Francesco Tassi

Bono Giamboni

Scala dei claustrali

testo a penna inedito

in addietro conosciuto sotto il titolo

Scala di s. Agostino o del Paradiso

Edizione di riferimento:

Della miseria dell’uomo, Giardino di consolazione, Introduzione alle virtù di Bono Giamboni, aggiuntavi la Scala dei claustrali, testi inediti, tranne il terzo trattato, pubblicati ed illustrati con note dal Dott. Francesco Tassi, Firenze. Presso Guglielmo Piatti, 1836

Sul testo inedito erroneamente in addietro creduto

la scala di s. Agostino o del Paradiso

LEZIONE

Del Dot. FRANCESCO TASSI

Se della discretezza ed umanità Vostra, io non ne avessi, Accademici prestantissimi, riportate in altri tempi le più sicure e convincenti testimonianze, richiesti vi avrei di buon grado in quest’oggi a tenermi disciolto dall’obbligo, a cui le Costituzioni nostre mi richiamano; onde liberi Voi dal tedio di porgere orecchie a rozzo e male ordito ragionamento, di più amene ed utili discussioni ad intero agio Vostro occupar vi poteste. Ma fattomi quindi a considerare, che sebbene Voi tutti a studi gravi e sublimi continuamente intendendo, non recusate però, di tratto in tratto, impiegare e l’opera e la penna per raccogliere e dilucidare quanto contribuir possa a rendere più purgata e perfetta la pubblicazione del nuovo Tesoro di nostra lingua all’alto saper Vostro affidata, fermo su tal pensamento presi animo per sottoporvi in esame varie osservazioni da me fatte sopra uno dei preziosi Testi dalle precedenti impressioni del Vocabolario allegati. Le quali s’egli avverrà che il suffragio Vostro ne ottengano, come già lo riportarono le altre mie tendenti a dimostrarvi, che il Trattato Della Miseria dell’Uomo, non al Giambullari, come molti falsamente opinarono, ma a Bono Giamboni di pieno diritto spettava, qual più grato compenso ritrar potranno le lievi cure nel riunirle ed esporle da me adoperate, quanto il riflettere che queste, a miglioramento della grand’opera, a cui indefessi attendete, da Voi del tutto trascurate non erano. Il Testo adunque che formerà soggetto del presente mio discorso, sarà quello tuttora inedito, e con errato giudizio creduto, come in appresso vedremo, un volgarizzamento del Trattato a S. Agostino attribuito sotto la denominazione Scala Paradisi, ovvero De modo orandi; Testo del quale si valsero già i Compilatori della seconda impressione del Vocabolario, conforme rilevasi dalla Nota 274 riportata in piè della Tavola delle Abbreviature degli Autori citati, sopra un Codice, che, portando il titolo Scala di S. Agostino, o del Paradiso, appartenne a Monsignor Piero Dini, Arcivescovo di Fermo, nell’Accademia detto il Pasciuto. Di un Testo così pregevole, e della di cui esistenza mancavamo affatto di positive notizie, essendo occorso di darne cenno al dotto Ab. Luigi Rigoli nella prefazione alle Parafrasi poetiche degl’Inni del Breviario di Vincenzio Capponi, pubblicate in Firenze nel 1818, si trovò costretto a dire, che, malgrado le più accurate indagini, non eragli venuto fatto il ritrovarlo. Ora tra i varj singolarissimi Codici Italiani, a mio particolare studio raccolti, havvene uno membranaceo, in piccolo quarto, di pagine 45, scritto circa il terminare del secolo decimoquarto, contenente una morale operetta d’intera e fedel corrispondenza a quella, che sotto l’allegato titolo Scala di S. Agostino, o del Paradiso, veniva in addietro comunemente conosciuta. Che se poi, da quanto sono per dimostrarvi, non apparirà manifesto questo Codice essere quello istesso, che già si possedeva dal Pasciuto, vi sarà forza però meco convenire doversi egli tenere in altissimo pregio, e che conseguentemente le citazioni di esempi presi dal Trattato in esso racchiuso, abbiano nella nuova ristampa del Vocabolario con la di lui autorità a sostenersi, fino a tanto che altro testo a discuoprirsi non venga, che offra più sicura testimonianza di avere un tempo al menzionato Accademico appartenuto.

Prima però di discendere a dar conto dei riscontri fatti su questo Testo, convenevol cosa mi sembra l’esaminare, se a ragione nei Compilatori della riferita seconda impressione del Vocabolario il dubbio insorgesse, che la spirituale operetta da essi citata con le abbreviate indicazioni Scal. S. Ag. Scal. S. Agosti e Scal. Parad., dovesse, o no, all’aureo scrittore S. Agostino attribuirsi; operetta che non è al certo da confondersi con l’altra dello stesso S. Dottore, la di cui differenza ci viene avvertita da un ottimo volgarizzamento, col titolo dieci Gradi per i quali viene l’uomo a perfezione, contenuto nel Codice Laurenziano XCV del Pluteo LXXXIX. Varj sono per verità i Trattati, ai quali in quanto che per diversi gradi, o scalini, le anime devote al cielo ne guidano, la denominazione di Scala celestiale, Scala cristiana, o del Paradiso fu data. Conosciuta è in fatti abbastanza la Celestiale Scala, in trenta gradi distinta, di Giovanni Scolastico Sinaita, da essa perciò detto Climaco, di cui la Biblioteca Palatina, per l’acquisto fatto mercè le mie cure dei preziosi Manoscritti Poggiali, già di Piero Del Nero, conserva al N. 37 il Codice istesso citato dal Vocabolario alla Nota 274 Nella prefazione poi ai Trenta Gradi detta Scala del Cielo a S. Girolamo ascritta, e dal Manni pubblicata, ricordasi un’altra Scala di S. Benedetto, che si legge al Capo VII della di lui Regola Scolastica; e questa per mezzo di dodici gradi di Umiltà al cielo indirizza; fine a cui tendono pure i Dieci gradi dell’Umiltà di S. Bonaventura, che si leggono nel Codice Riccardiano 1626: e con maggior semplicità poi un altro Trattato impresso in Firenze nel 1829, nel quale dimostrasi come a quella beata sede, per soli quattro gradi di Carità, siavi certa speranza di poter pervenire. Quindi in un Codice membranaceo, in-12° , dei primi del secolo decimoquarto, esistente per egual provenienza nella rammentata Biblioteca Palatina, e segnato di N. 549, abbiamo una Scala del Cielo di anonimo, divisa in dieci gradi, i quali a cinque catene di morali virtù riunendosi, dischiudono poi la strada ad un egual numero di viaggi; che forse è un volgarizzamento della Scala Coeli o Scala major, che Onorio prete, di nazione francese, scriveva sul declinare del decimoterzo secolo, e che il Fabricio ed altri bibliografi altamente commendano. Di una Scala Spirituale fa pure menzione il Petreio nella sua Biblioteca Certosina; ed alla pag. 113 annoverati si vedono i diversi gradi, per i quali alla gloriosa sede celestiale vien dato il poggiare. E per tacere di non poche altre operette aventi tutte ad oggetto, per diversi gradi di virtù, di fare ascendere le anime al cielo, può vedersi inoltre nel Codice Riccardiano del secolo decimoquinto, intitolato Considerazioni ascetiche, e distinto col N. 1427, una Sedia del Cielo di S. Bernardo, diversa del tutto da quella, che già l’erudito collega Rigoli, a seconda d’altro Codice Riccardiano, che porta il N. 1477, pubblicava in seguito alle Parafrasi degl’Inni del Capponi, come un volgarizzamento della creduta Scala di S. Agostino, perch’ei trovava che, a similitudine di quella, veniva essa pure in quattro gradi repartita. Ma siccome in tutti questi Trattati, l’uno dall’altro totalmente differenti, non avviene, che s’incontri veruna delle tante voci nel Vocabolario riportate coll’autorità del volgarizzamento della supposta Scala di S. Agostino, senza richiamar perciò l’attenzione Vostra sopra di essi, stimo più utile allo scopo presente il trattenermi intorno all’esame della spirituale operetta dagli antichi Compilatori presa a spoglio, e dai medesimi con credenza non ferma al dottissimo Vescovo Ipponense attribuita.

Quel Trattato, dal quale si ebbe opinione che ne derivasse il volgarizzamento citato dal Vocabolario col titolo Scala del Paradiso, perchè originariamente scritto in latino, e perchè ridondante e ripieno di quelle gravi sentenze, e santissime massime, di cui le opere di S. Agostino, non meno che quelle di S. Bernardo, vedonsi sparse e adorne, dette luogo per lungo tempo a dubitare, che ad alcuno degli indicati due sacri Scrittori, e con più certezza poi al primo di loro, ascrivere si dovesse. Ma finalmente dai dotti Maurini, nelle erudite prefazioni alle ristampe da essi procurate delle opere dei riferiti santi Dottori, fu posto apertamente in chiaro, che a veruno di questi un tal Trattato spettar non poteva; ma che bensì egli era opera di un Monaco Certosino, nominato Guido, o Guigo, quinto Priore della Certosa Maggiore, che fioriva nel secolo duodecimo. Della qual verità ne aveano tratta certezza da un Codice della Certosa di Colonia, in cui trovavasi che, l’indicato Autore, questo suo spiritual componimento, detto De vita contemplativa, con amorevole ed affettuosa Lettera al proprio fratello Gervasio indirizzava. Nè fu omesso da quei profondi critici di avvertire che un consimile opuscolo, inviato da altro Guido certosino al Priore ed ai Religiosi della celebre Certosa di Wytham, nella Contea D’Essex, vedevasi riportato dal Chifflezio nel suo Manuale Solitariorum, col titolo De quadruplici exercitio Cellae; opuscolo che dall’antecedente non differiva, se non in quanto che l’autore di questo al quarto grado della Contemplazione, quello sostituito vi aveva dell’Opera. Quindi fu che lantico Trattato conosciuto sotto la doppia denominazione di Scala Claustralium, sive De modo orandi, e di Scala Paradisi, ma che in realtà altro non comprendeva che una sola ed istessa letterale operetta, da cui per comune opinione volevasi che derivato ne fosse il volgarizzamento di quel Trattato, che Scala del Paradiso, fu detto, più non comparve tra gli scritti originali e certi di veruno degli indicati due santi Dottori, ma vi figurò soltanto tra quelli supposti, o che falsamente a ciascuno di essi venivano assegnati. Ed in fatti quel Trattato medesimo, che tra gli opuscoli di dubbia dettatura di S. Bernardo ora si legge alla pag. 311 del Tomo II delle di lui Opere, col titolo Scala Claustralium, sive De modo orandi, in quelle pure non genuine di S. Agostino alla pag. 163 dell’Appendice al Tomo VI, sotto l’altra indicazione Scala Paradisi, è dato di ritrovare. E di tanta autorità furono poi tenute le prove dagli eruditi Maurini addotte per doversi riguardare come erronea la già prevalsa opinione, che questa Scala dei Claustrali, o del Paradiso, potesse ad uno dei rammentati due Padri essere ascritta, che ad affermarle concorsero non solo il Cave e il Dupin, ma il Bayle, l’Oudino, ed altri dotti bibliografi eziandio, i quali a meglio sostenerle ed avvalorarle, nuove osservazioni e più solidi argomenti ne addussero.

Un sì fatto Trattato, che aveva a scopo di guidare alla cristiana perfezione le anime devote, per quattro semplici gradi di virtù alla contemplazione della celestiale beatitudine facendole ascendere, e quindi infiammandole di ardentissima brama di venirne al pieno possedimento, non è maraviglia, dottissimi Accademici, se risvegliò in molti il desiderio, onde renderne l’utilità più este sa e comune, di por mano a trasportarlo letteralmente nel gentile volgar nostro idioma, od anco, seguendone le sue tracce, a nuovamente riordinarlo e comporlo. Tra le molte testuali versioni di questo Trattato, una fedelissima in vero riconosciuta ne aveva l’egregio collega Rigoli nella Scala del Cielo di S. Bernardo, contenuta nel già rammentato Codice Riccardiano di N. 1427, di cui però, sebbene nella riferita prefazione alle Parafrasi poetiche degl’ Inni del Capponi, egli ne commendasse l’eleganza e la purità dello stile, pubblicar non ne volle poi che il solo prologo, avendo preferito piuttosto di produrne per intero un altro largo volgarizzamento, fatto da un Frate Agostiniano, ch’eragli, come fu detto, avvenuto d’incontrare nel Codice 1477 della Riccardiana, avente però a titolo Libro di Santo Agostino, detto Scala di quattro gradi. Portatosi quindi da zelantissimo nostro Accademico attento l’esame sopra tali volgarizzamenti, ed in special modo sopra quest’ultimo, che più d’ogni altro al Testo del Pasciuto si avvicinava; e veduto che ogni sua fatica riusciva del tutto inefficace a convalidare l’autenticità degli esempi, che il Vocabolario adduceva in conferma delle voci attinte dal Testo del Pasciuto, prese egli animo a percorrere un’altra spirituale operetta, che, per quanto s’intitolasse Ammunizione di S. Agostino come l’aninia de’ vacare a Dio, conteneva però una Scala del Paradiso in quattro gradi egualmente distinta, che fu dipoi riconosciuto essere quella istessa, che a S. Agostino veniva in addietro attribuita; Testo che faceva parte di un elegantissimo Leggendario di Santi, scritto in pergamena nel 1462, appartenente al celebre Professore di Belle Lettere in Firenze, Padre Mauro Bernardini delle Scuole Pie. Le cure da quel dotto Accademico impiegate nel riscontro di questo nuovo testo sortirono un esito assai fortunato, essendo giunto con tal mezzo a provare, che gran parte degli esempi con la citazione della supposta Scala di S. Agostino nel Vocabolario allegati, con una corrispondenza quasi del tutto a quelli pienissima, in esso s’incontrava.

Dietro queste tracce, da felice successo secondate, fu per verità che da me s’intraprese di nuovo il confronto del Codice Bernardini col testo ch’io possedeva, ed i fatti riscontri mostrarono, che se in quello tutti non erano stati ritrovati gli esempi, che il Vocabolario registrava in sostegno delle voci tratte dalla supposta Scala di S. Agostino, questo necessariamente avveniva perchè il Trattato, ch’egli conteneva, non era compiuto, ma cessava bensì al verso terzo della pagina 16 del mio Codice, dopo di avere cioè definito i diversi gradi dell’antica Scala del Paradiso, tenuta ormai per smarrita, e di averne mostrato futile, che dall’esercizio loro si viene a ritrarne. Ed era agevol cosa per ognuno rincorrere nell’errore di tener quel Trattato per intero, poichè non presentando il Codice alcun segno di manifesta mancanza, e terminando il Trattato a metà di pagina con queste parole: «Ma, o Signor mia Gesù Cristo, sposo dilettissimo, come sai tu quando tu dei dare all’anima sposa tua cotanta consolazione? e che segnale se ne puote avere del tuo avvento in essa?» non era dato perciò il determinar con certezza, se egli dovea qui aver fine, o sivvero essere più a lungo proseguito, se altro simil Testo, da servir di confronto non fosse dipoi comparso alla luce. Per quindi meglio venire in chiaro, se le voci della creduta Scala del Paradiso, nel Vocabolario adottate, tutte nel testo di mia ragione si ritrovassero, detti mano a nuovo e più accurato spoglio di esso, e per tal modo verificai non solo esservi quelle per intiero contenute, ma che gli esempi pur anco, in conferma dell’uso loro, nel Tesoro di nostra lingua allegati, vi s’incontravano con piena e fedel corrispondenza riferiti. Di che a miglior persuasione basterà il percorrere l’Indice posto in fine della presente operetta, ove additando le voci nel Vocabolario mancanti, o che se riportate vi furono, prive vi stanno di esempio o il diverso significato loro si tacciono, di quelle pure sarà fatto cenno, che i passati Compilatori allegarono, di semplice asterisco però designandole.

Questo Codice adunque, che tante autorità somministra, quante bastevoli siano a convalidare ciò che nelle precedenti impressioni del Vocabolario erasi attinto dal testo del Pasciuto, se non dovrà riguardarsi per quello medesimo, che al menzionato Accademico appartenne, farà di mestieri, eruditi Colleghi, che si tenga per fedelissima copia di esso, degna sempre bensì d’ogni Vostra fiducia, sino a tanto che il perduto Testo dalla oscurità, in cui si giace, non venga ritratto. Per lo che, sotto qual di questi due aspetti da Voi considerare si voglia, sarà pur di necessità che lo abbiate in altissimo conto, come il solo che, se tutta non presenta la verisimiglianza di essere lo stesso che un tempo si possedeva dal Pasciuto, è però l’unico che interamente la di lui mancanza riempiendo, esser vi possa ora di aiuto a confermare quegli esempi, che a giustificazione delle voci già estratte da esso, nella ristampa del Vocabolario di ritenere vi piaccia. Che se poi per le addotte ragioni veniste in pieno convincimento, che la Scala del Paradiso, originariamente scritta in latino, non è da annoverarsi fra le opere genuine di S. Bernardo, o di S. Agostino, e che non può ascriversi nè pure tra quelle dimostrate false e spurie, dovrete altresì meco concludere, che il Trattato per mio mezzo in tutta la sua integrità risorto di presente alla luce, non è a verun titolo da tenersi per volgarizzamento, o larga parafrasi di quello già a S. Agostino attribuito, e che dal dotto Guigo Certosino fu detto essere stato composto. Il perchè malgrado la stretta analogia che si trova sì nell’orditura, che nello sviluppo dell’argomento di entrambi questi Trattati, nel percorrerne poi l’ultimo tali cambiamenti ed inversioni anderete incontrando, e cotanta purezza e leggiadria ravviserete nel di lui stile, di originali e gentili modi sempre fecondo, da rendervisi facile il riconoscerlo come un opuscolo da dotta e tersa penna del buon secolo di nostra lingua a di lui imitazione nuovamente riordinato e disteso. Ed in vero abbenchè sì nell’uno che nell’altro Trattato, per gli stessi quattro gradi di virtù al cielo si ascenda, cioè per la lezione, meditazione, orazione e contemplazione; e malgrado che queste virtù medesime, che di quelle celestiali Scale ne costituiscono i gradi, vedansi prendere in entrambi una consimile derivazione, e quindi con egual ordine fra di loro succedersi, pur tuttavia tanti e sì diversi sono i modi di ragionamento tenuti in essi, onde giungere alla conclusione dell’opera, che, tranne l’unità d’argomento, niuna altra rassomiglianza infra di loro ritengono. A più forte poi ed incontrastabile certezza che il Trattato da me discoperto non è opera di S. Agostino, oltre al già dimostrato, gioverà il riflettere, che se in lui si dovesse senza veruna controversia ravvisarne il vero autore, come avrebbe egli mai potuto farvi menzione del Serafico Padre San Francesco, che ben sappiamo di circa otto secoli essergli stato posteriore? Gettisi l’occhio sulle pagine, che di poco precedono il fine del testo che anderemo pubblicando, e chiare appariranno le seguenti parole: Ma perchè egli desse questa grazia ad alcuno suo amico, siccome a San Piero e a Santo Joanni, e agli altri apostoli e a San Francesco, e ad alcuna altra persona pura e semplice sanza lettera, non dobbiamo noi presumere ec, dal che viene a trarsi tal conclusione, per se sola più che a sufficienza bastevole, non che ad allontanare, ma ad escludere affatto ogni contrario divisamente. Quello però che ebbe forza più di tutt’altro a far nascere, e quindi a confermare il dubbio, che questo opuscolo fosse da attribuirsi a S. Agostino si fu per certo, a mio credere, una particolarità notabilissima contenuta nel testo, che da me si possiede, e che indubitatamente ritrovar si doveva in quello pure del Pasciuto, in veruna parte dissomigliante da esso, che l’Autore cioè, sì nel principio, che sul finir del Trattato sotto tal nome si appalesava, che, ad autorizzarne il sospetto, esser non poteva più adatto; diceva egli in fatti nella sua introduzione: Con ciò sia cosa che io Agostino, un die occupato di fatica corporale, incominciassi a pensare di opera spirituale, subitamente mi si rappresentaro nell’animo quattro gradi ec, e dipoi nella conclusione, o nel riepilogo dei frutti, che dalla pratica delle esposte virtù, all’anima ne derivano, così si esprimeva: Ma io temo, o Figliuola mia, o anima santa, o anima beata, che questo ragionamento, che io Agostino faccio con teco, non ci tenesse troppo, imperocchè quanto più parlassimo d’esso, più ne crescerebbe la materia ec. Dal che non è assurdo il congetturare, che ognuno sotto quel nome di agostino, il venerando Vescovo d’Ippona vi ravvisasse; e che di conseguente dai Compilatori eziandio del Vocabolario egli come autore di quella spirituale operetta tenuto ne fosse. E giacchè alla congettura aperto il campo si mostra, potrebbe dirsi non andar forse di troppo errato dal vero chi, in quel generico nome, riconoscesse per scrittore di tal Trattato il celebre e dotto Frate Agostino Dalla Scarperia, che fioriva sul declinare della metà del secolo decimo quarto, e che agli eremiti Agostiniani della città nostra lustro grandissimo arrecò e splendore. Nè a sostegno di tale opinione poco gioverebbe il detto dal Manni nelle Notizie intorno al traduttore dei Sermoni appellati di S. Agostino, dati in luce nel 1731, cioè che Frate Agostino Dalla Scarperia prese non già solo a tradurre, ma a parafrasare, ad illustrare ed ampliare varie opere morali di quel santo Dottore. Il perchè, come vedemmo, essendo il presente Trattato una stretta imitazione di quello già composto in latino da Guigo quinto Priore della Certosa Maggiore, e che l’antica comune opinione a S. Agostino ascriveva, non sarebbe perciò improbabile il supporre, che indotto pure lo Scarperia da questa falsa credenza col terso e vago suo stile un tal Trattato ad ampliare, od a nuovamente ordinare imprendesse.

Dimostrato ad evidenza, che la Scala del Paradiso, a pro del Vocabolario consultata, non è da tenersi per volgarizzamento d’opera genuina di S. Agostino, o di altra ad esso attribuita, conforme già dubitato ne avevano i dotti Compilatori del Tesoro di nostra lingua, nè tampoco di S. Bernardo, e che anzi ella è parto d’ignota, ma purgata penna ad essi di varj secoli posteriore, contenendo in un’Epistola, a devota Religiosa indirizzata, una fedele imitazione, nel puro volgare nostro idioma del Trattato morale De vita contemplativa da Guigo Certosino compilato, converrà ora determinare sotto qual vera denominazione il Testo da me discoperto debba venire in luce, e quindi registrarsi nell’Indice degli Autori, che nella ristampa del Vocabolario verranno citati, come l’unico che al presente del pregevolissimo smarrito Codice del Pasciuto la mancanza riempia. Niun titolo portando questi in fronte, nè in fine dell’opera, è perciò mio divisamente, che abbandonando gli altri in addietro adottati di Scala di S. Agostino, o del Paradiso, e di Ammonizione di S. Agostino ec., secondo che leggesi nel Codice Bernardini, quello egli assuma di Scala dei Claustrali; perocchè quanto cotali titoli starebbero in manifesta contradizione col fin qui dimostrato, altrettanto riuscirebbero non coerenti alla mente del di lui Autore, il quale, per intitolare questa sua spirituale operetta, avente ad oggetto d’imitare la Scala Claustralium di Guigo Certosino, in tal modo vediamo che nella introduzione si espresse: Degli quali quattro scaglioni si fa una altissima Scala, la quale è detta e chiamata la Scala degli Claustrali. Stabilito adunque che d’ora innanzi il Testo del Pasciuto le antiche denominazioni lasciando di Scala di S. Agostino, o di Scala del Paradiso, quella rivesta dal suo Autore voluta di Scala dei Claustrali, e che sotto di essa debba riportarsi nella Tavola delle opere, che si citeranno nella ristampa dei Vocabolario, distrutte allora le quattro antecedenti abbreviazioni Scal. S. Ag. Scal. S. Agost. D. — Scal. S. Agost. e Scal. Parad. dai passati Compilatori adoprate per indicare il Trattato ch’ei presero a spoglio, quella unica sostituir vi dovrete di Scal. Claustr., con cui verrà a denotarsi il già allegato testo del Pasciuto, dal solo mio Codice ora compiutamente rappresentato e supplito. Ed a meglio persuadersi se il Codice da me proposto sia valevole a tener luogo dell’antico testo, ed a ripararne la perdita, ci faremo ad esaminare non tanto se tutte in esso s’incontrino le voci, che con la di lui autorità il Vocabolario riporta, quanto pure se queste con esempi di perfetta corrispondenza ai già registrati, col di lui mezzo convalidare si possano. Al numero di 91 ascendono le voci, che reca il Vocabolario come attinte dal Volgarizzamento di varj Trattati di S. Agostino, cioè dalla Scala al medesimo falsamente attribuita, altrimenti detta Scala del Paradiso, da un Trattato senza titolo, e dai Soliloqui: e di queste se ne afferma poi l’uso di sole 81 con altrettanti esempi, che per quanto presi realmente dalla Scala del Paradiso, vengono riferiti però con le indicazioni Tratt. S. Ag. - Scal. S. Ag. - Scal. S. Ag. D. - Scal. S. Agost., non trovandosi mai che il Vocabolario ne riporti alcuno sotto l’altra Scal. Parad., malgrado che nella Tavola delle Abbreviazioni ancor di questa ne fosse fatto registro. E torna qui bene opportuno l’avvertire, che nel numero delle indicate voci è da comprendersi pure sprezzamento; poichè, sebbene nel Vocabolario venga questa voce allegata con l’autorità Tratt. S. Ag., tuttavia siccome ella fa parte dell’esempio citato al verbo ingenerare, che dicesi estratto dalla Scala di S. Agostino, non abbisognerà quindi d’altra prova per accertare che ancor essa alla Scala dei Claustrali appartiene, avendo a grande evidenza portato, che in questa morale operetta l’antico smarrito testo del Pasciuto resta racchiuso. Ma se ragion vuole che sprezzamento venga compreso tra le voci da citarsi come attinte dalla Scala dei Claustrali, costretti saremo però ad escludere da esse l’altra transitoriamente, che in quel Trattato, come poco a lui convenevole, vano sarebbe il rintracciare. E che veramente appartenere non gli possa, lo mostra pur troppo l’esempio istesso dal Vocabolario allegato sul Testo del Pasciuto, in cui dicendosi: la qual quistione noi transitoriamente ricordando, nel terzo di questa opera lasciammo non assoluta, chiaro apparisce che, della proposta questione, non già in un piccolo opuscolo, qual si è quegli che andiamo pubblicando, ma in un più esteso componimento è di mestieri che si ragioni. Quando poi vogliamo rammentarci quanto venne detto nell’Avivertimento premesso ai precedenti Trattati del Giamboni, che le voci cioè accontare, finemente, gravezza, insuperbiare, morbidamente, movimento, e rangola si ritrovano tutte, coi corrispondenti loro esempi nel libro Della Miseria dell’Uomo, per quanto nel Vocabolario si affermi che dai Soliloqui di S. Agostino venivano estratte, avremo per tal modo altro valido argomento per escludere esse pure dal novero di quelle, che dal citato volgarizzamento attinte sin qui si credettero.

Nè per verità sono queste le sole rettificazioni, che dalla Scala dei Claustrali ottenere si possono ad utile della ristampa del Vocabolario, poichè nel percorrere gli esempi in quel vasto tesoro di nostra lingua riportati con l’autorità del volgarizzamento della Città di Dio di S. Agostino, mi avvenne pure di rilevare, che quelli addotti in sostegno delle voci meditante, meditazione e mondezza, non a tal opera appartengono, ma spettano bensì al testo da me richiamato di nuovo alla luce, ove scorgonsi avere corrispondenza pienissima a quelli che furono nel Vocabolario allegati. Abbiamo in fatti alla pag. 417 della Scala dei Claustrali il seguente esempio, che è letteralmente quello istesso dai passati Compilatori adoprato per avvalorare l’uso della voce meditazione, e dice: La meditazione non è altro che una opera di mente piena di studio, che cerca lo conoscimento della verità nascosta con guida, e con iscorta di propria ragione. E quindi alla pag. 426, non diversamente da quanto riporta il Vocabolario alle due voci meditante, e mondezza, nella Scala dei Claustrali leggiamo: Ma odi che fa l’anima meditante, che in questo profondo pensare di trovare questa mondezza, tutta bolle e infiammasi di desiderio d'averla. Per la qual cosa sarà di necessità che anco le riferite voci meditante, meditazione, e mondezza nella nuova impressione del Vocabolario vengano sostenute con esempi non più spettanti al volgarizzamento della Città di Dio, ma sì veramente al Trattato della Scala dei Claustrali fin qui inedito, e che, sul Codice di mia proprietà, ridotto a quell’ortografia dall’uso e dal senso voluta, rendesi ora di pubblico diritto colla stampa, corredato di quelle annotazioni a migliore illustrazione del testo richieste. Quindi per sì fatte avvertenze concludesi, che della totalità delle voci estratte dai tre indicati diversi volgarizzamenti di S. Agostino, le sole stentato, transitoriamente, e vietamento saranno quelle, che del più vero volgarizzamento delle di lui opere, a cui appartengono, lascieranno tuttora dubbiezza.

In questi brevi cenni abbiatevi frattanto, valentissimi Colleghi, un’idea di quelle maggiori rettificazioni ed aggiunte, che da un più accurato spoglio del Testo da me discoperto, a miglioramento del Vocabolario ottener si potranno. Ma accorgendomi ormai che della indulgenza Vostra io mi andava di soverchio abusando, ponendo fine al mio ragionare, dirò, che se le osservazioni addotte a conferma del proposto argomento, con quell’ordine e con quella chiarezza, che ad occupare la dotta attenzione Vostra, si conveniva, esposte e dilucidate non erano, null’altro che la insufficienza mia incolpar ne vogliate.

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Ultimo aggiornamento: 21 novembre 2011