Antonio Fogazzaro

Discorsi

Edizione di riferimento

Antonio Fogazzaro, Discorsi MILANO TIP. Edit. L. F. Cogliati Via Pantano, 26 1898. Milano - Tip. Edit L: 7. Cogliati

Sezione nel P. I. pei Figli della Provvidenza

Piazza Filangeri, 8.

PROEMIO

Ho pensato di scegliere nell′ opera mia e di raccogliere in un volume alcuni fra i Discorsi che scrissi in epoche diverse e intorno ad argomenti diversi. Ho posto da banda quelli di troppo antica data perchè all′età loro non si conviene più di viaggiare il mondo, e quelli sulla teoria dell′Evoluzione perchè il ciclo non n′è forse ancora chiuso e mi propongo, per la singolarità della materia, farne più tardi un volume a parte. Mi permisi invece d′introdurre fra i discorsi due articoli di Rivista. Accanto alla commemorazione di Giacomo Zanella mi parve opportuno porre lo scritto intitolato " Giacomo Zanella e la sua fama " che uscì nella Nuova Antologia cinque anni dopo la morte del Poeta. Così alla commemorazione di Antonio Rosmini accoppiai lo scritto sul filosofo roveretano che comparve pure nella Nuova Antologia. Il libro potrà giudicarsi inorganico; tuttavia confido che almeno qualche lettore attento vi sappia discernere un segreto nesso delle parti, una immagine di quell′ambiente vario nella unità onde ciascun giudizio, ciascun sentimento espresso nelle seguenti pagine ripete la origine sua.

Antonio Fogazzaro.

Un′opinione di Alessandro Manzoni [1].

Il Bonghi, commemorando Alessandro Manzoni nella sala Manzoniana della Biblioteca di Brera, ha detto: Chi paragona la copia manoscritta dei Promessi Sposi col libro stampato, troverà soppresse in questo molte parti di quella. In un luogo egli dice che cosa egli ha soppresso di proposito, interrompendo il racconto ed entrando in una discussione tra lui stesso ed un personaggio immaginario. Questi lo censura di non ricordare nulla di quello che i due infelici giovani, promessi sposi, hanno sentito; di non descrivere i principii, gli aumenti, le comunicazioni del loro affetto, insomma di non mostrarli innamorati. Ora egli confessa che di tali cose, di descrizioni di tali cose la sua storia traboccava anzi n′erano la parte più elaborata, ma nel trascrivere dic′egli e nel rifare io salto tutti i passi di questo genere. O perchè? chiede il personaggio immaginario. Perchè risponde lui io sono di quelli che dicono che non si deve scrivere d′amore in modo da far consentire l′animo di chi legge a questa passione. Del che rimproverandolo l′interlocutore immaginario e dandogliene accusa di spirito piccino, pinzochero, claustrale e peggio, egli si difende provando che vi sono, certo, molte persone le quali pur si vorrebbe che leggessero il libro, ma che sarebbero assai più turbate, nella lor vita, da dipinture di amori che ci trovassero. Concludo scrive che l′amore è necessario a questo mondo: ma ve n′ha quanto basta, e non fa mestieri che altri si dia la briga di coltivarlo; e che, col volerlo coltivare, non si fa altro che farne nascere dove non fa bisogno. Vi hanno altri sentimenti dei quali il mondo ha bisogno e che uno scrittore secondo le sue forze può diffondere un po′ più negli animi; come sarebbe la commiserazione, l′affetto al prossimo, la dolcezza, l′indulgenza, il sacrifizio di sé stesso; oh di questi non ve n′ha mai eccesso; e lode a quegli scrittori che cercano di metterne un po′ più nelle cose di questo mondo; ma dell′amore, come vi dicevo, ve n′ ha, facendo un calcolo moderato, seicento volte più di quello che sia necessario alla conservazione della nostra riverita specie. Io stimo dunque opera imprudente l′andarlo fomentando cogli scritti; e ne son tanto persuaso che se un bel giorno, per prodigio, mi venissero ispirate le pagine più eloquenti d′amore che un uomo abbia mai scritte, non piglierei la penna per metterne una linea sulla carta, tanto son certo che mi pentirei.

Queste parole non si leggono senza turbamento. È in esse la condanna, totale o parziale, di quasi tutte le opere più famose che l′ ingegno umano ha prodotte nel campo della letteratura, di tante pagine, di tanti libri che a noi parevano consacrati da una bellezza immortale, che hanno rapito la nostra fantasia giovanile, che ci ristorano e ci esaltano ancora nell′età matura, sovente meglio intesi e meglio ammirati. Noi proviamo una commozione amara, simile in qualche parte, in qualche modo, a quella che vinse Dante quando, disceso là dove la buia bufera infernale porta gli spiriti che male amarono, udì

Nomar le donne antiche e i cavalieri.

In queste parole vi è altresì, per alcuno di noi, una condanna non meno acerba. Le passioni d′amore hanno gran parte nella letteratura moderna. Molti scrittori hanno rappresentata la passione sensuale senz′altro intendimento che di riprodurre il vero, o di dilettare, o di far rumore e guadagni; senz′altro freno che le leggi penali. Il successo è stato doloroso per la morale e per l′arte. I poeti e i romanzieri di queste scuole volontariamente o involontariamente corruttrici pullularono; ma non avemmo nessun Catullo, nessuna Saffo, nessun Boccaccio. In Italia la furia e la tempesta dei verseggiatori erotici ne poterono talvolta ricordare, nostro malgrado, l′antico inno omerico a Venere, in cui si vede la voluttuosa immortale trarsi dietro sull′Ida, anelanti, tutti i cinghiali, i cervi, i leopardi e gli animali minori delle foreste. Molti si sdegnarono di una tale viltà. Alcuno espresse il proprio sdegno direttamente; ad altri parve che il miglior modo di combattere un′arte abbietta fosse di contrapporvi un′arte elevata, e costoro si proposero di rappresentare l′amore in una tale forma che l′animo di chi legge, adoperiamo di proposito la frase manzoniana, vi consentisse; ma vi consentisse innalzandosi, purificandosi. Si aspettavano essi di venir colpiti in fronte e nel petto, dal nemico; sono invece colpiti alle spalle, da un potente cui si gloriavano di avere dietro a sè.

Questi è un uomo di genio, un grande poeta, il più grande poeta che l′Italia abbia posseduto da secoli; è un conoscitore profondo dell′anima umana; ne ha rappresentate, con eguale potenza, di nobili e d′ignobili, di fredde e di appassionate; ne ha posto in luce, con arte incomparabile, gì′ intimi movimenti. Anche se la questione attuale fosse una questione d′ arte, il solo suo voto contro un plebiscito di tutti i tempi potrebbe farci pensosi. Ma egli non ne fa una questione d′arte, ne fa una questione di morale. Ora questo grande poeta è un cattolico non meno ardente del Rosmini, e pone al servizio della sua fede cattolica una logica non meno acuta, non meno inflessibile di quella dell′illustre filosofo amico suo, una chiarezza intellettuale ancora più luminosa.

Questa fede gl′insegna la morale più sublime che il mondo abbia udita. Egli la possiede come cosa propria, l′ha infusa nel romanzo quale una inestinguibile fiamma vitale che tutto anima, occulta in ogni parola; l′ha levata sola ed alta in un libro quale una luce di salvezza che non si oscura. Se un giudizio di Alessandro Manzoni in argomento d′ arte ha immensa autorità, l′ha molto più grande in argomento di morale. Tale è il giudizio che si contiene nella pagina riferita dal Bonghi. La forma di questa prosa inedita è prettamente manzoniana, semplice, precisa, trasparente; la sostanza n′è tale che nessuno oserebbe porre in dubbio almeno la parte relativa a quei sentimenti di cui il mondo ha bisogno oltre all′amore; e dall′altra parte non si può affermare che contraddica ad alcuna opera letteraria del Manzoni. I principii, gli aumenti e le comunicazioni dell′amore mancano pure nelle tragedie.

Il poeta d′Ermengarda accenna bene agli ardori della morente per l′uomo che davanti a Dio è ancora suo, ma non per farvi consentire l′animo nostro. Egli li chiama fuoco terrestre, e chiama empia la virtù dell′amore. Un tale contegno per parte del maggior poeta italiano di questi ultimi secoli potrebbe, anche senza la pubblicazione del Bonghi, sospettarsi premeditato e voluto.

Ora ecco una conferma autentica di questo sospetto.

Io sono di quelli che dicono che non si deve scrivere d′amore in modo da far consentire l′animo di chi legge a questa passione. Facilmente ci torna nella immaginazione commossa il buio infernale dove sono i peccatori che la ragion sommettono al talento. Ma ora la bufera tace, e una voce soave dice nel pianto:

Noi leggevamo un giorno per diletto

Di Lancillotto come amor lo strinse;

Soli eravamo e senz′alcun sospetto.

Più fiate gli occhi ci sospinse

Quella lettura e scolorocci il viso;

Ma un punto solo fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il desiato riso

Esser baciato da cotanto amante,

Questi che mai da me non fia diviso

La bocca mi baciò tutto tremante;

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse.

Pare quasi che la sentenza espressa tranquillamente, in una prosa serena, dal Manzoni, sia incarnata qui e scolpita da Dante, ad esempio di tutti i secoli, in un terribile dramma.

Finalmente il fatto di tanti gloriosi maestri della parola che in ogni tempo rappresentarono potente e attraente la passione d′amore, non ha per sè decisiva importanza contro un simile giudizio. I grandi artisti pagani che scrissero sotto l′impero di una morale imperfetta e quelli posteriori che non professarono rigorosamente la morale cristiana non possono fare autorità contro Alessandro Manzoni. E sono molti davvero.

Qualcuno vorrebbe forse rifiutare a priori la sentenza del Manzoni. Vorrebbe respingere qualunque atto sovrano di qualunque morale nel campo dell′arte. Vorrebbe almeno sostenere che dove l′arte non offende direttamente l′onestà, nessun moralista abbia il diritto di alzar la voce, è di portare le sue insegne, né di mettere il piede. Per parte mia, disdegno questa obbiezione. Se è vero che scrivendo d′amore in modo da farvi consentire l′animo di chi legge, solo si ottiene di farne nascere dove non fa bisogno, ciò sicuramente non si deve; e io nemmeno comprendo per quale ragionamento di filosofo, per quale passione di artista ciò che non si deve si possa.

Dunque la opinione del Manzoni ha tutti i caratteri esterni della verisimiglianza; autorità straordinaria dell′uomo, sua competenza speciale, conformità di ogni opera sua alla dottrina professata, eccellenza del principio cui s′ispira, sovranità universale dello stesso principio. La sola eccezione che le si può muovere a priori non ha valido fondamento.

Possiamo paragonare questo brano di prosa inedita a un anello tratto dal sepolcro, dalla mano ischeletrita d′un re. Ha il fulgore dell′oro, porta la cifra reale, segna ancora la impronta che fu già sì potente, ha tutti i caratteri esterni della nobiltà . Ebbene, se di questo anello si vuol fare una moneta che abbia corso dovunque e in ogni tempo, presso chi avrà onorato il principe a cui appartenne e chi non ne avrà mai udito il nome, esso dovrà pur subire almeno la prova del fuoco; e se di questa opinione si vuol fare un precetto che pesi sugli scrittori presenti e venturi, il nostro diritto è di esaminarla e discuterla.

Se noi consideriamo l′argomentazione manzoniana nel suo contesto, in ciascuna delle sue parti e finalmente nel suo legame con quelle descrizioni d′amore che il Manzoni scrive d′avere soppresso nei Promessi Sposi, siamo colpiti da una somiglianza bizzarra. È come se ammirando i merletti d′una tovaglia d′altare ci paresse a un tratto di riconoscerli, di averli veduti ancora ad un ballo o a una cena, intorno allo scollo dell′abito d′una bellezza mondana. Nel fine ordito dei periodi che il Bonghi riproduce ne par vagamente d′intravedere linee profane e beffarde; crediamo riconoscere, con alta meraviglia, la immagine della famosa Metafisica dell′amore di Schopenhauer.

L′amore, in tutti i suoi palpiti e i suoi fantasmi, nei suoi eroismi, nelle febbri violente come nelle aspirazioni sublimi e pure che oltrepassano questa vita, è semplicemente l′istinto della specie di conservare se stessa. L′individuo n′è inconscio. Il genio della specie lo inebbria d′illusioni per trarlo al proprio fine. Quegli crede seguire la sua felicità , obbedire al suo cuore, alla sua fantasia e segue invece questo ironico, brutale padrone occulto. Ecco in breve la teoria di Schopenhauer.

Ed eccone adesso la immagine in quest′altra prosa casta e severa.

Il Manzoni ha voluto sopprimere, nel suo romanzo, i principii, gli aumenti e le comunicazioni dell′amore di Renzo e Lucia; ma non è troppo difficile ricostruire il piano di queste pagine distrutte, indovinarne la sostanza. Il giovane era onesto, costumato, credente; la fanciulla era pura nel pensiero come nella persona, era fervidamente pia. Il sentimento loro era innocente; nulla più sospiravano che la benedizione della chiesa. Certo il Manzoni non avrebbe avuto a narrar di loro un solo atto, un solo detto men che onesto, un solo pensiero volontariamente colpevole. Avrebbe probabilmente avuto a riferire poche parole d′amore perchè tal gente non ne abbonda; e quelle poche assai timide e vergognose. Ne avrebbe invece potuto raccogliere molte preghiere, tanto l′amore di Lucia, singolarmente, dovette essere santificato da un altro amore, penetrato dal sentimento divino che tutto eterna. È ragionevole di credere che almeno per lei, superiore nello spirito al fidanzato, la unione sperata non fosse un contatto fugace nel breve giro degli anni terreni, ma il principio di un affetto immortale. Questo dovette essere l′amore dei Promessi Sposi, Ora il Manzoni afferma di non averlo voluto narrare per non venir coltivando amore nel mondo; poiché, dice, per la conservazione della nostra riverita specie ve n′ha seicento volte di troppo. Discende da queste parole che un tale amore così fidente nella immortalità e quindi così inteso e pronto a meritarla, è pura illusione perchè non conduce là dove credette Lucia, non conduce che ad un solo scopo utile, e questo scopo è del tutto terreno, non è proprio nè dell′uno nè dell′altro amante; ambedue lo ignorano o non lo curano in quanto appartiene all′umanità intera; e non appartiene all′umanità secondo il sublime concetto cristiano ch′essi potrebbero averne e che la contempla una in due mondi occultamente congiunti, il visibile della prima, l′invisibile della seconda vita; ma le appartiene secondo il concetto naturalista di animalità terrena e di specie.

Non vi è dubbio possibile; son bene le linee generali della dottrina di Schopenhauer. Se la dottrina fosse vera, se l′amore non fosse che istinto della specie, l′assunto del Manzoni sarebbe dimostrato senz′altro e non avremmo che ad accettarlo; ma fortunatamente non vi è dubbio possibile, la dottrina è falsa.

Schopenhauer è stato un fortissimo ingegno, una mente originale che ha sottoposto all′analisi l′universo e sè stesso, faccia a faccia con il suo obbietto, eliminando a priori i giudizii e i pregiudizii, le opinioni e le credenze altrui. È difficile che uno spirito di questa potenza, quando adopera l′analisi, non iscopra qualche occulto elemento della materia che sottopone al suo fuoco intenso. È difficile, per continuare col linguaggio chimico, che non risolva in più elementi qualche corpo creduto semplice fino a quel punto e non ve ne trovi di comuni ad altri corpi, scoprendo così nuove relazioni, nuove attinenze delle cose fra loro. Anche nel campo morale sono possibili somiglianti effetti dell′analisi, e io non credo che nè Schopenhauer nè alcun altro grande e maturo ingegno abbia mai meditato un problema morale, un problema psicologico senza portarvi qualche luce nuova, senza trovare qualche parziale verità, qualche affinità segreta di fatti morali e psicologici, qualche relazione sconosciuta dello spirito colla materia; ma qui diminuisce l′analogia fra la ricerca fisica e la ricerca morale.

L′uomo interamente volto ad uno studio molto difficile e insolito tende sempre a esagerarne l′importanza e a esagerare l′importanza di quelle verità ch′egli per il primo vi ha intravedute. Questo è un naturale effetto prima del vedere ciò che si studia più chiaro, minuto ed esteso di ciò che non si cura: poi dell′affetto che ci lega ad un dato studio sia per la primitiva inclinazione, sia per la posteriore consuetudine: poi della fatica e della gioia che vanno congiunte ai nostri propri i successi, finalmente del nostro egoismo, della nostra più o meno inconscia ambizione.

Nel campo sperimentale, dove tutto è peso, numero e misura, queste esagerazioni sono appena possibili e in ogni caso non sono durevoli. Così non è per le scienze morali e filosofiche. Un pensatore degno d′alto rispetto e di caldo amore trova che vi è analogia tra una formola del calcolo sublime e l′opera dell′infinito sul niente; egli si figura che quest′analogia non è soltanto una bella e peregrina similitudine, ma dimostra Dio e la Creazione. Forse la sua idea sarà combattuta, forse negletta: ad ogni modo nessuna esperienza dimostrerà mai che l′analogia è vera, ma che la dimostrazione è fallace. Intanto il filosofo induce dal proprio errore altri errori, li salda in un tutto armonico a soddisfazione del proprio naturale amore di unità e d′ordine, a riprova della idea originale. Egli affermerà forse che con le verità matematiche si possono dimostrare le verità metafisiche, e troverà , per esempio, che il misterioso accordo del libero arbitrio con la prescienza divina è dimostrato dal rapporto ignoto, incommensurabile del lato di un quadrato con la diagonale del quadrato stesso.

E ora torniamo a Schopenhauer.

Questa sua tesi, che la specie umana è ordinata secondo una propria legge di conservazione, ch′ella vi obbedisce per proprio impulso, che tale impulso si manifesta negl′individui mediante la passione d′amore, sono indubbiamente vere. Ma egli esagerò stranamente la loro portata, non seppe vedere altro nel suo soggetto, pretese spiegar tutto l′amore con esse, e ne uscì un sistema pieno di verità parziali, fallace nell′insieme.

La teoria è anzitutto monca, e non si comprende come Schopenhauer ne abbia negletto uno sviluppo che l′avrebbe resa molto più vitale e convincente. Se si ammette ristinto della specie, conviene ammettere ch′esso non mira soltanto ad un′ abbondante riproduzione immediata. E qui neppure si comprende come il Manzoni scrivesse, con alquanta ironia, che di amore per la conservazione della nostra riverita specie ve n′ha almeno seicento volte più del necessario. La specie umana non si conserva bene, neanche fisicamente, senza una buona costituzione della società , e la società non può costituirsi bene senza uno sviluppo normale della sua unità organica, la famiglia. Il genio della specie, signori, consente e coopera, ora più, ora meno, talvolta di tutto impeto, con i sentimenti più nobili e puri dello spirito umano; e, in certe condizioni, l′amore è talvolta ispirato dalla bellezza morale con maggiore violenza che dalla bellezza fisica. È talvolta ispirato dalle doti del cuore e della mente che più giovano al prospero sviluppo della famiglia, all′ intimo accordo dei genitori, al buono allevamento dei figli, alla migliore possibile conservazione della specie. Non basta ancora. L′umanità non può conservarsi senza lotta, non può lottare senza intelligenza, ed ecco che l′istinto suo cerca riprodurre questa forza preziosa, e noi lo vediamo correre a tutto che gliel′ annunci, allo scintillìo d′una parola arguta anche se la voce è sgradevole, alla luce intellettuale d′uno sguardo anche se non piace il colore dell′occhio. Dunque se pur si concede, e io non lo concedo un momento, che solo fine dell′amore sia la conservazione della specie, converrà tuttavia formarsi d′un tale impulso e d′un tale fine altro concetto che non abbia mostrato averne il Manzoni. Poi, concesso che dove non è attrazione fisica non è vero amore, converrà riconoscere che mentre l′attrazione fisica resta nel campo degl′istinti, mentre il suo impero si esercita sempre e dovunque all′infuori della volontà individuale, invece la intensità dell′attrazione morale e intellettuale può dipendere dalla cultura della mente, dalle convinzioni religiose, dall′indirizzo educativo, può dipendere insomma, quantunque indirettamente, da liberi atti della volontà. E se noi consideriamo il raro spettacolo dell′amore nel perfetto equilibrio dei suoi elementi, dell′amore atto a rinnovare perennemente nelle razze umane, secondo un ordine ragionevole, la bellezza e il vigore, l′ingegno e la virtù, non saranno parole d′ironia che ci verranno sul labbro, ma parole di riverenza; e troveremo che di un tale sentimento il mondo ne ha pur troppo mille volte meno del necessario.

Ecco, io credo, una larga ed onorevole parte fatta al genio della specie; ma non è lecito concedere a chicchessia che la conservazione della specie sia il solo fine dell′amore. È comune alle opere della Potenza superiore che ha ordinato l′universo questo carattere di non avere mai un solo fine, ma di averne tanti e così diversi che la immaginazione umana non potrà in eterno divinarne più di una menoma parte. È stato detto ed è vero che spostando col soffio un atomo di polvere si esercita una influenza sul corso del sole e della luna.

Tutto si collega nell′universo, senza limite alcuno, benchè sia limitata nell′uomo la facoltà di osservare queste relazioni delle cose. Noi siamo certi che ogni moto si propaga senza fine in ogni senso benchè non sappiamo come sorga nel cuore, come passi alle labbra, come vibri ancora nei mondi più lontani la parola che ci fu qui sussurrata da una voce cara che si spegneva. Le azioni dirette e indirette delle forze naturali sono dunque non infinite ma innumerevoli, e ciascuna di esse è parte dell′ordine universale, ciascuna vi contribuisce, che è come dire: ciascuna vi ha la propria finalità.

Qualunque opinione si abbia circa la natura del pensiero, esso è una forza che si trasforma in movimento come il calore; comunque si pensi dell′ amore, esso è una forza come l′attrazione, è una forza che ha origine dalla stessa Potenza superiore da cui ha origine la vita, una forza che afferra tutto l′uomo, che non solo gli precipita il corso del sangue, il moto dell′ istinto e l′impeto della volontà, ma che trasforma pure ed esalta i suoi pensieri e i suoi sentimenti con l′ idea di una felicità superiore a quante ne ha prima concepite e desiderate. Dire che l′amore ha il solo fine di conservare la specie umana è come dire che l′attrazione serve solo a preparare l′incontro di sostanze affini, la generazione di forme nuove, e non anche a più altre cose che la parola non sappia esprimere, e non anche al supremo fine di governare il moto ordinato d′infiniti corpi immensi, il corso dei pianeti e dei soli; è come dire che l′ intelligenza umana ha il solo fine di provvedere alla difesa della specie contro gli elementi nemici, e non di elevare 1′ uomo alla conoscenza dell′universo e di sè stesso, del suo vero principio e del suo vero fine.

Tale invece è la magnifica verità : che nessuno può dire a quanti fini sia ordinato l′amore, ma che tutti precede ed avanza questo, il più evidente: unum fieri, dice un pensatore sovrano ed un santo, parlando espressamente anche di questo amore: unum fieri cum eo quod amat: la sublime unità ideale di due esseri umani; una tale unità che dentro i limiti delle perfezioni terrestri li completa; che impronta le azioni di ciascuno con i più retti pensieri, con i più generosi sentimenti d′entrambi; che si manifesta nello stesso impeto dei sensi, lo nobilita e all′ uopo gli resiste con un istinto del cuore, la fedeltà; che ispira la più gelosa cura di conservar la bellezza, anche la fisica, ma la spirituale non meno; che fa del sacrificio una gioia; che dona una felicità eccelsa, superiore a tutte le altre puramente terrestri, inaccessibile, nella sua sommità, a qualunque sventura, simile in questo, benchè inferiore, a quella che l′uomo può trovare nel suo contatto interno con Dio; una tale unità finalmente che aspira di sua natura ad essere completa ed eterna, e quindi move il cuore dell′uomo ai desideri arcani della seconda vita, sì che nel mistero di questo palpito il moto dell′affetto umano diventa moto di altri sentimenti più elevati, di tutti i sentimenti che ne congiungono all′ infinito.

Vi è una mistica leggenda persiana dove la unità nell′amore è espressa con potenza insuperabile. Essa tratta dell′amor divino, ma quella espressione potente può servire anche per l′amore umano più sublime.

Un′anima pellegrina dalla terra ove ha vissuto sospirando il cielo, giunge alla dimora del Diletto. È strano come l′autore della leggenda, Ielal, s′incontri con Tommaso da Kempis nel chiamare così l′amante dellanima.

L′anima innamorata batte alla porta. Una voce dall′interno chiede: chi sei? L′anima gli risponde piena di fede: sono io ”. Non vi ha posto suona la voce severa non vi ha qui posto per te e per me. La porta rimane chiusa.

Allora l′anima desolata ridiscende sulla terra, ripiglia la spoglia mortale, passa un anno intero nel deserto a piangere, pregare e far penitenza. Poi risale alla porta vietata, vi batte ancora. Come un anno prima, ode la voce del Diletto che dice: chi sei? Ella risponde tremando: io sono tu. La porta si apre.

Io sono tu. Ecco il fine supremo dell′amore. am not thine dice un verso di Shelley I am a part of thee. Io non sono tu, io sono una parte di te: Dimenticare sè stesso, uscire di sè stesso è l′ultimo sforzo dell′ascetismo religioso, ed è pure il maggiore slancio di chi veramente ama.

Io non sono tuo, sono una parte di te.

Non vi è solo in quest′ultima frase un impeto maggiore di passione, vi è anche una dignità più grande, vi è la coscienza dell′eguaglianza, e insieme, forse, il ricordo di una originale unità anteriore alle generazioni umane. Un tale intenso amore è raro sulla terra,

Colpa e vergogna delle umane voglie.

Ma perchè è raro che una fiamma, all′aria aperta, non oscilli e non pieghi, noi non negheremo che la sua natura è di ascendere diritta verso il cielo; perchè alcune tribù dell′Australia e delle montagne indiane non conoscono culto alcuno, non hanno un solo vocabolo religioso, perchè nella Polinesia fu adorata una slitta abbandonata da Cook; perchè in una provincia dell′India ogni artigiano adora i propri strumenti e i banchieri adorano il loro libro mastro, alla lettera; perchè nel seno stesso del Cristianesimo tanti sono i miscredenti e tanto pochi i santi, noi non diremo che il sentimento religioso non è un sentimento umano, non tende di sua natura all′infinito e al vero. Così perchè tanti non cercano nell′amore che piacere e vanità, o non amano in altrui che sè stessi, non amano che la propria emozione e la dolcezza d′essere amati; perchè tanti, dominati dalla fantasia, sono impetuosi e incostanti nei loro affetti; perchè infiniti altri sono ingannati dall′ istinto e non trovano la corrispondenza sognata, noi non diremo che l′amore non conduce a quella unione sublime. Mi piace qui di citare un filosofo alla moda. Il più citato, senza dubbio, dei filosofi viventi, un pensatore di straordinaria forza, il positivista Herbert Spencer, parlando, nei suoi Principii di Sociologia, del matrimonio, dimostra che la forma monogama è l′ultima di una lunga evoluzione, che questa evoluzione continuerà nell′avvenire, perfezionando la monogamia, sopprimendo l′adulterio e ciò chegli chiama il mercantilismo , che verrà un tempo in cui l′affetto sarà considerato più essenziale della legge a costituire l′unione coniugale, che i sentimenti elevati i quali ora accompagnano questa unione, sconosciuti agli uomini primitivi , si eleveranno ancor più. Tutto ciò mira, secondo lo Spencer, alla migliore educazione della prole, ma noi abbiamo il diritto di affermare che ciò è pure lo sviluppo storico dell′amore secondo il nostro concetto; ossia che come presso l′individuo esso ha le sue radici nell′istinto e mette il fiore nelle sommità dell′affetto e del pensiero, così presso l′umanità esso è sorto come un impeto sensuale dei corpi, e solo la civiltà più alta lo vedrà perfetto nella unione profonda e indissolubile di ciò che noi, non positivisti, non seguaci dello Spencer, abbiamo la superstizione di chiamare le anime. È poi da credere che nella famiglia di quel tempo, assai meglio che nell′attuale, si coltiveranno i nobili sentimenti evocati dal Manzoni, la commiserazione, l′affetto al prossimo, la dolcezza, il sacrificio di sè stesso. Confessate dunque, se vi piace, che d′istinto ve n′ha sulla terra più assai del bisogno, ma se avete maggiore rispetto delle cose divine che di qualunque genio, mai non dite così dell′amore.

E non parlate mai più della conservazione della specie come supremo suo fine. Sulla opinione contraria io trovo il suggello imperiale della Morte. Sempre il grande amore, cette divine passion, scrive Balzac in una lettera dont chacun parle et que si peu ont connue, diventa più grande quando la specie umana non vi ha più interesse, quando uno degli amanti è portato via dalla morte”

Pochi forse di coloro che scendono il pendio degli anni non hanno incontrato mai un cuore fedele oltre la morte, un cuore fedele per sempre, chiuso e quasi direi cupo sul suo tesoro di dolore e d′ amore, assorto nel solo desiderio di ricongiungersi, dovunque e comunque sia, alla persona amata. In uno di questi rari cuori, mostrato al mondo quando non batteva più, un ammirabile cuore femminile che aveva tanto amato da non poter figurarsi, malgrado la sua fede, una felicità maggiore di quella ch′era stata sua, ho letto le parole: j′adore, j′aime et j′attends, je suis amoureuse de la mort. Ora io domando con freddezza positiva e senza discutere i problemi del nostro destino, dove vada questo moto singolare del cuore umano e se non vada direttamente contro l′istinto della specie.

Tutti i poeti dell′amore s′ innalzano quando parlano alla donna partita per il mondo sconosciuto. La poesia amorosa dei Greci non conosce che la voluttà e la passione terrestre. Quando si salva dall′ immondizia ha sovente squisite delicatezze e insuperata energia; ma forse non è mai tanto alta quanto in uno slancio solitario che l′ha portata al di là della tomba : Misero, ti amo ancora fra i morti dice all′ amica uno tra i più veementi e teneri poeti dell′Antologia, Meleagro; e domanda disperato dov′ella sia, e, nel chiamarla, l′amore gli mette sul labbro una parola sublime di cui forse il poeta stesso non intese tutto il senso profondo: dove sei, dove sei, ϑᾶλος, germe? Non trovo simili slanci nella poesia amorosa latina. Non so tuttavia tacere una singolare e profonda fantasia di Virgilio. In una donna che amò due volte egli fa rivivere dopo la morte l′amore più degno, il primo, ed estingue il secondo eh′era disordinato. L′ombra di Bidone fugge da Enea e va nella selva

…. coniux ubi pristinus illi

Respondet curis, aequatque Sychaeus amorem.

Venendo ai poeti cristiani, non cito esempi. Son troppi. Nel Cristianesimo si accordavano finalmente davanti alla morte le più alte aspirazioni dell′anima com′è loro natura. Symphonialis est anima. Tutti sanno come la morte dell′amante abbia elevata l′ispirazione dei nostri grandi poeti cristiani dei secoli passati. Ma si potrebbe scrivere un libro interessante intorno all′influenza occulta di una religione spiritualista sui grandi poeti moderni che furono increduli, si potrebbe specialmente trovarla nelle ispirazioni che diede loro la idea congiunta della morte e dell′amore : Come una musica che vibra ancora nella memoria, come odore di viole avvizzite, come petali di rose morte, i pensieri della donna diletta resteranno dice Shelley al mio amore per riposarvi. E Byron : È più dolce di pensare a te sepolta che di godere quanto di amabile vive ancora.

Heine, lo scettico Heine che, assente dall′amica, esclama in uno slancio di misticismo: Non mi odi tu nella stessa dolente tua voce? La notte io sospiro dal profondo dell′anima tua, Heine, sia pure nella fugace passione di un momento, vede fiorire nelle stelle ardenti le gioie non godute quaggiù. Leopardi stesso, il più cupo e doloroso incredulo, cui la morta amica dice in sogno:

Nostre misere menti e nostre salme

Son disgiunte in eterno,

Leopardi ha l′inconscio presentimento che una così triste parola non sia vera. Il primo effetto dell′amore potente è per lui un desiderio di morire, e non sa onde venga, e pensa che forse l′uomo si accori di questo soggiorno terrestre dove non è la Nova, sola, infinita Felicità , che il suo pensier figura.

Voi sentite come queste anime inquiete aspirino a qualche cosa che l′occhio non vede, che la intelligenza non riconosce, all′eternità, all′infinito. Non sanno che vi sia; non vogliono credervi. Che importa? Hanno bevuto l′amore, l′immortale amore che, incompreso da loro stessi, tende continuamente là, aspira al suo fine, alla unità piena, impossibile su questa terra.

Ho udito raccontare di un asiatico di Pondichery che fu portato bambino in Francia, dove ne fu poi celata la origine. Egli stesso fatto adulto, si credette nato in Normandia. Non fu mai alle Indie, non ebbe relazione alcuna colla sua patria, non sospettò il vero mai. Pure la prima volta che viaggiando in Provenza, vide le palme, ne provò una scossa e quindi una malinconia profonda che gli riuscì inesplicabile. Il suo spirito non seppe riaversi. Tutto ciò che avrebbe potuto ricordargli l′Oriente lo rendeva più triste senza destare la sua memoria. Mai non gli venne in mente di andare alle Indie. Una persona consapevole glie lo propose ed egli ne stupì come di un′idea folle, si sdegnò che insistesse. Finalmente il segreto della sua nascita gli fu svelato.

Allora avvenne questa cosa tragica; la persona consapevole non aveva prove, l′infelice non gli prestò fede. Cadde così nei languori della nostalgia più strana che possa pensarsi, sordo alla voce della patria splendida che gli parlava nel cuore. Quando penso a Leopardi, cui l′amore e la morte inebriavano col desiderio vago di un infinito ch′era bene la patria sua, mentre la sua mente indomita lo respingeva, sempre mi sovviene questa storia amara dell′orientale sconosciuto a sè stesso.

Udite invece cosa suggeriscono l′amore e la morte ad un fautore di Schopenhauer. Il più pedantesco amante che la letteratura moderna abbia messo al mondo, l′amante della badessa di Jouarre, mentre fila cupidamente intorno alla bella monaca una rete di eleganti periodi filosofici, esce anche lui con la teoria della conservazione della specie. È un abile sofista, il signor conte d′Arcy, e il suo filo è finissimo. Perchè, dice, ha la natura posto dei freni misteriosi all′istinto più profondo che ci abbia dato? Parce que l′avenir de l′humanitè est à ce prix^ ossia perchè altrimenti, col tempo, la razza umana si verrebbe guastando. La teoria gli giova a meraviglia. Per noi che morremo tra poche ore – soggiunge – non c′è più niente da guastare: notre amour chère Julie sera sans avenir. La morale della predica viene poi da sè. Ecco la teoria della conservazione della specie combaciar qui perfettamente, nella sua ultima conseguenza morale, con la negazione dell′immortalità .

Ed ora poichè massimo fine dell′amore è invece la unità che completa ed esalta, chiediamoci se possa tuttavia esser vero che gli scrittori non debbano mai rappresentarlo in modo da far consentire ad esso.

La risposta è ovvia; richiede tuttavia una distinzione che io rappresenterò con l′esempio più luminoso possibile.

Il Bonghi, nel suo discorso, chiede il permesso di dire ch′egli non sa scrittore italiano cui possa darsi facilmente la palma sopra il Manzoni, sia nella logica inflessibile, sia nell′impeto lirico, sia nella sintesi immaginosa. Io credo che se il domandare tali permessi non fosse tutt′uno col prenderli, il permesso non sarebbe stato dato all′illustre oratore malgrado l′autorità del suo acutissimo ingegno critico e della sua prodigiosa dottrina. Nella sintesi immaginosa come nell′impeto, come nell′altezza dell′intelletto e della fantasia, il primo posto in Italia è preso da oltre cinque secoli, e nessuno è nato di poi che lo possa ragionevolmente contendere a Dante. È in Dante che io cercherò la mia risposta.

Dante ha creato due fra le più eccellenti e famose rappresentazioni dell′amore che sieno. Niente è paragonabile nella nostra letteratura al canto V dell′Inferno.

Ebbene, io credo che se Manzoni fosse stato capace di scrivere la pagina immortale di Paola e Francesca, avrebbe trovato nella sua coscienza austera la ragione e il coraggio di sacrificare questa gloria. Non è sicuro che le parole di Francesca “ Galeotto fu il libro e chi lo scrisse n non abbiano talora potuto applicarsi alla stessa pagina dov′ella piange e dice. L′amore dei due cognati era doppiamente colpevole e il poeta li ha dannati all′inferno; ma con quanta pietà ! Sono uniti, si amano ancora, mai non saranno divisi; e chi sa cosa è l′amore, specialmente nell′uomo, più egoista, sa che Paolo, benchè abbia il tormento di veder soffrire l′amante per colpa sua, preferisce di star con lei anzi che solo. La bufera non li percote alle roccie infernali, li porta in alto, sì al vento son leggieri; permette ad essi di muovere dalla loro schiera a chi li chiama e tace quando parla Francesca. Francesca è soave come in vita. I suoi compagni bestemmiano la virtù divina, ma lei no, lei pregherebbe ancora col suo Paolo, se Dio volesse udirla. Noi pregheremmo lui. È teneramente pietosa con l′amante che la trasse alla sventura “

 Amor che a cor gentil ratto s′apprende

e quanto a sè vi ha una certa triste pace nella sua coscienza:

Amor che a nullo amato amor perdona.

Se vi è qualche cosa d′infernale in lei, è una gioia, il sapere che sarà vendicata;

Caina attende chi in vita ci spense.

Questo non è inferno. Un′aura della infinita Pietà arriva agl′infelici, e di pietà Dante si sente morire, e ben siamo duri noi se non ci lasciamo commuovere. La colpa è circonfusa di poesia, e se tale fosse la sorte futura di chi amò più colpevolmente, quanti nell′ora della passione non l′accetterebbero con gioia! No, Manzoni non avrebbe voluto scrivere il canto V dell′inferno. Manzoni si è pure trovato a fronte di una passione colpevole. Il Bonfadini ha molto bene osservato, parlando di ciò, che un romanziere moderno avrebbe speso chi sa quante pagine a dirci con quale tempesta di sensi e di cuore la monaca di Monza accogliesse la prima lettera di Egidio, mentre è ammirabile l′austera concisione del Manzoni, che tutto chiude in tre parole: “ La sventurata rispose ”.

Credete, signori, che una tale concisione sia costata poco al poeta? No, io stesso ho veduto nel manoscritto dei Promessi Sposi le pagine sacrificate da lui che

n′ebbe un alto compenso nel potente effetto artistico di quelle tre sole parole.

È giusto; l′amore della monaca, l′amore di Paolo e Francesca non furono tali che l′animo nostro vi debba consentire. L′amore che completa ed esalta, l′amore ordinato all′unità , può essere pieno nei sensi e nell′anima, solo quando non si oppone all′ordine perfetto della famiglia, poichè due ordini ideali della natura umana non possono contraddirsi. Se l′amore contraddice all′ordine famigliare non gli resta che il sacrificio, e solo a prezzo del sacrificio una elevazione potente dello spirito, una divina speranza.

Perciò l′amore che innalza non è l′amore di Francesca, è per eccellenza l′amore di Beatrice. Onoriamo, signori, l′altissimo Poeta che, descrivendo i principii, gli aumenti e le comunicazioni di questo amore, ha fatto consentire ad esso, ha fatto palpitare con esso quindici generazioni.

Poco importano le controversie sulla realtà dell′amore di Beatrice che del resto pare dimostrata. La veste della Vita Nuova è spesso antiquata, oscura, difficile a penetrare; il contenuto è un amore terribilmente forte e sincero. La espressione n′è casta, ma esso distrugge la persona di Dante, gli toglie con la dolcezza intollerabile di un solo sguardo, di una sola voce il respiro, le forze, i sensi, quasi la vita. Bisogna risalire alle famose strofe di Saffo per trovare un impeto simile di passione.

Pure, dice il poeta, l′immagine di Beatrice è di sì nobile virtù che non soffre mai di governarlo senza il consiglio della ragione; chiunque la stesse a contemplare

Diverria nobil cosa, o si morrìa.

Chi ha l′anima scossa dalla profonda passione della Vita Nuova, chi ha letto nella chiusa del libro spero dire di lei quello che non fu mai detto d′alcuna palpiterà sull′entrata del XXX canto del Purgatorio, a quella trepida e solenne aspettazione, palpiterà vedendo come vien da lontano dentro una nuvola di fiori, lei, velata; e come trema Dante che non ne discerne il viso ma la sente. Vi sia pure un senso allegorico di Beatrice; questo tremito è vero amore umano, e quanto più è vero amore umano tanto più il nostro spirito vi consente e si leva con esso.

Il Manzoni parla di comunicazioni e di aumenti dell′amore. Dal XXX canto del Purgatorio in poi, la Divina Commedia ne rappresenta come una scala munifica da quando il velo di Beatrice cade e gli occhi suoi s′incontrano, dopo dieci anni, con quelli di Dante, tacendo lui e lei, in un lungo sguardo fiso che spegne tutti gli altri sensi, fino a quando Beatrice, alta sul Poeta quanto è dal cielo al fondo del mare, ode la sua ultima preghiera di poter morire piacendo a lei, lo guarda, gli sorride e si affisa poi per sempre nella origine stessa d′ogni amore.

Io non dico che l′arte debba solo immaginare e descrivere amori così sovrumani. L′ascensione di Dante a claritate in claritatem per virtù degli occhi pieni

Di faville d′amor, così divini

è per me un simbolo, raffigura per me l′ideale di ogni rappresentazione letteraria dell′amore, in questo senso che gli scrittori devono rappresentarsi quell′amore ordinato che migliora continuamente l′uomo, che ne purifica il cuore, che vi mette lo sdegno d′ogni viltà e una mitezza infinita, un oblio d′ogni offesa; che lo spinge al sacrificio e all′eroismo, che lo prepara ad un sentimento superiore, che ve lo conduce, che ve lo posa.

Otterranno essi soltanto di far nascere amore dove non bisogna, sentimenti colpevoli? No, sicuramente, no. La emozione dell′autore è come una intima fragranza del libro; chi lo tocca ne porta via, ne serba un′aura con sè. Ma non so come una pagina che odorava di viola, mi possa attaccare l′odore della gardenia. Non so come la emozione di un amore modesto, umile, profondamente religioso, come l′amore di Lucia Mondella, possa diventare, nell′animo di chi legge, emozione rea. Mi riesce ancora più difficile a comprendere come la emozione dell′amore onesto, non abbia a propagarsi dove più bisogna Perchè se voi guardate nella vita e cercate fra gli uomini chi abbia bisogno di amore onesto, ne troverete molti. Come per la tacita indicazione, per il cenno silenzioso di una sapienza occulta nelle cose, voi li troverete appunto fra i più numerosi, i più avidi lettori di versi e di romanzi, fra i più pronti a qualunque emozione, fra i più bramosi di conoscere e godere l′amore. Sono coloro cui la emozione sensuale d′un libro assale e soggioga con la rapidità del fulmine, cui l′istinto impetuoso, gli esempi e le prime ebbrezze della libertà trascinano al basso. Sono i lettori che con la loro ammirazione poco autorevole non possono creare allo scrittore una fama, ma che gli possono dare una gloria; quella di muoverli al bene, di accenderli al grande. Sono giovani che abusano della vita e adolescenti che ne abuseranno. Nessuno può dire quanta energia di corpo, d′ingegno e d′animo, quanto calor di cuore essi possano perdere nella tempesta di pochi anni. Ma chi dirà che non avrebbero bisogno dell′amore elevato, chi dirà che la letteratura non abbia verso questi lettori ardenti il dovere d′insegnar loro come si ama? Credete voi poterli mandare in pace con i Promessi Sposi? Non vedete che vogliono qualche cosa di rispondente alle passioni delle loro età, non vedete che sorta di letteratura schernitrice dei vostri scrupoli manzoniani corre per le loro mani? Credete voi che basti esorcizzarla da lontano con l′acqua santa?

Io penso qui, signori, al romanzo inglese di un tempo, in cui si ritraeva fedelmente dal vero quell′amore, episodio di una vita umana, che conduce all′unione legittima e vi prende, attraverso la gioia e la sventura, una luce pacata ed augusta, una modesta grandezza morale. Oso dire che nessun romanzo senz′amore, per quanto ricco di sapienza, ristora un cuore giovanile di emozioni pure, lo move alle immagini e al desiderio di una società famigliare elevata, più di questa semplice arte inglese che dice interamente come si vive, e racconta quindi come si ama.

Io penso pure alla bellissima e onestamente altera dama che incontrò ad un ballo Alfredo De Musset, il voluttuoso e miscredente De Musset, dal cinico labbro e dal generoso cuore di poeta, che manca ai suoi imitatori italiani. La dama non aveva orrore di lui, non lo evitava; forse, nel suo segreto, pensava molto ad esso. Quella sera gli si avvicinò. Parlarono dell′amore, ed ella gli disse come lo intendeva:

Se voir le plus possible et s′aimer seulement,

Sans ruse et sans dètours, sans honte ni mensonge,

Sans qu′un dèsir nous trompe ou qu′un remords nous ronge,

Vivre à deux et donner sou coeur à tout moment.

Era bella ed elegante, ogni suo atto era squisitamente grazioso e mi figuro che avrà avuto una voce ben dolce e vibrante quando disse:

Faire de san amour un jour.

Faccia così anche l′arte, faccia dell′amore una luce. Sia giovane e bella, abbia la grazia e la eleganza squisita. Sappia ispirare l′amore, lo senta, ne parli con passione e colla purezza più casta, ne parli alteramente al mondo, che ama in un altro modo, il più lontano dal suo ideale. Il rimprovero e il cipiglio di qualche buona vecchia scandolezzata non avrebbero mai fatto scrivere al peccatore De Musset:

C′est vous qui me disiez qu′il faut aimer ainsi,

Et c′est moi, vieil enfant du doute et du blasphème,

Qui vous ècoute et pense et vous rèponds ceci;

Oui, Ton vit autrement, mais c′est ainsi qu′on aime.

L′on vit autrement, è vero. Si vuole il piacere, si vuole la vita sensuale che brucia e passa, ma non è poco ottenere da un uomo avvezzo a questa vita che se ne ritragga un momento, pensi e sospiri. “ Non, ce n′est pas ainsi qu′on aime ” Non è così che si ama. Che non otterrete mai dai giovani di cuore? Otterrete slanci magnifici di entusiasmo, ebbrezze d′ideale il cui contagio è potente. Chi ricorda la sinistra influenza esercitata dal Werther e dall′Ortis, i suicidi che ne seguirono, potrebbe sostenere che non si deve coltivare l′amore perchè il suo fine, non è già la conservazione ma è la distruzione della specie. Noi dobbiamo vedervi questo, che non solo la emozione amorosa dei sensi, ma si comunica pure prontamente la emozione amorosa dello spirito, conservando la propria qualità anche quando va contro l′istinto più indomito della nostra natura, l′istinto di vivere. Voi otterrete invece talvolta una ben diversa specie di suicidio, voglio dire il raro e prezioso palpito del cuore umano che si sacrifica e si sottomette al dovere. Perchè l′amore nasce tante volte da sè dove non bisogna, e vi è ben qualcuno al mondo che gli resiste, ed è buono che la letteratura ne proponga l′esempio.

Nessun moralista dimentichi che le passioni più minacciose possono diventare una grandezza ed una forza se ci possiamo levare, da padroni, sopra di esse. Si erunt subter vos elevabunt vos. Tutti sanno – dice uno scrittore non meno cattolico del Manzoni quanto può il fuoco dell′amore se è libero, nessuno sa quanto può se è compresso. Ebbene, se qualcuno lo sa, lo dica, sarà un aiuto e un conforto per coloro che hanno una vita interiore di tempeste e che lottano.

Signori, nulla mi sarebbe più doloroso che aver meritato l′accusa di poco rispetto ad Alessandro Manzoni, combattendo così risolutamente un suo giudizio. Per mia ventura posso conciliare il massimo ossequio all′immortale autore dei Promessi Sposi col massimo ossequio a ciò che mi sembra vero e divino. Questa pagina dove si ragiona dell′amore nella letteratura, il Manzoni l′ha soppressa. Per il Bonghi essa è tuttavia valida, essa rappresenta fedelmente l′animo dell′autore. Io ho discussa la teoria in se, ma non intendo discutere questo punto. Il Bonghi può avere ragione; pure davanti ad una pagina soppressa da chi la scrisse, noi abbiamo il diritto, a rigor di termini, di tenere per valido il solo ultimo atto della sua volontà . Io userò di questo diritto. Non pretendo convincere alcuno, ma mi piace supporre, e lo posso, che il poeta avesse buone ragioni artistiche di non descrivere diffusamente l′amore di Renzo e Lucia; che lo spettacolo di una immensa letteratura malefica e la stessa tempra del suo genio non ispirato mai dall′amore, nè in giovinezza nè poi, gli abbia fatto accogliere una teoria generale; ma che più tardi, consideratane con la sua mente sovrana la gravità e la incertezza, egli abbia preferito tacersi.

Comunque sia, pure ammettendo che la pagina di cui si tratta esprima una intima e costante convinzione del Manzoni, se io immagino che il discorso della sala Manzoniana sia giunto a lui così prudente, non posso a meno di vedere un′ombra lieve sulla sua fronte, e il cuore mio devoto vorrebbe dirgli: Maestro, non vi dolete ; mentre il vostro amico leggeva, noi guardavamo là, in fondo all′attigua sala, il vostro volto di marmo. Assorti nel vostro divino silenzio, queste parole che vi turbano, non le abbiamo udite.

Giacomo Zanella.

Nel 1871, in un giorno malinconico di autunno cadente, il poeta dell′Astichello stava, in atto di raccoglimento e di aspettazione, sotto una carpinata già guasta e rosseggiante, da cui trasparivano il cielo di Lombardia, lo spoglio piano

Da le insubri cavalle esercitato

e qualche gran dorso bianco di Alpi lontane. Nessuno era con lui, nulla turbava il mortale silenzio dell′autunno. Ad un tratto Giacomo Zanella trasalì; non vedeva persona viva, ma udiva oltre la svolta vicina del viale un lieve misurato crosciar di foglie secche; il passo di una persona invisibile veniva lento verso di lui. Allora il cuore del poeta battè forte, perchè egli era nel giardino di Brusuglio, attendeva Alessandro Manzoni; e quel fruscio sommesso sulle foglie secche gli pareva il venire di uno spirito sovrumano, gli metteva un tremito di riverenza. Io pure, signori, in questo silenzio, odo nell′anticamera il passo d′una persona invisibile, ed anche il mio cuore batte forte, perchè, lo so, lento e grave come soleva nella prima vita, muove ora a questa volta, per udirmi, Giacomo Zanella. Lo aspetto con timore e tremore, non perchè venga dai morti, ma perchè il viso noto e buono, la umile persona che conteneva e nascondeva tanto lume d′ingegno, la voce benevola non sono più, non m′incoraggiano più a parlargli delle sue opere, come quando, esitando io, mi ripeteva: “ Dite, dite, figliuolo. La morte ha tolto via questo aspetto di modestia, la morte ha fatto cader vuota la umile spoglia, ha levato in alto lui, lo spirito potente. Mi è più difficile, adesso, parlar di lui nella sua presenza, e mi domando se non gli parrà presuntuoso questo discepolo che siede a ragionar del maestro qui dove sono tanti giudici eccellenti, dove amicizie private non turbano la equità del giudizio; mi domando come a lui e a voi suonerà ciascuna mia parola; ma poi se penso che ci siamo amati, se dico che son venuto qua senza orgoglio, solamente perchè l′amo ancora, non temo più alcun giudizio, mi rivedo a fronte il mite maestro mio d′una volta, che mi rimprovera tacendo, con la inquieta persona, tanto trepidare, e infine mi ripete con quel suo sorriso tra l′affettuoso e l′ironico, secondo la consuetudine antica: “ Dite, dite, figliuolo.

I

L′Italia, signori, è il paese della grande poesia di carattere religioso. Altri popoli hanno fama di possedere un sentimento religioso più profondo, nessuno ha dato all′umanità lo spettacolo di quattro grandi poeti, le cui opere, generate da una ispirazione di carattere religioso, sorgendo a ineguali intervalli e ineguali altezze come fari di bronzo sopra un corso di diciannove secoli, paiono congiungere il cielo che illuminano ancora con la terra che si viene oscurando a′ loro piedi.

Voi nominate facilmente i tre poeti cattolici, Dante, Torquato Tasso, Alessandro Manzoni; ma se, passando oltre la forma delle credenze positive, considerate l′uomo interiore, hominem cordis, e la mente dell′opera, dovrete onorare l′altissimo poeta e collocar Virgilio a capo della schiera; Virgilio, l′anima più pura e pia della nostra antichità, il creatore d′un poema sacro quanto la Gerusalemme; Virgilio, studio e amore non solamente di Dante, ma del Tasso pure e del Manzoni, che se forse gli presero minori immagini, più respirarono della dolce anima virgiliana. La religiosità di Virgilio è una vena viva del nostro vecchio sottosuolo italico, tutto macerie di religioni antichissime. In fondo al nostro genio vi sono sempre state queste misteriose sorgenti, di cui nel solo Ariosto, fra i nostri maggiori poeti, non trovo traccia, perchè le radici di quella allegra poesia non discendono tanto; mentre ne trovo traccia persino in Lucrezio e in Leopardi, la cui miscredenza ha una tragica solennità , un′austerità elevata, un dolore amaro, simili al lutto di un Dio morto. Ma questo profondo sentimento italico non somiglia affatto al sentimento religioso dei popoli settentrionali. Come l′idea del diritto, esso ha preso nella mente latina ordine, chiarezza e misura; come l′idea del diritto, si è generato nella vita latina una forma esterna complessa, precisa e sacra, ha preferito sempre le credenze positive ad uno spiritualismo interiore poco determinato e poco curante del culto esterno. Per queste qualità latine del nostro sentimento religioso, anzichè per essere stata sede del cattolicismo, ebbe l′Italia così grandi poeti cattolici, ed è il nostro secolo, a mio avviso, che ne offre la prova più luminosa. Basta contemplar l′aspetto del Medio Evo e del grande movimento cattolico seguito alla Riforma per intendere le origini di Dante e del Tasso; ma ben più occulte sono le origini di Alessandro Manzoni, poichè se è vero che durante la sua giovinezza il culto recentemente rinnovato di Dante significava e aiutava un nuovo indirizzo morale del popolo italiano, se è vero che i fatti colossali dell′impero, tante lagrime e tanto sangue versato, dovevano disporre gli animi alla religione, è pur vero che il Manzoni uscì da una società incredula e avida di piaceri e che il suo ingegno dovette trapassar con le radici molto paganesimo letterario e molto scetticismo francese prima di toccar quelle oscure perenni sorgenti del pensiero italico, che al primo contatto lo trasformarono, gli diedero l′improvviso fiore degl′Inni.

È laggiù, signori, che io trovo le origini della ispirazione religiosa di Giacomo Zanella; è nella ingenita profonda italianità dell′anima sua, più assai che nel suo immacolato carattere sacerdotale. Infatti l′ingegno di Giacomo Zanella fu per eccellenza italiano. Nessuno fra i nostri poeti di questo secolo si è intinto, direi, quanto lui, alla superficie, nelle letterature straniere, restandone, quanto lui, intatto nel cuore. Egli si assimilò tutto che potè trovare nei poeti stranieri di chiaro, di corretto, di misurato, di conforme all′indole italica; la sua natura respinse inesorabilmente il resto.

Lo sa chi ebbe consuetudine con lui, lo sente chi legge i suoi versi, lo può notare chi meditando le sue versioni osservi com′egli non abbia affrontato alcuno dei più originali poeti stranieri ad eccezione dello Shelley, che gli fu caro per un consenso arcano con Leopardi, dimostrato da lui non tanto in uno de′ suoi Paralleli letterari quanto con la più bella delle sue versioni, quella dell′inno alla Bellezza intellettuale, che gli riuscì mirabilmente leopardiana. Trovo poi che la profonda italianità sua fu temperata, colorata d′un carattere regionale spiccatissimo, che fu per eccellenza una italianità veneta.

Come la leggenda riconduce del paro all′Asia le origini romane e venete, come il dialetto della regione veneta è tra i più puramente latini d′Italia, così il senno di Venezia antica ricorda il senno di Roma antica, così l′antica mente veneta fu chiara, seria, pratica a somiglianza della romana. Ma le abitudini del commercio, le condizioni dello Stato, le relazioni con l′Oriente hanno alquanto attenuato nel carattere veneziano l′austerità e la forza nativa, vi hanno posto una mistura di finezza greca, di accortezza conciliativa; ed il secolare pacifico governo della Dominante, infiacchendosi con l′età, ha in parte comunicato alle popolazioni della materna terraferma la mollezza sua, e vi ha inoltre generato un profondo sentimento conservatore che le vicende umane potranno distruggere, ma che vive tuttavia ancora, non senza dar segno di sè. Ora quella poesia in cui Giacomo Zanella, giunto alla maturità dell′ingegno, meglio specchiò sè stesso, è appunto latinamente grave, precisa, chiara, religiosa, venetamente conservatrice, conciliatrice, sempre mite, talvolta molle.

Essa venne sorgendo in mezzo all′opera abbondante dello scrittore come, in qualche solitudine, un insigne monumento sacro sorge fra le pietre sparse e le minori dimore di coloro che vi lavorano. Essenzialmente lirica, quindi disgregata e frammentaria in apparenza, ha veramente l′organismo di una potente unità. Ma prima di entrarvi a conoscerne l′interno disegno, la idea del poeta, il culto che vi dispose, la lampada perpetua che vi accese; prima di soffermarci fuori dell′edificio a considerarne la forma esteriore, vediamo, dirò seguendo una similitudine usata dallo stesso Zanella nel proemio alla prima edizione dei Versi, da qual cava montana egli abbia tratte le sue pietre, e dopo quanto lavoro gli siano uscite, di sotto i primi strati, forti e magnifiche, vincitrici del sole e del ghiaccio quanto quelle che sono in Chiampo, sua patria.

II.

Egli stesso ci ha detto, col suo sciolto sempre dignitosamente e correttamente elegante come un vecchio gran signore, quale sia stata la sua fanciullezza.

                         ... Io l′anno ottavo

Varcava allora e benchè d′ombra avvolta

Onnipossente la natura al core

Favellavami. Errar lungo le rive

De′ montani ruscelli, e le spelonche

Penetrar trepidando ove nel sasso

Sculti i vestigi delle fate addita

Rusticana leggenda; a primavera

Di prato in prato la beffarda nota

Del cuculo seguir, che sempre udito

E non mai visto, mille volte al cielo

Alle piante, a′ cespugli, alla fontana

Torcer gli occhi mi fea: sulle assicelle

Dondolarmi del ponte e dal mulino

Sbucar bianco di crusca abito e chioma.

Fu la corta festevole odissea

Della mia fanciullezza.

Le scene campestri di questa odissea, il fondo piano e verde della valle quieta di Chiampo, le linee morbide e lievemente malinconiche dei colli, la montagna lontana che, levata al cielo, tutto domina, non solo parlano del poeta scomparso, ma ripetono pure oscuramente la particolare poesia che dissero silenziose al suo cuore, che il suo cuore palpitando raccolse e, dopo assiduo, intenso lavoro, palpitando ancora versò. La natura nulla vi mostra di colossale, di pauroso o d′eroico; i composti eleganti colli hanno nei loro intimi valloncelli un′aria meditabonda; voci di mobili rivi, bocche silenzione di caverne, soffi tepidi che salgono talvolta dal cavo d′ una sorgente profonda, movono la immaginazione, e se le vecchie rigonfie inferriate delle finestre di Giacomo, simili ad una vieta retorica, male gli lasciavan vedere un breve tratto di cielo, una valle angusta, poteva egli però con gli occhi e il desiderio e la fantasia salire dalla sua cameretta a quel gran faggio del Caverlero che spia sconfinati orizzonti.

Questo fu il mondo che primo entrò nel cuore del fanciullo e cui ritornavano i sogni dell′uomo quando una sera, sul declinar della vita, sedeva tacito al focolare deserto della casa paterna, meditando non senza tristezza, davanti all′ultima tremebonda vampa , il fuggir del tempo e i problemi della tomba; dell′uomo che ritrasse la sua meditazione nelle mirabili strofe della Veglia :

Che son? Che fui? Pel clivo

Della vita discendo e parmi un′ora

Che, garzoncel furtivo,

Correa sui monti a prevenir l′aurora.

In questo mondo angusto vivevano due persone che il fanciullo amò con la tenerezza appassionata dei nostri anni più deboli. Erano un prete ed un soldato di Napoleone. Il prete gli parlava di religione, di un remoto rinnovamento cristiano e pacifico delle cose umane, simile a quello che il poeta vide poi nel Sonno:

La man Bianca e la Nera

Stringon d′amore il patto.

Il soldato gli raccontava le glorie e gli orrori delle guerre di Spagna, l′eroismo dei nostri reggimenti

Fidi al vessillo e del mortale incarco

Orgogliosi....

gli assalti dei fanti di Lechi e le cariche dei dragoni di Schiassetti, in modo da ispirare al mite fanciullo, insieme al ribrezzo della guerra, la indistinta idea di altri futuri battaglioni, di altri squadroni italiani che combattessero e vincessero nel nome d′Italia; in modo da ispirargli il germe di quella passione con la quale, nel novembre del 1848, vaticinava la riscossa e il ritorno di Carlo Alberto sul Ticino:

In capo l′Allobrogo

Rimette il cimiero,

E vindice impavido

Sull′ insubre vallo

Sospinge il cavallo.

Se il ragazzo avesse potuto trovare fra le sue montagne native sufficenti libri per istruirsi, come Leopardi, da sè, forse il suo pensiero poetico si sarebbe composta una forma diversa; ma egli entrò invece, in tenera età, nel Seminario di Vicenza dove ricevette la forte impronta che portò visibile fino alla morte.

Quando io penso al mio paese nel tempo in cui Giacomo Zanella ebbe la sua educazione letteraria, ossia negli anni fra il ′30 e il ′40, mi viene in mente un arcipelago di qualche oceano veramente pacifico, un′isoletta dove il sole mite, il molle clima, la terra dilettosa

Simili a sè gli abitator produce.

La bandiera d′un potente padrone lontano, inalberata su quattro macerie e quattro artiglierie rugginose, custodita da pochi stranieri barbogi, basta con un governatore bonario e un esattore alquanto meno bonario, a mantenere nella gente il concetto di quella gran potenza lontana cui il paese appartiene, e insieme a far camminare le cose come piace al padrone; il quale, purchè non si tocchi nè con mano nè con lingua la sua bandiera, la sua gente e lui, lascia vivere in pace e in letizia. Vi ha bene qualche raro spirito inquieto che dai viaggi riporta in patria certe turbolente idee d′un viver diverso; vi ha bene qualche spirito selvatico che si rode pensando al tempo in cui non c′erano governatori nè esattori, nè artiglierie, nè bandiere d′oltremare; ma il grosso della gente non ha di queste malinconie per il capo, e si piglia la vita in pace, ciascuno secondo il proprio talento, commovendosi appena se delle navi da guerra passano al largo, o se, lontano lontano, in alto mare, tuona il cannone. Tale mi appare attraverso la nebbia di cinquant′anni il piccolo mondo vicentino chiuso in sè nella grande ombra della bandiera austriaca, cinto da un altro mondo quasi sconosciuto, privo di qualsiasi vita pubblica, e inteso, poichè le vie maestre dell′azione e dell′ambizione sono impedite, alla ricerca del piacere privato, secondo le inclinazioni diverse, scosso talvolta dal fragore lontano di una guerra, di una rivoluzione, ma persuaso che vi è alleanza fra la potenza divina e l′austriaca, e che ambedue sono del paro perpetue.

La ricerca del piacere è il carattere morale di questo tempo, manifesto nei costumi, latente negli studi. Gli studi più dilettevoli vi sono in onore, il paese luccica di vernice letteraria, ma la letteratura è considerata essenzialmente un′arte di ornamento, uno spasso elegante. Si preferisce il verso alla prosa, non si trattano temi che possano spiacere alla censura politica e alla censura ecclesiastica, non si cerca di rispecchiare nell′arte la vita vera. Se un solo vero poeta sorse allora in Vicenza, il Cabianca, non vi mancano però cavalieri che sappiano mettere in sonetti linfatici ma eleganti i loro amori e le loro cortesie, non vi mancano parassiti che sappiano rimare a dovere i loro brindisi, non vi mancano uomini di spirito che possano mandar attorno in fronzoli classici la loro maldicenza; e in società questi poeti d′occasione sono ammirati, le loro poesie manoscritte corrono i salotti.

Nel seminario, il maggior centro, allora, degli studi, la cultura era più profonda e seria, se ne faceva un uso migliore; ma poichè laici e chierici erano in quel tempo uniti di cuore e molto si mescolavano insieme, la loro cultura aveva, in fondo, lo stesso carattere. Anche nella scuola ecclesiastica si chiedeva agli studi letterari il piacere; era però un piacere più elevato, era il piacere che si trova nella contemplazione e nella imitazione della forma classica. Quelli erano anni d′oro, in un certo senso, per il Seminario di Vicenza. Giacomo Zanella vi ebbe prima a maestri e poscia a colleghi un′eletta di valentuomini che nei classici avevano attinta, forse senz′avvedersene, molta larghezza di idèe, e un senso d′italianità, anzi di latinità , molto forte.

Erano adoratori della forma latina e religiosi custodi nel loro insegnamento come nelle loro scritture italiane, di quella forma accademica, pura d′ogni modernità , che aveano per sacra ed eterna, che parea loro sufficiente a tener luogo del concetto; forma simile a un famoso vino centenario che ha perduto colore, sapore, fragranza, ma che pure, malgrado la sua vacuità acquosa, può dare all′immaginazione un falso e superstizioso piacere. Questo culto di vecchi vocaboli e modi, questa senilità conservatrice, se vanno ascritti in parte alla forza delle tradizioni e in parte alla debolezza del pensiero, si spiegano pure con una deficienza nella stessa base classica dell′insegnamento, con una relativa scarsezza dell′ alimento greco , che avrebbe aggiunto al pensiero vigore e dato alla parola semplicità . La imperfezione del gusto era tale che i versi immortali del poeta più nutrito di bellezza greca, Giacomo Leopardi, essendo entrati la prima volta nel Seminario di Vicenza in un solo volume con gli inni del Mamiani, questi ultimi, che ora più non si leggono, erano ammirati, e della grandezza leopardiana nessuno si accorse.

Allora lo Zanella che ciò confessava, vergognandone, a me e che poi rese magnanimo omaggio a Leopardi, allora, dico, lo Zanella non aveva più di vent′anni; e certo dopo quel tempo approfondì a poco a poco la sua coltura greca, se qualcuno che lesse da scolaro con lui maestro il Filottete di Sofocle, così meravigliosamente umano, ricorda con quali entusiasmi egli venisse penetrando più tardi nel sovrumano Eschilo, cui privatamente chiamò il più grande degli antichi poeti.

Nel proemio alla prima edizione dei Versi, lo Zanella riconobbe i difetti del suo tirocinio poetico e soggiunse di non dolersene, poichè, se i metodi del Seminario gli avevano lungamente impedita la spontaneità e la originalità del concetto, gli avevano però bene appresa l′arte dello scrivere. Infatti egli acquistò in Seminario quella vasta e solida cultura latina senza la quale nessun poeta mai, nella nostra patria, ha potuto, almeno fino ad oggi, creare opere sicuramente durevoli. Tutto lesse e con memoria strapotente tutto ricordò ; e come il Parini, cui ebbe simili alcune linee della figura, fece proprio sangue del nutrimento antico, sì che nessun altro moderno potrebbe altrettanto facilmente vestirsi di latino augusto panno, com′egli scriveva ad Antonio Sandri:

A te che di latino augusto panno

Suoli vestire il povero mio verso.

Però anche il giusto latino si educava allora così delicato e molle, che, come non si comprendeva Leopardi, così non si comprendeva il solitario Lucrezio. Ricordo che lo Zanella, fatto maturo e intellettualmente libero, ammirava, quasi gli riuscissero nuove, certe rudi e forti magnificenze lucreziane, come i tratti sulla follìa dell′amore e sul viver ferino delle prime genti, che gli oscuravano perfino Virgilio.

Il soggiorno ch′egli fece in Seminario fino al 1853 spiega com′egli acquistasse tardi questa libertà intellettuale in cui trovò la sua via e la sua potenza. Molto tempo dopo avere scritto il citato proemio gli pareva non possederla ancor piena per quanto riguarda la forma e su certe abitudini, non del tutto vinte, della mente e della penna aveva malinconiche parole che non mi paion lontane, in fondo, da quel 18° sonetto dell′Astichello in cui il poeta si compiace d′essere finalmente uscito all′aperto e di sentire il vero, meglio che nei libri dei maestri, nella natura, dove

... al cor tutto è lingua e tace l′arte.

III.

Là dove si chiude il primo stadio del suo corso e sta per cominciare il secondo, il glorioso, sorge una pietra miliare, che nell′opera di Giacomo Zanella tiene il posto dell′Urania nell′opera di Alessandro Manzoni. L′Urania, uscita in luce nel 1809, quando Manzoni contava ventiquattro anni, è il più splendido saggio che un allievo di Ugo Foscolo e del Monti potesse dare di sè; è l′ultimo lavoro di scuola e di maniera che l′autore degli Inni Sacri conducesse prima di concepire la Risurrezione, Quarantacinque anni dopo, Giacomo Zanella, che ne conta trentaquattro, è allo stesso punto. Le sue descrizioni poetiche, di Bassano, di Possagno e del Lario, pubblicate nel 1854 da Fedele Lampertico, sono pure un saggio mirabile della stessa scuola e della stessa maniera. È ancora il linguaggio artificioso dell′Urania, appreso dal Monti, e, sopra tutto, dal Foscolo; perfino con le populee rive il primo verso dello Zanella ricorda il primo verso del Manzoni. Vi s′invoca Venere, candida Dea, che spenga le ire di Marte, vi si augura un nuovo Pindo Lombardo, vi si ascoltano i lauri vocali di Elicona. Il verso, mirabilmente tornito, suona, ma ancora non crea; ancora non è intesa fra noi la beffarda voce dello stesso autore di Urania, che pure fin dal 1818 si era fatto così maledire da un ridicolo Apollo:

Giammai non monti il corridor che vola

Ma intorno al vero aggirisi

Viaggiando pedestre il vostro mondo.

Non spiri aura di Pindo in sua parola,

Tutto ei debba dall′intimo

Suo petto trarre e dal pensier profondo.

Ma quegli sciolti, che lo Zanella ripubblicò in parte dopo quattordici anni, emendati e purgati d′ogni scoria mitologica, son l′ultimo dei suoi lavori di scuola e di maniera dopo il quale incomincia lo splendido ciclo di poesie originali in cui si rivelò veramente l′intimo suo petto e il suo pensiero profondo. Furono, direi, l′aria aperta ed il sole, furon le vitali correnti del pensiero e del sentimento moderno che lo trasformarono. Prima un′ amicizia di cui lasciò documenti insigni, poi l′ufficio di pubblico professore che tenne in Venezia, in Vicenza, in Padova, gli procacciarono la visione inattesa dell′immenso lavoro scientifico contemporaneo, febbrile, potente, meraviglioso nelle sue vittorie, nella sua continua azione su tutti i campi. Venne in pari tempo a contatto con le letterature straniere e n′ebbe pure una scossa elettrica, una luce, una commozione mista di stupore e di sgomento. Nel 1855 si giunse per la prima volta alle mani, tradotto in francese, il più singolare fra i poeti tedeschi; e mentre forse questi, morendo amaramente, fibra a fibra, scriveva dal letto de′ suoi tormenti all′ultima amica e chiudeva la lettera così: Profondo affanno, il tuo nome è Enrico Heine, Giacomo Zanella, che poi gli fu severo, ne parlava con entusiasmo a un suo scolaro giovinetto, gliene leggeva dei brani scintillanti di riso demoniaco e di lagrime divine, ne stupiva, ne fremeva, ne godeva con tutti i nervi; e se il ragazzo se ne inebbriava, egli più; egli che tanto si fece amare dagli allievi suoi perchè aveva e fino alla morte serbò, nelle cose dell′arte, la fresca, impetuosa, mobile sensibilità di un fanciullo. Però la forte italianità intema della sua natura resistette, non potè venir penetrata; penetrò essa invece lentamente, costantemente ogni materia straniera che toccò, si assimilò quanto l′attraeva, quanto le repugnava respinse.

Ed ora, giunti a fronte dell′edificio insigne che nella matura virilità egli eresse meno per la gloria propria che per la gloria delle cose eteme, consideriamone l′aspetto esteriore.

Dalle terzine per le nozze Porto-Prina agli ultimi sonetti dell′Astichello, la rispondenza dello stile è perfetta. Vi è in questo lavoro poetico di trent′anni non solo la unità organica del concetto, come poi vedremo, ma la unità organica pure della forma. La forma è classica e ha tuttavia un′impronta personale. Questa forma classica non è quella più artificiosa e aspra del Parini, nè quella magnifica e sonora di Vincenzo Monti, nè quella potentemente elaborata del Foscolo, nè quella semplice e austera di Leopardi, nè quella esangue di Achille Monti e della scuola romana, nè quella più viva e calda dell′ode al D′Ancona e di altre fra le meno recenti poesie del Carducci; benchè, strano a dirsi, è a questa ultima che più somiglia. Nella elaborazione che lo Zanella ha fatto in sè della forma classica, io sento il fondo latino della sua cultura, e il carattere veneto del suo spirito. Le forme latine vi prevalgono e vi presiede una ragionevolezza veneta che vuole la espressione più misurata, una finezza veneta che vuole il vocabolo più scelto, una mollezza veneta che vuole il suono più dolce.

Se le ultime pietre dell′edificio si possono distinguere dalle prime, è solo per il colore; paiono più nuove, com′è naturale, perchè trent′anni non passano invano; e il color di nuovo che hanno i sonetti dell′Astichello consiste in una maggiore spontaneità , in una più signorile disinvoltura.

Noi non sappiamo se l′arte italiana, nella sua presente evoluzione, troverà una forma diversa che sia duratura; noi non sappiamo se il famoso adagio sur des pensers nouveaux faisons des vers antiques sia un errore e se non valga anche in arte il consiglio evangelico di mettere il vino nuovo negli otri nuovi; possiamo avere questa opinione; ma nessuno negherà che la opinione contraria abbia per sè una lunga esperienza. La poesia italiana non ha dato da un pezzo opere di provata vitalità che non mostrino un linguaggio più o meno semplice, ma sempre studiato sugli esemplari antichi come quello del Parini, dello stesso Manzoni e dello Zanella.

Trovo pure una impronta personale nella forma metrica prediletta da lui, che scriveva ad Elena e Vittoria Aganoor:

Chiudan argini angusti il procelloso

Vortice del pensier tal che si volga

Sull′uman core più possente.

Sia che nella Conchiglia fossile egli dica all′uomo :

T′avanza, t′avanza.

Divino straniero;

Conosci la stanza

Che i fati ti diero;

Se schiavi, se lagrime

Ancora rinserra

È giovin la terra;

sia che nel Lavoro egli dica agli artieri:

Compagni! Spontanei

Voliamo al lavoro,

Il tempo precipita,

Il tempo è tesoro;

Tesoro che d′ozio

Lo spirito affranca,

S′addoppia ai magnanimi,

Usato non manca;

sia che negli Ospizi marini, perfetta lirica in cui è fuso un po′ del metallo di Byron, egli dica al mare :

Tu, mare, disserra

Il grembo materno;

Tu svecchia la terra.

Tu giovane, eterno;

Sommergi, ritempera

Nell′onde lustrali

Le razze mortali;

si sente che nella rapidità del verso senario s′infiamma la sua ispirazione, che il calore dell′anima gli fa dimenticare, non l′eletto linguaggio, ma bensì certi artifici dello stile. Mai egli non ha infuso tutto se stesso nel verso come in queste strofe di suono veemente e tuttavia morbido, fluido, che a me paiono sottili, eleganti e forti come colonnine d′un sol pezzo, non però di marmo, non tormentate dallo scalpello, ma saettate dall′alto in getti di bronzo ardente.

Egli ha pure stampato della propria impronta la forma interiore, per così dire, delle sue liriche, il metodo secondo cui le condusse. Come si convenne alla sua indole delicata, eccitabile, comtemplativa, procedette volentieri dal piccolo al grande, dal sensibile al soprasensibile. Una conchiglia, un cespo di rose, un uccellino fermano il suo pensiero per imprimergli lo slancio lirico che lo porterà oltre i secoli, oltre i mari, oltre le stelle; e a questo procedimento, antico certo quanto la poesia, ma da lui preferito agli altri più impetuosamente e più solennemente lirici, egli si venne legando sempre più. Nel tempo del suo riposo, sulle rive dell′umile Astichello, fra le rose della villetta virgiliana, è quasi sempre così ch′egli canta. Ma pure solo forse in questa parte interiore della sua forma si disegna una volta la linea straniera. Il fiero pellegrino che cadde col grido Excelsior sulle nevi sublimi, non era il solo della sua famiglia; aveva qui un fratello minore, che, dissimile da lui nel viso, si mise con lo stesso genio ardente per un cammino avventuroso, salì, prima dell′aurora, verso una patria ignota che solo a sera raggiunse; non ebbe come suo fratello una bandiera superba e un grido potente a commovere gli uomini, ebbe una lampada fedele e fu il pellegrino della Religione materna:

Sereno avanza il passo

Per l′aria tenebrosa,

Finchè su breve sasso

Stanco la lampa ei posa;

Posa attendendo il messo,

Che lo rinnovi nel materno amplesso.

Il messo è venuto, il pellegrino è scomparso, ma la nobile lampada splende ancora sul sasso dov′egli la posò. Non la lasceremo estinguere; essa mostra, come una stella, il cammino a chi sale il monte, essa illumina l′aria tenebrosa oltre il sasso; ciascun che passa dirà: chi la pose? e l′onorerà .

IV.

La bella forma, lasciò scritto lo Zanella, è un vaso del Cellini che, ancorchè vuoto, è sempre prezioso. Sia detto con riverenza, la similitudine non calza ed egli stesso l′ha sentito, poichè proprio è del vaso il poter contenere, proprio è della parola il contenere veramente; e veramente la bella forma ch′egli con tanto amore lavorò, non fu vuota, contenne. La paragonai ad un insigne monumento; ora è tempo di penetrare in esso, di esplorarne le ombre, la disposizione interiore, l′ampiezza e l′altezza, gli arcani del culto.

Leggete questi versi del poemetto Milton e Galileo:

                      Ove pur fosse

Che rigida scïenza, a′ corpi intesa,

L′alme obblïasse; riprendesse i regni

Atei la carne; le robuste fedi,

I magnanimi istinti e le speranze

Immortali dell′uomo orrenda piena

Di torbidi marosi travolgesse:

Conservatrice del superno foco

Che l′avvenir rallumi, arca di Dio,

Sul tetro abisso Poesìa galleggi;

E alle giovani stirpi, che redente

Scendon dal monte a ripigliar gli alberghi,

L′antico ver, che gli avi tralignati

Ebbero a scherno, un′altra volta impari.

L′idea creatrice del poeta è qui, ed è un′ idea del cuore. Non è un meditato proposito virtuoso, non è un atto della sua coscienza morale. Giacomo Zanella fu artista vero e noi suoi scolari lo abbiamo adorato per questo che dell′arte a noi cara egli ebbe un alto, fiero concetto, che l′amò per lei stessa, che la volle signora e non serva; onesta, fiera, dignitosa signora, ma non serva mai di alcuno per quanto grande, non della morale, non della fede, L′arte, egli scrisse deve mirare all′arte, cioè alla espressione del bello; se poi da questa espressione del bello nasce il conseguimento di qualche nobile fine, tanto meglio; sarà doppia la gloria e doppio il trionfo dell′arte.

L′anima di Giacomo Zanella prima della sua poesia fu conservatrice di un fuoco superno, naturalmente avversa a tutto che fosse disordine, intellettuale o morale; sempre la bontà parve a lui bellezza e dove bontà non era, bellezza non vide; intese scrivendo fare opera di arte e gli riuscì necessariamente opera buona; nel Milton e Galileo cui scrisse a 47 anni e mi lesse, appena scritto, con lagrime, diede la ragione di ciò che per lui da lungo tempo era amore; e, sopra tutto, vide nel fuoco superno, sì come in fiamma favilla si vede, non solo la luce delle verità sovrannaturali, ma la favilla pure dell′arte, che dall′alto procede e all′alto risale se non è torta da falso piacere, di quell′arte che, come Dante scolpì nel verso e Giacomo Zanella commentò in prosa, a Dio quasi è nipote e non dimentica il suo progenitore.

Tutto ciò ch′egli scrisse su questo tema viene da due emozioni diverse che padroneggiarono l′animo suo, l′una forse prevalendo negli anni della calda immaginazione, l′altra certo prevalendo negli anni in cui si sentiva discendere alle ombre della tomba. L′ammirazione per la grandezza e l′orrore per l′orgoglio della scienza sono nell′opera sua i due più potenti generatori d′ispirazioni che glorificano l′uomo o si rifugiano in Dio, procedenti le une dalle altre, congiunte le une dalle altre, come le navate luminose di un tempio dove il popolo prega conducono e sono congiunte alla più oscura e grandiosa parte dove si celebrano i misteri.

Il primo di questi concetti appare più puro nell′Ode L′Industria, nell′altra Per il taglio dell′Istmo di Suez, come negli sciolti dedicati a Fedele Lampertico. L′ammirazione dell′uomo è qui candida, piena, scevra di sgomenti e di sdegni. Il poeta è ancora come inebbriato dello spettacolo novo del progresso umano, del cammino che il mondo ha fatto mentr′egli studiava latino e teologia in Seminario, o v′insegnava grammatica e retorica. Egli saluta l′uomo delle cose pacifico signore a cui servono ossequiosi il fuoco e l′onda, mentre il suo spirito infaticato move di cielo in terra. Il nostro secolo gli pare un′epopea meravigliosa di giganti; si felicita di vedere caduto l′antico edificio di servi e di signori, instaurata la eguaglianza civile, liberamente coltivati i latifondi

Che orante cenobita abbandonava

Alla randagia pecora,

centuplicata la potenza delle industrie; rde del vate barbogio che insorge a gridar fuggiasca l′innocenza antica perchè i contadini imparano a leggere; celebra il pensiero umano che ascende glorioso al suo pomeriggio, vede Europa lieta

della Fè′ che in un amplesso

i suoi possenti popoli comprende

salire

Verso il cheto splendor di un dì promesso;

annuncia alle genti di Oriente che noi verremo armati di compasso e di quadrante a′ lidi del Gange, per rigenerarle, per mover con esse fraternamente fra le palme, insegnando alle folte ombre odorate i nomi di Humboldt e Volta. Nella Conchiglia fossile la sua visione dell′umanità moderna è tuttavia serena ed egli canta:

Sui tumuli il piede.

Ne′ cieli lo sguardo,

All′ombra procede

Di santo stendardo:

Per golfi reconditi,

Per vergini lande

Ardente si spande.

Ma nelle quartine intitolate Telescopio e Microscopio,

all′ammirazione che gl′ ispira un magnifico elogio della scienza, succede il buio religioso sgomento dell′impotenza sua di fronte ad alti e vitali problemi. Onde si mosse l′universo? egli domanda. Ove va? Le stelle sono abitate? E da chi?

Risponde :

Muore la lampa e scuro un vel si abbassa

Sullo sguardo dell′uom, che sbigottito

Scorge per entro l′ombra Iddio che passa

Novi Soli a librar nell′infinito.

Nelle strofe A mia madre egli ′ammira ancora la scienza che scende nel mare e vola fra gli astri, ma la consiglia di accompagnarsi alla sapienza, di rispettare i confini posti all′ingegno mortale. Se modera i suoi ardimenti, leggevasi nella prima edizione:

Nettare all′or di nullo amaro infetto

È del veder la ricerca all′intelletto.

Ma più tardi, crescendo i suoi terrori, gli parve aver detto poco e ritoccando questi soli versi di tutta l′ode, scrisse :

Senza quel freno angoscia e non diletto

E del ver la ricerca all′intelletto.

Nella Veglia l′angoscia sale. Questa scienza, che fa? Che vuole? Che deforme orrida cosa vien traendo alla luce? Di che tenta persuadermi? I suoi gloriosi cultori, io poeta che la celebrai con lo splendore dell′arte, col più candido entusiasmo, e quanti siamo per cui Cristo è morto, tutti discenderemo da due scimmioni? Egli lascia tale indegnità a chi l′ha pensata, volta le spalle, non senza una tempesta d′interna lotta, alla scienza che lo aveva prima ammaliato, e move solingo verso l′Oriente, onde aspetta una luce migliore, onde spira una brezza fragrante che gli promette le gioie di un altro mondo.

Questo è ormai il suo cammino; è in questo punto che percorrendo l′opera sua dopo averla paragonata ad un tempio, è in questo punto che noi entriamo nella oscura e grandiosa parte dove si compie il mistero. Vedete i versi scritti dopo una lettura della Imitazione di Cristo. Tutto si è fatto buio intorno al poeta il secolo che già gli parve sì luminoso; solo quell′aria fragrante spira ancora, spira più forte, sempre più forte, ed egli sente adesso onde viene; viene dalle celle sepolcrali dei Santi antichi, ha l′odore salubre dell′erbe amare che crescono nei cortili solitari dei chiostri. Allora quella tempesta d′interna lotta, con la quale era entrato nel nuovo cammino, si placa, ed egli si guarda tremante alle spalle i passi perigliosi. A quale abisso per poco non lo aveva condotto il suo entusiasmo per il genio umano e la scienza!

Come mai?

Dal tuo volto, o Signor, sulla mia traccia

Tutto io vedeva illuminarsi il calle;

Ma te già , non vedea; che alla tua faccia

Vòlte tenea nel mio cammin le spalle.

E ora? Ora una voce sommessa gli parla nelle tenebre dove sta vegliando, prostrato all′altare:

fortunata l′anima, che intende

Del Signore la semplice parola

Che le vien dentro sussurrando; e prende

Dal labbro eterno il detto che consolai

Fortunato l′orecchio, a cui non giunge

Vano rimbombo di terrestri eventi;

Ma dell′eterna Verità , che lunge

Non è mai dagli umili, ode gli accenti!

E fortunati gli occhi allo splendore

Chiusi del mondo, e notte e giorno aperti

Nelle dense caligini del core

Di Dio gli arcani a contemplar scoperti!

Pace domandi? De′ tuoi sensi, o figlio,

Chiudi la porta: così sol ti lice

La voce udir, che con sottil bisbiglio

Fassi all′orecchio de′ gementi e dice:

anima affannata, io la tua pace,

Io la tua vita. Nel mio sen raccolta

Quel che l′altera tua ragion ti tace.

Dal tuo Signor sommessamente ascolta.

Non sai tu sole cose esser l′eterne,

L′altre menzogna?

Giacomo Zanella toccava allora il vertice della sua fama; professore di letteratura italiana nella Università di Padova, era riverito ed amato dai suoi scolari. Pure la tristezza di questo canto fu foriera d′altra più cupa malinconia: una nera nube di origine fisica gli avvolse lo spirito e lo nascose per tre anni agli uomini. Ne usciva intatto d′ingegno, ma triste ancora, cantando di se:

Ed or d′anni gravato e di sventura

Spezza la lira e nel profondo oblio

Dell′Universo ogni speranza e cura

Ripone in Dio.

Il sole gli entrò ancora nell′anima, e parve, dopo quei tre inverni

Noiosamente eguali”

Amaramente eterni

una nuova primavera del poeta, il quale rinverdì come pianta spogliata nel primo autunno dalla grandine, che risponda ancora, secondo può, al sole, e si copra frettolosa di gemme; ma il suo verso sereno non rispecchiò più che la natura ed il cielo. Nell′Astichello, l′ultima e la più perfetta opera dello Zanella, non è vestigio degli entusiasmi antichi; egli ha fastidio della scuola che gli par diventata razionalista: il fischio del vapore, fumante mostro, l′offende, gli pare ironia, e solo gli parla di genti congiunte nella sete dell′oro; niente, agli occhi suoi, vale la pace d′un asilo campestre, lontano dalle vie dei dotti e dei potenti, dai campi di battaglia, della scienza, della politica ed anche della letteratura, ove i poeti d′Italia, alate creature, cercano darsi morte a vicenda. E ancora tanta quiete è poco. Vorrei, egli esclama in versi d′insuperabile fattura,

Esser vorrei l′allodola che ascende

Ilare i cieli e si travolve e gira

Sotto le nubi, che cantando fende.

S′egli comparve ancora sul campo delle prime sue vittorie, fu con cipiglio severo, con parola dura e con amaro sarcasmo. Nel carme l′Evoluzione magnificò la potenza della natura

Florida invitta ed una

sopra l′uomo come in passato aveva magnificato la potenza dell′uomo sopra la natura, e fu con le labbra ancora frementi di una ironica allusione alla scienza umana, ch′egli lasciò la terra.

Questo lungo corso del suo pensiero è come l′asse dell′opera sua, ne indica la maggior dimensione interna, risponde alle maggiori altezze cui la sollevò; è in esso e per esso che sarà misurata dai posteri. Ma egli ne compiè i lati, consacrandovi, direi, tutti i sentimenti che più onorano l′uomo.

Se la Fe mi toglie

Dal volgo degli umani, umano il core

Ho pur nel petto e non ignoro il pianto

Anche all′amore immortale diede un altare, egli che portò fedelmente sul cuore la veste sacerdotale, e che sull′altare dell′amore avrebbe potuto scrivere come gli Ateniesi: Deo ignoto. Un altro altare diede alla patria. Tre anni prima di morire, riproducendo per l′ultima volta le sue poesie severamente scelte, riconsacrò su questo altare insieme alla memoria di Daniele Manin e dei caduti a Vicenza e a Solferino, anche la grande idea nazionale, che fu la stella del Conte di Cavour:

Itali fummo. Ed esultavi allato

D′Emmanuello in Campidoglio atteso

Quando cadevi e dell′Italia il fato

                                   Parve sospeso;

la grande idea che non cadde, e per la quale il poeta, alla vigilia della morte, pregò, riverente, pace e benedizione. Consacrò l′amicizia, le gioie e i dolori delle famiglie che amò; e le sue novelle poetiche possono

paragonarsi a pie rappresentazioni della virtù amabile e del vizio deforme. Onorò finalmente la bellezza della natura; i brevi quadretti che ne dipinse, somigliano nel suo volume finestre aperte al vento, al verde, al sole.

Una parte dell′opera sua poetica è tutttavia sconosciuta. Non parlo dei versi che con grazia e liberalità regale venne privatamente prodigando ai conoscenti e agli amici, e che poi con forse troppo delicata coscienza di artista rifiuta di raccogliere. Parlo di versi composti negli ultimi suoi giorni, e non ancor finiti di limare; perchè il suo nobile ingegno mal sofferse di accompagnarsi al suo debole corpo e ne sdegnò la legge; giunse a virilità lungo tempo dopo di lui, e parve salire in potenza quando le membra cadevano in vecchiaia, simile agli alberi radicati fra i pavimenti antichi di Villa Adriana, che erompono poderosi al cielo fra le muraglie in rovina. Sino alla fine lavorò con ardore d′ispirazione al futuro volume Astichello, che doveva comprendere nella sua mente cento sonetti. Pochi giorni prima di morire, affidò sospirando ad un giovane amico, l′abate Rumor, il manoscritto degli ultimi canti. Li ho veduti, e mi è cortesemente permesso di leggervi questo sonetto, ispiratogli da una giovinetta, figlia d′ignoti e allevata da poveri contadini:

Vivrai, morrai d′un casolar remoto

Nel buio asilo, fra vincastri e fusi;

Nel pollaio e nell′orto ogni tuo voto

E del cor tutti i sogni avrai rinchiusi,

Vergin beltà di nascimento ignoto

Che ne′ sembianti di pudor soffusi

E nel vivo degli occhi allegro moto

La gentilezza del tuo sangue accusi.

Ma tu, negletta, allor che sovra i duri

Guanciali all′annottar pieghi la testa

Hai sonni placidissimi e sicuri;

La madre tua sfibbiata l′aurea vesta,

Chiede al sonno un oblio che tu le furi

al tuo grido con terror si desta.

V.

Signori, non vi parlerò delle versioni poetiche dello Zanella che furono già esaltate ad arte per deprimere le poesie originali. Molte di queste versioni sono mirabili, ma non è per esse che il nome di Giacomo Zanella vivrà. Il tempo breve non mi concede neppure di ricordare distesamente le sue prose letterarie. Ricche di senno e di erudizione, non sono tuttavia che l′ombra scolorata di un mondo vivo cui portò in sè questo Mago gentil che tutto seppe. Nella conversazione familiare pareva veramente un mago che tenesse prigionieri gli spiriti di tutti i grandi scrittori antichi e moderni e di moltissimi tra i mediocri. Era un mago bonario, non li incomodava per vanità , senza ragione. Non li teneva nel capo, la sua mente non pareva ingombra mai, era una mente chiara, semplice, agile. Li teneva nel petto; e quando conversava, non solo d′arte o di politica o di morale, ma di persone altresì e di cose, ne chiamava su dal fondo uno o l′altro nel momento opportuno, più spesso i latini e Dante, e ne aveva pronta, spontanea la citazione appropriata.

Qualche rara volta non venivan subito, parevano ribellarsi; allora il professor Zanella, aggrottate le ciglia, fissi gli occhi nel vuoto, andava dicendo al suo interlocutore: aspettate, aspettate; intanto nella sua persona irrequieta, nello sforzo della gola, sulle mobili labbra fremeva la formula magica; ed ecco era ubbidito, il suo viso dava un lampo, la citazione giungeva esatta, scattava, colpiva.

Era tuttavia più facile eguagliarlo nella vastità del sapere e nella prontezza della memoria che nella sapienza del giudizio. Nel giudicare a voce antichi e moderni fu libero, potente, sicuro, specie negli ultimi anni. Ebbe in poco pregio la critica moderna e i suoi metodi.

Come da un lato tacciava di pedanteria e di aridità l′insegnamento odierno dei classici, così tacciava dall′altro di vanità verbosa i metodi attuali della critica letteraria. Infatti egli era solito considerare l′opera per sè, a parte dall′autore e dall′ambiente storico, esaminarla nella forma e nella sostanza, da grande maestro, comparandola con tutte le ragioni e con tutti gli esempi dell′arte per determinare il valore assoluto. Se la critica dovesse da tutti e sempre farsi a questo modo, molto più e′ imparerebbero autori e lettori e tanti inesperti non ardirebbero porvi mano. Modello di critica fu per lui un giudizio del Foscolo sopra il Manzoni; esempio della critica sua è lo studio su Giovanni Prati che sta nel volume Paralleli letterari, studio stupendo di chiarezza, di erudizione viva, di finezza artistica, di sincerità, la quale sincerità negli ultimi dieci anni del viver suo, accompagnandosi a certa cresciuta visione della mente, rendeva spesso aspra e sdegnosa, ma più che mai profonda e istruttiva, la sua parola. Se talvolta, come scrittore, troppo diede alla sola forma del linguaggio, a certi particolari ornamenti del linguaggio, seppe come critico riconoscere la sovranità del pensiero, e ne addurrò ad esempio che si discostò con sdegno dalla maggior parte dei letterati italiani e dallo stesso Alessandro Manzoni nell′anteporre il Tasso all′Ariosto, come si discostò da lui nell′anteporre il Foscolo al Monti. Col Manzoni si accordava invece nello stimar poco Vittor Hugo, che non poteva entrare in due menti così misurate e regolari. In quest′ultimo giudizio trovò contraddittori ardenti che non piegano ancora; è tuttavia giusto riconoscere come il pubblico francese vada accostandosi all′opinione di lui.

Col mondo letterario e poetico portò in sè un intero mondo comico a cui diede pure, con la viva parola, una forma passeggera d′arte. Era un mago, l′ho detto; e nella sua memoria miracolosa aveva una specie di casa magica del ridicolo, dove persone incontrate un momento, aneddoti uditi una volta, entravano per non uscirne più, si trasformavano poco a poco, pigliavano la più squisita figura grottesca, ch′egli ridiceva poi agli amici con un tal colorito, con un tal piacere, con un tal scintillare degli occhi, con una tale ilarità frenata sulle labbra, fervente in tutta la persona, da far bene intendere quale artista del comico e del ridicolo egli avrebbe potuto diventare senza gl′impedimenti del suo abito, della sua coscienza e fors′anche di una forma letteraria troppo composta e adorna, troppo poco vivace.

Tale fu l′insigne poeta. S′egli ebbe un alto posto dai suoi contemporanei, lo avrà più alto dai posteri. Come a grandezza interna di un tempio di stile classico e di giuste proporzioni non vien subito per gli occhi alla mente, così è dell′opera sua; più meditata, più parrà grande. Rivestita di materia antica può qua e là discordare alquanto dalle inclinazioni del gusto moderno e piacer quindi a′ contemporanei meno del dovere; ma ingrandirà col passare delle generazioni, quando sarà veduta confondersi, per un effetto d′ottica e tante altre tuttora ammirate opere d′arte che la precedettero e che appartennero, sia pure con alcuna differenza, alla stessa scuola. I critici partigiani in religione e in politica e i critici pusillanimi non vollero troppo lodare questo prete fedele al suo carattere, nè mai lo vorranno fino a che egli non sia quasi diventato un antico, fino a che il suo volume non possa stare nel salotto di un libero pensatore, come vi starebbe una Sacra Famiglia del Quattrocento. Ma questi critici zoppi non reggono lungamente alla testa del pubblico e finiranno con passare alla coda. Se la forma pazientemente lavorata dallo Zanella è di sua natura durevole quanto la forma del Parini e del Foscolo, il contenuto lo è più. Si può avere o non avere la sorte di credere come lui, si può, credendo, fluttuar meno di lui fra l′ammirazione e il terrore della scienza, si può considerar più pacatamente di lui la teoria dell′evoluzione; ma certo i sentimenti ch′egli provò ed espresse sono eterni di loro natura, e quanto più la scienza diventerà potente e audace, tanto più moveranno, con onda diversa, il cuore dell′uomo. Per questo, ogni vero artista, qualunque sia la sua fede, onorerà Giacomo Zanella; per questo, e non per aver corrisposto all′ideale di un partito politico, come ingiustamente fu scritto, per questo vivranno tante fra le nobili composizioni che gli diedero reputazione italiana sino dal 1868.

E più ancora saliranno, a mio credere, in fama per la loro rispondenza con un alto sentimento comune alle anime grandi di tutti i luoghi e di tutti i tempi, come per la incomparabile perfezione dell′arte i sonetti denominati dall′Astichello, in cui spira un soffio blando della lirica più sublime che l′umanità conosca, un′aura pacata e mitigata del Vidi cuncta quae fiunt sub sole et ecce universa vanitas et afflictio spiritus. Essi hanno veramente la solenne pace delle vette e saranno forse meglio veduti dalle generazioni lontane; mentre, fuori delle opinioni letterarie una famiglia che più non si estingue, la famiglia di coloro che attraversano la vita con la stessa lampada della Religione materna, una larga famiglia dispersa di semplici e di sapienti, di piccoli e di grandi, di deboli e di forti, sempre si terrà caro accanto al volume di Alessandro Manzoni, con giusto intervallo, il volume di Giacomo Zanella.

Il monumento che Vicenza gli prepara ricorderà ai venturi l′alta sua fronte di poeta, il viso fortemente improntato di pensiero, cui gli occhi tanto illuminavano, o di arguta ilarità, o di sdegno o di entusiasmo. Ma le sembianze del suo spirito, signori, la severa purezza della sua vita, le sue private opere buone, chi le ricorderà? Si rivelano esse per intero, s′indovinano nei suoi scritti, e sarà questa testimonianza intesa, sarà creduta dai posteri? Vorrei poter incidere nel bronzo che se alcuno fra i poeti italiani di questo secolo potè vincerlo d′ingegno, nessuno lo vinse di sincerità; che abbracciando lo stato ecclesiastico non commise una leggerezza nè una viltà, ma obbedì alla voce del suo cuore; che la sua coscienza d′uomo e di prete fu severa come la sua coscienza d′artista, che la sua vita fu pura come il suo verso; che con lo stesso zelo esercitò gli uffici del suo ministero e adempiè la sua missione di poeta, insegnò il Vangelo agli operai e ai giovani l′arte; che stimò niente la fama e fu mansueto a un suo detrattore furioso, ma che ebbe sete della giustizia e fu rude a chi gli sembrò offenderla in altrui; che se fu ammirato dai suoi lettori, fu amato dai suoi discepoli, ciò ch′è migliore; e se fu amato dai suoi discepoli fu la gioia dei fanciulli cui si fece fanciullo, ciò ch′è ancora più grande; che in ogni pubblico ufficio, sulla cattedra dell′Università, come alla presidenza dell′Accademia vicentina, nelle scuole del popolo come nelle scuole dei ricchi, fece più che il proprio dovere; che se altri di più rumorosa fama ebbe maggiori premi dai potenti e dalla folla, nessuno sarà disceso compianto come lui nel sepolcro, dove posa da soldato di Dio, caduto sul campo, al tramonto di una grande giornata, con la luce della vittoria in fronte.

Poeta che amai e che mi figuro presente, qual′è il tuo cuore, mentr′io parlo? Se qualche cosa della vita prima è ancora in te, posso immaginare che più d′una volta, ragionando io dell′arte, ti ha scosso un sussulto e il sorriso di una mite ironia è venuto sulle tue labbra; ma ora ch′io dissi le ultime parole, le ultime solenni parole dell′amore, il tuo cuore si è commosso, tu vieni a me con volto paterno ed io piego il mio, sento la tua voce, sento una dolcezza e una forza, un lampo della mia adolescenza che ti fu cara, un lampo del mondo in cui sei; onde rialzandomi, con gioia, ti dico : grazie. Maestro.

Parole per l′inaugurazione del monumento a Giacomo Zanella.

DISCORSO

pronunciato il 9 Settembre 1893

inaugurandosi a Vicenza la statua di Giacomo Zanella.

Signor Sindaco,

Quando Giacomo Zanella scomparve nella tomba, noi ci unimmo in uno slancio di dolore e d′amore, chiamammo a noi quanti fra le Alpi e il mare avevano ascoltato con dolcezza e con gioia i suoi canti. Una moltitudine rispose, dentro queste mura e fuori.

Risposero voci di popolo e di principi, rispose l′Augusta Dama che tutta Italia onora. Ed ecco, per opera comune, qualche cosa del nobile Poeta è risorto, le parvenze del suo volto meditabondo, della sua stanca persona ritornarono al sole, e dentro a quell′immagine marmorea, dentro a quegli occhi spenti rivive quasi un′aura dell′anima sua gentile, ritorna quasi un chiarore degli alti pensieri suoi.

Noi lo sappiamo, questo marmo nulla aggiunge alla gloria di Lui. Se io che per la cortesia de′ miei colleghi parlo in nome del Comitato, potessi permettermi di parlare per un momento anche in nome delle lettere italiane, direi che l′ammirazione per molte perfette opere di Giacomo Zanella durerà più del marmo, vivrà finchè in Italia vivranno artisti della parola.

E se potessi permettermi di parlare per un momento nel nome d′una moltitudine assai più grande, direi che fino a quando staranno sulla terra d′ Italia asili dello spirito come questo antico San Lorenzo che i nostri maggiori innalzarono, fino a quando anime umane vi cercheranno pace, anche il volume di Giacomo Zanella starà, anche a quei versi verranno anime pie con affetto, verranno anime afflitte, avide di speranza. No, il Poeta dalla semplice vita non ha bisogno d′onori che non ambì; la statua di lui sorge qui veramente per l′onore dell′età che fu sua, che seppe intenderne la grandezza; sorge qui veramente per l′onore della città ch′Egli amò, che di Lui si vanta, che godrà rivederne le venerate sembianze, serbar la memoria d′esse alle generazioni venture, mostrare altrui qual fosse in viso il nobile figlio della terra che da lei prende nome.

È quindi a Voi, primo magistrato di Vicenza, nel quale si impersona la cara città, che noi rispettosamente affidiamo questo segno d′onore. Come le pietre su cui sorge vengono da una montagna tra le Alpi e l′Adriatico, e il marmo in cui è scolpito viene da una montagna fra l′Appennino e il Tirreno, così da ogni parte del nostro paese, vengono le voci che a voi l′offrono in dono. È augusto e sacro, ha un soffio in sè della grande anima della Patria, è una espressione di quella ideale unità dei cuori italiani che l′arte ha sempre aiutata, che fu sospiro del nostro Poeta stesso ed è tuttavia speranza di chi sogna un′Italia interamente felice e grande. Additandolo a Voi, signor sindaco, noi ci sentiamo orgogliosi di poter dire : Esso è Vostro.

Il 9 settembre di quest′anno, giorno natalizio di Giacomo Zanella, gli fu inaugurato un monumento in Vicenza, nella città che lo ha per figlio suo, perchè il paesello di Chiampo dov′egli nacque appartiene al territorio vicentino e perchè il poeta stesso ebbe lei per sua patria. La cerimonia fu assai semplice. Un rappresentante del Comitato parlò brevemente consegnando il monumento al Sindaco della città e potè dire che era stato eretto mediante offerte d′italiani d′ogni provincia.

Avrebbe potuto aggiungere che le offerte erano state così larghe da superare la spesa, quantunque le proporzioni della statua sien grandi e lo scultore uno dei buoni d′Italia.

Il Sindaco, intelligentissimo e abilissimo uomo, capo d′un′amministrazione liberale, pronunciò, davanti a quel vecchio prete di marmo, un eloquente, nobile discorso. Moltissime persone, il fiore della cittadinanza, assistevano riverenti alla risurrezione d′una cara figura, scomparsa da cinque anni e famigliare a tutti. Dei fiori vennero posati ai piedi della statua in nome del Municipio e di altri. Forse si sarebbe udito volentieri in quel momento un pezzo di musica italiana antica, a grande orchestra, limpido, elegante, misto di solennità e di dolcezza; ma poichè non è l′uso d′inaugurare monumenti con l′orchestra, la gente giudicò che senza strepito di bande la festa fosse riescita più intellettuale, più degna dell′artista modesto e della signorile arte sua; e se ne andò contenta, lasciando il vecchio prete di marmo a meditar solo, con un libro in mano, nella piazza deserta.

Egli vi sta bene. Alla sua sinistra la facciata scura e severa di una chiesa medioevale fa pensare, con gli avelli dove dormono esuli fiorentini, alla poesia religiosa e a Dante. Alla sua destra il palazzo grandioso e barocco di una Banca non rappresenta male la grandezza, certo mista di corruzioni, di quegli ordini sociali moderni che il poeta cantò nei versi a Fedele Lampertico, di quelle fonti

Onde sgorga ricchezza e si comparte

con maggiore o minore giustizia. Si affaccia pure sulla piazza una caserma di cavalleria. Il mite autore del “ Sonno n di “ Francia e Prussia ” le volta le spalle e non poteva fare altrimenti.

Cinque anni sono trascorsi dalla sua morte e davanti alla statua che lo rappresenta vivo non è senza frutto domandarsi se realmente l′opera sua vive ancora, e, se vive, per quali virtù; o se questi onori che gli si tributano null′altro significhino oramai che il fedele affetto degli amici e dei discepoli, l′ammirazione deliberata di pochi tenaci conservatori e un sentimento di vanità municipale.

I.

La fama di Giacomo Zanella ebbe, vivente lui, un corso molto irregolare. Chiusa per lungo tempo nei confini del Veneto, parve a molti inferiore al merito del poeta; propagatasi poi alla Toscana e di là rapidamente a tutta Italia, parve a qualcuno soverchia. Giosuè Carducci, il poeta stesso che saliva nel favore del pubblico mentre la riputazione dello Zanella dava segni di declinare, analizzò le origini di questa riputazione, vi trovò degli acidi politici, conservatori, neoguelfi, una specie di lievito moderato che l′avrebbe fatta gonfiare. Vi riconobbe pure, da quel superiore artista ch′egli è, un raro valore letterario, una onesta sincerità d′intenti.

L′abate Zanella, egli scrive nella prefazione ai Nuovi Versi di Vittorio Betteloni, aveva cominciato esercitandosi con gli altri chierici in gare di traduzioni da Ovidio e da Orazio; ma poi aveva tradotto anche dello Shelley, e mostra di saperlo apprezzare con larghezza e forza di giudizio, tutt′altro che da seminario.

Rifiorivano nei suoi versi le belle tradizioni della scuola classica: il Mascheroni, didascalico, vi s′era fatto lirico: il Parini lirico vi appariva ammorbidito e più ortodosso: l′elegiaco e moralista Pindemonte, smessa la cipria con la quale era solito ballare in gara al celebre Picche, pareva aver curato con un trattamento scientifico certa debolezza di nervi presa nell′ambiente poetico inglese del regno di Giorgio III, e s′era un po′ riscaldato e imbrunito alla primavera del 1848. Oltre di ciò, nelle poesie dell′abate Zanella gli accordi e le conciliazioni fra la ricerca scientifica e l′autorità del dogma, fra il pensiero moderno e l′eternità della fede, fra il sentimento nuovo irrequieto e le regole dell′arte tradizionale, erano, ingenuamente, sinceramente, candidamente proseguite, volute, credute raggiungere. E a volte la trepidazione dell′uomo sottomesso che pure ha scòrti i misteri dell′essere era resa, con umiltà di affanno, in armonie non dal profondo strazianti ma di gemente tranquillità, dal poeta che rialzava gli occhi al cielo. E la gioia della pace ritrovata in codesto alzare degli occhi suonava amabilmente modesta, quasi accorata. Tale contenuto poetico fu il calmante aspettato e richiesto, e fu annunziato a grandi voci da molta gente a modo, massime in Toscana e nella Venezia. Del resto, quando mai la poesia odierna aveva trovato un′ornamentazione di gusto così corretto per le feste di famiglia, per le parate dell′industria e per i trionfi del tecnicismo? Quando mai da molti anni la breve snella arguta strofe classica era stata carezzata e liberata al volo con tanta abilità , facilità e grazia? De′ detrattori dell′abate Zanella, chi ha o chi troverà altrove nelle rime d′oggi lo spirito lirico che ondeggia circonvolgendosi con un mite rumore di marina lontana nelle volute meravigliosamente delineate, marcate e colorite della Conchiglia fossile?

Gli amici dello Zanella si compiacquero assai di questa pagina benevola e cortese ma leggermente lumeggiata d′ironia. Ne parlavano con parole di vanto che il più illustre di essi, il più caro al poeta, ripetè anche recentemente per le stampe [2]. Questo prova appunto che allora l′astro del Carducci saliva e quello dello Zanella scendeva.

Negli ultimi anni suoi, dopo la cupa infermità che lo tenne lungamente silenzioso, lo Zanella scrisse molto. Come nella conversazione pareva più abbondante, faceto e mordace, così nello scrivere parve più fecondo che non fosse stato mai. Molti domandavano se la sua vena riaperta gittasse versi così buoni come un tempo; molti, non però tutti, rispondevano che no. Nessuna fra le sue poesie di quest′ultimo periodo levò il rumore delle prime. È vero che nè il poeta, nè gli editori suoi si diedero pensiero di preparare con l′industria le vie dell′arte; ma neppure la Conchiglia, neppure la Veglia, neppure le altre più note liriche del periodo precedente erano state annunciate con le trombe. Insomma qualcuno potè credere allora che il poeta, uscito dalle nebbie dell′ipocondria, scendesse alla tomba in una mite luce di tramonto sereno; e chi avesse solamente guardato ai giornali letterari poteva crederlo già vicino all′oblio. Quando, nel 1888, il soverchio lavoro intellettuale lo uccise, il nome di lui suonò compianto e ammirato in tutto il paese. Calde condoglianze giunsero da ogni parte d′Italia alla sua città; fra gli altri l′autore di quella pagina tra benevola e ironica, che ho citato più sopra, mandò un affettuoso, bellissimo telegramma. Io ricordo che quando lo Zanella non era ancora conosciuto fuori della sua piccola provincia, venne a morire in Vicenza un prete vissuto beneficando nell′oscurità, e toccò a lui pronunciarne l′elogio funebre. Allora egli veniva spesso da me. Sapete, mi disse un giorno, ho trovato il pensiero dell′esordio. Sarà questo: la morte leva il velo che ha coperto le opere degli uomini durante la loro  vita e consente che se ne rechi un giudizio retto. Allora il pensiero non mi parve peregrino, adesso non mi pare giusto. I giudizi che si recano d′un uomo e delle  opere sue nel primo momento dopo la sua morte non sono quasi mai retti. Coloro che lo hanno amato non ne vogliono, non ne possono ricordare in quel momento  che le qualità e le opere buone; e questa inclinazione  affettuosa a considerare la sola parte buona dell′ uomo  va naturalmente insieme al desiderio di trovar ch′è una parte grande e ch′è ottima; per cui v′è sempre offesa, poco o molto, la rettitudine del giudizio. È un sentimento così comune, questo, che ciascuno, volendo rispettato il proprio, rispetta l′altrui, e chi non ebbe ragione di amare nè di stimare un morto lodato, si trattiene, in quel primo momento, dal contraddire pubblicamente. Resta che gli uomini molto amati e stimati in vita, si giudicano, appena morti, con soverchia benevolenza. Lo Zanella, mite animo, facile alle amicizie, amabile con i grandi, scherzoso e famigliare con la gente minuta, largo di  affettuoso consiglio a moltissimi, cinto di scolari e scolare che lo adoravano come la stessa bontà, come la stessa sapienza, fu tra gli uomini più amati, nè si può  giudicar del suo merito reale, della fama che gli resterà, dagli onori tributatigli subito dopo la morte. Neanche la bella statua dello scultore Spazzi e l′alloro di bronzo sulla base del monumento possono contar molto, poichè non mancano nel nostro paese statue malinconiche di poeti mezzo dimenticati, che hanno l′aria di meditare sulla vanità e la fugacità della fama. La bisogna di determinare la reale misura di una riputazione letteraria, la sua qualità, il suo fondamento, la sua probabile durata, è più difficile. Io non intendo pronunciare sentenze, ma solamente studiar l′argomento con sincerità perfetta, non ascoltando l′affezione privata che portai all′uomo e che tuttora vive in me; poichè, se la posso dominare, non la voglio però nascondere.

II.

Vi hanno due specie di riputazioni letterarie come vi hanno due specie di lettori. Vi ha sulla superficie del pubblico una scarsa e rumorosa schiera di lettori che son letterati essi stessi, che scrivono nei giornali letterari, che disputano sul metodo e lo scopo dell′arte, che classificano i libri piuttosto secondo nomi di scuola che secondo l′utilità o il piacere possibili a ritrarne. Alcuni di costoro sono giudici eccellenti, meritevoli, per l′ingegno e la dottrina, dell′ufficio che si prendono, saldi nelle loro idee. Altri ondeggiano ad ogni vento; vi ha chi fluttua secondo la moda, e vi ha chi fluttua secondo la fantasia. Non sarebbe proprio dire che mutano idee; mutano amori. Oggi si danno al naturalismo per Emilio Zola, domani si daranno al misticismo per Tolstoi. Tutti insieme, gli uni e gli altri, dispensano la fama ufficiale; nessuno può diventare celebre senza l′opera loro. Grazie a questa prima classe di lettori, un libro e un nome possono agitare tutta la superficie del pubblico, occupare di sè la stampa e, almeno, i salotti più intellettuali delle grandi città . Succede che molti di questi nomi e di questi libri, lodati per uno spirito di partito, sia letterario, sia politico, o per desiderio di ricambio, o per maneggi di amici, o per maneggi di editori, cadono in dimenticanza. Altri si mantengono a galla e resta loro una specie di riputazione aristocratica chiusa nella cerchia delle persone più colte, dei dilettanti di letteratura, dei lettori, insomma, di prima classe; una riputazione instabile come la moda e la fantasia. Nessuno conquista una riputazione solida, sicura, senza l′intervento di altri giudici. Sotto la prima classe di lettori ve n′ha una seconda ben più larga. I lettori della seconda classe non scrivono nei giornali letterari e li leggono poco; non disputano sul realismo nè sul simbolismo; non classificano i libri con questi nè con simili nomi, li distinguono comunemente in facili e difficili, piacevoli e noiosi, morali e immorali, li giudicano con criteri di sentimento e anche con criteri d′arte, ma per lo più con i criteri d′arte della tradizione scolastica, quindi con alcuni criteri d′arte che sono invecchiati e con alcuni criteri d′arte che sono eterni.

Questi lettori non possono creare una fama benchè assorbano una grande quantità di libri. Esce, per esempio, non è molto, in Italia una versione poetica del Savonarola di Lenau, fatta da un bravo e modesto amico mio che non si dà l′aria di letterato e non ha la pretesa di scrivere versi squisiti. La prima classe di lettori nemmanco se ne avvede; la seconda classe ne inghiotte in poco tempo migliaia e migliaia di copie. C′è di mezzo la questione economica, il buon mercato della edizione, ma ciò non basta a spiegare tanto favore, e, a ogni modo, ciò costringe a riflettere noi che ci chiamiamo artisti e andiamo dicendo non esservi più in Italia lettori di versi. Vi ha invece sotto di noi una muta moltitudine immensa, capace di divorare questo Savonarola, ossia una terribile quantità di quartine versate a getto continuo, solo perchè il soggetto del poema è italiano e simpatico, perchè vi sono espressi sentimenti che hanno potere in ogni tempo sul cuore umano, perchè la forma letteraria è vecchia, rispondente a vecchie abitudini. Non è qui il luogo di cavar insegnamenti da questo fatto; osservo solamente che tale classe di lettori, come non ha i mezzi di creare una celebrità , così non ne ha la competenza. È, in arte, una classe essenzialmente conservatrice. Un grande scrittore originale che sorga oggi, una nuova forma d′arte non hanno probabilità di trovar favore presso di lei se prima non le si predicano da molte parti e per molto tempo. A certe altezze e finezze del pensiero non arriva mai. Però non vi ha rinomanza solida se non penetra dall′alto e si radica in questa profonda massa oscura di lettori. Penetrata e radicata che sia laggiù, sente poco le vicende della moda e del gusto, non ondeggia, non oscilla, non inaridisce benchè alla superficie possa parere ancora, secondo la espressione dantesca, “ color d′erba che viene e va. ” Poco importa che il nome dell′autore cessi di comparir nei giornali, se il libro è oramai caro a molte persone che dei giornali poco si curano, che ne diffidano per istinto. I suoi fedeli e zelanti amici lo propagano nello stesso campo oscuro e sicuro; poco a poco vi è lodato per abitudine e tradizione; poco a poco al suo merito reale si vengono aggiungendo ricordi personali dei lettori, che, se non gli crescono stima, gli crescono affetto; e solamente allora lo scrittore può compiacersi di possedere una riputazione larga e ferma.

Tale fu la sorte di Giacomo Zanella. Allorchè il favore della stampa letteraria parve mancargli, il suo nome era già disceso allo strato inferiore del pubblico e vi aveva preso radice. La qualità della sua poesia dolce, casta, religiosa lo avevano fatto accogliere come un amico sicuro, particolarmente da coloro che guardano più ai sentimenti e alle credenze che all′arte d′uno scrittore, lo avevano legato ad essi nel consenso più desiderato e profondo, lo avevano introdotto nella intimità dei giovanetti e, sopra tutto, delle fanciulle, ossia di lettrici ben facili all′entusiasmo e ben disposte al contagio dell′entusiasmo. Alcune fra le ultime pubblicazioni poetiche dello Zanella non furono quasi avvertite dalla critica ed ebbero tuttavia uno spaccio abbondante. La prima raccolta de′ suoi versi che, grazie specialmente a un articolo del professore Del Lungo in questo stesso periodico, fece salutare poeta lo Zanella dall′Italia letterata, ebbe, nel primo fervore delle lodi pubbliche, due edizioni. Incominciarono allora gli anni d′oro per quella fama del poeta che suonò nella stampa, nei salotti letterari, alla superficie del pubblico. Il libro non era ancora penetrato al di sotto, e dopo le due edizioni del 1868 la terza si fece attendere sino al 1877; nove lunghi anni. Ci vollero otto anni a smaltirla; nel 1885 uscì la quarta. Giacomo Zanella non godeva più della fama clamorosa d′un tempo, e negli otto anni successivi uscivano rapidamente la quinta, la sesta, la settima edizione. Lo spaccio delle Poesie è sempre vivo, specialmente nei centri minori, dove i lettori sono quasi tutti della seconda classe.

Vi hanno piccole città fuori del Veneto, delle quali non s′è mai sentito dire che vi abbondi la coltura, e che pure ne comperano regolarmente circa un centinaio

di copie l′anno. Chi conosce le condizioni del mercato librario in Italia troverà ch′ è una cifra elevata. Mentre scrivo, la edizione settima è esaurita e si sta preparando l′ottava. Non so se il violento attacco dell′Imbriani, pubblicato nel 1872, abbia ritardata la fortuna del libro.

Non lo credo, ma è difficile giudicarne. Lo stesso dirò di una severissima critica del Guerzoni, più temibile perchè urbana. Certo l′uno e l′altro giudizio, se ebbero qualche potere sul cammino del libro, l′hanno perduto da un pezzo. Mi piace notare che il Guerzoni deprimeva le poesie originali e levava a cielo le versioni. Il pubblico legge le prime e lascia dormire le seconde. Anche testè qualcuno fra gli ammiratori del poeta si è turbato per certe parole acerbe che di lui scrisse Cesare Cantù negli Esempi e giudizi della letteratura italiana. L′illustre storico, giudice amaro e nervoso di altri valenti, chiede perdono di quelle parole “ai compatrioti dello Zanella, che lo elevarono tra i sovrani.” Se vi ha fra i vicentini, che io non lo so, chi colloca Giacomo Zanella fra i poeti sovrani, è indubbiamente nel torto.

Premesso questo, il vegliardo così mirabilmente operoso e pugnace non si può lodare d′aver usato un linguaggio in parte ambiguo in parte irriverente verso un morto della stessa sua fede; linguaggio che certo non è, ma potrebbe ai maligni parere rappresaglia di ripetute contraddizioni a giudizi del Cantù che si leggono in un libro di Giacomo Zanella [3]. Tuttavia i compatrioti dello Zanella devono accordare all′ illustre Lombardo il chiesto perdono, almeno perchè quelle parole acerbe riescono del tutto innocue al loro diletto poeta. Telum sine ictu. La Conchiglia e le sue sorelle camminano fuori portata, oramai, da questi colpi. Io non dico che vivranno quanto la Pentecoste o i cori ddell′Adelchi o le più mature liriche leopardiane; dico che la loro salute è ancora buona e che, quando morranno, sarà di morte naturale, non di morte violenta.

III.

Le cagioni della fortuna che il volume dello Zanella trovò fra i lettori che meglio tengon viva una riputazione, mi paiono essere state molte. Di alcune toccai più sopra e sono fra le maggiori: la dolcezza dell′ispirazione poetica, la purezza morale dei sentimenti, la pietà sincera e affettuosa. A me pare che la poesia religiosa dello Zanella, sempre così squisitamente elegante, si possa rassomigliare a una signora bellissima che sta in chiesa pregando a mani giunte e a capo chino e non può a meno, mentre prega, di guardarsi qualche volta un poco l′abito, di compiacersi un poco, se non altro, de′ suoi braccialetti. Persino nei versi intitolati: Dopo una lettura dell′Imitazione di Cristo, dove spira più che mai profondo il sentimento religioso, il poeta evidentemente si compiace di certi ornamenti, di certi vezzi ricercati come i turbinosi euri [4], il cinnamomo e il nardo.

Ma queste vecchie eleganze, se non sono gradite a noi della letteratura militante, vagheggiatori come siamo di forme artistiche più moderne, piacciono invece alle falangi conservatrici. Si noti bene che l′epiteto non ha nessun significato politico nè religioso, perchè moltissima gente, radicale in politica e in religione, è fieramente conservatrice in letteratura. Questi democratici hanno il culto delle parole così dette nobili; disprezzano le corone, ma rispettano i serti. Peggio che conservatori, sono retrivi. Si contentano, per esempio, che lo Zanella tolga, in un sonetto dell′Astichello, la lancia ai nostri soldati di cavalleria e dia loro l′alabarda, un′ arma d′anticamera, ma un vocabolo di razza. Ne varrebbe a convertirli il dir loro che lo stesso poeta si rammaricava negli anni suoi maturi di non poter del tutto liberarsi da una retorica infiltrataglisi nelle ossa quando erano tenere ancora. Ad essi quella retorica piace. Sono pronti sempre a fabbricare bellici tormenti e alabarde per armarne coorti contro i nemici di lei.

IV.

Poi la fortuna dello Zanella viene dall′aver egli mescolato liricamente la scienza alla poesia. Che la scienza di lui sia stata molta ed esatta non potrei negare nè asserire. Un bel discorso è stato tenuto pochi mesi sono sulla Conchiglia, nel quale si dimostra con moltissima dottrina che quelle agili strofe hanno un solido fondamento scientifico [5]. Per verità, l′autore del discorso, trovandosi incerto davanti a quei versi della strofa ottava:

Nel sasso de draghi

Le spire rivolte

E l′orme ne parlano

De′ profughi cigni

Sugli ardui macigni,

non potendo riconoscere questi draghi, nè vedendo molto più lume quanto ai cigni, osserva benissimo che non è da cimentare ogni frase poetica al crogiuolo della scienza. Ma poi discute se la conchiglia eocena [6] abbia potuto vedere “il baleno di cento vulcani” e cita pagine di scienza e se ne giustifica dicendo che la poesia è necessariamente lo splendore del vero.

Io credo che la popolarità della Conchiglia sia realmente dovuta in qualche piccola parte all′ammirazione per il sapere del poeta. Quando un re o un principe  di sangue reale dicono qualche cosa di sensato le loro parole son riferite dal comune della gente con ammirazione; e quando un poeta parla di scienza e non dice grossi spropositi, questa stessa gente lo ammira proprio nello stesso modo. A  me paiono ammirazioni poco rispettose e l′una e l′altra. Le particolari nozioni scientifiche necessarie a scrivere la Conchiglia si acquistano in un tempo non tanto lungo e senza troppa fatica. Che sieno esatte o no, non importa molto. Se domani qualcuno uscisse a dire: “ badate, la conchiglia fossile che ispirò il poeta non è una Nerita conoidea nè una Rostellaria come voi credete, ma è invece un ammonite, ciò che metterebbe lo Zanella in un pelago di guai con la scienza, la celebrata ode non perderebbe un atomo del suo valore. E lasciamo stare che in fin dei conti lo Zanella non battezzò affatto la sua conchiglia nè la fece disegnare in capo alle fervide strofe. La ode pare a me, brilla, sì, per lo splendore del vero, ma di un vero più grandioso e  importante, più atto a fare impressione sui lettori comuni, i quali niente affatto si curano di queste che io chiamerò questioni interne della scienza. Un anno dopo la sua pubblicazione, lo Zanella entrava, insieme a chi scrive queste righe, nell′Orrido di Osteno [7], mostruosa caverna aperta e corsa da un′ acqua veemente, di cui, guardando su per la roccia, si vede, a grande altezza, il passato lavoro nella pietra scolpita e lucida. Il poeta era estatico: “Guardate, guardate”, mi diss′egli. “Come dare al mondo i soliti seimila anni della tradizione? Quest′acqua ha dovuto metterne almeno trenta o quarantamila a fendere lo scoglio così. ” Ecco il vero che splende nella Conchiglia fossile: l′autorità dei fatti scientificamente dimostrati sopra la lettera del racconto biblico e il modo tradizionale di intenderla. In un certo mondo scarso di coltura moderna, specie in una parte del mondo ecclesiastico, e particolarmente nel clero giovane, male informato circa le relazioni della scienza col dogma, e forse non sempre bene circa i confini precisi del dogma stesso, desideroso, però, di maggiore libertà intellettuale e attratto dallo spirito del suo tempo, lo spettacolo di questo prete che tanto sentiva egli pure l′attrazione della scienza, che, credendo alla scienza, ripudiava solennemente il concetto antico sulla durata della Creazione e sostituiva alle sei giornate una lunga vicenda di lente stagioni; che rendeva in pari tempo a Dio il culto più fervido e più ortodosso; lo spettacolo, dico, di questo prete ammiratore del progresso, ardito, pio, parve nuovo benchè non lo fosse, ebbe ed ha tuttavia un fascino grande.

È veramente qui, nell′ossequio alla Verità naturale, nel concetto largo della Verità soprannaturale, che stanno in gran parte la vitalità e la forza dell′opera poetica di Giacomo Zanella, non dirò nel senso assoluto, ma rispetto al maggior numero de′ suoi lettori. A mio avviso, egli conobbe troppo tardi le meraviglie del lavoro scientifico moderno. Il suo primo entusiasmo fu troppo ingenuo e subitaneo, troppo grande fu il suo terrore di una filosofia confusa da lui a torto con la scienza perchè innalzata da uomini di scienza sopra credute basi scientifiche. Oscillando fra l′ammirazione e lo spavento, non ebbe della scienza un concetto veramente alto e religioso. Vide in essa ora la potenza ora la superbia  umana, non seppe concepirla come rivelazione dell′Invisibile divino per ea quae facta sunt. Contemplandone i progressi, le domandò:

Fuggon forse le tenebre di pria

E palese di Dio splende il disegno?

E non udì la risposta che altri credenti odono: sì, a misura che la scienza procede, la visione di Dio si fa sempre maggiore, il disegno di Dio esce sempre più  dalle tenebre. Gli nocque l′aver collocato intero il suo ideale religioso nella vita futura. S′egli avesse creduto, come molti credono, anche a un regno di Dio ch′esiste realmente in germe sulla terra come il grano di senape  o come il lievito della parabola e senza posa vi si sviluppa e riunirà un giorno l′umanità intera, conformandovi il modo della credenza e del culto, gli ordini famigliari, sociali e politici, le scienze, le lettere, le arti al più puro ideale, avrebbe pure creduto a un luminoso avvenire della scienza, al dovere d′ invocarlo e di combattere per esso. Questa sarà la gloria di poeti futuri. Giacomo Zanella vi parve incamminato per un momento, appunto nelle ultime strofe della Conchiglia fossile:

Se schiavi, se lagrime

Ancora rinserra

È giovin la terra.

Eccelsa, segreta

Nel buio degli anni

Dio pose la meta

De′ nobili affanni.

Quest′ultima espressione non è felice, ma certo il poeta intravvide qui il regno di Dio sulla terra. Pur troppo la gloriosa visione parve oscurarglisi presto, lo slancio gli mancò sul principio della via. Alla vista dei traviamenti umani l′animo suo, non abbastanza vigorosamente temprato, si accasciò. Egli sospirò di ritornare verso la fede più semplice degli anni suoi primi, buona per il fanciullo, buona per aver pace, non buona per l′uomo il quale ha il dovere religioso di tendere a quella forma più razionale di fede ch′è nella sua potenza. Nel concetto cristiano tal fede non esclude gli slanci umili

e ardenti dell′anima, anzi ne ha stretta necessità, è sempre incompleta, insufficiente senza di essi: ut non evacuetur crux Christi, A ogni modo rimane a Giacomo Zanella l′onore di aver tentato un gran campo e di avervi impresso un′orma duratura. S′egli avesse osato più, forse l′opera sua non avrebbe tanto favore fra quei credenti che ignorano sin dove si possa osare. Non il dogma, no, ma la intelligenza del dogma ha la sua lenta evoluzione razionale anche nelle moltitudini. Chi le ha fatto dare un piccolo passo ha fatto molto; e se poi questi, causa una certa timidità e fiacchezza d′animo, si ferma, ciò è forse nei disegni della intelligenza superiore che governa le cose umane, ciò assicura i progressi ottenuti, liberandone l′autore dal sospetto di troppa audacia.

V.

Le men belle fra le poesie dello Zanella son quelle d′argomento politico, secondo il Carducci giudicò senza appello; è tuttavia da cercarvi un′altra cagione della sua relativa popolarità. Esse sono l′espressione di un sentimento schiettamente italiano e liberale. La più significante è l′ode a Camillo Cavour, la cui memoria si vilipende nel nome, proferito invano, del sentimento religioso, da gente che vorrebbe avere la gloria di Giacomo Zanella per sè e ha portato pietre al suo monumento. Eppure l′ode è lì, a pagina 264 dell′edizione diamante di Firenze. È scritta in un italiano chiarissimo.

Chi lo ha dimenticato farà bene di rileggerlo e di tenerlo a mente per sua edificazione. Vi è tutto quanto si può desiderare. Vi è l′alleanza che assicurò al Piemonte il possesso delle Legazioni, vi è l′aiuto dato sottomano a Garibaldi nel 1860, vi è la politica unitaria del grande ministro, vi è la stella di questa politica, il Re d′Italia in Roma. Tutto questo è glorificato dal poeta con un sentimento cui, se non la gratitudine nostra, almeno lo spettacolo delle cose italiane tien vivo anche troppo:

                              ....orfana ancora,

Sullorma tua cui pari altra non vede,

Italia plora.

Se un liberale laico avesse scritta quest'ode, poca gente avrebbe commosso; nè l′avrebbe passata, credo, senza qualche appunto per quel conte di Cavour vestito da sacerdote di Nettuno e dei Tritoni tirreni, che pontifica con più ghirlande di fiori in mano. Ma l′autore n′ è un prete lodato per l'ingegno e la virtù, rispettato da coloro stessi che più avversano le idee liberali. Ciò lo rende caro specialmente alla parte del clero che freme di dover tenere una condotta politica infausta agl′interessi religiosi, e a moltissimi credenti laici che non intendono sacrificare, in questa materia gelosa, i diritti della propria coscienza. Lo Zanella diede qui prova di raro coraggio e n′è giustamente rimeritato con l′affetto di chi spera quel ch′egli sperò, una conciliazione espressa, effettiva fra la Chiesa e lo Stato italiano. Gliene va reso onore pure da noi che preferiamo attendere dal tempo e dalla evoluzione naturale dell′idea religiosa, anzichè da un espresso immaturo accordo, la convivenza pacifica delle due potestà .

Anche nel Carme Milton e Galileo, gli sciolti più belli a mio vedere, che sieno stati scritti nella seconda metà del secolo, s′indovina un′aspirazione ardente a certe riforme cattoliche cui la evoluzione dell′idea religiosa maturerà presto o tardi. Lo Zanella fu prudente, mise

le accuse in bocca al protestante Milton ; ma sono così calde! Ne affidò a Galileo la confutazione; ma è così molle! Il suo cuore battè per conto proprio quando ne uscirono per conto di Milton queste parole che si convengono, specie nell′apostrofe, a uno sdegnato cattolico, non a un protestante:

                   « Ah, non di Cristo

L'umile banditor, ma d′Orïente

Gioiellata barbarica possanza

Contemplar mi parea, quando soffolto

Da mitrate falangi e circonfuso

D′una notte d'incensi, in aureo trono

Cui fean le piume del pavon ventaglio,

Sulla testa de popoli passava

Come corrusca nuvola che sfiora

Rispianato oceano delle chiavi

Che disserrano i cieli, arbitro santo!

tolto all'amo ed all'ufficio assunto

Di sovrano Pastor, perchè la terra

Dagî e di pompe noncuranza apprenda,

E povertate, in te guardando, onori.

Così l′obbligo adempi?

Qual'è la difesa di Galileo su questo punto del fasto pontificio?

« Visibil sir di non visibil regno,

Di Dio la possa e d′uom le colpe ei veste;

Tu nell'uomo t′affisi. Umane insegne

Venner coi tempi e dileguar potranno

Anco coi tempi. »

I tempi non sono maturi e certe pompe commovono tuttavia siffattamente le turbe di ammirazione e di rispetto, che non vi è speranza, per alcuni cattolici consenzienti circa questo punto con Milton, di vederle deposte. Lo Zanella nascose il suo pensiero. Cercò anzi, credo, di nasconderlo sempre più, ritornando sugli sciolti eloquenti, velando le espressioni più forti. Se lo avesse audacemente manifestato conterebbe molti ammiratori di meno. Così è inteso con intima compiacenza, benchè non interamente approvato nel suo riserbo, da chi domanda ai poeti di precedere le moltitudini umane nella loro ascensione intellettuale e morale a costo di rimaner soli, di parlar loro il linguaggio dell′avvenire a costo di non essere intesi.

VI.

Lo Zanella avrebbe potuto procacciarsi anche maggior fama se avesse dato una forma stabile d′arte al mondo comico che portava in testa e che sapeva mirabilmente rappresentare con la parola viva.

La poesia satirica intitolata Per certi filologi tedeschi , poco fine, poco arguta, troppo inferiore alle invettive leopardiane, non può darcene un′idea. Veggansi piuttosto questi versi inediti sulle varie conversazioni di una vecchia e pia gentildonna:

Dalla X.

Comincian per tempissimo le cuoche,

Che prima di salir, dietro la porta,

Della carne depongono la sporta,

Polli, tacchini e lor sorelle, le oche.

Poi si fanno veder le cameriere,

Che con santa, cristiana discrezione

Tutti i pettegolezzi fan sapere

Ed i segreti delle lor padrone.

Seguono le signore. Con sussiego

Ella lor dava moniti e consigli

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

.    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .    .

Ecco si ode una gran scampanellata,

Tòtolo dallo spiedo e dal tegame

Colla salvietta ai fianchi attraversata

Vien sulla porta ad annunziar le dame.

Vien la.,, o la... o la...

Si alzano le pedine: per la vesta

Senzessere veduta le ritiene

“ Cia Cìa ” dicendo “e Betta, Betta, resta. ”

Si ode un bisbiglio e un scricchiolar di scranne.

Poche parole e molta soggezione

Con certi visi allor, lunghi due spanne;

E così ha fine la conversazione.

Del resto, la vena comica non tolse allo Zanella di essere amabile con le dame, e mi piace dare un saggio dell′amabilità sua nel seguente squisito madrigale, pure inedito, dedicato dal poeta a una gentile signora nel suo giorno onomastico;

Stride rovaio: larbore si spoglia

Dell ingiallita foglia.

Aggirato dal vento e turbinato

Per laere annuvolato,

Candido augel dallAlpe ovha suo nido

Scende a lontano lido.

Così sovra il bel colle ove regina

Incedi, o Carolina,

Cala laugurio mio, cui non arresta

Laquilonar tempesta

Che me ritien di doppio manto avvolto,

Nel chiuso ostel sepolto.

Soggiungo che molti graziosi versi lo Zanella scrisse per molte signore. La grazia sua, semplicemente cortese, non somigliò mai a quella tenera degli abbès galants dell′antico regime nè a quella appassionata del Parini.

E spesso usò il verso per savi consigli come nel sonetto che segue, inedito anch′esso:

Se il viso noterai; se la parola

Raccoglierai del tenero idïoma

Quando il bambolo tuo madre ti noma

E dogni corsa ambascia ti consola;

Se lo stupor con che dantica fola

Pende al racconto; lira ancor non doma

Ondei talor ti scompon velo e chioma,

Poi, pentito, a tuoi labbri un bacio invola;

Se dirai le tue smanie e la tua tema

Quando non dorme, avrai lungo argomento,

Loredana, di storia e di poema,

Ingegnosa qual sei; nè con lamento

Dir ti udrò che scrivendo il cor ti trema

E dal labbro restìo tesce laccento.

Anche queste foglie sparse, custodite amorosamente da chi le possiede, conservano la fragranza e il verde del suo florido ingegno, giovano a tenerne vivo il culto.

Ora mi domando quali vicende correrà la riputazione di Giacomo Zanella presso coloro che delle opere d′arte giudicano con criterii sopra tutto artistici. Ho esposto altrove l′opinione che quando il tempo avrà fatto di lui un antico, certe avversioni procacciategli adesso dalla sua qualità di prete spariranno ed egli verrà onorato come un singolare artista, nello stesso modo che anche dai liberi pensatori si onora una Sacra Famiglia di autore. È bensì probabile che le composizioni raccolte nel volume delle Poesie si mostrino, alla prova del tempo, inegualmente vitali. I due racconti Corrado ed Edvige, come pure il Piccolo Calabrese, stampato a parte, non resisteranno. Inclino a crederli morti a quest′ora, senza possibile risurrezione. Non resisteranno le liriche di argomento politico e altre di costituzione debole, troppo scarse di originalità e di vigore. Alcune che da principio non piacquero e ancora non piacciono quanto la Conchiglia e la Veglia, verranno, io credo, pigliando il primo posto nella stima de′ buoni giudici. Nomino le liriche intitolate Alle acque di Recoaro, Egoismo e Carità, La Religione materna, il Carme Milton e Galileo, quelle mirabili strofe degli Ospizi Marini, che a me paiono superiori, quanto a perfezione d′arte, alle strofe della Conchiglia fossile. Ma poichè il volume delle Poesie è notissimo e fu a suo tempo ampiamente discusso dalla critica, non mi tratterrò a parlarne. Tacerò pure delle versioni e delle prose, insufficienti le une e le altre, per quanto buone, a creare come a conservare una fama.

Preferisco soffermarmi un momento, prima di chiudere queste pagine, sopra un′altra serie di componimenti poetici, che non ebbe mai la popolarità della prima e che tuttavia resterà , se non m′ inganno, il frutto più maturo dell′ingegno di Giacomo Zanella, l′opera sua più perfetta e durevole, la più interessante per chi studia in un libro d′arte l′anima dell′artista. Parlo dei sonetti raccolti sotto il titolo: Astichello.

Ai sonetti dellAstichello fu posto mano nel 1880.

Cinquanta di essi stanno nel volumetto Astichello e altre poesie (Milano, Hoepli); ventiquattro ne uscirono nel fascicolo 1° ottobre 1887 della Nuova Antologia; qualcuno ne comparve in pubblicazioni d′occasione; pochi altri sono inediti. Composti dal vecchio poeta nella quiete d′una villetta suburbana, fra le rose di modesto giardino, sulle rive del fiumicello ond′ hanno il titolo, nella piana via polverosa che conduce alla città , essi conservano, direi, nel cristallo d′un linguaggio chiaro e puro nette immagini delle sue impressioni e della sua vita interiore di otto anni, gli ultimi. Sono quasi, nel loro insieme, un diario, e hanno l′interesse d′ un diario sincero perchè rispecchiano fedelmente le idee, i sentimenti di un′anima gentile cui le battaglie del mondo hanno rattristata e stanca. L′ammirazione ingenua d′un tempo per il progresso umano, scientifico e civile, è diventata nel deluso poeta diffidenza e amaro disgusto; soli conforti suoi la quiete della solitudine campestre, la intimità con una pacifica natura simile alle campagne inglesi care al suo Gray, i colloquii con una gente semplice e sopra tutto con Dio, le immortali speranze. Mai Giacomo Zanella mostrò un disordinato desiderio di gloria. Ciò non prova che non l′abbia ragionevolmente agognata e goduta. Gravis cantantibus umbra. Adesso l′ombra gli è cara, adesso disprezza persino il nome della gloria terrena. Esce all′aurora, erra per i campi, siede in riva al fiume, nota ciò che vede, nota ciò che sente. Le piccole acque, i buoi che scendono ad abbeverarvisi, il vecchio pescatore di trote, il fischio di una lontana locomotiva gli destano diversi pensieri ed egli nota, nota, più sincero, più semplice, più potente che mai. Un grappolo dimenticato sul tralcio, una mela pendente dalla fronda, un azzurro fior di lino bastano a muovere la sua fantasia; basta una nube, basta l′ombra della sua stessa persona. Si chiude nella fidata stanzetta a meditare, a lavorar il verso con arte differente da quella che prima usò. La polvere copre i volumi greci e latini maneggiati da lui un tempo nocturna et diurna manu. Egli non crede più ad essi; come dopo aver visto passar un pastore con una cavalla zoppa, un cane sordido, una moglie sciatta e un pezzo di pan nero, non crede più a Dameta nè a Coridone. Ha sete di verità e di natura. Scrive, riscrive, lima senza posa, copre un foglio intero di parole, di sgorbi, di cancellature, per cavarne quattordici versi. Quando è stanco, alza il capo, guarda l′ombra tremola di certi pioppi giuocar col sole sulla parete, o va alla finestra, segue in cielo le ruote lente di un falco. Se il cielo si oscura, se scoppia un temporale, gode l′odor della polvere, lo scrosciar della pioggia che riluce contro il sole come fili d′argento, lo spettacolo dell′arcobaleno curvo dal Summano al mare.

Talvolta il tedio lo prende; egli va di sedile in sedile, di volume in volume, medita e sbadiglia. Malcontento di sè stesso, nota il suo tedio e il malcontento. Ascolta, la sera, al chiaro di luna, il canto delle operaie che escono dalle officine, guarda passar l′allegro stuolo che ad ogni abituro lascia una cantatrice fino a che il coro si spenga. Le campane della sera suonano allora e posano. Ode poi qualche latrato di cani per le ville, quindi un gorgheggio d′usignuolo che tosto, sopraffatto dal silenzio delle cose, si tace. Una piccola voce ancora, il grillo del focolare. Finalmente anche il poeta si addormenta e inconsciamente, durante il sonno, gli si prepara nel cuore il verso armonioso che ridirà domani tutte le voci della natura, dei viventi e dell′anima sua.

Anche l′ inverno ha dolcezze per lui che si gode il sole lungo le siepi e pensa, non senza diletto, agli anni suoi primi quando andava cercando coccole e more. Fra l′una e l′altra di queste impressioni del mondo esterno che sempre o quasi sempre gli suggeriscono una considerazione morale, egli coglie fantasmi che gli sorgono spontanei dal cuore, fantasmi del secolo nemico alla sua fede, fantasmi di colpevoli signori che parlano da socialisti e fanno da tirannelli, fantasmi di colpevoli dame la cui prole vive e muore senza nome in poveri casolari, fantasmi di una miglior vita che sogna, di un più felice canto.

Se si riunissero in un solo volumetto tutte queste semplici note, queste confessioni ed effusioni di un′anima, escludendone ogni altra poesia dello stesso autore, si avrebbe un documento psicologico prezioso. Sarebbe curioso di osservare, in fondo all′anima pura dello Zanella, i sedimenti del passato, le spoglie morte di quegli entusiasmi che l′avevano agitata nel tempo della Conchiglia fossile e dei versi a Fedele Lampertico. Sarebbe curioso di vedervi salire un sentimento nuovo della natura, un amore di tutto ch′è più minuto in essa, un senso delle sue voci più impercettibili, onde il poeta notò con mesta, commovente serenità, un anno prima di morire:

Sento il sussurro della madre antica

Che lerrante figliuol chiama a star seco.

Si studierebbe con pietoso interesse quest′anima inferma di pessimismo che, irritata dal contatto dello spirito moderno, si ripiega sopra sè stessa e tutto respinge ciò che ha pur di buono e di grande la nostra civiltà , non vede in essa che orgoglio, scetticismo, cupidità di piaceri e di lucri. Giacomo Zanella abborrì la teoria dell′evoluzione, le scagliò contro i dardi più avvelenati ogni volta che potè. Che l′uomo sia il prodotto e il fine di un immenso e continuo lavoro incominciato con la monèra [8], a lui parve una teoria degradante, come ancora pare ai più. A chi professa opinioni del tutto opposte, certe tristezze dellAstichello sembrano quasi un castigo. Il poeta che negò la legge del progresso all′origine dell′uomo, ha perduto, invecchiando, la vista del progresso umano presente e avvenire. Il pagano pessimismo di certi suoi antichi maestri latini è entrato in lui. Vede il mondo andare al peggio. Il fischio della locomotiva gli suona odioso come un′ironia del suo nemico. Non vi ha più bontà che fra i contadini, ma essi sono cinti di corruzioni vittoriose, prepotenti; e poichè nella loro bontà vi ha tanta parte d′ignoranza e poichè, a sentire lo Zanella, i maestri giovani insegnano che non vi ha Dio e che la proprietà è un furto, quale avvenire ci si affaccia? Compiangiamoli già viziati e max daturos progeniem vitiosiorem; dopo di che tutto il mondo sarà una tenebra. Certi abusi della giovinezza si espiano nella vecchiaia. Vi è proprio stato qui, forse, un precoce e lungo abuso di maestri latini? O non era l′anima di Giacomo Zanella temperata alle lotte della vita, e, ferita nella sua delicata, quasi femminea sensibilità, si è dessa ritratta con orrore da tutto che le ricordava il mondo nel quale aveva sofferto? O vi era in fondo alle sue tristezze pessimiste un′ombra di quel disordine fisico che due volte la oscurò interamente?

Ciò che non è dubbio è la insigne bellezza di questi canti. Lo Zanella non raggiunse altrove un così alto grado di perfezione artistica. Tutti i sonetti non sono eccellenti; neppure al Petrarca potrebbe darsi una lode simile; ma rare bellezze sono nella massima parte di essi. Moltissimi contengono deliziose pitture del vero; parecchi hanno profondità e novità di concetto; alcuni splendono nella forma senza menda. Nel sonetto XIII dell′edizione Hoepli, che incomincia:

Nubi, figlie dell′onda, alato coro,

con qual grazia, con qual malizia le pompe classiche della magniloquente invocazione adulatoria vanno a finire nell′ultima terzina!

                  .  .  .  .  .  .  or che focose

Montano in cielo le grandore estive,

Questi lauri salvate e queste rose.

Qual musicale pittura quel quadro del sonetto XXXVI !

Tacito, immoto, con la canna immota,

Il vecchio pescator pende sul fiume.

Il traduttore di Shelley si è ricordato dell′allodola anche nell'Astichello e le dona questi tre versi incomparabili:

Esser vorrei lallodola che ascende

Ilare i cieli e si travolve e gira

Sotto le nubi che cantando fende.

E la farfalla che va girando e rigirando, posandosi qua e là continuamente

Come se tutto linvogliasse e nulla

e lAstichello che, piccoletto mormorando, nella lunga siccità, sotto gli occhi del contadino dolente,

Come pover con povero si lagna

De mutui guai...

e quella luccioletta

Picciola creatura fuggitiva

Cui l'acre punta dell'amore istiga,

non sono tocchi, e nel senso e nel suono, di rara vaghezza? Si rileggano i suoi sonetti, de′ quali mi si consenta riprodurre qui due, per saggio:

Ero ciliegio: cento volte e cento

I miei rubini maturai: dal suolo

Dopo lunga tenzon sterpommi il vento

Ed alle man passai del legnaiuolo.

Fui segato, piallato, ebbi ornamento

Di vernici e di vetri. Ora uno stuolo

Di morti che immortale hanno Paccento

Alla polve e de′ topi al dente involo.

Guardo Omero, Platone, Orazio e Dante.

Deironor che m′è fatto e del riposo

Avranno invidia più superbe piante.

Io, se il destin mi ridonasse unora

Della mia gioventù, volonteroso

Andrei co venti ad azzuffarmi ancora.

Dolce come di rivoli zampillo

Giù da muscosa pietra tintinnio

Di premuto oriuol, lusinghi, o grillo,

Di sotto al focolar l′orecchio mio.

Tu nell′imo ricovero tranquillo

Segui indefesso il tuo costume; ed io

Dallozïosa seggiola al tuo trillo

Attendo e lora delle coltri obblio.

A gravati occhi miei la lampa asconde

Lultimo guizzo, il mio pensier io sento

Che si mesce al tuo suono e si confonde;

E parmi fluttuar come per vento

Leggera nave abbandonata allonde,

E così vaneggiando m′addormento.

Io non so se lettori comuni sentiranno mai appieno la bellezza di questi versi, una quieta, fine bellezza, fatta di proprietà, di ordine, di misura, di numero, così proporzionata che non pare grande e tuttavia impossibile a ottenere senza lunghissimo studio e lunghissimo esercizio. So che sarà sentita da tutti i buoni artisti futuri della parola; e penso che nei migliori sonetti dellAstichello i giovani potranno studiare l′arte meglio che in altri poeti contemporanei dello Zanella, perchè la nota personale vi è recondita e il contatto ne riesce quindi meno pericoloso. Gli artisti provetti e gli scolari non lasceranno cadere dalla fronte del poeta quella cui egli chiamò:

Di poche foglie disutil corona

Che non senza contrasto il duro mondo

Di tante voglie in guiderdon mi dona.

Il trascrivere questi versi amari mi commove. Se posso finalmente concedermi verso il cantore dell'Astichello una parola affettuosa di antico discepolo, la piglierò dal maestro suo prediletto:

....fluvios dum piscis amabit,

Dum thymo pascentur apes, dum rore cicadae,

Honos nomenque tuum laudesque manebunt. [9]

Per una nuova scienza.

Nel 1891 tre giovani americani, due dei quali son valenti disegnatori mentre il terzo è dilettante fotografo, viaggiando nellIndia udirono parlare dei prodigi di un fachiro, vollero assistervi e si disposero, i due disegnatori a schizzar prontamente quel che vedevano, il fotografo a trarne una quantità d′istantanee. Così fecero. Il fachiro, cinto da una moltitudine di gente, lavorava quasi nudo, senz′ altri strumenti che un pezzo di tappeto, un cencio. Gli americani lo vedono distendere il pezzo di tappeto per terra, farvi su degli scongiuri. Ecco che  qualche cosa ingrossa, ondula sotto il tappeto; ne sguscia fuori un giovinetto. A un tratto il fachiro si trova avere in mano una corda che prima non aveva. Egli gitta  la corda in aria e la corda vi resta, col capo superiore attaccato a niente e il capo inferiore penzolante a due piedi dal suolo. Il giovinetto l′afferra, vi si arrampica, scompare, sfuma in aria. Scoppia un diverbio fra lui invisibile e l'incantatore che guarda e gesticola su verso il vuoto. Improvvisamente lampeggia in pugno a costui un coltello. Egli afferra pure la corda, vi si arrampica, scompare, sfuma alla sua volta. Gli spettatori non vedono più che la corda diritta in aria e oscillante sopra il tappeto. Ed ecco cader dall′alto sul tappeto una pioggia orribile di membra troncate, le braccia, le gambe, il busto, il capo del giovinetto. Ricompare il fachiro, lo si vede scivolar giù pian piano lungo la corda, saltare a terra. Egli si mette a ricomporre il corpo dilacerato dell′ altro, lo copre col tappeto, vi mormora su alcune parole. Sotto il tappeto non c′è più nulla, ma qualcuno si caccia nella folla dal di fuori. E il giovinetto che l'apre a gomitate e salta sul tappeto. I disegnatori buttarono sulla carta due o tre schizzi di due o tre momenti dello spettacolo; il fotografo prese una dozzina d′istantanee. Poi si paragonarono fra loro i disegni e le fotografie. I disegni, presso a poco, si accordavano; le fotografie rappresentavano bensì il fachiro gesticolante, ma niente giovinetto, niente corda, niente membra tagliate, niente insomma di tutto il meraviglioso.

Nessuno spiegò questo prodigio che nell′India si pratica ab antico poichè un dotto tedesco, il signor Werner Friedrichsort, ne trovò recentemente la descrizione in uno scritto indiano di oltre a mille anni fa. Io l′ho narrato come un simbolo delle relazioni che corsero fino a′ giorni nostri fra il meraviglioso e la scienza ufficiale. Fino a′ giorni nostri la scienza ufficiale ha parlato come avrebbe parlato, potendo, la lente di quella macchina fotografica. La lente avrebbe detto: “ io non vedo il meraviglioso, in me non può essere errore, se vi ha contraddizione fra l′occhio umano e me, l′errore è nell′occhio umano. I pretesi prodigi di questo fachiro non esistono; io vedo un uomo che nulla fa di straordinario e molte persone piene di meraviglia che guardano niente ”. La scienza ufficiale ha detto: “ i predicatori del meraviglioso contraddicono me, io non l′ho veduto mai, l'errore non può essere in me, il meraviglioso non esiste, io non vedo che molti impostori e molti ignoranti ”. È chiaro che la lente si sarebbe ingannata perchè se aveva dimostrato falso il meraviglioso dello spettacolo, restava intatto l′altro meraviglioso dei disegni tratti contemporaneamente dal nulla e riesciti conformi. Così errò la scienza e questo è stato fino a ieri il suo contegno di fronte a coloro che dicevano aver osservato nell′uomo fenomeni nuovi, contraddicenti, almeno in apparenza, al catechismo di lei. È curioso e istruttivo di notare che ogni giorno si accusano in nome della scienza le religioni di non ammettere fatti che minacciano la solidità di un dogma. Ma la scienza ufficiale, la scienza degl′Istituti e delle Accademie ha sempre fatto lo stesso per i dogmi suoi! Direi anzi che il bigottismo religioso è mite in confronto del bigottismo scientifico. Quando si pensa che la passione religiosa è tanto più naturale all′uomo della passione scientifica, il famoso errore commesso dal Sant′Ufficio nel secolo XVII impallidisce di fronte alle scomuniche lanciate dai Santi Uffici della scienza contro quegli eretici che credevano al magnetismo animale del Mesmer, all′ipnotismo del Braid e degli elettrobiologisti. È la storia di un secolo; va dal 1778 al 1878, dalla bizzarra figura dell′incantatore dottor Mesmer, in parrucca, spada e abito violetto di seta, che passeggia con la sua verghetta di ferro in mano per una sala semi-oscura fra gruppi di dame e cavalieri, al suono d′un′ armonica invisibile, alla figura fredda e corretta del dottore Charcot in abito nero, cinto da′ suoi aiutanti e dalle tristi isteriche della Salpètrière. Mesmer è fulminato nel 1784 dalle scomuniche dell′Accademia delle Scienze e dell′Accademia di Medicina di Parigi. Deve lasciare la Francia. I medici che lo hanno seguito nell′eresia per poco non sono arsi vivi; vengono costretti a giurare che il magnetismo animale non esiste e che mai più ne pronuncieranno il nome. Passano cinquant′anni; il magnetismo animale che mai non cessò d′essere predicato e praticato in aperta campagna, torna all′assalto all′Accademia di Medicina di Parigi e l′Accademia di Medicina dopo varie vicende di guerra durate più anni lo respinge trionfalmente con questa famosa decisione: “ l′Accademia di Medicina tratterà per l′avvenire qualsiasi proposta relativa al magnetismo animale come l′Accademia delle Scienze tratta le proposte relative al moto perpetuo e alla quadratura del circolo ”. Il magnetismo animale si ritira, ma non si dà per vinto. Per opera di un medico scozzese, il dott. Braid, per opera dell′americano Grimes e degli elettrobiologisti esso si trasforma, cambia nome, ritorna a battere alle porte dell′Accademia facendosi chiamare ipnotismo, elettrobiologia. Riesce per un momento, nel 1860, ad entrare ma è tosto riconosciuto, è cacciato ignominiosamente.

Il Broca, che lo aveva preso a patrocinare, subito lo abbandonò per non compromettere la propria carriera. Egli perdette così la gloria che toccò dieciott′anni dopo a Charcot. Nel 1878 il dott. Charcot, membro dell′Istituto, professore della Facoltà di Medicina, medico alla Salpètrière, scienziato illustre, informato sino alle midolle dello spirito scientifico moderno, si converte clamorosamente all′ipnotismo proprio un secolo dopo l′arrivo di Mesmer a Parigi. Tranne le arti ciarlatanesche e la cupidigia di lucro, quanto Mesmer nei metodi di Charcot! Mesmer otteneva i fenomeni magnetici toccando e premendo in certe parti il corpo de′ suoi pazienti e Charcot fa di questo metodo una teoria, scopre o crede scoprire che vi hanno nel corpo umano dei punti da lui chiamati ipnogeni, toccando e premendo i quali si fa cadere il soggetto in deliquio. Gli basta di toccare ai gomiti una grande isterica della Salpêtrière, Rosa, per assopirla. Mesmer ha inventato il magnetismo animale e Charcot adopera il magnete. In presenza dell'abate Mèric, professore della Sorbona, che vuol vedere cosa vi sia di vero nei fenomeni di cui ha inteso parlare, il dott. Charcot ipnotizza Rosa, le fa cadere in catalessi la parte destra del corpo. Lo stesso abate Mèric le accosta una calamita alla parte sinistra. Dopo due minuti il braccio e la gamba catalettici si allentano, la catalessi passa al lato sinistro. Un′altra volta, ancora presente l′abate Mèric, Rosa è posta in istato di sonnambulismo e fatta sedere dietro un paravento molto alto. Dall′altra parte del paravento si fa sedere spalle contro spalle una ragazza affetta di mutismo e non ipnotizzata. Sopra un tavolino discretamente lontano da Rosa sta una calamita. Dopo alcuni minuti ecco che la muta si mette a parlare, dice “ papà , mammà ” e Rosa non è più capace d′articolare una sillaba. Lo so, verranno in seguito altri medici, verrà la scuola di Nancy a dire che i punti ipnogeni e la trasposizione dei fenomeni con la calamita sono illusioni, che tutto dipende dalla suggestione. Ma vi è una nemesi anche per le Accademie e, qualunque sia il vero, questa nemesi ha voluto che l′ipnotismo entrasse nella vecchia cittadella della scienza ufficiale spiegando bandiere che molto somigliavano agli esecrati colori di Mesmer. Charcot non ebbe a combattere. Per sua fortuna nel 1878 i vieux grognards dell′Accademia, che avevano fatte le campagne del ′25, del ′31 e del ′37 contro il magnetismo animale, erano morti. Gli bastò un pronunciamento per entrare da trionfatore traendo seco una folla di partigiani che lo acclamavano e gli promettevano l′immortalità . Egli credette fare opera di medico, giudicò che i fenomeni dell′ipnotismo potessero al più destare qualche curiosità di profani e soltanto dopo alcuni anni potè vedere le conseguenze immense dell′avere introdotto l′ipnotismo nei recinti più augusti e difficili della scienza ufficiale.

Quei vecchi Accademici arcigni che ne avevano tenuto fuori tutto il meraviglioso e l′occulto, sentivano forse per istinto il pericolo di cedere anche in un punto solo. Il giorno in cui un organismo vecchio muta qualche abitudine, il giorno in cui un governo assoluto introduce qualche riforma liberale, son giorni che segnano il principio di future crisi, di profonde, non prevedibili trasformazioni.

I

Io mi figuro con Durand (de Gros) la scienza ufficiale nel 1878 come un vecchio e grandioso edificio nello stile del secolo XVII, disegnato e fondato dai gloriosi maestri del metodo sperimentale sopra un′area tolta alle ridicole superstizioni, alle assurde teorie, alle fantastiche ipotesi medioevali; tirato su, pietra a pietra, sulle salde basi originarie da più generazioni di discepoli che ne fecero una costruzione superba e se ne inorgoglirono nel cuore, stimando poter arrivare un giorno con il loro metodo, con i loro strumenti, con le loro pietre sino al cielo. Era una reggia e insieme una cittadella, ben munita, ben guardata a tutte le porte da qualsiasi possibile ritorno offensivo di quelle ridicole superstizioni, di quelle assurde teorie, di quelle fantastiche ipotesi già combattute e poste in fuga dai primi edificatori. Le splendide sale del palazzo sono ancora oggi ornate dai monumenti dei più famosi pontefici delle scienze naturali, da iscrizioni che vi glorificano la onnipotenza e la costanza delle leggi da essi scoperte, che vi esaltano la ragione umana e i sensi umani come uniche fonti e unici strumenti d′ogni progresso scientifico. Vedo aggirarsi là dentro nel 1878 una folla vestita di nero, molto decorata, dall′aspetto uniformemente grave, ma che mostra negli occhi, per un osservatore attento, tendenze diverse. Vi sono dei vecchi e non mancano dei giovani che sentono fin nelle midolle l'onore di appartenere alla casa e son pronti a difenderne con lo zelo più ardente le tradizioni. Vi sono altri giovani, vi sono sopra tutto uomini nel vigore della virilità, che sentono nella loro sede splendida come una povertà d′aria, un odore di rinserrato, un′afa grave di antico regime. Nulla ne trapela dai loro discorsi, ma se i primi, conservatori nell′anima, non vanno mai alla finestra, questi altri ci vanno ed è presumibile che vedano e odano ciò che succede tra i profani.

Una sera la porta maggiore del palazzo si apre al cenno di un principe di casa, il dottore Charcot. Uno strano personaggio appare sulla soglia. Charcot gli offre il braccio, sale con esso, lo presenta ai colleghi attoniti: «L′ipnotismo». Subito il personaggio misterioso cava e porge il documento che giustifica la sua entrata, I dotti esaminano. Il documento è in perfetta regola, l′ipnotismo vi è descritto con precisione scientifica. Manca la data della sua nascita, ma poco importa, si metterà “oggi”. Manca il nome del padre, ma il presentatore non si oppone a che in quel posto vuoto si scriva “Charcot”. Alcuni conservatori vorrebbero far osservare che il certificato ha già la firma di Charcot, che in fin de′ conti Charcot presenta, Charcot certifica, Charcot vuol troppo far valere la propria autorità; ma quest′autorità è così grande, Charcot ha là dentro tanti ammiratori e tanti amici che nessuno osa fiatare e il personaggio passa, è subito circondato, toccato, palpato, interrogato, trascinato da un gruppo all′altro, da una sala all′altra. Ma che succede adesso? All′insaputa del dottore Charcot, all′insaputa di tutti, la porta di strada è rimasta aperta. Un branco di malviventi mascherati, amici e compagni dell′ipnotismo, si precipita dentro con gran rumore. Invano alcuni custodi accorrono, invano si grida dall′alto “ chiudete la porta! ”

La porta è ipnotizzata, non si chiude più, le bizzarre maschere salgono schiamazzando, irrompono nella sala. Succede una confusione enorme. Questi nuovi venuti somigliano spaventosamente ai mostruosi fantasmi medioevali che anticamente possedevano il luogo. Si fanno chiamare suggestione mentale, telepatia, sdoppiamento, o forza psichica, chiaroveggenza, spiritismo, materializzazione, apparizioni di morti, di fantasmi, di vivi. Il loro apparire nelle sale suscita una vera rivoluzione. Tutti gridano, alcuni vorrebbero gittar gl′intrusi dalla finestra, ma prevale il partito di permetter loro che rimangano, costringendoli però a lasciar quegli abiti da saltimbanchi, a vestirne di più corretti e severi, a smettere certe abitudini piazzaiuole, a mutare certe andature romantiche, a rispettare scrupolosamente le leggi e i regolamenti del metodo sperimentale, sottomettendosi a tutti gli esami, a tutti gl′interrogatorii, a tutte le prove possibili. I soci dell′ipnotismo accettano subito, ma l′ordine non rientra per questo nelle sale. Essi smettono le vesti bizzarre, non possono smettere il carattere fantastico e turbolento. Se sono esaminati anche esaminano, tengono un contegno insolente, si ridono qualche volta persino del metodo sperimentale, mandano in pezzi, ogni tanto, qualche vecchio mobile tarlato e venerabile, tengono sulle leggi fisiche discorsi che cozzano scandalosamente con le solenni epigrafi delle pareti, che fanno drizzare i capelli alle statue dei grandi scienziati. Si parla persino di maligni incantesimi, si teme che lo stesso augusto edificio della scienza, per occulta opera loro, pericoli.

II.

Mi sembra, signori, che questa figura ch′ io tolgo in gran parte dal Durand (de Gros) rappresenti abbastanza fedelmente ciò che avvenne nel campo scientifico dopo la conversione di Charcot e l′entrata dell′ipnotismo all′Accademia. Si ammise all′esame scientifico tutto il meraviglioso in fatto di fenomeni psichici, si consentì ad occuparsi di tutte le asserite manifestazioni di forze occulte, che paiono contraddire alle leggi più inconcusse del mondo fisico. Uno scetticismo profondo penetrò fra gli scienziati riguardo al sapere conquistato con secoli di lavoro.

Si formò fra essi una nuovissima disposizione a prendere non solamente la dose di meraviglioso che veniva loro offerta, ma più ancora se fosse necessario. I loro libri cominciarono a portare epigrafi come queste: – ” Chi pronuncia fuori delle matematiche pure, la parola “ impossibile ” è un imprudente. – Le possibilità dell′Universo sono infinite. – ” Non è filosofico negare un fenomeno solamente perchè nello stato attuale della scienza esso è inesplicabile. – ” Le facoltà di medicina ammisero laureandi a sostenere tesi sui fenomeni psichici occulti. Una società di psicologia fisiologica fu istituita a Parigi. N′era presidente lo stesso Charcot e segretario il dott. Richet, professore all′Università di Parigi, n′erano membri scienziati come Helmholtz e Lombroso, critici come Taine, quando vi fu posta all′ordine del giorno la questione degli spettri. Fu istituita ed è tuttora attivissima in Londra una società per le ricerche psichiche composta di uomini eminenti in ogni ramo dell′attività umana, fra i quali mi basta citare il Wallace, emulo di Darwin e il gran vecchio Guglielmo Gladstone.

In un congresso dell′associazione britannica per il progresso delle scienze, il signor Lodge, presidente della Sezione fisico-matematica, pronunciò un discorso sulla necessità di studiare i fenomeni psichici occulti. Persone molto serie, molto savie, dimenticano quella prudenza e quel rigore di metodo che non devono scompagnarsi mai dalla ricerca scientifica e corrono pericolo di perdere la testa, pericolo gravissimo per tutti coloro che affrontano lo studio del meraviglioso senza sapere se soffrono vertigini o no. Il dott. Loys afferma davanti all′Accademia l′azione delle medicine a distanza; il colonnello Rochas, amministratore della Scuola Politecnica di Parigi, pretende fare nel suo gabinetto pacificamente, impunemente, cose che hanno condotto al rogo, nei secoli passati, migliaia di stregoni e di streghe; pretende insanguinare il viso a un disgraziato, ovunque egli sia, strisciando la punta di un temperino sulla negativa del suo ritratto. Questi eccessi giovano agli avversari del meraviglioso che sono tuttavia una grandissima e potente maggioranza.

Ve ne hanno parecchie categorie. L′infima è quella degli ignoranti presuntuosi in onore dei quali fu detto: “Pitagora, quando scoperse il suo famoso teorema, sacrificò a Giove una quantità di bestie. Da quell′ecatombe in poi quando si sente parlare di una scoperta meravigliosa tutte le bestie gridano.” Poi vengono quegli scettici che hanno un′avversione istintiva al sovrannaturale e la mascherano con argomenti che sarebbero buoni se la ricerca scientifica dei misteri dello spirito non fosse per la sua difficoltà riservata a pochissimi come la ricerca scientifica dei misteri del cielo.

Secondo costoro lo studio di un mondo occulto non è sufficientemente degno di chi nel mondo palese ha tanti doveri da compiere, tanti interessi suoi propri e della società cui attendere, tanti altri studi maggiormente utili a coltivare. Vengono quindi coloro che per rispetto umano o per una vera e propria timidezza della mente o per difetto e pigrizia di raziocinio negano il meraviglioso in tesi generale, mentre confessano di ricordare casi misteriosi, inesplicabili, avvenuti ad essi, o ai loro parenti, o ai loro amici. Si afferma pure, a fronte del meraviglioso, lo spirito scientifico antico. Esso ha perduto, per verità, la calma olimpica del tempo in cui era sovrano. Nega, freme, affetta il disprezzo, male nasconde l′odio. “ Io mi domando ” esclama l′illustre prof. Wundt dell′Università di Lipsia, “se noi dobbiamo ammettere che l′unico mondo apparentemente reale intomo a noi sia in fatto composto di due mondi ben diversi. Uno sarebbe l′Universo di Copernico, di Galileo, di Newton, di Leibniz e di Kant, retto da leggi immutabili ed eterne; l′altro sarebbe un mondo più piccolo, un mondo di folletti, di spiriti, di streghe e di medii, capace di mettere a soqquadro per opera e a beneficio di gente isterica, tutte le leggi del mondo più grande.” Queste sdegnose parole del Wundt mi conducono ad osservare che l′avversione al meraviglioso è carattere della nostra civiltà occidentale, intendo dire di quella civiltà che afferma avere in sè stessa la propria origine, la propria forza, il proprio fine, ch′è continuamente in ammirazione di quel che sa, che mira a una soddisfazione superba dell′intelletto e a moltiplicare le comodità della vita, che glorifica la scienza come onnipotente nell′avvenire, come unica erede futura di tutte le religioni. “ Sapere per sapere” ecco, nel campo scientifico, il fine supremo di questa civiltà, ricca di gloria e d′orgoglio. Anche quando si volge all′esame dei fenomeni psichici occulti, ascolta poco il senso interno, le voci della coscienza, stima poco le teorie, le ipotesi, i ragionamenti puri, non cura affatto l′elemento morale nella ricerca della verità. Sperimenta, raccoglie fatti, fatti e fatti come per le scienze fisiche sperandone invano la stessa gloria. Ci darà una psicologia senza psiche, non potrà intendere mai lo spirito. O lo negherà o rinuncierà ad occuparsene. Giunta sulla sponda d′un mare ignoto, trovandosi impotenti nelle mani i microscopi, i telescopi, tutti gl′infiniti strumenti che le servirono a conquistar tanta parte della terra e del cielo, rifiuterà l′invito delle acque immense e delle stelle che vi si specchiano, segnali d′arcane vie; rifiuterà le barche e le vele che attendon sul lido, non senza timone e bussola, più arditi navigatori. I fenomeni psichici meravigliosi sono come i caratteri strani di lingue sconosciute che negl′ipogei dell′antichità ci sorprendono, ci fanno pensare, ci muovono la immaginazione e a nulla giovano se non si riesce a penetrarne il senso recondito, a trarre dal loro insieme un concetto. Meglio ancora, sono le bizzarre conchiglie di quel mare ignoto che circonda il sapere umano, assai strane, assai curiose a vedersi, ma non utili ad altro che a ornar un salotto, a spassar per pochi momenti un ozioso se non si osa di aprirle. La scienza dello spirito che si coltiva dall′antichità più remota in Oriente può servirci per molti rispetti di esempio. Non si tratta d′imitare fachiri nè alcun incantatore che operi prodigi per divertimento del pubblico. Gli uomini superiori che tengono nell′India le sommità del pensiero filosofico hanno aspirazioni più nobili. Nel concetto indiano l′anima umana, avendo la sicura coscienza della propria immortalità, tende a sottomettersi la natura inferiore non per soddisfare l′orgoglio dell′intelletto nè i desideri dei sensi, ma per ascendere nella via della perfezione verso Dio. Il pensatore orientale trova strano che noi ci prepariamo per lungo tempo con esercizi, privazioni e fatiche a compiere un grande sforzo muscolare, e che non ci curiamo affatto di premettere una laboriosa, austera preparazione morale a quello studio dell′anima che ha per esso un fine mistico.

Un dotto bramino che intervenne in Chicago al Congresso delle religioni e a quello dei teosofi, tenne in quest′ultimo un discorso elevato in cui deplorò la invasione dell′India, sua patria augusta, per opera della scienza occidentale materialista. Egli salutò quindi con gioia uno strano movimento di simpatia che volge in America e in Europa alcuni spiriti mistici all′India, grande, cadente, venerabile ava di nostre genti e di nostre lingue, per imparare da lei la scienza dell′anima umana e, sovra tutto, il metodo di studiarla. Quel bramino era un professore di matematiche e io credo che egli avrà saputo rendere omaggio alla scienza occidentale come severa ed esatta osservatrice di fatti. Non è possibile ragionare intorno ai misteri dello spirito umano se non si prendono per base quei fatti che portano il suggello della nostra scienza. Esaminiamone alcuni per saggio, vediamo se debbano restar chiusi per noi ermeticamente e in perpetuo come le conchiglie di cui prima toccai, servir solo a spassar gli oziosi; o se sia

più degno tentar di aprirli e se vi abbia speranza, riuscendo, di trovar, almeno in alcuno d′essi, una perla.

III.

Incominciamo dalla suggestione ipnotica.

Scelgo due casi fra i moltissimi onde si hanno relazioni scientifiche sicure; due casi nei quali la suggestione opera sull′organismo in modo meraviglioso. Una signorina Elisa, di Nancy, è addormentata dal suo medico alle undici in presenza dei professori Bernheim, Liebeault, Beaunis e d′altri. Il medico le applica otto francobolli alla spalla sinistra e le suggerisce che sono un vescicante. I francobolli sono tenuti fermi e coperti con un apparecchio. La giovane, sorvegliata continuamente, dorme quasi tutto il giorno e tutta la notte. Le si levano l′apparecchio e i francobolli ; c′è una macchia bianco-giallastra, cinta da una zona rossa e gonfia, l′azione vescicatoria è cominciata. – “Il dott. Bonjean addormenta un′altra signorina in presenza di alcuni colleghi e le suggerisce che dieci minuti dopo svegliata le compariranno due macchie rosse sul dorso delle mani e che ne trasuderà sangue. La signorina si sveglia e trascorsi i dieci minuti, ecco due macchie rosse-azzurre, ecco stille di sangue che spicciano dalla pelle. Le mani si gonfiano e restano gonfie parecchi giorni. Che ha fatto la suggestione ipnotica in questi due casi e negli altri infiniti in cui fu adoperata per la cura, specialmente, delle malattie nervose? “ Ecco ” dice il dottor Bernheim, uno fra i più autorevoli apostoli della suggestione come mezzo terapeutico. “Abbiamo un paralitico. Il suo cervello si persuade che il membro colpito di paralisi potrà muoversi e invia un forte impulso motore ai nervi inerti. Abbiamo un malato che soffre. Il suo cervello, colpito dall′idea che il dolore cessa, produce una modificazione particolare delle cellule sensitive corticali, per cui esse non sentono più dolore. ”

Osservo anzitutto che questa spiegazione somiglia un po′ troppo a quella del medico di Molière. “ Opium facit dormire, quia est in eo virtus dormitiva”. Ma poi somiglia pure un po′ troppo a quest′altra: “ Un bottone di campanello elettrico, colpito dall′idea che una porta si apre, produce nella soneria una modificazione tale che la porta si apre veramente ”. Il vero è questo; la scienza che si limita ad osservare i fatti che cadono sotto i sensi, mai non ha potuto nè potrà spiegare in modo soddisfacente come agisca l′idea della suggestione. Neppure noi spiritualisti conosciamo questo segreto, ma quanto più lo troviamo, tentandolo, gelosamente chiuso, tanto più ne argomentiamo prezioso l′interno. Io non so come nello stato ipnotico l′idea d′una ferita faccia arrossare la pelle e spicciarne il sangue, ma osservo che il potere delle emozioni morali sul fisico è provato da tutti; che molti possono prodursi in questa o in quella parte del corpo una sensazione dolorosa con un semplice comando mentale, che quindi la suggestione ipnotica solo esagera straordinariamente una facoltà normale dello spirito umano.

L′osservazione di questo mistero congiunta all′osservazione degl′ indicati fatti ordinari ci dimostra che il pensiero ha la virtù di produrre da solo profonde trasformazioni dell′organismo di cui si serve, ha la virtù di conformarlo a sè in un dato punto dove mira e colpisce: quindi molto probabilmente l′organismo è un prodotto del pensiero come noi spiritualisti vogliamo e non il pensiero un prodotto dell′organismo come vuole la scienza materialista.

Altro mistero. La persona che subisce gli effetti della suggestione, non ne ha, in moltissimi casi, coscienza.

Lasciamo stare le suggestioni che operano in qualsiasi modo sull′organismo generando e sanando infermità o alterando l′ azione dei sensi. Prendiamone altre, prendiamo le suggestioni che chiamano post- ipnotiche. Voi addormentate una persona e le suggerite di venire a casa vostra dentro una settimana o dentro un mese o dentro un anno, a mezzogiorno preciso, e di domandarvi una tazza di caffè. Quella persona perde affatto la memoria della suggestione, ma nel giorno fissato da voi, all′avvicinarsi dell′ora fissata da voi, un′agitazione strana la prende ed ella viene come portata dal destino a casa vostra, eseguisce l′ordine che le avete dato senza sospettare un momento di non esser libera.

Questo accade ; son fatti comprovati di cui nessuno dubita.

Una giovine si adira contro sua madre, le due donne non si vedono più. Aubin Gauthier ipnotizza la figlia e le suggerisce di riconciliarsi con sua madre. Avviene una scena commovente e la figlia non sogna d′aver obbedito all′impero d′un uomo che le impose la sua volontà. Dove si nascondeva, dove operava la suggestione ? Vi ha dunque una parte del nostro essere di cui non abbiamo coscienza? Sì certo e non occorrono le suggestioni post-ipnotiche per farcene convinti. Quanto cumulo di cose passate nelle profondità inconscie della nostra mente! Qualche frammento ne risale ad ora ad ora nella memoria durante la veglia e più durante il sogno e nel delirio più ancora. È probabile che tutte le nostre opere, tutte le nostre parole ci restino nella memoria e quasi tutte sprofondino nell′inconscio per esservi conservate sino a una manifestazione futura. La coscienza è nell′anima umana come l′occhio nel corpo.

L′uomo non può vedere con l'occhio che una parte di sè, non può penetrare nel più interno, nel più vitale. Le ispirazioni creatrici non vengono a noi artisti da profondità inesplorate della coscienza? Il ragionamento, il processo logico del pensiero si forma dentro la nostra coscienza, ma la creazione artistica no. Gli antichi hanno sentito che un concetto poetico pare scattar improvviso nella coscienza, portato quasi da un soffio arcano. Essi hanno immaginato le muse ispiratrici e solo nella decadenza del loro sentimento religioso l′invocazione alle Muse perdette il suo senso vero e diventò fredda retorica. Noi, quando ci balena nella mente un verso, un concetto lirico, una scena di romanzo o di dramma, ne restiamo commossi come se veramente l′ispirazione ci venisse da un altro spirito e qualchevolta, lo crediamo. È invece verosimile che salga da quelle stesse profondità dell′anima dove si accumulano le memorie dimenticate.

Infatti ci avviene qualchevolta di provar invano lo squisito piacere della creazione artistica, di credere ispirazione ciò che sale dall′inconscio, mentr′è solo invece reminiscenza, e pur troppo chi prima se n′accorge non siamo noi, quasi mai; sono gli altri. Quando coricandoci la sera facciamo il proposito di svegliarci a un′ora fissa e realmente ci svegliamo a quell′ora come a moltissimi accade, dove opera la suggestione se non in una parte del nostro essere, che non dorme e nella quale succedono cose di cui non abbiamo coscienza? Io credo che in questa oscura regione dell′anima si trovi il segreto del suo avvenire e spiegherò meglio, in seguito, il mio concetto. Adesso, poichè parlai di coscienza e poichè sì nello stato ipnotico che nello stato di veglia la coscienza è soggetta ad alterazioni profonde e ne fu tratta un′assurda ipotesi che offende mortalmente il sentimento della personalità umana, intendo combattere questa ipotesi.

IV.

Prendiamo una fra le tante isteriche ipnotizzate da uomini di scienza che hanno accuratamente descritti i loro esperimenti. Prendiamo Lèonie studiata da Pierre Janet. È una contadina che tocca ora i 46 anni. Ebbe accessi di sonnambulismo naturale a tre anni. Dai sedici in poi venne ipnotizzata infinite volte da gente d′ogni specie, nei salotti delle signore e nei gabinetti degli studiosi. Come avviene alla maggior parte degli ipnotizzati, Lèonie dimentica, interamente, allo stato di veglia, tutto che ha detto, udito e fatto nel sonno magnetico. Ha quindi una esistenza doppia. Nello stato normale è seria, un po′ triste, molto dolce, molto timida; nel sogno magnetico è allegra, burlona, satirica. Nello stato normale è zelante cattolica; nel sonno magnetico parla da protestante convinta. Nel sonno magnetico non vuol saperne di essere Lèonie. Rifiuta questo nome. Attribuisce a Lèonie tutta la parte normale della sua esistenza. “ Una buona donna” dice “ma sciocca.” E vuol essere chiamata Lèontine. Quando entra in sonnambulismo viaggiando in ferrovia e diventa Lèontine, vorrebbe tornare indietro, parla di andar a prendere Lèonie all′ultima stazione. Vi ha insomma uno sdoppiamento apparente della personalità . Questo succede anche allo stato di veglia in casi rarissimi, ma che furono osservati con la maggiore esattezza.

È famoso il caso di Felida osservato dal dott. Azam. Felida è nata a Bordeaux nel 1843. È molto intelligente, molto nervosa, malinconica, taciturna. Ha cominciato a tredici anni a lavorar d′ago per guadagno. A quattordici anni e mezzo si manifestano in lei per la prima volta i fenomeni stranissimi che hanno reso celebre il suo nome fra gli studiosi di scienze psichiche. Ella è presa quasi ogni giorno da un acuto dolore alle tempie e cade repentinamente in sopore. Impossibile svegliarla; non ode rumori, non sente punture. Dopo qualche minuto si sveglia spontaneamente e non è più la Felida di prima. Apre gli occhi, saluta sorridente le persone che la circondano, ripiglia cantarellando il lavoro, si alza, attende, gaia e vivace, alle faccende domestiche.

Prima si doleva di cento mali, ora sta quasi perfettamente bene. Dopo tre o quattr′ore la sua gaiezza improvvisamente scompare, il capo le cade sul petto, ella ripiomba nel torpore di prima. Passano pochi minuti e si sveglia. Riprende il lavoro, non si raccapezza, bisogna che i suoi famigliari le vengano in aiuto. Non canta più e se qualcuno glie ne chiede il perchè, essa lo guarda attonita, non sa che voglia dire. Non ricorda nulla di ciò che le accadde in quelle tre o quattr′ore, ritorna la solita malinconica, taciturna giovinetta. Questo le succede, nel 1858, quasi ogni giorno. Tanto nello stato normale come nella condizione che il dott. Azam chiama seconda, la sua ragione è intatta; solo il carattere è diverso. Ma nella condizione seconda Felida ricorda perfettamente tutto che appartiene allo stato normale, mentre in questo nulla ricorda della condizione seconda.

Chiama sempre stato di ragione quello in cui si trova, sia il primo o il secondo; e chiama crisi l′altro. Col passar degli anni le due esistenze di Fetida ch′è divenuta madre di una famiglia numerosa, continuano ad alternarsi, ma gli accessi di condizione seconda diventano sempre più lunghi, durano mesi e mesi di seguito.

Allora se ricade per un′ora o due nello stato normale, viene a dimenticare, in quel risveglio, tutto che occupa la sua esistenza ordinaria e se ne cruccia, teme d′essere impazzita, è tentata d′uccidersi. Le toccano casi strani e crudeli. Mentre è in condizione seconda le muore una sorella. Ritorna allo stato normale, si trova vestita a lutto, comprende che qualcuno de′ suoi è morto e non sa chi.

Ancora più singolare è il caso d*una giovine osservata dal dott. Defay nel 1876. Essa è miope, non può lavorare senza occhiali. Una sera sta cucendo al tavolino, curva sotto la lucerna. A un tratto il capo le cade sul tavolino e ci resta per pochi secondi. La ragazza si rialza, si strappa con dispetto gli occhiali, allontana

la lucerna; se deve infilar l′ago caccia le mani sotto il tavolino, al buio, e subito il filo è nella cruna. La sua non comune intelligenza si accresce ancora, diventa

straordinaria, ma per indicare il suo stato normale ella parla di sè stessa col verbo alla terza persona; dice “quand moi est bète ”. Ha due personalità non solamente per gli altri come Felida, anche per sè stessa come Lèonie.

Ora vi ha un′ipotesi che gli arditi e franchi come il Durand (de Gros) mettono fuori scoperta e netta e che i prudenti come il Binet lasciano intravedere sotto le pieghe d′un linguaggio ondeggiante. Questa ipotesi pretende spiegare in altro modo i fenomeni che, parlando della suggestione, ho attribuiti alla parte oscura e inconscia dello spirito umano. Pretende spiegare i casi di doppia coscienza, spiegare i sogni, spiegare fatti come quelli cui accennano il De Maistre nel Voyage autour de ma chambre e lo Stuart Mill quando racconta, non so dove, che un giorno in Londra uscito a piedi dalla Banca d′Inghilterra con la mente immersa in un problema di metafisica, attraversò tutta la City senza nulla vedere nè udire, pigliando sempre la via buona e dirigendosi con sicurezza attraverso il fiume della gente e delle carrozze. È un′ ipotesi ultra spiritualista. Vi ha della gente che non si appaga di concedere un′anima a ciascuno di noi e ce ne vuol regalare molte. Si rompe l′unità della persona umana, si vede in ciascun individuo un aggregato di esseri distinti, uno solo de′ quali ha coscienza di sè, mentre si chiamano subcoscienti gli altri. Secondo il Durand (de Gros) sono le persone subcoscienti che in noi possiedono il più profondo sapere e il più ricco tesoro di memorie. Sono esse che ci offrono le meravigliose rappresentazioni dei sogni, dove si alternano il mostruoso e il sublime, dove tutto l′essere nostro è dominato da sentimenti più dolci e profondi che non abbia la vita reale, dove ci rapiscono fantasmi di bellezza sovrumana. Sono esse che nel sonno lavorano per noi, che ci svegliano all′ora stabilita, che ci porgono sciolto, alla mattina, il problema sul quale abbiamo faticato indarno la sera. Sono esse che si manifestano nello stato ipnotico e nel sonnambulismo naturale, nei casi di doppia coscienza. L′individuo umano non è una unità , è una colonia.

Ebbene, questa ripugnante ipotesi non si regge. Anzi tutto, anche i fenomeni ipnotici o morbosi di doppia coscienza, come i fenomeni ipnotici o morbosi della suggestione, non sono che esagerazioni di fatti ordinari.

Ciascuno di noi che abbia raggiunta l′età matura consulti sè stesso, pensi quali sieno stati nelle diverse fasi della sua vita i suoi sentimenti, i suoi pensieri, i suoi giudizi, faccia di ciascuna fase un individuo diverso, supponga che questi individui si incontrino e dica se non litigheranno fra loro, se non s′insulteranno, se non diverranno nemici, se non riderebbero amaramente di colui che si gittasse fra loro gridando “ pace, disgraziati! Voi siete un solo ”. Quale di voi non si domandò almeno una volta nella vita: come mai sono stato io che ho detto, che ho fatto questo? Come mai ho potuto credere, come mai ho potuto amare così ? Chi non si è sentito più volte come un altro, chi non si sente ogni giorno nella coscienza due avversari che litigano e un giudice che decide? Eppure, chi, sano di spirito, ha mai perduta la coscienza della propria personalità , una e permanente? Se sognando ci pare di cambiar natura, o anche di sdoppiarci, d′essere in pari tempo noi e un′altra persona, convien riflettere che le contraddizioni più flagranti perdono nel sogno, per chi sogna, la loro assurdità, che l′essere e il non essere vi si mescolano inestricabilmente insieme, che il sogno ci rappresenta alla rinfusa ricordi di sensazioni, d′idee, di sentimenti che appartennero ad epoche diverse della nostra vita e molto naturalmente si contraddicono; convien riflettere che un certo senso torbido della nostra unità permane anche nel sogno, che infine quando ci risvegliamo e ricordiamo i deliri delle nostre visioni, subito la coscienza li rivendica per sè, subito sappiamo che li abbiam delirati noi.

Anche in Felida e nel simile caso di una signorina osservata da Dufay la coscienza dell′unità personale è offuscata ma permane. Felida l′ha intera nella condizione seconda; l′altra adopera il verbo alla terza persona parlando di sè stessa, ma dice : “ quand moi est bète ”, Io stesso ho veduto un soggetto perdere nello stato ipnotico la coscienza della propria personalità ; ma sapete quale personalità assumeva? Quella di chi lo interrogava. Ciò prova come la coscienza della personalità talora si turbi senza che se ne possa neppur sospettare una pluralità di anime, Alcuni fenomeni la cui osservazione esatta è difficile anche per le frequenti simulazioni dei soggetti, il cui vero significato in ogni modo è recondito, hanno indotto uomini di scienza ad ammettere una vera e propria scissione della personalità umana in due esistenze non successive come le ricordate fin qui, ma simultanee.

Lèontine e Lèonie paiono talvolta esistere insieme. “ Mon cher bon monsieur ” scrive Lèontine al professore Pierre Janet “ jeviens vous dire que Lèonie, tout vrai, tout vrai, me fait souffrir beaucoup ”.

Qui si potrebbe dubitare di qualche impostura come inclino a credere; anche potrebbe dirsi che in fondo a questo fatto straordinario vi ha un fatto ordinario, che a molti di noi avviene talvolta di deridere, di vituperare noi stessi senza dubitar per questo un momento della nostra unità; ma vi sono altri fatti. Si trova presso molte isteriche ciò che in Francia chiamano la griffe du diable, un′anestesia totale o parziale.

Supponiamo la insensibilità completa del braccio destro d′un soggetto. L′esperimentatore impedisce con un paravento o in qualsiasi altro modo al soggetto di vedere il proprio braccio destro, poi colloca nella mano insensibile una matita. Ecco che il pollice e l′indice la serrano, tutta la mano prende l′attitudine dello scrivere. Come avviene ciò se il soggetto non ha potuto avere alcuna sensazione della matita nè ha potuto vederla? Ciò significa secondo questi uomini di scienza che vi ha nel braccio un principio di personalità distinto dalla persona principale. Il professore Janet è andato più avanti; ha trovato che la distrazione produce nelle isteriche gli stessi effetti dell′anestesia. Mentre Lèonie è distratta il professore ottiene dal suo braccio sensibile gli stessi movimenti che ha ottenuti dal braccio insensibile. Mentre l'isterica Lucia parla con altri, il professore le mette in mano una matita e le domanda: “Mi ode Lei?” Lucia continua la sua conversazione con l′altra persona e scrive “ no ”. Segue questo dialogo, parlato dal professore, scritto da Lucia.

Il Professore. Ma, per rispondere no, bisogna aver udito.

Lucia. Sì.

Il Professore. Allora, come fa?

Lucia. Non lo so.

Professore. Bisogna dunque che qualcuno mi oda !

Lucia. Sì.

Professore. E chi sarà ?

Lucia. Non Lucia, un′altra.

Professore. Va bene, un′altra. Vogliamo darle un nome?

Lucia. No.

Professore. Ma ci sarà più comodo!

Lucia. Bene, Adriana.

Professore. Allora, Adriana, mi ode?

Lucia. Sì.

Oh, signori, io rispetto il prof. Janet, ma mi pare evidente che in questa esperienza egli si è illuso, è stato vittima d′una doppia suggestione, ha suggerito all′isterica, ha suggerito a se stesso. Operò con l′inconscia intenzione di ottenere una prova che la personalità della sua isterica era doppia. Ciò, a mio avviso, non gli è affatto riuscito. Ma come? Se mentre Lucia parla con altri e non ode voi, vi è nel suo corpo una Adriana che vi ode e vi può rispondere, perchè quando avete domandato la prima volta “ mi ode Lei? ” vi fu risposto “ no ”? Ma quello era il no bugiardo e sciocco di Lucia, e sperimentando con qualcuno men bene disposto, la simulatrice si sarebbe accorta d′esser caduta in un laccio, Invece lo Janet le porse, inconsciamente, il modo di uscirne, le suggerì, una per una, tutte le risposte che dovevano condurre a creare e battezzare per forza una immaginaria seconda Lucia. E che dire della intelligenza inconscia che si vorrebbe attribuire a un braccio nell′anestesia? Ma questo è automatismo e noi viviamo continuamente nell′automatismo. Se tutti i nostri atti in cui ha parte la intelligenza dovessero essere conscii, il progresso della umanità sarebbe impossibile. Se noi dovessimo aver coscienza dei movimenti che facciamo camminando, come l′ha il bambino che si prova nei primi passi, una immensa parte dell′ attività umana, tutta l′attività di pensiero e di parola che l′uomo esercita mentre si muove, andrebbe perduta. Nessuno potrebbe versar sulla carta la piena delle sue idee, de′ suoi affetti, se dovesse aver coscienza, come lo scolare di prima classe, dei movimenti che fa per guidar la penna, per tracciare una lettera. Ma che scrivere? Nessuno potrebbe parlare se dovesse esser conscio, mentre parla, del come pronuncia le sue consonanti e le sue vocali. Così non si può diventare neppure mediocri pianisti se non si arrivi a eseguire le note automaticamente in modo da poter tenere con le mani un semplice discorso musicale e dare nello stesso tempo un ordine con la voce.

Ma questo non è sdoppiarsi nel senso che dicono i signori Binet e Janet; chiedetene alla coscienza di quella signora che governa insieme il suo piano e i suoi servi. È la potenza delle abitudini che rende inconscia tanta parte delle nostre azioni; e la matita, la forbice, la scatola di zolfanelli che quegli esperimentatori mettono in mano alla isterica distratta o insensibile, sono oggetti cui quella mano ha infinite volte associati gli stessi movimenti. L′abitudine gli ha fatti inconscii, non v′ha più bisogno di un comando del cervello per eccitarli, basta un contatto. Non vi ha pluralità di persone nello stesso individuo umano, tutto l′essere nostro protesta contro una ipotesi che lo spezza, che lo abbassa, che domanda conto delle nostre azioni ad altri che a noi e si appoggia ad esperienze troppo scarse di valore scientifico. L′unità spirituale dell′individuo umano non è impressa solamente nella coscienza, ma nel corpo altresì, specchio dell′anima, ordinato da lei nelle sue forme, nel suo molteplice lavoro, a unità. Questa unità si afferma più forte nel vario movimento delle membra, parla più chiara nei varii accenti della voce, più che nell′unica fronte splende nel duplice sguardo, è scritta nella vita, è scritta nella morte. I fenomeni che han fatto sognare la pluralità delle anime originano invece dall′automatismo, oppure lampeggiano da un′occulta, inconscia, potente facoltà dell′anima nostra stessa che non si è ancora svolta, che meglio apparirà nell′avvenire.

VI.

Conoscere se stessi è molto più difficile che quell′antico greco non abbia pensato. Che sappiamo noi di un′occulta facoltà per la quale talvolta è dato ad alcuni di noi di esercitare un′azione sul pensiero altrui senza la parola, senza il contatto, senz′ alcun segno esterno? Madame Guyon, l′amica di Fènèlon, racconta che quando il Padre Lacombe, suo confessore, veniva a visitarla, le era impossibile di parlare e che un poco alla volta il Padre Lacombe e lei giunsero a scambiarsi i propri pensieri per ore ed ore senza proferir mai sillaba. Infiniti fatti simili a questo si narrano da scrittori di tutti i tempi. Il loro numero, l′autorità dei narratori potrebbero almeno far pensoso uno scettico; ma dopo l′ammissione dell′ipnotismo all′esame scientifico, anche la trasmissione del pensiero fu studiata scientificamente da uomini che si professano del tutto indifferenti alle questioni filosofiche. Io non intendo occuparmi ora che dei fatti osservati con questo spirito scientifico e scelgo le esperienze del dottor Ochorowicz, già professore all′Università di Lemberg, osservatore scrupoloso, imparziale, indifferente alla lotta fra lo spiritualismo e il materialismo, convinto che nè l′uno nè l′altro sono qui in causa.

Egli cominciò nel 1867, in Lublino, i suoi esperimenti sulla trasmissione del pensiero cui non prestava fede, e ne ha dato una relazione accuratissima. Io non dubito di affermare che un profano alla scienza e ai rigori del metodo sperimentale, assistendo alle esperienze del dottor Ochorowicz, si sarebbe convertito ben prima di lui. È veramente singolare la freddezza che egli serbò di fronte a fenomeni sorprendenti e che gli permise di calcolare ogni menoma possibilità di errore, di non arrendersi ad apparenze miracolose, di tener fede a questo proposito: “ Crederò quando un soggetto che a nulla si attenda, che nulla oda, che nulla veda, subirà l′influenza del mio pensiero in modo sicuro, costante, tale che non sia suscettibile di altra spiegazione.” Questo fatto si fece aspettare diciotto anni.

Egli curava nel dicembre del 1884 una signora isterica, soggetta ad accessi di mania suicida. Ella è presa una notte dal solito accesso e, quando è passato, persuade il medico a ritirarsi. Disceso nel cortile, egli si ferma a riflettere se deve proprio andarsene o no. In quel momento una finestra si apre in alto con fracasso, il dottore vede l′ammalata affacciarvisi di slancio, si precipita là dove sarebbe caduta e cerca istintivamente trattenerla con uno sforzo del pensiero, quasi come il giuocatore di bigliardo si sforza di trattenere colla voce e col gesto la propria palla che corre ai birilli. La signora è respinta indietro. Ritenta cinque volte il salto e cinque volte retrocede. Intanto i suoi famigliari accorrono, il dottore sale, l′addormenta, ed ella racconta nel sonno magnetico che si è sentita ripetutamente spingere dal sotto in su. Il dottore n′ è colpito e risolve di procedere, dopo qualche giorno, a un′esperienza seria. Egli addormenta l′ammalata, siede a molta distanza dal letto dove non può essere veduto da lei e tenendosi un quaderno sulle ginocchia, finge di scrivere le sue note come al solito, fa stridere la penna sulla carta e ordina mentalmente all′ammalata di alzare la mano destra. Nel primo minuto nulla succede, nel secondo comincia una agitazione alla mano destra dell′inferma; nel terzo la agitazione cresce, l′inferma aggrotta le sopracciglia e alza la mano. Il dottore le ordina col pensiero di scendere dal letto e di venire a lui. Ella si alza a fatica e gli move incontro. Molte altre esperienze ebbero luogo.

I risultati non furono sempre così meravigliosi; dodici volte su quarantuna l′ammalata non intese. È però notevole che in questi dodici casi ella non cercò di indovinare, rimase inerte.

Nell′agosto del 1886, il dottor Ochorowicz, sperimentando all′Hâvre col professore Pierre Janet e con altri, osservò l′azione nel pensiero a distanza. Il professore Janet addormentò con uno sforzo mentale di dieciotto minuti il suo soggetto alla distanza d′un chilometro. Tutti questi esperimenti ebbero luogo con tali cautele che i fatti si possono considerare provati. Malgrado ciò ben pochi di voi li crederanno. Io ho assistito a un esperimento di trasmissione del pensiero senza contatto. Eravamo tre sole persone; l′esperimento si faceva in forma privatissima, quasi segreta, perchè il soggetto aveva una posizione ufficiale, e non gli garbava che la cosa fosse risaputa da suoi superiori, tanta è ancora in Italia la forza del pregiudizio contrario al meraviglioso. Questo soggetto era un giovane che ha la rara facoltà d′ipnotizzarsi da sè con il solo sforzo di non pensare a niente. Cadde addormentato in quindici secondi. Degli ordini mentali che gli demmo, quale eseguì, quale non intese. L′altra persona gli alzò due volte la mano alle spalle in atto di minaccia. Non vi erano specchi, non ci poteva essere projezione d′ombra; ambedue le volte l′uomo si voltò impetuoso, con l′angoscia torbida e il gesto incerto d′un demente, non direi a parar il colpo, ma piuttosto a ricercare, a toccare la occulta energia che lo aveva colpito. Due volte gli ordinai mentalmente d′inginocchiarsi; la prima volta obbedì, la seconda no. Parecchie volte, non valendo a intendere un comando mentale, del quale nessun segno era visibile, sussurrò con voce sommessa, inesprimibilmente triste: “forte, più forte!” Io ho raccontato questa mia esperienza personale e chi sa quanti fra voi mi giudicheranno un illuso! Eppure qualche fatto rudimentale di trasmissione del pensiero può osservarsi anche nella vita ordinaria. Quando ci è proposto con energia di indovinare un nome, un oggetto che l′ interrogante conosce, la massima probabilità che la parola buona scoppi nella mente si ha nel primo momento. Chi non ha indovinato a primo tratto e si riduce a ragionare si sente subito indebolito. L′incontro della energia che interroga con l′energia che risponde dura un istante ed è in questo lampo di contatto fra il pensiero conscio dell′interrogante e il pensiero inconscio dell′interrogato che più facilmente la parola brilla e passa.

Qualche cosa di affine alla trasmissione del pensiero vi ha pure in certe fulminee antipatie e simpatie. Sotto l′attrazione o la repulsione di cui abbiamo coscienza, vi dev′essere nella parte incosciente dell′anima un giudizio morale balenato nel momentaneo contatto occulto di un primo incontro. E non si trasmettono le emozioni anche mute? Attraversando una folla silenziosa, fortemente commossa, sia pure di una commozione non divisa da voi, non vi siete mai sentito penetrare da qualche cosa che vi turba? Anche qui dunque pare che l′ipnotismo solamente sviluppi ed esalti una disposizione naturale.

Ma qual è il valore psicologico dei fatti di trasmissione del pensiero? È vero che non rechino alcuna luce nel grande dibattito che ab antico si agita per sapere se vi abbia o no nell′uomo una sostanza diversa dalla materia? L′azione a distanza, si dice, non è un carattere proprio delle sostanze immateriali se pur ve ne sono. La calamita agisce a distanza, la forza di attrazione agisce a distanza.

Questi son già grandi misteri, ma il mistero dell′azione mentale a distanza è radicalmente diverso. La azione fisica è costante, uniforme in tutte le direzioni, decresce in ragione della distanza; l′azione mentale non è costante, non è uniforme e non si può graduare con la distanza. Pare ugualmente energica alla distanza di un decimetro come alla distanza di diecimila chilometri. Essa è dovuta ad altre energie che quelle della materia, ad energie sconosciute da coloro stessi che le possedono e le adoperano, predisposte nell′essere umano per una manifestazione avvenire, per una esistenza superiore nella quale gli uomini, concedetemi questa visione splendida, molto più strettamente uniti che adesso non sieno, si comunicheranno il pensiero e l′affetto in una mutua penetrazione che ne moltiplicherà la potenza; predisposte per un mondo futuro dove non sarà possibile, secondo si conviene ad ogni comunione di amore, celare un segreto, fingere un sentimento; dove neanche potrà immaginarsi la menoma ombra di menzogna.

VII.

Noi tocchiamo qui il confine dell′affermazione scientifica in fatto di fenomeni occulti. L′ abbiamo forse anche oltrepassato perchè la trasmissione del pensiero senz′aiuto di sensi non ebbe ancora il riconoscimento definitivo e unanime della nostra scienza. Altri fenomeni psichici misteriosi sono affermati e creduti che troppo difettano ancora di prova per poterne trarre induzioni sulla natura e il destino dell′ anima umana.

Vi potrei raccontare per un giorno intero esempi di chiaroveggenza, dalla Sibilla che stando in Delfo vede il Re di Persia in Susa mentre sta friggendo un pesce nello scudo, fino a quella M.lle Blanche curata dal Dr. Buè che potè guarire nel 1875 d'una malattia gravissima per aver veduto nel sonno magnetico l'interno del proprio organismo. Arago ha detto a proposito dei fatti di chiaroveggenza che sarebbe imprudente di negarli a priori, che il dubbio aiuta molto la scienza e che l′incredulità la impedisce. La mia profonda convinzione è che i fatti di chiaroveggenza sieno possibili, ch′esista cioè in potenza nell′anima umana la facoltà di vedere senza l′aiuto di organi e che possa una tale potenza, in qualche rarissimo caso, manifestarsi parzialmente durante il sonno magnetico quando l′ anima è più staccata dai sensi. Una signora mia conoscente lesse durante il sonno magnetico, in presenza della persona che mi raccontò il fatto, una lettera chiusa recata allora allora dal fattorino e posta sullo scrittoio di suo marito in un′altra stanza. La mia fede nel narratore è così grande che io non dubito del fatto; ma siccome il marito è morto e la magnetizzata, come di regola, nulla ricorda, il fatto ha un solo testimonio e non sono in grado di valermene che per la convinzione mia. Il professore Richet e altri hanno eseguite con metodo scientifico parecchie esperienze, ottenendo risultati che parvero ad essi molto concludenti a favore della chiaroveggenza, ma il cui valore, fondato sopra un calcolo di probabilità è, a mio avviso, assai dubbio. Non lascerò tuttavia questo soggetto senza notare che nella stessa condizione normale dell′uomo si osservano fenomeni i quali per essere comuni non sono meno misteriosi e tendono a dimostrare come il cervello abbia una facoltà di visione indipendente dall′occhio. Le visioni del sogno sono familiari a tutti. Nello stato di veglia si hanno due sorta di visioni ad occhi chiusi, quando più e quando men vive. Se io chiudo gli occhi e concentro l′attenzione sulla parte interna delle mie palpebre, vedo passarvi una lenta fantasmagoria continua di forme e di colori, sulla quale la mia volontà non esercita impero di sorta. Se invece voglio evocare visioni di persone o di cose note, me le vedo non più sulle palpebre, ma proprio nel mio interno.

E nel mio interno vedo pure i fantasmi che la mia immaginazione crea, ne vedo la forma e il colore, son tratto a indurne che vi ha nel pensiero umano un′oscura facoltà di vedere.

Invece riuscirà più difficile, credo, dimostrare scientificamente che vi ha nell′anima umana la facoltà di presentire il futuro, benchè alla chiaroveggenza pochi prestino fede e moltissimi ai presentimenti. Il desiderio, la speranza, la paura, l′odio, l′amore, tutte le passioni portano impetuose i nostri pensieri nello sconosciuto futuro, la immaginazione ci mostra ogni momento ciò che ne potrebbe accadere e i fantasmi della immaginazione passano forse talvolta così rapidi che non sappiamo perchè un brivido ci corra nel sangue, così profondi che non ne abbiamo coscienza e solo ne sentiamo l′aura sia di angoscia, sia di letizia. Ora se tra gl′infiniti presentimenti che passano nel cuore umano alcuni si avverano e son ricordati mentre degli altri si tace, come non si dirà che quei primi son numeri usciti dall′urna per caso? Accade pure che si dia il nome di presentimenti a fatti mentali d′altra natura. Maria Antonietta incontra un giorno nel parco del Trianon un individuo che non ha mai veduto e rabbrividisce. “ Presentimento ” si dice; perchè il destino farà incontrare ancora in un giorno orribile quella donna e quell′uomo. Ella sarà sopra un palco, nel mezzo di un quadrato d′armati; in faccia al palco, egli, a cavallo, con la spada in pugno, comanderà quegli uomini. Ma è invece probabile che l'ubbriacone Santerre, il brutale birraio, abbia ispirato a Maria Antonietta una di quelle fulminee, violente antipatie di cui abbiamo testè indagato il mistero.

Io ricordo perfettamente la emozione che provai da fanciullo per un presentimento così straordinario, così subitaneo, così forte, così chiaro, che fuggii atterrito dal luogo dove mi aveva colto. Era il presentimento di qualchecosa di raro e d′ insolito, che i fanciulli non pensano e che si avverò più di vent′anni dopo. Non lo racconterò perchè non posso addurne alcuna testimonianza e perchè ciò mi porterebbe in un campo troppo lontano dalla scienza. Mentre poniamo pensosi questi problemi dello spirito umano, sembra che la superficie del mondo a noi famigliare, la buccia, per così dire, delle persone e delle cose si sollevi tutta insieme come una maschera e vi appaiano sotto le tenebre lampeggianti di un altro mondo del tutto diverso.

VIII.

Ora questo mondo arcano è aperto alla ricerca scientifica. Io ho già nominato la Società inglese per le ricerche psichiche. Questa società che ha una sezione in America, contava il 1° Agosto 1894 circa 900 membri in Europa e 500 membri oltre l'Oceano. È attivissima e pubblica grossi volumi di relazioni. Si occupa di tutti i fenomeni psichici occulti, ma particolarmente di telepatia ossia della trasmissione a distanza, senz′alcun mezzo conoscibile, di una sensazione, di una impressione, di un atto mentale da un individuo ad un altro. Bisogna vedere le tabelle statistiche pubblicate dalla Società, riassunto di migliaia e migliaia d′osservazioni, bisogna leggere nel volume dei Proceedings il discorso tenuto all′Assemblea generale dall′on. Balfour, membro del Parlamento, per ammirare la serietà e la elevatezza di spirito di questi uomini appartenenti alla più seria e positiva nazione del mondo, i quali affrontano il ridicolo, come ben pochi in Italia oserebbero, col giusto concetto che niente si deve negare a priori, che tutto è da sottoporre ad esame. Opera principale della Società fu il censimento degli spettri, una inchiesta sulle allucinazioni telepatiche condotta in Inghilterra, negli Stati Uniti e anche in Francia, dove la Società di psicologia fisiologica ne prese la direzione per mezzo di un comitato composto in gran parte di medici e presieduto da Sully Prud′homme, dell′Accademia francese.

Tre membri della Società pubblicarono con i materiali dell′inchiesta due grossi volumi intitolati “ Fantasmi dei viventi ”. Questi signori intesero occuparsi di una specie particolare di spettri, ossia delle immagini di persone vive che appariscono a qualsiasi distanza, sia per un atto energico della loro volontà , sia in un momento critico della loro vita, sia nell′ora della morte. Centinaia e centinaia di questi fantasmi si aggirano per le pagine strane del libro. Io non oserei dire che la realtà di una sola delle misteriose apparizioni sia rigorosamente dimostrata. Si è proceduto, è vero, col massimo scrupolo, nel raccogliere, nell′esaminare e pesare le testimonianze, ma non si sono potuti osservare i fenomeni che indirettamente, non s′è forse potuto interamente guardarsi dalle suggestioni di un meraviglioso creduto e voluto dimostrare. Però se il valore scientifico di ciascuna osservazione è scarso, il valore dell′insieme è notevole.

Quando si pensa che i fatti registrati nei “fantasmi dei viventi” si aggiungono a una immensa moltitudine di altri fatti simili di cui son pieni gli annali umani, si è condotti a giudicare che secondo una probabilità immensa non tutti possono attribuirsi all′errore o alla frode. È pure probabile che nella massima parte dei casi le apparizioni non sieno reali, che le immagini si formino nella mente di chi le vede e vi traggano origine da una trasmissione di pensiero.

Certa giovine signora, questo è narrato nei “fantasmi dei viventi” assistendo un′amica moribonda vede entrare nella camera una figura femminile che non conosce. La figura sfuma. Più tardi quella giovine signora s′incontra con la madre dell′amica sua e trasalisce riconoscendo in lei l′apparizione. Probabilmente l′inferma pensava a sua madre e l′origine del fantasma è qui pure una trasmissione di pensiero. Ma non è sempre possibile di spiegare i fantasmi così.

Cito un fatto antico, eppure fra i meglio forniti di prove perchè lo hanno concordemente attestato sette persone. Il 3 Giugno 1691 una tale Maria Goffe giaceva mortalmente inferma nella casa di suo padre a parecchie miglia da Rochester dove aveva i suoi due bambini. È rassegnata a morire, confida nella misericordia di Dio, ma la travaglia il dolore di non poter vedere i figli, supplica di venir condotta ad essi, magari legata sul dorso d′un cavallo. Impossibile. Alle 11 della sera ella esprime a un ecclesiastico la sua fiducia in Dio e il suo dolore di non poter vedere i bambini. Fra il tocco e le due dopo la mezzanotte cade in un sopore

profondo, simile alla morte. N′esce alla mattina, dice a sua madre ch′è stata a Rochester, e che ha veduto i bambini. Sua madre crede a un sogno, a un delirio.

Ma la vedova Alexander, custode dei bambini a Rochester ha visto verso le due di notte la figura di Maria Goffe uscire dalla stanza nella quale dormiva solo il bambino più grandicello, venire al letto dove giaceva lei col minore e fermarvisi movendo le labbra senza proferir parola. L′Alexander ha interrogato il fantasma che non rispose e partì. Ella s′ è vestita in fretta, è uscita di casa, non ha più veduto nulla, ha bussato alla porta d′una famiglia amica, ha raccontato il fatto e non è stata creduta benchè si dichiarasse pronta a giurar sul Vangelo che aveva detto la verità . I genitori di Maria Goffe, la sua infermiera, la vedova Alexander, le persone della famiglia dove costei si recò subito dopo la visione, tutto attestarono quanto avevano udito e veduto, ricostituendo così il fatto meraviglioso nella sua interezza, senza contraddizione alcuna. Malgrado questo io so che pochi vi presteranno fede. Di fronte ai fenomeni che non si possono spiegare con le leggi conosciute della natura, sempre l′uomo li nega, o li attribuisce all′intervento momentaneo di forze benigne o maligne, superiori ed esterne alla natura.

Con l′indebolirsi della fede nel sovrannaturale fu la assoluta incredulità, la negazione dei fenomeni meravigliosi, che prevalse. Tuttavia, siccome la fede nel divino non è morta, io sono sicuro che se pochissimi di voi son disposti a credere lo sdoppiamento di Maria Goffe, forse alquanti più crederanno, come io credo, che S. Ambrogio, celebrando in Milano, piegò assopito il capo sull′altare, stette tre ore così e svegliatosi raccontò al popolo di avere assistito in Tours ai funerali di quel vescovo Martino, del quale non era ancora stata annunciata a Milano la morte. Alquanti più crederanno ciò che si racconta di S. Alfonso de′ Liguori. La mattina del 21 settembre 1774, dopo celebrata la messa. Alfonso cadde in una specie di letargo. Non si mosse dalla sua seggiola a bracciuoli, non parlò, non prese cibo per tutto quel giorno e il giorno appresso, fino ad un′ ora avanzata del terzo giorno. Allora parve svegliarsi e vedutisi attorno i suoi famigliari sbigottiti, disse loro: “Che cosa è? ” “ Eh! ” risposero “ sono due giorni che non parlate, che non mangiate, che non ci date verun segno ! ” “ Dite bene voi ” rispose Alfonso “ ma non sapete che sono stato ad assistere il Papa ch′ è già morto? ” Venne poi la notizia che Clemente XIV era morto in Roma il 22 settembre alle 8 della mattina.

Monsignor Calabiana, arcivescovo di Milano, era solito raccontare che quando era studente nel Seminario di Torino, un suo condiscepolo, certo Denina, recitando una composizione di scuola, cadde in letargo e rinvenuto dopo qualche tempo esclamò: “mio padre è morto!” Il padre era infermo, ma, pareva, non pericolosamente. Poco di poi arrivò la notizia della sua morte.

IX.

La verità che balena da questi fatti meravigliosi è il dogma fondamentale di tutte le religioni, il dualismo della persona umana, la esistenza nell'uomo di un principio distinto dal corpo e di altra natura. Nel caso di Maria Goffe e in tanti altri simili che si raccontano s′intravvede pure la occulta potenza organizzatrice di questo principio, che lo rende capace di comporsi un corpo etereo, un fantasma. Come ciò avvenga, come possa restar la vita nel corpo mortale durante l′assenza dello spirito, nessuno lo sa. Io credo che alla natura umana sieno state infuse da Dio certe facoltà tuttora in germe, ma suscettibili di uno straordinario sviluppo, le quali, adoperate da uomini buoni per il bene, si manifestano a gloria di Chi le creò; adoperate per il male, si manifestano a prova di un′ascosa malignità ch′è nel mondo. Così è della suggestione ipnotica.

Non manca chi, per alcuni delitti che si commisero con la suggestione ipnotica, vorrebbe vietare l′ipnotismo in nome della morale. Costoro dimenticano che di tutto si usa e di tutto si abusa, che se si può suggerire il male nell′ipnotismo con un comando, lo si può egualmente suggerire ed imporre nella veglia con l′autorità più legittima, con quella della scuola, con quella della famiglia, con quella del Governo. Quegli uomini religiosi che troppo facilmente vedono nei fenomeni psichici occulti anche di carattere non immorale, l′azione d′una potenza demoniaca, mi paiono commettere un errore funesto alla loro stessa causa. Nel più recente studio scientifico sulle apparizioni e sulla trasmissione del pensiero, dopo un accurato esame critico dei fatti, dopo un debole tentativo d′interpretazione, l′autore confessa che qualora si potesse dimostrare l′esistenza reale di occulte facoltà umane superiori alle normali, diverrebbe facile di spiegar con esse i fenomeni più strani di telepatia. Nella mancanza di questa dimostrazione, dice l′autore, meglio rinunciare alle ipotesi, meglio rinunciare alle teorie, raccogliere fatti, fatti, nient′altro che fatti.

Ebbene, io domando se qui non è involontariamente indicato agli spiritualisti un luminoso cammino. Se realmente avviene che la volontà ed il pensiero agiscano a distanza senza parola nè segno, che la immagine di un essere umano apparisca in Europa mentr′egli muore in America, che un uomo sia rapito in ispirito lontano dal suo corpo, la ipotesi che meglio può spiegare tutto questo è una ipotesi spiritualista. Se la intelligenza non è funzione della materia, ma se invece è il principio intelligente che organizza la materia, è possibile che il pensiero d′un uomo produca senza strumento alcuno una piaga nel proprio organismo; altrimenti questo non è possibile. Se il principio intelligente ha una esistenza distinta da quella del corpo, è possibile ch′egli apparisca altrui in una forma reale fuori delle sue solite membra; altrimenti questo non è possibile. Se le leggi della materia non hanno potestà sul principio intelligente è possibile che il fantasma di un moribondo si manifesti nell′identico tempo e con la identica vivezza a qualsiasi distanza; altrimenti questo non è possibile. Avanti, dunque, voi che per istinto, per amore, per fede avete un concetto spiritualista della psiche umana, avanti allo studio tranquillo e severo dei fenomeni psichici occulti. Vi è qui una scienza da fondare, la scienza del vostro istinto, del vostro amore, della vostra fede.

Lavorate ad essa, lavorate alla dimostrazione sperimentale dell′anima umana, mentre noi artisti cerchiamo comporre fantasmi che facciano apparire la nostra. Studiate le occulte facoltà dell′uomo nei fatti ordinari della sua vita normale prima che nei fatti meravigliosi. Esaminate questi fatti con lo spirito scientifico europeo, ma consideratene la natura, la causa e la portata con lo spirito scientifico dell′Oriente, studiate l′anima umana non per curiosità ed orgoglio intellettuale, ma per un alto concetto religioso. Non accingetevi allo studio dell′anima senza una preparazione morale onde lo jockey ch′esercita il suo cavallo e sè prima della corsa non sia detto più sapiente di voi. Il premio che vi attende è, anzitutto, una crescente luce nel vostro interno, una crescente forza, una crescente ricchezza di vita superiore, una continua elevazione morale, perchè più si conosce lo spirito, più si sentono evidenti e urgenti le ragioni di vivere secondo lo spirito. Sarà quindi vostro premio la scienza sicura della immortalità . Non domandatela alla evocazione dei morti. Io rispetto la buona fede e le nobili intenzioni di moltissimi fra coloro che chiamano i morti a sè per interrogarli, son lontano dal negare i fatti misteriosi dello spiritismo, ma tacendo che quel campo è ancora troppo guasto da erbe maligne di errore e di frode, confesso che preferisco a ogni modo cercare altrove la scienza della immortalità umana. Confesso di non credere al diritto di evocare i morti e mi copro con un motto latino che pare di un Dottore della Chiesa ed è invece di un illustre amico mio, ben lontano dal somigliare a qualsiasi dottore della Chiesa: è di Gaetano Negri. Non credo quia impium. Le prove più sicure della immortalità si raccoglieranno in quei germi di potenze sovrumane che tutti possediamo, che nella massima parte di noi non si manifestano mai, il cui raro e fugace apparire ci riempie di stupore. Sarà dimostrata che si chiude nel mistero di questi germi la promessa di una vita futura, che la presenza loro dentro di noi sarebbe incomprensibile se non dovessero svilupparsi nell′avvenire, quando apparirà in noi, secondo la parola di S. Giovanni, ciò che non è apparso ancora.

Vale la pena di farsi chiamar sognatori e raccoglitori di sogni, di affrontare il ridicolo per assider su basi sperimentali una psicologia spiritualista quale i pensatori più potenti del passato l′hanno tratta dal profondo della propria mente e i più grandi poeti dal profondo del proprio cuore. È forse destino che questo edificio sorga e si levi al cielo nel tempo in cui tante tristi rovine morali nell′alto e nel basso accusano di sè il materialismo scientifico, la negazione dello spirito. Sorga l′edificio, si levi al cielo e vi si accendano sulla cima, come sopra un altare, le migliori aspirazioni della natura umana. Passi questa luce sopra il secolo che cade e sia come un raggio sulla via del secolo che ascende, del secolo che ha la missione di esaltare lo spirito, di allargare con rapidità vertiginosa la signoria dell′intelligenza sulla materia, di trasformare la società con l′amore.

La figura di Antonio Rosmini.

Sulla porta della celletta dove Antonio Rosmini-Serbati scrisse le Costituzioni dell Istituto della Carità, si leggono alcune parole mistiche postevi dall′alto pensatore a significare l′origine occulta di ogni opera sua: bonum est praestolari cum silentio salutare Dei. La celletta ch′egli animò di pensiero e di preghiera e fu quasi principio di un tessuto vivente, di un organismo operante nella Chiesa secondo quel pensiero e quella preghiera, si nascondeva, quando egli la elesse a propria dimora, in una vecchia casa abbandonata alle ortiche e alle lucertole, sopra un poggio selvoso dell′alta Ossola, presso i ruderi di mura e di torri medioevali affogate nel bosco. Intorno al poggio sorgono con maestà le Alpi Ossolane interrotte da vallate ascendenti a ponente e a levante come grandi vie aperte verso il cielo.

Il silenzio della solitudine che promette allo studioso tranquillità di lavoro e di meditazione e promette al poeta intimi colloqui con le cose ispiratrici, non è che ombra e figura del silenzio mistico in cui si raccolse lassù, nel 1828, Rosmini.

Era questo un silenzio dell′anima ed egli lo creava in sè. Intento a cogliere nel cuore ogni divino susurro, a scrutar con la mente ogni segno della volontà divina, egli aspirava a reprimere qualsiasi moto della propria natura umana che traesse la sua attenzione da Dio a sè stesso, che avesse origine e fine di egoismo. Solo un intelletto tanto acuto e una coscienza tanto pura potevano discernere così nettamente in certi pensieri, in certi affetti le vibrazioni segrete dell′amor proprio, il lampo di una compiacenza soggettiva del bene, l′ambizione occulta nello zelo, la menoma inquietudine circa il futuro che pur si aspetta dalle mani di Dio. Tutto taceva in lui mentre si affisava nella Verità e nella Carità infinita per intenderne la voce. Salendo col cuore pieno di quest′uomo santo e grande, fra le ombre dei castagni, quello sperone del monte S. Bernardo che chiamano il Calvario, contemplando gli sfondi delle vallate, i fianchi scoscesi dello Psola, le nevi sovrane del monte Giove, ascoltando il vento fra le rovine del castello di Mattarella, sospirai quelle solitudini per pensare e scrivere in pace di lui. Quando entrai nella celletta che la pietà dei discepoli ha trasformato in cappella, nella celletta dove pure furono scritte le ammirabili Lezioni spirituali sulla perfezione cristiana, desiderai un silenzio migliore. Sentii che volendo ritrarre la figura di Antonio Rosmini poco mi poteva giovare di visitare i luoghi dov′egli aveva vissuto nel corpo mortale, dove aveva pensato e operato, se non sapessi accostarmi a quel che di lui vive ancora, al suo luminoso spirito.

Sentii che non potevo accostarmi ad esso se non cercavo di entrare, come un discepolo umile, nello stesso silenzio ch′egli vi ha cercato e dove non entra chi non adora quel ch′egli adorò. Mi studiai quindi prepararmi a scrivere queste pagine in un tale silenzio, combattere in me ogni voce di quei sentimenti ch′egli represse in sè stesso mentre si affisava nell′Infinito, distinguere nell'immagine sua la luce? di natura che Dio prima largamente gl′infuse dalla luce di grazia che largamente poi gli donò, dispormi a dir dell′una e dell′altra per modo da onorarne il Padre dei lumi sopra la sua creatura. Mi parve indegno ogni altro modo di rendere omaggio all′uomo che pose l′intelletto altissimo e il cuore ardente a riconoscere con la dottrina e con l′opera l′Essere nell′ordine suo.

I.

Come certe figure geometriche piane si possono considerare idealmente quali generatrici, mediante il moto di certe figure geometriche solide e uno stretto nesso ideale collega le une alle altre, così certe nature umane fortemente costituite nella loro composizione originaria generano mediante il moto della vita un complesso di atti onde si disegna la figura morale dell′uomo, tale che il nesso fra la potenza e l′atto vi appare con una chiarezza geometrica e riesce facile di definire l′uomo nella sua natura e nelle sue opere con una sola semplice formola. Non è possibile contemplare lo spirito di Rosmini prima della sua disposizione originaria poi nello sviluppo dell′opera sua senza ravvisarvi uno stupendo esempio di nesso geometrico fra la potenza e l′azione, fra la base e l′altezza. E mentre la grande figura si vien rivelando alla nostra mente in una magnifica unità di linee, ci s′illumina pure la legge centrale che genera e informa questa unità e che io esprimo appunto così: il riconoscimento dell′Essere nell′ordine suo. È la formola della sapienza e definisce le più perfette relazioni possibili tra l′uomo e la Verità, relazioni di conoscenza e insieme di amore, determinate nella forma e nella misura da un supremo principio per il quale l′uomo rende all′Essere infinito ciò che gli deve, e nella luce dell′Essere infinito apprende gli esseri finiti, rende pure a essi ciò che a ciascuno è dovuto secondo la sua natura. A questo ideale della giustizia umana cui non possono pervenire da soli nè lo spirito scientifico, nè il misticismo religioso, perchè il primo non ama e il secondo non conosce abbastanza, a questo ideale che ambedue li comprende, che ha la proporzione e la misura per carattere supremo, Antonio Rosmini fu mirabilmente ordinato nel suo nascere. Noi non possiamo intendere come si preparino e si generino le grandi nature umane ed è ben difficile di misurare la potenza del loro impulso nel movimento ascendente della specie; ma sappiamo che niente si produce senza una causa, che lo stesso progresso della specie umana è soggetto a leggi e ci è lecito di pensare che la Intelligenza legislatrice dell′Universo prepara gli uomini grandi affine di rivelare per mezzo di essi le maggiori verità onde l′intelletto umano è capace e che, possedute dalla specie, ne accrescono il potere e ne rischiarano la via. Gli uomini cui fu data la prima visione di leggi fondamentali della natura sono riconosciuti universalmente come artefici del progresso umano: la visione della verità metafisica non è altrettanto onorata nel mondo. Coloro che meditando l'Universo e sè stessi penetrano grado grado con la forza dell′intelletto sino alle ragioni ultime di tutte le cose, esercitano un′azione che solo in piccola parte cade sotto i sensi: nella parola scritta o parlata di cui la loro dottrina si veste nei libri e nelle scuole. Il mondo che applica, per proprio vantaggio e piacere sensibile, le verità fisiche tosto conosciute, non osserva l′azione dei grandi filosofi quando cessa di cadere sotto i sensi. Giudica che le loro idee dieno materia a certi intelletti di lavorare nell′astratto e per l′astratto, non crede che abbiano applicazioni nella vita reale, che possano giovare sensibilmente se vere, o nuocere se false. Ora il pensiero aderendo a una verità o a un errore circa il principio e la natura degli esseri, tende a generare azioni conformi alla verità o all′errore che apprende, come il calore infuso a un germe tende a generare movimenti di vita conformi al germe. E come sostanze infuse in una sorgente discendono risanatrici o corruttrici per tutti i rivi occulti e scoperti nei quali l′acqua si parte, così la verità e l′errore circa il principio della conoscenza discendono naturalmente in tutte le scienze particolari e dalle scienze nelle arti, nelle leggi, nei costumi. Lo stesso Rosmini ha tracciato un quadro della vasta corruzione che famose dottrine di errore versavano dalle sorgenti inquinate della conoscenza umana quand′egli ebbe una visione di verità risanatrice. Secondo quelle dottrine, prese nel secolo scorso ai sofisti antichi e rinnovate nell′aspetto, la conoscenza umana procede intera dalle sensazioni; sono i sensi che trasmettono alla intelligenza il suo primo lume, che vi generano le prime idee. Ciò può parere molto innocente, si è infatti largamente affermato e insegnato da uomini religiosi e nelle scuole cattoliche. Eppure ciò contiene la occulta radice di un raziocinio terribile, che riponendo nella sola sensazione tutta la realtà, innalzando il senso corporeo alla dignità di solo maestro sicuro del vero, conduce diritto alla negazione dell′Essere assoluto, oggetto primo dell′ Intelligenza e quindi a una morale utilitaria ond′è bandito il concetto di giustizia e che perde il carattere di legge perchè pretende obbligare l′uomo in nome dell′uomo stesso, confonde l′obbligato e l′obbligante in un soggetto medesimo. Dall′Inghilterra partirono nel sevcolo XVII il rinnovato sensismo di Epicuro e nel secolo XVIII le teorie utilitarie che regnavano in Italia senza contrasto quando l′uomo preparato a esserne il più formidabile avversario cresceva e pensava nell′ombra d′una piccola città fra le Alpi. Se i governi d′allora non vconoscevano confine al proprio potere nel diritto naturale dei cittadini secondo un concetto di giustizia superiore all'arbitrio delle società politiche; se le moltitudini correvano al piacere e nell′economia politica si voleva porre la fonte della morale; se le passioni venivanoglorificate dalla letteratura, pare eccessivo di attribuire tanti disordini all′influenza del sensismo di Locke, di Condillac, di Gioia o di qualsiasi altra scuola filosofica.

Vi ha un sensismo pratico radicato nell′animalità umana, una perenne energia della nostra natura inferiore, che tende a sovrapporre il senso allo spirito, a produrre un disordine fondamentale, causa di tutti gli altri. Ma l'errore filosofico interveniva quale un ambito alleato del disordine, lo giustificava, lo allargava smisuratamente come certe nebbie primaverili favoriscono i germi maligni latenti nella vite o nel grano.

Questo era il campo di abbiezione filosofica e di corruzione morale dove sorse il colossale ingegno disposto, per la difesa della verità divina e della ragione umana, al riconoscimento dell′Essere secondo l′ordine suo. Le origini del genio sono ignote; mi piace tuttavia di osservare che, secondo la tradizione, nei membri dell′antica famiglia Rosmini, gente proba, usa governarsi saviamente, era sempre stato notevole l′equilibrio mentale, e che nella generazione precedente alla sua vi apparve quel sentimento della bellezza che doveva compiere una natura perfettamente ordinata. È più sensibile la preparazione del suo sentimento morale e religioso, il calore morale e religioso raccolto da lungo tempo nella casa signorile dov′egli vide la luce.

Nel paese alpestre dalla fede viva, dai rigidi costumi, dalle abitudini conservatrici che obbedisce all′autorità spirituale del principe vescovo di Trento, casa Rosmini era un esempio di onestà, di concordia, di virtù familiari e cristiane. È difficile pensare che un tal calore domestico, se giovò allo straordinario, precoce sviluppo del sentimento religioso di Rosmini, non abbia pure avuto parte nel predisporre il nucleo primo ed il centro di una natura spirituale, conformata per rendere a ciascuno il suo secondo perfetta giustizia, per comporsi quindi la base ed il vertice nel riconoscimento dell′Essere infinito, sua causa e suo fine.

II.

Queste sono infatti le prime linee che cominciano a manifestarsi nella figura di Rosmini fanciullo. Si manifestano con magnifica regolarità. Sono linee convergenti che subito vi dicono l′ampiezza della base e la preparazione del vertice. Una singolare direzione dell′intelletto e una singolare direzione dell′amore appariscono nel fanciullo sino dai primi anni. Il suo intelletto ascende verso l′idea di causa secondo la inclinazione naturale delle menti infantili svegliate, con questo però, che i suoi perchè sono straordinariamente acuti. A due anni egli domanda, non solamente perchè dopo averlo coricato gli nascondano il lume, ma perchè altresì, se gli capita di vederlo, il bagliore della fiammella gli offenda gli occhi e gli faccia provare una sensazione interna. Un′ascensione così rapida di causa in causa spiega come l′intelligenza di Rosmini fosse poco apprezzata dove gl′insegnavano grammatica. L′intelletto suo era salito più alto senza passare per il campo dove si studiano forme della parola che a un fanciullo paiono arbitrarie. Il sentimento del dovere lo faceva discendere quanto era necessario e non più. Tra l′uno e l′altro dei suoi latinucci mediocri il fanciullo ascendeva a letture e studi molto superiori ai programmi dell′insegnamento classico più elevato. Se ripigliando una immagine usata testè noi consideriamo quest′ascensione intellettuale come una linea, la vediamo singolarmente inclinata. Le ascensioni intellettuali dei maggiori ingegni rado somigliano a questa linea. O mostrano nei loro primordii qualche cosa di spezzato, d′ondeggiante, d′incerto, o quando sono interamente governate dall′idea di causa, quando aspirano a ricercare col vigore della ragione il supremo perchè delle cose, seguono una linea che tende alla perpendicolare, perchè non vuol manifestare alcuna inclinazione originaria. Invece nella figura di Rosmini questa linea maestra dell′intelletto è ordinata a incontrarsi con l′altra linea maestra dell′amore. L′intelletto del fanciullo sale di causa in causa, il suo amore va di slancio alla Causa suprema e tanto è caldo che attira a sè quanto gli cresce intorno, anche l′intelletto. Forse un giorno la pietà dei credenti si compiacerà di ripetere che la nutrice di Rosmini lo vide sorridere infante al compiersi del lavacro battesimale e poi comporsi a tranquilla gravità, non più sorridere per sei mesi. La donna semplice, se in questo s′ illuse, non s′ illuse nel raccogliere i balocchi lasciati dal bambino come reliquie future d′un Santo, Il grande amore di Dio che lo infiammò sino all′estremo, si manifesta sulle prime in lui come calore morale. Dona quanto può, con fuoco di carità, denaro e vesti; e dona con discernimento, con lo studio di appropriare il soccorso al bisogno, di dare a ciascuno il suo. Di giorno in giorno il crescente calore diventa luce, diventa sapienza. Anche nell′amore di Dio come nell′amore dei poveri il fanciullo si studia di governarsi con intelligenza. Il suo amore di Dio non attirò a sè la ragione senz′esserne pure attratto. La via della sua ascensione religiosa è manifestamente inclinata a incontrarsi con la via della sua ascensione intellettuale onde procedere insieme. L′incontro avviene nelle pagine di S. Tommaso d′Aquino. La ragione del fanciullo ha sete di Dio, il suo zelo religioso ha sete di ragione e gli è posto davanti S. Tommaso, una distesa delle acque che lo assetano di sè, un abisso di fede e di ragione che si mescolano quali nel franto specchio di un lago agitato i colori della terra e del cielo. Lo scolaretto di grammatica vi s′immerge avidamente; più grande miracolo che il sorridere nel primo giorno di vita al tocco dell′acqua battesimale. Io credo assai probabile che la lettura di S. Tommaso gli abbia rivelata la sua propria vocazione. Egli glorificherà Dio col pensiero e con gli scritti, secondo ragione; ascenderà col lume della ragione sino al mistero che adora e, non potendo penetrarvi, ne illuminerà almeno gli approcci. La sua filosofia avrà un carattere religioso, la sua religione avrà un carattere ragionevole. Egli studia indefesso affronta con ardita foga le questioni più ardue, legge libri sopra libri e quando vi trova idee ch′eran venute anche a lui, ne esulta. Nota ogni giorno il cammino intellettuale che ha fatto, ascolta il buon Orsi, disputa, medita nelle poetiche solitudini delle sue montagne di Rovereto e fra gli abeti di Folgaria, purifica sempre più il suo cuore negli esercizii di pietà. Lo studio dei grandi pensatori e la preghiera, le elemosine e la meditazione filosofica lo avviano insieme alla più sublime visione dell′Essere infinito che possa sorgere nell′intelletto umano. Come il moto del nostro pianeta è causa dell′aurora e ciò non toglie che il sole gli si riveli per propria virtù, così l′intenso lavoro e l′impetuoso amore portano questo grande spirito alla prima luce dell′Ideale in cui Dio gli si rivela per atto di grazia. È veramente un′aurora che gli appare improvvisa, un chiarore non comparabile ad alcun altro da lui conosciuto e la cui origine non è in lui, non è sulla terra, non è nel cielo, benchè tutto illumini. Antonio Rosmini non dimenticherà più mai una sera della sua adolescenza, un passeggio per la deserta via della Terra in Rovereto, un momento in cui considerando gli oggetti del proprio pensiero, aggruppandoli secondo certi loro caratteri comuni e procedendo dai caratteri più particolari e determinati a quelli più indeterminati e universali per modo da ridurre via via il numero e ampliare l'estensione dei gruppi, trovò a un tratto che tutti potevano considerarsi partecipi di un solo carattere e che questo carattere affatto indeterminato e universale era Tessere.

Vide nell'idea dell′essere, nella facoltà di giudicare che le cose sono il necessario fondamento delle cognizioni umane, il necessario elemento d′ogni giudizio umano, come dire il lume della ragione, il lume spirituale nel quale la mente umana divien potente ad apprendere l′universo come l′occhio divien potente ad apprenderlo nel lume corporeo. Vide in questo “primo Vero che l′uom crede” il fondamento sul quale la ragione sta e vi trovò il carattere di una credenza razionale, come dire di una speciale, necessaria fede, in quanto trattasi di verità non dimostrabile col ragionamento ma nota per sè stessa. Vide direttamente per virtù propria mossa dalla grazia divina quel che avevan veduto in antico pur per la meritata infusione della divina grazia altre menti sovrane, altri gloriosi ministri di Dio, o nel cristianesimo come S. Agostino, S. Tommaso e Dante, o fuori di esso secundum ordinem Platonis; ma vide meglio di alcuna, col suo genio perfettamente ordinato, quale ordine perfetto di veri fosse latente in quel germe di ragione e di fede compenetrate.

III.

Era un′aurora e non ancora il sole, la visione intellettuale della luce dell′Essere e non ancora la visione dell′Essere; era il lume del volto di Dio segnato sulle creature e non ancora lo stesso divino volto. Dall′intuito di quella luce divina ch′ è primo principio della ragione Rosmini intraprese un′ascensione magnifica alla fede ch'è suo ultimo fine. Indicar brevemente la linea di quest′ascensione è dire l′altezza della figura di lui, il suo asse centrale e il suo vertice.

L′anima umana, fatta intelligente per la visione dell′Essere ideale, riconosce nelle cose esistenti la qualità di essere. Ma le cose esistenti non sono l′Essere come le cose belle non sono la Bellezza e le cose buone non sono il Bene. Vi ha dunque un Essere assoluto e puro che trascende tutte le cose esistenti, le quali prendono da lui la qualità di essere, come vi ha un′assoluta e pura Bellezza da cui prendono la loro bellezza particolare le cose belle e un Bene assoluto e puro da cui le ose buone prendono la bontà . Ma questo Essere assoluto e puro, oggetto primo della mente, è, in quanto vien comunicato alla mente, un′idea e non una realtà. La ragione umana vede nell′universo e in se stessa un chiarore divino, vaporem virtutis Dei, non vede Iddio, Realtà e Persona. Essa fece, per salire a Dio, la sua massima prova in Platone. Platone, con un supremo sforzo del suo genio e non senza, come si può pensare, un divino aiuto, salì a riconoscere che le cose contingenti e mutabili sono espressioni, imperfette e quasi similitudini dell′Essere assoluto, illuminante la ragione umana, e che l'Essere stesso procede dal Bene, proclive di sua natura ad espandersi e a comunicarsi. Così il lume della ragione fu da lui appellato figliuolo del Bene essenziale, similissimo al Padre: dottrina prossima alla cristiana secondo la quale tutte le cose esistenti hanno il loro esemplare nel Verbo, furono create dal Padre nel Verbo, col Verbo e per il Verbo che da Lui procede e si nomina Figlio e la cui luce illumina ogni uomo che viene al mondo. Ma Platone, se in alcuni luoghi dell′opera sua dove appare uno slancio sovrumano e un raggio di grazia divina, giunge ad apprendere la Realtà dell′assoluto, in altri luoghi confessa che a questa divina Realtà non possono gli uomini ascendere dalle idee senza uno straordinario aiuto di Dio: che parve a Rosmini la maggior parola pronunciata da filosofo antico. La prima intuizione dell′Essere vale a portare l'intelligenza umana su questa soglia e non oltre. Ora, come avvenne quella intuizione? Non fu mostrato alla mente umana il suoprimo oggetto? Non le fu mostrato per modo ch′ella dovesse credervi prima di poter costruire qualsiasi ragionamento e che qualsiasi ragionamento suo avesse poi a posare su questa base di fede? E il comunicare all'anima umana l'idea dell′essere, il crearla intelligente, il condurla così a concepire l′esistenza dell′Essere assoluto reale, non fu egli atto di una infinita Potenza e di un infinito Amore, non dovette esser atto dello stesso Essere assoluto reale, del Bene padre del Vero, che comunicò, creando, parte della propria luce? Di un tale

Maestro infinitamente buono e potente non è verosimile che a fronte dell′essere illuminato da lui sino a renderlo intellettivo, ma non sino ad apprendere la persona del Maestro suo, voglia negargli altro lume. E non è verosimile che irradiandolo di nuovo lume voglia tenere altra via da quella tenuta in origine, quando pose la fede per fondamento della ragione, per suo alimento e sostanza. Egli non affiderà il nuovo dono di verità al ragionamento perchè ciò è impossibile, non valendo il ragionamento che a dedurre un vero dall′altro, a estrarre da un vero noto altri veri che già in esso si contenevano. Egli affiderà la verità nuova a quella facoltà che precede la ragione e questo sarà un infondere alla ragione nuovo alimento, quasi un crearla per la seconda volta, un renderla potente a future ascensioni gloriose. È dunque verosimile ch′egli doni la verità nuova alla fede e che le doni appunto la manifestazione di Sè Stesso, la manifestazione dell′Essere assoluto, Realtà e Persona.

Questa rivelazione della propria Persona che a priori si dimostra verisimile e ragionevole, l′Essere assoluto la fece a uomini semplici, ignari della filosofia, appunto nei termini che il genio del grande filosofo pagano avrebbe desiderati: “Io sono Colui che è ”. Oltre ai caratteri esterni di credibilità che ha un simile fatto, esso ha questo carattere interno di essere per quanto si è detto prima, conforme a ragione. Coloro quindi che accusano la filosofia cristiana di prendere per base la Rivelazione somigliano a chi entrando per la prima volta in una scuola di geometria e udendo dimostrare il teorema di Pitagora accusasse il maestro di usare nel suo ragionamento proposizioni affermate gratuitamente per vere, le quali si dimostrarono invece conformi a ragione nelle lezioni precedenti.

E sulla verità nuova commessa alla fede, la ragione ascende. L′Essere assoluto conosce e pronuncia Sè stesso e in Sè stesso pronuncia la possibilità degli esseri contingenti. Questo pronunciamento è il Verbo, figliuolo del Padre, e la possibilità da Lui pronunciata è l'essere ideale, primo oggetto della mente. L′ essere ideale è propriamente luce del Verbo, il Maestro degli uomini è propriamente il Verbo. Posta la realtà e la persona dell′Essere assoluto, la ragione umana può giungere al concetto del Verbo, figliuolo di Dio, ma è il concetto neoplatonico di un Figlio puramente ideale e che si confonde col Padre. È necessario che il Verbo si manifesti più ancora perchè gli uomini lo apprendano come Realtà e Persona ed è ragionevole che lo faccia. Egli si manifesta infatti e la luce sua per sè palese negli esseri contingenti è quasi una immagine della sua manifestazione personale agli uomini, nella quale la natura creatasi congiunge alla Divina. Egli viene e gli uomini lo vedono, l′odono, manifesto per sè, lo chiamano Maestro.

“Non vogliate chiamarvi maestri” Egli dice ad essi che ha fatti intelligenti “perchè uno solo è il vostro Maestro”. Mentre la sua prima rivelazione fu naturale, questa è sovrannaturale. Ambedue le rivelazioni sono fatte alla facoltà di credere, ma se la prima è necessariamente accolta, la seconda può respingersi. Vi ha però anche in questo punto un′analogia occulta fra l'una e l′altra. Come il Verbo rivela la verità prima e spira la prima fede razionale all′ intelligenza con una operazione misteriosa, così con un′altra operazione misteriosa dispone l'anima umana ad accogliere la verità soprannaturale. Coloro che credono nel Verbo incarnato attribuiscono a un sacramento la virtù d′infondere un intimo lume alla natura intellettiva dell′essere umano, sia egli adulto sia infante, di renderlo atto ad accogliere la verità soprannaturale e propriamente la realtà personale del Verbo, la congiunzione in Lui della natura divina con la natura umana, ciò che la carne ed il sangue, secondo le parole di Cristo a Simon Pietro, non possono rivelare ma solo rivela il Padre celeste. La fede nel Verbo incarnato opera ancora come prima la fede nell′ Essere assoluto ideale e poi nell′Essere assoluto reale, giunge alle radici assetate della ragione umana, come acqua del cielo alle radici assetate di un albero. La ragione umana vi attinge un vigore immenso e si allarga, come l′ albero, nel cielo onde le è discesa la vita. Omnia scrutatur, etiam profunda Dei.

Io non sto disegnando il sistema filosofico di Antonio Rosmini; indico solamente l′asse centrale del suo edificio di ragionamento e di fede. Giunto qui, adduco per esempio della straordinaria energia che la ragione attinge alla fede, lo stesso Rosmini. Egli affrontò nel campo del sovrannaturale i più ardui problemi che possano tentare l′ingegno umano. Il cristiano di comune intelletto e animo, contento di accettare in pace i misteri, facilmente stima vano e ambizioso lo sforzo di indagarli col ragionamento, di salire all′inaccessibile. Invece questi slanci verso il mistero dovrebbero attestare ai credenti che dopo la rivelazione dell′essere ideale, del Dio Personale e del Verbo, dopo la comunicazione dello Spirito Santo, la ragione umana brama ancora e invoca una verità che sente e non può raggiungere, che non trova intera e intelligibile nelle verità ond′ebbe parte finora, ch′ è dovuta alla sua natura.

                           “ Concupiscit et deficit anima mea in atria Domini ”.

Questo passo dei Salmi e il verso di Dante

“ A l′alta fantasia qui mancò possa ”

mi si affacciarono alla mente leggendo l'ultima pagina del libro dove Antonio Rosmini scrisse le sue meditazioni sul Vangelo secondo Giovanni. Avvolto corporalmente dalla forza cieca di contrarie, disordinate passioni politiche, d′incomposte, mutabili volontà di Principi e di moltitudini, afflitto nel cuore dalle sventure della sua Chiesa e del suo popolo, dal prevalere nel governo dell′una e nelle agitazioni dell′altro di consigli che non erano i suoi, dalla rovina del suo sogno di un′Italia libera, una e grande, cristiana nel pensiero e nell′azione, orgogliosa di possedere la S. Sede e riverente all′alto suo potere, ordinata a un nuovo futuro primato, egli, che fra tante violenze e tanto dolore mai non venne meno all′adempimento di quegli atti esterni che gli parvero dovere, soleva ritrarsi sulle altezze del suo spirito, inaccessibili alle angustie, come Cristo sul monte deserto che domina il mare tempestoso di Galilea. Da S. Lucia di Caserta, da Napoli, da Gaeta, in cospetto di una Corte ignorante e tirannica che lo perseguitava, di un′altra Corte fuggiasca ch′egli aveva volontariamente seguita nella fuga per devozione al Vicario di Cristo, e che lo cingeva di asprezze e di gelo: in cospetto di quell' azzurro Mediterraneo sulle cui spiaggie S. Agostino meditò il mistero della Trinità, Rosmini tentò pure le vie più ardue del soprannaturale. Fu colà ch′egli più lavorò al Commento di S. Giovanni e scrisse pagine sublimi di ardimento, di slancio, di potenza logica sull′atto eterno col quale Iddio creò tutte le cose e sul tempo in cui cominciarono ad esistere, sulla ragione ch′ebbe Iddio di creare il mondo e sulla libertà dell′atto creatore, sull′opera dello Spirito Santo nella manifestazione del Verbo e sulla natura del Verbo Divino, sulla potenza creatrice dell′immaginazione di Dio, sulla ragione per cui appaiono nel creato i vestigi della Trinità, sulla costituzione della natura umana. Vi scrisse sull′Eucaristia cose tanto alte, tanto nuove al comune dei credenti che non si possono leggere senza uno stupore riverente. Le parole di Cristo che promettono la vita eterna a chi crede in Lui, quelle che la negano a chi non avrà cibato di Lui sono investigate nella loro contraddizione apparente e nel loro accordo sostanziale, sono aperte per modo che n′esce una luce misteriosa, immensa. Lo stesso Rosmini trepida nel ragionarne tamquam de re ineffabili ineffabiliter loquens, secondo la espressione di S. Gregorio; e scrive di osarlo per la persuasione in cui è che lo voglia Iddio. Viene per ultimo a investigare l′azione dello Spirito Santo nella persona umana, a dire come la unifichi; e qui nel disporsi a salire ancora, la parola sua cade sul cammino e spira. Il libro giace interrotto, l′ultimo capitolo non ha che due linee. Cecidere manus.

IV.

Ecco in qual modo le due linee maestre della figura di Antonio Rosmini procedettero insieme dopo la sua visione dell′essere ideale, ecco quanto potè la ragione in lui e come la glorificò associandola piuttosto che assoggettandola alla fede, per effetto di una profonda conoscenza del suo essere e per mezzo di un rigoroso procedimento logico. Nel suo pensiero la ragione segue e precede la fede alternativamente, formando con essa un solo organismo. Nel rendere alla divina Mente ciò che le spetta, egli rende pure all′intelletto umano ciò ch′è suo, e si governa in tutto secondo l′uno e l′altro concetto. Egli stesso non si è determinato a credere per un ragionamento. Il senso e l'amore del divino erano in lui, per effetto di grazia, sin dalla prima infanzia, ma era pure in lui la ragione imperiosa, conscia del proprio diritto, potente a conformare di sè tutto un colossale sistema dalle radici delle idee alle vette del sentimento mistico, tanto potente da comprendere di non avere in sè la propria causa, da evitare quindi l'errore di superbia, scoglio a′ più deboli. Sdegnoso di quell′erroneo ascetismo che si compiace nel deprimere la ragione umana, egli la riconobbe più grande che non la stimino parecchi liberi pensatori e razionalisti. Coloro che di fronte a certi paurosi problemi dell′Universo, a certe apparenti contraddizioni fra la religione e la scienza, indietreggiano e si rifugiano in un credo cieco, non possono essere amici suoi. Non è a lui che si possa parlare della foi de charbonnier per le intelligenze colte, di questa sciocchezza, di questa femminea paura. In un geniale discorso che per la grandiosità del concetto e il signorile decoro della forma va tra le migliori prose italiane di questo secolo, Rosmini scolpì una storia del passato e del futuro, la legge costante che avvicenda le vittorie della verità e dell′errore. L′errore, sempre più attivo, perchè irrequieto, della placida Verità, par vincere quando salito a un nuovo Ordine di cognizioni e di riflessioni mentali, se ne forma una veste nuova, comparisce agli uomini nuovo, mentre nella veste antica delle riflessioni mentali inferiori era stato vinto. Egli allora, nel suo campo elevato, trionfa senza avversarii fino a che i difensori della Verità, scossi dal pericolo, sollevano la Verità a quell′altezza di riflessioni mentali cui già fu portato l′errore, e, aprendogli la nuova veste, scoprono e umiliano il vinto antico. Questi salirà a sua volta per le vie della scienza ad un ordine di cognizioni ancora più alto per servirsene a suo talento e per subirvi la stessa sorte. Leggendo queste pagine eloquenti è impossibile di non sentire che il loro autore deve aver pensato all′errore sensista e a sè stesso. Nel suo rispetto di ciò che è, nella sua umile coscienza di tenere dallo Spirito Santo il dono dell′intelletto, di aver obbedito, pensando e scrivendo, alla divina Volontà, egli si riconobbe certo per un difensore vittorioso del Vero contro l′antico sofisma cento volte abbattuto e cento volte risorto con nuovi travestimenti, lultimo dei quali era il sensismo. Ma la sua statura è molto superiore a quella ch′egli attribuì ai difensori del Vero nellIntroduzione alla Filosofia. Egli è un gigante capace di portare la Verità non solamente all′altezza del campo intellettuale conquistato dall′errore che gli fu contemporaneo, ma molto più in alto. L′errore che ascese poi a un campo scientifico superiore e che vi si difende ancora nella veste evoluzionista, si trova tuttavia di fronte, vindice formidabile delle Verità soprannaturali, Antonio Rosmini. L′ipotesi più ardita che la scienza evoluzionista abbia posto in campo e di cui l′errore s′impadronì, alcuni anni dopo la morte di Rosmini, con un grido di trionfo, era stata divinata da lui molto tempo prima che sorgesse, come si può vedere nella lezione 5.1 del Commento al Vangelo secondo Giovanni, strappata al materialismo futuro e resa innocua con un colpo di genio. Vinti e spogliati questi nuovi sofisti, altri ne sorgeranno, probabilmente con la veste d′una luce scientifica che oggi è ancora sotto l′orizzonte. Anche costoro si troveranno Rosmini a fronte, tanto egli si eleva in una verità che per la solidità della sua base razionale, per la sua forma indipendente da teorie scientifiche, non potrà venire rovesciata. La figura di Rosmini filosofo grandeggia nei secoli come vi grandeggia quella di S. Tommaso nella parte cui non ha recato offesa il progresso scientifico.

V.

La potenza della ragione è piuttosto ammirata che amata dagli uomini. Il comune degli uomini par credere a un antagonismo naturale fra la lucidità della ragione e il calore dell′affetto. Un uomo del quale vien detto che si governa in tutto secondo ragione, è spesso giudicato avere il cuore freddo. Poco diversamente giudica il mondo coloro che sa dediti all′amor di Dio. Li stima assorti nel Creatore e freddi verso le creature. Nè luno nè l′altro di questi erronei giudizii umani sono senza scusa. Essi hanno realmente alcune apparenze a loro favore. Molte volte la ragione e l′affetto appariscono contraddirsi nella vita per modo che la prima ne prende quasi un colore odioso. Molte volte si vedono uomini dediti a un ascetismo sincero, alla preghiera, alla penitenza, che esercitano la carità verso il prossimo per ossequio a un padrone severo, per mortificazione di se stessi, senza calore d′anima, senza fuoco d′ amore nè per la famiglia nè per la patria nè perl′umanità, e paiono assiderati nel loro ascetismo. Ma questi sono disordini. Nell′ordine ideale dell′essere la intelligenza creata, come prima riconosce secondo la sua natura il Principio che la creò, così poi riconosce gli altri enti secondo la loro natura che procede dalla volontà del medesimo Principio. Ama quindi, per così dire, gli affetti stessi che appartengono alla natura umana come Iddio l′ha posta. Li ama nell′ordine loro di bene secondo il concetto del Bene che vede in Dio. Sottomette, se bisogna, l′uno all′altro secondo l′ordine loro, ma, salva questa giustizia,, non conosce misura dell'amore. Sa che quanto più ama, tanto più si conforma all′ordine ideale dell′ essere, al lume della ragione.

Lo spirito di Rosmini fu essenzialmente disposto a rispecchiare l'ordine ideale dell′essere. La sua ragione fu vigorosissima, il suo amore di Dio fu straordinario. Abbiamo veduto la sua massima ascensione intellettuale che ha un glorioso culmine nella conoscenza speculativa dell′Essere infinito: Abbiamo veduto come sia stata opera di intelletto e di amor divino, prima inclinati l′uno verso l′altro, poi congiunti indissolubilmente. Ora è il momento di vedere come la ragione e l′amor divino, intorno a quella manifestazione diretta ed occulta, si manifestino pure in un mirabile ordine della sua natura intera, in tutte le sue facoltà dell′apprendere e dell′amare. Rosmini rassomigliò il sapere umano, nella sua forma scientifica, a una piramide la cui sterminata base è formata dai veri particolari sui quali posano e vanno via via restringendosi i veri che sempre meno hanno del particolare e sempre più dell′universale. La sua mente ebbe attitudini così varie che s′egli avesse vissuto più vite umane avrebbe potuto abbracciare la base di questa piramide. L′ordine della ragione voleva ch′egli disponesse i suoi studii secondo la sua vocazione intellettuale. Le sue letture filosofiche furono immense. Volle percorrere tutte le vie tenute dal pensiero umano in questo campo, le vie tenute dai vittoriosi, le vie tenute, come si espresse, dai caduti. E immense furono le sue letture sacre. Lo spirito e la lettera dei Libri sacri furono un solo nella sua adorazione della divina Parola ed egli ne fece sangue del proprio sangue. Dovette quindi conoscere, oltre al greco, anche le lingue orientali e il grande lavoro che fino dai tempi suoi la critica moderna aveva intrapreso sul testo biblico. Ma egli concepiva la sua scienza come un sistema, il sistema della Verità; e, paragonando lo scibile umano a una piramide, concepiva come oggetto della sua scienza non solamente quel tetraedro nel quale la piramide finisce e che rappresenta la scienza di Dio, ma pure quell′ordine di verità sul quale l′ultimo tetraedro posa, verità che avendo molto dell′universale hanno anche, necessariamente, molto del particolare. Intraprese quindi studii disparatissimi. L′uomo che scrisse la Teosofia, scrisse altresì la Filosofia del diritto, testimonio insigne del suo genio, e fu capace di trovar mentalmente, viaggiando in carrozza, un nuovo modo di sciogliere le equazioni di secondo grado. Pensando la brevità della vita umana fece suo il motto: stultum est supervacua discere, ma fu sforzo doloroso per il suo avido ingegno. Non mescolò le scienze fisiche alla filosofia quanto Aristotele in antico e ai giorni nostri lo Spencer che, se desta l′ammirazione, è però causa di debolezza per il continuo progresso di quelle scienze; ma basterebbe la Psicologia ad attestare quanto le possedette. Studiò medicina e fu dotto fisiologo. Certe sue vedute profetiche circa la scienza dei micro-organismi ci fanno, dopo cinquant′anni, stupire.

La sua natura spirituale non sarebbe stata intera e ordinata secondo l′ordine ideale dell′Essere se le fosse mancato il potere di apprendere la bellezza artistica. Egli l'ebbe in grado singolare. Si sarebbe fatto pittore se non fosse stato conscio della sua missione più alta, alla quale sacrificò, secondo ragione, la tendenza inferiore. Confessò che se avesse avuto più vite ne avrebbe data una alla pittura. La sua luminosa ragione appare anche nelle sue preferenze artistiche. Di un uomo tanto religioso si potrebbe immaginare che preferisse i pittori del tempo che va da Giotto al Perugino. La stessa immaturità di quelle forme corporee congiunta alla mistica dolcezza dei volti, rappresenta più vivamente alla maggior parte degli spiritualisti la signoria dello spirito e del soprannaturale. Ma questo, in fondo, è sentimentalismo e non sentimento artistico. Una forma immatura, quindi imperfetta, non poteva appagare Rosmini, non essendo ragionevole di chiedere all′arte la rappresentazione dell′ elemento superiore umano per una via che ripugna all′essere stesso dell′arte. Il suo artista prediletto era il Correggio. Questo razionale rispetto alla bellezza della forma professò egli anche nel campo letterario dove cercava riposo. La infuocata fede cristiana, l′angelica purità non tolsero al suo grande spirito di rendere un giusto culto alla bellezza dell′antica parola pagana. Profondo conoscitore delle lingue classiche, ebbe familiari i massimi prosatori e poeti della Grecia e di Roma, ne consigliò ai giovani, con ardore, lo studio paziente, come di ogni bellezza che hanno le lettere. Entusiastico ammiratore di Platone, seppe talvolta essere insieme, al pari di lui, grande filosofo e grande scrittore, il discorso che apre la sua Introduzione alla Filosofia giustifica a mio vedere il Manzoni che richiesto da Don Pedro del Brasile dei migliori scrittori italiani contemporanei nominò, primo e solo, Antonio Rosmini. Rosmini usa la forma alquanto solenne e preziosa del suo tempo. La sua prosa, quando vuol essere eloquente, si drappeggia volontieri in un manto antico. Più grandioso di Manzoni, è meno moderno. Tuttavia, leggendo le sue pagine più eloquenti si è costretti di riconoscere che il manto classico è conveniente a uno spirito regio quando parla, sul proprio trono, di cose altissime. In letteratura non fu novatore. I non pochi versi che scrisse per diletto possono essere lodati appena da qualche tenace idolatra del passato. Tutti gli uomini colti, nella prima metà di questo secolo, ne scrivevano di simili. “La poesia” scrisse Rosmini a un amico “è solamente buona per ricreare lo spirito. È cosa frivola. Noi siamo sacerdoti e non poeti”. I suoi versi possono servire di commento a tali giudizi. Ma egli vide nella sua mente e con la parola disegnò due poesie diverse, inferiore l′una al comune concetto della poesia e meglio chiamata versificazione, superiore l′altra al concetto comune, e degna del nome più nobile che lo spirito umano possa trovare per l′opera sua più eccellente. Ecco in qual modo ne scriveva pubblicamente ad Alessandro Manzoni: “Ciò ch′è divino e che luce nel seno del mistero è come il comune alimento pel quale il poeta e il filosofo vivono immortali”. A questa sublime poesia ch′eccede la misura del verso e che io chiamerei iperpoesia e complemento necessario della filosofia, poesia circonfusa come un′aureola mistica al pensiero filosofico di Platone e di S. Agostino, la mente del filosofo roveretano fu , secondo ragione, ordinata. Gli sarebbe mancata senza di ciò una potentissima facoltà dell′apprendere, perchè l′intelletto umano nel procedere dal noto all′ignoto come un viandante ignaro del paese e solo, non farebbe buon cammino se non avesse immaginazione, se non sapesse slanciare nell′ignoto ragionevoli ipotesi che sempre gli giovano, sia che si aggrappino alla realtà , sia che ricadano a lui e gli mostrino qual via non è da prendere. Le stesse scienze esatte procedono spesso con l′aiuto della immaginazione ch′è per eccellenza facoltà del poeta, facoltà divinatrice, e può essere strumento d′una diretta, oscura azione di Dio nell′anima. Rosmini, così mediocre nel verseggiare, fu poeta per questa gloriosa facoltà. La sua immaginazione non ha lavorato nel campo comune della poesia, nel campo delle rappresentazioni di cose, di persone, di fatti, di passioni, di sentimenti; in questo, senso non fu molto eccitabile. Ricordo aver letto, scorrendo rapidamente un suo diario, le note che prese dopo una conversazione con Francesco I, e avere osservato com′egli che spesso notava fatti minuti, niente abbia scritto sull'aspetto, sui modi dell′ imperatore, sulla forma esterna, per così dire, del colloquio, sullo stato dell′animo suo nel trovarsi a discorrere di cose gravi con un potente del mondo. La immaginazione di Rosmini ha lavorato nell′ignoto, in un campo dove la conoscenza umana non penetrò ancora e dove più anela di penetrare. La costituzione intima dell′Universo, la natura del moto, le relazioni dello spirito colla materia, altri problemi paurosi alla ragione umana furono tentati dalla sua fantasia, potente ma non mai prepotente, penetrata ella stessa di ragione, docile al sapere vasto, al senno profondo e anche alla fede sapiente dell′uomo, perchè se la fede non illumina l'interno di certi problemi della natura e dell′anima, illumina però almeno, come un chiarore siderale, gli abissi di errore che li fiancheggiano. Questo lavoro dell′immaginazione è poco apparente nelle opere di Rosmini. Intessuto, quando appare, al procedimento logico dell′ intelletto, costituisce allora piuttosto il fondo del tessuto che il disegno. Io credo vedere nella sua mente la forma nebulosa di un grande poema lucreziano sulla natura delle cose, che non pigliò mai consistenza e unità, che avrebbe ceduto all′antico per la passione tragica di cui quello è tutto amaro e l′avrebbe superato immensamente per la grandiosa bellezza delle idee fondamentali. L′animazione di tutta la materia, la forma piramidale dell′atomo, l′azione del principio animatore sull′atomo così formato che sola vale a determinarne un moto vorticoso, la spiegazione dei fenomeni di gravità con un principio sensitivo, la graduale manifestazione del principio spirituale nella natura vegetale, minerale e animale, la causa della rotazione degli astri sul proprio asse, le ipotesi che sorgono di fronte alla logica impossibilità del moto continuo, l'ufficio delle intelligenze angeliche nel governo della natura inferiore, ecco alcune linee del poema, alcune visioni sovrumane di un mondo meraviglioso, che hanno l'impronta della più ardita e insieme della più razionale fantasia, collegate come sono per via di procedimenti analitici e logici al fatto conosciuto. Rosmini non vuol esser poeta, non sa, forse, di esserlo, intende solamente al vero, s′interdice affatto i tesori di bellezza poetica che le sue concezioni contengono se è vero che il poeta è un animatore geniale della natura. Neppure vi accenna. La sua mente sale sempre verso gli archetipi, si compiace di accostarsi alla fonte stessa della bellezza e non di scendere verso le cose che prendono luce da lei. Ma una immaginazione così operosa nelle sfere più elevate dell′attività intellettuale umana doveva pur dare anche altrove segno di sè. Dove la sua materia è strettamente scientifica e vuole un lavà³ro pacato di analisi e di logica, Rosmini scrive come un matematico, null′altro cura nello stile che l′esattezza, mai non permette alla propria penna d′intingersi nell′immaginazione. Dove invece il soggetto gli concede una forma eloquente, la mirabile immaginazione appare nello stile. Appare nella forma che a me sembra il miglior documento e suggello del genio poetico, nella similitudine nuova, propria, usata, secondo la sua natura, piuttosto a chiarire il concetto che a ornare la veste. Ricordo ad esempio quella già notata della piramide, a lungo e magnificamente svolta; e l′altra, tutta manzoniana, della ragione che certi letterati cacciano per esaltare le passioni e che poi, non potendo farne a meno, richiamano a condizione di serbare l′incognito, come talvolta la Polizia richiama segretamente un bandito per averne qualche servigio confidenziale; e l′altra dei semi del bene posti da Dio nelle nature individuali umane che germinano in diversa età, con diversa prontezza e vigore come diversamente germinano le piante “e un virgulto mette il suo fiore in aprile quando un altro si muove appena nel maggio e questo, rigoglioso promette assai, quello sboccia con men di vita”. Se talvolta l′immaginazione tenuta in freno gli sfugge per un istante e gli colora improvvisamente lo stile come nella prefazione alle opere politiche, dove parla di scendere “le oscure scalee del cuore umano per visitarvi la cupa sede di segrete passioni e di taciti calcoli”, ciò dimostra quale forza impetuosa ebbe in lui questa facoltà e qual gagliardo freno le impose in tanti libri dov′ella si sente qualche volta fremere prigioniera e non si vede mai. Io la trovo anche in quelle terribili analisi che lo condussero a determinare con numeri gli elementi della infelicità umana, le centoventotto inesplebili [10] capacità dell′anima, le centoventinove illusioni della ragion pratica, le cui combinazioni sono superiori a qualsiasi cifra. Io la leggo in quelle analisi fredde e lucide di cui ribocca il Trattato della coscienza. Una simile scienza del cuore umano non s′impara nei libri nè si attinge alla esperienza della vita. È frutto dell′immaginazione, è opera della facoltà divinatrice, è intuizione di poeta. Rosmini, che si compiaceva di citare i grandi poeti. Dante, Omero, Virgilio, che amò Alessandro Manzoni con pieno intelletto del suo genio, non fu egli stesso un grande poeta. Gli mancò l′ambizione di esserlo perchè gliene mancarono qualità essenziali, ma possedette una immaginazione più nobile e forte che non l′abbiano posseduta molti celebrati scrittori di versi e merita di essere chiamato poeta alla maniera di S. Agostino. Quest′aureola non appare staccata dalla sua fronte di filosofo come sarebbe stato s′egli avesse scritto in metro e in rima. È un′aureola che irradia dalla figura stessa intorno a cui splende, che ne serba quindi il disegno e la fa parere più grande.

VI.

Secondo ragione Rosmini fu disposto alla conoscenza, secondo ragione fu disposto al pratico riconoscimento dell′essere, in che consiste per lui la legge morale e ch′ è opera di amore. Come intorno alla sua facoltà sovrana di ascendere alle cause, tutte si aggrupparono le altre facoltà intellettuali ordinate indirettamente a quel fine, cosí il suo nativo amore di Dio fu il vertice di un fuoco che portava in se molte fiamme dilatate in giro ma non uscenti, per così dire, con i vertici dalla figura del fuoco se non per qualche baleno, ordinate a raccogliersi nella fiamma centrale e a elevarla. Egli ebbe davvero un′anima ardente. La stessa superficie dell′opera sua filosofica n′è calda in molte parti e fra le commessure del ragionamento solido e rigido ne sfuggono qua e là getti di parole bollenti che fanno fede di un incendio interno. L′amore che ha insieme più del terrestre e più del divino fu da lui sacrificato alla missione in cui riconobbe una volontà particolare di Dio, scritta nella sua stessa natura spirituale, confermata dalle voci misteriose del cuore. Come i tralci superstiti di una vite impoverita dal ferro, gli altri affetti suoi ne presero maggior vigore. Evidentemente quello ne prese maggior vigore che più era vicino al taglio. Soltanto l′amicizia poteva in qualche modo dissetare un′anima appassionata cui era vietato di congiungersi a un′altr′anima nell′amore. Rosmini si diede all′amicizia con toccante abbandono. Quando poteva direttamente accordare questo sentimento con lamor divino se ne inebbriava. Giovinetto ancora, medita un′associazione di amici spirituali per la gloria di Dio, ne fa un ideale, un sogno. A diciott′anni, nell′età delle passioni, la gioia di sapere che un amico, uno sperato compagno del suo sogno, sarebbe venuto ad abitare Rovereto, è tale ch′egli ne scrive: “mi empie, mi ravviva, mi anima, mi affuoca”. Il giovinetto non può stare senza vedere gli amici e quando sono lontani l′amorosa fantasia glieli rappresenta. Scrive ad essi lettere appassionate. Quanto non amò egli, fatto uomo, quel prete francese Loewenbrück nel quale gli parve di vedere un ministro della volontà divina, un messo della Provvidenza! Il Loewenbrück era tutto acceso di zelo apostolico, ma precipitoso nelle risoluzioni, instabile nell′operare, difforme interamente, nel carattere, da Rosmini, sprovvisto di dottrina filosofica. Bisogna leggere certe lettere che Rosmini gli scrisse dal Calvario di Domodossola, bisogna vedere come l′uomo superiore parla mansueto, umile, tenero all′uomo inferiore che mancava alla promessa di raggiungerlo, che non rispondeva a sei lettere. Rosmini non osa dolersi, lo prega, gli dice come non desideri che di stringerlo fra le sue braccia, e come, se lamico trova non essere volontà del Signore questa venuta, egli ne attenda una sola parola e sia disposto di benedire a ogni modo il Signore. Figlio affettuoso, esemplare, egli mi sembra tuttavia aver sentito le affinità delle anime più fortemente che i legami del sangue. Questo avviene alle alte e magnanime nature mentre non s′incontra nelle nature inferiori, e non può negarsi che risponda a un legittimo predominio dello spirito. Le nature alte e magnanime amano largo. Esse sole sentono degnamente l′amore della patria grande, della patria che si stende nello spazio oltre i confini dell′orizzonte cinto al luogo natio, e si stende nel tempo oltre le memorie e le speranze di una generazione. L′amore del luogo e della nazione che Iddio ci ha scelto per operarvi si è venuto trasformando coi secoli e potrà in avvenire trasformarsi più ancora ma è sostanzialmente nell′ordine ideale della natura umana. Rosmini ne fu infuocato. La educazione letteraria, lo studio dei classici latini e greci eccitarono il suo patriottismo nascente. A misura che la sua mente si illuminava e si alzava nella conoscenza del diritto eterno scritto da Dio nelle creature, cresceva pure e s′illuminava di ragione come di persuasione religiosa l′amore suo per l′Italia. Il fatto di un popolo sottomesso a un altro popolo che ne usava per la propria grandezza e prosperità, non poteva conciliarsi con l′alto concetto della giustizia e col sentimento cristiano di cui Rosmini era penetrato sino alle viscere. La condotta dello Stato austriaco verso la Chiesa, le sue indebite ingerenze nel governo di questa parevano odiose a Rosmini, lo movevano a sdegno. Con l′elogio di Pio VII egli meritò di essere denunciato dal governo di Venezia a quello di Vienna come papista. Si può pensare che infuso allo sdegno del cristiano fosse lo sdegno del patriota e delluomo giusto che chiamò il governo austriaco, in una lettera gravissima, violatore della nazionalità, della giustizia, della moralità, della libertà naturale; quello sdegno a cui lo movevano del pari il disordine della signoria straniera e il disordine degli spiriti italiani immemori, infingardi, divisi. Il suo amore per l′Italia è caldo d′ira come quello di Dante e di Petrarca, molta più di quello di Manzoni, che pure non ne mancò. Egli sdegna persino talvolta, parlando di lei, nominarla. In una lettera del 1827 la chiamò a la nazione dormiente ”, il che non gli toglie di soggiungere, generoso nell′ amarezza: “ desidero di soddisfare da parte mia al debito che ciascuno abbiamo verso di lei ”. Non era uomo di cospirazioni, nessuna via tòrta o coperta, nessun′azione violenta che non fosse di giusta guerra gli poteva convenire. In altro modo intendeva soddisfare il suo debito. Unitario nell′anima come tutti glItaliani più grandi e più amanti del loro paese, era troppo vecchio conoscitore degli uomini, delle cose e delle leggi naturali che governano le società politiche per affrettare col desiderio l′attuazione di unità politica rigorosa come la presente, quando lItalia era ancora lontana dallunità morale di cui quella doveva riescire l′espressione. Conveniva creare prima la cosa che il nome. Il suo sentimento non poteva appagarsi di mere, ingannevoli apparenze e la sua ragione non si sarebbe accomodata a un fatto violento contro la legge naturale. Egli vedeva ciò che univa gl′Italiani e ciò che li divideva. Uomo di pensiero, si propose di servire lItalia con lopera filosofica, di promuoverne la unificazione intellettuale, che era veramente un lavorare per la unificazione politica, disponendo il pensiero a quella concordia che poi si sarebbe naturalmente riprodotta nell′unione. Dopo aver detto nell'Introduzione alla filosofia come la discordia delle idee e delle opinioni generi discordia di affetti e di opere, Rosmini prorompe: « E tu il sai troppo bene, povera Italia, che più lungamente e più atrocemente d′ogni altra regione esperimentasti i funesti effetti della discordia e ne fosti la vittima! Perocchè io mi credo che il genio stesso del male, temendo forse più da te che da ogni altra nazione, per ogni tuo angolo agitasse più che altrove la face della discordia e ve l′accendesse acciocchè discorde, tu fossi altresì divisa e, divisa tu rimanessi debole e, debole, tu divenissi pusillanime e infingarda e, prostesa nella tua infingardaggine, tu non sapessi più nè manco conoscere la vera cagione della discordia. Eccoti questa qual′è: il non aver tu un′opinione ben ferma e laverne molte deboli e discrepanti. Nelle tue mollezze, ne tuoi studi superficiali, in recitando, vecchia fanciulla, le lezioni apprese alle scuole altrui, tu non ti sapesti giammai formare una filosofia, una dottrina che fosse tua e però neppure avesti una nazionale opinione: sorgi, tendi all′ unità intellettiva, che, se lo vuoi, non ti può esser contesa e diverrà allora fortissima la tua sciagurata bellezza”. Qui la penna acuta, amara, violenta apriva bene le vie della spada. Rosmini sperava raccogliere gl′intelletti italiani intorno al suo sistema filosofico nel trionfo del quale aveva una fede mistica. Non è che sognasse un popolo di metafisici. Vedeva il principio metafisico del suo sistema condurre a un magnifico insieme di norme pratiche per la vita, per il governo della società civile e politica. E non era nella sua speranza nè ambizione nè orgoglio, perchè il trionfo del sistema da lui chiamato sistema della Verità gli pareva dover tornare a gloria di Dio, a salute del popolo cristiano d′Italia. L′Italia, sede del Vicario di Cristo, possedeva agli occhi suoi un primato di gloria e di ventura. Pensava che un simile primato dovesse venire praticamente riconosciuto dalla nazione con cingere il Pontificato romano di un grande consenso nella verità insegnata da Cristo e custodita dalla Chiesa. Il sistema della verità era la formola di questo consenso.

L′unità politica da lui vagheggiata era un pratico riconoscimento dei fatti che univano gl′Italiani e dei fatti che li dividevano. Sin dal 1837, dimostrando come una regione qualsiasi fiorirebbe quando gli Stati suoi si facessero minori di numero e maggiori di estensione, come i suoi cittadini ne acquisterebbero mente più larga, egli citava amaramente certa lettera scritta dal genovese Pareto a lord Castlereagh nel 1814, ovè detto che lo Stato piemontese s′indebolirebbe aggregandosi genti così avverse e discordanti fra loro come le liguri e le subalpine; e citava pure una lettera dell′altro genovese Serra al Congresso di Vienna, in cui la stessa nazione del Piemonte era qualificata straniera. Nel 1848 l′idea umanitaria aveva camminato ancora ben poco, ma il sentimento pubblico era migliore. Per un momento Rosmini sperò che l′unità si compirebbe mediante raccordo dei principi e dei popoli. “Se non la farete” esclamò volto ad essi, “i posteri diranno che qualcheduno di voi non ha voluto; e guai a colui! Egli sarà riuscito a impedire la concordia, ma rimarrà indubitatamente vittima della discordia che avrà seminato”. L′avvenire rispose al profeta rovesciando cinque troni nella polvere. A lui piaceva l′unità nella forma federativa, simile all′unità personale che comprende la varietà degli organi. Avrebbe voluto forti i municipii, forti le provincie, forti i singoli Stati. In verità non si comprende come gli Stati avrebbero potuto esser forti con una sovranità ridotta al minimo, con l′obbligo di adottare statuti uniformi, leggi civili, penali, commerciali e di procedura uniformi, d′ammettere agl′impieghi civili e militari gli italiani di qualsiasi regione, mentre la Dieta sedente in Roma, eletta per un terzo dai principi, per due terzi dai rappresentanti del popolo, avrebbe avuto potestà di far leggi obbligatorie per tutti gli Stati, di rappresentare sola l′Italia all′estero, di far la guerra e la pace, di nominare il comandante dell′esercito. Gli Stati della Lega proposta da Rosmini non erano in fondo che regioni e i principi che governatori, meno il Pontefice. Al Pontefice era serbato, nel disegno di Rosmini, un primato di onore. Egli avrebbe avuto il nome di Protettore della Lega e dell′unità italiana. A questo nome non avrebbe risposto alcun reale potere politico sulla nazione. Non sarebbe stato tuttavia un nome vano. Nella sua devozione alla S. Sede, nel suo concetto altissimo della divina istituzione, come nel suo desiderio di elevare la giustizia al di sopra dei conflitti politici, Rosmini trovò l′idea di affidare al Concistoro pontificio i poteri di un′alta Corte di giustizia per giudicare ogni reclamo sporto dai singoli Stati contro le decisioni della Dieta. Anche l′alta Corte di giustizia avrebbe però avuto un carattere alquanto ideale perchè non si sarebbe pronunciata che in via di diritto e il giudizio supremo in via di opportunità politica sarebbe sempre spettato alla Dieta. Il primato del Pontefice aveva un valore immenso non per il piccolo principe, ma per il grande sacerdote, perchè, proclamato dalla nazione, significava lo stesso pubblico sentimento che il regno di Cristo proclamato da Firenze repubblicana.

A noi, italiani del 1897, questi paiono vanissimi sogni.

Per giudicarne con equità bisogna riportarsi al 1848, al tempo in cui più si è sognato in Italia, ai giorni in cui si è persino sognato che il governo de′ Borboni di Napoli avesse potuto diventare onesto, tanto che Rosmini levò a cielo il patriottismo di re Ferdinando con parole che dovette poi scontare a Gaeta. Il suo disegno peccava appunto per un giudizio ottimista dei principi e forse anche dei popoli che avevano ad attuarlo, e per un apprezzamento inesatto delle difficoltà enormi che uomini e sette ostili avrebbero suscitato in Roma, designata sede della Dieta italiana. Si può anche osservare che malgrado la preferenza espressa da Rosmini per la forma monarchica e malgrado egli volesse mantenute le monarchie particolari, il supremo e assoluto potere politico era da lui affidato a un′assemblea d′origine popolare per due terzi, ciò che avrebbe fatto della Lega italiana, essenzialmente, una repubblica. Ma conviene riconoscere che tutto il disegno è ordinato a fondare lunità italiana; che questo scopo fu predicato da Rosmini, ne′ suoi scritti politici, con incredibile ardore, quando gli spiriti particolaristi erano ancora vivissimi nelle varie regioni d′Italia; che se la Lega ideata da lui aveva nome e forma di Stato federale, la uniformità rigorosa delle leggi e i maggiori attributi della sovranità raccolti nel potere centrale venivano, in sostanza, a costituire altra cosa; che il primato d′onore conferito al Pontefice soddisfaceva il sentimento cattolico, ma che in pari tempo il potere temporale ne rimaneva indebolito perchè il Pontefice avrebbe dovuto accordare la stessa Costituzione accordata dagli altri principi italiani, riconoscere la sovranità della Dieta, introdurre nel proprio Stato le leggi deliberate da lei, uniformarsi alle sue decisioni.

La propaganda politica di Rosmini non fu invano.

Giovò grandemente all′idea unitaria, contribuì ad aggravare la responsabilità dei Principi che, dopo aver favorito il movimento nazionale, lo combatterono e che la giustizia storica ha colpiti. Essa serve ancora per dimostrare sempre meglio che malamente si attribuisce da molti al nostro grande movimento unitario un carattere irreligioso sia per farne un′accusa, sia per menarne vanto, mentre l′unità italiana è stata la passione ed il sogno d′uomini ch′ebbero fame e sete della giustizia, e il cui fervore di zelo cattolico potrebbe venire eguagliato, non superato. Diciamo schietto che la violenza usata contro il potere temporale del Pontefice avrebbe profondamente addolorato Rosmini. Nel 1848 egli comprese che se il Pontefice non partecipava alla guerra contro l′Austria, il suo potere temporale ne sarebbe stato scosso dalle fondamenta. Tutto tentò che poteva tentare per indurre Pio IX alla guerra. Non poteva riconoscere nell′allocuzione pontificia del 29 aprile una prova che i doveri del Pontefice fossero divenuti inconciliabili con i doveri del Principe, ma gli era forza di confessare che tale appariva anche a molti cattolici di buona fede. Scrivendo a Roma lettere ardenti, avviate al Vaticano, egli si affaticava a dimostrare che il Santo Padre, nella sua qualità di principe temporale, era obbligato ad intraprendere una guerra tanto giusta e utile come la guerra all′Austria e che la sua dignità religiosa non lo liberava da quest′obbligo, perchè doveva agire quale custode dei diritti altrui, degl′interessi di un popolo affidato alle sue mani. Pensò un modo sottile di levar gli scrupoli al Papa, persuadendolo ad accettare il progetto di lega che avrebbe tolto a lui la facoltà di dichiarare la guerra e l′avrebbe conferita alla Dieta. Come principe confederato egli avrebbe dovuto, per l′obbedienza giurata alla Dieta, mandare il proprio esercito al fuoco, quantunque Vicario di un Dio di pace. Confessiamo pure schiettamente che Rosmini era meglio ispirato quando suggeriva al Papa di favorire l′unità tedesca, la fondazione d′un impero tedesco a beneficio di Casa d′Austria, ottenendo dall′Austria, per compenso, il sacrificio delle sue provincie italiane. Il desiderio intenso di salvare al Papa il suo trono temporale e insieme di vedere attuata la Lega italiana pare aver fatto velo, sia detto con riverenza, al genio del Roveretano; Pio IX che si rifiuta di sguainare la spada e che così sacrifica, conscio o inconscio, il suo principato alla sua missione divina, ci par meglio comprendere, circa questo punto, i doveri del Pontefice. Egli che aveva scritto di politica nello stesso giornale dove fece le sue prime armi il conte di Cavour, intravide certo, prima della morte, il destino che incombeva sullo Stato della Chiesa. Se così fu, l′autore delle Massime di perfezione si sarà certo ricordato allora di una di queste, della massima seguente: “ Deve dunque il Cristiano godere una perfetta tranquillità e conservare un gaudio pieno, riposando interamente nel suo Signore per quanto gli avvenimenti paressero contrarii al bene della Chiesa stessa, senza rimoversi tuttavia dal gemere e dal supplicare che avvenga la Sua Volontà così in cielo come in terra, cioè che gli uomini pratichino sulla terra la sua santa legge di Carità, come i Santi in cielo”. Io credo fermamente che, tranquillo in questa fede, egli abbia pure intraveduto come la Divina Provvidenza prearasse una straordinaria elevazione della Santa Sede sopra i troni del mondo in un modo impensato, pauroso a moltissimi cattolici, divino nella elezione e nell′uso degli strumenti.

La figura di Rosmini non avrebbe quella bellezza, quella interezza geometrica che ho sin qui cercato ritrarre in lei, se il patriota che serviva l′Italia col pensiero avesse rifiutato, per inettitudine o per pusillanimità, di servirla con l′azione, quando fosse stato chiamato autorevolmente a un′azione legittima e buona. Caduti invano i suoi consigli a Pio IX, egli tacque. Dal poetico romitaggio di Stresa, dalle solitudini alpestri del S. Bernardino dove curava il corpo infermo, vide, accorato, la rovina delle sue speranze d′italiano e di cattolico. Nei giorni amari che seguirono Custoza, gli pervenne dal governo di Torino, lassù fra le Alpi dei Grigioni, l′invito di recarsi a Roma con una missione diplomatica in servizio del Re e della Patria. Rosmini lascia sull′attimo il riposo, la cura, gli studi, tutto, scende diritto a Torino, parla ai ministri con magnanima libertà, rifiuta un mandato ristretto alla stipulazione di un′alleanza militare, ne chiede un altro esteso a tutto ch′egli reputi utile all'Italia e alla Chiesa, l′ottiene grazie all′appoggio del suo antico avversario Gioberti, espone il programma politico che si poteva attendere da lui, v′include, come atto preliminare, un concordato con la S. Sede. Conferisce quindi con Re Carlo Alberto fra i trambusti d′un esercito in ritirata, e parte per Roma. A Roma spiega subito un′attività grandissima, tiene conferenze diplomatiche, lavora a persuadere il Santo Padre, getta le basi di una confederazione fra Piemonte, Toscana e Roma. Il negoziatore di Roma è l′eremita di Domodossola che scrisse: “In tal modo succede che l′umile e fervoroso Cristiano.... venga bel bello dalle forze della carità tratto fuori dal suo nascondiglio, amato da lui, non per inerzia, ma per sincera umiltà e condotto a una vita attiva; immerso anche se Dio lo vuole, in un infinito pelago di cure, brighe, faccende e negozii grandi e piccoli, illustri ed abbietti, per bene del prossimo suo, secondo che la volontà di Dio ha disposto che a lui questi o quelli i primi si rappresentino”. L′ostilità di Torino, conscia d′altri fati, mandò la confederazione a monte. Rosmini, rassegnato l′incarico, era voluto cardinale dal Papa, quando il coltello che troncò la vita di Rossi e tante altre cose, troncò pure quel disegno di Pio IX. Pronto, nell′ora stessa della catastrofe, a consigli energici, Rosmini non perde un momento la nozione chiara del proprio dovere nè la forza di compierlo. Ode il suo nome gridato dalla plebe che lo vuole ministro, apprende che il Papa, dopo scene di violenza, lo ha eletto. Fa interrogare il Papa. Se il Papa realmente lo vuole ministro, accetterà. Ma il Papa non pronuncia la parola che forse avrebbe mutato il corso degli avvenimenti. Il Papa stima e ama Rosmini ma non lo crede capace di far fronte alla burrasca. Allora Rosmini annuncia di aver rifiutato il potere offertogli non liberamente, e se ne va soletto a dir la Messa ai SS. Apostoli, con la semplice e tranquilla intrepidezza del buon soldato ch′eseguisce un ordine. Questo era l′uomo.

VII.

Ho posta nel principio di queste pagine la formola generatrice della figura intellettuale e morale di Antonio Rosmini. Ho espresso questa formola così: il riconoscimento dell′Essere nell′ordine suo. Ho detto come due linee maestre della figura, lintelligenza dominata dall′idea di causa e il nativo sentimento di amor divino si sieno congiunte per generare una conoscenza dell′Essere infinito nella quale la fede e la ragione indissolubilmente consociate fecero la loro massima prova. Sarebbe forse allora venuto il momento di mostrare come questa conoscenza intellettuale di Dio sia divenuta scienza, si sia fatta sapienza. Ho invece indicate le linee secondarie che si aggruppano nella figura di Rosmini intorno alle principali, le sue facoltà secondarie d′intendere e d′amare; e ho dovuto pur toccare del loro esercizio nel pratico riconoscimento degli ordini inferiori dell′Essere. Dal modo col quale Rosmini riconobbe praticamente i diritti e i doveri che legano l′uomo al luogo e alla gente dove Iddio lo pose per operare, dovrei ora venire, giusta l′ordine logico, al concetto ch′egli ebbe dei legami tra l′individuo e l′umanità e dire come li abbia riconosciuti. Ma siamo qui così vicini al concetto dell′Essere infinito, all′amore dell′Essere infinito, al riconoscimento pratico dell′Essere infinito: i due ordini d′idee, di sentimenti e di fatti si toccano talmente, l′inferiore tende così fortemente a perdersi nel superiore, il superiore ad assorbire l′inferiore, che mi è impossibile distinguerli nel discorso e vengo subito all′argomento più alto. Lo volli serbare ultimo perchè riassume virtualmente la vita e l′opera intera d′un uomo che a legge suprema di tutti i suoi pensieri, d′ogni parola, d′ogni azione pose la Divina Volontà e a fine supremo la Divina Gloria. Salendo fra gli alberi e le immagini pie il cammino del romito Monte Calvario, pensando che mi accostavo deliberatamente alle memorie più intime della vita mortale di Antonio Rosmini, che mettevo il piede nelle sue orme, ho provato un senso profondo d′indegnità, uno sgomento che somigliava al rimorso. A questo punto del mio lavoro mi assale un′emozione simile. Sto per entrare nel più intimo di un′anima santa, in un luogo pieno di Dio e ho bisogno di pensare alla piccola chiesa del Calvario dove Rosmini pronunciò il sublime discorso della Carità e dove il mio sentimento amaro si sciolse nel sentimento migliore che genera in noi l′incontro di un affetto, di una misericordia infinitamente superiori alle indegnità di cui si turba piuttosto l′orgoglio nostra che il senso del bene. Questo luogo pieno di Dio è anche oscuro a chi vi entra dalla luce del mondo e per giunta il Divino è così semplice, e la parola umana, se tenta ritrarlo, è talmente costretta, per la propria imperfezione di suddividerlo, di considerarlo parte a parte, che quasi si ricusa a un lavoro simile. Io posso facilmente immaginare il volto angelico di Rosmini bambino che prega^ stupore a chi lo vede ; il volto angelico di Rosmini sacerdote che nel celebrare il Divino Mistero mette riverenza a un Santo quale fu Padre Lodovico da Casoria ; il volto angelico di Rosmini morente che dice: “ è il tempo della messe. Il lavoratore è ricompensato quando la messe arriva ”. Io vedo il celeste splendore degli occhi suoi quando Iddio gì′ illuminava l′ intelletto di subitanee visioni del Vero. Vedo la dolce figura di Rosmini che, pieno di confusione, cerca trattener con le mani un suo devoto dall′ inginocchiarglisi davanti e poichè non vi riesce cade pure ginocchioni a fianco di colui. Lo vedo quando vestito come un servo impugna la granata o ministra ai fratelli; quando in un salotto d′albergo sorride e tace mentre il focoso Padre Loewenbruck gli rimprovera pubblicamente la vanità di una nappina troppa grossa e, impugnate le forbici, gliel′assottiglia. Vedo nelP anticamera di Pio IX in Gaeta la sua nobile fronte alta davanti a cortigiani ostili e al Cardinale Antonelli” l′odo chiedere con ferma voce di esser lasciato entrare dal Papa, Padre comune di tutti i fedeli. Lo vedo sul letto di morte afferrar la mano d′Alessandro Manzoni e baciarla. Queste immagini mi sorgono chiare nel pensiero, ma quand′io le avessi rappresentate con altre molte che mi si affollano al cuore, non avrei rappresentata la intima essenza che, unica e semplice, le figura diverse e composte: hominem cordis. Essa è ancora come nel pensiero e nelle opere del filosofo, un composto indissolubile di ragione e di fede. Solamente, se nel pensiero e nelle opere del filosofo i nessi della ragione con la fede sono ancora visibili, nel pensiero e nelle opere del cristiano non lo sono più. La fede vi si è come imbevuta di ragione per modo che quei ferventi pensieri e quelle opere sante hanno sempre un colore e una forma di ragionevolezza. Il filosofo ha dimostrato con Seneca e Platone ch′era logico e necessario di oltrepassare la scienza e, seguendo l′amore della verità posseduta, di renderle, uso le sue stesse parole, un più profondo ossequio e una testimonianza più illustre: supereminentem scientiae, lì cristiano lo ha fatto come non lo potevano quegli antichi, uno dei quali, giunto all′apice della scienza, ha pur detto che gli conveniva fuggire a Dio, ossia farsi a Lui simile secondo le forze umane, mediante la giustizia, la prudenza e la santità . A chi ha riconosciuto Iddio con l′intelletto, il principio della santificazione è necessariamente l′ossequio alla volontà di Dio. Quest′ossequio non può avere altri limiti che quelli del volere e del potere umano. Pensieri, parole, azioni, in quanto sono atti della volontà umana, devono uniformarsi alla volontà Divina. Ora la volontà Divina è spesso recondita e oscura. Il colore e la forma speciale della santità di Rosmini stanno nel concetto ch′egli ebbe di questa oscurità e del modo di penetrarvi. Ciò lo distingue da infinita gente accesa di amor del bene e pronta ad accorrere dovunque ravvisa un′apparenza di bene. Se sì potesse vedere quante rovine di opere intraprese con buona intenzione coprono il campo dell′ attività umana , lo spettacolo sarebbe triste ma istruttivo. La parola di Cristo sine me nihil potestis facere luceva a Rosmini di evidenza. La umiltà cristiana aveva dentro a lui un fondamento razionale e soprannaturale a un punto, e questo fondamento era la conosciuta impotenza del cristiano a operare da sè opere di vita etema. Il principio di queste opere non è nel cristiano, è in Cristo. Vi ha dunque presunzione, vi ha orgoglio, vi ha disordine in coloro che iniziano un′opera apparentemente buona appena n′è venuta o n′è stata suggerita loro l′ idea. Lo spirito d′ intrapresa dispiaceva a Rosmini. L′uomo che sa di essere uno strumento nelle mani di Dio e non più, deve attendere sopra ogni cosa a riparare ogni proprio guasto, deve assicurarsi per quanto può che veramente la mano di Dio lo prende e persuadersi che Dio non ha punto bisogno di lui per operare negli altri quel bene ch′egli vede e desidera. Tali disposizioni s′incontrano di rado insieme negli uomini che intraprendono opere credute buone e per questo manca loro tante volte la protezione di Dio. Rosmini ne fu penetrato fin da giovinetto. A ventitre anni se le impose in forma di regola che scrisse nel suo Diario usando parole solenni di obbligo : “ Mi sono prefisso, io indegnissimo sacerdote.... ” Se mai proposito fu tenuto è stato il suo. Fino alla morte Rosmini praticò e raccomandò lo studio di migliorar sè stesso prima che pensare a migliorar gli altri e il principio di passività ossia l′abbandono ai voleri di Dio. Diede le norme più sicure a conoscere il volere di Dio quando si tratti d′opere non obbligatorie, e l′ esempio del porle in atto. Come le abbia poste in atto per le due opere maggiori che intraprese, il sistema della Verità e T Istituto della Carità , noi lo sappiamo da lui stesso e dai testimoni della sua vita. Nell′opera filosofica egli vedeva soltanto la glorificazione di Dio e il bene de′ suoi fratelli erranti. Sapeva che sul vertice del futuro edificio avrebbe alzata la croce, ma per questo appunto sentiva più intensamente il dovere di fondarlo bene. La solidità dell′edificio dipendeva dalle basi e le basi aveano a essere

lavoro di ragion pura, lavoro libero e soggetto a errore. Una grave infiltrazione d′errore nelle basi sarebbe tornata in rovina dell′edificio e quindi in offesa della croce. Il principio fondamentale del Sistema della Verità gli apparve alla mente, come s′è visto, prima ch′egli toccasse i vent′ anni. Era proprio venuta da Dio quella illuminazione? Era volontà di Dio ch′egli accogliesse il principio intraveduto? Che ne facesse la base del suo sistema ? Soltanto la non intermessa preghiera e lo studio potevano aiutarlo a chiarirsene. Quindici anni di preghiere e d′un lavoro intellettuale ch′era ancora preghiera passarono prima eh′ egli ponesse e svolgesse il suo principio davanti al pubblico. Dopo una tale preparazione, dopo gli incoraggiamenti del Cardinale Cappellari, dopo una calda parola di Pio Vili: a è volontà di Dio che voi vi occupiate a scrivere dei libri ” egli non dubitò più che la dottrina da lui pensata non fosse da Dio, che non gli fosse stata comunicata secondo il lume della grazia, e pubblicò il Nuovo Saggio sull′Origine delle idee, u Dominus illutninatio mea n divenne il suo motto. Questa convinzione sorgente di una forza, di una gioia immensa, non lo abbandonò un momento, neppure fra le tempeste di contraddizione che lo assalsero. “ Bisogna che la mia dottrina sia contraddetta ” diss′egli una volta a un intimo suo, predicendo il trionfo del Sistema della Verità , u Bisogna che io muoia e marcisca sotterra. Allora sarà il tempo ”. Non v′era nella sua fiducia la menoma ombra di orgoglio. Convinto del proprio nulla. egli riferiva a Dio tutto il bene di verità posseduto dal suo intelletto e abbandonava le sorti della sua dottrina in mano di Dio con tale umiltà di cuore, con tale persuasione della impotenza umana ad aiutare Iddio, con tal fede che le vie del Vero sono vie di libertà , da comportare in pace che nel suo liceo di Domodossola s* insegnasse una filosofia più lontana dalla sua di quella che s′insegnava in molti licei governativi. Non era dolcezza di uomo debole, nessuno potrebbe giudicar debole Rosmini. Era bontà sapiente, era certissima fede, degna di colui che in una conversazione familiare, dopo aver tracciato il disegno del vasto lavoro filosofico che aveva in mente e detto come si dovrebbe compiere con l'Agatologia o scienza del Bene , soggiunse sorridendo: ti Questa la scriverò in Paradiso. ” La sua umile diffidenza di se, il suo ragionevole timore d′illudersi circa la volontà di Dio, la sua costanza neir implorare, la sua pazienza nell* attendere i segni di questa ^volontà si manifestano anche più evidenti nella preparazione dell′altra grande opera sua, l′Istituto della Carità . Ne portò in sè dalla nascita il germe naturale nel fervido sentimento d′amicizia che sin dai primi anni lo spinse ad associarsi i suoi coetanei nei trattenimenti e negli studi. Ebbe anche da natura il dono di un fascino ch′esercitò su quei compagni suoi e che par sopravvivergli ; tanti lo amano con passione che nacquero dopo la sua morte. Il germe naturale venne fecondato da un calore soprannaturale. Si comprende che desiderasse associarsi gli amici per il fine che gli pareva supremo. A sedici anni aveva fondata una società di studio : a diciassette, quando la sua risoluzione di abbracciare lo stato ecclesiastico era già stata presa ed affermata, fondò un′ associazione a scopo spirituale. Il movimento della vita era allora attivissimo nell′ embrione dell′ Istituto, vi apparivano indizi degli organi futuri. A diciott′ anni Rosmini parla agli amici di un piano che ha formato per l′onore e per la gloria di Dio. Dopo sei anni, essendo egli già sacerdote, Tembrione non ha preso ancora la forma d′un ordine religioso; Rosmini propone un′associazione amichevole, i membri della quale dovrebbero intendere a migliorar sè stessi e a soccorrere il ^^rossimo. Ma i suoi amici non gli somigliano. A soccorrere il prossimo tutti si dicono pronti; questo è generoso, è bello, piace all′amor proprio, a certo finissimo, insidiosissimo amor proprio. Il miglioramento nostro, dicono, verrà in seguito, da sè. I tentativi di Rosmini non riuscirono. Fu allora che la pia marchesa di Canossa gli propose di fondare un ordine religioso. Non ci aveva mai pensato e ne fu sgomento. Gli si chiedeva un′opera da Santo ; accettare sarebbe stato ambizione, temerità . La marchesa di Canossa insistette, sicura di riuscire; l′Ordine doveva essere composto di sacerdoti e prendere il nome di figli della Carità . Intanto nella mente di Rosmini continuava lenta la evoluzione del germe. Dopo ie istanze della Canossa vi apparve il primo segno dell′elemento ecclesiastico. Rosmini meditò un′associazione di laici presieduta da un sacerdote; e pregava, pregava senza posa per essere illuminato. La marchesa di Canossa aveva conferito la prima volta con lui nel 1821.

L′idea di Rosmini non comincia a prendere la forma e il colore del futuro Istituto che nel 1825. Egli è ormai persuaso che la Congregazione debba comporsi di sacerdoti; gli par di vedere in pari tempo il fondamento di ministero ecclesiastico sul quale dovrà sorgere. S′accende di desiderio e non muove un passo, scrive di star aspettando “ maggior lume dal Signore a riconoscere la Sua santa Volontà ”. Il suo zelo è ardentissimo, la sua ragione inesprimibilmente lucida. Egli attende per due anni il segno della Volontà divina. Dopo due anni s* incontra a Milano con lo zelante Loewenbruck. Loewenbruck è smanioso di fondare una Società religiosa; il suo fuoco, la sua eloquenza, la nobiltà de′ suoi intendimenti colpiscono Rosmini. Egli si sente fortissimamente

attratto ma non sarà trascinato. Esamina con anima libero se questo possa essere l′atteso appello della Provvidenza. Vorrà il francese, tanto infocato d′amor del prossimo, studiarsi anzi tutto di corregger sè stesso? Rosmini ottiene che lo prometta. I disegni che Loewenbruck gli svolge con parole magnifiche, sono essi pratici? No, non lo sono; l′acutissimo Rosmini ne vede subito i lati difettosi, fantastici. L′incontro di Loewenbruck può essere stato un buon indizio, non è ancora il segno atteso del favore divino. L′ impetuoso francese potrà venire associato all′opera futura, ma intanto deve piegarsi e si piega alla direzione spirituale dell′italiano^ attende a purificare, a elevare il proprio spirito. Alcuni ecclesiastici chiedono a Rosmini di essere da lui condotti a santità . È un segno di favore divino, però Iddio non ha rivelato ancora nè il tempo nè il luogo dove Gli piace che l′opera s′ incominci. Passano mesi. Rosmini e i suoi compagni si raccolgono due volte il giorno a pregare insieme fervidamente, a implorare una manifestazione della Divina Volontà . Finalmente, il 13 giugno 1827, un prete loro amico entra nella stanza dove stanno pregando, racconta che quel giorno stesso, all′altare, celebrando la Messa per loro, ha improvvisamente pensato il Monte Calvario presso Domodossola e una voce interna gli ha detto “ ecco il luogo ”. Pochi momenti dopo entra il conte Mellerio, amicissimo di Rosmini. Ode, e dice commosso che anche a lui è venuta poco prima, pregando, l′idea di Domodossola e del Calvario. Rosmini, nell′alto equilibrio della sua mente, non giudica ancora che basti. Manda immediatamente a vedere se il luogo è atto e solo dopo la risposta favorevole si decide. L′Istituto della Carità sarà fondato e il Calvario di Domodossola lo vedrà sorgere.

Quello è però il momento di chiedere più ardentemente che mai l′aiuto divino. Bisogna pregare, meditare^ digiunare onde le Costituzioni dell′Ordine riescano conformi alla Divina volontà . Premio di tanto fu a Rosmini la fede di aver ottenuto una illuminazione sovrannaturale del cuore come per il suo sistema filosofico. “ L′Istituto ” diss′egli a un amico “ mi fu rivelato nel suoinsieme come da un lampo ”. L′autore delle Massime^ di perfezione non era un uomo da credere facilmente a queste rivelazioni misteriose. Coloro che son disposti ad ammettere come possibile un fatto di tale natura e che sentono insieme il dovere di esaminarlo con la ragione, non troveranno, io credo, nelle Costituzioni dell′Istituto della Carità il carattere di una vera e propria rivelazione subitanea. Pensando come opera Iddio nelr intemo degli esseri che in Lui vivono, si muovono e sono, coloro ai quali nuU′altro è la natura che un complesso di ordini divini in parte noti in parte ignoti,, inclineranno a pensare che le Costituzioni dell′ Istitutodelia Carità sieno il naturale portato di un′anima quale Rosmini la ebbe nascendo e quale si venne sviluppando per un continuo lavoro sopra sè stessa. Inclineranno a pensare che una parte di questo continuo lavoro, e nonforse la minore, si sia compiuta nelle occulte regioni dell′inconscio e ne sia un giorno uscita improvvisamente nella luce della coscienza come vi escono talvolta, dopo

un occulto lavoro compiuto nel sonno, soluzioni di problemi inutilmente tentati nella veglia. Questo non sarebbe un togliere a Dio la sua parte. Sarebbe soltanto un riconoscere che la rivelazione divina si è compiuta in un modo particolare, mediante una lunga operazione interna,… e che le Costituzioni dell′Istituto della Carità portano la impronta profonda e originale dello spirito di Rosmini. A differenza delle Costituzioni degli altri Ordini religiosi che si propongono fini particolari di contemplazione o di attività , esse non sono ordinate ad alcun fine particolare. I membri dell′ Istituto della Carità non ad altro son chiamati che ad adempiere nel modo migliore, nell′armonia più perfetta, i doveri di carità verso Dio, verso loro stessi, verso gli altri uomini. Il principio generale che governa l′Istituto non è altro che il riconoscimento pratico dell′Essere nell′ordine suo. Non è qui il luogo di esaminare partitamente le Costituzioni. Se fosse possibile un′analisi della luce che irradiano si vedrebbe nello spettro accanto al colore dello zelo religioso il colore di una ragione potente. Basti notare la disposizione singolarissima per la quale i membri dell′Ordine pronunciano il voto di povertà e tuttavia conservano la loro proprietà privata. Essa è dettata da uno spirito cristiano e moderno, dall′ossequio al consiglio evangelico e insieme dal riconoscimento di un diritto essenziale alla persona umana. Rosmini non ha voluto un′associazione privilegiata, un ente fittizio capace di possedere; ha voluto il diritto comune, ha voluto impedire che l′Ordine tendesse ad accumulare ricchezze in sè. I membri del suo Istituto conservano tutti i diritti e i doveri dei cittadini. Si spogliano delle rendite, dei guadagni, li mettono in comune, non mutilano la propria personalità giuridica. Cedono i frutti, custodiscono intatta la radice che li produce. Il loro sacrificio non è l′atto eroico di un giorno, è l′atto eroico di ogni momento. Se io sogno un ordinamento economico ideale della proprietà umana, preferisco al sogno collettivista un sogno rosminiano dove i grandi principi di proprietà individuale, di libertà, di fraternità si associano in luminosa concordia.

Il nuovissimo principio della proprietà privata nell′associazione religiosa fu assai combattuto in seno alla Congregazione di Cardinali ch′ebbe a esaminare le Costituzioni dell′Istituto della Carità La bontà del principio si vide quando lo Stato soppresse le Congregazioni religiose e s′ impossessò dei loro beni. L′ Istituto della Carità fu salvo e gli spedienti che si vennero usando 3. favore delle altre Co;igregazioni furono spesso, in sostanza, transazioni col voto di povertà qual era universalmente inteso fuori dell′Istituto di Rosmini. La mirabile umiltà di Rosmini era, l′ho detto, razionale. L′umiltà è spesso dispregiata dal mondo, ma bisogna rendere giustizia anche al mondo e confessare che l′umiltà odiosa a lui è talvolta ipocrita, spesso falsa, sempre artificiale e volontaria; mentre la umiltà vera, semplice, nativa, trova onore anche nel mondo. Così colui che parla con dispregio di opere proprie da lui non credute vili è ipocrita, colui che parla con dispregio dei doni avuti da Dio come se fossero mèriti suoi è falsamente umile. Non era questa l'umiltà di Rosmini.

Rosmini era convinto che il Cristiano non vale a operare il bene se Cristo non l′opera in lui. Fu questo agli occhi suoi il fondamento vero dell′umiltà cristiana e anche il fondamento di un′altra virtù che rado si manifesta e in atto diverso dalla prima e ovunque appare impone rispetto a buoni e a malvagi, a principi e a moltitudini. Chi sa che ogni suo potere e ogni bene non vengon da lui, ma da Cristo operante in lui, ha insieme il sentimento del proprio nulla e il sentimento della propria grandezza morale, di una potenza superiore alla morte, di una padronanza sulla natura. Disprezza la vita fisica se è tratto a cimentarla per il dovere, disprezza il denaro e tutte le basse cose dietro le quali corrono e s′affannano gli altri uomini. Dalla sua stessa umiltà germina la magnanimità . Vi hanno certi movimenti dell′orgoglio umano che siamo costretti di ammirare malgrado noi stessi perchè somigliano agli atti della magnanimità . I falsi umili non sono magnanimi; Rosmini lo era. In faccia ai ministri di Carlo Alberto come in faccia al Cardinale Antonelli, Rosmini seppe alzar la fronte e la voce per quello che a lui parve giusto. Parlò schietto al Re, parlò schietto al Pontefice. Accettò, quando gli parve dovere, alti e difficili uffici. Non si peritò, dopo il 1848, di dire a un diplomatico dei Borboni di Napoli che le sventure d′Italia venivano in gran parte dai delitti dei suoi principi e dalla vile servilità dei loro cortigiani. Difese i suoi offensori contro gli amici suoi, non sofferse una sola parola acerba contro uomini che giudicò mossi da buon zelo male illuminato. Scese però in campo per la Verità , represse con parola vigorosa e tranquilla il debole furore di uomini di cui piacerebbe a noi dimenticare l′essere e il nome come d′ogni altro suo nemico personale quand′anche non avessero essi medesimi provveduto con l′anonimo, sfuggendo così persino al perdono di noi che non vogliamo essere acerbi contro lo spirito del Maestro.

Rosmini è stato un grande asceta. Ha dato all′Essere infinito uno straordinario tributo di preghiera, di contemplazione, di pratiche religiose. 11 suo non fu l′ascetismo presuntuoso che mira a edificare il prossimo, che

si riflette con intenzione nelle attitudini della persona” nel modo di guardare, nel tuono untuoso della voce. Non fu l′ascetismo gretto che, sempre in allarme, vede dappertutto mali e pericoli, riprova senza ragione oneste abitudini della convivenza civile, conduce a selvatichezza. Rosmini fu sempre inteso a edificare sè stesso anzichè gli altri, visse povero nello spirito, s′impose la maggiore semplicità . Ne fanno fede il saccone di foglie secche sul quale dormì al Calvario e le umili suppellettili della sua camera di Stresa, come fanno fede della sua sobrietà le testimonianze de′ suoi compagni e discepoli. Ma, nata nella ricchezza, volle mantenere le forme del proprio stato, esercitò un′ospitalità giustamente signorile, sedette alla mensa degli amici e spesso li raccolse intorno alla propria. Ebbe qualche volta commensali anche signore e fu con esse dignitoso e affabile com′è naturale d′un′alta. purità . Soleva dire che la cortesia e la distinzione dei modi sono speciale dovere dei sacerdoti. In questa finezza e amabilità di gran gentiluomo congiunta alla santità e a un senno luminoso, Alessandro Manzoni deve aver ritrovato come un odore del Cardinal Federigo. Neppure fu il suo l′ascetismo lezioso che ci viene di Francia e inventa nuove minute divozioni ogni giorno. Rosmini si teneva stretto alle grandi, antiche divozioni pubbliche della Chiesa quali si contengono ne′ massimi libri di lei; tesoro infinito diceva. Certe aberrazioni dello spirito ascetico lo ferivano. Convien vedere nel suo epistolario con quanta sapienza religiosa, con quanto garbo fa intender ragione a una buona monaca, di maggior zelo che giudizio, tutta infervorata di fantasie mistiche. Pare che costei avesse in animo di fondare una società di “ vittime ” nel senso mistico della parola. Rosmini, che possedeva un acuto senso del ridicolo e lavorò tutta la vita per reprimere in sè la vena dell′ironia, sentiva bene quanto il nome della nuova società avrebbe fatto ridere il pubblico e lo dice alla suora con un purtroppo pieno di bontà, di scienza e di coscienza. Egli demolì pian piano l′edificio fantastico dell′ardente suora con parole tanto ragionevoli che nulla di ragionevole gli si poteva opporre, tanto pie che anche una monaca doveva riconoscerne l′autorità, tanto acute e finì ch′ella ne fu punta, indovinò forse nel suo consigliere un sorriso interno e lo giudicò più dotto che santo. Rosmini era invece santo di quella santità che più si desidera ora nella Chiesa; di quella santità che conosce perfettamente il mondo ed egualmente ne giudica il torto e il retto e se ne fa rispettare perchè splende d′ intelligenza.

VIII.

Nelle Massime di perfezione cristiana Rosmini diede il secondo posto all′amore della Chiesa. Come insegnò praticò. Il suo affetto per la Chiesa cattolica non ebbe limiti. Egli che fervidamente credette dovere alla divina grazia la verità contenuta nel suo sistema filosofico, giunse a desiderar di cadere, scrivendo, in qualche errore senza danno d′alcuno per esserne ripreso dalla Chiesa e mostrar col fatto il proprio umile ossequio alla Santa Sede del Pontefice Romano. Nel suo affetto immenso per la S. Sede fece ancor più, costrinse, come abbiamo veduto, il proprio genio all′arduo lavoro di giustificare l′intervento del più alto ministro di pace in un′azione militare perchè ciò gli parve necessario a mantenerne il potere e l′autorità. Se quel primo desiderio non è senza qualche offesa alla dignità del Vero, se nell′altro argomento noi discordiamo da Rosmini nel giudicare puramente politici certi interessi che a lui parvero anche religiosi, l′uno e l′altro fatto dicono però qual punto abbia toccato la eroica devozione di Rosmini alla Chiesa e al Sommo Pontefice, del quale fece insegnare nel suo Istituto la infallibilità nei limiti stessi in cui fu definita dal Concilio Vaticano quindici anni dopo la sua morte. Il suo desiderio fu soddisfatto, egli vide porre all′Indice due sue opere e si sottomise immediatamente con gioia pur sapendo che la condanna era stata frutto di maneggi tali che il Cardinale Mai, prefetto dell′Indice, si dimise per non avervi parte. Quei due lavori non appartenevano al Sistema della Verità, ma le opere filosofiche di lui furono pure incriminate e l′attitudine ch′egli tenne durante il processo fece comprendere a tutti quale strazio mortale gli avrebbe recato la condanna e con quale grandezza d′animo avrebbe detta la parola che par vile a chi non è credente o soldato: obbedisco. Nei giorni che precedettero la sentenza preparata con molti anni di studi e di discussioni, in tutte le Chiese dell′Istituto di Carità si pregava; e alla vigilia, Antonio Rosmini, che più non aveva un anno intero a vivere, stette per un′ora ginocchioni e senz′appoggio davanti al Tabernacolo del Sacramento. Non credo che l′angoscia abbia raggiunto in quel momento la parte superiore del suo spirito; credo che il Divin Maestro avrà consolato il servo suo glorioso con un raggio di luce su quell'altezza più a Lui vicina e più libera dal corpo mortale, col presentimento del prossimo trionfo; pure tutti i terrori del possibile dovettero avvolgergli, oscurargli lo spirito inferiore e di là dovettero salire al tabernacolo grida senza voce, inenarrabili slanci di offerta.

I grandi amori delle grandi anime hanno due linguaggi: quello della tenerezza e quello dello sdegno. Così Rosmini amò la Chiesa. Non che uscisse dalle sue labbra, non che sorgesse dal suo cuore una sola parola meno che riverente per lei, per il Capo di lei; ma se parlò amaro e da uomo libero delle potestà civili che offendevano la Chiesa colla loro prepotenza o con la loro protezione, anche parlò amaro e da uomo libero degli interni guai che rodevano le viscere della Chiesa. Leggendo una pagina dov′egli lamenta che per effetto dell′ingerenza del potere civile nella nomina dei Vescovi si avessero a capo delle diocesi molti uomini onesti e pii, sì, ma nessun emulo dei grandi pastori antichi, non si può a meno di pensare che egli sarebbe stato quest′emulo e per la sapienza e per la libertà del linguaggio; egli che fin dal 1832 scriveva con ispirazione di profeta:  Quanto il consiglio di Dio è alto sopra i consigli degli uomini, allora appunto che la Chiesa è carica delle spoglie d′Egitto come d′altrettanti trofei, allora ch′ella pare divenuta l'arbitra delle sorti umane, allora solo ella è come impotente, ella è il Davidde oppressa sotto l′armatura di Saule, quello è il tempo del suo decadimento, e l′Eterno che vigila a′ suoi destini, dopo averla così umiliata, averle fatto conoscere ch′ella è composta di uomini soggetti alla tentazione, averle mostrato per una amara esperienza che in Lui solo ella è forte e può confidarsi, mosso a pietà di lei concede alla ferocia del secolo di buttarsi sui beni temporali della Chiesa e farne bottino; riducendola in tal modo a quella sua originaria semplicità che, amabile sopra ogni bellezza muliebre, trae di nuovo a sè tutto, per tutto nuovamente deporre al cenno non degli uomini ma dello Sposo quando le ′dica: “ sorgi, t′affretta, amica mia, colomba mia, e te ne vieni”. Rosmini che vedeva l′umiliazione della Chiesa non nelle spogliazioni di cui fosse vittima, ma nel discredito che le proveniva da un clero troppo sollecito degli interessi temporali, Rosmini ebbe della Chiesa di Cristo un concetto magnifico quale non l′hanno certo coloro che non stimano bastare al suo bene la libertà e vogliono sostituirsi a Dio nel proteggerla. “Che può il governo temporale” egli scrisse, “se non aiutare la Chiesa con la forza bruta, unico mezzo suo di operazione? Ebbene, la forza è d′un′indole direttamente opposta allo spirito della Chiesa. La Chiesa effigiata con le catene, i fasci, le scuri, qual personaggio non rende? Inorridisce la vista. Qual maschera crudele! Ella ributta non solo i cattivi, gli stessi buoni. Il temporale potere oltracciò non conosce nè serba i limiti della sua protezione; avvezzo al comando, comanda fin dove può: inetto a conoscere il vero bene della Chiesa, pretende esserne giudice e ripone questo bene unicamente nel vantaggiarla negli ordini della terra; tratta l′amministrazione dei beni di lei come fa dei suoi proprii, disconoscendo che quelli sono di tutt′altro genere: ne accumula il più che può: permette che ne sieno spesi il meno che può: arricchisce la Chiesa, se fa bisogno, anche di privilegi e d′immunità, d′una protezione esagerata ed eccezionale, talora contro la giustizia, riuscendo opposta all′eguaglianza civile e sempre poi odiosa al popolo che non ne partecipa ”. La Chiesa non ha bisogno di protezione, ha bisogno di libertà. La libertà, secondo Rosmini, è l′aria di cui la Chiesa di Dio vive. Ciò non significa nel suo concetto che la Chiesa e lo Stato abbiano a restare stranieri l′uno all′altro. Secondo il concetto rosminiano, la società civile che è da Dio come la società religiosa, deve riconoscere praticamente la superiore dignità di questa, deve prestarle non protezione a scapito della uguaglianza civile ma ossequio, deve lasciarle la più grande libertà e circondarla d′onore. Questo era, per usare parole di Rosmini stesso, un vero e grande pensare sacerdotale, e si comprende l′amara tristezza di lui davanti allo spettacolo di un clero incapace degli ideali suoi, davanti alla miseria d′idee e di sentimenti, uso ancora libere parole di lui, che forma l′apparecchio e il seme della ecclesiastica istituzione moderna. Rosmini non intendeva lamentare la insufficienza della istruzione scientifica e letteraria del clero, che tanti cattolici lamentano. Si sdegnava di veder neglette nei Seminarii le antiche fonti della vera sapienza cristiana, la Scrittura, i Santi Padri, alimento del sacerdozio antico. Si sdegnava di veder sottentrati nell′ammaestramento del clero i teologi agli scolastici, come questi avevan preso il posto dei Santi Padri e della Scrittura. Quando si scaglia contro i libri usati al suo tempo nei Seminarii, par di sentire in lui il fuoco di S. Gerolamo. “ Libri ” dice “ dove tutto è povero e freddo; dove l′immensa Verità non comparisce che sminuzzata e in quella forma in che una menticina l′ha potuta abbracciare e dove all′autore spossato nella fatica del partorirla non è restato vigore d′imprimere al libro altro sentimento che quello del suo travaglio, altra vita che quella d′uno che sviene; libri a che il genere umano uscito dagli anni della minorità fanciullesca volge per sempre le spalle, poichè non ci trova sè stesso nè i suoi pensieri nè i suoi affetti, e a cui tuttavia si condanna barbaramente e ostinatamente la gioventù che pur col senso naturale li ripudia e che bene spesso per un bisogno di cangiarli in migliori cade nella seduzione di libri corrompitori o acquista un′avversione decisa agli studi o da lungo patir violenza nello stringimento delle scuole prende un odio occulto, profondo, che dura quanto la vita, contro i maestri, i superiori tutti, i libri e le verità stesse in quei libri contenute ”. Così scrive l′uomo di Dio, l′uomo mansueto ai suoi nemici, alzandosi dall′inginocchiatoio dove passa più ore ogni giorno nella preghiera e nella meditazione. La cordicella della frusta è ben di quelle che Cristo usò sui profanatori del Tempio. Egli è pure l′uomo che ha scritto come talvolta sia mansuetudine e vera carità il parlar forte. Nel fuoco

   del dritto zelo

Che misuratamente in cuore avvampa

tutte le sue facoltà di amare, di sdegnare, di combattere, di penetrare nelle viscere delle cose s′ infiammano insieme e splendono. Egli non ha bisogno di frenare nemmeno la bollente ironia che gli viene sul labbro perchè essa pure è da Dio. Tutto Rosmini sorge nella luce.

La onesta, sdegnosa faccia del discepolo ricorda il Maestro quando stette solo fra una cerchia di falsi zelatori della virtù, circumspiciens eos cum ira.

IX.

Negli uffici della carità intellettuale e della carità morale non ebbe misura. Oltre all′immane lavoro di studi e di scritti che sostenne per il pubblico bene, oltre alle infinite cure date al suo Istituto, donò con amoroso cuore insegnamenti, consigli, conforto alle innumerevoli anime che privatamente si volsero a lui. Nella menoma parte del suo Epistolario ch′è pubblicata, i dubbiosi, gli afflitti, gli assetati di giustizia e di pace trovano ristoro ancora. Qui Rosmini appare eminente sopra il suo amico Manzoni. Manzoni si difende, si chiude timidamente in sè; Rosmini si apre, si dona, si prodiga, Manzoni non par riconoscere i doni avuti da Dio, Rosmini si annienta in Cristo e in Cristo si eleva sopra i fratelli suoi, in attitudine di maestro ora dolce ora severo, con alta autorità. Questo dipende senza dubbio in gran parte dalla loro diversa vocazione, dal loro stato diverso, ma dipende pure dal loro diverso carattere; Manzoni è l′uomo modesto, Rosmini è il Santo.

Alla carità corporale non fu specialmente chiamato e non era possibile che lo fosse perchè un uomo solo non può bastare alla intera soma della triplice carità. Per darsi alle opere di carità corporale avrebbe dovuto rinunciare alla divina missione cui Pio VIII lo richiamava.

Non lo fece benchè i dolori e il bisogno dei miseri lo infiammassero di desiderio. Vedete nell′Epistolario la lettera che scrisse nel 1846 al suo Provinciale d′Inghilterra dopo aver letto nei giornali le descrizioni della carestia d′Irlanda. Incomincia con un grido: Charitas urget nos!E tutta la lettera n′è il più angoscioso commento. Qui non cè da meditare nè da pregare per conoscer la volontà di Dio. Essa chiama, grida, impera nel pianto di una nazione. È necessario che una carità più ardente erompa dal cuore dei figli di Rosmini, è necessario che si pongano all′opera con tutte le loro forze. Ciò ch′è possibile bisogna farlo e ciò ch′è impossibile tentarlo! Così Rosmini sentiva. Non potè dare il suo tempo ai fratelli che con gli studi, la predicazione, l′assistenza intellettuale e morale. Diede invece per tutte le vie di tutte le carità il suo denaro e lo diede col mirabile ordine intelligente ch′ è la formola della sua natura spirituale. Fanciullo ancora, poneva ogni cura nel far elemosina, a che il soccorso fosse commisurato al bisogno. Più tardi governò il proprio largo patrimonio come sarebbe giusto coltivare un albero che desse frutti di vita; meglio, come un uomo probo governa il patrimonio altrui. Rigido nell′ imporre agli amministratori del suo Istituto la regolarità più scrupolosa nella forma e nella sostanza dei conti, egli che avrebbe voluto sottoposta alla stessa regola tutte le amministrazioni ecclesiastiche e pubblicati i loro bilanci, diede l′esempio, nel governo de′ propri beni, dell′ ordine più severo. Ogni spesa volle giustificata da ragioni di necessità o di carità. Convien dire che nel cuore suo largo e caldo, nella potenza della sua mente, egli attribuiva un carattere di carità agli atti di ospitale cortesia che a molti cristiani paiono mere convenienze del mondo da potersi liberamente tralasciare. In grazia dell′ordine che sempre tenne potè trasmettere intatta, morendo, la sostanza ereditata dal padre, malgrado le grandi liberalità e malgrado fosse spoglio in ispirito e verità delle cose di quaggiù, di qualsiasi attaccamento alla ricchezza terrena.

Quand′anche fosse possibile che in un avvenire lontano nulla più si sapesse della sua vita, basterebbe un discorso ch′egli pronunciò nella Chiesa del Calvario a far conoscere il fuoco della carità che lo arse. È il discorso che tratta appunto della Carità . L′ingegno, la dottrina e la fantasia possono insieme simulare fino a un certo segno il calore dell′anima; non però fino a quel segno. Per me il discorso sulla Carità è come una lampada accesa in perpetuo sul vertice dell′opera intellettuale e morale di Antonio Rosmini. Solo chi ha esperienza dell′amore, chi è come straziato dalla presenza di un infinito amore che sforza in ogni senso, delizia e addolora il suo essere, può dire dell′amore così. Noi sappiamo che l′amore acuisce l′ intelligenza per trovar modo di comunicare con l′oggetto suo, questo avviene sempre quando si ama una persona umana. Bisogna vedere nel discorso di cui parlo come il genio di Rosmini si esalta per trovar modo di comunicare con Dio, come si agita e si travaglia, posseduto da una febbre di desideri per toccare l′Infinito, come si inebbria e trionfa quando gli par d′averlo toccato, come allora chiama i suoi, come grida loro : venite, toccate voi pure Iddio! Ciò gli avviene paragonando l′amore umano al divino. Nell'amore umano è l'amante che con l′atto della sua mente amorosa forma l′oggetto del suo amore.

Questa proposizione somiglia in apparenza alla teoria dell′amore proposta da Stendhal. La sua portata è ben diversa, ben più grande. Secondo Rosmini non vi ha oggetto d′amore senza l′amabilità e nell′amore umano l′amabilità è conferita da chi ama; non è amabile ciò che non è amato. Ma quando l′ uomo ama la carità ossia l′amore, non è più egli che conferisce l′amabilità perchè l′amore è amabile per se stesso. La Carità è dovunque superiore e anteriore all′uomo. Nessun essere creato la possiede. Niente vi ha sulla terra, niente sugli astri, niente nel mondo angelico che sia amabile per sè stesso nel senso rosminiano. La carità è superiore e anteriore al creato. Essa è, prima di tutti i secoli, in Dio che si ama. A quest′altezza vertiginosa sorge in un turbine di passione il genio di Rosmini per comunicare col Dio-Carità che ama; e quando gli par d′averlo raggiunto, di posseder il concetto pieno della carità , allora vi si adagia, vi si stende nella gioia intellettuale promessa da S. Paolo a chi sta nella carità : in charitate radicati et fundati ut possitis comprehendere cum omnibus sanctis quae sit latitudo et longitudo et sublimitas et profundum.

Egli misura, per così dire, le quattro dimensioni della carità in cui posa: la larghezza che abbraccia tutte le cose, la lunghezza che si stende nell′eternità, l′altezza che sale all′Essere infinito, la profondità che si umilia senza limite perchè colui che veramente ama, che ama con tutta l′anima, si umilia senza limite davanti all′amato.

Rosmini ridiscende poi dall′ alto dei cieli nella piccola Chiesa, fra gli altari, ritrova con S. Tommaso, in uno slancio di fervore, le quattro dimensioni della Carità nella Croce. Le alte parole di S. Tommaso “ ivi è il profondo in quella porzione del legno che si nasconde sotterra e sostiene la croce senz′essere visibile perchè il profondo dell'amor divino ci sostiene nè si comprende ” così continuano sulle labbra di Rosmini : “e perchè si vela l'eccesso dellamore sotto leccesso del dolore e la fortezza trionfatrice della carità s′avvolge nel manto funereo della debolezza e dell′ultima abbiezione e i raggi della divinità immortale si ottenebrano nel cadaverico aspetto dell'ultimo fra gli uomini”. Brividi dovettero correre nella folla quando Rosmini le scoperse d′un colpo questo abisso profondo di carità , il Cristo morto.

X.

Non vidi mai l′uomo santo e grande. Non posso ritrarne dal vero la figura esterna, e l′immagine più cara che me ne resta nella mente è quella scolpita da un nobile poeta del marmo sulla sua tomba di Stresa. Rosmini vi è raffigurato ginocchioni nell′atto della meditazione religiosa. La sua mente lavora intorno alle parole d′un libro santo. Tiene le mani, devotamente incrociate ai polsi, sulla persona e nella destra il libro socchiuso, con l′ indice fra le pagine che sta meditando, il volto è lievemente inclinato sul petto. Nella gravità dolce dei lineamenti emana quasi un fioco albore di sorriso interno. È strano come, al primo vederlo, mi venissero in mente queste parole dell′ Epistolario scritte a proposito di mani non fide : « Mi vi abbandonai come un fanciullo che dorme ». Io credo aver pensato al sonno d′un bambino per la soavità , la innocenza e la calma che spirano da quel viso. A misura che lo venivo studiando vedevo più e più apparir nella fronte l′ impronta della sapienza, nel mento l′impronta della fortezza, in tutta la figura l′ impronta della umiltà dignitosa. Ricordavo un ritratto di Rosmini bambino. In quel ritratto il bambino ha un viso strano, non interamente gradevole per la espressione di precoce maturità. La fronte altissima rivela un′intelligenza superiore, l′occhio molto aperto dice tutte le avidità dell'intelligenza. Invece il viso dell′uomo dice il lavoro morale da lui compiuto sopra sè stesso, ha una dolcezza nuova che tanto più ci penetra il cuore quanto più i lineamenti sono fini e signorile l′atto della persona. Al piede della scaletta oscura che scende alla cella dove posa la sua bara, piegando riverente le ginocchia davanti al corpo che fu puro tempio dello Spirito Santo, ritrovai parte della mia prima impressione. Lo pensai composto in pace, dopo tanto amore e tanto dolore, come un fanciullo che dorme, abbandonato nelle mani di Dio. E m′era una dolcezza amara di saperlo sottratto alle infelici mani che presumono aver ancora potere di offendere il grande Servitore di Dio e della Chiesa, asceso al disopra di tutte le gerarchie terrene a operare la Divina Volontà. Mi vennero nel cuore queste parole di lui, morente, ad Alessandro Manzoni: « Sono in mano di Dio, quindi sto bene. Manzoni sarà sempre il mio caro Manzoni, nel tempo e nell′eternità ”. Calde parole di vita e di speranza che vincevano il silenzio e il gelo della cella sepolcrale; parole soavi pure a me che non sapevo trattenere il pianto, pensando a tanta fede di tanto spirito in una comunicazione d′amore fra il paese dei viventi e il paese dei morti. Pensai a tutti noi che senz′averlo conosciuto lo amiamo, lo pregai di scenderci talvolta nell′anima, almeno per un momento, come severo amico e maestro sapiente.

Non ho potuto dare un contorno intero della figura di Rosmini. Forse i quarant′anni trascorsi dalla morte di lui sono ancora troppo pochi e non arrivano alla misura della distanza che si richiede ad afferrar bene l′insieme di un′apparizione così grande. Forse nel 1955, quando sarà passato un secolo dalla sua morte, la colossale figura si disegnerà meglio davanti agli uomini di quel tempo, anche perchè poserà sopra un piedestallo molto più alto. La stessa sua filosofìa sarà meglio conosciuta perchè l′opera immensa, frutto d′una mente ricchissima e prodiga, contiene ancora oscurità inesplorate, germi chiusi di Verità che aspettano chi li apra.

Noi che lo crediamo uno spirito illuminato da Dio per riflettere la luce del Vero, crediamo pure che il piedestallo della sua figura, per il quale intendiamo la venerazione e l′amore degli uomini, si verrà sempre più elevando. Non è questo un voto sentimentale di amici e di discepoli, ma un voto ardente di uomini che giungerebbero a sacrificare anche la gloria terrena di Antonio Rosmini purchè i principii supremi ch′egli pose trionfassero nelle scienze e nelle arti, nel pensiero e nella vita. Lo desideriamo come cittadini di un nobile Stato, come figli della Chiesa, come membri della Società umana. Sappiamo di desiderare una rinnovazione immensa che non sarà compiuta mai perchè l′errore e il male non si possono sopprimere; ma sappiamo pure che in tanta presente penuria d′ideali onde molte fra le migliori anime si volgono a torbide immagini di errore, noi possiamo additarne appunto ai cuori più caldi e alle intelligenze più forti uno raggiante, essenzialmente cristiano senza dubbio, ma radicato nelle origini naturali della fede e il cui speciale carattere è di soddisfare la ragione. Rosmini sarà sempre inaccessibile alle moltitudini ed è necessario per continuare l′opera sua il lavoro di pochi che poi guadagnino i molti. Non si tratta di fondare una Chiesa, che già esiste e non può perire, nè di predicare un nome. Si tratta, sopra tutto, di far proprio lo spirito del Maestro, di mantenere dovunque si pensa e si opera il diritto divino di una ragione che conoscendo la propria origine, il proprio potere, i proprii confini, tutto esamina, tutto indaga, tutto vuole conforme a sè dentro di essi; di mantenere insieme il potere delle Verità supreme che compiono la ragione, le infondono un vigore di cui sarebbe incapace per sè e la introducono nello stesso loro campo sovrannaturale.

Si tratta di amare la patria e la Chiesa con quell′amore intelligente e magnanimo ch′egli ad esse portava, ossequioso alla Verità più che agli uomini, zelante a promuovere il bene più che a nascondere il male. Si tratta finalmente di moltiplicare l′efficacia della dottrina con la probità della vita. Tutto questo si tratta di fare; e la solenne commemorazione di Rovereto, la pubblicazione del presente volume non hanno a essere fumo d′ incensi davanti a una bara nè ghirlande sopra una pietra sepolcrale; hanno a essere una franca professione di fede e un appello.

Per Antonio Rosmini.

Tre anni sono, una sera nebbiosa d′ottobre, io passeggiavo soletto le rive deserte dell′Isola Bella pigliando mentalmente note per l′ultimo capitolo di Piccolo mondo antico. Sostavo ogni tanto a pensare, ad ascoltare un suono fioco di campane dall′ isoletta dei Pescatori, a guardar i lontani lumi velati che trasparivano qua e là dalla nebbia. Riconobbi quelli di Stresa e a poco a poco

mi uscì della mente il mio popolo minuto di fantasmi e vi entrò la dolce figura bianca di Rosmini orante, scolpita dal Vela. L′avevo veduta poche ore prima nel tempio dell′Istituto rosminiano. Ero disceso nella cripta dove il povero corpo tribolato di don Antonio, come lo chiamano ancora i suoi famigliari superstiti, riposa. Vi avevo provata una commozione che adesso ritornava meno intensa e più conscia. Pensando la smisurata grandezza dell′opera rosminiana, le visioni immense che Rosmini ebbe della natura divina e della natura creata, l′attività persistente del suo pensiero che informa di sè tante anime e ne rigermina in parole nuove, vi si svolge in applicazioni nuove, vi si adatta a cognizioni nuove, collega queste anime tra loro e a sè, io non sapevo rientrare nel mio piccolo mondo fantastico. Furono le voci molli della notte, l′incanto misterioso di quelle acque, nere a' miei piedi, confuse nell′alto lago alla nebbia chiara, le minute, rade stille di pioggia, l′odore dei boschi umidi pieno di ricordanze e di suggestioni, che ricondussero i miei pensieri alla scena d′amore cui volevo compormi nella fantasia. Allora mi prese, per una specie di reazione, l′acuto senso della infinita poesia che si svolge continuamente nelle cose e nelle anime come forma, colore, suono, vita, passione: flutti trapassanti senza posa che una volontà ignota, mista, in apparenza, di giustizia inflessibile e d′inesplicabile arbitrio, volge a remoti fini di cui sola possiede il segreto. Non avevo in mente di contrapporre come un termine di paragone l′opera del poeta, che si esercita su questa mobile materia magnifica, all′opera del filosofo che ricerca l′immobile, l′assoluto e l′eterno. Avevo piuttosto in mente l'oscuro sentimento di un occulto legame che le congiungesse come le radici dell′Isola Bella son congiunte nel fondo del lago alle radici dei monti di Stresa. Non avrei potuto immaginare allora che si sarebbe proposto a me di scrivere, in una occasione solenne, su Antonio Rosmini. Come io abbia potuto accettare un compito tanto arduo, io che studio parvenze di cose e di anime cui non si soffermò il pensiero alato di Rosmini, io che vivo tra fantasmi così diversi da quelli che salivano nella sua mente quando sul confine delle cognizioni umane tentava immaginare la costituzione intima dell′universo, lo possono spiegare, almeno fino a un certo punto, le mie impressioni e i miei pensieri durante quel passeggio notturno sulle rive solitarie dell′Isola Bella.

L′occasione solenne fu il primo centenario della nascita del filosofo che, vide la luce in Rovereto il 24 marzo 1797. Il 1897 era ancora lontano dall′orizzonte quando i discepoli di Rosmini cominciarono ad aspettarne l′aurora con una emozione mista di gioia e di ansietà . La gioia si comprende: nessun capo militare potrebb′essere amato dagli uomini che conduce alla gloria e alla morte quanto è amato Antonio Rosmini dagli uomini che pensano esseme stati condotti alla verità . L′ansietà si comprende meno, ma non è difficile di spiegarla. Il nome dei devoti di Rosmini non è legione. Se la logica imperasse sulle cose umane non sarebbe così e Rosmini avrebbe la venerazione almeno di tutto il clero cattolico; perchè mai, da san Tommaso d′Aquino in poi, non è stato eretto un sistema di pensiero cattolico tanto colossale e solido quanto il Sistema della Verità di Antonio Rosmini; mai a una dottrina più ortodossa corrisposero una vita più santa, una sommessione più intera all′autorità della Chiesa di Roma. È incomprensibile che non sia così, ma l′incomprensibile succede. Un odio implacabile contro il nome di Rosmini, un odio la cui prima origine è misteriosa forse appunto perchè si deve a cause straordinariamente piccole, numerose e attive come i bacilli delle peggiori infezioni, lavora da oltre cinquant′anni nelle viscere della Chiesa cattolica un innaturale lavoro contro il figlio di lei che più operò, nel nostro tempo, per essa. Rosmini ne fu abbeverato di amarezze, malgrado la protezione affettuosa di tre Pontefici, Pio VIII, Gregorio XVI e Pio IX, il primo dei quali ebbe a dirgli, quasi nel nome di Dio, parole che lo indussero a pubblicare il Nuovo saggio sull'origine delle idee, fondamento e germe di tutta l′opera sua posteriore. Avversari anonimi, mascherati da cattolici zelanti, assalirono con furore la sua dottrina. Si ottenne che sopra due opuscoli suoi, tutti faville di buon zelo e di eloquenza, le Cinque piaghe della Chiesa e La Costituzione secondo la giustizia sociale, venisse calcato lo spegnitoio dell′Indice. L′intera sua opera filosofica che gli aveva meritate le lodi altissime di Gregorio XVI, si cribrò parola per parola, durante tre anni e mezzo, da una

 

Commissione ecclesiastica, per effetto di maneggi che fortunatamente non riuscirono a corrompere la equità nè a turbare il senno degli autorevoli giudici. L′odio che moveva tutto questo parve una varietà particolarmente maligna dell'odium theologicum e trovò ascolto perfino la voce che accusava un potente Ordine religioso d′avere attentato alla vita del santo filosofo col veleno. Accusa mostruosa e stolta, senza dubbio, se per veleno s′intendeva una sostanza che si può mescere al caffè o al brodo per procacciare la morte, e non una sostanza colla quale si può soltanto predisporre artificialmente, versandola in acconcie parole, il danno, l′afflizione e l′umiliazione altrui. Morto Rosmini nel 1855, Pio IX, che dopo l′assoluzione delle opere rosminiane aveva imposto agli avversari e ai fautori di Rosmini il silenzio, non fu obbedito dai primi. I figli di Rosmini, i membri dell′ Istituto da lui fondato, abbandonarono a Dio la causa del loro padre spirituale e si tennero paghi di adempierne fedelmente gli ordini. I rosminiani indipendenti presero le armi e fecero testa con gran vigore. Vi erano tra loro degli scienziati di primo ordine come lo Stoppani, dei polemisti gagliardi come il Bulgarini e il Buroni. Era un drappello di uomini scelti per integrità di vita, per zelo religioso, per dottrina. Ecclesiastici quasi tutti, ossequenti per dovere, per convinzione, per il precetto e l′esempio del maestro, all′autorità della Chiesa, potevano facilmente aver ragione, in campo aperto, di molti avversari fanatici e ignoranti, ma dovevano necessariamente soccombere quando contro di essi entrava in gioco un potere formidabile al quale avevano giurato di obbedire sino alla morte. La sorte loro doveva somigliare alla sorte di quegl′ invincibili legionari cristiani che ad un cenno dei loro capi posavano le armi e si lasciavano sgozzare. Si fecero tacere i giornali rosminiani a colpi di censura, si levarono le cattedre, nei seminari, ai professori rosminiani, s′impose il silenzio a più di un valente difensore delle odiate dottrine. Queste violenze si commettevano in certe diocesi dell′Alta Italia dove la scuola rosminiana aveva radici più profonde per l′influenza esercitatavi direttamente dallo stesso Rosmini, per l′azione passata di vescovi favorevoli, per la maggior cultura del clero. Roma serbava ufficialmente un contegno corretto. I caratteri della solenne sentenza di assoluzione e del precetto di Pio IX, non interamente cancellati dal tempo e dalle stagioni perverse, erano ancora visibili e autorevoli in Vaticano. L′influenza dei diciannove fra cardinali e consultori dell′Indice, dotti fra i più dotti, che avevano assolto Rosmini, non poteva essere del tutto spenta. Appunto per questo i microbi dellodium theologicum lavorarono in Roma il loro più accanito e pertinace lavoro. Perforarono da capo in ogni senso le opere dimesse di Rosmini, si gittarono con particolare avidità sulle sue tre grandi opere postume, la Teosofia,^ lAntropologia soprannaturale e il Commento all′introduzione del Vangelo secondo Giovanni, che, naturalmente, non avevano l′odore antisettico del Dimittantur, Il frutto delle loro fatiche si vide improvvisamente nel 7 marzo 1888, quando durante le feste per il giubileo sacerdotale del Santo Padre, comparve il decreto Post obitum in cui erano condannate quaranta proposizioni estratte dalle opere di Antonio Rosmini.

Noi non abbiamo a soffermarci su questo famoso decreto, termine di una procedura condotta segretamente, senza intervento della difesa, tale che si disse averne pianto cardinali e vescovi punto rosminiani in filosofia, ma devoti all′onore della Santa Sede e alla salute delle anime. Vi ha sopra di esso una intera letteratura. L′Istituto della Carità non uscì dal suo silenzio che per piegarsi con umile mansuetudine all′autorità del Sant′Ufficio. I rosminiani pugnaci non posarono, nel loro dolore, le armi, si affrettarono a porre fuor di questione l′autorità venerata del Sommo Pontefice, sostennero ch′egli era stato tratto scientemente in errore, esaminarono una per una le proposizioni condannate, nove delle quali appartengono alla Psicologia, alla Teodicea, alla Introduzione alla filosofia, alla Filosofia del diritto, al Trattato della coscienza, opere assolte da Pio IX col decreto 3 luglio 1854, dove il Pontefice dice di avere pronunciato così une vel novae in posterum accusationes ac dissidia, quovis demum obtentu, suboriri ac disseminari possine. È notevole che l'Antropologia soprannaturale uscì senza uno sfregio, benchè postuma, dalla terribile prova. Dev′essere di diamante.

Comunque si pensi intorno alla buona o alla mala fede con la quale si ruppero i serrati ragionamenti rosminiani e se ne staccò una quarantina d′anelli che vennero poi manipolati audacemente per uso del Sant′Uffizio, non pare dubbio che i nemici di Rosmini avrebbero fatto meglio, nel loro proprio interesse, a rispettare il decreto di Pio IX e sfogarsi sulle opere postume. Essi prepararono a sè un giudizio severo e amaro nel giorno in cui, secondo le parole profetiche di monsignor Lorenzo Gastaldi, arcivescovo di Torino, “i teologi e gli storici lavoreranno per difendere la Santa Sede riguardo a Rosmini come ora lavorano per difenderla riguardo a Galileo, benchè senza riuscire a chiudere almeno la bocca o a spezzare la penna agli avversari. ”

Intanto fecero suonare a festa tutte le campane della loro stampa. Roma aveva parlato, Rosmini era finito. I buoni cattolici che non lo conoscevano lo ebbero per un lebbroso, i timidi lo abbandonarono. Si prese il suo nome per farne un nome di eresia. “Noi abbiamo il mal costume del clero, ” disse un vescovo dell′antico Stato pontificio a un mio amico lombardo, “ ma voi avete il rosminianismo.” I discepoli più fedeli e forti, accorati, affranti, sparivano ad uno ad uno. Il più illustre di essi, Antonio Stoppani, si era fatto iniziatore di un monumento al maestro in Milano. La generosa proposta non morì con lui e condusse a ciò che parve la risurrezione di Rosmini in un metallo vittorioso dei secoli e delle tempeste. Ma il fatto non si compiè senza contrasti gravissimi e alla sottoscrizione per il monumento a Rosmini fu contrapposta in Milano una sottoscrizione in onore dell′apostata convertito che, invece di chiedere nella solitudine perdono e oblio, aveva osato scagliarsi contro il santo eremita di Stresa.

Ecco perchè lo stremato drappello rosminiano trepidava nell′attesa del giorno in cui la memoria di Rosmini avrebbe dovuto glorificarsi. Fu ventura che la I. R. Accademia degli Agiati di Rovereto prendesse l'iniziativa della commemorazione centenaria. L′Accademia potè fornire all′adunanza dei rosminiani un eccellente locale appartato, grave e rispettabile nellaspetto, munito di parafulmini, protetto ufficialmente da tale stemma che alla parte imperante dal 1849 nella Chiesa e nemica di Rosmini ricorda passate dolcezze di amori tanto più dolci quanto meno legittimi. I rosminiani vi si accolsero, v′invocarono lo spirito del maestro che parve infatti discendere sopra di essi, consigliere di prudenza, di mansuetudine e di pace. Saettati di acerbe parole dall′alto, non si difesero; invitarono a sè prelati e principi della Chiesa, che per altezza d′ingegno e di animo, per qualche segno esterno del pensiero davan loro speranza di non essere ostili al Rosmini; non si dolsero delle mancate risposte, portarono in pace di non aver compagno dell′opera loro listituto della Carità. Pensarono un modo di commemorazione molto quieto e semplice, un libro che illustrasse la dottrina e la vita di Rosmini, un albo di aderenti alla festa, un′adunanza solenne dell′Accademia. Si proposero di por giù, scrivendo il libro, la memoria delle offese, di uscire inermi davanti ai loro potenti avversari, cantando l′inno della propria fede e del proprio amore; e così fecero.

L′adunanza fu tenuta in Rovereto il due maggio e parve appena un episodio della giornata lieta per festose dimostrazioni di popolo. Nembi di magnifici fiori piovvero intorno alla statua del filosofo quasi a restituirgli la sua debita corona di gloria innocente. Fiori si gittarono pure dalle finestre sul capo degli attoniti discepoli suoi, abituati a tutt′altro. Gli abiti neri, le cravatte bianche delle autorità cittadine e accademiche si perdevano nella folla che gremiva le vie della piccola graziosa città e si accalcavano sotto gli archi effimeri che agli ospiti rosminiani dovettero apparir simbolo del futuro trionfo. Per incarico dell′Accademia il senatore Lampertico parlò del Rosmini a un gran pubblico vibrante che moltiplicava gli echi della sua eloquente parola. Lo stesso pubblico seguì avido e ardente il dotto prof. Lilla dell′Università di Messina sulle altezze più vertiginose della filosofia rosminiana. Devoti pellegrini salirono le scale del palazzo dove la veneranda cognata di don Antonio veniva mostrando le reliquie di lui e si commoveva ancora nel ricordo di averlo veduto, di nascosto, pregare : una visione di cielo, diceva. Nel giorno stesso si distribuirono i primi esemplari del libro intitolato Per Antonio Rosmini nel primo centenario della sua nascita, due poderosi volumi di oltre a cinquecento pagine ciascuno, opera di una trentina di scrittori italiani e stranieri che vi trattarono di Rosmini nel suo carattere morale, nella sua vita, nelle fonti e nelle maggiori linee della sua dottrina filosofica, nel valore di questa dottrina rispetto ad altre, nella luce irradiata da lei sul diritto, sulla pedagogia, sull′economia politica, su certe questioni sociali, sulla letteratura. Alcuni, come lillustre filologo Stefano Grosso nel suo elogio elegante e nelle vigorose epigrafi, vi resero all′uomo grande un omaggio di carattere universale. Di costoro fui pure io. La figura di Antonio Rosmini ritratta da me in brevi proporzioni si ricompose tanto maggiore e più simile al vero nel complesso degli studi ove i colleghi miei la vennero considerando a parte a parte, che non occorre affatto a chi considera questa figura nella pubblicazione commemorativa soffermarsi sull′opera mia, ed è quindi facile a me parlare qui dei due volumi come se non vi avessi avuto parte alcuna. Essi costituiscono l′atto più importante del Comitato rosminiano, il più degno e durevole omaggio a Rosmini. Sono la energica manifestazione di una scuola compressa che reagisce vittoriosamente nel nome del suo glorioso capo. Da molto tempo, io credo, non s′era visto nel campo alquanto romito e tranquillo della filosofia italiana un movimento grosso come l′avanzata di questo gruppo d′uomini; e quando gli organi maggiori dell′attività intellettuale italiana non fossero in dovere di ricordare Antonio Rosmini nell′anno del suo centenario, essi avrebbero pur sempre a occuparsi di un metafisico morto che opera il miracolo di far pubblicare in Italia, nell′anno di grazia 1897, mille e cento pagine intorno alla sua dottrina e alla sua vita.

II.

Un poeta della vecchia scuola, dato allo spiritismo accademico, avrebbe facilmente vedute nella sala degli Agiati, a mezz′aria, alquante grandi ombre che nessuno vide, ma che molti nominarono nel loro cuore. Avrebbe veduto sopra il seggio che il vescovo di Trento non venne a occupare una presidenza spettrale dei tre Papi ammiratori di Rosmini e sopra le autorità civili e militari una gloriosa riga di fantasmi: il gran vecchio Manzoni, contrito in viso, non senza malizia, per la presenza di tutti noi che ci siam sobbarcati a parlare di Rosmini quando egli confessò che a lodar degnamente “ quell′uomo unico ” non gli bastava l′ingegno: il buon vecchio Mamiani che, dimenticando le aspre contese, chiamò Rosmini “gloria estrema e purissima della misera Italia ”: il cieco vecchio Tommaseo che poneva Rosmini sopra tutti i filosofi antichi e moderni, toltone il solo san Tommaso d′Aquino: il pugnace vecchio Bonghi che a nessuno s′ inchinò riverente quanto a Manzoni e a Rosmini.

Avrebbe veduto, a destra e a sinistra delle tiare, i cappelli degli eminentissimi Zurla, Morozzo, Nembrini,  Ostini, Castracane, Gonzales, Tosti. Wiseman, Newman, Hohenlohe e altri molti, le mitre degli eccellentissimi Pyrcker, Sardagna, Ferrè, Bertolottì, Gastaldi, Tizzoni, e altre molte, innumerevoli chieriche di preti e monaci devoti a Rosmini. Noi che non abbiamo pensato a evocare poeticamente i morti, non potemmo però a meno di desiderare moltissimi vivi che debitamente onorano Rosmini in Italia e fuori e non erano nella sala. Ci avremmo voluto il filosofo americano Davidson, il vescovo francese Hugonin, il professor Segond, il professor

Kraus, e persino, se avessero avuto il coraggio di venire, i gesuiti inglesi redattori del Month, che riconobbero come tomisti e rosminiani lavorino del paro sulla base più pura della dottrina cattolica e come le loro dispute conducano a porre in luce la bellezza di quella dottrina, purchè sieno condotte secondo uno spirito di vicendevole stima. Ci avremmo voluto con altri collaboratori della pubblicazione rosminiana il Sernagiotto che vi ha sugli ammiratori di Rosmini un eccellente scritto del quale mi giovo in questo momento. E fuori della sala, sulle ampie scale, nell′atrio del palazzo, nelle strade che lo circondano avrebbero dovuto trovar posto e udire almeno il fragore degli applausi, a titolo di benemerenza involontaria, tutti coloro che più strillarono contro Antonio Rosmini, che più ne perseguitarono i discepoli, che inventarono, a scopo d′oltraggio, la parola rosminianismo, che s′arrabattarono per ottenere la condanna delle quaranta proposizioni, che insomma più fecero suonare fra le obliose moltitudini italiane il nome di Antonio Rosmini, come se non intendessero il latino di quelle parole che Niccolò Tommaseo prese da Cicerone per ripeterle appunto sulla tomba di Rosmini : « IIlustrabit, mihi crede, tuam magnitudinem hominum iniuria. »

La riunione di Rovereto ebbe infatti, probabilmente, un′importanza superiore a quella che sperarono i suoi stessi promotori. Il sole, che nell′ora della cerimonia accademica uscì impensatamente da nuvoli tempestosi a sfolgorare la città nella sua verde conca incoronata di nevi recenti, potè simboleggiare la presenza misteriosa di una Volontà benigna che predispose la nascita e la glorificazione di Antonio Rosmini nel tempo più opportuno per l′una e per l′altra. Rosmini nacque consulibus Locke et Condillac, quando fioriva la dottrina che ripete ogni conoscenza umana dai sensi; e si trovò in età da portare le armi contro di lei quando essa non possedeva più il vigore nè le malie della sua rinnovata giovinezza, cosicchè

Gliene die′ cento e non sentì le diece

come si disse quando l′oscuro abatino roveretano assalì con impeto il sensismo nell′opera celebrata di Melchiorre Gioia. E l′ora della glorificazione sua appare sul quadrante del secolo moribondo proprio quando il materialismo decade, quando la scienza va segnalando nel suo cammino confini di mistero invincibile, quando contro lagnosticismo spenceriano si disegnano due movimenti opposti, una reazione metafisica e un inesorabile neokantismo che nella sua critica rigorosa della ragione le nega persino il diritto di affermare lInconoscibile. Il neo- kantismo, la filosofia della disperazione intellettuale, finisce necessariamente con toglier valore alle sue proprie affermazioni e negazioni, riesce ad annichilarsi da sè; e la reazione metafisica è ancora debole, confusa, incerta, risponde sopratutto alla sentimentale nostalgia d′infinito che richiama lo spirito moderno alla sua origine soprasensibile, ha bisogno di ordinarsi su basi rigorosamente scientifiche e non potrebbe trovarne una più adatta che il principio fondamentale della filosofia rosminiana. Il desiderio d′infinito che agita e tormenta le anime umane non può spiegarsi meglio che con la presenza di un occulto elemento divino nell′intelletto e il principio fondamentale della filosofia rosminiana pone appunto questa presenza.

Lo ha magistralmente scolpito nell′ entrata del primo volume il prof. Giuseppe Morando, l′autore di Ottimismo e Pessimismo, e dello studio sul libero arbitrio, che si è misurato in un torneo d′armi con Gaetano Negri, ottenendo il rispetto e la simpatia del suo nobile avversario. Il Negri, quando s′incontra sul terreno con un rosminiano così forte, dopo un cavalleresco saluto, dopo un gioco serrato di spada e una fulminea puntata al cuore, gli dice sorridendo: “credevate sul serio, amico mio, che fra tanti famosi artefici di chiavi metafisiche per aprire il mistero dell′Universo, fattisi avanti da Pitagora in poi, proprio lui, Rosmini, abbia trovato l′ingegno buono?” Ora gl′ interpellati pretendono che la punta avversaria, invece di penetrare in cavità, si ritorce sopra sè stessa e professano di preferire la gloria della verità alla gloria di Rosmini. Si studiano di mostrare ch′egli non è stato nè il solo nè il primo a pensare il principio sul quale tutta l′opera sua sorge. Amano di renderne onore a Platone, di scoprirlo nella visione metafisica del Verbo che faceva riverenti i neo-platonici di Alessandria a san Giovanni l′Evangelista. Il Morando e il Morelli lo estraggono da san Tommaso e ampiamente lo illustrano con le parole dell′Angelico. Il Lilla si sforza di trovarlo adombrato in Aristotele e in sant′Anselmo d′Aosta. Si evocano san Giustino, san Gregorio Nazianzeno, sant′Agostino, san Bonaventura, perchè rivendichino i loro diritti di priorità sulla teoria che prende il nome da Rosmini. Si domanda a Leibnitz s′egli pure non abbia ammesso un lume divino, eterno, innato nella mente. Il Bazaillas ricorda che Rosmini annoverò Malebranche fra i suoi maestri e si compiace di commentare la confessione modesta. Si cita replicatamente una espressione dantesca “Il Ver primo che l′uom crede,” germe, si direbbe, del Nuovo saggio sullorigine delle idee. Per poco la inverosimiglianza indicata dal Negri non si sposta a favore di Rosmini che propone il suo principio con l′appoggio dei più forti pensatori del mondo.

L′importanza di questo principio è enorme e sono appunto gli ipercritici del neo -kantismo che la rendono evidente. Quegl′ipercritici si servono della ragione come se l′uomo non avesse altro lume, come se la ragione fosse in diritto di tutto esaminare e discutere e se ne servono contro lei stessa, le contestano la facoltà di conoscere la esistenza obbiettiva delle cose, di affermare checchessia con certezza. Cosa ne sanno quei cultori delle scienze naturali che si mettono in mente di filosofare e propongono cosmogonie nuove, frutto, a sentirli, della loro scienza? Dotti per un verso, ignoranti per l′altro, combattono in nome della ragione le cosmogonie antiche e non s′accorgono dei loro avversari più formidabili. Neanche passa loro per il capo il sospetto che un′ultima parola dello spirito moderno neghi il valore oggettivo delle loro cognizioni, li metta a fascio come illusi e impotenti con i fondatori di religioni. Nessuna speculazione filosofica si può intraprendere senza accertarsi che la conoscenza umana non è illusione. Questa certezza non può trovarsi che in un elemento assoluto, divino della conoscenza. Galileo fu condannato dal Sant′Ufficio anche per non aver dichiarato bene le uguaglianze intravvedute da lui fra la cognizione umana e la cognizione divina. Curioso incontro dei due grandi perseguitati! Il principio fondamentale della filosofia rosminiana è che luomo non potrebbe trarre dalle sue sensazioni alcun giudizio, non potrebbe attribuire alle cose che cadono sotto i suoi sensi la qualità di essere, se prima ancora di sentire le cose non possedesse lidea dell′essere. L′uomo non potrebbe addirittura pensare senza quest′idea, lume della ragione, criterio della certezza, base d′ogni scienza. Essa non è nata nella sua mente, ma le preesiste, lha resa intelligente come, nel bambino che nasce, la luce corporea rende veggente l′occhio; procede dall′Essere infinito ed eterno, è un′appartenenza divina: Deus cognoscendo se cognoscit naturam universalem entis. Ecco in qual modo Rosmini s′ incontra con Galileo, ecco il fondamento delle cognizioni umane e la risposta alla scettica esclamazione di Pilato: quid est veritas ? Il valore della gnoseologia di Rosmini, della quale si è occupato espressamente il De Nardi, sta essenzialmente in questo, che da un lato essa rende all′idea la sua divina origine e risponde dall′altro alla legge del minimo mezzo, divinizza la sola idea dell′Essere, distrugge quella specie di politeismo ideologico per il quale si vollero moltiplicare le idee prime a somiglianza delle misteriose Madri vedute dal pensiero antico al disopra dell′Olimpo, riconosciute e onorate per lultima volta dal grande pagano Goethe. Il Petrone che in poche pagine di molta bellezza illustra i pregi dell′ideologia rosminiana nell′ordine intellettuale, accenna, sul finire, al suo valore morale, dimostra come se per Kant il passaggio dalla ragion pura alla ragion pratica fu un passaggio della Beresina, invece la teoria rosminiana della conoscenza illumini mirabilmente la sostanziale unità del Vero e del Bene. È possibile rendere ancora più evidente la grandezza morale dell′idea sovrana di Rosmini rispetto allo scetticismo kantiano, “ Se avessero ragione gli scettici, se la verità non fosse che una nostra creazione”, scrive il Roveretano in un passo opportunamente citato dal Solimani nel suo studio Rosminianismo materialismo, “ noi stessi avremmo un pregio maggiore della Verità , essa dovrebbe servire a noi non noi a lei, potremmo tranquillamente sacrificare in nostro vantaggio questa nostra creatura, i precetti morali, non essendo veri per sè, non potrebbero obbligare luomo e insieme con lobbligazione morale perirebbe la scienza, poichè la scienza chiamasi scienza solamente per questo che reputasi vera d′una verità immutabile, al tutto indi pendente dagli uomini ”.

III.

Pilato domandò a Cristo: “cosa è la verità?” e non attese, nel suo scetticismo, risposta. La scienza moderna che non sa di metafisica e non vuol saperne, che dalla morte di Rosmini in poi ha fatto nello studio della natura fisica progressi meravigliosi, quando vuol fare della filosofia si domanda di preferenza: cosa è luomo? Il maggior movimento scientifico moderno, levoluzionismo, manifestatosi clamorosamente quattro anni dopo la morte di Rosmini, ha posto a rumore il mondo con la sua violenta critica della tradizione circa l′origine dell′uomo, con l′audacia delle sue ipotesi e col movimento filosofico che ha generato. È per opera sua che la domanda “cosa è l′uomo?” ha virtù di appassionare il mondo moderno più forse di qualsiasi altra ed è per opera sua che nella maggior parte delle risposte non si fa la debita distinzione fra le origini dell′uomo e la sua natura. Coloro che conoscono Rosmini solamente di nome e sono molti anche fra le classi colte, persino, assevera lo Zanchi, fra gli studiosi di filosofia, possono figurarsi che lopera sua filosofica sia scarsa d′interesse perchè anteriore al movimento filosofico che procede dalla teoria dell′evoluzione e ha il suo culmine nell′opera colossale di Herbert Spencer, Ora questo non è vero. Il professore Zanchi, nel suo fortissimo studio intitolato L′uomo nella natura secondo la filosofia di A. Rosmini, di fronte alle dottrine dei moderni positivisti, dimostra la superiorità della dottrina di Rosmini sulle dottrine che sono una riproduzione travestita degli errori di Hume, di Locke, di Condillac, combattuti dal Roveretano con logica invitta. La ideologia di Rosmini conduce inoppugnabilmente alla presenza nell′uomo di un principio spirituale.

Tra questo teorema e le scienze fisiche non vi ha connessione necessaria per cui nessun progresso scientifico lo può toccare. Per quanto riguarda il problema della vita e le origini umane, il genio di Rosmini ha dato lampi che ci rivelano orizzonti più vasti e più nuovi di quelli che la filosofia evoluzionista ci chiamò a contemplare. Nell′ultimo volume della Sociologia, Herbert Spencer, prossimo alla fine della sua carriera, espresse il dubbio che tutta la natura sia vivente. Ora il filosofo di Rovereto induce dalla costituzione dei corpi, con raziocinio sottile e potente, che tutta la natura è animata, che vi ha in essa una perfetta continuità, che la vita elementare ascende alla vita organica, e la vita organica, di grado in grado, a specie sempre più alte, che quando l′organismo predisposto all′umanità giunge alla sua massima perfezione, un raggio divino di verità gli si fa presente e gli dona l′intelligenza. Una dottrina così rispondente a priori alle ipotesi che nuove osservazioni di fatti hanno inspirato dopo il suo apparire, viene ad accrescere grandemente la probabilità delle ipotesi. Il movimento evoluzionista non ha oltrepassato Rosmini. È invece Rosmini che lo precede. Se la ipotesi sulla origine delle specie e del corpo umano potrà un giorno venir dimostrata vera, il miglior modo, per gli spiritualisti, di schiacciar l′orgoglio del materialismo scientifico, sarà di stringere alleanza con Antonio Rosmini.

IV.

Il germe di verità fondamentale che Rosmini accolse, giovinetto ancora, nella sua mente, non è nuovo, come sè visto; ma egli fu il primo a trarne un organismo immenso e regolare, un ordinato sistema di verità. Lo Zoppi, il Bricoli, lAllievo, il Cottini hanno esposte nella pubblicazione commemorativa il pensiero di Rosmini nel campo dell′economia, del diritto, della pedagogia. È impossibile dar conto della egregia opera loro in un articolo di Rivista. Mi basta indicare all′attenzione dei lettori le pagine notevolissime dello studio intitolato Antonio Rosmini e leconomia politica, dove lo Zoppi dimostra con quale piena conoscenza della personalità umana, con quale nettezza ed efficacia Rosmini abbia contrapposto allidea socialista la dottrina della libertà nella sua form a più elevata. È questo il luogo d′indicare una lacuna non indifferente nella pubblicazione del Comitato. Avrebbe dovuto trovarvi posto la esposizione delle idee di Rosmini in fatto di diritto costituzionale; e il solido, poderoso scritto dove Eugenio Monzini, poco prima di morire col nome di Dio e di Rosmini sul labbro, rese un commovente omaggio al maestro, tocca bensì, trattando del suo pensiero civile, l′argomento, ma non vi entra di proposito. Il progetto rosminiano di Costituzione per l′Italia, pubblicato cinquant′anni sono, può leggersi tuttavia con frutto, singolarmente nella parte che riguarda le relazioni della Chiesa con lo Stato. L′opuscolo è un documento insigne dell′animo di Rosmini. I suoi due grandi amori, lamore della Chiesa e l′amore dell′Italia, vi parlano il linguaggio della passione più ardente. Al disopra della passione splende il senno luminoso del pensatore; non però tanto al disopra che qualche volta non paia rimanerne offuscato. Il pensatore s′innalza sino a vedere che il primo articolo del nostro Statuto non è opportuno e a consigliarne l′abbandono; per la religione cattolica egli non reclama che libertà. Ma nello stesso articolo che propone per proclamare la libertà della Chiesa e la sua piena indipendenza dallo Stato, il cattolico ardente, afflitto dallo spettacolo d′un episcopato inferiore alla sua missione, inserisce una disposizione opportunissima per sè, appoggiata alle antiche tradizioni della Chiesa, ma impossibile a prendersi da principi o da Parlamenti: “Le elezioni dei vescovi si faranno a clero e popolo secondo l′antica disciplina, riservata la conferma al Sommo Pontefice.” È questo per Rosmini il solo modo di restituire alla Chiesa i suoi grandi vescovi e ciò gli fa oltrepassare i legittimi confini dei diritto dello Stato un momento dopo averli posti. Li oltrepassa qui per modificare la costituzione ecclesiastica in senso democratico e liberale; non li oltrepassa mai per andar ad assistere la Chiesa in materia religiosa. Convinto che lo Stato deve onorare la Chiesa e non proteggerla, egli propone, pur di affermare il suo duplice intento, disposizioni superflue come la seguente che riguarda la stampa: “La Chiesa conserva il diritto di imporvi una censura, ma senza che sia sanzionata da alcuna pena da parte dello Stato”. Il pensiero che deputati acattolici entrino in Parlamento, che il loro voto possa influire, sia pure indirettamente, sugl′interessi religiosi del paese, lo turba. Gli si affaccia una folla di obbiezioni, ma egli resta padrone di sè, s′interdice d′indicare la fede religiosa fra le condizioni dell′eleggibilità politica e abbandona la questione al sentimento degli elettori. Se propone che gli enti ecclesiastici concorrano alle elezioni politiche, li mette però in questo a paro con tutte le persone morali che contribuiscono qualche imposta diretta all′erario dello Stato. Il progetto di Costituzione è certamente assai discutibile nella rigida ed estrema applicazione del criterio del censo alle circoscrizioni politiche, nel rifiuto del mandato legislativo ai ministri, nel divieto fatto al Re e ai suoi figli di contrarre matrimonio senza l′assenso delle Camere, disposizione, quest′ultima, che potrebbe sacrificare doveri morali e religiosi all′interesse politico e fornisce una nuova prova della cura estrema con la quale Rosmini intese dare allo Stato tutto che si appartiene allo Stato. Nel suo complesso il progetto porta l′impronta della mente originale che lo concepì. Mentre istituzioni liberali s′importavano frettolosamente di Francia in Italia, Antonio Rosmini, premessa una severissima critica delle Costituzioni di tipo francese, si studiava di contemperare nel suo progetto le ragioni del diritto eterno, il religioso rispetto della libertà e della proprietà con il rispetto ragionevole delle condizioni reali d′Italia. Giunse a consacrare nella sua costituzione il diritto di proprietà sulle opere dell′ingegno, a guarentire la libertà d′insegnamento, commentando l′articolo relativo con alcuni periodi così lucenti e fieri che non posso a meno di citarne il primo: “ È un diritto prezioso della natura umana che chi sa possa insegnare altrui senza incontrare proibizioni, intoppi, moleste formalità dalla parte del Governo, giacchè gl′impiegati del Governo in punto di verità e di scienza non hanno alcun titolo che li privilegi sopra gli altri cittadini e l′autorità civile è incompetente in tali materie dove altro non vale che la pura ragione e, per le cose divine, il magistero della Chiesa. ”Il suo giudizio intorno agli ordini politici più convenienti all′Italia si trova nel discorso sull′unità d′Italia, dove Rosmini pigliò le mosse da uno stato di fatto che si esprime da un lato con l′esistenza di quattro principati italiani, uno de′ quali, il Piemonte, in via di formazione e prossimo ad aggregarsi la Lombardia, la Venezia, Modena e Parma; dall′altro lato col pubblico sentimento che nell′aprile del 1848 il Governo provvisorio di Milano proclamava in questi termini: “I popoli d′Italia vogliono fare un Congresso in Roma per aver una sola finanza, una sola moneta, una sola legge civile, commerciale e penale, un solo voto di pace e di guerra ”. Disegnò quindi uno Stato federativo, simile nella sua forma generale a quello che ventidue anni più tardi sorse di là dalle Alpi e del quale nessuno dubita che abbia efficacemente incarnata l′unità germanica. Rosmini non era però un federalista alla maniera di Carlo Cattaneo; Rosmini era unitario nell′anima e la forma federativa gli parve opportuno avviamento a un “continuo e magnifico progresso” dalla molteplicità degli Stati verso lo Stato unico ch′era nella cima de′ suoi pensieri come tutti possono intendere che leggono con attenzione il Discorso sulla Unità d′Italia.

V.

A una delle tante curiose dame intellettuali d′oggi, ripugnanti alla fatica, che mi dicesse: “Indicatemi qualche pagina di Rosmini ch′io possa intendere e valga a darmi un′idea della sua mente” risponderei: pigliate le pagine della Storia dell′amore e della Filosofia del diritto, citate dall′Alessio nel suo capitolo Rosmini e la donna. Mescolatele, fondetele, sottoponete la miscela ad analisi; troverete il teosofo, lo psicologo, il fisiologo il dialettico e vi troverete anche il santo, ma un santo diverso da quello che probabilmente vi figurate voi. Troverete l′ uomo puro che tutto esamina e per il quale fu scritto: omnia munda mundis. Se avete letto la Kreutzersonate di Tolstoi e vi ha turbata, ve ne ristorerete qui. Vedrete come Rosmini trovi la pura, divina origine dell′amore fra l′uomo e la donna nell′atto amoroso di Dio che li creò e come dimostri che la generazione non offende la purezza dell′amore, perchè è operazione del principio attivo animale il quale opera nella materia con azione sua propria. Il principio attivo animale non è altro che l′anima e la generazione è quindi un atto dell′anima. Ora la parte intellettuale e morale dell′anima che ha il più intimo nesso con la parte sensitiva, comunica nell′atto generativo le proprie disposizioni a questa. Da una profonda conoscenza della natura umana, da una teoria mistica sull′origine dell′amore, Rosmini deduce conclusioni conformi al senso comune dell′umanità, alle leggi evidenti della natura, alla grande poesia del vero.

Avrei potuto dire che analizzando questa concezione rosminiana dell′amore vi si trova pure un principio di grande poeta non venuto a maturità. Sulle facoltà poetiche di Rosmini e sul valore dei versi che abbiamo di lui ho espresso il mio pensiero altrove, rilevando appunto una specie di contraddizione fra la grandezza di quelle e la mediocrità di questi. Certo quanto ci viene esponendo l′illustre professore Kraus circa gli studi danteschi di Rosmini e il profondo intelletto ch′egli ebbe del Poema Divino ci sorprende assai meno dell′alta competenza con la quale questo straniero parla delle cose nostre. Come Rosmini abbia inteso l′ufficio della poesia in generale e nel tempo presente in particolare, si propone di chiarirlo il Bellezza nel capitolo pieno di calore e di erudizione che intitolò Antonio Rosmini e la questione letteraria nel secolo XIX. Lo scritto del Bellezza potrebbe dare materia a un volume di estetica letteraria, tanta sostanza d′idee vi ha raccolto il geniale autore. Non so tuttavia se qualche sua osservazione, qualche sua importante e diffusa nota, non possa generare un equivoco abbastanza grave. Secondo il Rosmini “la letteratura e la poesia debbono avere a oggetto le cose vere colla verità alla quale sono congiunte, e il verosimile”. Ora questo principio si può applicare in due modi. Si può intendere che ogni opera letteraria e poetica deve avere uno spirito di verità, di quella verità eterna, infinita, il cui splendore centrale illumina al poeta le anime e le cose per modo chegli s′innamora del vero e lo cerca, lo coglie nel fondo del più vile come del più nobile cuore umano, nei più comuni come nei più singolari aspetti delle cose con la stessa intima gioia, per rinnovarlo in sè, per elaborarlo nel sentimento proprio, nella forma della propria mente, per riprodurlo nella propria immaginazione anche solo in quanto è nesso, corrispondenza di persone e di cose immaginate con le leggi della natura spirituale e fisica, ossia in quanto non è vero ma verosimile. Vi è poi un altro modo d′intendere il principio rosminiano, un modo che chiamerei letterale e che conduce alla stretta visibile alleanza della poesia con la scienza. Ora il concetto sovrano della poesia e del poeta è il primo, senza dubbio anche a giudizio di Rosmini. “ Ciò ch′è divino,” egli scrisse, “e che luce nel seno del mistero, è come il comune alimento per il quale il filosofo e il poeta vivono immortali”. La poesia visibilmente alleata con la scienza non può avere che un valore secondario. Questa distinzione non appare abbastanza nello studio del Bellezza. Il suo apprezzamento della poesia scientifica è diverso da quello ch′espressi testè per mio conto e si può dubitare per qualche sua frase ch′egli veda nella poesia scientifica l′indirizzo avvenire dell′arte secondo il cuore di Rosmini. “Fra tutti i nomi,” egli scrive a proposito della poesia scientifica, “ il più bello e degno di venir evocato quando si parla del Roveretano, nome caro alle lettere non meno che alle scienze, è il nome di Antonio Stoppani”; e cita una poesia dello Stoppani dove sono descritti i principali fenomeni dell′ epoca glaciale. Ora coloro stessi che solo conoscessero il Rosmini per questo studio del Bellezza osserverebbero subito che, salva la riverenza dovuta allo Stoppani, il nome più bello e degno di venir evocato insieme a quello del Roveretano è il nome, sacro pure al Bellezza, di Alessandro Manzoni, nel genio e nell′opera del quale s′incarna quel primo luminoso concetto rosminiano del poeta e della poesia.

VI.

Il Bene, ha detto Platone e ha ripetuto Rosmini, tende di natura ad espandersi, a comunicarsi e perciò il Vero procede da un sommo, originario Bene, che ha dato lessere alle cose. Possiamo aggiungere che il sommo Bene, amando lessere, lo richiama a sè. La natura morale di Antonio Rosmini, grande indagatore del vero, ci porge quasi un′immagine, un′ombra di questi misteri. Il sentimento del Bene è il principio e il fine del suo lavoro filosofico. Il suo genio si manifesta negli anni dell′infanzia come ardore di carità e gli ultimi splendori che manda sul letto di morte sono splendori di carità . “È pur meraviglioso,” esclama il Billia nel suo studio sul carattere morale di Rosmini, “quest′uomo che vive appena cinquantott′anni, colla salute rotta più di trenta, che prega tre ore al giorno, che interrompe le sue scritture per andar a confessar un povero, che sta un anno nell′alta politica, e due anni operosissimo parroco, detta gli statuti e l′ordinamento di un Istituto medico nuovo nel concetto e nell′opera, fonda e governa un Istituto religioso che ha per iscopo e per esercizio la carità in tutte le sue forme e intanto scrive centodieci fra opere e opuscoli, e forse un ventimila lettere e lettere come le sue ”. Il Billia avrebbe anche potuto dire qui delle immense letture sacre e profane, scientifiche e lettera" rie di Rosmini, de′ suoi forti studi di fisiologia e di matematica, dell′avidità intellettuale che lo portò ad occuparsi anche di magnetismo, a leggere tutto che gli capitava tra le mani, anche romanzi. I due volumi commemorativi non contengono una vera e propria biografia di lui. Il Grabinski, il Biadego, il Rusconi, il compianto prof. Ferrai hanno lumeggiato importanti periodi della sua vita e altro n′è detto nel primo capitolo dell′opera. La vita di Antonio Rosmini non altro fu che una costante, regolare irradiazione visibile del principio fermo nel centro del suo spirito come principio di verità . La sua formola della sapienza, il riconoscimento pratico dell′essere nell′ordine suo, formola ch′esprime la esplicazione logica della scienza dall′ intelletto nell′atto, è la generatrice di tutte le sue azioni. Il vero carattere della filosofia è di risolversi in una norma della vita. Così la intesero gli antichi e la distinzione che una scuola moderna introduce per bocca di Haekel fra il materialismo scientifico e il materialismo morale protestando di non voler passare dal primo al secondo, si trasforma in una fortissima obbiezione contro quella scuola. Oggi il Balfour s′illude quando sul principio del suo celebrato libro The foundations of belief afferma che tutte le scuole vanno a gara nel rendere onore alla legge morale. Ciò non è vero. Vi è oggi una filosofia dell′anarchia morale e Federico Nietzsche che vale moltissimo come scrittore e pochissimo come filosofo, ha una scuola di bravi giovanotti i quali si figurano sul serio di avere l′avvenire per sè e fanno buon mercato della vecchia legge morale. La miseranda filosofia nella cui pomposa veste si appartano da noi verrà giudicata e irremissibilmente condannata sul terreno della morale nuova che ne discende e che professano. Invece la filosofia di Rosmini si avvantaggia e si avvantaggerà fra gli uomini, credenti e non credenti, della forma perfetta di bellezza morale in cui si è manifestata praticamente. I credenti trovano e troveranno, meditando la vita di lui, il riconoscimento pratico dell′Essere primo ed eterno in tutta l'attività sua intellettuale, morale e religiosa, nell′ordine intelligente delle sue occupazioni come nel grido supremo che consegnò alla carta: “ Infinito! Ti domando T infinito! ” I non credenti si arrestano e si arresteranno sempre con rispetto davanti alla fede di questo gentiluomo d′antica razza, di questo gran signore che pone tutto se stesso, la persona, l′ingegno, gli averi, al servizio della verità quale il suo intelletto l′apprende e, pur tenendosi in possesso della ricchezza, vive da povero, sacrifica, giovine ardente e forte, l′amore e il piacere, si governa nella vita come nella filosofia, quanto può, secondo ragione; abborre da tutto che al vero è contrario, persino dalle piccole menzogne convenzionali, dalle monetine false comunemente coniate, pagate e accettate per cortesie; tutto è pronto a dare per carità di amici e di patria, meno l′ossequio al vero; non tace il vero, benchè sgradito, ai potenti e in difesa di esso usa la rampogna, l′invettiva e l′ironia, egli mansueto a chi offende la sua persona. Sono molti gli atti magnanimi di lui, le parole che fanno battere il cuore a chi ne ha, creda o non creda nell′essere ideale, creda o non creda nel cristianesimo. Quando Rosmini, uomo santo, consiglia il senatore Arconati Visconti a votare la spedizione di Crimea non solamente perchè ne verrà bene all′ Italia, ma perchè, altresì, è giusto di opporsi colle armi all′egemonia russa, quando disapprova il primo articolo dello Statuto piemontese, quando svela le piaghe della Chiesa cattolica, la vastità e l′altezza della sua concezione religiosa s′impongono a ogni spirito equo. Egli ha dato la misura vera dell′idea cattolica nel campo dell′azione come in quello della speculazione. Leggendo certe fierissime pagine di lui contro i corruttori dell′educazione ecclesiastica vengono in mente le invettive dantesche, ed è naturale che gli ammiratori cattolici del filosofo e del poeta attribuiscano alla Provvidenza il sorgere in Italia di questi uomini grandi, che per la chiara visione di errori e di colpe gravi nel governo della Chiesa non perdettero la fede, come a tanti minori, fuori d′Italia, è avvenuto; ma invece parvero esaltarsi in essa e fanno immortale testimonianza davanti al mondo che quegli errori e quelle colpe non toccano l′elemento divino della loro religione.

Gli ammiratori cattolici di cui parlo si trovano poi qui di fronte ad un enigma. Dante non era un santo, Dante ha usato di tuoni e di fulmini contro il potere temporale dei Papi e la sua riverenza delle somme chiavi, nei versi dov′è professata, non è che una figura retorica. Rosmini era un santo, Rosmini ha dimostrato a fatti la sua devozione alla Santa Sede, Rosmini non ha chiesto al principe di Roma che riforme e voleva farne il Capo onorario della Lega italiana. Pure Dante fu spiegato dal pulpito, è ancora spiegato nei seminari e i chierichetti mandano a memoria le sue invettive come se fossero di Ezechiele o di qualche altro violento profeta, mentre la Congregazione dell′Indice ha posto senza riguardo le mani addosso a Rosmini e alla sua operetta sulla costituzione d′Italia. Quei cattolici debbono pensare che l′esempio di Dante non è un esempio, è un miracolo. Essi sperano forse anche in una futura gloriosa rivincita del Roveretano, pensano ai santi che furono aspramente combattuti nella Chiesa prima di venire assunti all′onore degli altari, sanno o credono sapere che una speranza simile alla loro trattenne i discepoli di Rosmini dal permettere l′autopsia del suo cadavere. Nella valle dove io scrivo queste pagine vive un modesto impiegato privato vissuto fra i registri, la corrispondenza commerciale e le macchine, a cui capitò di fare un viaggetto sul Lago Maggiore e di fermarsi a Stresa. Vi entrò nella chiesa dell′Istituto rosminiano e presso alla tomba di Rosmini provò un′emozione tanto inesplicabile, una così straordinaria trasformazione della sua indifferenza religiosa in fervore, che non dubitò di avere subita lazione sovrannaturale del corpo colà sepolto. Ecco un oscuro pontefice che ha già solennemente beatificato, in cuor suo, Antonio Rosmini.

VII.

L′opera pubblicata dal Comitato del Centenario ha un′appendice preziosa. Meno di due anni sono, Gaetano Negri mi scriveva con parole di grande compiacenza che un tesoro s′era scoperto, del quale avrebbe forse potuto giovarsi il Comitato rosminiano. Pochi mesi dopo, lo stesso senatore Negri presentava al R. Istituto Lombardo una nota con questo titolo: “ Di alcuni dialoghi rosminiani in un manoscritto inedito di Ruggero Bonghi n. Si trattava infatti di cinque dialoghi, uno letterario, pubblicato in parte, e quattro filosofici, tre dei quali inediti, trovati in un diario che il Bonghi tenne nel 1852, sette mesi del quale anno egli passò a Stresa ospite del Rosmini, nella familiarità pure del Manzoni, e del marchese Gustavo di Cavour, fratello di Camillo, coltissimo, fine ingegno. L′intendimento, il valore, la importanza dei dialoghi filosofici furono posti in luce dal Negri con la chiarezza potente ch′è pregio d′ogni sua scrittura e con un tale rispetto per le convinzioni filosofiche e religiose che vi si esprimono, con una simpatia così aperta per il nobile gruppo degl′interlocutori, dove primeggia Rosmini, che gli è dovuta la gratitudine di quanti sono devoti alla memoria del filosofo di Rovereto. I dialoghi vennero acquistati dalla Casa editrice della pubblicazione commemorativa e poterono, malgrado la ristrettezza del tempo, trovarvi posto, grazie alla solerzia veramente meravigliosa del professor Giuseppe Morando che li trascrisse di propria mano da un originale poco leggibile, li arricchì largamente di note, lavorò quattro proemi dichiarativi per i dialoghi filosofici, vi prepose una introduzione generale spezzando ancora una lancia in favore della metafisica rosminiana contro il suo cortese antagonista di passati combattimenti. Soltanto un perfetto conoscitore di tutta l′opera rosminiana, un esploratore sagace del più intimo pensiero di Rosmini poteva far così presto e così bene. Le Stresiane, come piacque al Bonghi intitolare questi dialoghi, meritavano davvero l′ammirazione del Negri e lo sforzo del Morando. Riproducono in parte, come il Morando chiarisce, conversazioni realmente avvenute a Stresa, s′ispirano in parte alla conoscenza grande che il Bonghi ebbe degl′interlocutori. Eccetto quello già pubblicato che tratta della lingua, tutti si aggirano intorno a materie sottilissime, difficilissime. In uno di essi il Bonghi esce a dire che coloro i quali pronunciano che le questioni metafisiche lasciano fredda la mente e agghiadato il cuore, non le hanno assaggiate mai e non le intendono mentre lui lo riscaldano quanto una lirica. E cita Platone che dice come i giovani, quando si apre loro la vista delle regioni alte della filosofia, se ne innamorino. Noi però, soggiunge, abbiamo il naso più lungo che non lo avesse Platone e non secchiamo colla metafisica la gente che non ci ha gusto. Neppur io voglio imbandire ai lettori della Nuova Antologia la metafisica dei dialoghi bonghiani, la quale, distillata, riuscirebbe poi anche dura e pesante più assai che attinta alla sorgente, perchè il vivacissimo ingegno del Bonghi ha saputo snodare, spezzare mirabilmente la sua materia, trarne persino scintille di brio, infonder vita nelle discussioni più sottili e astruse sulla natura Divina, sulla libertà dell′atto creativo. Coloro che nè sanno nè vogliono sapere di metafisica dovranno almeno confessare, se capita loro di leggere le Stresiane, ch′essa può rendere, benchè a loro avviso faticosa e vana, qualche servigio come ne ha reso lalchimia. L′acuto, serrato, sottile argomentare di quei grandi ingegni li riempirà , se intelligenti, di ammirazione. Paragoneranno i finissimi strumenti logici che adoperavano il Rosmini, il Manzoni e lo stesso Bonghi con quei rozzi arnesi che quasi tutti gli scienziati moderni adoperano quando presumono salire dalle scienze fisiche alla filosofia. Dovranno ammettere, se onesti, che malgrado il predominio del razionalismo nell′epoca nostra, l′arte di ragionare è imbarbarita di fronte ai gloriosi, intatti modelli antichi, tanto inesplicabilmente quanto l′arte che ha prodotto l′arco di Costantino di fronte a quella che ha prodotto l′arco di Settimio Severo. Cerchino allora questi ipotetici lettori delle Stresiane se non sia venuto meno nei rudi ragio. natori presenti qualche lume della ragione e forse, cercando, potranno capitare ancora, per altra via, nella scuola di Antonio Rosmini.

VIII.

Il signor Beurlier ha creduto ravvisare nell′opera di un forte pensatore francese notevoli indizi di una evoluzione del kantismo verso il rosminianismo nella filosofia francese contemporanea. Avverrà qualcosa di simile in Italia? Per verità il movimento filosofico è molto scarso nel nostro paese e le malinconiche considerazioni che il Barzellotti ha fatto in un suo recente discorso, intorno alla disistima in cui le classi dirigenti tengono la filosofia, sono pur troppo fondate. Questa stessa rigorosa manifestazione della scuola rosminiana avrà eco? Induce a sperarlo la generale condizione degli spiriti, la reazione contro il naturalismo che si appalesa nelle lettere e in un ritorno di pubblico favore al sentimento religioso, la fiducia nel progresso della nostra nazione che deve condurci a un risveglio degli studi filosofici, se valgono gli esempi delle nazioni superiori alla nostra nell′attività del pensiero come nella economica. Ma l′idea rosminiana non deve solamente lottare con la indifferenza pubblica; ha pure contro di sè la sorda, tenace opposizione di un duplice ordine di avversari. Da una parte sta la falange di coloro che vedono in Rosmini il credente, l′asceta, il prete, il fondatore di un Ordine religioso e ne provano una molestia, un ribrezzo che tolgon loro la libertà del giudizio; dall′altro lato sta la falange di coloro che vedono in esso il propugnatore dell′unità italiana, delle istituzioni liberali e d′una riforma ecclesiastica, il contraddittore formidabile di certi teologi e moralisti e sopratutto il patrono, per così dire, di una specie di opposizione costituzionale cattolica che osa disapprovare l′azione del partito preponderante nella Chiesa. Gli uni e gli altri cercheranno probabilmente soffocare nel silenzio l′opera massima del Comitato, rosminiano. È dubbio che riescano nel loro intento. Non si tratta di un romanzo nè di una collezione di versi, che, se non hanno un successo largo e pronto, affondano, nove volte su dieci, per sempre. Il libro monumento del Comitato non ha potuto a meno di richiamare su Rosmini l′attenzione di molti che amano meditare i problemi più ardui proposti all′ intelletto umano e che conoscono poco Rosmini; nè ha potuto a meno d′ infondere nuovo ardore ai fedeli del filosofo roveretano. L′azione sua continua e si moltiplica per mezzo delle monografie che

lo compongono e, riprodotte a parte, vengono largamente diffuse; azione lenta, poco visibile ma efficace.

Crescit occulto velut arbor aevo

Fama ....

È anche lecito sperare che nè il pregiudizio clericale nè il pregiudizio anticlericale durino eterni. Io ricordo con molta compiacenza il vivo interesse che un illustre fisiologo italiano, positivista, mi esprimeva privatamente per l′opera di Rosmini sul terreno della psicologia. Non può essere lontano il tempo in cui tutte le menti veramente superiori, tutti i pensatori veramente liberi renderanno al genio di Rosmini almeno lomagg io che oggi gli rende Gaetano Negri, e non si periteranno, per le elevate condizioni dell′ambiente intellettuale italiano, di esprimere il loro giudizio in pubblico. Più difficile, ma certamente più decisivo sarà il progresso delle idee rosminiane nel campo cattolico. La conversione degli scribi, dei farisei e delle pecore che li seguono non è possibile finchè da Roma spira un vento contrario a Rosmini, e sulle possibili mutazioni improvvise del vento non è da contare. È invece verosimile che i cattolici migliori comincino a impensierirsi del decadimento intellettuale che si palesa nel cattolicismo, come inesorabile conseguenza dell′opera di un partito attivo e violento nel confiscare la legittima libertà delle coscienze in ogni campo del pensiero e dell′azione, nel deificare, quando gli torna, le persone rivestite d′autorità ecclesiastica, nellimporre alle turbe una rigida disciplina che accresce l′azione della moltitudine e annienta le iniziative individuali, nel proibir loro ogni importazione d′idee liberali, nel sostituire al ragionevole ossequio di san Paolo un ossequio servile. Tutto ciò tende a trasformare la Chiesa cattolica in una specie di vasto impero militare e protezionista, dove le scienze, le lettere, le arti sono condannate irremissibilmente alla miseria. La progrediente inferiorità intellettuale dei cattolici fu riconosciuta nel 1894 dal XLI Congresso cattolico tedesco, e pochi mesi sono il dott. Schell, professore d′apologetica nell′Università di Würtzburg, ritornò sull′argomento e gittò un grido d′ allarme che vuol essere udito in ogni paese cattolico perchè, a giudizio dello Schell, il male è ancora più grave fuori della sua patria. Lo Schell non chiede in sostanza altro rimedio che un maggior rispetto alla libertà, alla dignità, alla ragione umana. Quando i cattolici italiani comprenderanno a questo modo l′interesse della loro religione, sarà per Antonio Rosmini e per le sue idee vicino il momento di ritornare in onore nella Chiesa, secondo la predizione di lui: “Bisogna che io sia prima sepolto e che le mie ossa imputridiscano sotterra.”

Ciò non avverrà senza la valida cooperazione dei discepoli suoi. La immensa opera del maestro, simile a una montagna ricca di sorgenti salutari e di metalli preziosi, è, convien confessarlo, di approccio difficile; qualche nube ne cinge i fianchi eccelsi. Rosmini è qualche volta oscuro, spesso troppo alto per i lettori comuni. Usa un linguaggio maestoso, ma poco moderno, è lontano dall′esercitare, come scrittore, il fascino ch′esercitano la prosa netta e incisiva di Taine, la poetica eloquenza di Renan, lo stile limpido e immaginoso di Herbert Spencer. Per trarre dai principi fondamentali della filosofia rosminiana una vigorosa azione scientifica e letteraria occorrono dei giovani che posseggano due disposizioni essenziali: la modernità della cultura, il talento dello scrivere chiaro e colorito. Se gli aspiranti a continuare l′azione di Rosmini nelle vie della carità vi si preparano sul Calvario di Domodossola, in una silenziosa solitudine, è invece necessario che i continuatori suoi nelle vie del pensiero si preparino là dove la vita sociale e intellettuale della nazione è più intensa.

Il compianto professore Ferrai, nel lavoro Rosmini a Padova, propose d′istituire nello Studio padovano una pubblica lettura della dottrina di Rosmini. La proposta fu ispirata dal desiderio di rendere a Rosmini, discepolo di quello Studio, un tributo d′onore. Auguro che il voto del Ferrai possa compiersi; non è tuttavia da sperarne gran frutto per gli studi se una pubblica lettura della filosofia rosminiana non s′istituirà pure in Roma o in Milano, possibilmente in ambedue questi organi della vita superiore italiana, e se non si potranno avere lettori d′ingegno eminente. Del denaro privato per promuovere la pubblica coltura se n′è sempre speso ip Italia e forse non sempre bene. Si sono istituiti, pare, troppi premi e troppo pochi insegnamenti. In un paese dove con pio e gentile pensiero si è trovato modo di fornire un assegno sufficientemente largo a scrittrici di versi, non dovrebbe esser difficile di raccogliere il fondo necessario per due o tre cattedre d′una dottrina che ha fervidi, indomiti seguaci, a detta dei quali merita il nome di Sistema della verità, impostole dal suo autore. Se ci penserà qualche ricco munifico o se sorgerà con questo fine un′associazione di molti volonterosi, che pare più facile e più desiderabile, ne saranno contenti, oltre ai rosminiani, anche tutti coloro che per l′ esempio dell′Inghilterra e dell′America apprezzano simili istituzioni come indizio di progresso intellettuale e morale; e al Comitato del Centenario toccherà, per tante fatiche, il premio più ambito e più degno.

Parole per l′inaugurazione di un busto

al Conte di Cavour

Parole  per l′inaugurazione di un busto al Conte di Cavour

Era tempo, viva Dio, signori, che anche a noi questo caro, geniale, paterno viso si mostrasse!

Quarant′anni sono, le sciabole superbe del nemico qui battevano il lastrico, a scherno e a sfida. Era allora nel nome di Cavour che l'ira nostra s′infuocava di speranza; era per una parola di Cavour che noi spiavamo di furto i bisbigli del vento di Ponente ; era nella mente di Cavour che noi credevamo con violenta, mistica fede, come in un vaso del Destino dove maturassero i disegni immensi della risurrezione nostra. Noi abbiamo confidato in Cavour come in un profeta, quando, vinte le opposizioni di destra e di sinistra, gittò in Oriente il sangue e l'oro del suo Piemonte; lo abbiamo glorificato come un eroe quando a viso aperto difese in faccia all′Europa il diritto della misera, divisa Italia; quando l′Imperatore Napoleone, afferrato da lui nelle sue viscere italiane, venne, seguendo lui, contro il sentimento, contro gl′interessi della Francia, a precipitarsi con duecentomila baionette sul nostro nemico, abbiamo adorato il conte di Cavour come un onnipotente; ma quando nell′ora amara di Villafranca la sua potenza e il suo cuore parvero spezzarsi insieme e si vide che non era un Dio; quando per noi che restavamo schiavi, Cavour si levò in un furore di angoscia contro il suo Re stesso e rifiutò di segnare l′abbandono dei veneti, allora, nel dolore, lo abbiamo amato come un dolcissimo padre e anche per lui abbiamo pianto.

Se confidammo sempre nel Re leale che seppe in quel cimento signoreggiarsi più del ministro, con quale slancio di gioia e di speranza non salutammo, pochi mesi dopo Villafranca, il ritomo al governo di colui che si era chiamato un giorno il conte Benso di Cavour e ora si chiamava da tutti gli italiani Papà Camillo I.

Iddio che lo aveva eletto a primo ministro di una sfolgorante giustizia sua nell′Italia, che gli aveva dato potere per questo su cuori di principi e su cuori di popoli, sulle sorti delle battaglie, sui venti e sul mare, che aveva cinto di tenebre l′intelletto de′ suoi avversari, Iddio gli diede un premio negato ai maggiori compagni suoi d′opera, al gran Re, all′eroico Generale; lo rapì a Sè, quasi in un turbine, nell′ora della lotta e della gloria, e per pompa funerale gl′impietrò di dolore e di terrore intorno alla bara tutto il suo popolo.

Questa mattina alle sette si sono compiuti trentasei anni dall′ora terribile. Noi eravamo schiavi ancora, ma non ondeggerebbero qui oggi per la festa d′Italia quelle bandiere, non brillerebbero quelle assise, voi ufficiali dello Stato, di toga e di spada, non avreste la fortuna e l′onore di servire l′Italia se non ci fosse stato quest′uomo.

Bene fecero la Provincia e il Comune, bene faceste voi, cittadini, innalzando la statua del Principe che sacrò, son parole di Cavour, la sua spada e la sua vita alla grande opera di fare l′Italia degl′Italiani; bene faceste innalzando la statua dell′eroe che con magnanimo ardire, è ancora una espressione di Cavour, guidò a corsa trionfale sopra i flutti del mare e tra il fumo delle battaglie la congiunta fortuna d′Italia e di Savoia; era tuttavia indegno che dove hanno insigni monumenti Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi, dove anche il volto del mistico agitatore Genovese appare nel marmo, non vi fosse almeno una pietra in una pubblica via che ricordasse le sembianze di Camillo Cavour, e noi abbiamo fatto bene, che alfine questa vergogna togliemmo.

Non dite, signori, che il ricordo è troppo modesto. Esso basta per l′uomo la cui spoglia mortale dorme, giusta il desiderio di lui, nella umile chiesa di Santena. Basta quella testa potente che tutta una storia, prima dell′evento, ha pensato; sarebbe impossibile di rappresentare le mille e mille braccia con le quali operò il suo pensiero. Basta quel nome che ne accende in mente l′idea di una figura troppo grande per poterla eguagliare col marmo, col bronzo. Intelligenza temperata per il possesso più intero della legge scientifica e per la più sagace intuizione della realtà particolare, per la conoscenza più pronta degli uomini e per il senso più acuto di quell′occulto futuro che si prepara nelle viscere del presente: genio diplomatico cui solo può compararsi quello del principedi Bismark, genio politico che appena trova riscontro nei grandi esempi inglesi; immaginazione fervidissima nel fornir le molteplici fila sottili di vasti disegni: volontà di fine acciaio, fatta per la prudenza e per l′audacia, per curvarsi a tempo, per rimbalzare a tempo, fulminea, nel colpo: cuore infocato ed eroico che non conobbe rancore nè invidia nè vanità nè paura, che per un′ eccelsa idea lavorò tutte le energie della vita, per essa divorò in silenzio il veleno di offese mortali, ad essa diede il violento palpito in cui si franse: ecco l′uomo che tra i fondatori dell′unità italiana si chiamò popolarmente col nome più tenero e familiare!

Ma egli fu più ancora di questo; fu tra gli statisti di Europa il più nobile cavaliere della libertà . Signori, il nome di libertà suona oggi troppo invano sulle labbra di gente che non lo intende e si è troppo spesso tentati di ricordare così il motto famoso della Roland : “ Libertà , libertà , quante cupidigie, quante ambizioni egoiste si fanno avanti in tuo nomel n Ma io m′esalto in me stesso pensando il magnanimo e .sapiente amore che Camillo di Cavour ha portato alla libertà . Affrontò intrepido, per la libertà dei commerci, le collere di plebi ingannate; stette, nella questione ecclesiastica, a difesa della libertà civile, contro tutto che nel suo paese era più potente, Talto clero, gran parte della classe cui egli stesso appartenne, gli uomini più provati nel servizio del Re e dello Stato ; represse in sè, per devozione alla libertà politica, le tentazioni certo violente di agire secondo il proprio genio, senza rispetto al Parlamento i seppe un giorno, nel suo culto per la libertà , elevarsi a difenderla, sopra ogni considerazione di patriottismo italiano, come cittadino d′Europa. Nel 1860 il partito di azione voleva spingere il Governo alla Guerra immediata collAustria. Il conte di Cavour si oppose, dimostrò che si sarebbe provocata una coalizione delle grandi potenze conservatrici, che la coalizione sarebbe riuscita fatale alle idee liberali in Europa, ch′era dovere dell′Italia di non far correre un così grande pericolo al mondo.

La gloria di Cavour che operò cose immense con la libertà splende più pura della gloria di Bismark che operò cose immense con la violenza. Se un conflitto mortale avesse posto i due grandi a fronte, la vittoria definitiva sarebbe stata, lo affermo, di colui che non era solamente un patriota, che nutriva in cuore ideali superiori di civiltà , che credeva nella potenza della opinione pubblica più che nella potenza delle armi e aveva quindi per sè il destino della società umana. Lo accusarono di aver usato arti sleali, particolarmente contro i Borboni di Napoli, per il trionfo delia sua idea. Ebbene, signori, io non sosterrò che il conte di Cavour avesse il candore degli angeli, ma neppure un angelo, se fosse stato ministro a Torino nel maggio del 1860, avrebbe impedito a Garibaldi e a* suoi volontari di muovere contro un governo ch′era la negazione di Dio; neppure un angelo avrebbe lasciato senza protezione quei prodi!

Anche lo accusarono di aver cospirato. Sì, Cavour ha cospirato, lo confessò egli stesso. Fu per dodici anni un cospiratore, cospirò per dodici anni con tutte le sue forze ma cospirò in un modo singolare, proclamando nei giornali, in faccia al Parlamento, nei consigli d′Eu ropa, lo scopo della sua cospirazione, cospirò con ventisei milioni d′Italiani.

Vi è ancora, signori, da cospirare con Lui. Egli scomparve additando alla nazione con parole immortali, la via di Venezia e di Roma. Venezia è nostra, ma vi hanno ancora, a levante e a settentrione di lei, cuori italiani che attendono

Lapparir dun amico stendardo.

Raccogliamoci intorno al banco del primo ministro d′Italia che parla. “ Ricordatevi ” egli dice “ che il mondo morale è sottoposto a leggi analoghe a quelle del mondo fisico. L′attrazione sta in ragione delle masse: quanto più l′Italia sarà compatta, tanto maggiore attrazione eserciterà sulle terre sue che ancora le son contese. E ricordatevi pure che non scioglierete il problema se non saprete conquistare alla vostra causa la pubblica opinione di Europa”. Roma è nostra, ma non tutta. Non vi ha forza umana che possa riporvi sul trono il cadavere scomposto del governo antico, ma la Roma viva, eterna, che impera nelle anime, è tuttavia contro di noi nè saremo compatti e forti fino a che sorgano barriere fra Roma e Roma.

Raccogliamoci intomo al letto di Cavour che muore. Una folla cupa cinge il suo palazzo, Iddio è con lui. Nelle sovrumane visioni della morte, nell′aura prima dell′eternità, scoppiano dal suo labbro in alto suono d′impero le ultime parole: “frate, frate, libera Chiesa in libero Stato!” Ascoltiamole riverenti, ripetiamole alla folla, esse sono verità e via, ad esse già piega il secolo fuggente, operiamole intere nel secolo futuro, pacifichiamo con esse la Patria, con esse innalziamo in Roma, nostra madre augusta, un edificio di leggi ordinate a perfetta libertà religiosa e civile, incidiamovi in fronte il glorioso nome del conte Camillo di Cavour.

Signor Sindaco! A nome dei cittadini che posero questo ricordo io lo affido a Voi. Custoditelo con religiosa cura. Esso è sacro, rappresenta il genio della Patria risorta, rappresenta una vasta impronta dello Spirito di Dio.

FINE.

INDICE

1 Proemio

2 Intorno a una opinione di Alessandro Manzoni

3 Giacomo Zanella

4 Parole per l'inaugurazione del monumento a Zanella

5 Giacomo Zanella e la sua fama

6 Per una nuova scienza

7 La figura di Antonio Rosmini

8 Per Antonio Rosmini

9 Parole per l' inaugurazione di un busto al Conte di Cavour in Vicenza

Note

_________________

[1] Discorso letto al Circolo Filologico di Firenze il 28 marzo 1887, e quindi inserito nella Rassegna Nazionale.

[2] Fedele Lampertico, La Conchiglia di Giacomo Zanella.

[3] ) Zanella, Storia della Letteratura italiana nell′ultimo secolo.

[4] euri: venti tempestosi dell′est. (ndr)

[5] Fedele Lampertico. Op. cit.

[6] eocena: L′Eocene è la seconda epoca geologica del periodo Paleogene.

[7] si trova sul Lago di Lugano, in provincia di Como. L′orrido è un  luogo selvaggio che desra orrore

[8] monèra: organismo vivente monocellulare: la forma più elementare e primitiva della vita.

[9] Nota, Delle tre poesie inedite dello Zanella che ho pubblicate nello scritto presente, la prima e la terza ebbi dall′abate Sebastiano Rumor, la seconda dalla contessa Carolina Colleoni. Ne ringrazio qui vivamente l'uno e l′altra.

[10] inesplebili: insaziabili, inestinguibili, irriducibili (come la fame, la sete e tutte le passioni umane)

Indice Biblioteca

Biblioteca

Progetto Fogazzaro

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 20 agosto 2012