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Edizione di riferimento:
Della miseria dell’uomo, Giardino di consolazione, Introduzione alle virtù di Bono Giamboni, aggiuntavi la Scala dei claustrali, testi inediti, tranne il terzo trattato, pubblicati ed illustrati con note dal Dott. Francesco Tassi, Firenze. Presso Guglielmo Piatto, 1836
Se della discretezza ed umanità Vostra, io non ne avessi, Accademici prestantissimi, riportate in altri tempi le più sicure e convincenti testimonianze, richiesti vi avrei di buon grado in quest’oggi a tenermi disciolto dall’obbligo, a cui le Costituzioni nostre mi richiamano; onde liberi Voi dal tedio di porgere orecchie a rozzo e male ordito ragionamento, di più amene ed utili discussioni ad intero agio Vostro occupar vi poteste. Ma fattomi quindi a considerare, che sebbene Voi tutti a studi gravi e sublimi continuamente intendendo, non recusate però, di tratto in tratto, impiegare e l’opera e la penna per raccogliere e dilucidare quanto contribuir possa a rendere più purgata e perfetta la pubblicazione del nuovo Tesoro di nostra lingua all’alto saper Vostro affidata, fermo su tal pensamento presi animo per sottoporvi in esame varie osservazioni da me fatte sopra uno dei preziosi Testi dalle precedenti impressioni del Vocabolario allegati. Le quali s’egli avverrà che il suffragio Vostro ne ottengano, come già lo riportarono le altre mie tendenti a dimostrarvi, che il Trattato Della Miseria dell’Uomo, non al Giambullari, come molti falsamente opinarono, ma a Bono Giamboni di pieno diritto spettava, qual più grato compenso ritrar potranno le lievi cure nel riunirle ed esporle da me adoperate, quanto il riflettere che queste, a miglioramento della grand’opera, a cui indefessi attendete, da Voi del tutto trascurate non erano. Il Testo adunque che formerà soggetto del presente mio discorso, sarà quello tuttora inedito, e con errato giudizio creduto, come in appresso vedremo, un volgarizzamento del Trattato a S. Agostino attribuito sotto la denominazione Scala Paradisi, ovvero De modo orandi; Testo del quale si valsero già i Compilatori della seconda impressione del Vocabolario, conforme rilevasi dalla Nota 274 riportata in piè della Tavola delle Abbreviature degli Autori citati, sopra un Codice, che, portando il titolo Scala di S. Agostino, o del Paradiso, appartenne a Monsignor Piero Dini, Arcivescovo di Fermo, nell’Accademia detto il Pasciuto. Di un Testo così pregevole, e della di cui esistenza mancavamo affatto di positive notizie, essendo occorso di darne cenno al dotto Ab. Luigi Rigoli nella prefazione alle Parafrasi poetiche degl’Inni del Breviario di Vincenzio Capponi, pubblicate in Firenze nel 1818, si trovò costretto a dire, che, malgrado le più accurate indagini, non eragli venuto fatto il ritrovarlo. Ora tra i varj singolarissimi Codici Italiani, a mio particolare studio raccolti, havvene uno membranaceo, in piccolo quarto, di pagine 45, scritto circa il terminare del secolo decimoquarto, contenente una morale operetta d’intera e fedel corrispondenza a quella, che sotto l’allegato titolo Scala di S. Agostino, o del Paradiso, veniva in addietro comunemente conosciuta. Che se poi, da quanto sono per dimostrarvi, non apparirà manifesto questo Codice essere quello istesso, che già si possedeva dal Pasciuto, vi sarà forza però meco convenire doversi egli tenere in altissimo pregio, e che conseguentemente le citazioni di esempi presi dal Trattato in esso racchiuso, abbiano nella nuova ristampa del Vocabolario con la di lui autorità a sostenersi, fino a tanto che altro testo a discuoprirsi non venga, che offra più sicura testimonianza di avere un tempo al menzionato Accademico appartenuto.
Prima però di discendere a dar conto dei riscontri fatti su questo Testo, convenevol cosa mi sembra l’esaminare, se a ragione nei Compilatori della riferita seconda impressione del Vocabolario il dubbio insorgesse, che la spirituale operetta da essi citata con le abbreviate indicazioni Scal. S. Ag. — Scal. S. Agosti e Scal. Parad., dovesse, o no, all’aureo scrittore S. Agostino attribuirsi; operetta che non è al certo da confondersi con l’altra dello stesso S. Dottore, la di cui differenza ci viene avvertita da un ottimo volgarizzamento, col titolo dieci Gradi per i quali viene l’uomo a perfezione, contenuto nel Codice Laurenziano XCV del Pluteo LXXXIX. Varj sono per verità i Trattati, ai quali in quanto che per diversi gradi, o scalini, le anime devote al cielo ne guidano, la denominazione di Scala celestiale, Scala cristiana, o del Paradiso fu data. Conosciuta è in fatti abbastanza la Celestiale Scala, in trenta gradi distinta, di Giovanni Scolastico Sinaita, da essa perciò detto Climaco, di cui la Biblioteca Palatina, per l’acquisto fatto mercè le mie cure dei preziosi Manoscritti Poggiali, già di Piero Del Nero, conserva al N. 37 il Codice istesso citato dal Vocabolario alla Nota 274 Nella prefazione poi ai Trenta Gradi detta Scala del Cielo a S. Girolamo ascritta, e dal Manni pubblicata, ricordasi un’altra Scala di S. Benedetto, che si legge al Capo VII della di lui Regola Scolastica; e questa per mezzo di dodici gradi di Umiltà al cielo indirizza; fine a cui tendono pure i Dieci gradi dell’Umiltà di S. Bonaventura, che si leggono nel Codice Riccardiano 1626: e con maggior semplicità poi un altro Trattato impresso in Firenze nel 1829, nel quale dimostrasi come a quella beata sede, per soli quattro gradi di Carità, siavi certa speranza di poter pervenire. Quindi in un Codice membranaceo, in-12° , dei primi del secolo decimoquarto, esistente per egual provenienza nella rammentata Biblioteca Palatina, e segnato di N. 549, abbiamo una Scala del Cielo di anonimo, divisa in dieci gradi, i quali a cinque catene di morali virtù riunendosi, dischiudono poi la strada ad un egual numero di viaggi; che forse è un volgarizzamento della Scala Coeli o Scala major, che Onorio prete, di nazione francese, scriveva sul declinare del decimoterzo secolo, e che il Fabricio ed altri bibliografi altamente commendano. Di una Scala Spirituale fa pure menzione il Petreio nella sua Biblioteca Certosina; ed alla pag. 113 annoverati si vedono i diversi gradi, per i quali alla gloriosa sede celestiale vien dato il poggiare. E per tacere di non poche altre operette aventi tutte ad oggetto, per diversi gradi di virtù, di fare ascendere le anime al cielo, può vedersi inoltre nel Codice Riccardiano del secolo decimoquinto, intitolato Considerazioni ascetiche, e distinto col N. 1427, una Sedia del Cielo di S. Bernardo, diversa del tutto da quella, che già l’erudito collega Rigoli, a seconda d’altro Codice Riccardiano, che porta il N. 1477, pubblicava in seguito alle Parafrasi degl’Inni del Capponi, come un volgarizzamento della creduta Scala di S. Agostino, perch’ei trovava che, a similitudine di quella, veniva essa pure in quattro gradi repartita. Ma siccome in tutti questi Trattati, l’uno dall’altro totalmente differenti, non avviene, che s’incontri veruna delle tante voci nel Vocabolario riportate coll’autorità del volgarizzamento della supposta Scala di S. Agostino, senza richiamar perciò l’attenzione Vostra sopra di essi, stimo più utile allo scopo presente il trattenermi intorno all’esame della spirituale operetta dagli antichi Compilatori presa a spoglio, e dai medesimi con credenza non ferma al dottissimo Vescovo Ipponense attribuita.
Quel Trattato, dal quale si ebbe opinione che ne derivasse il volgarizzamento citato dal Vocabolario col titolo Scala del Paradiso, perchè originariamente scritto in latino, e perchè ridondante e ripieno di quelle gravi sentenze, e santissime massime, di cui le opere di S. Agostino, non meno che quelle di S. Bernardo, vedonsi sparse e adorne, dette luogo per lungo tempo a dubitare, che ad alcuno degli indicati due sacri Scrittori, e con più certezza poi al primo di loro, ascrivere si dovesse. Ma finalmente dai dotti Maurini, nelle erudite prefazioni alle ristampe da essi procurate delle opere dei riferiti santi Dottori, fu posto apertamente in chiaro, che a veruno di questi un tal Trattato spettar non poteva; ma che bensì egli era opera di un Monaco Certosino, nominato Guido, o Guigo, quinto Priore della Certosa Maggiore, che fioriva nel secolo duodecimo. Della qual verità ne aveano tratta certezza da un Codice della Certosa di Colonia, in cui trovavasi che, l’indicato Autore, questo suo spiritual componimento, detto De vita contemplativa, con amorevole ed affettuosa Lettera al proprio fratello Gervasio indirizzava. Nè fu omesso da quei profondi critici di avvertire che un consimile opuscolo, inviato da altro Guido certosino al Priore ed ai Religiosi della celebre Certosa di Wytham, nella Contea D’Essex, vedevasi riportato dal Chifflezio nel suo Manuale Solitariorum, col titolo De quadruplici exercitio Cellae; opuscolo che dall’antecedente non differiva, se non in quanto che l’autore di questo al quarto grado della Contemplazione, quello sostituito vi aveva dell’Opera. Quindi fu che l’antico Trattato conosciuto sotto la doppia denominazione di Scala Claustralium, sive De modo orandi, e di Scala Paradisi, ma che in realtà altro non comprendeva che una sola ed istessa letterale operetta, da cui per comune opinione volevasi che derivato ne fosse il volgarizzamento di quel Trattato, che Scala del Paradiso, fu detto, più non comparve tra gli scritti originali e certi di veruno degli indicati due santi Dottori, ma vi figurò soltanto tra quelli supposti, o che falsamente a ciascuno di essi venivano assegnati. Ed in fatti quel Trattato medesimo, che tra gli opuscoli di dubbia dettatura di S. Bernardo ora si legge alla pag. 311 del Tomo II delle di lui Opere, col titolo Scala Claustralium, sive De modo orandi, in quelle pure non genuine di S. Agostino alla pag. 163 dell’Appendice al Tomo VI, sotto l’altra indicazione Scala Paradisi, è dato di ritrovare. E di tanta autorità furono poi tenute le prove dagli eruditi Maurini addotte per doversi riguardare come erronea la già prevalsa opinione, che questa Scala dei Claustrali, o del Paradiso, potesse ad uno dei rammentati due Padri essere ascritta, che ad affermarle concorsero non solo il Cave e il Dupin, ma il Bayle, l’Oudino, ed altri dotti bibliografi eziandio, i quali a meglio sostenerle ed avvalorarle, nuove osservazioni e più solidi argomenti ne addussero.
Un sì fatto Trattato, che aveva a scopo di guidare alla cristiana perfezione le anime devote, per quattro semplici gradi di virtù alla contemplazione della celestiale beatitudine facendole ascendere, e quindi infiammandole di ardentissima brama di venirne al pieno possedimento, non è maraviglia, dottissimi Accademici, se risvegliò in molti il desiderio, onde renderne l’utilità più este sa e comune, di por mano a trasportarlo letteralmente nel gentile volgar nostro idioma, od anco, seguendone le sue tracce, a nuovamente riordinarlo e comporlo. Tra le molte testuali versioni di questo Trattato, una fedelissima in vero riconosciuta ne aveva l’egregio collega Rigoli nella Scala del Cielo di S. Bernardo, contenuta nel già rammentato Codice Riccardiano di N. 1427, di cui però, sebbene nella riferita prefazione alle Parafrasi poetiche degl’ Inni del Capponi, egli ne commendasse l’eleganza e la purità dello stile, pubblicar non ne volle poi che il solo prologo, avendo preferito piuttosto di produrne per intero un altro largo volgarizzamento, fatto da un Frate Agostiniano, ch’eragli, come fu detto, avvenuto d’incontrare nel Codice 1477 della Riccardiana, avente però a titolo Libro di Santo Agostino, detto Scala di quattro gradi. Portatosi quindi da zelantissimo nostro Accademico attento l’esame sopra tali volgarizzamenti, ed in special modo sopra quest’ultimo, che più d’ogni altro al Testo del Pasciuto si avvicinava; e veduto che ogni sua fatica riusciva del tutto inefficace a convalidare l’autenticità degli esempi, che il Vocabolario adduceva in conferma delle voci attinte dal Testo del Pasciuto, prese egli animo a percorrere un’altra spirituale operetta, che, per quanto s’intitolasse Ammunizione di S. Agostino come l’aninia de’ vacare a Dio, conteneva però una Scala del Paradiso in quattro gradi egualmente distinta, che fu dipoi riconosciuto essere quella istessa, che a S. Agostino veniva in addietro attribuita; Testo che faceva parte di un elegantissimo Leggendario di Santi, scritto in pergamena nel 1462, appartenente al celebre Professore di Belle Lettere in Firenze, Padre Mauro Bernardini delle Scuole Pie. Le cure da quel dotto Accademico impiegate nel riscontro di questo nuovo testo sortirono un esito assai fortunato, essendo giunto con tal mezzo a provare, che gran parte degli esempi con la citazione della supposta Scala di S. Agostino nel Vocabolario allegati, con una corrispondenza quasi del tutto a quelli pienissima, in esso s’incontrava.
Dietro queste tracce, da felice successo secondate, fu per verità che da me s’intraprese di nuovo il confronto del Codice Bernardini col testo ch’io possedeva, ed i fatti riscontri mostrarono, che se in quello tutti non erano stati ritrovati gli esempi, che il Vocabolario registrava in sostegno delle voci tratte dalla supposta Scala di S. Agostino, questo necessariamente avveniva perchè il Trattato, ch’egli conteneva, non era compiuto, ma cessava bensì al verso terzo della pagina 16 del mio Codice, dopo di avere cioè definito i diversi gradi dell’antica Scala del Paradiso, tenuta ormai per smarrita, e di averne mostrato futile, che dall’esercizio loro si viene a ritrarne. Ed era agevol cosa per ognuno rincorrere nell’errore di tener quel Trattato per intero, poichè non presentando il Codice alcun segno di manifesta mancanza, e terminando il Trattato a metà di pagina con queste parole: «Ma, o Signor mia Gesù Cristo, sposo dilettissimo, come sai tu quando tu dei dare all’anima sposa tua cotanta consolazione? e che segnale se ne puote avere del tuo avvento in essa?» non era dato perciò il determinar con certezza, se egli dovea qui aver fine, o sivvero essere più a lungo proseguito, se altro simil Testo, da servir di confronto non fosse dipoi comparso alla luce. Per quindi meglio venire in chiaro, se le voci della creduta Scala del Paradiso, nel Vocabolario adottate, tutte nel testo di mia ragione si ritrovassero, detti mano a nuovo e più accurato spoglio di esso, e per tal modo verificai non solo esservi quelle per intiero contenute, ma che gli esempi pur anco, in conferma dell’uso loro, nel Tesoro di nostra lingua allegati, vi s’incontravano con piena e fedel corrispondenza riferiti. Di che a miglior persuasione basterà il percorrere l’Indice posto in fine della presente operetta, ove additando le voci nel Vocabolario mancanti, o che se riportate vi furono, prive vi stanno di esempio o il diverso significato loro si tacciono, di quelle pure sarà fatto cenno, che i passati Compilatori allegarono, di semplice asterisco però designandole.
Questo Codice adunque, che tante autorità somministra, quante bastevoli siano a convalidare ciò che nelle precedenti impressioni del Vocabolario erasi attinto dal testo del Pasciuto, se non dovrà riguardarsi per quello medesimo, che al menzionato Accademico appartenne, farà di mestieri, eruditi Colleghi, che si tenga per fedelissima copia di esso, degna sempre bensì d’ogni Vostra fiducia, sino a tanto che il perduto Testo dalla oscurità, in cui si giace, non venga ritratto. Per lo che, sotto qual di questi due aspetti da Voi considerare si voglia, sarà pur di necessità che lo abbiate in altissimo conto, come il solo che, se tutta non presenta la verisimiglianza di essere lo stesso che un tempo si possedeva dal Pasciuto, è però l’unico che interamente la di lui mancanza riempiendo, esser vi possa ora di aiuto a confermare quegli esempi, che a giustificazione delle voci già estratte da esso, nella ristampa del Vocabolario di ritenere vi piaccia. Che se poi per le addotte ragioni veniste in pieno convincimento, che la Scala del Paradiso, originariamente scritta in latino, non è da annoverarsi fra le opere genuine di S. Bernardo, o di S. Agostino, e che non può ascriversi nè pure tra quelle dimostrate false e spurie, dovrete altresì meco concludere, che il Trattato per mio mezzo in tutta la sua integrità risorto di presente alla luce, non è a verun titolo da tenersi per volgarizzamento, o larga parafrasi di quello già a S. Agostino attribuito, e che dal dotto Guigo Certosino fu detto essere stato composto. Il perchè malgrado la stretta analogia che si trova sì nell’orditura, che nello sviluppo dell’argomento di entrambi questi Trattati, nel percorrerne poi l’ultimo tali cambiamenti ed inversioni anderete incontrando, e cotanta purezza e leggiadria ravviserete nel di lui stile, di originali e gentili modi sempre fecondo, da rendervisi facile il riconoscerlo come un opuscolo da dotta e tersa penna del buon secolo di nostra lingua a di lui imitazione nuovamente riordinato e disteso. Ed in vero abbenchè sì nell’uno che nell’altro Trattato, per gli stessi quattro gradi di virtù al cielo si ascenda, cioè per la lezione, meditazione, orazione e contemplazione; e malgrado che queste virtù medesime, che di quelle celestiali Scale ne costituiscono i gradi, vedansi prendere in entrambi una consimile derivazione, e quindi con egual ordine fra di loro succedersi, pur tuttavia tanti e sì diversi sono i modi di ragionamento tenuti in essi, onde giungere alla conclusione dell’opera, che, tranne l’unità d’argomento, niuna altra rassomiglianza infra di loro ritengono. A più forte poi ed incontrastabile certezza che il Trattato da me discoperto non è opera di S. Agostino, oltre al già dimostrato, gioverà il riflettere, che se in lui si dovesse senza veruna controversia ravvisarne il vero autore, come avrebbe egli mai potuto farvi menzione del Serafico Padre San Francesco, che ben sappiamo di circa otto secoli essergli stato posteriore? Gettisi l’occhio sulle pagine, che di poco precedono il fine del testo che anderemo pubblicando, e chiare appariranno le seguenti parole: Ma perchè egli desse questa grazia ad alcuno suo amico, siccome a San Piero e a Santo Joanni, e agli altri apostoli e a San Francesco, e ad alcuna altra persona pura e semplice sanza lettera, non dobbiamo noi presumere ec, dal che viene a trarsi tal conclusione, per se sola più che a sufficienza bastevole, non che ad allontanare, ma ad escludere affatto ogni contrario divisamente. Quello però che ebbe forza più di tutt’altro a far nascere, e quindi a confermare il dubbio, che questo opuscolo fosse da attribuirsi a S. Agostino si fu per certo, a mio credere, una particolarità notabilissima contenuta nel testo, che da me si possiede, e che indubitatamente ritrovar si doveva in quello pure del Pasciuto, in veruna parte dissomigliante da esso, che l’Autore cioè, sì nel principio, che sul finir del Trattato sotto tal nome si appalesava, che, ad autorizzarne il sospetto, esser non poteva più adatto; diceva egli in fatti nella sua introduzione: Con ciò sia cosa che io Agostino, un die occupato di fatica corporale, incominciassi a pensare di opera spirituale, subitamente mi si rappresentaro nell’animo quattro gradi ec, e dipoi nella conclusione, o nel riepilogo dei frutti, che dalla pratica delle esposte virtù, all’anima ne derivano, così si esprimeva: Ma io temo, o Figliuola mia, o anima santa, o anima beata, che questo ragionamento, che io Agostino faccio con teco, non ci tenesse troppo, imperocchè quanto più parlassimo d’esso, più ne crescerebbe la materia ec. Dal che non è assurdo il congetturare, che ognuno sotto quel nome di agostino, il venerando Vescovo d’Ippona vi ravvisasse; e che di conseguente dai Compilatori eziandio del Vocabolario egli come autore di quella spirituale operetta tenuto ne fosse. E giacchè alla congettura aperto il campo si mostra, potrebbe dirsi non andar forse di troppo errato dal vero chi, in quel generico nome, riconoscesse per scrittore di tal Trattato il celebre e dotto Frate Agostino Dalla Scarperia, che fioriva sul declinare della metà del secolo decimo quarto, e che agli eremiti Agostiniani della città nostra lustro grandissimo arrecò e splendore. Nè a sostegno di tale opinione poco gioverebbe il detto dal Manni nelle Notizie intorno al traduttore dei Sermoni appellati di S. Agostino, dati in luce nel 1731, cioè che Frate Agostino Dalla Scarperia prese non già solo a tradurre, ma a parafrasare, ad illustrare ed ampliare varie opere morali di quel santo Dottore. Il perchè, come vedemmo, essendo il presente Trattato una stretta imitazione di quello già composto in latino da Guigo quinto Priore della Certosa Maggiore, e che l’antica comune opinione a S. Agostino ascriveva, non sarebbe perciò improbabile il supporre, che indotto pure lo Scarperia da questa falsa credenza col terso e vago suo stile un tal Trattato ad ampliare, od a nuovamente ordinare imprendesse.
Dimostrato ad evidenza, che la Scala del Paradiso, a pro del Vocabolario consultata, non è da tenersi per volgarizzamento d’opera genuina di S. Agostino, o di altra ad esso attribuita, conforme già dubitato ne avevano i dotti Compilatori del Tesoro di nostra lingua, nè tampoco di S. Bernardo, e che anzi ella è parto d’ignota, ma purgata penna ad essi di varj secoli posteriore, contenendo in un’Epistola, a devota Religiosa indirizzata, una fedele imitazione, nel puro volgare nostro idioma del Trattato morale De vita contemplativa da Guigo Certosino compilato, converrà ora determinare sotto qual vera denominazione il Testo da me discoperto debba venire in luce, e quindi registrarsi nell’Indice degli Autori, che nella ristampa del Vocabolario verranno citati, come l’unico che al presente del pregevolissimo smarrito Codice del Pasciuto la mancanza riempia. Niun titolo portando questi in fronte, nè in fine dell’opera, è perciò mio divisamente, che abbandonando gli altri in addietro adottati di Scala di S. Agostino, o del Paradiso, e di Ammonizione di S. Agostino ec., secondo che leggesi nel Codice Bernardini, quello egli assuma di Scala dei Claustrali; perocchè quanto cotali titoli starebbero in manifesta contradizione col fin qui dimostrato, altrettanto riuscirebbero non coerenti alla mente del di lui Autore, il quale, per intitolare questa sua spirituale operetta, avente ad oggetto d’imitare la Scala Claustralium di Guigo Certosino, in tal modo vediamo che nella introduzione si espresse: Degli quali quattro scaglioni si fa una altissima Scala, la quale è detta e chiamata la Scala degli Claustrali. Stabilito adunque che d’ora innanzi il Testo del Pasciuto le antiche denominazioni lasciando di Scala di S. Agostino, o di Scala del Paradiso, quella rivesta dal suo Autore voluta di Scala dei Claustrali, e che sotto di essa debba riportarsi nella Tavola delle opere, che si citeranno nella ristampa dei Vocabolario, distrutte allora le quattro antecedenti abbreviazioni Scal. S. Ag. — Scal. S. Agost. D. — Scal. S. Agost. e Scal. Parad. dai passati Compilatori adoprate per indicare il Trattato ch’ei presero a spoglio, quella unica sostituir vi dovrete di Scal. Claustr., con cui verrà a denotarsi il già allegato testo del Pasciuto, dal solo mio Codice ora compiutamente rappresentato e supplito. Ed a meglio persuadersi se il Codice da me proposto sia valevole a tener luogo dell’antico testo, ed a ripararne la perdita, ci faremo ad esaminare non tanto se tutte in esso s’incontrino le voci, che con la di lui autorità il Vocabolario riporta, quanto pure se queste con esempi di perfetta corrispondenza ai già registrati, col di lui mezzo convalidare si possano. Al numero di 91 ascendono le voci, che reca il Vocabolario come attinte dal Volgarizzamento di varj Trattati di S. Agostino, cioè dalla Scala al medesimo falsamente attribuita, altrimenti detta Scala del Paradiso, da un Trattato senza titolo, e dai Soliloqui: e di queste se ne afferma poi l’uso di sole 81 con altrettanti esempi, che per quanto presi realmente dalla Scala del Paradiso, vengono riferiti però con le indicazioni Tratt. S. Ag. - Scal. S. Ag. - Scal. S. Ag. D. - Scal. S. Agost., non trovandosi mai che il Vocabolario ne riporti alcuno sotto l’altra Scal. Parad., malgrado che nella Tavola delle Abbreviazioni ancor di questa ne fosse fatto registro. E torna qui bene opportuno l’avvertire, che nel numero delle indicate voci è da comprendersi pure sprezzamento; poichè, sebbene nel Vocabolario venga questa voce allegata con l’autorità Tratt. S. Ag., tuttavia siccome ella fa parte dell’esempio citato al verbo ingenerare, che dicesi estratto dalla Scala di S. Agostino, non abbisognerà quindi d’altra prova per accertare che ancor essa alla Scala dei Claustrali appartiene, avendo a grande evidenza portato, che in questa morale operetta l’antico smarrito testo del Pasciuto resta racchiuso. Ma se ragion vuole che sprezzamento venga compreso tra le voci da citarsi come attinte dalla Scala dei Claustrali, costretti saremo però ad escludere da esse l’altra transitoriamente, che in quel Trattato, come poco a lui convenevole, vano sarebbe il rintracciare. E che veramente appartenere non gli possa, lo mostra pur troppo l’esempio istesso dal Vocabolario allegato sul Testo del Pasciuto, in cui dicendosi: la qual quistione noi transitoriamente ricordando, nel terzo di questa opera lasciammo non assoluta, chiaro apparisce che, della proposta questione, non già in un piccolo opuscolo, qual si è quegli che andiamo pubblicando, ma in un più esteso componimento è di mestieri che si ragioni. Quando poi vogliamo rammentarci quanto venne detto nell’Avivertimento premesso ai precedenti Trattati del Giamboni, che le voci cioè accontare, finemente, gravezza, insuperbiare, morbidamente, movimento, e rangola si ritrovano tutte, coi corrispondenti loro esempi nel libro Della Miseria dell’Uomo, per quanto nel Vocabolario si affermi che dai Soliloqui di S. Agostino venivano estratte, avremo per tal modo altro valido argomento per escludere esse pure dal novero di quelle, che dal citato volgarizzamento attinte sin qui si credettero.
Nè per verità sono queste le sole rettificazioni, che dalla Scala dei Claustrali ottenere si possono ad utile della ristampa del Vocabolario, poichè nel percorrere gli esempi in quel vasto tesoro di nostra lingua riportati con l’autorità del volgarizzamento della Città di Dio di S. Agostino, mi avvenne pure di rilevare, che quelli addotti in sostegno delle voci meditante, meditazione e mondezza, non a tal opera appartengono, ma spettano bensì al testo da me richiamato di nuovo alla luce, ove scorgonsi avere corrispondenza pienissima a quelli che furono nel Vocabolario allegati. Abbiamo in fatti alla pag. 417 della Scala dei Claustrali il seguente esempio, che è letteralmente quello istesso dai passati Compilatori adoprato per avvalorare l’uso della voce meditazione, e dice: La meditazione non è altro che una opera di mente piena di studio, che cerca lo conoscimento della verità nascosta con guida, e con iscorta di propria ragione. E quindi alla pag. 426, non diversamente da quanto riporta il Vocabolario alle due voci meditante, e mondezza, nella Scala dei Claustrali leggiamo: Ma odi che fa l’anima meditante, che in questo profondo pensare di trovare questa mondezza, tutta bolle e infiammasi di desiderio d'averla. Per la qual cosa sarà di necessità che anco le riferite voci meditante, meditazione, e mondezza nella nuova impressione del Vocabolario vengano sostenute con esempi non più spettanti al volgarizzamento della Città di Dio, ma sì veramente al Trattato della Scala dei Claustrali fin qui inedito, e che, sul Codice di mia proprietà, ridotto a quell’ortografia dall’uso e dal senso voluta, rendesi ora di pubblico diritto colla stampa, corredato di quelle annotazioni a migliore illustrazione del testo richieste. Quindi per sì fatte avvertenze concludesi, che della totalità delle voci estratte dai tre indicati diversi volgarizzamenti di S. Agostino, le sole stentato, transitoriamente, e vietamento saranno quelle, che del più vero volgarizzamento delle di lui opere, a cui appartengono, lascieranno tuttora dubbiezza.
In questi brevi cenni abbiatevi frattanto, valentissimi Colleghi, un’idea di quelle maggiori rettificazioni ed aggiunte, che da un più accurato spoglio del Testo da me discoperto, a miglioramento del Vocabolario ottener si potranno. Ma accorgendomi ormai che della indulgenza Vostra io mi andava di soverchio abusando, ponendo fine al mio ragionare, dirò, che se le osservazioni addotte a conferma del proposto argomento, con quell’ordine e con quella chiarezza, che ad occupare la dotta attenzione Vostra, si conveniva, esposte e dilucidate non erano, null’altro che la insufficienza mia incolpar ne vogliate.
Con ciò sia cosa che io Agostino, un die occupato di fatica corporale, incominciassi a pensare di opera spirituale, subitamente mi si rappresentaro nell’animo quattro gradi, cioè questi quattro scaglioni spirituali, la lezione, la meditazione, l’orazione e la contemplazione. Degli quali quattro scaglioni si fa una altissima Scala, la quale è detta e chiamata la Scala degli Claustrali, cioè a dire la Scala degli monachi e delle monache, e di coloro, che abbandonano il mondo, e le sozzure de’ peccati, e si rinchiudono e serrano dentro dalle chiostre degli loro santi monasteri [1].
E non dei credere, Figliuola mia, che questa Scala sia piccola, perchè ella sia fatta di così pochi scaglioni; imperò che ella è di sì non credevole grandezza, che non si potrebbe con lingua dire, nè in cuore pensare; perchè avvegna che la parte di sotto, cioè la lezione e la meditazione, sia mescolata colla terra, la parte di sopra, cioè l’orazione e la contemplazione, trapassa tutti li nuvoli, e tutti gli elementi, e tutte le spere delle sette pianete, e Agnoli, e Arcangeli, Troni, Dominazioni, Vertudi e Podestadi, Cherubini e Serafini, e cerca tutte le secrete cose del cielo. E però conviene a chi vuole montare suso per questa Scala, che egli si faccia piccolino e umile, e che sia mondo dalle sozzure degli peccati, e che sia tutto ripieno di santi e di vertutosi costumi ; imperò che la menerà infino al cielo emperio [2] , dove non può andare se non coloro, che hanno mondo il cuore; e però che ivi si vede Dio nel suo trono, e sentevisi lo glorioso diletto di vedere la gloriosa e splendidissima faccia di Gesù Cristo, e la sazievole dolcezza del giocondevole e luminoso splendore dello radiante sole della Trinitade [3].
Or se vuoi vedere che cosa sia ciascuno di questi gradi, e come si diffinisca, per bene intenderli, e per meglio conoscere gli suoi graziosi effetti, lo primo grado, cioè la Lezione, non è altro che uno cotidiano sguardo delle Sante Scritture con grande attenzione d’affezione di cuore. Lo secondo grado, cioè la Meditazione, non è altro che una opera di mente piena di studio, che cerca lo conoscimento della Verità nascosta con guida, e con iscorta di propria ragione [4]. Lo terzo grado, cioè l’Orazione, non è altro che una devota intenzione in Domeneddio, per rimuovere li pericoli e li mali da chi gli fae, o da colui, per cui si fa, e per avere li beni. Lo quarto grado, cioè la Contemplazione, non è altro che uno lievamento [5] di mente sospesa in Domeneddio, che gusta e assaggia la dolcezza dell’allegrezza della vita eternale.
Or sappi dunque, Figliuola mia, che, acciò che tu possi più sicuramente ascendere e montare su per questa Scala, è bisogno che tu cognoschi in prima, che siccome questi scaglioni sono distinti tra loro, e hanno in sè diverse nomora e diverso numero, così sono distinti per diverso ordine, e hanno in sè diverse propietadi e diversi oficj. Le quali propietadi, e li quali oficj, se alcuna persona li cerca bene, e pensa come si svaria l’uno dall’altro, e come l’uno avanza l’altro per ragione, essendo l’uno posto più giuso, l’altro più suso, secondo l’ordine dello componimento di questa Scala; e se pensa ancora, meditando profondamente, quanto di bene e di onore, e quanto di salute d’anima egli adoperano in noi, in verità ti dico, che non gli parrà grave la fatica, nè l’affanno del cercare, anzi gli parrà tutto leggerissimo e soave, e benedirà tutta la fatica e l’affanno, che vi durerà : tanta sarà la dolcezza del diletto, che sentirà, e sì grande sarà l’allegrezza del guadagno grandissimo e dell’utilità, ch’e’ se ne vedrà [6], che dire non si potrebbe.
Da poi che noi abbiamo detto che cosa è questa Scilla, e da poi che abbiamo diffinito bene e descritto ciascuno di questi scaglioni che cosa è, oggimai è convenevole cosa, che noi veggiamo che officio hanno, e come, e che ciascuno di coloro adoperino in noi; e in prima che officio hanno. E però sappi, Figliuola mia, che la lezione hae questo officio, che cerca per trovare la dolcezza della vita beata; ma ella non la trova, perchè non la puote per sè sola trovare sanza lo meditare. La meditazione, cioè lo profondo pensare sopra lo leggere, hae questo officio, che cerca tanto che trova bene la vita beata; ma non la domanda a Domeneddio, perocchè non è suo officio, e perchè non sae orare. La orazione la sa bene addomandarla a Domeneddio, e hae questo officio ch’ella domanda, e sente l’odore d’essa; ma non la puote assaggiare perocchè non è suo officio, e non lo sa fare sanza la contemplazione. Odi che dice d’essi Domeneddio, dice: Quaerite et invenietis; pulsate et aperietur vobis; cioè a dire: O voi, che cercate la vita beata, cercatela e troveretela. Picchiate alla porta del castello, dove ella è, e saravvi aperto. E però si vuole questa parola così intendere: voi che volete la eternale vita, cercate per essa leggendo spesso nelle Sante Scritture, e troveretela meditando in esse. Picchiate bene forte, soavemente orando, e saravvi aperto contemplando. E però sappi, Figliuola mia, che questi quattro gradi adoperano in noi questi loro officj in questo modo; che la lezione pone solamente lo cibo alla bocca; la meditazione la mastica e rompelo e rugumalo e prieme bene lo sugo d’essa vivanda [7]; l’orazione acquista e guadagna il sapore, e sente solamente l’odor dolcissimo d’esso sapore , ma non l’assaggia quello sapore; la contemplazione è quella medesima dolcezza, che dae gioconditade nell’assaggiare, e che dà ricreativo saziamento nell’anima inebriata d’essa dolcezza, per l’assaggiamento del contemplare. E sappi ancora che la lezione èe solamente nella scorza di fuori; la meditazione è solamente nella grascia, che è sotto la scorza; l’orazione è solamente nell’addimandamento affettuoso d’avere questa dolcezza, che è in questa grascia [8]; la contemplazione è nel diletto glorioso d’assaggiare questa dolcezza predetta. Ma acciò che queste cose si possano più apertamente vedere, di molti esempli, che se ne potrebbe dare, pognamone pure uno, perchè si vegga meglio le operazioni di questi quattro gradi, cioè come si monta su per questa Scala, andando dell’uno grado nell’altro ordinatamente infino alla somma dolcezza, ch’è cotanto disiderata.
Nella Lezione io odo questa parola vangelica: Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt; cioè a dire: Beati sono coloro, che hanno mondo il cuore, imperciò che egli vedranno Domeneddio. Ecco questa parola è molto brieve; ma ella è piena di molti alti intendimenti, li quali vagliono molto a pascere l’anima affamata e disiderosa d’essa dolcezza, siccome se gli desse uomo [9] una bellissima uva matura a manicare. Or quando l’anima disiderosa hae veduta e vede l’uva così bella di questa evangelica parola, dice infra se: Questa così bella uva di questa santa parola dee avere dentro da se molti dolci e saporiti sapori d’allegorie, e di bellissime moralitadi; e sta pensosa, dicendo: mangiola, o no? E ritorna in sè medesima, e dice: Odi ch’io assaggerò questa uva, e vedrò s’io potrò intendere questa parola, e se io potrò trovare in essa questa mondezza del cuore, la quale colui che l’ha appo sè è detto dio [10], ed ègli promessa la visione d’Iddio, la quale è somma dolcezza e vita eternale. Preziosissima cosa è questa, Figliuola mia; molto è da disiderare e da cercare sollicitamente per trovare questa mondezza del cuore, la quale è laudata e commendata per cotante autoritadi di cotanti santi uomini, e per testimonianze di tante sante scritture. E così l’anima desiderante che questa evangelica parola gli sia meglio aperta e spianata, per meglio intenderla, incomincia a masticare questa uva, che la lezione gli pose alla bocca, e rompe questa uva masticandola cogli denti della meditazione, e priemela rugumando assai, siccome se la mettesse al torcitoio [11], e isveglia la ragione, che guida e mena la meditazione, perchè cerchi sottilmente dov’ è questa preziosa mondezza, e come si possa trovare. E isvegliata la meditazione incomincia a cercare questa uva, non di fuori, Figliuola mia; nella scorza, ma sotto il guscio dentro, perchè nel guscio di fuori non può trovare cosa, che gli dea a trovare questa mondezza. E però la rompe e mastica e ruguma tanto, premendola nel torcitoio della meditazione, che ella si leva più in alto, e passa tutte le interiore, e attentamente cerca tutto ciò che è dentro, e pensa, e considera che in questa paraula [12] non si dice: Beati coloro che hanno mondo il corpo; anzi vi si dice: Beati coloro che hanno mondo il cuore; perchè non basta l’uomo avere le mani innossie [13], e non colpevoli dalle male opere, se non s’astiene e non si guarda dalli mali pensieri. E ciò si puote bene provare per l’autorità del Profeta David, che dice: Chi ascenderà e monterà nel monte d’ Iddio, o chi starà e chi abiterà nel santo luogo suo? E rispondesi esso medesimo, e dice: Non vi monterà, e non vi potrà andare se non colui, che averà le mani innocenti, e che averà mondo il cuore dalle sozzure degli mali pensieri, e dalle lordure degli peccati.
Ancora è da pensare. Figliuola mia, quanto il predetto Profeta, adoperando sè santamente, disiderava questa mondezza, che dicea: Signor mio Domeneddio, crea in me cuore mondo e purificato e netto dalli mali pensieri e dagli sozzi peccati. Pensa ancora quanto era sollicito Santo Job di guardare e di salvare il cuor suo dalli mali pensieri e dalle sozzure delli peccati, che disse così: I’ ho fatto patto cogli occhi miei acciò ch’io non pensassi della pulcella. Ecco quanto si costrignea questo Santo Job, che serrava gli occhi quando parlava con alcuna pulcella e vergine, acciò che egli non vedesse le vanitadi, perchè egli, non scaltrito in guardarsene, non vedesse quello che poscia non vogliente disiderasse, e dannasse l’anima sua [14]. Da poi che l’anima santa e disiderosa d’avere questa mondezza hae trattato in questo modo d’essa, ella incomincia a pensare e a trattare del merito di questa mondezza, e che se ne dee seguitare, e dice così: Oh quanto sarebbe gloriosa cosa e soavissima vedere in cielo la gloriosa faccia desiderata e dilettevole di Domeneddio, che è più bello in forma che tutti i figliuoli degli uomini! Non dico, Figliuola mia, vederlo spregiato e vile, e non abbiente la bellezza in sè, della quale lo vestìo la madre sua, percosso, frustato, forato e crocifisso [15]; ma dico vederlo vestito della stola della immortalitade, e coronato della gloriosa corona, della quale il coronò il Padre suo nel die santo della Pasqua della sua santa resurrezione, e della gloria sua; e nel dì, dello quale canta la santa madre Ecclesia, che dice: Haec est dies, quam fecit Dominus: exultemus et laetemur in ea; cioè a dire: Ecco il dì, il quale fece Domeneddio, cantiamo e rallegriamo tutti in esso die. E però pensa che in quella visione sarà quella sazietade, della quale disse il Profeta [16]: Satiabor cum apparuerit gloria tua; cioè a dire: Messere, io sarò sazio quando apparirà nell’anima mia la tua gloria. Vedi tu, Figliuola mia, quanto di vino e di mosto dolcissimo è uscito di questa piccolina uva, la quale noi mettemmo nel tino [17] della meditazione? Vedi tu quanto fuoco spirituale è uscito di questa piccola e minima favilla: Beati mando corde, quoniam ipsi Deum videbunt? Vedi tu quanto questo percolino di pasta, e quanto questo micolino di metallo disteso nella engugine [18] della meditazione, o Figliuola mia, quanto si potrebbe ancora distendere se alcuno montasse più in alto, e avesse provato queste cotali cose? Imperò che questo pozzo è d’altissima profonditade; ma io ancora sono rozzo, e appena hoe trovato vasello, nel quale e col quale io ne possa attignere un pochettino di questa acqua dolcissima.
E così, Figliuola mia, l’anima infiammata di queste facelline, accese di questo soave fuoco, tutta si muta per questi desiderj, e rompe lo labaustro degli oliferi [19] e preziosi unguenti, e comincia a presentire l’odore non gustando, nè assaggiando la predetta dolcezza, ma odorandola, siccome per l’odorato del naso meditando e pensando bene questa parola masticata, e rugumata [20] bene, la quale gli ha data la continua lezione delle Sante Scritture. E allotta raccoglie in suo cuore tutte queste sante meditazioni, e pensa che molto sarebbe soave cosa e dolce sentire, per la esperienza dello gusto della dolcezza: della contemplazione, quello che l’anima conosce per l’odore della meditazione, che gli dee dare tanta gioconditade d’allegrezza.
Ma odi che fa l’anima meditante, che, in questo profondo pensare di trovare questa mondezza [21], tutta bolle e infiammasi di disidero d’averla, e non trovandola in sè, cerca in che modo la possa avere. Ma quanto più la cerca, più n’ha sete, e più la disidera; e quanto più la disidera, più vi pensa; e quanto più vi pensa, tanto hae maggior dolore, perchè non sente e non assaggia le dolcezze, le quali la meditazione gli mostra, che si trovano nella mondezza del cuore. Ma non gli vale il dolere [22], però che non le puote assaggiare, imperò che non s’appartiene a quel che legge, nè a quel che medita, d’assaggiare e di gustare quella dolcezza, se non gli fosse dato da Dio per grazia; perchè lo leggere e il meditare è cosa comunale agli buoni e agli rei uomini. E ciò si puote manifestamente mostrare per gli antichi filosafi, che furono pagani, che lessero molto, e lungo tempo meditarono, per sapere dove fosse il sommo bene; e trovarono bene, per via di ragione, che era in Domeneddio, primo motore. Ma perchè egli non gli renderono onore, nè grazie delle loro scienze, e non lo glorificare conoscendo che in lui era tutto bene, e tutta sapienza e tutta scienza, anzi si presumettero d’insoperbire e d’aggrandirsi [23], dicendo, noi magnificheremo le nostre lingue e le nostre labbra, perchè quello che noi sapemo si è da noi medesimi, e non l’abbiamo da Dio; egli non meritarono avere la grazia dello Spirito Santo, e non furono degni d’avere quello che gli averiano potuto avere. E però furono i loro pensieri tutti vani, e perirono nella loro vanagloria; e la loro scienza fu stolta, e fu tutta rosa e divorata, perchè non la riconosceano da Dio, ma credeanla avere per loro molto leggere, e per loro meditare. Ma sappi, Figliuola mia, che lo Spirito Santo è quello, che dà la verace sapienzia, cioè la saporita scienza, la quale rischiara tutto colui, che l’ha in sè, e riempielo di gioconditade inestimabile [24], e sazialo di tutti li beni. E questa è quella sapienza, della quale dice Salamone: La sapienzia non entrerrà nell’anima malivola; cioè a dire: La sapienzia non entrerrà nell’anima maliziosa. Ma questa sapienzia viene da solo Dio, imperocchè così come Dio concedette a molti l’oficio del battezzare, e ritenne a sè l’autoritàde e la balia di lasciare le offese [25], e di perdonare li peccati; onde Santo Giovanni Battista disse di lui, mostrando Cristo alli suoi Discepoli: Ecco colui che battezza nello Spirito Santo; così possiamo noi dire figuratamente di Gesù Cristo: Ecco colui che dà la saporita scienzia, e che fa saporita l’anima, nella quale ella si riposa. Ma così come la balìa di favellare è data a molti, così la sapienza, la quale Dio distribuisce a cui vuole, e in che modo vuole, e quando vuole, è data a molto pochi, come dice Cato [26].
E così vedendo l’anima meditante [27] che per sè non può venire alla dolcezza della esperienza disiderata cotanto; e vedendo che quanto più lieva il suo cuore in alto meditando, tanto più si leva in alto Domeneddio, però che egli è ineffabile, incogitabile e incomprensibile, incontanente s’aumilia inclinando il capo infino alla terra, e refugge allo rimedio della orazione, e dice: O Messere, o Signor mio Gesù Cristo, che non se’ veduto se non da coloro che hanno mondo il cuore, tu sai ch’io hoe investigato leggendo, e ho cercato meditando, e pensando sopra quello ch’i’ ho letto delle Sante Scritture, per sapere in che modo si possa avere questa preziosa mondezza del cuore, acciò che per quella io potessi vedere e conoscere te mio Creatore, o per alcuna piccolina particella d’essa, Signor mio, io addomandava il volto tuo nella lezione, e nol trovo ivi; ed ho cercato lungo tempo meditando, per vedere la faccia tua nella meditazione, e non ti posso trovare. E quanto io più vi penso, più mi cresce il calore e l’ardore del desiderio di vederti e di cognosoerti. E io questo mio profondo pensare mi cresce più la fiamma dei fuoco di disidero [28] di vederti e di cognoscerti; e tanto più mi cresce il desiderio, quanto tu più mi rompi e apri questo pane di questa santa scrittura : Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. E quanto tu più me l’apri, tanto più ti cognosco, perchè nel rompere del pane fosti meglio ricognosciuto dalli Discepoli che altrementi: e quanto più ti cognosco, tanto più disidero di cognoscerti. Ma non disidero di cognoscere nella scorza della lettera di questa uva, solamente per la lezione, nè anche nell’odore della grassezza dentro, per la meditazione con essa; ma eziandio per la prova e per la esperienza del sentimento, e dell’assaggiamento della dolcezza grandissima, per la santissima e soavissima contemplazione con l’aiuto della orazione. E non t’addomando questa grandissima grazia perch’io ne sia degna per merito, ma per la tua santissima misericordia; imperò ch’io sono indegna peccatrice anima, e così m’accuso e confesso a te, Signore mio dolcissimo, e so bene ch’io non sono degna di manicare questo pane, che tu mi rompi, come fue la Cananea. Ma, Signor mio Domeneddio misericordissimo, siccome ella ti disse: Eziandio, Messere, li catellini mangiano delli brici [29] e delli minuzzoli, che caggiono della mensa degli loro segnori; e però ti priego e chiamo mercede [30], Signore mio dolcissimo, che tu non guardi alli miei peccati. Dammi, Padre, misericordiosa l’arra della ereditade, che tu dei dare alli servi tuoi ed a quelli, che t’amano di buono cuore. Dammi, Signor mio, almeno una gocciola della tua piova celestiale, e della manna della tua rugiada, colla quale io possa rifrigerare e mitigare la mia grande sete, perchè io languisco sempre e ardo tutta per lo tuo cotanto disiato amore. E così con queste ardenti e infiammate parole infiamma e accende il suo desiderio dentro, siccome ella il mostra per l’effetto di fuori. E così con queste lusinghe e con queste infiammate parole chiama a sè amorosamente lo suo dolcissimo e dilettissimo sposo Gesù Cristo. E allotta lo suo sposo sapientissimo e cortesissimo, gli occhi del quale sempre sono aperti e vegghievoli sopra li giusti, e sopra coloro che l’amano con dirittura di cuore, non solamente si muove alli suoi preghieri [31], ma eziandio non aspetta tanto che l’orazione compia pure mezzo il suo corso, e siccome uno corriere frettoloso gli va allo incontro, e porta seco molti vaselli pieni di rugiada celestial , e pieni d’unguenti odoriferi e aromatici preziosi, e bagna e recrea e conforta l’anima affaticata con preziosi e confortativi lattovari. E se ella è asseccata e asciutta per le molte astinenze e per le molte lagrime, e per le molte vigilie, egli misericordioso sposo, e medico soavissimo, tutta la ingrassa di manna celestiale, e fagli dimenticare tutte le terrene cose mortali e vili, e fagli sì dimenticare sè medesima, che non cura di sè punto. E così maravigliosamente mortificandola al mondo, la riviva [32] in lui spiritualmente contemplando; e inebriandola della sua dolcezza, la fa sobria, temperata e casta. E così come in alquanti carnali operamenti l’anima dello sposo e della sposa si congiugne colla carne per concupiscenza, e per diletto carnale, in tale modo che non contradice alla carne e perde la ragione, e diventa ella tutta carnale, e fa l’uomo tutto carnale; così meritevolmente in questa superna contemplazione sono rimossi e tolti via da lei tutti gli carnali disiderj, e gli carnali movimenti, sicchè in nulla maniera la carne contradice allo spirito, e fa sè e l’uomo quasi tutto ispirituale [33].
Ma, o Signor mio Gesù Cristo, sposo dilettissimo, come sai tu quando tu dei dare all’anima sposa tua cotanta consolazione? E che segnale se ne puote avere del tuo avvento in essa [34]? O Signor mio, sarebbero testimonj, e messaggi, e corrieri di questo tuo avvento in lei le lagrime spesse, e li profondi sospiri. Se egli è così, novella contrarietà è questa, e significazione non usata. Or che convegnenza hae la consolazione con li sospiri, e la letizia colle lagrime? Signore mio, gran cosa è questa; ma certo io veggio bene che elle non sono lagrime, e non debbono essere dette lagrime, ma debbono essere dette rugiada, la quale tu mandi per tua misericordia, e spargi nell’anima dentro per grazia. Imperciò che s’elle fossero lagrime, e non tua rugiada, elle sarebbero messi, che mostrerrebbero che venissero di fuori dall’anima, e non dentro da essa; e così mostrerrebbero che la mondezza fosse di fuori del cuore e di fuori dall’anima, e non dentro da essa: così come il battesimo degli fanciulli per contrario fa che, per lo lavamento dell’acqua di fuori, si cognosce il purgamento [35] del peccato, ch’è nell’anima dentro. E così, Signor mio, in questa rugiada, che tu mandi nell’anima, è tutto il contrario; che così come detto è per lo lavamento drento di questa rugiada, che tu mandi nell’ anima dentro per grazia , invisibilemente si cognosce lo lavamento di fuori, che si vede, e che si mostra per l’acqua delle lagrime; e chi è mondo e lavato dentro si è lavato di fuori per la grazia: così come nel battesimo chi è lavato di fuori, per grazia è lavato e mondo dentro, perchè lo lavamento di fuori viene e nasce per grazia del lavamento dentro.
O bene avventurate lagrime, o bene avventurata rugiada, per le quali le macole delli peccati, che sono dentro dall’anima, tutte si purgano! O beati siete voi, che spargete queste cotali lagrime, e che piagnete i vostri peccati, imperò che voi riderete! O anima bene avventurata, che piagni li tuoi peccati, cognosci lo tuo sposo dolcissimo Gesù Cristo, che viene a te nell’abbondanzia delle lagrime. Abbraccialo disiderosamente [36], il qual t’inebria del fiume dolcissimo del suo gran diletto. Succia dalle poppe abbondevoli della consolazione lo latte dolcissimo e il saporito mele. Questi sono meravigliosi donuzzi e saporiti sollazzi, anima inebriata dell’amore di Gesù Cristo, li quali ti dà egli tuo sposo: ciò sono li dolci sospiri, e le profonde, e le saporite lagrime; ed egli ti reca a bere in queste tue lagrime a misura di sobrietade [37]. O anima bene avventurata, queste lagrime ti sono pane dì e notte; pane dico in verità di confermamento, che conferma lo cuore dell’uomo; pane dico più dolce che il mele, e che il fiare [38] del mele. O Signor mio Gesù Cristo, se queste lagrime, le quali si muovono e si svegghiano solamente per avere l’uomo memoria e disidero di te, sono così dolci, quanto sarà dolce lo gaudio e la letizia che s’a vera, e che si sentirà della manifesta visione di te? Certo non si potrebbe con lingua dire, nè in cuore pensare. E imperò che se piagnere e sospirare per l’amor tuo è così dolce cosa, quanto sarà più dolce e dolcissimo rallegrarsi di te in sè, che sarai omnia in omnibus; cioè che sarai tutte le cose in tutto?
Ma io non so perchè noi diciamo queste secrete parole così pubblicamente, e non so perchè noi ci sforziamo d’aprire, e di manofestare con parole comunali gli affetti segretissimi, che non si potrebbe con lingua dire, nè in cuore pensare [39]. E coloro, che non l’hanno provato, non lo intendono; ma coloro, li quali ella medesima, la santa unzione, cioè lo dolcissimo e il sapientissimo Jesù Cristo, lo quale è somma unzione, e sommo sacerdote, ammaestra, lo leggono e lo possono leggere più espressamente, cioè più apertamente nel libro della sperienza e della prova, altrimenti la lettera di fuori o poco, o nulla gioverebbe a chi la leggesse; imperò che poco di savore dà la lezione della lettera di fuori a chi legge, se non riceve in cuore lo intelletto della glossa e dell’allegoria d’essa lettera dentro.
O anima beata, sposa graziosa di Gesù Cristo, noi abbiamo a lungo tempo trattato e detto di questa parola evangelica, Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt, e di questi quattro gradi; ma spezialmente dello grado dolcissimo della contemplazione, cioè della dolcezza della visione, e dell’assaggiamento del sapore, e dell’abbracciamento di Domeneddio, al quale porto noi siamo venuti per la grazia e per la misericordia sua. Ma di quindi non si dovrebbe l’uomo rimuovere, nè mai partire, e vorrebbe dire come disse San Piero e San Giovanni a Domeneddio nella trasfigurazione sua: Domine bonum est hic esse: Messere, buona cosa è essere e dimorare qui, e contemplare la gloria tua; ma non si vorrebbe fare tre tabernacoli, o due, ma uno solo tabernacolo, nel quale noi ci dilettassimo insieme con lui, sicchè non fosse tra noi alcuno mezzo. E così stando l’anima abbracciata col suo sposo in cotanta dolcezza di soave diletto, esso nobilissimo e dilettissimo sposo suo Jesù Cristo dice a lei così: O anima santa, benedetta, dolcissima sposa mia, lasciami oggimai andare, ecco l’aurora si lieva, il dì si fa; ecco che hai ricevuto da me il lume della grazia, e la visitazione, la quale tu hai cotanto desiderata. E dagli la benedizione, che l’Angelo diede a Jacob, mortificandogli il nerbo della coscia, e mutando il nome di Jacob in questo nome Israel [40]. E datagli la sua benedizione a poco a poco si parte da lei lo sposo cotanto disiderato, e vassene tosto tosto, e di subito le sottrae sè medesimo così dalla predetta visione, come che dalla predetta dolcezza della contemplazione. Ma sappi, Figliuola mia, che non si parte da lei per grazia, imperò che egli le è sempre presente e quanto a reggerla e a governarla, e quanto alla unione e al congiugnimento, perchè sempre è congiunto con lei, avvegna che non gli si mostri presente. E però, sposa diletta di Gesù Cristo, anima beata, che hai avuta cotanta grazia da lui, e cotanto diletto, non ti maravigliare, e non ti muovere perchè lo sposo tuo si sia un poco rimosso da te, e non temere, e non ti disperare perchè egli si sia partito , e non credere che egli ti schifi, nè ch’egli t’abbia a vile, perchè egli non ti mostri la faccia sua. Imperò che se tu se’ ferma nel santo proponimento, tutto s’adoprerrà in tuo bene: e del suo avvenimento in te, e del suo partimento da te, tu meriterai grande guadagno, imperò che a te viene per tua utilitade, e da te si parte per tua utilitade. E sappi che quando egli viene a te, egli viene per darti consolazione; e quando egli si parte, sì sii, parte a maestria e a sagacitade [41], per gelosia che egli hae di te, perchè non vuole che la grandezza della consolazione ti lievi in alto, sicchè perciò tu monti in soperbia, e perda l’amor suo, e tutto il bene, che tu hai fatto, perchè tu potresti spregiare e avvilire le tue compagne, e potresti credere che questa gran consolazione di stare sempre con teco continuamente ti fosse data da lui per ragione di natura, e non per grazia. E così credendo te avere la sua grazia, potresti venire in sua disgrazia, perchè daresti l’onore alla natura, e non alla grazia di Domeneddio. E però sappi, o tu felice anima contemplante, e tieni bene a mente, che questa grazia della contemplazione Dio la dà a cui vuole, e quando egli vuole, per sua grande pietade e misericordia: e tieni a mente che non si possiede per ragione di eremitaggio, ma per divina grazia. E anche il fa, imperò che se egli stesse continuamente con teco, perchè la natura umana è debole e scorre leggermente in peccato, che forse per avventura prendendo tu sicurtà di lui, per lo continuo stare con teco nol terresti così caro, e potrestilo perciò leggermente avvilirlo, come la regina Vasti, che spregiò lo re Xerses, ond’ella fue disposta [42] di reame, e non fue più reina, e fue in suo luogo la reina Ester, perchè il proverbio d’uno Savio dice: La troppo grande familiaritade e dimestichezza, che l’uno fa coll’altro ingenera molte volte e partorisce sprezzamento [43]. Adunque sappi che egli si parte da te, perchè continuamente non stando teco sia più tenuto caro, e non sia sprezzato: e perchè, non standoti presente, sia più disiderato; e disperato, sia più disiderosamente addomandato; e lungo tempo addomandato, egli sia da te più piacevolemente e graziosamente trovato. Ancora sappi, che se egli non avesse mancato di darti questo sollazzo di questa contemplazione presente, la quale è enigmatica, cioè figurativa, a rispetto di quella contemplazione della vita eternale, imperò che ella è quasi una imagine scolpita, in rispetto della imagine viva, in comparazione del sollazzo, che egli ci de’ dare nella vita beata, e che ci sarà rivelata [44]. E anche si parte da te perchè tu, ed io, e gli altri contemplativi [45] non credessimo avere forse per avventura cittade durevole e permagnente sempre in questo mondo; onde addiverrebbe che non ci cureremmo affaticarci per trovare la città gloriosa della celestiale Jerusalem, la quale noi speriamo ancora avere per la grande misericordia e grazia di Gesù Cristo.
Adunque acciò che noi non pensiamo che il pellegrinaggio di questo mondo sia nostra terra e nostra patria, e acciò che noi non pensiamo che l’arra sia la somma del pagamento e del prezzo, lo sposo dilettissimo, tutto cortese e tutto savio, Gesù Cristo, viene e va a vicenda, e vassene. E così dà alcuna fiata all’anima contemplante consolazione, e alcuna volta muta tutto lo nostro stato in infermitade; e così a poco a poco permette che noi assaggiamo quanto egli è dolcissimo e soavissimo. Ed innanzi che noi lo sentiamo pienamente in noi, e’ sottraggesi e rimovesi da noi. E come l’uccello che si chiama l’aguglia [46], volando sopra i suoi figliuoli e con l’ali estese gl’insegna e muoveli a volare, così fa egli a noi, che, volando sopra noi con l’ale stese della sua benignitade e misericordia, e’ insegna volare, e provocaci a contemplare in lui, guardandoci sempre con gli occhi della sua benignissima pietade. E così come se egli dicesse: Ecco, figliuoli miei, molto poco avete ancora assaggiato quanto io sono soave e dolce; ma se voi vi volete saziare e satollare bene e pienamente di questa mia dolcezza, correte dopo me agli odori delli miei unguenti preziosi, e avviate li vostri cuori qua suso, ove io sono dalla mano diritta del mio Padre onnipotente, dove voi mi vedrete non per specchio e imagine, cioè per somiglianza e in figura, ma vedretemi a faccia a faccia, e allegrerretevi meco, e goderà pienamente il cuore vostro, e l’allegrezza vostra non potrà mai essere tolta per alcuno, e non si partirà mai da voi, anzi starà sempre con voi in saecula saeculorum. Amen.
E guardati, o anima, la quale se’ sposa di Cristo, e pensa bene in che modo lo sposo s’è partito da te. Non fare cosa alcuna che non sia da fare, perchè avvegna che egli si sia partito, egli non è andato molto dalla lunga. E pensati che, avvegna che tu non vegghi lui, egli vede ben te; pieno è tutto d’occhi dinanzi e di dietro, e non ti gli puoi nascondere: e sappi che egli ha posto intorno da te [47], e presso a te, gli suoi messi; ciò sono gli Spiriti e gli Angeli, che sono molto savi e scalterite spie, acciò che veggano come tu adoperi, e come tu ti porti mentre che egli stae spartito da te. E se tu manchi di bene operare, e se non ti guardi da peccare, queste spie t’accusano, e fanno grandi richiami di te dinanzi a lui d’ogni vana parola, e d’ogni mal segno che hanno udito e veduto in te, e d’ogni lascivitade e scurrilitade, che tu avessi commessa, o che egli avessero potuto comprendere in te. E però sappi che questo tuo sposo è molto pieno di gelosia; onde s’egli sapesse che tu avessi preso altro amadore, incontenente si partirebbe da te, e prenderebbe altra amanza.
Sappi che questo tuo sposo è giovane molto dilicato e ricco, e nobile oltre misura; ed è più formoso e bello che uomo, che fosse mai, nè che sia, o che debbia essere tra gli figliuoli degli uomini; e però egli non degna avere se non sposa savia, bellissima, mondissima e lealissima, che gli porti leanza. E se egli vedesse in te alcuna macola, incontenente rivolgerebbe lo sguardo degli suoi occhi in altra parte, e non ti degnerebbe vedere, imperò ch’egli è tanto tangeroso [48] e dilicato, che non puote sostenere di vedere, nè d’udire, nè di sentire alcuna sozzura, nè alcuna immondizia. Adunque, o anima, che hai tanto onore, che se’ sposa di così bellissimo, savissimo e dilicatissimo e ricchissimo sposo, priegoti che ti salvi e guardi monda e pura, e che salvi l’onore del tuo sposo quanto tu puoi il più. Sia, per amore di così altissimo marito e compagno, tutta casta, tutta di costumi santa e ornata, tutta umile, tutta vergognosa e tutta benigna, acciò che tu sia degna per merito di ricevere la grazia d’essere visitata spesso, e amata e diletta da cotanto sposo.
Ma io temo, o Figliuola mia, o anima santa, o anima beata, che questo ragionamento , che io Agostino faccio con teco non ci tenesse troppo, imperò che quanto più parlassimo d’esso, più ne crescerebbe la materia del dir d’esso. Or voglio che tu sappi, che a fare con teco questo ragionamento così segreto m’ha costretto la materia utile e dolce, che non è sanza gran frutto. La quale materia, e lo quale ragionamento certo io non distendea, e non la prolungava per volontà ch’io n’avessi: ma in verità ti dico, che io non so come io l’abbia fatta, se non che la dolcezza dell’utilità è tanta, che m’hae sottratto a dire cotanto d’essa, non vogliendone io dire cotanto.
Acciò che quelle cose che noi abbiamo dette prolissamente, cioè con lungo ragionamento, congiunte e raunate insieme meglio e più chiaramente s’intendano, raccogliamo tutte insieme brievemente in una somma, ricapitolandole in questo modo.
Siccome nelli predetti esempli è detto, vedere si puote come gli predetti gradi si giungano insieme ordinatamente, così spiritualmente come causalmente, e per ragione l’uno vae innanzi all’altro. E però sappi, o anima beata, o sposa del Salvatore, che la Lezione viene in la [49] composizione di questa Scala in prima che gli altri, siccome uno fondamento, e dacci materia che per essa si vegna e vada alla Meditazione, e mandaci ad essa. E la Meditazione cerca diligentemente che cose noi dobbiamo appetere [50] e disiderare; e così quasi come uno che cavasse in uno campo per trovare tesauro, truova e mostra lo grande tesauro, che si nascondea nel campo della Lezione; lo quale tesauro noi non potevamo vedere, nè trovare in essa. E con ciò sia cosa che ella per sè non possa tenere, nè avere questo tesauro, che ella hae trovato, incontanente ci manda all’Orazione. E l’Orazione si sforza e raccoglie e rauna tutte le sue forze, e dirizzasi tutta ivi, dove è trovato il tesauro, e lieva le mani in alto, ed erge la mente sua verso il cielo, e addomanda, divotamente pregando, l’aiuto della Contemplazione soavissima, che compia li lor difetti, cioè li difetti della Lezione e della Meditazione, e dell’Orazione. E la Contemplazione misericordissima [51] udendo li devotissimi prieghi dell’Orazione, incontenente si muove a pietade, e soccorre e rimunera le tre compagne e sirocchie predette delle loro fatiche, e dà loro questo tesauro preziosissimo, che è cotanto desiderato; imperciò che ella mena l’anima assetata e affamata del disidero grande nel refettorio soave, pieno d’ogni dolcezza, e saziala e inebriala della dolcezza della rugiada del tesoro celestiale.
Adunque comprendiamo che la Lezione è secondo l’esercizio dell’operamento di fuori. La Meditazione è secondo l’esercizio dell’operamento dell’intelletto di quello che è nella Lezione. La Orazione è secondo il disidero e l’affetto d’avere e d’intendere per operamento, e per esperienza d’assaggiare per quello che intende per la Meditazione. La Contemplazione è sopra ogni sentimento, e avanza tutto; impero io che in lei è la dolcezza somma, che si disidera d’assaggiare non solamente nel guscio della Lezione di fuori, nè in l’odore dentro della Meditazione, nè anco nell’addomandamento della Orazione, ma eziandio nel gusto e nell’assaggiamento della sperienza e della pruova della Contemplazione. E però sappi, o anima santa, che il primo grado di questa Scala, cioè la Lezione, è di quelle anime, che cominciano ad amare Gesù Cristo, e che cercano per trovarlo; ma non lo trovano leggendo solamente. Lo secondo grado di questa Scala, cioè la Meditazione, è di coloro, che vanno più innanzi, e che cercano tanto, che per via di ragione lo trovano; ma non l’addomandano al Padre eternale con devozione d’orazione. Lo terzo grado di questa Scala, cioè l’Orazione, è di quelle anime, che sono divote, e che divotamente di tutto lor cuore pregano Dio, e addomandangli che gli dea a vedere la faccia sua gloriosa, e che gli dea a tenere e assaggiare la dolcezza dell’amor suo. Lo quarto grado di questa Scala, cioè la Contemplazione, si è delle beate anime, che sono sì perfette nella santa operazione, che sempre son degne per la grazia di Dio stare ed essere col suo benedetto sposo, o stea con loro visibilmente, o partendosi da loro invisibilmente stando seco, e che gustano e assaggiano la somma dolcezza abbracciando e tegnendo lo suo dolcissimo sposo Gesù Cristo.
Ora sappi, anima beata, che questi quattro gradi, che sono detti, sono così ordinati per ordine di ragione come io t’ho detto, e sono sì incatenati insieme di vicendevole aiuto, cioè a dire che servono sì l’uno all’altro, e sì s’abbisogna l’uno dell’altro, che quelli che vanno innanzi, imperciò che raramente possono valere, non fanno alcuno giovamento sanza li seguaci, cioè sanza quegli che seguono; e se giovano in alcuna cosa, poco possono giovare: nè quelli che seguono, sanza quelli che vanno innanzi, imperò che raramente possono valere l’uno sanza l’altro, e raramente si possono avere se non si hanno tutti insieme.
O anima, dimmi, e Dio ti salvi [52], or che ti vale, or che ti giova la continua lezione, e che ti giova occupare lo tempo e perderlo, leggendo le Sante Scritture; e che ti giova trascorrere la vita delli Santi Martiri e dei Profeti, e degli Apostoli, e de’ Santi Padri, se tu non le mastichi e se tu non le rugumi co’ denti e tra’ denti della Meditazione? E se rugumando e premendo questa uva, non ne trai fuori il sugo e il mosto, e non l’assaggi, e se non lo inghiotti, e se nol mandi dentro infino all’enteriore del cuore? Certo, se tu pensi bene, molto poco ti vale. Adunque pensiamo diligentemente, per questo che è detto, lo stato nostro, e studiamci, e sforziamci fare le sante operazioni di coloro, delli quali a noi diletta leggere le sante scritture, e disideriamo seguire sempre l’opere della loro santitade. E come potremo noi meditare sì, che noi schifassimo le vanitadi e le falsità del meditare, e che non rompessimo le costituzioni e gli ordinamenti delli Santi Padri, se in prima non fossimo bene ammaestrati per lo leggere della Lezione, o per udirla sporre da’ maestri? Certo malagevolemente [53] lo potremo fare, imperò che l’udire quasi s’appartiene alla Lezione; onde suole dire uno notabile: Non solamente è vero noi avere letto i libri, li quali noi abbiamo letti a noi, o vero che noi abbiamo letti ad altre persone; ma eziandio noi abbiamo letti quelli , che abbiamo uditi dalli nostri maestri.
Ancora mi di’, beata anima, che ti varrebbe la Meditazione, se tu vedessi per via di ragione ciò che tu dei fare, se tu non l’avessi per l’aiutorio dell’Orazione, cioè se tu non addomandassi a Domeneddio, che per sua misericordia ti desse grazia d’avere e di tenere quello, che tu hai trovato per la Meditazione? Or non disse Santo Jacobo: = Omne datum optimum, et omne donum perfectum, desursum est, descendens a Patre luminum [54]; cioè a dire: Ogni dato ottimo, e ogni perfetto e compiuto dono, è di sopra, cioè è dato da Domeneddio, e discendente negli uomini, viene in loro dal Padre de’ lumi della claritade: e sanza il quale noi non possiamo fare alcuna santa o buona operazione? E sappi che egli s’adopera in noi non a postutto sanza noi, perchè, come dice l’Apostolo, Nos sumus cooperatores Dei; cioè a dire, che quando Dio s’adopera in noi, che si conviene che noi adoperiamo con lui in noi medesimi, però che, così come è detto, egli s’adopera in noi non a postutto sanza noi [55]. E in altro luogo, nella Santa Scrittura, si dice: Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te; cioè a dire: Colui che crioe te sanza te, non ti salverà sanza te. Dio vuole, o anima santa, che noi lo lusinghiamo e preghiamo, e che noi gli serviamo di tutto il nostro cuore. E vuole ancora che noi gli apriamo l’uscio del cuor nostro quando egli picchia, e quando egli aspetta alla porta perchè gli sia aperto. Apriamgli dunque il seno della nostra volontade, consentiamgli, e facciamo tutta la sua volontade. O anima santa, bene avventurata sposa del nobilissimo e pietosissimo Jesù Cristo, pensa fermamente che questo consentimento addomandava egli alla Samaritana, quando egli le dicea: O tu, femmina, chiama il tuo marito, così quasi come s’egli le dicesse: O tu, femmina, apparecchia l’orecchie tue alle mie parole, e dammi lo tuo marito, cioè dammi lo tuo libero arbitrio, però ch’io voglio mandare e spargere la grazia mia sopra te. Certo egli addomandava a lei la orazione ragionevole, quando egli le dicea: O femmina, se tu sapessi e cognoscessi lo dono di Dio, e chi è quello che ti dice dammi bere, forse che tu addomanderesti a lui lo dono dell’acqua viva, e diresti a lui: Dammi bere, Messere Creator mio, dammi bere dell’acqua tua vivissima. E allotta la femmina quasi così come s’ella l’avesse letto in una lezione, e come s’ella ne fosse stata ammaestrata, incontenente meditò e pensò in suo cuore, che cosa buona sarebbe a lei e utile a sapere e potere trarre e avere questa acqua viva, che Cristo dicea che le darebbe bere, e assaggiarla per lo gusto e berla. E allotta accesa tutta, e infiammata di disidero per la meditazione, convertissi e tornò all’aiuto dell’orazione, dicendo a Jesù Cristo: Messere, dammi di questa acqua, acciò che io non abbia più sete, e acciò che non mi faccia bisogno venire più qua, nè trarre più dell’ acqua di questo pozzo.
Hai tu bene udito, Figliuola benedetta, hai tu bene veduto come l’udire, o vero lo legge della parola di Dio, e come la meditazione seguentela [56] infiammaro e commossero questa femmina che ricorresse all’orazione, nella quale ella il pregò che gli desse a bere di questa acqua viva, che ha cotanta virtù, che chi ne bee non ha più sete in saecula saeculorum? Or dunque dimmi, come sarebbe ella stata sì sollicita e sì presta ad orare, e a pregare Dio, se in prima non l’avesse infiammata e accesa la meditazione? E certo non sarebbe suta così infiammata, se non per divino miracolo. Or che gli sarebbe giovato la meditazione, che andò innanzi alla orazione, se essa orazione non l’avesse seguitata, e se non avesse addomandato a Dio quello che la meditazione gli mostrava, che ella dovesse desiderare e appetere e addomandare? E però dunque, acciò che la meditazione sia fruttuosa, conviene che ella segua la devozione dell’orazione, lo compimento e l’effetto della quale orazione è la dolcezza del dolcissimo, e odorifero, e soavissimo sapore della contemplazione.
Or dunque di questo possiamo raccogliere che la lezione sanza la meditazione è cosa secca; e la meditazione sanza l’orazione è erronea, cioè a dire eh’è piena d’errori, come quella delli filosofi gentili e pagani, che, perchè non hanno il fondamento della fede, sopra il quale si fondi, imperò ruina e cade gli suoi dificj. L’orazione sanza la meditazione è tiepida e fredda. La meditazione sanza l’orazione non fa frutto. La orazione, che si fa divotamente, è acquistatrice e guadagnatrice, cioè a dire che acquista e guadagna la contemplazione. l’acquistamento della contemplazione sanza l’orazione, ovvero ch’ella si fa radamente, ovvero che ella è miracolosa [57], imperciò che Domeneddio solo, la potenzia del quale non ha fine, e del quale la misericordia è sopra tutte l’opere sue, puote fare ciò che gli piace, e darla a cui si vuole. Egli Dio solamente onnipotente movendosi a pietà, Figliuola mia, alcuna volta suscita gli figliuoli d’Abraam delle pietre, come dice la Scrittura [58], cioè a dire, ch’egli trae i suoi scelti e li suoi amici indurati, e che non vogliono obbedire, delle durezze del cuore, imperò che egli rammolla e umilia li cuori, che non gli vogliono consentire, e che sono indurati in mal fare nelle durezze de’ peccati. E strigneli tanto alcuna volta che, o per suo merito alcuno, o per priego d’alcuna santa persona, egli torna a verace penitenza, e consente in tutto a Domeneddio.
E però dico che Domeneddio è quasi prodigo, cioè a dire, che Domeneddio è di sì ismisurata larghezza, che egli dae lo bue per le corna all’uomo, così come si suol dire volgarmente [59]. E sai tu, Figliuola mia, quando egli dae lo bue per le corna, e a cui? Certo egli il dà allotta, quando egli non chiamato, per li prieghi dell’orazione, entra nell’anima santa, semplice e purificata, e se gli proferisce; ma questo incontra molte rade volte, e fallo a pochi uomini. Ma perchè egli desse questa grazia ad alcuno suo amico, siccome a San Piero e a Santo Joanni, e agli altri Apostoli, e a San Francesco [60], e ad alcuna altra persona pura e semplice sanza lettera, non dobbiamo noi presumere, nè ardire di volere essere contemplativi sanza la dottrina del leggere e del meditare e dell’orare. Imperò che altrementi egli sarebbe quasi come tentare Domeneddio; ma dobbiamo fare quello che s’appartiene a noi di fare. Dicolti, Figliuola mia, a noi s’appartiene di leggere le Sante Scritture spesso, e meditare in esse le sante allegorie e le sante moralitadi, che sono nella midolla dentro per santa dottrina, per la quale noi possiamo per fede, e per speranza amare Domeneddio sopra tutte le cose, e il prossimo nostro come noi medesimi; e acciò che noi possiamo avere, per l’orazione divota, lo grande diletto, che s’acquista per la santa contemplazione, cioè vedere e tenere lui Creatore, e che egli consideri con misericordia la infertade e la debilezza nostra, e compia per la sua pietade degli nostri difetti [61]. La qual cosa egli medesimo Jesù Cristo c’insegna nel Vangelio, dicendo così: Petite et accipietis, quaerite et invenietis, pulsate et aperietur vobis; cioè a dire, com’è detto di sopra: Addomandate, e saravvi dato; cercate, e troverrete; picchiate, e saravvi aperto. Cioè addomandate la vita eternale, e saravvi data in prima nelle sante scritture; cercate per essa leggendo spesso quelle sante scritture, e troverretela meditando in esse; picchiate fortemente, orando divotamente, e saravvi aperto contemplando. E così facendo si fa violenzia e forza al regno del cielo, siccome egli dice: Nunc enim regnum coelorum vim patitur. E poscia si dice: Violenti rapiunt illud; cioè a dire, quelli che fanno forza altrui rapisce e toglie per forza lo regno del cielo [62]. Il regno del cielo patisce e comporta che gli sia fatta questa forza, per la misericordia di Jesù Cristo.
Ecco ch’io t’ho mostrato come gli predetti quattro gradi si congiungono insieme, e come si possono compiere per distinzioni, e quello che ciascuno adopera in noi di bene. Dicoti in veritade, che beato è quello uomo, lo quale vuoto di tutti gli altri pensieri, e che vuoto l’animo d’ogni altra rangola [63], disidera sempre di rivolgere lo intelletto suo in questi quattro gradi. E dicoti in verità, che beato è quello uomo, che vende ciò che egli ha per comperare questo campo, nel quale è nascosto lo tesoro desiderevole, e che il compera. Or ci pensi l’anima e vegga quanto è soave cosa questo tesauro, e quanto dee fare lieto e gioioso [64] lo segnore, che compera così preziosa cosa, e possiedela al suo piacere. Parti bene che costui debbia essere allegro? Certo sì; però che nel primo grado di questa Scala, cioè nella Lezione, egli si svegghia pauroso, che dormia nel sonno del peccato, e lievasi e dilungasi da esso peccato, e rimuovelo da sè per la confessione verace. Nel secondo grado, cioè nella Meditazione, egli si fa circospetto, cioè a dire, che egli si guarda intorno per bene guardarsi da ricadere in esso. Nel terzo grado, cioè nella Orazione, si fa divoto a Domeneddio, e addomandagli grazie che ella si possa sempre mantenere nel piacere. Nel quarto grado, cioè nella Contemplazione, egli è soprallevato [65] a vedere le segrete cose del cielo, e sente il gran diletto di vedere la splendidissima faccia di Gesù Cristo in Sion, cioè nella città celestiale di Gerusalemme, perchè montando di scaglione in scaglione si monta di vertù in vertude infino che fie lassuso in quello luogo, dov’egli riceveo la graziosa gloria disiderata.
O anima beata, sposa del soavissimo sposo, beato è colui, al quale è conceduto stare in questo ultimo grado della contemplazione pur un poco di tempo; imperò che egli può dire veracemente così: Ecco che io sento in me veracemente la grazia di Domeneddio; ecco che io contemplo bene con San Piero e Santo Joanni; ecco che io mi diletto con Jacob, e negli abbracciamenti della bellissima donna Rachel. Ma sai che ti dico, anima felice, guardisi bene colui, ch’è cotanto esaltato, e che è levato infino al cielo contemplando, che dopo questa contemplazione, per disordinato cadimento in peccato di dilettazione alcuna, nè di soperbia, nè d’alcuno altro vizio, non ruini e trabocchi in abisso del profondo, del tenebroso, e oscurissimo inferno. La quale cosa gli può bene incontrare, se per la sua sciocchezza egli si rivolge più, e s’egli ritorna alle sozzure de’ peccati, e alle puzzolenti lascivitadi del mondo, e alli puzzolenti diletti della carne misera e corruttevole. E quando lo infermo sguardo dell’uomo non potrà sostenere lo grande splendore del verace e sommo lume, stando nell’ultimo grado di questa Scala, cioè nella dolcissima contemplazione, descenda leggermente e soavemente e ordinatamente così come ella è ordinatamente montata, non secondo il libero arbitrio, ma secondo che ragione comanda, e steavisi in ciascuno d’essi gradi secondo che la ragione del tempo e del luogo richiede, sappiendo che cotanto è più presso a Domeneddio, quanto egli è più a lungi e più rimosso dal primo grado. Ma, ohimè, quanto mi doglio dell’umana debilitade, e della misera sua condizione! Ecco che per la guida della ragione, e per la testimonianza delle scritture noi veggiamo apertamente che, in questi quattro gradi, sono quattro perfezioni di santa vita. E veggiamo bene che tutto l’esercizio dell’uomo spirituale, si dee rivolgere in essi, e con essi fare la sua conversazione. Ma dimmi, anima santa, chi è quegli, e quanti sono che bene lo faccia [66]? Certo se alcuno se ne truova, molto è da lodare. Certo so io bene che molti il vorrebbero fare, perchè il volere s’appartiene a molti, ma l’operare, cioè compiere per opera, s’appartiene a pochi. Or piacesse a Domeneddio che noi fossimo di quelli pochi.
Quattro sono le cose che impediscono questi quattro gradi, e che sottraggono noi, e rimuovono noi da essi. La prima cosa si è la necessità grande, che non si può schifare; la seconda è la utilità della onesta operazione; la terza è l’umana infermitade; la quarta è la vanità del mondo. La prima, cioè la necessità inevitabile, che non si può schifare, si è da scusare. La seconda, cioè l’utilità della onesta operazione, è da comportarla e da sostenerla. La terza, cioè l’umana infermitade, è miserabile, cioè a dire, che richiede misericordia. La quarta, cioè la vanità del mondo, è da essere vituperata e biasimata, però che ella è piena di sozzure e di peccati, e di vani pensieri. E dicoti in verità, meglio sarebbe a questi cotali, che sono ritratti dal santo proponimento di questi gradi per la vanità del mondo ingannevole, ch’egli non avessero mai cognosciuta la gloria di Dio, che tornare a dietro, e partirsi da lei da poi che l’ebbero cognosciuta. Or che scusa potranno avere questi cotali delli peccati loro? Or non gli potrà dire lo Signore Dio giustamente queste parole: Ditemi, o voi peccatori, or che vi debbo io fare, che io non vi facessi? Voi non eravate, e io vi creai, e dievvi l’essere, poi per superbia peccaste, e facestevi servi del diavolo, e libera’vi e trassivi di quello sozzo servaggio, e ricompera’vi [67] col mio propio sangue, il quale io sparsi per voi nel legno della croce della mia passione. Voi correvate come cavallo sanza freno a mal fare, e andavate con gli maladetti uomini e con gli empi malfattori, e con gli peccatori sciagurati, e io vi trassi fuori di quella mala via, e scelsivi dagli altri, e mena’vi e ridussivi alla via santa e buona, e diedivi la grazia mia, che stavate sempre nella mia presenza e nello mio cospetto. Certo io volea fare di voi e delle vostre anime mie case, e mie abitazioni, e mie magioni, e mie camere, e abitare volea sempre con voi; e voi m’avete spregiato e rifiutato, e avetevi gettato dopo le spalle me e le mie parole, e non vi siete curati di me, se non come d’uno straniero, che non v’avesse unque fatto alcuno bene [68]. Siete andati dopo li vostri vani disideri e dopo le concupiscenze carnali, e avete rifiutata la dolcezza della mia grande soavitade. Queste parole rampognose puote loro dire Dio ragionevolemente; ma noi possiamo veramente dire a Messer Domeneddio così: O Signore Dio, buono, pietoso, umile, e mansueto, amico dolcissimo, consiglier savio, aiutatore forte, quanti sono questi cotali uomini sfacciati, crudeli, malarditi e pazzi, che ti rifiutano, e che ti scacciano da sè e dell’albergo loro, e che spregiano te così umile, così benigno, e così mansueto, e così poderoso, e con vertudioso e nobilissimo oste [69], e non ti vogliono ricevere nella camera dell’anima e del cuore loro! Signor benigno, vogliono innanzi ricevere le demonia, e vogliono innanzi che v’entrino in essa i puzzolenti vizj, e che ci alberghino le sozzure de’ peccati, che tu. Certo ben sono sciocchi e pazzi e fuori d’ogni rimedio di buoni pensieri. Oh, guai a loro! come egli hanno fatto mal cambio, li sciagurati! S’egli pensan bene in cuor loro, hanno cacciato di casa loro lo sommo bene, lo datore delle grazie, lo creator loro, e hannola impiuta di demonia, cioè di puzzolenti pensieri e di pericolosi e abominevoli e maladetti peccati. O isciagurati, o male inventurati, o sciocchi e pazzi peccatori, perchè non vi pentete, e perchè non tornate a Dio? Perchè non piagnete di cuore profondo i vostri mancamenti, li vostri peccati? Pensate che piccol tempo è che il cuore e l’anima vostra era camera e letto segreto, per grazia, dello Spirito Santo, e ora n’avete fatto magione e camera di demonia, spelonca di vizj, e abitazione delle sozzure de’ peccati. Ohimè, come mi duole, e come mi sa rio [70]! Certo se voi cercate, e palpate bene, ancora troverete calde le orme dilicate e memorevoli dello sposo soavissimo Jesù Cristo; e le vostre anime infelicissime avolterie ci hanno mescolato avolterio, e hanno ricevuta in sè la scellerosa puzzolente e malfattrice amistade delli peccatori [71]. Certo molto sconvenevole cosa mi pare che gli orecchi, che hanno udite le celestiali parole sì sagratissime, che non è cosa licita, che lingua d’uomo le manifesti, così tosto s’inclinino a udire le vanitadi e le favole delle sozzure mondane, delle bugie, degli inganni e delle detrazioni mondane delli scellerati peccatori. Deh! Signor mio, che è questo a udire, che coloro che si battezzano nelle lagrime, che spandono in abbondanza contemplando, così subitamente son convertiti a udire parole di vani diletti; e le lingue, che poco innanzi cantavano le laude di Dio, e che lusingando Dio con dolciate e con infocate parole reconciliavano lo sposo con la sposa, cioè che reconciliavano Jesù Cristo con l’anima contemplante, e menavanla nella cella vinaria, cioè nella cella delli dolcissimi e odoriferi e saporiti vini della visione di Dio, così subitamente si son rivolte e converte alli vani favellamenti delle mondane lordure e delli voluttabri [72], cioè delli fanghi delle sozze e lorde scurrilitadi, e ad ordinare e a trattare tradimenti, falsitadi, inganni e detrazioni de’ prossimi loro, per acquistare la lordura della non durevole vita del mondo! Priegoti, Signor mio, per pietà, che l’amistà di questi cotali apostati sia di lungi da noi, che così leggiermente si partono da te. Sbandiscila, Messere, priegoti dalli nostri cuori; scacciala dalle nostre anime, se egli pur perseverano nell’error loro, e non tornano al salutevole ammendamento. Finalmente ti dico, anima bene avventurata, sposa dilettissima di Jesù Cristo, che se alcuna fiata per fragilitade umana e per debolezza di mente sdruccioliamo e caggiamo nelle predette cose, la qual cosa non voglia Dio che sia, non ci dobbiamo disperare, ma dobbiamo sicuramente ancora ricorrere e ritornare alla pietosa clemenzia del sommo medico Jesù Cristo, lo quale lieva il misero peccatore della polvere delli peccati, e pregarlo dolcemente ch’egli ci curi e mondi della lebbra d’essi peccati, imperò che egli è benignissimo, che si rallegra della vita del peccatore, e vuolla e desiderala, e non ama e non desidera la sua morte.
Or mi pare che sia bene oggimai tempo che noi pogniamo fine alla nostra Pistola, e però gli pogniamo fine. Or pregheremo adunque l’onnipotente Dio, ch’egli per la sua pietade in questo presente tempo in noi mitighi gl’impedimenti, che ne rimuovono dalla sua contemplazione, e nel tempo che verrà li rimuova da noi al postutto, sicchè non ci possano impedire nello salimento delli gradi di questa Scala, acciò che egli ne conduca per essi gradi di vertude in vertude, infino che noi veggiamo nella celestiale Sion a faccia a faccia lo Dio degli Dei, del quale è ogni gloria, ogni laude, ogni vertude, e ogni sapienzia. E a lui Dio, Padre onnipotente, Creatore di tutto, sia ogni onore, e alla sua Madre, sempre Vergine gloriosa Santa Maria, per infinita suecula saeculorum. Amen. Amen.
Note
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[1] Secondo il Codice Bernardini leggesi: le vanitadi del mondo ec. e serratisi dentro ne’ chiostri e ne’ santi monasteri. De quanto abbiamo veduto nei precedenti Trattati, la lezione dentro dalle chiostre ec., ha più dell’originale, essendo quella, che fu adottata dagli scrittori del buon secolo, e che vien ritenuta anco in seguito.
[2] Emperio per empireo. Vedasi la Nota 1 alla pag. 137
[3] Il presente passo servì nella Crusca a conferma delle voci sazievole, giocondevole e radiante qui sopra riportate. Nel Codice Bernardini abbiamo godevole, voce che discordando dal nostro testo, discorda pure dall’autorità nel Vocabolario allegata sotto la voce giocondevole.
[4] All’articolo Meditazione leggesi nella Crusca un esempio, che affermasi spettare alla Città di Dio di S. Agostino. La sua piena rassomiglianza però al presente passo, dimostra chiaro l’errore di tale asserzione; errore che dovea indubitatamente in addietro avvenire, per l’opinione che avevasi che questa morale operetta a S. Agostino ella pure appartenesse.
[5] Riportandosi nel Vocabolario la voce levamento nel significato di elevamento, elevazione, si trascurò l’altra sua equivalente lievamento, che eravi già stata introdotta all’articolo contemplazione.
[6] Le parole che dire non si potrebbe, come al sentimento opportune, vennero supplite dal Codice Bernardini.
[7] Cioè essa mastica, e lo rompe, e lo ruguma, e prieme. Varj sono gli esempi che abbiamo negli antichi scrittori di questo uso della particella la, che in forza di pronome veniva da essi ad esuberanza adoprata.
[8] La Crusca si valse di questo unico esempio per mostrare il senso metaforico, che ha la voce grascia: e dal periodo antecederne trasse gli esempi riportati sotto gli articoli addimandamento, contemplatione, ricreativo.
[9] Vale a dire, siccome se gli desse alcun uomo una bellissima uva matura a manicare. Dal Codice Bernardini abbiamo la seguente lezione, che trovammo assai meno originale : E nella lezione odo leggendo questa parola vangelica. Ecco questa parola ella è molto brieve ec. siccome se se all’ uomo una bellissima uva ec.
[10] Cioè, divino, beato. Anco nei precedenti Trattati vedemmo adoprarsi ègli ed èlle, onde denotare gli è, le è.
[11] Macchina per stringere o premere le uve, che più comunemente dicesi strettoio.
[12] I Gradi di S. Girolamo ed altre antiche scrittore ci prestano più esempi di paraula per parola.
[13] Non desiderio di ravvivare antiche voci, che, per la troppo rigorosa rassomiglianza alla loro derivazione latina, non riuscendo ben pieghevoli all’indole di nostra favella, non potranno aver sede giammai nel Tesoro di essa, ma per la fedeltà dovuta al nostro Codice, l’unico che ci dia fin qui a conoscere per intiero la materia del presente Trattato, ci costrinse a dar preferenza ad innossie piuttosto che ad innocenti, come abbiamo poco appresso, e come leggerebbe il Codice Bernardini, ed a valerci pure di olifero, voluttabro e d’altre, che non hanno Codici da trarne sostituzioni di corrispondente valore, e di suono migliore.
[14] E macchiasse l’anima sua; secondo il Codice Bernardini.
[15] Percosso, frustato, e forato, e battuto, e schernito, e crocifisso; così nel Codice Bernardini.
[16] Ecclesia adoprava pure l’Albertano. Dopo le parole il Profeta, aggiungesi nel Codice Bernardini nel Salmo: quest’aggiunta fu da noi trascurata, conoscendosi bene che il detto del Profeta, che seguita, appartiene ai Salmi, e specialmente al versetto 18 del Salmo XVI.
[17] Per conservare uniformità con quanto è detto di sopra, legge qui il Codice Bernardini torcitoio.
[18] Alterazione di ancudine. Nel Codice Bernardini laggesi poco in vece di micolino.
[19] Labaustro per alabastro, e olifero per ogliente, odorifero, sono voci non registrate nella Crusca.
[20] Questo adiettivo da rugumare, manca nel Vocabolario.
[21] L’esempio che la Crusca riporta sotto la voce mondezza, e che dicesi estratto dalla Città di Dio di S. Agostino, dall’intera corrispondenza ch’egli ritiene con questo passo, può con certezza affermarsi appartenere al presente Trattato. Donde poi nascesse l’ errore di sì fatta citazione fu già avvertito alla pag. 417.
[22] Essendosi detto di sopra, e quanto più vi pensa, tanto hae maggior dolore, viene quindi a trovarsi erronea la lezione del Codice Bernardini, secondo la quale abbiamo: Ma non gli vale l’odore, perocché ec.
[23] Dal presente passo può aversi un esempio, mancante nella Crusca, di farsi grande, che viene assegnato al verbo aggrandirsi. Il testo Bernardini in questo periodo resta inferiore d’assai a quello da noi adottato, dicendosi in esso: non gli renderono onore nè grazie, e non lo glorificaro conoscendo che in lui era tutto bene, e tutta sapienza e tutta scienza, non si aumiliarono anzi si presumettero ec.; e nel periodo precedente in luogo di manifestamente mostrare, legge manifestare e mostrare.
[24] Nel Codice Bernardini leggesi: e riempielo di stabilitade e piena gioconditade inestimabile.
[25] Questa frase che denota perdonare le offese, o rimettere la colpa, manca nel Vocabolario.
[26] La quale Dio distribuisce, la dà a cui vuole, e in che modo vuole, e questo dono è dato a molto pochi; così il Codice Bernardini.
[27] Due sono gli esempi che nella Crusca si allegano alla voce meditante, ed entrambi, come dicesi, estratti dalla Città di Dio di S. Agostino. Ora tanto il primo di essi, che trovasi sul principio del precedente paragrafo, ed in cui è avvenuto il solo cambiamento di pensa in pensare, quanto il secondo, che fa parte di questo periodo, può francamente asserirsi, non essersi somministrati ai Compilatori del Vocabolario da altro testo, se non che dal presente, che tien luogo di quello che possedeva il Pasciuto.
[28] In luogo di la fiamma del fuoco di disidero, nel Codice Bernardini ripetonsi le parole istesse qui sopra adoprate, cioè il calore e l’ardore del desiderio; e quindi in vece di più mi cresce il desiderio, si legge più mi cresce il calore.
[29] Bricio per briciolo, cioè minuzzolo, è voce non registrata nel Vocabolario, ove però in sua vece ritrovasi bricie.
[30] Questa frase , che vale pregare, scongiurare, e che resta a desiderarsi nel Vocabolario, fu adoprata pure dal Giamboni nel Trattato Della Miseria dell’Uomo, e nell’Introduzione alle Virtù.
[31] Più esempi potrebbero addursi di antichi scrittori, che usarono preghiero in luogo di preghiera.
[32] Adottando la lezione suscita ritenuta nel Codice Bernardini, il verbo rivirare sarebbe venuto a mancare di quell’unica autorità, che, col presente passo, sosteneva il significato nella Crusca assegnatogli di ravvivare.
[33] E fassi quasi l’uomo tutto spirituale; lezione ritenuta dal Codine Bernardini.
[34] Qui, secondo il Codice Bernardini, terminava la presente Operetta. Vedasi intorno a ciò la pag. 402 della nostra Lezione Accademica, che in luogo di Avvertimento fu premessa al presente Trattato.
[35] Purgamento prende qui il significato metaforico di espiazione, in cui lo scrittore della Meditazione all’ Albero della Croce lo adoprava.
[36] Questo avverbio, ripetuto anco in seguito, non vedesi riportato nella Crusca, malgrado che in essa si trovi desideroso, e disiderosissimo.
[37] Cioè a soprabbondansa di sobrietà.
[38] fiare: favo (ndr)
[39] Già fu avvertito nei precedenti Trattati l’uso praticato dagli antichi di scrivere diversamente un’ istessa voce; onde non è raro ritrovare talvolta altrementi , manofestare, permagnente, enteriore ec, e tal altra, altrimenti, manifestare , permanente, interiore ec.
[40] Vedansi i vers. 28-32. del Capo XXXII della Genesi.
[41] Utilitade e sagacitade vennero allegate nella Crusca ai respettivi articoli utilità e sagacità, senza però addurne esempi, mentre la seconda, cioè sagacitade leggevasi con l’autorità di questo passo alla voce maestrìa.
[42] Vedasi il Capitolo IX del Libro I di Ester. Per denotare deposto adoprò pure il Villani disposto nel Capo VIII del Libro X della sua Cronaca, quando disse: e innanzi Volle essere disposto re, ed essere prigione.
[43] Dal volgarizzamento di un Trattato di S. Agostino senza titolo, dicesi nella Crusca essersi attinto l’unico esempio riportato a sostegno della voce sprezzamento. Ora, dal contesto di esso con questo passo, resta confermato che egli spetta indubitatamente alla presente Operetta
[44] Mancanza di altri Codici da consultare lascia sospeso il sentimento di questo periodo.
[45] Contemplativo adoprato in fona di sostantivo, e che denota colui che contempla, contemplante, non trovasi nel Vocabolario.
[46] Nelle Favole d’Esopo, e nell’Esposizione del Pater Nostro è frequente l’incontrare aguglia per aquila.
[47] Intorno da sè, diceva pure il Boccaccio, in luogo di intorno a sè.
[48] Tangeroso, voce non registrata nel Vocabolario, e che prendendo derivazione dall’antico verbo tangere, che Dante e Lorenzo il Magnifico adopravano, darebbe il significato metaforico di colui che è di tatto fine, delicato e squisito) e che più semplicemente direbbesi sensibile, o sensitivo.
[49] In la, in le, in lo, adoprati a significazione di nella, nelle, nello, mancano, a nostra cognizione! di buoni esempi nella prosa.
[50] Il significato di appetire, bramare od affettuosamente desiderare, dato nella Crusca al verbo appetere vien sostenuto colla sola presente autorità, e con l’altra che anderemo in breve incontrando.
[51] Di questa voce, ripetuta anco di sopra, e che denota misericordiosissima, se ne hanno più esempi nella Città di Dio di S. Agostino.
[52] Frase consimile alla presente, per mostrare affermazione, adoprava pure il Boccaccio nella Nov. 76, quando diceva: Se Dio mi salvi questo è mal fatto.
[53] Abbiamo da questa voce una nuova conferma dell’uso, presso gli antichi, di riportare gli avverbi senza sincope; uso che fu già avvertito nei precedenti Trattati.
[54] Così nel versetto 17 del Cap. I della di lui Lettera Cattolica.
[55] Lo stesso che al postutto, cioè in tutto, affatto, interamente.
[56] In luogo di seguente lei, o quella; e viene a dire, come la meditazione seguente la lezione infiammarono ec. Vedasi la Nota 1 alla pag. 41, ed alla pag. 94.
[57] Cioè: l’acquisto della contemplazione senza l’orazione, o egli si fa radamente, o è miracoloso.
[58] Vedasi il vers. 9 del Capitolo III di S. Matteo
[59] Dare il bue per le corna, proverbio, il di cui significato si è, ricompensare superiormente al merito, o al di là del dovere.
[60] Il farsi qui menzione del serafico padre San Francesco, dà chiaro argomento a decidere, come dicemmo alla pagina 405, che il presente Trattato morale non è da ascriversi tra le opere di S. Agostino, avendolo questi di più secoli preceduto.
[61] Non sappiamo rammentarci esempi che autorizzino la costruzione del verbo compiere col secondo caso; e tanto più quando vuolsi ch’ei prenda il valore di riparare, o supplire qui richiesto. Il significato adunque che deve trarsi da quste parole, si è il seguente, ripari, o supplisca per la sua pietade ai nostri difetti.
[62] Cioè, rapiscono e tolgono; di questa libertà grammaticale non sono rari gli esempi presso gli antichi scrittori
[63] Anco nei precedenti Trattati vedemmo essersi adoprato rangola in senso di cura, sollecitudine.
[64] Gioioso, cioè pieno di gioia, allegro. Giova qui l’avvertire come i Compilatori del Vocabolario della Crusca, o sia che errassero nel leggere giocoso per gioioso, ossia che veramente così ritenesse il testo da essi consultato, riportarono sotto la voce giocoso il presento passo, dicendolo estratto dalla Scala di S. Agostino
[65] Soprallevare voce mancante nella Crusca, e che annota elevare, inalzare.
[66] Abbiamo più esempi di sì fatto arbitrio grammaticale, cbe la stessa persona del medesimo verbo serva a designare l’azione tanto nel singolare, che nel numero del più.
[67] Avemmo dai precedenti Trattati non pochi esempi di questo modo usato dagli antichi, di unire ai verbi i pronomi mi, ti, vi; in fatti vedemmo ha’mi, lascia’ti, mostra’vi ec., che stavano colà in luogo di mi hai, ti lasciai, vi mostrai ec.
[68] Della derivazione, non meno che dell’ antico uso di unque per mai, ne fu già dato cenno nel Trattato della Miseria dell’Uomo. Quanto sia poi frequente l’incontrare nella presente operetta dopo nel significato di dietro, lo provano le diverse frasi correr dopo, e andar dopo ec., più volte ripetute, e che indicano correr dietro, andar dietro, seguitare ec.
[69] Oste, per denotare colui che è albergato, spesso adopro dal Boccaccio.
[70] Sapere rio, o reo, e che vale dispiacere, dolere, saper male, rincrescere, fu usato pure nelle Novelle Antiche.
[71] Non si valse la Crusca d’altra autorità, se non che della presente, per autorizzare il valore di scellerato attribuito alla voce scelleroso. Anco il Passavanti diceva avolterie per adultere.
[72] Voluttabro, voce non accolta dalla Crusca, e che strettamente derivando dal latino volutabrum, che denota luogo, in cui si ravvolgono i porci, o pozzanghera, viene qui metaforicamente ad interpretarsi per laidezza, sozzura. È poi da osservare che molti purgati scrittori a denotar convertito, si valsero di converso, in luogo del participio qui adoprato converto.
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