotazione, opprimuntur.

[46] Defecerunt scrutantes scrutinio leggesi al ver. 7 del Salmo LXIII. Molte delle cose dette dal Giamboni nel presente Capitolo erano state per innanzi trattate da Lotario nel Capo XIII, intitolato De studio Sapientum.

[47] Usò tal voce il Giamboni nel volgarizzamento d’Orosio.

[48] La corrispondenza qui tenuta dal Giamboni col detto da Lotario Diacono, fu già dimostrata nell’Avvertimento.

[49] Nell’Esposizione del Paternostro ed in altre antiche scritture trovasi anda’gli, orna’gli, mostra’gli, porta’gli ec. in luogo di andargli ec. che denotano gli andai, gli ornai ec.

[50] Troviamo pure nella Vita di Barlaam, nel Vocabolario allegata, che idole, fu in antico adoprato per idoli; di tal voce si servì anco il Giamboni nell’Introduzione alle Virtù.

[51] Premuroso, sollecito. Vedremo dal Giamboni più volte ripetersi in seguito questa voce rangoloso.

[52] Difrodare, che vale lo stesso che defraudare, per quanto abbia più esempi non solo del Giamboni, che di altri antichi scrittori, pur tuttavia non è registrato nel Vocabolario.

[53] L’Albertano ed il Pandolfini ci somministrano più esempi del significato di avaro, che ha la voce tenace. In tal senso vedrassi questa adoprata pure nel Cap. V dell’Introduzione alle Virtù.

[54] Venire a bene. Questa frase, oltre al valore assegnatole nella Crusca, ha quello altresì di pervenire a buon fine, che dalla presente autorità si conferma.

[55] Apprendimento nel senso qui volato di appigliamento, attacco, non ritrovasi nella Crusca.

[56] Non i soli Scrittori del trecento adoprarono ritruopico per idropico, ma l’usò pure il Sacchetti nella Nov. 167.

[57] Assempro, per esempio, è comune presso gli antichi.

[58] Le parole qui riportate non essendo propriamente di S. Paolo, ma bensì di S. Pietro, come si rileva dagli Atti degli Apostoli III, 6, allontanandoci per tal ragione da tutti i Codici, che leggono Santo Paolo, seguitammo il nostro testo, in cui abbiamo Santo Pietro, Il detto fin qui ritiene molta rassomiglianza col Capitolo XIV del Libro I di Lotario.

[59] rattori: da rapere: rapinatori, o "rubatori", come più oltre. (ndr).

[60] Cioè, privo, mancante, vuoto. Alcuni dei Codici Riccardiani leggono col nostro testo Poeta, in luogo di Profeta; e canterà, in vece di camperà. Fu da noi adottata questa lezione come la più vera, essendo troppo noto quel verso di Giovenale, che è il vigesimo secondo della Satira X, che dice:

Cantabit vacuus coram latrone viator,

ed a cui le parole del Giamboni ritengono corrispondenza pienissima.

[61] prode...: che vantaggio ha l’uomo che ha guadagnato tutto il mondo ma perde se stesso? (ndr)

[62] Vale a dire, e tennero tali reggimenti in rifrenare la volontade ec., come se non avessero nulla.

[63] Tipido, lo stesso che tiepido, vale pigro, lento, tardo.

[64] Per l’imitazione dal Giamboni tenuta in questo Capitolo, vedansi i Cap. XVI e XVII del Libro I di Lotario Diacono.

[65] Rivederti sta qui per riunirsi, ritrovarsi insieme.

[66] Questa voce, nel suo senso metaforico di congiugnimento, legame, fu più volte adoprata dall’ Albertano.

[67] Quando persona può prendersi semplicemente per uomo, non fu creduto essere sconcordanza l’accompagnar in tal caso questa voce con un adiettivo mascolino, come ha ora praticato il Giamboni. E tralasciando gli esempi che aver si possono dall’Esposizione del Pater Nostro, e dal Volgarizzamento d’Esopo, riferiremo quello del Boccaccio, niuna persona non dee vivere pigro, che leggesi nella Nov. VI della Giorn II.

[68] Dal confronto di questo patto con l’esempio allegato dalla Crusca alla voce malatolta, rileveremo che questi spetta al presente Trattato, e non già a quello del Consiglio, o di Consolazione, come colà si afferma.

[69] Guastatore vien qui adoprato nel significato istesso di dissipatore, prodigo, scialacquatore, che gli venne dato da Ser Brunetto Latini e dall’Albertano.

[70] Cioè, calma e spegne il furore de’ nemici. In alcuni Codici Riccardiani si legge: e in tutto spegne il furor de’nimici.

[71] Trattare sta qui per ritrarre, trasportare, rivolgere. Manca poi nella Crusca la voce oscuratamente.

[72] Cioè alle opportunità, opportunamente, a suo tempo.

[73] Una miglior purezza di stile, unita a maggior verità di lezione, che ci parve qui ritrovare nel Codice da noi posseduto, ci persuase a seguitarne il testo, trascurando quello degli altri Codici consultati, che è il seguente: de’ il cuore suo temperare, che non sia troppo corrente a dire, nè che non si rechi a noia tutte le parole, o deelesi gittarle in beffe ec. Che veramente debbasi leggere corrente ad ira, e non a dire, lo confermano le parole che si trovano quasi sul fine del presente Capitolo, e che dicono: temperando il cuore suo, che non sia ad ira troppo corrente. E riguardo alla frase recarsi ad animo una cosa, che vale averla per male, o rammentarsene onde prenderne vendetta, giova l’avvertire che anco l’Alberano diceva: Se per ventura io ti dirò alcuna cosa, che ti dispiaccia, non te lo recare ad animo.

[74] Così nel nostro Codice. Secondo gli altri testi leggesi: Colui ch’è largo però è volentieri dalle genti veduto e amato, perchè non solamente ec.

[75] L’uso di riportare gli avverbi per intero, e non sincopati, non è nuovo nello antiche scritture: legghiamo infatti nell’ Esposizione del Pater Nostro, nel Volgarizzamento d’Esopo, nel Tesoro di Ser Brunetto, in Boezio, ed in altri antichi Scrittori, invisibilemente, naturalemente, crudelemente, agevolemente, eternalemente ec.

[76] Negghiettire, che vale non curare, negligentare, trascurare, manca nel Vocabolario, ove trovati negghiente, e negghienza.

[77] In tutti i Codici, eccettuato il nostro ed il Riccardiano da noi seguitato, trovasi nel presente Capitolo omissione d’interi periodi, e costruzione vistosamente viziata.

[78] ferucole: piccole fiere, piccole bestie. (ndr)

[79] Artificj secondo il nostro Codice.

[80] Disdegnevole, che viene a significare ingrato, sgradevole, dispiacevole, è voce che resta a desiderarsi nella Crusca.

[81] Con lezione meno esatta dicesi negli altri Codici: non può ricevere. Vedasi l’Introduzione alle Virtù, Capo XX.

[82] Di sì fatta desinenza al plurale di diversi nomi, frequentissimo n’è l’uso nelle antiche scritture; quindi spesso legghiamo botora, corpora, luogora, nomora, pugnora, sediara, sognora ec, in luogo di boti, corpi, luoghi, nomi, pugni, sogni, sedi o sedie ec. E per non ricorrere soltanto agli antichi esempi diremo che anco il Bembo, nella Storia Veneziana, usò biadera, latora, pratora ec.

[83] Da questo passo, che sta in pieno accordo con l’esempio nella Crusca allegato alla voce ebbretia, ben si dimostra, che tale autorità fu estratta dal presente Libro, e non dal Trattato del Consiglio, come ivi si disse.

[84] sciampiò il ninferno: aprì l'inferno il suo ventre senza alcun confine. (ndr)

[85] Non il solo Giamboni adoprò in tutti i suoi Trattati malizia, per infermità, o malattia, ma se ne valsero pure Ser Brunello, l’Albertano, e molti altri purgati scrittori.

[86] Anco l’Ariosto diceva spaventoso, per pauroso, spaurito, spaventato. Legghiamo in Ovidio:

res est solliciti plena timoris Amor.

[87] Dalla forza, in più Codici. Vedasi Orazio, Epistola X, Lib. I.

[88] Non scarsi sono gli esempi che addurre si potrebbero dell’uso, presso gli antichi, d’intromettere un’s in mezzo ad alcune voci, per creduta vaghezza di stile. E per tacere di abbrusciare, basciare, disgiunare, pressare ec, che si leggono nell’Esopo, e nei Morali di S. Gregorio, diremo che anco il Sacchetti amò talvolta di dire asgiato, asgio, busgie, per agiato, agio, bugie ec.

[89] Usava futa, in luogo di fuga, anche Dante. Da questo esempio, che sta in piena corrispondenza con quello nel Vocabolario sotto tal voce allegato, possiamo con certezza affermare, che il Trattato, da cui quell’esempio fu attinto, è il presente della Miseria dell’Uomo, e non già l’altro del Consiglio, o di Consolazione, come il Vocabolario sostiene. Non dobbiamo poi trascurare di arvertire, che non tutti i Codici sono concordi su questa lezione, da noi preferita non per desiderio di far tesoro di antiche voci, ma in grazia dell’autorità che ce ne somministrava la Crusca.

[90] Vuo’ propriamente denota vuoi, o vogli; usato però, come fa ora il Giamboni, per voglio, è idiotismo da evitarsi, malgrado i molti esempi, che se ne potrebbero addurre di antichi scrittori.

[91] Cioè, alzasi in pie per mostrare altrui reverenza.

[92] rangole: brame, desideri (ndr)

[93] Stare in stato, frase più volte dal Giamboni adoprata, denota star firmo, essere immutabile, durevole.

[94] Sfascio, che vale quanto stroscio, significa colpo del cadimento, strepito, o rovina. Fu da noi preferita questa lezione, perchè di tal voce usò pure altrove il Giamboni, e perchè sotto di essa, egualmente che al verbo dirovinare, si riporta nel Vocabolario la presente autorità, che per il solito errore fu asserito spettare al Trattato di Consolazione. In alcuni Codici leggesi scoscio, voce che propriamente denotando scoscendimento, non sarebbe qui riuscita bene adattata.

[95] Fondato, per profondo, lezione ritenuta anco dal nostro Codice. In alcuni dei testi Riccardiani dicesi grande.

[96] Impattare prende qui il significato di folleggiare, patteggiare.

[97] Questo modo di affiggere ai verbi pronomi e particelle, non è senza esempio di buoni scrittori. Troveremo infatti oltre ad insegnalti, anco dirolleti, hallomi, sonle, vienlomi, ed altri simili, adoprati in luogo di te lo insegna, te le dirò, me lo hai, le sono, me lo vieni ec. Il Boccaccio pure diceva nella Nov. V. della Giorn. IX: holti buona pena taciuto.

[98] Infertà, per infermità, sincope frequente nel Giamboni, ed in molti altri antichi Scrittori, che dissero pura durtà, santà ec., in luogo di durità, sanità ec.

[99] Di simili considerazioni ed esempi erasi già servito Lotario nel suo Cap. XXV, del Libro I, per dimostrare il terrore che apportano i sogni.

[100] A denotare il significato di guerra, o di milizia, che prende qui la voce cavalleria, riportava il Salvini, in margine del MS. Riccardiano, il seguente detto di Giobbe: Militia est vita hominis super terram. Nella Crusca, allegandosi questo esempio alla voce cavalleria, fu detto ch’egli apparteneva al Giardino di Consolazione; il che quanto sia erroneo, lo mostrerà la lettura di quel Trattato, in cui nè la voce, nè l’esempio, non avverrà che s’incontri.

[101] ammannati: pronti, preparati. (ndr)

[102] colpare: incolpare. (ndr)

[103] Disposto per esposto, soggetto, come poco di sopra.

[104] Friggimento, secondo l’Alberti, traendo origine dal verbo friggere, usato nelle Novelle Antiche nel senso di affiggere, verrebbe ad avere il significato mancante nella Crusca di afflizione, tribolazione, tormento. A correzione di Barbas, scriveva il Salvini in margine del MS. Richard. Barabba.

[105] Vedremo adoprarsi spesso dal Giamboni questo adiettivo di dichinare, che non trovasi registrato nel Vocabolario. In quanto poi all’avverbio a dichino, che si legge poco di sopra, diremo che in questo istesso senso figurato lo usava pure il Sacchetti nella Novella 76.

[106] Con qual fedeltà imitaste il Giamboni ciò che diceva Lotario intorno alla brevità della vita dell’uomo, chiaro vedrassi dalle seguenti parole di questo dotto scrittore, contenute nel Capo X del Libro I: In primordio conditionis humanae noningentis annis et amplius homines vixisse leguntur; sed paulatim vita hominìs declinante, dixit Dominus ad Noe: Non permanebit spiritus meus in homine in aeternum, quia caro est. Eruntque dies illius centum viginti annorum etc. Sed cum magis oc magis vita recideretur humana, dictum est a Psalmista: Dies annorum nostrorum in ipsis septuaginta anni. Si autem in potentatibus octoginta anni, et amplius eorum labor et dolor etc. Pauci enim nunc ad quadraginta, paucissimi ad sexaginta annos perveniunt.

[107] Proseguendo il Salvini le sue annotazioni, riporta qui il detto del Salmista analogo a questo passo. Non vogliamo tacere che le parole, che si leggono in appresso, ed ègli dato a godimento il sovrano bene, venivano dalla Crusca attribuite al Trattato di Consolazione.

[108] Fu trascurata nel Vocabolario la voce dubitamte, che indica colui che dubita.

[109] Secondo lei vale dopo di lei.

[110] Deve qui intendersi adoprato questo avverbio non nel significato avvertito alla pag. 72, ma in quello bensì di talvolta.

[111] Setta d’eretici, intorno alla quale vedasi il Muratori Dissertazione LX delle Antichità del Medio Evo, ed il Lami Lezioni di Antichità Toscane Vol. II.

[112] fermano con botora: affermano, confermano, con voti, giuramenti religiosi. (ndr)

[113] Cioè, non ti voglio ora seguitare a dire, o non voglio ora continuare a narrarti.

[114] Spergiurarsi vale rendersi, o farsi spergiuro; voce adoprata in questo senso anco nell’Introduzione alle Virtù.

[115] Che qui debbasi leggere col nostro Codice malizie nel senso già avvertito d’infermità, malattie, e non maladitioni, come dicesi in più Codici, lo conferma il contesto del periodo, che segue in appresso.

[116] Come più coerente al detto di S. Matteo XIII, 41: Et colligent de regno ejus omnia scandalo, adottammo la lezione del nostro Codice, trascurando gli altri testi che dicono: e toglieranno.

[117] Tramite denota tralcio; così avverte il Salvini nelle sue annotazioni al Cod. Riccardiano.

[118] Nelle tenebre di fuoco: questa erronea lezione di tutti gli altri testi, è stata emendata dal nostro Codice.

[119] Carcere, gente, parte, arme, ec. in luogo di carceri, genti, parti, armi, ec sono idiotismi da evitarsi, abbenchè abbiano più esempi di antichi purgati scrittori.

[120] Quadrante per quarta parte di moneta, o per moneta presso noi la più infima, cioè picciolo, manca nella Crusca.

[121] Trattando Lotario la stessa materia nel Capo IX del L. III, così concluderà: O mors quam dulcis esses, quibus tam amara fuisti; te solam desideranter optabunt, qui te solam vehementer abhorruerunt etc.

[122] Dai Morali di S. Gregorio possiamo avere un esempio di angosciare usato nel senso di affliggere, tormentare.

[123] Molte delle considerastoni qui riportate, si leggevano già nel Capo V del L. III di Lotario.

[124] Questo detto dell’Apostolo, ripetuto, anco di sopra alla pag. 32, trovandosi riportato nel nostro Codice con le parole istesse colà adoprate, lo seguitammo a preferenza degli altri testi, che leggono per sofferendo nel Mondo poca cosa, secondo i quali l'interpretazione del versetto 10 della Lettera II di S. Pietro verrebbe a rendersi meno letterale.

[125] Se diversa orditura da quella di Lotario dette il Giamboni al presente Capitolo, pur tuttavia trattando la materia istessa, la provò con eguali argomenti; e discendendo poi alla conclusione imitò intieramente il detto di quel celebratissimo Scrittore, di cui a miglior convinzione riporteremo alcuni periodi del Capo X del Libro III: Nullus ergo sibi blandiatur et dicat, quia Deus non in finem irascetur, neque in aeternum indignabitur, sed miserationes ejus super omnia opera ejus etc. Praedestinatis ergo Deus irascitur temporaliter, quia flagellat omnem Deus filium, quem recipit. Reprobis autem Deus irascitur aeternaliter, quia justum est, ut quod impius in suo praevaricatur aeterno, Deus ulciscatur in tuo aeterno etc. Nam licet peccandi facultas illum dimittat, ipse tamen non dimittit voluntatem peccandi, Scriptum est enim: Superbia eorum, qui te oderunt, ascendit semper. Nam non humiliabuntur reprobi. Jam desperati de venia, sed malignitas odii tantum in illis excrescet, ut velint illum omnino non esse, per quem sciunt se tam infeliciter esse. Maledicent Altissimo, et biasphemabant Excelsum, conquerentes eum esse malignum, qui creavit illos ad poenam, et numquam inclinatur ad veniam. Audi Jonannem in Apacalypsi dicentem: Grando magna descendit de coelo in homines, et blasphemaverunt homines Deum propter plagam grandinis, quoniam magna facta est vehementer.

[126] Il Boccaccio nel Laberinto diceva egli pure perdimento, per significare perdizione, dannazione.

[127] Duemilia e tremilia adoprò talvolta il Boccaccio, mentre altrove aveva già detto duemila, e tremila. Quest'uso di scrivere in diversi modi una stessa voce, fu frequentissimo negli antichi scrittori; ed in fatti se in una medesima opera si valsero di essemplo, assempro, sagreto, stabole, stormento, temoroso, terribole, vicitare ec., non trascurarono però le altre voci più regolari e comuni, esempio, segreto, stabile, timoroso, terribile, visitare, ec.

[128] Lezione del nostro Codice, coerente a ciò che è detto alle pag. 138, e 139. Secondo gli altri testi erroneamente dicevasi: e in tutti i nuovi ordini ec.

[129] Vale a dire, a chi, o di chi, dee rimaner moglie in paradiso colei, che ec.

[130] Da alti, e in alti, in luogo di da alto, o in alto, sono modi propri non solo del Giamboni, ma incontransi pure in molte antiche scritture: E chi più cade da alti, più agevolmente si rompe; così leggesi alla pag, 99 dell’Esposizione del Pater Nostro.

[131] Disse nell'epistola sua; questa erronea lezione dei Codici Riccardiani venne emendata dal testo da noi posseduto. Appartengono in fatti le seguenti parole di San Giovanni al Cap. XV dell’ Apocalisse.

[132] Alleggerezza, voce non registrata nella Croca, ove poi ritrovasi alleggerare, e alleggeramento.

[133] Durtà, infertà, santà, vertà ec. sono sincopi già accennate di durità, infermità, sanità, verità ec., che si vedranno ripetute anco in seguito dal Giamboni, senza mancare però di esempi di antichi purgati scrittori; ed in special modo frequenti nel Volgarizzamento di Boezio, in Giovanni Villani, e nella Collazione dei SS. Padri.

[134] Il presente periodo non ei avvenne d'incontrarlo se non che nei due Codici, che contengono, come vedremo, i quindici segni che anderanno innanzi al Giudicio, descritti in appresso nel Capitolo III.

[135] Anticristiano, o sia che denoti nemico dei cristiani, o falso cristiano, è voce che non vedesi allegata nel Vocabolario.

[136] Cioè tutte le gerarchie di paradiso; così pure leggesi in seguito. In alcuni Codici abbiamo: tutti i grandi.

[137] Turbico per turbine, procella, tempesta, fu usato anco dal Villani.

[138] Il seguente Capitolo, che si contiene nel nostro Codice, non incontrasi in veruno dei Codici di pubbliche Biblioteche da noi consultati. Quindi malgrado che si ravvisasse in esso uno stile niente discordante da quello del Giamboni, e vi si riconoscessero altresì voci con esempi corrispondenti a quelli nel Vocabolario riferiti con l'autorità dell'Introduzione alle Virtù, pur tuttavia eravamo determinati di riportarlo nelle Note, sembrandoci che un solo Codice di privata pertinenza non fosse fondamento bastevole per destinarlo a far parte del testo. Ma essendoci avventuratamente accaduto di ritrovare questo istesso Capitolo, con qualche leggerissimo cambiamento, anco in uno dei due Codici contenenti il presente Trattato Della Miseria dell'Uomo, posseduti dal ch. Sig. March. Giuseppe Pucci, Accademico corrispondente della Crusca, e segnatamente in quello scritto nel 1468 da Prete Piero di Giovanni Guastafeste; sull' appoggio di tal nuova testimonianza, non dubitammo di riportarlo in continuazione del testo; avvalorati in ciò dal riflettere che questo Codice, con tutti gli altri singolarissimi Testi a penna del buon secolo di nostra lingua dal suo possessore raccolti, essendo stato dal medesimo destinato a libero uso dell'Accademia della Crusca, renderà agevole, a chi ne fosse desideroso, il verificare in ogni tempo se quanto affermiamo possa in dubbio arrecarsi.

[139] Alle voci ingenerazione, e pigolare, si riporta nel Vocabolario uno stesso esempio, che interamente corrispondendo a questo passo, prova ad evidenza ch'egli fu estratto dal presente Trattato, e non dall'Introduzione alte Virtù, in cui affatto vi manca.

[140] Dicevasi nel nostro Codice: per tutto il mondo tremerà di sì grande maniera, che ec.

[141] Secondo il Codice Pucci leggesi spargeranno fiamme di fuoco. Malgrado ciò volemmo qui seguitare il Codice nostro, poichè se mancavamo di un'autorità più sicura che ne avvalorasse la lezione, avevamo però a sostegno l'altra dell'esempio riportato nel Vocabolario alla voce Codazza, che col nostro testo letteralmente concorda.

[142] Ogni, come nome universale, dice il Salviati, Avvertimenti, L.II, C.VI, fu accordato dagli antichi anco col numero del più; e ne adduce esempi del Boccaccio e d'altri autorevoli Scrittori. Quindi vedremo essersi osato in tal modo dal Giamboni anco nei successivi Trattati.

[143] Maggiorente, cioè Grande, nel significato di nome principale, e che aopera gli altri in nobiltà e grandezza. La Crusca riportando sotto questa voce il presente passo, mentre lo dice appartenere al Trattato del Consiglio, legge maggiorenti del Padre suo. In aiuto della nostra lezione, oltre all'autorità di pià Codici, concorre quella pure di Lotario, che nel Cap. XIV del Lib. III diceva: Veniet autem Dominus ad judicium non solum cum Angelis et Apostolis, sed et cum senatoribus populi sui.

[144] Che tribo si usasse anticamente per tribù, lo attestano Dante, il Villani, ed anco il Borghini.

[145] Questa voce, adoprata pure dal Giamboni nel Capitolo II, prende il significato di scempio, strazio, o tormento.

[146] Per dare il valore di palese alla voce ignudo, diceva l'Albertino: Chi lo segreto dell'amico fa ignudo, perde la fede.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011