Antonio Fogazzaro

Il santo

Edizione di riferimento:

Antonio  Fogazzaro, Il santo, Casa Editrice Baldini Castoldi & C., Galleria Vittorio Emanuele 17 e 80 Milano 1906

(Seconda parte).

CAPITOLO SESTO.

Tre lettere.

Jeanne a Noemi.
Vena di Fonte Alta, 4 luglio…

Perdonami se ti scrivo colla matita. Ho riletto la tua lettera qui, a mezz’ora dall’albergo, seduta sull’orlo di una vasca dove le mandre vengono ad abbeverarsi. L’acqua piccola che vi cade da un canaletto di legno mi ricorda con la sua voce tenera qualche cosa che mi fa dolere il cuore: una passeggiata con lui per i prati e i boschi, nella nebbia, una sosta presso questa fonte, parole dolorose, qualche lagrima, una cosa scritta nell’acqua, un momento felice, l’ultimo. È stato un grande sacrificio che ho fatto a Carlino di ritornare a Vena dopo tre anni. Gli ho sempre voluto bene ma il messaggio di Jenne mi farebbe affrontare per lui ben altri sacrifici che questo, e lietamente, e sapendo di averne perduto tutto il merito.

Non sono contenta della tua lettera, te ne dirò il perchè; non però adesso. Qui scrivo troppo male e ora scende il nebbione dai prati alti sopra la fonte, soffia una tramontana fredda. Debbo curare la mia salute per Carlino. Anche questo è un sacrificio perchè odio la mia salute!

Più tardi.

Noemi, non potresti far sì che il mezzo foglietto di carta qui unito, scritto a matita, gli cadesse sotto gli occhi? Tu esiti a dirgli come l’obbedisco; non potresti almeno aiutarmi a farglielo sapere così?

Non sono contenta delle tue lettere sopra tutto perchè sono troppo corte. Tu sai quanto io sia insaziabile di udire di lui, egli è ospite della casa dove lo sei anche tu, a Subiaco non devi assolutamente saper che fare, e te la sbrighi in due parole! – Sta meglio. – Legge molto. – Ha lavorato nell’orto. – Forse passerà l’estate con noi. – Scrive. – E non hai ancora saputo dirmi che male veramente abbia, cosa legga, dove andrà se non passa l’estate con voi, se scrive lettere o libri, e di cosa parlate fra voi; perchè è impossibile che non parliate insieme qualche volta. Non ripetermi la tua scusa che quanto meno mi si parla di lui, tanto meglio è per me. È una scusa comoda che hai trovato ma è sciocca; perchè, mi si parli o non mi si parli, è la stessa cosa. La mia speranza è ben morta. Non rinasce. Dunque scrivi a lungo. Sono certa ch’egli ti vuole convertire, che avete insieme delle conversazioni intime e che mi parli poco di lui per questo. Sarebbe una piccola gloria, sai, di convertire te perchè in religione tu sei una sentimentale, non hai la visione chiara, fredda e sicura della verità che ho pur troppo io senz’avere studiato e che tanto non vorrei avere.

Quando pensi di ritornare nel Belgio? I tuoi interessi non ti richiamano lassù? Mi hai parlato una volta di un tuo agente che non t’ispirava molta fiducia. Pare che in agosto viaggeremo. Almeno così dice ora Carlino che poi cambia facilmente assai. Mi piacerebbe vedere l’Olanda in settembre, con te. Addio. Dunque scrivi. S’egli legge molto potresti farti prestare un libro da lui e lasciarvi dentro il mezzo foglietto per segno. Insomma, trova! O questo o altro; sei donna. Trova, se pure mi vuoi bene. Penso del resto che non me ne vuoi più niente. È così, di’ la verità. Invece qui all’albergo c’è una signora innamorata di me. Ridi pure, è proprio vero. Vive a Roma. Suo marito è sottosegretario di Stato. Vuole a ogni costo che io passi l’inverno venturo a Roma. Dipenderà da Carlino. La signora lo assedia ed egli si lascia assediare, nè ben resiste nè ben capitola. Addio, scrivi, scrivi e scrivi.

Noemi a Jeanne (dal francese).
Subiaco, 8 luglio…

Ho fatto meglio. Mio cognato gli disse a memoria, in presenza mia, un passo latino che lo colpì, un passo su certi monaci del tempo antico, prima di Cristo. Egli pregò Giovanni di scriverglielo. Eravamo nell’uliveto sopra la villetta, seduti sull’erba. Io porsi prontamente a Giovanni una matita e il mezzo foglietto, presentandogliene il lato bianco. Egli scrisse e Maironi prese il mezzo biglietto, vi lesse il passo latino, se lo pose in tasca senza guardare l’altra facciata. È stato un vero tradimento e ho tradito per amor tuo. Dubiterai ancora di me?

Cosa ti potrei dire della sua malattia più che non ti abbia già detto? Per due settimane, circa, gli è stata addosso la febbre. Un giorno il medico diceva ch’era tifoide, un giorno diceva che non era. Cessò ma le forze non sono ancora interamente ritornate, la magrezza è grande, pare che qualche disordine interno persista, il medico è rigoroso riguardo alla qualità dei cibi, egli ha rinunciato al suo regime, prende carni e anche un po’ di vino. È venuto ieri da Roma a trovare Giovanni un suo amico, un professore famoso, il professore Mayda. Giovanni lo ha pregato di vedere Maironi, di consigliare qualche cosa. Ha consigliato una cura di acque che Maironi certamente non prenderà. Mi pare di conoscerlo abbastanza per poterlo dire. Da otto giorni in qua ha migliorato sensibilmente, del resto. Lavora nell’orto qualche poco la mattina e qualche poco la sera. Stamani si è levato per tempissimo e non gli è venuto in mente di lavare la scala? Maria rimproverò ieri la sua vecchia fantesca perchè la scala non era pulita. Questa vecchia, che dorme a Subiaco, quando venne alle sette trovò il lavoro fatto da Maironi. Mia sorella e mio cognato lo rimproverarono, quest’ultimo quasi aspramente, forse perchè è tanto diverso da Maironi e non gli verrebbe in mente di pigliare la granata neppure se si trovasse dentro una nuvola di ragnatele. Cosa Maironi legge? A me di letture sue non parlò che una volta e per breve tempo, come ti dirò. Ti ho scritto che forse passerà l’estate con noi, perchè so che Maria e Giovanni lo desiderano. Il mio presentimento è che ora non resterà e che andrà a Roma. Però è una mia idea, niente di più, non ne so niente.

Quanto a volermi convertire, io non so se la cosa sia facile nè se Maironi ci pensi. Bada, io lo chiamo Maironi scrivendo a te; parlando a lui lo chiamo Benedetto senz’altro, perchè il suo desiderio è questo. Sono sicura che a convertirmi ci pensava Giovanni. L’ha trovato tanto facile che non me ne parla più. Di Maironi non lo crederei. Mi pare che per lui il Cristianesimo sia sopra tutto azione e vita secondo lo spirito di Cristo, del Cristo risorto che vive sempre in mezzo a noi, del quale noi abbiamo, com’egli dice, l’esperienza. Mi pare che la sua propaganda religiosa non abbia per oggetto il Credo di una Chiesa cristiana piuttosto che di un’altra, benchè senza dubbio la santità del suo vivere sia rigorosamente cattolica. Quando l’ho inteso parlare di dogmi con Giovanni non era mai per discutere le differenze fra Chiesa e Chiesa, era piuttosto per aprire certe formole della Fede e mostrare la luce grande che n’esciva aprendole in un certo modo. In questo Giovanni è maestro ma quando parla Giovanni si sente sopra tutto che nella sua mente vi ha un sapere immenso, e quando parla Maironi si sente sopra tutto che nel suo cuore vi ha il Cristo vivo, il Cristo risorto, e ci si accende. Per essere interamente, scrupolosamente sincera, ti dirò che se non credo ch’egli desideri di convertirmi, però non posso esserne certissima. Eravamo un giorno nell’uliveto. Egli e Giovanni discorrevano di un libro tedesco sull’essenza del Cristianesimo che pare aver fatto rumore ed è stato scritto da un teologo protestante. Maironi osservava come questo protestante, quando parla del Cattolicismo, ne parli colla più onesta attenzione d’imparzialità, ma come in fatto non conosca la religione cattolica. Secondo lui nessun protestante la conosce, son tutti pieni di pregiudizi, giudicano essenziali al Cattolicismo certe alterazioni della sua pratica, esteriori e sanabili. C’era lì un panierino di albicocche ed egli ne tolse una bellissima, però un poco guasta. «Ecco» disse «un frutto guasto. Se io offro questo frutto a uno che non conosce ma vuole esser gentile, mi dice che vi è del sano e del buono ma che pur troppo vi è anche del malato e che perciò egli, con dispiacere, non lo prenderà. Così parla del Cattolicismo questo protestante insigne. Ma se io offro il frutto a uno che conosce, egli lo accetterà quand’anche fosse tutto putrido e porrà il nocciuolo immortale nel proprio terreno con la speranza di avere albicocche bellissime e sane.» Il discorso era rivolto a Giovanni, ma gli occhi guardavano sempre me. Devo soggiungere che anche a Jenne egli mi aveva detto d’imparare a conoscere il Cattolicismo. A ogni modo se io rimango protestante non è per il conoscere e il non conoscere, è perchè così vogliono i miei sentimenti più sacri.

Mia cara Jeanne, vi ha un’altra cosa che ti voglio schiettamente dire. Sospetto che tu sia gelosa. Ho paura che tu non possa comprendere il dolore indicibile che mi faresti se lo fossi veramente; ho paura che tu non possa comprendere la gravità immensa dell’offesa che faresti a lui prima e poi anche a me. Adesso io ti apro il mio cuore. Avrei rimorso di non farlo, amica mia; rimorso rispetto a te, rispetto a lui, rispetto a me stessa. Quanto a lui, egli è buono e dolce a tutti coloro che avvicina ma in modo particolare ai più umili, e forse tu potresti esser gelosa della vecchia di Subiaco che viene in casa per i bassi servizî. Con Maria e con me la sua bontà e dolcezza si mostrano silenziosamente più che con parole. Con noi egli è sereno, semplice, affabile; non ha mai l’aria di sfuggirci ma non è mai accaduto che si trattenesse a parte nè con l’una nè con l’altra. Io sono agli occhi di lui un’anima e le anime sono per lui tutte come erano per mio padre le menome pianticelle del suo grande giardino, ch’egli avrebbe voluto difendere dal gelo col calore del suo cuore, far crescere e fiorire colla comunicazione della sua vita. Ma sono un’anima come un’altra, forse appunto colla differenza sola ch’egli mi giudica più lontana dalla verità e perciò più minacciata dal gelo; benchè questo non si vede nel suo contegno.

Quanto a me, cara, io provo certamente un sentimento profondo per lui; ma sarebbe abbominevole dire che il mio sentimento somigli anche da lontano a quello che gli uomini chiamano col solito nome. Il mio sentimento è riverenza, è una specie di timore devoto, una specie di awe per cui io sento intorno alla sua persona come un circolo magico che non oserei passare. Nella sua presenza il mio cuore non ha un battito di più. Non lo so, direi piuttosto che ne abbia uno di meno. Non potrei essere più sincera di così, cara Jeanne. Dunque ti prego, ti supplico di non immaginare altra cosa.

Per ora non penso al Belgio. Può darsi che vi faccia una corsa più tardi. Salutami tuo fratello, del quale vorrei sapere se ha finalmente portato il vecchio prete e la signorina in Fomalhaut. Ci penso anch’io qualche volta, alla sua Fomalhaut. Digli che se quest’inverno verrete a Roma faremo musica insieme. Addio, ti abbraccio.

Benedetto a don Clemente.

(Non spedita).

Padre mio, il Signore si è ritirato dall’anima mia, non dico per abbandonarmi al peccato ma per togliermi ogni senso della presenza Sua, e il desolato grido di Gesù Cristo sulla croce freme, a momenti, in tutto il mio essere. Se mi sforzo di richiamare ogni mio pensiero nel pensiero della Presenza Divina, ogni mio sentimento in un atto di abbandono alla Divina Volontà, non ne ho che pena e scoramento, mi par di essere una bestia caduta sotto il carico, che a un primo colpo di frusta fa uno sforzo, ricade; a un secondo colpo, a un terzo, a un quarto trasalisce appena, neppure tenta rialzarsi. Se apro il Vangelo o l’Imitazione, non vi trovo sapore. Se ripeto preghiere mi vince il tedio e ammutolisco. Se mi prostro sul pavimento, il pavimento mi gela. Se mi lamento a Dio di essere trattato così, il Suo silenzio mi par diventare più ostile. Se con l’autorità dei grandi mistici mi dico che ho torto di avere tanto affetto alle dolcezze spirituali, di soffrire tanto per la loro privazione, mi rispondo che hanno torto i mistici, che nello stato di grazia sensibile si cammina sicuri e che invece in questa notte spirituale senza stelle il cammino non si vede, non c’è altra regola che ritrarre il piede quando si sente molle l’erba, e ciò non basta, ch’è anche possibile di porlo addirittura, il piede, nel vuoto. Padre, padre mio, mi apra le Sue braccia, ch’io senta il calore del Suo petto pieno di Dio! Vi sono cento ragioni per me di non venire a Santa Scolastica, ma in ogni modo preferirei scrivere. Ella è qui presente a me più che nel corpo; io mi unisco, mi confondo meglio a Lei col pensiero che se Le fossi davanti; e ho bisogno di confondermi a Lei col pensiero, ho bisogno di costringere l’anima mia dentro la Sua. Forse Le manderò questa lettera, forse neppure la manderò. Padre mio, padre mio, mi fa bene di scriverti più che di parlarti, non ti potrei parlare colla foga che ora mi viene alla penna e non mi verrebbe alle labbra. Scrivendo, io parlo, io grido a te immortale, io ti spoglio dalle mortalità che sono anche nell’anima tua e che mi romperebbero, nella tua presenza, questa foga, delle mortalità di conoscenze incomplete delle cose, di prudenze che ti consiglierebbero veli al tuo pensiero. No, non te la spedirò questa lettera, eppure tu l’avrai; l’arderò, eppure tu l’avrai, sì, tu l’avrai, non è possibile che il mio tacito grido non ti raggiunga, forse adesso nelle tenebre della notte, mentre dormi, forse fra due ore, ancora nelle tenebre della notte, mentre preghi con i fratelli nella dolce chiesa dove tanto abbiamo adorato insieme.

Io so perchè sono arido, io so perchè Dio mi abbandona. Sempre quando Dio mi abbandona, quando tutte le sorgenti vive dell’anima mia inaridiscono e i germi vivi si disseccano e il mio cuore diventa un mare morto, io so perchè. Perchè ho udita una musica soave alle mie spalle e mi sono voltato, oppure perchè il vento mi recò fragranze dai prati in fiore a lato della mia via e mi arrestai, oppure perchè la nebbia mi è salita di fronte e ho temuto, oppure perchè uno spino mi offese il piede e ne ho concepita ira. Istanti, baleni, ma intanto l’uscio si apre, un soffio maligno entra. È sempre così, basta uno sguardo raccolto, una lode gustata, una immagine trattenuta, una offesa rimeditata, il soffio maligno entra.

E adesso è tutto questo insieme! È scesa la notte sul mio cammino, ho messo il piede nell’erba molle, la ho sentita, ho ritratto il piede ma non subito. Perchè adopero figure? Scrivi scrivi, mano mia vile, la nuda verità! Scrivi che questa casa è un nido di mollezza e che se ho gustato il letto soffice, la biancheria fine, l’odore di lavanda, ho molto più gustato la conversazione del signor Giovanni e le letture assorbenti nel diletto della mente, l’aura di due giovani donne pure, intellettuali, piene di grazia, la loro ammirazione segreta, il profumo di un sentimento che una di esse mi è parsa chiudere in sè, la visione di una vita nascosta in questo nido fra queste persone, lontana da tutto ch’è volgare, ch’è basso, ch’è immondo, ch’è schifoso.

Ho sentito il male del mondo con il ribrezzo che se ne ritrae e non con il focoso dolore che lo affronta per strappargli le anime. Istanti, baleni; mi rifugiai come un tempo nell’abbraccio della Croce ma la Croce, poco a poco, altrimenti da un tempo, mi diventò nelle braccia legno insensibile e morto. Mi sono detto: spiriti di nequizia, male volontà sapienti e forti che sono nell’aria, congiurano contro di me, contro la mia missione. Mi sono risposto: superbia, giù! E poi la prima idea mi riprese, ondeggiai cieco in questa vicenda trista, ogni giorno, tutto il giorno. E poichè niente ne ho lasciato trasparire, poichè capivo che il signor Giovanni e le signore non dubitavano che io non fossi nell’interno così sereno, così puro come il mio esterno pareva, mi disprezzai, certi momenti, come un ipocrita, per dirmi, il momento dopo, che invece il mio esterno puro e sereno mi aiutava a vivere, parlo della vita spirituale; che il parer forte mi obbligava a esser forte. Mi paragonai a un albero che ha il midollo divorato dai vermi, il legno consunto dalla putrefazione e vive per la corteccia, può dare foglie e fiori per lei, può dare ombra benefica. E poi mi dissi che questo era buono per gli uomini; ma davanti a Dio, davanti a Dio? E poi mi dissi ancora che Dio mi potrebbe sanare perchè l’albero divorato nel midollo non è sanabile ma l’uomo sì; e allora mi torturai per la impotenza di fare quello che Dio avrebbe chiesto a me come cooperazione della mia volontà alla Sua: fuggire, fuggire. Dio è nella voce dell’Aniene che dalla sera della mia partenza da Jenne mi dice: «Roma, Roma, Roma»; e Dio è pure nella forza dei vermi invisibili che mi hanno rosô le virtù vitali del corpo. E allora e allora e allora? Signore, ascolta il mio gemito che Ti domanda giustizia.

Ho detto tante volte che certamente partirò appena ne avrò la forza e qui mi vorrebbero trattenere e come potrò io dir loro: amici miei, voi mi siete nemici? Ecco, viltà mia! Perchè non potrei dirlo? Perchè non lo dirò?

Ho letto un giorno nello sguardo della giovine protestante: – Se Lei parte che sarà dell’anima mia? Non deve Lei desiderare di condurmi alla fede Sua? Io non mi lascio condurre ancora. – No, non posso, non debbo scrivere tutto. E come scrivere l’espressione di uno sguardo, l’intonazione di una parola per sè indifferente? Non sono sguardi come quello per il quale San Girolamo s’immerse nell’acqua gelata o almeno la commozione mia non somiglia alla sua. Non vale acqua gelata contro uno sguardo puro nella sua dolcezza. Solo il fuoco vi arriva, il fuoco dell’Amore supremo. Oh chi mi libera dal mio cuore mortale che non si move di un solo picciol moto senza movere tutte le fibre del corpo, chi mi libera il cuore immortale che gli è interno come il germe al frutto e si prepara un corpo celeste? Non posso, non debbo scrivere tutto, ma questo sì lo voglio scrivere: il Signore mi tende insidie e lacci! Caduto, mi deriderà! Perchè è avvenuto che io scrivessi il passo latino sulla gente che vive in penitenza fra il Mar Morto e il deserto, «sine pecunia, sine ulla femina, omni venere abdicata, socia palmarum» su quel pezzo di carta che recava sull’altra faccia parole di J. D., calde ancora del mio peccato antico e del suo, delle memorie più terribili? Perchè una persona così timida ha osato impormi una comunicazione segreta?

Il vento mi ha spalancata la finestra. Oh Aniene Aniene, come non ti stanchi di ruggirmi il tuo comando! Che io parta sul momento? Impossibile, le porte sono chiuse. E poi sarebbe indegno di partire così. Disonorerei Dio, farei dire: che qualità di servi ingrati e pazzi ha il Signore? Vieni, spirito del mio Maestro, vieni, vieni, parla, io ti ascolto. Che mi dici? Che mi dici? Ah tu sorridi delle mie tempeste, tu mi dici di partire, sì, ma di partire nobilmente, di annunciare che il Signore me lo comanda. Tu mi dici di obbedire alla voce di Dio nell’Aniene. Ecco che il vento si allontana, pare chetarsi, contento. Sì, sì, sì, con lagrime. Domani, domattina. Lo annuncierò. E so a chi andrò in Roma. Oh luce, oh pace, oh sorgenti redivive dell’anima mia, oh mare morto che ti gonfii in una calda ondata! Sì, sì, sì, con lagrime. Grazie, grazie. Gloria a Te, Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il nome Tuo, venga il regno Tuo, sia fatta la Tua volontà!

CAPITOLO SETTIMO.

Nel turbine del mondo.

Una carrozza signorile si fermò sull’imbrunire davanti a una casa di via della Vite, in Roma. Due signore ne discesero frettolosamente e sparirono dentro la porta oscura. La carrozza partì. Due minuti dopo ne arrivò un’altra, versò due altre signore nella stessa porta e partì. In un quarto d’ora ne capitarono cinque. La porta oscura non inghiottì meno di dodici signore. La piccola via ritornò silenziosa. Trascorsa una mezz’ora cominciarono a venire dal Corso gruppi di uomini. Si fermavano davanti a quella stessa porta, leggevano il numero al lume del fanale vicino, entravano. E la porta oscura inghiottì a questo modo un’altra quarantina di persone. Gli ultimi furono due preti. Quello che guardò il numero era miope, non riusciva a decifrarlo. L’altro gli disse ridendo:

«Entra, entra, io sento puzzo di Lutero, dev’essere qui.»

E il primo entrò nelle tenebre puzzolente. Salirono per una scala nera, sucida, su su verso l’unico lumicino a olio che ardeva al quarto piano. Quando furono al terzo, accesero dei fiammiferi per leggere i nomi sulle placche degli usci. Una voce chiamò dall’alto:

«Qui, signori, qui!»

Un giovine affabile signore in abito nero di mattina discese a incontrarli, li ossequiò molto, disse che si aspettava solamente loro, li fece entrare, per un’anticamera e un andito quasi tanto oscuri quanto la scala, in una stanza grande, piena di gente, illuminata alla meglio da quattro candele e da due vecchie lucerne a olio. Il giovine signore si scusò dell’oscurità. I suoi genitori non volevano in casa nè luce elettrica nè gaz nè petrolio. Tutti gli uomini venuti a gruppi erano raccolti lì. Tre o quattro vestivano l’abito ecclesiastico. Gli altri, meno un vecchio dalla faccia rossa e dalla barba bianca, parevano studenti. Nessuna signora. Erano tutti in piedi, eccetto il vecchio, persona di riguardo, certamente. Conversavano sottovoce. La stanza sussurrava come una grotta tutta rivoletti e goccie cadenti. Entrati i due preti, il giovine padrone di casa disse:

«Allora!...»

Le persone strette nel gruppo maggiore si scostarono a cerchio e vi apparve nel mezzo Benedetto. Un tavolino con due candele e una sedia erano preparati per lui. Pregò che si togliessero le candele. Poi gli dispiacque anche il tavolino. Si disse stanco, chiese di parlare seduto sul canapè, vicino al vecchio signore dal viso acceso e dalla barba bianca. Vestiva di nero, era pallido e magro più ancora che a Jenne. La fronte gli si era scoperta di capelli, aveva preso qualche cosa della fronte solenne di don Giuseppe Flores. E gli occhi avevano un azzurro più lucente. Molte delle facce volte avidamente a lui parevano piuttosto affascinate da quegli occhi e da quella fronte che ansiose di udire la sua parola.

Egli prese a parlare così, senza un gesto, tenendosi le mani sulle ginocchia:

«Io devo dire subito a chi parlo perchè non tutti qui hanno le stesse disposizioni di anima verso Cristo e la Chiesa. Non credo di parlare ai sacerdoti presenti, credo e spero ch’essi non abbiano bisogno della parola mia. Non parlo a questo signore seduto presso a me, perchè egli pure, lo so, non ne ha bisogno. Non parlo ad alcuno che sia fermo nella fede cattolica. Io parlo unicamente a quei giovani che mi hanno scritto così.»

Trasse una lettera e lesse:

«Noi siamo stati educati nella fede cattolica e, fatti uomini, abbiamo accettato con un nuovo atto di libera volontà i suoi più ardui misteri, abbiamo lavorato per essa nel campo amministrativo e sociale; ma ora un altro mistero sorge sul nostro cammino e la nostra fede tituba davanti ad esso. La Chiesa cattolica che si proclama fonte di verità, oggi contrasta la ricerca della verità quando si esercita sui fondamenti suoi, sui libri sacri, sulle formole dei dogmi, sull’asserita infallibilità sua. Questo per noi significa ch’essa non ha più fede in sè stessa. La Chiesa cattolica che si proclama ministra della Vita, oggi incatena e soffoca tutto che dentro di lei vive giovanilmente, oggi puntella tutte le sue cadenti vecchiaie. Questo per noi significa morte; lontana, ma ineluttabile morte. La Chiesa cattolica che proclama di volere rinnovar tutto in Cristo, è ostile a noi che vogliamo contendere ai nemici di Cristo la direzione del progresso sociale. Questo per noi significa, insieme a molti altri fatti, avere Cristo sulle labbra e non nel cuore. La Chiesa cattolica oggi è tale e Dio vorrà che noi le obbediamo ancora? Ecco perchè noi veniamo a Voi. Che dobbiamo fare? Voi che vi professate cattolico e, predicate il cattolicismo e avete fama...»

Qui Benedetto troncò la lettura, dicendo:

«Seguono parole inutili.»

E riprese a parlare:

«Io rispondo a chi mi ha scritto così: – Ditemi; perchè vi siete rivolti a me che mi professo cattolico? Mi credete voi forse, nella Chiesa, un Superiore dei Superiori? È forse per questo che se la parola mia sarà diversa da quella che voi dite la parola della Chiesa, voi riposerete in pace sulla parola mia? Udite una figura. Pellegrini assetati si accostano a una fonte famosa. Trovano una vasca piena di acqua stagnante, ingrata al gusto. La scaturigine viva è sul fondo della vasca, non la trovano. Si volgono mesti a un cavatore di pietre che lavora in una cava vicina. II cavatore offre loro acqua viva. Gli chiedono il nome della sorgente. «È la stessa della vasca» dice. «È tutta, nel sottosuolo, una sola corrente. Chi scava, trova.» I pellegrini sitibondi siete voi, il cavatore oscuro sono io e la corrente occulta nel sottosuolo è la Verità, cattolica. La vasca non è la Chiesa, la Chiesa è tutto il campo corso dalle acque vive. Voi vi siete rivolti a me per un vostro inconscio conoscere che la Chiesa non è la sola gerarchia, è la universale assemblea dei fedeli, gens sancta, che dal fondo di ogni cuore cristiano può zampillare acqua viva della sorgente stessa, della stessa Verità. Inconscio conoscere; perchè se non fosse inconscio, voi non direste – la Chiesa contrasta questo – la Chiesa soffoca quello – la Chiesa invecchia – la Chiesa ha Cristo sulle labbra e non nel cuore.

«Intendetemi bene. Io non giudico la gerarchia, io riconosco e onoro l’autorità della gerarchia, io dico unicamente che la Chiesa non è la gerarchia sola. Udite un’altra similitudine. Vi ha nei pensieri di ciascun uomo una specie di gerarchia. Prendete un uomo giusto. Certe idee, certi propositi sono in lui pensieri dominanti, governano la sua vita, e sono questi: compiere il dovere religioso, il dovere morale, il dovere civile. Egli ha dei varii doveri il concetto tradizionale che gliene fu appreso. Ma poi questa gerarchia d’idee ferme con impero non è tutto l’uomo. Sotto di essa vi è in lui una moltitudine di altre idee, una moltitudine di pensieri che continuamente si muovono e si modificano per le impressioni e l’esperienza della vita. E sotto questi pensieri vi ha un’altra regione dell’anima, vi ha l’Inconscio dove facoltà occulte lavorano un lavoro occulto, dove avvengono i contatti mistici con Dio. Le idee dominanti esercitano autorità sul volere dell’uomo giusto, ma tutto l’altro mondo del suo pensiero ha pure una importanza immensa perchè attinge continuamente alla Verità con l’esperienza del reale nell’esterno, con l’esperienza del Divino nell’interno, e quindi tende a rettificare le idee superiori, le idee dominanti in quanto il loro elemento tradizionale non è adeguato al Vero; è per esse una perenne fonte di fresca vita che le rinnova, una sorgente di autorità legittima fondata sulla natura delle cose, sul valore delle idee, più che sui decreti degli uomini. La Chiesa è tutto l’uomo, non un solo gruppo d’idee eminenti e dominanti; la Chiesa è la gerarchia con i suoi concetti tradizionali ed è il laicato con il suo continuo attingere alla realtà, con il suo continuo reagire sulla tradizione; la Chiesa è la teologia ufficiale ed è il tesoro inesausto della Verità divina che reagisce sulla teologia ufficiale; la Chiesa non muore, la Chiesa non invecchia, la Chiesa ha nel cuore il Cristo vivente meglio che sulle labbra, la Chiesa è un laboratorio di verità in azione continua e Iddio comanda che voi restiate nella Chiesa, che voi operiate nella Chiesa, che voi siate, nella Chiesa, sorgenti di acqua viva.»

Uno spirito di commozione e di ammirazione agitò l’uditorio con il rumore del vento. Benedetto, ch’era venuto alzando la voce, sorse in piedi.

«Ma qual fede è la vostra» esclamò acceso «se parlate di uscire dalla Chiesa perchè vi offendono certe dottrine antiquate dei suoi capi, certi decreti delle Congregazioni romane, certi indirizzi del governo di un Pontefice? Quali figli siete voi che parlate di rinnegare la madre perchè veste come a voi non aggrada? È forse cambiato, per una veste, il seno materno? Quando piegati sovr’esso voi dite piangendo a Cristo le vostre infermità, e Cristo vi sana, pensate voi all’autenticità di un passo di S. Giovanni, al vero autore del quarto Vangelo o ai due Isaia? Quando raccolti sovr’esso vi unite a Cristo in sacramento, vi turbano i decreti dell’Indice o del Sant’Uffizio? Quando abbandonati sovr’esso entrate nelle tenebre della morte, vi è meno dolce la pace che a voi ne spira, perchè un Papa è, contrario alla democrazia cristiana?

«Amici miei, voi dite: noi abbiamo riposato all’ombra di questo albero, ma ora la sua corteccia si fende, la sua corteccia si dissecca, l’albero morrà, andiamo in cerca di un’altra ombra. L’albero non morrà. Se aveste orecchi udreste il moto della corteccia nuova che si forma, che avrà il suo periodo di vita, che si fenderà, che si disseccherà alla sua volta perchè un’altra corteccia le succeda. L’albero non muore, l’albero cresce.

Benedetto sedette spossato e tacque. L’uditorio ebbe un moto e un fremito di onda verso di lui. Egli, lo arrestò alzando le mani.

«Amici» riprese con voce stanca e dolce «ascoltatemi ancora. Scribi e Farisei, anziani e principi dei sacerdoti zelanti contro le novità sono in ogni tempo e anche in quest’ora. Non ho a parlar di loro a voi, Iddio li giudicherà. Noi preghiamo per tutti coloro che non sanno quello che fanno. Ma forse nell’altro campo cattolico militante non si è senza peccato. Nell’altro campo si è inebbriati della idea di modernità. La modernità è buona ma l’eterno è migliore. Io temo che colà non si tenga l’eterno nel debito conto. Vi si attende molta salute alla Chiesa di Cristo dall’azione cattolica collettiva nel campo amministrativo e politico, azione di battaglia per la quale il Padre riceverà ingiuria dagli uomini, e non se ne attende abbastanza dalla luce delle opere buone di ciascun cristiano per la quale il Padre è glorificato. Supremo fine delle creature umane è glorificare il Padre. Ora gli uomini glorificano il Padre di coloro che hanno lo spirito di carità, di pace, di sapienza, di povertà, di purità, di fortezza, che adoperano per i fratelli le energie della vita. Uno di questi giusti che professi e pratichi il Cattolicismo è profittevole alla gloria del Padre, di Cristo e della Chiesa più di molti Congressi, di molti Circoli, di molte vittorie elettorali cattoliche.

«Ho inteso testè uno di voi mormorare: «e l’azione sociale?» L’azione sociale, amici miei, è sicuramente buona come opera di giustizia e di fraternità, ma, simili ai socialisti, certi cattolici la marchiano con il marchio delle loro opinioni religiose e politiche, rifiutano di accomunarvi gli uomini di buona volontà se non accettano quel marchio, respingono da sè il buon Samaritano e questo è abbominevole agli occhi di Dio. Improntano col marchio cattolico anche opere che sono strumenti di lucro e questo pure è abbominevole agli occhi di Dio. Predicano la giusta distribuzione della ricchezza ed è bene, ma troppo dimenticano di predicare insieme la povertà del cuore; e se lo ommettono deliberatamente per ragioni di opportunità, questo è abbominevole agli occhi di Dio. Purgate l’azione vostra di questi abbominii. Chiamate alle opere particolari di giustizia e di amore tutti gli uomini di buona volontà, contenti di esserne voi gli iniziatori. Predicate a ricchi e poveri, con la parola e con l’esempio, la povertà del cuore.»

L’uditorio ondeggiò confusamente, sospinto in parti diverse. Benedetto si raccolse un momento celando il viso fra le mani.

«Voi mi avete domandato che fare?» diss’egli, scoprendo il viso.

Pensò ancora un poco e riprese:

«Io vedo nell’avvenire cattolici laici, zelatori di Cristo e della Verità, trovar modo di costituire unioni diverse dalle presenti. Si armeranno un giorno cavalieri dello Spirito Santo per l’associata difesa di Dio e della morale cristiana nel campo scientifico, artistico, civile, sociale, per l’associata difesa delle legittime libertà nel campo religioso, con certi particolari obblighi, non però di convivenza nè di celibato, integrando l’ufficio del clero cattolico dal quale non avranno a dipendere come Ordine, ma solo come persone nella pratica individuale del Cattolicismo. Pregate che la volontà di Dio si manifesti circa quest’Opera nelle anime che la pensano; pregate ch’esse anime si spoglino lietamente della compiacenza di averla immaginata e della speranza di vederla compiuta, se Dio si rivela contrario ad essa. Se Dio si rivela favorevole, pregate che gli uomini la sappiano bene ordinare in ogni parte a gloria di Lui e a gloria della Chiesa. Amen.»

Egli aveva finito e nessuno si mosse. Tutti gli occhi lo fissavano, ansiosi, avidi di altre parole dopo le inattese ultime di tôno scuro e grande. Molti avrebbero voluto e non osarono rompere quel silenzio. Ma quando Benedetto si alzò e tutti gli si scostarono d’intorno a cerchio riverenti, si alzò pure il vecchio signore dal viso rosso e dai capelli bianchi, e disse con voce rotta dalla emozione:

«Ella riceverà oltraggi e battiture, sarà incoronato di spine e abbeverato di fiele, sarà deriso dai farisei e dai pagani, non vedrà l’avvenire che desidera, ma l’avvenire è per Lei, i discepoli dei discepoli suoi lo vedranno.»

Abbracciò Benedetto e lo baciò in fronte. Due o tre vicini batterono le mani timidamente, uno scroscio di applausi suonò nella sala. Benedetto, turbatissimo, accennò a un giovinetto biondo che lo aveva accompagnato, e questi corse a lui, proprio lucente in viso di commozione e di gioia. Qualcuno sussurrò:

«Un discepolo.»

Altri soggiunse, piano:

«Sì, e il prediletto.»

Il padrone di casa si prostrò, quasi, davanti a Benedetto con parole di ossequio e di gratitudine. Allora uno dei sacerdoti ardì pure farsi avanti, disse con voce commossa:

«E per noi, maestro, non avrà un consiglio?»

«Non mi chiami maestro» rispose Benedetto, tutto ancora turbato; «preghi luce a questi giovani, ai nostri Pastori e anche a me.»

Uscito ch’egli fu, si levò nella sala un crepitìo di voci vibrate, brevi e fioche, premendo ancora lo stupore sulle anime commosse. Poi la commozione scoppiò qua e là, forte, ruppe da ogni banda, urtandosi anche le ammirazioni fra loro nell’esaltare queste o quelle parole, queste o quelle idee del discorso, l’accento o lo sguardo dell’oratore, o lo spirito di santità diffuso nel suo volto, spirante anche dalla sua mano. Ma il padrone di casa congedò gli ospiti; con molte scuse, sì, con molte parole di cerimonia, ma con una fretta quasi scortese.

Rimasto solo, aperse un uscio ch’era chiuso a chiave, s’inchinò dentro l’apertura.

«Signore!» diss’egli. E spalancò l’uscio.

Uno sciame di signore irruppe nella sala vuota. Una signorina matura si slanciò addirittura verso il giovine, a mani giunte, esclamando:

«Oh quanto Le siamo grate! Oh che Santo! Non so perchè non siamo corse tutte fuori ad abbracciarlo!»

«Cara» disse una signora con ironica flemma veneta, sorridendo nei due grandi belli occhi, «perchè, fortunatamente per lui, l’uscio era chiuso a chiave.»

Erano dodici signore. Il padrone di casa, professore Guarnacci, figlio dell’agente generale di una di queste, la marchesa Fermi, romana, le aveva raccontato della riunione che doveva tenersi in casa sua, del discorso che vi avrebbe pronunciato lo strano personaggio di cui si parlava già in Roma come di un agitatore religioso entusiasta e taumaturgo, popolare nel quartiere del Testaccio. La marchesa si era posta in capo di udirlo non veduta. Presi gli accordi col Guarnacci, aveva tratte nella congiura tre o quattro amiche e ciascuna di queste aveva ottenuto di aggregarsi delle appendici.

Era una miscela curiosa, in vista. Molte avevano toilettes da società, due vestivano proprio come quacchere, una sola di nero. Le due quacchere, straniere, parevano impazzite dall’entusiasmo e fremevano contro la marchesa, una vecchia scettica, alquanto sarcastica, che diceva tranquillamente:

«Sì, ha parlato bene ma però avrei voluto vedere la sua faccia mentre parlava.»

E dichiarando di saper giudicare gli uomini dalla faccia meglio che dalle parole, la vecchia marchesa rimproverò il Guarnacci di non aver praticato un buco nell’uscio o almeno levata la chiave dalla toppa.

«Sei troppo santo» diss’ella. «Non conosci le donne.»

Il Guarnacci rise, si scusò con l’ossequio dovuto alla padrona di suo padre e affermò che Benedetto era bello come un angelo. Ma una giovine signora insipidetta, venuta, pensavano rabbiosamente le quacchere, Dio sa perchè, uscì a dire quieta quieta che lo aveva veduto due volte e ch’era brutto.

«Bisognerebbe conoscere la Sua idea di bellezza, signora» disse acremente una quacchera. E l’altra quacchera mise subito fuori, ma sottovoce per acuire la malignità espressamente, un velenoso:

«Naturellement!»

La signora insipidetta replicò, un poco arrossendo fra l’imbarazzo e il dispetto, ch’era magro, pallido; e le due quacchere si guardarono, si sorrisero con tacito disprezzo. Ma dove lo aveva veduto? Questo volevano sapere le altre dalla Insipidetta.

« Eh! Sempre nel giardino di mia cognata» diss’ella.

«Sempre nel giardino?» esclamò la marchesa. «È un angelo in piena terra o è un angelo in vaso?»

La Insipidetta rise e le quacchere fulminarono la marchesa con gli occhi furiosi.

Entrò il thè, compreso nell’invito del professore Guarnacci.

«Bella discussione, eh?» disse piano la signora Albacina, moglie dell’onorevole Albacina, sottosegretario di Stato per l’Interno, all’orecchio della signora vestita di nero, che non aveva mai aperto bocca. Colei sorrise tristemente e non rispose.

Il thè, servito dal professore e da una sua sorellina, ammorzò per un momento la conversazione che si riaccese sul discorso di Benedetto e diventò un guazzabuglio tale di ragionamenti senza ragione, di giudizi senza giudizio, di dottrine senza dottrina, che la signora silenziosa vestita di nero propose all’Albacina, con la quale era venuta, di andarsene. Ma in quel momento la marchesa Fermi, scovato un campanellino sopra una caminiera, si mise a scampanellare per ottenere silenzio.

«Vorrei sapere di questo giardino» diss’ella.

Le quacchere e la signorina matura, infervorate a discutere l’ortodossia cattolica di Benedetto, non avrebbero taciuto per dieci campanelli; ma la curiosità della signorina matura, all’udire la parola «giardino» scattò. Scattò fuori tutta intera. Altro che giardino! Il signor professore doveva raccontare tutto che sapeva di questo padre Hecker italiano e laico. Un po’ per sfoggio di cultura, un po’ per avventatezza, ella aveva già battezzato Benedetto così. Allora la Insipidetta guardò l’orologio. La sua carrozza avrebbe dovuto trovarsi alla porta. La piccola Guarnacci disse che di carrozze ce n’erano già quattro o cinque. La Insipidetta voleva arrivare al Valle per il terzo atto della commedia. Due altre signore avevano altri impegni e partirono con lei. La Fermi restò:

«Fa presto, però, professore, » diss’ella, «perchè stasera mia figlia ci aspetta, me e queste altre signore di cui vedi le spalle.»

«Faccia prestissimo» disse, dispettosetta, la signorina matura. «Dopo parlerà per la povera gente che non mostra le spalle.»

Una forestiera bionda, molto scollata, bellissima, lanciò uno sguardo ineffabile alle povere coperte spallucce magre della dispettosa, che diventò rossa di rabbia come un gambero.

«Allora» incominciò il professore «siccome la signora marchesa e forse anche le altre signore che hanno fretta sanno già quanto so io del Santo di Jenne prima della sua partenza da Jenne, quello lo lascio. Io dunque un mese fa, in ottobre, neanche ricordavo di aver letto nei giornali, in giugno o in luglio, di questo Benedetto che predicava e faceva miracoli a Jenne, quando un giorno uscendo da S. Marcello m’incontrai in un tale Porretti che una volta scriveva nell’Osservatore e adesso non vi scrive più. Questo Porretti mi si accompagna, si parla della condanna dei libri di Giovanni Selva che si aspetta di giorno in giorno e, tra parentesi, non è ancora venuta, e Porretti mi dice che adesso in Roma c’è un amico di Selva, il quale farà parlare di sè più che lo stesso Selva. «Chi è?» faccio io. «II Santo di Jenne» dice. E mi racconta questo. L’uomo è stato cacciato da Jenne per opera di due preti, farisei terribili, che a Roma si conoscono. Si è rifugiato a Subiaco presso i Selva che villeggiano lì e si è ammalato gravemente. Guarito, è venuto a Roma circa alla metà di luglio. Il professore Mayda, amico del Selva anche lui, e che lo aveva conosciuto a Subiaco, lo prese per aiuto­giardiniere nella villa che si è fabbricata due anni sono sull’Aventino, sotto Sant’Anselmo. Il nuovo aiuto­giardiniere che si fa chiamare Benedetto e nient’altro, come a Jenne, è diventato presto popolare in tutto il quartiere del Testaccio. Divide il pane con pezzenti, assiste malati, pare che ne abbia guarito qualcuno con l’imposizione delle mani e la preghiera. È divenuto tanto popolare che la nuora del professore Mayda, benchè sia credente e praticante, lo avrebbe licenziato volentieri per non avere la seccatura di tanta gente che viene a cercarlo; ma il suocero, che non è nè praticante nè credente, non ha voluto. Il suocero gli ha riguardi grandissimi. Se sopporta di vederlo rastrellare i viali, annaffiare i fiori, è solo per rispetto alle sue idee di Santo, e non glielo permette oltre una certa misura di tempo, molto breve. Vuole che attenda liberamente alla sua missione religiosa. Egli stesso scende sovente in giardino a parlare di religione con lui. Benedetto, per compiacergli, ha smesso il regime di pane, erbaggi e acqua che teneva a Jenne, prende carne e vino. E per compiacere a Benedetto il professore ne fa distribuire molto largamente agli ammalati del quartiere. Vi ha chi ride di lui e magari lo ingiuria, ma dal popolino è venerato come, in principio, a Jenne. Ed esercita la carità delle anime più ancora che l’altra. Ha levato certi disordini morali di famiglie, fu minacciato di morte per questo da una mala femmina, ha fatto ritornare in chiesa gente che non ci aveva più messo piede dalla fanciullezza in poi. Lo sanno i benedettini di Sant’Anselmo. La sera poi, due o tre volte la settimana, parla nelle catacombe.»

La signorina matura esclamò:

«Nelle catacombe?»

E si porse, palpitante, verso il narratore. Una delle quacchere mormorò: «Mon Dieu! Mon Dieu!» e un’altra voce, grave di stupore riverente:

«Che senso!»

«Ecco» riprese il giovine, sorridendo «Porretti ha detto «nelle catacombe» ma intendeva in un luogo privato, conosciuto da pochi. Adesso lo conosco anch’io.»

«Ah!» fece la signorina matura. «Lei lo conosce? Dov’è?»

Guarnacci tacque ed ella sentì la sua indiscrezione.

«Scusi, scusi!» disse, frettolosa.

«Lo sapremo, lo sapremo» fece la marchesa.

«Ma senti un po’, figliuolo mio, questo tuo Santo che predica in segreto, non sarebbe una specie di eresiarca? Cosa ne dicono i preti?»

«Stasera» rispose il professore Guarnacci «ne avrebbe veduto qui tre o quattro e sono andati via contentissimi.»

«Saranno preti poco preti, preti mal cotti, pretoidi. Ma cosa dicono gli altri? Vedrai che gli altri, presto o tardi, gli daranno il torcibudella.»

E con quest’allegra profezia la marchesa se n’andò seguita da tutte le spalle scoperte.

La signorina matura e le quacchere, felici che quello spregevole sciame mondano se ne fosse andato, assalirono il professore con domande. Non si poteva proprio sapere il posto delle nuove catacombe? Quante persone vi si radunavano? Anche donne? Quali erano i temi dei discorsi? Cosa dicevano i frati di Sant’Anselmo? E della vita passata di quest’uomo si era venuti a sapere nulla? Il professore si schermì quanto potè, riferì solamente le parole di un padre di Sant’Anselmo: «un Benedetto per ogni parrocchia di Roma e Roma diventa davvero la Città Santa.» Ma quando, partite tutte le altre signore, si trovò solo con l’Albacina e con la Silenziosa che aspettavano la loro carrozza, siccome all’Albacina era legato di amicizia, lasciò capire a questa che avrebbe parlato ma che la presenza di una signora sconosciuta lo imbarazzava, pregò l’Albacina di presentarlo. L’Albacina non ci aveva pensato. «Il professore Guarnacci» diss’ella. «La signora Dessalle, mia buona amica.»

La «catacomba» era proprio la sala stessa dove stavano in quel momento. Prima, le riunioni avevano luogo nell’alloggio dei Selva, in via Arenula. Quel posto non pareva molto adatto, per diverse ragioni. Guarnacci, fattosi discepolo egli pure, aveva offerto la casa propria. Le riunioni vi si tenevano due volte la settimana. Ci venivano i Selva, una sorella della signora, alcuni ecclesiastici, quella stessa signora veneta ch’era partita poc’anzi, alcuni giovani fra i quali certo Alberti, prediletto dal Maestro che quella sera era venuto e partito con lui, e anche un ebreo, certo Viterbo, già prossimo a farsi cattolico e dal quale il Maestro sperava cose grandi; un operaio tipografo, qualche artista, persino due membri del Parlamento. Lo scopo delle riunioni era di far conoscere a persone attratte da Cristo ma ripugnanti al Cattolicismo, ciò che il Cattolicismo è veramente, la essenza vitale, indistruttibile della religione cattolica e il carattere umano di quelle sue diverse forme che la rendono appunto ripugnante a molti, che sono mutabili e mutano e muteranno per una elaborazione dell’interno elemento divino combinata con le reazioni dell’esterno, della scienza e della coscienza pubblica. Benedetto era severissimo nell’ammettere alle riunioni perchè nessuno più di lui sapeva trattare delicatamente colle anime, rispettarne i candori, farsi piccino alle piccine, alto alle alte, usare con le timide il linguaggio riguardoso che istruisce e non turba.

«La marchesa» continuò il professore «dice: sarà un eresiarca, i preti che lo seguono saranno eretici. No. Con Benedetto non c’è a temere di eresie nè di scismi. Proprio nell’ultima riunione egli ha dimostrato che scismi ed eresie, oltre ad essere condannabili per sè, sono funesti alla Chiesa non solamente perchè le sottraggono anime, ma perchè, anche, le sottraggono elementi di progresso, perchè se i novatori restassero nella soggezione della Chiesa gli errori loro perirebbero e quell’elemento di verità, quell’elemento di bene che quasi sempre è unito, in qualche misura, all’errore, diventerebbe vitale nel corpo della Chiesa.»

L’Albacina osservò che questo era molto bello e che se le cose stavano a questo modo la sinistra profezia della marchesa non si sarebbe avverata.

«La profezia del torcibudella, no!» disse il professore, ridendo. «Queste cose non accadono e io non credo che sieno accadute mai. Sono calunnie. Bisogna essere la marchesa e certa gente come la marchesa che si trova qui a Roma per crederle. Un prete romano, capisce, un prete ha osato avvertire Benedetto che si guardasse! Ma Benedetto gli ha levato il coraggio di parlargliene un’altra volta. Dunque, torcibudella no; ma persecuzione sì. Quei tali due preti di Roma ch’erano a Jenne non hanno mica dormito. Io non volli dirlo prima perchè la marchesa non è persona cui raccontare queste cose, ma ci sono in aria dei guai grossi. Si è spiato ogni passo di Benedetto, si è adoperata anche la nuora di Mayda, a mezzo del confessore, per avere informazioni dei suoi discorsi, si è saputo delle riunioni. La sola presenza di Selva dà loro il carattere che quella gente abborre e siccome contro un laico non può far niente, così pare che si cerchi l’aiuto del braccio secolare contro Benedetto, l’aiuto dei carabinieri e dei giudici. Loro si meravigliano? Eppure è così. Finora non c’è niente di positivo, niente di fatto, ma si macchina. Siamo stati avvertiti da un ecclesiastico straniero che un’altra volta ha chiacchierato male ma stavolta ha chiacchierato bene. Si preparano e si fabbricano materiali per un’azione penale.»

La Silenziosa trasalì, uscì finalmente del suo mutismo.

«Come è possibile?» diss’ella.

«Signora mia,» disse il professore «Lei non sa di cosa sieno capaci alcuni intransigenti in tonaca. Gl’intransigenti laici sono agnelli, in paragone. Si vuol servirsi di un disgraziato caso successo a Jenne. Ora però noi speriamo in un fatto nuovo, che non occorre di raccontare a molti, senza discernimento, ma ch’è importantissimo.»

II professore tacque un momento, assaporando l’acuta curiosità che aveva destato e che, muta sulle labbra, sfavillava dagli occhi intenti delle due dame.

«L’altro giorno» riprese «il segretario del cardinale.... un giovine prete tedesco, si recò a Sant’Anselmo e parlò coi frati. In seguito a questa visita Benedetto fu chiamato a Sant’Anselmo dove i benedettini gli hanno un grande affetto e un grande rispetto. Gli fu chiesto se non avesse intenzione di rendere omaggio a Sua Santità, di domandare udienza. Rispose ch’era venuto a Roma con questo desiderio nel cuore, che aspettava un cenno dalla Provvidenza, e che questo era il cenno. Allora gli fu detto che Sua Santità lo avrebbe ricevuto certamente volentieri ed egli domandò l’udienza. Questo fu raccontato a Giovanni Selva da un benedettino tedesco.»

«E quando ci va?» chiese l’Albacina.

«Posdomani sera.»

Il professore soggiunse che da parte del Vaticano la cosa era tenuta segretissima, che si era imposto a Benedetto di non parlare con alcuno, che niente ne sarebbe trapelato senza l’indiscrezione di quel frate tedesco, e che gli amici di Benedetto speravano grandi cose da questa visita. L’Albacina domandò cosa si proponesse Benedetto di dire al Pontefice. Il professore sorrise. Benedetto non se n’era aperto con nessuno e nessuno aveva osato interrogarlo. Secondo il professore, Benedetto parlerebbe a favore di Selva, pregherebbe che i suoi libri non fossero posti all’Indice.

«Sarebbe poco» disse l’Albacina, sottovoce; Jeanne ebbe un fremito di consenso.

«Pochissimo!» esclamò, quasi pigliandosela col professore che parve sorpreso di quel subito scatto dopo tanto silenzio. Egli si scusò. Non aveva inteso dire che Benedetto non parlerebbe anche di altre cose, al Papa. Aveva inteso dire che, secondo lui, di quell’argomento gli parlerebbe certo. L’Albacina non sapeva spiegarsi il desiderio del Papa di vedere Benedetto. Come lo spiegavano i suoi amici? Come lo spiegava Selva? Eh, nessuno lo sapeva spiegare; nè Selva nè gli altri.

«Io lo spiego!» disse Jeanne, impetuosa, compiacendosi di capire quello che nessuno capiva. «Il Papa, non è stato vescovo a Brescia?»

Guarnacci sorrise di un sorriso fra l’ammirativo e l’ironico, rispose. Ah, la signora era molto informata del passato di Benedetto! La signora sapeva con certezza cose che a Roma si dicevano ma che però trovavano anche degli increduli! Solo una cosa non sapeva. Il Papa non era mai stato vescovo a Brescia, aveva coperto due sedi vescovili nel Mezzogiorno. Jeanne irritata con se stessa, vergognosa di essersi quasi tradita, non replicò. L’Albacina voleva sapere quale opinione Benedetto avesse del Papa.

«Oh lui» rispose il professore «nel Papa non considera e non venera che l’ufficio. Almeno credo. Della persona non l’ho inteso parlare mai. Dell’ufficio sì. Ne ha discorso una sera magnificamente, contrapponendo il Cattolicismo al Protestantesimo, svolgendo il suo ideale di governo della Chiesa: principato e giusta libertà. Del resto il nuovo Papa non si sa ancora cosa sia. Si dice che sia santo, intelligente, malato e debole.

Nell’accompagnare le signore alla carrozza, sulla scala buia, il professore uscì a dire sospirando:

«Quello che pur troppo si teme è che Benedetto non viva. Almeno Mayda lo teme.»

L’Albacina, che scendeva a braccio del professore, esclamò senza fermarsi:

«Oh poveretto! Di che soffre?»

«Ma!» rispose il professore. «Di un male inguaribile, pare; conseguenza della tifoide ch’ebbe a Subiaco e sopra tutto della vita disagiatissima che ha fatto, delle penitenze, dei digiuni.»

E continuarono la lunga discesa in silenzio.

Soltanto in fondo alla scala si avvidero che la loro compagna era rimasta indietro. Il professore risalì rapidamente e trovò Jeanne ferma sul penultimo pianerottolo, aggrappata alla ringhiera. Sulle prime non si mosse nè parlò. Poi mormorò:

«Non ci si vede.»

Guarnacci non sapeva e non fece attenzione nè a quel momento di silenzio nè al tôno sommesso e incerto della voce. Le offerse il braccio e discese con lei, scusando sè del buio, accusandone l’avarizia del padrone di casa.

Jeanne salì nella carrozza dell’Albacina che la portò al Grand Hôtel. Nel tragitto l’Albacina parlò con rammarico della notizia che le aveva dato il Guarnacci. Jeanne non aperse bocca. Il suo mutismo dispiacque all’amica.

«Lei non è stata contenta del discorso?» diss’ella. Non conosceva affatto le idee religiose di Jeanne.

«Sì» rispose questa. «Perchè?»

«Così. Mi pareva. Allora non Le dispiace di essere venuta?»

L’Albacina si sentì, con molta sorpresa, prendere una mano e rispondere:

«Le sono tanto grata!»

La voce fu sommessa e quieta, la stretta della mano quasi violenta.

«Nientemeno!» pensò l’Albacina. «Questa è una futura dama dello Spirito Santo.»

«Per conto mio» riprese ad alta voce «capisco che mi terrò la mia religione vecchia, quella degl’intransigenti. Saranno farisei, saranno tutto quello che vi piace, ma ho paura che a volerla tanto ritoccare e ristaurare, la religione vecchia, essa crolli e non resti più niente in piedi. E poi volendo seguire i Benedetti bisognerebbe cambiare troppe cose. No no. Però l’uomo m’ispira un interesse straordinario. Adesso bisognerebbe cercare di vederlo. Bisogna che lo vediamo. Molto più se proprio è condannato a morire presto. Non Le pare? E come si fa? Pensiamo.»

«Io non desidero di vederlo» s’affrettò a dire Jeanne.

«Davvero?» esclamò l’amica. «Ma come? Mi spieghi questo enigma.»

«Così. Non desidero.»

«Curiosa!» pensò l’Albacina. La carrozza si fermò davanti all’entrata del Grand Hôtel.

Nell’atrio Jeanne s’incontrò con Noemi e suo cognato, che uscivano.

«Finalmente!» disse Noemi. «Va, corri, tuo fratello è arrabbiatissimo con questa Jeanne che non arriva mai. Noi siamo discesi ora perchè è venuto il medico.»

I Dessalle erano a Roma da quindici giorni. Un principio di ottobre umido e freddo, preoccupazioni di salute, il progetto di uno studio sul Bernini seguito al progetto di romanzo, avevano persuaso Carlino ad accontentare la signora Albacina più presto che non avrebbe voluto, a lasciare villa Diedo per i tepori di Roma prima dell’inverno, con molta chiusa gioia di sua sorella. Due o tre giorni dopo l’arrivo fu preso da una leggera bronchite. Si diede per tisico, si tappò in camera con il proposito di starci tutto l’inverno, volle il medico due volte al giorno, tiranneggiò Jeanne con un egoismo spietato, le numerò i minuti di libertà. Ella si fece sua schiava, parve godere di quell’irragionevole soprappiù di sacrificio, che passava la misura del suo affetto fraterno. Lo donava mentalmente, con dolce ardore, a Benedetto. Vedeva spesso i Selva e Noemi, non a casa loro, al Grand Hôtel. Anche i Selva erano soggiogati dal suo fascino di donna superiore, bella, gentile e triste. Tutto che aveva udito di Benedetto in casa Guarnacci lo sapeva già da Noemi. Solo non sapeva che Mayda avesse espresso quel giudizio. Noemi, pietosamente e anche per non lasciar trasparire la commozione propria, gliel’aveva taciuto.

Carlino l’accolse male. Il medico, che gli aveva trovato il polso frequente, capì subito che era un polso collerico. Scherzò un poco sulla gravità del male e se ne andò. Carlino, burbero, volle sapere dove Jeanne si fosse tanto indugiata ed ella non glielo nascose. Solamente gli nascose il nome vero di Benedetto.

«Non ti sei vergognata» diss’egli «di star ad ascoltare alle porte?»

E senza lasciarle il tempo di rispondere inveì contro le nuove tendenze che le aveva scoperte.

«Domani andrai a confessarti! E posdomani reciterai il rosario!»

Sotto la usuale tolleranza cortese del suo linguaggio, la benevolenza che mostrava pure a non pochi ecclesiastici, si nascondeva una vera fobìa antireligiosa. L’idea che sua sorella potesse un giorno accostarsi ai preti, alla fede, alle pratiche, gli faceva perdere il lume degli occhi.

Jeanne non rispose, si offerse mansuetamente per la solita lettura serale. Carlino le dichiarò netto di non volerne sapere, pretese di sentire degli spifferi, la tenne un quarto d’ora colla candela in mano a scrutar usci, finestre, pareti, pavimento, e poi la mandò a dormire.

Ma Jeanne entrata nella sua camera, non pensò a dormire nè a coricarsi. Spense la luce e sedette sul letto.

Strepiti di carrozze sonavano nella via, passi e fruscii di vesti femminili nei corridoi; immobile fra le tenebre, ella non udiva. Aveva spento la luce per pensare, per non vedere che il proprio pensiero, l’idea balenatale nello scender la scala di casa Guarnacci al braccio del professore dopo che, udite le parole sinistre «si teme che non viva» aveva quasi smarriti i sensi. In carrozza con l’Albacina, in camera con suo fratello, mentre doveva pur parlare e con l’una e con l’altro, fare attenzione a tante diverse cose, era stato un balenar continuo, nel suo profondo, di quest’idea, di questa proposta offerta dal cuore ardente alla volontà. Adesso non balenava più. Jeanne la contemplava in sè, ferma. Nella figura seduta sul letto, immobile fra le tenebre, due anime si stavano tacite a fronte. Una Jeanne umile, appassionata, persuasa di poter tutto sacrificare all’amore, si misurava con una Jeanne inconsciamente orgogliosa, persuasa di possedere una dura e fredda verità. Gli strepiti delle carrozze si fecero più radi nella via, i passi e i fruscii più radi nei corridoi. A un tratto le due Jeanne parvero riconfondersi in una che pensò:

«Quando mi annuncieranno la sua morte, mi potrò dire: almeno hai fatto questo.»

Si alzò, accese la luce, sedette alla scrivania, prese un foglietto e scrisse:

«A Piero Maironi, la notte del 29 ottobre…

«Credo.

«Jeanne Dessalle.»

 

Scrisse e guardò a lungo, a lungo, la parola solenne.

Più la guardava, più le due Jeanne si venivano lente ridividendo. La Jeanne inconsciamente orgogliosa soverchiò, oppresse l’altra quasi senza lotta. Tutta amara di amarezza mortale, lacerò il foglio macchiato della parola impossibile a mantenere, impossibile a scrivere sinceramente. Spenta da capo la luce, accusò di crudeltà Iddio se mai esistesse, pianse, pianse nelle volontarie tenebre, senza freno.

II

 

L’orologio di San Pietro suonò le otto. Benedetto lasciò un piccolo gruppo di persone allo sbocco della via di Porta Angelica, entrò solo nel colonnato del Bernini, si avviò lentamente verso il Portone di bronzo, sostò ad ascoltar il rumore delle fontane, a guardar i grappoli di fiamme dei quattro candelabri intorno all’obelisco, e tremolo, opaco sul volto della luna, il sommo getto della fontana di sinistra. Fra cinque, fra dieci minuti, forse fra un quarto d’ora egli si sarebbe trovato alla presenza del Papa. Il suo pensiero era fermo e vibrante in questo apice come nell’apice suo la saliente acqua viva della fontana. La piazza era vuota. Nessuno lo avrebbe visto entrare in Vaticano fuorchè la corona spettrale dei Santi, ritti là in faccia sopra il giro dell’altro colonnato. I Santi e le fontane gli dicevano insieme che a lui pareva di vivere un’ora solenne ma che questo atomo del tempo ed egli stesso ed il Pontefice passerebbero in breve, si perderebbero per sempre nel regno dell’oblio, continuando le fontane il loro monotono lamento e i Santi la loro tacita contemplazione. Egli sentiva invece che la parola della Verità è parola di vita eterna; e raccolto un’ultima volta in sè stesso, chiusi gli occhi, pregò intensamente, come da due giorni pregava, che lo Spirito gliela suscitasse, davanti al Papa, nel petto, gliela portasse alle labbra.

Egli aspettava qualcuno, fra le otto e le otto e un quarto. Le otto e un quarto erano suonate ma nessuno compariva. Si voltò a guardar il Portone di bronzo. Non n’era aperto che uno sportello e si vedeva luce nell’interno. Vi entravano di tempo in tempo, come spensierati moscerini nelle fauci di un leone, gruppetti di genterella minuta. Finalmente vi si affacciò dal di dentro un prete, accennando. Benedetto si avvicinò. Quegli disse:

«Lei viene per Sant’Anselmo?»

Era la domanda convenuta. Come Benedetto gli ebbe risposto di sì, il prete gli fece segno di entrare.

«Favorisca» diss’egli.

Benedetto lo seguì. Passarono fra le guardie pontificie che salutarono militarmente il prete. Svoltarono a destra, salirono la Scala Pia. All’entrata del Cortile di San Damaso altre guardie, altri saluti, un ordine del prete, dato sottovoce; Benedetto non lo intese. Attraversarono il Cortile lasciando a sinistra la porta della Biblioteca, a destra la porta per la quale si accede alle stanze del Papa. In alto, le vetrate delle logge sfavillavano alla luna. Benedetto, che ricordava un’udienza, avuta dal Pontefice defunto, si meravigliò della strana via che gli si faceva prendere. Attraversato il cortile in linea retta, il prete si avviò per l’andito stretto che conduce alla scaletta dei Mosaici, e si fermò davanti all’uscio che si apre a destra, ove scende la scala del Triangolo.

«Lei conosce il Vaticano?» diss’egli.

«Conosco i musei e le logge» rispose Benedetto «e sono stato ricevuto dal predecessore del Pontefice attuale nel suo appartamento. Altro non conosco.»

«Qui non è stato mai?»

«Mai.»

Il prete si mise primo per la scaletta debolmente illuminata da lampadine elettriche. A un tratto, dove la prima branca della scaletta monta sur un pianerottolo, le lampadine si spensero. Benedetto, fermatosi con un piede sul pianerottolo, udì la sua guida salir di corsa una scala, a destra. Poi non udì più nulla. Pensò che la luce fosse mancata per caso, che il prete fosse salito per farla riaccendere. Attese. Nessun lume, nessun passo, nessuna voce. Montò sul pianerottolo; sentì a sinistra, tentando l’aria buia, una parete; procedette verso destra, sempre a tentoni; si accorse, urtandovi il piede, di due diverse branche di scala che salivano dal pianerottolo. Attese ancora, non dubitò che il prete non avesse a ritornare.

Ma cinque, dieci minuti passarono e il prete non ritornava. Che poteva essere accaduto? Si era voluto ingannarlo, deriderlo? Ma perchè? Benedetto s’interdisse un sospetto inutile a discutere. Pensò invece al partito da prendere. Aspettare ancora non gli parve ragionevole. Era da ridiscendere? Era da salire? In quest’ultimo caso, per quale delle due vie? Si raccolse in sè stesso interrogando l’Onnipresente.

 Ridiscendere, no. Gli ripugnava. Salì a caso una delle scale, quella che conduce alle camere dei domestici. Era corta, Benedetto trovò subito un altro pianerottolo. Ora egli aveva udito il prete salir di corsa e di seguito molti scalini, il rumore de’ suoi passi si era perduto molto in alto. Ridiscese, tentò l’altra scala. Era più lunga. Il prete doveva avere salito quella. Decise di seguire il prete.

Giunto alla sommità, sbucò da una porticina in una loggia illuminata dalla luna. Si guardò attorno. A destra, quasi immediatamente, una cancellata partiva quella dalla loggia. Le due vi s’incontravano ad angolo retto. A sinistra la loggia terminava, alquanto lontano, a una porta chiusa. La luna piena batteva per le grandi vetrate sul pavimento, mostrava i fianchi del Cortile di San Damaso e nello sfondo, tra le due grandi ali scure del Palazzo, umili tetti, gli alberi di villa Celsi, le alture di Sant’Onofrio. Tanto la porta di sinistra quanto la cancellata di destra parevano chiuse. Benedetto guardò, guardò, a destra e a sinistra. Impronte antiche gli venivano ricomparendo poco a poco nella memoria. Sì, in quella loggia egli era stato ancora, aveva veduto quella cancellata recandosi con un suo conoscente, lettore della Vaticana, a visitare la Galleria delle lapidi, la via Appia del Vaticano. Ecco, sì, adesso ricordava bene. La porta di sinistra, in fondo alla loggia, doveva mettere agli appartamenti del cardinale segretario di Stato. La loggia oltre la cancellata era la loggia di Giovanni da Udine, le grandi finestre colle inferriate che mettevano nella loggia di Giovanni da Udine erano le finestre dell’appartamento Borgia, l’entrata della Galleria delle lapidi doveva aprirsi proprio nell’angolo. Allora presso la cancellata ci stava uno svizzero. Adesso non c’era nessuno. Tutto era deserto, a destra e a sinistra, tutto era silenzio.

A tentar la porta del cardinale segretario di Stato non era da pensare. Benedetto spinse la cancellata. Era aperta. Sostò, si trovò davanti all’entrata della Galleria delle lapidi. Stette ancora in ascolto. Silenzio profondo. Gli parve che una voce interna gli dicesse: «Sali, entra.» Salì, franco, i cinque gradini.

La via Appia del Vaticano, larga forse quanto l’antica, non aveva una lampada. Fiochi chiarori ne rigavano il pavimento, a intervalli, dalle finestre che fra le lapidi e i cippi e i sarcofaghi pagani guardano Roma. Da quelle della parete cristiana, che guardano il cortile del Belvedere, non entrava lume. Il fondo lontano, verso il museo Chiaramonti, si perdeva nelle tenebre più nere. Allora, sentendosi nel tacito cuore del Vaticano immenso, Benedetto ebbe un assalto di terrore sacro. Si accostò a una grande finestra onde si vedeva Castel Sant’Angelo, infiniti dispersi lumi nel piano, e all’orizzonte, più alti, più splendenti, quelli del Quirinale. La vista, non di Roma illuminata, ma di una panca bassa e sottile, coperta di tela verde, che correva lungo i cippi e i sarcofaghi, gli quietò lo spirito. Intravvide poi nell’ombra un padiglione mezzo disfatto. Che poteva essere? Anche lungo la parete opposta correva una panca eguale all’altra. Procedendo, urtò in qualche cosa che trovò essere un seggiolone a bracciuoli. Adesso al terrore era sottentrato un proposito sicuro. La interna voce imperiosa che gli aveva prima detto di entrare, ora gli diceva: «procedi». Glielo disse così chiaro, così forte, che un subito bagliore gl’illuminò la memoria.

Si percosse la fronte. Nella Visione egli si era visto a colloquio col Papa. Questo non lo aveva potuto dimenticare mai. Bensì aveva dimenticato, e adesso glien’era ritornata la memoria in un lampo, che lo guidava per il Vaticano al Papa uno spirito. Procedette lungo la parete di sinistra presso la quale aveva urtato nel seggiolone. Si teneva sicuro che giunto al fondo della Galleria avrebbe trovato un’uscita e, finalmente, luce. Che nel fondo ci fosse il cancello del museo Chiaramonti non ricordava. Procedeva appoggiando spesso la mano alla parete, alle lapidi. A un tratto sentì che non toccava più nè marmo nè muro. Battè leggermente la parete col pugno. Era legno, una porta. Si fermò involontariamente, sospeso. Un passo suonò dall’interno, una chiave girò nella toppa, una lama di luce fendette di sghembo la Galleria, si allargò; comparve una figura nera, il prete che aveva abbandonato Benedetto sulla scala. Egli uscì con un atto rapido, richiuse la porta, disse a Benedetto come se niente fosse stato:

«Lei sta per trovarsi alla presenza di Sua Santità.»

Lo fece entrare e chiuse la porta daccapo, rimanendo fuori.

Benedetto, entrando, non vide che un tavolino, una lucernetta col paralume verde, una figura bianca seduta in faccia a lui, dietro il tavolino. Cadde ginocchioni.

La Figura Bianca stese un braccio e disse:

«Alzati. Come sei venuto?»

Il viso incorniciato di capelli grigi, singolarmente dolce, aveva una espressione di stupore. La voce, dall’accento meridionale, era commossa.

Benedetto si alzò e rispose:

«Dal Portone di bronzo fino a un luogo che non so indicare sono venuto col sacerdote che stava presso Vostra Santità; poi sono venuto solo.»

«Conoscevi il Vaticano? Ti hanno detto che mi avresti trovato qui?»

Quando Benedetto gli ebbe risposto che aveva visitato anni prima i musei vaticani, le logge e la Galleria lapidaria una sola volta, che alla logge non era salito dal Cortile di San Damaso, che non sapeva affatto dove avrebbe trovato il Sommo Pontefice, questi tacque un momento, pensoso; poi disse benignamente, affettuosamente, indicandogli una sedia in faccia a lui:

«Siedi, figlio mio.»

Se Benedetto non fosse stato assorto nel volto ascetico e benigno del Papa, avrebbe, mentre il suo augusto interlocutore stava raccogliendo alcune carte sparse sul tavolino, girato lo sguardo non senza meraviglia per quella strana sala di ricevimento, un polveroso caos di vecchi quadri, di vecchi libri, di vecchi mobili, un’anticamera, si sarebbe detto, di qualche biblioteca, di qualche museo dove si fossero intraprese opere di riordino. Ma egli era assorto nel volto del Papa, nel magro, cereo volto che aveva una espressione ineffabile di purezza e di bontà. Si avvicinò, piegò il ginocchio, baciò la mano che il Santo Padre gli stese dicendo con gravità soave:

«Non mihi, sed Petro

Quindi sedette. Il Papa gli porse un foglio, gli avvicinò la lucernetta.

«Guarda» diss’egli. «Conosci la scrittura?»

Benedetto guardò, trasalì, non potè frenare un’esclamazione di mesta riverenza.

«Sì» rispose «è la scrittura di un santo prete che ho molto amato, che è morto e si chiamava don Giuseppe Flores.»

Sua Santità riprese:

«Adesso leggi. Ad alta voce.»

Benedetto lesse.

«Monsignore

 

Affido al mio Vescovo il plico suggellato, chiuso insieme a questo foglietto in una busta recante l’indirizzo a Lei. Lo lasciò a me per essere aperto dopo la sua morte, come sopra vi è scritto, il signor Piero Maironi, ben conosciuto da Lei, prima di scomparire dal mondo. S’egli ancora viva o sia passato di vita nè so nè ho modo di sapere. Il plico deve contenere il racconto di una visione di carattere soprannaturale che il Maironi ebbe nel ritornare a Dio dal fuoco di una passione colpevole. Sperai allora che Iddio lo avesse veramente eletto per ministro di qualche singolare opera Sua. Sperai che la santità dell’opera verrebbe confermata dopo la morte del Maironi dalla lettura di questo documento, che se ne rivelerebbe un carattere profetico. Lo sperai benchè mi fossi studiato, per prudenza di nascondere al Maironi stesso la mie speranze segrete.

Due anni sono trascorsi dal giorno in cui egli scomparve e nulla si è mai saputo di lui. Quando Monsignore, ella starà leggendo quello che adesso io scrivo, sarò scomparso anch’io. La prego di volersi sostituire a me in questa custodia religiosa. Ella ne disporrà secondo la coscienza Sua come crederà meglio.

E preghi per l’anima del

Suo povero

don Giuseppe Flores.»

 

Benedetto depose lo scritto e guardò il Pontefice in viso, aspettando.

«Sei tu Pietro Maironi?» disse questi.

«Sì, Santità.»

Il Pontefice sorrise con bontà.

«Intanto» diss’egli «mi rallegro che vivi. Quel Vescovo ti suppose morto, aperse il plico e credette di doverlo rimettere al Vicario di Cristo. Questo avvenne circa sei mesi sono, vivendo il mio santo Predecessore che ne parlò ad alcuni cardinali e anche a me. Poi si è saputo che vivevi, e dove e come. Ora ti devo movere alcune domande. Ti esorto a rispondermi la esatta verità.»

Il Pontefice fermò gli occhi gravi negli occhi di Benedetto che piegò lievemente il capo.

«Qui hai scritto»diss’egli «che stando in quella piccola chiesa veneta ti sei visto in Vaticano a colloquio col Papa. Cosa ricordi di questa parte della tua visione?»

«La mia visione» rispose Benedetto «nel tempo che passai a Santa Scolastica, circa tre anni, mi si venne spezzando nelle memoria, anche perchè il mio maestro spirituale di Santa Scolastica, come il povero don Giuseppe Flores, mi ha sempre consigliato di non tenerne conto. Alcune parti ne restano nette, altre si oscurarono. Che mi ero veduto in Vaticano a fronte del Sommo Pontefice, mi restò sempre fisso nella mente; ma non più di così. Invece, pochi momenti sono, nella galleria buia dalla quale sono entrato qua, mi risovvenni improvvisamente che nella Visione io ero guidato al Pontefice da uno spirito. Me ne risovvenni quando trovandomi solo, di notte, al buio, in un luogo ignoto o quasi ignoto perchè c’ero stato una volta sola molti anni addietro, senz’avere un’idea della direzione che avrei dovuto tenere, fui per ritornare sui miei passi e una voce interna, molto chiara, molto forte, mi disse di andare avanti.»

«E quando hai bussato alla porta» chiese il Papa «sapevi di trovarmi qui? Sapevi di bussare alla porta della Biblioteca?»

«No, Santità. Non intendevo neppure di bussare. Ero al buio, non vedevo niente, intendevo di saggiare colla mano la parete.»

Il Papa stette alquanto sopra pensiero e poi osservò che nel manoscritto ci stava pure: «prima mi guidava un uomo vestito di nero.» Di questo, Benedetto non aveva memoria.

«Sai» riprese il Papa «che il profetare non è, per sè solo, sufficiente prova di santità. Sai che si possono avere, che si sono avute visioni profetiche, non dico per opera di spiriti maligni, noi ne sappiamo troppo poco per poterlo dire, ma insomma per effetto di forze occulte, forze insite alla natura umana, le quali, a ogni modo, non hanno che fare colla santità. Puoi dirmi le disposizioni dell’anima tua quando hai avuto la Visione?»

«Sentivo» rispose Benedetto «un amarissimo dolore di essermi allontanato da Dio, di averne respinto i richiami, una gratitudine infinita per la Sua paziente bontà, un infinito desiderio di Cristo. Mi ero appena viste nella mente, proprio viste, proprio distinte, bianche sopra un fondo nero, queste parole del Vangelo che prima, nel tempo buono, mi erano state tanto care: «Magister adest et vocat te.» Don Giuseppe Flores celebrava e la Messa era presso alla fine quando, stando in preghiera, con gli occhi coperti dalle mani, ebbi la Visione; ma istantanea, fulminea!»

Benedetto ansava nel ritorno violento delle memorie.

«Ha potuto essere un’illusione» diss’egli «Opera di spiriti maligni, no.»

«Gli spiriti maligni» disse il Pontefice «possono trasfigurarsi in angeli di luce. Possono avere operato allora contro lo spirito buono ch’era in te. Ti sei inorgoglito poi, di questa visione?»

Benedetto piegò il capo e pensò alquanto.

«Forse una volta» diss’egli «per un momento, a Santa Scolastica, quando il mio maestro, a nome dell’Abate, mi offerse una veste di converso, la veste che poi mi fu tolta a Jenne. Allora pensai per un momento che questa offerta inattesa confermasse l’ultima parte della Visione e n’ebbi un moto di compiacenza, mi stimai oggetto di una predilezione divina. Ne domandai subito perdono a Dio e adesso ne domando perdono a Vostra Santità.»

Il Pontefice non parlò, ma la sua mano si alzò spiegata e ridiscese in un atto di indulgenza. Egli si diede poi a maneggiare le carte diverse che aveva sul tavolino, parve consultarne attentamente più d’una. Quindi le posò, le raccolse, le fece da banda, riprese a parlare.

«Figlio mio» diss’egli «ti devo domandare altre cose. Hai nominato Jenne. Io neppure non sapevo che esistesse, questo Jenne. Me lo hanno descritto. Diciamo il vero, non si capisce perchè tu ti sia andato a cacciare a Jenne.»

Benedetto sorrise lievemente ma non volle discolparsi, interrompere il Papa, il quale continuò:

«È stata un’idea disgraziata, perchè chi può dir bene cosa succede a Jenne? Sai di aver avuto lassù della gente che ti vedeva di mal occhio?»

Benedetto pregò semplicemente Sua Santità che lo dispensasse dal rispondere.

«Ti capisco» rispose il Papa «e debbo dire che la tua preghiera è cristiana. Tu non dirai niente ma io non posso tacere che sei stato accusato di molte cose. Lo sai?»

Benedetto sapeva di un’accusa sola o almeno ne dubitava. Il Papa aveva l’aria più imbarazzata di lui. Egli era sereno.

«Ti accusano» ripigliò il Papa «di esserti spacciato, a Jenne, per un taumaturgo e di essere stato causa, per questi tuoi vanti, che un disgraziato morisse in casa tua. Si arriva persino a dire ch’egli è morto per certi beveraggi che gli hai dati. Ti accusano di aver predicato al popolo piuttosto da protestante che da cattolico e anche...»

Il Santo Padre esitò. Al suo pudore verginale ripugnava persino accennare a certe cose.

«Di relazioni non lecite» disse «con la maestra del paese. Cosa rispondi, figlio mio?»

«Santo Padre» rispose Benedetto, tranquillo, «lo Spirito risponde per me nel Suo cuore.»

Il Pontefice lo guardò, attonito, ma non solamente attonito; anche un poco turbato, come se Benedetto gli avesse letto nell’anima. Il viso gli si dipinse di un lieve rossore.

«Spiegati» diss’egli.

«Iddio mi dona di leggere nel Suo cuore che Lei non crede ad alcuna di quelle accuse.»

A queste parole di Benedetto il Papa contrasse lievemente le sopracciglia.

«Adesso» riprese Benedetto «Vostra Santità pensa che io mi attribuisca una chiaroveggenza miracolosa. No, è una cosa che vedo nel Suo viso, che sento nella Sua voce, da povero uomo comune quale sono.»

«Forse tu sai» esclamò il Papa«chi è stato in questi giorni da me!»

Egli aveva fatto chiamare a Roma l’arciprete di Jenne, lo aveva interrogato su Benedetto. L’arciprete, trovato un Papa di suo genio, un Papa ben diverso dai due zelanti che lo avevano intimorito a Jenne, non aveva perduta l’occasione di mettersi facilmente in pace colla propria coscienza, aveva dato sfogo ai rimorsi lodando e rilodando. Benedetto non ne sapeva niente.

«No» rispose «non lo so.»

Il Pontefice tacque, ma il suo viso, le mani, la intera persona, tradivano una viva inquietudine. Egli si abbandonò finalmente sulla spalliera della seggiola, chinò il capo sul petto, stese le braccia al tavolino e appoggiatevi le mani, una presso all’altra, pensò.

Mentre pensava, immobile, fissi gli occhi nel vuoto, la fiamma della lucernina a petrolio salì fumigando, rossa, nel tubo. Egli non se n’avvide subito. Quando se n’avvide la regolò e poi ruppe il silenzio.

«Credi tu» diss’egli «avere veramente una missione?»

Benedetto rispose, con una espressione di fervore umile:

«Sì, lo credo.»

«E perchè lo credi?»

«Santità, perchè ciascuno viene al mondo con una missione scritta nella sua natura. Quand’anche non avessi avuto visioni nè altri segni straordinari, la mia natura ch’è religiosa mi imporrebbe il dovere di un’azione religiosa. Come posso dirlo? Ecco, lo dirò...» Qui la voce di Benedetto tremò di emozione «...come non l’ho detto a nessuno. Io credo, io so che Dio è il nostro Padre di tutti, ma io sento nella mia natura la Sua paternità. Quasi non è un dovere il mio, è un sentimento di figlio.»

«E credi avere il cómpito di esercitarla qui, adesso, un’azione religiosa?»

Benedetto giunse le mani come se implorasse già di venire ascoltato.

«Sì» diss’egli «anche qui, anche adesso.»

Ciò detto, pose un ginocchio a terra tenendo sempre giunte le mani.

«Alzati» disse il Santo Padre. «Di’ liberamente quello che lo Spirito ti consiglia.»

Benedetto non si alzò.

«Mi perdoni» diss’egli «io devo parlare al solo Pontefice e qui non mi ascolta il solo Pontefice!»

Il Papa trasalì, lo interrogò con gli occhi, severo.

Benedetto porse un poco il mento, inarcando le sopracciglia, verso una porta grande alle spalle del Papa.

Questi prese un campanello di argento che stava sul tavolino, accennò imperiosamente a Benedetto di alzarsi e suonò. Ricomparve dalla porta della Galleria il prete di prima. Il Papa gli ordinò di far venire in Galleria don Teofilo, il cameriere fedele che aveva portato con sè dalla sua sede arcivescovile del Mezzogiorno. Venuto don Teofilo, egli andrebbe ad attendere Sua Santità nelle sale della Biblioteca.

«Ripasserai di qua» diss’egli.

Parecchi minuti trascorsero nell’attesa silenziosa che colui rientrasse. Il Pontefice, pensoso, non alzò mai gli occhi dal tavolino. Benedetto, in piedi, teneva chiusi i suoi. Li aperse quando rientrò il prete. Uscito che fu costui per la porta sospetta, il Papa accennò con la mano e Benedetto parlò, a voce bassa. Il Pontefice lo ascoltava stringendo i bracciuoli della sedia, pôrta in avanti la persona e chino il viso.

«Santo Padre» disse Benedetto «la Chiesa è inferma. Quattro spiriti maligni sono entrati nel suo corpo per farvi guerra allo Spirito Santo. Uno è lo spirito di menzogna. Anche lo spirito di menzogna si trasfigura in angelo di luce e molti pastori, molti maestri della Chiesa, molti fedeli buoni e pii ascoltano devotamente lo spirito di menzogna credendo ascoltare un angelo. Cristo ha detto: «io sono la Verità» e molti nella Chiesa, anche buoni, anche pii, scindono la Verità nel loro cuore, non hanno riverenza per la Verità che non chiamano religiosa, temono che la verità distrugga la verità, pongono Dio contro Dio, preferiscono le tenebre alla luce e così ammaestrano gli uomini. Si dicono fedeli e non comprendono quanto scarsa e codarda è la loro fede, quanto è loro straniero lo spirito dell’apostolo che tutto scruta. Adoratori della lettera, vogliono costringere gli adulti a un cibo d’infanti che gli adulti respingono, non comprendono che se Dio è infinito e immutabile, l’uomo però se ne fa un’idea sempre più grande di secolo in secolo e che di tutta la Verità Divina si può dire così. Essi sono causa di una funesta perversione della Fede, che corrompe tutta la vita religiosa; perchè il cristiano che con uno sforzo si è piegato ad accettare quello ch’essi accettano e a respingere quello che respingono, crede aver già fatto il più per servire Iddio, mentre ha fatto meno che niente e gli resta di vivere la fede nella parola di Cristo, nella dottrina di Cristo, gli resta di vivere il fiat voluntas tua, che è tutto. Santo Padre, oggi pochi cristiani sanno che la religione non è principalmente adesione dell’intelletto a formole di verità ma che è principalmente azione e vita secondo questa verità, e che alla fede vera non rispondono solamente doveri religiosi negativi e obblighi verso l’autorità ecclesiastica. E quelli che lo sanno, quelli che non scindono la Verità nel loro cuore, quelli che hanno il culto supremo di Dio verità, che ardono di una fede impavida in Cristo, nella Chiesa e nella Verità, ne conosco, Santo Padre!, quelli sono combattuti acremente, sono diffamati come eretici, sono costretti al silenzio, tutto per opera dello Spirito di menzogna, che lavora da secoli nella Chiesa una tradizione d’inganno per la quale coloro che oggi lo servono si credono di servire Iddio, come lo credettero i primi persecutori dei cristiani. Santità...»

Qui Benedetto pose un ginocchio a terra. Il Papa non si mosse. Pareva aver abbassato il capo ancora di più. Il zucchetto bianco era quasi tutto nel lume della lucernina.

«...io ho letto proprio oggi grandi parole di Lei ai Suoi diocesani antichi, sulla molteplice rivelazione di Dio Verità nella Fede e nella Scienza, e anche direttamente, misteriosamente, nell’anima umana. Santo Padre, molti, moltissimi cuori di sacerdoti e di laici appartengono allo Spirito Santo; la Spirito di menzogna non ha potuto entrarvi neppure sotto una veste angelica. Dica una parola, Santo Padre, faccia un atto che rialzi questi cuori devoti alla Santa Sede del Pontefice romano! Onori davanti a tutta la Chiesa qualcuno di questi uomini, di questi sacerdoti che sono combattuti dallo Spirito di menzogna, ne sollevi qualcuno all’episcopato, ne sollevi qualcuno al Sacro Collegio! Anche questo, Santo Padre! Consigli esegeti e teologi, se è necessario, a camminare prudenti poichè la scienza non progredisce che a patto di essere prudente; ma non lasci colpire dall’Indice nè dal Sant’Uffizio per qualche soverchio ardimento uomini che sono l’onore della Chiesa, che hanno la mente piena di Verità e il cuore pieno di Cristo, che combattono per difesa della fede cattolica! E poichè Vostra Santità ha detto che Iddio rivela le sue verità anche nel segreto delle anime, non lasci moltiplicare le divozioni esterne, che bastano, raccomandi ai Pastori la pratica e l’insegnamento della preghiera interiore!»

Benedetto tacque un momento, spossato. Il Papa alzò il viso, guardò l’uomo inginocchiato che lo fissava con occhi dolorosi, luminosi sotto le sopracciglie contratte, vibrando nelle mani giunte dove si appuntava lo sforzo dello spirito. Il viso del Papa tradiva una commozione intensa. Egli voleva dire a Benedetto che si alzasse, che sedesse; e non parlò per timore di tradire la commozione anche nella voce. Insistette a cenni, tanto che Benedetto si alzò e presa la sua seggiola, appoggiatevi alla spalliera le mani ancora giunte, ricominciò a parlare.

«Se il clero insegna poco al popolo la preghiera interiore che risana l’anima quanto certe superstizioni la corrompono, è per causa del secondo spirito maligno che infesta la Chiesa trasfigurato in angelo di luce. Questo è lo spirito di dominazione del clero. A quei sacerdoti che hanno lo spirito di dominazione non piace che le anime comunichino direttamente e normalmente con Dio per domandarne consiglio e direzione. A buon fine! Il Maligno inganna, così la loro coscienza; a buon fine! Ma le vogliono dirigere essi in qualità di mediatori e queste anime diventano fiacche, timide, servili. Non saranno molte, forse; i peggiori maleficî dello spirito di dominazione sono diversi. Egli ha soppressa l’antica santa libertà cattolica. Egli cerca fare all’obbedienza, anche quando non è dovuta per legge, la prima delle virtù. Egli vorrebbe imporre sottomissioni non obbligatorie, ritrattazioni contro coscienza, dovunque un gruppo d’uomini si associa per un’opera buona prenderne il comando, e, se declinano il comando, rifiutar loro l’aiuto. Egli tende a portare l’autorità religiosa anche fuori del campo religioso. Lo sa l’Italia, Santo Padre. Ma cosa è l’Italia? Non è per essa che io parlo, è per tutto il mondo cattolico. Santo padre, Ella forse non lo avrà provato ancora, ma lo spirito di dominazione vorrà esercitarsi anche sopra di Lei. Non ceda, Santo Padre! Ella è il Governatore della Chiesa, non permetta che altri governi Lei, non sia il Suo potere un guanto per invisibili mani altrui. Abbia consiglieri pubblici e siano i vescovi raccolti spesso nei Concilii nazionali e faccia partecipare il popolo alla elezione dei vescovi scegliendo uomini amati e riveriti dal popolo, e i vescovi si mescolino al popolo non solamente per passare sotto archi di trionfo e farsi salutare dal suono delle campane ma per conoscere le turbe e per edificarle a imitazione di Cristo, invece di starsene chiusi da principi orientali negli episcopii, come tanti fanno. E lasci loro tutta l’autorità che è compatibile con quella di Pietro!

Santità, posso parlare ancora?»

Il Papa, che da quando Benedetto aveva ricominciato a parlare gli teneva gli occhi in viso, rispose con un lieve abbassar del capo.

«Il terzo spirito maligno» riprese Benedetto «che corrompe la Chiesa, non si trasfigura in angelo di luce perchè saprebbe di non poter ingannare, si accontenta di vestire una comune onestà umana. È lo spirito di avarizia. Il Vicario di Cristo vive in questa reggia come visse nel suo episcopio, con un cuore puro di povero. Molti Pastori venerandi vivono nella Chiesa con eguale cuore, ma lo spirito di povertà non vi è bastantemente insegnato come Cristo lo insegnò, le labbra dei ministri di Cristo sono troppo spesso compiacenti ai cupidi dell’avere. Quale di essi piega la fronte con ossequio a chi ha molto solamente perchè ha molto, quale lusinga con la lingua chi agogna molto, e il godere la pompa e gli onori della ricchezza, l’aderire con l’anima alle comodità della ricchezza pare lecito a troppi predicatori della parola e degli esempî di Cristo. Santo padre, richiami il clero a meglio usare verso i cupidi dell’avere, sieno ricchi, sieno poveri, la carità che ammonisce, che minaccia, che rampogna. Santo Padre!»

Benedetto tacque, fissando il Papa con una espressione intensa di appello.

«Ebbene?» mormorò il Papa.

Benedetto allargò le braccia e riprese:

«Lo Spirito mi sforza a dire di più. Non è opera di un giorno ma si prepari il giorno e non si lasci questo cómpito ai nemici di Dio e della Chiesa, si prepari il giorno in cui i sacerdoti di Cristo dieno l’esempio della effettiva povertà, vivano poveri per obbligo come per obbligo vivono casti, e servano loro di norma per questo le parole di Cristo ai Settantadue. Il Signore circonderà gli ultimi fra loro di tale onore, di tale riverenza quale ora non è nel cuore della gente intorno ai Principi della Chiesa. Saranno pochi ma la luce del mondo. Santo Padre, lo sono essi oggi? Qualcuno lo è; i più non sono nè luce nè tenebre.»

Qui, per la prima volta, il Pontefice assentì del capo mestamente.

«Il quarto spirito maligno» proseguì Benedetto «è lo spirito d’immobilità. Questo si trasfigura in angelo di luce. Anche i cattolici, ecclesiastici e laici, dominati dallo spirito d’immobilità credono piacere a Dio come gli ebrei zelanti che fecero crocifiggere Cristo. Tutti i clericali, Santità, anzi tutti gli uomini religiosi che oggi avversano il cattolicismo progressista, avrebbero fatto crocifiggere Cristo in buona fede, nel nome di Mosè. Sono idolatri del passato, tutto vorrebbero immutabile nella Chiesa, sino alle forme del linguaggio pontificio, sino ai flabelli che ripugnano al cuore sacerdotale di Vostra Santità, sino alle tradizioni stolte per le quali non è lecito a un cardinale di uscire a piedi e sarebbe scandaloso che visitasse i poveri nelle loro case. È lo spirito d’immobilità che volendo conservare cose impossibili a conservare ci attira le derisioni degl’increduli; colpa grave davanti a Dio!»

Il petrolio veniva mancando nella lucerna, il cerchio delle tenebre si stringeva, si addensava intorno e sopra la breve sfera di luce in cui si disegnavano, l’una in faccia all’altra, la bianca figura del Pontefice seduto e la bruna di Benedetto in piedi.

«Contro lo spirito d’immobilità» disse questi «io la supplico di non permettere che sieno posti all’Indice i libri di Giovanni Selva.»

Quindi, posta la seggiola da banda, s’inginocchiò nuovamente, stese le mani al Pontefice, parlò più trepido e più acceso:

«Vicario di Cristo, io La scongiuro di un’altra cosa. Sono un peccatore indegno di venire paragonato ai Santi ma lo Spirito di Dio può parlare anche per la bocca più vile. Se una donna ha potuto scongiurare un Papa di venire a Roma, io scongiuro Vostra santità di uscire dal Vaticano. Uscite, Santo Padre; ma la prima volta, almeno la prima volta, uscite per un’opera del vostro ministero! Lazzaro soffre e muore ogni giorno, andate a vedere Lazzaro. Cristo chiama soccorso in tutte le povere creature umane che soffrono. Ho vista dalla Galleria delle lapidi i lumi che fronteggiano un altro palazzo di Roma. Se il dolore umano chiama in nome di Cristo, là si risponderà forse: «no» ma si va. Dal Vaticano si risponde «sì» a Cristo, ma non si va. Che dirà Cristo, Santo Padre, nell’ora terribile? Queste parole mie, se fossero conosciute dal mondo, mi frutterebbero vituperî da chi più si professa devoto al Vaticano; ma per vituperî e fulmini che mi si scagliassero non griderei io fino alla morte: che dirà Cristo? Che dirà Cristo? A Lui mi appello.»

La fiammella della lucerna mancava, mancava; nella breve sfera di luce fioca che le tenebre premevano non si vedeva quasi più di Benedetto che le mani stese, non si vedeva quasi più del Papa che la destra posata sul campanello d’argento. Appena Benedetto tacque, il Santo Padre gli ordinò di alzarsi, poi scosse il campanello due volte. La porta della Galleria si aperse, entrò il fido cameriere già popolare in Vaticano col nome di don Teofilo.

«Teofilo» disse il Papa, «in Galleria, è riaccesa la luce?»

«Sì, Santità.»

«Allora passa in Biblioteca dove troverai monsignore. Digli che venga qua, che mi aspetti. E tu provvedigli un’altra lucerna.»

Ciò detto, Sua Santità si alzò. Era piccolo di statura e tuttavia un po’ curvo. Mosse verso la porta della Galleria accennando a Benedetto di seguirlo. Don Teofilo uscì dalla parte opposta. Triste presagio, nella buia sala dov’eran corse tante fiammelle di parole accese dallo Spirito, non rimase che la piccola lucernina morente.

La Galleria delle lapidi, là dove il Papa e Benedetto vi entrarono, era semibuia. Ma nel fondo una grande lampada a riflettore illuminava l’iscrizione commemorativa a destra della porta che mette nella loggia di Giovanni da Udine. Fra le grandi ali di lapidi schierate da capo a fondo della Galleria, che guardavano l’oscuro dibattito delle due anime viventi come testimoni muti che già conoscessero i misteri di oltre tomba e del giudizio divino, il Papa si avanzava lento, silenzioso, seguito, un passo indietro e a sinistra, da Benedetto. Sostò un momento presso il torso del fiume Oronte, guardò dalla finestra. Benedetto si domandò se guardasse i lumi del Quirinale, palpitò, attendendo una parola. La parola non venne. Il Papa riprese, tacendo sempre, il suo lento andare, con le mani congiunte dietro il dorso, e il mento appoggiato al petto. Sostò presso al fondo, nella luce della grande lampada; parve incerto se ritornare o procedere. A sinistra della lampada la porta della Galleria si apriva sopra uno sfondo di notte, di luna, di colonne, di vetri, di pavimento marmoreo. Il Papa si avviò a quella volta, scese i cinque gradini. La luna batteva per isghembo sul pavimento rigato dalle ombre nere delle colonne, tagliato in fondo alla loggia dall’obliquo profilo dell’ombra piena, dentro la quale mal si discerneva il busto di Giovanni.

Il Papa percorse la loggia fino a quell’ombra, vi entrò, vi si trattenne. Intanto Benedetto, fermatosi molti passi indietro per non avere l’aria di premere irriverentemente nel desiderio di una risposta, mirava l’astro veleggiante fra nuvole grandi su Roma. Mirando l’astro, domandò a sè, a qualche Invisibile che gli fosse vicino, quasi anche allo stesso volto severo e triste della luna, se avesse troppo osato, male osato. Si pentì subito del suo dubbio. Aveva forse parlato egli? Oh no, le parole gli erano venute alle labbra senza meditazione, aveva parlato lo Spirito. Chiuse gli occhi in uno sforzo di preghiera mentale ancora levando la faccia verso l’astro, come un cieco che porgesse il viso avido al divinato splendore di argento.

Una mano lo toccò lievemente sulla spalla. Trasalì e aperse gli occhi. Era il Papa e il suo viso diceva come avesse finalmente maturate nel pensiero parole che lo appagavano. Benedetto chinò il capo rispettosamente ad ascoltarlo.

«Figlio mio» disse Sua Santità «alcune di queste cose il Signore le ha dette da gran tempo anche nel cuore mio. Tu, Dio ti benedica, te la intendi col Signore solo; io devo intendermela anche cogli uomini che il Signore ha posto intorno a me perchè io mi governi con essi secondo carità e prudenza; e devo sovratutto misurare i miei consigli, i miei comandi, alle capacità diverse, alle mentalità diverse di tanti milioni di uomini. Io sono un povero maestro di scuola che di settanta scolari ne ha venti meno che mediocri, quaranta mediocri e dieci soli buoni. Egli non può governare la scuola per i soli dieci buoni e io non posso governare la Chiesa soltanto per te e per quelli che somigliano a te. Vedi, per esempio; Cristo ha pagato il tributo allo Stato e io, non come Pontefice ma come cittadino, pagherei volentieri il mio tributo di omaggio là in quel palazzo di cui hai veduto i lumi, se non temessi di offendere così i sessanta scolari, di perdere anche una sola delle loro anime che mi sono preziose come le altre. E così sarebbe se io facessi togliere certi libri dall’Indice, se chiamassi nel Sacro Collegio certi uomini che hanno fama di non essere rigidamente ortodossi, se, scoppiando un’epidemia, andassi, ex abrupto, a visitare gli ospedali di Roma.»

«Oh Santità!» esclamò Benedetto «mi perdoni ma non è sicuro che queste anime disposte a scandolezzarsi del Vicario di Cristo per ragioni simili poi si salvino, e invece è sicuro che si acquisterebbero tante altre anime le quali non si acquistano!»

«E poi» continuò il Papa come se non avesse udito «sono vecchio, sono stanco, i cardinali non sanno chi hanno messo qui, non volevo. Sono anche ammalato, ho certi segni di dover presto comparire davanti al mio Giudice. Sento, figlio mio, che tu hai lo spirito buono ma il Signore non può volere da un poveruomo come me le cose che tu dici, cose a cui non basterebbe neppure un Pontefice giovine e valido. Però vi sono cose che anch’io, con il Suo aiuto, potrò fare; se non le cose grandi, almeno altre cose. Le cose grandi preghiamo il Signore che susciti chi a loro tempo le sappia fare e chi sappia bene aiutare a farle. Figlio mio, se io mi metto da stasera a trasformare il Vaticano, a riedificarlo, dove trovo poi Raffaello che lo dipinga? E neppure questo Giovanni? Non dico però di non fare niente.»

Benedetto era per replicare. Il Pontefice, forse per non volersi spiegare di più, non gliene lasciò nè il modo nè il tempo, gli fece una domanda gradita.

«Tu conosci Selva» diss’egli. «Privatamente, che uomo è?»

«È un giusto» si affrettò a rispondere Benedetto. «Un gran giusto. I suoi libri sono stati denunciati alla Congregazione dell’Indice. Forse vi si troveranno alcune opinioni ardite ma non vi è confronto fra la religiosità calda e profonda dei libri di Selva e il formalismo freddo, misero di altri libri che corrono, più del Vangelo, per le mani del clero. Santo Padre, la condanna di Selva sarebbe un colpo alle energie più vive e più vitali del Cattolicismo. La Chiesa tollera migliaia di libri ascetici stupidi che rimpiccioliscono indegnamente l’idea di Dio nello spirito umano; non condanni questi che la ingrandiscono!»

Le ore suonarono da lontano. Nove e mezzo. Sua Santità prese tacendo una mano di Benedetto, la chiuse fra le sue, gli fece intendere con quella muta stretta sensi e consensi trattenuti dalla bocca prudente. La strinse, la scosse, l’accarezzò, la strinse ancora, disse finalmente con voce soffocata:

«Prega per me, prega che il Signore m’illumini.»

Due lagrime brillavano nei belli occhi soavi di vecchio che mai non si macchiò di un volontario pensiero impuro, di vecchio tutto dolcezza di carità. Benedetto non riuscì, per la commozione, a parlare.

«Vieni ancora» disse il Papa. «Dobbiamo discorrere ancora.»

«Quando, Santità?»

«Presto. Ti farò avvertire.»

Intanto l’ombra, avanzando, aveva inghiottito la Figura bianca e la Figura nera. Sua Santità pose una mano sulla spalla di Benedetto, gli domandò sommessamente, quasi esitante:

«Ricordi la fine della tua visione?»

Benedetto rispose, pure sottovoce, abbassando il viso:

«Nescio diem neque horam.»

«Non sono nel manoscritto» riprese Sua Santità. «Ma ricordi?»

Benedetto mormorò:

«In abito benedettino, sulla nuda terra, all’ombra di un albero.»

«Se così sarà» riprese il Santo Padre, dolcemente «ti voglio benedire per quel momento. Allora sarò ad aspettarti in cielo.»

Benedetto s’inginocchiò. La voce del Papa suonò solenne nell’ombra:

«Benedico te in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.»

Il Papa risalì rapidamente i cinque gradini, scomparve.

Benedetto rimase ginocchioni, assorto in quella benedizione che gli era parsa venire da Cristo. Si alzò al suono di un passo nella Galleria. Pochi momenti dopo egli scendeva, accompagnato da don Teofilo, al Portone di bronzo.

III.

 

La camera, al quarto piano, era appena decente. Un letto di ferro, un tavolino da notte, uno scrittoio con pochi libri logori e sfasciati, un cassettone di abete, un lavamani di ferro, qualche sedia impagliata, n’erano tutto il mobiglio. Un abito grigio pendeva da un chiodo, un cappello nero a cencio da un altro. Un baglior frequente di lampi entrava dalla finestra aperta, entravano soffî della buia notte burrascosa, facevano oscillare la fiammella della lampada a petrolio che ardeva sul tavolino da notte, oscillare il lume e le ombre sulle lenzuola non tanto bianche, su due mani scarne, sur un fascio di rose sciolto fra le due mani, sulla camicia di flanella dell’uomo infermo che si era tratto su a sedere, sul suo viso rugoso, magro, grigiastro di barba d’un mese. Dall’altra parte del letto povero, nella penombra, stava Benedetto, in piedi. L’uomo infermo guardava i fiori e taceva. Le sue mani, anche le sue labbra, tremavano.

Egli era stato frate. A trent’anni aveva gettato la cocolla e preso moglie. Uomo di poco ingegno e di pochi studî, era vissuto miseramente colla moglie e con due figliuole, facendo lo scrivano. La moglie era morta, le figliuole si erano date alla mala vita. Si spegneva lentamente anche lui, adesso, in quel quarto piano di via della Marmorata, presso all’angolo di via Manuzio, consunto dalla miseria, dalla tabe, dall’animo amaro.

Un singhiozzo irrefrenabile gli ruppe dal petto. Allargò le braccia, raccolse e strinse a sè il capo di Benedetto e subito fece atto di respingerlo, si coperse il viso colle mani.

«Non son degno, non son degno!» diss’egli.

Ma Benedetto gli abbracciò alla sua volta il capo, glielo baciò, rispose:

«Neppur io son degno di questa grazia che mi fa il Signore.»

«Quale grazia?» chiese l’infermo.

«Che Lei pianga con me!»

Così dicendo, Benedetto si levò dall’abbraccio; e durava a fissare affettuosamente il vecchio. Questi lo guardò attonito, come per dire: «voi sapete?» Egli accennò del capo lievemente, silenziosamente, di sì.

Colui non sospettava che il suo passato fosse conosciuto. Abitava lì da tre anni. Una vicina più vecchia di lui, una povera gobbina caritatevole e pia, gli rendeva dei servigi, lo assisteva nelle sue infermità, trovava modo di soccorrerlo con le due lire giornaliere di pensione ch’erano tutta la sua sostanza. Aveva saputo dai portinai ch’egli era un frate sfratato, lo vedeva tanto triste, tanto umile, tanto riconoscente, pregava sera e mattina la Madonna e tutti i Santi del Paradiso che le facessero la grazia di aiutarla presso Gesù che gli perdonasse e lo facesse ritornare in grembo alla Chiesa. Raccontava le sue pene e le sue speranze ad altre vecchiette pie, diceva:

«Non oso pregarlo io, Gesù; quel disgraziato gliel’ha fatta troppo grossa. Ci vuole anche un pezzo grosso che preghi.»

Quel giorno il vecchio le era andato dicendo più volte che sarebbe stato felice di avere delle rose. Allora la gobbina aveva pensato:

«C’è l’uomo santo di cui tutti parlano, che fa il giardiniere. Io vado, gli racconto la cosa, gli dico che le rose gliele porti lui e chi sa cosa ne può venire!»

Aveva pensato così e subito si era detto:

«Questo pensiero, se non mi viene dalla Madonna, mi viene di sicuro da Sant’Antonio!»

Allora il semplice suo cuore puro aveva dato un’ondata di dolcezza e di letizia. Senza por tempo in mezzo ella era andata a villa Mayda, alla elegante villa pompeiana biancheggiante sull’Aventino fra belle palme, quasi in faccia alla finestra del vecchio ex-frate. Benedetto stava per coricarsi in obbedienza al professore che gli aveva trovato la febbre, la piccola frodolenta febbre che di tempo in tempo lo rodeva da qualche settimana senz’altre sofferenze. Udito di che si trattava, era venuto subito colle rose.

Il vecchio si coperse ancora il viso, vergognando. Poi, senza più guardare Benedetto, parlò delle rose, spiegò il perchè del suo desiderio. Era figlio di un giardiniere, avrebbe voluto fare il giardiniere anche lui ma gli piaceva di frequentare le chiese e i suoi trastulli erano tutti di cose sacre: altarini, candelabri, busti di vescovi mitrati. I padroni, gente religiosissima, avevano lasciato intendere ai suoi genitori che se gli si fosse manifestata la vocazione ecclesiastica, lo avrebbero fatto educare a proprie spese; e i genitori lo avevano destinato senz’altro a quella via. Egli si era accorto ben presto di non avere forze bastanti a tener le promesse sacerdotali; ma neppure gli bastò l’animo di prendere una risoluzione che avrebbe afflitto i suoi mortalmente. Invece si figurò che se uscisse del tutto dal mondo potrebbe forse andar salvo, e seguendo imprudenti consigli entrò là ond’ebbe poi a venir fuori male, si fece di quella frateria della quale soleva dire più tardi, questo non lo raccontò, scherzando copertamente cogli amici: «quando stavo al reggimento.» Ragazzo, aveva amato i fiori; dall’entrata nel Seminario in poi non ci aveva pensato più, mai più, per quarant’anni. La notte prima della visita di Benedetto aveva sognato un gran rosaio del giardino dov’era trascorsa la sua fanciullezza. Le bianche rose piegavano tutte a lui, lo guardavano, nel mondo dei sogni, come curiose anime pie un pellegrino nel mondo delle ombre. Gli dicevano: «dove vai, dove vai, povero amico, perchè non ritorni a noi?» Destatosi, aveva sentito un desiderio di rose, tenero, pungente fino alle lagrime. E quante rose adesso sul suo letto, per la bontà di una persona santa, quante belle, odoranti rose! Tacque e fissava Benedetto a bocca semiaperta, lucenti gli occhi di una domanda dolorosa: tu sai, tu comprendi; cosa pensi di me? Pensi che vi sia speranza di perdono?

Benedetto, curvo sull’ammalato, prese a parlargli accarezzandolo. La vena delle parole soavi fluiva fluiva con un suono vario di tenerezza ora lieta ora dolente. Ora il vecchio ne pareva beato, ora usciva in domande affannose; subito allora la fluida vena soave gli ristorava beatitudine in viso. Intanto la gobbina andava e veniva col rosario in mano dalla sua camera all’uscio del vicino, divisa fra il desiderio di precipitare le avemarie in quel momento decisivo e il desiderio di udire se là dentro parlassero, cosa dicessero.

Ma giù nella strada si era venuta raccogliendo, malgrado il cattivo tempo, della gente che aspettava il Santo di Jenne. Una merciaia lo aveva veduto entrare colle rose in mano, accompagnato dalla gobbina. In un batter d’occhio si erano aggruppate davanti alla porta forse cinquanta persone, donne la maggior parte, quali per vederlo, quali per avere un sua parola. Aspettavano pazientemente, parlando piano, come se fossero in chiesa, di Benedetto, dei miracoli che faceva, delle grazie che avrebbero implorate da lui. Sopraggiunse un ciclista, scese dalla bicicletta, domandò il perchè di quell’assembramento, si fece informare appuntino del luogo dove stava il Santo di Jenne e risalito in macchina ripartì di gran corsa. Poco dopo, una botte seguita dal ciclista di prima venne a fermarsi davanti alla porta. Ne discese un signore che attraversò l’assembramento ed entrò in casa. Il ciclista rimase presso la botte. L’altro parlò col portinaio, si fece accompagnare da lui fino all’uscio dove la gobbina stava col suo rosario in mano, palpitante. Bussò malgrado le tacite giaculatorie di lei che implorava la Madonna di allontanare quell’importuno. Benedetto venne ad aprire.

«Scusi» disse colui, cortesemente. «Lei è il signor Pietro Maironi?»

«Non porto più questo nome» rispose Benedetto, tranquillo «ma l’ho portato.»

«Mi rincresce d’incomodarla. Le sarei grato se si compiacesse di venire con me. Le dirò poi dove.»

L’infermo udì queste parole dello sconosciuto e gemette:

«No, sant’uomo, non andate via per amor di Dio!»

Benedetto rispose:

«Favorisca dirmi il Suo nome e perchè dovrei venire con Lei.»

L’altro parve imbarazzato.

«Ecco» disse. «Sono un delegato di P. S.»

L’infermo esclamò: «Gesummaria!» e la gobbina, esterrefatta, lasciò cadere il rosario, guardò Benedetto che non potè trattenere un atto di sorpresa.

Il delegato si affrettò a soggiungere, sorridendo, che la sua visita non aveva un significato troppo pauroso, ch’egli non era venuto ad arrestare nessuno, che non aveva a comunicare ordini, ma solamente un invito.

Siccome gl’inviti della Questura hanno un carattere speciale, Benedetto non pensò a scusarsi, domandò di restar solo con l’infermo e con la donna per cinque minuti, sussurrò qualche cosa all’orecchio del primo che parve assentire con lagrime nella voce, prese la gobbina a parte, le disse che l’infermo era disposto a ricevere un sacerdote, ch’egli ora non sapeva quando sarebbe stato libero di condurgliene uno egli stesso. La povera piccola creatura tremava tutta fra lo sgomento e la gioia, non sapeva dire che «Gesù mio! Madonna mia!» Benedetto la rincorò, promise di ritornare appena lo potesse e, preso congedo, discese le scale col delegato.

Nella via il gruppo di gente si era fatto più grosso e rumoreggiava, stringeva minacciosamente il ciclista rimasto presso la botte, ch’era stato riconosciuto per una guardia di P. S. e non voleva dire perchè fosse prima venuto a informarsi e poi ritornato con l’altro individuo. Si voleva forzare il fiaccheraio ad andarsene, si parlava di staccare il cavallo. Quando apparve il delegato con Benedetto, gli si fecero tutti addosso gridando: – Via, birro! – Via! – Abbasso! – Lasciate quell’uomo! Badate ai ladri, per Dio! Voi pigliate i servi di Dio e lasciate i ladri! – Via! – Abbasso! – Benedetto si fece avanti, accennò, a due mani, di tacere, pregò e ripregò che se n’andassero in pace poichè nessuno gli voleva far male, egli non era arrestato, se n’andava con quel signore di sua libera volontà. Nello stesso momento scrosciò un tuono in cielo, un impeto di acquazzone sul marciapiede. La folla balenò, si disperse rapidamente. Il delegato diede un ordine al ciclista e salì nella botte con Benedetto.

Partirono verso il Tevere, fra i tuoni, i lampi e la pioggia furiosa. Benedetto domandò al delegato, molto quietamente, che si volesse da lui alla Questura. Il delegato rispose che non si trattava di Questura. Chi voleva parlare al signor Maironi era un pezzo più grosso del questore.

«Non so se avrei dovuto dirlo» soggiunse «ma già glielo dirà lui.»

E raccontò che lo aveva cercato inutilmente a villa Mayda, disse quanto gli sarebbe seccato di non trovarlo presto. Benedetto si provò a domandargli se sapesse la cagione della chiamata. Realmente il delegato non la sapeva, ma finse un silenzio diplomatico, si rannicchiò nel suo angolo come per salvarsi dalle folate di pioggia. Un lampo mostrò a Benedetto il fiume giallastro, i neri barconi di Ripagrande; un altro il tempio di Vesta. Poi non si raccapezzò più affatto, gli parve di attraversare una sconosciuta necropoli, un dedalo di vie funeree dove ardessero lampade sepolcrali. Finalmente la carrozzella entrò con fracasso in un atrio, si fermò al piede di uno scalone scuro, fiancheggiato di colonne. Benedetto lo salì col delegato fino al secondo ripiano sul quale si aprivano due porte. Quella di sinistra era chiusa, quella di destra guardava sullo scalone per un occhio ovale lucente. Il delegato la spinse, entrò con Benedetto in un bugigattolo, in una specie di anticamera. Un usciere che dormicchiava si alzò stentatamente. Il delegato lasciò Benedetto e passò in un’altra stanza. Allora l’usciere si chinò come per raccogliere qualche cosa e disse a Benedetto porgendogli una lettera chiusa:

«Guardi che Le è caduta una carta.»

Perchè Benedetto si meravigliava, insistette:

«Lei è bene quello del Testaccio? Veda che sarà Sua, faccia presto!»

Faccia presto? Benedetto guardò l’uomo che si era rimesso a sedere. Quegli lo guardò alla su volta e confermò il suo consiglio con uno scatto secco del capo che significava: tu sospetti che ci sia sotto qualche cosa e realmente c’è.

Benedetto guardò la busta. Vi si leggeva questo indirizzo:

«Al garzone giardiniere di villa Mayda»

E sotto, a caratteri più grandi:

                                   «SUBITO»

La scrittura era femminile ma Benedetto non la riconobbe. Aperse e lesse:

«Sappia che il Direttore generale della Pubblica Sicurezza farà il possibile per indurla a lasciare volontariamente Roma. Rifiuti. Quello che segue lo potrà leggere a Suo agio.»

Benedetto ripose frettolosamente la lettera. Ma poichè nessuno compariva e tutto pareva dormire intorno a lui, la cavò, riprese a leggerla. Seguiva così:

«In Vaticano si è poco contenti, dopo le sue visite, del Santo Padre, il quale, fra l’altre cose, ha richiamato a sè l’affare Selva dalla Congregazione dell’Indice. Ella non può immaginare gl’intrighi che si tramano contro di Lei, le calunnie che si fanno arrivare anche ai Suoi amici, tutto per lo scopo di allontanarla da Roma, di impedire ch’Ella veda più il Pontefice. Si è ottenuto che il Governo aiuti la congiura promettendogli in compenso di non mandare ad effetto certa nomina di persona molto sgradita al Quirinale, per la sede arcivescovile di Torino. Non ceda, non abbandoni il Santo Padre e la Sua missione. La minaccia per l’affare di Jenne non è seria, sarebbe impossibile di procedere contro di Lei e lo sanno. Chi non Le può scrivere ha saputo tutto questo, lo ha fatto scrivere a me, lo farà pervenire a Lei.

NOEMI D’ARXEL.

Benedetto guardò involontariamente l’usciere, quasi dubitando ch’egli conoscesse il senso di quella lettera passata per le sue mani. Ma l’usciere dormicchiava da capo e non si scosse che al ricomparire del delegato, il quale gli ordinò di accompagnare Benedetto dal signor commendatore.

Benedetto fu introdotto in una stanza spaziosa, tutta buia fuorchè nell’angolo dove un signore sui cinquant’anni stava leggendo la Tribuna nel chiarore di una lampada elettrica, vivo sul suo cranio calvo, sul giornale, sul tavolo coperto di carte. Sopra di lui, nella penombra, si intravvedeva un grande ritratto del Re.

Egli non levò dal giornale il capo grave di conscio potere. Lo levò quando gli piacque e guardò con occhi noncuranti l’atomo di popolo che aveva davanti a sè.

«Prenda una sedia» diss’egli, gelido.

Benedetto ubbidì.

«Lei è il signor Pietro Maironi?»

«Sì signore.»

«Mi rincresce di averla incomodata ma era necessario.»

Sotto le parole cortesi del signor commendatore si sentiva un fondo di durezza e di sarcasmo.

«A proposito» diss’egli. «Perchè non si fa chiamare col Suo nome, Lei?»

Alla improvvisa domanda Benedetto non rispose immediatamente.

«Bene bene» ripigliò colui. «Questo adesso importa poco. Qui non siamo in Tribunale. Io penso che se si vuole fare il bene si deve farlo col proprio nome. Ma io non vado in chiesa, ho idee diverse dalle Sue. Non importa, dico. Lei sa chi sono io? Il delegato gliel’ha detto?»

«No signore.»

«Bene, sono un funzionario dello Stato che s’interessa un poco della sicurezza pubblica e che ha un certo potere; sì, un certo potere. Ora io voglio dimostrarle che ho interesse anche per Lei. Lei, mi dispiace il dirlo, è in una situazione critica, mio caro signor Maironi o signor Benedetto, a Sua scelta. È pervenuta all’Autorità giudiziaria un’accusa contro di Lei, veramente grave; e io vedo molto in pericolo non soltanto la Sua fama di santità ma pure la Sua libertà personale e quindi la Sua predicazione almeno per qualche anno.»

Una fiamma salì al viso di Benedetto, i suoi occhi scintillarono.

«Lasci la santità e la fama» diss’egli.

L’augusto funzionario dello Stato riprese senza scomporsi:

«Lei si sente ferito. Badi, sa, che la Sua fama di santità corre altri pericoli. Altre cose si dicono di Lei che non hanno a che fare, per questo stia tranquillo, col codice penale ma che non si accordano molto colla morale cattolica; e Le assicuro che sono abbastanza credute. Dico per dire; son cose che non mi riguardano affatto. Del resto la santità non è mai reale, è sempre, più o meno, una idealizzazione che lo specchio fa della immagine. Se c’è una santità è quella dello specchio, è quella della gente che crede ai Santi. Io non ci credo. Ma veniamo al serio. Le ho dovuto dire delle cose sgradevoli, La ho anche ferita; ora medicherò. Io non sono credente ma però apprezzo il principio religioso come elemento di ordine pubblico, e questo è poi il sentimento dei miei superiori, è il sentimento del Governo. Perciò il Governo non può aver piacere che si faccia un processo scandaloso a qualcuno che presso il popolo passa per santo; un processo che potrebbe poi anche provocare dei disordini. Ma c’è di più! Noi sappiamo che Lei è persona gradita al Papa il quale La vede spesso. Ora in alto non si ha nessuna voglia di recare dispiaceri personali al Papa. Si ha dunque la buona intenzione di evitargli questo, se possibile. E sarà possibile a una condizione. Qui in Roma Lei ha dei nemici attivi, non di parte nostra, sa! non di parte liberale!, che si preparano a rovinarla interamente; nella riputazione e in tutto. Se vuole che Le apra il mio pensiero, il mio pensiero è questo: dal punto di vista cattolico hanno ragione. Io modifico un poco, per mio uso e per loro uso, il motto famoso dei Gesuiti: «aut sint ut sunt» dico io «aut non erunt.» Mi riferiscono che Lei è un cattolico largo. Ciò significa semplicemente che lei non è cattolico. Tiriamo via. I Suoi nemici L’hanno denunciata al Procuratore del Re. Per verità noi dovremmo far arrestare dai carabinieri il signor Pietro Maironi condannato in contumacia dalla Corte d’Assise di Brescia per mancato servizio di giurato; ma questa è una bazzecola. Lei si figura di avere guarito della gente a Jenne ed è accusato non solamente di esercizio illegale della medicina ma persino di aver avvelenato un paziente, niente meno! Ora noi abbiamo i mezzi di salvarla. Noi faremo in modo che la denuncia si ponga a dormire. Ma se Lei resta in Roma i Suoi nemici di Roma faranno un rumore così grande che non ci potremo fingere sordi. Bisogna che Lei se ne vada lontano; e subito! Meglio se va fuori d’Italia. Vada in Francia, dove c’è carestia di santità. O almeno… non ci ha una casa, Lei, sul lago di Lugano? Adesso vi sono delle suore, vero? Suore e Santi stanno benissimo insieme. Vada colle suore e lasci passare la burrasca.»

Il commendatore parlava serio serio, lento lento, coprendo lo scherno di flemma più insolente.

Benedetto si alzò in piedi, risoluto e severo.

«Io stavo» rispose «presso un infermo che aveva bisogno della medicina illegale mia. Mi si poteva lasciare al mio posto. Lei e il Governo sono i peggiori miei nemici se mi offrono di fuggire la giustizia. Lei faccia il Suo dovere di mandare i carabinieri ad arrestarmi per il mancato servizio di giurato. Io proverò poi che non potei ricevere la citazione. Il signor procuratore del Re faccia il dovere Suo di procedere contro di me per la denuncia di Jenne; mi si troverà sempre a villa Mayda. Lo dica ai Suoi superiori. Dica loro che non mi moverò da Roma, che temo un Giudice solo e ch’essi pure lo temano nel loro doppio cuore, perchè Egli sarà più terribile al doppio cuore che alla violenza sincera!»

Il commendatore, impreparato a quel colpo, livido di veleno impotente, prorompeva già in parole di collera quando si udì il rumor sordo di una carrozza ch’entrava nell’atrio. Levò allora lo sguardo da Benedetto, stette in ascolto. Benedetto afferrò la spalliera della sua seggiola per levarsi quell’impaccio a voltar le spalle. L’altro si scosse, riacceso negli occhi dall’ira un momento sopita; gettò il giornale che aveva sempre tenuto in mano, battè il pugno sul tavolo, esclamando:

«Che fa? Non si muova!»

I due uomini si fissarono per alcuni secondi in silenzio, uno con autorità maestosa, l’altro bieco. Poi questi riprese, veemente:

«Debbo farla arrestare qui?»

Benedetto durò a fissarlo in silenzio. Quindi rispose:

«Aspetto. Faccia.»

Un usciere, che aveva bussato più volte inutilmente, comparve sulla soglia, s’inchinò al commendatore senza dir parola. Il commendatore disse subito «vengo» e alzatosi frettolosamente uscì con una faccia strana dove la collera spariva e spuntava l’ossequio.

L’usciere rientrò immediatamente, disse a Benedetto che aspettasse.

Passò un quarto d’ora. Benedetto, tutto fremente, con il cuore in tumulto e la testa in fiamme, eccitato e spossato dalla febbre, era ricaduto sulla sua seggiola, turbinandogli dentro alla rinfusa i più diversi pensieri. – Dio gli perdoni a quest’uomo! – A tutti! – Che gioia se il Pontefice non permette la condanna di Selva! – La persona che non mi può scrivere, come sa? – E adesso perchè mi fanno aspettare? – Cosa vogliono ancora da me? – Oh, con questa febbre, se non avessi a esser più padrone dei miei pensieri, delle mie parole! – Che terrore! – Dio, Dio, non lo permettete! – Ma che orride viltà sono nel mondo, che vergogna di fornicazioni occulte fra questa gente della Chiesa e dello Stato che si odia, che si disprezza! Come, come lo permetti, Signore? – Nessuno viene ancora! – La febbre! – Dio, Dio, fa che io resti padrone dei miei pensieri, delle mie parole. Dio Verità, il tuo servo è in potere de’ suoi nemici congiurati, fa ch’egli Ti glorifichi anche nel fuoco ardente! – Quelle due persone pensano a me, adesso. Io non devo pensare a loro! – Esse non dormono, pensano a me. – Non sono ingrato, non sono ingrato, ma non devo pensare a loro! – Penserò a te, vecchio santo del Vaticano, che dormi e non sai! – Ah quella scaletta non la farò più, quel dolce viso pieno di Spirito Santo non lo vedrò più! – Però, Dio sia lodato, non lo avrò visto invano. – Ma cosa faccio qui? – Perchè non me ne vado? – Potrò poi andare? – Questa febbre!

Si alzò, cercò di legger l’ora sur un occhio tondo di orologio biancheggiante nell’ombra. Mancavano cinque minuti alle undici. Fuori, il temporale continuava. La potenza degli elementi furibondi e la potenza del tempo che spingeva la piccola sfera sul quadrante, parevano amiche a Benedetto nel loro prevalere indifferente sulla potenza umana che aveva sede dov’egli era e lo teneva in sua balìa. Ma la febbre, la crescente febbre! Ardeva di sete. Se almeno avesse potuto aprire una finestra, tendere la bocca all’acqua del cielo!

Un tocco di campanello elettrico, passi affrettati nell’anticamera, finalmente. Ecco il commendatore, in soprabito e cappello. Chiude l’uscio dietro a sè, raccoglie delle carte sul suo tavolo, dice a Benedetto con piglio sprezzante:

«Stia attento. Lei ha tre giorni per lasciare Roma. Ha capito?»

Non cura di aspettare risposta, preme un bottone. Entrato l’usciere, gli ordina:

«Accompagnate!»

Giunto colla sua guida sullo scalone, Benedetto, credendosi oramai libero di scendere, le chiese un po’ d’acqua.

«Acqua?» rispose l’usciere. «Non posso andarne a prendere, adesso. Sua Eccellenza aspetta. Favorisca qui.»

Lo fece entrare, con sua meraviglia, nell’ascensore.

«Anzi le Loro Eccellenze» diss’egli; e mentre l’ascensore saliva al secondo piano, venne guardando Benedetto come si guarda qualcuno cui è fatto un grande onore e che non pare meritarlo. Giunti al secondo piano, i due attraversarono una grandissima sala semioscura. Da questa sala Benedetto venne fatto passare in una stanza illuminata così riccamente ch’egli ne provò fastidio e sofferenza, ne rimase quasi acciecato.

Due uomini, seduti ai due angoli di un largo canapè, ve lo attendevano in attitudine diversa; il più giovine con le mani in tasca, una gamba a cavalcioni dell’altra, il capo rovesciato sulla spalliera; il più vecchio col busto piegato in avanti e le mani occupate in un continuo blando maneggio alterno della barba grigia. Il primo aveva una guardatura sarcastica; il secondo l’aveva scrutatrice, malinconica, buona. Questi, evidentemente il più autorevole dei due, invitò Benedetto a sedere sur una poltrona di fronte a lui.

«Non creda, sa, caro signor Maironi» diss’egli con voce armoniosa e sonora ma rispondente in qualche modo alla malinconia dello sguardo, «non creda che noi siamo qui due artigli potenti dello Stato. Noi siamo qui in questo momento due individui di una specie rara, due uomini politici geniali che conoscono bene il loro mestiere e che lo disprezzano meglio. Siamo due grandi idealisti che sanno mentire idealmente bene colla gente che altro non merita e sanno adorare la Verità; due democratici, ma però adoratori di quella Verità recondita che non è stata mai toccata dalle mani sudicie del vecchio Demos.»

Detto così, l’uomo dalla barba grigia fluente riprese a farvi scorrere su le due mani a vicenda e strinse gli occhi scintillanti di un sorriso acuto, pago delle proprie parole, cercando la sorpresa sul viso di Benedetto.

«Siamo poi anche credenti» riprese.

Allora l’altro personaggio alzò, senza levar il capo dalla spalliera, le mani distese e disse quasi solennemente:

«Piano.»

«Lascia, caro amico» ripigliò il primo senza volgersi all’amico. «Siamo ambedue credenti, però in modo diverso. Io credo in Dio con tutte le mie forze che sono molte e lo avrò sempre meco. Tu credi in Dio con tutte le tue debolezze che sono poche e non lo avrai che al tuo letto di morte.»

Altro sorriso acuto e pago, altra pausa. L’amico scosse il capo alzando le sopracciglia come per una udita corbelleria che meritasse pietà e non risposta.

«Io poi» continuò la voce sonora e armoniosa «sono anche cristiano. Non cattolico ma cristiano. Anzi, come cristiano, sono anticattolico. Il mio cuore è cristiano e il mio cervello è protestante. Io vedo con gioia nel cattolicismo i segni, non dico della decrepitezza ma della putrefazione. La carità si va disfacendo nei cuori più schiettamente cattolici in una melma oscura tutta vermi di odio. Vedo il Cattolicismo fendersi da ogni parte e vedo spuntare per le fessure la vecchia idolatria cui si è sovrapposto. Le poche energie giovani, sane, vitali, che vi si manifestano, tendono tutte a separarsene. So che Lei è appunto un cattolico radicale, ch’è amico di un uomo veramente sano e forte che si dice cattolico ma ch’è giudicato eretico, però, dai cattolici puri; e lo è certamente. Mi hanno detto che Lei è scolare di questo nobile eretico, che fa una propaganda riformatrice e che in pari tempo cerca di agire sul Pontefice. Ora un grande riformatore lo aspetto anch’io ma dev’essere un antipapa; non un antipapa nel piccolo senso storico; un antipapa nel grande senso luterano della parola. «Curiosità ci punge di sapere» come Lei creda possibile ringiovanire questo povero vecchione di Papato che noi laici precediamo non soltanto nella conquista della civiltà ma nella scienza di Dio, anche, e persino nella scienza di Cristo; che ci anfana dietro a grande distanza e ogni tanto si pianta sulla via, restio come una bestia che fiuta il macello, e poi, quando è tirato ben forte, fa un salto avanti per tornarsi a piantare fermo fino a un altro strappo di fune. Ci dica il Suo concetto di una riforma cattolica. Sentiamo.»

Benedetto rimase silenzioso.

«Parli» riprese il nume ignoto che pareva imperare in quel luogo. «Il mio amico non è Erode nè io sono Pilato. Noi potremmo forse diventare due apostoli della Sua idea.»

L’amico stese ancora le due mani aperte, senza levar il capo dalla spalliera, disse ancora, però pigiando più forte sulla prima sillaba:

«Piano.»

Benedetto tacque.

«Mi pare, caro mio» disse l’amico voltando il capo, senz’alzarlo, verso il collega «che questo sarà il primo fiasco della tua eloquenza. Qui il modello del nihil respondit è preso molto sul serio.»

Benedetto trasalì, atterrito dal richiamo al Divino Maestro, dal dubbio di parerne un imitatore superbo. Cessò in quel momento di sentire il suo male, la febbre, la sete, la gravezza del capo.

«Oh no» esclamò «adesso io rispondo! Lei dice che non è Pilato. Il vero è invece che io sono l’ultimo dei servi di Cristo perchè gli sono stato infedele e che Lei mi ripete proprio la domanda di Pilato: – Quid est veritas? Ora Lei non è disposto a ricevere la verità, come non vi era disposto Pilato.»

«Oh!» esclamò il suo interlocutore. «E perchè?»

L’amico rise rumorosamente.

«Perchè» rispose Benedetto «chi opera tenebre, le tenebre lo avvolgono e la luce non gli può arrivare. Lei opera tenebre. È facile di comprenderlo, Lei è il signor ministro dell’Interno, La conosco di fama. Lei non è nato per operare tenebre, vi è stata molta luce in certe opere Sue, vi è molta luce nella Sua anima, molta luce di verità e di bontà; ma in questo momento Lei opera tenebre. Io sono questa notte qui perchè Lei ha pattuito un mercato non confessabile. Lei dice di adorare la Verità, domanda a un fratello se possiede la Verità e tace che lo ha già venduto!»

Mentre Benedetto parlava, l’amico del ministro, Eccellenza egli pure ma in sottordine, alzò finalmente il capo dalla spalliera del canapè. Parve che incominciasse soltanto allora a stimar degno di attenzione l’uomo e quello che diceva. Parve anche divertirsi della lezione toccata al principale del quale ammirava l’ingegno grandissimo ma derideva in cuor suo le velleità idealistiche. Il principale rimase, sulle prime, sbalordito; poi scattò in piedi, gridando come un ossesso:

«Siete un mentitore! Siete un insolente! Non meritate la mia bontà! Non vi ho venduto, non valete niente, vi regalerò! Andate! Andate via!»

Cercò il bottone del campanello elettrico e non trovandolo nella cecità della collera, gridò:

«Usciere! Usciere!»

Il sottosegretario di Stato, avvezzo a queste scenate ch’eran poi sempre fuochi di paglia perchè il ministro aveva un cuore d’oro, se la rideva, in principio sotto i baffi. Ma quando lo udì chiamar l’usciere a quel modo, conoscendo bene le indiscrezioni degli uscieri e pensando i pettegolezzi pericolosi che potevano nascere di questo incidente, il ridicolo che ne sarebbe schizzato anche sopra di lui, trattenne risolutamente il ministro imponendogli, quasi, di chetarsi, e disse brusco a Benedetto:

«Lei se ne vada.»

Il ministro si diede a camminare per la sala, muto, a capo basso, a passi frettolosi e brevi, male vincendo in sè il bambino che avrebbe voluto battere i piedi sul posto.

Benedetto non ubbidì. Ritto e severo, radiante invisibili raggi di uno spirito dominatore, che tennero a distanza il sottosegretario di Stato, egli costrinse l’altro con questo potere magnetico a voltarsi verso di lui, a fermarsi, a guardarlo in faccia.

«Signor ministro» diss’egli «io sto per uscire non solo da questo palazzo ma credo anche, fra non molto, da questo mondo. Non La rivedrò più, mi ascolti un’ultima volta. Ella non è ora disposto alla Verità, però la Verità è alle Sue porte, e verrà l’ora, e non è lontana perchè la Sua vita discende, che si farà notte sopra di Lei, sopra i Suoi poteri, i Suoi onori, le Sue ambizioni. Allora Ella udrà la Verità chiamare nella notte. Potrà rispondere – parti – e non la incontrerà più mai. Potrà rispondere – entra – e la vedrà comparire velata, spirante dolcezza dal velo. Ella non sa ora come risponderà, nè io lo so, nè alcuno al mondo. Si prepari colle opere buone a risponder bene. Qualunque sieno gli errori Suoi, vi è religiosità nel Suo spirito. Iddio Le ha dato molto potere nel mondo; lo adoperi per il Bene. Lei ch’è nato cattolico dice di essere protestante. Forse Lei non conosce abbastanza il Cattolicismo per comprendere che il Protestantesimo si sfascia sopra il Cristo morto e che il Cattolicismo evolve per virtù del Cristo vivente. Ma io parlo adesso all’uomo di Stato, non certo per domandargli di proteggere la Chiesa cattolica che sarebbe una sventura, ma per dirgli che se lo Stato non ha ad essere nè cattolico nè protestante, non gli è però lecito d’ignorare Iddio e voi osate negarlo in più di una scuola vostra, di quelle che chiamate alte, in nome della libertà della scienza che voi confondete colla libertà del pensiero e della parola perchè il pensiero e la parola sono liberi di negare Iddio ma la negazione di Dio non ha nè può avere carattere di scienza e voi solo la scienza dovete insegnare. Voi conoscete bene la piccola politica che vi fa transigere in segreto con la vostra coscienza per avere celatamente un favore dal Vaticano, nel quale non credete; ma voi conoscete male la grande politica di mantenere l’autorità di Chi è il principio eterno di ogni giustizia. Voi lavorate a distruggerla ben peggio che con i professori atei; in fondo i professori atei hanno un piccolo potere; voi uomini politici che dite spesso di credere in Dio, voi ne distruggete l’autorità molto più che quei professori, con i mali esempî del vostro ateismo pratico. Voi che vi figurate di credere nel Dio di Cristo, siete in realtà profeti e sacerdoti degli dei falsi. Voi li servite come li servivano i principi idolatri ebrei, nei luoghi alti, in cospetto del popolo. Voi servite nei luoghi alti gli dei di tutte le cupidigie terrestri.»

«Bravo!» interruppe il ministro, conosciuto per la sua morigeratezza, per le virtù famigliari, per la noncuranza del danaro. «Mi divertite!»

E soggiunse, vôlto all’amico:

«Proprio non valeva la pena.»

«M’intenda bene!» riprese Benedetto. «Sì, anche Lei è uno di questi sacerdoti. Parlo io forse di gaudenti comuni? Parlo di Lei e di altri come Lei che si credono gente onesta perchè non cacciano le mani nel danaro dello Stato, che si credono gente morale perchè non si danno ai piaceri dei sensi. Vi dirò due cose. Intanto, voi adorate piaceri più perversi. Voi fate di voi stessi i vostri falsi dei, voi adorate il piacere di contemplarvi nel vostro potere, nei vostri onori, nell’ammirazione della gente. Ai vostri dei voi sacrificate colpevolmente molte vittime umane e la integrità del vostro stesso carattere. Fra voi vi è il patto che ciascuno rispetti il falso dio del collega e ne aiuti il culto. I più puri di voi sono colpevoli almeno di questa complicità. Voi torcete lo sguardo da torbide congiure d’interessi vili, da non confessabili intrighi di sêtte che strisciano nell’ombra e li lasciate passare in silenzio. Voi vi credete incorrotti e corrompete! Voi distribuite regolarmente denaro pubblico a gente che vi vende la parola e l’onestà della coscienza. Voi disprezzate e nutrite questa infamia sotto di voi. È più empio comperare voti e lodi che venderne! I più corrotti siete voi! Secondo peccato, voi considerate il mentire una necessità della vostra condizione, voi mentite come bere acqua, mentite al popolo, mentite al Parlamento, mentite al Principe, mentite agli avversarî, mentite agli amici. Lo so, qualcuno di voi personalmente non pratica l’abituale mentire, solamente lo tollera nei colleghi, molti di voi prendono con ripugnanza quest’abito nell’entrare dove si governa, come entrando in una miniera si prende talvolta una veste sudicia che difende la nostra; e all’uscire lo depongono con gioia. Ma costoro che sono i migliori, si diranno essi buoni e fedeli servi della Verità? Voi credete in Dio e forse al vostro letto di morte pensate di avere maggiormente offeso Iddio come uomini politici con azioni di violenza contro la Chiesa nel nome dello Stato. No, non saranno state queste le vostre maggiori offese. Se vengono in Parlamento e dal Parlamento al Governo uomini che professino come filosofi di non conoscere Dio ma che insorgano nel nome della Verità contro quest’arbitraria tirannia della Menzogna, meglio serviranno Dio e saranno più grati a Dio di voi che credete in esso come in un idolo e non come nello Spirito di Verità, di voi che osate parlare di putrefazioni del Cattolicismo, puzzolenti di falsità come siete. Sì, puzzolenti! Voi fate tanto impura l’aria delle altezze, a rovescio di quello che sarebbe naturale, da rendere ben difficile di respirarla. Voi avete un cuore religioso, signor ministro; non rispondetemi che in questo palazzo non si può servire Iddio…»

«Sa Lei…» esclamò con ira il ministro incrociando le braccia sul petto. Il sottosegretario di Stato stese graziosamente una mano verso di lui per arrestarne la parola sdegnosa.

«Piano piano piano» diss’egli. «Permetti? Perchè mi ci diverto.»

Il sottosegretario di Stato, piccolo, rotondetto, rispettoso della propria sottosegretarietà, simile a un uovo in possesso cosciente di un sacro pulcino, ben minore uomo del ministro e ben diverso da lui, non aveva affatto le curiosità intellettuali del Superiore e non era venuto che per compiacere al Superiore. Il Superiore, luminosa intelligenza, soleva fermare il proprio lume ora sull’una ora sull’altra delle persone che gli giravano attorno e crederli allora lucenti per loro virtù come forse penserà il sole degli astri che gli fanno la corte. Il sottosegretario di Stato rifletteva luce al ministro e il ministro rifletteva ammirazione al sottosegretario di Stato. Il ministro lo aveva desiderato a quel colloquio non comprendendo affatto che il piccolo Mercurio del suo sistema planetario, avendo risoluto da giovine di sciogliersi dal soprannaturale che gl’impediva i movimenti più spontanei della sua natura egoistica, si era preso per il soprannaturale dell’odio che gl’infermi concepiscono talvolta per la persona della quale sanno che ha fatto delle infermità loro un pronostico triste. Come questi infelici vogliono persuadersi che il profeta non merita fede e più la sua profezia si viene avverando, più s’irritano, più si struggono di abbattere quell’autorità minacciosa; così colui, più sentiva declinargli il vigor giovanile e perder credito i dogmi materialistici e folgorargli nel cuore di quando in quando certe apprensioni lancinanti di una verità formidabile che poi venivano lentamente meno, più s’inveleniva nell’odio coperto d’ironica noncuranza.

«Senta un po’, caro Lei» diss’egli a Benedetto dopo essersi fatto largo nella conversazione con quella parola e quel gesto. «Lei parla molto di dei falsi e di dei veri. Io non so se il Suo sia falso o vero. Sarà vero ma è certamente irragionevole. Un Dio che ha creato il mondo come gli è piaciuto, in modo che deve andare come va, e poi viene a dirci che dobbiamo farlo andare in un modo diverso, eh senta, via! non è un Dio ragionevole! Lei si è permesso di vuotare un sacco di contumelie, un sacco di accuse agli uomini politici, che sono calunnie, specialmente se le vuole applicare a quel signore lì e a me; ma io Le concedo che la politica, per forza, non è mestiere da Santi. Chi ha fatto il mondo non ha voluto che lo sia! Se la sbrighi con lui. Ebbene, bisogna pure che qualcuno lo faccia, quel mestiere lì. Adesso lo facciamo noi che se non siamo Santi, almeno Lei vede quanto pazientemente trattiamo con i Santi. E senta.»

Il sottosegretario guardò l’orologio.

«Si fa tardi» diss’egli «e nelle vie di Roma, a ora tarda, la santità corre qualche pericolo. È meglio che Lei se ne vada.»

Stese la mano al campanello elettrico per chiamare l’usciere.

«Signor ministro!» esclamò Benedetto con tal vigore di accento che il sottosegretario rimase immobile a braccio steso come colto da un colpo di gelo. «Lei teme per lo Stato, per la monarchia, per la libertà, i socialisti e gli anarchici; tema molto più i Suoi colleghi schernitori di Dio, perchè i socialisti e gli anarchici sono febbre, gli schernitori di Dio sono cancrena! – Quanto a Lei» soggiunse vôlto al sottosegretario «Lei deride Uno che tace. Tema il suo silenzio!»

Senza che nè l’uno nè l’altro dei due potenti dicesse una parola, facesse un gesto, Benedetto uscì della sala.

Egli discese lo scalone vibrando tutto nel contraccolpo delle parole che gli erano scoppiate dal cuore e nel fuoco febbrile del sangue. Le gambe gli tremavano, gli mancavano sotto. Fu costretto due o tre volte di afferrarsi al parapetto e di sostare. Giunto all’ultima colonna, vi premette la fronte pulsante, cercando frescura. Se ne staccò subito, sentì ripugnanza della stessa pietra di quel palazzo come se fosse infetta di tradimento, complice del commercio vile che vi si era fatto, atrocemente vile, fra ministri di Cristo e ministri della Patria. Sedette sul penultimo gradino, non potendone più, senza guardare ai fanali accesi della carrozza che aspettava lì a due passi, senza dubbio la carrozza del ministro; non curando esser veduto. Respirò un poco, lo sdegno gli si venne quietando un poco, quietando in dolore, in desiderio di piangere sulle tristi cecità del mondo. E cominciò anche a sentirsi solo, amaramente solo. Unica lei, la donna del suo passato errore, aveva vegliato, aveva scoperto, aveva agito. Solo per lei gli era stato dato di far fronte al ministro sapendo quale linguaggio fosse da tenergli. Gli altri amici suoi, gli amici devoti alle sue idee religiose, avevano dormito e dormivano. Gli piacque l’acre pensiero che non si curassero più di lui. Gli piacque di abbandonarsi almeno una volta alla pietà della propria sorte, di gustarla, almeno una volta, sino al fondo, di figurarsi la propria sorte anche più dolorosa e amara che non fosse. Tutti erano contro di lui, si accordavano contro di lui, tutti! Solo, solo, solo. E i suoi sostegni interni eran proprio buoni? Eran proprio sicuri? Quell’uomo là in alto, quel ministro di tanto ingegno, di tanto sapere, di tanta bontà personale, se avesse ragione? Se il Cattolicismo fosse veramente insanabile? Oh, ecco, anche il Signore, il Signore da lui servito, il Signore che lo colpiva nel corpo, che lo metteva in potere dei suoi nemici, adesso lo abbandonava nell’anima. Angoscia, mortale angoscia! Desiderò morire lì, aver pace.

Le voci, in alto, del ministro e del sottosegretario che discendono. Benedetto si sforzò di alzarsi, si trascinò nella via, vide a sinistra, pochi passi oltre il portone, un’altra carrozza ferma. Un domestico in livrea stava sul marciapiede discorrendo col cocchiere. Al comparire di Benedetto il domestico gli si fece premurosamente incontro. Benedetto riconobbe alla luce del gas il romano antico di villa Diedo, il cameriere dei Dessalle. Gli balenò nel cervello torbido che Jeanne fosse ad aspettarlo in carrozza, diede un passo indietro.

«No» diss’egli.

Intanto la carrozza era venuta avanti. Benedetto immaginò di vedere Jeanne, esser fatto salire con lei, di non avere forza sufficiente a impedirlo. Preso da vertigine, retrocesse ancora e sarebbe caduto se il domestico non lo avesse raccolto nelle sue braccia. Si trovò in carrozza senza saper come, con un fastidioso lume vivo incontro e un forte ronzio negli orecchi. A poco a poco si raccapezzò. Era solo, una lampadina ad acetilene gli luceva in faccia. Lo sportello alla sua destra era aperto e il domestico gli parlava. Che diceva? Dove andare? A villa Mayda? Sì certo, a villa Mayda. Non si poteva spegnere quel lume? Il domestico spense e parlò ancora, di una carta. Quale carta? Una carta che la signora aveva fatto mettere nel taschino interno del coupè, coll’ordine di consegnarla al signore. Benedetto non capiva, non vedeva. Il domestico prese la carta e gliela pose in tasca. Poi domandò, per ordine dei signori, stavolta disse così, come il signore stesse di salute. Se lo avesse veduto morto, il rigido uomo avrebbe ugualmente eseguito l’ordine. Benedetto pregò, per tutta risposta, che gli fosse portata un po’ d’acqua; bevette avidamente quella che il domestico gli recò da un caffè vicino, ne provò alquanto ristoro. Riprendendo la tazza vuota, il domestico credette bene di compiere la sua missione:

«La signora mi ha ordinato di dirle, se Lei domanda, che i signori hanno mandato la carrozza perchè sanno che Lei non sta bene e hanno pensato che qui, a quest’ora, non ne troverebbe.»

Il coupè aveva molle eccellenti e le gomme alle ruote. Che riposo era per Benedetto di correre silenziosamente così, solo dentro un’oscura carrozza soffice, nel cuore della notte! Di quando in quando apparivano a destra e a sinistra sfondi di vie lucenti e allora era per lui una sofferenza, come se quelle lunghe file di lumi fossero nemiche. Tornava subito l’ombra delle vie strette, la fuga, sui marciapiedi e sulle case, della luce trabalzante dai fanali del coupè. Il cocchiere mise il cavallo al passo e Benedetto guardò fuori, nel buio. Gli parve che incominciasse la salita dell’Aventino.

Si sentiva meglio; la febbre, inasprita dai travagli fisici e morali di quella notte di battaglia, declinava rapidamente. Avvertì allora, per la prima volta, il sottilissimo profumo del coupè, il solito profumo usato da Jeanne, e lo morse la memoria viva del ritorno da Praglia con lei, del momento in cui, lasciata lei al piede della salita di villa Diedo, si era allontanato solo nella victoria profumata e tepida di lei; solo, ebbro del suo segreto di amore. Atterrito dalla vivezza dei ricordi, si strinse le braccia al petto, si sforzò di ritrarsi dai sensi e dalla memoria nel centro di sè, ansava a bocca semiaperta non riuscendo a spinger la immagine fuori dalla sua visione interna. E altre gliene lampeggiavano nel cuore senza vincere la sua volontà resistente ma facendola fremere come una corda tesa. Era l’idea che soltanto lei, Jeanne, lo amasse davvero, che soltanto lei soffrisse del suo soffrire. Era la voce di lei che si doleva di non essere riamata, la voce di lei che lo pregava di amore con una cantilena di Saint-Saëns, tanto dolce, tanto triste, nota ad ambedue, della quale egli le aveva detto a villa Diedo che nulla saprebbe ricusare a chi pregasse così. Era l’idea di fuggir lontano, ben lontano e per sempre, da Roma pagana e farisea. Era una visione di pace, di colloquî purissimi con la donna ch’egli conquisterebbe finalmente alla fede. Era un desiderio ardente di dire al Signore: troppo tristo è il mondo, concedi che ti adori così. Era il pensiero che in tutto ciò non vi fosse colpa, che non fosse colpa l’abbandono della sua missione a fronte di tanti nemici. Era il dubbio di non avere realmente missione alcuna, di aver ceduto a suggestioni d’inganno, di aver creduto a realtà di fantasmi, di essere stato illuso da parvenze del caso. Erano le fisionomie spirituali e morali dei suoi amici e seguaci, fatte difformi agli occhi suoi come da uno specchio convesso; era la scorata certezza che ogni speranza posta in essi gli fallirebbe. Era da capo la cantilena tenera e triste, con un senso non più di preghiera ma di pietà, di una pietà circonfusa alla sua lotta amara, dell’accorata pietà di qualche spirito ignoto che pure soffrisse e si dolesse di Dio ma umilmente, dolcemente, e parlasse per tutto che ama e soffre nel mondo.

La carrozza si fermò a un crocicchio e il domestico scese dal serpe, si affacciò allo sportello. Pareva che tanto egli quanto il cocchiere non avessero un’idea chiara del posto di questa villa Mayda. A destra scendeva una stradicciuola fra due muri. Dietro quello più alto di sinistra colossali alberi neri ruggivano al tramontano che aveva spazzato le nubi. Nello sfondo nereggiavano al fioco lume stellare il Gianicolo e San Pietro. Era una stradicciuola da pedoni. Doveva il signore scendere lì per andare a villa Mayda? No, ma «il signore» volle scendere a ogni modo, uscire della carrozza avvelenata. Si trascinò, lottando col suo povero corpo infermo e col vento, fino a Sant’Anselmo. Rifinito, pensò a domandare l’ospitalità dei monaci ma non lo fece. Scese lungo il grande, silenzioso asilo benedettino di pace, passò sospirando davanti alla porta chiusa che dice vanamente quieti et amicis, giunse infine al cancello di villa Mayda.

Il giardiniere venne ad aprirgli mezzo svestito e si meravigliò molto di vederlo. Gli disse che lo credeva in prigione perchè verso le nove un delegato di P. S. e una guardia erano venuti a cercarlo. Anzi la signora, la nuora del professore, saputo questo, aveva dato senz’altro l’ordine di non lasciarlo entrare se per caso ritornasse; ma poi, con molta gioia del giardiniere, affezionato a Benedetto e al padrone quanto avverso alla signora, era venuto un fiero contrordine del professore. Udito ciò, Benedetto sarebbe ripartito subito se gliene fossero bastate le forze. Ma non era in grado di fare cento passi.

«Sarà per questa sola notte» diss’egli.

Abitava una cameretta nella casina del giardiniere. Sperò, nell’entrarvi, che vi avrebbe ritrovata la pace del cuore; ma non fu così. Lo cacciavano anche di là; ecco l’annuncio amaro che il suo cuore diede al povero lettuccio, ai poveri arredi, ai pochi libri, alla fumosa candela di sego. Fissi gli occhi nel Crocifisso pendente sopra uno sgabello a fianco del letto, egli gemette mentalmente con uno sforzo di volontà:

«Come posso io dolermi tanto, Signore, delle croci mie?»

Invano; il suo spirito non aveva senso vivo nè di Cristo nè della Croce. Sedette desolato, non volendo coricarsi così, aspettando una stilla di dolcezza che non veniva.

Una folata di vento gli fece volgere il capo alla finestra che si era spalancata. Vide laggiù nel cielo lucidissimo, sopra i merli di Porta San Paolo e la nera punta della piramide di Cestio e le vette dei cipressi che cingono la tomba di Shelley, un grande pianeta. Il vento urlava intorno alla casina. Oh la notte nel manicomio dove sua moglie moriva, e le urla delle agitate, e il grande pianeta!

Nel reclinare il capo grave di tristezza si accorse per caso della carta che il domestico gli aveva cacciata in tasca. Era una grande busta orlata di nero. La spiegò, vi lesse il nome e i titoli della sua povera vecchia suocera, la marchesa Nene Scremin, e le due semplici parole che seguivano:

IN PACE.

Impietrò col foglio aperto nelle mani e gli occhi fissi alle due parole anguste. Poi le mani gli cominciarono a tremare e dalle mani il tremito gli salì al petto, crescendo, crescendo, e dall’affollar del petto gli ruppe su per la gola una tempesta di pianto.

Piange per il ritorno di tante memorie ricondotte a lui dalla povera morta, dolorose e soavi; piange affissandosi nel Crocifisso, in Cristo, al quale, oh certo, ella si abbandonò fidente, nel morire, come l’altra cara, come la sua Elisa; piange di gratitudine a lei che ancora dal mondo ignoto gli è pia, gl’intenerisce il cuore. Ricorda le ultime parole udite dalla sua bocca: «Allora, vederci, mai più?» Sorride nell’anima presaga, si volge alla finestra spalancata, contempla il grande pianeta.

CAPITOLO OTTAVO.

Jeanne.

I.

Un piccolo gruppo di operai veniva sul mezzogiorno da una casa in costruzione di via Galvani verso via della Marmorata. Vedendo capannelli di gente sotto gli alberi e capannelli agli usci, gente alle finestre delle due ultime case di destra e di sinistra, un operaio che seguiva il gruppo a pochi passi di distanza disse forte ai compagni:

«Quanti scemi per un furbo!»

Un omaccione barbuto che stava sulla soglia d’una botteguccia l’udì e gli si fece incontro, lo apostrofò minaccioso:

«Tu che dici?»

L’altro si fermò a squadrarlo, gli rispose beffardo:

«To’! Quello che piace a me!»

L’omaccione gli menò un pugno, gli altri operai gli si fecero addosso in aiuto del compagno. Grida, bestemmie, lampeggiar di coltelli, strilli di donne dalle finestre, accorrer di gente dal viale, accorrer di guardie e di vigili, in un baleno la via fu tutta un bollimento nero, un ondeggiar della calca urlante trabalzata da destra a sinistra e da sinistra a destra come a bordo di una nave sul mare in tempesta; e a due passi dal fitto dove contendevano gli operai e le guardie, bravo chi avesse saputo quel che accadeva. La folla era feroce contro gl’insultatori del Santo ma cieca; quali fossero non sapeva; voleva a morte con cento voci discordi l’omaccione, gli operai, le guardie, uno che aveva riso, uno che aveva fatto il paciere e chi dava gomitate per cacciarsi avanti e chi ne dava per tirarsi fuori. Un conduttore del tram di S. Paolo, passando davanti a via Galvani, vide il tumulto e si divertì a gridare a un gruppo di popolane, cento metri più in là, che il Santo di Jenne era stato ritrovato in via Galvani. La voce corse per i viali pieni di capannelli e di curiosi solitari, come fuoco per la polvere. I capannelli si ruppero, precipitarono verso via Galvani, interrogandosi le persone, nel correre, a vicenda. I curiosi solitari seguirono più lenti, più cauti, e videro presto alquante facce seccate ritornare indietro. Che Santo ritrovato! Era una cagnara delle solite. Qualcuno vede gente scendere in fretta da Sant’Anselmo. Un’altra voce corre: quelli vengono da villa Mayda, quelli sanno! E si fa popolo da destra, da sinistra, tutti si affrettano, come piccioni a una manciata di grano, allo sbocco della via di Santa Sabina. E i curiosi solitari, più lenti, più cauti, dietro. Che! A villa Mayda non sanno niente, neppure vogliono più rispondere, tanto sono infastiditi dalla processione di gente che viene a suonare il campanello. E un drappello di carabinieri arriva serrato, a passo di carica, svolta in via Galvani. Si odono dei fischi, delle grida irose: «Quelli sanno! Quelli lo hanno menato via!» «No!» grida una fruttivendola in un gruppo fermo sull’angolo di via Alessandro Volta. «è stato un delegato! Sono state le guardie!» In quel gruppo s’inveisce non tanto contro il delegato e le guardie quanto contro le marmotte che avrebbero potuto, se volevano, buttare a fiume delegato, guardie, botte, cavallo e cocchiere e si son lasciate sgominare da quattro parole, da quattro gocce d’acqua. La vecchietta che ha fatto venire Benedetto dall’ex-frate è lì anche lei. L’hanno fermata mentre usciva dal fornaio e racconta per la centesima volta la storia dell’arresto, s’intenerisce per la centesima volta dicendo delle rose e delle parole pie e dell’aria tanto malata che il Santo aveva. Gli uditori si commovono, gemono le odi del Santo. E chi racconta una guarigione miracolosa ch’egli ha operata e chi ne racconta un’altra e chi dice di quel suo parlare che va all’anima e chi di quel viso che vale una predica e chi della sua povertà e chi della carità che trova modo, così povero, di fare. Ecco da via Galvani guardie, carabinieri, arrestati e folla. Un curioso solitario si avvicina a un altro individuo della sua specie, gli domanda che sia avvenuto nel quartiere. Colui non sa niente. I due si mettono insieme, interrogano un popolano che pare averne abbastanza, volersene andare. Il popolano risponde che lì sopra, in una villa presso Sant’Anselmo, ci sta un sant’uomo adorato in tutto il quartiere perchè visita gli ammalati e ne guarisce molti e parla di religione meglio dei preti, così che tutti lo chiamano il Santo. Il Santo di Jenne, anzi; perchè ha fatto molti miracoli in un paese dei monti, che si chiama Jenne, e ne hanno parlato anche i giornali. E iersera, mentre stava assistendo un povero infermo, la Questura lo ha portato via, non si sa perchè. Si diceva che poi lo avessero rilasciato e ch’egli fosse ritornato a casa, alla villa dove lavora da giardiniere; ma la gente della villa nega ch’egli vi si trovi più e non dà spiegazioni. Il popolo è riscaldato, vuole…

Ecco un tram, dei passeggeri fanno segno alla gente e la gente grida, corre verso la prossima fermata, il popolano pianta i due, corre anche lui là dove una folla già si addensa rapida intorno al tram. Lo strascico lento dei curiosi si avvia dietro alla folla, i due apprendono come il tram abbia ricondotto sei cittadini del quartiere che, motu proprio, si erano recati dal Questore. I sei discesero fra la turba impaziente di udire, di sapere. Non parevano lieti. Alla tempesta delle domande rispondevano di chetarsi. Avrebbero parlato, avrebbero riferito, ma non lì nella strada. E già la gente protestava, l’ingiuria fremeva su molte labbra. Colui che pareva il capo dei sei, un tabaccaio, si fece levar sulle spalle dei colleghi e arringò brevemente la folla.

«Abbiamo notizie» diss’egli. «Possiamo assicurarvi fin d’ora che il Santo non è in carcere!»

Scoppiarono dei viva, dei bravo, degli applausi.

«Ma dov’egli sia» proseguì l’oratore «propriamente non si sa.»

Urla e fischi. L’oratore allibbì e dopo essersi debolmente provato di parlare, cedette alla burrasca e calò dai suoi rostri viventi. Ma un altro dei sei, più gagliardo e ardito, balzò su a rispondere violentemente. Allora le urla, le invettive raddoppiarono. «Vi hanno infinocchiato!» gridava la gente. «Scemi che siete! In prigione lo hanno cacciato! In prigione!» Il grido si diffonde, l’odono i lontani che altro non hanno udito e persino coloro che nè questo nè altro udirono, sentono attraversarsi il petto dalle magnetiche onde oscure dell’ira. Parecchi urlano: «abbasso!» senza sapere chi vogliano giù. Ed ecco da capo i grandi cappelli dei carabinieri, da capo le guardie. Invano i sei si sgolano a protestare, le grida di abbasso e di morte ne coprono la voce. Un delegato fa dare gli squilli. Al terzo succede un fuggi fuggi. Fugge anche la Deputazione col tabaccaio a capo; ma, fuggendo, i sei riescono a trar con sè chi l’uno e chi l’altro dei popolani meno infuriati, con la promessa di dare in un luogo opportuno spiegazioni che non si possono gridare in piazza. Riparano in un deposito di materiali da fabbrica, cinto di un assito. Parecchi li seguono, filtrano, a uno a uno, per l’uscio dell’assito; e il tabaccaio, pensando avere nel petto cose da far crollare il mondo, parla in cospetto della piramide di Caio Cestio, che aspetta indifferente il passar dei secoli fino al silenzio, alle rovine, alla selva.

Il tabaccaio parla, con voce misurata, fra una trentina di facce attente. Dice che il Santo di Jenne non è sicuramente in prigione, che non si sa dove sia, ma che si sanno altre cose, pur troppo. E dice le altre cose. Se le avesse dette alle turbe scendendo dal tram, lo avrebbero fatto a brani. In Questura ridono del Santo e di chi gli crede. Raccontano ch’egli ha unamante, una signora molto ricca; che nella notte è stato interrogato dal Direttore generale della P. S. per ragioni non tanto belle; che quando è uscito del ministero, ha trovato l’amante che lo attendeva in carrozza ed è partito con lei.

«Io non volevo credere» conchiude il tabaccaio «ma ecco! Adesso dica lui.»

Uno dei sei, oste a Santa Sabina, si fece a raccontare che sua moglie aveva udito nel cuore della notte una carrozza fermarsi presso l’osteria; che si era alzata e aveva veduta la carrozza, un legno signorile, con il cocchiere e il domestico in tuba; che il domestico stava allo sportello e aiutava una persona a scendere; che la persona scesa di carrozza era passata a piedi sotto la finestra andando verso Sant’Anselmo e ch’ella aveva riconosciuto il Santo di Jenne. L’oste soggiunse che non aveva creduto al riconoscimento perchè non c’era luna ed era piovuto fin dopo le undici, per cui la notte doveva essere stata molto buia; che non avendo creduto neppure aveva parlato; ma che poi, all’udire il racconto della Questura, si era dovuto persuadere. E sua moglie aveva dell’altro a raccontare. Si era alzata alle sei. Fra le sette e le otto era passata una botte andando verso Sant’Anselmo. Poco dopo, la botte era ripassata. Questa volta sua moglie ci aveva veduto dentro il Santo di Jenne. Era pronta ad attestarlo con giuramento.

Qui, alcuni fra gli uditori sgattaiolarono dal recinto, corsero a sussurrare le notizie nel quartiere. Ne successe che mentre il tabaccaio e l’oste e i loro amici stavano ancora nel recinto, si fece gente sulla strada di Santa Sabina e un grosso gruppo salì, seguito da due guardie, verso l’osteria.

Entrarono nel cortile. L’ostessa ciarlava con un cliente, sotto il pergolato. La interrogarono ed essa rifece il racconto che aveva fatto al marito. La interrogarono ancora, volevano sapere questo e quello, tanti particolari. La donna finì con rispondere di non ricordar bene. Avrebbe portato da bere, da rinfrescare ad essi l’ugola, a sè la memoria. Che! Quelli non erano venuti per bere, glielo dissero bruscamente. Due ferrovieri, attavolati sotto il pergolato, poco discosto, si seccarono di quell’interrogatorio. Uno di essi chiamò l’ostessa, le parlò a voce alta:

«Che voglion sapere? L’ho veduto io l’uomo che cercano, è partito stamattina alle otto, con una ragazza, per la linea di Pisa.»

La gente si volse a lui, lo interrogò e quegli giurò incollerito che aveva detto la verità, che il loro Santo di Jenne era partito alle otto in una vettura di seconda classe con una bella bionda, conosciutissima. Allora coloro, mogi mogi, se n’andarono. Usciti che furono tutti, una guardia travestita si avvicinò al ferroviere, gli domandò alla sua volta se fosse ben certo di quello che aveva detto.

«Io?» rispose colui. «Se sono certo? Che si ammazzino! Non so nulla di nulla, io. Le ho fatte chetare, le ho fatte andare al diavolo, quelle bestiacce. Corrano almeno fino a Civitavecchia, adesso, e affoghino tutti in mare, loro e il loro Santo!»

«E allora?» fece l’ostessa. «Dove sarà andato?»

«Vada a cercarlo in cantina» rispose il ferroviere «che il fiasco è vuoto e noi si ha sete ancora.»

II.

«Se continui così» esclamò Carlino udendo sua sorella ordinare alla cameriera cappello, pelliccia e guanti, «se mi lasci solo tutto il giorno, ti giuro che ritorniamo a villa Diedo. Almeno là non saprai dove andare.»

«Ho pensato di mandarti Chieco» diss’ella. «Oggi alle due suona dalla Regina e poi verrà da te. Addio.»

E partì senza lasciare al fratello il tempo di replicare. Il suo coupè l’aspettava. Diede al domestico l’indirizzo del sottosegretario di Stato per l’Interno e salì.

Era un sabato. Da più giorni Jeanne non dormiva nè, quasi, mangiava. Il martedì sera aveva saputo dall’Albacina quello che si tramava contro Piero e come suo marito, il sottosegretario di Stato, fosse invitato dal ministro ad unirsi a lui per avere al ministero una conversazione con quest’uomo tanto temuto e odiato dalla corte del Sommo Pontefice, dalla fazione intransigente che voleva prevalere in Vaticano. Ella corse da Noemi, le fece scrivere quel biglietto, telefonò a un giovine segretario suo ammiratore di venire al Grand Hôtel e diede a lui l’incarico di trovare la persona che consegnasse il biglietto, perchè di mandarlo a villa Mayda non era forse più in tempo. Ma sapeva pure, questo gliel’aveva detto Noemi, che Piero era febbricitante. Pensò di fargli trovare alla porta del ministero la sua carrozza col domestico che aveva conosciuto Maironi a villa Diedo. Un’imprudenza; ma che le ne importava? Niente le importava fuorchè la vita cara. La partecipazione di morte della marchesa Nene le era arrivata quella sera stessa, coll’ultima distribuzione. Volle che Piero l’avesse subito, che potesse subito pregare per la povera morta. Strana cosa ma vera: ella si trasfondeva in lui, dimenticando sè, la propria incredulità, per sentire cosa dovesse sentire o desiderar egli con la sua fede. La notte stessa il domestico le diede conto della sua missione. Le descrisse Maironi come uno spettro, un cadavere. Ella si disperò. Sapeva del conflitto fra il professore Mayda e sua nuora, sapeva che il professore era chiamato molto spesso fuori di Roma, lo stimava un grande chirurgo ma non un grande medico, immaginava che nella sua assenza la giovine signora non avrebbe avuto un riguardo, un’attenzione al mondo per l’infermo. E sapeva dei tre soli giorni che s’intendevano concedere dal Direttore generale. Oh non era possibile lasciar Piero a villa Mayda! Portarlo via, bisognava! Trovargli un nascondiglio dove nè Questura nè carabinieri sapessero scovarlo, dove fosse assistito bene, con ogni cura e da un medico valente!

Non pensò a consultare i Selva. Neppure aveva detto a Noemi la propria intenzione di mandare la carrozza al ministero. Le passò per la mente l’idea di proporre loro che ospitassero Piero ma non le parve buona; le relazioni di Piero con Giovanni Selva erano troppo note perchè quello fosse un nascondiglio sicuro. Dentro questa considerazione prudente fremeva una segreta gelosia di Noemi, una gelosia di carattere particolare, non violenta, non ardente, perchè Noemi non amava Piero di un amore simile al suo, ma quasi più tormentosa perchè ella comprendeva che Piero poteva accettare il sentimento mistico di Noemi, perchè di un tale sentimento ella era incapace e anche perchè non aveva una ragione giusta di dolersi dell’amica, di rimproverarla, di sfogarsi. Un altro possibile nascondiglio le si offerse al pensiero, l’alloggio di un vecchio senatore suo conoscente, stato amico intimo di suo padre, molto religioso e pieno di ammirazione affettuosa per Maironi. Afferrò quell’idea. Ora, rivolgendosi al senatore per chiedergli nientemeno che di accogliere a casa sua un uomo ammalato e in pericolo di arresto, le conveniva di giustificare il proprio zelo. Ella non figurava fra i discepoli di Piero e il senatore ignorava affatto il passato. Ma il senatore conosceva Noemi; egli era quel vecchio dai capelli bianchi e dalla faccia rossa che si era trovato alla riunione di via della Vite; Noemi e lui s’incontravano spesso nella «catacomba». Jeanne gli scrisse immediatamente dicendo di farlo a nome dell’amica Noemi che non osava; mise fuori le condizioni di salute e le circostanze che sempre per questo riguardo consigliavano di togliere Maironi da villa Mayda; tacque del pericolo di arresto; espose la preghiera dell’amica; soggiunse che lo stato dell’infermo rendeva la cosa urgentissima, che se il senatore acconsentisse lo pregava di consegnare al latore della lettera una sua carta di visita per Maironi con due semplici parole di offerta. Chiuse domandandogli un colloquio al Senato nella giornata e pregandolo di tacere, intanto, ogni cosa. Poi scrisse a Noemi, l’avvertì di quanto aveva fatto a suo nome, la incaricò di ottenere da suo cognato, se il senatore avesse dato la carta di visita, che si recasse subito in vettura, con la detta carta di visita, a villa Mayda, che persuadesse Maironi ad accettare l’offerta e il professore Mayda a lasciarlo partire, servendosi delle ragioni politiche. Scritte le due lettere ebbe un accesso di prostrazione con fenomeni così gravi che la cameriera si sgomentò. Costei non svegliò Carlino perchè Jeanne trovò la forza di vietarglielo imperiosamente ma fece chiamare il medico senza dirlo alla signora. Il medico pure si sgomentò. Venendo per Carlino l’aveva conosciuta nervosa; però non gli era mai accaduto di vederla in uno stato simile, irrigidita, cadaverica, incapace di parlare. L’accesso durò fino alle sei della mattina. Il primo segno di miglioramento fu questo che Jeanne domandò l’ora. La cameriera, pratica, mormorò al medico «passa» e rispose forte:

«Le sei, signora.»

La parola parve miracolosa. Jeanne ch’era stata adagiata sul letto senza spogliarla, si alzò a sedere, smarrita sì ma padrona delle sue membra e della sua voce. Domandò subito di Carlino, ansiosamente. Carlino dormiva, non aveva udito nulla, non sapeva nulla. Ella respirò, disse sorridendo al medico:

«Adesso caccio Lei.»

E non ebbe pace fino a che il medico non se ne andò. La cameriera si accinse a spogliarla; si prese prima della stupida e poi delle scuse, quasi lagrimose.

«Oh!» disse la ragazza «Lei vuol prima mandare quelle lettere! Sì, sì, le mandi via, quelle cattive lettere, che Le hanno fatto tanto male!»

Jeanne le diede un bacio. Quella giovine l’adorava e lei pure le voleva bene, la trattava qualche volta come una cara sorellina scioccherella.

Chiuse le due lettere, le disse di chiamare il domestico, gli diede le istruzioni: prendere una botte, andare dal signor senatore…, via della Polveriera, 40, consegnare la lettera diretta a lui, aspettare la risposta. Se gli si rispondesse che non c’era risposta, ritornare al Grand Hôtel e riferire. Se invece il signor senatore gli facesse rimettere un biglietto, portarlo con l’altra lettera, in via Arenula, a casa Selva. Un’ora dopo, il domestico venne a riferire che tutto era stato fatto; due ore dopo, un biglietto del senatore avvertiva Jeanne che Benedetto era già a casa sua. A mattina inoltrata venne Noemi. Jeanne riposava, finalmente. Noemi attese che si svegliasse, le raccontò che suo cognato si era subito recato a villa Mayda; che non vi aveva trovato il professore il quale era partito a mezz’ora dopo mezzanotte per Napoli; che Maironi aveva subito accettato l’offerta del senatore; che conoscendo l’umore della persona, Giovanni non aveva creduto di farne saper niente alla giovine signora Mayda; che aveva trovato Maironi molto giù, ma però senza febbre; per cui era sicuro che non avrebbe sofferto del tragitto dall’Aventino a via della Polveriera. Quel buon giardiniere lo aveva bene avviluppato, colle lagrime agli occhi, in una grossa coperta. Forse Jeanne s’ingannava ma le pareva che Noemi, pure mostrandole molto interesse nel parlarle di Piero, mostrandole molto riguardo ai sentimenti di lei, le parlasse però in un tôno diverso da quello di una volta e come un’amica che non avesse mutato linguaggio ma si fosse fatta straniera nel cuore. Avrebb’ella forse desiderato Piero a casa Selva? Probabile.

Da quel mercoledì mattina in poi erano state corse continue. A Palazzo Madama si sorrideva di un riverito collega dai capelli bianchi e dalla faccia rossa, che riceveva ogni giorno, nella sala dei telegrammi, lunghe visite di una bella ed elegante signora. Dal Senato Jeanne correva al Grand Hôtel per somministrare una medicina a Carlino; dal Grand Hôtel a via Arenula per avere e dare notizie o in via Tre Pile per vedere il medico del senatore, che aveva in cura Piero. Corse il giorno e lagrime la notte; lagrime di angoscia per lui consumato da un recondito male invincibile, ripreso dalla febbre dopo ventiquattr’ore di apiressia perfetta. Anche altre lagrime, altre crucciose lagrime per le accuse ch’erano state sparse fra i discepoli e gli amici di Piero e non da tutti respinte. Ella n’era informata da Noemi. Le accuse che riguardavano presunti amori di Piero a Jenne non eran credute, ma era invece creduto da molti ch’egli avesse in Roma relazioni segrete con una signora maritata della quale però nessuno sapeva il nome. Che fossero relazioni tanto colpevoli quanto dicevano i calunniatori non si credeva. I più fedeli non credevano neppure a un legame ideale; ma erano pochi. Una volta Noemi, nel riferire a Jeanne certe defezioni, certe freddezze, ruppe improvvisamente in pianto. Jeanne fremette, si rabbuiò; vide allora negli occhi dell’amica uno sgomento tanto supplice che, trapassando dalla collera gelosa a un impeto di affetti senza nome, le aperse le braccia, se la strinse al seno. Questo era successo il venerdì sera, la sera in cui spiravano i tre giorni concessi a Maironi per allontanarsi da Roma. Verso il mezzogiorno di sabato Jeanne ricevette un biglietto dell’Albacina. La signora del sottosegretario di Stato aspettava Jeanne in casa sua, alle due. Fu per questo invito ch’ella uscì in carrozza poco prima delle due, non curando le proteste di Carlino.

Appena la carrozza partì, Jeanne rialzò il velo, tolse il biglietto dal manicotto e chinatovi su il bel viso pallido, lo fissò non già leggendo, non già scrutando il senso molto piano e semplice delle parole, ma pensando che avesse a dirle l’Albacina, immaginando ogni cosa possibile. Si era deciso di lasciare Maironi in pace? O la Questura ne aveva scoperto la dimora e s’intendeva procedere all’arresto?

«Certo sarà il peggio!» si disse Jeanne. «Ah, Dio!»

E dimentica un momento di sè, si levò il manicotto al viso, vi premette la fronte. Ah forse no, forse no! Rialzato rapidamente il capo, guardò fuori, se qualcuno l’avesse veduta. La carrozza correva veloce, silenziosa sulle ruote di gomma. Ella tornò alle sue congetture, vi si perdette a segno di non avvedersi che la carrozza si era fermata se non quando il cameriere aperse lo sportello. Discese.

L’Albacina le venne incontro sulle scale, pronta per uscire. Jeanne doveva ripartire con lei, subito. Subito? E dove andare? Sì, subito, subito, con la carrozza di Jeanne, perchè l’Albacina non poteva in quel momento disporre della propria. E l’Albacina stesse diede l’indirizzo al cameriere di Jeanne, un indirizzo ignoto a Jeanne, molto lontano. Si sarebbe spiegata in viaggio. E la carrozza riprese la corsa veloce, silenziosa sulle ruote di gomma. Ah, l’Albacina aveva dimenticate le carte di visita! Fece fermare ma poi guardò l’orologio, vide che si perdeva troppo tempo; avanti! Jeanne ne fremeva d’impazienza. Dunque, dunque? Dove si va? Ecco, si va dal cardinale… Jeanne trasalì. Dal cardinale…? Il cardinale aveva fama d’intransigente fra i più fieri. L’Albacina lo doveva assolutamente vedere e un quarto d’ora più tardi non lo avrebbe più trovato in casa. Ah che complicazione di cose! Ella non poteva spiegare tutto in poche parole. Lo scopo della visita, s’intende, era sempre quello per il quale donna Rosetta Albacina lavorava da tre giorni con il confessato interesse alle idee e alla persona del Santo di Jenne, e il non confessato piacere di condurre un intrigo difficile senza dissapori con la propria coscienza. Ella si era incapricciata di Jeanne a Vena di Fonte Alta, nulla sapendo del suo passato. E nulla ne sapeva ora. La sospettava innamorata del Santo ma supponeva un amore mistico, nato all’udirlo parlare nella catacomba di via della Vite. Si teneva certa ch’ell’avesse avuto parte nella scomparsa di lui da villa Mayda, che conoscesse il suo nascondiglio e non volesse dirlo per aver promesso il segreto agli amici. Perchè Jeanne, fidandosi poco della signora che le pareva leggera e della quale non poteva dimenticare ch’era moglie di un nemico potente, le aveva ripetutamente negato di saperlo. Questa scarsa fiducia di Jeanne la offendeva un poco perchè in fondo, lei, donna Rosetta, moglie di un’Eccellenza, arrischiava molto più; ma insomma il suo amor proprio era oramai impegnato nel giuoco la cui posta era la permanenza libera del Santo di Jenne in Roma, ed ella era ferma di tirare avanti la partita.

Una gran complicazione di cose, dunque. Intanto, almeno fino a venerdì sera, la Questura non aveva ancora scoperto l’asilo del Santo. Riteneva che fosse in Roma, questo sì. Qui donna Rosetta fece una pausa, sperando che Jeanne dicesse qualche cosa. Niente. Ammise, riprendendo il discorso, che suo marito potesse sospettare i maneggi ch’ella gli nascondeva, non essere interamente sincero con lei. Questo non era però verisimile. Quando suo marito non parlava sincero, donna Rosetta lo capiva in aria. Capiva pure gli altri, del resto. Quanto a suo marito, donna Rosetta s’ingannava. A Palazzo Braschi si sapeva fino da mercoledì sera dove trovare Maironi, e non lo si voleva dire, e il sottosegretario di Stato si fidava di sua moglie meno ancora che se ne fidasse Jeanne.

Ma le novità grosse erano le vaticane. Avevano raccontato al Papa i fatti di via della Marmorata e Sua Santità era irritatissima contro il Governo perchè le si era fatto credere che il Governo fosse strumento, in questo affare, degli odî  massonici contro un uomo gradito al Papa. Intorno al Papa gli animi erano divisi. Gl’intransigenti più fanatici, contrarii al cardinale segretario di Stato, caldeggiavano la nomina sgradita al Quirinale per la sede arcivescovile di Torino e disapprovavano gl’intrighi segreti col Governo italiano. Secondo il loro capo, l’Eminentissimo che donna Rosetta si proponeva ora di visitare, altri mezzi dovevano adoperarsi per sottrarre il Santo Padre alla influenza pestifera di un razionalista inverniciato di misticismo. Queste cose l’Albacina le sapeva dall’abate Marinier che veniva a sorriderne argutamente nel suo salotto. Bisognava sentire quanto veleno di accuse, con quali arti, si seminava dagl’intransigenti, tutti d’accordo in questo, contro quel povero diavolo di razionalista mistico del quale l’abate sorrideva non meno che de’ suoi nemici!

C’erano novità anche al ministero dell’Interno. Quali novità? Donna Rosetta stava per rispondere quando la carrozza si fermò davanti a un grande convento. Il cardinale alloggiava lì. Donna Rosetta discese sola. Dal cardinale la presenza di Jeanne non occorreva, sarebbe anzi stata inopportuna. Occorreva in altro luogo. Jeanne attese in carrozza, crucciata di non sapere ancora, dopo tante chiacchiere, il perchè di quella visita. Passarono cinque, dieci minuti. Jeanne si rizzò sulla persona, dall’angolo dove si era raccolta nei suoi pensieri, a guardar l’entrata del convento, se donna Rosetta ricomparisse. Radi viandanti passavano lenti per la via silenziosa, guardavano nella carrozza. A Jeanne pareva offensivo che vi fosse della gente tanto tranquilla. Ah Dio, e lui, e lui? Il medico le aveva promesso un bollettino al Grand Hôtel per le sette. Non erano ancora le tre. Più di quattr’ore di attesa. E cosa direbbe il bollettino? Tante corse, tante pratiche, tanti maneggi, tante cose, e poi? Dio Dio, e poi? Si morse le labbra, si soffocò un singhiozzo in gola. Ah, ecco donna Rosetta, finalmente. Il cameriere apre lo sportello, ella gli ordina:

«Palazzo Braschi!»

E sale in carrozza, si getta un libriccino ai piedi, si strofina a furia le labbra, invece di parlare, col fazzoletto profumato, dice fremendo che ha dovuto baciar la mano al cardinale e ch’era tanto poco pulita. Però la visita è andata bene. Ah se suo marito sapesse! Ell’aveva fatto una parte veramente orribile. Il cardinale era quello famoso che si era incontrato una volta con Giovanni Selva nella biblioteca del monastero di Santa Scolastica a Subiaco, e lo aveva assalito chiamandolo profanatore delle mure sacre, promettendogli che sarebbe andato all’inferno e più giù. Donna Rosetta aveva soffiato nel suo fuoco per mandare a monte l’accordo segreto fra Vaticano e palazzo Braschi, era andata a raccontargli che la haute religiosa di Torino voleva l’uomo scelto dal Vaticano e sgradito al Quirinale. Quel diavolo di cardinale, conosciuto da lei nel salotto di un prelato francese, aveva sulle prime risposto solamente, col suo accento nè francese nè italiano:

«C’est vous qui me dites ça? C’est vous qui me dites ça?»

Infatti donna Rosetta aveva risposto ridendo:

«Oh c’est ènorme, je le sais!»

Era un discorso che poteva costare l’Eccellenza a suo marito. Ma poi l’Eminentissimo le aveva quasi promesso che i voti della haute di Torino parrebbero stati soddisfatti:

«Ce sera lui, ce sera lui!»

Finalmente le aveva detto:

«Comment donc, madame, avez-vous èpousè un franc-maçon? Un des pires, aussi! Un des pires! Faites lui lire cela!»

E le aveva dato un libretto sulle dottrine infernali e la dannazione inevitabile dei framassoni. Era il libretto che l’Albacina si era gettato ai piedi salendo in carrozza.

«Figuriamoci» diss’ella «se mio marito legge questa roba!»

Ma che ne importava a Jeanne? Jeanne era impaziente di conoscere le novità del ministero dell’Interno. E ora da chi si andava, al ministero dell’Interno? Dal ministro o dal sottosegretario di Stato?

Si andava dal sottosegretario di Stato, dal marito di donna Rosetta. Donna Rosetta aveva taciuto fino a quel momento il proposito e l’oggetto di questa visita per non lasciare a Jeanne il tempo di schermirsi nè di prepararsi troppo. L’on. Albacina sapeva dell’amicizia di sua moglie per la signora Dessalle e dell’amicizia della signora Dessalle per i Selva, tanto legati, alla loro volta, a Maironi. Egli aveva detto a sua moglie di voler parlare direttamente a questa signora, per fini suoi che intendeva tacere. L’avrebbe aspettata al ministero dopo le tre. Ce la poteva portare lei, sua moglie; ma senz’assistere al colloquio. Il movimento primo di Jeanne fu un’esclamazione di rifiuto. Donna Rosetta la persuase facilmente a mutar consiglio. Ella non poteva dire che progetti avesse in testa suo marito, non lo sapeva; ma secondo lei sarebbe stata follia di non andare, di non udire, poichè non ci poteva essere pericolo, da parte di Jeanne, d’impegnarsi a niente. Jeanne si arrese, benchè il silenzio serbato dall’Albacina fino all’ultimo in cosa di tanto momento, la facesse trepidare come un infermo cui si annunci, dopo molti discorsi scherzosi, la visita di un chirurgo celebre che verrà per dargli un’occhiata e non più.

«Non Le direi di andar sola» conchiuse sorridendo l’Albacina. «Gli uscieri ne hanno viste tante, al tempo di certi ministri e vice-ministri! Ma ci vengo io che al ministero sono conosciuta; e poi adesso quello che accadeva una volta non accade più.»

L’on. Albacina stava presso il ministro. Un deputato, chiamato allora allora per entrare, riconobbe donna Rosetta e le offerse di annunciarla a suo marito. Egli non aveva che due parole a dire, sarebbe uscito subito. Infatti dopo cinque minuti l’on. deputato uscì insieme ad Albacina che pregò Jeanne di passare dal ministro con lui. Le due signore non si attendevano a ciò, donna Rosetta domandò a suo marito se non fosse lui che voleva parlare a Jeanne. Sua Eccellenza non si smarrì per così poco, congedò sua moglie con modi molto sommarî e portò, di sorpresa, la Dessalle dal ministro. La presentò al superiore, imbarazzata, quasi offesa.

Il ministro l’accolse colla più rispettosa cortesia, da uomo austero solito a onorare la donna tenendosene a distanza. Egli aveva conosciuto il banchiere Dessalle, padre di Jeanne, e le ne parlò subito:

«Un uomo» disse «che aveva molto oro nei suoi forzieri ma il più puro nella sua coscienza!» Soggiunse che questa memoria lo aveva incoraggiato ad abboccarsi con lei per una faccenda delicatissima. Proferite ch’egli ebbe queste parole, anzi mentre le diceva, Jeanne sentì con certezza che quell’uomo sapeva il passato. Ella non potè a meno, di guardare alla sfuggita il sottosegretario. Gli lesse negli occhi la stessa scienza; ma lo sguardo del sottosegretario la turbava e la irritava; quello del ministro, invece, le apriva un’anima paterna. Il ministro entrò in argomento parlando di Giovanni Selva del quale fece ampie lodi. Si dolse di non avere con lui relazioni personali. Disse di sapere che Jeanne era amica della famiglia Selva. Egli si rivolgeva a lei per affidare a questi suoi amici una missione importante presso un’altra persona. E parlò di Maironi, sempre avendo cura d’interporre i Selva fra lo stesso Maironi e Jeanne, di evitare ogni accenno a possibili comunicazioni dirette fra l’uno e l’altra. Jeanne lo ascoltava, divisa fra l’attenzione alle sue parole, intensa, lo studio, pure intenso, di preparare una risposta prudente, misurata, e il fastidio sdegnoso che le dava la presenza del piccolo, mefistofelico Albacina. Il discorso del ministro fu diverso da quello che, in principio, ella si attendeva; migliore ma più imbarazzante. Egli le disse che non parlava come ministro ma come amico; che con lei non voleva fare misteri; che certe ombre non avevano avuto assolutamente corpo; che nè ministri, nè magistrati, nè agenti di P. S. avevano a occuparsi affatto del signor Maironi il quale era perfettamente libero di sè e niente aveva a temere dalla giustizia del suo paese, fattasi persuasa della inanità di certe accuse mossegli per odio religioso; ch’egli aveva molta simpatia per le idee religiose del signor Maironi e anche molta stima per i suoi propositi di apostolato, ma che il signor Selva doveva persuaderlo della opportunità di allontanarsi, almeno per qualche tempo, nell’interesse del suo stesso apostolato, da Roma dove gli si faceva dai suoi nemici religiosi una guerra tale, a colpi di calunnie, ch’egli era per rimanere ben presto, inevitabilmente, senza discepoli. Qui il ministro, anche credendo fare cosa gradita a Jeanne, affermò la propria religiosità; abbaglio tragico, pensò lei amaramente. Egli sperava che in un prossimo avvenire il signor Maironi potesse esercitare liberamente la propria influenza in luogo altissimo; vi erano molti segni di una prossima trasformazione di quel tale ambiente, di una prossima disgrazia degl’intransigenti; ma per ora gli era opportuno di eclissarsi. Questo era il consiglio amichevole ma pressante che si desiderava di fargli pervenire per mezzo del suo illustre amico. Accettava la signora Dessalle di parlare all’illustre amico?

Jeanne trepidava. Era da fidarsi? Era da dir cose che forse coloro non sapevano e cercavano sapere da lei? Guardò involontariamente il sottosegretario e gli occhi suoi parlarono così chiaro ch’egli non potè a meno di pigliare una risoluzione.

«Signora» disse col suo abituale sorriso sarcastico, «vedo che Lei non mi desidera. La mia presenza non è necessaria e me ne vado per ossequio al Suo desiderio: desiderio giusto e che si capisce.»

Jeanne arrossì ed egli se ne accorse, si compiacque di averla ferita con la coperta allusione che si conteneva nelle sue ultime parole e più ancora nel sorriso maligno.

«Però» soggiunse collo stesso sorriso «non me ne andrò senz’affermarle, sulla mia parola, che mia moglie Le è un’amica fedelissima, che non mi ha mai tenuto sul Suo conto un solo discorso indiscreto; come, sullo stesso argomento, non ne ho mai tenuto io a mia moglie.»

Vendicatosi così, l’omino se ne andò, lasciando Jeanne agitatissima. Dio, intendevano proprio che avesse a parlare lei, a Piero? Supponevano che lo vedesse, pensavano essi pure che la santità di Piero fosse mentita? Si ricompose con uno sforzo supremo, cercò aiuto nello sguardo grave, mesto, rispettoso del ministro.

«Parlerò al signor Giovanni» diss’ella. «Credo però» soggiunse esitando «che il signor Maironi sia ammalato, che non possa viaggiare.»

Nel nominare Maironi le salirono le vampe al viso. Ella le sentì assai più che non si vedessero. Però il ministro se ne avvide e venne in suo soccorso.

«Forse, signora» diss’egli «Ella dubita di compromettere i Suoi amici Selva. Non abbia questo dubbio. Prima Le ripeto che il signor Maironi non ha niente a temere da nessuno e poi aggiungo che noi sappiamo tutto. Sappiamo ch’è in Roma, che sta, per poche ore ancora, presso un senatore del Regno, in via della Polveriera. Sappiamo pure ch’è ammalato ma ch’è in grado di viaggiare; anzi Lei può dire al signor Selva che io gli farò avere, se vuole, dal mio collega dei Lavori Pubblici un coupè riservato.»

Jeanne, tremante, fu per interromperlo, per esclamare: poche ore ancora? Si contenne appena e prese congedo per correre al Senato, sapere.

«Forse il signor Selva lo ignora» disse il ministro, accompagnandola verso l’uscio «ma il senatore aspetta non so quali parenti e non potrà più alloggiare il signor Maironi. Gli rincresce. Gran brav’uomo! Siamo vecchi amici.»

Jeanne tremava di avere intravveduta la verità. A palazzo Braschi che il senatore congedasse Piero; un’altra spinta per allontanarlo da Roma! Ma possibile che il senatore si fosse lasciato persuadere? Congedare un infermo in quello stato? Salì nel suo coupè, si fece portare a palazzo Madama, chiese del senatore. Non c’era. L’usciere che le rispose così le parve un po’ imbarazzato. Aveva una consegna? Non osò insistere, lasciò una carta colla preghiera di passare dal Grand Hôtel prima di pranzo. Ella stessa partì per il Grand Hôtel fremendo, e gemendo insieme nel suo cuore, battendo colla punta del piede il libretto contro la Massoneria, dimenticato da donna Rosetta. Avrebbe voluto che i due sauri volassero. Erano le quattro e tre quarti e il suo dovere quotidiano era di preparare la medicina per Carlino alle quattro e mezza.

II.

Mezz’ora prima ch’ella fosse di ritorno al Grand Hôtel, vi capitarono Giovanni e Maria Selva. In pari tempo vi capitò il giovane Leynì che veniva egli pure a domandare della signora Dessalle e parve soddisfatto dell’incontro, però senza letizia. Udito che la signora Dessalle era fuori, i tre visitatori chiesero di aspettarla nella sala di conversazione. I Selva parevano ancor più tristi che di Leynì.

Dopo un breve silenzio, Maria osservò ch’erano le quattro e un quarto e che Jeanne non avrebbe potuto tardar molto perchè alle quattro e mezzo, ogni giorno, aveva un impegno presso suo fratello. Di Leynì pregò di venirle presentato, quando arrivasse. Aveva un messaggio per lei che non conosceva; un messaggio, del resto, che riguardava pure gli amici di Benedetto, quindi anche i Selva. Maria trasalì.

«Un messaggio di lui?» diss’ella, impetuosa. «Un messaggio di Benedetto?»

Di Leynì la guardò, sorpreso di quell’impeto, e tardò un poco a rispondere. No, non era di Benedetto ma lo riguardava. Poichè la signora Dessalle poteva sopraggiungere di momento in momento e si trattava di cosa non tanto breve, non tanto semplice, gli pareva opportuno di non cominciare a parlarne prima del suo arrivo. Domandò poi ingenuamente come mai avesse preso interesse alla sorte di Benedetto questa signora Dessalle che non si era veduta mai alle riunioni di via della Vite, e della quale non aveva mai udito il nome.

«Ma Lei» disse Maria «perchè crede che ci abbia interesse?»

«Eh» rispose di Leynì «ho un messaggio per lei, che riguarda lui, capirà!»

Di Leynì, devoto a Benedetto di una devozione senza confini, non aveva mai creduto alle voci calunniose sparse sul suo conto, le aveva respinte sempre con appassionato sdegno. Non ammetteva del suo maestro nè amori colpevoli nè amori ideali. Nel fare quella domanda non gli era potuto passare per la mente che fra la Dessalle e Benedetto vi fosse una relazione non confessabile. Giovanni troncò il discorso dicendo che la Dessalle avrebbe anche potuto tardare molto e che intanto di Leynì parlasse.

Di Leynì parlò.

Egli aveva visitato Benedetto. Arrivando in via della Polveriera da San Pietro in Vincoli, aveva riconosciuto due guardie travestite che passeggiavano. Poteva essersi ingannato oppure anche poteva essere stato un caso. Però era cosa da farne menzione. Il senatore lo aveva fatto pregare, appena entrato in casa, di passare nel suo studio. Là, parlando con molta cortesia ma con un manifesto imbarazzo, gli aveva detto ch’era lieto di vedere, proprio in quel momento, un amico del suo caro ospite; che Benedetto era fortunatamente senza febbre e, secondo lui, avviato alla guarigione; che un telegramma lo avvertiva dell’arrivo imminente di una sua vecchia sorella; ch’egli aveva una sola camera da letto, nel suo alloggio, oltre alla propria e a quella della fantesca; che gli era impossibile di mandare sua sorella all’albergo e anche impossibile oramai di telegrafarle che ritardasse la sua venuta perchè era già in viaggio; quindi…

Il senatore aveva lasciato a di Leynì la cura di venire alla conclusione. Di Leynì ch’era con altri pochi fedeli nel segreto delle trame contro Benedetto, era rimasto sbalordito. Cosa rispondere? Che il senatore era solo padrone in casa sua? Era forse l’unica risposta possibile. Di Leynì aveva osato esprimere riguardosamente il dubbio che un trasloco riescisse fatale all’ammalato. Il senatore si teneva certo del contrario. Credeva che un cambiamento di aria gli sarebbe utilissimo. Non aveva ancora potuto parlare al medico ma non ne dubitava. Suggeriva Sorrento. Siccome di Leynì nè sapeva più che dire nè si muoveva, il senatore lo aveva congedato pregandolo di recarsi in nome suo al Gran Hôtel dalla signora Dessalle, per le istanze della quale egli aveva ospitato Benedetto, e di invitarla a voler provvedere perchè sua sorella sarebbe arrivata la sera stessa, prima delle undici.

Di Leynì si era poi recato da Benedetto. Dio, in quali condizioni lo aveva trovato! Senza febbre, sì, forse; ma con l’aspetto e la guardatura di un moribondo.

Il giovine aveva le lagrime agli occhi nel parlarne. Benedetto non sapeva di dover partire. Gliene aveva parlato lui come di una cosa non sicura ma possibile. Benedetto lo aveva guardato in silenzio per leggergli nell’animo, e poi gli aveva detto sorridendo: devo andar in prigione? Allora di Leynì si era pentito di non aver aperto subito a un uomo tanto forte e sereno in Dio tutta la verità e gli aveva riferito per intero il discorso del senatore.

«Egli mi prese» disse il giovine con voce rotta dalla commozione «la mano e tenendomela e accarezzandomela pronunciò queste parole precise: “Da Roma non parto. Vuoi che venga a morire da te? ” Io mi turbai tanto che non ebbi la forza di rispondergli, perchè poi non so nemmeno se il pericolo dell’arresto non ci sia veramente, se l’atto incredibile del senatore non sia appunto un pretesto per evitare che glielo arrestino in casa e come si potrebbe portarlo in un altro asilo sfuggendo alle guardie. Lo abbracciai, borbottai qualche parola senza senso e corsi via, corsi qua per parlare a questa signora Dessalle. Potrebbe forse venir lei dal senatore e persuaderlo.»

I Selva avevano spesso interrotto di Leynì con esclamazioni di sorpresa e di sdegno. Finito ch’egli ebbe il suo racconto, tacquero, sbalorditi. Prima a interrompere il silenzio fu la signora Maria.

«Questa Jeanne che non viene!» diss’ella, piano.

Fece un segno impercettibile a suo marito e gli propose di andare insieme a vedere se fosse rientrata e non l’avessero avvertita. Nell’attraversare il jardin d’hiver gli disse che le pareva necessario di far sapere a di Leynì chi fosse veramente la signora Dessalle. Jeanne non era rientrata. Giovanni prese a parte il giovine, gli parlò sotto voce. Maria, che lo guardava, lo vide trasalire, spalancare gli occhi, impallidire; quindi parlare alla sua volta, domandare qualche cosa. Jeanne Dessalle entrò frettolosa, sorridente.

Il portiere le aveva consegnato un biglietto del medico. Diceva: «Non credo di poterci ritornare. Stamane era sfebbrato. Speriamo che l’accesso non si rinnovi.»

Jeanne notò subito che non vi si parlava di portare l’ammalato altrove. Ell’abbracciò la signora, stese la mano a Selva che le presentò di Leynì. Ella si scusò poi con tutti di doverli lasciare per cinque minuti. Suo fratello l’aspettava. Uscita che fu promettendo di ritornare subito, di Leynì si affrettò ad appartarsi ancora con Selva. Maria gli vide ricomparire in viso l’ansia di prima, vide che faceva molte domande e che alle risposte di suo marito si andava ricomponendo. Vide finalmente suo marito posargli le mani sulle spalle, dirgli qualche cosa ch’ella indovinò, una segreta cosa, ancora non conosciuta da Jeanne; vide negli occhi del giovine una commozione, una riverenza profonda.

Un cameriere entrò a dire che la signora Dessalle aspettava i signori nel suo alloggio. Vi era molto movimento nell’albergo. Sussurri di strascichi e sordi tocchi di passi si confondevano sui tappeti dei corridoi, sommesse voci straniere, gaie, crucciose, lusinghiere, indifferenti, andavano e venivano, agli ascensori si faceva ressa. Ciascuno della piccola comitiva silenziosa aveva in cuore lo stesso senso amaro di quella mondanità indifferente. Jeanne era nel suo salotto, attiguo alla camera di Carlino che vi stava accompagnando al piano il violoncello di Chieco. Ella venne incontro ai suoi amici con un sorriso che insieme alla musica, un’antica musica italiana semplice e serena, strinse loro il cuore. Parve un po’ sorpresa di vedere di Leynì, del quale non attendeva la visita. Li aveva fatti salire per parlare più libera; disse invece che aveva pensato di offrir loro un concerto di Chieco, il quale però non voleva che si aprisse l’uscio. Del resto si udiva egualmente abbastanza bene. Giovanni l’avvertì subito che il cavaliere di Leynì aveva un messaggio per lei del senatore.

«Mentre Loro parlano» diss’egli «noi ascolteremo la musica.»

E si scostò con sua moglie da Jeanne ch’era diventata pallida e nascondeva male malgrado estremi sforzi l’angosciosa impazienza di udire questo messaggio. Seduto presso a lei, di Leynì cominciò a parlarle sottovoce.

Il violoncello e il piano scherzavano insieme sopra un tema pastorale, pieno d’ingenua tenerezza ilare e di carezze. Maria non potè a meno di mormorare: «Dio, poveretta!» E suo marito non potè a meno di seguire sul viso di Jeanne, al suono della tenera musica ilare, le parole affliggenti del suo interlocutore. Osservava pure il viso del giovine, il quale, parlando alla signora, guardava spesso lui come per significar pena e attingere consiglio. Jeanne lo ascoltava con gli occhi fissi a terra. Quando egli ebbe finito, li alzò ai Selva, i grandi occhi pietosamente addolorati; guardò l’una, guardò l’altro, dicendo muta, involontariamente: «voi sapete?» Gli occhi tristi dell’uno e dell’altra le risposero: sì, sappiamo. La musica ebbe uno scoppio sonoro di gioia. Maria ne approfittò per mormorare al marito:

«Le avrà riferito anche il discorso del voler morire a Roma?»

Il marito rispose che sarebbe stato meglio, che lo sperava. Jeanne pose gli occhi all’uscio onde veniva il fragore della musica, attese un poco e poi accennò ai Selva di avvicinarsi, disse con voce tranquilla che il senatore avrebbe dovuto far avvertire loro, che non sapeva perchè si fosse rivolto a lei. Vedessero loro, adesso, che fosse a fare.

La musica tacque, si udirono Carlino e Chieco discorrere. Di Leynì, che abitava un quartierino di scapolo alla salita di Sant’Onofrio, l’offerse. Ma se c’era un mandato di arresto? Se non si attendeva, per eseguirlo, che l’uscita di Benedetto da quella casa?

Jeanne smentì, pacatamente, la possibilità dell’arresto. I Selva la guardavano pieni di ammirazione per quella calma voluta. Jeanne aveva supposto da un pezzo ch’essi sapessero il nome vero di Benedetto; come non sarebbe sfuggita una parola a Noemi, malgrado tutti i divieti? E un istante prima, nel tacito scambio di sguardi dolorosi, i Selva e lei si erano intesi. Giovanni e sua moglie comprendevano che Jeanne si faceva eroicamente violenza non per loro ma per di Leynì. E adesso anche di Leynì, per le confidenze di Giovanni, sapeva! Parve loro di avere quasi commesso un tradimento.

Essi si tennero certi che se Jeanne diceva di non credere alla possibilità dell’arresto doveva averne ragioni da loro non conosciute. Osservarono che Benedetto avrebbe potuto accettare l’ospitalità loro. Jeanne ricordò pronta che Benedetto stesso aveva espresso un desiderio e che la salita di Sant’Onofrio pareva più adatta di via Arenula per il soggiorno di un ammalato bisognoso di pace. Però, secondo lei, non era possibile ammettere che il trasporto avesse luogo senza un’espressa licenza del medico. In questo si accordarono tutti. I Selva diedero incarico a di Leynì di riferire al senatore che gli amici di Benedetto avrebbero provveduto a trovargli un altro asilo ma però a condizione che il medico curante autorizzasse in iscritto il suo trasporto. Mentre Giovanni parlava, irruppe dalla stanza vicina un tumultuoso allegro del piano, tutto singhiozzi e grida. Egli tacque, non volendo alzar troppo la voce, lasciò passare l’impeto della musica straziante. E straziante fu la parola che gli occhi di lui e gli occhi del giovine si dissero durante quel silenzio delle labbra.

Di Leynì non aveva tempo da perdere, prese congedo. Gli spiaceva di andare solo, avrebbe desiderato presentarsi al senatore con qualcuno fra gli amici di Benedetto che potesse mettergli un po’ di soggezione, perchè il suo contegno non si capiva.

Giovanni Selva mormorò qualche cosa circa una vicepresidenza del senato cui quel vecchio aspirava e che non otterrebbe. Amaro dolore, scoprire miserie tali dove meno si sarebbe creduto! Maria si alzò, offerse a di Leynì di andare con lui.

«Lei resta?» chiese Jeanne, vivacemente, a Giovanni. L’accento diceva: Lei deve restare. Selva rispose che sarebbe rimasto a ogni modo e l’espressione della sua voce, del suo viso fu tale da significare a Jeanne che gli pesavano sul cuore parole tristi non ancora dette. Oh, pensò Jeanne, se adesso Chieco uscisse, se Carlino chiamasse e non fosse più possibile di parlarsi! Perchè anche lei doveva parlare a Selva. Gli doveva riferire il discorso del ministro. I due musicisti avevano nuovamente smesso di suonare, discorrevano. Jeanne bussò discretamente all’uscio, vi soffiò dentro due paroline gaie:

«Bravi! Già finito?»

«No, bella mia» rispose Chieco, di dentro. «Accidenti a Voi se vi seccate!»

E modulò un fischio infernale, da forare l’uscio. Jeanne battè le mani. Piano e violoncello attaccarono un grave andante.

Ella si volse a Selva che rientrava dall’avere accompagnato fuori sua moglie per dirle di telegrafare a don Clemente. Gli andò incontro a mani giunte, colle lagrime agli occhi.

«Selva» mormorò con voce soffocata, «Lei già sa tutto, a Lei non posso nascondermi. Vi è qualche cosa di peggio, mi dica la verità.»

Selva le prese le mani, gliele strinse in silenzio mentre il violoncello rispondeva per lui, amaro e grave: «Piangi, piangi, perchè non è sorte di amore e di dolore come la tua sorte.» Egli stringeva le povere mani di ghiaccio, non riuscendo a parlare. Lo capiva bene, di Leynì non aveva osato riferirle le parole terribili – vengo a morire da te –; toccava a lui di darle il primo colpo.

«Cara» diss’egli dolcemente, paternamente, «non Le ha egli detto al Sacro Speco che in un’ora solenne La chiamerebbe a sè? L’ora è venuta, egli la chiama.»

Jeanne diede un balzo, le parve di non aver capito.

«Oh, come? No!» diss’ella.

Poi, tacendo Selva con la stessa pietà negli occhi, ebbe un lampo al cuore, fece «ah!», si porse tutta in una muta angosciosa domanda. Selva le strinse le mani ancora più forte, un singhiozzo represso gli scosse il petto, gli contorse le labbra serrate. Ella non disse niente ma cadeva se non la sorreggevano le mani di lui. La sorresse, la pose a sedere.

«Subito?» diss’ella. «Subito? È una cosa imminente?»

«No, no, La chiama per domani. Lui crede che sia domani, ma può essere che s’inganni, speriamo che s’inganni!»

«Dio, Selva, ma se il medico scrive ch’è senza febbre!»

Selva fece il gesto di chi è costretto ad ammettere una sventura senza comprenderla. La musica taceva, egli parlò sotto voce. Benedetto gli aveva scritto. Il medico lo aveva trovato senza febbre ma egli presentiva un nuovo accesso dopo il quale sarebbe venuta la fine. Iddio gli faceva la grazia di un’attesa quieta e dolce. Aveva una preghiera da fargli. Sapeva che la signora Dessalle, amica della signorina Noemi, era in Roma. Egli aveva promesso a questa signora, davanti a un altare del Sacro Speco, di chiamarla a sè, prima di morire, per un colloquio. Molto probabilmente la signorina Noemi gliene potrebbe dire il perchè.

Selva s’interruppe. Aveva in tasca la lettera, fece l’atto di cavarla. Jeanne se n’avvide, fu presa da un tremito convulso.

«No no» diss’egli. «Le ripeto che può ingannarsi.»

Aspettò che si chetasse e invece di trarre la lettera, ne disse l’ultima parte a memoria:

«L’accesso ritornerà stasera o stanotte, domani sera o dopodomani mattina sarà la fine. Desidero vedere domani la signora Dessalle per una parola nel nome del Signore, al quale vado. Ho testè pregato il senatore di ottenermi questo colloquio ma egli si scusò. Mi rivolgo dunque a Lei.»

Jeanne si era coperto il viso colle mani e taceva. Selva credette bene di suggerire speranze. L’accesso poteva non ritornare, poteva esser vinto. Ella scosse violentemente il capo ed egli non osò insistere. A un tratto le parve udire Chieco prender congedo. Trasalì, scostò le mani dal viso spettrale fra i capelli scomposti. Invece scoppiarono le prime allegre note del Curricolo napoletano, il pezzo che Chieco suonava sempre per ultimo. Ella balzò in piedi, parlò convulsa, senza lagrime:

«Selva, so che Piero muore, so che non s’inganna. Lo faccia restare dov’è, s’è possibile. Gli conduca i suoi amici, me lo giuri che glieli condurrà, che gli procurerà questo conforto. Dica tutto ad essi di me, dica loro la verità, dica loro quanto è puro, quanto è santo, Piero. Io aspetto qui. Non mi muovo. Andrò quando Lei mi dirà, dove lei mi dirà. Sono forte, vede, non piango più. Telegrafi a don Clemente che il suo discepolo muore e che venga. Facciamo tutto quello che dobbiamo fare. È tardi, vada. E Lei già in un modo o nell’altro lo vedrà, Piero, stasera. Gli dica...»

Qui un colpo di spasimo ruppe la parola. Chieco entrò zufolando, battendo palma a palma nella sua bizzarra maniera e Selva scivolò fuori dell’uscio. Jeanne gli corse dietro nel corridoio scuro, gli afferrò una mano, v’impresse un bacio frenetico.

Qualche ora dopo, verso le dieci, Jeanne stava leggendo il Figaro a Carlino sprofondato in una poltrona con le gambe avvolte in una coperta, e sulle ginocchia, strettavi a due mani, una gran tazza di latte. Jeanne leggeva talmente male, talmente noncurante di punti e di virgole, che suo fratello la interrompeva ogni momento, s’impazientiva. Leggeva da cinque minuti quando la cameriera venne ad avvertirla che c’era la signorina Noemi. Jeanne gettò il giornale, balzò in un lampo fuori della camera. Noemi raccontò frettolosamente, in piedi, premendole per l’ora tarda di ripartire, che mentre Giovanni e Maria stavano al Grand Hôtel, il professor Mayda, reduce da Napoli, era venuto a casa Selva, fuori di sè, a chiedere spiegazioni della scomparsa di Benedetto da casa sua; che allora ella gli aveva raccontato tutto; che Mayda era andato direttamente in via della Polveriera; che ci aveva trovato Maria, di Leynì, il senatore e il medico, il quale era di opinione che Benedetto si potesse trasportare; che fra il medico e Mayda vi era stato un diverbio a proposito di ciò e che Mayda lo aveva troncato dicendo: «ebbene, piuttosto di lasciarlo qui, me lo riporto via io.» Ed era ritornato più tardi con una carrozza piena di guanciali e di coperte, se lo era portato via. Pareva che il viaggio fosse andato bene.

Udito il racconto, Jeanne abbracciò silenziosamente l’amica, stretta stretta. E l’amica, palpitante, lagrimosa, le sussurrò:

«Senti, Jeanne. Per domani, preghi?»

«Sì» rispose Jeanne.

Tacque, lottando contro l’insorgere di una tempesta di pianto. Quando ebbe vinto, riprese sotto voce:

«Non so pregar Dio. Sai chi prego? Prego don Giuseppe Flores.»

Noemi le posò il viso sur una spalla, disse con voce soffocata:

«Vorrei che dopo egli ci vedesse lavorare insieme per la sua fede.»

Jeanne non rispose ed ella partì.

Jeanne ritornò da Carlino per la lettura e Carlino l’accolse aspramente. Le dichiarò che ne aveva abbastanza di quella vita e ch’ella doveva prepararsi a partire con lui l’indomani per Napoli. Jeanne rispose che era una follia e che non sarebbe partita. Allora Carlino diede in escandescenze, le afferrò i polsi, la scosse a segno da farle male. Doveva assolutamente partire! Poichè resisteva, era venuto il momento di dirle che si sapevano i motivi dei suoi andirivieni, dei suoi misteri, dei suoi occhi rossi, del suo leggere male e anche, ora, del suo non voler partire da Roma. Egli n’era stato informato da lettere anonime. Guai a lei se non la rompesse con quel pazzo! Guai a lei se gli sacrificasse le sue idee, se si lasciasse conquistare dalla superstizione, dal bigottismo, dalla religione dei preti! Non l’avrebbe mai più guardata in faccia. L’avrebbe rinnegata per sorella, da libero pensatore come voleva vivere e morire. No no, troncare, troncare, Napoli, Palermo, l’Africa, se occorresse!

«Libero pensatore? Certo. E la libertà mia?» disse Jeanne senza sdegno, a ricordo di un diritto e non per il proposito di usarne. Carlino intese invece che proprio volesse usarne come a lui non piaceva e perdette addirittura il lume degli occhi. Jeanne tramortì nell’udire quell’uomo nervoso ma creduto da lei buono e gentile scagliar tante ingiurie con tanto fiele. Non rispose niente, si ritirò, tutta tremante, nella sua camera, gli scrisse due righe per dirgli che la sua dignità non le permetteva di restare con lui fino a che non si fosse disdetto delle sue offese, che se ne andava, che s’egli avesse una parola per lei la mandasse a casa Selva. Non prese con sè che una piccola borsa e uscì accompagnata dalla cameriera lasciando la lettera sulla scrivania.

Non vide carrozzelle presso l’albergo e si avviò verso l’esedra per prendervi il tram. Infuriava il tramontano, i lecci del viale si dibattevano stridendo, era buio, si camminava malissimo sul suolo tutto sossopra, la cameriera esclamò sgomenta:

«Gesummaria, signora, dove andiamo?»

Jeanne, col capo in fiamme, col cuore e i polsi in tumulto, continuò la via senza rispondere; parendole venir portata dai flutti di un mare ignoto, nelle tenebre, verso lui.

Verso lui, verso lui. Anche verso il suo Dio? Il vento potente la stordiva ruggendole sopra e ai lati. Le parole di Noemi, le parole di Carlino le straziavano l’anima con opposta violenza. Anche verso il suo Dio? Ah che ne poteva sapere? Intanto verso lui!

CAPITOLO NONO.

Nel turbine di Dio.

I.

Alle due pomeridiane del giorno seguente Jeanne aspettava in casa Selva, con Maria e Noemi, le notizie di villa Mayda non senza pensare di quando in quando al silenzio pertinace del Grand Hôtel. Giovanni era andato a villa Mayda prima delle sette. N’era ritornato alle nove. Non aveva potuto vedere Benedetto. Il professore Mayda non l’aveva permesso nè a lui nè ad altri. Sapeva che l’ammalato aveva ricevuto i Sacramenti, ma piuttosto per devozione che per imminenza di pericolo. Però nella notte un filo di febbre si era rifatto. Si sperava ora di poter dominare l’accesso, contenerlo. Forse Giovanni nel fare la sua relazione a Jeanne l’aveva un po’ colorata di ottimismo. Benedetto stava nella camera stessa del professore. Non era possibile, disse Giovanni, immaginare con quale femminile squisitezza di cure egli fosse assistito da questo terribile Mayda che tanti credevano duro e superbo.

Giovanni era ritornato colà dopo colazione, sul mezzogiorno. Da parte di Carlino, niente; nè scritti nè messaggi. Jeanne, malgrado l’altra grande angoscia, non poteva a meno di pensare anche a lui. Se il dolore, la collera, lo avessero fatto ammalare? Le amiche la rassicuravano. La cameriera o il cameriere sarebbero venuti ad avvertirla! Ella dubitava della intelligenza di quella gente. Che fare? Jeanne era per chiedere che si mandasse qualcuno ad informarsi, quando, alle due e un quarto, si udì un passo frettoloso nell’anticamera ed entrò Giovanni col soprabito indosso e col cappello in mano. Jeanne lo guardò in faccia, intese ch’era venuto il momento. Si alzò, bianca come una morta. Subito si alzarono silenziosamente anche Maria e Noemi, la prima guardando Jeanne, Noemi guardando suo cognato che non sapeva, davanti a quel viso spettrale di Jeanne, trovar parole. Furono cinque o sei terribili secondi, non più. Maria disse sommessamente:

«Si va?»

Suo marito rispose:

«È meglio.»

Niente altro fu detto.

Le tre signore si ritirarono per mettere mantello e cappello; Jeanne in una stanza, Maria e Noemi in un’altra. Giovanni seguì quest’ultime. Dunque? La febbre è salita molto, il professore non ha più speranza. Noemi, udito questo, mette il cappello in furia e va nella camera di Jeanne che sta mettendo il suo. Jeanne si volta, la vede venire a un bacio, la ferma col gesto, si pone un dito alle labbra. Noemi intende. È l’ora della fortezza, Jeanne non vuole baci nè parole nè lagrime. E non domanda particolari, non domanda niente. Si raccolgono tutti; Maria dice piano a suo marito di prendere due carrozzelle coperte, anche perchè il cielo si è annerito, un temporale da inverno romano è imminente. Non occorrono carrozzelle. Giovanni è venuto col landau di casa Mayda. Si sale nel landau, chiuso. Jeanne si accorge allora che le sue compagne sono vestite di scuro e che lei ha un vestito cenere, troppo chiaro, troppo elegante. Trasalisce lievemente, gli altri la interrogano collo sguardo. Ella esita un momento, pensa che non ha nè tempo nè modo di rimediare, risponde:

«Niente.»

Si parte. Nessuno parla più.

Svoltando in via del Pianto, la carrozzella si ferma per un impedimento. Si è fatto ancora più buio, tuona, i cavalli s’impennano, Maria guarda inquieta dallo sportello; Jeanne, ch’è seduta in faccia a Giovanni, gli domanda sotto voce se ha telegrafato a don Clemente. Giovanni risponde che don Clemente è a villa Mayda fino dalle dieci e mezzo. La carrozza prosegue. A Piazza Montanara comincia la pioggia. I cavalli trottano serrato. Quando finalmente il cocchiere li mette al passo, Maria guarda suo marito: – È bene l’Aventino? Dobbiamo essere vicini. – Questo è detto con gli occhi, non con le labbra. Jeanne non era mai passata di là ma sente anche lei che si è per arrivare. Eretta sulla persona, guarda il muro che le passa davanti agli occhi. Lo guarda attentamente come se volesse contare le commessure delle pietre. I cavalli riprendono il trotto. Passato Sant’Anselmo, si scende al basso. Popolani fermi, a destra e a sinistra, guardano nella carrozza. Giovanni Selva mormora involontariamente:

«Ecco.»

Allora Jeanne ha un sussulto, si copre impetuosa il viso colle mani. Maria, seduta al suo fianco, le cinge il collo con un braccio, si piega tutta a lei, le sussurra:

«Coraggio!»

Ma Jeanne si stringe in sè, si schermisce quanto può, e Noemi accenna a sua sorella, scuotendo il capo, di smettere. Maria sospira e la carrozza svolta a sinistra fra due fitte ali di gente, passa un cancello. Le ruote stridono sulla ghiaia, si fermano. Un domestico viene allo sportello. Il signor professore prega di favorire nella villa. Solamente allora Giovanni Selva dice alle sue compagne che Benedetto non è più nella villa, che ha voluto essere portato nella sua vecchia cameretta in casa del giardiniere. La carrozza procede di qualche passo, i quattro scendono fra due gruppi di palme, davanti a una gradinata di marmo bianco. Piove ancora ma non molto e nessuno se ne cura, nè il popolo che si affolla al cancello nè un gruppo di persone che dal viale di aranci discendente lungo il muro di cinta alla casina del giardiniere sta guardando i nuovi arrivati. Qualcuno si stacca da quel gruppo. È di Leynì che sale la gradinata di marmo bianco dietro a Selva, lo ferma sotto un’arcata del vestibolo pompeiano e discorre con lui a voce bassa, senza dare un’occhiata alla magnifica scena distesa fra i due gruppi di palme, al fiume di begonie che casca fra due sponde di muse giù per la china dell’Aventino, al nero cielo procelloso tagliato da strie bianche laggiù sopra i merli di Porta San Paolo, sopra la piramide di Caio Cestio e la selvetta funebre che pullula dal cuore di Shelley.

Selva entrò nel vestibolo e ricomparve un momento dopo con sua moglie. I due scesero la gradinata insieme a di Leynì, si avviarono verso le persone che parevano aspettarli nel viale degli aranci. In quel momento un fuoco di voci sdegnose divampa al cancello. La via è piena di popolo. Aspettano da ore, da quando è corsa nel quartiere del Testaccio la voce che il Santo di Jenne è ritornato infermo a villa Mayda. Finora si sono accontentati di notizie. Adesso hanno chiesto che una deputazione possa entrare, vederlo; i domestici rifiutano di portare il messaggio, avviene uno scambio di parole irose che improvvisamente si cheta. Compare dal viale degli aranci l’alta figura bruna del professore Mayda, i popolani si levano il cappello. Egli ordina di aprire il cancello, dice al popolo che tutti vedranno Benedetto ma più tardi, che intanto entrino pure nel giardino. «Ma sì, povera gente!».

E il popolo entra lento, rispettoso, alcuni attorniano il professore, lo interrogano colle lagrime agli occhi:

«È vero, signor professore? È vero che muore? Dica!»

E dietro a loro si accalcano altri, ansiosi, aspettando la risposta. La risposta è solamente questa: «Ma! Cosa volete che vi dica?»

Il virile viso malinconico dice più delle parole e la folla s’inoltra compunta per le verdi chine, livide in faccia al cielo nero striato di bianco, mistico simbolo di morte, di un oscuro passo dalle ombre terrestri alle alte vie dalla chiarità infinita.

II.

Benedetto amava il professore Mayda. Quando, nella casa del senatore, udì ch’egli aveva risoluto di portarlo con sè a villa Mayda, ebbe un momento di gioia. Amava il professore, forse incapace ancora di fede ma profondamente convinto che vi hanno enigmi insolubili per la scienza, generoso, fiero ai potenti, mite agli umili. Amava pure il giardino, gli alberi, i fiori e l’erba ond’era stato, come del professore, il servo e l’amico. Tutto vi era pieno di care, innocenti anime, con le quali in certi momenti di rapimento spirituale aveva adorato Iddio posando le labbra sulle loro vesti picciolette, sopra un fiore, sopra una foglia, sopra uno stelo, dentro un alito di frescura verde. Gli piaceva l’idea di morire in mezzo ad esse. Talvolta, sotto un pino volgente al Celio l’ombrello pieno di vento e di suono, aveva pensato all’ultima scena della Visione, si era contemplato lì steso sull’erba nell’abito benedettino, pallido, sereno tra faccie compiangenti, cantando il pino sopra di lui un canto misterioso del cielo. Ogni volta si era soffocata nel cuore questa compiacenza non scevra di vanità egoistiche, umane, non tutta raccolta e chiusa nell’ossequio della Divina Volontà; ma non aveva potuto svellerne la radice.

Tese dunque le braccia, riconoscente, al professore. Ma subito fu preso da uno scrupolo. La sua intelligenza e il suo sentimento cristiano si trovarono in contraddizione. Sapeva di essere sgradito alla signora che aveva sposato il figlio del professore, ufficiale di marina, allora in Oriente; capiva che ritornando a villa Mayda sarebbe stato causa di dispiacere a lei e perciò di dissapori con il suocero. Ma come ora dirlo senz’accusare di poca giustizia e di poca carità una persona che appunto per essergli nemica egli doveva particolarmente amare? Pregò il professore di lasciarlo andare a Sant’Onofrio. La mutazione fu così repentina che Mayda ne meravigliò, pensò un momento, capì, gli disse aggrottando le ciglia:

«Volete che io non perdoni mai più qualche cosa a qualcuno?»

Benedetto non si oppose più. Soltanto quando a notte venne il momento di scendere alla carrozza ed egli si sentì incapace di reggersi, sorrise, disse al professore posandogli la mano sul braccio:

«Lei sa che a questo modo domani o posdomani avrà un morto in casa?»

Il professore rispose che con lui non mentiva, che questo era possibile, ma non certo.

«Lei sa» rispose Benedetto, non più sorridente, «che prima vi avrà…»

«So quello che volete dire» interruppe il professore. «Venite in pace, caro. Non sono credente come voi ma lo vorrei essere e aprirò rispettosamente la mia porta a chi vorrete voi. Intanto prenderemo questo, vero?»

Staccò dalla parete il Crocifisso che Benedetto aveva portato con sè e prese l’infermo nelle sue braccia potenti.

Il tragitto si fece senza guai. Adagiato nel traverso nel landau sopra una diga di cuscini, Benedetto, che sembrava diminuito di statura, rispondeva più col sorriso che colla voce fievole alle frequenti domande del professore. Questi gli teneva continuamente la mano al polso e di tempo in tempo gli amministrava un cordiale. All’entrata della villa, fosse commozione o stanchezza, il povero viso scarno dell’infermo imbiancò e si coperse di sudore, i grandi occhi lucenti si chiusero. Mayda lo portò nel suo proprio letto. Così avvenne che Benedetto, nel ricuperare la coscienza, non si raccapezzasse più.

Egli non la ricuperò, in quella sua spossatezza estrema, senza passare per ombre di pensamenti vani. Gli parve esser morto, giacere steso sulla faccia perpetuamente oscura della luna, avere a cerchio di sè l’imbuto dei raggi solari fuggenti all’infinito e vedere sul fondo nero dell’imbuto fiammeggianti occhi di stelle. Poco a poco si conobbe in un letto enorme, tutto scuro, cinto di un chiaror fioco che si perdeva ai lati verso pareti male visibili. Grandi ombre gli si movevano intorno. A fronte gli si apriva un azzurro tutto sparso di punti lucenti. Gli battè il cuore; non erano veramente stelle? Dovette richiamarsi alle sensazioni del letto e del proprio vivere per comprendere ch’erano veramente stelle ma ch’egli non giaceva sulla luna. Allora dov’era? Si lasciò andare a una dolcezza che lo invadeva, alla dolcezza di non sentirsi quasi più il corpo e di sentirsi Dio nell’anima, tanto vicino e tenero e ardente. Era dove piaceva a Dio.

Una mano gli si posò sulla fronte, una lampadina elettrica lo abbagliò, un’affettuosa voce forte disse:

«Come va?»

Egli riconobbe Mayda. Allora domandò a lui dove fosse, perchè non fosse nella sua cameretta antica. Prima ancora che il professore gli rispondesse, lo assalse un dubbio angoscioso. Il Crocifisso? Il caro Crocifisso? Era rimasto in casa del senatore? Il Crocifisso era sul tavolino da notte. Il professore glielo mostrò.

«Non sai» diss’egli «che lo abbiamo portato con noi?»

Benedetto lo guardò, contento del nuovo tu e porse la mano tremante cercando quella di Mayda che gliela prese fra le proprie, dolcemente.

In pari tempo si sentì umiliato della sua dimenticanza. Era egli vicino a perder la mente? Tutto il giorno prima aveva pensato le ultime parole da dire agli amici e alla persona che tanto gli aveva fatto sentire la sua presenza invisibile. Ma se perdeva la mente? Il professore diede mano a saturarlo di chinino. In principio Benedetto accettò volontieri iniezioni dolorose e pozioni amare, così per il desiderio di rinvigorirsi un poco e quindi di difendersi contro un oscuramento dello spirito, come per il desiderio di soffrire. Oh sì, soffrire, soffrire! Nei giorni precedenti aveva sofferto molto, non di sofferenze locali, non di sofferenze acute, ma di una sofferenza inesprimibile, diffusa dalle radici dei capelli alle estremità dei piedi. Era stata una beatitudine dell’anima poter associare in tali momenti la volontà propria alla Volontà Divina, accettare dall’Amore tutto il dolore che gli aveva destinato senza dirgliene il misterioso perchè, un perchè nascosto nel disegno dell’Universo, certo un perchè di bene; non di solo bene della persona sofferente ma di bene universale, di un bene radiante dal suo povero corpo senza conosciuto confine, come il moto da un vibrante atomo del mondo. Grande cosa soffrire, continuare umilmente Cristo, continuare la redenzione come un peccatore può, compensare col dolore proprio il male altrui! Là sul sentiero solitario del Sacro Speco, nel fragore dell’Aniene, fra le montagne religiose, don Clemente gli aveva parlato così.

E adesso quel soffrir mortale era cessato. Quando il chinino cominciò a rombargli nel capo, se ne sgomentò. Questi rimedî lo istupidivano. Chiamò il professore; gli rispose una suora. Chiese che gli facessero venire un sacerdote dalla Bocca della Verità.

Il professore ch’era andato a riposare per un’ora, venne a rassicurarlo e credette allora dirgli quello che prima aveva taciuto. Don Clemente aveva telegrafato a Selva che sarebbe giunto a Roma l’indomani mattina alle dieci. Benedetto n’ebbe una gran gioia.

«Ma non sarà tardi?» diss’egli «Non sarà tardi?»

No, non poteva esser tardi. Egli non si trovava presentemente in pericolo prossimo. Questione di vita o di morte era il rinnovarsi della febbre e nel caso più disgraziato vi sarebbero state ancora molte ore. Mayda dubitò di avere parlato troppo crudamente, gli sussurrò:

«Ma guarirai.»

E uscì della camera. Benedetto, pensando a don Clemente, passò dalla quiete della sua contentezza nel sopore e nel sogno, dove discesero gli spiriti mali a comporgli con le ultime parole del professore una visione d’inganno.

Egli si vide in faccia un colossale muraglione di marmo, incoronato di ricche balaustrate, tutto bianco di luna. Là in alto, dietro le balaustrate, agitavasi al vento una densa foresta. Sei scale, pure fiancheggiate di balaustri, scendevano per isghembo, tre da sinistra e tre da destra, sulla fronte del muraglione, terminando a sei ripiani sporgenti. Le balaustrate superiori erano partite da pilastrini che reggevano urne. Ed ecco fra le urne, a mezzo di ciascun intervallo, apparire come in danza, nello stesso istante, nello stesso abito celeste scollato, nello stesso grazioso atto del capo, sei giovani donne bellissime; e con lo stesso armonioso gesto delle braccia ignudo tendere a lui dall’alto, piegando il busto, sei scintillanti coppe di argento. Si ritraevano quindi a un punto dalla balaustrata e a un punto ricomparivano sulle sei scale, le scendevano uguali velocemente, e, toccati i ripiani, a un punto riporgevano graziose il busto, gli tendevano, guardandolo con una gravità strana, le sei coppe scintillanti. Dalle loro labbra non usciva parola e tuttavia gli era evidente che le sei giovani gli offrivano nell’argento un liquore di vita, di salute, di piacere.

Egli sentiva di averne uno sgomento morale angoscioso e tuttavia di non poter levare lo sguardo dalle coppe scintillanti, dai bei volti gravi, chini sopra di esse. Si sforzava di chiudere gli occhi e non poteva, di levarsi e non poteva, d’invocare Dio e non poteva. Le sei danzatrici piegarono a un punto le coppe verso di lui, sei mobili nastri di liquore rigarono l’aria. «Come io» pensò il dormente scambiando persone nella memoria turbata «a Praglia.» E tutto scomparve, si vide davanti Jeanne. Ritta in piedi, chiusa nel mantello verde foderato di skuntz, ombrata il viso dal grande cappello nero, ella lo guardava come lo aveva guardato a Praglia nel momento del primo incontro. Ma stavolta il dormente vide una rispondenza fra la gravità di quello sguardo e la gravità dei volti delle danzatrici, vide con lo spirito la parola silenziosa delle sette anime: povero uomo, tu ora conosci il tuo doloroso errore, tu ora sai che Dio non è. La gravità degli sguardi non era che tristezza di pietà. Le coppe della vita, della salute e del piacere gli erano offerte discretamente e senza gioia come a uno ch’è nel lutto, che ha perduto ogni cosa più cara; come il solo povero conforto che gli rimane. Così Jeanne offriva il suo amore. E il dormente fu invaso da questa presunta evidenza nuova che Dio non è. Era una vera e propria sensazione fisica, un gelo diffuso per tutte le membra, movente lento al cuore. Egli prese a tremare, a tremare, e si destò. Mayda pendeva sopra di lui col termometro in mano. Benedetto mormorò con gli occhi sbarrati: Padre! – Padre! – Padre! – La suora suggerì: – Padre nostro che sei nei cieli… – e avrebbe continuato con la sua voce disgraziatamente sciocca senza un brusco richiamo del professore. Questi mise il termometro a Benedetto che quasi non se ne avvide. Era tutto nello sforzo di staccare dall’intimo sè le immagini delle figure tentatrici e della orribile loro parola, di gettarsi, anima e coscienza, in seno al Padre, di aderire a Lui con l’intero essere proprio, di annientarsi in esso. Le immagini cedevano lentamente, con ritorni di assalto sempre più brevi, sempre più deboli. Il viso appariva tanto trasfigurato nella mistica tensione dell’anima che Mayda si pietrificò a contemplarlo, dimenticò di guardar l’orologio fino a che i lineamenti contratti nell’affannosa preghiera non si vennero distendendo in una compostezza di pace. Allora si sovvenne, levò il termometro. La suora, dietro a lui, reggeva la lampadina elettrica cercando pure di vedere. Egli non discerneva, sulle prime, il grado. In quei pochi secondi di silenzio e di attenzione intensa nè l’uno nè l’altra si avvidero che l’infermo si era voltato sul fianco e guardava il professore. Finalmente Mayda scosse lo strumento. Che grado aveva segnato? La suora non osò chiederlo e la faccia del professore era impenetrabile. L’ammalato allungò la mano senza ch’egli se ne avvedesse, lo toccò lievemente sul braccio. Mayda si volse a lui, gli lesse negli occhi sorridenti la domanda: «e dunque?» Non rispose a parole ma solo con l’ondular della mano spiegata: nè bene nè male. Poi sedette accanto al letto, silenzioso ancora, impenetrabile, guardando Benedetto che non guardava più lui ma guardava, rimessosi a giacere supino, i punti lucenti nell’immenso azzurro.

«Professore» diss’egli «che ore sono?»

«Le tre.»

«Alle cinque mandi ad avvertire a Bocca della Verità.»

«Va bene.»

«Sarebbe tardi?»

A quest’ultima domanda il professore rispose con un «no» sonoro, vibrato. E dopo un momento di silenzio soggiunse a voce più bassa «no» come a conclusione di un ragionamento interno. Il termometro era salito a trentasette e cinque; dalla sera precedente, più d’un grado. Se l’ascensione continuasse rapida, se vi fosse pericolo di delirio avrebbe mandato a Bocca della Verità prima delle cinque. L’ascensione rapida non gli pareva probabile benchè quel trentasette e cinque avesse un colore nero.

Domandò all’ammalato se la luce della lampadina l’offendesse. Benedetto rispose che materialmente non l’offendeva, spiritualmente sì; gli toglieva di vedere per la finestra il cielo, la notte stellata.

«Illuminatio mea» diss’egli, dolcemente.

Il professore non capì, gli fece ripetere la parola, chiese quale fosse il suo lume, udì la voce fievole mormorare:

«Nox.»

Mayda non conosceva i Salmi, la parola profonda dell’antico ebreo, al quale parve oscuro il nostro piccolo sole che occulta il mondo superiore. Intese e non intese. Tacque riverente.

Benedetto cercava con gli occhi le stelle. La sua propria coscienza trapassava in esse che lo guardavano austere sapendolo presso a raccogliere, prima della morte imminente, tutta la storia morale della sua vita per dirla con parole che sarebbero un primo giudizio pronunciato nel nome di Dio Giustizia per impulso del Dio Amore, che non si perderebbero perchè nessun moto si perde, che apparirebbero, chi sa come, chi sa dove chi sa quando, per la gloria di Cristo, come testimonianza suprema di uno spirito alla Verità morale contro sè stesso. Così gli parlavano le stelle silenziose, animate del suo pensiero. E la sua vita gli si disegnò nella mente da capo a fondo, non tanto nei punti salienti esterni, come nella linea morale interna. Egli ne vide tutta la prima parte dominata da una concezione religiosa prevalentemente egoistica, ordinata a far convergere l’amore di Dio e degli uomini a un bene individuale, a un fine di perfezione propria e di premio. Sentiva dolore di avere così obbedita solamente a parole la legge che all’amore di sè stesso antepone l’amore di Dio; ed era un dolore dolce, non perchè gli fosse facile trovare scuse all’errore, imputarlo a maestri, ma perchè gli era dolcezza sentire il proprio niente nell’onda di grazia che lo avvolgeva. E sentiva il proprio niente in quel passato sfacelo di una religiosità manchevole, operato dall’insorgere dei sensi, nella depressione centrale della sua vita, tutta un tessuto di sensualità, di debolezze, di contraddizioni e di menzogne; il proprio niente anche nella vita posteriore alla sua conversione, impulso e opera di una Volontà interna e prevalente alla sua, durante il quale ultimo tempo gli pareva di avere, per conto proprio, solamente gravato contro l’impulso buono. Anelò a deporre come una spoglia pesante tutto quel «sè» che lo tardava. Conobbe parte di questo «sè» pesante anche l’affetto alla Visione, aspirò alla Verità Divina nel suo mistero qualunque ella fosse, si donò a lei con tale violenza di desiderio da spezzarsi, quasi, nel palpito; e le stelle gli folgorarono un senso così vivo della incommensurabile grandezza della Verità Divina di fronte alla concezione religiosa sua e dei suoi amici, e insieme una fede così certa di essere avviato a quella immensità, ch’egli esclamò alzando di scatto la testa dal guanciale:

«Ah!»

La suora si era appisolata ma il professore no.

«Cosa c’è?» diss’egli. «Vedi qualche cosa? «

Sulle prime Benedetto non rispose. Il professore alzò la lampadina e si chinò sopra di lui che volse il viso a guardarlo con una espressione di desiderio intenso e dopo averlo guardato lungamente sospirò:

«Ah professore, c’è che Lei deve venire dove vado io.»

«Ma sai» disse Mayda «dove vai, tu?»

«So» rispose Benedetto «che mi separo da tutto quello che si corrompe e che pesa.»

Poi domandò se qualcuno fosse andato alla parrocchia. Come, se non era passato che un quarto d’ora? Si scusò, gli pareva che fosse passato un secolo. Supplicò il professore di ritirarsi, di prendere riposo, contemplò daccapo i lumi celesti; poi chiuse gli occhi, desiderò Gesù, due braccia umane che lo sollevassero e lo cingessero, un petto umano, animato di Divino, dove celare il viso entrando nell’immenso mistero.

Ebbe i sacramenti alle sei. Il termometro era salito di qualche linea.

Alle nove Benedetto domandò di Giovanni Selva. Seppe ch’era venuto, ch’era ripartito e che c’era invece di Leynì. Volle vederlo malgrado l’opposizione del professore. Gli disse che desiderava salutare almeno alcuni dei suoi amici delle catacombe. Di Leynì lo sapeva, gliene aveva parlato Selva. Potè annunciare che si erano dato convegno a villa Mayda verso il tocco. La suora infermiera, venuta poco prima a sostituire la sua compagna, ebbe l’imprudenza di dire che tanta gente del popolo domandava notizie. Benedetto, lì per lì, non disse nulla; ma, uscito di Leynì, fece chiamare il professore. Il professore non c’era, aveva dovuto recarsi all’Università. Il discorso della suora avea fatto prendere definitivamente a Benedetto una risoluzione pensata fin da quando la prima luce del giorno gli aveva mostrato le pareti della camera dipinte di soggetti mitologici nello stile della Casa di Livia. Desiderò di un desiderio indicibile la sua cameretta antica. Là avrebbe veduto gli amici, i popolani che volessero visitarlo, e, se fosse venuta, l’altra persona. Pregò di parlare al giardiniere e ai servi, espresse il suo desiderio; e perchè coloro rifiutavano di trasportarlo, li supplicò per amor di Dio, li commosse tanto che si arresero, a rischio di venir cacciati. «Idee proprio di Santi» pensò la suora. Benedetto fece il tragitto nelle braccia del giardiniere e di un servo, avviluppato di coperte, col Crocifisso in mano. La sua consolazione di trovarsi nella cameretta povera fu così grande che parve a tutti migliorato. Ma il termometro saliva.

Dopo il tocco il termometro segnava trentanove. Don Clemente era arrivato alle dieci e mezzo.

III.

I Selva e di Leynì raggiunsero il gruppo di persone che li aspettavano nel viale degli aranci. Erano tutti laici meno uno, un giovine sacerdote abruzzese, piccolo, dal viso olivastro, dagli occhi neri, profondi e ardenti. Vi era lo studente Elia Viterbo, ora cristiano, stato battezzato da quel sacerdote. Vi era il biondo giovinetto lombardo prediletto dal Maestro. Vi era un giovine operaio, abruzzese anche lui, amico del prete, bellissimo, dalla faccia di apostolo; vi era quell’Andrea Minucci della riunione religiosa di Subiaco; vi erano un pittore, un ufficiale di marina comandato al Ministero e altri; tutti uomini che ogni amore terreno avrebbero sacrificato all’amore di Benedetto. Nessuno di loro aveva creduta vera una sola delle voci calunniose sparse contro di lui. Lo avevano difeso con impetuoso sdegno contro i compagni diffidenti. Si potrà dire di essi un giorno che furono posti alla prova dalla Provvidenza ed eletti quindi a continuatori dell’opera del Maestro. Di Leynì era della loro schiera; in Giovanni Selva essi ammiravano e riverivano un uomo ammirato e riverito dal Maestro, provandone però soggezione. Stavano da un pezzo nel viale degli aranci ad aspettare appunto lui; perchè a entrar dal Maestro non si aspettava che il signor Giovanni. Molti di loro avevano le lagrime agli occhi. All’avvicinarsi dei Selva, tutti si levarono il cappello in silenzio. Giovanni si avviò, seguito dall’intero gruppo, verso la casina. Sua moglie veniva ultima. Uno dei giovani le accennò di passare avanti, ma ella non volle e nessuno insistette. Non era luogo nè ora di cerimonie; Maria sentiva che quegli uomini erano chiamati prima di lei a continuare l’opera di Benedetto dopo la sua morte. Camminavano in silenzio e a capo scoperto malgrado la pioggia, Selva come gli altri.

Mayda li ricevette sulla soglia. Al suo ritorno dall’Università, egli aveva accolto la notizia del passaggio di Benedetto alla casina con un terribile scoppio di collera. Non aveva poi disarmato con la suora, con il giardiniere, con i servi; ma si era persuaso in cuor suo, considerando la nota delle temperature prese ogni mezz’ora, che quel colpo di follia non aveva modificato sensibilmente il corso fatale della febbre. Alla domanda se si dovesse restar poco nella camera, cercare che l’ammalato parlasse il meno possibile, rispose:

«Fate tutto quello che desidera; è il banchetto del condannato.»

E li precedette sur una scaletta di legno.

«I tuoi amici» diss’egli, entrando nella camera. Li fece passare, e, chiuso l’uscio, si appoggiò a uno stipite della porta, con le mani incrociate dietro il dorso, guardando Benedetto. L’alta figura bruna non si mosse più di là tutto il tempo che Benedetto trattenne i suoi fedeli.

Benedetto aveva il viso acceso, gli occhi lucenti, il respiro frequente. Salutò gli amici con un «grazie» vibrante di sovreccitazione lieta che strappò a qualcuno dei singhiozzi. Allora egli alzò la mano come pregando di chetarsi. Dopo ricevuto il Viatico la sua continua preghiera era stata di poter parlare ai suoi discepoli prediletti, di avere da Dio parole di verità e forza bastevole a pronunciarle. Si sentiva ora il petto pieno dello Spirito.

«Venitemi vicini» diss’egli.

Il giovinetto biondo passò avanti agli altri, s’inginocchiò, rigato il viso di tacite lagrime, al letto del Maestro che gli posò la mano sul capo e riprese:

«Restate uniti.»

Le dolorose parole taciute accorarono maggiormente; ma ciascuno sentì che quell’anima era per dare l’ultima luce di ammaestramento e di consiglio, ciascuno represse il pianto. La voce di Benedetto suonò nel silenzio più profondo.

«Pregate senza posa e insegnate a pregare senza posa. Questo è il fondamento primo. Quando l’uomo ama veramente di amore una persona umana o una idea della propria mente, il suo pensiero aderisce in segreto continuamente al suo amore mentr’egli attende alle più diverse occupazioni della vita, sia vita di servo, sia vita di re; e ciò non gli toglie di attendervi bene ed egli non ha bisogno di rivolgere molte parole al suo amore. Gli uomini del mondo possono portare così nel loro cuore una creatura, una idea di verità o di bellezza. Portate voi sempre nel vostro il Padre che non avete veduto ma che avete sentito tante volte come uno Spirito di amore spirante in voi, che vi metteva il desiderio dolcissimo di vivere per esso. Se così farete, l’azione vostra sarà tutta viva di spirito di Verità.»

Riposò un poco, guardò don Clemente seduto accanto al letto, sorrise.

«Parole Sue della cara Santa Scolastica» diss’egli. E continuò:

«Siate puri nella vita perchè altrimenti disonorerete Cristo davanti al mondo; siate puri nel pensiero perchè altrimenti disonorerete Cristo davanti agli spiriti di bontà e agli spiriti di nequizia che si combattono nelle anime dei viventi.»

Detto così, egli cinse col braccio la testa del giovinetto biondo quasi a difenderla dal male e pregò nell’anima per lui ch’era forse la sua maggiore speranza. Poi ripigliò:

«Siate santi, non cercate nè lucri nè onori, mettete in comune per le vostre opere di verità e di carità il superfluo misurato secondo la voce interna dello Spirito. Siate benefici amici a tutti i dolori umani nei quali v’incontrerete, siate mansueti ai vostri offensori e derisori che saranno molti anche nell’interno della Chiesa, siate intrepidi a fronte del male; datevi alle necessità l’uno dell’altro; perchè se tali non vivrete non potrete servire lo Spirito di Verità e perchè il mondo riconosca la Verità dai vostri frutti, perchè i fratelli riconoscano dai vostri frutti che voi siete di Cristo.»

Don Clemente si piegò sopra di lui per la pietà del suo respirare affannoso, gli disse piano che riposasse. Benedetto gli prese, gli strinse la mano, tacque alcuni istanti. Poi, levatigli in viso i grandi occhi lucenti, rispose:

«Hora ruit

E ricominciò:

«Ciascuno di voi adempia i suoi doveri di culto come la Chiesa prescrive, secondo stretta giustizia e con perfetta obbedienza. Non prendete nomi per la vostra unione, nè parlate mai collettivamente, nè fatevi regole comuni oltre a queste che vi ho dette. Amatevi, l’amore basta. E comunicate gli uni con gli altri. Molti lavorano nella Chiesa lo stesso lavoro al quale vi preparate voi con la preparazione morale che vi ho prescritta: voglio dire un lavoro di purificazione della fede e di penetrazione della fede purificata nella vita. Onorateli e apprendete da essi ma non fateli partecipi della vostra unione se spontaneamente non vengano a voi per mettere il loro superfluo in comune. Questo sarà il segno che Iddio li manda a voi.»

Qui Benedetto s’interruppe, pregò dolcemente Giovanni Selva di venirgli più vicino.

«Desidero vederla» diss’egli. «Quello che ho detto e più ancora quello che dirò è nato da Lei.»

Stese la mano a prendere quella di don Clemente, soggiunse:

«Il padre lo sa. – Noi dobbiamo sentire Iddio presente in noi stessi ma dobbiamo anche sentirlo ciascuno di noi nell’altro e io lo sento tanto in Lei. – Sì» proseguì volgendosi a don Clemente come per un appello alla sua autorità «questo è il fondamento vero della fraternità umana e per questo coloro che amano gli uomini e si figurano di essere freddi con Dio sono più vicini al Regno di tanti che si figurano di amare Dio e non amano gli uomini.»

Il giovine prete che stava, quasi timidamente, dietro Selva, esclamò: «oh sì sì!» Selva piegò il capo, sospirando. L’alta figura bruna addossata a uno stipite della porta non si mosse, ma il suo sguardo fermo a Benedetto ebbe una intensità, una tenerezza, una tristezza indicibili.

Don Clemente si piegò da capo all’infermo, gli disse di sostare un poco; anche la suora ne lo pregò. Mayda non parlò nè parlarono i discepoli. Benedetto bevve un po’ d’acqua, ringraziò e riprese il suo dire.

«Purificate la fede per gli adulti ai quali è incomportabile il cibo degl’infanti. Questa parte del vostro lavoro è per quelli che sono fuori della Chiesa, le appartengano di nome o no, per quelli ai quali voi vi mescolerete incessantemente. Lavorate a glorificare l’idea di Dio adorando sopra ogni cosa la Verità e insegnando che non vi è verità contro Dio nè contro la Sua legge. Badate però con altrettanta cura che gl’infanti non accostino la bocca al cibo degli adulti. Non vi offenda una fede impura, una fede imperfetta dove pura è la vita e giusta è la coscienza; perchè rispetto alle profondità infinite di Dio poca differenza vi è tra la fede della femminetta e la fede vostra e se la coscienza della femminetta è giusta, se la sua vita è pura, voi non passerete avanti a lei nel Regno dei Cieli. Non pubblicate mai scritti intorno a questioni religiose difficili perchè sieno venduti ma distribuiteli secondo prudenza e mai non vi apponete il vostro nome.

«Lavorate per la penetrazione della fede purificata nella vita. Questo lavoro è per quelli che nella Chiesa sono e nella Chiesa vogliono essere e si chiamano turba, popolo infinito; per coloro che veramente credono nei dogmi e si compiacerebbero di crederne anche più, che veramente credono nei miracoli e si compiacciono di crederne anche più, ma veramente non credono nelle Beatitudini, che dicono a Cristo: «Signore, Signore!» ma pensano che sarebbe troppo duro di fare tutta la Sua volontà e neppure hanno zelo di cercarla nel Libro Santo e non sanno che religione è sopra tutto azione e vita. A costoro che pregano abbondantemente, spesso idolatricamente, insegnate voi a praticare, oltre alle preghiere prescritte, anche la preghiera mistica in cui è la fede più pura, la più perfetta speranza, la più perfetta carità, che purifica per sè l’anima e purifica la vita. Vi dico io di prendere pubblicamente il posto dei Pastori? No; ciascuno lavori nella propria famiglia, ciascuno lavori fra i propri amici, chi può lavori nel libro. Così lavorerete anche il terreno onde i Pastori sorgono.

«Figli miei, non vi prometto che rinnoverete il mondo. Lavorerete nella notte senza profitto apparente come Pietro e i suoi compagni sul mare di Galilea, ma Cristo alfine verrà e allora il vostro guadagno sarà grande.»

Tacque, pregò per i suoi discepoli, sospirò nella prescienza di molto loro soffrire da molte specie di nemici e disse le ultime parole:

«Più tardi le vostre preghiere; adesso il vostro bacio.»

I discepoli domandarono a una voce di essere benedetti. Egli si schermì, disse di non sentirsi degno:

«Non sono che il povero cieco, al quale il Signore ha aperti gli occhi col fango.»

Don Clemente non parve udire, s’inginocchiò dicendo:

«Anche me.»

Benedetto gl’impose con umile obbedienza la mano sul capo, disse le parole latine della benedizione rituale e lo baciò. Così fece agli altri, uno per uno. Parve a ciascuno sentirsi fluire nell’interno da quella mano il vento dello Spirito. Quando fu la volta del prete, questi mormorò:

«Maestro, e noi?»

Il morente si raccolse alcuni istanti, rispose:

«Siate poveri, vivete da poveri, siate perfetti, non compiacetevi nè di titoli nè di vesti di onore, non dell’autorità personale nè dell’autorità collettiva, amate coloro che vi odiano, astenetevi dalle parti, pacificate nel nome di Dio, non accettate uffici civili, non tiranneggiate le anime nè vogliate governarle troppo, non fate culture artificiali di sacerdoti, pregate Dio di esser molti ma non temete di esser pochi; non crediate che vi abbisogni molta scienza umana, solo vi abbisogna molto rispetto per la ragione e molta fede nella Verità universale e inscindibile.»

Ultima si avvicinò Maria Selva. S’inginocchiò a due passi dal letto. L’infermo le sorrise, le fe’ cenno di alzarsi.

«La ho già benedetta in Suo marito» diss’egli. «Non li so distinguere. Ella è una parte dell’anima sua. Ella è il suo coraggio, lo sia sempre più nelle ore penose che lo aspettano. E siate insieme la poesia dell’amore cristiano fino all’ultimo. Fermatevi ora qui un poco tutt’e due.»

La luce venne meno rapidamente nella camera mentre i discepoli uscivano. Si udì il rombo del tuono, la suora andò a chiudere la finestra. Prima guardò nel giardino, esclamò: «poverini!» Benedetto udì, volle sapere, apprese che il giardino formicolava di persone venute per vederlo, che una pioggia tempestosa era imminente. Pregò i Selva di attendere e Mayda di far entrare il popolo.

Un calpestio pesante suonò sulla scaletta di legno. La porta si aperse, parecchi popolani entrarono adagio in punta di piedi. In un momento la camera fu piena. Una calca di teste scoperte si affacciava alla porta. Nessuno parlava, tutti guardavano Benedetto, smarriti, riverenti. Benedetto salutò colle due mani, a braccia aperte.

«Vi ringrazio» diss’egli. «Pregate come certo a qualcuno di voi ho insegnato. E Dio sia con voi, sempre.»

Un omone grande gli rispose, tutto rosso:

«Noi si pregherà ma Lei non more, sa. Lei non creda sta cosa. Però ce benedica.»

«Sì, ce benedica» suonò da ogni parte. «Ce benedica.»

Intanto dalla scaletta venivano voci impazienti di gente che voleva e non poteva salire. Benedetto disse qualche cosa, piano, a don Clemente. Don Clemente ordinò che i presenti sfilassero davanti al letto uscendo poi dalla camera perchè potessero sfilare anche gli altri.

A uno a uno passarono tutti. Erano genterella del Testaccio, operai, garzoni di negozio, venditrici di frutta, piccoli merciaiuoli, accattoni. Benedetto andava ripetendo di tanto in tanto, con voce stanca, parole di congedo. – Addio. – Pregate per me. – A rivederci in paradiso. – Chi passando davanti lui piegava il ginocchio in silenzio, chi toccava il letto e si faceva il segno della croce, chi gli raccomandava sè o persone care, chi gli diceva benedizioni. Uno gli domandò perdono di aver creduto ai suoi calunniatori. Fu allora una sequela di «anche a me, anche a me.» Passò la gobbina di via della Marmorata, cominciò a raccontargli piangendo che il suo vecchio prete si era confessato e avrebbe voluto dirgli tutta la sua gratitudine. Chi seguiva la spinse via ed ella passò per sempre dagli occhi di lui. Tanti così gli passarono davanti l’ultima volta e piangendo si allontanarono da lui per sempre, ch’egli aveva consolati nello spirito e nel corpo. Molti ne riconobbe e salutò col gesto. Quelli giravano via pure girando il volto lagrimoso continuamente a lui. La fila che scendeva sfiorando sulla scaletta la fila che saliva, le antecipava le impressioni della camera dolorosa. – Ah che viso! – Ah che voce! – Dio, muore! – È un angelo di Dio! –Vedrete! – Ci ha il paradiso negli occhi! – E non pochi mormoravano maledizioni agl’infamacci che lo avevano calunniato, non pochi parlavano, fremendo, di veleno e di assassinio. Dio, portato via dai questurini, ritornava così! Un lugubre tuonare continuo e il gran pianto uguale della pioggia coprivano i sussurri pietosi e irosi.

Finito di scolare il fiume del popolo, Mayda fece aprire la finestra perchè l’aria si era viziata. Benedetto pregò che gli alzassero un poco il capo, desiderando vedere il gran pino inclinato al Celio. La verde livida corona dell’ombrello tagliava obliqua il cielo tempestoso. La guardò a lungo. Riadagiato il capo sul guanciale, accennò a don Clemente di piegarsi verso di lui, gli disse, quasi all’orecchio:

«Sa, quando mi hanno portato qua dalla villa, ho sentito un fortissimo impulso a pregare che mi portassero sotto il pino che si vede dalla finestra, per morire lì. Ma ho anche pensato subito ch’era una cosa troppo voluta, e che non era buona. E poi – soggiunse sorridendo – sarebbe sempre mancato l’abito.»

Un lieve moto delle labbra di don Clemente gli rivelò ch’egli aveva recato l’abito con sè da Subiaco. N’ebbe un assalto di commozione intensa. Giunte le mani, stette in silenzio fino a che durò la lotta interna fra il desiderio che la Visione si compiesse e la coscienza che non si sarebbe compiuta naturalmente. Si raccolse in un atto di abbandono alla Divina Volontà.

«Il Signore vuole che io muoia qui» diss’egli. «Però mi permette di avere almeno l’abito sul letto prima di morire.»

Don Clemente si chinò sopra di lui e lo baciò in fronte.

Intanto i Selva attendevano in disparte. Benedetto li chiamò a sè, disse loro che avrebbe ricevuto la signora Dessalle fra mezz’ora, ma che la pregava di non venire sola. Poteva venire con loro. Insieme ai Selva uscì anche Mayda. La suora dormicchiava. Allora Benedetto pregò don Clemente di recarsi poi dal Pontefice, di dirgli come la fine della Visione non si fosse avverata, come quindi tutto l’apparente miracoloso della sua vita svanisse, come finalmente egli avesse sentita con grande dolcezza, prima di morire, la benedizione del Papa.

«E gli dica» finì «che spero di poter parlare ancora nel suo cuore.»

L’ambascia era diminuita ma la voce si affiochiva, le forze venivano mancando colla febbre. Don Clemente gli prese e tenne a lungo il polso. Poi si alzò.

«Lei va a prendere l’abito?» mormorò Benedetto con un sorriso dolcissimo. Il bel viso del padre si coperse di rossore. Egli vinse presto il sentimento umano che gli consigliava di simulare, e rispose:

«Sì, caro. Credo che sia il tempo.»

«Che ore sono?»

«Le cinque e mezzo.»

«Lei crede alle sette? Alle otto?»

«No, non così presto, ma desidero che tu abbia questa consolazione subito.»

In un salottino della villa, Giovanni Selva, guardato l’orologio, disse a sua moglie:

«Andate.»

L’intelligenza era che con Jeanne andassero da Benedetto Maria e Noemi. Questa stese le mani a suo cognato.

«Sai» diss’ella, tutta tremante « vado a dargli una notizia che riguarda l’anima mia. Non ti offendere se la do a lui prima che a te.»

Jeanne intuì la notizia che Noemi avrebbe portato al morente: la sua prossima conversione al Cattolicismo. Tutta la forza ch’ell’aveva raccolto in sè per il momento supremo l’abbandonò. Abbracciò Noemi e scoppiò in lagrime. I Selva le fecero animo, ingannandosi circa quel pianto. Ella pregò, fra i singhiozzi, che andassero, che andassero; a lei era impossibile di venire. Noemi sola intese. Jeanne non voleva venire perchè aveva indovinato e non poteva fare quanto avrebbe fatto lei. La supplicò, la scongiurò, le mormorò tenendola abbracciata: «perchè non cedi, in questo momento?»

Jeanne rispose solamente, singhiozzando:

«Oh tu mi capisci!» E perchè Noemi protestava di non voler più andare, la supplicò alla sua volta di andare, di andare subito, di non tardare a dargli questa consolazione. Ella non poteva, non poteva, non poteva! Non ci fu verso di smuoverla. Un domestico venne a chiamare Selva. Maria e Noemi uscirono.

Rimasta sola, Jeanne ebbe un momento l’idea di raggiungerle, di arrendersi, di andargli a dire ella pure una parola di gioia. Cadde ginocchioni, stese le braccia, quasi a lui che le stesse davanti, singhiozzò: «caro, caro, come ti potrei ingannare?» Aveva lottato più volte col proprio scetticismo imperioso e sempre invano. Uno slancio di dedizione alla fede, lo sapeva, non sarebbe stato durevole.

«Perchè non mi vuoi sola?» gemette ancora, sempre ginocchioni. «Perchè non mi vuoi sola? Perchè le coscienze pie non si offendano? Perchè la mia disperazione non ti turbi? Perchè non mi vuoi sola? Posso io dire davanti a loro quello che ho dentro di me? Tu che sei buono come il tuo Signore Gesù, perchè non mi vuoi sola? Oh!»

Ella scattò in piedi, convinta che se Piero la udisse risponderebbe «sì, vieni.» Stette un attimo come impietrata, colle mani alle tempie; e mosse poi lentamente, simile a una sonnambula, uscì del salotto, attraversò il vestibolo, scese in giardino.

Pioveva tanto dirottamente, il cielo, corso tuttora di tempo in tempo dal tuono, era tanto fosco che prima delle sei, quella sera di febbraio, pareva già quasi notte. Jeanne entrò come stava, a capo scoperto, nella pioggia fitta e fredda, prese, senz’affrettar il passo, non il viale degli aranci a destra ma il sentiero che scende a sinistra fra due righe di grandi agavi a un boschetto di lauri, di cipressi e di ulivi cui si aggrappano rose. Passò dal gran pino che guarda il Celio e girando al basso verso destra per un lungo arco di via, si condusse alla fonte che un avello antico raccoglie nel pendìo ripido fra una cintura di mirti, pochi passi più giù che la casina del giardiniere. Ivi si fermò. Una finestra della casina luceva; certo la finestra di Piero. Vi passò un’ombra; forse Noemi! Jeanne sedette sull’orlo marmoreo della vasca. Era possibile di affogare lì dentro? Avrebbe cercato di morire se non ci fosse Carlino? Pensieri vani; non vi si trattenne. Attese, attese, sotto la pioggia fredda, con gli occhi e l’anima fermi alla finestra lucente. Altre ombre. Partono, adesso? Sì, forse partono Maria e Noemi ma non lasceranno Piero solo. Ci sarà Mayda, ci sarà il benedettino, ci sarà la suora. Ebbene, ella tenterà. Un passo frettoloso nel viale degli aranci; qualcuno che si avvia alla casina. Jeanne, che si era alzata, torna a sedere. Ecco, quell’ignoto è entrato. Movimento di ombre alla finestra. Due persone escono parlando vivacemente; le voci del professore e di Giovanni Selva. Pare che parlino di qualcuno venuto a prendere notizie. Altre persone escono, l’acqua delle grondaie mormora sugli ombrelli. Devono esser loro, Maria e Noemi. Jeanne si alza da capo, si avvia.

Passa l’uscio della casina, vede gente nella cucina del giardiniere, prega una ragazza di salire a vedere presso l’ammalato, chi ci sta. Quella esita, cerca schermirsi, ma poi va, scende subito. Ci stanno il prete e la suora. Jeanne domanda un po’ di carta, una matita, un lume. Comincia a scrivere:

«Padre – Mi rivolgo...» S’interrompe, sta in ascolto. Qualcuno scende la scaletta di legno. Un passo d’uomo; dunque il padre. Allora gli parlerà. Butta via la matita, gli va incontro sulla scaletta. È scuro, don Clemente la scambia per Maria Selva.

«È quieto» dice, prima ch’ell’apra bocca. «Pare che dorma. Gli ha fatto tanto bene quello che Sua sorella gli ha detto. Il professore crede che passerà la notte. Faccia venire anche l’altra signora. L’ha domandata. Credevo che fossero andate a prenderla.»

Jeanne tace, si fa da banda. Egli dice «permesso» e passa senza guardarla, va in cucina per avere un po’ di pane e un po’ d’acqua, digiuno com’è dalla sera precedente. Jeanne trema come una foglia. Egli l’ha domandata! Queste parole, il favore del caso le danno le vertigini. Sale piano piano, spinge l’uscio piano piano. La suora la vede, fa per alzarsi. Ella le accenna, col dito alla bocca, di non si muovere, si accosta piano piano al letto, vede una lunga cosa nera distesa sulle coltri, si arresta esterrefatta, non comprende. Ode un lievissimo gemito. Il giacente alza la mano destra con un gesto vago, come se cercasse qualche cosa. La suora si alza ma Jeanne, più pronta, è di slancio al guanciale, si china su Piero che ha ripreso a gemere, ad agitar la mano.

Jeanne lo interroga affannosa, egli non risponde, geme, guarda qualche cosa accanto al letto e Jeanne offre un bicchiere d’acqua, gli vede scotere il capo, si dispera di non capire. Ah, il Crocifisso, il Crocifisso! La suora alza il lume da terra, Jeanne porge il Crocifisso a Piero che gli affigge le labbra e la guarda, la guarda con gli occhi grandi, vitrei, dov’è la morte. La suora getta un grido, corre a chiamare il padre. Piero guarda Jeanne, guarda Jeanne, si sforza di prendere il Crocifisso a due mani, di alzarlo verso lei, le sue labbra si agitano, si agitano, non ne esce suono. Jeanne si raccoglie nelle proprie le mani di Piero, bacia il Crocifisso di un bacio appassionato. Egli chiude allora gli occhi, il suo volto s’irradia di un sorriso, si piega un poco sulla spalla destra, non si move più.

FINE.

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Ultimo aggiornamento: 10 settembre 2012