Antonio Fogazzaro

 MINIME

 1908

Edizione di riferimento

MINIME STUDI, DISCORSI, PENSIERI, MILANO Casa Editrice BALDINI, CASTOLDI & C.» Galleria Vittorio Emanuole. 17-80 1908 Milano-TIP. PIROLA » CELLA DI P. CELLA Al 33

 

Indice:  

Dell′epopea Nazionale Finnica

Un poeta perduto

Commemorazione dei soci usciti di vita nell′anno 1891 tenuta dal presidente dell′accademia nella tornata dell8 gennaio 1892 » 77 XXIX Luglio »       

Discorso in morte del re al Consiglio Comunale di Vicenza »

Per l′anniversario sinistro

Il mio primo maestro »

Discorso pronunciato ai funerali di Fedele Lampertico quale rappresentante del Senato

Commemorazione di G. Verdi pronunciata nel Senato nel Regno »

In morte di Emilio Zola

In morte di Giuseppe Giacosa

Commemorazione di Bernardo Morsolin, letta al Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti il 21 Dicembre 1902

Parole in commemorazione di Teodoro Mommsen pronunciate al R. Istituto Veneto

 Una visita a Monsignore Scalabrini

Per l′inaugurazione del monumento ad A. Rossi in Schio

Il bibliotecario di S. R. C »

Il P. Cesari »

Pensiero su Cimarosa

Un pensiero su Parini

A Silvio Pellico

Discorso per gli operai emigranti

Per lo scoprimento di una lapide commemorante il cinquantesimo anniversario della istituzione degli Asili di Carità per linfanzia in Vicenza

X Giugno

Malombra. Préface

La inchiesta sul Quo Vadis

Asti e gli Alfieri nei ricordi di Villa S. Martino

 Leggenda

Apologo

 Preghiera per gli equipaggi della Regia Marina da Guerra

Sul Congresso delle Religioni

Parole pronunciate al Senato del Regno nella tornata del 2 Luglio 1904.

Il campanile di S. Marco

A Torino

A Como

Pensieri

La Madonna del Cimone

Vinum non habent

Alla mia penna

 DELL′EPOPEA NAZIONALE FINNICA

I.

Sul fluire del secolo scorso si pubblicavano in Abo di Finlandia, a breve intervallo l′uno dall′altro, due libri scritti in latino intorno alle credenze religiose degli antichi Finni, la razza del paese, originaria dell′Aitai, straniera perciò alla grande famiglia degli Arii che popolarono pressoché intera l′Europa. Quei libri, uno dei quali s′intitola Specimen academicum de superstitione veterum Fennorum, erano forse l′ultimo bagliore d′una vecchia rettorica. Né l′uno né l′altro scrittore aveva creduto degno del suo latino accademico, della sua parrucca francese, raccogliere dalla viva parola del popolo i canti tradizionali della patria. Herder aveva già pubblicato Die Stimme der Vòlker (Le voci dei popoli), e Goethe aveva bevuto con entusiasmo quest′onda rinnovatrice dell′ispirazione e dell′arte; ma il movimento che dalla Germania invase più tardi tutta l′Europa non era ancor giunto di là del Baltico.

Nel 1809, pel trattato di Friedrichskamm, la Finlandia cadde alla signoria russa. Offeso nella sua devozione antica alla gloriosa bandiera svedese, impotente a lottare contro il nuovo padrone, il paese si chiuse nel solitario studio di sé stesso. Intanto la Germania usciva dalla guerra santa con un fiero e alto sentimento di sé. Essa commentava con ardore la propria epopea nazionale, Nibelunge-nôt, da poco tempo scoperta, e s′inebbriava de′ suoi canti antichi posti in luce nei primi bollori delle guerre napoleoniche da Achim d′Arnim e Clemente Brentano.

Nel 1819 cominciarono a pubblicarsi anche in Finlandia frammenti delle antiche runot o canzoni finniche. Nel 1831 si fondò in Helsingfors una società collo scopo di ricercare e pubblicare i monumenti della letteratura nazionale. Il Lönnrot il più illustre tra gli eruditi Finlandesi, ordinò primo i materiali raccolti e trovò la via di ricomporre l′antica epopea nazionale, il Kalevala che venne da lui pubblicato incompleto nel 1835.

Fu un avvenimento.

I dotti tedeschi, Grimm tra i primi, celebrarono il Kalevala come degno di stare a fronte dei grandi poemi dell′India per lo splendore della forma, la ricchezza delle creazioni e il profondo sentimento della natura. Nel 1845 ne comparve una traduzione francese per opera del Léouzon-Le Duc, e fu accolta dal pubblico con favore grandissimo. In Finlandia il poema aveva suscitato l′entusiasmo nazionale. La società di Helsingfors raddoppiò di ardore nelle sue ricerche; i cantori popolani, i più valenti runoiat (come colà li chiamano) gareggiarono di zelo nel portare il loro tributo; alcuni coraggiosi patrioti si spinsero sino alle ultime tende della razza nazionale nel Finmark, risalirono pei deserti della Siberia sino alla sua culla dell′Aitai, in cerca di canti e di tradizioni. Dopo un lavoro di parecchi anni i tesori raccolti vennero affidati alla mano sapiente del Lönnrot che seppe collegarli colle scoperte passate e trarne la magnifica e piena unità del poema quale ora si legge in 50 runot o canti, e 22,800 versi. Questa seconda edizione del Kalevala fu pubblicata dal Lönnrot nel 1849.

Nell′anno seguente il ministero francese dell′istruzione pubblica incaricava il Léouzon-Le Duc di recarsi in Finlandia a studiarvi le lingue e le letterature finniche e finno-altaiche. Dopo 18 anni di pazienti fatiche il dotto francese pubblicava la traduzione completa del Kalevala che mi serve di guida in questi cenni, e una serie di studii sulla razza, la lingua e la mitologìa finnica. Questa seconda parte del suo lavoro serve agli interessi della scienza; i problemi che vi si dibattono potranno risolversi un giorno diversamente; i punti sicuri dell′argomento potranno illuminarsi di nuova luce; l′opera dell′erudito non è forse ancora matura per lo storico. Non è così della prima parte. Il capolavoro dell′arte finnica fu estratto frammento per frammento dai laghi malinconici, dalle foreste primeve, dai lidi sonanti della penisola. Ogni frammento fu terso con riverente amore e ricomposto cogli altri nell′ordine antico, il tutto rivive e splende; l′opera dell′erudito è matura per il poeta. Le grandi epopee nazionali, sia ch′escano intere dalle viscere del popolo, sia che un genio imprima loro l′ultima forma, meritano lo studio del poeta anche all′infuori della perfezione artistica per la quale l′Iliade vince di gran lunga tutte le altre. Sono un ricordo glorioso dell′età d′oro della poesia, quando la parola del poeta era sacra e potente, tutte le emozioni d′una fede appassionata vibravano nella sua voce e nel cuore della nazione che lo ascoltava e ne ripeteva i canti. Il poeta vi sente la grandezza della sua missione. Egli non osa parlare di sé alle turbe e le turbe volentieri dimenticano le picciolezze volgari della sua vita e della caduca persona per divinizzarne lo spirito. Le epopee nazionali vengono cronologicamente dopo i primi tentativi lirici e rappresentano piena la potenza poetica d′una razza. Efficaci fattori di civiltà, non solo riflettono come un gran lago il cielo e la terra, per così dire, d′un′epoca, le credenze e i costumi; ma sono altresì meravigliosi serbatoi di poesia, dove brillano fuse insieme tutte le forme dell′avvenire che ne usciranno per altrettanti rivi diversi. Chi sente la religione della poesia si accosta con riverenza a questi monumenti antichissimi. Il poeta vi acquista quell′alto senso della propria nobiltà che non gli consente di abusar dell′ingegno né di smarrire a′ giorni difficili, tra i volghi ostili, la fede nell′arte.

II

La scena del poema è grandiosa. Gittate fra due braccia di mare, due golfi profondi dove i suoi poeti amano di ascoltare il fragore dei flutti e le strida malinconiche degli uccelli marini, il paese di Suomi, come lo chiamano i Finni, è un caos di paludi, di terre coltivate, di pascoli, di foreste attorno ad un altipiano centrale, dove tra gruppi di aride roccie brillano agitati dal vento infiniti laghi, grandi e piccini, dalle forme bizzarre, che forse procacciarono alla provincia il nome di Hallapyöra, turbini tra gli scogli. Il clima vi è rigidissimo negli otto mesi d′inverno. Allora il freddo, figlio del vento del nord, esce dai suoi covili, ovunque tocca distrugge, incatena le cataratte selvaggie, fende gli abeti, divora talvolta l′uomo, raggiunge ed impietra in mezzo all′ampio mare il flutto spumante e l′augellino che vi librava sopra le ancor tepide alucce. Sono espressioni del poeta finlandese, nella cui lingua freddo suona simile a forza imperiosa, angoscia, dolore. In quella triste stagione, lanciato sui fidi suksi (pattini), egli scivola rapidamente sopra i laghi gelati, e la sua slitta tratta dal robusto cavallo indigeno vola su tutto il paese e sin sui golfi di Botnia e di Finlandia, affrontando nei lunghi viaggi al chiarore delle aurore boreali le terribili notti di ferro, come si chiamano nel settentrione le notti più fredde. Ma nella breve estate un soffio magico passa sulla contrada. Rapidamente, senza primavera, si ridesta il fragore dell′Oceano intorno alle sue scogliere, riprendono voce e vita le cascate ed i laghi dell′interno, le nevi si dileguano, i pascoli e le macchie si vestono di fiori, i pioppi, gli ontani verdeggiano, le biade crescono rigogliose dalla cenere delle arse foreste, presto maturano le fragole e le coccole a cui sì sovente il poeta rassomiglia le ingenue fanciulle della sua patria; dal fondo dei boschi ombrosi il canto del cuculo esercita un fascino strano sugli abitanti delle campagne. In quella stagione i tramonti e le aurore si toccano; nel poema è parlato di lunghi giorni di fuoco che disseccano fiumi e sorgenti. Il suolo è più fertile in Finlandia che nella Scandinavia, le acque sì dolci che salse vi abbondano di pesci, i boschi di miele e di selvaggina, i prati forniscono pasture a copiosi armenti di vacche.

Colà vive da un′antichità remota la razza finnica, nota ai Romani per la ferocia e la miseria. Finnis mira feritas, fœda paupertas, dice Tacito, il quale non sa bene se porre questa gente tra le germaniche o le sarmatiche. Ma pensando che di là da′ Finni i contemporanei di Tacito, indotti probabilmente dalle foggie del vestire, credevano vivere mostri dalla testa umana e dalle membra di belva, si può argomentare che anche l′accusa lanciata a′ Finni movesse in parte da misterioso spavento di quei popoli poco noti. Ad ogni modo la civiltà finnica dovette rapidamente progredire da Tacito in poi , se le origini dell′epopea nazionale risalgono veramente, come taluno afferma, al sesto secolo dell′era volgare. Qualche secolo doveva pure essere trascorso dallo stato di assoluta barbarie, perchè potesse ordinarsi quella vita religiosa e civile che si specchia nel Kalevala.

Sui fianchi delle colline coronate di mulini a vento ci dipinge il poema le antiche abitazioni finniche [taló] cinte d′uno steccato che ne abbraccia le varie parti divise. Nell′aitta si accumulano i prodotti della campagna; nella tupa o pirri la famiglia si raccoglie a geniali convegni, alle feste domestiche illuminate dalla vampa del focolare ospitale e dalla päret, grossa scheggia di legno resinoso che arde sopra un cavalletto di ferro. Accanto al magazzeno ed all′abitazione vi ha la stalla e nelle dimore dei ricchi il bagno che i Finlandesi usarono a vapore prima de′ Russi. Di quest′umile casa, quasi sempre di legno colle fessure ristoppate di canapa e di musco, la religione era grandissima. Il forestiere non vi entrava senza un saluto solenne. La trave maestra vi godeva una specie di venerazione, specialmente se antica; e le runot che prestano volentieri vita e senso alla soglia, alle pareti, alle porte, dimostrano quale profondo e riverente affetto vi leghi l′uomo alla dimora che lo protegge dal cielo inclemente. L′abbietto mendicante, se vi entra, non può dilungarsi dalla porta; sedere al focolare è privilegio dei vecchi che sono venerati nel paese.

Nella casa governa la donna, partecipando del suo carattere sacro. Nell′idioma finnico la stessa parola emänta significa madre di famiglia, regina e sovrana del focolare domestico. Ella accorda la mano delle figlie, procaccia le spose a′ figli, e quando la nuora entra in famiglia le cede gli uffici più faticosi del suo ministero. Di poligamia  non v′ha traccia. Le fanciulle sono caste e affettuose, filano, tessono, macinano il grano cantando, mungono, fanno la birra, e nella dolce stagione errano, innamorate della natura, sui prati e sulle natie colline; si raccolgono la sera ad allegri balli. Gli uomini, forti e audaci, si danno all′agricoltura, alla pastorizia, alla caccia, alla pesca, alla navigazione, all′industria. Appiccano il fuoco alle foreste, per seminar poi nelle ceneri avena e segale. La messe è quasi sempre copiosa ma talvolta fallisce e allora il popolo è ridotto a cibarsi d′ un pane fatto colla corteccia di betulla, che ricorda la fœda paupertas di Tacito.

Nell′estate grandi mandre di vacche riempiono del suono argentino delle loro campanelle i pascoli, i boschi e le colline erbose dove la sera i pastori accendono i fuochi e raccolgono le bestie chiamandole per nome. Il cacciatore si mette coll′arco entro a′ castelli d′abete , come le runot chiamano talvolta i boschi. Il màrtoro, lo zibellino, la lepre gli forniscono le pelli che furono un tempo comune strumento di cambio. Egli freme di spavento e di gioia quando incontra Otso, il re delle selve. Se trionfa del terribile nemico tutto il suo villaggio celebrerà con lui la vittoria tra canti, giuochi e libazioni di birra e d′idromele nella così detta « festa funebre dell′orso. » Dai lidi del mare, dall′agile palischermo egli saetta gli stormi di cigni, di anitre selvatiche, di quelle fuliginae glaciales che sono per i poeti del Kalevala l′emblema della tristezza, come l′oca n′è invece il termine favorito di paragone colla florida beltà femminile. Intanto il pescatore getta le reti nei laghi, slancia il suo canotto sulla spuma delle cataratte, si aggira intorno alle isole, insegue le foche i cui denti fecero, come le pelliccie, ufficio di moneta. Gli eroi del Kalevala estraggono e lavorano metalli. Sono pure valenti costruttori di navi e piloti intrepidi. Da qualche passo del poema traspare che alcuni di costoro si gettavano di tempo in tempo sui mari lontani a imprese più rischiose che onorate. In fatto i Finni a torto o a ragione ebbero fama di pirati non meno terribili dei Vikings scandinavi, tanto che alcuni eruditi moderni pretesero la voce « corsaro » derivare da Kur-Saari isola del mare di Curlandia ed antica stazione navale finnica.

Forniti di gagliarda immaginazione, figli d′una contrada dove la natura spiega con impeto forze prepotenti nel bene e nel male, gli antichi Finni si crearono un politeismo de′ più fantastici. Reliquia forse di perdute credenze serbavano il torbido concetto di un Dio del cielo supremo fra tutti. Nel poema si accorda questo primato a Ukko o Iumala, dio dell′aria e delle nuvole, signore delle meteore, che ha per attributo la quercia come  lo Zeus ellenico. Il sole vi è chiamato globo di Iumala, ciò che farebbe pensare al poetico sabeismo degli Arii primitivi. Ma dal giorno in cui Luonnotar, la vergine natura, stanca di vivere casta nelle alte regioni dell′aria, si slancia sul dorso spumoso del mare, raccoglie le ova d′aquila ond′escono tutte le cose e, fecondata dall′oceano, genera Wainämöinen, l′eroe del Kalevala, poeta e incantatore irresistibile, l′aria, le terre e le acque si popolano di divinità, i genii del bene e del male cominciano la loro eterna lotta « in questa triste vita, nelle ore supreme di questi giorni che muoiono » come dice la runo. L′aria è corsa da spiriti benefici seguaci di Ukko; Lempo, Hyisi e cento altre potenze maligne tendono continue insidie agli uomini che invocano Onni, la felicità. Dal grembo di una caverna pietrosa le malattie irrompono sovr′essi per trarli, se la dea della salute non li salva, nell′abisso dove piede vivente non penetra, nella cupa dimora dei morti dove regna Tuoni, la più paurosa creazione della mitologia finnica. Colà si tormentano i malvagi con crudeli supplizi. La vita della natura è governata da miriadi di spiriti, cui l′uomo può rendersi propizii col sacrifizio e colla preghiera. Dal fondo del mare l′Antico delle acque esercita sopra tutte il suo impero; Turso, il cattivo genio, affascina dai gorghi; ogni fonte, ogni cataratta ha la sua vergine tutelare simile alle Naiadi greche. La nebbia che vi pende sopra obbedisce ad un′altra dea. Tapio è il nume dei boschi a cui il cacciatore offre oro e argento per averne copiosa selvaggina; ma l′abete, la betulla, il sorbo, ciascuna famiglia d′alberi ha la sua Driade, come è divino ogni vento che agita gli azzurreggianti castelli d′abete, Le pietre delle montagne, gli scogli flagellati dal mare stanno sotto la protezione d′una dea, una dea regge intorno ad essi il volo delle anitre e delle oche selvatiche. V′ha una dea dei tessuti, una dea dei colori. Si noti che le divinità finniche sono quasi tutte femminili come le madri, le origini delle cose. Lasciando da banda ogni questione scientifica sulla mitologia finnica, sulle sue attinenze colle altre mitologie, sulle fasi del suo sviluppo, ci è bastato porgerne un cenno brevissimo onde s′intenda quale meravigliosa poesia scaturisca da questa divinizzazione universale delle forze e dei fenomeni della natura.

Non si rivela dal Kalevala l′esistenza di un vero e proprio sacerdozio. Là dove ogni sasso, si può dire, ogni fronda aveva la propria divinità, dove il bene e il male si attribuivano a forze occulte e sovrumane, tutto il paese era necessariamente pieno di terrori e di misteri religiosi, tutti gli uomini stavano in relazione continua di preghiera di scongiuro cogli esseri superiori. Erano forse degni pontefici di simile religione gli stregoni dalla parola e dal guardo possente, spesso ricordati nel poema, che salivano sui macigni solitari in mezzo alle boscaglie e al mobile mare dell′erbe per gettarvi nel vento le loro invocazioni e le maledizioni. Gli eroi dell′epopea sono tutti terribili stregoni e rappresentano le origini leggendarie della casta, la quale doveva sussistere più tardi come depositaria dei riti e delle formole innumerevoli che certo costituivano una scienza. C′erano formole per l′agricoltura, per la caccia, per la medicina, per le nozze, per mettersi in viaggio, persino per placare i cani. Quanto fossero svariate lo vedremo in un breve esame dei riti e dei canti nuziali.

Ad un popolo capace di creare la religione del Kalevala e di penetrarsene profondamente, non possono a meno di concedersi mirabili facoltà poetiche. Infatti assai prima della pubblicazione dell′epopea, i viaggiatori aveano notata la singolare attitudine dei Finlandesi alla musica ed alla poesia. I bardi popolari delle provincie finniche soggette ab antico alla Russia, dell′Ingria, dei governi di Arkangel e di Olonetz mettono a prezzo la loro scienza cantando a chi li paga le runot tradizionali. Invece nella Finlandia propriamente detta i monumenti dell′antica letteratura nazionale si conservano, dice il Léouzon-Le Duc, come un deposito sacro. Non v′ha famiglia, si può dire, dove le runot non passino di generazione in generazione affidate alla sola memoria. Quei runoiat che l′hanno più tenace e meglio fornita sono grandemente rispettati dai loro compatrioti. In qualche villaggio le runot più antiche si cantano soltanto fra i terrazzani; farle conoscere agli stranieri parrebbe una profanazione. Sono quelle runot che nelle provincie russe i pope fanatici colpiscono di anatema, come avanzo di paganesimo e fattura diabolica. Quando vogliono cantare i runoiat si mettono in due a cavalcioni di una panca, di fronte l′uno all′altro, e, tenendosi per mano, si piegano lentamente avanti e indietro in cadenza. Uno intuona la runa. Cantata la prima strofa, l′altro la ripete e alla sua volta canta la seconda che viene in seguito ripetuta dal primo runoia avanti di procedere alla terza. Amant alternæ Camœnæ, « Perché, diceva a Lönnrot un runoia di 80 anni « perchè non eravate con noi durante la stagione della pesca, quando ci riposavamo intorno al fuoco acceso sul lido? Avevamo a compagno un nostro compaesano, buon runoia, men buono però di mio padre. Eglino cantavano tenendosi per mano le notti intere, né ripetevano mai una runo. Ero allora un bambino ma ascoltavo avidamente le runot più famose. Ne ho già dimenticato parecchie. I miei figli non saranno dopo la mia morte valenti runoiat, come io lo fui dopo la morte di mio padre. Ora si tengono in minor pregio le vecchie canzoni. Si canta tuttavia ne′ convegni ma dopo aver alzato il gomito, e roba poco scelta. I giovani canticchiano canzoni peggio che scipite di cui non vorrei imbrattarmi le labbra. » Però in alcune parti del paese, come in Kurelia, si conservano si fedelmente le tradizioni che quand′anche potessero perire le raccolte a stampa, sarebbe agevole il riprodurle. Potrebbero giovarsi dell′esempio coloro che affermano non essere state scritte le antiche poesie epiche dei Greci.

Da queste miniere Lönnrot, Castren e la società di Helsingfors estrassero i tesori di cui si compone il Kalevala, epopea nazionale per eccellenza. Come il massimo eroe del poema, Wäinämöinen, fu portato sette secoli nel grembo della madre sua, così il poema stesso fu portato sette secoli nelle viscere oscure della nazione, poiché le origini sue si fanno risalire da taluni al secolo sesto e l′ultima runo accenna all′introduzione del cristianesimo in Finlandia, che avvenne nel secolo XIV. E come l′eroe uscito finalmente a godere lo splendore di Otawa, l′Orsa maggiore, errò lunghi anni in balia dell′onde impetuose prima di afferrare il lido, così il Kalevala passò di bocca in bocca, di generazione in generazione, in balia della memoria labile degli uomini, sino ad oggi che ha messo piede sovra una terra ferma quanto la finlandese, entro i domini della scienza e dell′arte.

III.

I dotti finlandesi non si accordano nella interpretazione del titolo del poema, che, tradotto alla lettera, suona la dimora di Kaleva. Per Kaleva chi intende un nome proprio, chi l′ attributo dell′ eroismo ideale. Pare più acconcio quest′ultimo significato suggerito dal poema stesso e accolto dal Léouzon-Le Due, secondo il quale « Kalevala » vorrebbe dire « la patria degli eroi. » Apre il poema un canto cosmogonico. La vergine dell′aria scende sul mare che la feconda. Ella erra per secoli sulle onde gemendo, piangendo ed invocando il soccorso di Ukko, Dio supremo. Un′aquila scende dalle nubi e depone sulle sue ginocchia sette ova dalle quali escono la terra, il cielo, il sole e le stelle. Finalmente dopo sette secoli viene alla luce Wàinàmòinen, l′eterno runoia. Lungamente agitato da′ flutti, egli è già vecchio quando riesce ad afferrare la terra cui rompe e coltiva , venendo presto in fama di prodigioso cantore. Sfidato da un rivale lappone lo atterra per forza di magie né gli accorda la vita che a patto di averne in isposa Alno, la sua sorella. La figlia d′Aino è orgogliosa di queste nozze ma la vergine, piuttosto di concedere il flore della sua giovanile bellezza all′antico poeta, si avventa nel mare né più vale a trarnela potenza d′incanti. Allora la madre di WàinSmòinen gli consiglia di scegliersi una sposa tra le vergigli di Pohja.

Sariola, la regina delle alghe, figura nel poema come il paese del freddo e delle tenebre , degli uomini feroci, delle malvagie maliarde, in perpetuo antagonismo con Kalevala. Il vecchio runoia, il prodigioso fabbro Ilmarinen, Lemminkainen l′allegro amico delle donne e delle armi, che sono i tre maggiori eroi del poema, tentano le stesse nozze. Gran parte del Kalevala si spende nel raccontare le terribili prove imposte loro da Louhi la madre di famiglia di Pohja e le meravigliose avventure corse degli eroi con varia fortuna. Finalmente Ilmarinen è scelto dalla fanciulla e si celebrano pomposamente le nozze.

Lemminkainen non è invitato al banchetto nuziale. Di qua nuove guerre tra Pohja e l′offeso eroe, combattute più cogli incanti che colle armi. Intanto la moglie d′Ilmarinen muore sbranata dagli orsi; il vedovo domanda la mano della seconda figlia di Louhi ed essendogli rifiutata rapisce la giovane. Più tardi, trovatala infedele, la muta in gabbiano, e l′avventa ad ululare sopra uno scoglio solitario fra il fragore delle tempeste. Allora la sorda inimicizia di Pohja e Kalevala scoppia in guerra aperta e mortale. Gli eroi di Kalevala navigano contro il nemico per conquistare il Sampo, un talismano che procaccia felicità, potenza e ricchezza a chi lo possiede. Dopo mille strane vicende essi riescono nella difficile impresa coll′aiuto del kantele, uno strumento musicale toccato da Väinämöinen con tanta maestria che persino gli dèi scendono ad ascoltarlo. Malgrado i disperati sforzi e le arti infernali del nemico, il talismano rimane in potere degli eroi e la loro patria gode d′ una prosperità meravigliosa.

Il poema si chiude colla narrazione evangelica della nascita di Cristo, trasformata dalla fantasia pagana del poeta finnico. Il bambino, figlio della vergine, è unto re di Karelia; Wäinämöinen è costretto di cedergli il campo. Nulla di più poetico di questa chiusa. Confuso e vinto dal figlio di Maria, che nella runo è chiamata Marjatta, l′antico eroe pieno di vergogna e d′ira erra, come Orise, lungo il lido del mare, scioglie al canto la possente voce, canta per l′ultima volta parole arcane che gli fanno sorgere dalle onde una bella e valida barca di rame. Egli vi balza dentro, ne afferra il timone, ne slancia la prora verso l′alto mare e mentre questa rompe veloce le onde si volge alla patria fuggente. « Altri tempi passeranno » egli grida nel vento « altri giorni volgeranno dall′aurora al tramonto; allora si avrà bisogno di me; il mio ritorno sarà sospirato perch′io porti un altro talismano, perch′io riconduca sole e luna perduti e la gioia fuggita con essi dal mondo. » Il vecchio runoia scompare di là da′ flutti tempestosi « negli spazii inferiori del cielo » ma ha lasciato il kantele melodioso alla Finlandia, le sublimi runot ai figli della sua razza.

Né la evidenza del piano generale, né la giusta proporzione delle parti sono pregi del Kalevala. Attorno ai tipi tradizionali degli eroi ed all′antagonismo di Pohja e Kalevala infiniti poeti ordirono tela bizzarra e vastissima dove ciascuno ha inseriti i disegni più capricciosi e i colori più smaglianti senza curarsi dell′insieme. La poesia epica primitiva brucia ancora di foco lirico; indocile al freno dell′arte, si slancia senza misura negli episodi, nelle digressioni, in vere e proprie liriche. E questa é davvero poesia primitiva della più schietta vena.

« Oltre alle parole magiche raccolte sulla spada e sulla cintura degli eroi, dice la prima runo, oltre alle parole che mia madre mi cantava filando e mio padre foggiandosi il manico della scure quand′ero un bambino inutile, vi hanno altre parole. Ne attinsi alla fonte delle scienze occulte, ne trovai lungo le vie, ne colsi nel seno delle lande, in vetta alle frondi, sui sentieri erbosi  per cui mi aggiravo fanciullo, tra le colline dorate dal sole, dietro ai greggi, dietro a Munikki, la nera giovenca, a Kimmo, dal pelo maculato. Anche il freddo mi cantò dei versi, la pioggia mi portò delle runot, i venti del cielo, le onde del mare m′insegnarono il loro poema, gli uccelli m′educarono, gli alberi chiomati m′hanno invitato alla loro musica.

Quali i maestri, tale il poema; tutto spezzato. Ora parla il mare, ora gli alberi, ora gli uccelli, prima l′uomo della scure, poi la donna del fuso; talvolta l′alunno delle scienze occulte, talvolta il pastore errante sulle colline. Siamo però sempre nel paese e tra la gente finnica, e, se tutte queste voci parlassero insieme, si sentirebbe sotto l′apparente discordia loro una grande armonia. Oltre al fondo uniforme delle credenze e dei costumi, si trova nel poema, come giustamente osserva il Léouzun-Le Duc, un soffio ideale che lo rende singolare fra tutte le altre epopee; vi regna da un capo all′altro il concetto della potenza della parola. La parola sapiente, attinta alle origini occulte delle cose, esercita impero nel Kalevala sulle belve e sugli uomini, come sulle cieco forze della natura. Un bizzarro e profondo poeta moderno ha detto, che non potendo alcun moto andar perduto nell′universo, neppure la fugace parola si perde, e che gli accenti più appassionati dell′amore diventano stelle in qualche lontana plaga. Gli antichi  Finni professavano una fede simile nella potenza della parola che unita al canto è per essi creatrice. Quando Lemminkainen canta le sue dolci canzoni tra le fanciulle di Saari, globi d′oro e d′argento brillano sugli alberi intorno a lui, ed i ciottoli diventano perle e brillanti. Gli eroi del Kalevala non hanno armi più terribili della parola. La lira d′Orfeo non agguaglia in potenza magica il Kantele sul quale Wäinämöinen si accompagna le runot. Il poema ci dipinge quest′eroe seduto sopra un alto macigno in vetta alle colline che guardano il mare, collo strumento nazionale sulle ginocchia. Egli annuncia che canterà le magnifiche runot, e tosto le sue dita danzano sulle corde, il suo pollice teso le sfiora. Le vibrazioni armoniose corrono per tutti gli esseri, persino nella criniera del cavallo, che leva il muso dall′erba e ascolta. « La gioia brilla nella gioia » dice il poeta. Il lupo sbuca dal suo covile, l′orso pesante si arrampica in vetta agli abeti, le aquile, le anitre selvatiche, i cigni delle paludi si raccolgono intorno al cantore, i pesci, le pigre foche si affollano al lido. Le dee boscherecce salgono sulle piante, le vergini graziose dell′aria scendono sedute sull′arco baleno e sulle nubi purpuree. Le dee del mare che stavano arricciandosi al sole le dense chiome, lasciano cadere il pettine d′oro e pendono sulle onde coi capelli mezzo inanellati, mezzo disciolti. Gli uomini, dal vegliardo cadente al bambino in culla, odono e piangono, tanto la voce è dolce. Wäinämöinen canta un giorno, due giorni. Finalmente anch′egli, il vecchio poeta, s′intenerisce al proprio canto e piange. Questo tratto sublime non può a meno di commuovere per sempre tutti coloro che hanno amato coll′anima le creature della propria fantasia e posto fede senz′avvedersene nella loro resistenza reale.

Trattando l′ombre come cosa salda.

Le lagrime del poeta gli scendono a rivi dal viso ai piedi, irrigano il suolo fino al mare e laggiù nel negro limo in fondo alle onde diventano perle splendide per l′ornamento dei re, per la gioia eterna degli uomini. La runo 41a del Kalevala, tutta consacrata a questo canto di Wäinämöinen, va posta, per me, tra′ più stupendi gioielli poetici che sieno.

Un concetto sì alto della parola e della musica infonde alla poesia finnica straordinaria nobiltà. Esso ricorda la poesia primitiva degli Arii i quali negl′inni antichissimi conservatici nel Rig-Veda esprimono sovente l′altera fiducia di aggiunger gloria colla parola al nume che adorano. Ciò starebbe ad appoggio di una opinione nuova secondo la quale anche gli Arii verrebbero in origine dall′Altai. Un altro carattere comune ai poemi indiani e ai Kalevala, è la sterminata ricchezza della fantasia. Le invenzioni finniche sono bizzarre e straordinarie oltre ogni dire, pure non bastano alla foga fantastica di quei poeti, che corre come lava ardente attraverso le stesse frasi, la stranezza eccessiva dei racconti e l′onda inesauribile della ingenuità che ne traspare. Il sentimento della natura che ispira, come s′è visto, il poeta della prima runo, si trova in tutte le altre egualmente delicato e robusto. La scena del Kalevala si muove da sè intorno a′ personaggi. Tutto vive, sente e parla, dalle fronde degli alberi a′ minerali nascosti nelle viscere del suolo. Si direbbe che anche quei poeti sono usciti di fresco dalla terra e si sentono ancora pieni della sua energia vitale, degli occulti spiriti delle cose il cui linguaggio muto non ha misteri per essi.

Non è possibile dipartirsi dalla veduta dell′insieme del poema senza aver fermato alquanto lo sguardo sulla figura possente e originale d′uno fra i tre maggiori eroi che vi tengono il campo. Il prodigioso fabbro Ilmarinen, e lo stesso Wäinämöinen, l′eterno runoia, non hanno spiccato carattere morale. Le runot attribuiscono loro imprese atte a porne in luce le qualità sovrumane anziché le umane. Potrebbero raccontarsi disgiunte ed attribuirsi a diversi attori. Invece la figura di Lemminkainen o Kaukomieli, come lo chiamano egualmente le runot, posa fra tanti frammenti come una gigantesca statua condotta in un solo macigno da un solo scalpello.

Lemminkainen è il Don Giovanni dell′epopea popolare. Nasce in un′isola lontana a′ piedi di un alto promontorio. Nella sua gagliarda fanciullezza, gli orizzonti infiniti gl′ispirano la passione prepotente per cui si chiamerà Kaukomieli « colui che anela a′ viaggi lontani.» Le onde gl′ispirano l′istinto de′ mobili amori. Egli diventa un eroe bello e forte, un incantatore come il fabbro e il runoia, tuttavia meno possente di loro. Epicureo fine, ha la passione dell′eleganza né toccherebbe le vivande più squisite senza un coltello dalla lama d′oro e dal manico d′argento. Ama le donne e le ama tutte; negli amori suoi la vanità ha per lo meno tanta parte quanto il fascino delle « lunghe treccie. » È vantatore perpetuo in amore come in guerra, le donne non possono affidarsi alla sua discrezione; se avesse un Leporello gli farebbe certo tenere la lista delle sue conquiste. Stretto un giorno colla sua nave nel morso implacabile dei ghiacci, attorniato dalle minaccie della morte, non può trattenersi da un′ultima vanteria e dice a′ compagni che gli pesa il morire non per sé, ma per tutte le donne che lo hanno amato e lo piangeranno.

Tenerezza mentita, poiché qualche tempo prima, fuggendo da Saari, ove la vendetta di una zitellona disprezzata gli ha aizzato contro tutti gli uomini del paese, Lemminkainen si rallegra nel pensiero che se a lui tocca di andare ramingo, anche le sue infinite vittime di Saari, guardando dalla finestra la barca fuggiasca, versano amare lagrime. Ricompenserà poi l′affetto loro raccontando alla madre che è fuggito da Saari cacciatone da′ prudenti padri di famiglia, benché quelle ragazze fossero brutte e sciocche una peggio dell′ altra. Se gli giunge all′orecchio la fama di una donna sdegnosa degli eroi, di una fanciulla di alta stirpe, ambita da molti e maggiori di lui, egli si accende, indossa le vesti migliori e le armi più fulgide, balza sulla slitta dorata e parte impetuoso fra un turbine di neve, facendo scoppiettare la frusta come un vero Rodomonte di scuderia.

Andrebbe così fino ai confini della terra e si getterebbe alla cieca nelle imprese più stravaganti pur di riuscire nella conquista difficile per lui. Una sola gli fallisce, ma si tratta della figlia di Louhi, la terribile incantatrice di Pohja, la cui mano è ricercata da Wäinämoinen e da Ilmarinen. Le altre donne sono tutte ammaliate da Lemminkainen. Egli le soggioga con la bellezza, le parole melate, la fama d′ irresistibile e la fiducia di esserlo.

Nato fatto per la seduzione, la sua voce diventa singolarmente più armoniosa se l′adopera in questo. Quando egli canta fra le fanciulle di Saari , esse pendono estatiche dalle sue labbra, la terra si riveste, ascoltandolo, di fiori; quando invece ritorna da Pohja insieme agli altri due eroi col talismano conquistato, leva un canto di gioia tanto rauco e stuonato che fa scappare gli uccelli marini. Una volta si direbbe che egli ama davvero. Ama, s′intende alla sua maniera. Kylliki, l′altera fanciulla, sola fra le sue compagne, lo sdegna. Pure egli è venuto per lei da un paese lontano, per lei ha abbandonata la madre disprezzandone i consigli. Kylliki se ne ride e lo insulta; ella disprezza, a parole, i pazzi libertini e chiede per sé un uomo serio e degno. Non si può prestare intera fede alla bella fanciulla poichè in cuor suo ella pensa all′eroe e ne medita i casi e l′animo più che non convenga a tanta fierezza. In fatti quando Lemminkainen si propone di vincerla coll′ audacia e la rapisce, Kylliki, come la Doralice dell′Ariosto, si lascia presto ammansare dalle parole dolci del rapitore e gli promette sospirando di sposarlo purché gli giuri di non andare alla guerra, né imprendere spedizioni arrischiate per cupidigia di oro e argento. Lemminkainen consente e la fa giurare alla sua volta di non vagare pel villaggio, né prender parte ai giuochi ed ai balli delle fanciulle. I Don Giovanni riescono mariti gelosi. Dopo alcuni anni di matrimonio Kylliki manca al patto giurato; durante una lunga assenza del marito ella si lascia sopraffare dalla passione per la danza ed è colta in fallo dalla maligna cognata che tosto l′accusa a Lemminkainen. Questi arde di sdegno, ultima vampa di un amore moribondo; senza pietà per la sposa indarno amorosa e piangente, egli torna con gioia all′antica vita, alle armi, alle belle. La sete delle avventure e delle battaglie lo riprende più gagliarda di prima. Invano sua madre gli parla della birra che ferve nelle ampie botti, dei banchetti domestici, dei tesori (forse un′allegoria) posti a nudo dal vomero nel campo paterno. L′eroe preferisce una stilla d′acqua attinta sul remo spalmato di pece ed una sola moneta presa colla lancia in pugno.

Perchè, come Don Giovanni, egli non ha paura né di vivi né di morti. Si mette nei più gravi cimenti collo scherzo ed il sorriso sul labbro. Allegro e spensierato come un fanciullo, non conosce né difficoltà né pericoli; non vi ha banchetto né festa cui non entri a fronte alta, invitato o no, poiché dice ridendo di avere un invito eternamente sonoro sulla punta della spada. Nulla di più fantastico del racconto della sua morte nei gorghi di Tuoni e della sua risurrezione per opera della madre che ne riunisce assieme per incanto le ossa, i muscoli, i nervi e le vene. Il primo pensiero dell′eroe rifatto e rinvigorito è per le belle trecce di Pohja, e per ritentare la prova non potuta vincere. Pure questa tenera madre egli l′ama ed è il solo tenero affetto di cui sia capace la sua natura. Tornando in patria dopo un lungo esilio, riconosce i lidi, le isole, la rada dove il suo schifo [1] soleva cullarsi, i pini, gli abeti delle montagne, ma non ritrova più la propria casa. Cespugli crescono sulle mura, un bosco di pini mormora sulla collina, un bosco di ginepri sulla via del pozzo. Lemminkainen siede sulle rovine e piange due giorni. Non piange le arse case, dice il poeta, ma la madre sua, la dolce madre che l′ha nutrito, certo morta di ferro nemico.

Molte volte si cantarono insieme gli amori e le armi. Ne sono piene le antiche leggende eroiche, le epopee, i romanzi del medio evo, i poemi cavallereschi; ma questi ultimi poemi hanno creazioni troppo artificiose e negli antichi monumenti letterari non credo facile trovare il tipo dell′uomo dissoluto e prode, scolpito con altrettanta efficacia che nel Lemminkainen del Kalevala. Il Don Giovanni della leggenda gli è inferiore. L′uno è soltanto intrepido; l′altro cerca con ardore il pericolo e se ne inebbria. Don Giovanni crede in Dio ma ostenta empietà; Lemminkainen non solo crede in Dio ma lo invoca se gli si rompono i suksi [2], se i ghiacci contendono il ritorno alla sua nave. È vero che anche gli dèi hanno un debole per le sue allegre pazzie, come le donne, come il popolo che adora la forza virile congiunta all′audacia e la glorifica persino nel dissoluto. Lemrainkainen è figlio di Lempo il Maligno. Il poeta credette in coscienza di dover attribuire al suo eroe voluttuoso questa genealogia, ma egli ne fa un uomo non un genio del male e si compiace di ritrovargli nel cuore affetti gentili come quando ce lo dipinge sulle rovine della sua casa a piangervi la madre estinta. Don Giovanni non è incantatore, Lemminkainen sì; pure il primo è diabolico, il secondo è umano.

IV.

A porgere un′idea dell′efficacia drammatica degli episodii onde abbonda il Kalevala basterà esporre brevemente quello che ha proporzioni maggiori, il magnifico e sinistro episodio di Kullervo.

Kalervo [3] ed Untamo sono fratelli e nemici mortali. Il feroce Untamo assale ed arde le case del fratello e ne stermina la famiglia. La sola moglie di Kalervo sopravvive alla strage. Ella cade gravida in potere del vincitore e dopo breve tempo mette alla luce Kullervo, il figlio della sventura.

L′avversa dea che presiede alla sua nascita lo segna in fronte d′un marchio fatale. Ancora infante, Kullervo spiega vigore indomabile, rompe le fascie e la culla; e tosto entra in lui il tetro pensiero d′Amleto, vendicare sull′empio zio le angoscie de′ suoi.

Untamo comprende qual nemico mortale gli cresce in casa e delibera d′ammazzarlo; lo fa gettare prima nel mare poi nel fuoco, ma né l′uno nè l′altro ardisce offendere l′uomo serbato dal destino a maggiori mali. Si appicca Kullervo ad un′alta pianta. Dopo tre giorni lo trovano ad incidere nella corteccia dell′albero ghirigori infantili. Il Kalevala ci sorprende spesso con questi tocchi di crudo realismo in mezzo alle fantasie più sfrenate. Così nella runa della musica l′orso per vedere e udir meglio Wàinàmòinen si rizza su due gambe contro la porta d′uno steccato; la porta cede al suo peso ed il re della selva rotola a terra prima di arrampicarsi a malincuore sull′abete.

Kullervo è messo al lavoro. Gli affidano un bambino da custodire ed egli lo ammazza; lo mandano a far legno ed egli, impugnata per la prima volta la scure, si getta cantando ed urlando nel fitto del bosco e la mena a cerchio con tanto furore che lo devasta intero. Quindi maledice alla terra se vi porterà steli e spiche. Untamo gli affida altri uffici, ma il giovane li compie tutti con simile malvagità insensata portando la sventura dovunque tocca. Finalmente Untamo lo vende schiavo al fabbro Ilmarinen. «

Quando il giovane Kullervo dai capelli biondi, entra in casa del fabbro, i pensieri di vendetta e d′odio, covati sin dall′infanzia, hanno già avvelenato e pervertito l′anima sua; intuizione profonda del poeta pagano, che ha l′istinto della dottrina ventura del perdono. È il concetto morale che ispira e domina tutto l′episodio insieme al concetto religioso del fato come l′avevano i Greci. Non sono per verità due concetti, ma due istinti, e v′ha contraddizione tra l′uno e l′altro; la contraddizione tragica che si agita senza fine in fondo all′anima umana fra il sentimento della libertà e la paura misteriosa di una forza superiore e inflessibile. Il male non frutta che male, l′odio nudrito da Kullervo lo rende malvagio e sventurato; ma come non odierebbe? Ancora prima di nascere egli è designato a vittima del destino.

La moglie del suo nuovo padrone Ilmarinen lo manda a pascere le greggie e gli dà un cattivo tozzo di pane, entro il quale per avarizia ha messo una selce. Il pane si cambia in pietra sotto il coltello dello sventurato Kullervo che piange d′ira in mezzo alle selve. Gli spiriti maligni della natura gli sussurrano parole funeste. Egli trasmuta con incanti la greggia in un branco di lupi e d′orsi che sbranano la donna; poi fugge pieno di abbominevole gioia, onde inorridisce la terra sotto i suoi piedi. Vive tra boschi e paludi imprecando alla sorte che gli dà per casa il deserto, per foco domestico il vento del nord, il ghiaccio e la neve per calzatura. Egli ritrova la madre e il padre vivi ancora sulle sponde d′un lago lontano presso i confini della Lapponia. Il padre non lo ravvisa, la madre lo abbraccia piangendo e gli racconta ch′è scomparsa senza lasciar traccia di sé la sua figlia maggiore, sorella di Kullervo e da lui sconosciuta.

Kullervo non fa miglior prova nei lavori affidatigli dal padre che non abbia fatto altrove. Non gli manca il buon volere, ma la sua forza selvaggia oltrepassa sempre il segno e distrugge invece di edificare. Suo padre non sa che farne e lo manda a viaggiare. Le fanciulle che incontra viaggiando rispondono cogli scherzi alle sue profferte d′amore. Kullervo ne rapisce una a viva forza, la placa con doni magnifici di gioielli e di vesti e ne fa la propria amante. « Qual′ è la tua schiatta e il tuo nome » gli dice la giovane: « La mia schiatta non è né illustre né vile, è mezzana. Sono il figlio infelice di Kalervo, un triste e miserabile garzone, una povera testa senza cervello, un essere maledetto nato al dolore. Ed ora alla tua volta aprimi la tua schiatta e il tuo nome. » Ella risponde : « La mia schiatta non è né illustre né vile, é mezzana. Sono la figlia infelice di Kalervo, una povera e miserabile creatura, una debole fanciulla nata al dolore. » Ella racconta al fratello con parole che toccano il sommo del patetico come dilungatasi un giorno dal tetto paterno si smarrisse nei boschi e vi andasse lungamente piangendo e gridando invano, « Ah! » esclama: « foss′io morta allora! Forse al terzo ritorno dell′estate sarei uscita nel sole tenera erba, grazioso fiore, fragola dei boschi, e non avrei incontrate queste angoscie orribili e strane. » Così dicendo, la fanciulla si slancia dalla slitta tra le onde spumose d′un torrente. Kullervo torna a casa disperato e racconta l′atroce caso alla madre. Ella gli perdona e gli consiglia di ritirarsi per alcun tempo nei deserti a nascondervi la sua colpa. Il consiglio pare vigliacco a Kullervo che risolve di affrontare Untamo colle armi, vedere la morte in viso e incontrare , com′egli dice, la malattia delle battaglie che atterra l′uomo come la folgore. L′addio di Kullervo alla famiglia è uno squarcio originale, appassionato. Egli saluta prima suo padre: « Addio, caro padre. Mi piangerai tu quando ti diranno ch′io son disceso tra′ morti?»  « No » quegli rispose, « mi nascerà forse un figlio migliore di te. » Allora Kullervo lo insulta fieramente e si volge al fratello: « E tu mi piangerai ?» « No certo, » risponde il fratello, « mi troverò un compagno che ti valga due volte. » Ad eguale domanda una seconda sorella di Kullervo fa eguale risposta, ed egli rende ad ambedue oltraggio per oltraggio. Quindi si volta alla madre: « E tu, madre mia, mi piangerai ?» «Ahi tu non sai» ella grida ferita, « non arrivi a comprendere qual sia l′anima d′una madre. Io singhiozzerò per te amaramente aggirandomi per la casa e fuori per le vie, e, se non osassi gemere davanti agli uomini, chiusa nel segreto della mia stanza verserò per te flutti di pianto. » V′ha un accento di poesia sublime in questo grido materno che solo è pari alla sete tormentosa d′amore ond′è travagliato in quel momento il maledetto Kullervo.

Egli parte per la lontana meta, combatte ed uccide Untamo, ne distrugge le abitazioni e la razza. Allora solo riprende la via della sua casa. I tizzoni del focolare sono spenti, segno che la madre non è più; il seggio di pietra presso al foco è freddo, segno che il padre non è più; il pavimento è sudicio, segno che la sorella è morta; non v′ha più barca sul lido, segno che il fratello è morto. Kullervo esce accompagnato dal cane fedele, solo essere vivente che l′ami oramai, ed erra per le campagne sin che giunge al luogo fatale dove la sorella si era uccisa. Le erbe la piangevano ancora, gli arbusti non vi fiorivano, i rami degli alberi pendevano inariditi. Traduco ora alla lettera: « Kullervo, figlio di Kalervo, snudò la spada dal taglio affilato. La guardò a lungo volgendola e rivolgendola nel pugno e quindi le chiese se avrebbe talento di divorare le carni dell′uomo carico d′infamie, di bere il sangue del reo. La spada comprese il pensiero dell′uomo e rispose: « Perchè non divorerei volentieri le carni dell′uomo carico d′infamie? Perchè non berrei con gioia il sangue del reo? Divoro pure le carni dell′innocente, bevo il sangue mondo di delitti. » Allora Kullervo, figlio di Kalervo, piantò nel suolo l′elsa dell′arme e col petto si precipitò sulla punta. » Tale è l′episodio di Kullervo che occupa sei runot tra le cinquanta del Kalevala. La inculta musa finnica sovrabbondante di forza e d′audacia passa talvolta il segno, come Kullervo. Ella non possiede il retto senso della misura anche nel sovrannaturale, ch′è il privilegio della musa greca. Accumula gli avvenimenti senza preparazione e talvolta senza necessità; ora s′indugia, ora s′affretta di soverchio nelle narrazioni. Si riconoscerà tuttavia in questo episodio una singolare energia di concetto e di esecuzione. Il fato che perseguita Kullervo dal seno materno alla tomba è nel fondo lo stesso fato che prepara le sventure incredibili di Edipo; ma la leggenda greca, onde Sofocle trasse il suo dramma, col fare d′Edipo un giusto, ingrandisce lo spavento religioso del fato, come rende più tragica la catastrofe levando prima l′eroe al colmo della felicità. La grandiosa leggenda di Edipo è di gran lunga superiore, quanto ad effetto scenico, alla leggenda di Kullervo, anche senza i meravigliosi versi di Sofocle. Pure l′episodio del Kalevala, che non darebbe lumi né ombre bastanti ad un′azione drammatica, commuove forse di più il pensatore. Nel concetto finnico il male predestinato è più potente nemico che nel concetto greco. Appena Kullervo è nato e prima ch′ei sia capace di vero dolore e di vera gioia, il male stende la sua ombra sinistra sull′anima sua, opprime l′innocenza e i sensi migliori del fanciullo. Quando il dolore viene, è già meritato o almeno l′uomo crede di meritarlo; ecco lo strazio e la profonda angoscia che il poeta finnico ha messo nella sua creazione. Con un tratto di genio egli ci mostra ancor vivi in fondo all′anima di Kullervo gl′inquieti desiderii del bene. Se vi ha lotta fra lui ed il fato non è mai nelle azioni, tutte colpevoli e sciagurate; la lotta è nei rimorsi pungenti, nella sete d′amore che lo tormenta, nell′infinito disprezzo di sé. Simile lotta riesce necessariamente ad una crisi violenta ed è un supremo scherno del fato che gl′istinti più nobili della sua vittima la conducano a distruggersi di propria mano. L′oscuro dramma del destino di Kullervo non potrebbe, lo ripeto, gareggiare d′effetto scenico collo splendido dramma del destino di Edipo, ma porta in sé una passione più intensa e un concetto più tragico della fatalità.

V

Il Kalevala è ricchissimo di poesia lirica. Vi si trovano ad ogni pagina invocazioni alle molteplici divinità finniche, scongiuri, formole rituali che hanno tutte forma lirica. Secondo gli antichi Finni, le parole magiche erano impotenti senza la scienza della origine delle cose. Le invocazioni e gli scongiuri sono perciò frequentemente preceduti nel poema dai canti delle origini. Va tra′ più belli il canto del ferro che accenna ad un′antichissima industria metallurgica e anche a qualche rudimento di scienza geologica. Bellissimo è pure il canto della birra che ne fa risalire l′uso ai primi tempi dell′agricoltura, quando l′aratro fu messo tra la cenere dei boschi incendiati. « Poco tempo dopo, canta il runoia, il luppolo mormorò dai cespugli, l′orzo sospirò dagli steli, l′acqua disse in fondo alla sorgente di Kaleva: « Quando ci riuniremo noi? » Son pregi comuni di queste liriche la vena abbondante dell′ispirazione e la copia delle iminagini delicate e graziose che i poeti Finni sanno involare alla natura severa del loro paese. Scelgo per darne un saggio i canti nuziali, limpido e piano specchio d′ingenui costumi non turbato da slanci incomposti di fantasia.

In antico come a′ nostri giorni le nozze finlandesi si celebravano pomposamente. Il poema descrive quelle della figlia di Louhi col fabbro Umarinen. Tutto il villaggio è invitato alla festa. La tupa o sala di famiglia si adórna bizzarramente di alghe, di conchiglie, di trofei di caccia e di pesca. Si dispongono le paret, torce di legno resinoso destinate a illuminare l′allegro convito. La madre di famiglia attende nella cucina ad ammannire succulente vivande, i pesci più delicati del golfo, la migliore selvaggina della foresta. Quando vede venir da lontano il genero colla folla degli amici, ella, ritta sulla soglia, intuona il canto del saluto. Intanto le slitte entrano con fracasso nello steccato. Il genero balza a terra e tosto i servi accorrono, staccano il suo cavallo pel primo, gli prodigano mille cure. All′invito della madre di famiglia lo sposo e i suoi si levano cappello e guanti; indi quegli, mettendo pel primo il piede sulla soglia, invoca la pace sulla dimora della sua fidanzata. Tosto si accendono le paret onde la suocera possa contemplare il genero al chiarore della vampa rossastra e lodarne la bellezza. Poi egli è fatto sedere al posto d′onore e il convito incomincia. La madre di famiglia porge ella stessa le vivande ai convitati, e una giovinetta fantesca mesce loro la birra.

La birra gagliarda va in giro, le tazze si vuotano, pure il banchetto è ancora silenzioso. « Quali furono, dice la runot, i pensieri della birra quando scese nella tazza capace di Wäinämöinen, il gran poeta, e la riempì sino al labbro? La birra ferve di gioia perchè sa di doversi mutare in canti. » Infatti Wäinämöinen esclama: « O birra, gli uomini non ti bevano invano » e canta invocando le benedizioni del Dio del cielo sulla famiglia ospitale. Levate le mense si procede ai canti del rito nuziale. Mentre la sposa si prepara alla partenza la suocera vòlta al genero gli parla così:

O giovinetto di sangue gentile,

Perchè rimani, onor del tuo paese ?

Dell′ospite pel core signorile,

Della sua donna pel parlar cortese ?

non ti son le ricche mura a vile?

De′ convitati il bel parlar ti prese ?

No, giovinetto, nessun convitato,

Non ospiti nè mura t′han legato,

Ma il core, la dolcezza e la malìa

Della fanciulla, della figlia mia.

O fidanzato, attendi, attendi ancora.

Quella per cui sospiri non è presta:

Le sue chiome intrecciate hanno sinora

Soltanto a mezzo; l′altra parte resta.

O fidanzato, aspetta tuttavia.

Non può la tua compagna porsi in via.

Una manica pur della gioconda

Veste ha infilato; manca la seconda

O fidanzato, non è tempo ancora,

Non è pronta colei che t′innamora;

Un piè ha calzato, or calza l′altro; aspetta!

Ancor un guanto convien che si metta.

O  fidanzato, hai lungo tempo atteso,

La pazienza non l′hai persa mai;

Ella è pronta colei di cui se′ acceso,

La tua compagna può seguirti omai.

Va dunque, giovinetta comperata.

Vattene, o dolce colomba venduta;

Delle tue nozze è giunta la giornata,

Colomba, è l′ora degli addio venuta.

Ti sta vicino chi t′ha guadagnata,

Ei sulla porta già t′ha preceduta;

La sua cavalla scalpita bardata

E la slitta a raccoglierti è venuta.

Se amasti l′oro, se i bei doni avesti,

Se l′anel pronta in dito ti ponesti,

A lasciar la tua casa ora sii pronta,

Ecco la slitta che t′aspetta; monta!

semplice fanciulla, tu non hai

Pensato d′ogni parte questa cosa.

Se hai fatto mal guadagno non lo sai

E se t′attende vita dolorosa

Poi che il paese abbandonato avrai

Della tua fanciullezza avventurosa.

La casa ov′io, tua madre, t′allattai.

La casa ove tuo padre si riposa.

Era dunque la tua vita sì dura?

Non eri come un fior nella verzura?

Era dunque la tua vita si acerba?

Non eri come fragola nell′erba?

Qui delicato burro e latte avevi

Quando ti risvegliavi alla mattina.

Se il burro non garbavati, potevi

Aver di carne una vivanda fina.

Nè pensieri, nè affanni ti prendevi;

I pensier li lasciavi, piccolina,

Agli abeti fasciati dalle nevi.

Ed i lamenti à′ pin della collina,

La tristezza a′ piuoi degli steccati.

Alle betulle de′ sterili prati;

Come una fogliolina intorno erravi,

Come una farfalletta folleggiavi.

Ed or tu migri a una dimora ignota;

Non è la madre tua che vi comanda.

Altri luoghi; da′ nostri usi remota

Dee parerti ogni cosa in quella banda.

Colà ti rende il corno un′altra nota,

La porta un altro cigolio vi manda;

Nè aprirla sai, né moverti tra quelle

Pareti a guisa dell′altre donzelle,

Né come piace agli uomini far fuoco

E riscaldare a lor talento il loco.

Pensavi tu partirtene stasera

Ed il tuo nido riveder domani?

Tornar dopo una notte non ispera;

D′esto sito per sempre t′allontani.

Se mai tu rieda un giorno forestiera

A visitare i genitor lontani,

Ritroverai d′un piede lo steccato

Fatto più lungo e il limitare alzato.

Segue il lamento della sposa che suona così :

Io mi dicea degli anni miei nel fiore;

Fin che la vecchia madre ti governa,

Di donna aver non puoi nome né onore

Stando co′ tuoi nella casa paterna;

Ma quando avrai seguito altro signore

Che te a custode del suo tetto scerna,

Quando sulla sua soglia un piede avrai

E alla sua slitta l′altro leverai,

Eccoti donna alfine divenuta,

Di tutto il capo ad un tratto cresciuta.

Così sperai nel fior de′ giorni miei

Come si spera una feconda annata.

Or fatto pago il desiderio avrei,

L′ora della partenza è già suonata;

Ma ridir a parole non saprei

Come qui dentro mi senta mutata.

Non parto lieta, no, dall′aureo sito

Che mi nutrì, dal bel podere avito :

Vado col cuore di sospiri pieno,

Come d′autunno a triste notte in seno;

Vado, né lascio pur traccia leggera

Qual su lubrico ghiaccio a primavera.

Che core han l′altre spose, che pensieri?

Mesti al paro de′ miei non li hanno certo;

Io li ho della fuliggine più neri.

I miei pensier somigliano un deserto

Lago cinto di squallidi dirupi,

Di tempestose nuvole orli cupi.

Una notte d′autunno sconsolata.

Sinistro cielo d′invernal giornata.

Segue il canto delle lagrime (isketysvirsi) in cui si descrivono alla sposa tutti i guai che l′avvenire può serbarle:

Allor vecchia fantesca abitatrice

Del focolare sempiterna, dice:

Di che dunque ti lagni, o giovinetta?

Non te l′ho detto cento volte e cento?

Non lasciar che lanello alcun ti metta,

Non ti seduca inzuccherato accento,

Non di pupille tènere saetta.

Ogni amante ne ha in serbo a piacimento

Quand′anco tra le sue mascelle istesse

Un mal genio, la morte si tenesse.

Sì, gliel′ho detto sempre alla piccina,

Glielo cantai di sera e di mattina.

Quando verranno i primi del paese

Per isposarti, ad essi fa risposta

Quale la vecchia serva tua t′apprese:

In schiera non sarò coll′altre posta,

Non vo′ catena che al collo mi pese

Né son di servir suoceri disposta.

Se vuol qualcuno una parola dire,

Dica ch′io due gliene farò sentire;

Se vuol qualcuno pe′ capegli trarmi

Tenti che ben saprò da me guardarmi.

Il canto continua parlando dei denti acuti del suocero, della lingua di pietra della suocera, delle parole fredde del cognato, dei sarcasmi della cognata. La insulteranno, la chiameranno abete rattrappito, cattiva slitta quand′anche ella avesse l′ardire del salmone, la discrezione della lampreda, il senno del pesce persico de′ laghi, la frugalità del martore, la prudenza dell′anitra selvatica. Invano ella vorrebbe fuggire dalla nuova casa, slanciarsi dal tetto come una scintilla tra il fumo.

Dopo nuovi lamenti della sposa, un fanciullo seduto sul pavimento intuona il canto della consolazione [lohdatus sanat). Canta la bontà, la ricchezza dello sposo, l′energia dell′uomo che sa guidar l′aratro, cacciar l′alce e l′orso.

Viene in seguito il canto dell′istruzione (opastus Virsi), raccolta di ammaestramenti e di consigli che il poema mette sulle labbra d′una donna tuttavia giovane, ma pure esperta della vita conjugale:

Fragola dei boschi, o vago fiore

Portane teco, andando, ogni tua cosa

In fuor dal sonno neghittoso, in fuore

Dai vezzi della tua madre amorosa.

Sulla finestra le gaie canzoni

Lascia, i capricci accanto alla granata.

Gli ozy pigri sul lastrico deponi.

Sul letto l′allegrezza spensierata.

Cedili all′amica se t′aggrada

Che se li prenda sotto il braccio e vada.

Li celi in grembo alle foreste folte.

In grembo all′erbe delle lande incolte.

Mutar modi e costume a te conviene;

Da′ tuoi volgere a suoceri l′affetto;

Con essi studiar ti si appartiene

Più profondo l′inchino e dolce il detto.

T′è d′uopo il capo mettere a partito.

Aver la sera pronto l′occhio al fuoco,

Pronto al gallo il mattino aver l′udito,

E la luna guardar se il gallo è fioco.

L′Orsa si leva colla coda al polo;

Su, fa che dalle coltri ti disvolle,

Al muto focolar scendi di volo.

Per una favilletta che lampeggi.

Ove tutto sia spento, dolcemente

Lo sposo d′esca e di selce richieggi,

Indi muovi alla stalla. Ad ora ad ora

Mugola il vitellino che t′attende

Ed il poledro verso al fieno odora.

Ritorna più d′un turbine veloce.

Per fame o freddo il bimbo ti domanda

Dalla sua culla con piangente voce.

Ed ogni sette dì lava la stanza,

Onde tersa dal lastrico alle travi

Di ben retta dimora abbia sembianza.

Il tuo vestir non sia però negletto.

Spiacer potresti al giovine marito

Senza calzari, senza fazzoletto.

Seguono istruzioni minutissime sul modo di macinar le farine, di fare il pane, di attinger acqua tornando in fretta dalla fonte onde i suoceri non credano ch′ella s′è compiaciuta di vagheggiar nel limpido specchio la propria bellezza. Ogni passo nella casa, ogni voce, ogni gesto dev′essere misurato per non dar sospetti.

Si apprende alla sposa come debba tener conto degli utensili domestici, come preparare il bagno a vapore e fare la birra. Le si danno i precetti della tessitura. Indi le si espongono i doveri della ospitalità temperati da′ consigli della prudenza. La giovane sposa non deve ricondurre lo straniero oltre la porta onde non far ingelosire il marito. In casa altrui ella deve essere circospetta nel parlare e guardarsi bene dal biasimare le usanze della propria famiglia. Ove le altre giovani le chieggano se la suocera le dia tanto burro quanto ne aveva dalla madre, risponda sempre di sì quand′anche ne avesse assaggiato solo una volta durante l′intera estate. Ma pure l′ultimo consiglio è questo. « Non dimenticare tua madre, colei che ti ha nutrito. Quante notti non ha vegliato presso la culla della sua bambina, quante volte non ha per te dimenticato di prender cibo ! »

Intanto tra la gaia ed elegante folla dei convitati s′è introdotta certa vecchia vagabonda avvolta in un lungo mantello. Questa sinistra apparizione canta con cupa voce il canto de′ guai (mynian virsi). Lo traduco in prosa onde renderne meglio lo stile originale. « Il gallo canta per la sua diletta, la cornacchia canta nei dì tempestosi ed al venir della primavera.

« Anch′io vorrei poter cantare ma non ho dolce amico né asilo; la mia sventura non ha confine.

« Odi, sorellina, quel che t′ho a dire. Non piegarti all′impero del marito, com′io feci, infelice!  Sì, troppo allettommi la sua voce d′allodola, troppo docile mi sottomisi al giogo dell′uomo superbo.

« Ero un fiore gentile delle lande, un grazioso stelo nei giorni della giovinezza. Mio padre mi chiamava vaga colomba, mia madre oca ben nutrita, mio fratello uccellin dell′onda, mia sorella gaio usignuolo. M′aggiravo per campi e strade, per lidi sabbiosi e fiorite colline. Cantavo per ogni valle, gorgheggiavo in vetta ad ogni montagna, folleggiavo nei boschi.

« Ma la lingua seppe trarre la volpe al laccio e l′ermellino nella rete; la inclinazione e il costume condussero la giovane a marito in una casa straniera.

«Partii, tenera fragola, per altro paese; fui portata, leggero arboscello, verso altri laghi per esservi schiacciata e maledetta. Non v′ha ontano che non m′abbia lacerata, non betulla che non m′abbia punta, non pioppo che non m′abbia morsa. M′avean detto che la casa era di legno d′abete con due piani da sei stanze l′uno, che sul margine del bosco sorgevano delle aitte [4]; che la via era fiancheggiata di praterie fiorite, le montagne di campi d′orzo, le lande di campi d′avena; che vi si serbavano parecchie casse di biade recenti e vecchie, molti forzieri di monete. Trovai una casa in isfacelo. I boschi eran vuoti d′affètto, i campi arati non davano che sventure, gli alberi non avevano che guai. I forzieri riboccavano di odio; non mi si promise oro ma parole amare.

« Pure mi feci animo; sperai colla sommessione guadagnarmi l′affetto. Accesi il fuoco nelle stanze, corsi in cerca di scheggie di legno, battendo del capo negli angoli delle porte. Ma nelle porte e presso al focolare e persino sul pavimento non trovavo che sguardi biechi. Volli lottare ancora. Seppi esser veloce più che lepre, leggera più che ermellino. Mi coricavo tardi, sorgevo prima dell′aurora, ma quand′anco avessi scosse le montagne, non avrei potuto acquistarmi stima ed amore.

« Indarno sudavo a macinar il grano per esser divorato dalla suocera crudele con fauci fumanti di collera, quand′io la servivo al posto d′onore in vasi dall′aureo labbro. A me, miserabile, le reliquie raccolte sulla macina per mangiarmele accoccolata sul focolare, col romajuolo della caldaia.

E Sovente, triste sposa, nella casa del mio sposo mi portai del musco e me ne feci un pane. Attinsi l′acqua del pozzo e bevvi dalla secchia. Se volli un pesciolino dovetti pescarlo io stessa. D′estate falciavo l′erbe, d′inverno battevo il grano come un′operaia prezzolata. Mio suocero mi addossava le fatiche più gravi senza pensare ch′io potessi stancarmi, benché cavalli e uomini cadessero spossati. Così lavoravo, povera fanciulla, con tutte le mie forze, e quand′era il tempo del riposo imprecavano a me, m′auguravano il malanno. A torto spargevano contro all′onor mio voci bugiarde e perfide che mi ferivano come scintille ardenti, come una gràgnuola di ferro.

Non disperai, ma la mia sorte dovea farsi ancor più dura: vidi il mio sposo mutarsi in lupo, in orso. Egli mi volse le spalle. Allora piansi amaramente nella solitudine dell′aitta. Mi risovvenni dei giorni trascorsi nelle ampie terre di mio padre, nella casa della mia dolce madre e cantai. Mia madre seppe educare il germe e il tenero stelo, ma non seppe trapiantarlo. Gli scelse una triste dimora sul terreno arido presso all′aspre radici della betulla. Meritavo miglior casa e migliore sposo di quest′uomo rozzo e pesante che ha naso di corvo, fauci di lupo e membra d′orso. Avrei potuto foggiarmi eguale marito sulle mie colline, con un tronco d′ontano fracido. Gli avrei fatto il grugno di torba, la barba di musco, gli occhi di bragie, le orecchie di funghi.

« Mentre così gemevo, m′accadde di udire il passo del mio sposo sulla scala. Aveva i capelli irti, digrignava i denti e rotava gli occhi infocati. Mi percosse fieramente il capo con una mazza di sorbo.

E la sera, quando coricossi, tolse con sé un fascio di verghe ed una frusta di cuoio per me infelice. Alla mia volta mi coricai accanto a lui. Egli si trasse indietro e mi fé assaggiare il suo pugno brutale, lo spessore de′ suoi scudisci, il manico della frusta guernito d′ossa di foca.

« Balzai disperata da quel giaciglio di ghiaccio. Mio marito m′inseguì, mi diè di piglio ne′ capegli e gettommi dalla porta nel gelido vento di primavera. Chiedere aiuto e consiglio, a chi mai? Attesi invano davanti all′uscio che il furibondo si placasse. Intanto il freddo cominciò a guadagnarmi e pensai; no, non posso restare più oltre in balia dell′odio e del disprezzo in questo covile di Lempo.

« Corsi via per paludi e colline, navigai sugli ampi golfi e toccai le terre di mio fratello. Là gli aridi abeti, i chiomati pini mormorarono, le cornacchie gracchiarono, i gatti miagolarono : non è qui la tua casa, non è qui che sei nata.

« Non diedi loro retta ed entrai nello steccato. Lo steccato e il campo misero voci di lamento. « Perchè vieni qua? Che cerchi, povera donna? Da lungo tempo la tua dolce madre è venuta meno. Per te tuo fratello è uno straniero, tua cognata una moscovita. »

« Sdegnai queste voci e posi la mano sul pomo della porta. Il pomo mi parve di ghiaccio.

« La porta si aperse e stetti ritta sul limitare. La padrona di casa aveva aspetto altero; né venne ad abbracciarmi né mi porse la mano. Le dimostrai eguale affetto; tesi la mano al focolare, la pietra era fredda; tesi la mano alla pietra, i carboni erano freddi.

« Mio fratello giaceva sdraiato sopra una panca, nero di fuliggine da capo a piedi. Egli disse alla nuova venuta: « Straniera, vieni tu dall′altra parte del golfo? » Risposi « Non riconosci tua sorella? Siamo figli della stessa madre; la stessa colomba ci ha covati nello stesso nido. » Allora mio fratello pianse e disse alla moglie: « Porta da mangiare alla sorella mia. » La cognata dall′occhio losco mi diede un piatto di cavoli che Musti, il cane, aveva divorato a mezzo.

« Mio fratello le disse: « Portale della birra. » La cognata dell′occhio losco mi portò dell′acqua immonda; tolsi congedo da mio fratello e dissi addio alla mia patria. Errai sciagurata nel mondo, trascinando la mia miseria di lido in lido, picchiando a porte sconosciute, ad inferriate straniere e lasciando i miei poveri bambini in balia d′altrui.

« Ed ora è grande il numero di coloro che mi disprezzano e mi oltraggiano. Ben pochi mi dicono, parole affettuose, mi trattano con dolcezza e mi offrono un posto al loro focolare quando cerco rifugio dalla pioggia, e dal freddo, quand′ho le pieghe dell′abito bianche di brina e la pelliccia irrigidita dal gelo.

« No, nei giorni della mia giovinezza, quand′anche mille lingue me l′avessero predetto, non avrei creduto a tanta sciagura, a sì crudele destino. »

Segue il canto degli avvertimenti allo sposo (sulhan varoitus virsi). Gli si cantano le lodi della fanciulla e lo s′invita ad esserle rispettoso e amorevole com′ella si merita. Non permetta che i suoceri la maltrattino, né dia retta alle loro accuse. Egli deve proteggere la tenera amica del suo cuore. S′è d′uopo correggerla, lo faccia in segreto, il primo anno colla parola, il secondo coll′ammiccar degli occhi, il terzo col premerle leggermente il piede. S′ella è indocile usi durante la quarta annata uno stelo sottile di carice; non verghe né frusta. Se non gli obbedisce ancora, si tagli nel bosco una mazza di betulla e la nasconda sotto la pelliccia onde non sia veduta da alcuno. La mostri alla giovane ma non passi oltre la minaccia. S′ella insiste tuttavia, la corregga colla mazza di betulla, ma nel segreto delle pareti domestiche e vada pago di sfiorarle le spalle. Più gentile barbarie non si saprebbe pensare.

Un vecchio canta per contrapposto al mynianvirsi le sciagure della sua vita domestica.

Finalmente la sposa intuona il canto dell′addio (morsiamen-lähtovirsi). Ella non dimentica né una persona della famiglia né una parte della casa, non la giovenca, non il puledro e manda un saluto ai boschi colle loro coccole, ai laghi colle isole, ai golfi profondi co′ pesci, alle colline coi fiori, alle valli solitarie colle betulle.

Lo sposo è ristucco di canti, di lamenti e fors′anche di lezioni. Gli pesa che la sua giovinetta compagna si dolga tanto di dover partirsi da′ suoi e mentre la fa salire sulla slitta, non può trattenersi da una breve parodia degli addii che ha intesi dal labbro di lei. E Addio, egli dice, radici degli abeti, frondi degli ontani, scorza delle betulle. » Quindi sferza il buon cavallo e parte di galoppo, mentre una frotta di monelli, raccolta dietro alla slitta fuggente, insulta il rapitore della colomba del villaggio.

Mi arresto sul pendìo sdrucciolevole delle citazioni onde non uscire da′ confini d′una semplice notizia scritta per invogliare altrui a leggere intero il poema finnico. Non so se questi cenni manchevoli e pallidi riusciranno nell′intento loro. Ad ogni modo avverto gli studiosi che troveranno nella versione del Léouzon-Le Duc molta chiarezza ed evidente la cura della fedeltà, come pure vi troveranno copiose le note e bene acconcie all′intelligenza del testo. Ho già detto per quali ragioni stimo che ai cultori della poesia corra stretto dovere di prender conoscenza dei grandi monumenti poetici, com′è il Kalevala; ma non ne consiglio la lettura soltanto a′ poeti. Se alcuno di (quegli spiriti delicati che sentono la voluttà fine delle cose belle e poco note, vorrà leggere questo libro curioso, passerà certo qualche ora piacevole in un mondo lontano, bizzarra miscela di verità e di poesia, dove le lagrime dei grandi poeti diventano perle e il mare le rende.

Un poeta perduto [5]

Chi scrive non ha conosciuto il Saggini né ha inteso parlarne mai da chicchessia. Gli è venuto alle mani per caso il breve volume in cui si contengono le reliquie dell′ingegno suo, e vi ha letto pietose parole sulla oscura vita di lui, tanto attenuata dallo studio e dal dolore, che il poeta, a ventun anni, passò dormendo. Dalla stessa eleganza tipografica delle pagine seguenti ove stanno raccolte le sedici composizioni originali e le Undici versioni che ci restano di questo giovinetto, sorge una pietà senza fine, una tristezza profonda:

. . . amari aliquid quod in ipsis floribus angat.

Qua e là v′appare qualche lacuna e pochi punti segnano la lotta tra lo spirito e la parola, troncata dalla morte. L′affetto religioso dei superstiti non volle porvi mano. Leggendo i versi interrotti a mezzo, sembra di metter piede neUo studio dello scrittore, vedervi i suoi libri ancora in disordine, la penna nel calamaio e aperto il manoscritto a quella pagina onde l′ anima e lo sguardo di lui furono sollevati a più alta visione.

Nessuno, ch′io sappia, scrisse mai di questi « fiori sbocciati sulla soglia del tempo e dell′eternità » come dice il poeta insigne che li ha raccolti. Il mondo si allontana volontieri dalle tombe. Quanto a me, se li credo degni d′essere ricordati a′ lettori del Convegno, si è per riguardi artistici e punto sentimentali. Quando apersi il libriccino, m′aspettavo una vena giovanile, sovrabbondante, ricca di riflessi altrui, scarsa di colore proprio. Sapevo che il Saggini era morto a ventun anno; i Leopardi ed i Keats son rari. Si noti che la prima pagina reca una poesia, il Ruscello, colla data del 1867; allora l′autore aveva 17 anni. A certi scrittorelli vanitosi che si affrettano di pubblicare parti immaturi sotto l′usbergo della fede di nascita, la critica non può menar buona questa difesa. Ma ella non sarebbe onesta se tacesse l′età d′uno come il Saggini, che amando l′arte colla virile ambizione dei forti, usava, ce lo apprende il fratello suo, distruggere pressoché ogni cosa uscitagli dalla penna, e prima di mandare alle stampe un sol verso , è morto. Per essere stato scritto e 17 anni, il Ruscello mi parve cosa mirabile. Lo riporto per intero :

Figlio romito di romita fonte,

Povero ruscelletto,

Che lene mormorando

Intorno appena ti riveli, immensa

Pietà mi desti in petto.

Alla vedova sponda un fior non dona

Il vago aprile; un fiore!

Te non rallegra il bacio

Mai d′un leggiadro venticel, né ignara

Festosa villanella ai dì d′amore

Al tuo cristal le dolci grazie impara.

Lento trapassi lento.

Orfanello tra i rivi, e i cari doni

Che a te negò laprile

Piangi dell′onda coi... suoni.

Seguitai a leggere. Appena finito, rilessi una seconda, una terza volta, sempre più lentamente. A poco a poco dimenticai l′età, la vita e la morte dello scrittore. Sentivo guadagnarmi dalla commozione che ci prende quando viaggiando in paese straniero, alla risvolta di una strada sconosciuta, ci si scopre via via qualche cosa di inatteso e di grande.

Era un poeta. Ignoro se il lettore sia parco o liberale del nome divino. Per me, a chi non abbia saputo creare una forma propria, sia pure artefice di versi eleganti e caldi, lo rifiuto. Era un poeta. Sentivo le inesperienze, i tentativi, gli slanci maggiori della vigoria; ma sentivo pure audacia e penne d′aquila, di quelle che non possono fallire a larga distesa e a volo potente.

Qua e là reminiscenze, ispirazioni d′altre muse; ma interrotte sempre da tocchi originali, da impeti della musa sua, veramente sua. Se il lettore ha pochi minuti da spendere mi segua attraverso queste 40 pagine. Non è il viaggio del mondo, non è neppure quello attorno a una stanza. È solamente uno sguardo, un fuggitivo sguardo nell′anima d′un poeta che gli passa davanti la prima e l′ultima volta, troppo rara fortuna per non goderne; d′un poeta perduto nel primo fior dell′ingegno, troppo rara sventura per non esserne tocchi.

Nel Ruscello corre un′onda leopardiana. È quel verseggiare pacato, quel senso della malinconia delle cose, quell′intenerirsi di un animo che commiserando altrui pensa a sé stesso. Quando il Saggini lo scrisse aveva perduto padre e madre, e sentiva i primi morsi del male che lo consunse. Lo chiama orfanello tra i rivi e parla dei doni che gli negò l′aprile. Egli si vedeva nel tremolo specchio della corrente e si può intendere dagli ultimi versi che, procedendo, avrebbe finito con parlare a sé stesso, immaginandosi di parlare all′acqua fuggitiva. Ispirato dal dolore, sente naturalmente il fascino di Leopardi, ma non è soggiogato. Si pensi che il povero Leopardi espia la sua disperazione, come Foscolo le sue ire, passando, per estratto, attraverso tutte le stanze libere e gli sciolti dei poeti in erba, Miseri a diciott′anni.

Il Saggini, infelice tanto, sa stringere dimestichezza col terribile ingegno di Leopardi, serbando intera libertà di pensiero. V′è nel suo dolore un alito di fede e di speranza. Piange, ma di pianto, se si può dire, sereno. Un anno prima della sua morte, al cadere del novembre, egli contempla, dalla soglia della sua cara villetta dei colli, gli ultimi sorrisi della dolce stagione di autunno. Il suo sguardo erra per quegli Euganei eternamente cari ai poeti, in cui la natura pende tra il dramma e l′idillio, ricchi di cupe fórre e di pallidi oliveti, di segrete conche e di ampie vedute, di monasteri silenziosi e di mine medioevali. È la vigilia del ritorno alla città tetra, nebbiosa, ai patimenti dell′inverno. I servi spogliano il giardino dei suoi lieti ornamenti. Gli agave, gli agrumi scompaiono:

Un fodero meschin di paglia e musco

La spigliata deturpa arbor straniera;

La stuoia acceca sul trepiede etrusco

De′ panorami l′opalina sfera.

L′opera de′ servi è finita; tutto ritorna nella quiete e nel silenzio :

Pensoso resta il sempreverde al bosco.

Povero core! esclama il poeta.

Povero cor! E la tua fida aiuola?

Oh! segreta, segreta essa fioria

Divinamente, ebbe ogni cura e sola

Promettea più ghirlande... essa perla!

Essa perla! Dell′uragan sui vanni

E se integro vagasse unico un seme?

Se sullo scoglio dei presenti affanni

Rediviva fiorisse un dì la speme?

Qui si sente che in qualche recondita fessura di quello scoglio un filo dell′erba preziosa viveva ancora. Quando più tardi anch′esso appassisce, il poeta sospira sulla sua giovinezza condannata, ma un′altra speranza lo sorregge, e nella Bolla di sapone canta:

Ascende scolorita

Dal calamo meschino...

La cangerà in rubino

                                          La sua salita!

Oh ! ascenda l′aure in calma

E il ciel che par l′attiri

Non le costi i sospiri

                                         Che costa all′alma!

C′è poesia più umana, più eternamente vera in questa condizione dell′anima che nelle disperazioni nichiliste e nel sacrificio entusiasta. Si compiangono i suicidi, si venerano i martiri, ma la poesia sta nella figliuola di Jephte che, piegando il capo alla morte, piangeva sulle montagne la sua giovinezza.

Il Saggini, oltre a′ libri, amava la vita, la primavera, i fiori; sognava le dolcezze dell′amore. A godere come usa il volgo gli mancò il tempo. Visse malato quattro anni; da′ diciassette ai ventuno. Ma gli spiriti prepotenti sul fragile involucro hanno sensibilità cosi squisita che una stilla dì liquore, un atomo di fragranza li inebbrìa. Godono di una foglia verde più che altri di tutta la selva ; di un solo sguardo più che altri della intera via dell′amore. È la ricompensa loro. Questo giovinetto sofferente d′occhi aveva un raro sentimento artistico del vero. Si legga Cammin facendo, otto versi in tutto. Una striscia di prato verde su cui si move l′ombra delle piante, una siepe intorno scompigliata dal vento, un arboscello che spiccasi dalla siepe e si dondola mollemente, bastano a rapirlo. E non sono gofiaggini realiste. Sosto, egli dice:

                           . . . qui del perfetto

Alfin trovo il diletto. .

Il vero scelto lo arresta, il vero che risponde a quella certa idea della mente. La festa di colori e di vita che lo circonda egli la sente non solo coi sensi, ma anche colla immaginazione; sente la fragranza delle frutta che pendono colà dalle frondi dell′albero. Gli manca tuttavia l′arte ad esprimere il sentimento suo. Vorrebbe rendere tutte le proprie sensazioni e rapidamente, perchè anche il lettore le avesse pressoché contemporanee. Col tempo avrebbe imparato a scegliere la sensazione caratteristica, e a ommettere le altre; il sentimento del vero e del suo valore artistico c′era. Ne appaiono lampi dappertutto. Anche quando parlando di una sorellina morta che viene a lui colle ombre de′ suoi genitori s′abbandona alla fantasia, non può dimenticare il vero. « Nel materno seno » dice a Rosetta:

Scherzosamente gli occhi bei nascondi

E poi m′abbracci con giocondo grido,

graziosa pittura di bambina festevole.

Altrove è la figlia dell′aratore che siede al fuoco un vespro di novembre, mentre intorno a lei si beve il vino recente, si canta e si suona. Ella delle rustiche chitarre

I primissimi suoni udì soltanto

Che le molcea più cara nota il core.

Uno scrittor volgare avrebbe detto semplicemente ch′ella non udiva il suono delle chitarre. C′è in quel primo verso uno sforzo, per così dire, di fedeltà al vero. Arte più matura l′avrebbe levato via; bisogna tuttavia sentire così. Il Saggini ebbe questo dono dalla natura, e l′assidua lettura di Leopardi l′aiutò grandemente ad usarne. Nei versi intitolati Primavera quel poggio

Che d′occulta vïola si risente

si risente ancora del fare del maestro. E se le pitture del Saggini lasciano un certo desiderio di spontaneità, egli che sapeva attingere l′onda greca alle fonti, l′avrebbe sicuramente raggiunta. Si legga ora come il gracile adolescente sentiva l′amore e la vita.

IL PRIMO AMORE (1871).

Lascio il lavor: di rose

Quasi ho colmo il paniere;

Già beon silenziose

L′erme stanze il piacere.

Strana, da ignota fonte.

Malinconia me inonda,

Lo sguardo si profonda,

Scorre la man sul fronte.

Con subitano, immenso

Trasporto alla viola

Cólta in aprile io penso

Che mi bastava sola.

Invan l′alma in affanno

Amoroso la chiede:

Crudo non la concede

Più d′una volta l′anno.

Ho riferito Il primo amore per intero come la più bella, a parer mio, della raccolta. Se non mi offendesse quel lavor tronco al singolare, la direi perfetta. Spero che il lettore mi dia di pedante e la giudichi perfetta addirittura. Chi sa che de minimis male si riderebbe il poeta, non mi accuserà di pedanteria, ma confesserà pure che questi sedici versi valgono molti idillii e molte elegie; che questa goccia del sangue del cuore, come gl′Inglesi direbbero, è diventata una gemma. Qual vecchio pensiero e come brilla ringiovanito! È la grande tradizione dellarte, proprie communia dicere. L′originalità deriva meno dal concetto in sé che dalla forma della mente in cui viene gettato. Per questo il campo della poesia non può venire sfruttato e, quand′anco non vi fosse altro tema poetico che l′amore, non mancherebbero mai poeti originali. La dolcezza del primo affetto chi non lha celebrata? Colui che cantasse, poniamo, la dolcezza dell′ultimo riuscirebbe più pellegrino e più curioso, ma tuttavia meno originale di altri che sa rendere in modo proprio il concetto comune. Il Saggini gli ha impresso una forma drammatica di singolare energia.

... di rose

Quasi ho colmo il paniere

Nei pensieri più belli dell′ispirazione musicale si trova sempre, chi li mediti, la nota in cui sta il segreto dell′ effetto. Così nelle ispirazioni poetiche. Qui la nota è il quasi. Il poeta non ha raccolte tutte le sue rose, non ha bevuta tutta la voluttà, non si è messo poi a ripensare il passato a suo bell′agio. Egli ha tra mano i fiori splendidi che lo inebbriano di fragranza; ad un tratto gli cadono, un brivido gli corre le vene, gli occhi gli si oscurano di pianto, sì cerca colla mano la fronte. che ha là dentro il poeta? Un rimorso? Egli aveva quasi dimenticato un altro fiore, un umile fiore, e tra le rose non c′era più posto per esso, quasi!

Con subitano, immenso

Trasporto alla vïola

Côlta in aprile io penso

Che mi bastava sola.

Ecco un mirabile movimento lirico, ma anche mirabilmente preparato.

NellInchiesta una fanciulla coglie fiori sulla sponda d′un ruscello:

Mietè, mietè; l′aereo

Velo scompose e il crine;

Trafelata, com′ebria

Venne al nudo confine

E volta trasalì:

Calpesto, ahi! tutto il margo le apparì.

Chino il capo sul cubito

Desio provò di pianto:

De′ fior colti la copia

Già morta in grembo al manto

Le fu vista cader...

Giovinezza, e che sai tu del piacer?

Così scriveva il Saggini a vent′anni.

Nell′albo d′una cieca pel quale, se non vado errato, dettava parecchie splendide strofe lo Zanella, questo ragazzo scrive quattro versi soli di efficacia e concisione latina:

Della natura all′amoroso incanto

Morta ed al riso magico dellarte,

Gode la tua pupilla ancor la parte

Migliore: il pianto.

La forma delle sue poesie odora molto, troppo anche, di lucerna. Si la scelta che l′ordine delle parole vi sono studiatissimi. Vi si scopre lo sforzo come in questa strofa tradotta dall′ Heine :

Sogna d′un etiopica

Palma che invan lo scarso

Ciuffo assetato slancia

Sovra un sasso riarso.

Vi manca l′onda tranquilla e profonda ch′è nell′originale:

Er tràumi von einer Palme

>Die fem im Morgenland

>Einsam und schioeigend trauert

Auf brennender Felsenwand.

C′è stento in queste poesie, ma d′uno che sale; poiché il pensiero è sempre netto, spontaneo, vigoroso. L′espressione pecca bensì di soverchio artificio, ma è scevra di stranezze e di vane eleganze. In poesia pare che gli ingegni gagliardi seguano nel loro sviluppo individuale il cammino inverso del procedimento storico dell′arte. Cominciano coll′esagerato ed il falso dove questa finisce; procedono al nervoso, al concitato, all′audace che ne caratterizzano il primo decadere; arrivano finalmente, quando arrivano, alla calma sicura che n′è la perfezione. Il Saggini era nel secondo stadio, un grande stadio anche nella storia dell′arte se può contrapporre Giovenale a Orazio. Non vedo però che l′ingegno gagliardo basti a percorrere tanta via. Ci vuole la guida, sia di pochissimi uomini, sia di moltissimi libri. Assai meglio se d′uomini poichè, affidandosi ai libri, si dona molto al caso e troppo si presume di quel lume interiore che, se fu talvolta in alcuno precoce e forte oltre ogni legge, comunemente ha d′uopo per tempo di due palme virili e prudenti che lo riparino e gli consentano di pigliar vigore. Questa guida il Saggini l′ ebbe. Gli fu maestro e consigliere Giacomo Zanella. Poiché il grande nome di Alessandro Manzoni sta sopra una tomba, non c′è alcuno tra′ poeti italiani viventi che possa eguagliarsi allo Zanella per la squisitezza del gusto. Chi ha la fortuna di conversare con lui intimamente di cose letterarie, sa quale acuto e finissimo senso egli abbia dell′arte antica di cui, potendo parlare da filologo, parla da poeta, degnamente continuando le splendide tradizioni del nostro ultimo risorgimento letterario; sa pure qual lume di giudizi ne porti sulle letterature straniere a lui famigliari. Certo ispirato da lui il Saggini studiava sempre con immenso amore (son parole di suo fratello) il latino ed il greco, imparando pure il francese, l′inglese e il tedesco. Quest′ultima lingua possedeva sì perfettamente da usarla in composizioni liriche originali.

Prediligeva tra′ poeti stranieri il Goethe che gli pareva più affine al nostro genio, e del Goethe voltò in italiano parecchie poesie. Sola versione dall′antico lasciò un′ode di Anacreonte. Le altre, ed erano molte, sgomentato dalla perfezione de′ modelli, distrusse. Si direbbe, non sapendolo, che ci fosse qui uno squilibrio tra lo studio e la voluttà. Tradurre poeti stranieri moderni è un gioco pericoloso concesso a coloro soltanto che hanno forti studi classici. I novizi possono smarrirvi facilmente il buon gusto e anche il buon senso; son cose che si vedono. Dall′antico invece non s′è mai tradotto abbastanza. Sta bene che gli stranieri si leggano, ma si leggano soltanto per istudiarne la poetica ne′ suoi caratteri generali. Quanto a tradurli, chi vi si accinge senza sapere e maturità sufficienti, arrischia di rendere un cattivo servizio a sé, ad essi ed anche a noi. Il Saggini subiva un poco il fascino della poesia straniera, ma pure la cultura classica e i consigli del maestro lo avrebbero salvato, poiché non si vede che cominciasse a impararvi il disprezzo della forma come ve l′hanno imparato tanti altri a cui, può darsi, fa molto comodo.

Il Saggini sentiva il vero profondamente, possedeva una ispirazione tenera e alta, aveva studiato molto e bene. Non basta; amava, credeva e soffriva. Non so, ma forse i poeti grandi che Dio ci prepara dovranno portarci insieme all′affetto, alla fantasia, al sentimento del vero, la fiaccola della fede nello spirito, nella bellezza ideale, nell′amore delle anime, nella nobiltà del dolore. Ci parleranno di quanto piacerà loro, del Primo effetto, di Una scena campestre , di Una bolla di sapone; purché quando il nostro si accosta al loro pensiero , vi possa indovinare quel fuoco di Vesta! Il povero Saggini a ventun anno moriva; posso ben dire che abbiamo perduto un poeta.

Sarebbe riuscito popolare? No certo. Manco male, penserà taluno; rincresce meno che sia morto. Abbiamo bisogno in Italia d′un grande poeta popolare. È il peccato della letteratura nostra e della francese di non avere grandi poeti popolari. In questo i tedeschi ci sono superiori e di molto. Anche la popolarità dei versi di Manzoni è assai relativa. Glinni sacri, i cori dellAdelchi e del Carmagnola non si cantano per le vie. Il popolo italiano non ha trovata una melodia per Ermengarda, come lha trovata il tedesco pel Re di Thule. Queste son cose vere, ma c′è, mi pare, un pochino d′ingiustizia a voler addossare tutta la colpa a′ poeti. È giusto dire loro: « levatevi dai vostri penetrali reconditi, uscite incontro al popolo. » Sarebbe tuttavia da vedere se anche la maestà del popolo non potesse degnarsi di fare un passo verso i poeti. Come? dirà il poeta, mi studierò bene d′ esser semplice, immaginoso, appassionato; ma dovrò diventar volgare, i fiori del mio paese non m′insegneranno che stornelli, mozzerò i nervi e le ali a′ miei versi? Allora il popolo si serva, torno al mio studio, e se non sarò popolare m′appagherò di piacere alle donne gentili e agli uomini colti i quali bastano a darmi il nome

... che più dura e più onora.

Il poeta avrà mille ragioni. Ma come muovere il popolo, e levarlo verso le altezze dell′arte? Temo che in Italia ci sieno di mezzo difficoltà insuperabili. Tengo intorno a ciò una opinione non facile né piacevole a dirsi. Credo che il popolo italiano, come l′antico latino, sia poco poeta, e perciò poco atto di sua natura a intendere i poeti. Noi possediamo gran copia di poesie popolari. Quanto a me confesso di sapervi trovare ben di rado l′energia, l′affetto profondo, l′immaginazione creatrice che rifulgono nella poesia popolare greca, slava, germanica. Le gemme, come la Baronessa di Carini, sono eccezioni. Il nostro risorgimento politico ch′ebbe forme tanto drammatiche e leggendarie, ha scarsamente e miseramente ispirata la musa popolare. Meglio fatti che versi, dice la gente seria. Si guardi alle due grandi guerre nazionali combattute nel secolo da′ Tedeschi contro la Francia. La lira e la spada, sorelle al tempo di Koerner, lo furono una seconda volta nel 1870, e a nessuno, ch′io sappia, parvero poco serie. A non voler essere piaggiatori della nostra vanità nazionale, convien dire aperto che il popolo italiano è assai meno poetico di quanto potrebbesi pensare annoverando i suoi grandi scrittori. Chi s′impaccia di versi farà bene a studiare anche i nostri canti popolari. C è da imparare sempre; se non altro, a smettere le eleganze ricercate e i panneggiamenti vacui che si tengono in soverchio pregio da noi. Tuttavia non isperi diventar popolare. Se la dignità dell′arte gli è cara, non lo tenti neppure; gli converrebbe abbassarsi troppo.

Così la penso, e se al lettore non importano le opinioni d′un ignoto, se gli paiono troppo assurde, me le lasci pure e mi tenga per iscusato.

Ignoto, non vorrei esserlo per amore del giovinetto veneto intorno al quale scrissi i brevi cenni che precedono. Nella sua malattia, dettando versi a due o tre parole per volta, che l′ambascia del respiro lo interrompeva, soleva dire: « Voglio che rimanga qualcosa. » Lo Zanella raccolse e pubblicò, pensiero degno di lui, le sue scarse reliquie, ma soltanto gli amici ebbero il pio libriccino. Poi non se n′è più parlato. Dalle vie frequenti e rumorose del mondo nessuno intese questa voce lontana così dolce e triste. Vorrei ora che alcuno di coloro i quali sentono le lagrime delle cose, fosse venuto meco in cerca di lei; e, trovato un sepolcro solitario, vorrei ripetere a questi pietosi le parole antiche: Manibus date lilia plenis.

 

ACCADEMIA OLIMPICA DI VICENZA

 

Commemorazione

dei Soci usciti di vita nellanno 1891

Tenuta daL Presidente

dell′Accademia nella tornata dell′8 Gennaio 1892.

 

Commemorazione dei Soci usciti di vita nellanno 1891 tenuta dal presidente dell′accademia nella tornata dell′ 8 gennaio 1891.

 

Signore, Signori,

Un anno è passato da quando io resi qui l′ultimo onore a colleghi usciti di vita, e già una nuova falange di ombre aspetta che io rifaccia, secondo la consuetudine pia, questo appello dei morti. Sacchiero, Marasca, Marchetti, Breganze, Pasetti, Pazienti, Zanecchin, Mercante ! Nessuno mi risponde e pure tutti sono presenti, sì, dolorosamente presenti e vivi nella memoria di noi, che quale avemmo a maestro, quale ad amico, e di alcuni avevamo sì famigliari l′abito e il viso che ai luoghi dove solevamo incontrarli ci sembra mancare oggi una linea, un colore. Uomini di mondo, uomini di scienza, uomini di chiesa, vecchi tutti prossimi alla vecchiaia, ma diversi di condizione, di abitudini, d′idee, mai forse non si trovarono insieme in una sola riunione prima di questo momento, in cui appare un filo che li univa, il vincolo dell′ Accademia; filo tenue ma gentile, che attesta come questi compianti cittadini avessero comune, nelle tante loro disparità, il sentimento che direi nobiliare delle migliori e più antiche tradizioni patrie, l′affetto o almeno l′ossequio a una cultura dignitosa e serena, superiore alle lotte degl′interessi e delle parti. Le Accademie, che furono un giorno strumenti di civile progresso, sarebbero da onorare, signori, anche se oggi operassero solamente come forze conservatrici di questi sentimenti, che rispondono nella vita di una città al culto delle buone tradizioni domestiche, al rispetto del proprio patrimonio artistico o scientifico nella vita d′una famiglia. Tali sentimenti non trovano luogo nelle varie moderne associazioni di cultura cui spettano altri uffici ; di essi invece vive e si gloria la nostra antica istituzione e mi piace renderne lode a tutti i nostri colleghi prima di ricordar partitamente le benemerenze di ciascuno.

A capo dell′onorato drappello si partiva da noi a settant′anni nel mattino del 12 marzo Monsignor Ot. B. Sacchiero, professore nel Seminario Vescovile sin dal 1849 e da due anni canonico della Cattedrale. Singolarmente pio, dotto nelle scienze fisiche e matematiche, fu un umile, non so se inconscio soldato di quella troppo sottile schiera che oggi la Chiesa può mandare con armi moderne alle sue mura di fronte al nemico. Modesto come tutti coloro che hanno il senso e quasi la visione amorosa delle cose infinite ed eterne , cercò di nascondere quanto potè la sua vita. Ci riuscì tanto, a detta de′ suoi stessi , colleghi , che pochissime notizie di lui sì son potute adesso raccogliere. Qui bene latuit bene vixit. Non bene si nasconde chi cerca una quiete infingarda, una oscurità complice delle passioni; bene sì nasconde chi bene lavora alle stesse fondamenta sotterranee della società, educando solide, nel vero e nel buono, le generazioni ancora oscure e mal conosciute che porteranno un giorno il peso del vecchio malfermo edificio. Alle oscurità di questi nobili artefici quale appare a noi, risponde come in certi astri una faccia luminosa rivolta altrove e che noi non possiamo vedere.

Il valore del Sacchiero non passò del resto interamente ignoto poiché il Governo austriaco lo chiamò a far parte di commissioni scientifiche e di lavori scientifici. Di studi nelle montagne del veronese lo chiamarono a far parte colleghi suoi d′insegnamento. La sua dottrina, la virtù, la rara mitezza dell′animo gli valsero un omaggio in penosi momenti, È triste che uomini onesti, pii, devoti a una giustizia superiore ed eterna, abbiano potuto sospettarsi ostinatamente fedeli, dopo il 1866, alla iniquità della signoria straniera; è triste che una lunga, umiliante servitù abbia potuto deprimere i caratteri e alterare la coscienza morale a segno da rendere legittimi questi sospetti che colpiscono, nel 1868, anche il professor Sacchiero. Lodo tuttavia e ammiro l′alta equanimità di coloro che allora vegliavano sull′insegnamento, che giustamente lo volevano immune da velenose infiltrazioni politiche e che si rifiutarono di considerare una simile accusa rispetto ad uomo così dotto, così probo, così buono come il Sacchiero.

Lo seguiva nella morte, a un giorno solo d′intervallo, un altro collega nostro e particolarmente suo, un vegliardo vestito egli pure delle insegne canonicali, curvo, calvo, smunto e cereo che, dal viso ascetico, dalla voce blanda e persino dalle movenze mansuete spirava una dolce, costante benevolenza volontariamente ignara del male. L′occhio suo mite sapeva tuttavia, senza parere, osservare e cogliere; per la sua benevolenza passavano talvolta oneste vampe brevi che gli accendevano la voce e lo sguardo. Non posso ricordare senza emozione quel volto che mi si affaccia tra i ricordi del liceo dove il Canonico Pietro Marasca, malato e stanco, ci dava ad intervalli le sue ultime lezioni di religione con la dignità di linguaggio, con la giusta ampiezza di concetto ch′egli usò dodici anni più tardi nel ricordare agli antichi scolari i principii del suo insegnamento. A temprargli così l′ingegno e l′animo dovette molto conferire la consuetudine affettuosa ch′ebbe con uomini di alto intelletto, Come il celebre medico Domenico Thiene, e di animo diverso dal suo, come Francesco Dall′Ongaro, che a lui nel Seminario di Padova confidava le amarezze d′uno spirito travagliato da interne tempeste. Nato nel 1808 fu ordinato sacerdote a ventiquattro anni, laureato in teologia a venticinque; e intero sacerdote fu sempre, nell′anima, nella vita, nella carità dei giudizi , nella segreta e larga opera benefica, cui, agiato, consacrò il superfluo a un vivere parsimonioso; preziosa luna e l′altra virtù nel ministero ecclesiastico, le più potenti a conquistare il rispetto altrui, a preparare le vie della parola buona. E molto egli seppe operare con la parola buona, privatamente dove la portò spontaneo per la giustizia, pubblicamente dov′ebbe ufficio d′insegnarla, nell′Istituto delle Dame Inglesi, nel Collegio Levis Plona, nel liceo. Modestissimo, amò l′ombra come per le sue beneficenze anche per l′ingegno e gli studi che nella sua giovinezza facevano augurar bene di lui al conte Giovanni di Schio e gli procacciavano la stima di Pietro Giordani, l′amicizia di Cesare Cantù. Immediatamente dopo la religione cattolica aveva posto nel suo cuore la religione di Vicenza, e la sua lunga vita di studioso fu consacrata al culto della città nativa nelle sue memorie, in tutto che la orna e la onora. Ordinata, limpida ed esatta mente, informata alla più pura italianità di pensare e di scrivere, pressoché nulla, nella modestia sua, il Marasca pubblicò col proprio nome; ma documenti dei suoi lunghi studi, delle pazienti ricerche ci restano erudite memorie di storia ecclesiastica vicentina, e da lui ebbe aiuto l′illustre autore dei discorsi sugli Eretici d′Italia, per quanto riguarda gli eretici vicentini. Nel 1854, istituitasi presso questa Accademia una sezione di Storia Patria, egli ne fu Presidente. Del savio indirizzo che impresse all′attività della sezione col concetto di ricondurre le indagini storiche alle fonti, ampiamente e autorevolmente lo loda Fedele Lampertico in uno scritto biografico di cui mi giovo per questi cenni. E come l′Accademia, così la Patria Biblioteca e il Museo Civico furono beneficati con assidue cure dal Marasca largo ad essi di doni, alcuni dei quali veramente cospicui. Tale fu del resto in lui la gentilezza dell′animo che non ebbe, si può dire, amico, cui non si ricordasse talvolta con doni anche tenui ma che sempre portavano seco un pensiero amabile.

Secondo giustizia fu stimato e riverito universalmente nella città che tanto ebbe cara. Varii incarichi ebbe dal Municipio, e nel 1864 fu chiamato a sedere nel Consiglio Comunale onde uscì nel 1866, essendovi diventato secondo le nuove leggi incompatibile. Potè e volle tuttavia essere fra i 24 consiglieri presenti alla seduta del 16 luglio 1866, dove si deliberò un primo atto d′omaggio al Re d′ Italia; perchè se fu devoto della piccola patria, anche lo fu della grande, e lo attestano le amicizie sue fedeli con tanti patrioti, fra i quali basta ricordare Sebastiano Tecchio.

Morì longevo come i suoi maggiori, ultimo, fra noi, di un nome onorato ai tempi napoleonici per meriti industriali, più, oggi, onorato per l′ultima luce che diede in questa serena, onesta figura di sacerdote e di cittadino.

E ora, signori, sorge davanti a me un′altra figura di lineamenti diversi, che molto più si mescolò, combattuta e combattente, al mondo, alla vita, alla lotta delle opinioni, e davanti alla quale pure io mi piego con rispetto perchè in essa battè un caldo, generoso cuore, e l′esperienza della vita m′insegna a onorar sempre più le potenze misteriose del cuore. Qualche volta il calore del cuore umano può salire al cervello, suscitarvi un fuoco d′idee non mature, un impulso a opere non prudenti; ma s′inganna, signori, chi vede qui solamente un pericolo e un danno per la società. Gli interessi materiali, il sentimento del dovere, l′amore dell′ideale sono le tre provvidenziali forze motrici del nostro mondo; il progresso umano è frutto della loro azione diversa e complessa, delle loro mutue relazioni, e l′ultima è generata dai cuori e dagli spiriti caldi. Caldo, come il cuore, fu lo spirito del dottor Domenico Marchetti, che di quanto gli parve buono si accese, a quanto, anche tardi, riconobbe buono, si arrese; fu uno spirito di cavaliere d′avanguardia che può sbagliare qualche volta la strada, ma sempre paga di persona. Nato in Vicenza nel 1834, ottenne a Padova con molta lode la laurea in medicina e chirurgia e corse tosto, cadendo il 1859, a dare l′opera sua di medico in quel giovane esercito, che lEmilia, lasciata a sé stessa come la Toscana, armava frettolosamente a difesa della libertà. Servì allora nel 41° fanteria. Quando poi si combattè nel mezzogiorno la epica guerra dell′unità italiana, il Marchetti diede le sue dimissioni, e partì con la spedizione del generale Corte per raggiungere Garibaldi. Fedele al suo ministero pietoso e benefico, fu medico aggiunto nel 2° fanteria. Come egli si sia comportato durante la campagna, e quanto sfortunatamente ma onorevolmente essa finisse per lui a Cajazzo, cinque giorni prima della giornata campale che decise delle sorti borboniche, lo dice questa dichiarazione scritta da chi dirigeva il servizio sanitario della Divisione Medici, e che amo riferire per intero: « Dovere di giustizia mi spinge a dichiarare che il dott. Marchetti Domenico, medico aggiunto nel 2° Reggimento fanteria, 17.a divisione, per il suo zelo nel servizio sanitario, per la presenza di spirito mostrata nel combattimento di Cajazzo al 26 settembre, ove rimase prigioniero insieme ad altri medici, nonché pei preziosi servizi prestati in quella occasione e nel tempo nella prigionia ai nostri feriti, meritava la promozione a medico di Battaglione.

Il Capo-Medico della Divisione Medici

Magg. Dott. Denaro

Riammesso poi nell′esercito regolare con l′antico suo grado, vi fu promosso a medico di battaglione e come tale grandemente si distinse a Napoli nella invasione cholerica del 1865, meritandosi di venir fregiato della medaglia di bronzo al valor militare. Fece finalmente la campagna del 1866 contro gli austriaci, e soltanto dopo la liberazione della Venezia lasciò il servizio per riprender dimora nella città nativa. Qui fu eletto a medico municipale, e incominciò allora a disegnarsi in lui una delle figure più caratteristiche della nostra città, una figura onnipresente, che battagliando con tutte le infezioni mostrava ancora negli oechi, nelle parole, nelle mosse il fuoco garibaldino. Fece l′igienista con l′ardore e la fede di un missionario, operando e scrivendo; tenne testa alle epidemie battendosi contro il cholera come si era battuto contro il Borbone, con slancio militare; e avrebbe, direi quasi, seppellita Vicenza sotto il cloro piuttosto che arrenderla. Se ha ben meritata a Napoli la sua medaglia di bronzo, bene ha meritato a Vicenza la sua medaglia d′argento, come difensore della salute pubblica. Onore a lui. Signori, che non curando epigrammi di gente sfaccendata di gente scettica, riuscì una volta a tener lontano dalle nostre mura, due volte a comprimere dentro angusti limiti il suo vecchio nemico di Napoli. Nell′invasione del 1885 gli oppose un tale sforzo del corpo e dello spirito ch′ebbe rotta per sempre la tempra gagliarda.

Quest′uomo indefesso si prodigava in tanti altri uffici, affini e non affini al suo. La vostra Accademia lo ricorda con gratitudine suo solerte segretario generale; segretario e braccio fu del Comitato per l′Ospizio Marino Veneto cui tante madri benedicono; membro della Giunta di statistica, grandemente contribuì alla statistica comunale; esercitò uffici attivi in varie associazioni, fra le quali mi piace nominare la Federazione delle Società ginnastiche italiane, perchè prima ancora del 1859, quando ben poco si discorreva di ginnastica, il Marchetti ne scrisse in un giornale nostro, e se gli abusi che vennero poi screditarono alquanto presso il pubblico la ginnastica, non è tuttavia da disconoscerne il valore educativo, non è da dimenticare l′opera di coloro che i primi lo hanno bandito.

Membro corrispondente della Reale Società d′igiene, vice- presidente del Comitato di Vicenza della Associazione medica italiana, socio onorario dell′Accademia delle Scienze di Palermo, il Marchetti ebbe nella scienza un valore, che io, profano, non intendo apprezzare né discutere.

Per parte mia, del resto, mi parrebbe misero discutere i titoli scientifici di un uomo d′azione che ha posto in giuoco la propria vita e ha riportato belle vittorie. Per me Domenico Marchetti avrà sempre tre titoli che non saranno scientifici, ma che non soffrono discussione, che a tutti impongono rispetto, e si chiamano: Napoli 1865 — Vicenza 1867 e 1885.

Morì il 1° aprile al posto, che nessuno potrebbe altrettanto chiamar suo, al posto ch′egli disse qualche volta di voler lasciare, dove il Consiglio comunale credette qualche volta averlo a sostituire, ma dove per una forza quasi di natura sempre rimase, tanto, per effetto del suo infuocato zelo, il posto e lui si erano fusi in una cosa sola.

E vi resterà ancora, avrà negli annali della nostra igiene municipale una memoria quasi leggendaria.

Quando l′ufficio d′igiene possieda tutto quel corredo di materiale che sarebbe a desiderare, ed arrivi per esso l′epoca scientifica, non sarà dimenticata l′epoca degli entusiasmi male armati e vittoriosi, che potrà chiamarsi l′epoca eroica, l′epoca del dottor Domenico Marchetti.

Onorato visse il cav. nob. Giulio Breganze servendo la città prima negli uffici dell′amministrazione municipale, poi in varie cariche gratuite, dove pronto diede l′opera sua quando i lunghi servigi e il ricco censo gli davano il diritto e il modo di condurre vita interamente riposata. Io stesso fui testimonio dello zèlo singolare ch′egli spiegò come direttore della scuola comunale elementare di Longara, dove non mancavano ai zelanti né brighe né tribolazioni. Ebbe parte anche nell′amministrazione della Banca Popolare. Non é scarsa lode se si può dire di lui che fu cittadino di rette intenzioni, e che, nato gentiluomo, sempre serbò nell′attività sua modesta il decoro del suo stato.

Una focosa, operosissima energia si spegneva il 1° giugno nel comm. Giuseppe Pasetti, che sortì da natura ingegno e animo di uomo pubblico, e, seguendo la sua vocazione, alla cosa pubblica tutto si diede fin dai giorni, in cui neppure si poteva servire la propria città, la provincia, senza correr pericolo di venir meno a maggiori doveri verso l′Italia. Non è forse ancor giunta l′ora in cui poter giudicare con serena equità le cose e gli uomini del tempo che volse fra il 1848 e la fine del dominio straniero. E prima forse necessario che i superstiti di quel tempo amaro, coloro che allora odiarono e amarono con tanta passione, tutti fino all′ultimo sieno discesi nella tomba. Certo la città di Vicenza deve riconoscente memoria a Giuseppe Pasetti, che per essa lavorò nel Municipio, nella Congregazione di Carità, nella Direzione degli Orfanotrofi con alacrità, con fervore d′idee innovatrici, col vivo sentimento del pubblico bene e anche del pubblico decoro, come attesta la splendida sede che occupa dal 1855, in gran parte per merito di lui, il Civico Museo. E Vicenza libera giudicò degna del massimo premio civile l′ opera sua; poiché, come è mio debito ricordare, una grande maggioranza di elettori politici vicentini, altamente apprezzando nel Pasetti la provata esperienza delle amministrazioni locali e stimandola utile al governo dello Stato, lo elesse rappresentante della nazione fatta libera e una per virtù civili e militari di capi e di soldati, che la mente, il cuore e la vita aveano dato all′Italia. Ma l′ambiente parlamentare, dove chi dal proprio collegio è partito capitano arriva coscritto , dove la conquista dell′autorità è lunga e difficile, e senza autorità l′azione legislativa si riduce in fatto al voto, dovè di moltissimo tempo e di moltissime parole nessun frutto talvolta si vede, non poteva convenire ad un lavoratore positivo come il Pasetti, educato ad altra scuola, avvezzo ad attuare le sue idee anziché a discuterle. Liberamente, con virtuoso esempio, si ritrasse, non curandone l′onore, da un campo dove non parevagli riuscire utile, e riprese in una cerchia minore l′interrotto più proficuo lavoro. Consigliere e deputato provinciale, rappresentante della Provincia nella liquidazione del Fondo Territoriale, seppe rendere importantissimi servigi. A questi meriti pubblici congiunse le virtù private, e quando a lui ancora vigoroso arrivò impreveduto il giorno, che Giovanni Prati chiamò della lode, essa potè suonare sincera, larga e commossa sulla sua bara.

Altri dirà in altra sede, ampiamente e degnamente, dell′insigne collega che perdemmo dopo il Pasetti, di Antonio Pazienti, uomo intero ch′ebbe nell′acuto e lucido ingegno una eccellente arma di ricerca scientifica, ch′ebbe insieme l′animo retto e gentile il cuore, nitida la parola, eletti i modi, piacevole il viso, cosicché gli appartenne il raro e prezioso dono di ispirare oltre alla stima e al rispetto la simpatia. Se Antonio Pazienti non era un gran signore per nascita, lo era per natura; egli, che avrebbe potuto insegnare con lode la scienza negli Istituti più alti, e, negletto, sdegnò chiedere ciò che sentiva dovergli altri offrire. Ricordando questa fierezza che rifiuta movere un passo per avere uffici ed onori, io quasi dimentico il prof. Pazienti, e, se non sapessi opporre a certe apparenze della vita odierna una salda e ragionevole fede nelle persistenti qualità dello spirito umano, direi, signori, che ora sto commemorando qui non una persona ma una virtù morta.

Nato a Venezia nel 1819, Antonio Pazienti spese nello studio della fisica la lunga vita, della quale si scrisse essere stata, piuttosto che una vita, una serie di esperienze, di ricerche e di pubblicazioni scientifiche. Io, suo antico scolare, soggiungo che fu qualche còsa di più. Quando ricordo la dolcezza piena di intimo vigore con la quale guidava la classe, il religioso silenzio che miracolosamente otteneva da noi, il rispetto affettuoso che gli si portava, penso e affermo che la sua vita contenne non solo un ottimo insegnamento scientifico, ma, ciò che più importa, un ottimo insegnamento morale, un esempio di relazioni ideali fra professore e studenti; le quali, se potessero stabilirsi dovunque e sempre, avrebbero quella efficacia educativa che il sentimento pubblico domanda con ragione, con insistenza, con poco successo, agli studi ; imprimerebbero all′istruzione uno slancio cui né leggi di obbligo, né regolamenti di sospetto, né programmi sapienti, né ministri letterati e filosofi le possono imprimere. Il Pazienti fu assistente alla cattedra di chimica nell′ Università di Padova dal 1846 al 1850, quindi professore supplente di fisica nei licei di Venezia e Vicenza. Parve poi men degno a lui, membro effettivo dell Istituto Veneto , chiaro per molte pregevolissime pubblicazioni, sottoporsi a un esame onde venir nominato professore ordinario, come prescrivevano le leggi austriache. Preferì lasciare la cattedra, e in questa sua determinazione e nel duro contegno, che l′Austria tenne verso di lui, ebbero probabilmente parte anche le sue oneste opinioni e affezioni politiche. Fu onore del Governo Nazionale avere nel 1866 richiamato il Pazienti al Liceo secondo la proposta che immediatamente gliene fece Giacomo Zanella; non gli fu onore avere per tanti anni dimenticato un tale uomo a quel posto.

Il R. Istituto Veneto, che fin dal 1855, essendo il Pazienti nei trentasett′anni, lo volle suo membro effettivo, gli riconobbe così un valore scientifico, di cui fino all′ultimo diede prove con moltissime pregiate pubblicazioni. Predilesse nelle scienze fisiche quelle parti che direi più importanti alla vita moderna e di cui l′avvenire attende più larghe applicazioni : intendo gli studi elettrici e gli studi relativi alla termodinamica. Di questi si occupò fino all′ultimo. In una nota intitolata « Dell′azione chimica della luce lunare sopra i sali argentei » rivendicò all′italiano Antonio Maria Vassalli, professore a Torino nel secolo scorso, l′onore di aver ottenuto per il primo gli effetti chimici percettibili dalla luce lunare, onore che Arago parlando nella Camera dei Deputati aveva attribuito al Daguerre.

Nei cenni storici e biografici intorno alle fonti Euganee diede prova di molta cultura classica, di elegante erudizione, e dell′eletto ingegno; dell′animo affettuoso die saggio in alcune commemorazioni.

Amò la nostra Vicenza benché non vi fosse nato; accettò di esser membro della Commissione preposta alla Biblioteca Bertoliana, ne fu a lungo il riverito Presidente; e quando l′età grave e la salute affralita gli consigliarono il riposo , fermò la sua dimora su questi colli, cui lo legavano dolci e tristi memorie domestiche. Ivi morì il 18 agosto a settantadue anni, ed io che troppo inadeguatamente potei questa sera parlarvi di lui, gli mando prima di passare ad altro soggetto, un addio vibrante ancora di commozione, benché tanti anni sieno trascorsi da quando lo udivo parlare al liceo di Santa Corona nel teatro di Fisica. Non è meraviglia ch′io lo ami ancora, e mi é caro chiudere questo breve cenno con le parole stesse con le quali egli, il mio antico professore, chiudeva la sua commemorazione del Zantedeschi : « la memoria di un valente e affettuoso maestro non si cancella giammai».

Eccomi adesso innanzi un altro vecchio, più vicino assai del Pazienti all′età decrepita, ma baldo e florido, ma intatto nella elegante persona dal peso del tempo, ma circonfuso d′un′aura giovanile, bianco d′una canizie che pareva una particolare eleganza, bello, sorridente, amabile con le dame e con le popolane, con l′operaio e col signore, signore egli stesso per la nascita, per la raffinatezza dei modi e dei gusti e anche, direi, per quell′affabilità con gli inferiori che manca agli uomini nuovi. Il conte Antonio Branzo Loschi Zanecchin pareva un nobile cavaliere sopravvissuto all′età classica della galanteria, ed era più e meglio di cosi, era un cavaliere dell′amicizia fedele e devota; seppe essere anche un cavaliere della patria; combattè lo straniero nel 1848 con le armi, poi con la invitta resistenza che tutti i patrioti opposero a blandizie e a minaccie.

La generazione, cui appartenne il conte Zanecchin, invecchiò in una sdegnosa astensione, che fu politicamente salutare all′Italia ma non lo fu moralmente a chi la praticò. Favorì nelle classi superiori l′inerzia e quindi una snervante vacuità della vita, un infiacchimento della fibra, onde l′ozio nato da un virile proposito diventò spesso umiliante abitudine e necessità. La tempra di Antonio Zanecchin fu tale che resistette, e noi lo abbiamo veduto spiegare negli anni della vecchiaia una operosità che mai non ebbe nei giovanili. Il cavaliere della patria diventò allora cavaliere della carità. Vicenza lo vide nel 1885 infervorato ad assistere i colerosi; Vicenza gli dovette la istituzione delle cucine economiche popolari; opera più eroica la prima, opera forse più meritoria la seconda, perchè affrontare il grande sacrificio della vita riesce più facile a certe nature che persistere in un sacrificio di tempo e di comodità. Fu inoltre Presidente del Comitato Vicentino della Croce Rossa Italiana. Spirito aperto ad ogni bellezza d′idee generose, devoto all′Italia ed erede di quei sentimenti religiosi che i nostri avi repubblicani onoravano apprezzandone la importanza politica, egli appartenne al Comitato Vicentino dell′Associazione Nazionale che porta in Oriente ed in Africa ai missionari italiani, soldati della verità e della civiltà, il saluto e il soccorso della madre Italia. A queste varie opere benefiche si diede intero , e diventò rapidamente, universalmente popolare, tanto è pronto il nostro popolo a ricompensare d′affetto e di rispetto le opere buone di un gentiluomo affabile. Benché si fosse mescolato anche a lotte politiche, Antonio Zanecchin mai non ebbe nemici, e quando la sua fatata vigoria, tocca dalla morte, crollò a un tratto in rovina, una sola voce di compianto accompagnò il mite, amabile vecchio al sepolcro.

Più mirabilmente unanime apparve il sentimento dei cittadini d′ogni ordine e d′ogni opinione davanti alla bara del dottor Francesco Mercante che fu certo un franco alfiere della stampa militante, e combattè nel Foglietto Religioso dal 1870 al 1882, se prima soltanto per la fede comune al popolo italiano, poi anche per gli ideali politici di un partito. L′aspetto onesto e bonario, il placido sorriso scoprivano sinceramente l′animo suo cristiano, dove il calore della lotta mai non generò fermenti acri, dove la parola potè nascere calda di zelo, non infetta mai di violenze ingiuriose né di livore. L′età nostra non è, si vede, ancora tanto corrotta, che anche le maggioranze ostili non si inchinino riverenti a chi difende contro di loro a viso aperto , senza profitto per sé , ciò ch′egli crede vero, giusto e buono, e se pur ferisce per necessità di difesa, ferisce il meno possibile, senza mai avvelenare le armi. Quest′omaggio, come dagli avversari, così è reso liberamente a Francesco Mercante da chi si accordò con lui nelle materie di fede e da lui si divise nelle materie di opinione; né posso dubitare che gli sarebbe gradito, se ricordo come il Mercante, secondo fu detto di lui nel nostro Consiglio Comunale, anteponesse nell′animo suo ciò che unisce a ciò che divide; come, per esempio, infinite, profonde disformità di credenze, d′opinioni, di idee non gli togliessero di citar nel Foglietto oon rispettosa deferenza Vittor Hugo, solo perchè il grande poeta credette in Dio. Francesco Mercante fu uomo di molto ingegno e di rara dottrina. Per lunghi anni insegnò privatamente giurisprudenza nella nostra città, me ritò l′affetto filiale di tanti giovani che, istruiti da lui in tutte le materie giuridiche, si segnalarono alluniversità negli esami, e poi negli studi, nelle varie professioni legali. Fu veramente per essi un padre sollecito di educarne il cuore quanto l′ingegno; ed era bello vederlo passeggiare ilare e tardo le vie della città fra un gruppo vivace di giovani a lui famigliarmente affettuosi. Si pensava allora a quei grandi maestri medioevali che non andavano attorno senza un corteo di devoti scolari, ed era quella come una pubblica testimonianza della sua bontà e del sapere. Autore di pregevoli memorie giuridiche e d′un lodato libro sulla storia del Commercio, membro di parecchie Accademie, godette, oltre al rispetto degli scolari, molta considerazione presso la Facoltà di Giurisprudenza dell′Università di Padova , dov′ era da parecchi anni libero docente di diritto commerciale. Non ebbe tuttavia né vanità né ambizione; accettò gli uffici di consigliere provinciale e comunale piuttosto, direi, per un sentimento di dovere e di disciplina che per inclinazione. Uomo di pensiero anziché di azione, predilesse l′insegnamento e la stampa. Portò serenamente le croci della vita come chi non troppo la stima. Scrisse infatti di avere il patriottismo della eternità, e lo ebbe sincero, e rispondeva non solo alla sua fede religiosa ma altresì alle tendenze speculative del suo spirito, alla sua naturale inesperienza delle realtà terrene che gli furono dure. A queste nobili anime la morte arriva liberatrice, e non dev′essere desolato il pianto di chi le amò.

Ed ora, signori, che ho condotto la mia rassegna lugubre troppo imperfettamente a fine, tutti abbracciamo nell′ultimo saluto i nostri otto colleghi, che quasi una seconda volta si partono in questo momento da noi per sempre, silenziosi, stretti insieme gli uomini che furono del mondo con gli uomini che ftirono della scienza, con gli uomini che furono della chiesa, in una pace, in una eguaglianza nuova. Rientriamo poi nella vita, serriamo le file della nostra Accademia, non lasciamo vuoti i posti di tante intelligenze, di tante buone volontà, e se quegli onesti vecchi meritarono così larghe lodi a una generazione che tramonta, altri si faccia avanti per l′onore della generazione che sorge.

XXIX LUGLIO

È stata un′ora di potestà dell′Ombra. Essa si levò su quel campo, tutto fu oscurato, ogni difesa si annientò, la mano in cui era lo Spirito Tenebroso alzossi, fu vista sola, orribile, ferma, sicura. Colpì e tosto il momento suo passò, il suo potere le fu tolto, lo Spirito uscì da lei e solo apparve nel tornar lento della luce, inutile preda di vendette umane, uno stupido bruto impotente.

Intanto, tratti al galoppo di ardenti cavalli, folgoravano sulla via della Reggia la Morte e il Re. Credete, credete ch′ella gli disse dolcemente non paurosamente il proprio nome, il misterioso Divino Volere, la pronta, infinita Divina Bontà, la tenera attesa di anime sante della sua Casa Regale ; e dolcemente alfine, solennemente, sul cuore aperto a Dio, lo baciò.

Ma via nella notte tragica correvano rapidi, sommessi, i mille sussurri dell′ Ombra omicida. Stridevano un momento nelle riunioni notturne della città, per le vie dei villaggi, all′orecchio dei dormienti la parola di orrore, e dileguavano. Seguiva un alito, un silenzioso mortale alito di gelo che irrigidiva le stupefatte anime, subito poi divampanti in foco di pianto e d′ira onde al sorger del sole tutto suonò dal mare alle Alpi. Certo più d′ira; perchè all′aria stessa ne parevan commisti abbominevoli sentori di una Ferocia trionfante, a cui rispondeva in noi un furor sordo di difesa e di sflda. Per Italia e per Savoia! Per glorificare, con un amore più forte della morte, il sacro vincolo che le stringe insieme, che cento mani assassine renderebbero forse più ferreo ancora, non spezzerebbero mai! Per cingere alla esanime fronte di Umberto una nuova Corona raggiante, nella quale fosse assunto al fianco del Padre suo, a tutela immortale del Suo Popolo e della Sua Casa! E dal mattino funereo di quel giorno gliel′andiamo intessendo, la Corona raggiante, con gli splendori di bontà e di fortezza che balenano sul solco diritto del passaggio di Lui per gli anni e gli eventi ; con il lampo della sciabola di Custoza, con i sorrisi lagrimosi dei miseri ch′Egli ha consolati, dei morenti che assistette, con le vivide fiamme della Sua fiera devozione ai doveri di Italiano e di Re. Ah la mano più pura vi ha inserto la gemma più splendida! Non fu al mondo amore, non furon lagrime come lamore e le lagrime che la sovrana Perla di Savoia diede al Suo Sposo, al Suo Signore, al Suo Re; come l′amore e le lagrime ch′Ella eternò con parole cui nessuna Sposa, prima di Lei, ebbe così alte e sante, così prossime alla Misericordia Divina cui facilmente ascesero.

Regina di dolore, non un solo momento, fin dall′annuncio primo, abbiamo noi disgiunto, nel pianto che si confuse allo sdegno , la più Soave dal più Forte, Voi dal Vostro unico Amato. Prima che parola umana ne lo apprendesse Vi abbiam veduta orante fra i ceri ardenti presso quel viso composto in pace, e solo seppero le nostre labbra ripetere allora il Nome di Dio angosciosamente, come gemito, come appello, come espressione dell′Inesprimibile.

E seguimmo palpitando il vostro notturno doloroso grido errante sul Ionio e sull′Egeo, d′isola in isola, di porto in porto; chiamante il Figlio, l′Orfano inconsapevole, la picciola nave dove Iddio aveva posato, nel cuor della notte, mentr′egli dormiva, fra il conscio solenne fragore delle onde, una Corona di Re, un chiuso mistero di eventi. Presentimmo confusamente allora, quasi a conforto, la grandezza del destino che annunciavasi a Vittorio Emanuele di Savoia in un incontro della morte, del mare e dell′amore. Se prima ci era apparsa la mano posseduta dallo Spirito omicida, ora ci apparve, cinta d′immensità, sopra la picciola nave, la Mano dell′Onnipotente.

Non per un dono di giorni oscuri e brevi Ella potè scender cosi sul giovine capo del Re, non per una imposizione di uffici appariscenti e vacui, non per segno di mediocri sorti. Ricompaiono intorno a Vittorio Emanuele III albori di quella mistica aurora che cinse il Suo Grande Avo mentre in un′ora nera di sventura, sicuro del Suo popolo e della protezione Divina, con fermo piede saliva il trono. AllItalia risorta per il senno e per la spada di Vittorio Emanuele II, raffermata nella fede unitaria e nell′ esercizio della libertà per la virtù di Umberto I, non si rivelò ancora intero il fine provvidenziale del suo risorgere. Stretta ora intorno al suo Re, per opera stessa dell′arma infame, con indicibile amore, Si tenga pronta! Alte cose annunciansi a lei.

Prendan lume le nostre leggi e le armi dagli esempi dei due Re, che abbiamo composti all′ultimo sonno nel cuore di Roma eterna, fra vetuste pietre spiranti potenza e gloria latine, orando pace e luce ad Essi la voce pia che mai per volger di secoli non oblierà di rammemorarli alla Misericordia Suprema. Prendan lume le Lettere e le Arti dal lume della Stella che impresse di sé, nellintelletto, la Eletta da Iddio a prima Regina d′Italia e ovunque va L′accompagna; lume di pensiero regalmente nobile e forte nella grazia, regale altresì, della linea e della parola, lume di alti concetti del Divino e dell′ Umano, cui si legano alti fini dell′operare e seguono opere alte.

Così avvenga della Patria; e possa nel Suo sepolcro Vittorio Emanuele il Grande consolarsi del Figlio che a noi affidato gli riportammo con rotta la persona di tre colpi mortali. Possa Umberto il Buono consolarsi del tradimento onde fu ripagata la franca Sua fede; e sia dato a noi, mesti, vergognanti pellegrini alle loro tombe, sentirli un giorno placati nella crescente, congiunta grandezza d′Italia e di Savoia!

DISCORSO IN MORTE DEL RE

AL CONSIGLIO COMUNALE DI VICENZA.

Alte e degne, signor Sindaco, suonarono le parole vostre in quest′ora di pubblica sventura e tutti ne unisce a Voi un solo palpito, un solo pianto, una esecrazione sola. Egli era il Figlio del Re grande, l′eroico cavaliere di Custoza; Egli era il Re Buono, il Re devoto alla maestà della Patria, il Re fido custode della libertà, il Re sereno e paterno sopra i conflitti delle parti, il Re consolatore dei mìseri, e una parricida mano gli ha colpito il cuore che seppe soltanto amare, che mai odiò I

Egli è morto ma non lo compiangiamo! È tnorto come un soldato, compiendo il suo dovere di Re; poiché sapeva e aveva provato due volte che dovunque il Re andasse la sinistra ombra di un′arma feroce e vile forse lo seguiva, forse si sarebbe levata improvvisa sul suo petto impavido, scoperto e pronto. Così fu ed egli è caduto da soldato, da vittorioso, fra le acclamazioni del suo popolo.

Ricordiamolo tutti, o colleghi e concittadini, in questo momento solenne: Umberto ci lega intatta quella fiera e forte devozione alla libertà nei più terribili cimenti che il Padre Suo glorioso proclamò sui campi nefasti di Novara in faccia a un superbo, prepotente nemico; ma ricordiamo insieme tutti che non è libertà dove non è rispetto alla santità delle leggi, dove non è in onore la probità del costume, dove contro le autorità legittime umane si predicano dottrine infami e stolte, negatrici dell′Autorità Divina, della Suprema Legge, della Giustizia Eterna.

Con questi pensieri, con i propositi che ne discendono, stringiamoci intorno al Figlio di Umberto, intorno al Trono sul quale risorge un sacro Nome, arra al giovane Principe di amore del popolo, di protezione di Dio. Il Re è morto, viva il Re! Viva Vittorio Emanuele III!

E finalmente pieghiamo silenziosi il cuore, più che mai, ora e per sempre, devoto, riverente, benedicente a Lei che piange, purissima perla di Savoia, amore e vanto del Paese nostro, fiore e lume d′ogni gentilezza. Prima Regina d′Italia, Margherita I

 

Per l′anniversario sinistro

 

Come le legioni romane vendicatrici di Varo procedevano mute per la foresta dolorosa , e più si appressavano al campo dell′eccidio più le premeva l′angoscia, si che ne andò rotto alfine in voci amare il gelo di quel silenzio, cosi e con tale animo noi che con gli occhi nostri mirammo dai padri apprendemmo la patria risorta per la spada di Savoia, ci appressiamo al reduce giorno d′infausto nome, e, nella memore immaginazione, al campo scellerato dove tradimento italiano ruppe a Umberto di Savoia il petto.

Rivive il dolore, pur misurando noi con intelletto più pacato e veggente il deforme atto , la offesa mortale operata da un braccio di molte volontà contro la Patria Augusta, la salute sua e l′onore. Non rivive lo sgomento , che gli eventi chiarirono la impotenza di un′arma perfida contro la fede giurata dal popolo vivente nei secoli al Re che non muore. Nemmeno rivive l′ira; che il regicida torvo, strappato d′un colpo alla legge, alle guardie, alle catene da una formidabile Mano, scomparve precipitoso nell′ombra stessa che copre il Re.

Se Iddio avrà serbato a Umberto, nella seconda vita, il regale potere e la maestà del perdono; se gli avrà tratto il suo assassino a fronte; se gli spiriti non gravati della carne cupida e cieca hanno più acuto l′intelletto delle cose umane, il generoso Ucciso avrà sentito pietà dell′Uccisore stolto, ubbriacato di ferocie non sue come di velenoso vino altrui un idiota per accordo di beffardi crudeli; e l′Uccisore, inorridito del presente, già creduto morto. Iddio terribile; inorridito del presente, già creduto morto, principe mite; inorridito del proprio esistere, avrà sentito maggior pena di quella bontà e del conoscere quanto impari all effetto sperato sia riuscita l′ opera sua, quanto degna d′irrisione atroce dai maestri del male. Credette abbattere, l′infelice, e glorificò; credette uccidere e versò sul ceppo di Savoia un ricco sangue vitale, che ne ha fitte e torte le prensili radici per entro e intorno a tutta la compagine della Patria; credette atterrire e per un momento atterrì, ma intera l′onda di quel terrore gli rifluì rapida sopra, rinvolgendosi e sciogliendosi placido al vento, inviolato, sicuro e sacro il vessillo dei plebisciti su Roma eterna e sul tempio dove prosteso Tu dormi, o Re, presso il Padre tuo grande, fra gli altari del Vostro Signore e Giudice, nel quale avete creduto.

Tu che ora ne vedi la faccia, che supplice, forse, vi spii le sorti del Figlio Tuo, di Chi dopo Lui verrà, del popolo amato, dei figli de′ figli suoi. Tu infondi, o Re, un senso del Divino alle moltitudini che traggono meste alla tua tomba nel luogo santo e glorificano quella immortale corona di bontà, cui la morte, levandoti l′altra caduca, meglio scoperse. Spira in esse un più severo discernimento del bene fugace e dell′eterno, una estimazione più retta del diverso pregio in cui son da tenere le cose che maggiormente partecipano dell′uno o dell′altro; comunica loro una visione del giusto scevra dalle cupidigie del prendere come da quelle del ritenere, dilatata oltre i duri confini e i freddi concetti del mio e del tuo a tutta intera la giustizia. Rammenta l′ossequio romano alle leggi patrie, insegna l′ossequio cristiano alle leggi divine. Incuora gli umili, ammonisci i potenti, tutti consiglia, compi ancora con il popolo ch′era tuo, senza ministero di lusingatori della Reggia né di lusingatori della folla, di ambiziosi né di timidi , più liberamente che in vita, uflicio di Padre.

14 Luglio 1901.

Il mio primo maestro.

Premetto a questo studio [6] le parole che, a mia preghiera, Antonio Fogazzaro dettò in onore del suo primo maestro.

Sebastiano Rumor.

 

Io non l′ho amato, da fanciullo, come un parente buono e affettuoso ma come un Essere superiore dall′augusta dolcezza del viso, dalle profondità mentali silenziose e lampeggianti; come un uomo prossimo a Dio, irradiato dalla Verità eterna; come un chiuso vaso di vitali fiamme onde sentivo nella stessa muta presenza di lui un caldo ricreante alito e vedevo erompere nella parola, erompere negli occhi la vampa, sia che mi parlasse dell′Arte in Roma e in Firenze, a me ignote, sia che mi leggesse , in quei tempi di amara servitù, versi e prose ardenti di patrioti, sia che trasfigurato da una passione di fede traesse me palpitante dietro a Cristo nel Vangelo o per le ombre dei misteri divini. Perchè nei primi anni miei , fra il nono e il decimoquinto , egli mi fu maestro di religione e di ogni cosa: di lettere italiane, latine e greche, di storia, di geografia, alla quale fu molto inclinato, di matematiche, di filosofia, dove più si parevano il nerbo e l′altezza dellingegno suo. Il suo insegnamento non somigliava punto a quello dei maestri ordinari, era meno fedele nella misura e nell′ordine, a programmi prefissi, meno paziente di certe lentezze pur necessarie, più schivo delle vie maestre; e le deviazioni da queste sarebbero state anche maggiori senza l′obbligo degli esami pubblici a cui egli mi dovea pur disporre. Già, ogni cammino troppo battuto gli dispiaceva, e in questa inclinazione, da seguire o da contrastare che sia, l′allievo suo consanguineo gli si associava con lanima. Il nuovo e l′insolito lo attraevano nelle vie del pensiero come nell′aperto spazio dei campi, dove il nipote giovinetto seguì tante volte con entusiasmo lui, camminatore infaticabile, per sentieri inesplorati e spesso anche fuori di ogni sentiero. Nessun maggior piacere avevo che vagabondar con esso, a caso, per solitudini e con esso, se capitava, smarrirmi. Era un seguire la fantasia, un disprezzare i metodi della gente incolore e noiosa; e io fervevo tutto di amore per la mia guida tanto simile a me in questi desideri bizzarri malgrado gli anni, il sapere e la veste. Non conobbi viandante così pronto a coglier le bellezze recondite delle cose. Nel raccontarle poi diceva l′ammirazione sua più assai con il dilatar degli occhi accesi, con l′ansar del petto, con il rapimento del nobile viso che con la breve concitata parola; e gli si vedeva il sopravvanzar grande dell′impeto interno alla voce. Sentiva intensamente la natura da pittore e da poeta ma più da pittore, forse; per meglio dire, con un commovimento poetico sì ma ispirato piuttosto da profonde armonie di linee e di colori con l′anima sua, che da comunioni sognate con sognate anime di cose. Aveva fine intelletto e senso della poesia ma più amore per le arti del disegno. Non inclinava, discorde in ciò dall′ allievo, al fantasticare nordico. L′anima sua era essenzialmente un′anima toscana del Quattrocento. Un amico mio toscano, di finissimo intelletto, appena lo vide , e nulla di lui sapeva, stupì della sua somiglianza con un San Bernardino da Siena di pennello antico. Prediligeva l′arte, il paese, la favella di Toscana. Le stesse sue lettere famigliari hanno il sapore acuto di questi affetti toscani. Come nel ragionare di Arte e di artisti, s′infiammava nel ragionare di fllosofia. Ammirava il Rosmini sopra ogni filosofo moderno e ne possedeva vivente in sé la dottrina. Se gli si parlava delle ostilità incontrate dal Roveretano nel campo cattolico, si teneva in riserbo con il sorriso triste di chi pensa un giudizio di commiserazione e non lo vuol dire per umiltà, per mitezza, per rispetto agli alti uffici delle persone che sarebbero da riprendere. Pochi giorni prima di morire sognò che stava in cattedra commentando Rosmini a un uditorio stupefatto di quella grandezza Egli era già sul letto della morte e nel dirmi il suo sogno, la stupefazione degli allievi, pareva stupefatto egli stesso della singolarità, della vivezza del sogno; e il chiuso fuoco dell′anima gli saliva ancora nell′accento e nel viso.

Mi si conceda di ricordare qui il vitale conforto ch′ebbi da lui quando la prima volta gli parlai degli studi che intendevo intraprendere per confermarmi nell′antica mia fede istintiva che la ipotesi dell′Evoluzione potesse conciliarsi con le credenze cristiane. Nessun consenso avevo mai trovato presso a me in questa fede. L′altro maestro mio carissimo, Giacomo Zanella, ne aveva sempre abborrito. Mio zio mi rispose, che ferma il concetto di un Dio creatore, gli parevano potersi ammettere diversi metodi di creazione. Felice della sua risposta, mi posi all′opera ed egli accompagnò poi il mio lavoro di propaganda con vivo interesse, con una inclinazione benevola che non si è mai scompagnata dalla prudenza. Solamente nella tristezza di quest′ora vengo a conoscere alcune linee di una sua lettera ov′ è toccato l′ argomento gravissimo. « La teoria degli evoluzionisti » scriveva egli il 10 febbraio 1889 « se anche si ammetta e non sia destinata a modificarsi anch′essa, forse sostanzialmente, come altre che fecero il loro tempo, non basta ad escludere necessariamente l′idea di Dio creatore, né lo stesso Darwin l′ha pensato: sicché la religione resta pienamente possibile e pienamente giustificata anche in pieno darwinismo ».

Di religione parlava poco e interrogato circa dubbi di coscienza pareva talvolta rispondere a stento, credo per un concetto altissimo della materia e insieme per una profonda disistima del sapere, del giudizio proprio. Per dire il vero, egli non pareva turbato mai da scrupoli né da dubbii, accordandosi in questa pace mirabilmente il suo infinito disprezzo di sé con la sua infinita fiducia in Dio; e gli scrupoli e i dubbii degli altri non gli erano in fondo simpatici; e forse anche per questo un′ombra lievissima di malcontento gli offuscava il viso sereno nel sentirseli proporre, gli impediva un poco la parola nella risposta. Ma il suo spirito acceso di riverente fede razionale, di pietà conforme all′alta sua idea del Divino, fervido nella sincera umiltà di oro puro, gli traluceva per modo dalla carne attenuata che ad attrarre e purificare le anime non gli bisognavan parole, gli bastava la presenza, il saluto, il sorriso; e si poteva dire di lui quello che un vecchio servo del Rosmini disse a me del padrone: « vederlo era una predica».

La stessa curiosità vivacissima che lo sospingeva per ogni sentiero insolito dei campi, lo trasse avido a letture molto lontane dalle anguste abitudini intellettuali di troppi nostri sacerdoti. Lesse fino agli ultimi suoi giorni riviste straniere, poesie, romanzi di moderni celebrati. Era faticoso di cavargli poi un giudizio ma il giudizio, a poco a poco, usciva; giudizio tutto personale, acuto, d′uomo tollerantissimo, equo ad ogni elemento di verità e di bene che gli apparisse commisto al male e all′errore, animato di modernità, benevolo, in genere, più all′arte straniera che alla italiana. Era stato un grande ammiratore di Giorgio Sand e nell′opera di Emilio Zola riconobbe sempre liberamente le pagine potenti, piuttosto con piacere che con dispetto. Con i poeti moderni era difficile assai, non meno difficile con gli ortodossi che con gli altri. Pareva talvolta balenargli nella mente un ideale d′arte diversa da quella che aveva innanzi, superiore e troppo difficile a esprimere.

Se tanto lo abbiamo amato; se ai fratelli, ai nipoti, ai pronipoti egli parve il capo angelico della famiglia, messaggero a Dio dei nostri dolori e delle nostre speranze, messaggero a noi della Divina Sapienza, fu perchè il fuoco dell′amor divino mai non inaridì nel suo cuore le vene pulsanti del più appassionato affetto per ciascuno di noi. L′ascetismo suo non ebbe gelide radici di egoistici terrori, non nacque, non visse che di amore, ogni amore buono consociò nel supremo. Moriva invocando con fioca voce, a fatica, il Santo Forte, il Santo Immortale, e gli occhi suoi velati si avvivavano delle meste ultime dolcezze quando incontravano i nostri.

Io cercai di raffigurarlo nel don Giuseppe Flores di Piccolo Mondo Moderno; e mi duole che le ragioni dell′arte non mi abbiano concesso di lavorarne una immagine più intera. Non mi è possibile dire le impazienze di questo vecchio di ottantasette anni nell′attesa del libro a lui affatto sconosciuto, la vivacità delle sue impressioni, dei suoi commenti, dei suoi dubbi, dei suoi timori durante la lettura, la sua finezza meravigliosa nel parlare a me del personaggio onde fino a due mesi prima di morire tacque di aver indovinato il nome segreto e tanto palese. Non mi è possibile dire il sorriso triste, il dolente accento di gran peccatore con il quale finalmente un giorno, parlatomi di lagrime sparse nel rileggere i due ultimi capitoli, soggiunse: « Oh ma quel prete, io no, sai! »

Oh sì, ben era la immagine sua ma debole come ombra che si disegni nel lume di una stella.

 

DISCORSO

pronunciato ai funerali di Fedele Lampertico

quale rappresentante del Senato.

 

Con angosciata voce io porto a questa bara il saluto del Senato del Regno. Al suono dell′augusto nome freme là dentro, credetelo, e ha un palpito ancora la spoglia venerata.

Perchè il Senato era per Fedele Lampertico una patria nella patria; era il campo ove tutte le sue nobili energie intellettuali meglio si accendevano e sfavillavano, dove lanima sua disposta da natura e da studio all′opera legislativa, alla palestra parlamentare, respirava con la gioia di chi ritorna nell′aria natia; dov′egli sentiva nell′alto, affettuoso rispetto dei colleghi vivere l′opera da lui data ivi per lunghi anni all′ Italia, vivere la parola, ch′era parsa suonar fugace nell′ aula, ch′era parsa spegnersi nei chiusi volumi delle relazioni parlamentari! Il Senato gli era pure un prediletto asilo di pace e di studii tranquilli. Là dove per deliberazione della assemblea sorgerà nel marmo il volto pensoso del Senatore Lampertico, tacite corsero molte delle ore sue più felici.

Ma, signori, se Roma e Senato furono, fino all′ultimo, il regno de′ suoi desiderii ardenti, se nominandoli sul suo letto di dolore, ancora gli s′illuminava lo sguardo, non meno vivo era il desiderio di lui a Palazzo Madama, non meno fervida vi era la speranza, da quando egli cadde gravemente infermo, di rivederne la famigliare figura spirante bontà e modestia, di riascoltarne la voce, il sapiente consiglio, la dotta, ornata, calda parola. E non è sala del palazzo che non abbia più volte udito allora ripetersi nelle conversazioni private la mesta lode della sua virtù, della dottrina, della eloquenza.

Passarono le speranze, si oscurarono nell′ombra imminente di questa pompa funerale, che sta passando essa pure; ma l′opera parlamentare di Fedele Lampertico rimarrà documento insigne di un intenso lavoro, ammaestramento ai venturi che ad essa ritorneranno, come a largo tesoro di esperienza e di sapere.

Riforme della legge elettorale politica, provvedimenti che tocchino le relazioni fra la Chiesa e lo Stato, importanti leggi di carattere economico, problemi che si connettano al fatto della emigrazione italiana oltre mare, mai non potranno discutersi adeguatamente nella Camera vitalizia senza ritrovare in ciascun campo le orme profonde di questo lavoratore potente, senza prendere da lui, anche tenendo altra via, qualche utile consiglio, senza ammirarne la diligenza scrupolosa e l′ossequio ragionevole alle affermazioni della scienza conciliato con l′ossequio ai diritti imperiosi della realtà.

O amato compagno nostro, o stanco atleta che compiuta la tua giornata riposi in Dio, per l′ultima volta il Senato del Regno ti saluta.

 

Commemorazione di Giuseppe Verdi

Pronunciata nel Senato del Regno.

Signori, un gran lume della patria si è spento e forse in quest′ora oscura, meglio che le parole, il silenzio atterrito risponderebbe a quel gelo amaro che a tutti ne stringe l′animo, quanti qui e fuori di qui abbiamo cuore per la gloria del paese nostro; quanti qui e fuori di qui abbiamo senso per il divino raggio del genio. Ma, signori, lo comprendo: è un sovrano quello che la morte ha colpito, un sovrano potente oltre i confini d′Italia, e l′impero di un alto dovere ne sforza a vincere quest′angoscia, a levare il cuore e la voce per un saluto solenne a lui, che glorioso ci passa davanti volto all′eternità.

Un sovrano Giuseppe Verdi fu veramente: fu sovrano per l′altissimo ingegno, fu sovrano per il magistero dell′arte, che in lui, fino alla più tarda vecchiaia rinnovellava forme come in una fonte di giovinezza immortale; fu sovrano finalmente per un insigne primato nelle armonie supreme dell′intelletto e dell′animo, nella modesta semplicità della grandezza, nell′infaticata, indomita energia, che oggi solamente riposa. Egli lavorò quando tutta la gloria che questa terra può dare era già sua, e non vi era più che un culto da rendere all′ideale, non vi era più che un esempio di magnifico lavoratore da mostrare al popolo italiano e al mondo.

Il nome di Verdi meritò, sopra ogni altro, di simboleggiare nei tempi eroici del nostro risorgimento, per un mistico incontro di voci, la sospirata, invocata unità della patria intorno al trono del primo suo Re. Verdi è stato un grande unificatore nostro, quando, chiusa nell′onda della sua musica ardente, inafferrabile al nemico, la idea nazionale corse dalle alpi al mare l′Italia schiava, infuocando i cuori.

Egli è ancora un grande unificatore nostro in questo momento, mentre, sospese le dissensioni di fede e di parte, un palpito solo raccoglie il popolo intorno al suo letto funebre.

Possa questo XX secolo, che tanto dono raccolse del suo predecessore e tanto breve tempo seppe serbarlo, possa, io dico, riportare all′Italia altrettanta potenza di Arte che unifichi tutto, penetrandolo ed elevandolo, il nostro popolo; e non manchi al lume dell′Arte giammai quel sereno raggio del bene che, circonfuso al nome di Giuseppe Verdi , ne moltiplica e ne stende oltre la terra il fulgore.

È questo il voto che io esprimo, non già come artista, ma come cittadino d′Italia, come ultimo dei membri di questa augusta assemblea, che ha ed ebbe sempre per fine supremo dell′opera propria la grandezza civile e morale della patria.

In morte di Emilio Zola

Valsolda San Mamete, 30 settembre 1902.

La morte subitanea di Emilio Zola mi addolora. Piango l′uomo che all′ingegno grandissimo congiunse bontà di cuore e onestà di volere. Ma l′impressione mia d′ artista è che, per un misterioso destino, egli sia stato spezzato come uno strumento che ha compiuta l′opera sua e non può servire più.

L′opera rimane opera titanica, che si eleva verso il cielo appunto come una macchina bellica, come lo sforzo superbo di un gigante in lotta contro un potente superiore. La superbia di un uomo vi si è fatta voce di mille superbie. Tutti coloro che hanno deificata la scienza e invocata in cuor loro una religione della scienza da sostituirsi alle religioni antiche, ebbero il loro profeta in Emilio Zola.

Egli consacrò il suo immenso potere artistico a questo sogno; e dentro questo sogno, supremo apice dell′orgoglio umano, fermò la sup. dimora anche quando, per una reazione di sentimenti invincibili, per lo stesso ammonire della scienza vera e severa, la gente cominciò a scostarsene.

Né scienza vera e severa fu quella che egli pensò tradurre e illustrare con l′arte.

Troppo presunse del proprio ingegno in un campo non suo. Presunse stringere facilmente famigliarità con la scienza come presunse stringere facilmente famigliarità con Roma; e furono illusioni entrambe.

E le tesi scientifiche o religiose gli guastarono i libri, gl′impedirono di rappresentarvi fedelmente intera la vita multiforme, benché ne avesse il potere quanto forse nessun altro scrittore nella seconda metà del secolo XIX, eccetto Leone Tolstoi.

Egli possedette alcune fra le migliori facoltà del grande poeta, come la fantasia e l′osservazione geniale, sì delle cose che delle anime. Gli mancò forse quella mistica adorazione dell′arte, quell′appassionata e triste aspirazione a ideali non raggiungibili, che di un grande spirito di poeta sono quasi la fiamma culminante e lo rendono caro al mondo.

E nell′interno dell′opera sua un che di rigido e di freddo onde le è tolto di venire amata. Essa rimane tuttavia e rimarrà, per quella grandezza che le viene dalla unità, dalla vastità e dall′audacia del disegno, dalla franca maestria della esecuzione, dalla straordinaria meravigliosa lucidità delle immagini rispecchiatevi dal vero, dalla virtù di un sentimento morale traviato talvolta per difetto di alte idealità, ma forte, volto sempre a un fine creduto bene.

Egli ha maneggiato troppo fango e troppo a lungo; ma lo ha maneggiato con disprezzo, ne ha brutalmente foggiato immagini di bruti e non di semidei.

Il paese che ha innalzato una statua a Guy de Maupassant ne innalzerà un′altra, con miglior ragione, a Emilio Zola.

Iddio gli diede animo e modo di affrontare moltitudini e potenti per un oppresso. Lo stesso orgoglio suo parve allora legittimo, bello , grande; e, se io mi figuro Emilio Zola sul letto di morte, gli vedo la fronte irradiata, in faccia all′oscuro infinito, dalla rediviva coscienza del conflitto morale combattuto per una idea di giustizia.

Soldato di altre fedi, liberamente gli rendo onore come a un generoso e a un forte.

In morte di Giuseppe Giacosa

Antonio Fogazzaro partecipando tra i primi al lutto generale ha voluto inviare al nostro direttore questo scritto vibrante di calda emozione. - Corriere della Sera del 5 settembre 1906.

Lasci scrivere anche a me, caro Albertini, una parola su questo gran cuore immobile del mio Giacosa. Non è facile dire quanto ci siamo amati. Egli venne a me, or sono ventiquattro anni, per un impeto spontaneo dell′anima sua calda, per dirmi di un libro mio; ed io, che mi accoravo in quell′ora delle altrui noncuranze e delle deficienze mie, io me gli diedi per sempre con un impeto riflesso, con una gratitudine tempestosa di naufrago tratto in salvo. Le nostre anime aderirono strettamente Pana all′altra in quella parte oscura e profonda che scende verso l′inconscio, dove imperano le affinità occulte, più valide a congiungere che qualsiasi dissidio intellettuale a disunire. Nell′amicizia nostra egli fu sempre, come al principio, il magnanimo che diede, e questo ini giustifichi se tanto parlo di rare. A lui vivente non ho mai osato dire la riverenza benefica che m′ispirava quel suo irruente fuoco sincero di attiva bontà, che nella forma dellamore o della pietà o dell′ammirazione o dello sdegno gli traboccava dal volto, da tutta la gran persona, gli fremeva, gli rumoreggiava, gli tuonava nella voce sonora, piena di echi del suo cuore pulsante. Mi diceva, nel lavorarle, le anime delle sue creature, i loro cimenti, le loro lotte interne, i loro dubbii davanti all′azione, ch′erano poi dubbii dell′anima sua; e io sentivo allora come l′esperienza della vita e del mondo non valesse a sopraffare in lui, qualchevolta, certe voci di bontà candida che gli dicevano verosimile un atto generoso solo perchè al posto del suo personaggio egli lo avrebbe compiuto. E se io pigliavo allora lufficio del consigliere scettico me lo vedevo così stupefatto che vergognavo quasi di me e rintascavo le mie obbiezioni. Mi pareva che gli occhi suoi, dolenti e gravi, mi rimproverassero, mi dicessero: « Allora, tu non lo faresti? » La sua bontà ci ristorava, noi uomini dalla corteccia fredda, come in dicembre la vampa di un gran camino antico. Perchè era bontà eloquente e ilare. Aveva ore scure, ore nere, il gran camino; ma, quando ardeva, che luce e che gioia !

Giuseppe Giacosa non seppe il riso amaro del sarcasmo e dell′ironia, seppe tutto l′altro buon riso, quello che suona intorno alle mense laute, nei crocchi degli artisti bizzarri e dei novellatori arguti, il riso che crea l′opera d′arte e quello che n′è creato. Gli uomini che non ridono mai gli dispiacevano. La prima cosa che mi disse di Emilio Zola, dopo averlo avuto suo commensale, fu: « È un uomo che non ride mai. » E me lo disse con tristezza, come di un difetto del grande scrittore, da lui ammiratissimo fino a Rome, Egli era, del resto, un ammiratore per natura. Il precetto di Orazio non era fatto per lui. Gli piaceva di ammirare e ammirava, talvolta senza freno, dentro i confini delle lettere e fuori, nel campo delle scienze, nel campo della vita. Non che gli fosse ignota la censura; sapeva schiettamente adoperarla anche con gli amici. Neppure il dispregio gli era ignoto, qualche ondata ne aveva; ma era felice di ammirare e appena sortagli nella mente un′ammirazione, la predicava, cercando socii, più felice se gli riusciva la propaganda perchè, come ogni natura magnanima, era uomo di fede, credeva pure facilmente negli entusiasmi altrui; in quelli che andavano ad autori stranieri, a quadri, a statue, a musiche, a invenzioni, forse anche a nuovi farmachi. Se poi alla prova gli riusciva difficile d′accordarsi cogli amici, voleva pur vincersi, accusava sé prima d′accusare gli altri e, fuori del campo letterario, dove infine non gli era possibile di soffocare il giudizio della propria coscienza, facilmente seguiva il suo desiderio naturale e la fede negli amici.

Era uomo di fede. Anche quando non possedeva la fede religiosa nella quale morì, the will to believe lo perseguitò sempre. Amò sempre fermare il pensiero sui più alti problemi religiosi, sulla essenza delle credenze cristiane, trapassando, senza troppo curarsene, oltre difficoltà esteriori che arrestano molti. Era uomo di fede negli uomini, nelle idee, in tutte le ascensioni verso il Vero e verso il Bene. Era quindi naturalmente uomo di fede in Dio, di maggior fede in Dio che non si figurino averne molti a cui par convenirsi il nome di fedeli. Passammo intere notti, nei tempi andati, a discutere insieme gli eterni perchè supremi dell′Universo, che lo preoccupavano più dell′arte. Egli saliva col suo alato linguaggio verso la desiderata Verità ideale, cadeva, risaliva e ricadeva quasi disperando. In fatto, il poeta si era ferite le ali in quei vortici di avverse idee dove gli piaceva slanciarsi, ma io ne sentivo la potenza nativa e il futuro vigore. Nel separarci con pensieri pieni di tenebre, ci davamo malinconicamente la buona notte e già spuntava l′alba.

 

Commemorazione di Bernardo Morsolin

letta al Reale Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti

il 21 Dicembre 1902.

Egregi Colleghi,

È giusto che prima di evocare nel vostro cospetto la immagine buona del professore Bernardo Morsolin uscito di vita tre anni or sono, io mi accusi del ritardo colpevole e m′interdica ogni difesa e mi condanni a chiederne qui perdono al mite, benigno spirito di lui che altro, forse, attendeva da chi ebbe con esso lunga consuetudine e deve pure alla benevolenza sua l′onore di un posto nella vostra schiera. Possa almeno la lode, che parca oggi con equo animo gli andrò misurando, così attagliarsi ai suo modesto ingegno e alla modesta opera da restargli durevolmente congiunta negli annali degli studi.

La vita di Bernardo Morsolin non ebbe linea esterna nè colore che molto distinguesse lui dalle uniformi schiere di tanti confratelli suoi di fede e di abito, saliti d′umili case villereccie al Seminario, agli studi classici prima, poi ai teologici, annidatisi quindi oscuramente dentro umili uffici d′insegnamento, dentro connesse ruote di abitudini che riconducevano in giro con regolare vicenda gli stessi lavori e gli stessi ozii sui quadrante delle loro giornate. Di Gambugliano, terricciuola del Vicentino dove nacque nel 1834, Bernardo Morsolin venne giovinetto al Seminario di Vicenza, vi diventò abate e professore di lettere latine e italiane nel 1858. Tre anni dopo passò ad insegnare nel Ginnasio Liceo e ivi condusse a termine, col grado di Preside, la sua carriera. Di questa breve, umile via dell′abate professore non altro vestigio resta che nella memoria degli antichi scolari il ricordo di quella indulgenza un po′ molle, di quella mansuetudine un po′ distratta che dicevano l′aurea bontà di lui e la mente amorosa di altri studi, di altro lavoro. Perchè appunto le vie predilette della sua mente, le vie dove raccolse onore, non mettevano capo alla scuola. Non furono vie maestre del pensiero umano. Non furono vie né di grandi sintesi né di grande arte. Furono vie di paziente ricerca dentro profondità oscure delle patrie memorie, sentieri fioriti di minuta poesia, aditi di Chiese dove accompagnava lieto novelli sposi e novelli sacerdoti , aditi di Cimiteri dove seguiva triste le spoglie di amici. E si può dire che non posasse mai. Oltre a duecento sue pubblicazioni sono registrate nella bibliografia, lavoro del mio amico abate Sebastiano Humor, che mi compiaccio di unire a questi cenni. I componimenti d′occasione toccano la ottantina: foglie caduche onde appena la polvere rimane e che tuttavia compierono nella loro breve ora di vita l′ufficio gentile di significar fedelmente la qualità della loro stirpe. Da questo cumulo inaridito di versi e di prose vapora come dall′erba falciata un odor misto di spoglie morte e di essenze vive. Giacciono per sempre e tuttavia ne sale a noi come un′aura dell′anima dove spontaneamente ad ogni tepido alito di vento, ad ogni umida ombra di nube si generavano: mite anima, facile alle amicizie, tenace in esse, bonariamente semplice nella sua familiarità con la Musa, contenta di noleggiarne qualche vecchio abito di cerimonia per le sue dimostrazioni affettuose. Né quella sua familiarità era offensiva per l′alta Signora. Se non fu poeta, fu però amico di poeti; tutti i nostri buoni, d′ogni tempo, conobbe nell′arte e nella vita; i classici, latini e italiani, possedette veramente, e le sue liriche d′occasione, le poche versioni poetiche ne attestano la coltura gentile.

Della sua erudizione letteraria fa sicuramente fede il contributo ch′egli portò alla Storia della letteratura italiana pubblicata dal Vallardi. Ha per soggetto e per titolo Il Seicento. Non oserei dire che sia lavoro di forte sintesi né che vi lampeggino vedute originali, che vi sia studiato a fondo nelle sue leggi il processo di degenerazione delle forme artistiche, che vi sian sceverate le cause interne della corruzione del gusto dalle influenze esterne, che vi si renda intera giustizia a un′arte peccatrice ma fidente in sé, non priva, nell′orgoglio suo, di grandezza. Il libro ha però notevoli pregi oltre all′abbondanza delle notizie. Come gli altri ecclesiastici addetti all′insegnamento governativo, il Morsolin vestiva non senza qualche segno del suo mescolarsi al laicato. Così i suoi giudizi vestono, in quest′opera, di severa gravità ecclesiastica per quanto concerne la moralità degli scrittori e di temperata libertà laica per quanto ne concerne l′indirizzo filosofico o riguarda l′azione politica e religiosa della Curia Romana. Chi lo conobbe di persona e conversò con lui di lettere, di storia, di religione, intese come il libro di cui parlo rispondesse all′animo suo di credente nelle verità divine, di libero giudice dei loro custodi umani, di libero discernitore del bene comunque commisto ad elementi discordi; rare virtù che anche la mediocre persona di un prete modestamente studioso trasfigurano nel lume della grandezza morale.

Il Seicento fu scritto per incarico. Senza lo stimolo di un editore il Morsolin non si sarebbe forse tanto dilungato dai brevi confini dei suo caro paese natio, dal campo delle sue delizie di storico, di letterato, di erudito. Se altre volte se ne dilungò, furono corse brevissime o viaggi intrapresi per seguire, come dirò poi, enne di nobili concittadini errabondi. Trascorse la vita, si può dire, curvo amorosamente sul suolo che lo portò, sulle smosse antiche macerie, le quali noi, innamorati dell′avvenire, esploratori di stelle e di nuvole, calchiamo con incurioso piede. A ciascuna energia intellettuale volta ad acquistare e a diffondere la conoscenza, incombe, nel meccanismo complesso della evoluzione umana, un diverso ufficio; e prezioso è il lavoro di quella sottile schiera cui Bernardo Morsolin appartenne; di quegli operai cavatori che frugando dentro un limitato spazio del patrio terreno, rimettono in luce frammenti del passato da porgere ad altri artefici che li ricompongano nella loro primitiva unità e vi leggano linviolabile ordine degli avvenimenti umani. Senz′averne ufficio né da governi né da municipi, senz′averne retribuzione che di sdrusci alle loro borse solitamente non pingui, senz′averne fama che di noiosi e di pedanti, questi pii conservatori di monumenti occulti compiono una funzione di alta civiltà. Non sono a confondere con i molti che la moda o l′ambizione o vasti propositi spingono alla febbrile ricerca dell′antico, dove che sia. Essi lavorano per amore della piccola patria, della città, della borgata, del villaggio. Laboriosi, pacifici, schivi di guadagno e di potere, costituiscono una onoranda varietà della specie umana cui l′odierno clima morale riesce troppo ricco di stimoli opposti alla loro indole e che si assottiglia quindi dolorosamente ogni giorno più. Vecchie pietre, vecchi manoscritti, stampe, medaglie della sua e mia Vicenza e del contado Vicentino dissotterrò con assidua pena Bernardo Morsolin; vecchie ossa di noti e d′ignoti. Lasciò da sessanta pubblicazioni erudite intorno ad uomini e cose del passato nostro, e famosi ospiti effimeri della nostra città; parecchie delle quali crescono pregio ai nostri Atti. Noto gli studi sul setificio vicentino nei secoli XIV, XV, XVI e XVII, su Matteo d′Orgiano, un umanista del secolo XVI, su Maddalena Campiglia poetessa vicentina del secolo XVI, su parecchie medaglie antiche, sul Concilio di Vicenza, su Girolamo Gualdo, su Isabella Sesso, su Luigi Da Porto, sulle collezioni di cose d′arte in Vicenza nel secolo XVI, i Ricordi Storici delle terre di Trissino e di Brendola, la Memoria sui Tedeschi nei Sette Comuni del Vicentino. L′ affetto per il suo umanista del secolo XIV lo trasse a seguir le traccie della nobile prosapia di lui, passata d′Italia in Francia. Nel secolo XVI un Ottaviano d′Orgiano, discendente di Matteo, gentiluomo di Filippo Maria Visconti, emigrò a Carpentras nella contea di Avignone, s′infranciosò in Ottaviano d′Orléans, giovandosi del nome latino Aurelianum dato dagli umanisti vicentini alla sua terra di origine, Orgiano, e proprio della città di Orléans. Il sangue di Ottaviano fiorì cospicuo in Luigi d′Orléans de la Mothe, vescovo di Annecy nel secolo XVIII, uomo santo. Il Morsolin ne raccontò largamente la vita per derivarne un lume di onore alla terra che aveva nutrito le prime radici di quella stirpe. Questa vita è forse per la qualità e semplicità del soggetto, per la parsimonia della erudizione, lo scritto di più facile e gradita lettura che uscisse dalla penna del Morsolin. Ma il lavoro suo massimo per la mole, per Io studio che vi pose, per il sapere che vi dimostra, è il libro intitolato: Giangiorgio Trissino — Monografia di un gentiluomo letterato del secolo XVI^ pubblicato la prima volta per cura dell′Accademia Olimpica e del Comune di Vicenza nel 1878 a festeggiare il quarto centenario dalla nascita di Giangiorgio. Il libro ebbe nel 1894 una seconda edizione corretta e ampliata. Le ragioni della ristampa si leggono in una avvertenza che in fronte al volume pose Alessandro D′Ancona. « Ben presto accadde » scrive il D′Ancona intorno alla prima edizione pubblicata in ristretto numero di esemplari « che fosse scarsa al desiderio degli studiosi e invano venisse domandata in Italia come fuori, intanto che da quanti l′avevan letta veniva encomiata per ordinato svolgimento, per copia e sicurezza di notizie, per bontà di critica. »

Giusta lode, questa, di un tanto uomo e giustamente misurata dai limiti suoi di silenzio, fosse o no volontario, Il libro s′intitola Monografia ma ci disegna invece im quadro grandioso dei costumi, delle lettere, delle arti, degli eventi di settanta fra gli anni più splendidi della storia italiana. Il Poeta di Sofonisba vi è una mobile figura perduta spesso nella folla di altre più insigni; così mobile che io me lo figuro uscire idealmente del quadro, e venirlo mostrando parte a parte come un piccolo cicerone al quale si guarda quel tanto che basti a seguirne la mano indicatrice. Egli ci guida dovunque più magnifiche avrebbero a essere le visioni del passato. La Corte del Moro, quella degli Estensi, l′Aragonese, gli orti famosi di Firenze, le pompe bolognesi del 1529, la repubblicana maestà di Venezia, gli splendori Vaticani, Papi e Cardinali, principi e principesse, grandi poeti, grandi artisti, grandi eruditi passano e ripassano davanti a noi che riconosciamo Michelangelo, l′Ariosto , il Machiavelli, il Rucellai, lAlamanni, il Fracastoro, Vittoria Colonna, Pietro Bembo, il Calcondila, Cecilia Gallerana, Ippolito Sforza, Clemenza de′ Pazzi, Lucrezia Borgia , Margherita Pio , Isabella di Mantova, Isabella Gonzaga, cento altri e altre che con l′ingegno e la eulta bellezza illuminarono di sé quel tempo. Rileggendo poi l′avvertenza del D′Ancona ne confermiamo la lode e poiché dello stile di queste dottissime pagine nulla vi é detto, il silenzio ci par meditato. Infatti al disegno del grande quadro non corrisponde il colore; il libro è opera di dottrina, non opera d′arte. Nel posarlo si pensa sospirando quale attraente forma avrebbe dato a così ricca materia, qual soffio di vita le avrebbe infuso uno scrittore più immaginoso e nervoso, e come la sorte sua non possa, disgraziatamente, riuscir gran fatto diversa da quella che toccò agli scritti del suo protagonista. Tanto sapere diligentemente depurato e ordinato, tante memorie dei nostri maggiori, tanta luce del secolo d′oro, pazientemente raccolti, passeranno, io temo, di generazione in generazione come in una mano chiusa, senza beneficare altri che qualche studioso in cerca di una notizia, di una citazione.

Premii esterni agli studî il Morsolin ottenne decenti. Socio corrispondente di questo Istituto nel 1879, ne fu eletto membro effettivo nel 1892. Alla R. Deputazione di Storia Veneta appartenne in qualità di membro corrispondente dal 1876 al 1881 quando ne fu eletto membro effettivo. Nel 1898 vi salì alla vicepresidenza. Appartenne pure alle accademie di Vicenza e di Padova, agli Atenei di Bassano e di Venezia.

Ebbe ristretta fama né i suoi scritti gliela potevano procacciar larga né il suo cuore l′ambì. Ma i più valenti negli studi a cui si diede lo tennero in pregio; alcuni gli si legarono di quell′affezione che il rispetto genera e alimenta. Mi basti nominare fra i nostri, per tacer dei colleghi, Alessandro D′Ancona che lo ebbe carissimo e fra gli stranieri il buon Dejob, generoso amico dell′Italia e delle sue lettere, promotore degli studi italiani in Francia, che volle visitare il Morsolin in Vicenza e a me ne parlava in Parigi con vivo affetto. In patria fu amato per la schiettezza semplice e buona dei modi, per il generoso animo, fervido nelle amicizie, per la franchezza leale della parola; fu riverito per il sapere, per l′aurea modestia, per la dignità con la quale seppe governarsi in tempi difficili, egli, prete rispettoso della disciplina ecclesiastica, patriota devoto alle leggi fondamentali dello Stato. Mostrò sempre avere la più chiara coscienza dei limiti della libertà propria e del potere altrui, il più sicuro istinto della via che a lui uomo di Chiesa e ufficiale dello Stato più si convenne, ardua fra l′ossequio servile e la contraddizione oltraggiosa. Non evitò per questo gli strali di archi maligni. Glieli valse in apparenza la sua fede politica benché non mai ostentata, in sostanza il fondamento di una tal fede, la sua concezione religiosa. La concezione religiosa dell′abate Morsolin fu assai più moderna che la coltura e lo stile del professore. Ammaestrato da un lungo studio della storia nostra ecclesiastica e civile, come non era uomo da piegar di una linea, nella scuola governativa, la sua coscienza di sacerdote cattolico, così non era uomo da negare per falso zelo di una Verità divina la divina Verità. La sua forte fede era riuscita vittoriosa dalla prova della indagine storica che le deboli uccide; vi era uscita più pura di misture illegittime, più degna del Vero sovrumano, più imperiosa sulla vita. Bernardo Morsolin non era un asceta; ma quel suo gioviale, quasi cinquecentesco lodare i piaceri delle allegre brigate, delle grosse facezie, della mensa, dei giuochi che dirò clericali, era più che altro una ostentazione scherzosa, una intemperanza verbale onde copriva regolatissime abitudini di strenuo lavoratore, uso a alzarzi , nello stesso cuore dellinverno, alle quattro del mattino, a partir la giornata fra la chiesa, la scuola e lo studio, appena concedendosi il tempo dell′unico pasto e un′ora di sollievo fra gli amici. Questo regime duro gli guastò ben presto la salute e, pertinacemente continuato, lo condusse a morte, dopo lunghissima infermità, il 14 dicembre 1899. Soltanto gl′intimi ne conobbero a pieno la segreta virtù ; e io che mi onoro di esserne stato l′uno, io che lo seppi maggiore dei suoi scritti, io che mi contemplo con affetto triste nella memoria quella poderosa lenta persona, quei grossi occhi bonari nel viso quadrato, vorrei pure contendere il suo nome alloblio, contendere alloblìo non tanto i duecento scritti , fra tenui e gravi, di lui, quanto la forma singolare dell′anima onesta.

 

Parole in commemorazione di Teodoro Mommsen

pronunciate al R. Ist. Veneto.

 

Nel primo giorno di questo mese si spense la tarda e pur verde vecchiezza di Teodoro Mommsen, nostro socio estero, vecchiezza di studioso indomito, giunto al culmine di quell′autorità che secondo il motto di un Antico è apex senectutis, e non ancora fiaccato nello spirito, felice quindi come per la lunga vita gagliarda così per la morte opportuna, poiché bene ha detto lo stesso Antico « extingui homini tempore suo optabile est »

Glorioso monumento di un sapere immenso e di un erculeo volere, bronzea in parte , mista in parte di metallo eterno e di creta peritura, gli sopravvive, l′opera sua; la smisurata opera ch′è risposta non indegna di meditazione a chi accusò Teodoro Mommsen di smisurato orgoglio.

Commemorando anche parcamente lui nella terra e nella lingua d′Italia, stimerei ossequio servile il tacere ch′egli fu avverso alla stirpe nostra e di alcuni fra i nostri maggiori uomini giudice impari all′ufficio arditamente assunto. Ma peggior viltà sarebbe non rendere, per questo, il debito onore a così poderoso spirito. Io mi compiacerò di onorare in sommo grado l′illustre storico ed archeologo tedesco con l′autorità nuovamente invocata di quell′arpinate antico ond′egli ebbe a sdegno l′animo inferiore e non bene conobbe la mente ampia e fervida, nobile vaso di sapienza morale; io suggellerò il mio brevissimo dire di Teodoro Mommsen con le parole incise sulla tomba di un Savio, che massimo elogio parvero a Marco Tullio Cicerone:

Plurimae consentiunt gentes,

populi, primarium esse vivum ».

 

Una visita a Monsignore Scalabrini

 

Gli avevo parlato una volta sola e per brevi momenti, alcuni anni sono, a Regoledo, dove mi ero recato a visitare il suo amico e collega, monsignore Bonomelli. I due prelati stavano insieme, con i loro segretari.

Era venuto «con me il mio caro vecchio amico generale B., che non li conosceva di persona e che presentai. La nota spiccata del colloquio fu la soddisfazione reciproca di quei tre onorandi uomini di cuore nell′incontrarsi, due con la croce episcopale sul petto, l′altro senza l′assisa ma con l′impronta militare nel maschio viso e nella gagliarda persona, nella franca semplicità dei modi. Erano allora storia recente i moti del 1898. Il mio amico B. aveva tenuto un comando in Lombardia.

Vecchio garibaldino, patriota di antico stampo, egli non sapeva parlare di quelle infauste giornate senza la più amara commozione. Studente del 1859, non gli pareva vero di aver dovuto temere incontri ostili di studenti e di soldati italiani. Si parlò di quei giorni e della patria con un cordiale, profondo accordo di sentimenti. Il mio amico ne vibrava ancora d′intima compiacenza scendendo il monte; come vibrava di sdegno, egli credente, raccontandomi la propaganda rivoluzionaria di carattere clericale che si era trovato a dover reprimere.

Ma se così poco avevo veduto lo Scalabrini, sapevo però di lui alquanto più. Sapevo ch′egli era molto franco, molto audace nella conversazione privata, molto cauto nella parola pubblica; che nessuno aveva osato parlare ai Pontefici schietto com′egli; che si era dato presso che interamente a una grande opera di carità religiosa e civile in pro della emigrazione italiana in America; che reggeva la sua diocesi da vescovo esemplare, prodigo del proprio ai bisognosi, munifico ristauratore della sua insigne cattedrale; che, pure avendo i mezzi disuguali all′ardore di zelo cristiano, non aveva esitato un istante a lacerare il testamento che lo istituiva erede di un grosso patrimonio, perchè il testatore aveva lasciato parenti poveri. Era dunque naturale che io desiderassi vivamente un′occasione di rivedere l′uomo che splendeva così nell′alta gerarchia della Chiesa, raro esempio di apostolo moderno, rispondente a quel tipo episcopale che Antonio Rosmini pensava con rimpianto del passato e con desiderio del futuro.

L′occasione desiderata venne molto spontanea, lo scorso febbraio. Un ottimo nostro funzionario consolare che per ragioni di ufficio ebbe a conoscere da vicino la emigrazione italiana del Brasile, particolarmente la veneta dispersa nelle immense regioni dello Stato di Espirito Santo, si è acceso del nobile desiderio di promuovere nella madre patria un′azione a favore di quelle moltitudini, cui non manca, generalmente, lo stretto necessario alla vita ma che tutto vanno perdendo della civiltà natia, perfino la lingua; tanto è simile il loro vivere a un vivere di barbari. Un Comitato si costituì a Padova nell′intento di fare qualche cosa per quei lontani fratelli. Un altro se ne costituì a Vicenza. Era sul tappeto, e Dio voglia che non vi entri sotto, il progetto di istituire appunto nello Stato di Espirito Santo una Scuola-Convitto, una specie di Seminario d′istruttori elementari e agrari. Fu scritto allo Scalabrini per avere certe informazioni. Lo Scalabrini, fedele alle sue tradizioni di prudenza, fece rispondere che le avrebbe date volentieri a chi si fosse recato da lui. Poiché avevo parte anch′io in queste pratiche, mi offersi subito per andare a Piacenza.

Vi arrivai la sera dell′ 11 febbraio, una fredda sera invernale. Quando, accompagnato da un egregio gentiluomo piacentino, amico di Monsignore, entrai nel grande episcopio, potei credere di entrare veramente nella reggia dellinverno, tanto gelo attraversai di scaloni, di androni, di sale. Il vescovo mi accolse nel suo modesto studio, un po′ meno rigido, con benigna dignità. Non aveva l′aria né di troppo ricordare né di troppo dimenticare ch′era un vescovo di fronte a un semplice fedele. Non so perché, la sua bella fisonomia, che pure non mi era nuova, stavolta mi fece un′impressione nuova, mi ricordò un poco Sant′Agostino; forse c′entrava per qualche cosa quell′atto del testamento agostinianamente lacerato, che avevo appreso di fresco. Era un bel viso; un viso tanto maschio da esprimere certa maschilità pure dell′intelligenza, certa attitudine a studi alti, e anche da far temere d′incontrarlo severo; tanto pregno di spirito da significare molta interna devozione a leggi superiori; tanto arguto da lasciar comprendere che quella sua lombarda bonarietà di modi poteva benissimo rendere di tempo in tempo un suono di canzonatura senza malignità ma non senza malizia.

Poco dopo i primi saluti sedevo alla sua mensa in un salottino tanto umile, a Cui si giungeva per una scaluccia così recondita, che pareva proprio il rifugio di un′anima semplice dalle pompe e dal fasto del grande palazzo. Parlai subito della mia missione. Il vescovo mi ascoltò attentamente. Chiedevo notizie, di uomini e cose lontane oltre l′Atlantico ma familiari a lui che, quando io tacqui, prese la parola e la tenne a lungo su quegli uomini e quelle cose, spezzata da interruzioni brevi, tratta spesso in qua e in là dalle mie domande avide, ma ritornante sempre al suo filo; lenta nell′andatura, come suole ogni parlata lombarda che discende dalla milanese, ma viva di una vivezza che « ancor dentro mi suona. » Perchè Monsignore era comasco e parlava il suo dialetto appena colorandolo un poco d′italiano, appena temperandone un poco quei suoni che troppo avrebbero ricordato a un orecchio pratico il caro, bel paese cui piacque al Porta di chiamare la « regia zittàa d′i missoltitt ». Se le cose che diceva mi tenevano intento al suo parlare nel proposito di ricordarle poi, il suo linguaggio era una musica deliziosa per me che rivivevo, a udirlo, nel mio piccolo mondo antico: non già nel prolisso romanzo che pubblicai con questo titolo ma proprio nel piccolo mondo delle mie più care memorie personali, ormai fatte antiche.

Monsignore mi parlò anzi tutto delle persone, intorno alle quali gli avevo chiesto un giudizio. Mi avvidi subito ch′egli era un conoscitore d′uomini; il seguito della conversazione, che fu lunga e si allargò ad argomenti diversi, mi confermò in questo concetto. Vestissero o non vestissero l′abito ecclesiastico, egli ne ragionava con la stessa franchezza serena. « L′ è on grand omm ma lè ona còa » — « L′è on bravissim′omm ma el trariss via tusscoss ». Giudizi recisi di questo genere gli uscivano di bocca facilmente ma la sua censura non ebbe mai, quella sera, il carattere della maldicenza, non toccò mai le intenzioni, la responsabilità morale della gente. Indicava le fattezze di uno spirito come avrebbe indicato le fattezze di una persona e giudicava il valore delle azioni per sè, a parte dalla volontà degli agenti. I suoi giudizi erano, insomma, giudizi d′un uomo che riverisce sopra ogni cosa la verità ma che non presume conoscere la verità in quell′oscuro campo delle coscienze dove solo Iddio vede e giudica. « Ecco » mi dicevo ascoltandolo « l′uomo che può parlar franco anche ai Pontefici. »

Delle informazioni che occorrevano al mio Comitato, Monsignore potè sbrigarsi in breve. Esse gli aprirono il cammino a discorrere del suo ultimo viaggio americano. Mi accora il pensare alla gagliardìa fisica di cui vi diede prova quest′uomo che per il bene della Chiesa avrebbe dovuto vivere un secolo. Un giovine robusto difficilmente avrebbe fatto altrettanto. Viaggiò a cavallo nell′interno del Brasile per settimane. Gli avvenne una volta di montare in sella alle cinque del mattino e di scenderne alle otto di sera. Appena sceso, eccogli intorno una folla festante, acclamante, di coloni italiani, di povera gente che aspetta il vescovo italiano, venuto per essa dalla lontana patria, come aspetterebbe un angelo del cielo. Bisogna bene concedere che si sfoghi; e quando, chetati i primi entusiasmi dell′accoglienza, la folla dei fedeli gli si stringe intorno invocando il suo ministero, quest′uomo ch′ è stato quindici ore a cavallo si pone sur una seggiola, confessa, consiglia, consola fino alle due dopo mezzanotte. Allora non si corica, no; prende un po′ di riposo su quella stessa seggiola, come avrebbe fatto monsignor Myriel, il quale non fece poi le sue mirabili prove che nella fantasia di un grande poeta, ossia con poca fatica.

Che visita pastorale fosse quella si può arguire dal fatto che certe parrocchie del Brasile hanno la superficie di sessantamila chilometri quadrati. Le cavalcate da una chiesa all′altra se non erano sempre di quindici ore luna, avranno qualchevolta preso anche più giorni. Quando Monsignore arrivava, trovava sempre archi trionfali, bandiere italiane, migliaia di gente, migliaia di cavalli attaccati agli alberi intorno alla Chiesa. Entrava in Chiesa, celebrava, predicava, benediceva, confessava, comunicava. Poi, in un baleno, uomini, donne, magari con i lattanti in braccio, ragazzi, ragazze, saltavano sui cavalli e via al galoppo per le lande sterminate, in ogni direzione. Non erano soli gl′italiani a festeggiare il vescovo; lo salutavano con entusiasmo eguale gli emigrati delle altre nazioni, sopra tutto i polacchi, negletti, pare, dalle missioni cattoliche e ricercati molto, invece, dalle protestanti. Ma certo gl′italiani erano la maggioranza immensa; queglitaliani così numerosi al Brasile, così superiori agl′indigeni per le qualità della razza che al Brasile è di moda denominare la nostra emigrazione « el peligro italiano » il pericolo italiano. Ciò diede occasione allo Scalabrini di esclamare, parlando in una riunione pubblica, al cospetto delle Autorità di non so quale Stato : « Il pericolo italiano ! Sì, dite bene, vi è per questo paese un pericolo italiano. Ma il pericolo non è già che il popolo brasiliano sia sopraffatto da una emigrazione italiana troppo abbondante; il pericolo è che le moltitudini sobrie, intelligenti, operose di lavoratori italiani si partano un giorno da voi ! » Ci volle del coraggio a parlare così, e il coraggio, come sempre, ottenne ammirazione; il fiero Vescovo fu applaudito.

Egli era nato alle missioni per l′attitudine sua straordinaria allo studio delle lingue. Si recò al Brasile, se non proprio col proposito determinato di viaggiare fra le tribù selvagge dell′interno, almeno con l′idea che forse gli potrebbe accadere d′incontrarsi con qualcuna di esse; e prima di lasciare le coste volle studiare gli elementi del guarany. Monsignore Scalabrini non era uomo da vanterie. In quindici giorni, mi disse, ne apprese abbastanza da poter sostenere una conversazione. Una volta, predicando nella chiesa di una di quelle tali parrocchie da sessantamila chilometri, vide spiccare fra le teste degli uditori il cimiero di penne di un selvaggio. Finita la funzione , lo fece chiamare, e li un dialoghetto laconico:

« La tua tribù è vicina o lontana? »

« Vicina. »

« Quanto? »

« Solo venti ore a cavallo. »

« Va dal tuo Capo, digli che il Vescovo italiano sarebbe lieto di vederlo e che l′aspetta qui. »

L′« indio » salta a cavallo e parte. Dopo due giorni ritorna dal Vescovo.

« Dunque? Il tuo Capo non viene? »

« Il Capo dice che sarebbe molto lieto di vedere il vescovo italiano e lo aspetta nella foresta. »

« Va bene » dice Monsignore. « Andremo nella foresta. » Tutti gli sono intorno a scongiurarlo di non fidarsi, di non andare. Già i Benedettini di Port Alegre gli avevano detto chiaro e tondo che se Roma ordinasse di andare nella foresta vergine, pazienza, vi andrebbero per forza; altrimenti no. Uno di loro vi era andato con un brasiliano. Appena toccata la foresta, paf! una freccia aveva passato il cuore del brasiliano. Allora il frate, giù da cavallo e ginocchioni e atti di contrizione e giaculatorie. Fuori da ogni parte selvaggi a cavallo. Rimandarono il frate incolume giurando che l′avevano solo con i brasileri; ma intanto quegli ritornò al convento più morto che vivo e poi gli altri, a parlar loro di missioni nella foresta vergine, nicchiavano.

Monsignore si rise di chi voleva mettergli paura e montò bravamente in sella con un piccolo seguito del quale faceva parte un missionario veneto.

Arrivano, dopo le venti ore, alla foresta. Hanno il primo saluto da branchi di scimmie che tirano loro « sassad d′inferno ». « Adesso ci siamo », pensano i viaggiatori e monsignore indossa i suoi abiti episcopali di parata. « Sèri tütt paonàzz » mi disse. S′inoltrano ed ecco sbucar dal folto, magnifico spettacolo, tre o quattrocento cavalieri selvaggi preceduti dal loro Capo vestito anche lui pomposamente. Penne, collane, pelli di fiere: « ghe mancava nagòtt ». Scendono tutti da cavallo, e il Capo si presenta al Vescovo in atto dignitoso e rispettoso insieme, gli tiene un discorsetto in guarany. Ricorda le missioni di due secoli addietro, rimprovera la Chiesa di averli abbandonati, ringrazia il visitatore. E il visitatore, con grande ammirazione del Capo e dei suoi, risponde in guarany. Porta il saluto del gran Prete di Roma, scusa la Chiesa («come pòdi, perchè gan reson, póera gent ») dell′ involontario abbandono, promette che parlerà di loro, ritornato in Italia, al gran Prete. Finiti i discorsi, genti pileate e genti pennute fraternizzano. Gli indios sono presi di grande simpatia per il missionario veneto, gli fanno ressa intorno, vorrebbero che restasse con loro. Il missionario si lascia intenerire, è quasi disposto a dire di sì. Ma il vescovo interviene: « Cosa volete fare qui voi, car el me fioeu , che non sapete una parola di guarany? — Gli farò studiare il guarany » dice agli indios « e poi ve lo rimanderò ». L′accordo è fatto, tutti sono contenti, missionario e selvaggi. « Badate però » dice lo Scalabrini al Capo « di non mangiarmelo , il mio prete ». E il Capo a ridere.

« Oh, Vho detto io al Santo Padre! » esclamò il generoso vescovo interrompendo il suo racconto. « Cosa ci fanno in Italia tante migliaia di frati a di sti rosari tutt el dì ! Perchè non se ne mandano a evangelizzare quei poveri indii che altro non domandano? Pio IX e Leone XIII avevano detto di fare, di fare, ma poi non hanno fatto niente né l′uno né l′altro. »

Se potè farsi intendere da quei « buoni diavolacci » di Indios, non potè invece farsi intendere dai polacchi. Pure quand′egli parlava essi gli facevano corona con certe facce estatiche da commuovere. E Come fan » chiedeva Monsignore a qualcuno del suo seguito « come fan a sta lì con quella faccia se capissen nagòtt? » gli si rispose che uno di questi polacchi aveva detto: « non intendiamo niente ma quando egli parla ci pare di vedere rose del cielo uscire dalla sua bocca ».

« Poera genti» concluse il vescovo.

Egli mi commosse parlandomi di un mio conterraneo, di un povero agricoltore vicentino che si era gittato piangendo ai suoi piedi.

« Oh, monsignóre, che vita! Che vita! »

« Ma perchè? Non state bene? Non avete i 25 ettari che vi dà il governo? Non producono ? »

« Oh sì, per quello sì, non ci manca niente, abbiamo grano, vacche, cavalli.... ma sempre soli! Sempre soli! Non vedere mai anima viva! »

Abbondanza di prodotti, sì; il vescovo ne trovò dappertutto; ma denaro non ne corre che pochissimo e il vestirsi è un problema per molti che a grano e bestiame son ricchi. Quel mio conterraneo viveva nel cuore diboscato di una gran selva. Gli bisognava provvedere i vestiti per sé e per la sua famigliuola centinaia di miglia lontano, verso la costa cui si scendeva per un fiume. Anche Monsignore dovette più volte navigare lunghi giorni per addentrarsi nel paese, raggiungere gruppi di coloni italiani.

DallAmerica del Sud lo Scalabrini si recò negli Stati Uniti. A New York che altri chiamò la terza città d′Italia per i 450,000 italiani che ci vivono, restò mortificato del poco che la madrepatria fa per essi, mentre gli emigrati tedeschi, per esempio, quando sbarcano trovano soccorsi abbondanti. Visitò Roosevelt alla Casa Bianca. Quando monsignore Scalabrini gli fu annunciato il Presidente stava con un ministro. Lo congedò subito per ricevere il vescovo. Questi gli diresse la parola in francese. Allora Roosevelt confessò che non era in grado di parlare tollerabilmente il francese. Lo intendeva, però; e il vescovo era nelle stesse condizioni rispetto all′inglese. Così la conversazione si avviò, parlando Scalabrini il francese e il Presidente l′inglese. Roosevelt ebbe l′amabilità di fare grandi elogi dell′emigrazione italiana. Arrivò a dire che forse fra due o tre generazioni un italiano potrebbe salire alla Presidenza dell′Unione.

Il Cattolicismo non parve allo Scalabrini in progresso, nell′Unione. Ne attribuiva in parte la colpa al clero non sufficientemente attivo, un po′ fatalista, secondo lui, e inclinato a rassegnarsi così: « se voeuren minga andà in Paradis, che vaghen on poo dove voeuren lor! »

Dall′America il discorso passò ad altri soggetti.

Mi ero trattenuto pochi giorni prima a discorrere della questione Loisy con un eminente prelato che ha fama di molta rigidezza dottrinale, e lo avevo trovato benigno allillustre esegeta. Riferii le sue parole allo Scalabrini. Pure non assolvendo l′abate Loisy dall′accusa di scarsa prudenza, egli, che lo conobbe personalmente, mi fece molti elogi del suo ingegno, della sua dottrina e della integrità sacerdotale. Certo non intendeva far proprie le tesi più nuove dell′autore di « L′Evangile et l′Eglise » ma prevedeva non lontano il tempo in cui alcune di quelle tesi che oggi paiono temerarie e offensive, avrebbero perduto questo carattere, sarebbero state accettate dai più. E prevedeva un rapido diffondersi delle idee nuove nel clero giovine. Ne parlava con indulgenza bonaria, come uno che non vuol dire di dividerle e neppure vuol dire di temerle. Dal cattolicismo progressista ai democratici cristiani il passo era breve. Il tôno restò lo stesso. Questo appellativo di autonomi era certamente, secondo lui, un errore e io mi permisi di esprimere la stessa opinione; ma poi la conclusione del vescovo fu: « Che i lassen on poo respirà, pòer giovini »

Dopo il pranzo chiesi a Monsignore un colloquio privato, avendogli a parlare di cosa che forse diventerà pubblica un giorno e che stimavo non poter nascere bene senza il consiglio di uomini religiosi a me autorevolmente benevoli e quindi senza il consiglio anche suo. Lo ebbi e lo serbo nel cuore, suggello prezioso di una benevolenza che mi aveva dato anni addietro un primo segno di sé, non meno prezioso, a Como, in un Congresso Cattolico dov′egli, invitato alla Presidenza, udendo certe invettive contro la teoria dell′Evoluzione, parlò con quel suo buon senso lombardo, invitando a riflettere, ad andare adagio, a considerare che la teoria si poteva secondo molti conciliare colla fede cattolica; ed ebbe la bontà di nominare anche me. « Ho nominato anche il nostro senatore chi » aveva egli detto a pranzo raccontando il fatto agli altri commensali. A quel Congresso certi oratori avevano sostenuto delle tesi di storia naturale e di fisica appoggiandole a S. Tommaso. Il buon Presidente, udendoli, mormorò all′orecchio di non so qual vescovo che gli sedeva vicino:

« Hin quist chi sti scienziati? »

« San Tommaso » mi diss′egli « se vivesse oggi ne saprebbe molto più di noi; ma noi ne sappiamo più di San Tommaso. »

Là nella stanzetta gelida dove ci trattenemmo a discorrere soli, altre cose udii dal venerando Prelato che non ripeterò qui perchè ancora il tempo non lo consente, curiosi episodii della sua vita e della storia contemporanea, giudizi che appunto me lo confermarono conoscitore acuto di anime, ragionamenti che me lo rivelarono uomo di governo non meno che vescovo santo. Gli espressi la mia speranza di salutarlo presto Cardinale in Roma. « Storie, storie! » mi rispose. E mi parlò dei suoi troppi anni, della spesa incomportabile alle sue finanze, dei lavori della sua cattedrale. Suonarono le nove e mezzo e Monsignore prese congedo. Era solito ritirarsi a quellora. Gli domandai a che ora si alzasse. Alle cinque, rispose. — E dice la messa subito? — No, la dico più tardi assai. Ma bisogna pregare per coloro che non pregano. — Furono, quella sera, le sue ultime parole.

Ripensando il colloquio e l′uomo davanti a un gran fuoco, nella camera suntuosa dove il domestico di Monsignore mi aveva accompagnato verso le dieci, io ardevo della speranza che gli avevo espressa, mi dicevo quale ventura sarebbe stata per la Santa Sede possedere un tale consigliere, sapiente, devoto senza misura e senza misura libero.

Ben presto di quell′infiammata speranza non restò, come di quel gran fuoco, che cenere e gelo.

Per L′inaugurazione

del monumento ad A. Rossi in Sohio

Pensiero.

 

Egli risorge imperialmente nel bronzo, il maggior tessitore; risorge scuro per opera di un fuoco men fervido del fuoco che gli fremeva in ogni fibra del primo irrequieto corpo e nell′intimo della mente creatrice.

Risorge, sdegnoso, quasi, della nuova sede e della immobilità nuova, l′uomo che mai non posò; e la fronte sua conscia dice che intorno a lui le immense case di lavoro, le salubri dei lavoratori, le pie di carità, le sante di preghiera, la prosperità e la fama di un popolo, tutto è monumento dell′impero suo forte, del grande animo, dell′ardire sapiente, della docile fortuna.

 

Il Bibliotecario di S. R. C.

Venivo alquanti anni sono dal fragore in cui si confondono le infinite voci diverse di Napoli al silenzio della piccola Capua. Piccola e sordida, allora, e triste; sordida e triste così da restarne accorati. Neppure mi confortava quel ristoro di silenzio, perchè di miglior silenzio, di alta pace, di quieta bellezza mi ero prima largamente ristorato in Montecassino e mi erano dolci nella memoria la divina Loggia del Paradiso, la cameretta onde a sera vedevo in profondo lumi sparsi quante il villano dantesco vede lucciole giù per la vallea e la maestà severa di un lungo, complicato ragionamento di Bach parlante sull′organo del tempio per le dotte mani del padre Amelli, e gli ultimi vivaci bagliori di quel candido spirito infuocato che fu il padre Tosti. Mi accoravo della cittaduzza sordida e dell′albergo non mondo dov′ero capitato e del dubbio pasto imbanditomi, quando fiu avvertito che il Cardinale Arcivescovo mi desiderava ospite suo e mi attendeva. Ero a Capua per vedere e udir lui. Ben poco avevo letto allora dell′opera sua varia e grande. Meglio che per fama lo amavo per aver sovente udito parlare non della persona sua ma dello spirito alto e puro, da tale cui erano famigliari i suoi libri e ch′io ritrassi con mano trepida di figlio spirituale nel don Giuseppe Flores di Piccolo mondo moderno.

Pochi minuti dopo ero a fronte di Alfonso Capecelatro. Mi apparve una figura piccola, intatta, nei movimenti, dalle rigidità della vecchiezza, un viso pallido e magro, attenuato dall′intenso lavoro dell′intelletto, dalla purità dell′immaginazione, dalla tensione costante dell′amore verso obbietti incorporei, a poco più che un diafano velo dello spirito; un viso sorridente negli occhi di tal sorriso che tenta ed umilia la mia parola, tanto diceva più ch′ella non possa. Era un sorriso umile e diceva la dignità episcopale; era un sorriso semplice e diceva la nobiltà del sangue, le tradizioni signorili; era un sorriso benevolo e diceva lo scrutare di un critico fine. Quale il sorriso, tale il porgere semplice e nobile, tale la parola buona e arguta, tranquilla e rivelatrice discreta di vivaci affetti, di acute curiosità intellettuali. Si parlò molto di amici suoi carissimi che aveva veduto in Napoli e a Montecassino, del padre Tosti e di quello straordinario ingegno dalle oscure speculazioni altissime ohe fu Vito Pomari, del quale il Cardinale si doleva, non senza sorriderne un po′, che per certe ritrosie bizzarre a muoversi da Napoli, non fosse mai venuto, fratello di anima come gli era, a visitarlo in Capua.

Si parlò dell′attività letteraria napoletana, di romanzieri e commediognafi, di certa Vita di Gesù Cristo che si diceva stesse scrivendo un artista fortissimo ma tanto poco ortodosso che il padre Tosti, all′udirne l′annuncio da me, aveva esclamato : « Povero Gesù Cristo! » Si parlò del Bonghi, il solo incredulo, a detta del Cardinale, che conoscesse bene il cattolicismo. E si parlò di religione, di certa conferenza sull′origine dell′uomo, che aveva ferito, del tutto contro l′intenzione dell′oratore, nell′uditorio del circolo filologico napoletano, molti nervi non tanto savii quanto pii. Il Cardinale fu pari alla sua fama di prudenza squisita e di riserbo; però la conversazione nostra non finì colla parola viva e altre preziose parole io serbo di lui che suonano caute, sì, ma sciolte dai pregiudizi vieti di una fede timida e meschina, ma spiranti la fede potente e libera dei Padri antichi.

Oggi la diocesi di Capua festeggia il giubileo episcopale del Capecelatro, nato a Marsiglia nel 1824 dal duca Francesco, soldato prode e amante di libertà, che giurò fede nel 1820 alla Costituzione e quando il Borbone mancò al giuramento suo, tollerò, piuttosto che mancar egli al proprio, andare ramingo per l′Europa. Son parole di Alfonso. Ritornata la famiglia in Napoli, Alfonso entrò a sedici anni nella Congregazione dell′Oratorio, nella quale ebbe più tardi a confratello e amico il Newman, il grande studioso della evoluzione dei dogmi, insignito, dicesi, della porpora cardinalizia per i caldi uffici del Capecelatro, anche da lui ritratto, insieme all′Oratorio inglese, in un poderoso volume. Probabilmente, se il Capecelatro, molto gradito a Leone XIII, non fosse diventato arcivescovo, cardinale, bibliotecario di Santa Romana Chiesa, ciò che sgomenta la gente paurosa delle frecce anticlericali per quanto imbelli, si preparerebbe adesso largamente nel campo degli studi laici il giubileo letterario dell′ uomo che, quarantanove anni sono, ha iniziato con la storia di S. Caterina da Siena una produzione colossale. Presso a venti grossi volumi, la maggior parte di storia civile ed ecclesiastica, accumulò il suo lavoro paziente, oltre alla Vita di Cristo e a infiniti opuscoli. Gli piacque rappresentare ampiamente, intorno a grandi figure cristiane, le età nelle quali s′inquadrano. Scelse anime di eccelsa carità come S. Filippo e Lodovico da Casoria, anime dalla parola libera e ardente come S. Caterina e S. Pier Damiano, raccontò i loro tempi con dignità inflessibile di storico equamente severo a chierici e a laici. Scrisse di dottrine e di critica religiosa con molta conoscenza degli studi stranieri, trattò questioni moderne di educazione e di economia pubblica dal punto di vista cattolico. Usò forme accademiche da purista negli anni suoi giovanili, quando era bello scrivere Ossonio e Cantabriga invece di Oxford e Cambridge. Scrisse più semplice e disinvolto poi che per opera del suo congiunto Alfonso Casanova ebbe avvicinato il Manzoni. È socio corrispondente della Crusca e un suo scritto di soggetto pio ebbe la lode di Giosuè Carducci. E certamente il maggior letterato dell′alta gerarchia cattolica.

Ma non per questo era sogno di molti che il Cardinale di Capua uscisse Papa dall′ultimo conclave, n forte ingegno ricco di cultura moderna che gli illumina una fede non ardita quanto i cattolici più avanzati vorrebbero ma però lontana dallo spirito retrivo del puro tradizionalismo, avvalora in lui quella elevatezza morale eh′ è il suo maggior titolo alla gloria vera. Sognavano lui alla testa della Chiesa coloro che avevano letto nella sua Vita di S. Pier Damiano : « Gli animi virili di quei tempi sapevano accoppiare la santa libertà delle opere con la debita soggezione alla prima Sede, e cansare il vizio di parecchi chierici dei nostri giorni di essere servili o ribelli. » Anche avevano letto quei sognatori quanto al Capecelatro paressero nobili le parole « bollenti, audaci, terribili e amare » che condussero al rogo fra Girolamo Savonarola e avevano letto il suo appello a un futuro santo ardente dello spirito dì povertà, ardente di carità, dolcissimo agli erranti, virile riformatore. Come non avrebbero essi pensato, durante il conclave, che un tal santo poteva essere ben vicino? Perchè non sarebb′egli stato lo stesso cardinale che ripreso un giorno da Leone XIII per il cortese abituale saluto a Re Umberto fuori di Porta Pia, seppe obbedire al Pontefice senza mancare al suo dovere di gentiluomo verso il Re?

Nel 1859 il Capecelatro, dedicando a suo padre il libro sul Newman, si professò caldo amico del vero e del bello dovunque gli sembrasse trovarlo. Sono tentato d′inviare quella dedica al professore M. Anesaki della Università imperiale di Tokio, che scrisse di questi giorni intorno al Buddhismo e al Cristianesimo cose degne di meditazione in una forma nobile. Provocato a indicare i difetti della morale cristiana, il professore Anesaki, distinguendo con equità la dottrina dagli errori di coloro che la professano, accusa i cristiani d′intolleranza non solo teologica ed ecclesiastica, ma pure morale. Secondo lui l′Europa cristiana vede nel sorgere di una potenza buddhista l′opera dell′Anticristo del demonio, vorrebbe distruggere tutto che non è cristiano senza guardare a verità né a bellezza che contenga. « Noi fronteggeremo questa gente » esclama il professore di Tokio « nel nome non del solo Buddha ma di Cristo altresì. » Benissimo. Però alle parole barbare di uno Czar ch′egli cita, se esattamente non so, io contrappongo le civili di un principe della maggiore Chiesa cristiana, disposto a riconoscere lumi divini anche nello spirito del Buddha Gotama che inviò i suoi sessanta discepoli a predicare la verità e una vita religiosa perfetta e pura. Ma questo principe rivendica poi, per parte sua, la supremazia morale cristiana, se è vero che la religione migliore è quella che produce i migliori uomini.

Il P. Cesari.

Il tempo dei puristi passò per sempre, ma è giusto di riconoscere che l′opera loro riuscì utile alla patria. Quando l′unità italiana aveva vita soltanto nella lingua fu bene che la purezza della lingua nostra venisse gelosamente custodita e si rimettessero in onore le tradizioni letterarie del secolo XIV, il secolo, fra i passati, di più vivace italianità. Perciò il buon Padre Cesari bene meritò della nazione, e gli va reso onore; il che si fa di buon grado per la operosità, la immacolata vita e la pietà dell′uomo.

Pensiero su Cimarosa.

La ilare, tenera musica italiana del Settecento spira un ingenuo candore che mi ricorda la dolcezza pia delle pitture nostre nel Quattrocento; e il sorriso di Cimarosa mi move a sospirare per il paragone di quella perduta soavità semplice dell′arte con il faticoso sforzo cui ella oggi costringe sé per offrirci diletto e noi per prenderlo.

Un pensiero su Parini.

Blanda e nervosa, austera e molle a vicenda, tenera e fiera, popolana nell′anima, duchessa nel viso, nel porgere, nelle vesti; pronta agli amori e agli sdegni; onesta in ogni fibra del corpo bellissimo, fedele in cuore al Divino, la Musa di Giuseppe Parini mi dona, quand′io ritorno a lei, l′oblio gradito di ogni suo detrattore moderno.

A Silvio Pellico.

Il culto all′Italia ebbe origini sotterranee né mai fu più nobile di quando echeggiò sotto i piedi del nemico; nessuno dei pochi che salmeggiano nel sole alla patria fra nubi d′incenso e non senza prebenda, è degno di stare accanto a questo povero umile sacerdote delle catacombe, Silvio Pellico.

Discorso per gli operai emigranti [7]

Eccellenza Reverendissima, Signore, Signori,

Concedete, o alto e venerato ministro della Chiesa, che con animo disposto ad ogni debito ossequio verso di lei, io ricordi per un fine di onore a lei e di compiacenza nostra, parole dolenti di apologisti cattolici contemporanei che suonano così: « Il Cattolicismo soffre, nell′ora presente, di una ipertrofia dell′autorità ». È difficile, osservo, di scrutare i visceri di un corpo vivente, e lo stesso mio ossequio alla Chiesa m′interdirebbe un esame dell′organismo suo venerabile e sacro. Io quindi non voglio dire né so se antichi o nuovi centri d′impero vi esercitino attività perturbatrici. Non voglio dire né so se le interne discipline di quosta Società religiosa copertamente odiata per la sua morale austera e per le divine sanzioni che ne proclama, scopertamente combattuta per la sua dottrina di mistero, sieno venute conformandosi, per uno scopo di difesa, al tipo militare. Tuttavia, se da un lato vedo l′errore protestante dissolversi fatalmente, per gli eccessi della libertà, in errori più gravi e funesti ancora, non negherò dall′altro lato che sarebbe triste se oggi sul volto della Chiesa nostra, custode sicura e imperitura del Vero, apparisse qualche lontana somiglianza con gli Stati che hanno l′uniforme per simbolo e per ideale, dove ogni spontanea energia degli individui per il pubblico bene perisce in germe.

Perciò quando linverno scorso, a Venezia, io vidi convenire liberamente in un alto consenso cristiano e civile, da regioni diverse della Patria nostra, uomini di cattedra, uomini di toga, uomini di -penna, uomini di spada, membri del Parlamento, artisti e agricoltori, associati per soccorrere i missionari cattolici italiani; quando, udito nella parola semplice e lucida del Relatore come un suono lontano di cento opere avviate con la Croce e per la Croce in quell′Oriente che ricorda il ferro, loro e il grido dei nostri Padri, fu proposto che un′Opera nuova di carità religiosa e patria si fondasse; quando voi, Monsignore, non presente, ne foste acclamato a futuro Capo, io sentii con gioia vibrar nella sala e scuoter le anime un divino spirito di giovinezza e di vita. Certo, Signori, vi era in me allora un′allegrezza italiana, ma sopra il sentimento nazionale, angusto al paragone e mutabile, il mio sentimento cristiano e cattolico ardeva di rinnovata fede nella eterna energia vitale infusa nelle viscere della Chiesa dallinvisibile suo Capo, lampeggiante al cenno di Lui, perenne fonte di luminosi ringiovanimenti del Cattolicismo in faccia agli avversari che gli contano le residue ore di vita.

Perchè era idealmente bello di vedere laici cattolici che appena si conoscevano l′un l′altro, unirsi accesi nella pietà di fratelli insidiati dall′errore e dal male, ordinarsi sull′atto in colonna di soccorso, chiedere una croce alla testa, un vescovo al comando. Era l′atto di uomini liberi, consci degli alti doveri che la libertà impone, pronti all′impulso dello Spirito che internamente, con azione immediata, guida le anime. Era insieme l′atto di uomini devoti alla Chiesa amorosa e santa, ossequenti al suo magistero, ai Poteri che Cristo vi pose, bramosi di affermare davanti al mondo la loro riverenza filiale, il loro ossequio giusto, bramosi di glorificare per quanto stava in essi le materne braccia cui ogni gran gioia e ogni gran dolore riconduce, che si aprono a chi entra nella vita, che si stringono intorno a chi se ne parte. Era il simbolo di un incontro della libertà e dellautorità, misurate per modo che le forze loro invece di urtarsi si penetrino a vicenda fino al fondo, divampando in qualche cosa di unico e di nuovo, in ardore, in luce, in bellezza, in perfezione di vita. Era la figura, la istantanea visione di questo sogno: il gran cuore del popolo e il gran cuore del Pastore battenti l′uno sull′altro un palpito solo; un palpito cristiano, signori, dal quale ogni idea grettamente nazionalista sarebbe bandita, perchè come Iddio ne aiuti a comporre il dissidio doloroso, così ne guardi, adesso e in perpetuo, dall′associare la idea nazionale e gl′interessi nazionali alla idea cattolica e agl′interessi cattolici per mogio da impicciolire l′universale, il divino e l′eterno, da promuovere nel seno della Chiesa un funesto, misero italianismo. No, il mio sogno era puramente cristiano, era la visione di un pubblico fervore dell′azione cattolica al di fuori e al disopra delle parti politiche, di un risoluto aggrupparsi del popolo cristiano e de′ suoi Capi su tutte le vie del bene sociale, là dove l′impero della legge umana si arresta e Iddio ai suoi dà il comando di « avanti! »

Infatti, Monsignore, l′assemblea di Venezia, unanime nel voto e nella speranza di avere un vescovo a capo della nuova Opera di Assistenza degli operai italiani emigrati in Europa, si rivolse fidente a Voi, non tanto io credo, perchè la prima idea n′era sorta nel cuore vostro, non tanto per il giusto amore che portate all′Italia, quanto perchè Voi appartenete a quell′eletta schiera di Pastori che hanno intelletto dello spirito moderno e altro vi scoprono che basse cupidità ed errore superbo; che vi onorano la grandezza di una coscienza morale evolventesi secondo principii di ragione e di solidarietà umana essenzialmente cristiani ; che gli riconoscono il diritto di prescrivere certi metodi nuovi di azione conformi al genio suo, e di volere che gli si parli una lingua vivente, la lingua sua; che comprendono come sia difficile fargli accettare la verità nostra se non accettiamo la verità sua, ciò che di bello e di grande nell′ordine intellettuale, di giusto e di saggio nell′ordine civile, il secolo morente pure trasmette fra errori e colpe, al secolo futuro; che sono quindi meglio disposti ad uscire dalle Cattedrali, e scendere fra il popolo, banditori del bene, e con maggiore affetto, con maggiore riverenza dal popolo sono accolti.

E Voi, Monsignore, cui premono i molteplici uffici dell′alto ministero. Voi che anche come pensatore e scrittore, come indefesso difensore della Fede e interprete della dottrina cattolica , avete cura d′anime, Voi sì avaro di riposo, nella gloriosa milizia, al vostro spirito e al vostro corpo, Voi accoglieste magnanimo e umile il voto dellassemblea di Venezia e la vostra calda parola già corse il nostro paese, suonò dal pergamo chiamando alla nuova opera gli operai « Messis quidem multa! » Ecco che guidati da Voi ne hanno posta la prima pietra, meglio che sovra pergamene ed oro, sopra la benedizione vostra. Ultimo forse fra i convenuti di Venezia nell′ordine del tempo, non ultimo nel calor del cuore, io Vi porto il tributo di una gratitudine che in me si aggiunge alla devozione antica. Oso pure in questo momento farmi messaggero senza mandato di molte oscure anime cristiane che la vostra luce innamora e neppur da lontano, neppur per altra voce, nella loro umiltà ardirebbero dirlo a Voi, e di altre pur nobili anime non cristiane che non vorrebbero confessarlo a Voi, ma che io so come ascoltino intente, agitate da profondi moti di desiderio, la parola vostra cattolica e moderna. Di quest′anonima, varia, ritrosa folla Vi esprimo io il trepido saluto.

L′opera che Vi ha per maestro e duce, che ci raccoglie intorno a Voi, splende di una particolare bellezza e grandezza di carità, è particolarmente degna di avere a capo un vescovo cattolico, Signori, è debito di giustizia riconoscere che un soffio generoso e fecondo di opere benefiche agita l′età nostra. Quante ne abbiamo vedute sorgere negli ultimi trentanni! Non parlo di quelle nelle quali si esplica l′attività di corporazioni religiose, né di quelle che fondate per atti di ultima volontà si aggiunsero al patrimonio della beneficenza legale. Parlo di quelle che nacquero e vivono per la cooperazione continua, libera dei cittadini, perchè in esse ravviso il peculiare carattere del nostro tempo. Mi basti nominare cucine e dormitori economici, ospizi marini, colonie alpine, Croce rossa e Croce verde, distribuzioni di pane, patronati scolastici, patronati dei liberati dal carcere, sanatori per i tubercolosi. Spettacolo magnifico di attività buone e argomento al sociologo di considerare come preparino e aiutino la evoluzione degli ordini sociali verso un ideale di fraternità, in quanto tutte queste opere, libere e precarie di lor natura, creano abitudini nuove, tendono a imporsi come necessarie e quindi a diventare finzione del Potere pubblico, lasciando libera l′azione privata d′iniziarne altre che avranno la stessa sorte. Spettacolo consolante di misericordie essenzialmente cristiane anche quando non muovono nel nome di Cristo! Non è però a disconoscere che il secolo, per un predominio di dottrine positiviste, come per l′influenza del socialismo materialista e della stessa reazione conservatrice che vorrebbe togliere a quest′ultimo lalimento, tende alla esclusiva pratica della carità corporale.

Le opere della carità corporale, insegnamento e gloria del Cristianesimo, sono esse perfette ove non si accompagnino quanto è possibile alle opere della carità intellettuale e morale? Inclineremo noi a dimenticare che l′uomo non vive di solo pane e che né l′onda del mare né il vento delle Alpi han potenza di sanare i mali suoi più interni e funesti alla Società più di ogni morbo fisico? L′opera che testè qui si è fondata porta i suggelli della triplice carità. Essa è perfetta, nel suo disegno, di perfezione cristiana; essa è tale da innamorare gl′intelletti più alti e i più nobili cuori; e questa infatti fu la sua sorte prima di nascere. Uniamoci qui, o signori, in un tributo di onore a un italiano di altissimo intelletto e di nobilissimo cuore, a Pasquale Villari, che visitando il traforo del Sempione si commosse allo spettacolo delle infelici moltitudini operaie italiane, accalcate in covi insalubri, prive di scuole, di ospitali, di assistenza religiosa, abbandonate a ogni peggiore fermento; che levò allora la possente sua voce, rinfacciò alla obliosa Italia l′obbrobrio di quell′abbandono, aggiunse al richiamo l′opera, si fece provvido ministro di ogni soccorso materiale, morale, religioso. I guai che infiammarono di dolore e di sdegno Pasquale Villari si rinnovano in maggiore o minore misura dovunque i più miseri figli del nostro paese sono agglomerati fuori di esso che merita ancora la rampogna antica: « Tu che in pace nutrirli non sai. » Quale dolorosa terribile pittura non ne fecero ieri qui dentro il P. Werthmann e il padre Fei, quanto ne abbiamo rabbrividito, quale rossore non ci è salito al viso davanti ai generosi stranieri che con eroico slancio presero tra i nostri fratelli il posto che a noi, immemori neghittosi, spettava e come vorrei dir loro che nelle calde parole del prof. Pisani, e nell′applauso fervido dell′assemblea si esprimeva la gratitudine dell′intera Italia e qual vergogna sarebbe finalmente se non sapessimo ancora passare le Alpi che con discorsi e applausi! No, signori, non è solamente un accordo di carità, è un impegno di onore che oggi si prende a Cremona. Ditelo, P. Werthmann, ai nostri fratelli; dite loro nel nome nostro che la vecchia Italia finalmente si è scossa e viene; dite all′operaio italiano esule in cerca di pane, che in un prossimo avvenire gli si accompagneranno la materna voce consigliera del vivere onesto, maestra di verità e di pace, suono di conforto, e la materna mano dispensatrice di aiuto nell′ora della distretta.

Pago di aver espresso davanti a voi sentimenti e idee cui lo spettacolo di questo moto cristiano suscita in cuore a molti, io mi permetterò soltanto un′ultima parola di compiacenza personale. Lo scrittore che riconoscendo il divino nell′ascensione umana sulla via del progresso scientifico e civile e riconoscendo insieme il divino nella fede cattolica e nell′autorità della Chiesa, prende un posto di combattimento in faccia a coloro che giudicano il cattolicismo inconciliabile con lo spirito moderno, si sente talvolta simile, nell′aspro contatto di un mondo ostile alla sua fede, appunto a un lavoratore italiano in terra straniera, che a ogni momento deve ribattere parole di spregio alla sua patria e alla sua gente, cui ogni vergogna nuova dell′Italia deprime il cuore e ogni nuova gloria illumina la fronte. Quando nel campo del pensiero la difesa cattolica si manifesta inadeguata alla grandezza della causa e alla potenza dell′offesa; quando nessuna energia cattolica si palesa in parte ove sembri udire il richiamo di Cristo; quando gli son rinfacciati questi segni di languor mortale della sua religione, quello scrittore si rattrista nel cuore amaramente come per un abbandono di Dio. E di che supplicherebbe egli allora l′Onnipotente se non di esser più largo alla Chiesa cattolica d′intelletti geniali e di cuori ardenti? E quale ristoro non sarà per esso di assistere a una riunione come questa, di vedere un tal fascio di nobili e gentili energie raccolto intorno a un tal Capo? Quali speranze liete non porrà egli nei più giovani e liberi fra voi per una futura volontaria milizia irregolare del cattolicismo, fornita di armi moderne, intelligente, agile, ardita, da lanciare in campo aperto non tanto per la difesa e l′attacco quanto per una dimostrazione di vita, di potenza, di fede in un vittorioso Cattolicismo dell′avvenire sempre più sfolgorante di amore e d′intelligenza? E non saluterà egli nel pensiero, augurando, il sorgere nel popolo cristiano di molte grandi anime prudenti, di molti gloriosi maestri del vero e del bene? Intanto Iddio moltiplicali, Monsignore, queste schiere vostre, Iddio elevi sempre più nella Chiesa la lampada del vostro ardente cuore, della vostra mente geniale, della vostra parola evangelica, delle vostre visibili opere sante « ut luceat omnibus qui in domo sunt. »

 

Per lo scoprimento di una lapide in Vicenza.

commemorante il cinquantesimo anniversario

dalla istituzione degli asili di carità per linfanzia

Signore, Signori,

Cinquant′anni or sono, dopo una funzione religiosa in S. Corona dove il parroco Spinelli benedisse al nuovo Istituto in nome del Dio della Carità, le porte di questa casa si aprirono la prima volta ai figliuoli dei poveri ed essa prendeva il mite, antico nome di Asilo, un nome ch′esprime il pericolo e la protezione, un nome di pietà e insieme di potenza. La pietà si vedeva, la potenza no. Si prometteva custodia, pane, educazione; non si avevano che offerte precarie e l′uso di questa casa. La potenza dell′istituzione non si vedeva, era nell′idea dì coloro che l′avevano iniziata, nel cuore di coloro che si erano associati per crearla , era nella sua bontà, era persino, direi, nella debolezza sua, nella sua povertà, in quella corrente viva di carità continua di cui aveva bisogno; era nel carattere religioso che i fondatori le avevano impresso inaugurandola in chiesa, associandovi saviamente al sentimento della pietà che, in fondo, è di pochi e instabile, un sentimento più imperioso, più costante e che è di molti. Alcuni degli uomini onorandi che concepirono, fondarono e ressero l′Asilo nei suoi primordi mi appartengono troppo perchè io ne pronunci ora il nome. Bambini, voi troverete i nomi di tutti nel libretto che vi sarà distribuito; insegnateli alle vostre madri. L′Asilo accolse in quel primo suo giorno quaranta fra bambini e bambine, affidati a due istitutrici, una delle quali era stata chiesta dal Consiglio Direttivo al padre degli Asili italiani, l′illustre Ferrante Aporti, che l′aveva accordata rallegrandosi col Direttore Ispettore che la città nostra « aggiungesse al decoro di tanti monumenti d′ingegno e buon gusto la nuova istituzione diretta a tutelare l′innocenza degli infanti ». Ogni sabato, in quei primi tempi, si ammettevano nuovi bambini e il numero ne crebbe rapidamente. Nel 1841 erano già oltre a 200. Le offerte private, invece, passato il primo slancio, diminuivano; ma vi sopperirono gli spettacoli pubblici in teatro e in piazza dei Signori. Là nel magazzino comunale del Territorio noi teniamo ancora e forse non custodiamo abbastanza rispettosamente un povero vecchio arnese, un gran dado coperto di numeri, ch′ebbe i suoi giorni di gloria e fu tra i maggiori benefattori dell′Asilo; il quale seppe intanto procacciarsi una buona riputazione e meritò che parecchi cittadini i cui nomi stanno qui scritti nel marmo e in un albo d′onore, lo beneficassero con lasciti e doni sì da costituirgli un patrimonio considerevole. Senza togliere al sentimento di gratitudine ch′ è a tutti dovuto, ricordo il legato Pegoraro di L. 40,000 conseguito nel 1873, e l′atto generoso del Mazzocchetto che nel 1884 istituì erede l′Asilo della sua cospicua sostanza. In seguito al legato Pegoraro il Consiglio Direttivo, presieduto allora da Luigi Piovene Porto Godi, sollecitò ed ottenne dal Governo la erezione dell′Asilo in Corpo Morale, pronunciata col Decreto Reale 14 ottobre 1874.

Il nostro patrimonio ascende oggi a oltre duecentomila lire, e il pubblico dice: l′Asilo non ha più bisogno di carità, l′Asilo è ricco. Infatti se sulle prime l′entrata, del tutto incerta e mobile, si aggirava fra le sei e le sette mila lire, ora supera le dieci mila ed è stabile. Di questa prosperità noi siamo grati ai nostri Benefattori, ma i bambini che nel 1880 non erano più di duecentocinquanta, ora sommano a quattrocentosettantacinque e abbiamo già per l′anno venturo tante domande che li porteranno a cinquecento venticinque. Tutti hanno una minestra abbondante, non senza un poco di carne; tutti ricevono un vestitino uniforme che bene spesso ha bisogno, come potete pensare, di ranno e di sapone, e presto si consuma. Abbiamo dovuto aumentare il personale di servizio e portare a sette il numero delle maestre con quattro riparti maschili e tre femminili; fummo pure costretti a intraprendere lavori di riduzione del locale con gravissima spesa, parte della quale ci fu anticipata dal Municipio cui ne corrispondiamo l′interesse, e parte fu sostenuta direttamente dall′Asilo. Le nostre spese pareggiano quasi le entrate, la cui esazione non è sempre facile e pronta, e l′avvenire ha gravi problemi per noi, poiché laffluenza enorme dei bambini c′imporrebbe d′istituire una nuova sede in altro quartiere della città, e le nostre condizioni economiche ancora non ce lo consentono. Fedeli alle tradizioni dei nostri predecessori, noi abbiamo sempre cercato migliorare i metodi d′istruzione, pur mantenendo all′Asilo il suo primitivo carattere; ora è nostro proposito di proseguire su questa via, secondo esperienza e prudenza, in conformità dei desideri e consigli espressi recentemente dal Ministero della

Pubblica Istruzione. Le innovazioni, anche parziali, porteranno seco un aumento di spesa di cui solo è incerta la misura.

L′Asilo dunque è prospero, Signori, poiché a molti soccorre; non è ricco perchè non può dirsi ricco chi è ineguale ai propri crescenti bisogni. La voce dei poveri non le dice ancora « basta » e fino ad oggi ha ragione; vi ha quindi un′altra cosa che non può, che non deve dir « basta »; ed è la Carità. L′Asilo confida, per ben procedere, nella Carità come in una forza motrice, vivente. Tutto gli è venuto di là; il suo sviluppo si arresterà sull′istante se questa forza si arresta, la quale non solamente muove ma scalda, si comunica in qualche modo a noi stessi che abbiamo l′onore di reggere l′Istituto, perchè ogni liberalità dei cittadini ci fa sentire più vivamente il nostro dovere, ci rinfranca nella fiducia senza cui non si avanza.

E qui permettete, Signori, che il Consiglio Direttivo si feliciti per la mia parola di un grande atto di carità che sta per compiersi a beneficio di questi bambini, a compimento di un voto più volte espresso dal primo Ispettore dell′Asilo nelle sue relazioni annuali. In quella del 1841 si accenna al doloroso dubbio che, troncato qui a sette anni il beneficio della educazione, vadan perdute tutte le fatiche sin allora durate; si esprime il desiderio che la Provvidenza prepari agli uscenti un rifugio « per insino a quell′età in cui la educazione del povero si può tenere compiuta coll′abilitazione consentitagli dalle forze... d′incominciare a guadagnarsi la vita ». Nella Relazione del 1842 si trova che il bisogno si è fatto pressante, si parla di una progettata scuola per la puerizia. Nel 1843 si ripete che questa scuola è ardentemente invocata ma le speranze d′istituirla paiono allontanarsi. Infatti non si avverarono mai; e, molti anni dopo, Giacomo Zanella, parlando qui, deplorava tuttavia un tal vuoto. Ma oggi son lieto di annunciarvi che mediante private munificenze si son gettate le basi dell′Istituto desiderato, il quale si aprirà, come tutto fa crédere, verso la fine del 1890.

Signori, sulla pietra che porta incisi i nomi dei nostri benefattori voi non troverete quello del primo fra essi. Gli è che sulla pietra abbiamo ricordati i morti e questo invece, dopo cinquant′anni è vivo e sano, quantunque soggetto a cambiar di fisonomia; e promette di vivere molti secoli. Parlo del nostro benemerito padrone di casa, il Municipio di Vicenza. Onore e gratitudine a esso, che raccolse sotto il suo tetto la nostra istituzione nascente, che ne favorì l′incremento. Onore al Municipio del 1839 che apprezzò rettamente la importanza dell′Asilo in un tempo in cui di mali e di pericoli sociali poco si parlava; che favorì un movimento propagatosi a noi da parecchie altre città d′Italia secondo uno spirito di fraternità nuovo e fecondo. Onore al Municipio del 1889, che, continuandoci il beneficio dell′ospitalità e avendoci aiutato in parte delle opere intraprese per l′adattamento e miglioramento del locale, ci affida di ancor maggiori larghezze.

Anche a voi, modeste Istitutrici , che da tanti anni vi succedete nel prodigare a questi bambini cure e affetto materno, anche a voi , benché lavoriate per un premio ben più alto, io rendo grazie, a nome pure dei miei colleghi; poiché voi avete fatto e fate che i bambini più nuovi e ribelli a ogni disciplina amino questa loro famiglia comune e questa casa come una famiglia e una casa di ordine e di bontà, governata con ilare dolcezza, serenamente; perchè voi avete dato e date loro così la prima inclinazione a un gran bene di cui moltissimi fra loro neppure hanno l′idea. Non è colpa vostra se poi, fuori dell′Asilo, una tale inclinazione va guastata e distrutta; quanto a educazione dellanimo noi non vi possiamo domandare di più.

Finisco, Signori, augurando che fra cinquant′anni i nostri sucessori, nel festeggiare il centenario dell′Asilo, possano dire dei nostri padri e di noi che abbiamo posto e custodito il germe ond′essi avranno suscitato il fiore ed il frutto; perchè ad essi spetterà la gloria di sviluppare da questa istituzione le altre che si desiderano per condurre i figliuoli dei poveri da un′infanzia bene avviata a una sana fanciullezza, a una incorrotta e vigorosa adolescenza, promettente per la solidità delle famiglie future, per la forza e la ricchezza della Patria.

X Giugno [8]

Io ricordo quei vinti. Il divino liquore di fede nell′Italia e nella vittoria che li aveva inebbriati al primo impugnar delle armi, ardeva occulto nelle loro vene ancora, quando pigliarono silenziosi e cupi, fra due sinistre ali di baionette, la via dell′esilio. Essi premevano nel cuor sicuro l′attesa dei furiosi battaglioni vendicatori di Carlo Alberto. Commemoriamo anche questa eroica fede cui né Custoza, né Novara poterono spegnere. Profetica fede, che soltanto di pochi anni s′ingannò e del nome di un principe: benedetta fede assurda che fece violenza all′impossibile e lo costrinse ad esistere.

I nostri gloriosi morti , meglio che feste , vogliono fede, ancora fede, sempre fede nella patria grande che arrise loro in sogno e che pur anco non è. Meglio che luminarie, vogliono fiaccole a riaccendere questa fede spenta negli abbassati cuori ai quali non par sopravvivere oggi altro ideale che un migliore assetto economico della società umana. Sì, ogni giustizia è buona e per ogni giustizia opereremo, ma siamo in debito verso i padri nostri, più ancora che verso i nostri figli, di un′ Italia grande nel pensiero , e nell′ azione, maestra di scienze, di arti, di leggi, d′industrie, forte per la concordia nei fini supremi dell′operare, per le armi valide e pronte in difesa de′ suoi, ovunque bisogni. E se questo non è ideale da potersene accendere giovani anime italiane, dimentichiamo finalmente i folli che morirono per un sogno e facciamoci dimenticare da essi.

Malombra.

PRÉFACE [9].

Je vois avec une vive tendresse cet enfant à moi me revenir un peu vieilli, un peu traînant, un peu triste et vétu en étranger.

Le père de l′enfant prodigue a dù éprouver quelque chose de pareil. De joie, ce bon père tua un veau et donna un festin, ce qui paraît ne pas avoir été dans ses habitudes, car on s′en étonna chez lui. Moi, je ferai aussi quelque chose, qui n′est pas dans mes habitudes non plus: je mettrai une petite préface à mon roman.

J′aime encore Malombra, malgré ses nombreux défauts et sa mauvaise conduite. Il a été un véritable enfant prodigue. Il s′est emparé de tout ce que j′avais chez moi — idées, amours, chagrins, souvenirs — et il s′ en est allé dépenser tout cela au hasard. Maintenant, il ne me rapporta presque plus que des souvenirs.

Pourtant, comme une certaine dose d′egoïsme caché se mêle toujours à nos meilleures affections, ce sont justement les souvenirs, dont Malombra m′apporte une bouffée, qui raniment mes sentiments paternels.

Malombra a paru il y a dix-sept ans, lorsque ma jeunesse était déjà derrière moi, mais il avait germé depuis bien longtemps au fond de mon coeur. Le sombre château solitaire aux bords du petit lac lombard, les poétiques montagnes et les vallées qui l′entourent avaient été pour mon esprit un séjour de prédilection pendant maintes heures découragées, où les dures réalités de la vie le poussaient à se construire, très loin dans le rêve, un refuge secret où il leur fût impossible de l′atteindre.

Pas un mot du roman n′existait encore sur le papier et la belle, hautaine, fantasque Marina de Malombra me hantait déja; j′en étais amoureux et rèvais de m′en faire aimer. Elle était pour moi la femme qui ne ressemble à aucune autre, et je l′avais pétrie d′orgueil pour linexprimable plaisir de la dompter.

Marina a vécu dans moi avant Edith, elle est bien ce voluptueux mélange féminin de beauté, d′étrangété, de talent et d′orgueil que je recherchais avec ardeur dans ma première jeunesse. Elle était devenue mon rêve, en souvenir d′ une autre... d′ une créature aërienne , d′une sorte de sylphide à la Chateaubriand, dont j′avais raffolé de douze à seize ans. Tout ce que j′ai lu depuis sur l′amour, tel que le conçoivent certains soidisants adorateurs de la Beauté, me parait bien froid et bien sot en comparaison des ivresses qu′une femme comme donna Marina aurait pu donner à un amant digne d′elle.

Le personnage est donc une conception ideale, ayant un noyau de réalité. Elle est lainée des femmes dont j′ai souhaité fixer les traits dans mon oeuvre, sans me soucier le moins du monde de leffet qu′elles y produiraient, de ce que le public en pourrait dire.

Edith est aussi une créature idéale, mais il n′y a pas chez elle ce « noyau » de réalité. Edith n′est qu′une réaction de la conscience et du sentiment religieux: elle est née de la terreur d′un abîme.

Comme toute réaction, elle est peut-être excessive, et je ne l′ai pas assez aimée pour adoucir les contours un peu rigides de cette figure. La femme noble, intelligente, aimante que j′ai glorifiée dans mes romans postérieurs s′est pourtant dégagée de cette enveloppe assez raide, de ce fantôme peu réel. Violet, Hélène et Louise appartiennent à la lignée d′Edith, et pas, comme on pourrait peut être le croire, à la lignée de Miranda.

C′est surtout en elles et à cause d′elles que j′aime la pure et fière Edith. Marina n′a pas eu d′enfants et j′en suis heureux.

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*    *

A coté de ces créatures idéales, il y a dans Malombra un certain nombre de personnages >très réels qui ont fait souche et dont les fils et les petits-fils se promènent dans mon oeuvre, un peu partout. Ce sont des personnages comiques à la physionomie étrange et aux allures bizarres. En les reproduisant j′ai fait surtout oeuvre d′observateur, car il a óté mon bonheur ou mon malheur, selon qu′on voudra, de rencontrer dès mes premiers pas dans la vie beaucoup d′êtres tout à fait singuliers et d′un comique touchant à l′invraisemblable.

Quoique j′aie cherché à les « atténuer» par-ci, par-là, à leur enlever certains traits d′une bizarrerie poussée à l′excès, j′avoue qu′ils sont encore un peu trop extraordinaires.

Steinegge, le secrétaire du comte Cesar, est lainé de ma nombreuse progéniture comique. Je l′ai tiré tout vivant de la réalité. Il a réellement vécu la vie aventureuse que je lui prête dans mon roman. Steinegge, je l′ai beaucoup aimé et je voudrais bien qu′on crût en lui.

Malombra est un roman touffu, très touffu même. On lui a reproché cela, et ce n′ est pas moi qui prendrai la défense de mon ouvrage. Je me demande pourtant si l′on est maître de ne pas écrire des romans touffus, lorsqu′on est aussi sensible aux impressions de la vie que je l′ai été dans ma jeunesse.

On finit alors par avoir l′imagination encombrée et, comme surmenée vraiment de souvenirs... Conceptum sermonem tenere quis poterit?

Il est bien difficile, dans ces conditions, de ne pas écrire de romans, mais il est presque impossible, si l'on se met à écrire, de ne pas se laisser envahir et entraîner par cette cohue de fantômes qui monte en vous et se rue à votre plume, comme les bulles d′un vin mousseux montent et se ruent au col de la bouteille, dès que le bouchon est entamé. On cède, on livre passage à tout... et l′on abîme beaucoup de papier, et finalement, il se trouve qu′on a donné sans compter le meilleur de son intelligence, pour s′entendre reprocher d′avoir mis au monde un roman « touffu »!

*

*    *

>Il n′y a qu′un moyen, d′ailleurs assez piteux et mesquin, de s′en consoler. C′est d′en accuser à notre tour la Nature et la Vie, nos mères et inspiratrices.

Qu′y a til de plus touffu que cette société hu>maine dont elles sont responsables? Quel est le roman qui puisse donner une faible idée de l style="font-family: 'Times New Roman',serif">′>enchevêtrement formidable d′intérêts et de passions, d′intentions et de faits où chaque vie humaine joue à la fois le rôle de cause et d′effet, de moyen et de but? Je n'irai pas maintenant discuter avec des lecteurs français au sujet de la langue dont j′ai fait usage dans Malombra, Ils ne retrouveront pas dans la traduction, d′ailleurs très bonne, de ce roman, les nuances de langage qui m′ont servi à caractériser mes personnages selon leur lieu de naissance. Réellement, il y a des nuances entro l style="font-family: 'Times New Roman',serif"′>italien qui est parlé par les gens du monde dans les différentes régions de l′Italie. Je n′ai presque pas eu recours, dans Malombra, au patois, mais j′ai tâché de conserver ces nuances.

>J′avais là-dessus depuis longtemps une opinion bien arrêtée. Je l′avais même exprimée, en 1872, dans un discours sur le Roman. J′y ai été fidèle dans Daniel Cortis, malgré le reproche de mal écrire que cela m′a valu. J′ai même poussé l′audace jusqu′à parler franchement patois quand il fallait, et ne m′en repens pas.

Encore un mot. Malombra m′a fait accuser de croire à la métempsycose, comme mon dernier roman m′a fait accuser d′étre spirite. J′ose dire, en passant, que cotte dernière accusation ne prouve pas chez ses auteurs une clairvoyance extréme. Quant à la première, elle est plus fondée.

Avant d′ócrire Malombra ìq m′étais plongé dans l′occultisme; j′avais été fascinò par une philosophìe étrange où le mysticisme indien était mélé au mysticisme chrétien. Je n′étais pas entièrement gagné à cette philosophie — il y avait au fond de mon être un noyau de résistance — mais j′étais sous son charme, et j′écrivis Malombra sous ce charme auquel, plus tard, je sus me soustraire tout à fait.

Il y a une jeune fille du Nord, dans Malombra, et elle y joue même un rôle assez important. Les femmes du Nord ne sont pas à la mode maintenant, en France, et pourtant j′y envoie sans crainte Mlle Edith. Elle n′a pas l′ambition d′être à la mode. Très modeste, très pieuse, fervente catholique, elle ne peut manquer de rencontrer des amies parmi les jeunes filles françaises. Je la place sous leur garde. Comme elle est jolie, et que son nez n′est pas rouge du tout, elle pourrait aussi rencontrer des amis, mai que ces jeunes filles le sachent bien: elle a définitivement renoncé à cela.

La inchiesta sul Quo vadis

Il grande successo del romanzo Quo Vadis è dovuto, senza dubbio, in primo luogo, ai pregi d′invenzione e di condotta che vi abbondano e dei quali è superfluo parlare perchè nessun romanzo ebbe mai grande successo dove tali pregi non abbondassero.

Premesso ciò, soggiungo che Quo Vadis? piacque particolarmente come romanzo storico. Comunque si giudichi questa forma d′arte, il romanzo storico fatto bene conquisterà sempre le moltitudini per la potenza della verità, il cui solo nome attira gli uomini anche se venga in tutto o in parte usurpato, e perchè permette l′uso abbondante delle tinte forti, dell′elemento coreografico e melodrammatico. Pochi lettori sanno giudicare se gli uomini e le cose di un′epoca lontana vi sieno fedelmente rappresentate; i più accettano a occhi chiusi quanto l′autore offre. Invece chi descrive uomini e cose del proprio tempo trova in ogni lettore un giudice esperto. Lo sfoggio noioso di erudizione è uno scoglio del romanzo storico di soggetto greco o latino. Il Sienckievicz lo ha evitato e anche questo è un elemento del suo successo. È finalmente da notare che se la rappresentazione contemporanea del mondo cristiano e del mondo pagano nei loro caratteri più tipici, fatta con grande ingegno, produce un effetto chiassoso di luci e di ombre che ferma la gente, la sola pittura del cristianesimo nascente con l′abile uso dei personaggi famosi, stimola l′interesse dei credenti, i quali pure si compiacciono di vedere illuminata da un grande artista la bellezza morale della loro fede; stimola pure l′interesse di tutti coloro che per desiderio di fede o per impulso di sentimento o per curiosità intellettuale si occupano volentieri, se la fatica è poca, del problema religioso. E gli uni e gli altri insieme fanno una gran turba. Giovano al libro per questo rispetto, anzi che nuocergli, le descrizioni crude della sensualità pagana. Esse paiono alle persone religiose rendere più credibile quanto l′autore dice della santità cristiana. Esse tolgono realmente al libro quel carattere ascetico e apologetico che lo farebbe sdegnare da molti.

Non credo che Quo Vadis? sarà dimenticato domani, ma neppure credo che avrà lunga vita. Per verità profetare di queste cose è difficile. Inclino a quell′opinione perchè non trovo nel libro le prove di alcuna convinzione profonda e non credo alla vita immortale di libri scritti senza convinzioni profonde negative o positive che sieno. Neppure vi trovo piena e costante verità di figure umane interne accanto alla piena e costante verità nelle rappresentazioni delle cose e delle figure umane esterne; ed è quella prima verità che fa vivere le opere d′immaginazione.

Asti e gli Alfieri

nei ricordi della Villa di San Martino.

Io ricordo il marchese Carlo Alfieri di Sostegno gentiluomo elegante e brioso nella Torino dei grandi anni epici, e lo ricordo composto a gravità dignitosamente affabile, un quarto di secolo più tardi, nella palazzina di Firenze che ospita ora una sua nobile figliuola. Allora gli era inquilino il Marchese Matteo Ricci di Macerata, traduttore di Erodoto. M′incontrai col marchese Carlo presso il Ricci, riverito amico mio. Mi parve giudice alquanto amaro di uomini e cose che io ero avvezzo a considerare con altro animo; ma non tanto badavo ad ascoltarlo quanto a guardarlo. Lo guardavo im po′ come i veneziani del 1821 guardavano suo padre il marchese Cesare, che a proposito di questa molesta curiosità degli abitanti « d′un magnifique tombeau » scriveva: « mon nona est une monnaie de convention qui réprésente de beaux souvenirs et de vaines espérances. » Però se mi luceva rispecchiato da quel viso un raggio della gloria di Vittorio, anche me ne spirava il fascino ineluttabile del sangue antico e del nome portato alto per secoli « a piedi e a cavallo, molto come si deve, » secondo soleva dire del proprio un altro Cesare d′illustre casato piemontese, singolarmente a me caro. Direi che il marchese Carlo, conscio dell′una e dell′ altra nobiltà, tenesse più alla seconda. Si comprende. La gloria di chi si è illustrato per virtù propria riverbera sui parenti un lume più gradito alla vanità che all′orgoglio; e ogni cuor gentile mal soffre che i nomi de′ maggiori suoi vissuti nobilmente in pace e in guerra sia troppo oscurato dalla fama letteraria di un solo.

È probabile che un tal generoso sentimento insieme alle malinconiche riflessioni suggeritegli dal prossimo inaridire della sua stirpe nella discendenza virile, abbia mosso il marchese Carlo a desiderare un libro dove ricomparissero al mondo i suoi antenati, dalle ombre dei primi dodici Alfieri perduti nel nebbione del secolo XII a quella prossima, netta e maestosa, di Cesare Alfieri di Sostegno, presidente del Consiglio dei ministri di Re Carlo Alberto nel 1848, Presidente del Senato del Regno dal 1855 al 1860. « Queste voci — diceva egli allamico Ernesto Masi là nel castello di San Martino diventato un museo di reliquie alfleriane — bisognerebbe oggi ridestare dal sepolcro ad ammaestramento delle classi che dicono dirigenti!» Beaux souvenirs et vaines espérances, signor marchese. Il vostro amico Masi le ha ben ridestate, le nobili voci, da par suo. Eccone qui un volume pieno (Ernesto Masi — Asti e gli Alfieri nei ricordi del Castello di San Martino — Firenze, Tipografia Barbera); un formidabile volume che brulica di vita, zeppo di « brava gente, » come dicevano il Masi e il Casanova suo compagno di studi a San Martino, di cavalieri fedeli a Dio, al Principe e all′onore, almeno quando il servirli tutti e tre a un punto non diventava troppo difficile. Ora Iddio , il Principe , l′onore, noi li abbiamo rimaneggiati alquanto. Dei due primi ci siamo fatte parecchie idee che valgono più delle antiche; dell′onore ci siamo fatte delle idee che valgono più e delle idee che valgono meno delle antiche. Solamente noi le serviamo male, le nostre idee. Se gli avi del marchese Carlo, i signori di Magliano, di San Martino, di Sostegno, di Cortemilia ritornassero al mondo, avrebbero ad apprendere dalle nostre classi colte parecchie idee e a insegnar loro il modo di vivere e di morire per esse, di trasmetterne ai discendenti la generosa volontà. Saggiata l′aria moderna, quei cavalieri si ritrarrebbero presto alle loro arche e di là manderebbero forse a noi gli Alfieri medioevali che attendevano a far quattrini ripubblicani con la mercatura nella città ornata vino botto et optimo, come sta scritto nella cronaca di Ogerio Alfieri; così grande personaggio in Asti, nel secolo XIII, che le investiture vi si sancivano con un suo bacio e non più: osculo Ogerii Alferit Un vulcano spento, questa vecchia città del vino, fra le colline che non senza ragione sorrisero, vanto astigiano, a Gomed, nipote di Noè. La battezzò a quel modo Quintino Sella che il 19 marzo 1876, proprio all′ indomani della gran rotta de′ suoi amici, presentava imperturbabile ai colleghi Lincei il codice Astense Malabayla, per opera di lui restituito all′Italia da Francesco Giuseppe. Un vulcano spento; e non s′intende dire del fuoco divoratore che vi appiccò nel 1091 una dama di Torino, Adheleidis comitissa bone memorie, con le sue mani graziose, di cui avrebbe sognato volentieri Enrico Heine. Le signore piemontesi di quel tempo si pigliavano regolarmente dai mariti delle moderate bastonature, secundum quod jura permittunt; e se piegavano di buon grado a qualche stipulazione loro imposta, si metteva nell′atto che non lo facevano coacte nec verberate; ma c′era, pare, fra loro chi si prendeva qualche piccola rivincita sul sesso forte. Un altro focherello si divertì ad accendere in Asti il vescovo Nazario optime memorie, ma neppure di questo intendeva dire il Sella. Passata per gli artigli di duchi longobardi, di margravi franchi, di conti, di vescovi, Asti ne sguisciò finalmente in libero Comune e vi divampa allora un bel fuoco di vita municipale, di orgoglio patrio, di ambizione politica, di lavoro aurifero che la terra dove Pompeo piantò sua nobil arte trasmuta in una piccola Firenze forse più ricca della grande, poiché gli astigiani son detti da un cronista maximi usuraii... pecuniosiores omnibus italicis. Le sorti di Asti repubblicana si avviluppano a quelle delle prossime città piemontesi, dei Savoia, degli Angiò, dei Monferrato, dei Visconti, degli Orléans. Cavalcan radi per la intricata selva, nel libro del Masi, i discendenti di un antico ignoto Adelferus, fatti, di mercatanti, cavalieri. Il primo è Guglielmo Alfieri, gran repubblicano, generoso custode della libertà di Asti contro il Pallavicino di Cremona congiurato ad astigiani parricidi. Il sangue di Guglielmo, bipartitosi nel secolo XVI, corre per un rivo al marchese Carlo e per l′altro al conte Vittorio, il grande. Sangue fiero e forte sino all′ultimo del corso, durato nel primo rivo sei secoli e mezzo. Forte anche nei negozi. Perchè Vittorio, Carlo Emanuele, Cesare Alfieri potessero correr lEuropa da gran signori, i loro vecchi la corsero in caccia d′oro, tennero banchi in Olanda, in Germania, in Francia, batterono monete a Ginevra; e il denaro lucrato prestarono in patria su pegni di castella. Parteggiano anche; e il primo lor feudo, il castello di Magliano li ricovera vinti, il 1304, nelle « note latèbre. » Uno di essi è portato via ostaggio da quell′aquila di grandi penne e di picciol corpo che fu Arrigo VII, quantunque gli avesse giurato fede con gli altri Alfieri. Il Lussemburgo non li aveva adorati male, per verità, poiché in casa Alfieri si rogò , un anno prima ch′egli morisse, l′atto di dedizione di Asti a Roberto d′Angiò. Teste dure, questi Alfieri del secolo XIV, come i versi del loro illustre pronipote; e dura fra le dure la testa di Aliano Alfieri, un violento di razza che uscito minacciando sulla porta di casa ne manda scornati i messi della marchesa Incisa e del vescovo Malabaila con le loro lettere di scomunica e di privazione del feudo. Così Dio ne avesse piantati molti degli Aliano Alfieri, sulle porte d′Italia! Il figlio di Aliano non traligna e ai messi che ritornano parla di spaccar loro il capo. Quel certo lievito che abbiamo tutti nelle fibre di ammirazione alla violenza franca e di odio alla violenza ipocrita, ci si muove piacevolmente all′udir narrare le gesto di questa « brava gente » e ha dato gusto anche al narratore, gli ha ingrossata una vena manzoniana dell′ingegno.

A mezzo il libro, le torri e le colline di Asti si perdono nel buio. Il piccolo vulcano è spento nel secolo XVI da un′onda di Savoia che si rapisce, rifluendo in sé stessa, gli Alfieri a Torino. La vivace schiatta subito vi alligna, gitta dottori, consiglieri di Corte, senatori e soldati. Tutti questi Alfieri di toga e di spada che poco tempo ebbero di pregar Dio, dovettero fidar molto in un celeste patrono della prosapia, Enrico Alfieri, francescano e ministro generale dell′Ordine, beatificato per grazia di Dio e per volontà del popolo:

contemptor honorum

Ambitiosa quibus mortalia corda tumescunt

democratico e riformatore, cui certo le ultime pie dame di casa Alfieri molto affaticarono per l′anima di Vittorio.

A Torino, presso Carlo Emanuele II, gli Alfieri appresero a proprie spese che servire a un tempo Iddio, il Principe e l′onore qualche volta non si può del tutto e che dovendo assolutamente piantare uno dei tre, meglio è piantare il Principe. Lo seppe Catalano Alfieri, gran soldato, obbediente ministro al Duca di violenze spiacenti a Dio e macchianti l′onore, gittato in carcere dal crudele padrone e mortovi di angoscia. Catalano e il figlio suo, partecipe della sventura, pagarono la lezione per tutti i loro discendenti. Cavallerescamente fedeli al signore, costoro sempre serbarono di fronte ad esso una perfetta dignità di attitudine. Veniva loro certo dalla coscienza della razza, dalla comune educazione militare che all′obbedienza leva ogni color servile, dagli altri uffici; ma forse qualche fiero globulo del loro sangue si ricordava di una cella nella torre di tramontana del palazzo Madama. Uno solo, fra tanti, non si trovò nelle vene il globulo fiero. Cesare Giustiniano, aio di S. A. R. il duca del Chiablese, colto una notte da pleurite nella camera che aveva comune con l′augusto alunno, non osò turbarne il sonno e per non aver chiesto aiuto in tempo se ne andò ad patres, consegnando ai posteri questo profondo insegnamento codino che quando ne va della pelle bisogna svegliare anche i principi.

Eminenti sopra le altre, nella magnifica sfilata di gentiluomini dalla fine del secolo XVII in poi, grandeggiano le figure di Roberto Girolamo, Carlo Emanuele e Cesare Alfieri. Magnanima gente che lascia dietro a sé nella storia un solco diritto; fiore di quel glorioso patriziato che stretto intorno a Savoia aperse ai fati di Savoia la via con i consigli e con le armi; gente autrice, con Savoia, della libertà d′Italia; gente sdegnosa della mobile fortuna, cui ben si convenne il motto di Guglielmo d′Orange fatto scolpire dall′ultimo di loro sopra un architrave del suo studio: rien n′est besoin d′espérer pour entreprendre ni de réussir pour persévérer ; gente che non ritorna. Un cenno breve di quel che furono guasterebbe. Leggete; vedrete che nobiltà d′uomini e quali servigi resero allo Stato. Si capisce che Vittorio Alfieri, vissuto in disparte, ma benevolo ai suoi parenti di Sostegno, accusasse a Roberto Girolamo nel modo violento che gli altri Alfieri non avrebbero tenuto, la stolta insolenza della gente nuova. E vedrete che nobiltà di donne nelle loro case. Di queste, sì, può il seme gentile fiorire quale in antico nellaria purgata, nella intatta purità severa de templi familiari che ancora esistono. Vedrete come il virile sangue dei padri si discerna nella femminilità squisita di queste donne forti, quale intelligente senso del moderno avvalori le loro idee conservatrici. Vedrete come Luigia di San Marzano, moglie a Roberto Girolamo Alfieri, che consigliava a Vittorio argomenti di tragedie meno remoti dal suo tempo, sappia consigliare ai figli di servire fedelmente il Re senz′adularlo mai, dirigere il primogenito sullentrata della vita militare. La moglie sua Melania Duchi, sposa tenerissima di Carlo Emanuele, uno dei cinque Alfieri che nel 1792 stanno in armi sulle Alpi per la difesa del Re e della Patria, sostiene con invitto animo prima i pericoli, quindi l′esilio di lui, la perdita del fratello, tenente Duchi, e del cognato, tenente di Magliano, morti di piombo francese.

Scrive una volta al marito scorato in Parigi da mille amare difficoltà: « quand on pense que c′est pour son pays que lon s′est sacrifié, l′espoir de faire quelque bien doit soutenir ton courage. » Questa donna, ammirata per la bellezza, lingegno e lo spirito in Parigi dove raggiunse Carlo Emanuele, morí sui trentanni e nel morire lasciò scritto alla figliuola Costanza, tolta in moglie poi da Roberto d′Azeglio, conosciuta e riverita dagli italiani per quanto ne raccontò il cognato Massimo nei Ricordi e per le bellissime lettere al figlio Emanuele : « . . . . j′exige de toi la promesse de ne te jamais habiller immodestement; et sans t′interdire la parure convenable à ton âge et à ta condition, je désire qu′elle soit toujours accompagnée de la décence qui fait le plus bel ornement de notre sexe et qui est de devoir pour une chrétienne. » Alla sua volta la nuora di lei, Luisa Costa della Trinità, moglie di quel Cesare che a me pare il maggiore degli Alfieri di Sostegno, il portato più perfetto delle tradizioni migliori alfieriane, il più pronto della sua generazione all′appello dell′avvenire, merita riverenza per queste parole semplici e piane, espressione di un giusto dubbio cristiano abituale all′anima sua e che tante spaurite coscienze di ricchi mettono frettolosamente alla porta: « L′essermi trovata in possesso di un avere superiore ai miei bisogni fu sempre per me motivo di temere di non averne fatto buon uso. » Quarta e ultima nella successione ininterrotta delle magnanime nuore alfieriane, viene la nipote del Conte Camillo di Cavour, la narratrice delle ultime sue ore, la custode di Santena, Giuseppina Benso di Cavour, moglie al marchese Carlo Alfieri, della quale scrivo il nome con religioso rispetto.

Del marchese Carlo, fondatore in Firenze dell′Istituto di Scienze Sociali Cesare Alfieri, non potè il Masi raccontare la vita. Detto come il padre suo Cesare morisse nel 1869 e degnamente si tumulasse in Santa Croce, accanto alla tomba del famoso congiunto, procede così: « Dovrei ora parlar di lui, ma quand′egli mi propose di scrivere questo libro, me ne fece espresso divieto, ed io non posso né debbo contravvenire alla sua volontà. Non credo tuttavia mancar di fede alla memoria dell′amico, se quasi a compimento e conclusione del mio argomento, ricordo le idee alle quali egli restò sempre fedele e che con una tenacità singolarissima, mai preoccupandosi della loro fortuna, difese, propugnò, promosse sotto forme diverse, per tutta la vita. Esse mi sembrano potersi ridurre a tre capi principalissimi ; nella politica internazionale l′arbitrato e la pace; nella politica interna la libertà, la soppressione d′ogni arbitrio, l′impero assoluto della legge; e finalmente nel costume sociale la coltura politica e l′educazione civile, come preparazione alle necessarie attività del viver libero e come sostegno e presidio della libertà.

Con questa luce nel pensiero, con queste alte parole sul labbro dell′ultimo suo capo, memorande alla Patria e alla Casa di Savoia, la maschia voce della famiglia sette volte secolare che ambe fedelmente le servì col genio, col senno, con l′armi, per sempre si spense. Invidiabile, troppo rara sorte di una illustre famiglia italiana, spegnersi così, aprendo con sereno animo i suoi archivi, fidando le memorie più segrete a uno storico acuto e libero come Ernesto Masi per esser giudicata prima da lui e poi dal mondo. Bene il volume eccellente che mi fu maestro e guida in questi cenni precede la glorificazione prossima di Vittorio Alfieri; e io penso che delicate anime femminili cui discesero vita e la migliore nobiltà da Melania, dalle due Luise, da Giuseppina Alfieri, lo avranno caro sopra ogni altro documento della gloria rinascente intorno al nome nel quale nacquero.

Leggenda

Uno spirito buono e felice di Venere, vissuto prima sulla Terra, diede un giorno un sospiro a certi ricordi della sua dimora terrestre e subito si trovò dolorosamente impedito di carne umana quaggiù per tutta una vita. Nello stesso momento uno spirito malvagio e infelice della Luna diede un sospiro a certi desiderii del Bene che lo avevano brevemente acceso durante il suo precedente soggiorno sulla Terra e subito si trovò piacevolmente rivestito di carne umana quaggiù, accanto al primo, per tutta una vita. I gemelli vennero alla luce. Quello ch′era disceso da Venere non faceva che piangere e strillare e dibattersi e spinger via tutto che lo toccasse; quello disceso dalla Luna rise subito e si nutrì avidamente ed era mansueto a tutti. La loro madre diceva: Il Signore m′ha dato un angelo e un diavolo. Ed era vero, ma quello che a lei pareva l′angelo era il diavolo, e quello che le pareva il diavolo era l′angelo. Passarono due anni. Il diavolo era quieto, ordinato, studioso. Cercava di farsi la vita più comoda e piacevole possibile; però, secondo una intelligenza superiore.

Usava con temperanza e misura dei piaceri fisici sapendo che così avrebbe raggiunto il suo scopo supremo di restare sulla terra lungamente. Apprezzava la buona riputazione come un vestimento morbido e profumato. Per questo studiò, per questo si comportò onestamente nelle questioni di denaro. Non prese moglie e appena potè si mise a viver solo, non avendo affetto per nessuno al mondo benché fosse cortese a tutti e corretto nelle sue relazioni di famiglia. Scrisse un libro per dimostrare che la morale si fonda sull′utile e che non è questa una dottrina diabolica. Non andava a Messa la domenica ma però si faceva vedere in Chiesa nelle grandi solennità. Se qualche cosa era da coprire nella sua vita intima, copriva. Non faceva elemosina direttamente, ma inviava ogni anno al suo parroco una piccola somma di denaro per i poveri. Poiché del suo libro non si parlava si fece massone, diventò subito accademico e commendatore.

Lo spirito di Venere continuò a trovarsi male sulla terra. Sentì che subiva un castigo e che bisognava subirlo fino alla morte; se in Venere in altre stelle non sapeva perchè di Venere gli si era offuscata la memoria. Aveva pietà di tutti i dolori umani, ma pietà maggiore di coloro che non partecipavano alle sue aspirazioni, alla sua fede, alla sua speranza, alla sua consolazione segreta dellinevitabile soffrire. Non scrisse libri; cercò di alleviare ogni dolore in cui s′incontrasse, di prenderne quanto poteva per sé, andò predicando la speranza delle stelle.

Il commendatore diavolo, diventato vecchio, cominciò a pensare al suo fine. Neppure lui si ricordava proprio della Luna ma sapeva di dover ritornare dopo la morte a una stella dove si stava detestabilmente male. Infermò di tristezza. Suo fratello andò una sera a trovarlo e, vedutolo in cattive acque, mise fuori il discorso della speranza e delle stelle. Il discorso delle stelle non garbò affatto al povero diavolo, il quale dopo molto storcersi, finì con dire: « fratello mio, parliamo d′altro. Così possano le stelle scoppiare come io le maledico tutte. Sappi che le stelle sono inferni, e che io vengo di là perchè sono appunto un disgraziato spirito di un inferno del cielo, al quale fu concesso di respirare un poco quest′aria cara, dolce, deliziosa, fra un tormento e l′altro ». Il fratello lo credette impazzito e gli rispose:

« Sappi alla tua volta che tutto è stato cambiato lassù e che ora le stelle sono tanti paradisi. Se vuoi te ne insegno la via ». L′ammalato lo guardò pensando alla sua volta ch′egli non avesse il cervello a posto; e gli domandò poi, a ogni modo, come sapesse di questo mutamento. Il fratello rispose che lo sapeva di certissimo da uno spirito disceso anche lui dal cielo. Allora il diavolo sentì schiudersi un poco il cuore alla speranza.

« Apri le imposte, diss′egli, che io guardi un poco queste infami stelle. » Il buon fratello aperse. La notte era serena, il cielo era gremito di stelle; fra le stelle brillava una grossa falce di Luna. La luce languida della Luna imbiancò il letto del commendatore fino quasi all′imboccatura delle lenzuola. « Mi paion le solite », diss′egli. « Però sentiamo questa via ».

« Vuoi tu conoscere la Via e avere la Vita? incominciò il fratello buono, tutto lieto. « Devi abbracciare la Verità, esserle fedele ».

« Ho sempre detto » rispose l′infermo « e anche stampato che il mentire, tirate le somme, è dannoso ».

« Devi credere in Dio ».

« Purtroppo lo so, che c′è! »

« Lo devi amare ».

« Ah sì, se ha demolito l′inferno! »

« Devi amare il prossimo ».

Il commendatore esitò un poco prima di rispondere: « Come si fa? » Intanto il languido lume della luna saliva saliva verso il capezzale.

« Beneficalo » rispose l′angelo. « Dà molto, moltissimo ai poveri ».

« Questo si può fare ».

« Licenzia quella persona! »

« Anche questo si può fare ».

« Esci dalla Massoneria! »

« Non sono massone! » esclamò il commendatore, per forza di abitudine.

In quel momento la Luna gli rise in faccia, gli svelse l′anima che folgorò lungo il maligno raggio su fino ai suoi vulcani funerei.

Apologo

Il Dovere fraterno, avendo udito parlare di altri Doveri dimoranti nella sua stessa città, stimò particolarmente doveroso per lui d′invitarli un giorno a pranzo. Tutti , meno il Dovere filiale e il Dovere religioso, si scusarono. Il Dovere militare era di picchetto, il Dovere civile aveva una seduta per la Lega contro lo sputo, il Dovere paterno era a letto con una bastonatura presa da′ suoi figlioli, il Dovere coniugale era in licenza e viaggiava, il Dovere filiale non fu potuto trovare dai portalettere. Il Dovere religioso fu consigliato di non incontrarsi proprio a tavola con il Dovere civile, non mandò scuse e non venne.

Allora del pranzo il buon vecchio Dovere fratemo si pose alla finestra per vedere se almeno i due che non si erano scusati, capitassero. Capitò invece un giovinetto magro, giallognolo, dal piglio insolente, che gli si annunciò per il Dovere sociale e lo rimproverò di non aver invitato anche lui. Il padrone di casa si scusò umilmente con dire che non lo aveva mai visto, lo pregò di onorare la sua mensa e di dargli notizie de′ fatti suoi. Colui mangiò e bevve per tutti gli altri signori Doveri assenti, spiegò che il suo mestiere era di riformare il mondo scioperando, tenendo discorsi e scrivendo sui muri, ribevve, disse che oltre alla Terra anche la Luna e il Sole avevano bisogno di lui, e che, del resto, quella sera stessa la sua presenza era imperiosamente richiesta altrove; dopo di che scivolò sotto la mensa e si addormentò. Allora il Dovere fraterno, tentato invano di richiamare alla coscienza quel disgraziato che borbottava, sognando, parole enfatiche, si mosse per andarlo a scusare là dov′egli era atteso. Postosi in cammino a caso, domandò al primo viandante in cui si abbattè , se sapesse dove fosse atteso quella sera il Dovere sociale. Colui si credette beffato e rispose che aveva in tasca tutti i doveri sociali del mondo. Un altro viandante, di maggior cortesia e spirito, rispose che il Dovere sociale era atteso dappertutto e sempre. Allora il Dovere fraterno, persona semplice, si dispose a camminare verso dappertutto e sempre. Entrò ed entra in ogni casa di buona e di mala fama, di credenti e di miscredenti, dicendo di venire in luogo del collega addormentato, ascoltando i desideri della gente, appagando quelli che può appagare, pigliando nota degli altri per il Dovere sociale quando si sveglierà. Tutti lo benedicono per quel che fa e per quel che nota. Certi israeliti, brava gente, cui egli disse « oggi vengo io , poi verrà quell′altro » gli risposero : « no no , ritorni Lei che ha una faccia più da cristiano. » Per cui egli continua docilmente e continuerà, si spera, in perpetuo a camminare col suo portafoglio pieno di note, non senza pregar Dio che l′amico, al quale in fin dei conti è grato perchè gli fu causa di opere buone, si svegli e si accompagni fraternamente, cristianamente a lui.

Preghiera per gli equipaggi della Regia Marina da guerra

A te, o grande, eterno Iddio, Signore del cielo e dell′abisso, cui obbediscono i venti e le onde, noi uomini di mare e di guerra, Ufficiali e Soldati d′Italia, da questa sacra nave armata della Patria, leviamo i cuori!

Salva ed esalta nella tua fede, o gran Dio, la nostra nazione; salva ed esalta il Re; dà giusta gloria e potenza alla nostra bandiera , comanda che le tempeste ed i flutti servano a lei, poni sul nemico il terrore di lei; fa che per sempre la cingano in difesa petti di ferro più forti del ferro che cinge questa nave; a lei per sempre dona vittoria.

Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti ; benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che per esso vegliamo in armi sul mare.

Benedici!

Sul Congresso delle Religioni

Lettera a un Professore.

L′intervento dei prelati cattolici al Congresso di Chicago mi parve un atto di audacia sapiente e fortanata poiché tornò a gloria del cattolicismo che vi ottenne, nelle persone dei suoi rappresentanti, una vera preminenza morale. Perciò quando udii parlare della iniziativa presa dall′abate Charbonnel con l′appoggio del Cardinale Gibbons, ne provai una viva soddisfazione. Poi, pensandoci, mi vennero dei dubbi. In America i cattolici, se non erro, furono invitati; in Europa inviterebbero. Ciò è differente. Confesso che a me cattolico ripugnerebbe alquanto invitare, per esempio, i maomettani. L′assemblea di Chicago fu augusta ma non troverei opportuno di riconvocarla a così breve distanza. L′effetto morale ne dura ancora, una seconda edizione mal riuscita potrebbe guastare. Come cattolico, io desidererei invece un congresso di rappresentanti delle varie Chiese cristiane. Questo congresso dovrebb′essere un primo passo verso la pacificazione intema del cristianesimo, tanto necessaria di fronte ai nemici esterni. Si dovrebbe studiarvi un′azione difensiva comune e almeno il miglioramento delle relazioni fra le diverse Chiese. Nessuna polemica fra Chiesa e Chiesa, nessun atto d′intolleranza, nessuna rivalità, nessuna ostilità fra missionari, difesa consociata dei dogmi cristiani fondamentali, ecco gli scopi da promuovere quali mi appaiono confusamente in questo momento. Mi manca il tempo di meditare e svolgere il mio concetto, ma Ella lo ha certo inteso e sé non lo trova cattivo, lo saprà far valere meglio che io non saprei.

Parole

Pronunziate al Senato del Regno

nella Tornata del 2 Loglio 1904

Signori Senatori

Poiché vi hanno ragioni (e io molto facilmente attribuisco loro un valore preponderante) di non differire l′approvazione di questa legge che promette, e certamente segnerà un giorno, un progresso reale e notevole della scuola primaria italiana, io non proporrò alcun emendamento a questo articolo 10, ma sento il bisogno di fare, a proposito di esso, brevissime dichiarazioni.

Io non credo che il programma di studi, quale è esposto nell′articolo 10, sufficientemente risponda a quel supremo fine educativo a cui deve informarsi l′istruzione primaria.

Non credo che questo fine si possa raggiungere senza animare l′istruzione primaria di idealità calde, atte a operare sulla fantasia e sul cuore degli scolari. Per questo fine l′articolo non ci fornisce che la morale civile.

Osservo che l′umanità, senza dubbio, si onora di nature tanto elette, tanto elevate, tanto rette, da sapersi governare nobilmente colle sole idealità della morale civile; ma queste nature non sono molte, e sopratutto mai, o quasi mai, si manifestano sui banchi della scuola elementare.

Le idealità della morale civile appaiono belle e grandi al giovane che si appassiona per l′indipendenza del suo pensiero, non possono essere sentite da ragazzi fra i dieci e i dodici anni. Francamente dirò che non possono sostituire, quanto a efficacia educativa, le idealità religiose.

Con questo non intendo affatto affermare, neppure platonicamente, né la bontà, né l′opportunità di un insegnamento confessionale catechistico nella scuola elementare, che anzi per antiche convinzioni vi sono contrario.

Se dovessi entrare in questo delicato e difficile terreno, io mi limiterei a osservare che la materia é regolata da una disposizione legislativa , dall′articolo, mi pare, 315 della legge del 1859 e da una disposizione di quell′articolo 3 del regolamento generale del 1895, che fa obbligo ai comuni di dare l′istruzione religiosa a quegli alunni i cui genitori la domandino. Ora, ripeto, se dovessi entrare in questo terreno, mi limiterei ad invocare una nuova disposizione legislativa che regolasse la materia definitivamente per modo da riconoscere l′alta importanza civile e politica dell′istruzione religiosa; e dall′altro lato , per modo da escludere l′ insegnamento catechistico, l′insegnamento confessionale dato nella scuola: ma io non intendo soffermarmi su questo terreno. Ho chiesto la parola semplicemente per esprimere il mio giudizio poco favorevole all′efficacia educativa di quel programma; e per esprimere l′opinione che sia possibile, anche senza modificare l′articolo, integrarlo mediante la lettura di libri opportuni, mediante il commento vivo della lettura; coltivare nei fanciulli quel senso del divino, di un ordine supremo dell′universo, di un supremo Bene, di un supremo Vero, di un supremo Giusto, che è il fondamento comune di tutte le religioni dei popoli più civili, che dilata il cuore del fanciullo, che lo dispone a nobili aspirazioni. E io auguro e confido che l′onorevole ministro (tanto confido che neppure gli domando di rispondermi), vorrà così integrare il programma esposto dall′art. 10 , vorrà dirigere a questo fine l′attività di tutti coloro ai quali è ufficio suo d′indicare, nelle scuole italiane, la meta e la via.

Il Campanile di San Marco

È caduto.

È caduto fra gli antichi monumenti, fratelli suoi, come fra compagni gloriosi e tristi un eroe cui si sìa lentamente sfasciata intorno, nell′augusta vecchiezza sua, e ricomposta in forme straniere al suo intelletto e ai suoi amori, la Patria; che più non comprende e, ancora onorato, più non è compreso, e sta tuttavia ritto con amaro animo fiero sino a quando vinto dagli anni e dal dolore procombe a terra d′un colpo. Tacciono cupi nel cospetto del caduto i compagni grandi che l′età pure aggrava; e nell′anima immemore del popolo discesa dall′antica, guerriera e religiosa, dove la potente voce del campanile grandevo agitò un giorno fiamme di fede e di guerra, risorgono, risuonano, echeggiano di profondità in profondità i ricordi dei secoli. Partenze e ritorni di flotte, elezioni e funerali di principi, ore di angoscia, ore di trionfo si rinnovano confusamente, levando una sorda, muta, indistinta onda di amore, di dolore, di terrore.

Così procede l′eterno Poema ineluttabile delle rovine; e si direbbe che le generazioni sepolte, dolenti dei nostri oblii, del nostro correre avido all′avvenire, richiamino a sé le creazioni loro più grandi e magnifiche per disdegno, per fare, almeno un momento, di noi vendetta.

A Torino.

Salute a te, sacra città delle antiche speranze, prima legislatrice e guerriera della libertà , che schieri fra il Po e la Dora le tue nitide case uniformi in ordine severo di milizie allineate, fronteggianti silenziosamente, ad onore, dove un tuo Duca, dove un tuo Re, dove un fiero capo militare, dove un sapiente ministro, imperiosi ancora nel marmo e nel bronzo!

Ritrova in te, vecchia Torino, il virile spirito del tuo tempo migliore; infondilo a questa Italia manifatturiera, commerciante, artista, oziosa, che viene a te per aver lucri, plausi, onori, piaceri. Le ricorda l′austero tuo costume antico, il viver civile retto come le tue vie, il dovere compiuto da′ tuoi, in ogni ufficio e sul campo, senza vanto né orgoglio, il vigore di una proba, parca, non dolente povertà, l′intelletto degli ordini liberi, la fede in essi. Merita pur con i rinnovati esempi, seconda madre della patria nostra, che noi ti rendiamo il nome di Augusta.

A Como [10].

Stese le nitide braccia in arco ad accoglier lacque serene che l′alpe ti versa per tua delizia: cinta il bel corpo antico, nobile di gioielli medioevali, da un corteo lunato di colli, onde ti arridono, come fuggitive scherzose, le tue disperse ville, e ti guarda una fosca torre ammonitrice; memore nel festoso nome di ellenica profuga gioia, tu senti Como, l′orgoglio della bellezza, e pur non ne avesti mai , piccola Sera tessitrice, ammollita l′anima.

Piccola fiera tessitrice, forte di sangue longobardo e ghibellino, tu ti rilevi ferita in viso e nel petto, arsa le mani e le vesti, pronta, sdegnosa, indomita, sul campo dove un momento la folgore ti atterrò. Tu vuoi la rivincita sulla folgore, vuoi tuo e de′ figli tuoi l′ultimo trionfo; hai vòlto il mortale incendio in gloriosa luce alla tua fronte. Questa nuova Italia, fiacca nelle pubbliche sventure, querula e discorde, vergognando, ammirando, augurando, ti saluti.

PENSIERI

I semplici, gli umili di cuore fanno il bene senza considerare il pregio dell′opera propria, il sacrificio che costa, docili, come affettuosamente sono, alla legge divina. Altri uomini buoni corrono al bene, tratti, almeno in parte, dalla bellezza sua. Piace loro rivestirsi di questa bellezza e più son pronti ai grandi sacrifici, agli atti eroici di virtù che alle opere minori. Prima di offrire a Dio il loro dono costoro si mettono in gala e si guardano nello specchio, mentre quei primi vanno davanti a lui come servi, nella veste servile che dice il suo impero e il loro dovere; che solo prende onore dalla grandezza del principe.

Colui che si crede tanto maggiore degli altri uomini, quanto più il suo diritto signorile si stende sulle cose, potrebbe anche, all′aurora o al tramonto, credersi alto quanto l′ombra sua è lunga.

Da un libro che si studia solamente si prende; a un libro che si ama anche si dona.

Quegli uomini religiosi che vedono le generazioni umane discendere, sotto i bagliori di un progresso materiale, al peggio, sono in pericolo di comportarsi, nel servizio del bene, assai mollemente, di chiudersi in sé come si chiude nei suoi ripari e male provvede a sé stesso un esercito che teme di essere vinto se contende il paese al nemico.

Vi ha un orgoglio subdolo che viene alla cute in una fioritura di modestia e non nuoce alla sanità; vi ha un orgoglio ingenuo che viene alla cute in una fioritura di presunzione e fa l′uomo prospero; vi ha un orgoglio dei visceri che li consuma perché non viene alla cute mai.

Mai la bellezza delle cose si specchia nel cuore dell′artista così intensa e intera come quando esso è puro.

La Madonna del Cimone

La visione dell′Universo sempre più si dilata e profonda intorno a noi che ascendiamo nei secoli; sempre più in noi si dilata e profonda l′idea dell′Intelligenza creatrice. È giusto che del paro vengasi ampliando nelle menti cristiane il concetto della Creatura eletta da quella Intelligenza con l′atto più potente a strumento dell′opera più alta e misteriosa. Soave agli umili, ai semplici, a tutti i dolenti, il nome di Maria sia razionalmente magnificato negli intelletti che aspirano a un concetto insieme cristiano e moderno dell′Universo. Rendano essi a Maria un culto degno di Lei che gioì di sentirsi grande in Dio e profetando beata, immemore dei venturi dolori, udì proclamare dal mondo la beatitudine sua, parlò dei potenti col regale linguaggio di chi sovr′essi, per virtù divina, è potente.

Approfondiscano il mistero della Sua Maternità verginale, simbolo di oscuri quotidiani connubi delle anime caste con Dio, generatori di verità, di bontà, di bellezza; approfondiscano il mistero del Suo dolore che ogni dolore immeritato consola; pensino la grandezza dell′essere suo Splendente nel Consiglio divino ab etemo ed elaborato nei secoli; ricordino la dolce missione di amore che le affidò morendo Gesù; considerino infine come la glorificazione religiosa della femminilità spirituale nello spirito squisitamente femminile di Maria bene si contrapponga, nel nostro tempo, sì a un′arte regressiva che abbassando la donna guasta, nella evoluzione sociale, l′equilibrio delle forze, sì a dottrine d′innaturali eguaglianze onde si appaga una miope ambizione femminile disconoscendo femminili eccellenze che Natura pose.

Vinum non habent

Maria, il banchetto della nostra vita è triste. Vi sono imbanditi i cibi gravi di politica e di scienza, manca un liquore che ricrei lo spirito di quella ilarità semplice e buona che va con la purezza del cuore e non allontana il vostro Figlio divino. Ridite, o Madre, a Lui la dolce, indulgente parola: Vinum non habent.

Alla mia penna.

O mia penna lucente e fine, quante membrute persone, al magico mio impero , passan per te! Invano riluttante viene la dama col suo sussiego e il sua strascico, protesta, si sdegna, si china, in te scivola e passa. Viene curiosa l′ancella, ride, teme, non vorrebbe, si china, in te scivola e passa. Viene il mio avversario, chiuso nel suo riserbo altero, accigliato mi guarda e, mentre apre a un sarcasmo la bocca, si china, in te scivola e passa. Viene l′elegante, viene il pezzente, viene il popolano, viene il gentiluomo, viene il codino, viene il progressista, viene l′ateo, viene il bigotto , ciascuno a un modo, gli piaccia o no, si china, in te scivola e passa. Ma il mio amore, il mio dolce, velato irriconoscibile amore, solo quando a lei talenta, sorridendo discende in te. Allora dietro al fruscio delle sue vesti fragranti , io stesso, o mia penna lucente e fine, mi chino, in te scivolo e .!

Indice:

Dell′epopea Nazionale Finnica

Un poeta perduto

Commemorazione dei soci usciti di vita nell′anno 1891 tenuta dal presidente dell′accademia nella tornata dell8 gennaio 1892 » 77 XXIX Luglio »       

Discorso in morte del re al Consiglio Comunale di Vicenza »

Per l′anniversario sinistro

Il mio primo maestro »

Discorso pronunciato ai funerali di Fedele Lampertico quale rappresentante del Senato

Commemorazione di G. Verdi pronunciata nel Senato nel Regno »

In morte di Emilio Zola

In morte di Giuseppe Giacosa

Commemorazione di Bernardo Morsolin, letta al Reale Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti il 21 Dicembre 1902

Parole in commemorazione di Teodoro Mommsen pronunciate al R. Istituto Veneto

 Una visita a Monsignore Scalabrini

Per l′inaugurazione del monumento ad A. Rossi in Schio

Il bibliotecario di S. R. C »

Il P. Cesari »

Pensiero su Cimarosa

Un pensiero su Parini

A Silvio Pellico

Discorso per gli operai emigranti

Per lo scoprimento di una lapide commemorante il cinquantesimo anniversario della istituzione degli Asili di Carità per linfanzia in Vicenza

X Giugno

Malombra. Préface

La inchiesta sul Quo Vadis

Asti e gli Alfieri nei ricordi di Villa S. Martino

 Leggenda

Apologo

 Preghiera per gli equipaggi della Regia Marina da Guerra

Sul Congresso delle Religioni

Parole pronunciate al Senato del Regno nella tornata del 2 Luglio 1904.

Il campanile di S. Marco

A Torino

A Como

Pensieri

La Madonna del Cimone

Vinum non habent

Alla mia penna

Note

[1] schifo: piccola imbarcazione

[2] suksi: sci

[3] Kalervo e Kullervo sono lo stesso pesonaggio

[4] aitte: casette di legno

[5] F. Saggini. Versi raccolti e pubblicati da Q. Ranella. Padova, Prosperini, 1872.

[6] S. Rumor. D. Giuseppe Fogazzaro. La sua vita e il suo fempo. — Vicenza, 1902.

[7] Pronunciato in Cremona, presente Monsignore Bonomelli

[8] Festeggiandosi in Vicenza il 50° anniversario della battaglia combattutavi il 10 giugno 1848.

[9] Scritta per il Figaro che pubblicò nel 1898 la traduzione di Malombra.

[10] Dopo lincendio che vi distrusse, nel 1899, le sale della Esposizione elettrica, tosto riedificate, con ammirevole slancio di concordi volontà, dal Comune e dai cittadini.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 02 novembre 2012