Bono Giamboni

Il libro de’ Vizi e delle virtudi

Edizione di riferimento:

Bono Giamboni, Il libro de' Vizî e delle virtudi e il trattato di virtù e di vizi, a cura di Cesare Segre, Giulio Einaudi editore, Torino 1968.

"Il Trattato di virtù e di vizî fu scoperto dal Barbi nel codice Magl. XXI, 174, cc. 66a-87b, del secolo XV in. Esso è rimasto sinora inedito nella sua completezza, dato che il Barbi ne pubblicò soltanto, e non impeccabilmente, un certo numero di brani. La mia trascrizione è, almeno nelle intenzioni, fedelissima. Mi sono attenuto ai criteri già adottati per il Libro, con le poche differenze imposte dal diverso usus dei copisti".

CAPITOLO I

Incominciasi il libro de’ Vizî e delle Virtudi e delle loro battaglie e ammonimenti.

Ponsi in prima il lamento del fattore dell’opera onde questo libro nasce.

Considerando a una stagione lo stato mio, e la mia ventura fra me medesimo esaminando, veggendomi subitamente caduto di buon luogo in malvagio stato, seguitando il lamento che fece Iobo nelle sue tribulazioni, cominciai a maladire l’ora e ’l dí ch’io nacqui e venni in questa misera vita, e il cibo che in questo mondo m’avea nutricato e conservato. E piangendo e luttando con guai e sospiri, li quali veniano della profondità del mio petto, contra Dio fra me medesimo dissi: " Idio onnipotente, perché mi facesti tu venire in questo misero mondo, acciò ch’io patisse cotanti dolori, e portasse cotante fatiche, e sostenesse cotante pene? Perché non mi uccidesti nel ventre della madre mia, o, incontanente ch’io nacqui, non mi desti la morte? Facestilo tu per dare di me esemplo alle genti, che neuna miseria d’uomo potesse nel mondo piú montare? Se cotesto fu di tuo piacimento, avessimi fatto questa misericordia, che de’ beni de la Ventura non m’avessi fatto provare, e avessimi posto in piú oscuro e salvatico luogo, e piú rimosso da genti, sicché di me non fossero fatte tante beffe e scherne, le quali raddoppiano in molti modi le mie pene! "

CAPITOLO II

La risponsione de la Filosofia.

Lamentandomi duramente nella profundità d’una oscura notte nel modo che avete udito di sopra, e dirottamente piangendo e luttando, m’apparve sopra capo una figura, che disse: - Figliuol mio, forte mi maraviglio che, essendo tu uomo, fai reggimenti bestiali, in ciò che stai sempre col capo chinato, e guardi le scure cose della terra, laonde se’ infermato e caduto in pericolosa malatia. Ma se rizzassi il capo, e guardassi il cielo, e le dilet tevoli cose del cielo considerassi, come dee far l’uomo naturalmente, d’ogni tua malizia saresti purgato, e vedresti la malizia de’ tuo’ riggimenti, e sarestine dolente. Or non ti ricorda di quello che disse Boezio: "Con ciò sia cosa che tutti gli altri animali guardino la terra e seguitino le cose terrene per natura, solo all’uomo è dato a guardar lo cielo, e le celestiali cose contemplare e vedere"?

CAPITOLO III

Come la Filosofia si conobbe per lo fattore dell’opera.

Quando la boce ebbe parlato come di sopra avete inteso, si riposò una pezza, aspettando se alcuna cosa rispondesse o dicesse; e veggendo che stava muto, e di favellare neun sembiante facea, si rapressò inverso me, e pigliò il gherone de le sue vestimenta, e forbimmi gli occhi, i quali erano di molte lagrime gravati per duri pianti ch’avea fatti. E nel forbire che fece, parve che degli occhi mi si levasse una crosta di sozzura puzzolente di cose terrene, che mi teneano tutto il capo gravato.

Allora apersi li occhi, e guarda’mi dintorno, e vidi appresso di me una figura tanto bellissima e piacente, quanto piú inanzi fue possibile a la Natura di fare. E della detta figura nascea una luce tanto grande e profonda, che abagliava li occhi di coloro che guardare la voleano, sicché poche persone la poteano fermamente mirare. E de la detta luce nasceano sette grandi e maravigliosi splendori, che alluminavano tutto ’l mondo. E io, veggendo la detta figura cosí bella e lucente, avegna che avesse dal cominciamento paura, m’asicurai tostamente, pensando che cosa ria non potea cosí chiara luce generare; e cominciai a guardar la figura tanto fermamente, quanto la debolezza del mio viso potea sofferire. E quando l’ebbi assai mirata, conobbi certamente ch’era la Filosofia, ne le cui magioni era già lungamente dimorato.

Allora incominciai a favellare, e dissi: - Maestra delle Virtudi, che vai tu faccendo in tanta profundità di notte per le magioni de’ servi tuoi? - Ed ella disse: - Caro mio figliuolo, lattato dal cominciamento del mio latte, e nutricato poscia e cresciuto del mio pane, abandoneret’io, ch’io non ti venisse a guerire, veggendoti sí malamente infermato? Non sa’ tu che mia usanza è d’andare la notte cu’ io voglio perfettamente visitare, acciò che le faccende e le fatiche del dí non possan dare alcuno impedimento a li nostri ragionamenti? - E quando udi’ dire che m’era venuta per guerire, suspirando dissi: - Maestra delle Virtudi, se di me guerire avessi avuto talento, piú tosto mi saresti venuta a visitare; perché tanto è ita innanzi la mia malizia, che m’hanno lasciato li medici per disperato, e dicono che non posso campare.

Allora si levò la Filosofia, e puosesi a sedere in su la sponda del mio letto, e cercommi il polso e molte parti del mio corpo; e poi mi puose la mano in sul petto, e stette una pezza, e pensò, e disse: - Per lo polso, che ti truovo buono, secondo c’hanno li uomini sani, certamente conosco che non hai male onde per ragione debbi morire. Ma perché, ponendoti la mano al petto, truovo che ’l cuore ti batte fortemente, veggio c’hai male di paura, laonde se’ fortemente sbigottito ed ismagato. Ma di questa malattia ti credo a la speranza di Dio tostamente guerire, purché meco non t’incresca di parlare, né ti vergogni di scoprire la cagione de la tua malatia -. E io dissi: - Tostamente sarei guerito, se per cotesta via potessi campare, perché sempre mi piacquero e adattârsi al mio animo le parole de’ tuoi ragionamenti.

CAPITOLO IV

Le cagioni perché ’l fattore dell’opera era infermato.

Poscia che per via di ragionamenti la Filosofia mi tolse a guerire, cominciaro i nostri ragionamenti in questo modo: - Io t’adomando - disse la Filosofia -, con ciò sia cosa che ’l medico non possa lo ’nfermo ben curare se prima non conosce la cagione del suo male, che mi mostri e apri la cagione della tua malatia -. A questo domandamento, suspirando imprima duramente, dissi: - Maestra de le Virtudi, a volere cotesto di mia bocca sapere, non è altro che voler or qui rinovare le mie pene. Chi sarà quelli di sí duro cuore che udendo lo mio dire non si muova a pietade e dirottamente non pianga? Ma dirolloti, avegna che mal volentieri, sol per la volontade ch’i’ ho di guerire.

- Tu sai, Madre delle Virtudi, come la potente Natura dallo ’ncominciamento della mia nativitade mi fece compiutamente con tutte le membra, e come a ciascun membro diede compiutamente la virtú dell’oficio suo, secondo ch’è usata - di fare cui ella vuole perfettamente naturare. Veracemente posso dire che m’avea perfettamente ornato di suoi ornamenti, ché ’l capo m’avea ornato di quattro sensi principali, cioè di vedere e d’udire e d’odorare e di saporare; e a ciascun membro avea dato compiutamente la sua virtute. E sai bene come la vaga Ventura m’avea allargata la mano sua, e arricchito di doni suoi desiderati e goliati, cioè di gentilezza e ricchezza, amistadi, onori, di cittadinanza ed essere bene nutricato e costumato; e sai ben che con questi doni della Ventura era morbidamente cresciuto e al levato.

- Oimè misero, essendo da la Natura cosí ornato, e dalla Ventura cosí avanzato e fornito, e dilettandomi e gloriandomi ne’ detti benifici, non so la cagione, Dio contra me suscitò l’ira sua, e subitamente mi tolse uno de’ maggiori benifici che la Natura m’avea dato. E avegna che nol mi togliesse al postutto, sí ’l mi tolse in tal modo, che mi rendé inutili tutte le mie operazioni, laonde io era al mondo buono e caro tenuto. Da ind’innanzi m’abandonâr l’amistadi e li onori e’ guadagni e tutti li altri beni della Ventura, e sopravennermi tante e sí diverse tribulazioni, che no le potrei co la lingua contare, e son caduto in molte miserie.

- Solo un dono della Ventura m’è rimaso, cioè la cittadinanza, esser conosciuto da le genti; e questo è solamente per mio danno, ché sono piú beffato e schernito, e sono quasi com’una favola tra loro, laonde si raddóppiaro in molti modi le mie pene. Per le qua’ cose ch’io t’ho dette di sopra, sono sí malamente sbigottito e ismagato che non mi giova di manicare né di bere né di dormire né di posare; ma penso e piango e lamentomi die e notte, ed èmmi in noia la vita, e prego la Morte che vegna tostamente, che mi tragga di questi gravi tormenti; ed ella è sí dura e crudele che non mi degna d’udire, anzi si fugge e dilunga da me, e pare che m’alunghi la vita. E dommene gran maraviglia, perché, essendo in qua dietro in buono stato, poco meno che in una trista ora la vita mia non terminò.

CAPITOLO V

Risponsione alla prima cagione,

che fu per la perdita de’ beni della Ventura.

Dacché puosi fine alle mie parole, e per lo mio detto la Filosofia ebbe conosciuta la cagione del mio male, cominciò in cotal modo a parlare: - Veggio oggimai e conosco la cagione della tua malatia, e so certamente per lo tuo detto che se’ infermato per due cose: l’una, per la perdita de’ beni della Ventura e della gloria del mondo; l’altra, per la perdita di certi beni che la Natura t’avea dato. Ond’è tempo e stagione di trovare medicine a le tue malatie, e in prima a quella onde se’ infermato per la perdita de’ beni de la Ventura e de la gloria del mondo; appresso a quella onde se’ infermato per la perdita de’ beni che la Natura t’avea dato. E a ciò ch’io ti possa ben medicare de la malatia onde se’ aggravato per la perdita de’ beni della Ventura e della gloria del mondo, vo’ che mi dichi qual fue la cagione per che Dio fece l’uomo e la femina, e a che fine volle che l’uno e l’altro venisse -. E io dissi: - Hoe inteso da’ savi che l’uomo e la femina fur fatti da Dio perché riempiessero le sediora vòte delli angeli che caddero di cielo; e ’l loro verace fine è de andare in paradiso in quelle luogora santissime, acciò che si facciano gloriosi e beati e partefici colli buoni angeli della gloria di Dio -. Ed ella disse: - Cosí è come tu hai contato; e cotesta è la cagione per che Dio fece l’uomo e la femina, perché venissero a quel fine glorioso.

E poi disse: - Se tu sai il fine tuo e la cagione per che da Dio fosti fatto, dommi gran maraviglia che ti turbi e infermi come m’hai detto di sopra perché abbi perduto le ricchezze e la gloria del mondo e’ beni della Ventura. Or non vedi tu che son tutte le dette cose contrarie, e impedimento molto grande di venire al detto fine? Se ben ti ricorda del Vangelio, che dice: "Cosí puote intrare lo ricco nel regno di Cielo, come lo cammello per la cruna dell’ago"; e però intrare non vi puote, perché le ricchezze son l’erbe, secondo che dice il Vangelio, ch’affogano lo seme che cade nella buona terra. Dio aiuta! quant’uomini son già stati nel mondo che volentieri e con grandissimo desiderio hanno udita e ricolta la parola di Dio nel cuore e nella mente loro! Ma quello buono pensamento è stato affogato solo perché hanno avuto ricchezze, e quelle sole sono state la cagione per che hanno perduto paradiso, e di venire a quel fine glorioso e beato per che fu fatta la femina e l’uomo. Vuo’ tu vedere come le ricchezze e la gloria del mondo dilungano l’uomo dal servigio di Dio? Or ti ricordi come Dio disse nel Vangelio: "Neuno può servire Dio e Mamone ", cioè quello demonio ch’aministra le ricchezze e la gloria del mondo.

- Questi due signori voglion esser diversamente serviti: perché Mamone vuol esser dall’uomo servito di due cose, cioè di cupidità e d’avarizia. Di cupidità vuol esser servito, perché vuole che l’uomo sia cúpido di guadagnare, acciò che rauni molte ricchezze; d’avarizia vuol esser servito, acciò che le ricchezze guadagnate strettamente conservi e ritenga. E la cupidità del guadagnare vuole che sia tanta, che per guadagnare ricchezze e ragunare avere ne offenda Dio, ne offenda il prosimo, ne offenda la sua conscienza, ne offenda la sua fama, e non si curi perché sia mal detto di lui; e però vuol che ne faccia micidî e tradimenti e forze e ingiurie e furti e rapine e frodi e inganni, e faccia ogni sozzo peccato per moneta. E la sua avarizia vuol che sia tanta, che per ritenere e conservare quello che nel detto modo ha guadagnato, il prossimo non sovegna, come Dio comandò là ove dice: "Inchina al prossimo sanza tristizia l’orecchie tue e rédili il debito suo", l’amico non aiuti, come naturalmente è tenuto di fare, onde dice Seneca: "Aiuta e consiglia l’amico tuo in su’ bisogni, acciò che ’l possi ritenere e vogliati bene, perché sanza amici non s’ha mai vita gioconda; e come del campo sanza siepe son tolte e portate le cose, cosí sanza li amici si perdono le ricchezze"; né di se medesimo non li ricordi di farsene bene; e però dice Salamone: "L’uomo cúpido e tenace è una sustanzia sanza ragione: che, dacché non è buono a sé, non sarà mai buono a neuno: però si perderà colle sue ricchezze". E vuole che colui ch’è guadagnatore tutto ’l tempo della vita sua dalle ricchezze non adomandi guiderdone; il quale, come dice un savio: "Le ricchezze ispendendole, non raunandole, beneficaro altrui ". E dopo la morte di costui vuol Mammone che ’l figliuolo o l’erede manuchi e bea e vesta e calzi ismisuratamente, cioè oltre a quello che dovrebbe far di ragione, e compia tutti i desiderî della carne, e abbia molta famiglia e be’ cavagli e gran magioni e ricche possessioni, e faccia di sé gran falò e vista alle genti, e mostri la gloria del mondo, acciò che per lo fatto di costui ne possa molti ingannare a cui dica di far lo simigliante.

- Ma Dio onnipotente vuol esser servito dall’uomo tutto di diversi riggimenti da quelli, perché vuole che l’uomo, nel suo guadagnare, non l’offenda, ma servi le sue comandamenta, e la sua conscienzia non danni; e però disse santo Paolo: "Questa è la nostra allegrezza nel mondo, che la conscienza nostra nell’opere nostre buona testimonianza ci porti", e la fama sua guardi e salvi sopra l’altre cose del mondo; onde dice Salamone: "Quel guadagno onde l’uomo è male infamato, si dee veracemente perdita appellare".

- Se’ tu forse di sí vano pensamento che credi che l’uomo possa avere i beni di questo mondo e dell’altro? Certo non può essere; e questo mostra santo Bernardo, che dice: "Neuno puote avere i beni di questo mondo e dell’altro; e certo non puote essere che qui il ventre, e colà la mente possa empiere, e che di ricchezze a ricchezze passi, e in cielo e in terra sia glorioso". Anzi, chi al mondo piace, a Dio piacer non puote; ma quanto piú è vile al mondo, cotanto è piú prezioso e grande appo Dio; e però santo Iacopo, favellando di sé e degli altri Apostoli, disse: "Domenedio fece noi apostoli vilissimi, e al parere de le genti vie piú sottani che li altri, e uomini quasi pur della morte, e com’una spazzatura del mondo". Onde, se tu hai perdute le ricchezze e la gloria del mondo, non te ne dovresti crucciare, ma esserne allegro, pensando che se’ meglio acconcio di venire a quel fine glorioso per che fosti fatto da Dio. E però disse Cato: "Dispregia le ricchezze, e stiati a mente di rallegrarti del poco, perché la nave è vie piú sicura nel picciol fiume che nel gran mare ". E altrove dice: "Se nell’animo tuo vuoli esser beato, dispregia le ricchezze ", però che neuno uomo giusto né santo le disiderò anche d’avere.

CAPITOLO VI

Responsione alla seconda cagione,

che fu per la perdita de’ beni della Natura.

- Ramaricastiti ancora, e dicesti che se’ infermato e aggravato fortemente, perc’hai perduti certi beni che la Natura t’avea dati, laonde ti sono abbondate molte tribulazioni che non se’ usato d’avere, e se’ caduto in molte miserie. E acciò che a questa gran malatia possiam trovar medicina, fa bisogno che mi dichi s’ha’ inteso come Dio formò Adamo ed Eva nel paradiso, e come peccaro contra lui, e come fur cacciati di quel luogo, e posti in su la terra in questo mondo -. E io dissi: - Ben so tutta cotesta materia, e holla già molte volte letta nella Bibbia -. E quando èi cosí risposto, disse: - E sai tu che parole ebbe tra Dio e Adamo ed Eva, quando li ebbe posti in su la terra, e di che maladizione li maladisse, quando da loro si partio? - E io dissi: - Ben lo soglio sapere, e hol già letto ne la Bibbia; ma èmmi uscito di mente per molte altre vicende che mi stringon nel mondo -. Ed ella disse: - Credo bene che l’abbi dimenticato, perché se l’avessi a mente tenuto, nel mal che tu hai non t’avrebbe lasciato cadere. Ma ramenterolti, con cotali patti tra noi, che ’l ti tenghi mai sempre sí a memoria, che mai non t’esca di mente, acciò che non possi piú in quella malatia ricadere.

E po’ disse: - Poscia che Dio ebbe Adamo ed Eva, per lo peccato ch’aveano fatto, tratti di paradiso e posti in su la terra in miluogo del mondo, cioè in quel luogo dove la città di Ierusalem è fondata, sí chiamò Dio Adamo ed Eva, e disse: "Adamo ed Eva, mal faceste, che trapassaste le mie comandamenta, tanto v’avea buon luogo assegnato e dato a godere cotanto bene. Ma perché nol faceste per vostro movimento ma dal serpente inimico nostro foste tentati, non vi voglio eternalmente dannare, come feci colui che vi tentò: il quale per suo propio movimento insuperbio, vogliendo porre la sua sedia allato a la mia. Ma questo vi faccio per lo vostro peccato: che stiate oggimai in su la terra a termine chente sarà la mia volontade; e li desideri de la carne, i quali non poteano in voi luogo avere, vi debbiano mai sempre segnoreggiare, e patiate oggimai fame e sete e freddo e caldo, e quattro durissime e asprissime cose, cioè dolori e fatiche e paura e morte. Dolori di molte generazioni di pene, le quali sono apparecchiate per voi tormentare; fatiche di diverse maniere, perché vo’ che del sudore del volto vostro vi sia dato il pane vostro, e per via di fatica vo’ che abbiate tutte l’altre cose che bisogno vi fanno a la vita; paura vo’ ch’abbiate di molte terribili e spaventose cose che sentirete e vedrete stando nel mondo; e da sezzo vo’ che vi segnoreggi la Morte, la quale non potea avere luogo in voi; e morti non sareste, se contra me non aveste peccato.

- " E se sentirete le dette pene stando nel mondo, non vo’ che ve ne crucciate né vi lamentiate di me, ma con molta pazien zia le portiate in pace per mio amore. E io vi dico e prometto che se queste pene e fatiche in pace porterete, e non vi lamenterete di me, che dopo la vostra morte io vi darò luogo che sarà vie migliore che quello ch’avete perduto: perché avete perduto lo paradiso diliziaro il quale è in su la terra; ma io vi renderò il paradiso celestiale, là ove sono li angeli miei, e metterovvi nelle sante sediora di quelli angeli che caddero di cielo, acciò che voi siate partefici co li buoni angeli della gloria e de la beatitudine mia. Ma se in pace no le porterete per mio amore, ma crucceretevi e dorretevi e lamenteretevi di me, infin a ora vi dico ch’e’ vi converrà al postutto patire, e non ne sarete da me meritati. E avegna che questo luogo del mondo sia molto tormentoso e rio, e sie valle di lagrime appellato, perché dato è all’uomo acciò che possa qui piangere e purgarsi de le sue peccata, io vi dico che dopo la vostra morte io il vi darò vie peggiore, perché vi metterò in podestà del Nimico, il qual vi metterà nello inferno e vi tormenterà mai sempre di molte pene eternali ".

CAPITOLO VII

Della detta materia.

Aperto e mostrato la Filosofia come Dio onnipotente si partio da Adamo e da Eva quando gli ebbe tratti di paradiso e posti in su la terra nel mondo, e le maledizioni che diede loro nel suo partimento, disse: - Credi tu forse che le dette maledizioni toccassero solamente Adamo ed Eva per lo peccato ch’avieno fatto? Non vo’ che sia di tua credenza; anzi toccaro bene i loro discendenti; e però si dice nella Bibbia: "I padri nostri manicaro l’uve acerbe, e’ denti de’ figliuoli ne sono allegati". E veggendo Dio che per le dette cose si ricomperava il peccato, e andavane l’uomo in paradiso se pazientemente le sostenesse; e vogliendo che l’uomo in pace le portasse, acciò che venisse al detto benificio, de la sua persona medesima ne diede esemplo, che, faccendosi omo e vegnendo nel mondo, tutte le dette pene ne la sua persona in pace sofferse; e però dice l’Apostolo: "Con ciò sia cosa che Cristo abbia portata e sofferta molta pena ne la sua carne, e voi v’apparecchiate di simigliante pensiere". Chi fu anche verage figliuolo di Dio, che per questa via non passasse? Pensa d’Abel, che fu il primaio giusto del mondo, come fue morto da Caino suo fratello. Pensa de’ profeti e delli apostoli e de’ martiri, come furono straziati e tormentati. Vedi santo Paulo, che fue cosí amato da Dio; di se medesimo favellando disse: "Chi è quelli ch’abbia in questo mondo sofferte pene e tribulazioni, e io no?"; e quando ha contate molte tribulazioni e angosce ch’avea sofferte in questo mondo, in terra e in acqua, sí torna alle pene della sua carne e dice: "Dato è a me lo stimolo de la carne mia, l’angelo Satanasso che mi offenda. Però adorai tre volte a Dio che lo sceverasse da me, per li gravi tormenti che sentia; e Dio mi disse: Basti a te, Paulo, la grazia mia". Or non ti ricorda de l’Apostolo, che dice: "Color che pietosamente voglior vivere in Cristo, bisogno fa che siano perseguitati e molestati"?

- Se questa è dunque la via di buoni, non vuole esser buono chi de le tribulazioni del mondo non vuol sentire. Perché secondo che si dilunga da la bontà e dal ben fare colui che disdegna i gastigamenti che fatti li sono, e hae in odio colui che ’l gastiga, cosí non puote esser buono chi le tribulazioni del mondo e i pericoli non soffera in pace, ma se ne cruccia e lamenta contra Dio: perché le tribulazioni e l’angosce del mondo sono i gastigamenti di Dio, e allora dé pensar l’uomo che Dio l’ami, quando di tribulazioni da lui è visitato e tormentato. E però disse san Paolo: "Figliuol mio, non avere in negligenzia la disciplina e i gastigamenti di Dio, imperò che cui egli riceve per figliuolo, sí ’l gastiga, e gastigando sí ’l fiagella e, tormenta" e poi conchiude e dice: " Se tu se’ fuori de’ suoi gastigamenti, di quali sono partefici tutti i figliuoli, dunque non se’ tu legittimo figliuol di Dio, ma bastardo". Chi vuol dunque esser verace figliuol di Dio, porti in pace le pene e le tribulazioni del mondo, i quali sono i suoi gastigamenti, e laonde coloro cui egli riceve per figliuoli sono gastigati: pensando che se sarà compagno di Dio nelle passioni, sarà suo compagno nelle consolazioni.

CAPITOLO VIII

Il lamento della Filosofia.

Poscia che la Filosofia ebbe parlato come di sopra avete inteso, cominciò a sospirare fortemente e turbarsi nel volto; e con una boce molto adirata disse:

- O umana generazione, quanto se’ piena di vanagloria, c’hai gli occhi de la mente e non vedi! Tu ti rallegri delle ricchezze e della gloria del mondo, e di compiere i desideri della carne, che possono bastare quasi per un momento di tempo, perché poco basta la vita dell’uomo; e queste sono veragemente la tua morte, perché meritano nell’altro mondo molte pene eternali; e della povertà e de le tribulazioni del mondo ti turbi e lamenti, che poco tempo posson durare; e queste sono veracemente la tua vita, perché, se si portano in pace, meritano nell’altro mondo molta gloria perpetuale.

- E perché poca gloria nel mondo merita nell’altro molta pena, e poca pena nel mondo, in pace sofferta, merita nell’altro molta gloria, disse un savio: " Quel che ne diletta nel mondo è cosa di momento, e quel che ne tormenta nell’altro durerà mai sempre". E l’Apostolo disse: "Non son degne né da aguagliare le passioni di questo tempo alla gloria di vita eternale, la qual sarà aperta e data a noi". Che aguaglio può esser da la cosa finita a quella che non ha fine, da la cosa piccola alla grande, da la cosa temporale a la eternale? E però disse san Paulo: "Il Signore di tutta la grazia n’ha chiamati ne la sua gloria eternale, per sofferendo nel nome di Cristo poca cosa". E Salamone dice: "Di poca cosa tormentati, in molte cose sarem ben disposti".

CAPITOLO IX

Opposizioni al detto della Filosofia.

Parlato la Filosofia cosí profondamente sopra la materia del mio rammaricamento, e mostratomi per cotante vive ragioni come era matta e vana cosa il mio lamentare, e la cagione della mia malatia, sí mi sforzai di difendere il mio errore, se per alcuna via o modo potesse.

Però dissi: - Se cotesta è la via d’acquistar paradiso e di ricoverare la perdita che facemmo per lo primo peccato d’Adamo e d’Eva, e di venire a quel fine beato per che fuor fatti l’uomo e la femina, bene fece dunque Dio se, favellando alli apostoli suoi, disse: "Lasciate i parvuli venire a me, perché di costoro è lo regno di Cielo", perché veracemente è de’ parvoli solamente, e non d’altra persona che viva con alcuno conoscimento delle cose del mondo. Cui mi saprestú contare con alcuno conoscimento, che fosse di tanta fermezza, che per amore d’aver paradiso, cioè cosa che non vede né palpa, ma solamente l’ode a parole, disideri di vivere in povertade, e abbia in dispregio e in disdegno i beni della ventura e la gloria del mondo; e se di doglie o di tribulazioni è gravato, le porti in tanta pazienzia, che contra Dio non se ne crucci e doglia fortemente? Certo non me ne sapresti alcuno nominare. Potrebbe forse essere delli apostoli, che fur pieni dello Spirito Santo in tal modo che poscia non pottero peccare, ché furo di cotesta maniera; ma non d’altra persona che de lo Spirito Santo e della grazia di Dio cosí fornito non fosse. Anzi sai tu che dicono i savi? ch’ogni creatura è sottoposta e data alla vanità del mondo, e quanto può istudia di compiere i diletti della carne. Per la qual cosa il detto tuo pare che sia nulla a volere confortare l’uomo per le parole c’ha’ dette, che de le cose del mondo abbia alcuno conoscimento.

CAPITOLO X

Risponsioni a le dette opposizioni.

A queste parole rispuose la Filosofia, e disse: - Intendi, figliuole, il detto mio, e pon ben fede a le mie parole, e guarda che non t’inganni il desiderio della gloria del mondo. Il regno di Cielo è la maggior cosa che l’uomo e la femina possa avere, perch’è ’l fine loro, e la cagione per che fuor fatti da Dio, e lo loro luogo naturale e stanziale, e il loro paese; e però Cristo n’amonisce nel Vangelio, e dice: "Imprima e sopra tutte le cose chiedete il regno di Cielo, e poscia tutti li altri beni vi saranno dati". E anche ne l’orazione del paternostro la prima chiesta che Dio insegna fare all’uomo si è questa: "Vegna l’anima mia allo regno tuo"; e questo regno di Cielo ch’è cosí grandissima cosa, Idio onnipotente nol dà all’uomo, ma ciascun per li suoi meriti propri l’acquista e vince per forza; e però dice il Vangelio: "E regno di Cielo patisce forza, e que’ l’acquistan che voglion pugnare". E questa vuol esser gran pugna, perch’è posto molto ad alti, e vavisi per una via molto stretta, e per una piccola porta vi s’entra; e però dice il Vangelio: "Stretta è la via, e picciola è la porta che ne mena alla vita, e pochi son che vadaro per quella; e ampia è la via e larga la porta che ne mena alla morte, e molti sono che per quella vanno". E avegna che voglia gran forza e richieggia gran pugna, non si dé l’uomo anighiettire, ma francamente pugnare, perché dice il Savio: "Sanza grave fatica le gran cose non si possono avere".

- Or pensa e considera bene le vilissime cose del mondo che appo li uomini mondani sono alcuna cosa tenute, sí come scienzia e signorie e onori e ricchezze e gran nominanza e fama tra le genti, con quanta forza e fatica nel mondo s’hanno; tanto maggiormente il regno di Cielo vuole fatica e forza grandissima, il qual è sommo e perpetual bene all’uomo, e compimento ma’ sempre di tutti suoi desideri. Sola una cosa dé muovere l’uomo a fare volentieri questa pugna, perché chi pugnare vuole è certo di conquistare questo regno. Ma la gloria del mondo è sí vana e fallace, che non si può avere a posta dell’uomo; anzi molte volte, quando ha molto pugnato e credela abracciare e pigliare e tenere, si parte e fugge da lui, e lascia e abandona l’uomo molto dolente.

- Dio aiuta! quanti uomini sono già stati c’hanno voluto abracciare e pigliare questa gloria del mondo, e hannovi messo tutto loro ingegno e forza, e sonsi morti, e non hanno potuto avere niente! E altri sono stati che l’hanno abracciata e pigliata con molta fatica e angoscia, e per neuno ingegno e senno l’hanno potuta tenere; ma tostamente s’è fuggita e partita da loro, e halli lasciati molto dolenti.

- La qual cosa non può intervenire del regno di Cielo; anzi è cosa stabile e ferma, e non si parte giamai la gloria sua, da ch’è conquistata; e a posta dell’uomo si conquista e si vince, purché ’n questo mondo voglia pugnare. E avegna che sian pochi, che per questa stretta via che mena l’uomo a·regno di Cielo vogliano andare e che vogliano fare quella durissima e asprissima pugna, sappi che non sono pur li pargoli, come tu dicesti di sopra, ma sono molti altri c’hanno buono e perfetto conoscimento delle cose del mondo; ma nel Vangelio sono appellati pochi, perché pochi sono a rispetto degli altri che per la larga via e ampia porta che ne mena alla morte vogliano andare.

CAPITOLO XI

Del convertimento per le dette risponsioni,

e inviamento per andare alle Virtudi, onde s’acquista paradiso.

- Maestra delle Virtudi, molto m’hai consolato delle mie tribulazioni, e hammi inolto migliorato e rallevato de la mia malatia, in ciò che m’hai apertamente mostrato che le tribulazioni e l’angosce del mondo sono i gastigamenti di Dio, e coloro ha per veragi figliuoli, cu’ elli visita di cotale gastigamento; e ha’mi mostrato come la povertà è la diritta via laonde piú sicuramente si può andare allo regno di Cielo. Anche m’hai detto che lo regno di Cielo è la maggiore e la miglior cosa che l’uomo e la femina possa avere; e hailmi mostrato e provato per molte belle e aperte ragioni: per la qual cosa m’è venuto in talento questo regno di paradiso beato voler conquistare.

- Ma d’una cosa mi spavento, che m’hai detto di sopra che non si può avere se non s’acquista e vince per forza; e io mi sento sí poca balía, che non posso vedere com’io potesse fare questa pugna, sicché a buon capo ne venisse. Però ti priego che in su questi fatti mi debbi consigliare, sicché di cotanto bene non potesse esser perdente: perché se ’l perdesse a mia pecca o per providemento che far si potesse, io ne sarei mai sempre dolente, e non me ne potrei consolare.

A queste parole la Filosofia levò alte le mani, e rizzò li occhi al cielo, e umilmente adorò, e disse: - Benedetto sia Gesú Cristo, che t’ha recato a buon pensamento, e a quello c’hanno li òmini savi, che non istanno pur col capo chinato a guardare le scure cose de la terra, come hai fatto tu per li tempi passati; ma rizzano il capo e guardano il cielo e le dilettevole cose della luce: però sempre stanno coll’animo allegro, e per neuna tribulazione del mondo si posson turbare; e però dice un savio: "Con ciò sia cosa che tutti li altri animali guardin la terra, solo all’uomo è dato a guardare lo cielo e le dilettevoli cose della luce".

- Onde, da che m’hai chesto consiglio in ciò, che di’ che vuoli lo regno di paradiso conquistare, e io ti consiglierò volontieri; e solo per confirmarti in su questa volontà ti sono venuta a visitare. E daroloti tale, se credermi vorrai, che tosto verrai a capo del tuo intendimento.

E poi disse: - Il regno di Cielo è molto forte a conquistare, perché è posto molto ad alti, e vavisi per una stretta via, e per una piccola porta vi s’entra, secondo che t’ho detto di sopra. E ha ne la detta via molti nimici, i quali die e notte assaliscono altrui, e non dormono niente, e se truovano alcuno in questa via che ben guernito e armato non sia e acompagnato, sí il fanno sozzamente a dietro tornare. E però fa bisogno a coloro che vi vanno che sian forniti di fedeli amici; e in altra guisa sarebber malamente traditi e ingannati.

E io dissi: - Mal son fornito di cotali amici, anzi li ho tali che m’àmaro solamente a la loro utilità -. Ed ella disse: - E io li t’insegnerò tali acquistare che t’ameranno e serviranno solamente a la tua utilità, e ti guarderanno e salveranno da’ detti nimici, e tosto ti daranno la vittoria del regno -. E io dissi: - Chi son coloro cui io mi potesse fare ad amici, onde ricevesse cotanto benificio? - Ed ella disse: - Sono la bella compagnia delle Virtudi. - E chi so queste Virtudi? - Ed ella disse: - I cortesi costumi e li belli e piacevoli riggimenti. - E ove stanno? Ed ella disse: - Nel nobile castello de la mente. - E ov’è questo castello? - Ed ella disse: - Dentro a la chiusura del cervello, là ove si raccolgono i sensi e’ sentimenti del corpo. E in quello luogo hanno una magione molto forte, tutta di fortissimo osso murata; ed è in tre parti divisa: nella primaia, ch’è nella fronte dinanzi, si imaginano e si veggono tutte le cose; ne la seconda seguente tutte le cose vedute e imaginate si conoscono e sentenziano e giudicano; nella terza tutte le cose sentenziate e giudicate si scrivono e fassene memoria, acciò che non escano di mente. A la qual magione càpitano tutte le genti c’hanno alcun perfetto conoscimento, ma pochi n’albergano co le dette Virtudi: non che per lor volontà non albergassero assai - e sarebbero ben ricevuti, chi vi volesse albergare, e onorati e serviti -; ma sono fuggite e schifate dalle genti del mondo, perché vivono sotto grande ubidenza.

- E chi è segnore di queste Virtudi? - Ed ella disse: - Non hanno segnoria d’alcuna persona, ma so’ in questo mondo libere e franche; e però disse un savio: "Sole le Virtú sono libere nel mondo; e tutte l’altre cose sono sottoposte a la Ventura ". Ma fanno di loro gente un capitano c’ha nome Umilità, quando in servigio d’alcun loro amico vanno a conquistare questo regno; e mettonlo innanzi a tutte le cose, perch’egli è capo e fondamento di tutti coloro che vogliono intendere al servigio di Dio; e però disse santo Bernardo: "Per l’umilità sarai alla grandezza, e questa è la via, e altra non si truova che questa; e chi per altra via sale, cade poscia ch’è montato".

E io dissi: - Prègoti che m’insegni andare a queste Virtú, e che m’acompagni co·lloro, perché vo’ doventare loro fedele, e giurare le loro comandamenta, acciò che questo regno di paradiso beato m’aiutino conquistare. Ed ella disse: - Figliuol mio, non fa bisogno ch’io t’insegni andare alle Virtudi, né ch’io t’aconti’ co·lloro: per che se andare vi vuoli, ritorna alla tua conscienza ed entra per la via de’ buoni costumi e savi e cortesi riggimenti; e quella strada, se tu non ti torci, ti conducerà allo loro albergo, e ivi ti potrai co·lloro acontare, e richiederle de’ tuoi bisogni. Elle sono tanto cortesi che t’udiranno volentieri; e se parrai loro persona con bei riggimenti, ti riceveranno e faranti onore e acompagnerannosi teco; e da te non si partiranno giamai, se da te non viene il partimento, infino che non t’hanno data la vittoria del regno che tu hai detto di voler conquistare.

CAPITOLO XII

Amonimenti della Filosofia.

Poscia che la Filosofia m’ebbe insegnata la via onde si poteva andare alle Virtudi, e insegnata la casa dove mi potea co·lloro acontare, disse: - Figliuol mio, io ti vo’ dire alcuna cosa di riggimenti di queste Virtudi, acciò che, se pigliassi loro amistade, de’ lor fatti non ti trovassi ingannato. Egli è ben vero che ’l regno di Cielo sanza queste Virtudi non si può conquistare, ed elle hanno sí l’ingegni alle mani, che non si può difendere da loro. Ma se pigliassi loro amistà per cagione di conquistare questo regno, converrebbeti aver puro e fermo proponimento di menarle solamente per questo regno conquistare e avere, ché per altra cagione non ti farebbero compagnia né vorrebbero tua amistade. E se le movessi da casa dandone questa cagione, ed elle si potessero acorgere in niuno modo che le menassi per compiere altri tuoi intendimenti - come hanno già fatto molti altri che sotto loro cagione hanno commesso molto male - elle si recherebbero questi fatti fortemente a gravezza, e sceverrebbersi da te, e partirebberti da’ buoni; e quando fossero sceverate ti infamerebbero, e farebberti gran vitiperio, e non avresti mai onore. E anche se intervenisse che le movessi da casa per questo regno conquistare, e quando fossi nella via, sí come vile e codardo, l’abandonassi per paura ch’avessi di molti nimici che si veggono d’intorno, o l’abandonassi per alcuna promessione delle cose del mondo che da que’ nimici fatta ti fosse, abbandonerebberti incontanente e partirebberti di tra’ buoni, e rimarresti vituperato. E se ti pentessi per alcun tempo, e tornassi a loro con buono intendimento per cagione d’aver paradiso, avegna che sien tanto cortesi che il loro aiuto non ti negassero’ al postutto, molto si farebbero pregare anzi che palesemente t’acompagnassero o di servire ti promettessero. A questo considerando, un savio disse: "Chi d’infamia d’alcuna macula si sozza, molta acqua vi vuole a potersi lavare". Però ti ricordo e dico che se in alcuna de le dette tre cose credessi cadere, non t’acompagni co·lloro, perché non te ne potrebbe altro che male incontrare; e del tuo buono incominciamento non nascerebbe altro che mala fine.

CAPITOLO XIII

La promessione della Filosofia di menare il fattore dell’opera alle Virtudi.

Dacch’ebbe la Filosofia posto fine al suo consiglio e alle parole de’ suoi amonimenti, dissi: - Dimmi, maestra delle Virtude, qual è la via de’ buoni costumi e de’ cortesi e savi riggimenti, per la quale si può andare alle Virtudi?

Ed ella disse: - Figliuole, come ti mostri semplice ne li tuoi adimandamenti! Chi è colui che voglia ricorrere a la sua conscienzia, che cotesta via non sappia tenere?

E io dissi: - Non te ne dare maraviglia perché te n’abbia domandato: ché m’hai detto di sopra che cotesta è una strettissima via, e vannovi poche persone, e truovasi in cotesto viaggio larghissime strade onde vanno molte genti; però potrei errare sozzamente, e tornare adietro mi sarebbe gravoso. Però ti priego che vegni meco, e faccimi il tuo servigio a compimento.

Ed ella disse: - Molto volentieri, da che me ne prieghi, avegna che ’l mio venire non faccia bisogno.

CAPITOLO XIV

Dello ’ncominciamento del viaggio per andare a le Virtú.

Poscia che la Filosofia m’ebbe promesso d’acompagnare in questo viaggio, il giorno che ponemmo insieme movemmo, e cavalcammo tanto che fummo a un prato là dove avea una bellissima fonte ad una ombra d’un pino.

Allora disse la Filosofia: - Riposianci a questa fonte una pezza, che ti vo’ favellare -. E ismontati e assettati a sedere, disse: - Qui presso ha una Virtù che s’apella Fede Cristiana, la quale è capo e fondamento di tutte l’altre Virtú a coloro che vogliono intendere al servizio di Dio. Imperò che colui che il regno di Cielo vuol conquistare, convien due cose in sé avere, cioè fede buona e opere perfette; e fede sanza opera, overo opera sanza fede, è neente a potere avere paradiso. E però dice la Scrittura: "Fede sanz’opera, overo opera sanza fede, è cosa perduta". E questa sola virtù dà all’uomo la Fede Cristiana, e tutte l’altre Virtú intendono solamente a fare buone l’opere dell’uomo. E però è questa capo dell’altre e verace fondamento, perché non è d’avere alcuna buona speranza dell’uomo c’ha in sé buon’opere sanza fede; ma chi ha solamente buona fede, poscia che l’opere non vi siano, può stare a grande speranza nella misericordia di Dio, e in una ora, per uno buono pentimento, può paradiso acquistare; e però disse uno savio: "Io voglio che mi vegnaro anzi meno l’opere che la fede". Onde se paradiso vuoli avere, di questa Virtú ti converrà diventare verace fedele, e ubidire e oservare tutte le sue comandamenta. Ma solo d’una cosa mi spavento, che, anzi che riceva promessione o fedeltà da neuno, ne fa gran cercamento e diligente inquisizione, s’è bene d’ogni cosa in concordia co·llei: perché se ’l trovasse pur d’ una vile cosa discordante, nol riceverebbe per fedele, né il prometterebbe d’atare; e per questa via n’ha già molti schifati e fuggiti. E però ti vo’ qui ammaestrare di tutte le cose onde da lei sarai dimandato, acciò che sappi rispondere perfettamente.

E quando m’ebbe cosí detto, tutte per ordine le m’insegnò, e disse e ridisse molte volte, perché non mi uscisser di mente, ma perfettamente le sapesse.

CAPITOLO XV

De l’albergheria de la Fede Cristiana.

Ammaestrato finemente dalla Filosofia di tutti li articuli de la fede, laonde sapea che sarei domandato, montammo a cavallo per compiere nostra giornata, e cavalcammo tanto ch’a ora di vespero fummo giunti a l’albergo della Fede. E questo era un palagio molto grande, le cui mura eran tutte di diamante, lavorate sottilmente ad oro e con buone pietre preziose; e ivi smontammo, e cominciammo il palagio a guardare.

E quando avemmo assai veduto, disse la Filosofia: - Che ti pare di questa magione? - E io dissi: - Questa è tanto maravigliosa e bella, che mi pare una de le magioni di paradiso, c’ho già udito a’ frati molte volte predicare -. Ed ella disse:

  - Questo è il tempio che ad onore di Dio edificò Salamone; e avegna che non sia cosí bello come sono le magioni di paradiso, vo’ che sappi che questa è fatta a similitudine di quelle.

E quand’ebbe cosí detto, entrammo là entro e montammo ne la sala là ov’era la Fede, che sedea in su una sedia molto maravigliosa e grande; e intorno di sé avea molta gente, cu’ ella insegnava e ammaestrava; ed era vestita d’un umile vestimento, e stava tutta cotale accercinata.

E quando la Filosofia fue tanto presso a la Fede che la potea vedere, incontanente dalla lunga la conobbe, e rizzossi in piede e scese della sedia e vennele incontra. E quando le fu presso, si inginocchiò per baciarle il piede; e la Filosofia nol sofferse, ma pigliolla per la mano e rizzolla; e quando fue ritta in piede l’abbracciò, e cominciaro per gran letizia a lagrimare. E quando poteron riavere lo spirito, sí si salutaro; e dipo ’l saluto disse la Filosofia: - Figliuola mia, Fede, come ti contien tu nel servigio e nella grazia di Dio? - Ed ella disse: - Assa’ bene, quando sono di te acompagnata, perché sanza la tua compagnia non si può Dio conoscere né niuno bene adoperare -. Ed ella disse: - E a me il mio conoscimento poco varrebbe, se non fosse la fede tua e le devote orazioni, che die e notte fai al Signore per l’umana generazione.

E quando ebbero cosí detto, s’asettaro a sedere e ragionaro di loro fatti comuni. E quando ebbero assai ragionato, furono appellate che n’andassero a cena; e andarne, e cenaro a grand’agio e con molta allegrezza. E avegna che fosse lieve la cena e di poche imbandigioni, ma del rilievo si consolarono tanti poveri, che non avrei creduto che nel mondo n’avesse cotanti.

CAPITOLO XVI

Del rapresentamento cke fece la Filosofia del fattore dell’opera a la Fede.

Cenato ogni gente, e rassettate a sedere, disse la Fede a la Filosofia: - Grande vicenda’ ti mena in questa contrada, quando ci vieni cosí palesemente. So bene che ci vieni e vai a tua posta, ma piú di celato, perché, se cosí non fosse, in malo stato saremmo, secondo che sono le contrade ove non regne e governe. Onde dimmi se posso fare alcuna cosa che ti sia a piacere.

Ed ella disse: - Tu sai, cara figliuola, ch’a me conviene avere rangola dell’umana generazione, e spezialmente di coloro che vogliono intendere al servigio di Dio; e solamente son mandata da Dio onnipotente di cielo in terra per questa cagione. Onde qui ha un valletto che da teneretto è nutricato in mia magione, e hae sempre volentieri studiato, e sa oggimai convenevolmente, ed èlli venuto in talento di conquistare il regno di Cielo; e sappiendo che non si può conquistare se non per mano delle Virtudi, sí viene a te e a l’altre per farsi vostro fedele e giurar le vostre comandamenta, acciò che possa esser acompagnato da voi, e lo regno di Cielo li atiate conquistare; e fassi da te, perché sa che se’ fondamento e capo dell’altre. Onde ti prego che, come porta l’officio tuo, il debbi servire.

Ed ella disse: - Tu sai che mia usanza è d’isaminare l’uomo anzi che per fedele sia ricevuto o che d’atare li si faccia promessione; ma di costui si faccia tutta la tua volontade, perché so che non può esser altro che sufficiente, da ch’è rapresentato per te -. Ed ella disse: - A me piace che ne osservi tua usanza, perché non vo’ che si spenga neuna buona usanza per me -. Allora mi chiamò la Filosofia, e fecemi inginocchiare dinanzi alla Fede; e rappresentommi e disse: - Ecco l’uomo: esaminatelo sicuramente, ché ’l troverete ben perfetto, e degno di vostra compagnia.

CAPITOLO XVII

Dell’esaminamento che fece la Fede.

Quando la Filosofia m’ebbe rapresentato, mi cominciò la Fede a domandare in questo modo: - Io ti domando che mi dichi quanti sono i nostri sacramenti -. E io dissi: - Sette; - E qua’ sono essi? - E io dissi: - Battesmo, Penitenzia, Corpus Domini, Matrimonio, Confermagione, Ordine e Unzione -. Ed ella disse: - Sa’ tu qua’ sono le credenze de’ sacramenti e i loro benifici? - E io dissi: - La credenza del Battesmo si è che si rimetta il peccato originale a colui che si battezza, e dealisi lo Spirito Santo. La credenza della Penitenza si è che si rimettan le peccata a colui che si confessa e si pente. La credenza del Corpus Domini si è che ’l pane e ’l vino che piglia ’l prete nell’altare a la messa si faccia verace corpo e sangue di Cristo; e secondo che diede sé per noi nella croce, cosí si dà ogni dí nella messa in memoria di quella passione laonde si congiungon le genti d’amore con Cristo. La credenza del Matrimonio si è che si possa congiugnere l’uomo colla femina carnalmente sanza peccato per virtú di quel sacramento. La credenza della Confermagione, cioè del cresimare, che fanno i maggiori prelati, si è che lo Spirito Santo dato nel battesmo si confermi a colui che si cresma. La credenza dell’Ordinare si è che per virtú di questo sacramento i preti e li altri cherici ordinati abbian podestà e balía di fare certe cose che li altri non hanno. La credenza dell’Unzione si è che se ne rimettano le peccata veniali a colui che s’ugne, e giovi a la infermità del corpo.

Da che m’ebbe domandato de le credenze de’ sacramenti, disse: - Sa’ tu le credenze del Credo in Deo, e chi l’orazione del Credo in Deo fece? - E io dissi: - Ben so le dette credenze, e ho inteso che la detta orazione fecero tutti e dodici li Apostoli per partite -. Ed ella disse: - Vièllemi per ordine dicendo, e distinguimi le parti che ciascuno apostolo vi puose -. E io dissi: – Credo in uno Idio patre onnipotente, fattore del cielo e de la terra e di tutte le cose visibili e non visibili, secondo che nel detto Credo in Deo disse santo Piero. E in Gesù Cristo unico suo figliuolo, verace segnore nostro, secondo che v’arose sant’Andrea. Il quale fue dallo Spirito Santo formato, e nacque dalla vergine Maria, secondo che v’aggiunse san Giovanni. E ne la segnoria di Pilato fu crucifisso e morto e sepulto, secondo che santo Iacopo minore disse. Discese a lo ’nferno, e al terzo dí risuscitò da morte, come arose santo Tomaso. E andonne in cielo e siede da la diritta parte del suo Padre, come disse santo Iacopo maggiore. E quindi verrà a giudicare i vivi e’ morti, come v’arrose santo Filippo. Credo nello Spirito santo, come disse santo Bartolomeo. E nella santa Ecclesia catolica, come disse santo Mateo. E ne la comunione di santi, e ne la remissione de’ peccati, come disse san Simone cananeo. E nella resurressione della carne, come disse santo Tadeo. E ne la vita eterna, amen, [come disse santo Mattia].

E quando ebbi dette tutte le credenze che nel Credo in Deo si contengono, cosí per ordine come ne la detta orazione le dissero li apostoli, disse la Fede: – E sai tu quanti sono i comandamenti di Dio che si convegnono osservare? – E io dissi: – Dieci, cioè quattro che s’apartengono a Dio, e sei che s’apertengono a le genti del mondo. – Ed ella disse: – Qua’ sono essi? – E io dissi: – I quattro che s’apertengono a Dio sono questi: Uno solo Dio credi. Lui solo ama sopra tutte le cose. Il suo nome non aver per cosa vana. Guarda le feste che a suo onore e de’ suoi santi sono ordinate di guardare. E li sei che s’apertengono alle genti del mondo sono questi: Onora e ubidisci il padre e la madre, e sovvielli se sono bisognosi. Ama il prossimo tuo come te medesimo, e sovviello se ’l vedi in necessitade. Co la moglie del prossimo tuo non commetterai avolterio, né con neun’altra persona ti maculerai di lussuria non licita. Il prossimo tuo non ucciderai e nol fedirai e no li farai in persona alcuno rincrescimento. De la cosa del prossimo tuo non farai furto, né in mal modo non gliela torrai, né non la userai contra sua voluntade. Falsa testimonianza contra ’l prossimo tuo non porterai.

E quando li comandamenti di Dio ebbi cosí per ordine detti, disse la Fede: – E credi, chi fa contra le dette comandamenta, che commetta peccato? – E io dissi: – Sí, pecca mortalmente d’alcun di sette peccati mortali. – E qua’ sono essi? – E io dissi: – Avolterio, micidio, furto, pergiurio, falso testimonio, rapina e bestemmia.

CAPITOLO  XVIII

Della fedaltà che fece a la Fede.

Quando la Fede m’ebbe domandato di tutte le cose che avete udito di sopra, si rifece da capo e disse: – Credi tu bene i detti sacramenti e le lor credenze? – E io dissi: – Cosí credo veracemente. – E credi le credenze che nel Credo in Deo si contengono, secondo che di sopra dicesti? – E io dissi: – Cosí veracemente credo. – E chi fa contra le dette comandamenta, credi che pecchi mortalmente? – E io dissi che sí, d’alcuno de’ detti sette peccati mortali. – E credi che si perda chi mortalmente pecca, se non si confessa e si pente? – E io dissi: – Sí.

E quande’bbi cosí chiaramente a ogni cosa risposto, secondo che la Filosofia m’avea insegnato e ammaestrato, disse la Fede: – Figliuol mio, non ti dare maraviglia perché non t’ho lodato, avegna che abbi ben risposto, perché neuno si loda dirittamente se non a la fine. Ma or ti dico che a tutte le domandagioni delle mie credenze hai risposto perfettamente, e se’ ben degno di nostra compagnia. – E poi disse: – Vuo’ tu diventar nostro fedele, e giurar le nostre comandamenta? – E io dissi: – Sí, molto volontieri. – Ed ella disse: – Vuo’ tu promettere di fedelmente servire, e stare fermo in su coteste credenze? – E io dissi: – Sí, – e cosí avea creduto d’ogni tempo; ed eranmi sí convertite in natura che non me ne potrei partire per neuna ingiuria che fatta mi fosse. – Ed ella disse: – E io t’ametto per fedele da oggi innanzi, e promettoti, giusta la possa mia, d’atarti conquistare il regno di paradiso, insino che stara’ fermo in su coteste credenze. – E cosí un notaio che v’era ivi presso di tutte queste cose trasse carta.

CAPITOLO  XIX

Perché la Fede non si cura d’ornare la persona.

Ricevuto per fedele da la Fede Cristiana, e giurato le sue comandamenta, n’andammo a letto; e a l’alba del giorno ci levammo, e scommiatati da la Fede ci partimmo per compier nostro viaggio.

E cavalcando cominciai co la Filosofia a sollazzo cota’ cose a parlare: – Maestra de le Virtudi, molto è bella creatura questa Fede, le cui comandamenta i’ ho giurate; ma è vilissimamente vestita, e sta tutta cotale aviluppata. Credo che se avesse belli vestimenti e curassesi la persona come l’altre femmine fanno, nel mondo sí bella creatura non avrebbe. Ma forse ch’è povera reina; e ben lo mostrò iersera, sí ne diede povera cena.

E quando èi cosí detto, la Filosofia rise un poco molto piacevolmente, e stette una pezza, e parlò e disse: – Figliuol mio, mal conosci questa Virtù; ma conoscera’la meglio per innanzi, da che se’ diventato suo fedele. E io ti dirò alcuna cosa de’ suoi fatti, sopra le parole c’hai dette. Questa donna è la più ricca reina che neuna che si truovi nel mondo, e quella c’ha i piue ricchi fedeli: perch’ella sola ha in questo mondo il sovrano bene a godimento, e aministralo e dàllo a’ fedeli suoi. E dirotti in che modo il sovrano bene è un ragunamento perfetto di tutti i beni laonde si compiono all’uomo tutti i suoi desiderî: e questo è Idio, in cui sono tutti i beni perfettamente raunati, e riempiene colui che perfettamente l’ama, e compieli tutti i suoi desiderî, perché si fa uno spirito e una cosa co·llui, secondo che vedi per esemplo di due che perfettamente s’amano insieme, che s’usa di dire: "Questi due sono solamente una cosa, sí gli ha congiunti l’amore". E colui che perfettamente è nella fede, ama Dio sopra tutte le cose, e però non si cura né di manicare, né di bere dilicatamente, né di vestire, né di calzare pulitamente, né della gloria del mondo, però che sa che a Dio non piacciono queste cose; ma pensa Idio, imagina Idio, contempla Idio; e questo pensiero li sa sí buono che non se ne sazia, ma die e notte vi pensa, perché si sente per quello pensamento tutti i suoi desiderî compiere. E però disse santo Ambruogio: Chi nella magione dentro dal suo cuore alberga Cristo, di smisurati delettamenti pasce l’anima sua". E santo Augustino, favellando inverso Idio quando di lui fue bene innamorato, disse: "Segnor mio, tu m’hai menato a una allegrezza ismisurata, che non è altro che vita eterna in questo mondo".

CAPITOLO  XX

De la buona cena.

Mostrato la Filosofia perch’era la Fede mal vestita e stava cotale aviluppata, e come era la più ricca reina del mondo e aveva più ricchi fedeli, disse: – Anche dicesti, figliuole, che ne diede povera cena; e io ti dico che ne diè cena buona, e chente s’usa di dare agli amici; e dirotti in che modo.

- Tutte le cene che si fanno o son buone o son rie o son perfette. Buona è detta quella cena che per necessità del corpo si piglia; rea è detta quella cena che si piglia a vanagloria o per compiere i desiderî della gola; perfetta è detta quella cena quando si pasce l’anima della letizia spirituale. E di queste tre cene ti voglio alcuna cosa dicere.

- Dico che quella è detta buona cena, che per necessità del corpo si piglia solamente: ché, con ciò sia che li omori del corpo si consumino e disecchino tuttavia per lo calore naturale, sí fa bisogno di pigliar tanto cibo che ristori quelli omori desiccati; perché se l’omore perduto non si ristorasse, tostamente il corpo diseccherebbe e morrebbe. E questa cena, avegna che per bisogno si pigli, non dee esser grande, acciò che si mangi di soperchio; anzi dee esser piccola e temperata, perché quello omor desiccato per poco cibo si ristora: onde dice Boezio: "La natura di poche cose si chiama contenta; e se le darai il soperchio, o fara’le male o avrallo a dispetto". E non dee esser questa cena nascosa, né a ricchi, ma a poveri fatta e apparecchiata: onde dice santo Luca nel Vangelio: "Quando farai convito, non apellerai li amici o’ parenti o’ vicini o’ ricchi, perché riconvitino te poscia e rendanti vicenda; ma chiamerai li poveri o l’infermi o li ciechi o gli attratti; e sarai beati, perché no hanno onde ti possano ristorare: però serai guiderdonato nel guiderdonamento de’ giusti". E la Fede, se ben ti ricorda, ne diede cena di questa forma, perché v’ebbe da cena quanto fue bastevole a coloro che vi cenaro; e fue il cibo sano per lo corpo e saporito per la bocca; e del rilievo della sua mensa si consolaro tanti poveri, che non credo che giamai de le cento parti l’una ne vedessi.

CAPITOLO  XXI

De la cena rea.

La seconda cena si è detta cena rea; e questa è quando non si piglia per necessità, ma per vanagloria o per compiere i desiderî della gola. E però è detta rea questa cena, perché quando ne la cena ha molti mangiari di diversi sapori, lo stomaco si diletta in questo sapore e in quell’altro, sie che se l’uomo non è savio in temperar la volontade, mangia e bee di soperchio; per la qual cosa s’affoga il calore naturale, e non può ricuocere il cibo che è ito di soperchio nel ventre; e dacché non è ricotto non esce, anzi vi si corrompe entro, laonde s’ingenerano nel corpo gravissime e pericolose infermità. Onde credi tu che nascan tanti dolori di capo, tante torzion di ventre, tanti corrompimenti di tutti omori di corpo, se non del troppo mangiare? E però disse uno poeta: "De la lunga e gran cena si ingenera a lo stomaco gravissima pena: se tu vuogli esser lieve, fa che la tua cena sia breve".

- Anche è ria, perché quivi la lingua isfrenatamente favella; quivi si dicono bugie e parole di scherne; quivi ha canti e stormenti; quivi sono le femine di sozze cose richeste, e sono spesse volte concedute; quivi hae ogni cosa disfrenata. Certo, quando a cotale cena s’intende, Dio e il prossimo si offende. E questi cotali mangiari sono minacciati dal Profeta, e dice: "Guai a voi che vi levate la mattina a seguitare lo vizio della gola, e manicate e bevete di forza, e soprastatevi insino a vespero, e nell’opere di Dio non guardate: però ha sciampiato il ninferno il seno suo, e discenderannovi i grandi e’ forti e li gloriosi del mondo a lui". E questa è forse quella cena che tu volei che la Fede ti desse; ma ella, conoscendo ch’era rea e abominata da’ savi e minacciata da Dio, ce ne volle guardare.

CAPITOLO  XXII

De la cena perfetta.

- La terza cena sí è detta cena perfetta; e questa è quando si pasce l’anima della letizia spirituale. Di questa cena quando l’anima piglia, di molta allegrezza si riempie: ché, con ciò sia cosa che sia gran diletto quando coloro che si convengon di riggimenti si congiungono insieme, quanta allegrezza credi che sia quando la creatura si congiugne col suo creatore, o il figliuolo col suo padre, o la sposa collo sposo suo ch’ama? E però dice il glorioso del Segnore: "Io sto all’uscio, e picchio; e se mi sarà aperto intrerrò là entro e cenerò co·llui, ed e’ meco". O dilettevole cena, quando Idio, cui tu ami, ricevi ad albergo nel tuo cuore, quando per grande amore l’abracce e lo stringi! Qual metallo è sí duro che il fuoco no lo incenda e rechilo a sua natura? Se questo fuoco ch’è appo noi lavora cosí nel duro ferro, come credi che ’l fuoco de l’amor divino ch’è di virtù maravigliosa lavori nell’anima? E di questa cotal cena ti pascerà la Fede, se tu per innanzi le sarai buon fedele.

CAPITOLO XXIII

Del luogo onde si cominciaro a vedere i Vizî e le Virtú.

Parlando a sollazzo per la via, come di sopra avete inteso, cavalcammo tanto che fummo in su ’n un monte ben alto, laove avea un romito in una cella; e a piede avea una pianura molto grande, ne la quale avea sí gran gente raunata che non potrebbe esser annoverata se non come le stelle del cielo o la rena del mare. E io, guardando cosí gran gente, mi maravigliai, e dissi: - Maestra delle Virtudi, che gente è questa cosí grande, e perché è qui raunata? - Ed ella disse: - Questa è tutta la gente del mondo, ch’è divisa in due parti, secondo che tu vedi ch’è tra lo steccato ch’è in mezzo tra loro. E sonci assembiati per combattere -. E io dissi: - Chi è l’una gente, e chi è l’altra? e chi sono i segnori delle parti? - Ed ella disse: - Questa che tu vedi da la parte d’oriente sono le Virtudi con tutto loro sforzo; e questa che tu vedi dal ponente sono li Vizî con tutta loro amistade -. E io dissi: - Molto sono male partiti: se debbono combattere insieme non veggio che le Virtudi da’ Vizî si possan difendere, se Dio nol facesse per gran maraviglia, ché son piú di loro ben cento cotanti -. E la Filosofia disse: - E Dio l’aterae, come hae fatto altre volte quando sono venute alle mani; perché le Virtudi son savie e scalterite e prodi e valentri; e’ Vizî sono rigogliosi e matta gente -. E io dissi: - Dio il faccia per la sua misericordia. Ma pregoti che mi dichi chi sono i segnori delle parti, e chi sono le loro amistadi -. Ed ella disse: - Cotesto non ti poss’io mostrare, che tu sapessi ch’io mi dicesse, se non in sul fare delle schiere; ma allotta ti mostrerroe tutte le cose pienamente. Onde iscavalchiamo e stiamo a veder tanto che questa battaglia si faccia.

CAPITOLO XXIV

Della segnoria della Superbia.

Ismontati e assettati a sedere sotto un bel porticale de la cella del romito, e guardando l’osti di ciascuna parte, vedemmo nell’oste de’ Vizî un segnore ch’andava cavalcando per lo campo, e tutta la cavalleria dell’oste il seguitava, e le genti a piè lo ’nchinavano con gran reverenzia. E quando vidi questo, dissi: - Maestra delle Virtudi, chi è quel signore che cosie grandemente cavalca e da questa gente è cosí onorato? - Ed ella disse: - Questo è lo ’mperadore e segnore di tutta l’oste di Vizî, e ha quasi sotto sé tutto il mondo, e ballo in sette parti diviso; e in ciascuna delle dette parti ha uno re incoronato ch’è suo fedele e rendeli trebuto -. E io dissi: - Come ha nome questo imperadore, e come hanno nome i re incoronati che sono sotto lui? Ella disse: - Lo ’mperadore ha nome Superbia; e li sette re che son sotto lui sono sette Vizî principali che nascon e vengon da lui, e son questi: Vanagloria, Invidia, Ira, Tristizia, Avarizia, Gula, Lussuria. Questi sono que’ Vizî laonde nascono tutti i peccati che per le genti si fanno -. E io dissi: - Ben son cotesti gran segnori e di gran nominanza; e molto ho già udito di loro gran fatti novellare. Ma una cosa vorrei che mi dicessi: come poteo venire questo imperadore in cotanta grandezza che potesse avere fedeli di cotanta potenzia come sono questi Vizî che nominasti di sopra? - Ed ella disse: - Li Vizî che di sopra t’ho detto sono inimici di Dio, e intendono a corrompere li buon costumi e li savi reggimenti delle genti, perché sanno che piacciono a Dio sopra tutte le cose; ma li uomini e le femine, che naturalmente conoscono Idío, e sanno che a lui piacciono cotesti reggimenti, non si lasciavano corrompere, per paura che avevano che Dio sopra loro non pigliasse vendetta; e cosí non potevano li Vizî venire a capo di loro intendimento, e far le genti peccare. Ma lo ’mperadore ’che t’ho detto di sopra insuperbisce l’uomo, e fallo da Dio rubellare; e dacché èe rubellato ogni peccato commette; e per questa via fanno tutti li Vizî le genti peccare. E però disse un savio: "Quando la Superbia piglia l’uomo, ogni peccato commette; e quando si parte, ogni peccato abandona": e per questa via vedi che fanno tutti li Vizî le genti peccare. La Superbia è capo de’ Vizî e partefice di tutti i peccati.

E ragionando cosí tra noi, udimmo un trombadore che sonò una tromba; e da ch’ebbe sonato, cominciò a bandire in questo modo: - Il grande imperadore messer la Superbia fa metter bando e comandare che si vadano ad armare tutte le genti; e li re e segnori che son venuti nell’oste per aiutarlo debbiano le loro genti schierare e dare a ciascheuna schiera buon capitano e gonfalone della sua insegna, perché egli intende d’andare sopra l’inimici.

CAPITOLO XXV

Delle schiere de la Vanagloria e de’ suoi capitani.

Dacché ’l detto bando fu messo, sí cominciò tutto ’l campo a bollire, e andârsi ad armare le genti, e trasse catuna al suo segnore, là ove vedevano poste le ’nsegne. E sceverato catuno re per sé co la gente sua, vedemmo uno di questi Vizî principali che fece otto schiere della sua gente, e a ciascheuna diede il suo capitano e gonfalone della sua insegna. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, maestra delle Virtudi, chi è quel Vizio che ha già le sue genti schierate, e chi sono i capitani delle schiere? - Ed ella disse: - Quello è un pessimo Vizio che si chiama Vanagloria; e commettesi questo peccato in otto modi, e hae ciascuno il suo nome. E quelli sono i Vizî che nascono di lei, che sono fatti capitani delle schiere, e sono questi: Grandigia, Arroganza, Non usanza, Ipocresia, Contenzione, Contumacia, Presunzione e Inobedienzia.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Che è Vanagloria? - Ed ella disse: - Vanagloria è un movimento d’animo disordinato, per lo quale si muove l’uomo a volere quello onore che non li si conviene -. E io dissi: Dimmi alcuna cosa della natura de’ Vizî che nascono di lei -. Ed ella disse: - Grandigia è quando l’animo dell’uomo non soffera che alcun sia pare o maggior di lui; e questa è detta vanagloria. Arroganzia è quando si vanta l’uomo d’esser quello che non è; e quest’è vanagloria. Non usanza è quando l’uomo hae sí in dispetto li altrui fatti, che non soffera di fare la cosa come li altri la fanno, ma ingegnasi di farla per nuovo modo e d’avere nuovi riggimenti o altra cosa divisata da li altri; e quest’è vanagloria. Ipocresia è quando l’uomo dà vista od apparenza alle genti d’essere quello che non è, o di fare quello bene che non fa; e quest’è vanagloria. Contenzione è quando l’uomo contende e impugna la verità e credelasi vincere o per grida o per sottigliezza di parole; e questa è vanagloria. Contumacia è quando l’uomo hae in dispetto suo maggiore, e negali di fare l’onore o ’l servigio che per ragione li dé fare; e quest’è vanagloria. Presunzione è quando l’uomo s’apropia l’altrui fatto per darsi onore; e questa è vanagloria. Innobedienzia è quando l’uomo, per disdegno, non ubidisce il suo maggiore ne le cose che giustamente li son comandate, overo l’onore che li dee fare no li rende; e quest’è vanagloria.

CAPITOLO XXVI

Delle schiere de la ’Nvidia e de’ suoi capitani.

Appresso il detto primaio Vizio venne il secondo, e fece delle sue genti cinque schiere, e a ciascheuna diede il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, chi è quel Vizio c’ha ora le sue genti schierate? - Ed ella disse: - Quello è un Vizio che s’appella Invidia; e commettesi questo peccato in cinque modi, e ciascuno modo hae il suo nome. E quelli sono li Vizî che nascono di lei, che sono capitani de le schiere; e sono cosí nomati: Ditramento, Dipravamento, Ingratitudine, Maltrovamento, Rallegramento o Contristamento.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Invidia? - Ed ella disse: - Invidia è un mal calore che nasce all’uomo del bene e de la felicitade altrui, che lo incende e dibatte malamente e fallo dolere. E nasce questo duolo per due cose: o quand’elli non vuole ch’a quello ch’è elli altri possa venire; o quando si duole che non può venire elli a quello che vede alcuna persona. Ed è a dire Invidia, cioè "non vedere", perché colui ch’è invidioso non soffera il bene altrui di vedere -. E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi alcuna cosa della natura de’ Vizî che nascono d’Invidia -. Ed ella disse: - Ditraimento è quando l’uomo nasconde li altrui beni; e quest’è invidia. Dipravamento è quando l’uomo li altru’ beni in altra guisa travolge, e li mali suoi dice e reca a memoria; e questo è invidia. Ingratitudine è quando l’uomo del bene che gli è fatto per disdegno grazia non rende; e quest’è invidia. Maltrovamento è quando l’uomo appone altrui peccato o vizio onde non è colpevole; e quest’è invidia. Rallegramento o Contristamento è quando si rallegra l’uomo dell’altrui male o del bene si contrista; e quest’è invidia.

CAPITOLO XXVII

De le schiere dell’Ira e de’ suoi capitani.

Appresso il detto Vizio venne il terzo, e fece diece schiere delle sue genti, e a ciascheuna diede il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, chi è quel Vizio c’hae ora le sue genti schierate, e chi sono i capitani de le schiere? - Ed ella disse: - Quello è un Vizio principale che s’apella Ira; e peccasi per questo vizio in diece modi, e ciascuno modo hae il suo nome. E quelli sono i detti Vizî che nascono di lei, che sono capitani delle schiere, e sono cosí appellati: Odio, Discordia, Ressa, Ingiuria, Contumelia, Impazienzia, Protervia, Malizia, Nequizia e Furore.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Che è Ira? - Ed ella disse: - Ira è una súbita tempesta d’animo laonde si muove l’uomo contra alcuna persona -. E io dissi: - Dimmi alcuna cosa de la natura de’ Vizî che nascono d’Ira -. Ella disse: - Odio è una malavoglienza d’animo inviziata. Discordia è una diversità d’animo tra coloro ch’erano imprima congiunti d’amore. Ressa è una malavoglienza d’animo tra coloro che sono congiunti di sangue. Ingiuria è quando l’uomo fae o dice alcuna cosa contra altrui non giustamente. Contumelia è una ingiuria di parole. Impazienzia è i súbiti movimenti dell’animo non rinfrenare’. Protervia è uno movimento d’animo a rispondere a parole che siano dette. Malizia è una mala volontà d’animo nascosta di dare altrui danno. Nequizia è quando l’uomo ardisce a fare quello ch’elli non può. Furore è una súbita tempesta d’animo che non considera ragione.

CAPITOLO XXVIII

De le schiere de la Tristizia e de’ suoi capitani.

Appresso venne il quarto Vizio, e fece delle sue genti otto schiere, e diede a ciascuna il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Maestra delle Virtudi, chi è quello Vizio che ha ora le sue genti schierate, e chi sono li suoi capitani? - Ed ella disse: - Quello Vizio s’appella Tristizia; e commettesi questo peccato in otto modi, e ciascun modo hae il suo nome. E quelli sono i Vizî che nascono di Tristizia, e sono cosí appellati: Desidia, Pigrizia, Pusillanimità, Negligenzia, Improvedenza, Non intorno guardare, Tepiditade e Ignavia -. E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Tristizia? - Ed ella disse: - Tristizia è una pigrezza e cattività d’animo, per la quale l’uomo il ben che puote fare non incomincia, o quello che ha cominciato non compie -. E io dissi: - Dimmi alcuna cosa de la natura de’ Vizî che nascono di Tristizia -. Ed ella disse: - Desidia è una miseria d’animo per la quale il bene che potrebbe fare non comincia. Pigrizia è una cattività d’animo per la quale il ben c’ha cominciato non compie. Pusillanimità è una angoscia di mente per la quale si teme l’uomo di cominciare le gran cose. Negligenzia è una pigrizia d’animo per la quale l’uomo non è bene studioso di seguitare quello che dovrebbe seguitare. Improvedenzia è una cattività di mente per la quale l’uomo non è bene accorto di provedere le cose che possono incontrare. No intorno guardare è una cattività d’animo per la quale l’uomo non considera scalteritamente tutte le cose che nuocer li possono. Tiepiditade è una pigrizia d’animo per la quale l’uomo è nighiettoso ove dovrebbe esser rangoloso. Ignavia è un vizio d’animo per lo quale l’uomo neun suo fatto fa con discrezione.

- Dunque pecca di questo vizio che s’apella Tristizia ch[i] il ben che potrebbe fare non incomincia, o lo incominciato non compie, o li gran beni che potrebbe fare non ardisce, o colà dove dovrebbe esser rangoloso non è, o non si provede bene de le cose che possono avenire, o non guarda bene ogni cosa che li può nuocere, o le cose che fa non fa con discrezione.

CAPITOLO XXIX

Delle schiere dell’Avarizia e de’ suoi capitani.

Appresso venne il quinto Vizio, e fece delle sue genti dodici schiere, e diede a ciascuna il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, maestra de le Virtudi, chi è quel Vizio c’ha ora le sue genti ischierate, e chi sono li capitani? - Ed ella disse: - Quello è un pessimo Vizio, e apellasi Avarizia; e commettesi questo peccato in dodici modi, e ciascun modo hae il suo nome, che sono li Vizî che nascono d’Avarizia; e son cosie appellati: Simonia, Usura, Ladorneccio, Pergiurio, Furto, Bugia, Rapina, Forza, Inquietare, Mal giudicare, Ingannare e Onor desiderare.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Avarizia? Ed ella disse: - Avarizia è una pestilenzia d’uno desiderio d’animo di guadagnare o di ritenere ricchezze -. E io dissi: - Dimmi alcuna cosa della natura de’ Vizî che nascono di lei -. Ed ella disse: - Simonia è una studiosa cupidità di rivendere le cose spirituali, ed è detta Simonia da Simone incantatore, il qual volle comperare dalli Apostoli lo Spirito Santo ad intendimento di guadagnare. Usura è uno studioso desiderio d’avere alcuna cosa oltre la sorte. Ladorneccio è una palese tolta de l’altrui contra la volontà del segnore. Pergiurio è una bugia con saramento affermata; e però s’apertiene Pergiurio ad Avarizia, perché dice la Scrittura: "La persona ch’è avara ha per nulla il saramento". Furto è uno ascoso pigliamento de l’altrui cose contra volontà del segnore. Bugia è una falsa boce detta con intendimento d’ingannare. Rapina è uno predamento per forza dell’altrui cosa. Forza è una ingiuria per forza commessa. Inquietare è altrui non giustamente commuovere o molestare. Mal giudicare è non giustamente sentenziare per intendimento di guadagnare. Ingannare è inganno per frode commesso. Onore desiderare è una sollicitudine d’avere piú onore che non si conviene; e avegna che questo si possa attribuire a vanagloria, sí è detto questo cotale avaro; onde si dice ne la Scrittura che Adamo fu avaro perché peccò a intendimento d’avere piú onore che no li si facea.

- Dunque dé’ sapere che que’ pecca di questo vizio che s’apella Avarizia, che guadagna per via di simonia o d’usura o di ladorneccio o di pergiurio o di furto o di bugia o di rapina o di forza o d’inquietare o di mal giudicare o d’ingannare o di desiderare onor che no si convegna.

CAPITOLO XXX

De le schiere della Gola e de’ suoi capitani.

Appresso venne il sesto Vizio, e fece nove schiere delle sue genti, e diede a catuna il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, chi è quel Vizio c’ha ora le sue genti schierate, e chi sono li capitani de le schiere? - Ed ella disse: - Quello s’apella il Vizio della Gola; e commettesi questo peccato in nove modi, e ciascun modo hae il suo nome. E quelli sono i Vizî che nascono di lei e che sono fatti capitani delle schiere, e son cosí appellati: Golosità, Ebrietà, Prodigalità, Non astenersi, Non temperarsi, Vanamente parlare, Non esser pudico, Non esser modesto, Non esser onesto.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Che è a dire Vizio di Gola? - Ed ella disse: - Vizio di Gola è una disiderosa volontà di mangiare o bere di soperchio -. E io dissi: Dimmi alcuna cosa de la natura de’ Vizî che nascono di lei -. Ed ella disse: - Ebrietà è nel bere di soperchio. Golosità è nel troppo mangiare. Prodigalità è ispendere oltre misura. Non astenersi è non mangiare a le stagioni. Non temperarsi è desiderare troppe imbandigioni. Vanamente parlare è a dire parole oziose. Non esser pudico è a dire parole onde appaia lussurioso e vano. [Non esser modesto è ... ]. Non esser onesto è adomandare cose ad uso de la vita non convenevoli a lui.

- Dunque quelli pecca di questo vizio della gola, che mangia di soperchio, o bee oltre misura, o spende quello che non si conviene, o alle stagioni non mangia, o troppe imbandigioni desidera, o parla cose vane, o dice parole onde appaia vano e lussurioso, o cose non convenevoli adomanda ad uso della vita.

CAPITOLO XXXI

De le schiere de la Lussuria e de’ suoi capitani

Appresso venne il settimo Vizio, e fece sei schiere de le sue genti, e diede a catuna il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Chi è quel Vizio c’ha ora le sue genti schierate, e chi sono i capitani delle schiere? - Ed ella disse: - Quello è un Vizio che s’appella Lussuria; e commettesi in sei modi questo peccato, e catuno modo hae il suo nome. E que’ sono i Vizî che nascon di Lussuria, e sono cosí appellati: Semplice fornicazione, Incesto, Avolterio, Strupro, Peccato contra natura e Rapinamento.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Lussuria? - Ed ella disse: - Lussuria è una mala volontà del corpo non rinfrenata che nasce del pizzicore della libidine -. E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi alcuna cosa della natura de’ Vizî che nascon di Lussuria -. Ed ella disse: - Semplice fornicazione è un carnale uso fatto contra ragione, cioè o co la vedova o co l’amica o co la putta. Incesto èe uno uso carnale che si fa co la parente o co la monaca. Avolterio è un carnale uso che si fa co l’altrui moglie. Strupo è un carnale uso che si fa co la vergine. Peccato contra natura è quando si isparge il seme altrove che nel luogo naturale. Rapinamento è quando la vergine si rapisce ad intendimento, quando l’avrà corrotta, di farlasi a moglie.

- Dunque si commette questo peccato che s’apella Lussuria con molte persone, e avegna che tutta sia fornicazione, sí dé’ sapere ch’è maggior peccato coll’una persona che coll’altra, e però son diverse nomora trovate. Solo è conceduto l’uso carnale co la moglie sanza peccato per lo sacramento del matrimonio.

CAPITOLO  XXXII

Il partimento delle quattro osti de le Virtú per ischierarsi.

Fatte tutte le schiere delle genti de’ Vizî, e dato a ciascuna il suo capitano e gonfalone de la sua insegna, e sceverata per sé ciascuna schiera al suo gonfalone, cominciammo a guardare nell’oste de le Virtudi, a sapere che riggimento facessero. E poco stante vedemmo che fue tutta in quattro parti divisa. E quando vidi questo, dissi: - Maestra de le Virtudi, che intendono di fare queste genti che sono divise in quattro parti? E chi sono i segnori di ciascun’oste? - Ed ella disse: - Queste Virtú son provocate a battaglia: però voglion fare le schiere loro, da che veggono i loro nimici schierati. E i quattro segnori che son guidatori de le dette quattro osti, cioè catuno della sua, son quattro Virtú principali laonde nascono tutte l’altre Virtudi -. E io dissi: - E come hanno nome? - Ed ella disse: - Prudenzia, Giustizia, Fortezza e Temperanzia -. E io dissi: - Ben so’ coteste grandissime Virtudi, e molto ho già udito predicare dell’opere loro -. Ed ella disse: - Le loro opere son tutte perfette, e nasconne quanti beni nel mondo si fanno.

CAPITOLO XXXIII

Delle schiere de la Prudenzia e de’ suoi capitani.

Compiuto di dire queste parole, vedemmo che una delle dette Virtudi fece sei schiere de la sua gente, e a ciascuna diede il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Chi è quella Virtude c’ha ora le sue genti schierate, e chi sono i capitani delle schiere? - Ed ella disse: - Quella è una nobile Virtude che s’apella Prudenzia; e usasi questa Virtú in sei modi, e ciascuno modo hae il suo nome. E quelle son le Virtú che nascon di lei e son fatte capitane delle schiere, e son cosí nominate: Guardar le cose passate, Conoscer le cose presenti, Considerare quelle che possono avenire, Esaminar li contrarî, Guardarsi dal male c’ha conosciuto, Seguitar lo bene c’ha considerato.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Prudenzia? - Ed ella disse: - Prudenzia è un verace conoscimento del bene e del male, con fuggir lo male ed eleggere il bene. E però diss[i] conoscimento del bene e del male, perché non sarebbe savio colui che sapesse discernere il bene dal male, se non sapesse discernere il bene per sé, cioè qual fosse buono e qual migliore; e il male per sé, cioè qual fosse reo e qual peggiore. E anche non basterebbe tutte le dette cose saper discernere, se non seguitasse l’elezion del bene e il dispregio del male. Per le dette cose appare che Prudenzia è quando il bene dal male si conosce e la cosa giusta da la non giusta o la convenevole dalla sconvenevole, ed eleggesi il bene e fuggesi il male -. E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi alcuna cosa della natura delle Virtú che nascon di Prudenzia -. Ed ella disse: - Guardare le cose passate si è quando l’uomo ha memoria di molte cose che sono avenute e incontrate, e assomiglia la cosa presente ad alcuna di quelle, e considera in che modo sono andate, ed estima le cosi presenti che nel detto modo debbiano andare, o simigliante via vi si debbia tenere. E questo è un modo di prudenzia del quale favella Ezechia profeta, e dice: " Recherotti a memoria li anni miei ne l’amaritudine dell’anima mia". Conoscere le cosi presenti si è quando l’uomo imagina la cosa presente e pigliane verage intendimento, e conosce per diritta ragione che è il bene e che è il male di quella cosa: perché di neuna cosa si potrebbe verace intendimento pigliare se cosí perfettamente non si imaginasse e vedesse. E questo è un modo di prudenzia del qual favella Salamone, quando dice: "I tastamenti vadano innanzi a la tua via". Considerare quelle che possono avenire è quando l’uomo considera che de la cosa per innanzi può incontrare e avenire. E questo è un altro modo di prudenzia del quale fa menzione Boezio quando dice: "Non basta di considerare solo quello che si vede coll’occhio; ma colui ch’è savio pensa che de la cosa può incontrare o che uscita la cosa può avere". Esaminare li contrarî si è considerare diligentemente ogni cosa che nuocer li puote sopr’alcuna cosa. E di questa prudenzia fa menzione Salamone quando dice: "Con ogni diligenzia guarda il cuor tuo"; e cosí vedi che, dicendo "guarda", disse "con ogni diligenzia", acciò che, se ti guardassi d’esser avaro, guarda che non diventi guastatore. E [il] medesimo Salamone, faccendo in un altro luogo menzione di questa Prudenzia, dice: "Son vie che paiono all’uomo diritte, ma la fine loro li mena a la morte": e questo aviene perché non sono bene tutte le cose che nuocere possono considerate. Guardarsi dal male c’ha conosciuto è un altro modo di prudenzia del quale fa menzione san Paolo quando dice: "Gastigo il corpo mio e recolo in servitudine". Eleggere e far lo bene c’ha conosciuto si è un altro modo di prudenzia del quale favella Salamone quando dice: "Ciò bene che puo’ fare co le mani tue, sanza dimora il fa".

CAPITOLO XXXIV

Delle schiere della Fortezza e de’ suoi capitani.

Appresso venne la seconda Virtude, e fece otto schiere della sua gente, e diede a catuna suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, chi è quella Virtú c’ha ora le sue genti schierate, e chi sono i capitani delle schiere? - Ed ella disse: - Quella è una Virtú che s’apella Fortezza; e usasi questa Virtú in molti modi, e ciascun modo ha ’l suo nome, che sono le Virtú che nascon di Fortezza.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Fortezza? - Ed ella disse: - Fortezza è una virtú d’animo per la quale l’uomo né per tribulazioni del mondo si fiacca, né per lusinghe de la Ventura monta in altura. E cosí vedi che Fortezza è virtú per la quale l’animo dell’uomo stae fermo contra l’aversità a sostenere i pericoli e le fatiche de le tribulazioni del mondo. E però si riferiscono a costei tutte le Virtú che nell’aversità fanno l’uomo fermo e costante, e son queste: Magnificenzia, Fidanza, Sicurtà, Fermezza, Pazienzia, Perseveranzia, Longanimità, Umiltà, Mansuetudine -. E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi alcuna cosa de la natura de le Virtú che nascono di Fortezza -. Ed ella disse: - Magnificenzia è virtú per la quale l’animo dell’uomo ardisce per sua propia volontà di cominciare le gran cose, acciò che le cose si faccian dirittamente. Fidanza è ferma speranza di trarre a capo le cose che dirittamente comincia. Sicurtà è una virtú d’animo di credere fermamente ben capitare se dirittamente si fa la cosa. Fermezza è virtú d’animo per la quale l’uomo sta fermo in sul buon proponimento e porta igualmente tutte le cose. Pazienzia è fortezza d’animo per la quale l’uomo soffera in pace le fatiche e i pericoli de le tribulazioni del mondo. Perseveranza è virtú per la quale l’uomo sta fermo insino a la fine in sul buon proponimento. Longanimità è virtú per la quale pazientemente aspetta l’uomo d’essere in vita eterna guiderdonato. Umiltà è virtú per la quale soffera l’uomo di portare vile abito, e il ben che fa nasconde, acciò che non apaia di fuori a le genti. Mansuetudine è virtú per la quale è arrendevole l’animo dell’uomo.

CAPITOLO XXXV

Delle schiere della Temperanza e de’ suoi capitani.

Appresso venne la terza Virtú, e fece otto schiere de la sua gente, e diede a catuna suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Chi è quella Virtú c’ha or le sue genti schierate, e chi sono i capitani delle schiere? - Ed ella disse: - Quella è una Virtú che s’apella Temperanza, e fassi questa Virtú in otto modi, e ciascun modo hae il suo nome. E quelle sono le Virtudi che nascon di Temperanza, che son fatte capitane delle schiere, e son cosí nominate: Continenza,

  Castitade, Pudicizia, Astinenzia, Parcità, Umiltà, Onestà e Vergogna.

E quando ebbe cosie detto, dissi: - Che è Temperanza? - Ed ella disse: - Temperanza è virtú d’animo per la quale l’uomo rifrena i desideri della carne ond’è assalito e tentato -. E io dissi: Dimmi alcuna cosa delle virtú che nascono di Temperanza Ed ella disse: - Contenenza è virtú per la quale l’uomo s’astiene de’ desideri non liciti. Castità è virtú per la qual l’uomo costringe lo ’ncendio della lussuria col freno della ragione. Pudicizia è virtú per la qual non solamente si rifrena lo ’ncendio della lussuria, ma rinfrenasi i suoi segni; e sono i segni della lussuria i reggimenti del corpo e l’abito del vestimento. E cosí vedi che differenza ha tra Castità e Pudicizia, perché Castità rinfrena i movimenti della lussuria, ma Pudicizia i movimenti e i segni. E dividesi Castità in tre parti: perché altra è Castità virginale, che non ebbe anche uso d’uomo, e altra è castità vedovale, che già uso d’uomo hae avuto, ma or se ne astiene; e altra è castità matrimoniale, c’ha uso d’uomo, ma legittimamente; e catuna di queste è detta castità. Astinenzia è virtú per la quale si costrigne la volontà della gola, cioè del mangiare e del bere di soperchio. Parcità è virtú per la quale si ritiene quel che si convien ritenere, secondo che Larghezza è virtú per la quale quel ch’è convenevole si spende. La Umilità è virtú per la quale l’uom porta vile abito, e ’l ben che fa nasconde acciò che non appaia di fuori; e dividesi in tre parti: per la prima s’umilia l’uomo al maggiore, e questa è detta bastevole; per la seconda s’aumilia al pare, e questa è detta perfetta; per la terza s’aumilia l’uomo al minore, e questa è detta sopraabbondevole. Onestà è virtú per la quale tutte le cose che bisognano alla vita dell’uomo si recano ad uso temperato. Vergogna è virtú per la qual si vergogna l’uomo de le soperchianze e de’ mali, e si rifrena la lingua che sozze parole o di soperchio non favelli.

- Dunque vedi che s’usa Temperanza quando s’astiene l’uomo da’ desideri non liciti, o quando costrigne l’incendî della lussuria col freno della ragione, o quando costringe i segni della lussuria, o quando s’astiene del mangiare e del bere di soperchio, o quando tempera le spese a quel che si conviene, o quando è umile inverso ’l prossimo, o quando è onesto e reca le cose de la vita a uso temperato, o quando si vergogna de le soperchianze e de’ mali e de le sozze parole. E sempre s’usa questa virtude quando si tiene la via del mezzo nelle cose.

CAPITOLO XXXVI

Delle schiere della Iustizia e de’ suoi capitani.

Appresso venne la quarta Virtú, e fece nove schiere della sua gente, e a catuna diede il suo capitano. E quando ebbe cosí fatto, dissi: - Dimmi, chi è quella Virtú c’ha ora le sue genti schierate, e chi sono i capitani delle schiere? - Ed ella disse: - Quella è una Virtú che s’apella Iustizia; e usasi questa Virtú in nove modi, e ciascheuno modo hae il suo nome, che son Virtú che nascono di Iustizia, e son cosí appellate: Religione, Pietà, Sicurtà, Vendetta, Innocenzia, Grazia, Reverenzia, Misericordia, Concordia.

E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi, che è Giustizia? - Ed ella disse: - Iustizia è una virtú d’animo di ferma volontà di rendere a ciascun sua ragione servando la comune uttilità -. E quando ebbe cosí detto, dissi: - Dimmi alcuna cosa delle Virtú che nascono di Giustizia -. Ed ella disse: - Religione è virtú per la quale si muove l’uomo a rendere a Dio la sua ragione; e divídesi in tre parti, cioè in Fede, Carità e Speranza -. E io dissi: - Che è Fede? - Ed ella disse: - Fede è una ferma credenza di verità onde ragion non si può assegnare. E perché la verità si crede molte volte, ma non s’ha per lo fermo, però ti dissi "ferma credenza". E perché la verità si crede molte volte fermamente, ma non puossi mostrare e provare per ragioni naturali, però ti dissi "onde ragion non si può assegnare": perché non sarebbe fede quella onde si potesse render ragione, ma sarebbe scienzia; e però disse san Gregorio: "Quella fede non ha merito, che si crede per naturali e vive ragioni". Carità è virtú per la quale si muove l’uomo ad amare e ubidire e reverire Idio. Speranza è virtú per la quale s’ha ferma credenza d’esser da Dio del ben guiderdonato -. E quando m’ebbe di Religione e de le sue parti cosí mostrato, dissi: - Che è Pietade? - Ed ella disse: - Pietà è virtú per la quale redde il padre al figliuolo e ’l figliuolo al padre e ’l cittadino alla sua città la sua ragione. Sicurtà è virtú per la quale si fa del malificio vendetta e non si lascia neuna cosa a punire. Vendetta è virtú per la quale l’uomo contasta al nimico, che no li faccia né forza né ingiuria, difendendosi da lui. Ma pare che Vendetta e Sicurtà non sian virtú, perché ogni virtú intende d’operare alcuna cosa buona, perché hanno cominciamento dalla natura; e per queste non si fa bene, ma puniscesi il male. Grazia è virtú per la quale rediamo ragione a’ nostri benifattori, cioè a l’amico e al parente si rende cambio de’ lor benifici. Innocenzia è virtú per la quale de le ’ngiurie mal merito non si rende. Reverenzia è virtú per la quale a’ nostri maggiori o a coloro che sono in alcuna dignità facciàn quello onore che si conviene. Ed è detta Reverenzia uno amore mescolato con paura, e dividesi in due parti, cioè venerazione e ubidienzia: venerazione è virtú per la quale a li nostri maggiori facciamo reverenzia o in umiliare lo corpo o ne’ riggimenti o nell’umili parole; obedienzia è virtú per la quale facciam quello che giustamente n’è comandato: perché, se secondo discrezione comandato non fosse, non siam tenuti d’ubidire. E obedienzia si divide in due parti: l’una, quando è comandato cosa che s’apertenga ad onore (e in questa non dee esser la nostra volontà, perché non dovemo onore desiderare); l’altra, quando è comandato cosa d’aversità o di dispetto: e in questo dee essere la volontà nostra, perché ci si conviene di volere aversità. E però disse san Gregorio: "Da sapere è, ch’è da nulla obedienzia se ha da sé alcuna cosa; e molte volte, se da sé non ha nulla, è cosa da neente; perché, quando è comandato cosa da onore, cioè che vegna in maggiore stato colui che ubidisce, perde il merito dell’ubidienza se desidera quella: perché non è ubidienza degna di merito quando l’uomo ubidisce a quello ov’è ’l desiderio dell’animo suo. Ma quando è comandato cosa di dispetto o di briga, se la volontà di colui che ubidisce non v’è, menoma il merito che dee avere per l’ubidienza: imperò che a quelle cose che sono di dispetto in questa vita viene contra sua volontade. E cosí vedi che obedienzia nelle cose contrarie dé alcuna cosa di suo avere, ma ne le prosperevoli non dee avere al postutto nulla". Misericordia è virtú per la quale l’uomo nelle miserie del prossimo suo si muove a pietà per ispiramento di divino amore; e spezialmente è detta misericordia quando per l’amor di Dio colui ch’è bisognoso d’alcuna cosa soveniamo: e allotta non noi di nostro, ma quel ch’è suo a Dio reddiamo. Concordia è virtú per la quale li cittadini, overo coloro che sono d’uno paese, lega sotto una medesima ragione, overo che coloro che abitano insieme in un volere lega e congiugne.

CAPITOLO XXXVII

Del concedimento cke possa la Fede aringare.

Assettate e fatte tutte le schiere, sí de’ Vizî come de le Virtú, e dato a catuna schiera buon capitano e gonfalone della sua insegna, la Fede cristiana, la quale era venuta nel campo per atare le Virtudi con grande sforzo di gente, per volontà di tutte l’altre Virtudi si levò ad aringare, acciò che confortasse le genti e ammonissele di ben fare. E disse le sue parole in questo modo:

CAPITOLO XXXVIII

De l’aringamento della Fede, nel qual dice quando si cominciò la guerra

tra Satanas e l’uomo, e tra’ Vizî e le Virtudi, e tra l’una Fede e l’altra.

- Da ch’è volontà delle Virtudi che sono qui raunate che io dica queste parole, dirolle per loro comandamento, avegna che per ciascuna di loro fossero me’ dette e piú saviamente che per me. Veritade è che nel tempo che Dio onnipotente fece il cielo e la terra, e formò e fece il mondo e tutte le cose, in quella stagione ch’elli ebbe luce da tenebre sceverata, formò e fece de la luce nel paradiso nove ordini d’angeli, l’un grande e l’altro maggiore; e allogò catuno angelo nel suo sedio in paradiso, acciò che in quelle luogora fossero gloriosi e beati e participassero con Dio la gloria e la beatitudine sua. E quando li ebbe fatti e allogati come ho detto di sopra, diede loro pieno arbitrio di far tutte le lor volontà.

Dopo l’arbitrio dato e conceduto, Lucifero, veggendosi cosí bello e lucente, insuperbio, e volle porre la sua sedia allato a quella di Dio. E a commettere questo peccato ebbe seguaci molti angeli di ciascuno ordine; per lo qual peccato fuor cacciati di paradiso e posti nell’aria ch’è qui di sopra da noi, e fuor poscia appellati demoni.

- Cacciati i detti angeli di paradiso, e rimase vòte le sediora loro, Dio onnipotente, veggendo e considerando che non era convenevole cosa che avesse alcun sedio vòto in cosí nobile luogo, dipo tutte l’opere sue fece l’uomo e la femina, acciò che quelle santissime sediora vòte dovessero riempiere, e co’ buoni angioli fosser partefici de la gloria e beatitudine di Dio. La qual cosa seppe Lucifero, appellato Satanas, principe de’ dimoni, e fu molto dolente che niun potesse aver le sediora laond’elli co li suoi seguaci era cacciato, over potesse montare o salire colà ond’erano discesi. Però si puose contra loro, e per invidia li tentò e feceli peccare e mangiare il pome vietato, e rompere il comandamento di Dio; per lo qual peccato fuor cacciati di paradiso e posti in su la terra ne le miserie di questo mondo. E allotta si cominciò la gran guerra tra l’uomo e la femina co’ demoni di ninferno, la quale è durata infino a ora e durerà infin che basterà l’umana generazione.

- Ma Dio onnipotente, veggendo e considerando che l’uomo e la femina non avien peccato contra lui per lor movimento, ma erano stati tentati dal Nimico; e ricordandosi che gli avea fatti perché riempiessero le santissime sediora vòte di paradiso, fece le Virtudi e dielle all’uomo e a la femina, co le quali si difendessero da’ demoni e racquistassero paradiso ch’avian perduto per le loro proprie operazioni. La qual cosa veggendo Satanasso, e pensando che non potea avere parte nell’uomo né ne la femina infin che de le Virtú fossero acompagnati, incontanente fece suoi ministri e appellolli Vizî, li quali dovesser combattere co le Virtudi e discacciarle dall’uomo e da la femina, sicché, privati di quelle, rimanessero in sua podestà secondo ch’eran di prima.

E allora si cominciò la gran battaglia tra’ Vizî e le Virtú, la quale infino a questi tempi è durata, e durerà insino che ’l mondo si verrà a giudicare e a disfare, e perirae l’umana generazione.

- Ora intervenne che a una stagione i Vizî vinsero le Virtudi e cacciálle dall’uomo sí malamente, che neuno uomo si trovava né femina nel mondo, che alcun bene facesse; anzi li avea sí Satanasso in sua podestà, che non solamente li facea peccare d’ogni generazion di peccato, ma sé e li altri demoni facea nelli idoli adorare e fare sacrificio in luogo di Dio. La qual cosa Dio onnipotente non sofferse, ma mandò il suo figliuolo Gesú Cristo nel mondo, il qual diede nuova legge, e per virtú di quella legge discacciò tutti i Vizî e ripuose in su la segnoria le Virtudi; e convertissi a quella legge tutto ’l mondo, e trassesi l’uomo e la femina della segnoria del Nemico.

- De la qual cosa fue Satanasso molto dolente; e conoscendo per certo che dell’uomo non potea ravere alcuna signoria mentre che da lui non discacciasse la Fede che Cristo li avea data, seminoe nel mondo molte Risie, e fece credere molte Fedi, acciò che mettesse l’uomo in errore, e non sapesse che si credesse né qual fosse la verace Fede di Dio.

- Le quali Fedi e Resie, e ancor tutti i Vizî, che son ministri de’ dimoni, ha ragunati in un campo, e sono a petto di noi tutti armati e schierati per combattere; e crede le sue Fedi far combattere co la Fede di Dio, e’ Vizî co le Virtudi. E se la ventura l’atasse, sí che vincessero le sue Resie la Fede di Dio, e’ Vizî le Virtudi, e discacciassersi le Virtú e la Fede da le genti, ravrebbe per questa via la segnoria che dell’uomo e de la femina è usato d’avere e neuno mai gliel trarrebbe di mano. De le qua’ cose nascerebbero questi mali, che, con ciò sia cosa che ’l mondo debbia durare tanto che le sediora vòte di paradiso siano piene, quelle sediora non s’empierebbero giamai, perché neuno n’andrebbe in paradiso; e cosí durerebbe il mondo d’ogne tempo, e tutti uomini e femine che nascessero per innanzi sarebbero in podestà del Nemico sí in questo mondo come nell’altro, e romperebbersi li ordinamenti di Dio, che volle che questo mondo durasse tanto tempo, che li uomini e le femine del mondo le dette sediora santissime vòte di paradiso dovessero riempiere. Però vi prego, voi Virtú che siete mie compagne, e tutta quest’altra buona gente ch’è qui raunata per vostro comandamento, che della detta gran iniquità de’ dimoni vi debbia sovenire; e a voi Virtudi debbia ricordare come v’è l’uomo da Dio raccomandato, e ne la battaglia che s’ammanna d’esser tra noi e’ detti nimici che sono a petto di noi dobbiate esser sí prodi e valentri e franche e ardite, che le dette Risie, che i demoni hanno nel mondo seminate, siano tutte morte e spente; e’ Vizî siano vinti e cacciati via, e neuno si ne truovi nel mondo; e noi Virtú possiam mai sempre, infin che ’l mondo basterà, acompagnare la femina e l’uomo, sicché coloro che son oggi e che per innanzi nasceranno possano avere verace fede e di Dio perfetto conoscimento; e le loro opere possan esser tutte perfette, e vadanne tutti in paradiso a riempiere quelle santissime sedie vòte per che l’uomo e la femina fue fatto: acciò che questo puzzolente mondo là ove le genti sono tormentate di cotante miserie si debbia tosto disfare, e vegna tosto il dí del giudicio laonde i giusti stanno in paura.

- E neuno di voi si spaventi perché i nimici siano gran gente: ché, dopo la venuta che Cristo fece nel mondo per ricomperare li peccatori, la loro virtú è menomata e la nostra cresciuta; e’ sono sbigottiti, e noi rassicurati. E Cristo, che sempre pugna per noi, non sofferrà che contra noi abbian difensa.

CAPITOLO  XXXIX

Del romore de l’aringheria

Posto fine la fede Cristiana a le parole de la suadiceria, si levò un grido sí grande come se tonasse fortemente, e bastò grandissima pezza. E dicea ciascuno a gran boci: - Vivano le Virtudi, e muoiano i Vizî; e facciasi il servigio di Dio onnipotente, acciò che si riempiano le sediora vòte di paradiso e disfacciasi tosto questo mondo puzzolente -. E inanimârsi sí le Virtù e le lor genti a combattere co li Vizî, che neuna ne desiderava altro che battaglia; ed era ciascuna ferma di questo, o di vincere o di morire al postutto.

CAPITOLO  XL

De la battaglia tra la Fede Cristiana e quella dell’idoli.

Dacché fu rimaso il romore, una delle dette Virtudi si sceverò co le sue genti, ed essendo disarmate e mal vestite, confidandosi solamente ne la forza delle loro braccia, sí n’andaro a lo steccato, il qual era in mezzo dell’oste, e fecerlo ruvinare e cadere, e le fosse riappianare ch’erano fatte per guardia dell’oste di ciascuna delle parti; e fuoro nel campo là ove le battaglie si facíano, e richiesero di battaglia i nimici.

E poco stante venne contra lei un grandissimo cavaliere molto sformato e terribile a vedere, tutto armato d’arme nere, in su ’n un grandissimo destriere; e avea seco tanta gente, che tutto ’l campo copriano. E quando vidi questo dissi: – Fontana di sapienzia, chi è quella Virtù che essendo disarmata e in abito tanto vile ha fatto ruvinare lo steccato e le fosse rappianare cosí francamente, e con cotanto vigore ha richesto di battaglia i nimici? – Ed ella disse: – Quella è la Fede Cristiana, la cui fedaltà tu hai giurata; e però è venuta disarmata a la battaglia, perché tanto ha posto la speranza ne la potenzia di Dio, che d’arme e di vestimenta e di neuna cosa mondana non si cura; e per quella speranza si crede fermamente vincere i nimici e trarre a capo tutti i suoi intendimenti.

E quando ebbe cosí detto dissi: – Maestra de le Virtudi, chi è quel signore ch’è cosí disformato e grande e terribile a vedere, ch’è venuto con cotanta gente a combattere co la Fede Cristiana? – Ed ella disse: – Quella è la Fede de li antichi che si chiamano Gentili, e appellasi Idolatria. E però è cosí grande, perché si distese questo errore per tutto ’l mondo, e credettero tutte le genti questa Fede. E però è cosí sformata e sconcia, ch’è sozza cosa e rea a credere che nell’idole dell’oro o dell’ariento o di marmo potesse avere deità. E però è cosí terribile a vedere, perché nell’idole che adoravano li antichi si nascondiano i demonî, e facíansi alle genti adorare; e dacché li aviano adorati, erano poscia in lor podestà e tenealli in grandissima paura. E perciò sono le sue armi nere, perché sempre porta la ’nsegna nera de’ demonî.

E quando ebbe cosí detto, vedemmo che tra queste due Fedi si cominciò una battaglia molto pericolosa e grande e di mortalità di molta gente; e durò grandissimo tempo. E fuoro morti, da la parte della Fede Cristiana, in quella battaglia, tutti li apostoli, se non si fu santo Giovanni, il qual campò di molti pericoli; e tutt’i martori, maschi e femine, laonde si fa menzione nella Chiesa di Dio, e molti altri sanza numero, laonde non è fatta menzione; e i Confessori vi duraro gran fatica, i quali erano venuti in aiuto della Fede Cristiana. Ma al dassezzo vinse la Fede Cristiana per molti miracoli che fece Dio per lei in presenzia delle genti; e cacciò e spense la Fede dell’idoli di tutto ’l mondo, sí che poscia non rappariro.

CAPITOLO  XLI

Della battaglia tra la Fede Cristiana e la Giudea.

Cacciata e spenta la Fede dell’idoli del mondo, come di sopra avete inteso, crebbe l’oste della Fede Cristiana ismisuratamente per molte genti ch’a quel tempo si convertirono a la Fede. Però con tutto suo sforzo tornò nel campo là ove le battaglie si facieno, a combattere con molte altre Fedi e Resie ch’ella sapea che i demonî aveano seminate e sparte nel mondo per metter le genti in errore, acciò che non sapessero conoscere qual fosse la verace Fede di Dio, né che credessero dirittamente. E stando nel campo, venne contra lei un cavaliere molto vecchio con una gran barba canuta, e con tanto bella forma, quanto più fue possibile a la Natura di fare; armato di tutte armi bianche, in su ’n un grandissimo destriere; e avea seco molta gente.

E quando vidi questo dissi: – Dimmi, maestra delle Virtudi, chi è quel barone che viene a combattere co la Fede nostra, ch’è cosí vecchio e canuto e di cosí bellissima forma, e l’armi sue son cosí bianche, avegna che un poco siano offuscate e nere? – Ed ella disse: – Quella s’apella la Fede Giudea; e però è cosí vecchia e canuta, perch’è antichissima fede; e però è cosí bella e sono le sue armi bianche, perché fue legge data da Dio. Ma perché Cristo, quando venne nel mondo, in molte cose la mutoe, secondo che la nostra legge dice, il colore delle sue armi, ch’era candidissimo in prima, si offuscoe un poco, e cominciò a imbrunire e a cambiare, e sono sozzissime armi divenute.

E dicendo queste parole, vedemmo che la Fede Giudea tolse cinquanta cavalieri savi e scalteriti di guerra, e mandògli a provedere l’oste della Fede Cristiana. E quando furo in luogo che pottero vedere, la guardaro e consideraro assai; e quando l’ebbero veduta e ben guatata, sí si maravigliaro molto come cosí era cresciuta; e tornârsi nel campo a dire le novelle. E quando fuor dinanzi alla Fede Giudea, sí dissero: – Donna e Fede nostra, tu hai fatta mala venuta, e se’ morta con tutta tua gente, se non t’aiuti dinanzi: però che l’oste della Fede Cristiana non è sí poca come suole, ma per la vittoria c’ha avuta sopra la Fede dell’idoli è sí multiplicata e cresciuta che son più che non sogliono ben mille cotanti, e vienne più che cento per uno de la tua gente. Però piglia consiglio co li tuo’ savi, e vedi quello che far ti conviene, anzi che co·llei vegni alle mani, perché non avresti alcuna difensa.

Quando la Fede Giudea udí cosí rie novelle, fue nell’animo suo molto dolente; ma argomentossi dinanzi per non perire al postutto, e raunò il consiglio de’ suo’ savi, e propuose innanzi loro queste novelle, e adomandò consiglio di quello ch’avesse a fare. Al dassezzo fue consigliata che facesse una ricca ambasceria di savi uomini, e uno sindaco co·lloro andasse a giurare le comandadmenta della Fede Cristiana; e se solo la vita vuol perdonare a’ Giuderi, e che possano usare lor legge, e le persone e l’avere loro mettan tutto in sua podestade. Il qual consiglio la Fede Giudea cosí mandò a compimento.

E dacché i suo’ ambasciadori ebbero saviamente e bene proposta e detta la loro ambasceria, la Fede Cristiana, ricordandosi com’era nata della Fede Giudea; e ricordandosi di molti benefici ch’avea già ricevuto da li suoi patriarchi e profeti, e riceveva ogni die de le loro santissime parole; e considerando il detto delli ambasciadori, come i Giuderi diliberamente veniano alla mercede, si mosse a misericordia, e ricevette il saramento della loro fedaltà, e perdonò loro la vita. E cotali patti tra loro stabiliro e fermaro, che stando i Giuderi tra’ Cristiani potesser sicuramente la loro fede usare, acciò che mai sempre fosser servi, e le persone loro e l’avere fosse tutto in sua podestà.

CAPITOLO  XLII

Della battaglia tra la Fede Cristiana e le sei Risie.

Fatte le comandamenta la Fede Giudea, e la Fe’ dell’idoli morta e spenta, cominciò la Fede Cristiana a segnoreggiare tutto ’l mondo, ed esser creduta da tutte le genti sanza contradicimento d’altra Fede. E credendosi tutt’i suoi nimici aver vinti, sí si tornava nell’oste per posare, e perché potessero fare le loro battaglie l’altre Virtù.

E nel tornare ch’ella fece, ebbe novelle da li suoi cavalieri che sei Resie eran giunte nel campo con grande sforzo di gente e con grandissimo furore, e richiedevalla di battaglia. A queste novelle tornoe nel campo co la sua gente, amannata di combattere con qualunque altra Fede si trovasse. E quando vidi questo dissi: – Dimmi, maestra de le Virtudi, chi son queste Fedi che sono tanto indugiate, e ora son giunte con cotanto furore, che pariano tutte le battaglie de la nostra Fede racquietate? – Ed ella disse: – Questi sono sei grandissimi baroni de la Fede Cristiana, che si sono rubellati da lei per malizia di troppo senno; e catuno ha fatta sua legge. – E io dissi: – In che modo per malizia di troppo senno? – Ed ella disse: – Questi baroni furono sei grandissimi prelati della Chiesa di Dio, e uomini molto litterati e savi maestri, che leggendo nella Divina Scrittura trovaro, secondo verace intendimento, che la vita dell’uomo era molto stretta a potersi salvare: perché neuno potea avere paradiso seguitando il diletto della carne e la gloria del mondo. Della qual cosa eran questi prelati molto dolenti, ché sentendosi in grandi dignitadi da potere ben godere, voleano paradiso e questo mondo abracciare: però s’ingegnaro con grandi sottigliezze, e trovaro nuovi intendimenti a la Divina Scrittura, per li quali allargâr la vita dell’uomo con potersi salvare. E per questi intendimenti ha catuno trovata sua legge (e non s’accorda l’una coll’altra); ed hanno la predicata alle genti, e fatta credere a molti matti, per la larghezza della vita, e spezialmente a coloro che s’aviano già posto in cuore di non servare la legge di Dio, tanto gli stringea il diletto del mondo. – E quando ebbe cosí detto dissi: – Come hanno nome queste Risie? – Ed ella disse: – Paterini, Gazzeri, Leoniste, Arnaldiste, Speroniste, Circoncisi; e catuna è dal suo prelato nominata.

E dicendo queste parole, vedemmo che tutte e sei le dette Resie si raccolsero insieme; e di tutte le genti loro, ch’eran diverse, fecero una schiera molto grande, ad intendimento di venire molto stretti e schierati cosí grossi contra la Fede Cristiana, e di rompere e di mettere in caccia tutta sua gente. E quand’ebber questa schiera fatta cosí grossa, trassersi innanzi a cominciar la battaglia. Quando la Fede Cristiana vide venire i servi suoi contra sé, e coloro che le aveano giurata fedaltà e aviengliele rotta, ricordandosi del tradimento che le avean fatto fue molto allegra, perché vide ch’era tempo e stagione che se ne potea vendicare; e aperse loro la via e lasciolle venire, perché s’accorse che veniano molto sfrenatamente e con gran furore e con molte parole. E quando fuor venute quanto le parve, le rinchiuse nel miluogo della sua gente e preseli tutti, sí che neuno ne poté campare. E quando li ebbe presi e legati, li esaminò diligentemente e fecesi aprire tutte le loro credenze e l’intendimenti che davano alla Scrittura Divina. Allora s’avide che per semplicità v’eran caduti e per diletto delle cose del mondo: però perdonò a coloro che di buon core volle tornare; e li altri fece ardere incontanente in un fuoco il qual facea sí fiatoso fummo, che tutte le contrade appuzzò.

CAPITOLO  XLIII

Dell’edificare delle chiese, e dell’ordinare de’ prelati.

Dopo questa vittoria si partí del campo la Fede Cristiana, e venne a Roma, e ivi edificò e fece molte chiese in onore delli apostoli e di martiri che furon morti nella battaglia ch’ebbe co la Fede Pagana; e in onore di molti confessori che in quella battaglia duraro gran fatica; e in onore di molti altri santi e sante di Dio, per li cui meriti era molto cresciuta la Fede Cristiana. E nelle dette chiese mise ministri per li quali si lodasse il Segnore, e le dette chiese si dovessero ministrare; e fece calonaci e preti e piovani e priori e arcidiacani e arcipreti e proposti e abati e vescovi e arcivescovi e patriarche e cardinali, e dassezzo fece il papa, che di tutti i cherici fosse signore; e diede il suo officio a catuno, e comandoe che come il suo officio portasse dovesse ministrare. E la Fede Cristiana innanzi, e tutti i detti cherici apresso, e poi tutta la gente del mondo fecero nelle chiese gran sacrificio; e con devote e fedeli orazioni lodaro lo Segnore de la gran vittoria che sopra’ nimici avea lor data. E dipo quelle orazioni fuorono poscia tutti li uomini e le femine del mondo, per li amonimenti della Fede, molto perfetti.

CAPITOLO  XLIV

Del consiglio ch’ebbe Satanasso co le Furie infernali.

Veggendo Satanasso, il quale è prencipe de’ demonî, che tutta la gente del mondo era convertita a la Fede Cristiana, e per li suoi amonimenti erano molto perfetti divenuti, e ch’eran cacciate via tutte le sue Fedi e Resie ch’avea seminate nel mondo, che mettiamo le genti in errore, cominciò ad esser molto dolente, e specialmente perch’era certo che non potea più l’uomo o la femina ingannare infin che de la verace Fede fossero armati. Però raunò tutti i demonî e le Furie infernali, e pigliò consiglio da loro che via sopra questi fatti dovesse tenere, che de le genti del mondo cosí al tutto perdente non fosse.

E fuoro certi demonî che diedero per consiglio che con Dio onnipotente cominciassero la guerra e dessesi grande impedimento alle sue operazioni, sicché li venisse voglia di conciarsi co·lloro, e delle genti del mondo quetare una parte: che peggio non potea lor fare Dio che privarli de li uomini e delle femine del mondo cosí al postutto. E altri v’ebe che dissero che per li demonî si turbassero e commovessero i pianeti e impedimentissesi il corso loro, sí che la Natura non potesse in terra fare le sue operazioni; e facesser venire nel mondo gran piaghe e grandissime e terribili pestilenzie, sicché si spegnesse l’umana generazione e neuno non andasse poscia in paradiso, e rimanessero vòte le sante sediora di paradiso che si debbon riempiere.

Al dassezzo si levoe Mamone, cioè quel demonio ch’è sopra le ricchezze e sopra amministrar la gloria del mondo; e consigliando disse: – A cominciare con Dio onnipotente guerra non mi pare che sia convenevole, perché la cominciammo altra volta, e piglioccene male, e fummone di buon luogo cacciati, cioè di paradiso, e delle santissime sediora là ove eravamo allogati. E ad impedimentire il corso dei pianeti, e a tòrre a la Natura in terra la sua operazione, e a far venire nel mondo pestilenzie e piaghe, non credo che ci fosse licito a fare: che avegna ch’ogni mal si faccia per noi, non è niuno sí piccolo o vile che per noi si possa fare, se non è prima da Dio conceduto.

- Ma se vogliamo spegnere la Fede Cristiana e spogliarne l’uomo al postutto, sicché ritorni in nostra podestà, parmi che tegnamo questa via. Io ho un uomo alle mani il qual s’appella Maommetti, che insin da teneretta età è riposto nel mio grembo e nutricato del mio latte e cresciuto e allevato del mio pane; e oggimai è compiuto e grande, e hae in sé tanto scalterimento di malizia, ed è sí desideroso dell’avere e delli onori e della gloria del mondo, che già mi soperchia di retà, e non mi posso ingegnare che io in me n’abbia cotanta; e ha una bellissima favella, e di Dio non ha alcuno intendimento. Se voi da capo volete fare nuova legge contraria a quella di Dio, e insegnarla a costui e farla per lo mondo predicare, questi la farà credere per legge di Dio, e corromperanne tutte le genti, e farà spegnere la verace Fede Cristiana, e rimetterà l’uomo in nostra podestà; ma vorrà per queste cose esser da noi grandemente benificiato, ed elli menerà a capo tutti i nostri intendimenti.

CAPITOLO  XLV

Della legge che dànno i demonî a Maometti.

Al detto consiglio s’acordaro tutti i demonî e le Furie infernali; e fue comandato che più non si dovesse in su questa proposta indugiare. E quando fue partito ’l consiglio, si raunaro i demonî di ninferno e fecer nuova legge contraria a quella di Dio, e tutta d’altre credenze, e chiamârla Alcoran; e insegnârla a Maommetti perfettamente, perché l’avesse bene a mano. E poi dissero: – Va e predica questa legge, e dí che sia data da Dio; e noi saremo sempre teco in tutte le tue operazioni. E se tu ne farai questo servigio e andrà innanzi per lo tuo fatto questa legge, noi ti daremo molte ricchezze e segnoria di molte genti, e distenderemo la tua fama, e avanzeremo il tuo nome e farello glorioso nel mondo, più che non fu anche neuno che nascesse di femina corrotta.

E quando Maommetti si udí fare queste impromesse, essendo uomo molto mondano e di vanagloria pieno (e di Dio non avea alcun pensamento), e sentendosi scalterito de le malizie del mondo e con una bella favella e bene aconcio a queste cose, pigliò questa legge e cominciolla oltremare a predicare, acciò che la Fede Cristiana, che era a Roma a quella stagione, non se ne potesse avedere. E convertivvi in piccol tempo molta gente, tra per suoi scalterimenti, e per lo grande aiuto de’ demonî: e appellasi Alcoran, e appo noi legge pagana.

CAPITOLO  XLVI

De la battaglia tra la Fede Cristiana e la Pagana.

Allevata e cresciuta questa Legge Pagana nelle parti d’oltremare, e creduta per legge di Dio da molta gente, i demonî di ninferno la condussero con tutto loro sforzo nel campo là ove le Virtù co li Vizî faccíano le battaglie; e appellò a battaglia la Fede Cristiana.

E allor s’accorse di prima la nostra Fede di questa Resia, e cominciossi in questo modo a lamentare: – O Idio onipotente, verranno mai meno le mie fatiche? Vedrò mai tempo ch’io mi possa riposare? Ecco, in mezzo de la gran pace ch’avea, essendo tutti i miei inimici vinti, e convertite tutte le genti del mondo alla mia fede, m’è nata di nuovo crudele guerra, e sí di sùbito che non me ne sono potuta avedere. Ben veggio che chi ha a fare con cosí reo inimico com’è Satanasso non si dé mai disarmare, perché di sùbito assalisce le genti.

- E tu Satanas, inimico di Dio, rimarra’ti tu mai di trovar novità per tòrre a Dio l’anime delli uomini, che sa’ che sono di sua ragione, e fur fatte da lui per aver paradiso e ché riempiessero le sediora vòte di paradiso che perdesti? Ben ti converrà esser ingegnoso, che ’l possi ingannare o trarre a dietro i suoi proponimenti. E accorgomi per quel che tu fai che la fede è la maggior virtude che l’uomo in questo mondo possa avere a potersi salvare, per tanti ingegni t’asottiglie di provare l’uomo e di farlo cadere in errore.

E quando ebbe cosí detto, fece incontanente nuov’oste, e raunò grandissima gente, perché la vecchia era partita, e, apparecchiata d’ogni cosa, tornò al campo per combattere co la Fede Pagana. E quando di ciascuna parte fur fatte le schiere e ammonite le genti di ben fare, sí si cominciò tra queste Fedi una battaglia sí terribile e grande, e di mortalità di tanta gente, che mai non fu nel mondo neuna simigliante né ove tanta gente perisse. Ma al dassezzo perdeo la Fede Cristiana per lo grande aiuto de’ dimonî, e fue cacciata di tutta la terra d’oltremare; e tutta la gente che abitava di là si convertio a quella Fede, e appellârsi Saracini.

CAPITOLO XLVII

De la venuta che fa di qua da mare la Fede Pagana.

Vinta la Fede Pagana tutta la terra d’oltremare e convertito a sua legge tutte le genti, colse baldanza sopra la Fede Cristiana; e fece fare molto navilio, e passò il mare, e venne di qua con grandissimo stuolo di gente, e arrivò ne le parti di Cicilia.

Quando la Fede Cristiana udí queste novelle fu molto dolente, perché non avea gente che con lei si potesse assembiare, per la gran perdita ch’avea fatta nell’altra battaglia: e però no le si fece a rincontro, ma cominciò a guernire cittadi e castella per difendersi da lei, se potesse, che non perdesse più terra. Ma non valse neente, perché poscia che la Fede Pagana fu scesa in terra co la sua gente, e suo navilio ebbe allogato ne’ porti di Cicilia, da che vide che la Fede Cristiana non ebbe ardimento di rincontrarla, venne pigliando tutta la terra in qualunque parte andava, sicché in picciol tempo tutta Italia conquistò. E dacch’ebbe vinta Italia, ch’era donna de le provincie a quella stagione, tutti li altri reami e provincie fecer le comandamenta e giuraro la fedaltà, se non solamente il reame di Francia; e convertîrsi alla Fede Pagana tutte le genti, e ispensesi la Fede Cristiana di tutto ’l mondo, sicché in niuna parte palesemente si predicava, avegna che ne fossero molti credenti, ma non palesemente.

CAPITOLO XLVIII

Del consiglio che piglia la Fede Cristiana.

Nel reame di Francia, che stette fermo, fuggío la Fede Cristiana con quella gente che la vollero seguitare; e stando ivi pigliò consiglio da’ suoi savi, che fosse da fare sopra tanto pericolo, quanto in questa guerra le era incontrato. E fue consigliata che tornasse nel campo a combattere co la Fede Pagana, e che rinchiedesse tutte le sue amistadi, ch’a certo tempo la venissero ad atare, ché non era versimile che Dio onnipotente la Fede ch’avea data per lo suo figliuolo Gesù Cristo cosí al postutto lasciasse perire. Il quale consiglio cosí mandò a compimento; e rinchiese per lettere e suoi messi speziali tutti li amici ch’avea nel mondo, e pregolli che la Pasqua prossima di Risurressio la venissero ad atare, e fece loro assapere per certo che colla Fede Pagana a quella stagione tornerebbe a la battaglia.

CAPITOLO XLIX

Della raunanza delli amici che fa la Fede Cristiana.

Fatta la richiesta delli amici, e sparta la novella per lo mondo che la Fede Cristiana tornava alla battaglia, vennero a lei d’ogni parte li amici, e spezialmente due Virtù, con grandissima gente; laonde fue sí grande letizia nel campo, come se ciascuno fosse di morte a vita suscitato.

E quando vidi questa allegrezza, dissi a la Filosofia: – Chi son questi segnori onde questa gente è cosí confortata, che stava in prima cosie trista? – Ed ella disse: – Quelle sono due Virtudi, le quali sono sí congiunte colla Fede, che non vale neuna cosa l’una sanza l’altra; ma insieme raunate e congiunte non è cosa neuna che da loro si difendesse. E oggimai vedrai che i fatti di questa guerra andranno tutti d’altra maniera. – E io dissi: – Come hanno nome? – Ed ella disse: – L’una s’apella Caritade, e l’altra Speranza. – E io dissi: – Ben ho già udito di queste Virtù molte volte predicare; ma dimmi, in che è la loro congiunzione cosí perfetta? – Ed ella disse: – Queste tre Virtudi, cioè Fede, Carità e Speranza, son serocchie, e nate d’una Virtù che si chiama Religione. Per la Fede si conosce Dio e crede; per la Carità s’ama e ubidisce e adora; per la Speranza si ha ferma credenza delle dette cose esser da Dio meritato. E cosie interviene che chi ha l’una di queste Virtù sanza l’altra, non li adopera neente; ma chi l’ha tutte insieme, cioè conosce e crede Idio per la Fede; e amalo e ubidiscelo e portali reverenza per la Caritade; e ha ferma Speranza da lui esser de le dette cose meritato: queste tre cose in uno uomo ragunate ha sí per bene Dio onnipotente, che quel cotale non lascia perire, ma in tutti suoi bisogni l’aiuta e fal vincitore. E cosí queste tre Virtudi che sono ora insieme raunate e sono state scevere in questa nuova guerra, quando si verranno a consigliare in su questi fatti che sono comuni tra loro, Dio onnipotente sarà in mezzo di loro; e di tutte le cose piglieranno e faranno il migliore.

E dicendo queste parole vedemmo che queste tre Virtudi si trassero da una parte a consiglio, per vedere e per pensare che sopra queste vicende avessero a fare. E diliberaro e fermaro tra loro d’eleggere di tutta loro gente dodici uomini fortissimi e savi e prodi e valentri e scalteriti di guerra, i quali, dacché la battaglia fosse cominciata, a neun’altra cosa de la battaglia intendessero ch’a confondere il signore de’ nimici, cioè la Fede Pagana, e sempre le fossero a petto in qualunque parte della battaglia fosse; credendo per quella via, cioè quando il loro segnore fosse morto, tutta l’oste de’ nimici mettere in isconfitta e in caccia. E secondo che diliberaro e pensaro, cosí mandaro a compimento; ed elessero dodici uomini che trovaro fortissimi e savi e iscalteriti di guerra, e appellârgli Paladini. E puosero loro in mano che facessero, cominciato la battaglia co’ nimici, come di sopra avete inteso che avieno ordinato.

CAPITOLO L

De la seconda battaglia tra la Fede Cristiana e la Pagana.

Raunata l’oste della Fede Cristiana, e cresciuta molto per li amici che trassero d’ogni parte per atarla, e fatta la compagnia de’ Paladini, e dato loro un leone per insegna, e tutte l’altre genti assettate per ischiera, e dato loro buono capitano, venne nel campo là ove si facíano le battaglie molto scalteritamente, e richiese di battaglia i nimici.

La Fede Pagana, ch’era a Roma a quella stagione, e dividea tra’ suoi baroni i reami e le provincie ch’avea conquistati, e ammonivali e confortavali di ben fare e che fossero prodi e valenti, promettendo loro vie maggiori cose per innanzi, quando udie che la Fede Cristiana era nel campo ove le battaglie si facíeno con grande oste, e che la richiedea di battaglia, avegna che del detto suo facesse gran beffe e il suo fatto avesse per niente, tuttavia s’apparecchiò e rifece sua oste per combattere con lei, se fosse ardita d’aspettarla. E raunò un’oste di tanta gente, che tutto ’l mondo copriano, e non potrebbe esser annoverata se non come l’arena del mare; e rifece sue schiere, e molto assettatamente venne nel campo là dov’era la Fede Cristiana che l’aspettava.

E quando fur le genti ammonite di ben fare dall’una parte e dall’altra, che dovesser esser prodi e valentri, si cominciò una battaglia sí pericolosa e grande, e ove moriro tanta gente da catuna delle parti, che molto sarebbe lungo a contare e crudele e terribile a udire, chi ben volesse ogni cosa contare. Perché nel mondo non ne fue anche neuna sí crudele, né ove tanta gente perisse: perché da ciascuna parte avea franca gente e iscalterita e savia di battaglia, e volonterosa di vincere l’una e l’altra. Imperò che quando la gente della parte della Fede Cristiana si ricordava dell’onta e del disonore ch’avea ricevuto da’ nimici, molto s’acendeva l’animo loro alla battaglia, per potersi vendicare; e quando la gente dell’oste della Fede Pagana si raccordava del gran dono ch’avea ricevuto dal loro segnore, ch’avea lor donata tutta la terra conquistata, sí s’acendea molto l’animo loro a la battaglia, acciò che non perdessero il beneficio che con gran fatica aviano conquistato. E cosí pensando, ciascuna parte stava dura e ferma contra ’l suo nimico, e non si lasciava tòrre terra. Anche i re di ciascuna parte eran franchi segnori e scalteriti di guerra: per che ciascuno andava per lo campo confortando i suoi di ben fare e lodando l’opere di colui che facea bene e promettendo di farline guiderdone (laonde accendea l’animo loro), e atando e sovenendo i suoi là ove facea bisogno. E cosí facendo, questi franchi segnori manteneano sí iguale la battaglia, che neuno potea acquistare terra sopra l’altro, né si potea vedere chi de la battaglia stesse meglio; ma era pericolosa, perché in ogni parte avea guai e strida e crudele mortalità di gente.

CAPITOLO LI

De la sconfitta della Fede Pagana.

Nel detto modo durò la battaglia infino a nona, che non si potea vedere chi stesse meglio; ma nell’ora di nona i demonî, che sempre erano ivi presenti per atare la lor gente, avegna che non avessero potenzia di nuocere a neuno che fosse da la parte della Fede Cristiana, alla detta stagione cominciaro a rilevare i loro, incontanente ch’erano caduti, e a fare gran romore per lo campo, sí che colà ove n’avea cento di loro, pareano più di mille. E cominciaro a confortare i loro in su’ bisogni e a sbigottire i nimici e spander bugie per lo campo, dicendo d’alcun barone della parte della Fede Cristiana ch’era morto (e non era vero): sicché le dette opere faccendo e altre simiglianti, que’ de la parte della Fede Cristiana cominciaro a sbigottire, e trassersi un poco a dietro per paura.

Quando la Fede Cristiana vide questo, avegna che avesse da lo ’ncominciamento paura, tostamente fue rassicurata, perché s’acorse onde questo venía. E incontanente adorò a Dio onnipotente, e disse: – Segnore mio Gesù Cristo, tu vedi e conosci la niquitade de’ dimonî e quello che ci fanno, che siamo tuoi ministri; onde ti leva e pugna per noi, che questo è tuo fatto. – Dette queste parole, incontanente fuor cacciati i demonî e cessò l’aiuto a’ nimici. Allor la Carità e la speranza, ricordandosi e recandosi a memoria il grande vitiperio e ’l disinore ch’era fatto alla Fede loro serocchia, e che toccava loro comunemente, cominciaro di tal virtù a pugnare, che non era schiera di nimici sí forte o tanto stretta o serrata che no la rompessero e diserrassero, e che no la mettessero in caccia. E la Fede da la sua parte, pensando ch’era acompagnata dalla Caritade e da la Speranza, e là ov’eran tutte e tre era Idio in miluogo di loro, sí cominciò a prender sí gran baldanza, che confondea i nimici in qualunque parte ella andava: di tanta virtude combattea. E i Paladini, che sempre erano a petto a la Fede Pagana in qualunque parte de la battaglia ella fosse, e impedimentivano tutte l’opere sue, e sempre guardavan con gran diligenzia com’a lei potesser dare morte, veggendo che la schiera sua era diserrata e aperta da le dette Virtudi, che tutto ’l die era stata serrata, e che a lei potiero andare, l’assaliro con tanto vigore, ch’al postutto l’avrebbero morta, se non fosse che si mise a fuggire.

Quando la gente sua vider fuggire lo signore, e che da’ detti Paladini era cacciato, e non avea ardimento di volgersi per atare, cominciò tutta quanta a fuggire e abandonar la battaglia. Allora fue sí grande sconfitta, e durò tanto la caccia della gente della Fede Pagana, che tutti fuor quali morti di ferro, e qual traffelò, sicché molti pochi ne camparo.

CAPITOLO LII

Della rivinta delle terre di qua da mare che fa la Fede Cristiana.

Vinta e cacciata la Fede Pagana, e morta e traffelata la maggior parte della gente sua, la Fede Cristiana la venne poi seguitando di terra in terra e di provincia in provincia e d’ogni luogo cacciando senza regger battaglia in neuna parte: sicché in picciol tempo l’ebbe rivinte tutte le provincie e’ reami che di qua da mare avia conquistati, se non si fuoro certe castella che sono nelle montagne di Cicilia, le quali guerní grandemente d’assai gente e di molta vivanda e d’ogni altro fornimento che fa bisogno a difensione di castella, ad intendimento che se mai s’aconciasse di tornare di qua, avesse luogo ove in terra potesse ismontare. E dacché l’ebbe guernite, sí si ricolse in su le navi con tutta la gente che l’era rimasa, e molto dolente si fuggío oltremare.

CAPITOLO  LIII

Del consiglio che pigliano le Virtudi perché la Fede Cristiana

abbandoni il campo e torni nell’oste a riposarsi.

Racquistata e rivinta la Fede Cristiana tutta la terra di qua da mare per forza di battaglia, avegna che nell’animo suo fosse molto allegra, secondo che dice il Vangelio, che colui che perde la cosa c’ha molto cara, e poscia la racquista, sí no lile pare aver fatto nulla; considerando il Savio che dice: "Nulla è ancora fatto della cosa che non è tutta compiuta di fare": però tornò nel campo là ove si facíeno le battaglie, e cominciò a raunare grande stuolo di gente e a far fare molto navilio e grande apparecchiamento per passare oltremare a racquistare la terra e la gente che di là avea perduta.

La qual cosa espiaro le Virtù ch’erano nell’oste, e raunate pigliaro consiglio che avessero a fare sopra queste vicende; e fermaro tra loro di fare ambasciadori che andasser nel campo alla Fe’ e a la Carità e a la Speranza a pregarle da parte delle Virtudi che debbia lor piacere d’abandonare lo campo e di tornare nell’oste oggimai con tutta loro gente a riposarsi una pezza e a guardare l’oste, tanto che facciano elle le lor battaglie, le quali aveano a le loro cagioni molto indugiate. E dacché le lor battaglie fien fatte, che sarà tostamente, s’a Dio piacerà, elle tutte passeranno poscia con loro oltremare e ateranno loro tutta la terra e le genti conquistare, e elle medesime cacceranno via i Vizî da quella gente, onde a cagione della mala fede c’hanno presa son tutti contaminati e corrotti.

CAPITOLO LIV

Delli ambasciadori che vanno per la Fede Cristiana.

Dacché fue partito il consiglio, come fue ordinato, cosie mandaro a compimento; ed elessero per ambasciadore una Virtù che s’appella Concordia, ch’è del parentado della Fede e delle sue serocchie, e pregârla che dovesse fare questa ambasciata. Ed ella, volendo servire le Virtudi, v’andò volentieri.

E dacché fu giunta, sí raunò la Fede e la Carità e la Speranza (ed ebbevi la Religione lor madre) e disse e ispuose loro diligentemente l’ambasciata, e aprí loro la volontà delle Virtù, e perché era venuta. Ed elle, dacché ebbero inteso quel che le Virtù voleano, non volendole crucciare, ma seguitare la loro volontà, il concedettero, e dissero di tornare, avegna che mal volontieri, perché, dacch’erano tutte e tre serocchie raunate con tutte lor genti, e sapeano che Dio era in mezzo di loro, tostamente credíano la loro guerra finire.

CAPITOLO  LV

Del triunfo che fanno le Virtudi a la Fede Cristiana.

Conceduto la Fede Cristiana e le sue serocchie d’abbandonare lo campo delle battaglie e tornarsi nell’oste, incontanente si raccolsero co le lor genti e co li padiglioni e co le tende e con tutto loro arnese, e cominciârne a venire.

E dacché fuor mosse, la Concordia incontanente il fece assapere alle Virtudi per suoi messi speziali; ed elle, dacché l’ebbero saputo, raunaro loro consiglio, nel quale ordinaro e fermaro che a la Fede Cristiana e a la sua gente si facesse il triunfo, cioè quello onore che s’usa di fare a coloro che tornano a casa con vittoria; e cosí mandaro a compimento. Imperò che le Virtudi in prima, e tutti i cavalieri dell’oste appresso, e poi tutti uomini a piede, uscirono incontro alla Fede e alla sua gente con rami d’ulivi e co le ghirlande in testa, faccendo grandissima allegrezza e cantando Gloria in excelsis Deo e altri belli salmi ad onore e a laude di Dio, con dolcissime e soavi melodie. E quando furono insieme congiunte, si salutaro, e fece l’una a l’altra gran festa; e poi misero la Fede e la Carità e la Speranza sotto tre bellissimi palî, i quali portaro loro sopra capo. E fecero andare la Fede innanzi, per la quale si conosce Dio e crede, perché questo dee andare innanzi a tutte le cose. Apresso fecero andare la Carità, per la quale s’ama Dio e ubidisce e adora, perché questo dé poscia seguitare. Di dietro misero la Speranza, per la quale si spera fermamente d’essere da Dio guiderdonato, perché questo dé venire dipo le dette due cose, acciò che l’uomo sia in perfetta religione e per essa si possa salvare. E cosie le vennero menando a grande onore e con sí grandissima festa infin nell’oste; nel quale luogo le ricevette la Religione lor madre con grande allegrezza ne’ padiglioni che per loro aveano amannati.

CAPITOLO  LVI

Del consiglio che piglian le Virtudi

per uscire nel campo a le battaglie, e de la fossa de la Frode.

Abandonato il campo delle battaglie la Fede e la Carità e la Speranza, e tornate nell’oste per posarsi con tutte le lor genti, l’altre Virtù fecero un parlamento, nel quale deliberaro e fermaro che la Religione, insieme co le dette sue figliuole, dovessero rimamere alla guarda dell’oste; e tutte l’altre Virtudi co le loro genti uscisser nel campo delle battaglie il martedí prossimo vegnente a richiedere di battaglia i nimici.

Il quale ordinamento dacch’ebbe espiato, un pessimo Vizio che s’appella Frode, molto iscalterito e ingegnoso delle malizie del mondo, di nottetempo si levò molto celatamente e andò nel campo delle battaglie, là ove le dette Virtù aveano stanziato di venire, e fece una fossa molto grande e profonda, e ordíla di verghette da la parte di sopra, e puose ghiove di terra erbosa, acciò che neuno della detta fossa s’accorgesse. E quando ebbe cosí fatto, si partí tanto nascosamente che neuna persona se n’accorse. E tutto questo facea ad intendimento di farvi cadere le Virtù, quando venissero nel campo per richiedere di battaglia i nemici.

CAPITOLO  LVII

Dell’uscita che fanno le Virtù e i Vizî nel campo a le battaglie.

Da che venuto fue il giorno che per uscire alle battaglie le Virtudi aviano ordinato, sí s’armaro e apparecchiaro grandemente, e co le loro genti molto assettatamente usciro nel campo là ove le battaglie si faceano, avegna che non tant’oltre quanto era la fossa de la Frode, ma molto ivi presso; e richiesero di battaglia i nimici.

Veduto la Superbia i nimici nel campo, e udita la richesta ch’avien fatta, s’adirò sí fortemente, che gittava schiuma per bocca come fosse cavallo, e per lo volto e per li occhi fiamme di fuoco: tanto ebbe a dispetto quella richesta; e armossi incontanente, e montò a cavallo in su ’n un destriere grandissimo e nero, il qual non era men feroce di lei. E fece armare e apparecchiare tutta sua gente, e venne nel campo a petto a’ nimici; e quando fue sí presso, che da le Virtù potea esser intesa chiaramente, cominciò a parlare co’ nimici parole di sozzi rimprocci in questo modo:

CAPITOLO  LVIII

De’ rimproverî de la Superbia contra le Virtudi.

– O misera gente, non vi vergognate voi, con cosí cattivi cavalieri di popolo, e con cosí misero popolazzo e uomini tutti poveri e brolli, di richiedere di battaglia i re e’ baroni e tutta la gentilezza del mondo, a’ quali, per li gran fatti di loro antecessori, è dato tutto ’l mondo a segnoreggiare e a godere? Or non vi ricorda come tutte le battaglie ch’avete avute co noi avete perdute, e delle vostre pruove venute al di sotto? Certo ben vi dovrebbe ricordare della pugna primaia che da noi a voi si comincioe ne’ discendenti d’Adamo, e duroe infino a Noè, come nella detta gente vi vincemmo e vi cacciammo; e non si trovava neuno che alcun bene o alcuna virtù volesse fare, ma tutti ubidivano le nostre comandamenta a fare sfrenatamente ogni generazion di peccato; se non si fuor certi che fuor del seme d’Abel, e que’ fuor sí pochi, che agevolmente si poteano annoverare. Per la qual cosa Dio onnipotente no li sofferse; ma ucciseli e annegolli tutti per acqua, se non fue Noè e tre suoi figliuoli, li quali trovoe giusti nel mondo, ch’erano del seme d’Abel, i quali servò per rifarne l’umana generazione, acciò che tornasse migliore, dacché di buon seme procedea.

– Anche vi dovrebbe stare a mente della seconda pugna che si ricominciò da noi a voi ne’ discendenti di Noè, come in quella gente vi vincemmo e cacciammo al postutto: che non solamente fugíano voi e non volieno fare alcun bene né adoperare alcuna virtude, né si chiamavano contenti d’ubidire noi a fare ogni vizio e ogni generazione di peccato, ma adoravano nelli idoli i demonî e faceano loro reverenza come a Dio. La qual cosa ebbe Dio onnipotente sí per male, che tutta quella gente abandonò a’ demonî e a’ Vizî, a farne tutta loro volontà. E disse Dio onnipotente a quella stagione di sua bocca: "Pentomi ch’i’ ho fatto l’uomo"; e andonne ad uno che si chiamavan Abraam, cui solo trovò giusto nel mondo, e disse: "Io vo’ di te far nascere gente la qual s’apelli mio popolo, e avrò cura di loro, e farolli multiplicare come le stelle del cielo e come l’arena del mare, e darò loro terra abondevole di latte e di mèle e d’ogni generazione di vivanda. Ma voglio che si congiungano co le Virtudi e discaccino i Vizî e seguitino le mie volontà". E fermato il detto patto tra loro, si partio Idio onnipotente, e servolli tutti i patti che promessi li avea.

– Anche dovresti avere a memoria, e dovrebbevi bene ricordare, come ne’ discendenti d’Abraam ricominciammo la terza pugna; ed avegna che tutta l’altra gente del mondo fosse in nostra podestà, quel cotanto popolo ch’era cosí poco a respetto dell’altra gente, non vi volemmo quetare né lasciare in pace. Anzi in quel medesimo popolo, che s’apellava di Dio, v’assalimmo, e combattemmo con voi; e avegna che dal cominciamento faceste gran pugna e vi difendeste francamente da noi a bontà de patriarche e de profeti e d’altri fini capitani ch’aveste, e a bontà della legge che vi diè Moisè, al dassezzo quella pugna perdeste, e recammo quel popolo a peccare e a seguitare i Vizî e’ peccati e adorare l’idoli e a ubidire le nostre comandamenta, come tutte l’altre genti facieno. Per la qual cosa Dio onnipotente non volle che questa mala gente più suo popolo s’apellasse; ma mandò il suo figliuolo Gesù Cristo di cielo in terra, e prese carne mortale, e fecesi uomo, e fece nel mondo nuova legge ci volle tòrre la gente di mano, e rimetterla in vostra podestà. Della qual cosa ci accorgemmo, e incontanente a uomini medesimi del suo populo in cui più si fidava il facemmo pigliare e straziare e mettere nella croce e di crudel morte morire; e a’ suoi apostoli ch’avea fatti, e andavano questa legge predicando per suo comandamento, facemmo fare il simigliante.

Dunque se tutte le battaglie ch’avete avute con noi avete perdute, e de le vostre pruove venute al disotto, e Dio onnipotente medesimo e li apostoli, suoi messi speziali, non ve n’hanno potuto aiutare, ma hannola duramente comperata, in che avete dunque speranza che de le nostre mani possiate campare, che vi levate ora a richiederne di battaglia? Avete forse fidanza ne la Prudenzia? Molto siete ingannate, ch’ella rumina e cerca tanto le cose, che di neun suo fatto viene a capo. Avetela nella Giustizia? Deh, come fate gran senno, che di neun tempo andò armata, ma sempre sta con sua mazza in mano fasciata tra’ panni come se fortemente la gelasse. Avetela nella Fortezza? Unquanche non vinse battaglia, ma sempre sta con suo scudo in braccio a sostenere i pericoli e le fatiche delle tribulazioni del mondo. Avetela nella Temperanza? Certo tuttavia tiene in mano le bilance per trovare il mezzo delle cose.

– Or ecco bella gente che si trae innanzi a battaglia, che qual è magro e afflitto per troppo digiunare, agrestando il corpo di molta astinenza, e qual è palido nel volto per troppo vegghiare, stando dí e notte in orazione. Certo molto ne sarebbe gran disinore se in cosí misera gente s’adoperassero nostre mani, o nostro ferro di vostro sangue si sozzazze: però con voi cotal battaglia fermeremo, che solamente vi faremo cadere co le pettora de’ nostri cavalli; e quando sarete per terra vi scalpiteremo tanto co’ piè de’ destrieri, che sarete ben macinate.

CAPITOLO  LIX

De la morte de la Superbia e de la sconfitta della sua gente.

Favellato la Superbia le dette parole de rimproverî, diè de li sproni al destriere (e cominciò per lo campo a rotare), il quale parea che volasse, sí di forza correa; e comandò alla sua gente che la dovessero seguitare. E nel correre che facea, ambedue i piè dinanzi del cavallo s’abbattiero nella fossa che la Frode avea fatta, e caddevi entro col capo dinanzi, insieme con esso la Superbia, e cadde ella di sotto, e ’l cavallo le cadde adosso; e fue sí grande lo stoscio per la fossa ch’era cava e profonda e per lo destriere che adosso le cadde, che tutta quanta si lacerò e infranse.

E quando i Vizî videro caduto il loro signore, e giacere morto nella fossa, e ’l corpo suo tutto lacerato e infranto per la dura caduta ch’avea fatta, e videro le Virtù che veniaro contra loro molto strette e serrate, perché s’erano accorte che’ Vizî eran già mossi a venire contra loro, diedero le reni e cominciaro a fuggire insieme colle loro genti; e le Virtù, veggendo questo, li seguitaro e miserli in caccia. Allora fue sí grande la sconfitta e la mortalità de le genti de’ Vizî che moriro a quella battaglia, che la larga strada che mena l’anime a l’inferno andò sí calcata, e a la larga strada che mena l’anime a l’inferno ebbe sí grande stretta, che non si ricorda mai che per neuna sconfitta o mortalità di genti che nel mondo fosse quella strada cosí calcata andasse, o a quella porta cosí grande stretta avesse.

E quando i detti Vizî insieme co le anime de le lor genti furono in inferno, meritaro tanta pena e tormento che il solfo e ’l fuoco di ninferno multiplicò e crebbe di tal guisa che la terra non potte tanto incendio patire, anzi ruppe in molte parti del mondo, e apparve il fuoco di sopra a la terra, e spezialmente in Mongiubello, ch’è un gran monte in Cicilia. E allor fue manifesto a le genti che ’l ninferno era nel ventre della terra per lo detto fuoco che allotta apparve, il quale è poscia sempre durato.

CAPITOLO LX

De’ rimproverî della Pazienzia, che fa sopra ’l corpo della Superbia.

Morti e spenti tutti i Vizî, e scacciata e sconfitta tutta lor gente, le Virtù tornarono a la fossa ove la Superbia era caduta, e fecerne trarre il corpo morto, il quale era tutto macerato e infranto, e porre in su ’n una vilissima stuoia. E trassesi innanzi la Pazienzia e disse: – O Superbia, capo e seminatrice di quanti mali nel mondo si fanno, giaci oggimai abbattuta e morta, sicché ’l mondo possa posare! che l’hai cotanto tribulato, che ben t’è incontrato quello che dice il Vangelio: "I superbi abbatte Idio e falli cadere; e a li umili dà grazia e falli montare". Molto hai superbiamente favellato, non solamente contra le Virtù, ma contra Dio onnipotente: che ti vantasti che ’l facesti a’ tuoi servi di crudele morte morire. Molto fue cotesto a dire grande ardimento; nol ti pensave, quando cotali parole dicei, che avessi la fossa cosí presso, là ove dovessi cadere. E come fue a te, penso cosí è a tutti coloro che voglion te seguitare, perch’e’ medesimi la si fanno spesse volte, o altro amico loro carissimo, e però non se ne posson guardare. Come a te, Superbia, è intervenuto, che la Frode, che tu hai sempre cosí amata e cara tenuta sopra li altri tuoi amici cari, ti fece la fossa là ove tu se’ caduta; la quale avea fatta per farvi cadere le Virtudi, quando venissero al campo là ove le battaglie si facieno; della qual cosa s’è trovata ingannata, e ha morta sé e tutta sua amistà.

E quando ebbe cosí detto, fece fare uno grande fuoco, e arsevi il corpo della Superbia, e isparse la polvere al vento, acciò che più mai non rapparisse né si potesse trovare.

CAPITOLO LXI

De la carità che si fa de le cose de la sconfitta de’ Vizî.

Da che le cose furo un poco racquetate, sí si mise un bando da parte delle Virtú che tutte le persone a cui fosse venuto a le mani di quel de’ nimici, in mano della Carità incontanente il dovesse[r] rassegnare. La qual cosa cosí si fece, e non ne fu frodata d’un danaio; e fu tanta la roba di quel che si trovò de’ nimici, che non si potrebbe contare. E quando la Carità ebbe a sé ogni cosa, raunò tutti i poveri del mondo, sí come quella che ben li sapea, e per volontà de le Virtudi tutta questa roba tra’ poveri dispensò, dando a ciascun piú e meno secondo la sua povertade. E quando ebbe fedelmente dispensato ogni cosa, non si trovò neun uomo nel mondo che fosse mendico, perché ciascuno avea pienamente reggimento della vita sua: tanto fue quello che le genti de’ Vizî dell’altrui in mala parte teneano. Perché, bastando le cose del mondo pienamente a tutte le genti, tanto aviano i detti Vizî soprapreso de l’altrui (e convertiallo in mal uso), che molti ne stavano in gran mendicitate. E dacché fu fatta la detta carità, sí si raccolsero le Virtú con tutta la lor gente, e abbandonaro il campo e tornârsi nell’oste; nel qual luogo fuoro dalla Religione e da le sue figliuole a grande onore e con molta allegrezza ricevute.

CAPITOLO LXII

Delle parole che dice la Filosofia per andare a le Virtú, per compiere il viaggio.

Tornate nell’oste le Virtú e abbandonato il campo là ove le battaglie si facíeno, disse la Filosofia: - Figliuolo mio, fatte sono le battaglie tra’ Vizî e le Virtú; sola è rimasa quella della Fede Cristiana co la Fede Pagana per racquistare la terra d’oltremare. Ma questa guerra è ammannata gran tempo di durare, Perché la gente che tiene co la Fede Pagana è maggior gente che la nostra; anche ha di là da mare rei e pericolosi passi, per certi fiumi che si convengon passare, e havvi certe province con istrette e pericolose intrate a cagione di montagne; e sopra tutto è ancora perché la Fede Cristiana ha di Roma fatto suo capo, e la gente d’oltremare vuol gran male a’ Romani, perché fur già segnoreggiati da loro, e fecero loro dura e aspra segnoria: e però hanno presa la Fede Pagana molto tenacemente, e vorrebbe catuno di loro anzi morire che la Fede Pagana perdesse, non tanto per tema di Dio, quanto per cagion de’ Romani, perché hanno paura che la Fede Cristiana non li rimettesse in lor podestà per le dette cagioni. E anche assai richiederà quella guerra gran gente e molto navilio e grandissime spese; e però non si farà a questi tempi, ma predicherassi in prima la Croce, e ricoglierassi il decimo di tutti i Cristiani; e le Virtudi si partiranno, e torneranno al tempo chente porranno tra loro,

– Onde montiamo a cavallo e andiamo alle Virtú mentre che sono insieme raunate, e compiamo nostro viaggio; perché ci sarebbe piú duro ad andarle caendo per lo mondo, dacché fossero partite.

CAPITOLO LXIII

Dell’andata che la la Filosofia alle Virtudi.

Quando la Filosofia ebbe cosí detto, sí ci apparecchiammo e montammo a cavallo, e andammo tanto che fummo nell’oste; e trovammo che tutte le Virtú erano a consiglio nel mastro padiglione del Comune; e ragionavaro di fare un bellissimo tempio e un grande spedale nel luogo ov’erano fatte le battaglie, in memoria delle vittorie ch’aveano avute, e di fare predicare la Croce, e di fare raccogliere il decimo di tutti i Cristiani, e di fare molto navilio e grande apparecchiamento d’avere molta gente per lo passaggio d’oltremare.

E quando fummo ivi, smontammo e intrammo là entro. E quando le Virtudi videro la Filosofia loro donna e maestra, incontanente la conobbero, e gittârsi in terra ginocchioni, e corsero a’ piedi per baciargliele; ed ella nol sofferse, ma pigliolle per la mano e rizzolle. E dacché fuoro ritte, sí l’abbracciò catuna per sé, e poi le salutò e disse: - Figliuole mie care, e verage amiche e ministre di Dio, da Cristo e da me siate sempre benedette, che veracemente siete la salute e il campamento delle genti, tante fatiche portate per l’umana generazione -. Elle tutte la risalutaro, e dissero: - Maestra e donna nostra, l’onnipotente Dio ti guardi e salvi d’ogni tempo, acciò che sempre possiamo esser partefici della tua dottrina, verace luce di Dio, per cui è alluminato tutto ’l mondo.

E quando s’ebbero insieme salutate, sí s’asettarono a sedere; e le Virtu[de] cominciaro a ragionare de le battaglie ch’erano state, e de le vittorie ch’aveano avute, e come tutti i Vizî erano morti e spenti; laonde la Filosofia fece grande allegrezza. E quando ebbero assai ragionato di quella materia, cominciaro a ragionare del fatto del tempio e dello spedale che voleano edificare nel luogo ov’erano state le battaglie. Allor disse la Filosofia: - Degna cosa è che bellissimo tempio e grande spedale sia fatto in cosí vitturioso luogo, e in memoria di sí alta e gloriosa vittoria. E io medesima li voglio disegnare, perché siano bellissimi e grandi -. Allor tolse la canna e disegnolli in presenzia di maestri; ed elli iscrissero il suo disegnamento, perché non uscisse loro di mente.

E poi tornaro a l’albergo, sonata già terza, e ivi era apparecchiato il desinare. E desinò la Filosofia con tutte le Virtudi ad una mensa a grandissimo agio e con molta letizia.

CAPITOLO LXIV

Del rapresentamento che la la Filosofia del fattore dell’opera alle Virtudi.

Desinato ogni gente, e levate le mense e rassettati a sedere, dacché si avide la Filosofia che le Virtudi erano chiare e di buona voglia, cominciò a loro de’ mie’ fatti cota’ cose a parlare: - Virtudi, ministre di Dio, per cui si salva l’umana generazione, voi sapete che Cristo nel Vangelio disse che molto è allegro quando un peccatore si converte a penitenzia; e son certa che sempre state ammannate per dare a Dio di queste allegrezze. Onde qui ha un valletto in mia compagnia, che fue già molto mondano; e perché non li seguitavan le cose del mondo tutte a sua volontà, ne fu tanto nell’animo dolente che ne infermò e aggravò della persona malamente. Onde io il visitai come amico, perch’era stato a un tempo sotto mia disciplina, e fecimi aprire la cagione del suo male; e quando l’ebbi conosciuta, il medicai co le medicine de’ miei gastigamenti, e fecili l’errore suo apertamente conoscere e vedere; ed elli, siccome uomo ch’ode volentieri quando è gastigato, puose fede alle medicine de’ miei gastigamenti. E quando s’accorse che la medicina era buona, e che ’l gastigava come amico, abandonò i primai intendimenti e prese la dieta che l’impuosi, come si dovesse reggere e guardare, e guerie tosto della sua malatia; e oggi è fermo di volere conquistare il santissimo regno di paradiso. Ed essendo certo che non si può avere per altre mani che per le vostre, viene a voi per diventare vostro fedele e per giurare le vostre comandamenta e intrare di vostra compagnia, acciò che l’atiate in su questa vicenda.

E allor mi pigliò per la mano e menommi dinanzi alle Virtudi, e disse: - Eccol qui, ch’io il v’apresento; e priegovi che come porta l’uficio vostro il dobbiate servire -. E quando m’ebbe rappresentato, e io m’inginocchiai dinanzi da loro con gran reverenza; ed elle si sceveraro da una parte a consiglio.

E dacché furon consigliate, tornaro; e cominciò la Prudenzia, per volontà dell’altre Virtù, cotali cose a parlare:

CAPITOLO LXV

Di quel che dice la Prudenzia de la Filosofia,

e le parole che dice al fattore dell’opera della Fede.

– O verage maestra delle Virtudi, o chiara luce di questo mondo, per cui tutte le genti sono alluminate, quanti n’hai già recati a penitenzia di coloro che andavano per questo mondo cieco come matti, e tu li hai dirizzati in buona via co le parole de’ tuoi ammonimenti! Ben veggio che chi ritiene teco amistà, malagevolmente può perire: e questi non scampa per altro de la morte, se non perch’ebbe teco contezza alcuna volta. E sappi che per noi sarà bene atato, purché si possa acconciamente.

E poi si rivolse inverso di me, e disse: – Figliuol mio, noi non ti riceveremmo per fedele né ti prometteremmo alcuno aiuto di dare, se prima non fossi esaminato da la Fede Cristiana, e avesseti ricevuto per fedele. E ben lo ti volessimo noi fare, e dessimoti i nostri amonimenti, e tu li servassi fedelmente, tutte le buone opere del mondo non ti varrebbero neente, se prima suo fedele non diventassi: onde con noi t’afaticheresti invano, se prima da lei non ti facessi, perch’ella è fondamento di coloro che vogliono intendere al servigio di Dio.

E quando ebbe cosí detto, sciolsi una tasca e trassine una carta e puosila in mano della Prudenzia, e dissi: – Ecco la carta del mio esaminamento, e come per fedele fui ricevuto –.

E quando ebbe la carta, sí la lesse; e veduto il tinore, fue molto allegra, perché vide ch’era vero il detto mio. Allora disse: – Ben hai fatto buono cominciamento.

CAPITOLO LXVI

De le parole che dice la Prudenzia della gloria mondana.

Appresso disse: – Figliuol mio, due sono le glorie che l’uomo e la femina può avere, cioè quella di paradiso perpetuale e quella di questo mondo temporale; e tanto è contraria l’una a l’altra, che chi ha l’una, l’altra a niuno partito puote avere. E però disse san Bernardo: "Neuno può avere i beni di questo mondo e dell’altro, e che qui il ventre e colà la mente possa empiere, e che di ricchezze a ricchezze passi, e in cielo e in terra sia glorioso". Onde se di questa mondana avessi alcuno intendimento, non richiedere nostra compagnia, perché ad avere vita eterna non ti potremmo alcuna cosa valere –. E io dissi: – Come intendete voi gloria mondana? È forse vostro intendimento che chi è ricco non si possa salvare? – Ed ella disse: – No, ma chi la desidera e dilettasi con essa. E però disse il Profeta: "Se abonde in ricchezza, non vi porre il cuore tuo" –. E io dissi: – Molto desiderai ad un tempo questa gloria mondana, avegna che mal me ne cogliesse; ma in mano de la Filosofia vi rinunziai, e per lo consiglio di suoi ammonimenti. E se non mi credete, ed ecco ne le vostre vi rinunzio –. Ed ella disse: – Ben mi piace, e stovvi contenta, dacché per sue mani se’ tornato a vita di migliori reggimenti.

CAPITOLO LXVII

De le parole che dice di non atare in altro il fattore dell’opera

che in acquistar paradiso.

Appresso disse: – Figliuol mio, se ti ricevessimo per fedele, non voglio che sia tuo intendimento che t’atassimo in altra vicenda che in acquistare paradiso. E se per altra vicenda ci volessi, non saresti servito; anzi, se ci acorgessimo che ci menassi sotto spezie di questo, e altri tuoi intendimenti ne compiessi, l’avremmo molto per male, e mosterremmolti per innanzi che ne fossimo dolenti. E io dissi: – Perché dite queste parole? Crede’ forse che io sia traditore, che cosí malamente v’ingannasse, che desse vista d’una cosa e un’altra facesse? – Ed ella disse: –Figliuol mio, non ti dare maraviglia perché ti diciamo queste parole, perché troviamo che la maggior parte de’ gran mali che son fatti nel mondo, son fatti e compiuti alle nostre cagioni e sotto specie di ben fare, e per altra via non sarebbero menati a compimento. Di questo non ci possiamo accorger dinanzi, se non quando il male è commesso: perché tant’è la buona fede ch’aviamo ne le belle parole che ne dite e ne’ be’ reggimenti che mostrate, che vi riceviamo per fedeli e facciànvi venire in grazia de le genti, e non sappiamo i vostri mali intendimenti, perché solo Idio il cuor delli uomini conosce: e voi ne gittate queste zare. Ma vendichialle molte volte grandemente, a tal otta che a pena ne ricorda a chi l’ha fatto – ma a noi non esce di mente mai. E come a te dinanzi il ricordiamo, cosí si ricorda a tutti quelli che voglion esser di nostra compagnia –. E io dissi: – Non voglio che in altro mi serviate principalmente, che in acquistar paradiso. Ma non può esser che la vostra amistade non vaglia a molt’altre cose in questo mondo; e di quel non voglio esser repetato, perché non intendo a quelle principalmente venire, né vi richiedere per quelle cagioni. E se per neun tempo mi venisse voglia d’ingannarvi per quella via ch’avete detto, delle vostre mani non possa campare, che in questo mondo gran vendetta non ne sia, ché nell’altro son io certo che Dio ne farà grandissima vendetta: perché li ipocriti, che sono di cotesta maniera, che mostran di fare una cosa e fannone un’altra, Dio li innodia sopra li altri peccatori.

CAPITOLO LXVIII

Delle parole che dice di star fermo nel buon cominciamento.

Appresso disse: – Molti sono che con grande affezione ricolgono la parola di Dio, quando l’odon seminare ad alcuno savio predicatore; e vengon a noi incontanente, e prèganne che li facciamo di nostra compagnia, e diàn loro i nostri amonimenti; e dacché sono ricevuti e amoniti, li oservano un gran tempo fedelmente, ma ritornano addietro e lasciansi ingannare alle cose del mondo e perdonsi il benificio c’hanno fatto. E questi cotali non sono aconci ad aver paradiso; e però dice il Vangelio: "Neun uomo che ponga mano a l’aratro e rivolgasi adietro è aconcio al regno di Dio". Però ti ricordo questo, che se dovessi essere di que’ cotali, non adimandi nostra compagnia, perché ad avere paradiso non ti varrebbe neente.

E io dissi: – Neun uomo può giudicare de le cose che debbono avenire, perché solo Dio le vede e le conosce; ma dirovvi sopra cotesto fatto il mio intendimento. Io son fermo di ben cominciare, e credomi cosí seguitare e finire, e credo oservare i vostri amonimenti. E il dí che mi vien voglia di mutare, mi vegna la morte incontanente, sí che più non viva in questo mondo: perché conosco certamente che molto è ria la vita di coloro che non vivono a Dio, ma solo al mondo.

CAPITOLO LXIX

De le parole che dice de le cinque Virtù che tegnono le cinque chiavi di paradiso.

Risposto alla Prudenzia a tutte le sue adomandagioni secondo che desiderava d’udire, disse: – Figliuolo mio, da che se’ in cotesta volontà di ben fare, io ti vo’ di nostri fatti alcuna cosa dire. Sappi che cinque sono le porti per le quali s’entra, anzi che andare si possa in paradiso. De la prima porta tiene le chiavi la Fede Cristiana, e a neuno la diserra, né ’l lascia andare in quel luogo beato, se non conosce Dio e crede secondamente che comanda. Della seconda porta tien le chiavi la Prudenzia, e a neuno la diserra né ’l lasci’ andare in paradiso, se non è savio e scalterito ne le cose del mondo, in conoscere il bene dal male per diritta ragione, e in elegger lo bene e fuggir lo male c’ha conosciuto. De la terza porta tien le chiavi la Giustizia, e a neuno la diserra né ’l lascia andare in paradiso, se non è d’animo giusto, e redde ad ogni persona sua ragione a cui è obligato. De la quarta porta tien le chiavi la Fortezza, e a neuno la diserra né ’l lascia andare in paradiso, se non è d’animo forte a sostenere con molta pazienzia i pericoli e le fatiche de le tribulazioni e aversità del mondo, e in non pigliare troppa allegrezza ne le prosperevoli cose. De la quinta porta tiene le chiavi la Temperanza, e a neuno la diserra, né ’l lascia andare in paradiso, se non è d’animo temperato a refrenare i desiderî de la carne e a tenere il mezzo in tutte le cose.

– E sono qui presente le dette Virtù; e catuna ha suoi amonimenti, e faratti intendere ciascuna di suoi, e mosterraliti apertamente. E tu sie savio in saperli pigliare e diligentemente commendare e in memoria ritenere, acciò che ti sappi consigliare che via sopra i nostri fatti ti convegna tenere.

CAPITOLO LXX

Delli ammonimenti della Prudenzia.

Quando la Prudenzia ebbe parlato come di sopra avete inteso, cominciò a pensare e a recarsi a memoria li suoi ammonimenti. E quando ebbe una pezza pensato, disse: – Figliuol mio, la Fede Cristiana, sí come capo e fondamento di coloro che vogliono intendere al servigio di Dio, tiene le chiavi de la prima porta di paradiso, e a neuno la diserra, né ’l lascia andare in quel luogo beato, se prima non conosce Dio e crede, secondo ch’amonisce e comanda. E però accaderebbe a lei di darti imprima i suoi ammonimenti; ma ella t’ha già esaminato e ammonito e ricevuto per fedele, secondo che si contiene nella carta che tu mi mostrasti.

– E cosie viene ora a me la vicenda di farti intendere de’ miei, perché tengo le chiavi della porta seconda. E vo’ che sappie per certo che a neuno apro questa porta, né ’l lascio in paradiso andare, se prima non è prudente, cioè savio e iscalterito in su le cose c’hae a fare, in conoscere il bene dal male per diritta ragione, e aleggere il bene nelle sue operazioni, e fuggire il male c’ha conosciuto. E puote usare questa virtù per quattro virtù che nascono di lei: cioè per buona memoria, per buono conoscimento, per buono provedimento, per buono esaminamento delle cose contrarie.

– Per buona memoria puote l’uomo usare questa virtù, quando l’uomo ha memoria e ricordasi di molte cose passate e di molti fatti che sian già avenuti e incontrati, e adatta il fatto c’ha a fare ad alcun fatto passato, e dice: "Questo fatto simigliantemente dee andare, o in questo fatto simigliante via si dee tenere". Per buon conoscimento puote l’uomo usar questa virtude, quando imagina bene il fatto c’hae a fare, e conosce il ben dal male per diritta ragione, o la cosa giusta da la non giusta o la convenevole da la sconvenevole, e sí guarda il bene c’ha conosciuto e manda a compimento. Per buon provedimento può l’uomo usare questa virtù, quando del fatto c’hae a fare provede dinanzi che ne può incontrare o avenire, perché si giudicano le buone cose da le rie solamente da la fine. Per buono esaminamento puote l’uomo usar questa virtù, quando l’uomo esamina bene ogni cosa del fatto o de la cosa c’ha a fare, perché molte cose paion buone, che non sono, perché i contrarî e le cose che posson nuocere non sono bene esaminate e cercate.

CAPITOLO LXXI

Delli ammonimenti della Iustizia.

Appresso venne la Giustizia ad aprire i suoi ammonimenti, e disse: – Figliuol mio, io tegno le chiavi della terza porta di paradiso, e non diserro a neuno la detta porta, se non è d’animo giusto, e redde ragione a ogni persona a cui è obligato. Ed è l’uomo per tre ragioni obligato: per ragione scritta e per ragione non scritta e per ragione naturale; per ragione scritta, cioè o per legge romana o per istatuto; per ragione non scritta, cioè per alcuna usanza che sia tenuto d’oservare.

– Per ragione naturale è l’uomo obligato in sei modi, cioè per via di religione, per via di pietà, per via d’amore, per via di vendetta, per via d’osservanza, per via di verità. Per via di religione è l’uomo obligato naturalmente a Dio; per via di pietà è obligato il padre al figliuolo e ’l figliuolo al padre e lo cittadino alla sua città; per via d’amore è obligato il parente al parente e l’amico all’amico; per via di vendetta è obligato il nemico al nemico; per via d’oservanza è obligato il suggetto al segnore; per via di verità è obligato naturalmente l’un uomo a l’altro.

E io dissi: – Fammi bene intendere come l’uomo è obligato a Dio naturalmente per via di religione –. Ed ella disse: – Religione ha sotto sé tre virtù, secondo ch’io t’ho detto di sopra, cioè fede, carità e speranza. Per la fede si conosce e crede Idio; per la carità s’ama e obedisce e portalisi reverenza; per la speranza s’ha ferma credenza d’esser da Dio guiderdonato. Tutte le dette cose siàn tenuti di rendere e di fare a Dio naturalmente; e quelli è in verace religione e redde a Dio perfettamente sua ragione, che tutte le dette cose li rende, cioè che conosce e crede Dio, e amalo e ubidiscelo e falli reverenza e ha in lui ferma speranza d’esser del ben guiderdonato.

E quando ebbe cosí detto, dissi: – Mostrami come il padre al figliuolo e il figliuolo al padre e ’l cittadino alla sua cittade è naturalmente obligato per via di pietade –. Ed ella disse: – Il padre è tenuto al figliuolo naturalmente di fare tre cose, cioè nutricarlo e amonirlo e gastigarlo: nutricarlo, perché cresca e possasi aiutare; amonirlo di Dio e darli di buoni costumi, perché sia buono; gastigarlo di peccati e de’ mali, perché non doventi reo. E ’l figliuolo è tenuto di rendere al padre altre tre cose, cioè onorarlo, ubidirlo e sovenirlo: onorarlo, per lo benificio che n’ha ricevuto; ubidirlo, perché li sono utili i suoi comandamenti; sovenirlo quand’è bisognoso, per renderli cambio de’ suoi benificî. E ’l cittadino è tenuto naturalmente di rendere alla sua città due cose, cioè consigliarla e atarla: consigliarla è tenuto, cioè darle buoni e diritti consigli; atarla è tenuto in su’ bisogni e pericoli suoi. E tutti questi si muovono a rendere loro ragione, come ho detto di sopra, per via di pietade. E quando ebbe cosí detto, dissi: – Dimmi come l’amico è obligato a l’amico, e ’l parente al parente, naturalmente per via d’amore –. Ed ella disse: – L’amico è tenuto a l’amico, e ’l parente al parente, a due cose, cioè a consigliarlo e aiutarlo: a consigliarlo è tenuto, cioè a darli fedeli e diritti consigli; ad atarlo è tenuto in su’ bisogni e pericoli suoi. E a queste cose fare si muove l’amico o ’l parente solamente per amore che nel suo amico e parente dé avere.

E quando ebbe cosí detto, dissi: – Dimmi in che modo è obligato il nemico al nemico naturalmente per via di vendetta –. Ed ella disse: – Quando il nemico vuole offendere al suo nemico, questi che vuol essere offeso si può naturalmente difendere da lui e non lasciarsi fare né forza né ingiuria; e questo cotale difendere è appellato vendetta, e la ragione che ’l nemico contra ’l nemico puote usare, cioè di difendersi da lui, acciò che forza né ingiuria no li faccia. E avegna che per questa via si possa redder naturalmente ragione al nemico, Dio volle che colui che vuol esser perfetto questa cotale ragione contra ’l nemico non usi, né si difenda da lui. Onde dice il Vangelio di colui che vuole esser perfetto: "Chi ti dà nell’una gota, para l’altra; e chi ti vuol tòrre la gonnella, dagli con essa la guarnacca".

E quando ebbe cosí detto, dissi: – In che modo è obligato il suggetto al signore naturalmente per via d’osservanza? – Ed ella disse: – Il suggetto è tenuto al segnore a tre cose, cioè onorarlo, ubidirlo e venerarlo con molta reverenzia: ché a queste cose li è obligato naturalmente per via d’osservanza, perché sempre è cosí usato di fare.

E quando ebbe cosie detto, dissi: – In che modo è obligato un uomo a l’altro naturalmente per via di veritade? – Ed ella disse: – L’un uomo a l’altro èe obligato naturalmente di dire verità e servarli quello che giustamente li promette. E anche è tenuto l’un uomo a l’altro a tre cose, cioè sovenirlo, sopportarlo e gastigarlo: sovenirlo quand’è bisognoso; soportarlo quand’è infermo over matto; gastigarlo quando e’ vede ch’elli erra in commettere o fare alcun peccato. In tutti i modi che son detti di sopra dé rendere l’un uomo a l’altro la ragion sua, a cui è obligato, acciò che la mia porta di paradiso gli diserri.

CAPITOLO LXXII

De li ammonimenti della Fortezza.

Appresso venne quella Virtù che s’appella Fortezza ad aprire e mostrare i suoi amonimenti, e disse: – Io tegno le chiavi della quarta porta di paradiso, e a neuno la diserro se non è d’animo forte a sostenere i pericoli e le fatiche delle tribulazioni e angosce del mondo, e in non esaltarsi malordinemente per le prosperevoli cose della ventura. E d’animo forte può esser l’uomo per sei virtù che nascono di fortezza, cioè per magnificenzia e speranza e fermezza e pazienzia e perseveranzia e longanimitade. Per magnificenzia è l’animo forte, quando l’uomo ardisce le gran cose di fare, acciò che dirittamente la cosa si faccia. Per isperanza è l’animo forte, quando spera l’uomo fermamente di ben capitare, quando la cosa si fa dirittamente. Per fermezza è l’animo forte, quando sta l’uomo fermo in sul buon provedimento e porta igualmente tutte le cose. Per pazienzia èe l’animo forte, quando soffera l’uomo in pace i pericoli e le fatiche delle tribulazioni e angosce del mondo. Per perseveranza è l’animo forte, quando persevera l’uomo infino alla fine delle cose che dirittamente incomincia. Per longanimità è l’animo forte, quando pazientemente aspetta l’uomo d’esser in vita eterna guiderdonato. Per tutte queste virtù è bisogno che sia forte l’animo di colui che vuole che la mia porta li sia diserrata.

CAPITOLO LXXIII

Delli amonimenti della Temperanza.

Appresso venne la Temperanza ad aprire e mostrare i suoi amonimenti, e disse: – Figliuol mio, io tegno le chiavi de la quinta porta di paradiso, e no·ll’apro a neuno che nel detto luogo vogli’andare, se non è d’animo temperato in refrenare i desiderî de la carne laonde è assalito e tentato, e in tenere il mezzo di tutte le cose. E puote l’uomo esser d’animo temperato per [otto] virtudi, cioè per [contenenza] e castitade e pudicizia e astinenzia e parcitade e umilitade e onestade e vergogna. [Per contenenza puote l’uomo esser d’animo temperato, quando s’astiene dai desiderî non liciti]. Per castità è l’animo temperato, quando costrigne l’uomo l’incendî de la lussuria col freno della ragione. Per pudicizia è l’animo temperato, quando non solamente l’incendî, ma i segni della lussuria rifrena, che sono ne’ reggimenti del corpo e ne’ vani ornamenti. Per astinenzia è l’animo temperato, quando s’astiene l’uomo del manicare e del bere di soperchio. Per parcitade è l’animo temperato, quando ritiene l’uomo quello che si conviene: ché la larghezza è quando quello ch’è convenevole si ispende. Per umiltà è l’animo temperato, quando porta l’uomo vile abito, e ’l ben che fa sí nasconde, acciò che non paia di fuori. Per onestà è l’animo temperato, quando tutte le cose che li fanno bisogno a la vita reca ad uso temperato. Per vergogna è l’animo temperato, quando si vergogna l’uomo de le soperchianze e de’ mali e delle sozze parole. Per tutte le dette virtù è bisogno ch’abbia l’animo temperato chi per la detta porta vuole intrare.

CAPITOLO LXXIV

Che parole dice la Prudenzia al fattore dell’opera.

Compiuto di dire i loro amonimenti le quattro Virtù principali che tengono le quattro chiavi delle quattro porte di paradiso, disse la Prudenzia: – Figliuol mio, tu hai intese le parole degli amonimenti che detti ti sono, i quali si vogliono tutti oservare, perché non è niuna delle dette Virtudi che la sua porta ti degnasse d’aprire, se’ suoi amonimenti non fossono oservati – e niuno potrebbe andare in paradiso, a cui alcuna delle dette porte fosse serrata. Però ti pensa dinanzi se ti credi bene poterli oservare; e se vi ti accordi, diventa fedele e entra di nostra compagnia, e noi t’aiutereno volentieri e apirenti le nostre porti se sarai buono fedele. E se credessi non poterli oservare, non ti imbrigare de’ nostri fatti, perché non sarebbe altro che inganno del mondo, e non te ne potrebbe altro che male incontrare.

CAPITOLO LXXV

Come ’l fattore dell’opera piglia consiglio della Filosofia.

Incontanente che la Prudenzia ebbe compiuto di dire come di sopra avete inteso, mi levai ritto in piede del luogo ov’era stato ginocchione innanzi alle Virtudi per udire i loro ammunimenti, e pigliai la Filosofia per la mano, e trassila d’una parte a consiglio, e dissi: – Maestra delle Virtudi, pregoti, per l’amore e per la fede che t’ho sempre portato, che in su questi fatti mi debbi consigliare: che non son sí savio che per me ci sappia pigliare buon consiglio. Ché, quando mi penso del regno di paradiso, ch’è cosí grandissima cosa come m’hai di sopra mostrato, molto s’accende l’animo mio di patirne ogne durissima e asprissima cosa per averlo; ma quando mi reco a memoria li amonimenti che m’hanno dato le Virtudi, li quali mi conviene tutti oservare, non veggio che per neuno modo io far lo potesse. Die aiuta! chi sarebbe di tanta bontà, che conoscesse e credesse e amasse e ubidisse e reverisse Dio nostro signore, e avesse in lui ferma speranza, come Religione comanda per le dette tre virtudi che nascono di lei? e fosse sí savio e scalterito, che in tutte le cose ch’avesse a fare, il bene dal male e la cosa giusta da la non giusta o la convenevole da la sconvenevole per diritta ragione conoscesse, il bene eleggesse e ’l male schifasse e fuggisse, come comanda Prudenzia? e fosse sí giusto, che reddesse suo diritto a qualunque persona fosse obligato o per legge o per usanza o, per ragion naturale, come comanda Giustizia? e fosse sí d’animo forte, che ne le prosperevoli cose non si esaltasse, e i pericoli e le fatiche de le tribulazioni e angosce del mondo in pace portasse, come comanda Fortezza? e fosse d’animo temperato tanto, che li desiderî de la carne, laonde è tentato e assalito, costrignesse e temperasse, e pesasse sí le cose che in tutte il mezzo tenesse, secondo che Temperanza comanda? Certo non sono io colui che le dette cose credesse oservare; onde ti dico certamente che non ci vorrei esser venuto, in tanti duri pensieri sono intrato. Perché prima mi vivea di buona fede semplicemente, e a le dette cose non pensava; ma or che veggio quello che far mi conviene, vivo com’uomo disperato, e non credo potere avere il regno di Cielo, il quale desiderava sopra tutte le cose.

CAPITOLO LXXVI

Del consiglio che dà la Filosofia al fattore dell’opera; e come fue ricevuto per fedele.

Compiuto di dire le dette parole, la Filosofia cominciò a pensare; e quando fue stata una pezza, disse: – Figliuol mio, tre sono le potenzie dell’anima in questo mondo, cioè lavorare, imaginare, desiderare. Per la potenzia ch’è nell’anima del lavorare, sempre mai in questo mondo lavora e non può stare oziosa; per la potenzia ch’è nell’anima dello imaginare, sempre mai in questo mondo vuole imparare, e di ciò non si sazia; per la potenzia ch’è nell’anima del desiderare, sempre mai desidera stando nel mondo, e non adempie i suoi desiderî. Dunque, se l’anima dell’uomo è data naturalmente in questo mondo a queste tre cose, e fuggire no·lle puote, perché sono in lei naturali, qual è meglio tra che lavori a Dio o al mondo, con ciò sia cosa che ’l lavorio che si fa a Dio sia con frutto, e quel che si fa al mondo sia sanza frutto per innanzi? Del quale lavorio fa menzione san Giovanni, quando dice: "Beati que’ morti che muoiono a Dio perch’oggimai dice allo spirito che si riposi de le fatiche sue, e da le sue opere sarà seguitato". E qual è meglio tra che appari la sapienzia di Dio o quella del mondo, con ciò sia cosa che quella di Dio sia di verità e dirizzi l’uomo a verace conoscimento de le cose, e quella del mondo sia di vanitadi e bugie, e conduca l’uomo in grandissimi errori? Della quale fa menzione il Salterio, quando dice: "Figliuoli degli uomini, perché siete voi di cosí vano cuore, perché desiderate voi le vanitadi e andate caendo le bugie?"; e appella il savere delle cose mondane vanità e bugia. E qual è meglio tra desiderare i beni celestiali o quelli del mondo, con ciò sia cosa che i celestiali siano stabili e fermi e adempiano i desiderî dell’uomo, e que’ del mondo siano fallaci e a termine dati, e’ desiderî dell’uomo non possan compiere? Certamente ti dico che non è aguaglio dall’uno lavorio a l’altro, dall’uno apparare all’altro, dall’un desiderare all’altro. E per le Virtù si lavora a Dio e s’appara la sapienzia di Dio e desideransi le cose celestiali.

– Onde, da che m’hai chiesto consiglio, e io il ti do volontieri, e consiglioti per la fede, onde m’hai scongiurato, che incontanente ti facci fedele de le Virtù ed entri di lor compagnia e prometti d’oservare i loro ammonimenti, e compî quello per che tu se’ venuto. E non ti sbigottire né abbi paura perché ti paiano ora duri i loro ammonimenti, perché molte cose paiono agre nel cominciamento, che sono molto agevoli a seguitare e compiere: e quest’è una di quelle. E però dice Dio nel Vangelio alle genti: "O voi che lavorate e affaticati siete (intendi de le cose del mondo), venite a me e io vi sazierò; e sappiate che ’l mio giogo è soave e l’incarico mio sí è lieve" –. E quando ebbe cosí detto, sí mi pigliò per la mano, perché s’accorse che io dubitava e non era d’animo fermo; e menommi dinanzi alle Virtù e disse: – Ecco l’uomo, che s’è accordato al postutto d’esser vostro fedele e d’intrare di vostra compagnia e osservare i vostri ammonimenti fedelmente.

E le Virtù, vogliendo le dette cose di mia bocca sapere, dissero: – Vuo’ tu, figliuolo, diventare nostro fedele? – Ed io, ch’era già rassicurato per li buoni conforti che la Filosofia m’avea dati, dissi: – Sí voglio molto volontieri –. Ed elle dissero: – E vuo’ promettere d’osservare i nostri ammonimenti? – E io dissi: – Sí prometto co l’aiuto e a la speranza di Dio –. Ed elle allotta sí mi benedissero e segnaronmi ciascuna per sé, e dissero: – E noi t’amettiamo per fedele e compagno; e fedelmente ti serviremo, e promettiamo in questo mondo di darti la grazia delle genti, e nell’altro paradiso e ’l regno di Cielo: nel quale luogo ti farai glorioso e beato e partefice co li angeli della gloria e della beatitudine di Dio onnipotente.

E dacché m’ebbero benedetto e segnato e ricevuto per fedele, scrissero BONO GIAMBONI nella matricola loro, secondo che la Filosofia disse ch’io era chiamato.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011