Bono Giamboni

Giardino di consolazione

ed. Tassi 1836

Edizione di riferimento:

Della miseria dell’uomo, Giardino di consolazione, Introduzione alle Virtù di Bono Giamboni, aggiuntavi La scala dei claustrali, Testi inediti, tranne il terzo trattato, pubblicati ed illustrati con note dal dottor Francesco Tassi, presso Guglielmo Piatti, Firenze, 1836.

Incomincia il prolago del libro, il quale si chiama

Giardino di consolazione

Dice Messer Santo Pietro Apostolo, che i santi uomini di Dio, inspirati dallo Spirito Santo, hanno parlato; e però è bisogno a noi li loro detti seguitare e avergli [1], se noi vogliamo che quello noi diciamo sia fermo. Non diciamo che alcuno detto abbia vigore, o autoritade, se non si prova con testimonio della Santa Scrittura e de’ detti de’ Santi. Onde io con grande disiderio m’affaticai di proporre lo parlare di Dio; e in questa Opera si trova generalmente abbondanza delle autoritadi di quelle de’ libri de’ Santi e d’alquanti Savi, quali, come degli orti de’ lavoratori, ho colte e tratte, acciocch è raunate in questo Libro, come in uno Giardino, come fiori oglienti [2] rendano soave odore. E chiamasi questo Giardino di Consolazione, imperò che siccome nel Giardino altri si consola e trova molti fiori e frutti, così in questa Opera si trovano molti e begli detti, li quali l’anima del divoto leggitore indolcirà e consolerà, e troverrà molti fiori e frutti. E acciò che questa Opera più chiaramente si veggia e intenda, ho questo Libro partito in cinque parti, e ogni parte in molti Capitoli. La prima parte tratta de’ primi e principali vizj; la seconda parte, d’altri vizj; la terza parte, delle virtù teologiche e cardinali; la quarta parte tratta di certe virtù; la quinta parte tratta di più altre virtù e cose insieme.

CAPITOLO I.

Contro alla Superbia.

Imperò che la Santa Scrittura dice nel Libro Ecclesiastico [3]: Principio e nascimento d’ogni peccato è superbia; da questo vizio faremo il principio del nostro dire, e diremo le sue condizioni, e de’ sette vizj principali, che nascono di lei, li quali sono questi: Vanagloria, invidia, ira, tristizia ovvero accidia, avarizia, gola, lussuria. E che questi vizj vengano di superbia, lo dice Santo Isidoro in questo modo: Ogni peccato è superbia, imperò che facendo le cose vietate, hae in disdegno le comandamenta vietate da Dio. E veramente superbia è principio d’ogni peccato, la quale se nell’anima ella non entra, nulla colpa vi puote essere. E ciascuno di questi vizj ha sua condizione. La superbia, secondo che dice Santo Agostino, èe levamento [4] mortale della mente, la quale suo pari e suo minore hae a dispregio, e vuole a’ suoi maggiori signoreggiare. E Santo Anselmo dice: Superbia èe volontade di disordinata altezza. E Santo Agostino dice, che superbia non è altro, se non voler parere nella coscienza quello che non è. E Santo Girolamo dice: Lo peccato della superbia fa molta noia al popolo di Dio, e levasi contro a coloro che schifano gli altri vizj. E ancora dice Santo Girolamo: Grave fatica è la superbia. Questa non riceve correzione, rifiuta d’essere curata, non sostiene medicina, e più che è pessimo, a nessuno vuole essere sottomessa; al tutto non portevole [5] vizio. Santo Gregorio dice della Superbia: L’Angelo primo nulla fece, ma solamente superbia, e in un battere d’occhio fu cacciato e dannato. Se Iddio fece così all’Angelo, che farà di me, che sono terra e cenere? Quegli superbio fue in cielo, ed io nel fango. Fuggite, fratelli miei, la superbia, la quale così tosto atterrò e misse in tenebre Lucifero, che era così chiaro più che gli altri Angioli, e lo principe degli Angioli trasformò e in demonio mutò. E come la trave [6] grande e grossa nell’occhio, per la grossezza, non lascia l’occhio bene vedere, così la superbia non ti lascia bene vedere quello che tu se’. Èe grande segno che altri dee essere dannato, quando è sempre superbio; e salvato, quando è sempre umile. E come l’umiltà conserva castità di mente, così per la superbia ogni bruttura nell’anima entra. E ancora lo superbio le altrui opere dispregia, e le sue ama; e se alcuno bene fa, pensa che nessuno l’abbia mai fatto così bene. Ed è maravigliosa cosa de’ superbi, che con gli uomini non sostengono di stare, e a Dio non possono piacere; e però sono serbati alla fiamma del fuoco eternale. Dice Santo Isidoro: La bruttura della lussuria nasce dalla nascosta superbia; e assempro avemo nel primo uomo, lo quale immantanente che insuperbiò colla disubbidienza, mangioe lo pome, che da Dio gli fu contraddetto [7], e incontanente la carne sentì muovere alla lussuria: e però le membra vergognose coprio. E sappi che chiunque cade in peccato di carne, se non avesse avuto superbia nel suo cuore, non sarebbe caduto in peccato carnale. E Santo Anselmo disse: O uomo, perchè enfi? cosa fastidiosa [8], perchè insuperbisci? pelle morta, perchè ti distendi? Cristo tuo principe è umile, e tu superbio. Lo capo umile, e il membro levato, non è cosa convenevole. Se ti vergogni di seguitare Cristo uomo umile, seguita Cristo Iddio e la sua divina maestade.

CAPITOLO II.

Della Invidia.

Invidia si è volere l’uomo lo bene proprio sanza compagnia, cioè non volere che altri ne abbia; onde dice Santo Agostino: Invidia è dolore dell’altrui bene. Di questo vizio nasce odio, mormorare, dire male d’altrui, allegrezza dell’altrui male, tristizia della prosperità del prossimo. E Santo Gregorio dice: Ov’ è invidia, non puote essere amore di Dio; e come la superbia toglie Iddio altrui, così la invidia del prossimo toglie sè stesso altrui. E ancora dice: Imperò che agl’invidiosi è loro pena e tormento di vedere lo bene altrui, giustamente fae Iddio che li manda allo inferno, ove non vedranno mai bene n è a loro, nè altrui, ma sempre miseria. Lo savio Seneca dice: Vorrei che gl’invidiosi avessono gli occhi a tutte le cittadi e luoghi, e in ogni lato dov’è bene, acciò che d’ogni lato egli avessono tormento e pena. E anche dice: Più è da temere la invidia dell’amico, che l’odio del nimico. E uno filosafo fue domandato: Come potre’ io fare che altrui [9] non mi avesse invidia? Rispose: Se tu non aoperi cose virtuose, e non arai alcuno bene in te, nulla persona t’averà invidia.

CAPITOLO III.

Dell’Ira.

Ira è vizio del quale nasce capiglie [10] e isdegno di mente, vituperj d’altrui, grida e indegnamento, bestemmia, poca sofferenza, essere di proprio senno, omicidio, odio. Onde suole altrui dire: Odio è ira invecchiata. Giovanni Damasceno dice: Ira è turbazione della mente sanza ragione. Santo Agostino dice: Ira è disiderio di vendetta. Aristotele disse ad Alessandro: Indugia la vendetta insino ch’è passata l’ira. E Tullio disse: Molto è da temere l’ira di colui, che ha a giudicare altrui, poichè, dove è ira, mezzo non può essere di giustizia. E Santo Gregorio dice: Pensiamo come è grande la colpa dell’ira, per la quale si perde la similitudine della immagine di Dio. E anche dice: Le persone che stanno in discordia ed ira, quantunque siano piene di virtudi, non possono mai essere spirituali. Dice Seneca: Gli pensieri degl’iracondi sono fatti come gli figliuoli della vipera, che rodono la lor madre nel ventre. Santo Gregorio dice: Per l’ira la giustizia si lascia; la grazia di vivere in compagnia si perde; imperocchè chi non tempera l’ira colla ragione, è bisogno che viva solo come bestia. Cato dice: L’ira impedisce l’animo, che non lascia conoscere il vero. Uno Savio disse: Ira e consiglio non possono essere insieme; onde lo proverbio dice: Uomo irato è male consigliato.

CAPITOLO IV.

Dell’accidia.

Accidia ogni cosa vuole avere, ma non si vorrebbe affaticare. Dell’accidia nascono malizie [11], rancori, paure sanza ragione, disperazione, pigherizia ne’ comandamenti d’Iddio, vagamento di mente alle cose mondane e illecite; onde, secondo che dicono gli dottori, accidia è confusione della mente, ovvero cattiva pigherizia dell’animo, che fa tornare a drieto lo bene incominciato. Santo Agostino dice: Accidia è fastidio de’ beni dati da Dio. Santo Bernardo dice: Accidia è madre de’ vizj, e matrigna di virtudi. L’ozio e l’accidia è principio d’ogni male pensiero, e d’ogni mala parola, e d’ogni mala opera. Ugo di Santo Vittorio dice: Che sarà di coloro, che non sono nelle fatiche cogli uomini, cioè che sono pigheri [12] e accidiosi. Nell’altra vita non saranno messi in pene leggieri, ma saranno tormentati in gravi tormenti. Santo Bernardo dice: L’accidia è pigrizia, ovvero ozio, è madre delle vanitadi, e matrigna delle virtudi. Tra’ secolari le vanitadi e le ciance sono vane, ma nella bocca del sacerdote sono bestemmie.

CAPITOLO V.

Dell’Avarizia.

L’avarizia disidera sempre quello che non è suo, e non si puote saziare; e di lei nascono furti, usure, simonie, tradimenti e inganni, fraudolenzie, ispergiuri, molestie, forze. Èe contraria alla misericordia, e fa li cuori duri; onde Tullio disse: Avarizia è disordinato amore d’avere pecunia, e ingiurioso disiderio delle cose altrui.

Anche dice: L’avarizia è disonesta e non sazievole cupidezza di cose altrui, e di suo onore. E Santo Anselmo dice: La infermità dell’avarizia non si cura mai così bene, come pensare lo dì della morte. Santo Agostino dice: Tue, avaro, quando perdi la pecunia senne [13] dolente, e perdendo Iddio non te ne duoli, e non lo piangi. Cittadino se’ di Babilonia, e non di Gerusalem: Babilonia significa lo inferno; Gerusalem, paradiso. Seneca disse: Chi ha pecunia deela signoreggiare, non essere suo servo; e, se la sai usare, fia tua fante e non tua donna. Anche dice: La pecunia non sazia l’avaro, anzi l’accende. E uno Savio dice: Crescendo la pecunia, e’ cresce l’amore di piue avere; onde lo proverbio: Chi piue ha, più vuole [14]. Santo Bernardo dice: Ogni vizio invecchia colla persona, solo l’avarizia ringiovanisce e rinfresca. Santo Isidoro dice: La cupidezza è capo d’ogni male, la quale chi troppo disiderarono [15], errarono dalla fede. Se togli via la radice de’ peccati, nullo peccato potrà nascere. Anche dice: L’avarizia e cupidità vendero Jesù Cristo. Santo Agostino dice: Quando la pecunia cresce, e’ cresce la rabbia di più volere: e ogni avaro è fatto come il ritruopico [16], il quale, quanto più bee, vie più ha sete. Così l’avaro quanto più hae, più hae disidero d’avere, e mai non si sazia.

CAPITOLO VI.

Della Gola.

La gola disidera cose dilettevoli per sua conservazione. Di lei nasce isconcia letizia, leggerezza di costumi, bruttura carnale, parlare molto, e ingrossamento d’intendimento. Dice Ugo da Santo Vittorio: Gola è disordinata volontà di mangiare. Santo Bernardo dice: Gola e lussuria sono serve della carne, imperò che seguitano la sua volontà. Anche dice: L’aria e la terra e il mare, cioè gli uccelli, gli animali, e’ pesci, appena bastano al ghiotto. E però molti lecconi diventano ladroni, e spogliano i poveri, e la fame loro si converte nella sazietà de’ ricchi ghiotti. O dilicato, che se’ sparto [17] delle dilicanze della carne, confusione e morte aspetta. Lo reame di Dio non è in mangiare, nè in bere, nè porpora, nè bisso [18] vestire; però che quello ricco, che usava porpore e bisso vestire, in un punto andò allo inferno, là ove andranno gli golosi e lussuriosi, che hanno fatto del loro ventre Iddio, e il vostro uso [19] è nel ventre, o sotto il ventre. Santo Gregorio dice, che quando il ventre troppo si satolla, le punture della lussuria nascono e crescono. Anche dice: Lo disordinato parlare sempre seguita nei conviti, e quando il ventre si sazia, la lingua si sfrena. Santo Ambrogio dice: Per la lingua li primi nostri Padri sono morti; bene è dunque questo vizio da temere dalli discendenti d’Adamo. Seneca dice: Coloro che al ventre loro sono ubbidienti, si debbono chiamare animali, o bestie, e non uomini. Anche dice: La persona che al corpo serve, non è libera; però che chi si regge secondo l’anima, è re; e così, chi si regge secondo il corpo, è servo. Santo Gregorio dice: Lo mangiare e il bere accendono a giuoco e a sollazzo; e il giuoco accende a lussuria. Ugo da Santo Vittorio dice: Per lo mangiare la colpa del primo nostro parente si cominciò; e però noi ci dobbiamo molto guardare, acciò che se quegli per lo mangiare meritò d’essere cacciato di paradiso, così noi iscacciati non siamo dell’entrare nel cielo. Tre cose dobbiamo nel nostro cibo considerare, quello che noi mangiamo, e quando, e quanto, acciò che noi non mangiamo quello, che secondo il tempo non si conviene, l’ora e la misura. Quello che non si convenia mangiò Adamo, e fu cacciato di paradiso. Fuori d’ora comandata, e più che non si convenia, mangiò il populo d’Israel, e in quello luogo, che si chiama Sepulcro di concupiscenza, fu percosso e morto [20]. E Santo Isidoro disse: Questa fu la iniquità di Soddoma, superbia e sazietà di pane. E nota, che, per lo pane, s’intende ogni cibo. Gli Soddomiti mangiarono piue che non si convenia, e per quello caddero in sozza lussuria: e però per la superbia meritarono d’essere arsi dal fuoco del cielo; imperò che non tennero modo nel mangiare. Anche dice, come quanto al luogo la lussuria è allato al ventre, così sono presso quanto al peccato e al vizio [21]; e però chi Serve al ventre, serve alla lussuria. Onde la persona temperata mangia per vivere, e non vive per mangiare. Salamone dice: Nella molta esca non vi verrà meno infertà [22]; chi sarà astinente , cresceragli vita.

CAPITOLO VII.

Dell’Ebrietade.

Ebbrietade, secondo che dice Santo Agostino, è vile sepoltura della ragione, e furore della mente. Anche dice: L’ebrietà è lusinghiere demonio, dolce veleno, soave peccato. Anche dice: La ebrietà molti n’ha guasti; toglie il senno, fa venire infermitadi, ingrossato ingegno, accende alla lussuria, non tiene segreto, induce a male parole. Santo Basilio dice: l’ebbro quando pensa bere si è beuto, come lo pesce che con grande desiderio inghiottisce l’esca nella sua gola, e non sente l’amo; così l’ebbro, bevendo il vino, riceve in sè nemico sanza ragione. E Santo Paolo dice: Non ti inebbriare di vino, imperò che di vino esce lussuria.

CAPITOLO VIII.

Della Lussuria.

La lussuria è disiderio di compiere sua volontà disonesta. Di questo vizio nasce cechità di mente, poca fermezza, subitezza, amore di sè, odio di Dio, non considerare sè medesimo, accostamento al presente secolo, orrore ovvero disperazione dell’altra vita. Ugo da Santo Vittorio dice: Lussuria è disiderio di volontà carnale, onde lussuria è concupiscenza di compiere l’atto disonesto. Santo Bernardo dice: Lussuria è perdimento di pecunia, menovamento di carne, sozzamento [23] dell’anima, e che toglie il reame del cielo. Anche dice: La lussuria macchia l’anima, e il corpo isconcia, la borsa vuota, toglie Iddio, offende il prossimo, e l’anima trae allo inferno. Aristotele dice: Non ti chinare a peccato con femmina, imperò che quello vizio è proprietà di porci. Or che gloria ti sarà se tue aoperi lo vizio delle bestie? Tieni per certo che quello fare è guastamento del corpo, iscorciamento di vita, corrompimento delle virtudi, trapassamento di legge, e genera femminili costumi, e ultimatamente [24] fa quello che detto è. Allotta ti asterrai dal vizio della carne, quando penserai che dei morire. Santo Gregorio dice: Nella lussuria tosto passa il diletto, eternalemente è il tormento. Anche dice: Non ti paia duro di fuggire se vuogli avere vittoria di castitade, che altrimenti la lussuria vincere non potrai [25]. Guarda dunque lo vedere, imperò che Santo Isidoro dice: Che allora più cresce lussuria quando si vede; onde uno Savio disse: La prima lussuria si è degli occhi; la seconda si è delle parole; la terza si è delle operazioni. Anche dice: La sfrenata larghezza della lussuria non ha modo; imperò che quando l’animo di ciascheduno è corrotto, s’apre alla fornicazione compiere, e lussuriando la carne immantanente, per opera del Diavolo, passa ad altri sconci peccati; e quando trapassa lo termine dell’onestà, peccato con peccato accrescendo, a poco a poco l’animo si conduce a peggio. Santo Agostino dice: Tra li sette peccati principali, lo carnale peccato è di grande iniquitade, impero che è bruttura della carne, lo tempio di Dio si macula, e toglie le membra di Cristo, e fanne membra di femmina. Anche dice: Le Dimonia sappiendo che la castitade è bellezza dell’anima, e che per quella la persona ne diventa quasi d’angelico meritorio, dalla quale eglino sono caduti, per grande invidia ch’eglino hanno, si mescolano nel sentimento del corpo, e nell’opera e nel disiderio della carne, acciò che traggano l’anima dal cielo, e cacciata la menino con loro allo inferno, là ove sono eglino. Santo Gregorio dice: Lo giovane che commette fornicazione pecca e impazza.

Comincia la Seconda Parte, la quale tratta degli altri Vizj,

e ha Capitoli ventuno, li quali seguitano per ordine

in questo libro innanzi; e in prima del peccato generale.

CAPITOLO I.

Del Peccato Generale.

Lo peccato generale, secondo che dice Santo Agostino, è lasciare e ispregiare lo bene infinito e fermo, e accostarsi al bene finito e mobile; lo quale peccato, o detto, o fatto, ha dispregio contra la legge di Dio. Santo Anselmo dice: Meno pute lo cane fracido agli uomini, che non fa lo peccatore a Dio. Santo Bernardo dice: Chi compiutamente sente lo peso del peccato e la magagna dell’anima peccatrice, o poco, o niente, sente la pena del corpo. Santo Anselmo dice: Meglio è a non fare lo peccato, che peccare e ammendare; imperò che più leggieri è a combattere contro al nemico, che non t’ha ancora vinto, che poi che t’ha vinto e soperchiato. E anche disse: Ogni peccato, innanzi che si commetta, è più temuto, cioè che altri teme più di com metterlo; che, avvegna che il peccato sia grave in s è, quando s’usa pare leggiero, e sanza paura si commette. Anche dice: Del male pensiero nasce lo male diletto, e del male diletto nasce lo male consentimento, e del male consentimento nasce la mala opera, e della opera mala nasce la mala usanza, e dopo la mala usanza viene la necessitade; e addiviene che il peccatore, da questi peccati impedito, è quasi sì stretto dalla catena de’ vizj, che da’ peccati uscire non puote, se singolare grazia da Dio non lo aiuta il peccatore atterrato. Anche dice: Fare li peccati è come cadere nel pozzo; e il peccato usare, e non volersene rimanere, è come cuoprire la bocca del pozzo, sicchè uscire non ne possa. Anche dice: In tre modi cade altri nel peccato, per poco senno, o per poca fermezza, o saputamente, cioè che troppo bene se ne accorge; e questo è a dire per ignoranza, per fragilità, e per malizia: e ciascuno di questi modi hae speziale pericolo di pena.

CAPITOLO II.

Dei diversi modi di peccare.

Per ignoranza peccoe la prima femmina Madonna Eva. Di questa dice l’Apostolo Pagolo: In questo modo non fue ingannato l’uomo, ma la femmina fue ingannata nella disubbidienza. Adamo peccò saputamente e accorgendosene. Per fragilità e poca fermezza peccò Santo Pietre Apostolo, quando per paura della ancilla, e d’uno uomo, tre volte negò Cristo. Quegli che pecca per fragilità, pecca più che colui che pecca per ignoranza; quegli che pecca saputamente, e accorgendosene, pecca più che colui che peccò per ignoranza, o per fragilità. Anche dice: Nullo si scusi che pecchi per ignoranza, o per fragilità; e non credano non essere da Dio giudicati. Odi quello che David dice: Signore Iddio, spargi l’ira tua sopra alle genti che te non cognoscono, e che non ti temono [26].

CAPITOLO III.

Di volere esaminare li giudicj d’Iddio.

Disse uno Savio: Volere esaminare gli giudicj di Dio e’ consigli non è altro, se non contro a Dio insuperbiare. Santo Gregorio dice: Li fatti di Dio dovemo avere in grande reverenza, imperò che non possono essere altro che giusti. Santo Agostino dice: Gli giudicj di Dio non sono da ricercare, ma tacendo e tremando si vogliono venerare. Santo Giovanni Crisostomo dice: Opera del buono e fedele servo è di non giudicare la volontade del suo signore. Disse il Savio Socrate: Questo soe, e cognosco che io non so, e nulla bene intendo.

CAPITOLO IV.

Della arroganza.

Arroganza si è riputarsi troppo, e troppo tenersi in alcuna opera, o bontà. È questa uno pistolente male, che medicina non soffera; e fassi poscia odiosa a Dio ed agli uomini. Santo Gregorio dice: Questa è la propietà dell’arroganza, che, avvegna che poco sappino, per quello si levano in alto, e insuperbiscono, e vogliono essere onorati dai loro maggiori e migliori, e vogliono insegnare ai loro maggiori, ed a colui ch’è d’alto [27] senno, per modo d’autoritarie. Anche dice: Come egli è fatica alle persone giuste di non insegnare quello che sanno, con agli arroganti di non mostrare quello che a loro pare.

CAPITOLO V.

Della Ingratitudine.

La ingratitudine, secondo Santo Bernardo, è cosa mortale, contradia della grazia, nemica della salute, guastamento della virtù, votamento d’ogni nostro merito, vento arzente che fa seccare la fontana della piatade, e la rugiada della misericordia, e il fiume della grazia di Dio. Anche dice: Quegli è ingrato, cioè isconoscente, che s’infinge di non conoscere li servigj ricevuti; ma quegli è più, che non rende cambio a chi lo serve; ma quegli poi è ingratissimo, che in tutto dimentica li servigj che fatti gli sono. Anche dice: Non è grande fatto dare allo ingrato e perdere; ma quella è cosa gentile e grande, di tanto servire allo isconoscente, che egli diventi conoscente e grato.

CAPITOLO VI.

Della Ambizione.

Ambizione è disordinato disiderio e troppo studio di volere gli onori e le promozioni. Dice Santo Bernardo di questa parola: Ambizione è sottile male, secreto veleno, pistolenza nascosa, maestra d’inganno, madre d’ipocrisia, parente d’invidia, nascimento di vizj, tignuola di santitade, acciecamento degli ordini; dei beni e dei rimedj genera male, e della medicina fae infermitade.

CAPITOLO VII.

Della Ipocrisia.

Disse uno Savio: Ipocrisia è falsamente delle virtudi, sepulcro putente de’ vizj. Santo Agostino dice: Ipocrisia è bene infinto con opera contraria. Santo Gregorio dice: La vita dello ipocrita è come una visione fantastica, simigliante a visione di sogno, che pare e non è, e quando la credi avere, ed ella passa e sparisce. Anche dice: Allotta veramente è buono quello che l’uomo fa, quando egli disidera di piacere a colui, di cui è il bene. Anche dice: Così dee fare altri lo bene, che pogniamo che l’opera sia in palese, la intenzione dee essere occulta. Il Salvatore Gesù, parlando degli ipocriti, disse: Guai a voi, ipocriti, che siete come sepolcri ornati e bianchi di fuori, e dentro sono pieni d’ossa puzzolenti e d’ogni bruttura.

CAPITOLO VIII.

Delle simulate virtudi, che secondo veritade non sono virtudi, ma piuttosto vizj.

La simulata virtude non è altro che vista di vertudi, e secondo veritade non sono virtudi, ma pessimi vizj ornati di faccia di virtudi. Santo Isidoro dice: Sono altri vizj che hanno figura di virtudi, e non sono: e alcuna volta la crudeltà è chiamata giustizia, e la negligenza è chiamata pietà e dolcezza; ed essere tirante [28] e duro è chiamato costante, cioè virtuosa fermezza.

CAPITOLO IX.

Della Vanagloria.

Vanagloria è troppo amore della propia bontà. Di questa nasce levamento di cuore, superbia, arroganza, dissoluzione, contenzione, vituperio, dispregio altrui, essere presuntuoso, disubbidienza, e poca riverenza. Santo Bernardo dice: Con parola di gloria non mi lodare: sia gloria a colui, a cui noi diciamo Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto. Santo Agostino dice: Chi della buona opera si loda, della virtù fa vizio. Santo Girolamo dice: Non andare caendo gli onori, e non ti dorrai quando non gli averai, imperò che chi non li desidera, non cura molto n è di laude, nè di vergogna.

CAPITOLO X.

Del Giudicare altrui.

Giudicare altrui accieca lo lume della propia coscienza; però che, quando giudica li fatti altrui, perde lo lume del propio giudicio. Santo Gregorio dice: Quando la nostra mente si sparge a giudicare li fatti altrui, perde lo giudicio propio: e quanto più duramente insuperbisce contra altrui, tanto più negligentemente pensa i fatti suoi. Imperò il nostro Salvatore dice nel suo santo Evangelio: Non giudicale altrui, e non sarete giudicati.

CAPITOLO XI.

Della Accusatione.

Lo accusare è le cose occulte scoprire, e le cose sagrete revelare. Santo Girolamo dice: Non solamente la falsa accusa, ma la vera dispiace a Dio; e però voglio innanzi essere accusato che accusare, e sostenere ingiuria anzi che farla. Anche dice: Non dire male, e non accusare altrui. Molte volte accusiamo altrui di quello che facciamo noi. Seneca dice: Non essere volonteroso di troppo accusare altrui.

CAPITOLO XII.

Della Detrazione, e dire male.

Detrazione si è turbare la fama altrui. Santo Ambrogio dice: Meno danno ci fa non chi ci toglie le cose nostre, che chi ci toglie la fama nostra. Santo Gregorio: Chi si pasce di dire male d’altrui, si satolla delle carni altrui. Dice Santo Isidoro: Guai a colui, che vuole correggere la vita sua, e non si rimane di dire male d’altrui, e della vita de’ buoni. Santo Bernardo dice: Non so qual sia piggiore, o quegli che dice male d’altrui, o quegli che l’ode; perocch è e’ non sarebbe chi dicesse male d’altrui, se e’ non fosse chi l’udisse.

CAPITOLO XIII.

Della Contenzione.

Santo Ambrogio dice, che quivi è contenzione, laove mostra più volontade, e superbia, che ragione. Anche dice : Contenzione è movimento di scandolo, nascimento e principio di lite e di briga. Santo Isidoro dice: In nulla cosa non contendere, imperò che la contenzione genera lite e fa discordia.

CAPITOLO XIV.

Delle Lusingherie, e dell’Adulazione.

Dice Santo Agostino: Adulazione si è inganno di fallace boce. Seneca dice: Gravissima cosa è a fuggire le lingue de’ lusinghieri, nelle quali l’animo di coloro cui le parlano [29] spesse volte si diletta. E anche dice: Non temerai le parole acerbe e dure, ma averai paura delle dolci. Santo Gregorio: Quando tue t’odi lodare, o biasimare, ritorna a te medesimo, e se non ritrovi in te lo bene, del quale tu se’ lodato, piangi; e se non ti ritrovi lo male, del quale tu se’ biasimato, rallegrati in Dio. Seneca dice: Se tu se’ persona dabbene fuggi d’essere lusingato, o lodato; e sieti così grave da essere lodato da’ rei, come essere lodato di cose ree.

CAPITOLO XV.

Del troppo parlare.

La Santa Scrittura dice: Peccato meno ivi non verrà, laove lo molto parlare sarà. Dice un altro Savio: Tieni sempre lo temperamento del silenzio: e questo fa che tu vogli piuttosto udire, che parlare. Anche quello che si dee tacere, altrui non dire; imperò che come vorrai tu che altri ti tenga sagreto di quello che tu stesso sagreto non tieni? Santo Gregorio dice: La mente che è sanza muro del silenzio, da ogni parte è disposta [30] alle saette del nimico.

CAPITOLO XVI.

Delle Bugie.

Bugia, secondo Santo Agostino, si è parlare di falsa boce, con intenzione d’ingannare. Anche dice: Chi la verità tace, e chi la bugia dice, l’uno e l’altro pecca. E peggio è la bugia pensare, che la bugia parlare; imperò che alcuna volta avviene che altri, non accorgendosene, dice la bugia; ma non puote essere sanza malizia di pensarla. Adunque più grave è di mentire pensandovi, che subitamente e non pensandovi.

CAPITOLO XVII.

Del Giurare.

Nulla perfetta persona usa il giurare. Santo Isidoro dice: Come non puote mentire chi non favella, così non si può spergiurare chi non usa il giurare. Guardar si dee altri di giurare, e non lo dee altri usare se non in sulla necessitade. Anche dice: Quando noi ci ausiamo [31] a giurare, nel peccato dello spergiuro caggiamo. Anche disse: Non si può dire che la provvidenza di Dio giuri, che dice: Juravit Dominus et non poenitebit eum; cioè, quelle cose che giura, non muta.

CAPITOLO XVIII.

Dell’Odio.

Odio è ira invecchiata. Laove è odio, carità, essere non puote. Santo Isidoro dice: Quegli si scosta dal regno di Dio che si dilunga dalla carità. Non gli uomini, ma i vizj debbono essere odiati. Seneca dice: Peggio sono gli odj coperti, che i palesi. Santo Isidoro: Meglio è l’odio de’ rei, che la loro compagnia. Seneca dice: Meno offende lo nimico che molto parla, che il nimico che istà pure cheto.

CAPITOLO XIX.

Di coloro che seguitano il Diavolo.

Seguitare lo Diavolo si è le sue tentazioni mortali mettere in opera, e perseverare ne’ peccati. Santo Bernardo dice: Perseverare nel male si è proprietà del Diavolo; e sono del Diavolo degni coloro che, a sua simiglianza, dimorano nel peccato. Anche dice: Nulla è maggior farnasia [32] che nella penitenza del cuore ostinata volontà di peccare. Santo Anselmo dice: Perchè non hai tue in odio di seguitare colui, lo cui nome tu hai in orrore? Perchè non temi d’essere figliuolo di colui, della cui presenza la carne e l’ossa ti tremano? Perchè non hai tue in odio con lui abitare in perpetuo, lo quale tu seguiti, serpente antico, dragone velenoso? Se tu vedessi lo diavolo, cui tu seguiti, tu fuggiresti dalla lunga, e non lo seguiteresti più. Ma a talora lo comincerai a vedere, quando tu nol potrai fuggire, cioè al punto della morte [33].

CAPITOLO XX.

Della Tentazione.

Tentazione, secondo Santo Agostino, è materia da aoperare virtudi. Anche dice: Pericolosa tentazione è a non essere tentato. Se’ tentato acciò che ti eserciti; se’ tentato acciò che tu, che non ti conoscevi, sia provato d’altrui. Santo Girolamo dice: Per certo lo Diavolo non cessa di tentare e di pugnare contra all’uomo giusto; o e’ gli muove dolore nel corpo, o e’ gli muove angoscia di mente, ovvero che lo accende a lussuria, ovvero a dire male d’altrui; e se contra a queste cose valentremente [34] noi combattiamo, e tutta quella fatica umilmente conoschiamo da Dio, sanza dubbio riceveremo la nostra mercede in cielo. E la mente che in terra averà vinte le amaritudini, in cielo assaggerà somma dolcezza.

CAPITOLO XXI.

Degli Eretici.

Eretici sono coloro, che errano dalla veritàde [35]. Dice Santo Girolamo: Non è cosa sconvenevole che gli eretici sieno chiamati èmpj, imperò che per lo errore della mala dottrina sono dalla verità istrani. Santo Gregorio dice: Gli eretici corruttori fanno forza, però che le menti de’ fedeli e lo populo, con forza di parole e d’opere, sempre spogliano; che non potendo ingannare li savi, si iscuoprono del cuoprimento della fede gli sciocchi.

La Terza Parte di questo Libro tratta delle Virtù cattoliche,

ovvero teologiche, e cardinali. Hae sette Capitoli secondo sette Virtudi,

dele quali trattano le prime tre, che si chiamano teologiche;

e le altre quattro comprendono quelle, che si chiamano cardinali.

CAPITOLO I.

Della Fede.

La fede dirizza l’animo nel sommo bene, credendo e consenziendo colla mente e con l’opere. Dice uno Dottore: Fede si è confessione d’amore, sodo fermamento di tutta la religione, colla quale fermamente crediamo quello che noi non vediamo. Dice Santo Gregorio: La fede non è di merito [36], che per ragione umana si possa provare, perchè, secondo che dice la pistola dell’Apostolo, la fede è sustanza e argomento delle cose che non si veggono. Ancora dice Santo Gregorio: Che prode è cognoscersi con fede allo Redentore nostro [37], e scostarsi da lui colle opere e co’ costumi? Allora veramente siamo fedeli, quando quello che promettiamo con parole compiamo colle opere.

CAPITOLO II.

Della Speranza.

La speranza leva l’anima nell’alto bene, aspettando e seguitando. Ugo da Santo Vittorio dice: Speranza è fidanza de’ beni dell’ altra vita, che altri de’ avere dalla grazia di Dio e dalla buona coscienza. Santo Agostino dice: Isperanza è aspettamento della beatitudine, che dee venire e della grazia di Dio, e per li meriti della persona; che, sanza gli meriti delle buone operazioni, speranza non si dee chiamare, ma presunzione, che è ispecie di superbia. Santo Isidoro: Chi non si rimane di fare male, vana isperanza puote avere della misericordia e della pietade di Dio, la quale arditamente puote sperare se delle male opere si rimane.

CAPITOLO III.

Della Carità.

La carità leva la mente in Dio con disiderio e con amore: della quale carità l’anima riceve perfezione. Santo Agostino dice: Carità è movimento dell’animo a servire Iddio per lui medesimo, e non per altra creatura, e il prossimo per Dio. Santo Bernardo dice: La carità dà libertà all’anima, caccia la paura, non sente fatica, non guarda prezzo, nè merito. Anche dice: O buona carità, che se tu aiuti, o nutrichi gl’infermi, e se tu eserciti e aoperi li forti e perfetti, ovvero quando riprendi li pistolenti [38], e fai secondo che bisogna a ogni persona, tutti ami come figliuoli. Anche dice: Quando si riprende, si è mansueta; quando si lusinga, si è pura; piatosamente consola, sanza inganno; pazientemente s’adira, e umilmente si disdegna; quando è offesa non s’accende a ira; ella è madre di tutti; ella ha messo pace non solamente in cielo, ma anche in terra; ella è quella ch’è mezzatrice [39] di concordia e di pace tra Dio e l’uomo.

CAPITOLO IV.

Della Prudenza.

Prudenzia, secondo lo Savio, si è diritta ragione delle cose che si debbono fare, cioè a dire e a fare con ragione ogni cosa. Santo Agostino dice: Prudenzia si è virtù e senno di sapere ischifare li pericoli. Tullio dice: Prudenzia è desiderato conoscimento delle cose buone dalle ree. Seneca dice: Nulla cosa farai subita, ma tutto ciò che dei fare, anzi che il facci, provvedi bene, imperò che la persona prudente e accorta non dirà, io non pensava che questo avvenisse: però non dee dubitare, ma dee aspettare. Ella non si regge per sospezione, anzi nelle cose provvede, e li pericoli ischifa, perchè innanzi vede. Anche dice: La persona prudente nè vuole ingannare, nè puote essere ingannata; e sua condizione èe d’esaminare lo consiglio che dee tenere, acciò che per troppo tosto credere non caggia, ovvero incorra, in alcuna falsitade.

CAPITOLO V.

Della Fortezza.

Fortezza, secondo Santo Agostino, è in sostenere le molestie. Santo Isidoro dice: Fortezza è virtude che ristrigne nella persona li movimenti forti della vanitade. Seneca dice: Non sentire li suoi mali, e non esservi impaziente, non è natura d’uomo, imperò che è più che uomo.

CAPITOLO VI.

Della Temperanza.

Temperanza è virtude che ristrigne gli non leciti movimenti, li quali colla prosperitade ci assaliscono. Anche dice: Segno di mente ordinata è istare fermo e nella prosperitade e nella avversitade, e con ferma mente istare in sè medesimo.

CAPITOLO VII.

Della Giustizia.

La giustizia, dice Tullio, è conservatrice della compagnia umana. Santo Gregorio dice: Come il vestimento cuopre da ogni parte il corpo, così la giustizia nulla parte dell’anima lascia ignuda al peccato. Santo Agostino dice: La infinta e non vera giustizia non è equitade, ma è doppia nequitade.

La Quarta Parte di questo Libro, che tratta delle altre Virtù,

si contiene in Capitoli tredici; e sono.

CAPITOLO I.

Della Umiltà.

Umiltà, dice Tullio, è una virtù per la quale l’uomo veramente conosce la sua viltà. Santo Bernardo dice: Umiltà lodata non insuperbisce, nè lusingata s’inganna, però che non è cosa sicura, ma stolta, riporre lo tesoro [40] in quel luogo, che a tua posta nol possi tornare indietro a trovare. Anche dice: Vogliamo essere umili, sanza essere disprezzati; poveri, sanza difetto; ubbidienti, sanza vergogna; casti, sanza macerare carne. Santo Agostino dice: li veri umili, se alcuna volta odono giuste riprensioni, più s’aumiliano a Dio; e suole dire l’umile, io odo meno ch’ io ne sono degno.

CAPITOLO II.

Della Pazienza.

Santo Gregorio dice: Pazienza è virtude, la quale riceve ogni assalimento di vergogna e d’avversitade. Anche dice: La pazienza sostiene la ingiuria fatta, la quale piatosamente [41] si ricorda di sè stessa: forse hae in sè difetto, per lo quale gli è lieto d’essere d’altrui sostenuta. Anche dice: Mai concordia essere, nè conservare si puote, se non per la virtù della pazienza.

CAPITOLO III.

Della Correzione.

La correzione d’Iddio dae la vita all’anima [42], se sostiene pazientemente; e fa l’anima levare da’ peccati. Santo Agostino dice: Come la fornace affina l’oro, e la lima diruggina il ferro, così fa la correzione all’uomo giusto. Quando noi siamo fragellati e pazientemente e umilmente sostegnamo, se siamo rei, riceviamo perdonanza de’ nostri peccati; se siamo buoni, seguiteremo [43] la beatitudine di vita eterna. Santo Girolamo dice: Vedendo Iddio che alquanti non si vogliono correggere per loro volontà, e per amore d’Iddio, Iddio li corregge colle punture delle avversitadi. E vedendo Iddio che molti nella prosperitade potrebbono peccare, sì li flagella in infermitadi del corpo, acciò che non pecchino: però che egli vede, che egli è loro più utile che si rompano con molte infermitadi ed avere salute, che essere sani a loro dannazione.

CAPITOLO IV.

Del Timore di Dio.

Lo timore di Dio fa guardare la persona dal male, e conserva l’anima e guardala dal timore malo e reo. Santo Isidoro dice: Lo timore, cioè la paura d’Iddio, caccia lo peccato e ristrigne il vizio. Dice Santo Gregorio: La mente rea, se in prima non si muove per la paura d’Iddio, non s’ammenda mai de’ suoi vizj. Anche dice: Invano ha speranza colui, che nelle sue operazioni non vuole avere la paura e il timore di Dio.

CAPITOLO V.

D’amare Iddio.

Amare Iddio èe incendio del cuore, per lo quale li peccati e’ vizj s’incendono e consumansi, e le virtudi crescono. Lo Divino amore è impaziente insino che non trova quello che ama; non sa bene avere giudicio di ragione, e non sa avere modo, e non puote pensare se non quello ch’egli ama. Santo Agostino dice: O anima mia, io so che l’amore è la vita tua; e so che, quando alcuna cosa ami, tu ti trasformi nella sua similitudine.

CAPITOLO VI.

Della passione del Figliuolo di Dio.

La passione del Figliuolo di Dio, secondo che dice Santo Bernardo, è ultimo e ottimo rifugio contro a ogni incendio di peccato. Anche dice: Vedendo la passione di Cristo, quale è sì dilicato che non si stringa, e quale sì malifico che non si penta, e quale sì iracundio [44] e furioso che non si doglia? Se la croce e la passione di Cristo si reca all’animo e alla nostra memoria, niuna cosa è sì grave, che pazientemente non si sostenga; però che per il nostro diletto Jesù, che tanto ci hae amati, ogni cosa grave dovemo portare. Santo Agostino dice: La strema [45], cioè vilissimo modo di morire elesse Cristo, acciò che di nulla morte li santi suoi Martiri avessono paura.

CAPITOLO VII.

Dell’Amore del prossimo.

L’amore del prossimo, secondo Santo Agostino, è debito della natura, la quale lega l’uno uomo coll’altro, dal quale nessuno puote essere isciolto. La simulata, cioè la fitta [46] dilezione disonesta, fa l’uomo odioso. Una è somma perfezione di carità è quando s’ama colui, ch’èe contro a noi, cioè lo nimico è colui che ama [47].

CAPITOLO VIII.

Della Compassione.

Dice Santo Isidoro: Compassione è virtù per la quale si genera una affezione negli agi e ne’ disagi del prossimo. Santo Gregorio dice: Meglio è avere compassione col cuore, che dare una limosina; imperò che colui che ha compassione di cuore, dae del suo; chi dà limosina, non dà del suo, ma dà dell’altrui. Anche dice: Non ha mai compassione colui, che nega al prossimo quello che gli è bisogno; e sarà giudicato sanza misericordia colui, che non averà misericordia al prossimo e al povero.

CAPITOLO IX.

Della Correzione fraterna.

Chi vuole correggere gli altrui vizj e peccati, dee esserne netto lui. Santo Agostino dice: Mondo e netto dee essere chi vuole correggere gli altrui peccati. Come vedrà la maglia nell’occhio altrui, colui che ha la polvere nel suo? Come forbirà la sozzura delle mani altrui, colui che porta il loto nelle sue? Anche dice: Dovemo pensare, quando riprendiamo altrui, che noi potremo cadere in quelli peccati, o in maggiori; e però deve altrui riprendere dolcemente. Santo Isidoro dice: Chi con parole dolci non si corregge, è bisogno che duramente sieno ripresi [48], imperò che con dolore si debbono que’ vizj cacciare, che lievemente gastigare non si possono.

CAPITOLO X.

Della Limosina.

Santo Agostino dice: la limosina è cosa santa; accresce li beni temporali, perdona li peccati passati, libera delle pene, congiugne con gli Angioli, spartisce da’ dimonj, ed è come muro a vincere gli assalti del nimico del Ninferno. Anche dice Iddio: Quello che io ho dato a te dae a me; e me, che sono fatto datore, arai guiderdonatore [49]. Anche dice: Quello che si dae al povero, pensa che non fia dato, ma prestato, imperò che con molto guadagno ti sarà renduto; e quello che qui si dà, con cento cotanti [50] in cielo si ricoglierà.

CAPITOLO XI.

Del Digiuno.

Digiuno, secondo Santo Isidoro, è astinenza di ciascuna cosa non secondo legge, ma secondo propria volontà. Santo Girolamo dice: Adamo mentre che stette digiuno in Paradiso, fue in gloria; comunque egli mangiò, fue di Paradiso cacciato. Santo Isidoro dice: I digiuni sono armi forti a combattere contro alle tentazioni del dimonio, imperò che coll’astinenza tosto si vincono. Anche dice Cristo Gesù: Gli assalimenti de’ dimonj si cacciano colle orazioni e co’ digiuni.

CAPITOLO XII.

Della Discrezione.

La discrezione è grande virtù, la quale chi non l’ha, le altre virtù non sa usare; anche peggio, che della virtù fa vizio. Santo Isidoro dice: La discrezione del savio uomo sollecitamente guarda che la cosa buona non si faccia sì stemperatamente, che di virtù passi in vizio. Santo Girolamo dice: Chi, sanza discrezione, li digiuni e le vigilie e gli altri smaglianti beni fae con menimamento di spirito, e con infermo cuore, sicchè le cose ispirituali s’impediscano e abbiano storpio [51], hae tolto al cuore suo l’effetto, ovvero frutto di buona opera; allo spirito, l’amore; al prossimo, lo buono essempro; a Dio, l’onore e il servigio, che, per salvar te, lui non ha bisogno di tuo servigio [52]: e maladetto è da Dio, e di tutti i beni è a debitore tenuto.

CAPITOLO XIII.

Della Compunzione.

La compunzione, secondo Santo Agostino, è santade e lume dell’anima, remissione de’ peccati, riduce a sè lo Spirito Santo, e Cristo Gesù unigenito di Dio fa in sè abitare. Santo Bernardo dice: Molti veggio che piangono, ma se quelle lagrime venissono dal cuore, non si volgerebbono così avaccio in rio [53]. Anche dice: O umile lagrima, tuo è il regno di Dio; tua è la potenzia dinanzi al cospetto di Dio nostro giudice; non temi d’entrare, li tuoi accusatori fai tacere; alcuna volta trai la sentenzia del cuore tuo, perchè diciamo, più tu leghi colui che legare non si puote, e vinci colui che è onnipotente.

La Quinta Parte, che tratta di molte Virtudi e di molte altre

buone cose insieme, hae Capitoli trentuno, li quali sono questi.

CAPITOLO I.

Della Confessione.

La confessione, dice Santo Ambrogio, libera da morte l’anima, apre il paradiso, e dae speranza di salute. Anche dice: Non merita d’essere giusto, chi non si vuole confessare. Santo Agostino dice: O brieve e piccola parola, Peccavi! Tre sillabe sono, le quali aprono le porte del paradiso. David disse Peccavi, e Natan Profeta, mandato da Dio, incontanente disse: Perdonato t’è il peccato tuo. Abbi ardimento, peccatore, e di’: io peccai. Non ti tenga vergogna d’uomo, non paura del diavolo, non ti disperare de’ peccati sozzi. Giuda traditore, non tanto per lo peccato, quanto per la sua disperazione condannò [54]. Anche dice: Principio di salute è conoscere il peccato.

CAPITOLO II.

Della Penitenzia.

Penitenzia, secondo Santo Isidoro, è beata medicina della fedita, speranza di salute, per la quale Iddio si dichina a misericordia: la quale misericordia, è non secondo tempo, ma secondo pianto e lagrime. Anche dice: Penitenzia è cosa ottima e compiuta, la quale trae Iddio a ogni cosa buona. Santo Gregorio dice: O beata penitenzia, la quale tante volte se’ buona a purgare lo peccato, quante volte lo cuore nostro di perdonanza ha bisogno. Anche dice: Iddio promette perdonanza a colui che si pente.

CAPITOLO III.

Della Coscienza.

Coscienzia è uno specchio, nel quale ogni uomo si conosce. Santo Gregorio dice: Che ti giova se ogni persona ti loda, e la tua coscienza t’accusa? Chi potrà nuocere a noi, se tutti ci accusano, e la nostra coscienza ci difenda? Non curiamo quello, che le altre bocche parlano, pure che noi non ci partiamo dalla via della verità.

CAPITOLO IV.

Dell’Orazione.

Orare si è la mente in Dio levare. Santo Gregorio dice: Veramente orare non istà in pulite parole dire, ma in amari pianti, e compugnimento avere. Santo Agostino dice: L’orazione è piatoso effetto [55] e amore della mente, lo quale molte volte, acciò che l’anima meglio s’accenda, si dimostra in voce. Santo Giovanni Crisostomo dice sopra quella parola, che Messer Gesù Cristo disse nel suo santo Vangelo, cioè: Dimandate, e riceverete. Dice così: Se tu credi che il Figliuolo di Dio dica quelle parole, domanda quelle cose che a te si convengono di ricevere, e a lui si convengono di dare. Imperocchè se tu domandi le cose temporali, come le ti darà, che, se tu l’hai, ti conforta che tu le lasci e dispregi? Santo Agostino dice: Tieni questo per fermo, e non dubitare che nulla persona che ori, meriti d’avere li beneficj di Dio, se domanda nell’orazione carnalmente. Santo Isidoro dice: Nell’orazione l’anima si netta, e nella lezione leggendo le vere cose s’ammaestra. Chi con Dio sempre vuole essere, sempre debbe leggere, e ispessamente orare; imperò che quando noi leggiamo, Iddio parla con noi, e quando noi oriamo, noi parliamo con Dio: e fare l’uno e l’altro, cioè leggere e orare, quando si puote, è buono; e quando l’uno e l’altro non si puote fare, meglio è l’orare che il leggere. Ogni persona perfetta nella orazione, e nella lezione, cresce in bene. Le cose che noi non sappiamo, leggendo appariamo; e quello che noi abbiamo apparato, pensandolo colla meditazione, cioè coll’orazione, ritenemo e conserviamo.

CAPITOLO V.

Della Contemplazione.

Contemplazione è levare la mente in Dio, con dimenticanza delle cose temporali. Santo Gregorio dice: Colui che ha il cuore ispacciato delle cose terrene, puote liberamente pensare delle cose di Dio. Santo Isidoro dice: Purgare si dee l’animo in prima, e impartirlo dalli pensieri temporali, acciò che possa con chiarezza di pura mente passare a contemplare la maestà di Dio [56].

CAPITOLO VI.

Del lodare Iddio.

Santo Agostino dice, che lodare Iddio si è conoscere che ogni bene t’è dato da Dio, e lodare lui colla bocca e col cuore e colle opere. Dice ancora: Io farò laude al nome tuo, Messere, che alla immagine tua tu m’hai creato, e a somiglianza di tanta gloria tu m’hai fatto, e ha’mi fatto ch’io possa essere figliuolo di Dio per grazia: e questo non possono avere nè gli alberi, nè gli animali della terra, nè quelli dell’aria, nè quelli del mare. E non diede loro podestade di conoscere lo Figliuolo di Dio, imperò che questa podestà è nella ragione, per la quale cognosciamo Iddio; la quale ragione le altre creature non hanno.

CAPITOLO VII.

Della Perseveranza.

Perseveranza è virtù, la quale reca a fine li beni, li quali l’uomo propone e incomincia di fare. Uno Dottore, che ha nome Prete Beda, santissimo, dice: Ogni virtù corre in questo mondo nella via di Dio; ma solamente la perseveranza hae il palio [57]. Santo Gregorio dice: La virtù della buona operazione, è la perseveranza. Santo Isidoro dice: Allora piace a Dio la nostra vita, quando lo bene che noi cominciamo colla fine del perseverare noi il compiamo.

CAPITOLO VIII.

Della Povertà.

Povertà è quella virtù, che è nominata beatitudine di Dio; e non solamente gli è impromesso lo regno di Dio, ma e’ gli si dona. E a coloro che non hanno nulla, fae ogni cosa possedere. Santo Agostino, in persona di Dio, dice: Io hoe una cosa a vendere. E che è, Messere? Lo regno del cielo. Ed e’ risponde. Come si compera? Colla povertà lo regno, con dolore l’allegrezza, con fatica lo riposo, con viltade la gloria, la vita con morte [58]. Anche dice: Lo regno del cielo è de’ poveri, imperò che i poveri nulla hanno in terra, e’ ricchi nulla hanno in cielo. Santo Bernardo dice: Molti vogliono essere poveri, ma non vogliono che manchi loro nulla; e sì amano la povertà, che non vogliono sostenere niuna necessità.

CAPITOLO IX.

Della Ubbidienza.

Ubbidienza è uno tesoro, col quale s’acquista il regno del cielo, il quale per la disubbidienza si perdeo. Onde l’ubbidienza si pone così: Ubbidienza è virtù, la quale tutte le altre virtù semina nell’anima e guarda. Santo Gregorio dice: Meglio è ubbidire che sagrificare, però che nel sagrificio l’altrui carne s’uccide, e nella ubbidenza la sua si sagrifica. Santo Bernardo dice: Lo vero ubbidente non dà indugio, quello che gli è comandato non tarda, ma incontanente s’apparecchia gli occhi a vedere, gli orecchi all’udire, le mani all’operare, li piedi all’andare: e in tal modo si ricoglie dentro, che di fuori e’ fa la volontà del suo comandatore. Anche dice: La vera ubbidenza non cerca perchè, o in che modo la cosa gli sia comandata, ma deesi isforzare che allegramente e fedelemente [59] si faccia quello, che per amore gli è comandato.

CAPITOLO X.

Della Castitade.

La castitade è virtù, la quale rende l’anima olorifica [60], e conserva la bellezza. Santo Bernardo dice: Grande e maravigliosa è la virtù della castità, imperò che ella èe forma di giustizia, specchio di religione, bellezza dell’anima, nettezza e sanità del corpo, ornamento di virtude, vita degli Angioli, immagine di Dio. Santo Agostino dice: Intra l’altre battaglie de’ cristiani sono più dure le battaglie della castità, però che la battaglia si è continova, e rade volte se n’ ha vittoria. E imperò non ti paia male, nè fatica, di fuggire lussuria, se vogli avere vittoria, o vero gloria di castità, con ciò sia cosa che altrimenti della lussuria non potrai avere onore di vittoria.

CAPITOLO XI.

Della Verginità.

Santo Agostino dice, che la verginità è fermezza sanza corrompimento della carne, la quale si dee conservare colla mente intera per l’amore di Dio. Dice Prete Beda: La verginità passa l’umana condizione, per la quale l’uomo ha somiglianza agli Angioli; ma è maggiore la vittoria delle Vergini, che quella degli Angioli, imperò che gli Angioli vivono e sono sanza carne, e le Vergini, vivendo in carne, della carne hanno vittoria. Santo Girolamo dice: La superbia verginitade, non è verginitade, ma è bordello del Diavolo. Quella verginità è sagrificio di Cristo, la cui mente nè pensieri, nè lussuria, guasta.

CAPITOLO XII.

Della familiarità delle Femmine.

La familiarità delle femmine debbe essere molesta a tutti, e spezialmente a coloro che hanno promesso di servare continenzia, e che vogliono salire nell’altezza della contemplazione. Santo Girolamo dice: Non puote con tutta la mente contemplare Iddio quella persona, che usa troppo l’amistà delle femmine. Anche dice: Due cose sono quelle che vituperano i frati, la troppa fa miliarità delle femmine, e la dilicatezza de’ cibi; ed è più isciocco che gli sciocchi, chi non si guarda da essere infamato per la cagione delle femmine. Seneca dice: Acciò ch’io non avessi mai voglia di guardare femmine, vorrei gli occhi del lupo cerviere, o vero niuno. Origene dice: La compagnia delle femmine debbe essere noiosa a’ cherici, però che del carbone nascono faville, e del ferro si nutrica la ruggine; e lo serpente che ha nome aspido sparge lo veleno, e l’amistà delle femmine sparge pistolenza di concupiscenza carnale.

 CAPITOLO XIII.

Dell’Onestà.

Secondo che dice il filosafo, quella è cosa onesta, che per la sua bontà ci trae, e colla sua degnità c’innamora; ed è onesta in parole e in fatti. Seneca dice: Così sia onesto quando se’ solo, come se fossi nella piazza; e così vivi cogli uomini, come se Iddio ti vedesse; e così parla con Dio, come se gli uomini ti udissono.

CAPITOLO XIV.

Della Vergogna,

Dice Boezio: La vergogna è sirocchia della castità, segno di santa e colombina semplicità, testimonianza d’innocenzia, lampana della casta mente, che continuamente risplende, e teme che nulla cosa sconcia si trovi in lei: ella è guastatrice de’ mali, e nimica della iniquitade. Della Madre d’Iddio piglino assempro coloro che temono vergogna, la quale pogniamo che fosse umilissima, per vergogna non risalutò l’Angiolo, che salutò lei. Anche si dice, come per lo vecchio matto e reo si guasta la religione, così per lo giovane svergognato e sfacciato.

CAPITOLO XV.

Di seguitare Iddio.

Chi vuole seguitare Iddio, dee dispregiare se medesimo, e torre la croce sua della penitenzia, secondo che dice Messer Jesù Cristo nel Vangelio di Santo Matteo: Chi vuole venire dopo me, spregi sè, e tolga la croce sua, e seguiti me. Santo Bernardo dice: Come sono pochi quelli, che vogliono dopo te venire, e nullo è che da te voglia essere chiamato, e vogliono teco regnare, ma nullo male teco vogliono sostenere, e non curano di cercare di te, e si vogliono trovare te; e vogliono te, Messere, avere, e non vogliono te seguitare Santo Agostino dice: Mandato è il nostro Signore, e grida con parole e con opere: Io sono via e verità e vita. Se tu vogli andare, io sono via; se tu non vogli essere ingannato, io sono verità ; se tu non vogli morire, io sono vita. Non è luogo dove possi andare, se non a me; nè andare non puoi, se non per me; e non vai dove ti riposi, se non in me.

CAPITOLO XVI.

Della Sapienza di Dio.

La sapienza di Dio non è pure a sapere quello che èe Cristo Jesù, ma a vivere secondochè Cristo. Santo Isidoro dice: Sapere i movimenti delle stelle, la quale iscienza è de’ filosafi, non fa l’anima beata, ma la vita diritta colla buona fede. Anche dice: Utile cosa è a sapere molte cose, e bene vivere; ma se l’ uno e l’altro non possiamo avere, meglio è ad avere studio di bene vivere, che di molte cose sapere. Non si appartiene alla nostra beatitudine la scienzia di molte cose sapere; ma quello fa altrui grande e beato, lo bene vivere.

CAPITOLO XVII.

Degli Angioli.

Damasceno dice: l’Angiolo è sustanzia spirituale sanza corpo, e intellettuale, con libero albitrio. Ministro di Dio sempre si muove secondo grazia, ed è di natura non mortale. Santo Isidoro dice: Gli Angioli, veggendo Iddio, veggiono ogni cosa anzi che facciano, e quelle cose che fare si debbono appo gli uomini. Gli Angioli, per rivelazione di Dio, cognoscono li peccatori. E gli Angioli che hanno perduta la santità, cioè li Demonj, non hanno perduto il senno, nè la voce dell’angelica natura. Santo Gregorio dice: Gli Angioli in tal modo vanno a fare l’opera di fuori, che giammai non si partono dentro dalla contemplazione di Dio.

CAPITOLO XVIII.

Delle laude della Vergine Maria.

Nelle laude della Vergine Maria ogni umano parlare viene meno; ed è come lingua legata quella, che pensa in tutto le sue bontà. Dice Santo Bernardo: Quegli solo di lodare la Vergine Maria taccia, che con buono e con puro cuore hae chiamato lei, e non è stato aiutato. Se si levano li venti delle tentazioni, se ti percuotono gli scogli delle tribulazioni, ragguarda la stella del mare, Maria Vergine. Negli pericoli, nelle angosce, ne’ dubbi, pensa che Maria non si parta del cuore tuo, acciò che tu abbi l’aiuto della sua orazione. Non lasciare la via della sua conversazione, imperò che, lei seguitando, non ti isvierai mai. Chi lei chiama, non si dispera; e atato da lei, non teme. Avendo lei per guida non ti affatichi; essendo tu presso a lei, non perirai. Anche dice: Laove lo nome di Maria si nomina, quindi ogni signoria di Dimonj fugge. Origene dice: Se domando come la Vergine ingenerò lo Salvatore, rispondo come la vite l’odore: ma guardati che di quell’odore tu non muoia, come fa la serpe, o l’animale velenoso.

CAPITOLO XIX.

Dell’Amistà.

L’amistà, dice Tullio, è consentimento delle cose divine e umane con buona volontà, e con carità. E laove non è virtù vera, non puote essere amistade. Uno filosafo fu domandato, che cosa è amico. Ed egli rispose: È disideroso [61] nome, e uomo che a pena si trova. Aristotele dice: L’amico è un altro io. Tullio dice: Quieta è legge della vera amicizia, che non preghiamo, nè vogliamo essere pregati di cosa sconcia. E nulla scusa hae lo peccato, lo quale per amistà si fa. Santo Agostino dice: Quello è segno d’amistà, quando altri dice altrui i suoi segreti. Santo Gregorio dice: L’amistà che viene meno, mai non fue vera amistà. Anche dice : La vera amistà, quello che sente, non asconde al suo amico.

CAPITOLO XX.

Della Liberalità, cioè buona Cortesia.

La liberalità, dice il filosafo, è virtù d’animo, che dà benificio; e questa virtù istà in donare. Tullio dice: Nulla cosa è più onesta e più magnifica che dispregiare la pecunia quando tu non l’hai; e quando tu l’hai, dalla largamente. Anche dice: Se hai promesso alcuna cosa a persona che non ne sia degno [62], dalla non come dono, ma per fare vero lo tuo detto. E così usa la cortesia, che sia utile agli amici e non a’ nemici.

CAPITOLO XXI.

Di coloro che ricevono li doni.

Dice il filosafo che il volentieri ricevere gli doni, non è altro che legare la tua libertà a coloro che ti servono. Santo Isidoro dice: Colui che dirittamente giudica e aspetta alcuno premio, o prezzo, commette fraude in Dio, imperò che la giustizia che dee fare, in dono ricevendo, pecunia la vende. Anche dice: Ricevere doni è passamento di veritade [63].

CAPITOLO XXII.

Della laude della Religione.

Dice Santo Isidoro: La religione si è virtù per la quale l’anima si lega con Dio a servire all’onore di Dio. Santo Bernardo dice: La religione in umilità si fonda, e colla povertà si conserva, e colla mondizia s’imbellisce. Anche dice: Due sono le cose che confondono e guastano la religione, lo vecchio pazzo, e il giovane superbio e svergognato.

CAPITOLO XXIII.

Della condizione de Religiosi.

Lo vero Religioso dee essere crocifisso col cuore e colle opere; e s’egli è pure [64] col cuore, e’ non si puote dire Religioso. Santo Gregorio dice: Crocifisso e Cristo bestemmia quegli, che colle opere secolari porta l’abito della Religione. Questi ha la croce, ma non salute; hae morte, e non vita; hae passione a sua dannazione. Presso a Cristo Jesù col corpo, da lunga col cuore. Da vita allato a Cristo muore [65], ma con Cristo non passa in paradiso, ma col ladrone, che Cristo bestemmiò, e col Discepolo traditore, passa allo eternale tormento. Santo Gregorio dice: Dell’opera de’ secolari si confonde la vita de’ mali Religiosi.

CAPITOLO XXIV.

De’ Prelati.

L’Apostolo, scrivendo a Timoteo, dice, che il prelato dee essere irreprensibile, cioè vivere in tal modo che non possa essere ripreso; sicchè la sua vita debbe essere ispecchio e forma de’ sudditi. Santo Gregorio dice: Debbe lo prelato trapassare li suoi sudditi di vita e di costumi, come li passa coll’ufficio in grado. Passare dee ogni prelato li suoi sudditi d’ogni vertude, e spezialemente coll’umilitade, e colla caritade, e colla castitade, e di sollecitudine, e d’ogni bontade; e prima d’umiltade. Anche dice: Nulla cosa è così chiara nel prelato [66], quanto la virtù dell’umiltà; imperò che la superbia è conosciuta da’ poveri e da’ ricchi. In grande pericolo è colui ch’è posto in luogo di re. Dice anche: Passare dee li suoi sudditi di carità, e d’amare Iddio sopra ogni cosa, e il prossimo come sè medesimo; sovvegnendo a’ poveri come si conviene. Tutti li beni ecclesiastici sono de’ poveri. Santo Bernardo dice: Non dare a’ poveri è peccato di sacrilegio. Anche dice: Le ricchezze delle Chiese sono patrimonio de’ poveri. Crudelmente si toglie a’ poveri, ciò che i ministri e dispensatori delle Chiese a sè, o per sè ricevono, oltre al mangiare e al vestire. Non ordina Iddio a’ predicatori del vangelo vivere, e siano contenti del mangiare necessario del corpo, e non di saziare la gola, e debbano essere contenti delle vestimenta, colle quali si ricuoprino, e non si adornino? Debbono anche li prelati passare li loro sudditi di castità. Santo Gregorio dice: Quegli dèe l’uficio del pastore ricevere, che già nel suo corpo sa lo flusso della lussuria domare, acciò che predicando altrui le cose forti, in sè non vengano meno. Dee anche lo prelato passare li suoi sudditi della sollecitudine. Non è oggi ne’ pastori novelli, e però non sono pastori, ma sono mercenarj. Dee anche lo prelato passare li suoi sudditi di volontade. E avvegna che ogni persona sia tenuto di dare di se buono essempro, spezialmente ne sono tenuti gli pastori. Anche dice: Quanti essempri di perdizione li mali prelati mandano ai sudditi, tante pene averanno. Onde lo prelato, ovvero pontefice, se vuole la significazione del suo nome servare, è di bisogno che sia umile, caritativo, e di buono assemplo. Santo Bernardo dice: Pontefice è chiamato, imperò che dee fare ponte intra Dio e l’uomo.

CAPITOLO XXV.

De’ Cherici.

Cherico è detto da cleros, cioè a dire δάνος in greco, e in latino viene a dire Sors, però che  egli è nella sorte; cioè nella parte di Dio sono posti. Onde lo Vescovo, quando fa loro la corona [67], dice: Lo Signore è parte della eredità mia. Ma guai a loro, che pochi sono cotali, chente debbono essere, onde vogliono parere nell’abito come cavalieri, e nel guadagno come cherici; ma non però non sono nè cavalieri, nè cherici, imperò che non combattono come cavalieri, e non predicano come cherici. Di quale ordine saranno, che vogliono essere l’uno e l’altro, cioè cavalieri e cherici; e l’uno e l’altro istato guastano? Al dì del giudicio ciascuno risusciterà nel suo ordine. Costoro però che sanza ordine peccano, sanza ordine periranno; o vero se Dio veracemente si crede che sia, però che dal cielo infino di sotto alla terra non lasciò nulla disordinato, temo che cotali non siano ordinati ad essere in quel luogo, laove nullo ordine non è, ma sempiterno errore [68] v’abita, ed è.

CAPITOLO XXVI.

De’ Predicatori.

Lo Salvatore Nostro Gesù Cristo chiamò nel suo santo Vangelo gli predicatori luce, onde dice: Voi siete luce del mondo. E perocchè i predicatori sono di natura luce, è di bisogno che sempre lucano. Dee lo predicatore essere lucente e di buona vita, e di buona e sana dottrina, im però che se egli ha vera luce di dottrina sanza santa vita, uccide se medesimo col coltello della propria parola. Dice Santo Gregorio: La cui vita del predicatore è viziosa e dispregiata, di bisogno è che la sua predica sia ischernita [69]. Anche dice: Li mali predicatori possono essere chiamati ladroni, imperò che e’ predicano quello ch’e’ non fanno, e le parole de’ giusti si tolgono. Ma bene debbe essere chiara la loro dottrina, acciò che sappiano insegnare quello che ischifare si debbe, e quello che fare si dee, e questo sempre con umili parole. E guardisi lo predicatore che la sua predica non sia più leggiadra che umile, e non disideri d’essere lodato d’altrui; imperò che cotali predicatori l’Apostolo li chiama adulteroni [70] della parola di Dio. Imperò che come coloro, che fanno gli adulteri carnali, non curano d’avere figliuoli, ma pure di compiere la trista loro volontà, così li mali predicatori non curano di generare figliuoli spirituali per la predica, ma solamente vogliono la loro iscienza al popolo mostrare. Lo quale predicatore, perchè il disiderio del parere al predicare lo conduce, e a volontà piue che ad opera intende, ora dunque studia tu d’avere la vita lucente e ardere colla buona opera.

CAPITOLO XXVII.

Della Predestinazione.

Predestinazione è apparecchiamento di grazia in questa presente vita e nell’altra. Ciò che fanno gli predestinati è che non possono perire, imperò che ciò che fanno, eziandio li peccati, sì insieme s’aoperano in bene, imperò che dopo gravi peccati più umili si fanno, e del loro salvamento rendono più larghe grazie a Dio. Santo Gregorio dice: Non si possono avere quelle cose che predestinate non sono, ma quelle cose, orando, fanno ch’esse sono predestinate, e che cogli preghi le abbiamo. E anche la predestinazione di paradiso così è da Dio ordinata, che lassù gli eletti con fatica vegliano, e con prieghi meritino d’avere quello, che l’onnipotente Iddio, anzi che il mondo fosse fatto, donare dispose. Anche dice: Segno di manifesta predestinazione è quando il volere iniquo seguita lo male affetto [71], cioè la mala opera; e nulla cosa impedisce quello, che la mente perversa pensa.

CAPITOLO XXVIII.

Della Considerazione umana, e della brevità della vita.

La considerazione della brevità della vita umana è piacevole sagrificio a Dio [72]. Santo Gregorio dice: Chi considera quale sarà nella morte, sempre dee temere nelle sue opere; onde in ogni cosa ti ricorda della morte tua, e mai non peccherai. Seneca dice: Molti che abbondavano di vita, la stretta morte preme: e però ogni dì ti sia come il sezzaio. Santo Bernardo dice: Certa cosa è che tu morrai, ma non se’ certo nè quando, nè come, nè dove morrai. E imperò che la morte in ogni luogo t’aspetta, se tu savio sarai, in ogni luogo lei aspetterai. Se la carne seguiterai, in carne punito sarai Se in carne ti dilettorai, in carne tormento averai. Se leggiadre vestimenta addomanderai sopra terra, sotto terra da tignuola sarai mangiato, e li tuoi vestimenti saranno li vermini.

CAPITOLO XXIX.

Del dì del Giudicio.

Dice uno Savio uomo: Sono molti che non pensano nulla. Se noi vogliamo salvamente andare, ha bisogno che continovamente pensiamo lo dì del Giudicio. Santo Gregorio dice: Se io mangio, o se io beo, o se io foe altro, sempre mi pare udire quella boce: Levatevi, morti, e venite al giudicio. Anche dice: Quante volte penso del dì del Giudicio, tutto il corpo e il cuore mi trema. Santo Agostino dice: Verrae quello novissimo, verrae lo die del Giudicio, quando non si potrà fare penitenzia, e con nulla buona opera ci potremo dall’ultima e eternale morte liberare. E giusta cosa è che lo peccatore, che muore in questo [73], dimentichi sè stesso, lo quale vivendo hae dimenticato Iddio.

CAPITOLO XXX.

Delle pene del Ninferno.

Inferno è carestia d’ogni bene, e abbondanza d’ogni male. E tra le altre pene, che vi sono, sono nove, onde si vuole dire; così queste sono le pene dello Inferno: fiamma, freddo, puzza, vermini, battiture, tenebre, vedere lo Dimonio, la vergogna de’ peccati, lagrime ovvero pianto. Santo Isidoro dice: Doppia pena hanno in Ninferno li dannati, che la loro mente la tristizia affligge, e la fiamma lo corpo. E degnamente, imperò che la mente al male hanno inchinata, e col corpo la niquitade hanno operando compiuta: e però degno è che simigliantemente siano e nell’anima e nel corpo puniti [74].

CAPITOLO XXXI.

Della Laude di Paradiso, e del guidardone eternale.

Ogni lingua umana ed ogni intendimento viene meno nel laudare vita eterna, e la gloria e il premio eternale. Santo Gregorio dice: Quale lingua dire, o quale intendimento comprendere possono quali o quante sono le allegrezze della celestiale cittade: essere sempre ne’ cori degli Angioli, cogli beatissimi Spiriti istare continovamente presente alla gloria infinita del Creatore, e ragguardare lo volto del glorioso Iddio, quello incomprensibile e increato lume vedere, non avere più paura di morte, e avere lo dono della incorruzione perpetua? Santo Bernardo dice: Sarà nella celestiale gloria allegrezza sanza dolore, sicurtà sanza paura, riposo sanza fatica, vita sanza morte, sazietà sanza fame e sanza sete, fortezza sanza debilità, dirittura sanza iniquitade, bellezza sanza laidezza. A quelle allegrezze ci conduca il re di vita eterna, Messer Jesù Cristo, per la sua infinita pietà e misericordia. Amen.

Finisce il Giardino di Consolazione,

compilato per Bono Giamboni.

Note

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[1] Cioè adottarli, ritenerli, seguitarli. In alcuni Codici, in luogo di fermo, leggesi vero

[2] Ogliente, per odorifero, lezione seguitata dalla più parte dei Codici, e che conferma l’esempio con la presente autorità nel Vocabolario sotto questa voce riportato.

[3] Da questo passo, la voce Ecclesiastico, come titolo d’uno dei Libri del Vecchio Testamento, viene a ricevere una proprietà di significato più positiva di quella, che otteneva dall’ esempio nella Crusca allegato.

[4] Negli Ammaestramenti degli Antichi trovasi pure levamento per elevamento.

[5] Incomportabile, insoffribile. Anco nei Volgarizzamenti di Boezio e di Sallustio fu detto non portevoli dolori.

[6] Trave, non sta in significato suo proprio, ma per enfasi.

[7] Nessuna autorità addusse la Crusca per confermar l’uso di tale adiettivo nel senso di vietato. In quanto poi alle voci assempro ed essempro, che s’incontreranno spesso adoprate, in vece di esempio, vedremo esser queste comuni nel Villani, nei Fioretti di S. Francesco, e nei Volgarizzamento delle Pistole di Seneca.

[8] Per nauseante, schifosa, come si notò negli Ammaestramenti degli Antichi.

[9] Disse pure il Boccaccio altrui per altri.

[10] Il Cavalca, per denotare accapigliamento, accapigliatura, usò ancor egli capiglie; della qual voce a meglio conoscerne la derivazione ed il valore, può consultarsi l’antico Commento al Canto VII dell’ Inferno.

[11] Fu già avvertito nel precedente Trattato come il Giamboni, ad esempio d’altri antichi Scrittori, adopri malizia a significare malattia o infermità.

[12] Trascuratesi nel Vocabolario le antiche voci pigherizia e pighero, si riporta poi pighertà, che ha meno analogia con quella d’uso comune pigrizia.

[13] Il Giamboni in questi suoi Trattati usa talvolta senne, ègli, èlle, in luogo di ne sei, glie, le è.

[14] Questo proverbio, denotante che gli umani desiderj non hanno mai sazietà, non trovasi registrato nel Vocabolario.

[15] Non è proprio soltanto del Giamboni l’adoprare il chi anco nel numero del più, poichè nel Libro dei Sagramenti troviamo essersi detto: e i tavernieri, e chi questo sostengono.

[16] ritropico: idropico; malato di idropisia. (ndr)

[17] Sparto per sparso, attorniato, circondato, asperso, Questo significato, mancante nella Crusca, ci dà un sentimento corrispondente al detto di S. Bernardo, dal Giamboni allegato, e che si legge al Vol. I, p. 389: O delicate, qui delitiis et divitiis circumfusus atque confusus, confusionem expectas et mortem. Dai Morali poi di S. Gregorio, e dagli Ammaestramenti degli Antichi potremo avere esempi di dilicanza nel senso di delicatezza.

[18] bisso: finissima tela di lino, molto rinomata nell’antichità e nel medioevo, segno distintivo delle floride condizioni economiche di chi la indossava. (ndr)

[19] Malgrado che nella maggior parte dei Codici leggasi uscio, pur non ostante seguitammo il nostro testo, e quello del MS. Magliabechiano, stando la loro lezione in piena corrispondenza col passo di S. Bernardo dal Giamboni riferito, ove parlandosi dei golosi e lussuriosi, viene così da quel S. Dottore a concludersi: quorum omnis usus aut in ventre, aut sub ventre est, 1, 389.

[20] Vedansi i versetti 33 e 34 del Capo XI dei Numeri.

[21] Volle per tal modo il Giamboni concludere, come avea già detto alla pag. 86 del precedente Trattato, che quanto lussuria e ventre stanno in luogo tra loro vicino, altrettanto son prossimi al peccato ed al vizio. Come poi S. Isidoro più chiaramente ciò dichiarasse, lo mostreranno le seguenti parole, riportate nel Viridarinm Consolationis, da cui secondo che dicemmo Dell’Avvertimento deriva il presente Trattato: Proxima est ventri libido, sicut in loco sic vicino ubi ventris cum ventre sunt proxima. In ordine namque membrorum, genitalia ventri Junguntur: unum ex iis immoderate reficitur, aliud ad luxuriam excitatur etc. Così nel Codice Barberini.

[22] Questa ed altre sì fatte sincopi furono avvertite alle pag. 96 e 146 del Trattato Della Miseria dell’Uomo.

[23] Menovamento, lo stesso che menomamento, e sozzamento che vale imbrattamento, macchia, lordura, sono voci, che restano a desiderarsi nella Crusca.

[24] Voce autorizzata da più Codici, e che inutilmente si rintraccerebbe nell’Introduzione alle Virtù, donde il Vocabolario asserisce di averla attinta.

[25] Vedasi il Cap. XXI del precedente Trattato. (Miseria dell’uomo, ndr)

[26] Di questo e del precedente Capitolo, nel Viridarium Consolationis, se ne faceva uno soltanto, detto De Peccato.

[27] In alcuni Codici: d’altro senno.

[28] Tirante sta nel senso non riferito dalla Crusca di pertinace, ostinato.

[29] Cioè, a cui elle parlano: così nel nostro ed in altri Codici; in taluni però meno regolarmente leggevasi, le cui parlano.

[30] Il Cavalca ed altri purgati scrittori, valendosi di questa voce, adoprata pure alla pag. 98 del precedente Trattato, denotar vollero esposto, soggetto

[31] Dante e Fra Giordano somministrano più esempi di ausarsi adoprato in senso di assuefarsi.

[32] Alterazione della voce frenesia, non ammessa a ragione nel Vocabolario, ove non ebbe luogo neppure farnesia, che sarebbe stata analoga con farneticare e farnetico. Già vedemmo essersi detto sagreto e piggiore, in vece di segreto e peggiore; ma intorno a tal uso di scrivere in diverso modo una stessa voce, ne fu fatta avvertenza alla pag. 137 del Trattato Della Miseria dell’Uomo.

[33] A sempre più dimostrare l’imitazione del Viridarium Consolationis dal Giamboni tenuta, ne riporteremo l’introduzione del presente Capitolo: Sequi diabolum est ejus sugestiones mortiferas adimplere, et in peccatis perseverare. Bernardus; Perseverare in peccatis etc.

[34] Abbiamo esempi di tale avverbio nel Villani, nelle Novelle antiche, ed in altri scrittori del buon secolo.

[35] Errare dalla verità, Tale allontanarsi da essa, ingannarsi. Disse pure altrove il Giamboni errare dalla fede, errare dalla virtù. Nel presente Capitolo abbiamo interamente seguitato la lezione del nostro Codice, come più regolare ed esatta. Haeretici dicuntur a veritate errantes: così incominciava il Capitolo degli Eretici secondo il Trattato latino, che Messer Bono prese ad imitare; e nella conclusione poi dicevasi secondo il Codice Barberini: Gregorius. Haeretici depravati vim facmnt contra infirmas fidelium mentes, verborum et operum violentia grassantur. Gregorius: Pauperem spoliant, quia dum doctis non prevalent, non doctos, sive indoctos, velamine fidei denudant.

[36] Cioè di tal modo, di tal sorte, di tal fatta.

[37] Cognoscersi ad alcuno, frase non registrata nella Crusca, e che denota manifestarsi, palesarsi, farsi cognito adesso, o simili.

[38] Lo stesso che pestilenti, per malvagi, scellerati, come vediamo essersi adoprato dal Cavalca, e da altri purgati scrittori.

[39] Non abbiamo nella Crusca questo verbale femminino, che vale quanto mediatrice.

[40] L’esempio, che con l’autorità del Giardino di Consolazione si addasse nella Crusca alla voce tesoro, discorda qualche poco dal testo ora pubblicato.

[41] Questo avverbio, per innanzi ripetuto, non trovasi nella Crusca, sebbene vi si scorga registrata la voce piatoso.

[42] In tutti i Codici, eccettuato il nostro, erroneamente leggevasi: La correzione dae Iddio e la vita all’anima. Che la vera lezione fosse quella da noi seguitata, lo confermerà il testo del Viridarium Consolationis, che dice secondo il Codice Barberini: Correctio Domini tributi vitam animae, si patienter substineatur, et facit surgere a peccatis etc.

[43] Seguitare è qui usato in tento di conseguitare, conseguire, acquistare, ottenere.

[44] Iracundio per iracondo, come superato per superbo, hanno più esempi negli antichi scrittori; ma la prima di tali voci però non fu ammessa nel Vocabolario. Disse poi malifico per malefico anco il Cavalca.

[45] La strema, l’ultima, la più abietta, la più vile. Seguiva fedelmente il Giamboni il Viridarium Consolationis che diceva: Extremum genus mortis elegit Christus, ut nullum genus mortis Martyres formidarent.

[46] Fitto, usato nel significato di finto, confermasi da non pochi esempi di antichi e moderni scrittori.

[47] Con più regolarità però sarebbesi detto: lo nimico è colui che si ama.

[48] Che talvolta al pronome chi si attagliasse il valore di coloro, fa già avvertito nel Capitolo dell’Avariua, che si legge di sopra alla pag. 168.

[49] Guiderdonatore, voce non registrata nella Crusca, ove però vedesi riportato il verbale femminile guiderdonetrice.

[50] Vale a dire, cento volte più.

[51] Avere storpio, frase mancante nella Crusca, e che denota, alterare, guastare, corrompere. Userà pure Ser Brunetto Latini menimamento, per menomamento.

[52] Le parole che, per salvar te, lui non ha bisogno di tuo servigio, non si leggono che in pochi Codici, e mancano pure nel Viridarium Consolationis.

[53] Rio per malvagità, reità, peccato.

[54] Condannare prende qui il significato di essere condannato, o meglio ancora di dannarsi.

[55] Che effetto si scambiasse dagli antichi in affetto, e che all’incontro si attribuisse a quest’ultima voce il valore della prima, lo confermano più esempi di antichi purgati scrittori.

[56] Della materia contenuta in questo e nel precedente Capitolo, vedremo esserne più diffusamente parlato nella Scala dei Claustrali.

[57] Cioè riporta la palma, la vittoria, o il premio.

[58] Le parole dette da S. Agostino in questo proposito, nel Viridarium Consolationis venivano così riportate: Augustinus in persona Domini. Venale habeo. Quid? regnum coe lorum. Quomodo emitur? paupertate regnum emitur, dolore gaudium, labore quies, vilitate gloria, morte vita. Regnum coelorum pauperum est, quia pauperes nihil habent in terra, divites nihil in coelo. Bernardus: Multi pauperes esse volunt, ita tamen quod nihil eis desit, et sic diligunt paupertatem, ut nullam patiantur egestatem. Vedasi ora con qual fedeltà il Giamboni ne seguitasse quel testo.

[59] Dell’uso presso gli antichi di scrivere talvolta gli avverbi senza sincope.

[60] olorifica: odorifera. (ndr)

[61] L’antico Libro dei Viaggi, dalla Crusca allegato, ci somministra esempi dell’ uso della voce disideroso in senso di desiderato, che il contesto ora richiede.

[62] Riguardo ad Accompagnare persona con adiettivo mascolino, si veda la Nota 2 alla pag. 64.

[63] Diceva pure il Boccaccio passamento di noia, per desolare schifamento di noia.

[64] Egualmente che sul principio del C. XVI, questo avverbio prende qui il valore di puramente, semplicemente, solamente.

[65] Vale a dire, dalla vita passa alla morte allato a Cristo, ma con Cristo non passa in paradiso.

[66] Discorda alquanto dal presente passo, l’esempio con questa istessa autorità riportato dalla Crusca, sotto la voce prelato.

[67] Vale a dire quando fa loro la cherica, o conferisce ad essi la tonsura. Corona, per cherica, è frequente nel Volgarizzamento della Somma Pisanella, detta il Maestruzzo. Già nel Viridarium Consolationis erasi detto: Clericus dicitur a Cleros, quod est sors. Cleros enim graece , sors latine dicitur, quod insorte Dei positi sunt.

[68] Errore per orrore, secondo l’uso negli antichi di variare qualche lettera nella scrittura.

[69] Costruzione irregolare, che sta in luogo di dire: Il predicatore, la di cui vita è viziosa ec.; o sivvero: La vita di quel predicatore, che è viziosa e dispregiata, è di bisogno ec.

[70] Accrescitivo di adultero, non registrato nella Crusca. Di sì fatti predicatori, nel Viridarium Consolationis in tal modo dicevasi: Ne laudari de sua praedicatione desiderent ab hominibus, quia tales adulte rari verbum Dei ab Apostolo dicuntur. Ait enim: Non simus sicut plures adulterante verbum Dei. Gregorius super verbo isto adulterantes: Adulterium quippe in coitu non prolem, sed voluptatem quaerit, et pravus quisque cc vanaegloriae serviens jure adulterans verbum Dei dicitur, quia per sacrum verbum Deo filios non gignere, sed suam scientiam desiderat ostendere, quia libido gloriae ad loquendum trahit, voluptati magis quam operationi operam impendit. Studeat ergo lucere vita, pariter lucere et ardere per effectum.

[71] Affetto per effetto.

[72] Consideratio brevitatis vitae humanae grata oblatio Dei est etc. Così incominciava il Capitolo della Considerazione della brevità della vita umana secondo il Viridarium Consolationis da cui provammo che derivasse il presente Trattato.

[73] Cioè, che muore sì fattamente, in tal modo, od anco in tal punto.

[74] Vedansi i Capitoli IX e X del Sesto Trattato del Libro della Miseria dell’uomo.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011