Antonio Fogazzaro

 Dell′avvenire del romanzo in Italia

Memoria presentata all′Accademia olimpica di Vicenza

nel 1872

Edizione di riferimento: Antonio Fogazzaro Dell′avvenire del romanzo in Italia, Prefazione di Piero Nardi, Ermes Jacchìa Editore in Vicenza 1928. Memoria presentata all′Accademia Olimpica di Vicenza.

Prefazione di Piero Nardi

Giudicare dei prodotti dell′arte al lume delle intenzioni dell′artista può essere buon metodo critico. Spesso è il solo e il più sicuro. Si capisce pertanto la fortuna singolare di scritti anche esigui od occasionali, in cui gli artisti abbiano parlato, da critici, o comunque da teorici e sotto una specie più o meno apertamente programmatica, di sè e dell′opera propria. Si vuol rimettere in discussione il valore del romanzo balzachiano? Si parte dall′Avant - Propos a La comédie humaine. Si vuol rifare il processo a Victor Hugo e magari anche alla scuola romantica? Si pigliano le mosse dalla Préface al Cromwell. Si vuol rendersi esatto conto del portato dell′arte verghiana? Si riproducono le pagine introduttive a L′amante di Gramigna, la lettera al Paola sul ciclo I vinti, e la prefazione a I Malavoglia.

Quanti si occupano del Fogazzaro citano spesso la Préface alla prima traduzione francese di Malombra; ma pochi, e solo di fuga, ricordano il discorso Dell′avvenire del romanzo in Italia, tenuto all′Accademia Olimpica di Vicenza nel 1872, e in cui il Fogazzaro, pur non potendo ancora parlare di sè come romanziere, traccia un programma al quale si mantenne di poi fedele quasi interamente, salvo cioè qualche modificazione registrata nella Préface a Malombra.

Ben diretto nelle sue punte polemiche, così da non apparire invecchiato ne′ confronti con l′estetica odierna - si vedano gli accenni alla distinzione arbitraria tra forma e contenuto all′indipendenza dell′arte dalla morale, alla superiorità della fantasia e al posto da farsi alla imitazione dei modelli artistici o del vero - il discorso dovette sembrare, specie per quanto si riferiva alla possibilità di rinnovamento del romanzo italiano per via del regionalismo e alla questione della lingua, assai moderno in tempi in cui Nedda (1874) non era ancor apparsa sull′orizzonte letterario, ad annunciare la così detta nuova maniera verghiana, e con questa l′avvento del nostro naturalismo. Per noi a ogni modo, esso resta sopra tutto, insieme con la Préface a Malombra, testimonianza preziosa de′ precedenti intenzionali del romanzo fogazzariano, non tanto in sede filosofica, che allora soccorrerebbero anche molte pagine delle Ascensioni amane e dei Discorsi, quanto in sede strettamente estetica.

« L′esame profondo di se stesso e dell′oscuro dramma che le passioni e i casi svolgono nel mistero di ogni anima, l′esame acuto di coloro tra i quali vive, basteranno a fornire al romanziere la parte più difficile della scienza »: simili parole preannunziano l′intera produzione narrativa che va da Malombra, a Leila.» se è vero che in essa un bene inteso realismo entra a sostegno del vantato, o criticato, spiritualismo fogazzariano. E leggendo, a proposito di codesto realismo, che « la rappresentazione esatta del vero senza scelta e senza traccia di originalità... è la negazione dell′arte », e più sotto: « dettino al romanziere la fantasia, l′affetto e il vivo sentimento del bello, nè s′attenti egli mai di piegarli ad una tesi suggerita o freddamente preconcetta », ci rendiamo sufficientemente conto delle difficoltà contro le quali il Fogazzaro dovette combattere di poi, coscientemente, e non sempre vittoriosamente, per trasfigurare nel sopra mondo dell′arte il proprio materiale d′osservazione, senza che andasse perduta pel lettore l′illusione di trovarsi tuttavia al cospetto del nostro basso mondo comune, o per far sì che tesi religiose, morali, politiche, non si tradissero mai come portate dall′esterno, ma potessero ricavarsi a posteriori come qualche cosa di insito nella logica delle passioni umane e delle umane vicende. Il giusto contemperamento tra « convenzionalismo e realismo » in materia di lingua, vagheggiato nel discorso, doveva cedere il luogo.

Ben diretto nelle sue punte polemiche, così da non apparire invecchiato ne′ confronti con l′estetica odierna - si vedano gli accenni alla distinzione arbitraria tra forma e contenuto» all′indipendenza dell′arte dalla morale, alla superiorità della fantasia e al posto da farsi alla imitazione dei modelli artistici o del vero - il discorso dovette sembrare, specie per quanto si riferiva alla possibilità di rinnovamento del romanzo italiano per via del regionalismo e alla questione della lingua, assai moderno in tempi in cui Nedda (1874) non era ancor apparsa sull′orizzonte letterario, ad annunciare la così detta nuova maniera verghiana, e con questa l′avvento del nostro naturalismo. Per noi a ogni modo, esso resta sopra tutto, insieme con la Préface a Malombra, testimonianza preziosa de′ precedenti intenzionali del romanzo fogazzariano, non tanto in sede filosofica, che allora soccorrerebbero anche molte pagine delle Ascensioni amane e dei Discorsi, quanto in sede strettamente estetica.

« L′ esame profondo di se stesso e dell′oscuro dramma che le passioni e i casi svolgono nel mistero di ogni anima, l′esame acuto di coloro tra i quali vive, basteranno a fornire al romanziere. la parte piò difficile della scienza » e simili parole preannunziano l′intera produzione narrativa che va da Malombra, a Leila.» se è vero che in essa un bene inteso realismo entra a sostegno del vantato, o criticato, spiritualismo fogazzariano. E leggendo, a proposito di codesto realismo, che « la rappresentazione esatta del vero senza scelta e senza traccia di originalità... è la negazione dell′arte », e più sotto: « dettino al romanziere la fantasia, l′affetto e il vivo sentimento del bello, nè si attenti egli mai di piegarli ad una tesi suggerita o freddamente preconcetta », ci rendiamo sufficientemente conto delle difficoltà contro le quali il Fogazzaro dovette combattere di poi, coscientemente, e non sempre vittoriosamente, per trasfigurare nel sopra mondo dell′arte il proprio materiale d′osservazione, senza che andasse perduta pel lettore l′illusione di trovarsi tuttavia al cospetto del nostro basso mondo comune, o per far sì che tesi religiose, morali, politiche, non si tradissero mai come portate dall′esterno, ma potessero ricavarsi a posteriori come qualche cosa di insito nella logica delle passioni umane e delle umane vicende. Il giusto contemperamento tra « convenzionalismo e realismo » in materia di lingua, vagheggiato nel discorso, doveva cedere il luogo, è vero, così nell′asserto teorico della Préface a Malombra come nella pratica dell′arte, alla disposizione a far posto anche al puro dialetto; ma è chiaro che questo della lingua, già affrontato dai naturalisti francesi, e che doveva costituire l′assillo e la gloria di quelli nostrani, era anche pel Fogazzaro problema di capitale importanza, come quello che toccava le radici del fatto espressivo: e ciò fin dal ′72, fin dai tempi cioè in cui il maggior teorico del naturalismo nostro, il Capuana, ne faceva ancora soltanto una specie di questione collaterale a quella dell′impersonalità in arte. In fine: le finissime cose dette nel discorso a proposito del « lepore manzoniano », e del comico qual è nel « carattere dello spirito italiano » e quale si rivela nel « linguaggio parlato », e dell′humour inglese, aprono una via agevole per giungere fino alla sorgente e per comprendere la natura del particolare riso, che ha fatto del Fogazzaro un grande umorista per riconoscimento quasi unanime.

Discorso degno di considerazione, adunque, e pur così poco ricordato, forse perchè non più edito dopo la prima stampa negli Atti dell′ Accademia Olimpica di Vicenza di quel lontano 1872. Il Fogazzaro e gli editori di lui, che pur raccolsero, in Minime e in Ultime, cose e cosette anche insignificanti, non ne fecero alcun conto. È, sì, ricordato, nella monumentale bibliografia del Rumor (A. F., Milano, Baldini e Castoldi, 1912, pp. 89-90), e Tommaso Gallarati Scotti ha sì osservato, nella sua Vita di A. F.t « C′è uno studio pochissimo noto di lui e, ignoro per quali motivi, non ripubblicato: Dell′avvenire del romanzo in Italia, scritto quando Malombra si moveva appena nella sua fantasia, in cui sono già nettamente delineate le convinzioni con le quali si voleva mettere al lavoro e i capisaldi intorno ai quali si sarebbe svolta per quarant′anni la sua opera letteraria ». Ma l′indicazione bibliografica non richiamò molto interesse, e le parole dello Scotti non tentarono prima d′oggi alcun editore.

Il pensiero filosofico del Fogazzaro è stato anche troppo illuminato da biografi e critici. Ora sarebbe tempo che l′indagine si volgesse alle qualità dell′artista. E può esser utile, mi sembra, cominciare da un attento esame del documento in parola, il quale se appar qua e là un tantino involuto, per manifesto desiderio di aristocrazia espressiva e per peculiarità di stile, che tradiscono lo scrittore formantesi sulle letterature nordiche, specie sulla inglese e sulla tedesca, è tuttavia riscaldato da una decisa, anche se non confessata, vocazione all′arte. Alla quale vocazione dobbiamo molto e molto di più, in risultati, che non all′altra, di riformatore e di agitatore di idee, onde il Fogazzaro ebbe tanta voga ai suoi tempi e sembra oggi così lontano e dimenticato.

Ecco perchè, all′amico editore che voleva un consiglio sull′opportunità di questa ristampa, ho risposto subito affermativamente; e ho accolto volentieri l′invito a scrivere questa prefazione.

PIERO NARDI

Venezia, 21 Settembre 1927.

Dell′avvenire del romanzo in Italia

Uno spirito nuovo e prepotente afferra il governo delle cose umane. Una filosofia che con umiltà astuta preferisce le grucce alle ali, soggioga poco a poco la terra mentre le altre spaziano nel cielo splendido ed infecondo; una morale amabile niente affatto logora dai digiuni e dalle vigilie, sorride davanti agli -uomini delle sue rivali maleducate e li conduce al bene con due cifre e due carezze? fa scienza della ricchezza passa dalla scuola al Parlamento, dal libro al potere; le industrie, i commerci ottengono patenti di nobiltà; si studiano molto meno d′una volta il latino, il greco, la logica, la metafisica, s′impara molto più a leggere. La poesia si ritrae lentamente da questo paese nemico patteggiando di tempo in tempo malfide alleanze per salvare il poco che le rimane.

Ecco, Signori, una cattiva fotografia dell′epoca nostra che a ciascuno di noi passò per le mani e di cui moltissimi si sono rallegrati o sdegnati, secondo la tempra dell′animo, le opinioni, gli amori; pochi forse hanno pensato che i colori del vero vi erano negletti o mentiti, e che quand′anche non vi si notasse vizio di lenti, sarebbe tuttavia un′apparenza, un gioco mutabile d′ombra e di luce, la buccia estrema delle cose, di cui son fatti, secondo un antico poeta, i tenui fantasmi che ci turbano il sonno. Il vento può corrugare a ritroso le acque de′ fiumi? ma, benché non paja, esse, scendono oggi, come jeri, come domani, come sempre. Una nuova dottrina filosofica può prevalere un giorno nelle scuole, nella stampa, nei circoli dove fra il thè e la politica si parla dell′ultimo libro e dell′ultimo quadro; ma in fondo al cuore umano passa sempre la corrente dei misteriosi istinti e delle appassionate credenze che non obbediscono nè obbediranno mai alla induzione nè al sillogismo.

Alla voce della poesia può mancar lena un giorno; essa lotta allora indarno col tumulto delle agitazioni politiche o coi mille clamori della vita operosa e gaudente; qualcuno dice: « udite, noi andiamo avanti e ci allontaniamo da lei ». Ma domani tra le miriadi di verseggiatori che ogni sole suscita e dissecca si leva l′ingegno; questa generazione pratica, positiva, affaccendata ristà; ode limpida e potente davanti a sè quella voce che si credeva svanita alle spalle, la saluta con gioja e sente quasi corrersi dentro un fremito d′orgoglio per avere anch′essa portato in seno un poeta.

Certo le forme dell′arte cadono, il tempo le sciupa. Come è vano temere che il sentimento poetico soccomba allo spirito positivo del nostro secolo, così è vano credere che la sua espressione in parte non muti.

Vi è un libro, Signori, che ha ammaliata la prima volta la nostra fanciullezza col fascino irresistibile del divieto. Noi lo abbiamo divorato nelle notti insonni con ansia febbrile come se ci venisse incontro il soffio di quel mondo sconosciuto che indarno ci si dipingeva infido e pauroso. Abbiamo allora osato ed abusato del libro? ma se lo riprendemmo più tardi tra gli studj severi e le cure moleste della vita, vi trovammo talvolta come un riposo dal quale più accesi d′ogni grandezza, più abborrenti da ogni viltà, commossi, quasi impazienti tornammo alla lotta quotidiana.

Non è luogo dove il libro non penetri. Maestro di tutte le seduzioni, possiede tutte le maschere, parla tutti i linguaggi, da quello dei gentiluomini a quello del trivio» Si cela con sorriso procace tra due testi di scuola, si ostenta compunto e pudibondo tra due manuali di ascetica. Sa con quali grossolane malizie nascondersi sotto il grembiale della crestaja [1]; sa con quali sottilissime essenze di fiori e di veleni stimolare i nervi delicati della signora elegante. Ma talvolta ei ci si fa incontro a viso aperto e con parola onesta, generosa, ispirata ci dice: « eccomi, sono il poema moderno, il libro dei grandi e dei piccini, sono il Romanzo ».

Questa forma dell′arte tenne altra volta il campo con fortuna, riflettè la fede ingenua ed ardente, la curiosità puerile, la raffinatezza del sentimento nel medio evo; riflettè, sulla fine di questo, il risorgere del genio antico, la ribellione de sensi allo spirito, l′aura invadente di quel gajo scetticismo che non osando ancora irridere al dogma si teneva pago di menar vita sciolta a sua posta.

Essa è la espressione prevalente del sentimento poetico nel nostro tempo. Dalla rivoluzione francese in qua la democrazia vittoriosa ha molto ristretti i confini dell′ignoranza assoluta. Volghi scarsi di sapere, ricchi di passioni e di fan tasia si affollano avidamente intorno al romanziere come le plebi elleniche intorno ai rapsodi. Il ceto medio si è fatto denso e potente. Vi abbonda l′istruzione, vi scarseggia la coltura fine ed elevata, il senso squisito dell′ arte. Pochi hanno famigliarità colle veneri secrete del verso ; si cerca l′emozione poetica al di fuori delle forme tecniche e del linguaggio armonioso, dignitoso, elegante, che è forse ancora, Dio noi voglia, un′aristocrazia. L′epica, la lirica, la satira si trovano intrecciate nel romanzo e soccorse dati′ artificio acuto che punge lievemente dapprima i lettori di curiosità, li ferisce poi, penetra loro sino alle viscere e trae da′ piè volgari quel palpito onde son levati sino all′altezza dell′arte.

Inoltre, Signori, c′è un movimento psicologico che ci governa ed ispira in gran parte la foga degli scrittori e dei lettori di romanzi; movimento non disgiunto mai dalla natura umana, ma neppur mai, come ora, manifesto ed efficace. Il nostro tempo è posseduto dalla passione di ritrarsi e vedersi ritratto. La civiltà progrediente ha steso sulla vita individuale un velo uniforme. È intenso il desiderio di sollevarlo onde indagare il nascoso agitarsi delle passioni, le singolarità dei caratteri che per apparir meno alla superficie non possono tuttavia essere in fondo meno spiccate. Il principio d′eguaglianza ha ravvicinate le classi sociali, ha accresciuto l′interesse che si portano a vicenda benché non sempre fraterno; esse si studiano con guardo affettuoso o minaccioso ma pur si studiano; nè poco giova loro a questo il romanzo. C′è di più; il libero esame, lo spirito filosofico e scientifico hanno portato dovunque la sfida e la lotta, tutto ci oscilla e ci ruina intorno. Mentre lo scienziato studia con ardore la cellula embrionale che dal fondo dell′oceano gli promette il segreto degli organismi viventi, il pensatore studia con calma come sovr′altri flutti si comporti l′anima umana, magno deprensa navis in mari, vesanienie vento.

Il suo studio non è meno alto, e coloro i quali non riconoscendo i nuovi orizzonti si domandano dove siamo e dove ci portano le correnti, meglio forse che dagli annuarj della scienza e dai pazienti lavori della statistica possono apprenderlo dalle pagine attraenti in cui un robusto ingegno riproduce i suoi contemporanei e sè stesso; in cui l′osservazione psicologica negletta o respinta dalla scienza, ritorna come un bisogno imperioso dello spirito umano.

Tocca dunque, Signori, alla letteratura moderna un ufficio molto grave ed alto. Vuole questo ufficio tese tutte le corde dell′ingegno e dell′arte; e vuole nello scrittore animo degno di usar la potenza che gli dona. Non già, come dirò più tardi, che ogni sua invenzione debba necessariamente dimostrare una tesi religiosa, morale, economica; ma quella sede da cui egli ritrae uomini e cose dev′essere alta, riposata, nella piena luce del giorno; cosicché il suo giudizio sia fermo e lumi ed ombre gli appaiano dove nella vita li segna veramente il sole.

Dovunque intorno a noi le lettere risposero ampiamente al desiderio dei tempi. In Francia la vecchia furia nazionale ruppe i confini. Non ripeterò gli anatemi tante volte fulminati dagli Italiani contro il romanzo francese, sterili al paro di tutti gli anatemi. Lo si maledisse come il bevitore d′assenzio maledice alla sua passione tra un calice e laltro. Sarebbe stato più degno tacersi, studiare le armi del nemico, apprendere da lui l′artificio incomparabile del raccontare. Così non è utile nè giusto colpire il romanzo francese con una sola sentenza. Vi sovrabbondano certo il falso, il volgare, il disonesto; ma anche recentemente accanto alle basse aberrazioni della scuola realista vi si crearono modelli imitabili di grazia, di finezza, di spirito, di energia in cui il sentimento morale va del paro coll′arte.

Lo spirito germanico tardò alquanto a comprendere la divinazione di Goethe che chiamò il romanzo l′epopea moderna. Forse il Werther e le Affinità, splendidi e terribili esempj del maestro, sgomentarono i discepoli. Ma al fine la parola fruttificò abbondantemente come dovea in un popolo serio, ingenuo, entusiasta. Filosofia, politica, scienza, tutto si volle illuminare collo splendore dell′epopea moderna; A tanto zelo neppure la teoria di Darwin potè sfuggire e fu imprigionata nei cinque volumi d′un romanzo. Ma queste esagerazioni, la prolissità conscienziosa, l′arguzia pesante che offendono sovente nelle narrazioni tedesche non valgono ad oscurarvi la profondità dell′osservazione interna, la freschezza dell′affetto, la pittura scrupolosa del vero cui un vivo sentimento personale salva sempre dal realismo» I romanzieri tedeschi sono tutti sulla breccia. Una gaja e grottesca folla passa forse ancora davanti alla lanterna magica di Fritz Reuter; altre figure ideali ed appassionate si aggruppano nella fantasia di Berthold Auerbach; la vena di fine poesia che sprizza e brilla ovunque tocca non è ancora inaridita nella penna di Gustavo Freytag. Potrei citare un′altra plejade di romanzieri tedeschi nel vigore dell′età e dell′ingegno cui non basta il loro paese poiché taluno predilige l′Italia per scena delle sue immaginazioni.

In Inghilterra il romanzo ha radici salde e profonde negli scrittori del secolo XVIII, i quali si rannodano agli scrittori presenti meglio dello Scott, grandemente ammirato e poco imitato.

Il popolo pratico, operoso per eccellenza, che occupa nei negozj pubblici il poco tempo concessogli dai privati, prova necessariamente più intenso il bisogno del romanzo. Al di fuori delle pareti domestiche la vita è un affare, business? la poesia ne è sbandita con inflessibile rigore di logica; ma delle nebbie nemiche ella si rifà in un asilo propizio, nell′home inglese dove è condensato un calore d′affetto e un profumo di sentimento troppo rari presso di noi che cerchiamo più volentieri e troviamo più facilmente la poesia fuori di casa. Il libro più letto in Inghilterra dopo la Bibbia è il romanzo, nè mai si apre la season senza che l′uno o l′altro degli scrittori più celebrati scenda nella lizza. Il romanzo inglese sa d′essere il libro delle famiglie; parla un linguaggio semplice e puritano, racconta i casi quasi sempre volgari del vicinato, ha gran cura dell′economia domestica, s′intenerisce nelle intime effusioni e, convien pur dirlo, la sua coscienza serena gli permette di sonnecchiare talvolta accanto al fuoco. Questa è l′ispirazione che governa la massima parte de′ suoi volumi innumerevoli; ma vibrano ancora le corde del riso e del pianto che due umoristi immortali, Dickens e Thackeray hanno appena cessato di toccare; dopo Bulwer, le grandi passioni e le grandi intelligenze hanno trovato i loro posti in Disraeli e nell′autrice di Jane Eyre; Collins, Reade, M.r.s. "Wood sanno come si affascinano i lettori.

Ora che fa l′arte italiana? Noi espiamo, Signori, quel tempo in cui la novella italiana, corruttrice elegante, passava le Alpi, passava la Manica, s′aggirava per le Corti ridendo forte coi cavalieri, sussurrando le sue malizie all′orecchio delle dame e portava alto in Francia, in Ispagna, in Inghilterra il nome e il dolce idioma della Penisola» Gli angusti limiti di un discorso non mi consentono di pigliare ad esame la produzione nazionale moderna dicendo cose d′altra parte a tutti note. Certo oggi sono i romanzi stranieri e spesso i peggiori che passano le Alpi. Non ci basta, dunque, possedere un capolavoro insuperato, alcuni buoni romanzi storici e parecchie novelle pregevoli. La discendenza diretta dei Promessi Sposi si estinse alla seconda generazione; il Guerrazzi non ha superato il suo Assedio di Firenze; quei romanzi storici che ci passano ancora davanti sono quasi sempre ombre senza vita.

Il posto del romanzo contemporaneo psicologico e sociale è vuoto; intendo quel posto che spetta all′arte matura e robusta. Molti tentano salirvi, qualcuno vi si avvicina e la folla applaude un momento ma è già ricaduto. Non crediate, Signori, a chi vi dice che oggi gl′Italiani tengono in dispregio le cose proprie. C′è invece in Italia per quanto riguarda l′arte nazionale un desiderio vivissimo di ammirare; si spia con avida curiosità l′apparire dell′ingegno, si prodiga la lode, si aspira alla indipendenza letteraria pressoché quanto alla economica. Vedete gli sforzi che si fanno per emancipare il teatro e con qual favore sono accolti i nostri giovani autori drammatici. Facilmente chiamiamo buoni i mediocri, ma che un′opera magistrale passi oggi ignorata o poco curata in Italia, non è possibile.

Se è vero che il romanzo è la forma prevalente del sentimento poetico nel nostro tempo, la povertà dell′arte italiana è ben grave. È duro dover chiedere agli stranieri il pane quotidiano, poco adatto al nostro palato, anche quando non è affatto insalubre, mentre potremmo assai bene provvedere a noi col nostro. Infatti, o Signori, dai fianchi giganteschi delle nostre montagne ai lidi poetici dei nostri mari, quante scene incomparabili non ci profuse la natura da collocarvi ogni sorta di fantasie dalle più austere, alle più ridenti Senza un appoggio autorevole, non avrei forse osato dirvi perchè principalmente io ascriva questa a gran ventura degli scrittori che verranno. In prosa ed in verso si è magnificata da secoli la terra della bellezza, si spesero tesori in epiteti, s′è inchiodato dalle Alpi a Spartivento un perpetuo padiglione azzurro con un sole nel mezzo, temo, di carta dorata, si sono moltiplicati prodigiosamente gli ulivi, gli aranci ed i lauri dei quali ùltimi veramente s′è fatto gran consumo. Ma il vero? Non foss′altro per rispetto, a Giacomo Leopardi, non accetto intera la sentenza del Tommaseo che nessun paese d′Italia sia stato ritratto dai più lodati poeti e da′ più validi prosatori italiani se non in qualche inciso del Manzoni ed in qualche verso di Dante; certo però ben pochi guardarono la nostra natura o stimarono poterne riprodurre le ingenue bellezze senza affibbiare loro un certo manto uniforme di cerimonia; Qual tesoro di pitture nuove e mirabili se i romanzieri impareranno ad amare il vero sentirlo e ri trarlo, salve sempre le ragioni dell′arte !

Abbiamo inoltre in Italia una ricchissima natura umana. Abbiamo la passione rapida ed impetuosa, la passione tenace e profonda. Abbiamo distinti quasi per regioni il buon senso posato, lo spirito scintillante, il sentimento irresistibile, come tutti i tipi della bellezza femminile, dalla veneziana bionda e molle alla siciliana bruna e focosa. In fondo a questi occhi neri od azzurri lo stesso fascino, e sta sotto queste varietà morali lo stesso carattere nazionale tema d′osservazione e di studio utile alla cosa pubblica per lo meno quanto lo studio ormai sì diffuso delle leggi straniere. Vorremmo noi dire che pel romanzo ci manchi la speciale facoltà dell′ingegno? Sarebbe ingratitudine a Dio, offesa ad un genio vivente e in ogni modo, la discolpa dei fiacchi. Non è dunque colla natura che dobbiamo querelarci[2] della nostra inferiorità.

In un romanzo famoso, scritto in inglese dal nostro compatriotta Ruffini, il protagonista, l′italiano Antonio, si trova un giorno a fronte di un ufficiale inglese fratello di Miss Lucy, la sua innamorata. Lo straniero è colossale, intrepido, sdegnoso quasi nell′orgoglio della sua nazione, della sua nobiltà, della sua forza. L′uomo che gli sta davanti è di media statura, popolano, figlio di una terra schiava, ma ha muscoli d′accia}o, sangue leonino; si vede ne′ suoi occhi lampeggianti, nel viso pallido, nelle labbra serrate che se quei due si misureranno insieme, la lotta sarà fiera e terribile ma l′italiano getterà l′altro nella polvere» Così nella pacifica lotta intellettuale noi avremo il disopra sugli stranieri se vi porteremo come l′eroe di Ruffini, una grande passione, l′amore dell′ arte»

Ora l′arte del romanziere non è, credo, intesa bene in Italia. Non ne è inteso l′alto ufficio, non ne è intesa la difficile scuola. Non parlo di coloro che ne fanno un vile mestiere, adulando a buon mercato i peggiori istinti delle moltitudini: è lebbra d′ogni paese. Coloro che tentano il romanzo con rettitudine di propositi, pensano in buona fede trattarsi di letteratura leggera. O sono letterati serj, e per un sacro orrore della leggerezza si fanno pesanti quanto è possibile; o sono dilettanti, e godono di mettersi in cammino leggerissimi, null altro recando seco che certa vivezza d′ingegno e di sentimento» Nulla, è loro più facile del romanzo se non forse il dramma in cinque atti. Il vero è che il romanzo appartiene alla letteratura leggera riguardo ai lettori, non agli scrittori. Quante assidue fatiche, quanti travagli di mare, quante tempeste perchè una tazza di caffè fragrante ci avvivi un momento il cervello affaticato! Il romanziere deve stentare e sudare sul libro della natura e dell′arte, del sapere e della vita perchè nelle sue narrazioni più semplici si senta la finezza, s′indovini la potenza dell′artista. Egli cerca talora e trova spesso sul suo cammino i maggiori problemi che agitino l′umanità. Nulla gli vale allora portare la scienza come un peso inerte di fatti e di opinioni altrui. Ora filosofo, ora moralista, ora giureconsulto, è la sapienza ch′egli deve cercare attraverso la scienza perchè ha ufficio di giudice. Ma guai se il sapere gl′impaccia la fantasia, se gli turba la ingenua vena dell′affetto! Il romanzo moderno si è giustamente paragonato a certi volti femminili di Leonardo che spirano grazia e candore ineffabile; e solo se li contempli a lungo scopri loro in fondo allo sguardo una espressione strana, un lume nascosto di pensiero e di esperienza che ti penetra nell′anima e ti lega, fascino indicibile, alla loro bellezza.

I nostri letterati studiano troppo esclusivamente sui libri. La vita, per vecchia sentenza, è una grande maestra. Massimo d′Azeglio lasciò scritto il suo dispregio dei romanzieri francesi che riescono eccellenti nel ritrarre la gente viziosa e quelle orgie che jeri forse lasciarono e cui sono impazienti di ritornare domani.

Ma la vita non è tutta qui! Quale brioso fine ed amabile raccontatore non è l′autore de′ Miei Ricordi, come gli si è fusa nel sangue la scienza degli uomini e la sostanza dei libri pochi e valenti che ha letti! Certo il nobilissimo ingegno ma più ancora la vita avventurosa e diversa ha fatto il grande scrittore che sapeva pigliare i pennelli quando la penna non era necessaria e pigliare la spada quando la penna non bastava più. Nessuno, Signori, sa raccontare con maggiore grazia di quei vecchi forniti d′ingegno e di studj, cui la nascita o la fortuna hanno fatto vivere nelle alte regioni sociali, tra le più fini eleganze e gli spiriti più elevati, attori sempre nelle vicende gravi del loro paese. Non impara per verità a conoscere la vita chi vuole. Presso alcuni la intuizione supplisce in parte alla esperienza; ad altri la più lunga esperienza poco giova; pare non sarà mai concesso al romanziere sottrarsi interamente allo studio del vero. Non gli è necessario pigliare quest′ufficio troppo sul serio e mescolarsi a tutti gli intrighi della tragicommedia umana. L′esame profondo di sè stesso e dell′oscuro dramma che le passioni ed i casi svolgono nel mistero di ogni anima, lesame acuto di coloro tra i quali vive basteranno a fornirgli la parte più difficile della scienza. Per la restante osservazione gli basterà usare a proposito una tendenza nazionale derisa a buon dritto e stigmatizzata nei suoi eccessi, ma innata a′ temperamenti artistici ed utile entro certi confini all′arte, intendo del dolce far niente italiano. Dopo avere inesorabilmente esclusi dal tempio dell′arte gli irriverenti che vogliono entrarvi senza fatica, si potrebbe volgersi a quei letterati i quali si seppelliscono nelle biblioteche per darci poi romanzi senza sangue e senza calore e ripeter loro l′acuta parola dell′oratore Crasso. Costui, rampognando in foro un avversario di occuparsi troppo nella sua professione, gli chiedeva quando intenderebbe a′ negozi pubblici, quando ai suoi, quando a quelli degli amici ed esclamava infine con crescente sdegno : « Quando denique nihil ages? ».

Ma, si risponde, bisogna apprendere il segreto del bello scrivere» Senza la forma qui non si viene in fama e all′arte sola della forma è breve la vita dell′ uomo. Bisogna leggere, rileggere, postillare una serie infinita di scrittori, uggiosi talvolta sì ma perfetti maestri del dire forbito; bisogna conoscere appuntino quanto si è stampato intorno alla vita ed alle opere loro. Bisogna vagliare ogni nostra parola, ogni frase al loro staccio[3] finissimo e non s′è mai finito di purgarci del loto straniero e provinciale. Se si è seguaci del Manzoni non si sfugge per questo allo studio degli scrittori ma ci è anche d′uopo cogliere sulle labbra del felice popolo di Toscana le grazie vive della favella, empirne il portafogli, ordinarle, classificarle. È vero che il male di quegli scrittori uggiosi ci si attacca, che le grazie vive della favella muojono tosto sulle nostre pagine come le farfalle infilzate sullo spillo del naturalista; è vero che pochi ci leggono ma nessuno può negarci il pregio dello scriver bene.

Io non mi avventurerò, Signori, a parlarvi della questione della lingua, terreno infido dove accampano autorità sì grandi ch′è ben difficile passarvi incolumi tra la servilità e l′arroganza. Dirò soltanto, attenendomi in genere all′arte dello scrivere, che la distinzione tra la sostanza e la forma contraddice alle norme d′una sana critica letteraria. Nelle opere d′arte questa esercita impero sovra espressione e concetto indissolubilmente legati. Disgiungete, se è possibile, nella Venere Capitolina lalta visione della bellezza dell′opera perfetta dello scalpello. È forma? È concetto? È l′una e l′altra cosa insieme. Se offendete un atomo del marmo, ferite l′idea. Così avviene nei capolavori d′ogni arte. È vano dunque considerare la forma come la veste quando è invece la incarnazione del pensiero. Nettamente pensare, fortemente immaginare è la prima legge dello scriver bene, il primo elemento dello stile ossia della fisionomia propria che piglia il concetto nella mente d′un dato scrittore. Se i nostri son poco letti, avviene meno per colpa della lingua che per difetto di pensiero e di stile. Un acutissimo ingegno, il Bonghi, disse a questo proposito verità acerbe ed additò opportuni rimedj. Ma egli ha troppo leggermente ed indirettamente toccato d′unaltra qualità essenziale allo scrittore perfetto, del gusto. Non vi ha nell′arte sentimento complesso al pari di questo cui la natura, lo studio e l′esperienza hanno parte. Difficile a definirsi, io lo direi il senso squisito dell′armonia, lo stesso senso della eleganza signorile, aura circonfusa alla persona che invisibile ad occhio volgare, spira dall′abito, dal passo, dal gesto; il cui segreto è la intonazione del colore, la castigatezza della linea ed in ogni cosa un certo freno segreto, lo fren dell′arte.

Il gusto illumina il poeta (io metto i romanzieri tra′ poeti) dalla scelta del soggetto allo sviluppo delle parti, all′uso dei vocaboli e delle frasi, vengano dagli scrittori o dal popolo. Il romanziere di gusto non cadrà mai, per esempio, nell′errore di far tenere a′ suoi personaggi di qualunque provincia sieno un linguaggio prettamente toscano. Il suo orecchio fine sentirà la dissonanza. Ma non imiterà neppure chi mette loro in bocca come Walter Scott, Dickens e molti altri il puro dialetto della provincia. Il primo metodo ripugna alla verità, il secondo all′arte. Egli troverà modo di conservare il genio del dialetto senza servile riproduzione del vero, senza offendere l′orecchio e riuscire inintelligibile. Appunto questa media via tra il convenzionalismo ed il realismo non si può sicuramente tenere se non soccorre il gusto. Ma quali sono le sue leggi e dove si apprende? Queste leggi se fossero espresse e raccolte in un solo codice poco gioverebbe saperle a memoria.

Il gusto si apprende anzitutto sugli esemplari antichi. Ma, Signori, non è dei punti e delle virgole nè del modo di scrivere alcune desinenze e la lettera iniziale del verso che conviene occuparsi nello studio dei classici. Lasciamo queste ricerche alla filologia straniera. Ed alla erudizione straniera lasciamo i libri sul vero nome di Cinzia o di Lesbia, sulla medicina di Cicerone o fors′anche, chi sa, sulla gastronomia di Virgilio. Nè è buon partito cercare nel classici un magazzeno di frasi bell′e fatte, di similitudini, di descrizioni, antico vezzo in Italia e causa principale del poco amore, del poco rispetto portato al vero. È necessario addentrarsi quanto è possibile nel segreto di quei sommi, risalire al loro intimo pensiero, vederli studiare la natura, come i nostri giovani pittori di un tempo vedeano studiare gli artefici più valenti ed uscire lentamente dalla tela le figure immortali.

E dopo i classici conviene prendere conoscenza di alcune tra le letterature straniere. Non è da sgomentarsi delle tristi prove fatte da una scuola che ha scambiato lo stravagante, col nuovo, ha preso da Enrico Heine le bizzarrie, da Vittor Hugo le antitesi, ed ha ottenuto soltanto di guastare in Italia la riputazione dei grandi, poeti da lei malamente imitati. Neppure è da sgomentarsi dell′esempio di quei romanzieri italiani che ci imbandiscono romanzi storici alla Ponson du Ter- rail, nè sanno soverchiare i francesi nella pittura dell′amore colpevole se non accontentando tutti con invidiabile serenità, traditi, traditori, gli scrupoli del pubblico e la propria coscienza. Purché vi si porti il gusto ben educato, lo studio degli stranieri allarga le idee, insegna nuovi aspetti delle cose, pone in luce i nostri difetti e ci fa simili al viaggiatore che ha visti sapientemente, come Ulisse, molti costumi e molte città.

Un sommo Italiano ci fornisce l′esempio perfetto dello scrittore di gusto; ma poiché il gusto non s′impara di seconda mano, esso è venuto in Italia per difetto di buoni studj languendo. Così vi langue e si spegne con grandissimo danno del Romanzo un lume di cui brillano gli scritti dello stesso Italiano. Lo spirito di buona lega è ora rarissimo tra noi. Dietro a tanti scrittori che escono davanti al pubblico con abiti non fatti al loro dòsso e si agitano, declamano, piangono, ridono rumorosamente, appare solitario tra il benevolo e il malizioso, il sorriso di Alessandro Manzoni. Che possiamo contrapporre oggi alla verve, all′ humour degli stranieri? Lo spirito dei nostri giornali e delle nostre commedie è quasi sempre contraffazione italiana di moneta francese, moneta leggera, brillante e sonante che corre pressoché sola nelle sale più aristocratiche, nelle mani più delicate; ma non è nostra, e non fa per noi.

Lo spirito francese è come il prestigiatore delle parole. Le volta, le rivolta, le scambia, le accoppia un momento, le saetta con grazia a destra e a sinistra, le riprende in aria sempre sorridendo e senza scomporsi. In questo gioco lo spirito italiano gli è inferiore; esso prevale invece nel creare forme comiche cui gli giova, nei dialetti, l′accento, lo sguardo, il gusto vivace del nostro popolo. Della vena comica nazionale deve giovarsi il romanziere italiano. Condotta alla finezza che larte può dare ella si avvicina assai all′ humor inglese. Il comico bernesco è troppo realista, troppo spesso di cattivo gusto; ma noi possediamo un vecchio poema ammiratissimo dagli inglesi, tradotto in parte da Byron, ch′è un modello del genere. Parlando del Morgante Maggiore tralascio l′episodio di Margutte, splendida creazione in cui il Pulci agguaglia se non supera Rabelais. Quel riso che piglia Margutte, cresce a poco a poco, si fa irrefrenabile e gonfia il gigante sin ch′egli scoppia col fragore del tuono, quel riso sgangherato di un secolo scettico è morto. Vivono invece la comica efficacia delle pitture, la ingenuità finta, la gravità ironica del poeta, eccellente, come ogni umorista, anche nella espressione del patetico. Raffinando ed attenuando tuttavia l′umorismo del Pulci si giunge al lepore manzoniano ch′è ancora creazione di forme comiche ma così castigate e scelte, così vere e poco soggettive da cessar quasi d′esser umorismo. Poiché è tale il carattere dello spirito italiano, lo studino i romanzieri nel linguaggio parlato, nei pochi esempj della nostra letteratura e studino l′humour inglese senza paura d′offender il genio nazionale, come lo si offende colla imitazione dell′arguzia francese. Ci vorrà maggior nerbo di pensiero, ma si scriveranno libri da potersi rileggere ed assaporare meglio alla seconda lettura.

Qualcuno mi dice che ho toccato senza avvedermene di una tra le maggiori difficoltà che si oppongono allo sviluppo del Romanzo in Italia. Non solo lo spirito, ma i costumi, le abitudini, tutto è francese nella nostra società più eletta; dateci la società interamente italiana, avremo il romanzo. Vedete il romanzo storico che è lo specchio d′altri tempi. È il solo di cui possiamo trar vanto. A costoro si potrebbe rispondere che società e letteratura reagiscono l′una sull′altra a vicenda. Ma chi muove quella obiezione non sa vedere oltre le apparenze. Alcune forme sociali si possono ben prendere dagli stranieri, si possono imitare i francesi con maggior o minor garbo? svestire il carattere nazionale non si può. Così nel vino fatto con viti straniere sulle nostre colline si sentirà sempre quello che i francesi dicono j le goût du terroir, il carattere del terreno. Abbiamo anzitutto in Italia nelle classi inferiori costumi svariatissimi, ma anche i costumi dell′aristocrazia piemontese, veneziana, romana non appariscono grandemente diversi tra loro? E come potranno dirsi uniformemente francesi? Inoltre c′è una classe di romanzi senza patria che s′innalza allo studio dell′umanità nei suoi caratteri più generali e di questi non ne abbiamo alcuno che meriti d′essere ricordato, mentre nella cornice, ristretta a dir vero, della novella parecchi scrittori ci fornirono pregevoli pitture di costumi.

Possediamo, è vero, alcuni buoni romanzi storici ma è ben palese la loro origine. Un genio straordinario ci dà un capolavoro stretto di segreti legami ai romanzi dello Scott» Egli ha la fortuna di trovare tra la solita folla degli imitatori alcuni ingegni valenti e vengono al mondo Marco Visconti, Ettore Fieramosca, Nicolò de′ Lapi ed altri minori» Il sentimento nazionale ispira l′autore dell′Assedio di Firenze prima rivincita sullo straniero e il papato. Il romanzo storico fra noi fu l′opera di un uomo di genio e delle condizioni politiche. Poi langue anch′esso in Italia e fuori. Gli ha portato sventura l′anatema scagliato dal Manzoni col coraggio di Bruto Maggiore. L′esempio suo dimostra non doversi accettare il bando assoluto del romanzo storico, ma certo ei si confà meno degli altri all′indole del tempo che ama gli si parli di lui. Per me il migliore romanzo storico è il romanzo contemporaneo da cui i nostri posteri trarranno colla sana critica, molti e gravi elementi del loro giudizio su noi.

Poiché ho toccato dei nostri novellieri, permettetemi di ricordare con un esempio la contessa Percoto nei cui quadretti friulani c′ è tanta poesia, tanto colore locale e sovente tanta finezza d′analisi. S′ella volesse uscire dai modesti confini della novella restando pure nel suo genere intimo ed affettuoso, potrebbe emulare le illustri donne straniere i cui romanzi sono poemi della vita popolare e domestica vivificata da un alito di poesia tutta femminile. Dall′autrice della Capanna dello zio Tom a Federica Bremer, alla donna che si nasconde sotto lo pseudonimo di Fernan Caballero, quante non hanno ricamata questa tela modesta! Seguano il loro esempio le donne italiane cui basta il cuore e l′ingegno; diffidino del verso che conduce ad atteggiamenti troppo scenici, a voci troppo sonore ed imbarazza la loro grazia capricciosa in una rete di sillabe, d′accenti, di rime; lascino stare le grandi questioni filosofiche e sociali di cui si occupano anche troppo gli uomini. Raccontino la famiglia, la natura e l′amore, ma serbandosi donne nella fine osservazione, nel giudicare coll'istinto, nelle emozioni facili e persino nei colpi di spillo bene aggiustati. Anche se la nostra vanità ne è punta, noi amiamo così la donna. Quando ci avviene d'incontrarla sul terreno che stimiamo nostro, le stiamo di fronte armati e gelosi, ma purché ella ci abbandoni questo regno forse d'illusione, deponiamo il sospetto, l'ascoltiamo come una madre e un'amante e pur sorridendo talvolta del suo ingenuo entusiasmo, ci sentiamo davanti a lei meschini ed aridi con tutta la nostra ragione e la nostra scienza.

Ho parlato, Signori, del romanzo nei riguardi dell'arte, non nei riguardi della educazione pubblica. Non dissi della via che devono battere i futuri romanzieri italiani, degli scopi espressamente educativi che hanno a proporsi onde portare la loro pietra all'edificio della civiltà della patria. Me lo impedisce la fede profonda ch′io professo ad una dottrina confusa col realismo dagli uni, accusata di paganesimo dagli altri, mal conosciuta certo da chi la combatte in nome dello spiritualismo e della morale. Io credo alla assoluta indipendenza dell′arte. L′arte non è ancella di nessuno. Non si può imporre all′artista uno scopo espressamente educativo cui egli subordini il suo amore supremo, dolcezza e tormento dell′anima, l′arte. E se non si ama così, non si crea. L′arte, rappresentazione del bello, è una grande educatrice ma l′artista ne è inconscio; egli nota quando amore spira, quando la mente è accesa per una potenza divina che opera in lui. Vi hanno insigni opere d′arte che sviluppano speciali concetti educativi ma coordinati ad un intendimento artistico. È la loro bellezza che ha colpito il poeta, – felice se anche fuori della natura corporea lo ispira la bellezza del vero. Non si parli ora d′immoralità e di paganesimo ponendo tra il pensiero e la forma una distinzione vana poiché l′arte ambedue li governa. Il brutto morale uccide sempre l′arte. Tutte le turpitudini, anche le più eleganti dei classici, sono macchie artistiche. Un′opera d′arte può reggersi malgrado esse solo quando lo stesso concetto non ne sia turpe, chè allora ella vive soltanto di corruzione umana. Quanto al realismo ossia alla rappresentazione esatta del vero senza scelta e senza idea, esso è la negazione dell′arte, parto di cervelli impotenti in traccia di originalità. Détti dunque al poeta la Musa, dèttino al romanziere la fantasia, l′affetto ed il vivo sentimento del bello nè s′attenti egli mai piegarli ad una tesi suggerita o freddamente preconcetta. Così meglio che altrimenti adempierà il suo ufficio civile. Si guardino i futuri scrittori di romanzi dalla mania delle tesi sociali preconcette che infesta oggi la nostra letteratura drammatica. La società soffrirebbe di troppa salute se tutti i commediografi ch′escono in campo per sanarne le piaghe, riuscissero. Avviene qui che con intenti degni della massima lode si pongano concorsi drammatici il cui programma sarebbe egualmente buono per un trattato di economia politica. I poveri autori si dibattono affannosamente tra Chevalier e Proudhon, corrono dai padroni agli operaj, perdono il fiato e la testa, sinché una ruota d′ingranaggio, deus ex machina, li piglia per l′abito e li porta fuori dell′ imbroglio»

L′arte perisce ed il capitale non è salvo.

Si stesse almeno nellelegioni elevate del sentimento! Questa intera letteratura istruttiva ad ogni costo vale ella forse quanto un capitolo solo dei Promessi Sposi che sono anzitutto un immortale concepimento artistico? Ella serve ad edificazione dei buoni; ma, Signori, se volete convertire il mondo, convertire l′Innominato, non fategli sermoni nè pitture arcadiche, imitate Manzoni, prendetegli colla violenza il cuore di notte quando non se lo attende, suscitatevi la tempesta, fatene salire le lagrime e poi, solamente poi, se trovate ancora un cardinal Federigo, conduceteglielo davanti.

Or sono ottantasei anni, in questa sala si teneva fra gli accademici d′allora una disputa grave. Era posto il problema « se le belle arti si giovino più della imitazione o della invenzione ». Erano presenti più centinaia di persone, il fiore della cittadinanza: gli accademici, in vena; la serenità degli animi veramente olimpica; mancavano tre anni alla rivoluzione francese. Si recitarono versi e prose tra gli applausi e quelle risa del buon tempo antico che avevano ancor poco a vivere. Si parlò argutamente da taluno in favore della invenzione, Palladio inventore fu opposto fieramente a Palladio imitatore, ma il pubblico applaudiva più volentieri gli argomenti volgari, i sofismi dell′altro partito. Un bello spirito diede il tracollo alla bilancia; citò l′esempio di certo industriale che imitando le stoffe di Lione avea fatto la ricchezza propria e l′utile della città. Tratto dalla curiosità c′era nella folla uno straniero. Mentre i nostri buoni accademici ponevano la imitazione al di sopra della invenzione, egli li ascoltava in silenzio; egli, un genio creatore de′ più potenti che sieno stati mai, Volfango Goethe. Goethe pensava che gli accademici vicentini erano per verità molto loquaci ma che posta l′ alternativa a quel modo prudente, avrebbero potuto parlare non una sera ma un secolo senza correre il rischio di conchiudere qualche cosa.

Il poeta d′Arminio e Dorotea chiedeva certo a se stesso, come Orazio, che possa lo studio dei maestri senza la divina virtù della fantasia, che possa la fantasia senza la imitazione intelligente e libera di chi toccò il sommo dell′arte. Noi possiamo studiare l′arte, ma la fantasia chi la dona? Toccando di volo argomenti sì gravi, dispensando a destra e a sinistra consigli cui io pel primo non saprei mettere in pratica, temo non aver fatto opera men vana di quei nostri predecessori olimpici quando disputavano sulla invenzione e la imitazione. Almeno, Signori, mentre cercando le regole dell'arte io dico parole che suonano e periscono insieme, fosse, qui dentro, fosse in Italia un genio come Goethe, di quelli che, secondo l′espressione sua, non servono ma impongono la legge !

Note

[1] crestaja: artigiana di acconciature per donne, cuffie, cappellini ecc.

[2] lamentarci.

[3] staccio: setaccio

 

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Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2012