Antonio Fogazzaro

 Ascensioni umane

 

Edizione di riferimento: Antonio Fogazzaro, Ascensioni umane VII Edizione Milano Casa Editrice Baldini, Castoldi & C Galleria Vittorio Emanuele, 17-80 1906

 

Disposuit ascensiones in corde suo.

Salmo LXXXIII.

Indice

PROEMIO

S. AGOSTINO E DARWIN

PER LA BELLEZZA D′UN′IDEA

L′ORIGINE DELL′HOMO

PRO LIBERTATE

PROGRESSO E FELICITà

LE GRAND POÈTE DE L′AVENIR

SCIENZA E DOLORE

PROEMIO

Gli scritti raccolti nel presente volume hanno per comune origine la mia fede in un supposto modo di operare della Intelligenza Suprema nella creazione dell′Universo e nel governo delle sorti umane: la profonda convinzione che vi è armonia fra la ipotesi evoluzionista e l′idea religiosa: la coscienza del dovere morale che astringe l′uomo a glorificare secondo il poter suo la Verità nella quale vive, si muove ed è. Poeta, ho pure desiderato difendere pubblicamente la dottrina che mi apprende la funzione e il fine dell′Arte, che giustifica l′opera mia.

Dal giorno in cui difesi per la prima volta la ipotesi evoluzionista contro i suoi avversari religiosi, essi indietreggiarono, abbandonarono trincee di obbiezioni che parevano formidabili. Fuori d′Italia il vessillo dell′evoluzionismo cristiano venne inalberato in adunanze cattoliche solenni. In Italia, libri di ecclesiastici stranieri schiettamente evoluzionisti si tradussero e si pubblicarono con licenze delle Curie vescovili. Di fronte alla intransigenza di certi teologi protestanti apparve ancora una volta quanto sia potente il Cattolicismo a elevare lo spirito che vivifica sopra la lettera che uccide. Se la ipotesi dell′evoluzione viene ancora combattuta fra noi dal punto di vista religioso e pare odiosa a molti credenti , si è però dimostrata col fatto la libertà nostra di giudicare che, rettamente intesa, essa torna a maggior gloria del Creatore; e fra coloro che le gridano anatema non vi ha più, forse, un solo intelletto alto.

Persiste invece, più valida di certi bassi clamori, una opposizione oscura, coperta d′indifferenza mista di elementi diversi. Vi stanno insieme senza intesa coloro a cui dà noia il dileguarsi del presunto antagonismo fra la scienza e una religione da essi non seguita, non creduta, e pur molesta per la minacciosa sua voce, per il dubbio che talvolta li morde al cuore: coloro che hanno paura di guastarsi la fede se ci fanno qualche ritocco e la custodiscono con timore come un gioiello antico al quale è bene lasciar la vernice dei secoli: coloro cui fu proposto il concetto della evoluzione spiritualista quando toccavano l′età in cui le vene e le idee cominciano a ossificarsi: coloro che hanno certa istintiva avversione per i concepimenti troppo vasti, una specie di agorafobia intellettuale: coloro che onorano bensì il Padre universale dei viventi ma provano di certe conseguenti parentele un ribrezzo che offenderebbe S. Francesco d′Assisi; coloro, finalmente, cui pare poco rilevante che l′Universo sia stato creato in un modo o in un altro. È questa diga muta e sorda che bisogna, con l′aiuto di Dio, rompere; perchè non è vero che importi poco di leggere o di non leggere la magnifica Rivelazione scritta nei graniti delle montagne e sulle ali delle farfalle, sulle acque del mare e nei rivi del sangue, nelle fiamme delle nebulose e in fondo alla pupilla umana. L′uomo che l′apprende viene a scoprire, con riverenza e stupore, inesplorati abissi del Consiglio Eterno, viene a conoscere sperimentalmente la legge amorosa e terribile che lo ha creato per esserne obbedita, per una perpetua gioia o per un perpetuo dolore. È rea la ignoranza di coloro che malamente confondono il fatto della evoluzione con le teorie sui fattori suoi, specie con la più divulgata, il darwinismo, per sostenere che dall′ Evoluzione discende una morale abbietta e crudele. Maggiore stoltezza giammai fu proferita. Dal tenebroso « Thohuvabohu » della Bibbia in poi, la ipotesi della Evoluzione ci mostra un ordine meraviglioso d′infinite operazioni costanti, condotte con occulte, inflessibili norme nell′interno dei corpi gravidi di spirito, condotte con altre ferree norme sull′esterno di essi, cooperando i moti degli astri obbedienti. Ci mostra infiniti propositi , continuamente attuantisi , di una Volontà le cui vie sono diverse dalle vie degli uomini, ci mostra, invece dei sei giorni miracolosi un miracolo continuato per lunghissimi secoli in ogni atomo del pianeta, in ogni istante del tempo, e troncato al comparire dell′Uomo quando cessa l′ascensione degli organismi e incomincia la libertà dello spirito. Cieco chi si crede onorare Iddio negando l′immenso lavoro onde sorse l′Uomo e rifiutando il racconto divino per tenersi alla lettera del racconto di Mosè. Nel racconto di Dio cui la scienza va pazientemente decifrando, lettera per lettera, noi non sappiamo ancor leggere come le energie originarie delle cose si trasformassero in un solenne istante, nella energia vitale ; ma incominciamo però a divinarvi che questo dovette nel principio accadere, che l′apparir della Vita fu atto di evoluzione. Il pensiero moderno inclina a respingere il problema della origine della Vita più indietro nel passato profondo e tenebroso. Tutto induce a credere che nel primo essere vivente si è soltanto manifestato un Principio che già prima esisteva nella materia inorganica, e che le energie fisico-chimiche sono fenomeni di una vita elementare, di un′animazione universale degli atomi. Pensatori come Rosmini e Spencer ebbero il senso di questo mistero. Un eminente naturalista, il Pictet, ha testè sostenuto con argomenti scientifici che il materialismo è impotente a spiegare certi movimenti della materia i quali suppongono di necessità una causa immateriale di movimento.

Ora se i primi organismi furono un prodotto di evoluzione, se quindi il principio animatore delle prime cellule viventi non è che trasformazione di un Principio animatore di tutta la Materia, l′Universo ne prende nel nostro intelletto una magnificenza che ci esalta in pensarla, e le creature dei cieli, penetrate di spirito, correnti e ruotanti sulle orbite immense per la energia dello spirito, narrano la gloria del Creatore meglio a noi che al Salmista. La stessa polvere della Terra ne diventa più augusta e ci par di intravvedere una divinazione di questo arcano nella celestiale anima del Santo che amò cosi teneramente « frate focu » e « sor aqua. »

Ma il più diretto insegnamento religioso e morale dei fatti di evoluzione incomincia con gli organismi viventi. Sia che i primi organismi abbiano contenuto in potenza tutte le future vie della Terra, sia che il moltiplicarsi e il mutare delle specie si debba solamente all′azione di fattori esterni, noi abbiamo la visione di un lavoro continuo al quale cooperano direttamente o indirettamente tutte le forze della natura terrestre e della natura siderale, secondo certe leggi. Vediamo in queste leggi, come in uno specchio, il lume dell′Eterno che immutabile e fermo tutte le cose continuamente agita e muta; e il Divino Disegno ci appare più manifesto nell′opera di creazione continua, rappresentata da linee, che nell′opera di creazione intermittente, rappresentata da punti. I punti sono un′indicazione rude e sommaria della linea.

Un punto, per sè, non ha indicazione di meta nè d′indirizzo; esso è fine a sè. Invece la più breve linea designa un proposito e uno scopo. Le vie del Creatore nell′Evoluzione sono vere e proprie linee, sono espressioni di propositi e di scopi, costituiscono un disegno che somiglia ai disegni umani perchè ne sono comune elemento il principio di causa e l′idea di fine, perchè rivela una Intelligenza preesistente, perchè si svolge nel tempo giusta una idea ossia un′essenza puramente intellettuale sulla quale l′azione del tempo è nulla.

Glorificata così la Divina Mente e dimostrate quelle analogie fra lo Spirito Divino e lo spirito umano che escludono del pari gli eccessi dell′antropomorfismo e gli opposti eccessi di chi nega qualunque somiglianza dell′Essere inconoscibile con l′Uomo, la teoria dell′Evoluzione spiritualista illumina di luce nuova e splendida la suprema legge che governa il disegno della Creazione terrestre. È la legge che trasse continuamente dall′imperfetto il meno imperfetto. Siccome il termine « imperfetto » suppone la idea umana della perfezione e può essere, anche fra gli uomini, diversamente inteso, sarà più opportuno dire che, secondo l′evoluzionismo spiritualista, una Legge suprema ha tratto grado grado, sulla Terra, dalla prima creatura vivente l′ultima creatura vivente, intelligente, amante. In tutto la Creazione terrestre appare l′opera continua di una Volontà intesa a produrre intelligenza e amore. Non si avviliscono queste due gloriose potenze della natura spirituale creata dicendo che si trovano in germe, all′alba della vita animale, nell′esercizio delle funzioni di nutrizione. Al differenziarsi e al complicarsi degli organi di queste funzioni, semplicissime nel principio, si accompagna il complicarsi e il moltiplicarsi degli atti che ne dipendono e vi si collegano. Così avviene per gli organi e gli atti delle altre funzioni; e il carattere di questi atti della Vita animale viene sempre più accostandosi al carattere dell′intelligenza e dell′amore.

Quando l′Uomo è per comparire vi hanno già sulla Terra mirabili fenomeni di quella intelligenza inconscia cui egli chiamerà istinto, fenomeni di memoria, fenomeni di una psiche attiva nel sogno. Vi hanno mirabili fenomeni di amor materno, di amor coniugale, incipienti fenomeni di ordini famigliari e di ordini sociali. Vi hanno esseri disposti a servire e ad amare la creatura simile a Dio che si sta preparando dal principio dei secoli ed è oramai pronta. Se non il sole ma l′intelligenza e l′amore generassero luce, ipotetici seleniti avrebbero ammirato, molte miriadi di anni sono, un primo vago albore sul grande globo tenebroso del pianeta, e quindi un chiaror crescente, baleni, torbide fiamme, fino al momento in cui, creata un′anima umana, ell′avrebbe saettato ai cieli il primo candido, fermo raggio. La creazione improvvisa dell′anima umana è un fatto evolutivo, alla lettera. Come l′aggiunta d′una quantità infinitesima basta a fare scattar sul quadrante l′ora nuova, a trasformare una frazione nelle unità, a determinare un′azione chimica fulminea, generatrice di sostanze nuove, così Dio, con un trapasso infinitesimo, creò all′improvviso l′anima umana intellettiva e immortale, essenzialmente diversa dalle anime che la precedettero. La creò capace di apprendere l′Essere, la Verità, e d′amarla, di amare ciò che non ha corpo, un′Idea, un′Invisibile. La creò dominata dal concetto di causa, dalla necessità di attribuire a ogni fenomeno una causa, la creò capace di temere e di amare le credute Cause delle cose. E poi la creò tale fin dal principio, prima che esistesse, con un′azione universale e continua: il fine della Creazione traluce in una forma logica all′intelletto umano che scruta e medita le proprie origini.

Quando ci si fa della creazione dell′uomo un racconto insopportabile, nel nostro tempo, dalle intelligenze colte e ci si prescrive di onorare Chi ci ha fatti a quel modo, si amalgama il principio stesso di ogni obbligo religioso e morale a una materia ripugnante. Perciò l′obbligo religioso e morale viene facilmente respinto dall′orgoglio umano, dall′intelletto superbo che in sè solo confida. Noi, evoluzionisti cristiani, affrontiamo questa superbia, per la stessa verità, con armi diverse, e la costringiamo, deposti i facili sdegni, a difendersi. Noi, teniamo ricomposto in pugno lo spezzato Libro della Vita, dove leggiamo scritto a grandi lettere di luce che Iddio ha creato perchè la sua creatura lo intenda, lo ami e lo glorifichi. La prima lettera incomincia all′origine del Pianeta, la seconda lettera incomincia all′origine della Vita, la terza lettera incomincia all′origine delle Idee. Le tre lettere formano un′unica parola, un trittongo augusto che non si può leggere convenientemente se non vi si collegano la prima e la seconda parte alla terza. Il fondamento di ogni obbligo religioso e morale è visibile qui. Tutta la natura creata ha il dovere di ubbidire alla Parola che la formò, di glorificare la propria Causa. La creatura non libera, organica e inorganica, adempie quest′obbligo per effetto d′inflessibile necessità. Essa è lo specchio in cui si riflette, per esser veduta dalla creatura libera, la gloria di Dio; e noi crediamo inoltre con S. Paolo, ch′ella attende da Dio, alla sua volta, la libertà per glorificarlo. La creatura libera può scegliere fra il glorificarlo e il non glorificarlo. La legge suprema dell′Universo non è già sospesa per tale libertà; sussiste sempre; ottiene sempre il suo fine; opera sopra l′arbitrio umano, volge in modo terribile alla Divina gloria le stesse ribellioni della creatura spirituale, come nel mondo organico i casi di regresso per deficiente attività degli organi tornano a gloria della legge di progresso. Ecco la dottrina che il Cristianesimo propone in una forma dogmatica sorgere dalla teoria dell′ Evoluzione in una forma razionale. I Salmi, la Sapienza, l′Ecclesiaste, il libro di Job, i libri dei Profeti così magnificamente pieni della grandezza, potenza, sapienza e terribilità di Dio non ci apprendono le imperiose ragioni logiche di glorificarlo, cui ci apprende la legge di Evoluzione. Non vi ha idea che valga a riempire, a saziare, a inebbriare l′anima umana quanto l′idea d′una debita eppur libera cooperazione al disegno divino dell′Universo giusta le grandi linee che una scienza nuova ne va discoprendo nella natura; come l′idea d′un libero dono di tutte le facoltà dell′intelligenza e dell′amore alla glorificazione dell′Essere che durante innumerevoli secoli ha lavorato a crear l′uomo.

Ecco perchè importa di leggere la Rivelazione scritta nella storia del Mondo. Ecco ciò che indotti o timidi cristiani non hanno saputo comprendere. Ecco la solenne voce delle cose annuncianti il perchè della Vita, la origine e il fine della potenza che in questo momento suscita nel mio interno pensieri, muove la mia mano e fa palpitare il mio cuore con l′idea ch′egli è stato composto poco a poco per glorificare la Verità e la Bellezza nella Causa loro, nell′ordine che diede ad esse, per glorificare in tutto l′amore il Divino, per glorificare il Divino in tutta la gioia. Ecco l′ideale che tutti gli altri abbraccia, coordina e riassume in uno, che esercita ogni facoltà dell′uomo; il solo Ideale che tutti e sempre possono raggiungere, la umile creatura abbandonata nell′Onnipotente come il gran principe che a Lui rende onore della propria potenza e lo usa secondo la Sua volontà; colui che opera per una giustizia onde riconosce la legge in Dio, quanto colui che oscuro e pacifico vive, riverente nel pensiero e negli atti a una legge appresa come divina.

I cristiani che per fede glorificano Iddio non dicano superflua la parola che può almeno far pensoso qualche incredulo, che può forse muoverne uno a confessare la divina Gloria. La sdegneranno quei credenti che han conosciuto l′angoscia del dubbio? E i felici che nel segreto dell′anima non han lottato mai per la fede sdegneranno essi una ragione nuova di render gloria a Dio? Non basta. La convinzione che Iddio ha preparato con tanto immane lavoro, per la propria gloria, l′intelligenza e l′amore, è tale da infondere vita e verità alle pratiche della religione. Atti senza intelligenza e senz′amore, quantunque abbiano forma religiosa, non sono atti religiosi, non possono piacere a Dio. Non può piacere a Dio che l′uomo, per timore di offenderlo, si astenga dallo scrutare i più alti problemi, si accontenti di una fede non più conveniente, nella sua forma, alle cognizioni scientifiche da lui possedute e simili a un tesoro di monete fuori corso che l′avaro si custodisce nel forziere invece di farne improntare il buon metallo con l′impronta di chi regna nel tempo suo. Non gli può piacere che gli uomini cui spetta dirigere la Società umana, non abbiano intelletto dell′ordine ch′Egli le ha dato; non gli piace che la società civile si governi come se Dio non esistesse né che la società ecclesiastica si governi come se i naturali ordini della società civile non fossero sacri. Non gli piace che siano eletti a governare lo Stato uomini che non onorano Lui, non gli piace che uomini di scarso intelletto e di scarso sapere siano eletti a governare la Chiesa. Che lo spirito umano senta religiosamente la bellezza delle cose, il colore, la linea, le loro armonie e la bellezza delle anime, delle idee, dei sentimenti, della parola gli è più gradito dei Te Deum per battaglie dove migliaia di uomini furono lanciati senza preparazione nell′eternità. Per la stessa bellezza dell′Arte il Creatore dell′intelligenza vuol essere glorificato. Il genio del poeta, del compositore, dell′artista è bensì comunemente considerato un dono di Dio, ma se si ponesse mente alla durata immensa, alla complessità stupenda dell′azione Divina che lo produsse, riescirebbe più difficile di negare un fine dell′Arte coordinato nella Divina mente, al fine della Creazione, e che, riconosciuto dalla mente umana nel pensiero e nell′atto lo rende partecipe della Divina gloria.

E se si ponesse mente alla preparazione dell′amore negli organismi inferiori, apparirebbero meglio la natura e la grandezza di quel sentimento che uomini scettici e uomini religiosi giudicano troppo spesso di comune acccordo, con disprezzo. Nella evoluzione della vita animale l′amore incomincia a manifestarsi molto tempo dopo la comparsa dei primi organismi. Incomincia a manifestarsi nelle specie animali inferiori all′uomo in forma di scelta sessuale, di passione gelosa, di sacrificio, di tendenze monogamiche. Dall′istinto sessuale si evolve il desiderio di una più esclusiva, più durevole, più intera unione.

La Vita accenna a produrre un animale monogamo, capace di amare così. Tra questo amore, e l′istinto sessuale vi è armonia dentro certi limiti, vi è antagonismo più in là. L′istinto sessuale, elaborato dalla Natura, è poligamo. Il desiderio dell′unione intera e perenne, pure elaborato dalla Natura, è monogamo. Il conflitto tra le due tendenze, preparato nella vita inferiore scoppia nell′uomo. Non è il solo conflitto di leggi opposte che si combatte nella duplice natura umana ma è il più violento. Lo spirito tende a sovrapporsi all′istinto sessuale per dirigerlo verso quella forma di unione in cui egli signoreggia e mantenerlo in essa; il corpo tende a sovrapporsi all′intelligenza per averla ministra e complice di quelle unioni in cui signoreggia lui. Ma tutte le forze dell′Evoluzione cospirano ad elevare lo spirito sopra il corpo. È il trionfo della intelligenza che si prepara nel disegno Divino. Il desiderio della unione intera, esclusiva, perenne in cui due intelligenze associate, governano, coopera all′azione creatrice. Le unioni sessuali dove l′intelligenza è schiava dell′istinto contrastano al fine della Creazione. Il rapimento dell′anima nell′amore, il desiderio di unità d′infinito e d′eterno sono comunicazioni divine all′elemento superiore umano per la sua vittoria sull′elemento inferiore. Se noi consideriamo l′umanità di tutti i tempi rispetto a un tale conflitto troviamo alle ali estreme di una maggioranza che fluttua con perpetua vicenda fra le tendenze monogame, e poligame, due minoranze opposte: quella che sempre ciecamente obbedisce al solo impero dell′istinto sessuale e quella che non lo soddisfa mai. La prima è un armento miserabile; la seconda, quantunque ne facciano parte alcune nature piuttosto superbe e fredde che nobili, sorge sulle moltitudini come un gruppo sovrumano e impone rispetto al mondo. Fra questi vittoriosi spiriti non è raro l′esempio di un amore interamente scevro di animalità , benchè radicato nel sesso. Uomini che la Chiesa Cattolica levò sugli altari, amarono così, credesi, fino alla morte, e non è irriverente il dirlo perchè il loro affetto per la creatura si confuse naturalmente al loro affetto per il Creatore. Nessun altro affetto umano, neppure il materno, avvicina l′uomo alle cose divine come questo. Iddio lo ha preparato per la propria gloria. Nessuno slancio di adorazione, forse, ascende a Lui, più ardente dello slancio di due anime che si amano in Lui e che, distinte per il sesso, rifuggono da ogni desiderio, da ogni compiacenza dei sensi, aspirano a congiungersi in Lui, nell′eternità . Tali amori son privilegio delle anime sante, ma pure nelle anime soggette a quel disordine intellettuale e morale che nel linguaggio religioso è chiamato il mondo, si accende talvolta la rara luce. La impossibilità o legale o morale dell′unione terrena è comunemente, nel mondo, una condizione del suo sorgere e del suo persistere. Essa è come la primizia d′uno stato cui la specie umana non è ancora giunta, e cui si conviene il neque nubent di Cristo. Certo non risplende tanto pura nelle anime mondane quanto nelle anime piene di Dio. Cinta da vapori infiammabili di passioni, da errori d′intelletto, può generare incendi e sventure come una lampada accesa dove il minerale ardente non è depurato abbastanza. Però rischiara. Però qualche visione delle cose divine comincia nelle anime oscurate dove si ascende. Comincia l′odio di quel moto ch′è contrario al disegno Divino della Evoluzione, il ribrezzo di scendere dallo stato umano verso lo stato brutale. Comincia il desiderio del moto che risponde al disegno Divino, la passione di ascendere, passione non orgogliosa ma umile, piena di un sentimento d′indegnità. Questi sdegni, questi desideri sono per la Divina gloria. L′anima mondana che li concepisce si avvia a glorificare umilmente Iddio. Nel lume della Evoluzione l′origine e il fine dell′amore appaiono questi. Solo questo concetto può appagare un credente che sente tutto il Divino dell′amore e che si cruccia di udire uomini religiosi parlare senza riverenza, senza intelletto.

Indicando il significato morale della Parola creatrice letta nell′evoluzione dell′Universo, io non presumo avervi trovato la soluzione di problemi superiori alla mente umana. Non presumo, particolarmente, avervi trovato la soluzione di un problema così pauroso come la esistenza del Dolore e del Male dentro il governo di un Bene infinito. La teoria della Evoluzione m′induce a porre le origini del Dolore e del Male in un mondo che ha preceduto il presente; ma una tale ipotesi solamente allontana il problema. Mi basta mostrare a coloro che confessano meco il Figliuolo dell′Uomo una sublime armonia della Verità conosciuta naturalmente con la Verità rivelata. Mi basta consigliare alle anime incerte del Vero, inquiete, erranti con desiderio e con diffidenza intorno alla religione positiva, la glorificazione di Dio come norma fondamentale della vita, conforme agl′impulsi della ragione e del cuore. Non è anima grande che non possa riempiersi di questo ideale, non è anima piccina che non lo possa contenere. È il fine più sublime possibile di una vita e ciascuno lo può raggiungere. Per questo fine il solo volontario pensiero è un atto. L′uomo che giace inerte sopra un letto di dolore sa di poter cooperare al fine dell′Universo non meno dell′uomo che si travaglia da mattina a sera in opere esterne. Colui che l′immeritato biasimo o la immeritata lode contrista se ne ristora salendo all′idea dominatrice che lo raccoglie a sè sopra i giudizi umani. Vi assapora una gloria rispetto alla quale la gloria umana è miserabile. Se della sventura non può consolarsi con questa gloria, se ne consola con la speranza. Poichè lUniverso è ordinato a evolvere intelligenza e amore per la glorificazione della sua Causa, la visione dell′avvenire si perde in uno splendore crescente. Non può essere conforme al disegno Divino che lo spirito creato, necessario strumento di glorificazione, se fedele al compito suo, si estingua.

È invece verisimile che oltre la tomba le sue facoltà di conoscere e di amare ingrandiscano, ch′egli maggiormente partecipi, in quell′ignoto stato, del sommo Vero e del sommo Bene. Le anime delle quali parlo, se giungano a così alto segno di speranza in Dio, udranno più distinta la tenera voce che dice ai dolenti « venite a me ». Quanto più a fondo avranno studiato nell′Universo e nella sua storia il fine della Creazione, quanto più avranno considerato le stolte ribellioni umane alla Legge suprema, le colpe della loro stessa vita, le indegnità del loro stesso cuore, tanto più saranno tocche dalla voce di Chi ama e perdona. Le leggi dell′Evoluzione sono terribili a meditare perchè non si vede come possa avervi luogo il perdono. Nel contatto della razza in cui lintelligenza prevale, la razza in cui prevale l′istinto decade senza rimedio e finisce con estinguersi per sempre. L′organo che non lavora si atrofizza infallibilmente.

Per lo spirito libero che si sottomette agli istinti e non compie l′ufficio suo vi ha ogni ragione di temere la stessa sorte. È almeno verisimile che perda la sua libertà come la perde un popolo che ne usa male. Ciò che v′ha di più misterioso nel cuore umano è forse il moto del perdono; ma è pure il solo indizio della esistenza di un Potere che perdona. Esso è però importante. L′uomo che perdona, se riconosce una Divina Mente autrice dell′Universo, non può credere ch′Essa pure non perdoni. Nemmeno può negare, tuttavia, la inflessibilità delle leggi che ogni cosa governano intorno a lui, che mai non perdonano. Il « sì » del suo sentimento e il « no » delle cose si urtano nel suo capo. Io mi figuro quest′uomo che, disperato di sciogliere l′enigma, siede stanco nelle tenebre. Passa il vento di uno Spirito, passa una dolce, profonda, sovrumana Voce che dice: « Tu cui la vita è grave, tu che soffri, vieni a me. Vieni a me, tu che non comprendi l′amore. Vieni a me, tu che mi hai disconosciuto, tu che mi hai offeso, tu che mi neghi ancora. Vieni, che io ti perdoni, che io ti ami, che io ti prenda nel mio regno. »

L′uomo si alza piangendo e va.

Valsolda, 15 Settembre 1898.

Antonio Fogazzaro.

A

JOSEPH LE CONTE

Professore di geologia

nella Università di California

 Signore,

 Ella sa con qual gioia io abbia intravveduto nel Suo libro « Evolution and its relations to religious Thought » le ragioni morali e religiose di una dottrina che prima amavo per istinto di poeta, perchè nella unità originaria della Vita, nel vario suo svolgersi di forma in forma secondo una energia operante in tutta la Natura, mi pareva divinare il segreto della passione che mi ha sempre fatto ricercare e sentir nelle cose un′anima oscura, parlante alla mia.

Molti altri libri di simile argomento lessi dopo il Suo; e ora quella dottrina mi risplende nellintelletto, millumina le ragioni dell′arte pura e fiera che amai, dell′arte che promuove una ulteriore ascensione umana, combattendo tutte le animalità che ci ritardano ancora. Se un tempo volli così l′arte mia perchè la voleva così la mia fede, adesso mi paiono quasi incominciate le rivelazioni che aspettai dalla tomba, quel che un tempo ho creduto adesso lo so, e il libro della scienza è diventato religioso per me.

Debbo a Lei, Signore, una parte di questa luce. Ella vedrà forse non senza meraviglia a quali pensatori io debba laltra. I libri Suoi sono d′un cristiano insigne per scienza e per pietà, del quale ignoro se inclini al sabellanismo, come vuole il signor Mac Queary: il mio pensiero e la mia parola debbono essere d′un cattolico. Dedicando il tenue scritto presente a Lei, intendo esprimerle gratitudine, ammirazione, affetto, e insieme tacitamente rispondere a ciò ch′Ella scrisse circa un invocato rinnovamento della teologia cristiana, "mostrarle spiegata, all′avanguardia della scienza " una vecchia bandiera cattolica.

Antonio Fogazzaro.

 

Per un recente raffronto delle teorie

di s. Agostino e di Darwin circa la creazione

I.

Nel 1884 la facoltà teologica dell′Università di Monaco pose a concorso il tema seguente:

« Si espongano e si raffrontino le teorie di

S. Agostino e di Darwin circa la creazione. »

Il prof. Grassmann, del Seminario di Freising, vinse il concorso e pubblicò nel 1889 la sua dotta e lucida Memoria, in cui le due dottrine sono sommariamente descritte con perfetta lealtà[1]. Nel compararle il Grassmann mira, in fatto, a porne in luce ogni dissomiglianza. Intende dimostrare che S. Agostino e Darwin avevano un diverso concetto dell′individuo e della specie; che se S. Agostino ha meditato sulla origine della Vita, Darwin stimò follia il proporsi un tale problema; che il naturalista esclude, contro il Santo, ogni differenza specifica fra lo spirito dell′uomo e quello del bruto; che Darwin non vide nel mondo se non la operazione di cause fisico-meccaniche, e deplorò, secondo scrisse a Hooker, di avere una volta usato la parola « Creato » invece di queste altre « comparso in seguito ad un processo totalmente sconosciuto. » Avrò a ricordare di passaggio, più avanti, fatti assai noti che non concordano con questo giudizio sulle opinioni religiose di Darwin; mi basta ora osservare che la via seguita dal prof. Grassmann era sufficientemente facile, non solo perchè le due teorie procedono evidentemente in un campo diverso, con intendimenti diversi, secondo leggi diverse di ragionamento, criteri diversi di verità; ma perchè, altresì, nessuno potrebbe ragionevolmente attendersi dal più colto e forte pensatore del secolo IV o del secolo V una dottrina rispondente in tutto a quell′altra che il pensiero umano ha generata quattordici o quindici secoli più tardi, dopo una trasformazione completa di metodi scientifici, una immensa conquista di strumenti straordinariamente poderosi ed esatti, una intensità, una molteplicità di lavoro che gli antichi neppur potevano immaginare, un meritato premio di scoperte meravigliose che hanno contraddetto interamente, o quasi, le opinioni e i giudizi dei contemporanei di S. Agostino circa i fatti naturali e hanno dato alla osservazione e alla meditazione umana, campi nuovi, senza paragone più estesi e più fertili.

A me sembra che la Facoltà teologica della Ludovico-Maximilianea non abbia posto bene il suo tema. La dottrina di Darwin, in quanto è propria dell′illustre naturalista, va distinta dalla ipotesi fondamentale della Evoluzione; intende a porre in luce i fattori e le forme di questo supposto processo, limitatamente al nostro pianeta e con particolare riguardo alle specie animali.

Poichè altri naturalisti e pensatori, sì prima che dopo di lui hanno costrutto sulla stessa base teorie scientifiche diverse, non appare sufficientemente dimostrata la opportunità di paragonare le intuizioni teologiche e metafisiche di S. Agostino ad alcuna di questi sistemi particolari. Di fronte alle idee di S. Agostino nulla importa che fattori della Evoluzione sieno la influenza dell′ambiente, gli effetti dell′esercizio e dell′inerzia degli organi come parve a Lamark, o la selezione naturale di Darwin, o quella growth force[2], nella quale, modificata dall′ambiente o dallo sforzo del soggetto, il professor Cope vede l′origine delle variazioni individuali, o la selezione fisiologica proposta nel 1886 dal Romanes, il maggior passo, secondo qualcuno, fatto dalla scienza su questa via. Di fronte a S. Agostino solo è rilevante la ipotesi della derivazione genealogica di ogni specie da una comune origine sia per insensibili gradi, sia per salti per via di eterogenesi come vogliono il Kòlliker e il Wigand. Se la immensa celebrità di Darwin lo indicava alla Facoltà teologica come il massimo rappresentante del trasformismo, i dotti professori di Monaco non potevano ignorare che la selezione naturale è combattuta vigorosamente nello stesso campo evoluzionista, e viene a ogni modo giudicata insufficiente, per confessione del suo medesimo autore, a spiegare la variabilità della specie, poichè parte da un fatto inesplicato, le variazioni individuali entro i limiti di ciascuna specie.

Era la ipotesi fondamentale comune a Darwin e al teologo Henslow, al materialista Haeckel e allo spiritualista Le Comte, al prof. Huxley e al suo contradditore Mivart, conveniva porre a fronte della teoria di S. Agostino; anzi non la ipotesi di una evoluzione ristretta agli organismi terrestri, ma la ipotesi di una evoluzione universale della materia, la grande ipotesi che si chiama nebulare prima di chiamarsi trasformista. Proposto il tema così, i concorrenti avrebbero fatto bene a esaminare se le due dottrine offrissero qualche somiglianza sostanziale, qualche mutuo contatto.

La inconciliabilità del dogma cristiano della Creazione con la dottrina evoluzionista è predicata, come un osservatore imparziale facilmente noterebbe, dagli scienziati più lontani dal Cristianesimo e dai credenti più lontani dalla scienza, cioè da coloro che poco conoscono almeno una metà della materia di cui ragionano. È uno strano accordo fatto di odio da un lato, di terrore dall′altro.

Dal lato della scienza irreligiosa lodium antitheologicum ha turbato parecchi pensatori più misurati del Vogt, al quale parve probabile che gli apostoli offrissero nella struttura del cranio spiccati caratteri scimmieschi[3]. Haeckel, impetuoso discepolo di un prudente maestro, sebbene dichiari che la Creazione, in quanto significa origine della materia dal niente, non può essere oggetto di considerazioni scientifiche, subito soggiunge che la materia è dalla scienza giudicata eterna, esclude il concetto teologico dell′Universo, e a proposito di evoluzione mette in campo i Papi e la gerarchia[4]. Riconosce nel racconto mosaico due grandi e fondamentali idee comuni ad esso e alla teoria evoluzionista, ossia l′idea di differenziazione, e l′idea di progressivo perfezionamento degli organismi, ma tutta l′opera sua è intesa a dimostrare l′antagonismo delle tradizioni religiose e della dottrina ch′egli vede combattuta dai preti di tutte le chiese, e di cui riverisce il massimo autore in quel Carlo Darwin che protestò sempre contro l′accusa di irreligiosità, che in tutte le edizioni del suo libro sullOrigine delle specie mantenne, malgrado la nota lettera a Hooker, il vocabolo Creato. In fronte alla seconda edizione di quel libro Carlo Darwin scrisse le parole con le quali il vescovo Butler riconosce nelle leggi naturali la stabile volontà di una mente intelligente; Haeckel prese il motto della sua Anthropogenie nel Prometeo di Goethe, nel poema dell′odio contro Dio.

Anche il Virchow, che racchiude in sè uno scienziato e un filosofo tra loro discordi, dopo avere assalito con violenza le stesse basi scientifiche del trasformismo, si abbandona allodium antitheologicum, cui dà l′onesto nome di Gefûhlsstandpunkt[5]; oppone, con argomenti morali, ai teologi cristiani quella stessa teoria sulla origine dell′uomo di cui prima ha voluto demolire le prove scientifiche, ed esce in queste parole ben singolari per uno scienziato: « Wo die Thatsachen fehlen, da bleibt auch für die Gefûhlswissenschaft ein Platz[6] ». Ancora più note sono le violenze materialiste del Büchner. Così per opera principalmente di alcuni darwinisti tedeschi la passione ha preso in questo argomento il posto della scienza, e il vessillo monistico di Haeckel, inalberato sulla teoria dell′Evoluzione, ha persuaso parecchi che questa sia veramente una trincea di guerra, un lavoro d′approccio contro il Cristianesimo: opinione confermata da moltissimi scritti che si vennero pubblicando in ogni parte del mondo, nei quali è svolto con singolare compiacenza quel punto della teoria che si riferisce alla discendenza della specie umana, punto supposto capitale nella lite con le tradizioni religiose.

Negli Stati Uniti il monismo haeckeliano è penetrato, malgrado l′attitudine ostile di alcuni dotti insigni, sotto una veste mistica che attesta non tanto il buon giudizio, quanto la buona indole degli adepti. Uno dei più ardenti e dei più immaginosi fra questi, il Powell, ha scritto sulla Evoluzione un libro[7] con propositi assai più metafisici che scientifici. L′autore, un calvinista che, non potendo sopportare le dure dottrine della sua Chiesa, ne uscì di slancio e andò a cader fuori del Cristianesimo, afferma, nel bel principio del suo libro pieno di cuore, di caldo e torbido ingegno, il necessario antagonismo della dottrina trasformista e della fede religiosa: e se il Laplace ha detto che ogni progresso della scienza spinge più indietro nella storia dell′Universo l′azione di una Causa prima, il Powell si domanda se non si potrebbe con uno spintone definitivo « by one final push » eliminarla del tutto; e aspira evidentemente a questa gloria. Fra noi, per citare un esempio recentissimo, il prof. Morselli, riproducendo sostanzialmente nelle sue dottissime lezioni di antropologia generale, un passo del Saggio sull′ipotesi nebulare di H. Spencer, afferma che il concetto di Creazione, inconciliabile con quello di Evoluzione, appartiene a uno stadio inferiore della conoscenza umana[8]. Oggi, a suo avviso, l′unico sistema filosofico vitale è l′evoluzionismo monistico. Segue tali maestri una folla anonima pigliando anzitutto delle nuove dottrine le due che più intende e più le vanno a grado e più si sono identificate nella sua mente; la derivazione dell′uomo dalla scimmia e la negazione del Creatore.

Dall′altro lato alcune Riviste inglesi e americane, come la North British Review, il Christian Examiner, la North American Review, denunciarono sino dal principio come atea la teoria trasformista di Darwin, pure ammettendo il teismo dell′autore. L′accusa fu confermata da un teologo americano di grande riputazione, il dottor Hodge, e da altri. Agassiz, nella mente del quale, dice il Le Conte[9], sorse la grande idea della essenziale identità della serie tassinomica, ontogenica e filogenica, non volle edificare su questa base, come sarebbe stato logico, la teoria dell′Evoluzione, e la combattè in Darwin perchè gli parve condurre alla negazione di una verità più alta e più certa, la esistenza del Creatore; meritando così di venir citato dal Grassmann con grande favore, quantunque non si tratti poi d′un ortodosso ma d′un poligenista.

Il libro di Darwin sull′origine dell′uomo, l′asserita identità di natura dello spirito umano e dello spirito delle bestie, il ruvido dogmatismo di Haeckel, gittarono lo spavento e il ribrezzo nei credenti. Insigni pensatori cattolici, quali lo Zanella e il Pomari, scrissero della Evoluzione con aborrimento, e con maggiore violenza ne parlò Ausonio Franchi nellUltima Critica. Il professore Grassmann, premiato, come dissi, dalla Facoltà teologica di Monaco, vuol dimostrare l′inconciliabilità della Fede con il trasformismo darwiniano per quanto riguarda l′anima umana, considera vani i tentativi che si son fatti per accordare l′idea generale di evoluzione con lidea di Creazione. Nel 1888 un′assemblea ecclesiastica presbiteriana tolse la cattedra a un professore di teologia perchè insegnava che Adamo era stato formato con la polvere d′altri organismi e non con materia inorganica[10]; e io rammento aver udito il padre Agostino da Montefeltro chiudere una delle più eloquenti prediche con un aneddoto inteso a riprovare e a schernire la supposta derivazione dell′uomo dai bruti. E un′altra folla anonima, rifuggendo dalle nuove dottrine perchè le ode maledire dai suoi maestri, predicare dagli avversari d′ogni fede, e sopra tutto perchè le paiono contraddire il racconto mosaico, prontamente e bonariamente concede al nemico che Evoluzione e materialismo sono la stessa cosa, che Evoluzione e Cristianesimo non possono accordarsi.

Ciò è quanto Haeckel e i suoi seguaci desiderano; ogni opposizione di carattere religioso è loro gradita: essi la prevengono proclamandola necessaria, inevitabile; essi ignorano le opinioni e le testimonianze contrarie. Il Powell, pubblicando nel 1889 la lunga nota degli autori da lui consultati per scrivere il suo libro, v′inchiude il Quatrefages, avversario antico della variabilità delle specie, non il Le Conte, americano come lui, professore all′Università di California, geologo insigne, che due anni prima, nel 1887, aveva pubblicato un′apologia dell′Evoluzione, ispirata a profonde convinzioni cristiane.

Queste inesattezze non dovrebbero commettersi, perchè il monismo si trova a fronte di oppositori meno impauriti e meno compiacenti di quelli accennati, niente disposti di riconoscergli alcuna signoria sulla ipotesi dell′Evoluzione, pronti a notare i suoi errori di fatto e persino l′apparenza di un artificio poco lodevole. Perciò Haeckel e i suoi partigiani commettono una imprudenza grave quando, esponendo le origini storiche dell′idea trasformista, trattando dei precursori, si occupano di Anassimandro, di Eraclito, di Empedocle, di Lucrezio Caro e tacciono del tutto le intuizioni potenti e chiare dei grandi pensatori cristiani. Non essendo in grado di sopprimere le testimonianze dei Padri della Chiesa, valeva assai meglio affrontarle e discuterle Così il professore Grassmann avrebbe dal canto suo meglio provveduto, io credo, alla sua causa ove, notate le dissomiglianze fra le ipotesi di S. Agostino e la ipotesi evoluzionista, pure riservando ogni discussione circa la natura e la origine dell′anima umana, avesse altresì notate espressamente le coincidenze fra le due dottrine che si rilevano in parte dalla sua stessa analisi, poichè queste coincidenze sono evidenti e di singolare importanza.

II

Nel trattato De Genesi ad litteram, Sant′Agostino, considerando principalmente il passo: « Qui vivit in aeternum creavit omnia simul [11]» e i versetti 4. e 5. del Capo II. del Genesi: « Hic est liber creaturae coeli et terrae, cum factus est dies, fecit Deus coelum et terram et omne viride agri antequam esset super terram et omne foenum agri antequam exortum est [12]» giudica probabile che tutti gli organismi sieno stati creati simultaneamente e potenzialmente, potentialiter, causaliter, primordialiter, in una materia prima, dalla quale si sarebbero poi svolti, ciascuno a suo tempo, nell′ordine indicato dal Genesi. Il mondo attuale con tutte le varie sue forme esiste virtualmente nel seme. « Sicut autem in ipso grano invisibiliter erant omnia simul quae per tempora in arborem surgant, ita ipse mundus cogitandus est, cum Deus simul omnia creavit, habuisse simul omnia quae in illo et cum illo facta sunt cum factus est dies »[13]. S. Agostino non ha fatto eccezione per il corpo umano, non vi ha ravvisato una particolare nobiltà che lo distingua dal corpo delle bestie. « Si ergo et hominem de terra et bestias de terra ipse formavit, quid habet homo excellentius in hac re nisi quod ipse ad imaginem Dei creatus est? Nec tamen hoc secundum corpus, sed secundum intellectum mentis »[14].

Egli lo ha veduto esistere potenzialmente nella materia prima e svolgersene « secundum causalem rationem » come ha veduto esistere nel mondo, fin dalla prima creazione, l′anima umana. « Illud ergo videamus utrum forsitan verum esse possit quod certe humanae rationi tolerabilius mihi videtur, Deum in illis primis operibus, quae simul omnia creavit, animam etiam humanam creasse quam suo tempore membris ex limo formati corporis inspiraret, cuius corporis in illis simul conditis rebus rationem, creasset causaliter, secundum quam fieret, cum faciendum esset, corpus humanum. Credatur ergo si nulla Scripturarum auctoritas seu veritatis ratio cantradicit, hominem ita factum sexto die ut corporis quidem humani ratio causalis in elementis mundi, anima vero jam ipsa crearetur sicut primitus conditus est dies et creata lateret in operibus Dei »[15].

La ipotesi che S. Agostino esprime con modestia e prudenza si accorda con l′ipotesi evoluzionista nell′escludere le creazioni speciali successive mediante atti creativi diretti, le quali a molti credenti paiono indissolubili dal concetto cristiano di creazione, almeno per quanto riguarda il corpo umano. In questo punto capitale coincide; ammettendo poi la derivazione successiva di tutti gli organismi da una materia prima come di un albero dal seme, ammette circa la origine delle specie qualsiasi teoria fondata nella loro naturale evoluzione, conciliandosi tuttavia più facilmente con la opinione di quegli evoluzionisti che ai fattori darwiniani antepongono razione di cause interne; sentenza che il Wigand stimò dover prossimamente riunire tutti gli scismatici nella Evoluzione, tutti coloro che, spiegando diversamente il processo genealogico degli organismi, ne ammettono la unità. Ma se nel trattato De Genesi ad litteram S. Agostino ha esposte le sue idee sulla creazione quasi con peritanza, « si nulla Scripturarum auctoritas, seu veritatis ratio contradicit », egli le ha invece manifestate altrove con un linguaggio sicuro e veemente che si direbbe mosso, come quello dei profeti, da un soffio superiore.

Nel libro XII delle Confessioni, questo uomo che allintelletto altissimo congiunse un cuore ardente, riferendo le sue meditazioni sul secondo versetto del primo capitolo del Genesi, e singolarmente sulle parole ch′egli cita così: « Terra autem erat invisibilis et incomposta, » glorifica con entusiasmo Iddio che gliene ha rilevato il senso arcano. Nel significarlo gli scoppiano dal cuore accenti quasi intraducibili di preghiera, di gratitudine, di ammirazione; e io confesso non conoscere pagine di scrittore antico o moderno in cui una speculazione metafisica cosi eccelsa mandi per le regioni più alte del pensiero umano getti lirici cosi potenti. Nella « terra incomposita et invisibilis » egli ha ravvisato una sostanza di cui non può dire se sia materia o spirito, una sostanza senza forma però capace di tutte le forme che verranno prendendo successivamente i corpi , causa, per meglio dire, delle loro variazioni continue, sempre permanente in esse. Questo « informe quiddam » per virtù del quale tutti i corpi passano di forma in forma, che non è visibile, che non è corpo, che non è spirito, che è e non è al tempo stesso, tanto da potersi chiamare nihil aliquid, non ha esso alcuni caratteri di ciò che noi moderni chiamiamo forza? Non sarebbe questa la vis essentialis di Wolf, il nisus formativus di Blumenbach, il principio senziente organizzatore di Rosmini, la innere Ursache di Kolliker e Wigand, la unhnown internal law di Mivart? Non sarebbe quella variabilità originaria che il darwinismo lascia inesplicata, quella Permutation o mutability, di cui il Powell scrisse che è « the original tendency in nature ? » « Mutabilitas enim rerum mutabilium ipsa capax est formarum omnium in quas mutantur res mutabiles[16] ». Questa è la verità ch′egli narra di avere domandata « aestuans et anhelas »[17] a Dio, e da Lui ottenuta. « Nonne tu. Domine, docuisti me? »[18] . Che il senso da lui divinato nel testo mosaico sia diverso da quello accettato comunemente, non lo turba. Il testo si adatta alle intelligenze umane; i sensi salutari sono più, chi ne può prendere uno, chi un altro; quale di tanti vi abbia inteso mettere Mosè non può affermarsi senza temerità . Contro colui che gli opponesse « Mosè non ha pensato come tu dici, bensì come dico io, » S. Agostino si accende tanto da supplicar Dio che gli doni pazienza.

Secondo il Grassmann la ipotesi di S. Agostino non ebbe seguito ed è rimasta solitaria nella Chiesa. Il Mivart aveva prima dimostrato il contrario citando S. Tommaso, S. Bonaventura, Alberto Magno e alcuni teologi meno antichi come il Cardinale Noria» Berti e il gesuita Pianciani nostro contemporaneo.

Anche Asa Gray citato dal Morselli come fautore di Darwin, ma fautore, se pur tale, assai misurato e circospetto, lontano, a ogni modo, dalle opinioni monistiche, ricordando come la dottrina della fissità della specie sia relativamente recente e come gli antichi teologi sapessero farne a meno, cita insieme S. Agostino e S. Tommaso chiamandoli « model evolutionists ». Forse il Mivart, citando S. Tommaso, ommise una distinzione opportuna, e certo la parola « evolutionists »[19] usata da Asa Gray è impropria: ma queste inesattezze e improprietà posson levarsi senza scemare di molto il valore delle citazioni.

In fatto S. Tommaso non ha risolutamente approvata la ipotesi di S. Agostino, quantunque ne parli con grande rispetto e con l′evidente studio di conciliare per quanto è possibile le vedute di S. Agostino con quelle degli altri teologi. Nella parte che riguarda la creazione dell′anima umana e le giornate del Genesi, cui S. Agostino, attribuendo un senso flgurato alle parole mane e vespere, considera un giorno solo, S. Tommaso lo contraddice; ma nella parte che concerne la creazione potenziale degli organismi, S. Tommaso, senza dipartirsi dal solito prudente linguaggio, gli si dimostra favorevole. Ne scrive nelle Sententiae: « Haec opinio plus mihi placet »[20] e, nella Somma teologica, trattando delle opere del quinto giorno, ossia della comune origine dei rettili e degli uccelli che S. Ambrogio cantò generati « stirpe ab una » e la cui parentela è oggi dimostrata dalla paleontologia, scrive: « In prima autem rerum institutione principium activum fuit verbum Dei, quod ex materia elementari produxit animalia, vel in actu secundum alios sanctos, vel virtute secundum Augustinum[21].

E altrove ha proposizioni che all′opinione di S. Agostino si conformano. « Species novae, si qua apparent, praextierunt in quibusdam activis virtutibus »[22]. Nella Expositio aurea in Genesim dissente da S. Agostino quanto alla interpretazione dei giorni ed esprime il dissenso degli altri teologi: « istam tamen viam non tenent doctores moderni; » ma pronuncia giudizi e usa espressioni che ancor più nettamente, benchè parzialmente, riproducono le opinioni di S. Agostino circa il modo di creazione degli organismi. Nel germinet terra egli vede una potenza infusa nella terra, in virtù della quale seguì la produzione dell′erba e degli alberi. « Dicit igitur germinet: ad productionem enim sequitur collatio potestatis ipsae ad producendum terrae nascentia, pro nihilo enim materia requireretur nisi illi data esset seminalis potentia.... at subdit productionem actualem cum dicit: et protulit terra herbem virentem:[23].

S. Tommaso non ha pensato a una legge universale di trasformazione per la quale gli organismi vegetali tutti si sieno venuti successivamente svolgendo per effetto della potentia seminalis di specie in ispecie, bensì ha pensato a qualche possibile trasformazione particolare, come si desume dal passo seguente: « Si autem sunt aliqua ligna ad quae non est terra in potentia seminali ex se nisi mediante aliqua specie, sicut pinus et ficus et talia, exponitur quod protulit ista quia in eis ista prolata sint »[24]. Non possono dunque nè S. Tommaso nè S. Agostino dirsi « model evolutionists. » Essi non hanno pensato alla successiva derivazione di tutti gli organismi da una o da poche forme primitive, ma le loro opinioni sullo sviluppo delle varie forme dalla materia originaria possono assai bene o nel tutto o almeno in qualche parte accordarsi con la ipotesi che nello stesso argomento hanno posto innanzi, secondo criteri propri, le scienze fisiche moderne. Questo è da ricercare nelle opinioni dei grandi teologi cristiani e non se vi sieno differenze fra la loro metafisica e la fisica nostra, nè se si accordino fra loro nella interpretazione delle Scritture, ciò che si direbbe troppo importare al Grassmann quando vuol dimostrarci solitario il concetto di S. Agostino. Coloro che hanno il glorioso ufficio di difendere pubblicamente il Cristianesimo, dovrebbero guardarsi dal chiudere alcuna delle vie anche solitarie e remote per le quali taluno potrebbe indursi di venire alla fede cristiana; dovrebbero notare come S. Tommaso dica di preferire la interpretazione di S. Agostino anche perchè meno espone la Sacra Scrittura ad essere derisa dagli increduli, e con quale cura tenga aperte le vie della fede: « Sic ergo circa mundi principium aliquid est, quod ad substantiam fidei pertinet scilicet mundum incepisse creatura; et hoc omnes concorditer dicunt; quo autem modo et ordine factum sit non pertinet ad fidem nisi per accidens, in quantum in Scriptura traditur; cujus veritatem diversa exposition Sancti salvantes diversa tradiderunt »[25].

Perciò anche se le dottrine trasformiste, e in particolare la Pythecoidentheorie, ispirano a molti credenti viva ripugnanza, anche se è vano di ricercare negli antichi scrittori cristiani una teoria sulla discendenza in generale di tutte le specie da una o da poche forme primitive e in particolare della specie umana dai bruti, è tuttavia utile, nel senso religioso, di mantenere le ipotesi circa uno svolgimento graduale dagli organismi e segnatamente del corpo umano, che, concepite da quegli illustri teologi antichi, possono conciliarsi col trasformismo moderno. È utile, per esempio, di ricordare che Suarez, il quale combatte le ipotesi di S. Agostino e sostiene la creazione immediata e diretta dell′uomo, così riferisce le opinioni di S. Giovanni Grisostomo, dellAbulense e del Castro circa quest′ultimo punto: « Intelligunt ergo corpus hominis delineatum et externa hominis forma compositum et imperfecte dispositum praecessisse tempore introductionem animae, ac proinde ab imperfecto ad perfectum successive producendo, tandem ad ultimam dispositionem pervenisse[26] ». Questo corpo abbozzato e imperfetto, che verrà conformandosi col tempo alla disposizione perfetta del corpo di Adamo e, raggiuntala, acquisterà un′anima; questo corpo che vive e non è ancora uomo, non possiede ancora uno spirito umano, in che differirebbe dai bruti? Il Grisostomo professa circa le opere del quinto giorno una opinione rispondente al concetto di S. Agostino e di quegli evoluzionisti che poco stimando i fattori esterni attribuiscono principalmente ad una forza interna le trasformazioni degli esseri viventi. « Mihi videtur fuisse in aquis efficacem quandam et vitalem operationem »[27].

Infatti non sarà mai possibile di spiegare l′origine della vita con la virtù dell′ambiente, nè con l′uso o il disuso degli organi, nè con la selezione naturale, nè con la sessuale, nè con la fisiologica; e se la prima cellula ha dovuto essere formata da una energia interna della materia, è difficile ammettere che una energia capace di operare mutazioni così straordinarie come il passaggio della materia dallo stato inorganico allorganico, non abbia pure dato origine alle mutazioni meno radicali che i primi organismi subirono.

Cornelio a Lapide, contrario come Suarez alla ipotesi di S. Agostino, ammette però la creazione potenziale di alcune specie. « Minora animalia quae ex sudore, exhalatione aut putrefactione nascuntur uti pulices, mures, aliique vermiculi, non fuerunt hoc sexto die creata formaliter, sed potentialiter et quasi seminali ratione »[28]. La stessa concessione è fatta da Suarez per quelle specie imperfette « quae per influentiam coelorum ex putrida materia terrae aut aqua generari solent »[29]. La concessione sembra ma non è parziale, poichè accorda il principio che specie viventi possono aver origine da cause naturali preordinate, della cui azione si ignorano il modo e il tempo.

Il solo Huxley, ch′io sappia, fra i maggiori apostoli del trasformismo anticristiano, ha consentito a esaminare e a discutere alcuni documenti dell′antica teologia cristiana che dimostrano come fra il Cristianesimo e la dottrina dell′Evoluzione non vi sia antagonismo. Huxley, se ha vigorosamente affermato di non essere ateo[30], non tacque però che la dottrina evoluzionista aveva agli occhi suoi, fra gli altri pregi, quello grandissimo di non potersi accordare con la religione cristiana[31] . Egli espresse lealmente il suo stupore quando vide asserita dal Mivart nella sua « Genesis of species » la possibile convivenza pacifica della ipotesi evoluzionista e della dottrina cristiana. Cercò ed esaminò i testi, ma non seppe esercitarvi una critica imparziale, commise l′errore che, a mio avviso, ha commesso, da un opposto punto di vista, il Grassmann. L′uno e l′altro si studiarono di rivelare le differenze fra opinioni metafisiche antiche e ipotesi scientifiche moderne; e certo il dimostrare del Padre Suarez che non fosse fautore del trasformismo riesce ancora più facile che il dimostrarlo di S. Agostino.

Però se il prof. Huxley pensò avere dimostrato contro il Mivart che la teologia cattolica non offriva concordanze con le dottrine trasformiste, la risposta del Mivart dovette porlo in un serio imbarazzo. Il Mivart gli rispondeva nel suo libro « Lessons from Nature » confutando le sue ragioni e adducendo nuovi testi a prova della perfetta libertà dei cattolici rispetto alla teoria dellEvoluzione. I nuovi testi e i nuovi argomenti potevano discutersi ma non poteva discutersi il fatto che il D. Newman aveva benignamente accettata la dedica del libro fattagli dal prof. St. George Mivart, con parole che chiaramente attestano conformi le vedute dellecclesiastico a quelle del laico. Ora poco importava metter fuori di combattimento il Padre Suarez se si aveva poi a fronte, non alcune testimonianze parziali e inconscie, ma con tutta la sua autorità, con la sua piena scienza e coscienza del pensiero moderno, uno fra i più illustri teologi del nostro tempo, cardinale di Santa Romana Chiesa.

Questo ci conduce a osservare che il Grassmann, cattolico, si accorda col Morselli nel toccare alla sfuggita un tale nuovo atteggiarsi del pensiero religioso di fronte alle ipotesi trasformiste, nel tenerne ben poco conto. Ora tanto nel campo della teologia, quanto nel campo della scienza, il pensiero religioso moderno si viene senza dubbio elevando in modo da sottrarsi al conflitto fra evoluzionisti ed antievoluzionisti, che rimarrà ben presto puramente scientifico. Non è un movimento di ieri. Sino dal 1851, otto anni prima che Darwin pubblicasse il suo libro sulla origine della specie, il padre G. B. Pianciani, gesuita, scriveva un libro intitolato: « In historiam Creationis Mosaicam Commentatio ». Trattando l′alto tema con piena notizia della dottrina e delle investigazioni scientifiche del suo tempo, il Pianciani argomentava essere stato il regno animale « successive, gradatim et paullatim in lucem editum »[32].

Se più avanti scrive, « potuerunt eae telluris perturbationes quas indicavimus parvas aliquas modificationes in viventium corpora inducere »[33], con che ammette solo l′azione trasformatrice dell′ambiente e la giudica poco efficace, egli non è venuto in questa opinione per ragioni teologiche, ma solamente per una ragione scientifica che fu poi ampiamente discussa, per le grandi lacune che si riscontrarono nelle specie fossili. Un altro gesuita, il padre Bellinck, posteriormente alla prima grande pubblicazione di Darwin, usciva in queste parole citate da un illustre, antico e tenace avversario scientifico, del trasformismo, il Quatrefages: « Qu′importe après cela qu′il y ait eu des Créations antérieures à celles dont Moise nous fait le récit; que les pèriodes de la génèse de l′Univers soient des jours ou dès époques; que l′apparition de lhomme sur la terre soit plus ou moins reculée; que les animaux aient conservé leurs formes primitives ou qu′il se soient transformés insensiblement; que le corps même de l′homme ait subi des modifications; qu′importe enfin qu′en vertu de la volonté créatrice, la matière inorganique puisse engendrer spontanément des plantes et des animaux? Toutes ces questions sont livrées aux disputes des hommes et c′est à la science à faire ici justice de l′erreur »[34].

È inutile citare, dopo il Bellinck, altri scrittori ecclesiastici di gran fama, come il Bougaud, il Monsabré che con simile larghezza di vedute trattarono dell′argomento. Il Monsabrè, per verità, in una lettera diretta al Jousset nel giugno del 1889[35] si schiera contro il trasformismo, ma solamente per credute ragioni di fatto le quali lo inducono a giudicare, un po′ alla lesta che ce qui eut pu se faire ne s′est pas fait. Solamente riferirò honoris causa alcune parole di un ecclesiastico insigne che alle profonde convinzioni religiose e alla pietà singolare congiunse una grande riputazione scientifica, le seguenti chiare parole del compianto Stoppani, che vogliono essere e sono una succinta volgarizzazione moderna dell′ipotesi di S. Agostino: « L′individuarsi, cioè il presentarsi e il sussistere l′una dopo l′altra delle creature nel tempo non dipende da un atto nuovo di Dio, quasi Dio operasse per atti successivi di volontà, con mezzi diversi secondo i diversi fini, insomma a guisa dell′uomo; ma da quell′atto primo, eterno, per cui l′Universo, una volta creato con tutti i suoi sostanziali principii, con tutte le sue categorie, con tutte le sue naturali relazioni, con tutti i suoi legami attivi e passivi di causa e d′effetto, doveva svolgersi naturalmente nello spazio e nel tempo »[36].

Chi ha seguito l′illustre scrittore di queste linee nei suoi lavori di preparazione all′Hexemeron, sa che professò grande rispetto alla lettera del racconto mosaico, e può quindi maggiormente apprezzare il valore del precedente giudizio.

III.

Se nel campo della fede si manifestarono concetti affini alle teorie trasformiste, se vi fu almeno autorevolmente affermata la libertà di aderire al trasformismo, del pari nel campo trasformista sorsero teorie governate da credenze e sentimenti cristiani e vi fu almeno autorevolmente affermata la libertà di aderire alla fede.

Quando nel 1866, in una seduta pubblica dell′Accademia belga[37], il suo venerabile decano ottantenne, D′Omalius d′Halloy, confermava fra gli applausi la propria antica fede trasformista e insieme il proprio ossequio alla Bibbia, egli, geologo insigne, non era il primo fra i trasformisti a negare quell′antagonismo fra l′idea di Evoluzione e l′idea di Creazione che lodium antitheologicum ha posto in campo, turbando la discussione scientifica di una teoria non ancora uscita dallo stato d′ipotesi. E noto che Lamarck, il vero fondatore del trasformismo, e Geoflfroy St. Hilaire credevano in un Dio autore di tutte le cose; che lo stesso Darwin, anche nel suo libro sulla discendenza dell′uomo ha protestato contro l′accusa dateismo, e che, secondo il Wallace, uno tra i più autorevoli suoi fautori, le leggi della Evoluzione si ricercarono solo per sapere « come il Creatore abbia operato »[38]. Delle opinioni religiose che professarono Lamarck, Geoffroy St. Hilaire e Darwin parlò più volte, anche assai recentemente, il Quatrefages[39] volendo appunto dimostrare con il loro esempio come le teorie trasformiste da lui combattute non abbiano relazioni necessarie nè con la filosofia, nè col dogma. Ma il Quatrefages avrebbe potuto udirsi rispondere che v′era contraddizione logica fra le dottrine di quei naturalisti e i loro sentimenti personali. Infatti fu detto di Darwin che luomo non era imputabile di ateismo, ma che la sua dottrina lo era. A ciò rispose uno scienziato americano eminente, il prof Asa Gray[40], cui piacque appunto di considerare la ipotesi trasformista nelle sue attinenze con la filosofia e la religione; e la sua analisi completa avvalora gli argomenti del Quatrefages.

Esaminate con animo freddo e sereno le obbiezioni teologiche mosse al libro da Darwin sullorigine delle specie, le respinge; e dimostra che la dottrina delle cause prima resta dopo Darwin quale era innanzi, che la sua ipotesi concerne l′ordine e non la causa, il come e non il perchè dei fenomeni. Conchiude affermando che di fronte al problema inesplicato delle variazioni individuali la scienza inclina evidentemente non già verso l′onnipotenza della materia ma verso l′onnipotenza dello spirito[41].

Agli imprudenti difensori della fede che non vogliono concedere avere il Creatore operato per via di evoluzione, poichè a loro giudizio dalla teoria dell′Evoluzione discende che non vi ha Creatore, Asa Gray osserva come abbiano maggior zelo che giudizio, come non convenga loro, di scagliare a pezzi sul nemico i baluardi più forti per difendere posizioni insostenibili, come sieno possibili sempre, con evoluzione o senza evoluzione, tanto il concetto ateo quanto il concetto teistico dell′universo.

Ragionando intorno all′ordinamento teleologico, al piano divino dell′universo, Asa Gray nota come coloro che credono in esso e insieme professano la dottrina della fissità della specie, non sappiano lodevolmente giustificare la presenza di quegli organi privi di funzione e quasi abortivi che si trovano in moltissime specie; e come il problema si affacci loro più grave quando, presso altre specie, riconoscono gli stessi organi, ma idonei a una funzione utile[42]. Se l′occhio fu dato squisitamente perfetto ad alcuni animali superiori, se meno perfetto ma tuttora utile lo ebbero altri animali inferiori, perchè in qualche specie infima lo troviamo noi affatto rudimentale e incapace di visione? Coloro che ammettono a priori un ordine provvidenziale possono trovare la soluzione del problema solo negando la stabilità della specie, affermando che quegli organi hanno servito in passato, o serviranno forse in qualche nuovo modo nell′avvenire, che rispondono insomma ad una finalità più larga e più comprensiva. Così la teoria della Evoluzione illumina, secondo Asa Gray, una serie intera di oscuri fatti nel modo che più si conviene al concetto teistico dell′Universo, all′idea di un piano sapiente della Creazione, di un ordine divino delle cose: idea che infiniti pensatori e scienziati da Voltaire a Darwin, per tacere de′ più antichi, ebbero comune con i credenti. Mi piace notare qui che lo stesso Haeckel offre con la sua genealogia dell′uomo un involontario aiuto a coloro che conciliano l′idea d′Evoluzione con l′idea di una Intelligenza ordinatrice; poichè secondo lui, nelle ventidue serie di forme animali onde consta quella genealogia, un solo individuo una sola coppia ha ogni volta prodotta la forma nuova che sale verso l′uomo; come se ad alcuni esseri viventi fosse stata affidata in particolare la missione gloriosa di condurre la vita alla sua forma più elevata, attraverso forme destinate a rimanere inferiori[43].

La prudente critica di Asa Gray si limita a dimostrare che la ipotesi della Evoluzione, anche se provata, non può in alcuna maniera influire sulle dottrine filosofiche e religiose. Altri più convinti fautori della nuova teoria vi edificarono sopra intieri sistemi di filosofia cristiana. Non parlerò di coloro che, come il Savage e il Mac Queary[44] si finsero un cristianesimo di loro fattura, caldo, per verità, di nobilissime aspirazioni al bene, ma troppo lontano dai dogmi; toccherò invece di un libro rigorosamente cristiano, dove le convinzioni scientifiche e le credenze religiose sono fuse insieme tanto perfettamente, per opera di un così straordinario calore morale, che l′autore avrebbe meritato, io credo, almeno una menzione speciale dal Grassmann, ove parla di sforzi fatti per conciliare la teoria trasformista col dogma.

Il professore Joseph Le Conte, della Università di California, geologo riputatissimo, ha pubblicato nel 1887 un libro sulla Evoluzione e il pensiero religioso[45], dove si dimostra, con una serie di elevatissime considerazioni, come si ingannino quei materialisti e quei credenti che si accordano nel giudicare il valore filosofico della ipotesi evoluzionista, la quale agli occhi suoi ha oramai rivestiti i caratteri della certezza. È strano che quando non si sapeva immaginare come si fossero prodotte le varie forme organiche, si ammettesse l′opera d′un Creatore, e che poi, quando fu scoperta la loro origine dall′Evoluzione, questo Creatore figurasse posto da banda. Si giudica solitamente così l′opera di un ciurmatore ch′è ammirato soltanto fino a che non discopriamo il suo metodo, ma se si tratta di un lavoro sincero e serio, di uno strumento che operi veramente cose mirabili, quando ne veniamo a conoscere i segreti congegni, la nostra ammirazione, lungi dal dileguarsi, diventa un piacere intellettuale squisito ed intenso. E quando la scienza, adempiendo l′ufficio suo, ci discopre in parte il metodo col quale sono state fatte le specie viventi, essa non altro discopre che il lavoro sincero e serio d′Iddio.

Chi contempla la natura a questa nuova luce prova un piacere intellettuale più squisito e più intenso, rende a Dio un culto più intelligente, più degno. Se da un lato coloro che confessano essere stati creati da Dio non ammettono per la specie quel metodo di creazione che ammettono per l′individuo, se dall′altro si pensa di abbattere con l′idea di evoluzione l′idea di creazione, n′è causa quel dogmatismo che si tiene stretto alle idee vecchie solo perchè son vecchie, e quell′altro dogmatismo che abbraccia le idee nuove solo perchè son nuove. Ai primi si può rivolgere lamaro sarcasmo di Giobbe: « Voi siete uomini davvero e la sapienza morrà con voi »; ai secondi, che ora sono in auge, si può dire colla stessa ironia : « Voi siete uomini davvero e la sapienza è nata con voi. »

Il Le Conte considera il problema del male nella nuova luce che gli viene da una teoria spiritualista dell′Evoluzione[46]. Osserva come il dolore che precedette la umanità nel mondo fosse inseparabile da alcuni fattori di evoluzione, dalla lotta per l′esistenza, dal conflitto con l′ambiente, e non possa chiamarsi male se ha condotto la natura terrestre alla sua sommità, l′uomo.

Osserva quindi come non possa chiamarsi male neppur più tardi, se, movendo l′uomo a difendersi dagli elementi, dalle fiere, dai morbi, a studiare e usare le leggi del mondo fisico, è stato potente strumento del suo progresso. Ma vi ha un male peggiore di tutti quello che dagli organismi è passato nello spirito, il male morale.

Anche lo spirito si trova in conflitto con un ambiente nemico; deve vincere o soccombere. Come vincerà? Con lo studio e la pratica delle leggi del mondo morale. La evoluzione ideale dello spirito umano lo conduce dall′innocenza alla virtù; nella virtù sta la suprema grandezza dell′uomo, e chi dice virtù dice libertà, dice violenza contro il male, che divien così necessaria condizione di questo glorioso innalzarsi. Come il mondo inorganico, scrive Le Conte, alimenta il mondo organico, come il mondo organico alimenta il mondo razionale e morale, come i sensi alimentano l′intelletto, così le stesse cupidigie sensuali alimentano i sentimenti morali più nobili purchè non sia violato l′ordine delle cose come la storia dell′Evoluzione lo indica, e le inferiori non si sovrappongano alle superiori. Più è forte l′impulso dell′animalità inferiore, più s′innalza il sentimento morale che la tien soggiogata, più grandeggia l′umanità .

Male vi ha solamente quando cupidigie e sentimento morale mutano posto, quando contro l′ordine storico, per così dire, delle cose, la parte inferiore dell′uomo, il senso, si sovrappone alla superiore, la ragione.

Nessuno dirà che queste nobili pagine sciolgano il problema del male; nessuno negherà che ne rischiarino un lato di vivida luce cristiana. Tuttavia conviene ammettere che se l′edificio del Le Conte non pericola qui, pericola in un altro punto, nel punto dove il prof. Grassmann si trincerò per respingere qualsiasi trattativa pacifica con i fautori di Darwin.

Il Mivart ha chiaramente affermato che la supposta derivazione del corpo umano da una specie animale inferiore non contraddirebbe alla fede e il Grassmann confessa infatti che una tale ipotesi avrebbe i caratteri di ciò che i teologi chiamano sententia temeraria, non di una eresia[47]. Ma le cose corrono diversamente quanto all′altra ipotesi trasformista, secondo la quale anche le facoltà dello spirito umano sarebbero venute svolgendosi e preparandosi nei bruti, avrebbero compiuto una evoluzione come il corpo. Ora la religione cristiana non concede ai bruti un′anima sostanzialmente identica all′umana, un′anima che solo differisca dalla nostra per l′imperfetto sviluppo delle sue facoltà . Circa questo punto le sentenze dei teologi cristiani d′ogni tempo sono chiare e concordi.

Il Le Conte procede peritoso sopra un terreno difficile esprimendo modestamente la sua opinione personale. Egli tiene che l′anima umana abbia origine in qualche cosa di preesistente nella natura inferiore, da qualche cosa ch′egli paragona ad un germe, ad un embrione, il quale solamente nell′uomo arriverebbe a quella essenziale, mirabile trasformazione cui gli embrioni comuni attraversano nella nascita. Il principio vitale delle piante, l′anima dei bruti, sarebbero stadii nella vita embrionale dello spirito, nato finalmente nell′uomo alla ragione, alla libertà , alla immortalità[48] .

Il Le Conte che comprese bene la opportunità di paragonare per questo rispetto la evoluzione filoenica alla evoluzione ontogenica, avrebbe potuto approfondire il suo studio con l′aiuto di S. Tommaso, e più ancora di Rosmini. S. Tommaso, trattando dell′anima nell′embrione umano scrive: « Dicendum est quod anima existit in embrione a principio quidem nutritiva, postmodum autem sensitiva et tandem intellectiva »[49]. E parlando del succedersi di queste anime: « Superadditio maioris perfectionis facit aliam speciem.... quando perfectior forma advenit, fit corruptio prioris.... sequens forma habet quiquid habebat prima et adhuc amplius »[50].

Egli non divide, per verità, l′opinione di coloro che stimano l′anima vegetativa venir poi acquistando la facoltà di sentire e finalmente la facoltà d′intendere, sia pure che questa le venga conferita direttamente da Dio. « Et ideo alii dicunt quod illa eadem anima quae fuit vegetativa tantum postmodum per actionem virtutis quae est in semine perducitur ad hoc ut ipsa eadem fiat intellectiva non quidem per virtutem activam seminis, sed per virtutem superioris agentis, scilicet Dei, deforis illustrantis.... Sed hoc stare non potest »[51]. San Tommaso dimostra che la superadditio perfectionis non può lasciar sussistere l′anima precedente e dà origine a una nuova specie, facit aliam speciem, come l′aggiunta di una unità fa un′altra specie nei numeri. Perciò chi dicesse: « In un dato momento della vita embrionale sopraggiunse all′anima inferiore un complemento di perfezione che ne muta la specie » non contraddirebbe a San Tommaso.

Ma se così avviene nella evoluzione ontogenica, sarà illecito l′opinare che ciò avvenga pure nella evoluzione filogenica e che se il corpo umano è derivato da un organismo inferiore di specie diversa, anche l′anima umana abbia origine da un′anima inferiore, cui un sopraggiunto complemento di perfezione avrebbe mutato specie?

Se il Grassmann e il Le Conte avessero conosciuto la Psicologia di Antonio Rosmini, del maggior filosofo cattolico moderno, il primo avrebbe dovuto sicuramente tenerne conto nel capitolo Menschen und Tierseele, il secondo avrebbe, io credo, corrette in parte le sue idee sulla evoluzione dello spirito, le avrebbe insieme posate sopra una ben solida e ferma autorità. Il Rosmini, attribuendo al principio senziente la facoltà di organizzare la materia, viene implicitamente a confermare la ipotesi della evoluzione fisica per effetto di cause interne, e viene poi implicitamente a includervi l′uomo con queste parole: «Conviene che l′animalità e il suo organismo sia recato alla maggior perfezione acciocchè l′anima intellettiva o razionale vi si aggiunga, ma questa coll′aggiungervisi dà poi a tale organismo quel cotale finimento, quell′attualità, quell′indole di finimento, quel guizzo, quella vita che in niun ente che fosse meramente animale potrebbe essere[52]. Parole che fanno pensare al giudizio di Wallace, non bastare le leggi comuni della Evoluzione e spiegare l′uomo, e doversi ammettere che una Intelligenza superiore ne ha diretto lo sviluppo in un dato senso per vie speciali. Ma come e di dove ha origine, secondo il Rosmini, quest′anima intellettiva? Ha origine da ciò che Iddio rivela l′essere intelligibile all′anima sensitiva, la quale diventa così intelligente. E che ripugna, » esclama il Rosmini « che un principio senziente, come direbbe Aristotile, sia in potenza intelligente? Cioè, che ripugna che egli venga elevato a condizione intelligente ?»[53]. Nella mente del Rosmini lo spirito dei bruti, l′anima sensitiva, è pure indistruttibile, ma non conserva la propria individualità; rappresenta uno stadio nella evoluzione da lui tratteggiata con le seguenti parole :

Qualora sia vero che ogni elemento materiale ha seco essenzialmente congiunto un principio senziente e che, avendosi più elementi... più principii senzienti si unificano in uno, rimane vero che il sentimento creato non perisce giammai, ma solo collo scomporsi dei corpi col ricomporsi si modifica in mille maniere continuamente e prende mille forme diverse. Le quali mutazioni essendo prevedute dalla Sapientissima Provvidenza devono essere rivolte a ridurre lo spirito della vita che anima il mondo a stato e condizione sempre migliore, a perfezionarsi senza posa »[54]. Poteva dunque il Le Conte appoggiare la sua opinione circa l′origine dell′anima umana ad un′autorità insigne, e con l′autorità stessa mantenere l′indistruttibilità dell′anima dei bruti insieme alla differenza specifica delle due anime, insieme alla dottrina che sola immortale riconosce l′Anima umana.

IV

Si potrebbe finalmente, a mio giudizio, portare nella discussione una intatta e vigorosa schiera di argomenti tratti dalla essenza stessa della religione cristiana. Non solo non vi ha dissidio fra questa e il concetto fondamentale dell′Evoluzione, non solo è libera di aderirvi la più severa coscienza cattolica, ma esso risponde, se non m′illudo, alla natura stessa e all′indirizzo del Cristianesimo. Non è la prima volta che una teoria combattuta sulle prime in nome della Fede trionfa di ogni opposizione e rivela un accordo della verità religiosa che innalza lo spirito umano e lo avvicina ad entrambe. A tutti è noto come la esistenza degli antipodi fosse anticamente combattuta da molti, anche da S. Agostino, in nome della Fede. Si sostenne, con maggior ragione e con miglior successo, che doveva invece confermarsi e tornare a maggior gloria di Dio. La teoria eliocentrica onde si allargò il concetto dell′Universo, e quindi l′idea di Dio, ebbe la stessa sorte. La dottrina dell′attrazione universale fu al suo nascere accusata dagli uni, glorificata dagli altri come una ipotesi atea che togliesse a Dio il governo dei mondi per concederlo alle cieche forze della materia. Toccò al pio Leibnitz di combatterla e toccò a Voltaire di dimostrare che Newton aveva con la sua scoperta magnificamente illustrate la sapienza e la potenza divina. La generazione spontanea parve ai materialisti una prova del loro sistema e fu perciò combattuta dagli spiritualisti; ma come scrisse Antonio Rosmini[55], erravano gli uni e gli altri, poichè, se vi è una generazione spontanea, essa non prova già, come voleva il Cabanis, che la materia morta diventa viva da sè, ma che essa viveva anche prima, e che un principio vitale, operando in lei, produsse l′organismo; il qual principio vitale delle cose venne ravvisato da alcuni Padri, secondo scrive più oltre lo stesso Rosmini, in quelle parole della Genesi: « et Spiritus Dei ferebatur super aquas. » Dopo la scoperta di Newton che dimostra lunità del Creato nello spazio, venne la ipotesi sulla discendenza delle specie, che affermando la comune origine e la continuità di tutti gli esseri viventi, dal principio delle cose fino a noi, dimostra la unità del Creato nel tempo. Laccordo di queste due unità nell′Universo offre allo spirito umano la più sublime visione del Creatore ch′egli abbia raggiunta mai, e fu poeticamente paragonato dal Le Conte all′accordo dell′armonia, la unità nello spazio, con la melodia, la unità nel tempo, accordo che è la vera musica delle sfere[56].

Il tumulto e il disordine intellettuale che accompagnano ciascuna di queste grandi fasi del progresso scientifico atterriscono gli spiriti conservatori ma si ricompongono dopo ciascuna di esse in un ordine superiore dove l′intelletto umano si trova più alto a fronte di un Dio più visibilmente grande. Così dopo ciascuna delle maggiori rivoluzioni politiche, come la inglese, l′americana, la francese e la nostra, l′ordine civile si vede ricomporsi più elevato, più conforme al diritto eterno, ricco di conquiste imperiture come il rispetto al diritto nazionale, la eguaglianza civile, la separazione dei poteri giusta la loro natura. Ma vi ha di più. Alcuno potrebbe notare che il Cristianesimo, col suo dogma di una umanità futura derivata dalla presente, dotata di potenze superiori, vestita del suo corpo attuale ma meglio conformato al predominio dello spirito, corpus spiritale, indica nel futuro una continuazione diretta e logica, un complemento del processo evolutivo trascorso, è essenzialmente una religione evoluzionista; come è evoluzionista in sostanza la morale cristiana che insegna il continuo sforzo di liberarsi maggiormente da quell′animalità onde l′essere umano si è svolto, di preparare appunto in sè quel predominio dello spirito che naturalmente appartiene alla specie futura, come un tempo da pochi o molti individui di qualche specie infima fu, secondo si asserisce, istintivamente iniziato e conquistato ai loro discendenti il palpito del cuore[57]. Ma vi ha di più. Nè il professore Asa Gray che a proposito di un giudizio di Agassiz esprimeva scherzando il suo scarso desiderio di rifar conoscenza, in una vita futura, con tutto il regno animale[58], nè il signor Powell, tanto fidente nel progresso degli animali da intitolare un capitolo del suo libro: Animals on the road[59], paiono sospettare che i libri sacri del Cristianesimo promettono solennemente una evoluzione futura non all′uomo soltanto, ma benanco ai bruti e a tutto il Creato.

La expectatio creaturae è bandita da S. Paolo. Secondo S. Paolo, tutta la natura aspira a uno stato superiore che conseguirà quando anche l′umanità sia trasfigurata nello splendore futuro. « Ipsa creatura liberabitur a servitute corruptionis in libertatem gloriae filiorum Dei. Scimus enim quod omnis creatura ingemiscit et parturit usque adhuc »[60]. Molti indizi, dice un commentatore cattolico della Bibbia, il teologo Allioli, rispondono, specie nella creazione vivente, nel mondo delle piante e degli animali, alla rivelazione divina comunicataci da S. Paolo; la cupidità, comune alle creature viventi, di formare, di riprodursi, ch′è infallibile segno del loro tendere inconscio a una forma migliore, la costanza di questo impulso, perfino la tristezza impressa nel volto degli animali.[61] Come l′uomo, soggiunge l′Allioli citando Toletus e Cornelio a Lapide, anche le altre creature ascenderanno dallo stato imperfetto in cui giacciono come prigioniere, ad una simile libertà, stabilità, immortalità. « Tota creatura sensibilis » commenta S. Tommaso « quandam novitatem gloriae consequetur »[62]. Il commento di S. Ambrogio è pieno di triste e grandiosa poesia. Egli considera il travaglio e la pena di tutta la Natura, dagli astri che faticosamente percorrono il loro cammino, sorgono, cadono, risorgono, sino allo spirito degli animali che servono e gemono perchè l′opera loro servile è caduca, non è per il servizio di Dio e per l′eternità, ma per il servizio dell′uomo peccatore e per la corruzione. « Quantum ergo datur intelligi, satis de nostra salute sollicita sunt, scientes ad liberationem suam proficere maturius, si modo nos citius agnoscamus auctorem »[63]. S. Ambrogio ne trae quindi una esortazione ai cristiani di operare il bene anche per pietà della natura inferiore « quae diebus ac noctibus iniurias patiens ingemiscit »[64]. A chi considera nella divina rivelazione comunicataci da S. Paolo quella sola parte che riguarda la evoluzione futura dei bruti, non deve poi ripugnare la ipotesi della evoluzione passata dell′uomo.

Per queste ragioni di ordine diversa giudicai non opportuno quellindirizzo del pensiero religioso che si manifesta e si afferma nel lavoro sicuramente assai dotto e serio del prof. Grassmann. E l′argomento, oltre alla sua importanza generale mi parve averne una particolare per larte che crea con la parola, per l′artista cristiano che non intende operare contro la sua fede; poichè la teoria della discendenza di tutti gli esseri viventi da una origine sola, la idea di una attività vitale immensa, intesa a produrre dalla prima nebulosa, grado a grado, l′ essere intelligente e libero, intesa in pari tempo e in pari modo a preparargli con le proprie deviazioni un contorno che lo regga e gli serva per salire ancora, mi parvero conferire alla rappresentazione intellettuale dellUniverso una meravigliosa ispiratrice bellezza cui non si rinuncerebbe senza violenza e dolore. E se io penso che dovunque certe leggi eterne sono, involontariamente nel mondo della necessità, volontariamente nel mondo della libertà contraddette, evoluzione non significa progresso ma decadenza; se io penso che non vi è ascensione della vita a forme superiori senza lotta contro una resistenza universale e costante nella natura; se mi persuado che l′essere libero deve partecipare a questa lotta, sia pur faticosa e dolorosa, con la propria volontà, sento che l′arte obbedisce a un′indicazione tacita della nuova scienza e combatte veramente sulla fronte della razza quando da ogni animalità inferiore trae lo spirito umano all′accesa ricerca, sia pur faticosa e dolorosa, di quella bellezza complèssa che più è pura di animalità, che compenetra in una luce indissolubile la bellezza intellettuale e la bellezza morale.

Per la bellezza d′un′idea.

I.

Io ebbi, nel febbraio del 1891, l′onore di parlare davanti a una dotta e grave assemblea intorno alle relazioni della famosa dottrina che piglia comunemente il nome da Carlo Darwin, con la dottrina cattolica circa la Creazione. Ho inteso allora stabilire la libertà delle coscienze cattoliche a fronte di una ipotesi, secondo la quale gli organismi viventi non sarebbero già comparsi sulla terra ad intervalli per effetto di atti distinti del Creatore, ma si sarebbero venuti modificando e svolgendo di generazione in generazione da una forma originaria unica alla immensa varietà presente. Ho fatto anzi un passo più avanti; ho detto quale delle due teorie mi paresse più rispondente al vero e all′idea religiosa. Userò per chiarire quel mio assunto, di una similitudine in parte non nuova, sviluppandola in un modo insolito.

Se gli orologi, come hanno una faccia liscia e bianca, un corpo delicato e una oscura, segreta complicazione di sottili visceri, così avessero intelletto, alcuni di essi vorrebbero probabilmente meditare e conoscere il mistero della loro origine. I rozzi orologi d′ottone, i più popolari orologi di argento si contenterebbero forse di una ingenua e semplice fede, crederebbero di essere stati creati in un attimo e nella loro forma attuale per opera di un grande onnipotente Orologio, padre comune di tutti gli orologi; mentre invece gli orologi d′oro, ricchi di pietre preziose e di smalti, si accomoderebbero facilmente ad uno scetticismo elegante, non penserebbero che a camminare e a brillare. Ma i cronometri, gli orologi di più squisita fattura, ripudiando essi pure il credo volgare, indagherebbero con libertà di pensiero e di ricerca il problema. Essi arriverebbero probabilmente a scoprire che un orologio non potè mai essere creato in un attimo perchè certo le sue parti dovettero venirsi successivamente adattando le une alle altre con un processo continuo mediante l′azione combinata di cause sconosciute; che l′orologio non è quindi opera di creazione ma di evoluzione, ossia d′un progressivo sviluppo; che oltre alla evoluzione individuale vi è anche una evoluzione della razza attraverso i secoli, nel senso di un continuo successivo progresso dalle clepsidre ai Brèguet e ai Patek; che l′ idea di un grande Orologio creatore degli orologi è affatto superstiziosa e propria di orologi inferiori, i quali non sanno immaginare un Essere ideale e divino se non con le rotine, le molle, le casse, la mostra e le lancette. Sarebbe tuttavia possibile che, a forza di studiare, uno di questi cronometri scoprisse che i meccanismi degli orologi provengono da una materia preesistente per via di evoluzione, per opera di forze dirette da un Essere intelligente, conformato in modo da poterglisi paragonare tutti gli orologi, da potersi dire ch′egli stesso è una specie di orologio, un sottile e complicatissimo meccanismo in moto, un misuratore del tempo. Questo ingegnoso filosofo dal cervello d′acciaio e d′oro, accostandosi così in parte alla opinione de′ suoi confratelli più illuminati, verrebbe però a confermare in sostanza la semplice fede del popolo dal cervello d′ottone, e il consenso dei più sapienti con i più ignoranti sarebbe, ancora una volta , ottimo criterio di verità , se è vero che gli orologi non si creano con un fiat e che il loro Fattore è egli pure, per quanto se ne può vedere, un meccanismo in moto dove non mancano i battiti misuratori del tempo.

Un simile aspetto ci offrono le credenze e le opinioni umane circa la origine degli organismi viventi. Noi vediamo sorgere primo il concetto di un Creatore somigliante all′uomo anche materialmente, che parla, che crea in un attimo con la voce ordini interi di esseri nuovi, che plasma un uomo di creta e gli soffia nel viso la vita. Noi vediamo contrapporsi a questo il concetto della materia che si trasforma lentamente da sè per via di evoluzione, producendo a poco a poco tutti gli organismi e per ultimo l′uomo stesso, per cui non avrebbe più luogo l′azione di un Creatore; il quale del resto, così com′è rappresentato dalle religioni positive, non sarebbe, secondo il concetto di cui parlo, che un Dio creato dall′uomo a sua propria immagine e somiglianza, che un′ombra colossale dell′uomo proiettata nel cielo vuoto. Noi vediamo finalmente un terzo concetto che ammette nell′universo l′azione di lente occulte forze per le quali la materia inorganica è salita attraverso miriadi di secoli fino a produrre il corpo umano; un concetto che riconosce nel mondo inferiore torbidi prodromi e baleni annunziatori dello spirito immortale donato all′uomo; che attribuisce finalmente le leggi di queste trasformazioni alla volontà di un Essere intelligente cui l′anima umana somiglia perchè essa pure intende e vuole.

Nella memoria che lessi all′Istituto veneto, io ho proposto e difeso, in sostanza, quest′ultimo concetto. Spero non avervi perduto il mio latino, ch′era veramente abbondantissimo, massiccio e pesante. « Vedrete » ha detto, non senza ironia e malumore, a proposito della dottrina nuova e delle credenze antiche, un celebre discepolo di Darwin: « Vedrete. Qualcuno verrà un giorno o l′altro a sostenere che le bottiglie vecchie erano fatte apposta per il vino nuovo. » Io porto un grande e sincero rispetto al professore Huxley, ma ironia o no, malumore no, sono appunto venuto l′anno scorso a sostenere presso a poco che le bottiglie vecchie erano fatte apposta per il vino nuovo. Vi era però nella mia tesi questa sottile differenza. Io avevo trovato che il vino del professore Huxley non era interamente, come altri gli ha detto meglio di me, di qualità nuova poichè certe vecchissime polverose bottiglie avevano dei fondi, scolorati se si vuole e con alquanta posatura, ma ricchi tuttavia d′alcool e simili di sapore a quel vino. Intendo dire che in alquanti grandi e famosi vasi di dottrina cattolica ho trovato idee che se stavano colà dentro, certo vi poteva stare anche la dottrina scientifica della evoluzione. Mi sono allora provato d′introdurvela e ho visto che vi si conteneva mirabilmente e che anzi vi era posto per molto altro vino simile delle vendemmie future. Io ho compiuta questa laboriosa operazione e ne ho dato alle stampe il processo verbale per un pubblico ristretto di materialisti e di credenti, male informati gli uni e gli altri della vera dottrina cattolica.

Allora molti si sono maravigliati che io, scrittore di versi e di romanzi, mi mescolassi d′uno studio simile. Costoro non pensavano forse che, lasciando il latino, i teologi, la metafisica e la barbarie greca dei termini scientifici, mi volterei adesso a parlare della evoluzione come un artista che ne ha il diritto.

II.

Mi figuro che qualcuno di voi, qualche onesta, seria e intelligente persona molto aliena dal discutere intorno a principii generali, dal toccare questioni gravi e pericolose di cui non sa vedere un lato pratico, neghi la importanza di questo argomento per il pubblico grande. Immagino pure il mal animo d′un′altra rispettabile classe, di coloro che si trovano bene a sedere sulle loro vecchie opinioni come vecchie poltrone dove sedevano i loro genitori o come nella solita sedia chiusa del solito teatro, onde tutto che può turbare la loro consuetudine affettuosa li incomoda e li offende. Io penso tuttavia che se in fondo a una miniera di carbòn fossile si trovasse una cronaca locale del tempo in cui quel bosco era vivo, se dalla stella polare cadesse in terra un messaggio profetico sullavvenire dellUomo e dellUniverso, anche il pubblico grande piglierebbe un certo interesse alla cosa. Ora non è una cronaca locale ma una storia grandiosa e semplice dell′ Universo che i veggenti della Evoluzione pensano avere scoperta, parte in fondo agli abissi del cielo, parte in fondo alle viscere della terra, parte nei fossili del linguaggio umano, poichè vi sono anche parole fossili. E la lampada che ha servito per questa grande scoperta, se proietta la sua luce direttamente sul passato dell′Universo e dell′Uomo, manda però un certo chiarore anche dall′altra parte, verso l′avvenire. Essa non era ancora bene accesa quando se ne commoveva il maggiore poeta che il nostro astro abbia posseduto dopo lo Shakespeare. La mattina del 2 agosto 1830 arrivò a Weimar la notizia ch′era scoppiata una rivoluzione a Parigi. Un amico di Goethe si recò da lui nel pomeriggio dello stesso giorno. « Ebbene? » esclama il vecchio Goethe andandogli incontro.

« Che ti pare del grande avvenimento? Il vulcano è scoppiato, tutto è in fiamme, tutte le trattative segrete sono a monte. « Un affare spaventoso! » risponde l′amico. « Ma che si poteva aspettarsi con un ministero simile? Niente altro che la cacciata della dinastia. « Caro mio, qui non c′intendiamo », replica l′autore del Faust. « Io non parlo di quella gente là. Parlo della disputa fra Guvier e Geoffroy St. Hilaire che è scoppiata all′Accademia. »

La disputa che agli occhi di Goethe ebbe tanto maggiore importanza della Rivoluzione di luglio cominciò a disegnarsi all′Académie Royale des Sciences di Parigi il 15 febbraio 1830. A proposito di molluschi il naturalista Geoffroy St. Hilaire accennò ad analogie fra organismi, come ad indizi di una loro vasta unità di composizione. Questa idea gli pareva la vera chiave per lo studio delle cose naturali. S. Hilaire era un filosofo della scienza. I filosofi della scienza amano contemplar le cose nel loro insieme, gittar sull′ignoto grandi ipotesi quasi profetiche, piuttosto simili ad archi di luce che a ponti di ferro dove la gente positiva voglia mettere il piede. Essi assalgono male armati, come tutti i profeti, il regno delle idee vecchie, il quale, organizzato per una dura difesa, oppone al nemico un esercito permanente di conservatori devoti che combattono e non ragionano, cittadelle e bastioni su cui sventolano gloriosi nomi del passato, arsenali pieni d′armi provate e paurose a vederle, uno Stato maggiore di capi che con le idee vecchie si è acquistato gloria, onorificenze, uffici, tutti gli splendori della vita. Perciò le prime battaglie vanno quasi sempre male per i profeti. Quando St. Hilaire accennò alla mutabilità delle specie ed espresse la opinione che invece di essere state create subitaneamente ad epoche diverse esse fossero rami di uno stesso albero genealogico, si trovò di fronte il barone Guvier, uno scienziato famoso e veramente grande nell′analisi, il quale avendo consumato la vita a studiar con gloria tutto quanto distingue le specie fra loro, abborriva naturalmente da un′idea che le riannoda tutte. Il dibattito si rinnovò per parecchie sedute fra il febbraio e l′ottobre, allargandosi sempre più poichè ciascuno inviava al fuoco sempre nuova materia di discussione, come avviene in guerra che una scaramuccia di avanguardia diventi a poco a poco una battaglia. La sala dell′Académie des Sciences fu aperta per la prima volta al pubblico che voleva assistere al duello degli illustri scienziati, colleghi da trent′anni nell′insegnamento della Storia Nazionale al Jardin des Plantes. Costoro non parlavano che di molluschi e di pesci, si azzuffarono per due sedute intorno a un osso il cui nome scientifico è os hyoides; eppure il 19 luglio, alla vigilia della Rivoluzione, la sala era piena zeppa di gente.

Cuvier ebbe facilmente, agli occhi della maggioranza, il di sopra. Per far valere le distinzioni costanti delle specie fra loro, egli poteva addurre argomenti visibili e sensibili, mentre Geoffroy non aveva alcuna testimonianza del passaggio da una specie all′altra. Per verità, questo argomento del « chi ha veduto? » serve anche bastantemente bene contro le creazioni successive e distinte. Serve troppo e potrebbe anche far assolvere un ladro che si difendesse così « voi mi opponete un testimonio che dice di avermi veduto scalar la casa, ma io ve ne citerò dei milioni che non mi hanno veduto nè scalar la casa nè, sopratutto, pigliar la roba. » (Jeoffroy non piegò, sostenne virilmente le sue idee: ma la causa della Evoluzione era sconfitta per trent′anni.

Non era quella, del resto, la sua prima battaglia. La prima vera battaglia per l′Evoluzione l′aveva data ventun anni prima, nel 1809, un altro francese, Giovanni Lamark, del quale non vedo che siasi parlato all′Acadèmie des Sciences nelle discussioni del 1830.

Infatti le idee di Lamark sulla discendenza di tutte le specie viventi da una comune origine e sulle cause della loro trasformazione furon subito sepolte sotto un mucchio di epigrammi. Non poteva vivere, in Francia, una dottrina, secondo la quale si argomentava come in un certo paese dove certi alberi da frutto ramificavano in alto, certi animali che di quei frutti eran ghiotti, a forza di allungare disperatamente il collo per addentarli, fossero diventati giraffe. I francesi la seppellirono ridendo e, come avviene nei semi, ciò che ne doveva morire morrà, ciò che n′era vitale mise invisibilmente radice. Altri germi della stessa idea erano stati sparsi altrove per opera di altre mani. Geoffroy St. Hilaire battendosi con Guvier gittò quasi un grido di riscossa ad alleati lontani, e fu Goethe che rispose per tutti così: « Siamo più di cinquanta in Germania che abbiamo lavorato e lavoriamo per la stessa vostra causa, i tedeschi hanno bisogno di pensare che tutti gli esseri sono collegati genealogicamente fra loro. Io medesimo mi trovo avanti a molti su questo terreno, avanti a Gamper, avanti a Blumenbach, con una importante scoperta. Peter Camper, colpito e turbato della stretta parentela anatomica della scimmia e dell′uomo, aveva creduto trovare il più importante carattere specifico della scimmia in un osso della mascella superiore, los intermaxillare, mancante secondo lui nell′uomo. Io ho trovato e dimostrato che quest′osso esiste anche nell′uomo. »

Così parlò Goethe che con altri lampi della sua mente sovrana illuminò il cammino alle idee evoluzioniste, indovinando nei vari organi delle piante la trasformazione della foglia, e nel cranio dei vertebrati la trasformazione della vertebra. Noi che cerchiamo di smuovere tanta gente dalle opinioni sulle quali è comodamente seduta, e abbiamo tanto a cuore di trarre dalla nostra parte i migliori, noi abbiamo a imparar molto dalla esperienza di Goethe. Egli era sui trent′anni e aveva una fama puramente letteraria quando mandò con una lettera umile all′illustre Peter Camper i suoi lavori che dimostravano evidentemente, contro l′opinione del Camper, esistere l′osso intermascellare anche nell′uomo. « Bene rispose cortesemente il grande anatomista bravo. Avete fatto un bel lavoro che vi deve esser costato molta fatica. Me ne congratulo con voi ». Dopo di che continuò imperterrito a dire e a scrivere che l′uomo non ha l′osso intermascellare. « Si vede esclama Goethe ch′ero molto giovane e ingenuo e conoscevo ben poco il mondo se mi mettevo io scolaro a contraddire un maestro, peggio! se gli provavo che sbagliava. » In fatto il giovane Goethe navigava nella corrente viva della scienza mentre laltro povero vecchio uomo celebre era là indietro maestosamente fermo sulla sua secca dell′osso intermascellare. « Che bella cosa” disse un inglese crudele, ma sapiente” che bella cosa se gli scienziati non vivessero mai più di sessant′anni! Dopo i sessant′anni non ve n′ha uno che voglia saperne di cambiare idee. »

III

Alle campagne disgraziate di Lamark e di Geoffroy St. Hilaire seguì nel 1895 la terza riscossa con Carlo Darwin è curioso, dicono, di studiare certe vie dei germi nello spazio, le misteriose complicità degl′insetti, delle farfalle, che portano da stami a stami un atomo di polline fecondatore, dei passeri che portano da paese a paese un minuscolo seme onde usciranno foreste; cosà è curioso di studiare le simili occulte vie dell′idea. Ecco qui, osservate col microscopio un oscuro minuscolo dottor Grant che nel brulichio del genere umano si vede appena un momento in principio di questo secolo. Egli va, va, tocca volumi di Lamark, se ne parte tutto intinto di evoluzionismo, scompare, va, va, cammina nascosto, ricompare finalmente nel 1825 in un passeggio pubblico della città di Edimburgo, tocca un giovinetto di sedici anni, si perde per sempre nelle tenebre. Il giovinetto non s′accorge di nulla, studia, lavora, diventa uomo, diventa celebre, invecchia, esamina cinquant′anni dopo la propria vita e si trova una piccola, impercettibile traccia di quel tocco, una piccola macchia di evoluzionismo e di Lamark proprio in quel posto del suo pensiero dove ha messo la prima radice nel luglio del 1837 una sua teoria sulla Origine delle Specie, che solamente nel 1859 è giunta, occultamente crescendo, alla luce. Ecco la via dell′idea da Lamark a Carlo Darwin.

Gli agenti microscopici hanno aiutato molto l′opera di Darwin e uno di essi mancò poco non la mandasse a monte, poichè egli stesso, vecchio e glorioso, ricordava, rabbrividendo, che la espressione del suo naso era molto spiaciuta, sulle prime, al capitano Fitz Roy del Beagle cui repugnava di prendere a bordo un naso così poco energico: e al viaggio compiuto sul Beagle, Darwin attribuiva in gran parte le sue conquiste scientifiche e la sua gloria. Sette anni più tardi, nell′ottobre del 1838, lavorando da quindici mesi agli studi sulla trasformazione delle specie, egli urta in un mistero che gli pare impenetrabile. Ha trovato che l′uomo, operando sugli animali domestici e sulle piante, scegliendo per la riproduzione gl′individui meglio conformati secondo il suo desiderio, modifica a poco a poco il tipo della specie, crea delle varietà, le quali sono a suo avviso principii di specie nuove. Questa è la selezione umana. Ma come si fa la selezione degli animali selvatici? Chi sceglie i produttori che modificheranno a poco a poco il tipo della specie fino a che sorga una specie nuova? Darwin ci si perde. Un giorno, stanco di studiare e di meditare, piglia, per distrarsi dalla zoologia e dalla botanica, il primo libro che gli viene alle mani. Il libro non parla di bestie nè di piante, parla di uomini; dimostra che una grande quantità degli uomini che nascono devono morir presto perchè altrimenti non vi sarebbe sulla terra da mangiare per tutti. Questo è un lampo nella mente del giovane. Come si moltiplicano anche gli animali e quali quantità enormi ne devon perire prima dello sviluppo completo! Evidentemente in ogni generazione di ogni specie i pochi che sopravvivano alla strage, i pochi vincitori della battaglia per la vita sono i più forti, i meglio conformati. Ora voi non trovate due individui della stessa specie che siano del tutto identicamente conformati. Vi hanno differenze vantaggiose nella lotta per la vita, ve ne hanno di svantaggiose. Ebbene, per forza di natura, coloro cui son toccate le prime trionfano e accoppiandosi trasmettono questi vantaggi di struttura ai loro discendenti che pure differiranno fra loro e con le stesse conseguenze; onde il tipo della specie si verrà modificando di generazione in generazione. Ecco la selezione naturale. Darwin ha trovato ciò che gli occorreva, la sua teoria è fondata. Egli lha chiara in mente fino dal 1839 e ve la tien chiusa fino al 1859. Il libro famoso sulla Origine delle Specie è passato prima di nascere per una gestazione cerebrale di vent′anni. Venti anni nel calore di un tale spirito che continuamente lo nutriva di nuovi fatti, raccolti e digeriti con mirabile pazienza, che ne eliminava continuamente i meno evidenti, i meno concludenti, e insieme ogni superfluità, ogni sproporzione, ogni debolezza, gli diedero la densità chiara e la regolare misura del cristallo. Un libro scientifico denso, chiaro, liscio e regolare come il cristallo, è luminoso per la virtù della sua forma ed esercita una grande attrazione sugli uomini, anche se questo cristallo non è propriamente diamante. Si capisce dunque, almeno in parte, che lOrigine delle Specie abbia levato alla sua pubblicazione un clamore immenso, quantunque l′idea ispiratrice non ne fosse oramai più nuova, poichè un altro naturalista inglese, Wallace, l′avea concepita tal quale un anno prima, e gli amici comuni, conoscendo allora gli studi di Darwin, avevano procurato, per un sentimento di giustizia, che insieme alla memoria di Wallace uscisse anche un saggio del lavoro di Darwin. Il pubblico non avrebbe badato affatto a quelle memorie; i dotti avevan detto che quanto vi era di nuovo non era vero e quanto vi era di vero non era nuovo.

Ciò non impedì che la nazione inglese divorasse poi in pochi anni sessantamila copie del libro sull′Origine delle Specie e che i dotti gli dedicassero, pure in breve tempo, 265 memorie analitiche senza contare gli articoli di giornale. Si è detto per spiegare questo successo: « l′idea era nell′aria ». A ciò Darwin in persona ha risposto: no, il segreto è questo, che io cominciai con trarre da materiali enormi un grossissimo libro, cui poi restrinsi in un compendio, dal quale compendio finalmente cavai un estratto, ch′è il libro sulla Origine delle Specie. Qualche osservatore superficiale potè dirgli: il pubblico si è gittato avidamente sul vostro libro, perchè vi conosceva e vi ammirava di già come autore del Viaggio dun naturalista. Invece, uno di quegli spiriti troppo fini che sdegnano le verità volgari e vanno sempre in cerca del sottile e del nuovo, avrà potuto ragionare così: « Il pubblico non capisce nulla della teoria, e glie ne importa poco; figuratevi però una bella faccia di galantuomo, che stando in atteggiamento modesto davanti a voi vi parli arabo con voce pacata, ma calda e dolce, con una espressione di zelo e insieme di candore; voi vi divertirete un mondo ad ascoltarlo, senza capirne una sola parola. Il libro di Darwin ha avuto un così grande successo perchè ne traspare appunto la bella faccia leale dell′autore che vi guarda con un gran fuoco negli occhi e vi parla con un grande amore del vero, con una grande convinzione, eppure con umiltà ».

Quanto a me, ammessa questa cosa ovvia che ciascuna delle riferite opinioni contiene la sua parte di vero e che il loro comune errore è di volersi escludere a vicenda, penso che nessuno abbia avuto in una tal disputa tanta ragione e tanto torto quanto lo stesso Darwin. Il libro nacque vitale, atto a sviluppare una potente azione, ma se non trovava l′aria che gli occorreva sarebbe morto senza smuovere una sola menoma vecchia idea. Vi era nell′aria e quindi in tutta la intelligenza umana che vive e respira, un quid invisibile che aveva una manifestazione puramente negativa. Quando certi germi invisibili arrivano col vento, si vedono certe piante verdeggiare, sì, fiorire e fruttificare ancora, ma dar però i primi impercettibili segni di un malessere che non sfugge all′occhio esperto. Nella prima metà del nostro secolo la tuttavia florida credenza nella stabilità delle specie aveva dato, come si è visto, qualche segno di deperimento. Molto prima, io credo, di Lamarck e di Geoffroy St. Hilaire, che visibilmente la guastarono, incominciava inavvertito uno stadio della conoscenza umana, il quale tuttavia si svolge e la conduce a respingere con la stessa forza di una repulsione elettrica le opinioni popolari sulla origine delle specie; le quali opinioni finiranno, probabilmente, dentro il secolo Ventesimo, con staccarsi del tutto e per sempre, morte e imputridite, dallo spirito umano, per diventare, dopo altri secoli, materia fossile di cui stupiranno, quando vengano a scavarla, per curiosità o per studio, le generazioni future. Infatti gli stadii della conoscenza umana somigliano un poco alle grandi epoche geologiche. Quando voi consultate gli archivi di una grande epoca geologica, ossia le reliquie degli organismi ch′ebbero vita in quel tempo, voi trovate che hanno un carattere comune. Vi è un′êra geologica in cui voi trovate soltanto reliquie di animali mostruosi che al nostro occhio moderno hanno un che d′irrazionale e di fantastico; e così vi è un′era del pensiero umano in cui voi trovate una quantità d′idee fossili sui fatti naturali che hanno pure generalmente un carattere irrazionale e fantastico, mentre vi è un′altra êra del pensiero umano, la êra moderna, incominciata nel secolo decimosesto, nella quale le idee circa i fatti naturali vanno prendendo un carattere razionale che io chiamerei matematico; carattere che consiste nella tendenza a escludere la tradizione e l′autorità, a dimostrare tutto ciò che non è assioma, in un severo concetto della equazione tra fatti e cause, dove il fatto è una quantità determinata e la causa è una x, in un impulso quindi a ben determinare, dapprima, mediante l′osservazione diretta, il fatto, per procedere di poi logicamente verso la x. Un tale impulso doveva condurre lo spirito umano a incatenar bene e indissolubilmente fra loro certi effetti e certe cause, cioè a scoprire e determinare un indefinito numero di leggi naturali, a respingere tutto che è fuori delle leggi conosciute. Alcune anche fra le idee che portano questa impronta moderna periranno, diventeranno alla loro volta fossili e faranno stupire i nostri discendenti più lontani; ma intanto è certo che dal 1859 il senso comune umano si andava inavvertitamente disponendo in modo contrario alle opinioni regnanti circa la origine delle specie. Che il primo elefante e la prima elefantessa o anche solo che i primi due passeri fossero balzati vivi dal suolo, che una statua di creta fosse diventata improvvisamente un organismo di ossa, di muscoli, di nervi, irrigato dal sangue, nessuno Tavea potuto vedere ed era fuori di tutte le leggi , di tutti i procedimenti noti delia natura. Erano idee d′un periodo intellettuale passato e regnavano ancora, e mentre io parlo non hanno perduto ogni loro dominio, in parte perchè indebitamente aderivano del tutto, e pur troppo indebitamente aderiscono tuttavia molto, come una corteccia tra viva e morta, alla fede religiosa, in parte perchè gli uomini si erano abituati ad esse e riusciva e riesce loro incomodo di mutarle. Coloro poi che non credevano in Dio e quindi neanche nella Creazione, non potendo affermare contro la scienza che le specie presenti degli animali e delle piante esistessero ab eterno, erano in grado, sì, di filosofar molto sulla materia e sul caso, ma non affatto di sciogliere con un ragionamento persuadente l′enigma di questa incognita: come gli animali e le piante che certo due o tremila secoli addietro non c′erano, abbiano poi cominciato ad esistere. Ecco in qual punto uscì il libro chiaro e potente di Darwin dove s′intendeva dimostrare con una grande copia di osservazioni esatte e di raziocini acuti come le specie animali fossero venute, per effetto di leggi della natura, insensibilmente divergendo da una o poche forme primitive alla presente varietà immensa. Allora, essendovi un grande accordo fra il carattere di questa idea e il carattere del pensiero moderno, il suono della parola di Darwin fece vibrare spontaneamente una moltitudine di cervelli, fece suonare nella stessa nota una moltitudine di parole umane; e avvenne ciò che avviene a ciascuno di noi quando altri ci capita improvvisamente a dire una cosa che noi ci sentivamo confusa dentro a noi stessi e che soffrivamo di non saper trarre dai viluppi oscuri del nostro pensiero. Avviene allora uno slancio dell′esser nostro verso colui e facilmente ci scoppia dal labbro una esclamazione di consenso e di sollievo. Certo per molti, specialmente in Germania il Reiz, come disse un tedesco di opinione diversa, l′attrattiva della idea darwiniana fu questa che finalmente si poteva fare a meno di Dio; o meglio, dico io, si poteva metterlo in una ben meritata pensione per i servigi onestamente prestati fino alla fabbrica della prima cellula vivente.

Questa presunta giubilazione del Creatore rendeva idrofobe contro il darwinismo una quantità di altre persone tanto poco prudenti quanto le prime. Ma sotto alle grida e al tumulto della battaglia teologica il libro di Darwin era accolto con tacita soddisfazione da moltissimi, che semplicemente godevano di poter finalmente lasciare a Milton il leone che nascendo dal suolo si dimena onde cavarne le gambe posteriori, di poter finalmente fare a meno di una genealogia fantastica degli esseri viventi, rispondente a uno stadio inferiore della conoscenza umana, come le credenze nella parola articolata di Dio Creatore e nel soffio della sua vera e propria bocca rispondono a uno stadio ancora più antico. E qui, signori, noto di passaggio che se le grandi epoche geologiche sussistono in certo modo ancora tutte nei sovrapposti strati terrestri, anche gli stadi della conoscenza umana sussistono ancora fino ad un certo punto nei sovrapposti strati sociali; perchè infatti vive tuttavia nelle razze inferiori e barbare, vive qua e là nelle infime oscurità della ignoranza popolare e vivrà chi sa quanti secoli ancora, la fede ingenua nella parola articolata e nel soffio della parola di Dio. Un′ombra, una immagine di questi stadii successivi si rispecchia nello sviluppo intellettuale d′ogni vita umana, allo stesso modo che gli stadii successivi della evoluzione fisica si rispecchiano nello sviluppo d′ogni embrione umano, poichè il nostro cervello, nel formarsi, somiglia prima a quello dei pesci e poi a quello dei rettili e poi a quello degli uccelli e poi a quello dei mammiferi. Così il bambino, anche se ha nome Carlo Darwin, anche se è nato a scrivere LOrigine delle Specie, quando gli domandano: «chi vi ha creato e messo al mondo? » risponde secondo gli hanno insegnato « Iddio », e ignorando la sua origine naturale, si figura essere stato composto, senza intermedio alcuno, da questo sconosciuto Potente. Quando poi gli raccontano il Genesi, sempre si figura, come ogni razza inferiore, un Dio con la bocca e la voce sonora, che parla latino.

Il libro ebbe dunque un successo fulmineo di stupore e di commozione, benchè dalle finestre gotiche della Quarterly Review un vescovo anglicano si mettesse subito a soffiare improperi sull′incendio e molti altri soffiassero con lo stesso furore da finestre minori e sin da Berlino il Kiadderadatsch soffiasse epigrammi. Soffiare sopra un′idea, è come soffiare sopra un liquido acceso; uno crede di spegnere il fuoco e lo spande. La prima edizione del libro si vendette ai librai in un giorno. Se ne fece immediatamente una seconda di 3000 esemplari e se ne intraprese la traduzione tedesca. Vi furono pure due tentativi di traduzione francese, ma Darwin trovò in sentinella sulla porta della Francia una frase di Elie de Beaumont: « C′est de la science moussante ». Le frasi essendo in Francia un grande potere dello Stato, il libro non potè allora passare, e fino al 1862, quando la signorina Royer affrontò e vinse gli ostacoli,

Darwin dovette accontentarsi di un articolo della Revue des Deux Mondes dove il Laugel parlò dell′Origine con quella equanimità signorile ch′è un carattere dei migliori spiriti francesi. Intanto si preparava la terza edizione del libro; e notate, signori, che non usavano allora le finzioni degli editori odierni, ogni edizione annunciata come nuova lo era di fatto, e costava fatiche nuove all′Autore.

I lettori dellOrigine si moltiplicavano dovunque, benchè Darwin gemesse sotto una tempesta di critiche ostili. « Sono stanco » diceva. Un concilio scientifico che si fosse raccolto nel 1860 avrebbe anatomizzata la dottrina. La conversazione di Lyell era una bella vittoria; anche quella di Huxley, fattosi apostolo, come disse Darwin scherzando, del Vangelo del Diavolo, valeva qualche cosa, ma parecchi altri naturalisti di gran nome si erano pronunciati contro la nuova teoria, e Herschel diceva ai suoi amici: Questa selezione naturale mi pare una legge di higgledy piggledy, vocabolo che Darwin non capì ma che così al fiuto gli garbò poco. Intanto i lettori crescevano. Fino a tutto il 1860 gli scienziati tedeschi, meno uno, non fiatarono nè pro nè contro. Alcuni di loro erano da parecchio tempo evoluzionisti in astratto, sostenevano che l′uovo doveva stare in piedi ma il colpo di Colombo non era venuto in mente a nessuno, e ora dava loro probabilmente un po′ di noia che questo diavolo d′inglese avesse messo l′uovo in piedi. Intanto i lettori crescevano. Se la scienza ufficiale non accordava ancora il suffragio a Darwin, si alzava però verso di lui da ogni parte questo fumo dal dolce odore ch′è la celebrità. Egli aveva torto di domandare all′opinione pubblica un verdetto sul valore delle sue idee. Posta la qualità dell′argomento e il contegno degli scienziati, non si poteva chiedere al pubblico un giudizio esplicito e preciso sulla teoria della selezione naturale. Creando celebri l′uomo e il suo libro, il pubblico, in sostanza, si pronunziava a favore di un metodo razionale qualsiasi, buono per dimostrare che le specie sono venute al mondo come ci vengono gli individui, naturalmente. Ma la celebrità, per quanto dolce odore d′incenso abbia, è pur sempre fumo e intorbida l′aria. Essa emana da sua natura da uno sterminato numero di persone, la maggioranza grandissima delle quali appena sa il nome di ciò che onora, appena ha un concetto fumoso del perchè di quest′onore che va congiunto ad un nome. E questa maggioranza cieca si allarga sempre più nelle generazioni che arrivano mano mano all′uso della cultura e dei pregiudizii comuni. Io non intendo seguire ora i passi della fama di Darwin; essa raggiunse una diffusione che i nomi di Newton, di Copernico e di Galileo non hanno superata. Lui vivo, si arrivò a discutere pubblicamente, in seno a una società tedesca di psicologia, intorno alla forma del suo cranio, nella quale occasione quegli psicologi giudicarono ch′egli avesse il bernoccolo del rispetto all′autorità, grosso per dieci preti. Quando morì, i buddisti dell′isola di Ceylan furono chiamati dal loro pontefice Soumangala a festeggiare solennemente l′entrata del grande trasformista nel Nirvâna di Buddha. Ma tanto fumo ha presso che nascosti alla vista del pubblico i precursori del naturalista inglese, e, come sogliono i vapori, ha ingrandite e alterate le parvenze della immagine che circonda. Darwin diventò agli occhi delle moltitudini il padre legittimo della ipotesi trasformista e la si chiamò quindi popolarmente, dal nome di lui, darwinismo, mentre egli aveva puramente ideato un modo pratico di farla stare in piedi. Questa nebbia classica circonda ancora il Dio se uno di noi profani vi entra oggi e vi guarda le cose da vicino, vi discerne ciò che non avrebbe creduto. La vera Chiesa darwiniana ortodossa non esiste , si può dire, più. Darwin ha tuttavia il suo altare dove riceve un culto d′inni e d′incensi; ma i suoi stessi sacerdoti sono liberi pensatori che sparlano, nelle sagrestie, del dogma. Forse il prof. Huxley, apostolo dell′Inghilterra, è il solo nel mondo scientifico cui la teoria darwiniana paia assisa stabilmente come la dinastia di Annover sul trono inglese che non è poi un maximum di sicurezza; benchè molte generazioni dovranno a suo avviso affaticarsi intorno ai problemi che il suo maestro e amico lasciò insoluti. L′apostolo della Germania, Haeckel, cui preme sopra tutto stabilire il fatto della unità genealogica di tutti gli esseri viventi, la Descendenz-Theorie, e fondarvi sopra il suo materialismo scientifico, ha, circa le variazioni individuali che sono la base della selezione, tutt′altro concetto da quello del suo maestro e la sua eresia si chiama già Haeckelismus. Il Romanes, mente pacata e lucida, trovando che la selezione naturale non bastava al compito assegnatole, ha immaginata la selezione fisiologica, per la quale certe unioni che farebbero retrocedere il movimento evolutivo di una specie, riescono infeconde.

Colui che, viaggiando nell′Arcipelago Malese, divinò la selezione naturale senza conoscere i lavori, ancora inediti, di Darwin, il Wallace, la cui fedele amicizia con Darwin onora veramente in due nobili e grandi anime la natura umana, proclama con entusiasmo la dottrina di cui cede ogni vanto all′amico suo, ma le contraddice risolutamente in un punto capitale, l′origine dello spirito umano per via di selezione. Ora se io volessi descrivere tutti gli scismi del trasformismo, sarebbe come un voler descrivere tutte le diverse dottrine teologiche e morali che hanno dato origine a diverse chiese, comunità e sètte nel seno del cristianesimo; due materie più simili che non si creda perchè anche il trasformismo tocca i problemi dellorigine e del destino dell′uomo, ha il suo apparato di misteri e di affermazioni dogmatiche. Sarei per verità imbarazzato a trovarvi una chiesa cattolica; ma forse non curando qualche piccola eresia, potrei dopo il buono e modesto pontefice Darwin, trovarvi un aspro e violento pontefice Haeckel, armato di dogmi e di scomuniche, custode di una Bibbia Sacra, di un Genesi nuovo, dove ci si impone di credere che Moneron genuit Amaebam, Amaeba genuit Synamaebam e via fino a Pithecanthropus qui genuit hominem.

IV.

Gli avversari sentimentali del trasformismo che deridessero le discordie intestine del nemico, sperando vederlo distruggersi con le proprie mani, riderebbero male e per poco tempo, come in ogni tempo avrebbero riso male gli avversari del Cristianesimo giudicandolo in pericolo di vita per le piaghe degli scismi e delle eresie. Nessuna grande rivoluzione si compie senza disordini. Si disegna, è vero, sotto a tante contese una tal quale concordia nello scemare importanza alla selezione naturale il cui valore lo stesso Darwin ammise di aver esagerato; ma io vedo insieme allargarsi, venir congiungendo amici e avversari scientifici una tacita o espressa concordia nell′idea che tutti gli esseri viventi sono rami e frondi di un solo albero genealogico, salito, chi dice in un modo, chi dice in un altro, da un solo germe, la prima cellula vivente, a un solo vertice, l′uomo. E parmi vedere che mentre la selezione non cade, no, ma decade, va pigliando un posto modesto fra le cause trasformatrici, un′altra ipotesi ascende, una ipotesi piena di oscurità e di lampi che chiude in sè, forse, il segreto della scienza futura. È debito di lealtà verso Darwin, uno de′ più leali uomini che sieno stati mai, riconoscere ch′egli ha ben saputo e confessato di fondar la sua teoria sopra un′incognita, sulle differenze che offrono fra loro gli individui della stessa specie della stessa famiglia. Queste differenze, perchè? La domanda parte dal confine del sapere umano verso il buio e il silenzio. Nessuno sa il nome nè l′essere del potere occulto che crea queste differenze inesplicabili. Eppure senza di esso il meraviglioso meccanismo della selezione resterebbe immobile e vano, come una vela senza il vento, come i volanti, le funi, le ruote, gl′ingranaggi d′una officina a motore idraulico se la corrente scompare nel proprio letto.

Dovunque sorge e discende, dovunque arriva e trapassa l′arcano movimento della vita, questo potere occulto è presente. Noi non sappiamo, veramente, perchè i figli sieno simili ai genitori e tra loro, come agisca la forza che conserva; ma sappiamo ancora meno perchè i figli siano diversi dai genitori e fra loro, come agisca la forza che trasmuta. La selezione è certo un procedimento della natura ed è glorioso per Darwin di averla scoperta; in questo campo dove si combatte per la unità genealogica della vita vi è gloria per tutti; ma la selezione opera negli organismi dall′esterno, e come ammettere che nella produzione di forme nuove una o più cause esterne abbiano avuto parte maggiore che non la segreta potenza per la quale tutte le variazioni s′iniziano? Vi ha chi deprime ora Darwin a favore di Lamark. Certo vi è gloria anche per Lamark, certo all′ambiente, all′uso e al disuso degli organi è riconosciuta un′azione trasformatrice; ma quando il Nägeli vede uscire da una specie varietà diseguali in circostanze uguali e varietà uguali in circostanze diseguali, come si negherà che il principio della trasformazione è nello stesso organismo vivente e che le cause esterne solamente lo stimolano e lo dirigono?

E con quale causa esterna spiegherete voi le disposizioni simmetriche naturali che prima ancora del comparir della vita si manifestano nei cristalli e accompagnano poi la materia nella varietà infinita del mondo organico, nella foglia come nel bruco, nella farfalla come nel fiore? È forse esterna la forza che costringe, per così dire, in terra e in cielo, gli atomi di un sale ad aggregarsi, poniamo, in ottaedri, e gli atomi d′un altro sale ad aggregarsi, poniamo, in dodecaedri? Forse che i primi sono padri dei secondi? Forse che per via di selezione naturale hanno acquistato prima nove facce e poi dieci e poi undici e poi dodici? E come potete voi affermare che se una interna potenza sconosciuta ha dato la forma e la simmetria ai cristalli, nessuna interna potenza sconosciuta ha dato o almeno ha aiutato a dare la forma e la simmetria agli organismi? La selezione naturale, questa tempesta di dolore, di terrore e di morte che turbina implacabile intorno al nostro pianeta nella sua disperata fuga attraverso i cieli, fu dunque sola a promuovere la magnifica ascensione delle forme organiche dalle monere[65] infime all′uomo, o non vi era invece dentro agli organismi stessi una forza che li trasformava in un dato modo come in una ghianda vi è una forza che ne fa una quercia, e non è stato ufficio della selezione naturale aiutare questa forza? Accanto alla selezione naturale, Darwin ha collocato la selezione sessuale. Non solamente il vigore e il coraggio dei maschi, ma gli ornamenti altresì del corpo e, fra gli uccelli, anche la dolcezza del canto inducono a preferenze, ad accoppiamenti che dirigono la evoluzione della specie, ora se il maggior vigore, il maggior coraggio prevalgono per evidente necessità di natura, invece la maggior vivacità dei colori, la maggior eleganza delle forme, la maggior soavità della voce non prevalgono esse per un intimo senso che si desta nell′organismo, per una oscura nascente gioia della bellezza, che risplenderà poi nei capolavori dell′arte umana? E quando dagli esseri infimi che non hanno sesso, che si propagano per divisione o per gemme o per spore si svolsero dopo secoli e secoli gli esseri ermafroditi, e quando gli ermafroditi si scissero in maschi e femmine, quale è stata la causa esterna che ha dato origine ai sessi? E poi che i sessi furon divisi è forse venuto dal di fuori l′istinto sovrano, primizia dell′ amore, per cui si cercano l′un l′altro? Haeckel, che negando e deridendo il concetto di un ordine intelligente dell′Universo, pretende spiegare tutta la scala degli organismi con la onnipotenza della selezione naturale, come spiega egli la origine stessa della Vita? Sdegnando la debolezza di Darwin che l′attribuisce al Creatore, Haeckel pensa trarsi d′ impaccio col supporre che il principio vitale abbia origine dalle proprietà fisiche e chimiche dei corpi albuminosi. E questi corpi albuminosi perchè si formano?

Per la tendenza del carbonio a molteplici combinazioni con altri elementi. E qualè la causa di questa tendenza e di tutte le altre proprietà chimiche dei corpi? « Non lo so » risponde Haeckel. « Allora » gli si può replicare « se la vostra ipotesi è buona, voi non avete fatto altro che allontanare il mistero di un passo e se la causa del principio vitale deriva alla sua volta da una causa incognita, la vostra spiegazione si riduce ancora a questo: « la causa originaria della vita è uguale a x ». Ma poichè avete parlato di proprietà dei corpi, poichè ci avete confessato che vi è negli atomi di carbonio una passione innata per gli atomi di ossigeno, di idrogeno e di nitrogeno e che dagli sfoghi di questa passione nasce la Vita, voi dovete ammettere che la x; è una causa interna nella materia, costante in essa, capace, assai più che di trasformare, di produrre l′organismo.

E poichè non ne conoscete la natura nè il modo di operare, nè i limiti, ma solo la immanenza e la costanza, così nel vostro studio delle successive forme organiche, non vi potete logicamente liberare dalla inesorabile incognita, e di ciascuna trasformazione dovreste logicamente indicare la causa in questo modo: « la selezione naturale più x? ». Perciò quando affermate che una legge di progresso governa il mondo, che la vita tende dall′Imperfetto al Perfetto e che questa tendenza è un risultato necessario della sola selezione naturale, pare a noi profani che vi contraddiciate, perchè vedete svolgersi l′Universo secondo un concetto puramente intellettuale com′è quello della perfezione e negate insieme che all′Universo presieda una Intelligenza. Ma se diceste invece, come logica vuole da voi « la Vita ascende necessariamente e senza posa si perfeziona per effetto della selezione naturale più x » non vi sarebbe qui alcuna contraddizione necessaria poichè se questa Intelligenza direttrice non è, secondo affermate voi, nella selezione naturale, vuol dire che sarà nella x.

Infatti è questa x, questa interna vitale potenza trasformatrice delle cose, che, quantunque nascosta, può diventare sempre più luminosa poichè i fatti infiniti, dietro ai quali si cela, gittano un′ombra sempre più visibile e vasta. L′ombra rivelatrice ha potuto entrare negli ultimi pensieri di Carlo Darwin e l′uomo era troppo magnanimo per non confessare con sereno viso che aveva soverchiamente fidato nella sua lampada della selezione, che tante cose gli tornavano oscure, che di tante forme bisognava cercare il segreto nell′interno degli organismi. « Refugium ignorantiae, queste cause interne » esclama un haeckeliano sapendo che la selezione naturale si può chiamare, a rigore, una legge cieca, ma che se in un pesce vi è la disposizione interna a produrre un anfibio e dopo l′anfibio un mammifero, è alquanto più difficile sostenere che non vi è un piano dell′universo, che non vi è il governo di una Intelligenza superiore.

V.

Ma no, non è desiderio ignobile d′un rifugio tranquillo, è sete di verità che ha condotto uomini eminenti a dimostrare con una critica severa ed acuta che le cause esterne non bastano a produrre la Evoluzione. « Studiando il processo della Evoluzione con le sole cause esterne, noi troviamo ” –hanno detto –” queste e queste altre oscurità inesplicabili, dunque appunto lì sotto dev′essere la soluzione del problema; come quando, sul mezzogiorno, se vi è ombra sulla terra e se il cielo è tutto sereno meno in un punto , ben si comprende che il sole è là, dietro quella nuvola. » Benchè non sperino penetrare nella essenza delle interne forze misteriose, tentano almeno di indagare il luogo e il modo della loro azione trasformatrice e chi costruisce una ipotesi e chi ne avventura un′altra. Mentre naturalisti poderosi lavorano ad aprire una via nella roccia dura, nobili pensatori li seguono con le fiaccole. Essi proclamano la fallacia delle creazioni speciali: la discendenza naturale di tutti gli esseri da un solo ceppo per effetto di un principio di evoluzione interno alle cose, stimolato, regolato dagli agenti esterni; proclamano la legge di progresso riconosciuta da Haeckel, e per ultimo il concetto logicamente incluso in questa legge di un ordine e di un fine nella attività della natura, per cui vi appare necessario il governo di una Intelligenza e di una Volontà superiore.

Questo concetto circa la finalità di tutte le cose, che nel linguaggio astruso dei dotti si chiama teologia, è fieramente combattuto e amaramente deriso; ma se i suoi avversari pensano averne facile e lieta vittoria, è forse perchè combattono e deridono idee che nessuno più difende. Vi sono circa il fine e lordine delle cose vecchi concetti che sussistono ancora negli strati inferiori della conoscenza umana, ma che per noi, se posso come ultimo soldato di un esercito usare questo pronome ambizioso, sono morti e sepolti. Darwin ci si perde appunto perchè non sa liberarsi dalla idea che secondo i fautori di un piano divino dell′universo, ciascuna cosa abbia il suo fine unico e visibile. Non gli va che le penne del pavone, per esempio, sieno così riccamente adorne per far piacere allocchio umano. In pari tempo non sa persuadersi che l′umanità sia un prodotto del caso. Conchiude che far meditare luomo sul plano dell′Universo è come far meditare un cane sullo spirito di Newton. Invece il suo più fedele discepolo, Huxley, ha confessato che al posto della vecchia morta teleologia ne può sorgere una più larga e grandiosa con la stessa idea fondamentale della Evoluzione per base. Infatti noi abbiamo gittata con disdegno la teleologia del bambino persuaso che i suoi genitori, i suoi maestri, i suoi amici, i suoi seni, la sua casa esistono per lui solo; noi professiamo la teleologia dell′uomo che comprende di essere un atomo nella umanità, che onora il diritto altrui, che ama il bene altrui, che al di sopra di un meschino interesse proprio colloca gli interessi del giusto e del vero.

Noi non pensiamo più che lUniverso sia stato creato solamente per l′Umanità, che il sole, la luna e le stelle sieno in cielo solamente per illuminare la terra, nè che le piante e gli animali esistano per lunico fine di servire agli uomini. Noi pensiamo invece che nella mente ordinatrice dell′ Universo ciascuna cosa da lei creata tende in sè stessa e nelle sue relazioni con le altre cose a infiniti diversi scopi, pochissimi dei quali sono visibili a noi, pochissimi possono apprendersi dalla intelligenza nostra; noi pensiamo che tutti questi infiniti scopi diversi sono disposti secondo disegni più grandi, ordinati ad altri ancora maggiori, parti alla loro volta di un solo immenso disegno del quale è appena possibile alla ragione umana conoscere che ascende nelle sue linee generali dall′Imperfetto al Perfetto. Con questo noi intendiamo rialzare e non abbattere la dignità umana. Dalla statua di fango noi riportiamo la origine dell′uomo alla prima nebulosa, affidiamo a milioni di secoli, a tutte le forze della natura, a miriadi e miriadi di esseri viventi il sublime lavoro di preparare Adamo e i natali dello spirito personale e immortale. Promettiamo poi alla nostra specie, in nome della legge che la trasse dalla materia prima, una ascensione senza fine verso linfinito.

Noi rialziamo in pari tempo la dignità della natura inferiore, calcata sino a ieri con un disprezzo borioso, superstizioso ed ingiusto dall′uomo, suo portato; noi riconosciamo in lei l′azione costante dell′onnipotente volere divino per fini eccelsi dei quali appena si vedono e in piccola parte quelli che riguardano la specie nostra; noi promettiamo anche a lei una indefinita ascensione futura sua propria. Finalmente la nostra dottrina innalza e ingrandisce nell′intelletto umano la idea della Divinità.

Come la mancanza assoluta o la rozza materializzazione di quest′idea appartengono alle infinite condizioni iatellettuali della razza, così elevandosi la coltura, si eleva pure nei credenti più colti la idea della Divinità. Vi ha indubbiamente fra il progresso scientifico e lidea di Dio una correlazione spirituale simile a quelle misteriose correlazioni che si osservano nel mondo organico per le quali allo sviluppo di un organo corrisponde lo sviluppo di un altro, e se il calice di un fiore si profonda, a poco a poco si allunga la proboscide dell′insetto che in fondo a quel fiore deve attinger la vita. Ove mi si conceda una immagine più materiale ancora ma più appropriata, dirò che vi ha tra le radici del sapere umano e le radici dell′idea di Dio una vita naturale occulta per cui quando lo spirito umano faticando ascende nella scienza, deve pure ascendere e ascende spontaneo, quasi per la legge fisica dei vasi comunicanti, nell′idea di Dio. Ad ogni maggiore progresso scientifico la nostra mente concepisce Iddio più grande e, sopra tutto, più diverso dall′uomo nel suo modo di operare. I progressi dell′astronomia, indicando l′ordine vero del sistema solare e la sua probabile subordinazione ad altri maggiori sistemi, hanno ampliato e glorificato il concetto nostro del Creatore, hanno moltiplicati nello spazio più remoto , più invisibile a noi, i disegni ed i fini dell′azione sua divina.

Una volta, considerando gli astri, i credenti si figuravano che Iddio reggesse quei globi nel vuoto come un mago, come un uomo fornito di facoltà soprannaturali che stando fuori delle cose le costringe a obbedirgli contro le leggi di natura. La scoperta di Newton ci ha dimostrato che Iddio governa tutti gli astri e tutti gli atomi del mondo in un modo radicalmente diverso, in un modo che noi chiamiamo appunto legge di natura. Per quanto grande noi immaginiamo un Essere umano, ci è impossibile persino di concepire che operi così. Con queste leggi dell′attrazione universale, il creato tanto enormemente ampliato dalle scoperte precedenti veniva ricondotto a una rigorosa unità. Tutto si attrae, tutto si equilibra secondo pesi, numeri e misure e le infinite diverse azioni contemporanee di una sola forza risuonano in un accordo che esprime l′ordine meccanico dell′Universo. Per gli intelletti colti e credenti questo armonico suono ideale delle sfere conferisce alla grandezza dell′idea di Dio immensamente più che la vista d′un cielo stellato, anche portata da potenti telescopii dentro le più remote nebbie di Soli. Adesso la teoria dell′Evoluzione ci mostra non un Dio che operò ad intervalli, creando il mondo a pezzi belli e fatti e poi mettendoli a posto come un uomo comporrebbe una macchina, ma un Dio che opera sempre, dappertutto, dentro e fuori di ciascuna cosa, traendo la varietà progressiva delle forme dalla unità del principio con un′azione così ordinata e costante che le convengono i nomi di natura e di legge; e questo opera secondo infiniti parziali disegni, cospiranti ad un unico disegno infinito; per cui lordine dell′universo che per legge di attrazione suona contemporaneo nello spazio come una meravigliosa armonia, si svolge per la legge di evoluzione nel tempo con la continuità materiale e logica di un pensiero parlato, di una meravigliosa melodia che va dalle movenze più grandiose alle più appassionate, dagli splendori della luce agli splendori della mente e dell′amore; melodia divina, perchè mai non si compie eppure mai non divaga, sempre più magnificamente esprime un′idea ch′è per l′anima umana lo stesso maggior ideale possibile, cioè non la perfezione assoluta cui l′uomo non può pervenire in eterno, ma il continuo indefinito ascendere ad essa. Mai come in tali visioni lo spirito umano ha potuto dalle cose sensibili rappresentarsi la sublimità del Creatore.

È vero che ad ogni fase del progresso scientifico si è accompagnata anche la negazione di Dio, ma ciò dimostra soltanto che è sempre possibile all′intelletto umano, al più ignorante come al più colto, la scelta tra la confessione e la negazione di Dio. I negatori di Dio non vogliono riconoscer questo, si studiano di stabilire la contraddizione logica dei Veri scientifici coll′idea della divinità. Secondati da un volgo religioso che aveva paura per un piccolo, debole Iddio della sua mente, essi prima pensarono che se la terra non era il centro immobile del sistema solare, anche il Dio cristiano doveva porsi fra gli dei falsi e bugiardi; poi che se gli astri del sistema solare si erano venuti formando con un processo meccanico dalla materia in rotazione, secondo l′idea di Laplace, si poteva levare, almeno ai pianeti e ai satelliti, la vecchia marca di fabbrica soprannaturale.

Con ciascuno di questi argomenti riuscirono solamente a provare che non vi poteva essere un Dio quale il volgo lo imaginava; al che ciascuna volta si rispose che Dio era infatti molto più grande. Finalmente, bandita ai quattro venti la dottrina della Evoluzione, si proclamò, fra i gemiti, i lamenti e le maledizioni del popolo credente, che le piante, le bestie, e l′uomo si erano fatti per caso da sè, di una sola sostanza, con la selezione naturale; che se il vecchio creatore aveva potuto resistere a tanti altri colpi della scienza, questa volta era

VI.

Ora, fra coloro che in mezzo a questo vano tumulto sorgono con la fronte alta e col sorriso sulle labbra in difesa delle verità nuove e insieme delle credenze antiche, anche il poeta è chiamato a levarsi. Quando noi, poeti spiritualisti, ascoltiamo le voci occulte delle cose e sentiamo una vita oscura, germi ed orme di tristezze e di gioie quasi umane nei venti, nelle onde, nelle selve, nelle acque correnti, nelle forme delicate dei fiori, nelle

linee espressive delle rupi , nei dorsi delle montagne pensose, voi ci dite talvolta che andiamo sognando, ed è vero, ma come tutti i sogni anche il nostro ha un′origine di realtà. La nostra simpatia per la natura, ove non sia una vana rettorica male appresa , rivela vere affinità fra l′ uomo e le cose , una stretta parentela di cui si vanno faticosamente ritrovando i documenti per opera della scienza, mentre noi da tanto tempo la sentiamo nel cuore. E anche se ignoriamo le leggi della Evoluzione e i vaticinii di S. Paolo che ho ricordati nel mio primo discorso, la nostra intima veridica ispirazione ci assicura che tanta e tanto cara bellezza di cose non è destinata a decadere per sempre ed a perdersi , che le voci occulte, la malinconia e la gioia delia natura significano desiderio e aspettazione di uno stato migliore. Quando noi abbiamo rappresentato volentieri e con riverenza il dolore, voi ci avete detto talvolta che l′arte nostra era inumana. Ed ecco che la scienza vi risponde per noi: « Il dolore è veramente una cosa augusta perchè l′uomo non si è potuto trarre dalla polvere, nè la civiltà si è potuta trarre dalla barbarie senza lo strumento del dolore. »

Quando noi, descrivendo l′amore, vi rappresentiamo non quel falso immaginario fantasma di amore che non avrebbe potere alcuno sui sensi, non quella febbre del solo istinto che avvilisce lo spirito, ma quell′amore che aspira di sua natura a congiungere due esseri in un solo, e pure ne tacciamo non direi la parte materiale, che non è possibile, ma la parte puramente animale e fisiologica per descriverne invece quelle sensazioni delicate e squisite che solo all′uomo innamorato appartengono, per esaltare la passione delle anime, vi è allora chi ne giudica timide coscienze, intelletti incapaci d′intendere la bellezza e la gloria della vita, di tutto che propaga la vita. Ma se una legge d′indefinito progresso governa veramente l′Universo, anche dalla specie umana uscirà, poco importa come, poco importa quando, una specie superiore; e se l′istinto sessuale che salì sempre più vivace per la scala degli organismi ha preparato l′amore umano, anche l′amore umano prepara una ignota forma futura di sentimento e la evoluzione sua continua nella vita tenuta sin qua che conduce ad un raffinamento sempre maggiore della materia, a una potenza sempre maggiore dello spirito.

Ora è scritto nella natura l′alto concetto morale che una specie superiore non esce da una specie inferiore senza sforzo nella direzione della forma più perfetta. Dove questo sforzo manca vi ha decadenza, vi ha degenerazione. Se nel rappresentare l′amore altri artisti gravitano indietro, verso il bruto, noi gravitiamo avanti, verso la forma superiore che l′uomo porta in sè e deve svilupparsi da essa. Quando l′arte nostra, che a nessuna bellezza può essere straniera, s′ispira alla bellezza morale, noi udiamo certe volte chiamarci freddi e pedanti; ma se una legge di natura porta, come è certo, il genere umano, malgrado la corruzione e la degenerazione degl′individui, da confuse e contradditorie nozioni circa il male ed il bene alla illuminata coscienza di un ideale morale unico, noi sappiamo di combattere una battaglia buona e necessaria. Quando, pure sentendo la poesia del passato, delle rovine, della vecchiaia, di ogni sentimento conservatore delle cose buone, noi ci leviamo palpitanti all′appello delle miserie e delle ingiustizie sociali e per dire i guai degli afflitti e minacciarne ai gaudenti, per invocare ordini più giusti alla società umana, ci si può chiamare utopisti ed arcadi ; ma se la legge di evoluzione è vera, noi siamo invece propugnatori d′una giustizia che arriverà infallibilmente per l′unione contemporanea di ambo le forze che governano il mondo giusta il divino disegno, la forza che conserva e la forza che trasmuta. Insomma, per tutto riassumere, noi aspiriamo all′onore supremo di aver posto sulla fronte delle colonne umane che salgono combattendo verso un radiante avvenire, fra i mille cavalieri dello Spirito Santo, cui Enrico Heine, veramente più nostro che non si creda, descriveva alla sua piccola bionda boscaiuola attonita:

Ihre theuren Schwerter blitzen,

Ihre guten Banner wehen.

« Le loro care spade lampeggiano, sventolano i loro buoni stendardi. » La grande idea che Darwin ha resa popolare nel mondo ci spiega i nostri più oscuri istinti poetici, ci conferma nei nostri amori e nei nostri sdegni, ci mostra da lontano il compimento dei nostri ideali, ci conforta con una missione di tale onore che nè principe nè popolo ha in suo potere, ed è quindi stolto domandare a noi di esservi indifferenti. Mentre altri lavora nel campo della scienza a raccoglierne le prove dirette, toccherà a noi indicarne le prove indirette nella bellezza mirabile del suo aspetto, lo si consideri nella preparazione dell′uomo e nello sviluppo intellettuale e morale della umanità, o nella indicazione de′ suoi futuri destini.

VII.

Signori, mi hanno chiamato un mistico. Io non so cosa questo vocabolo provi; io vorrei che una psicologia serena, osservasse, misurasse, comparasse i fatti oscuri dell′anima umana, non solamente per dedurne le leggi della sensazione e della intelligenza, ma pure per indagare la natura e l′origine dei moti interni che inclinano l′anima, senza visibile ragione sufficiente, in un dato senso e, come il moto fisico , si trasformano in calore, in un moto che somiglia quello dell′amore, pieno di dolcezza, di amarezza, di desiderii infiniti. Io chiederei a una tale psicologia di spiegarmi perchè la ipotesi della Evoluzione non già meditata nei libri dei suoi fautori, ma intravveduta nelle diatribe dei suoi avversarii, ma descrittami come arme avvelenata di un materialismo che sempre odiai, mi attraesse potentemente, m′infiammasse i pensieri, quantunque non valessi a conoscerne le ragioni scientifiche, nè il grandioso disegno, nè la bellezza intellettuale e morale, quantunque la udissi a combattere non solo in nome delle mie stesse credenze, ma in nome altresì del buon senso e della dignità umana. Mai non mi persuasi di un necessario antagonismo dell′idea trasformista con gl′ideali miei più cari; tuttavia mi era amaro di non saper giustificare con argomenti validi il mio sentimento.

I libri di Darwin mi aiutarono poco. Certo non vi trovai l′ateismo, ma in essi e più ancora nelle sue lettere private, l′autore mi si mostrava troppo incerto davanti alle conseguenze religiose e filosofiche della sua teoria. Altri libri della scuola darwiniana tedesca mi vennero alle mani ch′erano veramente vangeli del materialismo dogmatico. Pure la mia occulta fede cresceva. Spesso mi pareva sentire nel mio profondo tutto il fermento della varia vita inferiore ond′è uscita passo passo l′umanità ; un fermento che ha strane impetuose maree, che sale talvolta a strepitar nel cuore con mille avidi sinistri clamori bestiali, e poi, domato o pago, ne ridiscende, lasciandovi un silenzio triste. Spesso mi pareva, nei fugaci ardori della mente, sentire inquieto in me il germe di una forma futura più rispondente al desiderio indistinto di sensazioni e di sentimenti superiori inafferrabili che tante volte ci tormenta e cui la musica esalta. Pochi anni or sono mi venne alle mani e lessi avidamente un libro del professore americano Joseph Le Conte intitolato : La Evoluzione e le sue relazioni col pensiero religioso. Ricordo tuttavia con quale emozione e stupore ho sentito per la prima volta, da giovinetto, rivelarmisi improvvisa nel pensiero una bellezza sensibile al Bene superiore ai sensi, del Bene puramente morale. Ora, leggendo nel volume del Le Conte i capitoli dove egli affronta il problema religioso, scoprendo via via di periodo in periodo le fila e le mire del ragionamento, un simile stupore s′impadroniva di me, il cuore mi batteva forte come all′appressarsi di una rivelazione nuova. Le idee sorgenti dal libro si svolgevano, si compievano rapide nella mia mente, ed ecco, sul declinar della vita, una bellezza sensibile del Vero superiore ai sensi, del Vero puramente intellettuale, saliva e si spiegava per la prima volta nell′anima mia. La fedele costante voce interiore non aveva mentito; non solo non vi era antagonismo fra Evoluzione e Creazione, ma l′immagine del Creatore mi si avvicinava, mi s′ingrandiva prodigiosamente nello spirito, ne provavo una riverenza nuova e insieme uno sgomento simile a quello che si prova affacciandosi all′oculare di un telescopio, scoprendovi di botto nello specchio, vicino, enorme, l′astro che poc′anzi si è guardato ad occhio nudo nel cielo.

Gli ultimi chiarori della sera vennero meno nel mio studio prima ch′io terminassi la lettura. Lasciai il libro, mi posi ad una finestra che guarda dall′alto i piani distesi fra le Alpi ed il mare. Nella emozione religiosa di quell′ora, contemplando l′oriente oscuro e profondo, ascoltando gl′infiniti susurri e bisbigli della notte , che parevano sommesse parole viventi piene dello stesso religioso senso, ho provato il mio maggiore conforto come artista, e ho pure sentito il debito di rendere testimonianza alla Verità infinita della divina sua luce. La ho resa e, se mi basteranno l′ ingegno e il tempo, la renderò ancora. So che nulla potei nè mai avrei potuto trovare da me, che il soccorso primo mi è venuto da un libro, che tanti altri libri di forti pensatori mi hanno poi aiutato, che le mie convinzioni sono divise da tante persone molto più potenti di me a difenderle. Ebbene, nessun germe può dire: io non darò il mio filo d′erba, io non darò la mia testimonianza della vita perchè non sono una palma nè una rosa, perchè vivrò una sola stagione. Vi è una legge ed un debito per l′erba come per le rose e le palme, di dar testimonianza della vita; vi è una legge ed un debito per gli intelletti minori come per i più potenti di dar testimonianza del vero; e tutto che obbedisce a una legge, tutto che adempie un dovere ha in questo la sua dignità.

L′origine delluomo

E

il sentimento religioso

Esitai alquanto a usare la opportunità, offertami con rara benevolenza e cortesia, di parlarvi intorno a ciò che più occupa, da qualche tempo, il mio pensiero[66]. L′argomento Vi poteva facilmente parere disadatto, troppo astruso, pericoloso a maneggiare, pericoloso a toccare. Ma poi, considerando il mio dovere verso una grande idea che servo, non ho creduto ritrarmi davanti a queste difficoltà e le affronto con piena coscienza di esse, ben sapendo che avrò qui oggi bisogno, come in un passo vertiginoso delle Alpi, di tutta la mia cautela e di tutta la mia audacia. A un altro interno comando ubbidisco. Una voce chiara dice dentro a me, che la questione sull′origine dell′uomo, malgrado le sue altissime difficoltà scientiflche e filosofiche, è in gran parte una questione di sentimento e di gusto.

Bene dunque io la porto davanti a V. M. che mi rappresenta un così alto ideale dello spirito femminile, giudice supremo in fatto di sentimento, in tutto che riguarda i moti più misteriosi della parte più divina dell′anima; bene io la porto davanti a Voi, Signore, che avete così squisito il gusto, il senso d′ogni eleganza anche intellettuale, d′ogni distinzione, anche morale. Un gran premio è davanti a me nell′approvazione Vostra, ed io certo lo ambisco. Tuttavia, se non l′otterrò, se non riescirò a persuadere, vogliate credere anzi tutto che la sorte di un semplice soldato di avanguardia sarà indifferente al successo della mia bandiera e de′ miei compagni d′armi, i quali certo, se io cado, passeranno un giorno, vittoriosi, sopra di me; e lasciatemi poi almeno sperare che vi resti il desiderio di una parola più sapiente, più efficace, più lucida della mia, di una forte parola che vi possa vincere. Solo di avervi ispirato un desiderio tale sarò contento; perchè quando il più eletto spirito femminile si disporrà con benevolenza verso le dottrine nuove circa l′origine dell′uomo, queste saranno per togliere un gran regno alle antiche.

L′origine delluomo

e il sentimento religioso

I.

Ho affrontate altra volta e superate, spero, le prime difficoltà del cammino combattendo l′antica credenza divisa dalla maggior parte dei teologi e dei fedeli, secondo la quale il mondo sarebbe stato creato da Dio con atti distinti e subitanei di creazione, ad intervalli di giorni o di epoche. Ho cercato dimostrare che lo spirito umano si viene da un lungo tempo disponendo contro un simile concetto della Creazione. Fino all′età moderna lo spirito umano, tranne in alcuni grandi pensatori solitari, ha concepito un′azione del Creatore simile all′azione di un uomo strapotente, capace d′imporre la sua volontà alla natura, di comandare agli astri, con una parola arcana, che restassero sospesi in aria, di comandare con un′altra frase alla Terra ignuda che si vestisse improvvisamente di piante, al mare senza vita che si popolasse improvvisamente di pesci, che lasciasse sfuggire, come un enorme vaso a doppio fondo, stormi di uccelli d′ogni specie; capace di ottenere poi con un′altra frase che bucasse rumoreggiando la crosta della terra e vi si spandesse sopra un brulichio spaventoso di bestie d′ogni specie.

Veramente chi fruga nei diversi sovrapposti scaffali di questo immenso museo ch′è la crosta della Terra, trova molto facilmente che nel primo scaffale sotto i nostri piedi si conservano resti e impronte di animali alquanto differenti da quelli che camminano adesso alla luce del sole; e che nel secondo scaffale se ne conservano altri più differenti ancora e così di seguito. Trova, per esempio, nel primo scaffale un animale affatto simile al cavallo, ma grande solamente come un asino e che ha i rudimenti di due dita; nel secondo scaffale ne trova un altro che ha veramente tre dita; nel terzo scaffale eccone un terzo, grande solamente come una pecora, che ha le tre dita e i rudimenti di un quarto dito. Nel quarto scaffale trova ancora un minuscolo cavallo, grande appena come una volpe, che ha le quattro dita e i rudimenti di un quinto dito. Allora, se questo cercatore è un uomo logico, deve ammettere che gli animali terrestri non sono stati creati tutti ad un punto, ma che vi è stato un indefinito numero di creazioni a intervalli lunghissimi. Per la sola dinastia del cavallo, se ne devono contare, probabilmente, almeno sei. E se colui continua a cercare nel museo, a studiare le collezioni degli animali che abitano l′acqua e l′aria, le collezioni delle piante, giunge necessariamente, anche per queste creature, alla stessa conclusione, trova che insieme alle creazioni successive degli animali vi sono state anche creazioni successive di piante, e non so come possa credere che ciascuna grande categoria di viventi è stata creata a parte, con un atto solo, in epoca diversa, per opera di un Dio che ha composto il mondo a pezzi, come noi componiamo le nostre macchine. Io ho cercato di mostrare che l′intelletto umano fatto adulto, è venuto svogliandosi, come il bambino si svoglia dal latte, da questo primitivo concetto della creazione, che gli è stato prezioso a suo tempo e vivificante, ma che poi non gli bastava più.

La scoperta dell′attrazione universale gl′insegnò come fa veramente Iddio a reggere gli astri nel vuoto, gli mostrò uno stupendo metodo divino di operare, infinitamente lontano da tutti i metodi umani, matematico nella sua espressione, inaccessibile inconoscibile nella sua essenza. La fede ingenua, bisognosa di latte, aveva prima detto comando, la scienza le insegnò a dire ordine, legge, A quella rivelazione che dimostrava come tutto nell′Universo si leghi per effetto di una legge unica, e vi sia quindi corrispondenza fra un atomo di polvere sull′ala d′una farfalla e l′astro più remoto nell′abisso più profondo del cielo, la visione di Dio ingrandi sugli occhi dei credenti più colti come se una lente poderosa fosse stata calata loro davanti. Per effetto di un vasto lavoro scientifico che non è tuttavia compiuto, noi siamo all′aurora, per cosi dire, di una visione di Dio ancora smisuratamente più grande. Parlai di questo lavoro scientifico, incominciato in Francia da Lamark nel 1809, e inteso a dimostrare come tutte le classi, le famiglie e le specie degli esseri viventi siano discese per via di generazione da poche o forse anche da una sola cellula primitiva, simili a rami di un albero immenso, asceso da un solo seme. Parlai di Carlo Darwin che, cinquant′anni dopo Lamark, osservando come gl′individui della stessa specie non sieno mai perfettamente identici fra loro e come una grande quantità ne perisca prima di raggiungere lo sviluppo completo, ne dedusse che più facilmente dovevano conservarsi e riprodursi quegli individui di ciascuna specie ch′erano meglio conformati per resistere alle cause di distruzione, che queste differenze dovevano venire trasmesse alla prole, che aggiungendosi in questo secondo stadio nuove differenze alle prime, e così ad ogni generazione, sorgeva a poco a poco dalla specie primitiva una specie nuova.

Subito si levò intorno a Darwin un clamore immenso di ammirazione e di scandalo. Cavalieri e araldi della sua idea la sparsero ai quattro venti, si batterono per essa su tutti i campi contro nemici che li affrontavano, in parte con alabarde e stocchi medioevali, con rugginosi cimieri tolti alla polvere dei musei, in parte anche con buone armi moderne e con intrepida calma. Il nome di Darwin andò alle stelle, ma il polverio levato dai combattenti oscura l′aria, e la gente non capisce molto ciò che succede sui campi di battaglia. Molte brave persone si figurano che la grande idea di un progresso continuo di tutto l′universo, dalle vacue, informi nebulose alle ordinate magnificenze dei sistemi stellari, alla vita, alla coscienza, sia sorta nella mente di Darwin, mentre Darwin non ha ideato che un modo di spiegare le trasformazioni supposte di certi organismi sopra un globulo roteante di materia oscura, perduto nell′Infinito. Si confonde la teoria dell′Evoluzione col darwinismo; non basta, si scrive e si grida, di qua con gioia, di là con orrore, che una folla formidabile di giganti muove, col nome di Darwin sugli stendardi, contro Dio.

In fatto questi insorti contro Dio non sono giganti, e neppure il nome di Darwin, il quale fu del resto assai rispettoso verso Dio, può loro servire molto. La ipotesi di Darwin, che parve sulle prime un gran faro nelle tenebrie, andò via via perdendo luce fino a restare una fiaccola, buona certamente a qualchecosa, ma non a molto. Gli uomini di scienza confessano che con questa sola fiaccola di Darwin non si vede punto chiaro come, per esempio, una specie di coccodrillo abbia potuto diventare una specie di uccello. Per non restare al buio, si sono accese altre faci, si sono avventurate altre ipotesi; ma come nella notte, intorno a una luce di incendio che continuamente ingrandisce, la cerchia delle tenebre si fa sempre più smisurata, così tanta luce di osservazione, di analisi e di fantasia ha solamente reso smisurate nella mente degli studiosi le difficoltà di penetrar nel mistero dove si elaborarono le trasformazioni degli organismi. Il progresso ottenuto è questo, che vi è ora da parte degli scienziati un quasi universale consenso nello ammettere la naturale discendenza di tutte le specie viventi da uno o da pochi tipi primitivi, e che sempre più appare l'ombra di una Causa operante nelle cose, inaccessibile ai sensi umani, superiore alla intelligenza, che prima ancora del comparir della vita determina nella materia inorganica i misteriosi movimenti regolari della cristallizzazione, che origina i primi organismi senza sesso, che genera e sempre più vien distinguendo i sessi, che inizia le inesplicabili differenze fra gl′individui della stessa specie sulle quali sorge la teoria di Darwin, che riproduce vagamente negli organi delle piante, nel corpo degli animali la simmetria dei cristalli, che opera non solamente mediante la lotta e la guerra, come ha veduto Darwin, ma pure mediante grandi alleanze fra diverse forme della vita e grandi associazioni di esseri simili ispirate quasi ad un santo scopo di fraternità .

La meditazione di questa Causa potente e inaccessibile conduce lo spirito al sentimento religioso di un Essere immensamente superiore a lui. Ciò non è ancora inteso, specialmente in Italia, da molti uomini religiosi, ricchi di dottrina teologica e filosofica, i quali si ostinano a non vedere nel campo evoluzionista che nemici di Dio e dello spirito. È naturale ed è anche bene che ci sieno queste ostinate opposizioni ad un radicale mutamento di vecchie idee molto importanti; è bene che anche nello sviluppo delle idee agisca una forza conservatrice in lotta colla forza progressiva, come succede nello sviluppo degli organismi, dove la prima tende a conservare nei figli le forme dei padri mentre la seconda tende a produrre forme nuove; ma ciò non toglie che quegli oppositori religiosi commettano un errore e un′ingiustizia.

Parecchi nuovi seguaci della nuova dottrina giudicarono che lascia intatte tutte le questioni religiose. Lo stesso De Quatrefages, forse il più grande avversario scientifico della teoria dell′Evoluzione, ha voluto lealmente dichiarare la medesima cosa. Altri pensatori sono andati più in là. Abbracciando col pensiero tutto il passato dell′Universo, riconoscendo insieme al più ardente e potente campione del materialismo scientifico, Haeckel, che una legge di progresso governa il mondo, che la Vita ascende dall′Imperfetto al Perfetto, essi hanno visto nella ipotesi della Evoluzione una splendida riprova delle fondamentali credenze religiose, hanno glorificata l′azione continua, immanente alle cose, di una Intelligenza onnipotente che le trasforma e le ordina senza posa giusta un piano meraviglioso di armonia contemporanea nello spazio, e di melodia, di successivo progresso nel tempo. A me parve sublime la bellezza di questo continuo ascendere del Creato verso una perfezione ideale e suprema, possibile ad essere sempre più avvicinata, impossibile ad essere mai raggiunta. Affermai, come artista, il mio diritto di combattere per questa bellezza, e dissi quale mi paresse nella mischia delle vecchie e delle nuove opinioni, il posto dei poeti spiritualisti. Il Gaudry, membro dell′Istituto di Francia e professore di paleontologia, scrisse che in un museo paleontologico dove i fossili venissero disposti a illustrazione delle dottrine trasformiste, cercherebbero gioie sublimi non solamente i cultori della scienza ma gli artisti pure e i filosofi. Egli vorrebbe che vi sorgesse nel mezzo una statua di poeta senza nome, una figura ideale, meditante sulle magnificenze della Creazione e sul suo progresso futuro. Questa sarà l′attitudine del poeta, domani, nel giorno della vittoria; ma vi ha per esso un compito d′onore oggi, nel giorno della lotta. Prima di prendere il mio posto, io, cristiano cattolico, volli porre in chiaro, con buoni documenti alla mano, contro mille pregiudizi di credenti e di increduli, come la mia fede mi consentisse piena libertà di opinare che il concetto di evoluzione non contraddice al concetto di creazione, che rappresenta soltanto il modus operandi della Intelligenza creatrice. Moltissimi cristiani convinti di tutte le Chiese tengono questa opinione e sono fervidi evoluzionisti. Solo sei mesi addietro, nel settembre del 1892, un illustre scienziato inglese, il prof. St. George Mivart, scriveva ad una Rivista di New-York: «Come mai vi sono dei giovani che abbandonano la fede per la teoria della Evoluzione, come mai vi sono dei vecchi che pretendono abbattere con essa il concetto di Creazione, se io, che sono cristiano cattolico ed evoluzionista, ho avuto pubblici segni di favore dal Sommo Pontefice Pio IX, e se il cardinale Newman al quale ho dedicato uno de′ miei libri, fu il primo inglese che applicò la teoria della Evoluzione persino al dogma cristiano?»

Il Padre Le Roy, domenicano francese, in un libro sulla evoluzione delle specie organiche, predice all′idea trasformista le sorti dell′idea di Galileo, che, prima di trionfare, fece orrore ai credenti. Una Rivista religiosa tedesca, « Die catholische Bewegung » non meno ortodossa, non meno zelante di qualsiasi giornale religioso italiano, si compiaceva poco fa di riferire questo detto di Lubbock: « Una dottrina che insegna l′umiltà riguardo al passato, la fede nel presente, la speranza nell′avvenire, non può essere inconciliabile con la verità religiosa. » Altre simili testimonianze io indussi di scrittori ecclesiastici moderni. Potevano bastare. Stimai tuttavia interessante di scendere, dietro le lanterne di altri cercatori, dalla teologia moderna nell′antica, nelle profondità oscure dei più famosi filosofi cristiani per cercarvi nascoste analogie con la ipotesi della Evoluzione. Vi ho anzi tutto ammirato la libertà, la potenza e l′ardire di quegli uomini grandi nella interpretazione del racconto mosaico, nel cercarvi sensi rispondenti alla loro idea di Dio, rompendo i sigilli di un senso letterale che poteva bastare alle semplici moltitudini, non al loro alto genio. S. Agostino immaginò una materia prima capace, per virtù infusale dal Creatore, di produrre gradatamente. ciascuno a suo tempo, tutti gli organismi, per modo che il mondo attuale esisteva in potenza dentro di essa.

È ridicolo di supporre che S. Agostino abbia avuto in mente la teoria della Evoluzione; ma se s′interpreta il racconto mosaico a quel modo, riesce ben facile di ammettere che il nostro sistema planetario fu prodotto dal ruotare d′una nebulosa come un altro forse ne prepara la gigantesca nebulosa di Orione; riesce ben facile di ammettere che le specie viventi si sono prodotte per generazione, naturalmente, come fu prodotto ciascuno di noi che pure non crediamo di mentire confessandoci creati e messi al mondo da Dio.

La interpretazione di S. Agostino può essere combattuta dai teologi, e lo fu infatti, ma questo poco importa; essa non mi serve per fondare un dogma, bensì per difendere una libertà. Procedendo più avanti, io osai sostenere che la teoria della Evoluzione risponde alla natura stessa e all′indirizzo del Cristianesimo. Se lo scrittore del Genesi ebbe sostanzialmente la visione di un graduale ascendere del Creato nelle sue origini dall′Imperfetto verso il Perfetto, S. Paolo ebbe la visione delle sue ascensioni future. S. Paolo che vide nell′avvenire una trasformazione dell′uomo e paragonò il nostro presente corpo animale ad un seme che deve generare un corpo spirituale, S. Paolo vide altresì trasformarsi, nel futuro, tutte le creature inferiori all′uomo, salire dietro al loro capo, uscire dal servaggio della corruzione, giungere alla libertà ed alla gloria. Egli ebbe una visione più sublime ancora, vide un sempiterno ascendere nostro de claritate in claritatem, di splendore in splendore, secondo la legge di continuo progresso dall′Imperfetto al Perfetto, scritta nei secoli dietro a noi. Molti commentatori, lo so, hanno spiegato diversamente quel passo meraviglioso della seconda epistola ai Corintii; a me però piace intenderlo come lo intese il Mistico della Imitazione, quando parlando degli spiriti giusti saliti a una vita superiore, li dice: de claritate in claritatem abyssi Deitatis transformati: trasformati di splendore in splendore, nell′abisso di Dio.

Durante il mio cammino per questa via che mi condusse a porre in luce concordanze profonde fra la ipotesi evoluzionista e le credenze cristiane, io vidi più volte avanti a me, da lontano, e indicai anche a chi mi seguiva e dissi come si potrebbe valicare, il passo arduo, pauroso, al quale oggi vengo di proposito; un passo difeso con ogni sorta di armi, talvolta persino con l′oltraggio e lo scherno, da una moltitudine di nemici della Evoluzione, impedito da un′altra moltitudine di persone gentili e sensibili che rabbrividiscono solo a veder chi osa e passa. Il passo mette ribrezzo a parecchi che mi seguirebbero volentieri fin là ma non più oltre.

Tutti, io credo, coloro cui non toccano passioni teologiche nè antiteologiche si farebbero volentieri evoluzionisti con me, se non convenisse passare di lì. Si comprende che parlo della ipotesi trasformista applicata alla origine della specie umana, e che il passo è di ammettere la validità della legge universale per l′uomo e quindi la origine della specie umana da una specie inferiore. Ora l′uomo è il punto centrale della Evoluzione.

Se noi ammettiamo che tutte le specie inferiori traggono origine da un processo di evoluzione, ma che l′uomo fu creato da Dio, plasmando una statua di fango e animandola con un soffio, non vale la pena di affrontare conflitti per una teoria colpita nel cuore. Perchè sentenzieremmo noi a favore di una sola parte di questa teoria? Sarebbe come dire a un accusato: voglio essere indulgente con voi, vi assolvo da mille imputazioni, non vi condanno a morte che per una. E se si crede che Iddio abbia voluto fare Adamo con questo metodo adoperandovi del fango, non vi è una ragione al mondo di credere che i signori bruti abbiano avuto il privilegio di venire composti di materia elaborata raffinata meravigliosamente nel fuoco della Vita, come vogliono gli evoluzionisti; non vi è ragione di credere che Iddio abbia adoperate tante migliaia di secoli, tanto sapiente complesso di azioni e di reazioni vitali e fisiche, tanta cooperazione della terra e del cielo a produrre dal fango un cavallo, un bruto qualsiasi, con un lavoro così remoto dai metodi nostri di lavorare, così superiore alla intelligenza nostra, persino alla nostra immaginazione, se poi convien credere che il suo lavoro nel produrre l′uomo è stato simile al frettoloso lavoro di uno scultore quando infonde con le mani e con l′anima la sua idea nella creta. Come è facile, relativamente, di ottenere che si accetti il principio di evoluzione per quanto riguarda la origine dei sistemi stellari e planetari non che delle forme organiche inferiori all′uomo, cosi è facile di ottenere che si accetti il principio di evoluzione dopo la comparsa dell′uomo, quando dall′ordine fisico è passato nell′ordine morale, quando spiega il formarsi degli organismi sociali, il loro sviluppo, la loro decadenza, le loro trasformazioni, il progressivo prevalere della intelligenza nella vita sociale, il progressivo accordarsi delle coscienze umane in un ideale morale unico. Ma se si vuol dare a questa supposta legge di evoluzione il Governo dell′Universo in un passato di cui non si vede il principio e in un avvenire di cui non si vede la fine, e si Bega la sua solidità proprio nel mezzo, è follia di affidarle così gran peso; essa rovinerà tutta intera. Dunque per me che sinora parlai della grande ipotesi con un concetto cosi alto del suo valore, della sua bellezza intellettuale e morale, della luce che ne può venire alla fede religiosa, è adesso una ineluttabile necessità di saggiarne la resistenza nel tratto più importante e più dubbio, di vedere quali sostegni scientifici abbia, e se uno possa mettervi il piede portando seco la sua fede cristiana, o se il carico è troppo forte e bisogna prima deporlo. Sarà pure un dovere per me di parlarne poi come artista, di considerare se la presunta discendenza dell′uomo dai bruti faccia davvero nel disegno dell′Universo una macchia schifosa, o se questa macchia sia solamente negli occhi e nelle lenti di chi l′abbomina. Io so che a molti il mio ardimento parrà soverchio. Molte persone religiose, benchè forse inclinate segretamente alla causa che io difendo, mi biasimeranno, nella loro pietà prudente, per aver toccato questioni di tale natura che possono scoppiare fra le mani, ferire chi parla e chi ascolta. Ma io domanderò loro rispettosamente se abbiano pensato bene in qual modo e in qual tempo vivono, se chi combatte le dottrine spiritualiste abbia gli stessi scrupoli, se non vi sieno cattedre in Italia dove s′insegna che la teoria della Evoluzione ha rovesciato Iddio, se sieno sicuri che simili parole non partiranno mai, in avvenire, da questa stessa tribuna, se non parlino così tanti libri non solo di scienza elevata ma di scienza popolare altresì; se non sia vero che persino tanti piccoli filosofi borghesi, come io per esperienza personale lo so, vadano predicando fra il popolo che l′uomo discende dalle scimmie e che perciò la religione cristiana è falsa.

Io domanderò loro, di fronte a questi avversarsi, in parte potenti, in parte solo irritanti, di non esortarmi ad avere paura persino della gente mia, de′ miei compagni di fede.

II

Riconosciamo anzi tutto che la scienza non possiede ancora un solo documento sicuro, diretto, della origine dell′uomo da una specie inferiore. Uno scienziato illustre, il Virchow, fautore a priori della cosi detta Pythecoidentheorie» ossia della discendenza della specie umana da una specie scimmiesca, ha detto pochi mesi sono, a Mosca, in un Congresso scientifico : « Nella questione dell′uomo siamo battuti su tutta la linea. »

Nei sepolcri della età che precedette il comparire della specie umana si trovarono gli antenati prossimi di alquante specie ora viventi : antenati prossimi della specie nostra non se ne trovarono. Furono tratti in luce dal fondo delle caverne avanzi umani di una grande antichità; si misurarono le capacità dei cranii, le lunghezze delle tibie, parve sulle prime a qualcuno che quei nostri progenitori delle caverne dovessero somigliare alle scimmie più di noi; ma ora gli stessi naturalisti che formano un loro materialismo scientifico sulla parentela delluomo e del bruto, che più si sforzano di raccogliere e di accumulare le prove, hanno lealmente confessato di non poter trarre alcuna testimonianza in favore di una simile parentela da quelle ossa cui pure attribuiscono talvolta centinaia di secoli. Essi hanno anzi abbandonato la ipotesi che il gorilla o Torang o qualsiasi altro quadrumane delle specie attuali sia nostro congiunto in linea retta; essi ne hanno fatto dei nostri collaterali, hanno fatto risalire la stirpe loro e la nostra a un ceppo unico remoto, ad una specie estinta della quale non si conosce traccia nè memoria.

Qualcuno crede che da questi comuni antenati le scimmie sieno derivate per un processo di decadenza e noi per un processo di ascensione, come da certi antichi saurii discesero i serpenti e ascesero gli uccelli. Gli strai terrestri dove potrebbero trovarsi tracce e memorie di una simile specie, o di qualsiasi animale intermedio fra i quadrumani e l′uomo, furono esplorati sinora in cosi piccola parte da potersi dire quasi intatti. Affermare che non vi si trovano fossili di una data specie animale è come affermare che una data parola non si trova in un libro enorme di cui non si è veduta che una pagina. Io penso che a ogni modo l′importanza di una tale lacuna si esageri. I tanti altri anelli che mancano nella serie delle specie animali e fra gli stessi quadrumani, come fra il gorilla e l′orang, non hanno impedito alla immensa maggioranza dei naturalisti di accettare la teoria dell′Evoluzione, molto più perchè non è affatto provato che il procedere delle trasformazioni sia sempre egualmente lento e graduale. Vi ha chi pensa che quando la forza conservatrice delle vecchie forme è superiore alla forza progressiva, questa si accumula via via sino a che prevale, e allora succede un salto, una trasformazione notevole e brusca. Coloro che poi oggi gridano con accento di sfida: « su, trovateci una volta questo anello fra il bruto e l′uomo! » se domani lo si trova, diranno: « e che perciò? Voi avete provato che invece di un milione, poniamo, di specie animali inferiori all′uomo, ve n′ha un milione e una. Se questa nuova specie somiglia più delle altre alla specie umana, ciò dimostra che il Creatore, come noi già sapevamo, ha avuto in mente una scala di organismi animali, edificata sopra una base unica secondo un′idea di proporzione e d′armonia, ma non dimostra affatto ch′Egli non abbia costruito separatamente e messo a posto, belli e fatti, pezzo per pezzo, tutti gli scalini. Voi non potete provare che il cavallo sia figliuolo dell hipparion nè che il vostro pitecantropo sia padre dell′uomo. Agassiz, che di evoluzione non ha mai voluto saperne, lo avrebbe chiamato un tipo profetico e niente altro. » Così direbbero gli oppositori della Evoluzione. D′altro canto io vorrei tenere il seguente discorso a coloro che si affannano tanto per questo prezioso anello perduto. Supponiamo che nessuno abbia mai parlato di evoluzione, che Lamark e Darwin sieno ancora in mente Dei per un secolo remoto nell′avvenire, quando da lungo tempo tutte le razze umane saranno pervenute ad un′alta civiltà e da lungo tempo non si troverà un angolo di terra sfuggito al lavoro dell′uomo. Io vedo in quell′epoca gli animali mammiferi dannosi o inutili all′uomo essere scomparsi per effetto di una legge di natura che oggi stesso agisce. Posso figurarmi che sorgendo allora quegli uomini grandi, il loro genio audace crei per la prima volta la teoria della discendenza e ne propugni l′applicazione all′uomo, quando nessun animale vivrà sopra la Terra più simile a noi dei nostri animali domestici. Concedetemi anche di supporre che nè descrizioni nè disegni abbiano tramandato a quel tempo la memoria delle specie estinte. Vedo levarsi contro quegli uomini una fiera opposizione teologica e scientifica, odo deridere la loro strana idea e chiedere da mille parti dove sieno queste specie intermedie, questi anelli fra il cane, il toro, o il cavallo, e l′uomo. Posso allora figurarmi che un africano di quei tempi civili trovi nelle tradizioni più antiche del suo continente come vivessero colà una volta nelle selve degli animali strani, affatto simili all′uomo, dei quali si diceva fra le tribù selvagge ch′erano veramente uomini e che non parlavano per paura di esser fatti lavorare; come anzi nelle regioni del Capo Palmas, quegli indigeni dicessero che gli uomini delle selve appartenevano un giorno alla loro stessa tribù, che n′erano stati cacciati per i loro vizi e che le loro ostinate abitudini perverse li avevano fatti imbestialire anche nell′aspetto. Vedo allora frugar nel suolo e trarne parecchi scheletri dei quali si giudica presto che non sono umani, perchè hanno la cavità del cranio troppo piccola, le braccia troppo lunghe, le gambe troppo corte e altre particolari differenze; ma si giudica in pari tempo che sono straordinariamente simili agli umani nella struttura generale, e perchè non hanno coda, e perchè qualcuno ha lo stesso numero di vertebre e lo stesso numero di denti, vere e proprie mani, veri e proprii piedi, dove le ossa del tarso rassomigliano nel numero, nella forma, nella disposizione a quelle dell′uomo. Si argomenta di aver trovato l′anello fra i quadrupedi e i bipedi, s′indovina che alcuni di quegli esseri hanno potuto camminare, curvi sì ma reggendosi sulle sole membra posteriori. Io domando se allora gli apostoli della Evoluzione non avrebbero un trionfo alquanto simile a quello dell′astronomo che indicò dove si sarebbe trovato un pianeta non ancora veduto nè da lui nè da altri; domando se si darebbe allora una grandissima importanza all′intervallo che resterebbe aperto fra quegl′ignoti animali e l′uomo. Noi, contemporanei delle grandi scimmie antropomorfe, noi che ne facciamo la caccia, che le studiamo nei giardini zoologici e nei musei, abbiamo potuto osservare tante altre somiglianze anatomiche del loro corpo col nostro oltre a quelle dello scheletro, e le non poche malattie che hanno comuni con noi insieme al gusto dei liquori e del tabacco. Noi sappiamo che i loro piccini, a differenza di quelli delle specie inferiori, nascono affatto incapaci, come i nostri figli, di sostentarsi da sè.

Si affermò che vi ha nella vita occulta dell′organismo umano un momento in cui la colonna vertebrale si allunga in un′appendice animalesca che poi scompare, che vi ha un altro momento in cui tutto il corpo si copre di pelo che poi abbandona, un altro momento in cui vi si manifestano i germi di un numero anormale, assai grande, dei denti che poi si restringono, si consolidano nel numero normale. E l′anatomia ci ha rivelato che vi sono in noi vestigi di organi posseduti dalle specie inferiori, attivi presso di loro, inutili, persino dannosi a noi. Si è giunti ora a studiare con questa idea una piccola glandola nascosta nel nostro cervello, una glandola di cui nessun anatomista sapeva che fare, onde un filosofo pensò di allogarvi l′anima. Io leggo che si ravvisa ora nella glandola pineale il vestigio inutile di un terzo occhio che serviva molto bene ai remotissimi proavi invertebrati dell′umanità.

Io ignoro, del resto, se la scienza degli embrioni abbia veramente il diritto di vedere nelle prime fasi dell′essere umano un compendio storico di tutte le trasformazioni, attraverso le quali da un pesce è venuto un uomo. Ciò si afferma e si nega. Io ignoro se l′anatomia possa dire con sicurezza: questa glandola, quest′appendice vermicolare dell′intestino, questo quarto lobo polmonare destro non servono più a niente, sono anzi qualche volta dannosi, non fanno che ricordare un tenebroso passato dell′organismo.

Ciò si afferma; è tuttavia difficile anche a un profano di ammettere che la assoluta inutilità di una sola cellula vivente possa venire dimostrata. Il vero è che non vi ha bisogno di ciò. La struttura generale del corpo umano, la qualità e la forma delle sue funzioni vitali, la sua composizione chimica dimostrano così eloquentemente la sua identità sostanziale e fenomenale col corpo degli animali inferiori, provano tanto evidentemente com′esso appartenga alla stessa famiglia cui appartengono certe altre specie, che resta solo a discutere se i membri di una famiglia sieno parenti fra loro non lo siano punto.

Se la vita si spegnesse oggi sul nostro pianata, se altri esseri intelligenti vi potessero venire da qualche astro a studiar le reliquie degli animali inferiori e dell′uomo, non esiterebbero a giudicare che gli uni e l′altro hanno avuta la stessa origine, che sono stati costruiti con lo stesso metodo.

Superato, in parte con un appoggio in parte con uno slancio, questo intervallo vuoto fra l′organismo del bruto e l′organismo umano, ecco un altro intervallo vuoto, immensamente più largo e profondo del primo, tanto largo e profondo, che il Wallace, uno dei due fondatori della ipotesi denominata dal solo Darwin, rifiutò assolutamente di passare col suo collega.

Se l′intervallo fra il corpo umano e il corpo di un gorilla non appare grande, lintervallo fra l′anima umana e l′anima del bruto più intelligente appare enorme.

Darwin saltò e parecchi altri saltarono dietro a lui, sostenendo che, come il corpo, anche l′anima umana non ha origine da un atto creativo speciale, ma si è sviluppata naturalmente dall′anima dei bruti. Tutti però non varcarono il passo nello stesso luogo e perciò, se ci figuriamo dei ponti gettati su vari passaggi, vi vedremo interposti dei veri abissi. Per giungere alla conclusione che non vi è differenza di origine fra il bruto e l′uomo neppure rispetto all′anima, molti hanno preso, dietro al professore Haeckel, la via più facile e corta; hanno detto che non possiedono del tutto anima nè le bestie nè gli uomini, che le sensazioni, il sentimento, la intelligenza, la ragione, la volontà, la coscienza sono movimenti della materia e niente altro. Questa idea ha suscitato nelle persone religiose un grande ribrezzo, che è ragionevole, ma insieme anche una grande paura che mi ricorda l′antico motto piemontese: La paüra a l′è faita d′nen. E invero quei signori trovando di non poter capire il dogma dello spirito immortale, ne inventarono un altro, quello della materia pensante, che si capisce ancora meno. Tolsero dal problema dell′Universo una grande X e misero a quel posto una enorme Y. Ciò li ha potuto divertire, ciò è stato anche utile in un certo senso; ogni errore ha la sua provvidenziale utilità. È stato utile perchè ha contribuito e contribuisce a stimolare utili studi sulle più recondite operazioni dell′organismo vivente; ma ciò non ha potuto dare alcuna soluzione del problema, nè piacevole nè paurosa; la Y non ha potuto in alcun modo diventare scienza.

Altri tenne altra via. Colui che pose maggiore studio a dimostrare la evoluzione della intelligenza, la origine dellanima umana da quella dei bruti, il Romanes, mostrò avere della scienza un concetto più severo ed esatto.

Considerando ammessa una legge generale di evoluzione, il professore Romanes sostenne che non si poteva spezzarla in quest′unico posto, per dare all′anima umana una origine speciale. Egli credette osservare che nel bambino neonato la intelligenza somiglia per qualche breve tempo, nella sua espressione, a quella di talune specie di animali più favorite dalla natura. Ciò gli parve ricordo storico del passato nell′ordine intellettuale, come le forme successive dell′embrione fisico. Egli ha inoltre veduto un′ascensione, una evoluzione intellettuale continua della razza umana dai tempi preistorici ai presenti, e siccome prima aveva veduto un′ascensione, un′evoluzione intellettuale continua dagli animali infimi sino ai superiori, ha giudicato probabile che si tratti di un movimento solo non interrotto mai.

Ha notato una ventina di emozioni diverse, come il timore, la sorpresa, l′affetto, l′irritabilità, la gelosia, la collera, la gioia, l′emulazione, l′orgoglio, la tristezza, l′odio, la vergogna, comuni alle bestie ed all′uomo; ha notato la presenza dell′istinto anche in noi. Parlando delle facoltà superiori, esclusivamente umane, come la coscienza e la capacità di formare un concetto, disse, almeno con molta prudenza e discrezione, che, sorgendo esse da un fondo di altre facoltà, comuni anche alle bestie, suggeriscono l′idea di un processo evolutivo. Perciò studiandone lo sviluppo nel bambino ha cercato di mostrare che si formano successivamente, gradatamente, onde indurre per analogia un simile graduale passaggio dalla mente di un bruto alla mente nostra, riconoscendo però che al momento del passaggio qualche ingrediente nuovo ha potuto essere posto nel crogiuolo.

Egli ha molto considerato le forme del linguaggio che anche i bruti possiedono e le origini della parola umana. Mi è ora tanto impossibile di riassumere le sue laboriose e sottili indagini, quanto fu impossibile a lui di cavarne più che semplici probabilità e verisimiglianze.

Certo chi guarda nel passato del linguaggio umano vede facilmente le mille e più lingue ora esistenti pullulare come rami e frondi da un numero scarso di tronchi e questi salire da un numero ancor minore di ceppi; ma vedere anche le radici sotterranee, ma ritrovare i germi onde uscirono i primi concetti dai quali son venute le prime parole, non è possibile ad alcuno. Però, se da questi primi concetti e da queste prime parole si sono svolti naturalmente tutti i linguaggi umani, pare probabile al Romanes che anche quelli si sieno svolti naturalmente da uno stato anteriore in cui l′animale vicino a diventare uomo non aveva ancora nè parola nè concetti. Il Romanes ha pure studiato la qualità di pensiero che si può estrarre dalle poche primitive parole fossili cui la scienza ha scavate. Egli vi ha trovato un pensiero di qualità inferiore che riflette soltanto il mondo esterno, il mondo fisico. Come nello studio del poeta la conchiglia pietrificata gli suggerisce immagini di un tempo in cui l′uomo non era, così nello studio del pensatore la parola pietrificata gli suggerisce immagini di uomini in cui non si erano ancora sviluppate le facoltà superiori del pensiero. Ciò lo persuade sempre più della probabilità che come il bambino arriva a poco a poco da una miserabile condizione intellettuale alle prime articolazioni istintive e imitative, ai concetti, alla vera e propria parola, così a poco a poco vi sia arrivata la razza. Vi hanno, secondo lui, migliori ragioni di ammettere la evoluzione dell′intelligenza che quella dell′organismo; e, quantunque si tratti di probabilità, non sarebbe savio di rifiutare il primo assenso a una probabilità così grande.

Questa scienza può errare ma tiene un linguaggio sereno, veramente scientifico. Quando invece gli evoluzionisti della scuola di Haeckel lavorano a fondare la nuova teoria, non si sa se preparino veramente le fondamenta di un edificio scientifico o se scavino trincee d′approccio contro una fede, se facciano un′opera di pace un′opera di guerra. Mentre narrano la storia dell′Universo, pensano con odio, lo si sente, al racconto sacro e la loro parola vibra spesso come un′accusa, onde si direbbe che siedono non già sulla cattedra della Scienza ma davanti alle Assise, in un processo contro il Creatore, sullo scanno del Pubblico Ministero.

Essi parlano con un certo dispregio della pura osservazione scientifica. Con un buon paio d′occhi e un buon microscopio, dicono, il primo che passa può diventare celebre. Occorre essere filosofi, occorre persuadersi che il mondo non ha bisogno alcuno di governo e che la presenza di Dio vi è intollerabile.

Essi chiedono perciò la morte dell′imputato o almeno la sua relegazione perpetua nelle teste deboli e nei cuori sentimentali, fuori dei quali gli sia interdetto di agire in alcun modo e persino di farsi vedere. Respingono come viziate di frode o d′imbecillità o di poesia tutte le testimonianze favorevoli a lui. Inveiscono poi contro il collegio della difesa e insultano come bugiarde tutte le Chiese cristiane.

Siccome, togliendo di sotto a queste Chiese il concetto dello spirito immortale, esse non possono reggersi, così costoro producono nella lite i documenti della derivazione dell′uomo dal bruto per conchiudere che non si può discorrere di spiritualità nè d′immortalità dell′anima umana, che anzi non si può discorrere di una speciale anima umana qualsiasi. Se i giurati ammettono questo, non possono rifiutarsi alla condanna di un Essere, in nome del quale si sarebbe ingannato per trenta o quaranta secoli il genere umano.

Invece quest′altra scienza ispirata alla classica equità inglese non vuol giudicare se l′anima umana differisca o no, in molti punti di natura, dall′anima delle bestie o se abbia o no il privilegio dell′immortalità . « Un vangelo può affermarlo » confessa il Romanes « noi non lo possiamo negare. » Giunta sulla porta della Chiesa, questa scienza si ferma in silenzio. Congediamoci adesso da lei ed entriamo nella Chiesa, vediamo se fra le tante diverse dottrine che vi sono entrate dopo avere lungamente atteso fuori della porta, come la dottrina sulla esistenza degli antipodi, la dottrina di Copernico e di Galileo sul sistema solare e la dottrina sull′ antichità dell′Uomo, che sta entrando adesso, possa prender posto, e qual posto e in qual modo, anche la ipotesi evoluzionista circa l′origine della specie umana.

III.

Il posto della ipotesi evoluzionista nella Chiesa non può certo essere sul pulpito nè sugli stalli d′onore che spettano alle verità conosciute.

La Chiesa non ha una ragione al mondo di aderire ad alcuna ipotesi scientifica. Io che dichiaro di aderire a questa, se tenessi una dignità, un ufficio qualsiasi nella Chiesa, userei probabilmente un linguaggio più guardingo.

Tocca alla scienza di provare le proprie ipotesi. La ipotesi sulla origine della specie umana non è ancora provata; forse una prova matematica, sicura, non l′avrà mai. Perciò non ho mai pensato e non penso che la Chiesa debba pronunciarsi a suo favore. Ma vi sono ipotesi delle quali la Chiesa neanche può tollerare la discussione nel proprio seno. Vediamo se la ipotesi trasformista sull′origine dell′uomo sia tale. È perciò necessario di considerarne distintamente la parte che riguarda il corpo e la parte che riguarda l′anima umana.

Non v′ha dubbio che per quanto riguarda il corpo delluomo le coscienze cristiane sono libere di opinare ch′esso non è stato creato immediatamente nella sua forma attuale con un pugno di fango, ma che invece v′è salito da una forma vivente inferiore. Questa libertà si prova col fatto, come il moto si prova camminando. Il teologo Gressmann confessa, in un′opera premiata dalla Facoltà teologica dell′ Università di Monaco, che non è un′eresia. Il padre Bellinck, gesuita, scrisse che i cattolici possono liberamente disputare se il corpo umano abbia subite delle modificazioni o no. Un altro gesuita più antico, il Suarez, cita insigni scrittori ecclesiastici, fra i quali anche S. Giovanni Grisostomo, che opinarono come una imperfetta specie d′uomo priva d′anima razionale abbia preceduto la specie presente.

La Bibbia non ha dato impaccio nè a quegli scrittori nè al Santo. La Bibbia non ci rivela il modo tenuto da Dio nel comporre col fango della terra il corpo degli animali inferiori e dell′uomo. Dice: « formavit » formò. Io rassomiglio anche questa parola ad un germe. Come l′ albero più gigantesco è tutto virtualmente contenuto in un germe e conserva la propria natura dall′oscuro, minuscolo principio semplice fino alla gloria di una rigogliosa vita che si espande in molteplici forme, nei rami, nelle frondi, negli organi più delicati delle foglie e dei fiori, così tutta la scienza moderna era virtualmente contenuta in questa parola « formavit » quando essa fu seminata, quando gli uomini non potevano vedervi che un senso molto piccino, molto semplice; e questa parola conservò un′anima di verità durante tutto il progresso dell′intelletto umano, mentre quel senso piccino e semplice si sviluppava, metteva le sue radici, metteva il suo stelo, discendeva nell′idea della Causa formante a sempre maggiori profondità , ascendeva nell′idea dei metodi che questa Causa ha tenuti a sempre maggiori altezze, a dimostrazioni sempre più luminose delle vie complicatissime per le quali la Vita è ascesa dal semplice al complesso, dal fango all′Uomo.

La Bibbia dice: « Iddio formò. » La scienza dice: « in questo modo. » Il racconto biblico della Creazione è stato chiamato da un grande evoluzionista: « la teoria del Creatore-Falegname. » A torto, perchè in quel racconto Iddio non lavora meccanicamente come un falegname: forza operatrice è sempre la Parola. Come nel Genesi, così nei Salmi, così nel Vangelo è sempre glorificata la Parola come operatrice prima di tutte le cose. « Amen » dice un libro sacro « principium creaturae Dei, » Amen, così sia; non la conclusione ma il principio; non la parola articolata, il comando sonoro, ma lordine, la Legge. E la scienza, nel suo continuo lavoro, incontra dappertutto, nella terra e nel Cielo, in ogni movimento meccanico di atomi, in ogni fenomeno della forza vitale, nello studio del passato, nelle previsioni dell′avvenire questa Parola operante, quest′ordine, questa Legge, anzi non incontra che la Legge , e se la Legge non fosse, la Scienza stessa non sarebbe la Scienza.

Il corpo umano è dunque, anche secondo la Bibbia, il prodotto di una legge. Come questa legge operi, i Libri Santi non lo dicono. Il profondo buio enigma è proposto a noi quasi con un silenzioso gesto.

Quando dunque noi cerchiamo come il corpo umano si è formato e troviamo che probabilmente non è stato formato senza una legge, ossia senza un′azione regolare di forze dirette, ordinate a questo fine, noi siamo certo sulla buona strada. Andiamo avanti. Noi vediamo queste forze all′opera, di specie in specie, sin dall′infimo animale, una pura cellula, un puro stomaco. Esse incominciano con prepararvi un capo, un posto d′onore per qualcuno che verrà, che avrà potenza e gloria e dominerà la terra. Esse gli preparano lo strumento del regno, formano una prima fibra nervosa, varie fila di nervi, le raccolgono in gruppi, le accentrano nel capo, ed ecco disegnarsi il trono nel principe futuro, ecco, piccino, umile, debole, il primo cervello. Questo cervello ingrandisce sempre e, come Darwin ha osservato, alle sue fasi di sviluppo corrispondono sempre modificazioni misteriose nella forma delle altre membra.

Ingrandisce fino al punto in cui al suo sviluppo corrisponde una modificazione arcana negli organi della voce. Allora se ne sprigiona il primo concetto e se ne trasmette la prima parola; no , la seconda parola , la risposta costata infiniti secoli, sforzi , dolori e vite , la risposta, dico, alla Parola Prima, all′ordine di Dio. Con lo stesso continuo, meraviglioso lavoro le stesse forze preparano nella cellula primitiva una vaga diffusa sensibilità ai raggi luminosi, la raccolgono in un nervo speciale, iniziano una torbida visione, costituiscono una camera oscura, una lente, uno strumento complesso che raccoglie la luce del sole e il colore delle cose, che rende la luce della vita e il colore delle passioni, dove finalmente apparirà la coscienza e che avrà pure in quel momento la sua parola, si leverà verso il Cielo a dare la sua risposta e sarà l′occhio umano. Noi vediamo queste stesse forze preparare a poco a poco e svolgere un altro organo, renderlo mobile prima ad arbitrio, abituarlo poi ad un moto regolare inconscio, formarne il centro vitale potente che incomincia nel bruto a misurar la passione, a palpitar di terrore, di gioia e di collera, che, quando il cervello sarà pronto a concepire l′esistenza della sua interna persona e del mondo esterno, a trarre dai fenomeni naturali l′idea d′una Forza superiore, sarà pronto esso pure a dar la sua impetuosa parola, la sua istintiva risposta, il suo primo palpito religioso. Noi vediamo prepararsi nei secoli l′organo più proprio della nostra specie, vediamo animali già superiori agli altri nella costituzione del cervello, nella mutabile vivacità delle passioni, nella disposizione degli occhi raccolti in fronte, condurre per bisogno di cibo, per paura di nemici feroci, una vita arborea che li costringe ad arrampicarsi, a tenersi sospesi, li viene preparando alla posizione eretta e, sopra tutto a un uso nuovo, più complicato delle estremità. L′abitudine della posizione eretta, oltre a sviluppare i muscoli del petto in modo utile alla vociferazione, modificherà le estremità inferiori, le renderà più stabili, mentre le superiori usate dall′animale per afferrare i rami, per cogliere e maneggiare le frutta acquisteranno una mobilità, un′abilità sempre più grandi, e saranno pronte a diventare uno squisito strumento dell′intelligenza, la mano umana, che darà ella pure mirabilmente la sua parola e la sua risposta scrivendo: « In principio Iddio creò il Cielo e la Terra. » Questo è il segreto senso che noi troviamo nella parola « formavit. » Altri ne può trovare un altro, può preferire l′antico: la coscienza cristiana è libera. Credo tuttavia che quando la interpretazione moderna verrà universalmente accettata, si vedrà in questo una prova che frutto della vera scienza è non già distruggere ma ingrandire l′idea di Dio, purificarla sempre più dalle somiglianze materiali con l′Uomo, dalle somiglianze dei metodi divini con i metodi umani di operare, rendere quindi lo spirito umano più religioso; perchè infatti se Iddio compare più grande al nostro spirito, non può essere perchè Egli cresca ma solo perchè noi ci andiamo avvicinando a Lui. Succede allora questa cosa stupenda che quanto più ci riconosciamo lontani e dissimili da Dio nella parte inferiore dell′esser nostro, tanto più gli diventiamo simili e vicini nella parte più elevata, che prende quindi sempre maggiormente della Sua luce, del Suo calore, onde più vigorosa e rapida si sviluppa. L′anima umana! Qui di fronte a coloro che affermano essere tutto l′uomo, nell′anima come nel corpo, un prodotto di evoluzione, la coscienza cristiana, di tutte le Chiese, sorge e dice: « Io vedo che non vi è differenza di natura fra il corpo dell′uomo e quello dei bruti; io posso credere che il primo discende per via di generazione dal secondo, ma io vedo che v′è una differenza di natura fra l′anima dei bruti e l′anima dell′uomo in quanto solamente la seconda è capace di un vero e proprio concetto, di una vera e propria coscienza; io debbo credere che a produrre la seconda è intervenuta una Parola divina e che la seconda è immortale personalmente. »

Premesse queste dichiarazioni, la coscienza cristiana è libera di accettare qualunque concetto sulla origine dell′anima che non sia inconciliabile con esse.

Io entro qui per un momento non propriamente nel campo dove si discute intorno alla origine dell′anima prima, bensì in un altro campo molto vicino e simile, dove si discute intorno alla origine di tutte le anime che vennero poi.

La teologia cristiana non è mai riuscita a trovarsi tutta concorde su questo punto, ha poste avanti più ipotesi contradditorie. Si è detto che ciascun′ anima è creata direttamente da Dio per ciascun corpo, vi si è opposto che in tal caso le anime andrebbero immuni dal peccato originale. Si è detto che le anime sono nei germi, passano dai genitori nei figli; vi si è opposto che siccome lanima umana è immortale, converrebbe allora dare l′immortalità anche ai germi che non vengono sviluppati.

S. Agostino confessò che non poteva venirne a capo; il più grande de′ suoi discepoli e amici, S. Fulgenzio, scrisse ch′era lecito di tenere la prima come la seconda opinione, ma che nè l′una nè l′altra si potevano dimostrare.

Sono appena diciotto anni che un dottissimo consultore della Sacra Congregazione dell′Indice ha difesa vittoriosamente la libertà delle coscienze cristiane circa questo punto.

Ora è possibile, io credo, di formarsi circa l′origine dell′anima umana un concetto così generale che non conduce sicuramente a scoprire il modo particolare di questa origine, cui non seppero scoprire nè S. Agostino nè S. Fulgenzio e cui la scienza non potrà mai dimostrare con certezza, ma che non contraddice alla fede cristiana e neppure a una dottrina la quale colleghi e subordini il concetto di Evoluzione al concetto di Creazione. Secondo un tal principio generale, io vedo ciascun′anima umana essere prodotta dalla Parola originaria « facciamo l′uomo a nostra immagine e somiglianza » che non potè essere una parola articolata, sonora, passeggera, ma solo può significare la Volontà Divina in azione, come legge di natura, all′origine dell′uomo, in azione, come legge di natura, nel riprodursi degli individui umani, in azione, nel più lontano futuro, dove io vedo l′uomo venirsi conformando sempre maggiormente a immagine e somiglianza di Dio.

Per una data energia, dunque, della Volontà Divina, ossia per legge di natura, l′embrione umano, appena si forma è animato, è disposto dai suoi genitori a diventare un essere umano, ma solo quando perviene ad un certo grado di sviluppo impossibile a determinare, l′anima, tocca da una divina luce, vi è creata umana a somiglianza, quasi, dell′occhio che preparato a poco a poco nell′embrione, acquista improvvisamente, tocco dalla luce corporea, la facoltà di vedere.

Ecco in qual modo diretto io vedo la Volontà Creatrice operare all′origine di ciascun′anima.

Ma se mi è lecito, come cristiano, di pensare che le anime dei figli di Adamo sono create umane a questo modo per effetto della Divina Parola originaria, per una legge di natura, molto più mi sarà lecito di sostenere che la Divina Parola ha prodotto in questo modo Adamo stesso, ch′Essa, operando come legge di natura, ne ha preparato insieme il corpo e l′anima nella vita inferiore, e, quando il corpo è stato pronto, vi ha creata l′anima, operando sempre come legge di natura.

L′anima umana, così di lunga mano preparata, così creata improvvisamente, diede essa pure, nascendo, la sua risposta, eccomi: io sono.

L′ingresso nel mondo dello spirito cosciente e della parola creata chiude un′epoca e ne apre un′altra in cui lattività della Evoluzione diventa morale. L′ anima umana che non sarà mai stata così pura come nel suo nascere, che ha cominciato con dire « io sono » si vedrà poi da uno stato d′innocenza giungere attraverso l′errore e il dolore ad un nuovo, arcano, rigenerante contatto con la sua Causa, onde con più intelligente amore potrà dire ad essa: « Tu sei ». Ma ciò non entra nel mio tema, al quale io ritorno per dire un′ultima parola come artista.

IV.

Respingo anzi tutto il pregiudizio di coloro che provano ribrezzo della idea trasformista applicata alla specie umana come di una bassezza morale.

Poesia e bassezza morale possono talvolta pur troppo incontrarsi in una persona, in un′idea no. Se si predicasse che l′uomo nacque dal leone e dall′aquila, la donna dal giglio e dalla rosa, non vi sarebbero forse tante proteste cui suscita ora la immagine di pro-genitori deformi appunto perchè ci somigliano, per la loro imperfetta, mostruosa umanità di aspetto. Io posso immaginare che in uno stadio futuro e superiore della nostra esistenza tutte le miserie del corpo umano animale ispirino un simile sentimento di ribrezzo a coloro che possederanno un corpo spirituale, un corpo trasformato, che già esiste in potenza dentro al nostro, un corpo al quale inconsciamente aspiriamo, che intravvediamo nelle nostre idealizzazioni amorose e che ci fa già tante volte sentire sdegno e ribrezzo della nostra umiliante animalità. Ma Doi dai bruti non discendiamo. La stessa coscienza della nostra dignità umana, la vibrante parola che l′afferma, mutarono in noi per una illuminazione superiore, la quale ha penetrato, trasfigurato, illuminato anche il deforme volto che, solo, essi potevano tramandarci.

Noi non discendiamo, noi ascendiamo da essi e il nostro tempo sempre meglio comprende che se la vanità umana può compiacersi qualche volta di discendere, la vera gloria dell′uomo è di ascendere. Se vogliamo cercare un vanto nella nostra origine, il vanto sia questo, che non fummo tratti in un attimo, gran tempo dopo i primi animali, dal fango, come dire da putredini di vite passate, ma che un immenso lavoro si sia fatto sul nostro pianeta perchè dalla polvere che non conosceva nè putredini nè morte sorgessero forme viventi atte a tramandare la vita, ad avviarla, cooperandovi tutta la natura, verso forme superiori, senza lasciarla mai cadere un momento fino a che una fronte, uno sguardo, una parola vivente si alzassero al Cielo. Io non so del resto come tanto si adontino di una qualsiasi parentela coi bruti coloro che credono in uno solo Autore di tutte le cose. Noi che pensiamo essere stati portati nel grembo della Natura animale inferiore, abbiamo per essa un sentimento più religioso e più morale che va infatti penetrando praticamente nella vita, va diventando un elemento di civiltà moderna.

Non può essere morale di sentire ed esprimere disprezzo per creature che tengono il posto loro assegnato dalle leggi di Natura. A me la storia dell′Universo, dalla prima cellula alla prima coscienza, pare un divino dramma, retto in ogni parola come nell′insieme, da leggi complesse, rigorose, come forse il più perfetto poema umano può darcene qualche pallida immagine. Non vi possono essere in un tale poema parole spregevoli, quantunque paiano vili, poichè ciascuna porta nel posto che le conviene il suo filo d′idea, perchè almeno, necessariamente prepara, precede e in certo modo genera la parola luminosa che viene poi.

Secondo il concetto spirituale della Evoluzione, che io difendo, la dignità morale sta nel combattere certa nostra strettissima unione con un bruto, sì, ma con quel bruto di oscura innominata specie che freme ancora, testimonio vivente del passato, nel cuore umano, e aspira senza posa a farsene padrone, e vi lotta contro l′impero di un principio a lui sconosciuto, la coscienza morale; che vuole invece per sè un′altra forza non interamente nuova per lui, la intelligenza, e, se vince, sale fino al volto, guarda per gli occhi umani talvolta coperto e insidioso, talvolta ridicolo, talvolta orribile, secondo la qualità e i movimenti della passione che a lui prevale, secondo il maggiore o minore uso d′intelligenza che ha dovuto fare; e, se l′uso è stato poco, se la passione è rimasta quasi semplicemente bestiale, se il trionfo è duraturo, lo scolpisce nella fronte conquistata, impronta di sè i lineamenti, ci mostra un essere ambiguo che discende obliquamente verso uno stato nè brutale nè umano, molto peggiore dell′uno e dell′altro.

L′arte moderna deve conoscere l′ufficio che secondo una legge fondamentale di natura tocca a lei come espressione delle facoltà umane superiori. Tocca a lei, secondo la legge di evoluzione, di aiutare il divino a comprimere il brutale, il futuro a svolgersi dal passato. Molte volte ell′ha compiuto e compie quest′ufficio senza averne piena coscienza, colla semplice rappresentazione della bellezza o anche coll′espressione dei sentimenti più nobili, con la testimonianza delle credenze più elevate; adesso è meglio che lo riconosca quale lo illumina una fiaccola della scienza.

Pochi molti che siamo, noi militanti per la potenza e la gloria dello spirito, e pieni insieme di fede nella scienza, in ogni progresso umano, non intendiamo anzitutto di soffrire che la grande idea della Evoluzione venga abbandonata, quasi con disprezzo, ad una filosofia materialista, che non avendo il minimo diritto sopra di essa, la impugna come un′arma contro il nostro stesso ideale.

Noi non intendiamo che la rappresentazione artistica dei concetti morali più rispondenti all′idea cristiana sia rispettata soltanto come una fedeltà onorevole al passato. L′arte, secondo il nostro concetto, promovendo ogni ascensione morale, fa sue proprie le divinazioni più ardite della scienza moderna e si serba fedele al futuro. La legge di evoluzione governa il mondo col giuoco di due forze, la forza conservatrice e la forza progressiva. Esse sono egualmente degne di ammirazione, ma se, come fu detto, il primo animale che si decise a rizzarsi e a camminare sulle sole estremità posteriori, è stato un radicale, anche l′arte che tende a correggere ogni viziosa inclinazione obliqua dello spirito umano, che tende a porlo alto e diritto sulla via che si allontana dalla animalità, è un′arte radicale, è un minimo strumento, sì, ma pure uno strumento della forma progressiva, come ne è massimo strumento la Divina Parola vivente, piena ancora di nascosti germi, che opera nel mondo, in palese ed anche in occulto, conosciuta e sconosciuta, come Legge morale cristiana.

Non intendo, così, di consigliare all′Arte la rappresentazione esclusiva di tipi ideali. Essa farà bene di praticare anche l′autopsia della bestia umana. « Il est dangereux » dice Pascal « de trop faire voir à l′homme combien il est ègal aux bêtes sans lui montrer sa grandeur. Il est dangereux de lui faire trop voir sa grandeur sans sa bassesse. Il est encore plus dangereux de lui laisser ignorer l′une et l′autre; mais il est très avantageux de lui réprèsenter l′une et l′autre. »

Qualunque soggetto deve dar argomento all′Arte di questo doppio lavoro. Mai arte umana non sarà vera che non sappia trovare nella stessa persona elementi di vita inferiore; almeno qualche germe della prima, almeno qualche avanzo della seconda.

Ma l′artista non adempie la sua missione se non fa sentire che ne ha la coscienza e che lavora contro il bruto antico, contro la tendenza dell′elemento umano inferiore a impedire lo sviluppo dell′elemento superiore. Non si tratta di subordinare l′arte alla morale, come tanti hanno fatto per modo che la morale sopra l′arte pare una cosa morta che schiaccia una cosa viva; si tratta di trovare una loro unità così piena che sia impossibile distinguervi l′intendimento morale dall′intendimento artistico.

Quest′attività dell′elemento inferiore umano che prende nell′individuo mille forme di movimenti diversi, è pure presente nel disordine organico di cui soffre la società. Sarebbe facile dimostrare che il disordine organico sociale deriva dall′opera di cupidigie inferiori, in parte passate, consacrate dal diritto, consolidate nelle istituzioni dalla consuetudine divenute inconscie, automatiche, in parte vive, attive e conscie nel basso e nell′alto della società, le quali si sono sovrapposte al sentimento di quella legge suprema che nell′ordine morale corrisponde alla legge di attrazione nell′ordine fisico, che comanda nell′ordine morale alle anime umane e nell′ordine fisico agli atomi di attrarsi reciprocamente e di gravitare insieme verso un Centro.

Perciò la nobile arte che si appassiona per le miserie sociali deve guardarsi da quanto può anche indirettamente suscitare quelle cupidigie: tutte deve combatterle con un ideale di giustizia atto a trasformare il mondo mediante l′amore e la equa distribuzione non dei godimenti ma dei doveri, e dei doveri non rispondenti a diritti armati di codici e di forza; a questi ci pensano i legislatori; bensì rispondenti alla legge di attrazione morale, ai diritti dell′Amore, al diritto di Dio.

Cavalieri dello spirito, non per questo noi disprezziamo nè odiamo il corpo. È naturale alla poesia come all′amore di idealizzare il corpo umano, di anticipare, istintivamente, in un vago, fantastico, profetico modo, la sua evoluzione futura. Una piccola, delicata mano di donna non ha nella mente del poeta e dell′amante che forma, colore, vita, senso, intelligenza, passione, femminilità; è per essi un breve, squisito poema, una silenziosa parola dell′anima, e diventa un simbolo, quasi, nel suo durevole fiore, di giovinezza immortale. Essi abborrono dal pensare che la dolce mano spirituale discende da membra non umane anche per una interposta miriade di secoli, ma egualmente abborrono dal pensare l′interno di quella mano come lo pensa un professore di anatomia. Le due ripugnanze hanno la stessa radice, l′idea di una vita inferiore, puramente animale e di un organismo simile nel suo giuoco interno, a quello dei bruti.

È un fatto che offende molto più, considerandolo nel corpo intero. A negarlo nel passato vi è ben poco guadagno perchè bisogna poi ammetterlo nel presente. Ebbene, io trovo che il senso di questo fatto, quanto più è vivo, quanto più è forte, tanto più impetuosa reazione cagiona, tanto maggiore slancio imprime all′amorosa fantasia che solo vuol pensare in un corpo la bellezza esterna, il fiore della vita, la intensa espressione dell′anima, ossia le qualità che si convengono a un corpo umano ideale, al corpo umano della promessa evoluzione futura. Dirò pure che noi abbiamo necessariamente un′ideale della bellezza corporea diverso dell′ideale antico. Ciascuno che sia moderno nello spirito sente la freddezza, la insufficienza della bellezza femminile di puro tipo classico come ispiratrice d′amore e d′arte; ma noi possiamo anche dirne le ragioni. La bellezza greca esprime una serena e radiante, benchè non vanitosa letizia di sè stessa; essa mi rappresenta la sublime gioia della natura umana emersa dalle tenebre di una vita inferiore, finalmente, nella luce, felice di riposare contemplando. Il suo carattere è la soddisfazione e la quiete. Invece il nostro ideale di bellezza, tutto penetrato di sentimento squisito e d′intelligenza in ogni linea della persona, ha per carattere l′aspirazione, esprime una inquietitudine di desiderii non mai paghi perchè domandano all′amore, alla Vita, l′infinito e l′eterno. Esso mi rappresenta la natura umana, salita ancora, rinnovata nello spirito, illuminata da un ideale ch′ella non intende bene ma che sente, che sogna e cui anela di congiungersi tutta intera.

Un′arte che s′ispira in tal modo alla ipotesi dell′Evoluzione nellordine morale e nell′ordine fisico ha un carattere evidentemente religioso. Il concetto della evoluzione umana così applicato si accorda col sentimento religioso e morale più puro.

Ecco perchè io credo con tutta lanima che « la grande ipotesi è vera.

Un materialista che io amo, non certo per le sue dottrine, ma per la profonda, amara, leopardiana tristezza che gliene sale al cuore, ha considerato che tanti elementi minerali della Terra si trovano pure negli altri astri, che perciò molto probabilmente vi si sarà pure trovata la materia ond′ebbe origine qui la prima cellula vivente, e che, la legge di evoluzione essendo universale, se una prima cellula ha potuto sulla Terra produrre a poco a poco esseri che hanno il senso e la potenza della poesia, un′altra cellula avrà pure, molto probabilmente, potuto produrne nello stesso tempo in qualche stella del cielo. « Perciò » scrive il Maudsley « quando uno di noi guarda dalla Terra negli azzurri abissi di una notte serena e, rapito da inesprimibile commozione, dimentica le cose terrestri, vibra tutto di misteriose simpatie per qualche cosa che non vede, che non intende, ma che pur sente, egli subisce forse l′azione oscura di lontani esseri più affini a lui che non sospetti. » Io amo di pensare che così è veramente, che almeno in qualche altro pianeta si sono svolti ed esistono adesso esseri simili a noi nell′intelligenza e nell′amore, che vi hanno fra questi esseri e noi simpatie misteriose e che qualcuno di essi attesta lassù in questo momento come io qui l′attesto, la bellezza e la gloria della Legge a cui le nostre stelle devono la luce e noi dobbiamo la parola.

Io amo di pensare che non vi è astro del mondo dove non si sieno levati, o non si levino adesso, o non abbiano a levarsi un giorno testimoni fedeli a confessare la unità dell′ordine col quale una Causa infinita di tutto fa continuamente ascendere la vita verso di Sè, sempre più conformandola ad immagine propria per trarne a Sè un amore sempre più intelligente, sempre più simile al Suo.

Molte voci si alzano già dalla Terra per questa testimonianza. Benchè sieno accusate, come mai? di ferire il sentimento religioso e la dignità umana, io mi onoro di unire ad esse la voce mia; e se quanto al dogma mi sono appellato ai maestri in nome di altri maestri, quanto ai più divini sentimenti dell′anima mi appello a Voi, in nome dell′Ideale.

PRO LIBERTATE

LETTERA APERTA AL PROF. L. M. BILLIA

Ella è sempre stato così buono con me e si è occupato con benevolenza così cortese de′ miei studi sulle relazioni tra la ipotesi trasformista e la fede cristiana, quantunque non ci accordiamo interamente nelle idee, che penso di chiedere a Lei un posto nella Sua Rivista per una breve risposta ad un contradditore molto autorevole e serio nel quale mi sono incontrato.

Ella stessa alluse nel Nuovo Risorgimento ad ostilità che mi vengono dal campo della scienza anticristiana. A questi avversari, almeno per ora, non rispondo. È il loro evoluzionismo materialista che ho combattuto; sarebbe troppo strano ch′essi non combattessero me.

Sono invece due articoli comparsi nei due ultimi numeri della Civiltà Cattolica, che m′inducono a uscire dal silenzio nel quale sinora mi sono sempre tenuto di fronte ad attacchi di credenti e di miscredenti. L′autorità di quella Rivista, il giudizio ampio e gravissimo che reca del mio discorso sullOrigine dell′Uomo, alcuni equivoci nei quali, forse per colpa mia, il critico è caduto interpretando il mio pensiero, mi consigliano, in questo caso, di rispondere. La mia risposta non sarà ispirata a verun risentimento personale. Esser chiamato ignorante e temerario m′importa poco, non già perchè io superbamente e falsamente mi stimi superiore a queste imputazioni, ma perchè, lo creda, ho intrapresi e condotti i miei studi sulla Evoluzione con un fervido sentimento religioso, col desiderio sincero di rendere onore a Dio in faccia ai suoi nemici e non di procacciar lodi a me. Del resto debbo anche dire che lo scrittore della Civiltà Cattolica, stimandomi ignorante e temerario, mi ha risparmiato quanto ha potuto nella espressione del suo pensiero, di che sinceramente lo ringrazio. Altri meno dotti e meno autorevoli giudici di lui furono ben più violenti.

Avrei desiderato che un periodico quale la Civiltà Cattolica, intimamente legato ai Poteri che governano la Chiesa, non parlasse del mio discorso; non avrei mai desiderato che, parlandone, prendesse parte per levoluzionismo cristiano. Ho pur detto nel Discorso che la Teoria della evoluzione, per quanto probabile, è sempre una ipotesi; una pura ipotesi della scienza, che perciò la Chiesa non deve pronunciarsi a suo favore , che io stesso se tenessi un ufficio qualsiasi nella Chiesa mi imporrei maggiore prudenza. Ciò risponde, in parte, all′accusa fattami dalla Civiltà Cattolica di aprire cattedra di religione e tenere conferenze fra le quali e le prediche didattiche fatte in chiesa non è divario se non in quanto queste si recitano in cotta e stola, e quelle si recitano in giubba e cravatta bianca; mentre non si conviene ai cattolici laici di usurpare le funzioni dei sacerdoti. In fatto io ho inteso dire in una sala ciò che sul pulpito, e con questa parola espressamente lo dichiarai nella mia conferenza, non si potrebbe. Il sacerdote che parla dal pulpito ha un′autorità che non gli viene dall′ingegno nè dal sapere. Egli parla colà non in nome suo proprio ma in nome della Chiesa; perciò le sue parole hanno un′importanza immensa e possono compromettere la Chiesa. Invece il conferenziere parla per suo proprio conto; non è ascoltato che per l′autorità sua personale, se ne ha; e, nel peggior caso, non compromette che sè. Ora quand′anche non fosse pericolosissimo, sarebbe poco degno di un sacerdote che insegna la dottrina di Gesù Cristo di sostituire a questo insegnamento una discussione sulle conseguenze religiose di una teoria scientifica che non è ancora dimostrata. Parve invece a me, e pare ancora, che noi cattolici laici possiamo usare con frutto della maggiore nostra libertà .

Io vorrei dire al mio critico della Civiltà Cattolica:

« Noi ci mescoliamo necessariamente più di voi con i nemici di Cristo e della Chiesa. I più fieri, i più intelligenti, i più celebrati di essi oggi si accordano nel proclamare la rovina della nostra fede per opera di una ipotesi scientifica che ha per sè una grande maggioranza di naturalisti. Moltitudini di ignoranti ci ripetono in faccia questo verbo. Ebbene, noi crediamo che se domani la ipotesi diventasse teoria dimostrata non ismuoverebbe d′una sola linea la nostra fede, tornerebbe anzi a maggior gloria di Dio. Lasciatecelo dire a nostro rischio e pericolo. Non approvateci pubblicamente, no, ma non vogliate neppure condannarci, gettarci disarmati sotto i piedi del nemico. Noi non diremo mai che il vostro silenzio implichi approvazione. Il silenzio è silenzio. Se la ipotesi deve cadere, tutta l′opera nostra cadrà con essa; se avesse a confermarsi, non vi pentireste di averci ignorati. »

Del resto, io ebbi cura, nel mio Discorso, di porre in chiaro che non mi attento d′insegnare una dottrina ma che solo mi studio di difendere una libertà , della quale mi servo contro la filosofia materialista. Gran parte della requisitoria della Civiltà Cattolica è fondata su questo equivoco, che io presuma insegnare una dottrina religiosa, che io dica in sostanza: « Il mio concetto cristiano della evoluzione si deve ammettere.» Mi si rimprovera, per esempio, di aver citata l′opinione di Sant′Agostino per servirmene come di un′opinione sicura.

Ma questo non è. Se mi fossi espresso imperfettamente allora, mi chiarirei meglio adesso. Intesi soltanto affermare ch′era lecito anche a me ciò ch′era stato lecito a S. Agostino. In tutto il corso della mia conferenza parlai della mia opinione come di una opinione lecita e nulla più. Sono dispostissimo ad ammettere che abbia un menomo grado di probabilità; per usarne contro il nemico me ne basta uno su cento.

II

Il critico della Civiltà Cattolica mi presterà fede su questo punto se vorrà considerare il modo col quale esposi lo stato della questione davanti alla scienza. Dichiarai netto che la scienza non possiede ancora un solo documento, sicuro, diretto, della origine dell′ Uomo da una specie inferiore, e citai le parole del Virchow: « nella questione dell′uomo siamo battuti su tutta la linea. » Con ciò pare al critico ch′io mi sia data la zappa sui piedi, ch′io mi sia demolito da me con mirabile candore. Il fatto è questo, che mirando io a combattere gli haeckeliani, prima di dir loro « badate che questa vostra terribile teoria può diventar buona per noi cristiani, » ho voluto cominciar a dire : « non fate tanto rumore perchè, in fin de′ conti, non avete in mano che un′ipotesi. » Per quanto il mio candore sia grande, non avrei parlato così se avessi voluto predicare un nuovo dogma. Creda il critico egregio della Civiltà Cattolica che io non faccio una esagerata stima delle mie opinioni e mai non sacrificherei ad esse la mia coscienza facendo passare per dimostrato ciò che non lo è. Sarei anzi lietissimo di sacrificar esse a chi mi annunciasse che se in seguito al progresso scientifico alcuna parte del racconto biblico della Creazione è ora inteso diversamente da un tempo, un nuovo progresso della scienza è invece venuto a confermare l′antica, comune intelligenza di quel racconto, per quanto riguarda l′origine dell′uomo.

Ricordo poi ancora che chiusi il mio accenno allo stato scientifico della questione indicando la teoria del Romanes sulla origine della intelligenza. Mi duole che l′egregio critico della Civiltà abbia preso un abbaglio ben grave. Egli suppose ch′io abbia scelto il Romanes per mio duce e naturalmente ne getta le alte grida. Infatti sarebbe una cosa assurda, troppo assurda per poterla credere senza un po′ di considerazione. Volendo informare il pubblico di ciò che opinano i trasformisti circa l′evoluzione della intelligenza, ne ho preso uno de′ più recenti e sereni, e ho accennato alla sua teoria, ho lodato, come si merita, il suo linguaggio equo e scientifico. Non potevo trovare S. Tommaso o Dante fra gli scienziati odierni. Dante lo avrei preso per duce volentieri, molto più volontieri, che l′egregio critico, il quale vuol consigliarmelo, forse non pensi !

Temo, del resto, che la Civiltà Cattolica s′illuda nell′apprezzare la stima che l′ipotesi trasformista gode oggi nel campo scientifico. Temo che non distingua abbastanza le teorie ideate per spiegare le trasformazioni degli organismi dalla convinzione che queste trasformazioni ebbero luogo veramente. Le prime durano fatica a mantenersi, l′altra si allarga sempre più, Le teorie meccaniche cadranno, resterà il mistero di una Causa sconosciuta operante nelle cose secondo il disegno divino.

Fra i famosi contradditori della Evoluzione che la Civiltà Cattolica nomina, non dovrebbe aver posto il Wallace che si arrestò solo davanti alla trasformazione della specie umana, nè il Wigand che combattè fieramente il darwinismo, ma giudicando probabile che gli esseri organici siansi venuti trasformando per effetto non già della selezione naturale, bensì d′ignote cause interne.

E del Quatrefages giova ricordare che pur combattendo, come scienziato, il trasformismo, sostenne non esserne offeso il dogma cristiano.

III.

Il mio egregio contradditore mi rimprovera di avere tenuto, parlando di cose teologiche, un linguaggio ora spropositato, ora inesatto, ora sconveniente. Certo io non ho potuto tenere al pubblico del Collegio Romano il linguaggio severo che tenni all′Istituto Veneto, una piccola riunione di dotti, discorrendovi delle ipotesi di S. Agostino e di Darwin circa la Creazione , un tema posto a concorso dalla Facoltà Teologica Cattolica di una Università tedesca. Ciò ha potuto produrre degli inconvenienti e io non intendo difendere tutte le espressioni che ho usato. Avrei potuto chiamare antica anzichè vecchia, la credenza popolare negli atti distinti e subitanei di creazione. Invece di chiamarla popolare, avrei potuto dirla divisa dalla maggior parte dei teologi e dei fedeli. Ringrazio l′egregio critico di questi consigli e, se ne avrò occasione, ne approfitterò. Se il paragone del Creatore con un mago, sebben condizionale, pare irriverente a un fratello e l′offende, questa è una sufficiente ragione di correggere il passo, quantunque l′irriverenza fosse, quando lo scrissi, ben lontana dalla mia mente. Però non tutte le censure fattemi sono, a mio avviso, egualmente fondate. Mi si rimprovera di aver chiamato ingenua la fede, mi si osserva che la fede non abbisogna di questo indulgente appellativo. Oh lo so, io che con tutta l′anima credo ! Ma nel passo riferito dalla Civiltà Cattolica, io non parlavo della fede semplice che trova appunto il suo latte, buon cibo e adatto a lei, nel senso letterale del racconto biblico, di quella fede cui giova credere, come dice S. Agostino in qualche parte delle Confessioni, nel suono stesso della voce di Dio. Il mio dotto contradditore protesta esser falso che a questa ingenua fede la scienza abbia insegnato a dire ordine anzichè comando. La scolastica, egli dice, ha sempre ammesso l′ordine della natura. Ma poi distrugge la sua stessa censura confessando che quanto all′origine delle cose l′antica scuola ha attribuito molto al comando. Ma è appunto dell′origine delle cose che io parlo e non certo per escludere il comando di Dio che le trasse dal nulla, ma per dimostrare che non è necessario ammetterne gli atti separati e distinti.

Parrebbe pure, dall′articolo della Civiltà Cattolica, ch′io avessi citato inesattamente un passo della seconda epistola ai Corinti e postovi un transformati invece di un transformamur; ma qui legregio scrittore si è lasciato cogliere da una distrazione e ha citato come di S. Paolo il passo che io tolsi invece dall′Imitazione di G. C.

Il transformati è un commento del transformamur di S. Paolo. Del resto io non volli tirare quelle parole dell′Apostolo a sostegno del trasformismo; se si prestano alla interpretazione mia, riguardano un tempo in cui certo più non vi saranno trasformazioni degli organismi, poichè neppure adesso più ve ne sono. Se il critico suppone, come pare, che io creda a ulteriori trasformazioni degli organismi quaggiù sulla terra, la sua supposizione non è giustificata. Io credo che la comparsa dell′uomo, scopo di tutte le trasformazioni precedenti, vi abbia posto fine. Non ammetto altre future trasformazioni di corpi, se non quella, ch′è di fede, del nostro corpo animale in un corpo spirituale; e, naturalmente, con un diverso grado e con una diversa qualità di convinzione, quella della Natura inferiore ch′è adombrata nel capitolo VIII dell′epistola ai Romani.

 

Circa questo punto della perfettibilità del Creato sto con S. Paolo anzichè con lo scrittore della Civiltà Cattolica, secondo il quale la via d′ogni essere creato è nascere, figurare e svanire, e tutte le forze del Creato tendono a una quiete finale ch′è morte. L′una e l′altra trasformazione appartengono, ad ogni modo, ad un tempo in cui la umanità terrestre avrà cessato di esistere.

Il progresso che io vedo ascendere dalla caduta di Adamo in poi, non è di natura fisica, è di natura intellettuale e morale, e non è tanto un progresso dell′individuo, quanto un progresso della Società umana.

Se m′inganno nel vedere un indefinito progresso dello spirito umano dentro la gloria di Dio, m′inganna una visione cui non si può negare bellezza; nè pare che si abbia a vilipendere un cristiano se vede universale e continuata nell′avvenire l′azione della divina Parola « Omnia traham ad meipsum. » Se vedete lerrore, indicatelo con bontà .

IV.

Lo scrittore della Civiltà Cattolica mi accusa di aver voluto escludere l′intervento immediato di Dio nella Creazione.

Dichiaro che questo non fu il mio intendimento. Certo egli stesso non suppone ch′io l′abbia escluso alla origine prima delle cose. Ma ciò non basta. Secondo me la ipotesi della evoluzione esclude soltanto gli atti distinti e subitanei di creazione, rappresenta il metodo tenuto da Dio nel creare. Si consideri quest′affermazione insieme alla pagina dove esprimo il concetto che l′ordine, le leggi di natura null′ altro sieno se non la Divina Parola, il Divino Comando incessantemente operante. Credo che gli scolastici mi avrebbero rimproverato di peccare per eccesso anzichè per difetto in questa indicazione dell′intervento immediato di Dio. Del resto io non intendo adesso pronunciarmi esplicitamente a favore di teorie che trovano fortuna presso alquanti pensatori e naturalisti cristiani, ma che non sono senza gravi pericoli e difficoltà ; solamente protesto quanto so e posso contro l′avversione attribuitami ad ammettere il diretto intervento divino.

V.

Per la questione sulla origine delle anime umane che ha diviso i generazionisti dai creazionisti , io rinvio il mio dotto censore a un libro del Padre Trullet[67], consultore dell′Indice, ch′egli deve ben conoscere, dove l′A. non si pronuncia a favore dei primi ma riconosce la loro libertà, e ciò mi bastò per l′uso che feci di quella opinione; molto più perchè la Sacra Congregazione dell′Indice si pronunciò secondo proponeva il suo consultore. Il mio critico stima che io accetti soltanto di nome la creazione dell′anima e che scrivendo lanima è creata umana, io abbia scritto una frase senza senso. No, poichè tutto il processo ho attribuito all′azione creatrice della Parola Divina « faciamus hominem. » Quanto alla similitudine dell′occhio, essa non può avere che il valore d′una similitudine e non mi pare equo di giudicarmi e condannarmi sopra di essa. Però essa sfuggirebbe pure alla sua censura se si ammettesse anche per l′origine dell′occhio la continua azione creatrice di Dio.

L′articolo della Civiltà Cattolica si chiude con la protesta di non voler abbandonare, di fronte all′evoluzionismo, vecchie posizioni vittoriose per seguire una poetica e romanzesca strategia. Ho già detto perchè io stesso non avrei voluto vedere la Civiltà Cattolica abbandonare oggi quelle vecchie posizioni. Dunque su questo punto siamo d′ accordo. Il mio egregio critico, che insieme a rimproveri acerbissimi mi rivolse pure espressioni assai cortesi, accetti ora da me un rispettoso consiglio. Osservi imparzialmente il movimento scientifico moderno e si guardi da illusioni che non sarebbero meno funeste di quanto a lui sembrino gli ardimenti miei.

IL PROGRESSO

in relazione alla felicità

Io ebbi da giovane fra gli amici miei un fiero e magnanimo frate dell′ordine dei Fatebenefratelli, grande chirurgo e grande alienista, eccellente conoscitore degli uomini e della vita. Questo frate mi raccontò che gli accadde una volta di visitare per incarico dei suoi superiori certo convento di monache nell′Italia meridionale.

Vi fu accolto con grande solennità. La Badessa lo attendeva a capo delle suore, e a lui che dopo il primo saluto le chiese come procedessero le faccende della comunità, rispose con uno studiato discorsetto, magnificando la concordia e la pace di cui si godeva là dentro, la contentezza piena e persino la fiorente salute delle sue compagne. Allora una delle suore che stavano silenziose dietro la Badessa, levate le braccia così lentamente come ci figuriamo gli atti degli spettri, si alzò con le mani e si aperse pian piano il velo che la copriva, mostrò uno spaventoso viso di cadavere, due occhi fissi, cupi, grandi, che dissero al frate « guarda »; e sempre lentamente, sempre tacendo, abbassò le mani, calò il velo, si nascose.

Il vostro tema, signore che me l′avete proposto[68], mi fa pensare al racconto del frate. Dietro alle magnifiche immagini di prosperità , di grandezza, di potenza umana che la parola progresso suscita in Voi, sta, proprio in fondo al vostro cuore, una sinistra immagine velata di nero, immobile e silenziosa. Ella non si apre il velo ma la sua faccia lugubre vi si disegna sotto. Vi ha sotto quel velo un dolore indicibilmente atroce, vi ha una mutua smentita fiera, un disprezzo amaro e superbo, nel suo silenzio, di tutte quelle altre figure pompose e magniloquenti che vantano il presente e l′avvenire dell′umanità.

Essa pure dice tacendo: « guardate, vedete se vi fu mai dolore al mondo come il dolore che imperversa sotto la grandezza, la potenza e gli agi di cui van blaterando costoro ».

Voi non sapete a chi credere e mi fate l′onore insigne di domandarne a me. « Il Progresso » voi domandate « ha egli reso e rende gli uomini più felici? » Ebbene, poichè mi ponete la questione così, io mi permetto di osservare che, a stretto rigore, l′avete risolta nell′atto di porla.

Se Voi riconoscete nell′insieme dei fatti umani il carattere di un progresso, la forza inesorabile dell′idea che questa parola esprime Vi costringe ad ammettere che vi hanno stati successivi della umanità migliori l′uno dell′altro nell′ordine stesso del tempo, che voi avete il concetto di uno stato umano idealmente buono al quale gli stati umani succedentisi nell′ordine storico sono sempre più simili; che, quindi, gli stati umani vengono sempre più acquistando del Bene, sempre più partecipando del Bene. Ora la felicità, nella sua perfezione, è il sentimento che si accompagna al pieno possesso del Bene. È dunque una necessità logica che al progresso umano corrisponda una crescente felicità. Ma voi mi ammonite di non sottilizzare vanamente sulle parole. Voi non intendete di attribuire alla parola « progresso » il senso che a stretto rigore le spetta.

Voi le attribuite il senso corrente, il senso di un continuo accrescimento della scienza, di un continuo moltiplicarsi delle applicazioni pratiche di lei, che tutte hanno per fine l′utile umano, il quale pare risolversi sempre in una diminuzione di dolore o in un accrescimento di piacere.

Voi affermate con ragione che questo progresso, di natura essenzialmente intellettuale, è un fatto evidente per sè, un fatto che ogni giorno pone al nostro servigio un enorme lavoro di cose e di energie, che ogni notte illumina le nostre città col chiarore del sole; e gli contrapponete il fantasma velato di nero in fondo al vostro cuore. Ebbene, facciamolo uscire almeno per un momento, questo fantasma, davanti a noi, e domandiamogli il suo nome. Ecco, egli viene e risponde con impeto amaro: « Io mi chiamo tutti. Io sono l′antico ebreo esperto d′ogni scienza e d′ogni voluttà, che disse: chi accresce il sapere accresce il dolore. Io sono l′antico arabo che ha pianto in un poema immortale sui nati di donna e sulle miserie della breve lor vita. Io sono l′antico romano che in un altro poema immortale ha numerato con fiero scherno le parvenze di gioia che ingannano i mortali miseri e ciechi. Io sono il poeta che ha derisi i profeti delle magnifiche e progressive sorti umane, il poeta che voi avete chiamato grande e che ora vi apprestate a cingere di rinnovata gloria. Io sono il pessimismo filosofico che ha consigliato al genere umano il suicidio, il pessimismo voluttuoso che oggi stesso, in un paese di alta civiltà, va consigliando di non accrescere il numero dei viventi perchè la vita è un male, il pessimismo ascetico che ripete con l′autore dell′Imitazione: « dies hujus temporis parvi et mali, pleni doloribus et angustiis ». Io sono il vecchio stanco che vede le generazioni umane discendere al peggio e sono il giovane focoso che insulta in faccia il vostro progresso ascendente come un′alta marea di ingiustizie e di sofferenze. Io sono il miserabile che langue d′inedia nella soffitta e sono il ricco che langue di tedio al primo piano. Io sono il sociologo che registra delitti e delinquenti, ci mostra sempre più affollate le case dove per colpa s′infligge dolore. Sono il fisiologo che considera nell′uomo la preponderanza del sistema nervoso crescente con l′attività intellettuale e quindi con la civiltà , che ne deduce un aumento necessario e continuo di sensibilità agli attriti della vita, quindi un aumento di pene. Sono il psicologo che misura il nuovo piacere procurato dagli agi nuovi e la sua durata sino al punto in cui sfuma nell′abitudine, e sono l′astronomo che studia la durata del sole e il fato di tenebre incombente sul nostro pianeta. Sono finalmente tutti voi quando nella sventura il pregio della scienza e degli agi si annienta per voi, quando lo spettacolo del dolore altrui vi induce a un simile disprezzo, quando ripensando i godimenti del tempo antico narrativi dai vostri padri e dagli avi, li giudicate tanto più sereni dei vostri, più ricchi di gioia vera; quando vi dolete della vostra stessa natura umana che più ha più desidera, più si tormenta per avere ancora ».

Adesso, prima di esprimervi il mio avviso, io mi permetto di richiamare i litiganti a un linguaggio piano, chiaro ed esatto, perchè non vi hanno qui giurati da commuovere e certa eloquenza turbata riesce inutilmente molesta a chi vuol giudicare secondo ragione. Poichè abbiam veduto che concedendo a una delle parti di chiamarsi « progresso » si viene a pregiudicare la questione, neghiamole di portare questo nome sino a che avremo trovato che ne ha il diritto. Per ora, invece di « progresso » diciamo una parola che semplicemente affermi lo svolgersi e il trasformarsi dei fatti umani di ogni ordine, diciamo « evoluzione umana. » E con il nome « progresso » mettiamo per ora da banda le tirate magniloquenti dell′ottimismo su questo nome, sulle incarnazioni presenti e future dell′idea che vi si accampa.

Siamo altrettanto severi con l′altra parte. Mettiamo per ora da banda gli accenti di sublime poesia che dolori straordinari hanno strappato al genio e che nulla provano contro una supposta evoluzione umana verso il Bene e la soddisfazione del Bene, come il trionfo passeggero di un errore nel campo della scienza nulla prova contro il fatto generale del progresso scientifico. Mettiamo poi da banda, con alta riverenza, gli slanci del sentimento religioso verso una felicità sovrumana ed etema che gli eguaglia nel dispregio ogni felicità confinata nel tempo e nel nostro pianeta. Si tratta qui di comparare fra loro gli stati successivi dell′ umanità sulla terra e non di raffrontarli con lo stato di una umanità extraterrena. Mettiamo da banda per sempre i lamenti dei vecchi e i furori dei giovani. Gli uni e gli altri hanno valore di fattori dell′evoluzione umana, non di giudizi sul corso ch′ella tiene, perchè giudizi nei quali ha parte essenziale una condizione fisica del giudice, la sua età , sono viziati dallorigine. E così mettiamo da banda i miraggi del buon tempo antico. Si vuole che un imperatore della China abbia fatto sterminare i lodatori del passato e le loro famiglie; quanto a noi, accontentiamoci di sterminare le lenti della vecchiaia nostra e dell′altrui, lenti ingannatrici, fatte di rimpianto egoistico, di oblio e anche di vanità . Mettiamo da banda le statistiche criminali perchè materia troppo incerta e atta a trarre in inganno, come quella che ci farebbe apparire migliore del nostro quel tempo in cui fosse meno severamente provveduto alla sicurezza pubblica e alla giustizia. Concediamo soltanto alla voce amara di affermare in faccia all′orgoglio del secolo la persistenza del dolore e il pronto adattarsi della natura umana a ogni nuova comodità della vita, onde il piacere delle soddisfazioni accresciute e delle pene alleviate pare spegnersi prontamente nell′abitudine.

E ora che i contendenti sono a posto, pigliamo in mano l′ardente e sfavillante parola « felicità » che figura il pomo della discordia. A me pare che arda e sfavilli troppo, che somigli troppo, per un frutto terreno, alle stelle del cielo. Se non è una stella è il fantasma di bellezza dolcissima che in una tela francese sufficientemente nota sorride perfido e fatale a moltitudini frenetiche di desiderio. No, il pomo della discordia non può essere una felicità perfetta e assoluta perchè tale non la può dare che il possesso del Bene perfetto e assoluto, e un tal Bene, un Bene senza confini di tempo nè di spazio la Terra non lo può contenere. Neppur è da parlare di quella felicità parziale e fugace che brilla per un′ora sulla via della passione e degli affetti umani, nè di quella serena che accompagna certe anime umili sino al sepolcro, nè di quella intensa che illumina le vie del cuore umano verso l′Infinito. Mettiamo da banda l′ardente, sfavillante parola del cielo, pigliamone una tepida e opaca della terra, proponiamoci di ricercare se al moto della evoluzione umana risponda un benessere crescente e conscio di sè, una crescente soddisfazione del nostro intelletto, del nostro cuore, dei sensi.

Qual è dunque il carattere di questo immenso moto umano sul quale sta, logora e frusta come una vecchia bandiera gloriosa trascinata in ogni pompa e in ogni battaglia, la parola « evoluzione? » Il suo carattere è di obbedire a leggi costanti come intorno a noi vi obbedisce il moto immenso delle cose, anche quando si manifesta nel più violento e spaventoso disordine. Ma quali sono veramente queste leggi? Noi non lo sappiamo con sicurezza. Noi siamo simili a moltitudini che lavorano disperse per un campo di lavoro così vasto ed ineguale che in piccola parte posson vedersi a vicenda; affaccendate dove ad abbattere, dove a edificare, dove ad abbassare il terreno, dove ad alzarlo, dove a scavar pietre, dove ad affondarne, dove a condurre acqua, dove ad accendere fuoco; tribolate dalle stagioni inclementi, commosse dai casi mortali che ogni giorno colpiscono qualche lavoratore imprudente, dalla improvvisa mina di vecchie costruzioni male fondate e di costruzioni nuove male tirate in alto, che opprimono insieme innocenti e colpevoli.

Nessuno ha veduto mai, nessuno ha udito il Potente nel cui pensiero sta chiuso il disegno dell′enorme lavoro che pare inutile, contradditorio, dannoso, mostruoso in molte parti. Alcuni non credono che questo Intelligente esista, che l′enorme lavoro abbia unità di fine, e si credono ubbidire a qualche tiranno pazzo e cieco; altri sono convinti di lavorare per un gran disegno, ma poi non sanno di che cosa, se d′una sede formidabile di eserciti o di un colossale laboratorio di scienza e d′industria, di una città magnifica o di una meravigliosa necropoli. Usciamo di figura. Nel più grandioso sistema filosofico che mente umana abbia concepito e creato nella seconda metà del nostro secolo, sistema che ha per chiave di volta l′idea evoluzionista, si pone unica legge della evoluzione il procedimento dall′omogeneo all′eterogeneo, dal semplice al complesso, originato da ciò che una causa produce sempre più di un effetto; e questa formola generale si applica pure al moto delle cose umane. Come la materia prima del mondo venne diventando, nel moto suo, sempre più eterogenea talchè dalla nebulosa originaria uscì il sistema solare; come il primo organismo vivente unicellulare differenziandosi via via nel distinguere le varie funzioni della vita, diede origine agli organismi pluricellulari che popolano il nostro pianeta, così dalla umanità primitiva si è svolto fino alla umanità presente il Progresso.

La dubbia, oscura parola ritorna a me dalle pagine di Herbert Spencer, e mi giova qui, per un momento riprenderla. Secondo questa dottrina il Progresso, nella società umana, non è altro che il passaggio da uno stato primitivo in cui non vi è alcuna distinzione di funzioni sociali e lo stesso padre di famiglia è re, sacerdote, giudice, guerriero, a successivi stati in cui queste diverse funzioni si vengono distribuendo fra diverse persone; da uno stato primitivo in cui ciascun individuo è agricoltore, pittore, muratore, falegname, fabbro, sarto, fabbricatore d′armi, ai successivi stati in cui il lavoro si specifica, si suddivide sempre più fra individui diversi. Quanto più complicata diventa la società umana, tanto più si moltiplicano gli effetti di una causa nuova che v′interviene a operare, com′è accaduto ad esempio per le invenzioni della stampa e della locomotiva che trasformarono il mondo civile mentre portate fra popolazioni selvaggie non le avrebbero punto modificate. Tale dottrina è infaticabile a dimostrare come l′organismo sociale diventi sempre più armonico e perfetto a misura che si complica e lo vede complicarsi ogni giorno e sente la crescente gioia delle generazioni che avanzano. La sente così forte che qualche volta dai microscopi, dalle storte, dalle tabelle statistiche su cui si curva paziente indagatrice delle linee misteriose che le servono a determinare il cammino del passato, sorge repente, accesa come una musa, e predice vicino il tempo in cui gli uomini, conoscendo il numero, il peso, la misura di tutto il presente, potranno determinare il cammino del futuro per mezzo di calcoli esatti e sicuri come quelli che servono a prevedere il moto degli astri.

Essi allora signoreggieranno la natura, loro schiava; e il dolore, per effetto di una benefica necessità, andrà scomparendo dalla terra. Tutto questo perchè l′evoluzione umana va dall′omogeneo all′eterogeneo! Un critico anarchico si leva e protesta: « no, non è vero. Facile a voi, signor Spencer, di filosofare così sulla comoda poltrona del vostro elegante studio al primo piano dove pare non vi siate mai accorto dell′inquilino che stenta nella soffitta. Alla vostra evoluzione sociale che va dall′omogeneo all′eterogeneo corrisponde una evoluzione dell′individuo in senso opposto. Quanto più si suddividono le funzioni sociali , tanto minore è il numero di quelle che l′individuo esercita ed egli è finalmente ridotto ad esercitarne una sola, le sue facoltà diventano inerti e si atrofizzano meno una sola » Questo critico, fra parentesi, è un russo il quale forse non sa quanto a sproposito ragiona e come un cittadino infelice dell′Occidente possa essere a un punto consigliere comunale, consigliere provinciale, consigliere di una Banca, consigliere di un Club, fabbriciero di una parrocchia, giurato, socio di cinque o sei società di mutuo soccorso, membro di una commissione d′imposte, ufficiale della milizia territoriale. «Ora, prosegue il critico che potrebbe pure chiamarsi legione, questo è contro lo sviluppo libero della personalità umana, è illegittima limitazione, è iniquo asservimento di lei, questo non è per la felicità degli uomini, è per la loro sventura. Semplificate l′organismo sociale invece di complicarlo se volete esser felici, abolite le divisioni e suddivisioni del lavoro, se volete restituire all′individuo umano la libertà , la dignità e la gioia di cui godeva quando ciascuno era proprio architetto e muratore, calzolaio e sarto, re e cameriere, cuoco e pontefice. »

« Non è questo! » esclama, in nome pure di chi soffre e vuol esser felice, un altro terribile critico della società umana. « La divisione delle funzioni sociali e del lavoro è bella e buona ma porta con sè il pericolo di futuri conflitti perchè ciascuna classe sociale tende a esagerare l′importanza della funzione propria. Ora sono i sacerdoti, ora sono i soldati, ora sono gli operai, che vogliono imporsi alle altre classi. I conflitti consumano le energie che dovrebbero servire al progresso e la civiltà decade. Per questo perirono le grandi civiltà dell′Oriente e per questo perirà, se non si rimedia, la civiltà nostra. Essa ha già superato il suo culmine e declina e voi non ve ne accorgete perchè siamo ancora nelle prime ore dopo il meriggio. Il calore cresce tuttavia, ma guardate lombra! Essa torna indietro. »

Allora chi ha posto per il primo la legge dell′evoluzione dal semplice al complesso riprende la parola, dimostra il carattere morale di quella sua legge che opera spontaneamente dovunque gli uomini si associano. Vedete, dice Spencer, un′allegra compagnia d′amici, che si accinge a far colazione sull′erba. Subito succede una spontanea divisione delle funzioni e del lavoro. Chi toglie le vivande dai canestri, chi stura le bottiglie, chi distribuisce le salviette, chi le posate e i bicchieri. Egli dimostra quindi come la legge sia scritta nella stessa natura degli individui umani tanto diversi fra loro nelle attitudini, a cominciare dalla distinzione dei sessi.

Ma intanto altre voci si son levate in gran parte discordi da queste. Hanno affermato per la prima volta che la intelligenza non è il principale fattore del progresso umano, che il progresso umano si avvera quando gl′individui sacrificano il loro interesse all′interesse della Società, che questo è il frutto della religione e della morale, che quindi l′elemento religioso e morale è il maggior fattore del Progresso.

Tutte queste dottrine riflettono qualche raggio del Vero; nessuna ne riflette il luminoso centro. Però la prima, quella di Spencer, oppone volontariamente al centro luminoso del Vero un opaco scudo per cui almeno ne appare disegnata sopra di lei la grande misteriosa ombra, simile all′ombra dell′impenetrabile Fato antico. Esposta la sua teoria del Progresso, Spencer confessa che non serve punto a conoscerne la intima causa, che la intima causa del Progresso sarà sempre inaccessibile alla ragione umana. Ecco l′opaco scudo ch′egli oppone volontariamente alla luce ed eccone disegnata l′ombra nell′affermazione della esistenza di una Causa prima movente le cose umane secondo tali ordini e leggi che le volgono al meglio per una benefica necessità. Io credo che se mi potessi fermare a lungo in quest′ombra con voi, gli occhi nostri a poco a poco vi si abituerebbero e s′incomincierebbe a distinguervi contorni, albori fiochi che adesso non appariscono. Penso già vedere dove un poco di luce filtra.

Sta bene che l′organismo sociale va sempre diventando più complicato, ma se questo bastasse ad assicurare il Progresso, perchè sarebbero perite le civiltà dell′Oriente? Perchè la causa misteriosa del Progresso, inaccessibile a noi, le avrebbe lasciate cadere? Caddero, risponde Henry George, come cadrà la nostra, per i conflitti generati dalla divisione delle funzioni sociali e del lavoro.

Ma la divisione delle funzioni sociali e del lavoro è un atto di fraternità, è uno strumento potente di cooperazione. Essa non fu spinta mai tant′oltre quanto nella civiltà presente e non è vero che la civiltà presente sia minacciata dal fato stesso che rovesciò e spense le antiche. Il grande, terribile conflitto che si disegna nella società presente non si combatte per disgregarla e distruggerla ma per istringerla in una ferrea unità. I grandi profeti ebrei, se rinascessero, non vaticinerebbero sibili di serpenti fra le rovine di Roma, ma sibili delle sirene a vapore regolatrici del lavoro e del riposo, dei pasti e dei sonni di un immenso alveare collettivista. La civiltà moderna non si perderà come le antiche perchè le genti moderne, a differenza delle antiche, hanno coscienza dei mali che le travagliano, dei pericoli che le minacciano. Le genti antiche affogarono nel godimento del fugace presente, immemori d′ogni altra cura; se i piaceri più effimeri sono troppo cercati e senza freno anche adesso, il pensiero umano è però intento, come non lo fu mai, all′avvenire. Voi vi domandate se sarà felice doloroso, il poeta lo saluta santo, milioni e milioni di uomini lavorano perchè, non importa in quale futuro secolo, trionfi una loro idea di felicità, a questi s′oppongono altri milioni di uomini perchè abbia il disopra una loro idea di giustizia, per salvare il diritto dei loro figli, dei loro nipoti, dei loro posteri più lontani alla proprietà . Uomini devoti alla scienza, spesso credenti in lei sola, convinti spesso che nella morte avranno interamente fine, lavorano, con fede di preparare alle generazioni venture, gioia e gloria, un eroico lavoro. Ad ogni nuovo progresso scientifico la immaginazione nostra corre al futuro, a possibili applicazioni della scienza, a meraviglie nascoste nei secoli avvenire non mai sognate dai padri, nè, fino a quel momento, da noi. Questa subordinazione del presente all′avvenire, questo spirito di sacrificio, questa solidarietà con le generazioni venture costituiscono un intimo, potente fattore dell′avvenire stesso, di un avvenire nel quale tutto il nostro miglior presente s′infutura. È un fattore morale che si venne a poco a poco elaborando nella società umana per l′azione di un principio morale nuovo, sconosciuto alle morte civiltà dell′Oriente, fondato essenzialmente sulla unità e fraternità di tutte le generazioni umane e sulla subordinazione del presente all′avvenire. Esso imprime alla evoluzione umana un carattere di progresso morale visibile anche durante le grandi corruzioni dell′epoca nostra. Sì, ogni corruzione ha il carattere di un sacrificio dell′avvenire al presente e se mai come ora si fece l′opposto, dite pure, malgrado le corruzioni che fanno dolore e sdegno, malgrado laffievolimento apparente delle credenze onde il progresso morale ebbe origine, dite, dite pure ch′esso esiste, che la società umana procede verso il Bene.

All′azione del fattore morale è inestricabilmente commista l′azione del fattore scientifico. L′esercizio della ricerca scientifica accumula forza morale e senza forza morale non si fa progredire la scienza. La scoperta dei raggi di Röntgen di cui s′ intravvedono tante future applicazioni alla vita e la scoperta di un astro negli abissi del cielo, di cui non se ne vede alcuna, reagiscono del pari sulla coscienza morale umana, producono lidentico effetto morale di esaltare nell′uomo l′ardore dell′indagine scientifica, perchè non vi è stimolo potente quanto il successo. Il valore dell′intelligenza cresce, cresce il valore del freno morale che la conserva e la esalta, si rinforza l′elemento superiore dell′essere umano, gli si sacrificano più largamente i godimenti dell′elemento inferiore, si lavora per l′avvenire con più ardente devozione, l′Umanità procede verso il Bene, e se talvolta sembra retrocedere, il suo cammino ha sempre almeno la figura di una spirale ascendente.

E la Causa di questo progresso che a Spencer pare inconoscibile, si rivela ogni giorno più. Come in un remotissimo avvenire comincieranno a specchiarsi torbidamente nelloceano agitato e v′ingrandiranno ogni giorno gli astri della costellazione di Ercole, che attrae il nostro sistema, così ora ingrandisce ogni giorno nei flutti delle generazioni umane la immagine torbida di una Potenza che a sè le chiama e le avvicina. La forma di questa immagine ricorda il duplice comando dato agli uomini per la loro legge suprema nel nome di un Essere infinito indicato ad essi come loro causa e lor fine.

E in verità due fatti oggi appariscono sempre più evidenti nel moto umano. Il primo è il visibile ingrandimento dell′idea di Dio per opera indiretta della Scienza, la quale va togliendo ogni sostegno al vecchio concetto antropomòrfico della Divinità. Il secondo è il visibile moltiplicarsi e stringersi dei vincoli che legano fra di loro gli uomini.

 Manifestamente noi andiamo verso l′infinito Bene che vuole Sè riconosciuto nella Sua grandezza e noi stretti insieme; quantunque le ingiustizie consolidate nelle leggi e nelle consuetudini, gl′innumerevoli guai che affliggono ancora le nazioni più progredite, i lamenti di coloro che dovunque vedono rinascere, senza sosta, più intenso, il desiderio dalla soddisfazione sua, ci possano far dubitare del corso che prendono le cose umane.

Quest′ultimo argomento è la moneta più corrente con il conio del pessimismo. Il suo valore nominale è però superiore al reale. Il pessimismo afferma che il progresso invece di render paghi gli uomini li affligge di cupidità nuove e d′impazienze crucciose. Ebbene, la cupidità e le impazienze che procedono dal Progresso gli rendono alla lor volta l′impulso, come dentro certi motori a fuoco il colpo d′uno stantuffo genera scoppii che gli rendono movimento; onde la vicenda eterna dei desiderii che si accendono, si appagano e si riaccendono per appagarsi ancora incalza sempre più celere. Conosce poco gli uomini chi non intende come appunto questa vicenda, questo salire e scendere del desiderio, quando non avranno posa, saranno per la natura umana palpiti di vita e di gioia.

Qui lo scetticismo pessimista m′interrompe, mi dice che quand′anche il piacere delle soddisfazioni materiali vincesse la pena dei desiderii, resterebbero pur sempre i maggiori guai, la inquietudine morale vasta e profonda, le corruttrici bramosie di godimento che accompagnano il Progresso; e mi addita moltitudini correnti alla conquista della felicità dietro insegne dove ondeggia la formola incerta di una nuova distribuzione della ricchezza, mi chiede amaramente se quello sia l′avvenire a cui il Progresso ci porta. No, il socialismo è solamente una forza formidabile che si urta con altre nel vortice umano. No, nè l′acqua iraconda che scende a ruina la valle, nè la frana di macigni e di selve capovolte che trabocca dall′alto a romperle il corso, sanno che nel luogo del loro incontro una lama di acqua pura si alzerà con sorriso obbediente a rispecchiare il cielo pago e sereno. Nessuno può dire quale forma prenderà la società umana per il misto impulso degl′interessi materiali, dei sentimenti morali, delle credenze religiose, del progresso scientifico. La evoluzione sociale procede secondo leggi superiori alle passioni degl′individui, alla volontà dei Parlamenti e al potere dei Principi, verso uno stato che non sarà quello fantasticato dai socialisti perchè le loro dottrine, riponendo nella vita economica il principio della vita intellettuale morale, capovolgono la verità, fanno all′elemento umano superiore la inutile offesa di una violenza impotente.

Quanto alle bramosie corruttrici di godimento, esse sono le febbri che regolarmente accompagnano lo sviluppo della società umana eliminando dal corpo sociale la infezione dell′egoismo che sacrifica l′avvenire al presente. Il carattere morale del Progresso ci splende nell esame di queste febbri che hanno ucciso le antiche civiltà perchè non vi era in esse un principio religioso, vivente e vitale, di subordinazione del presente all′avvenire, e che non possono uccidere la civiltà moderna compenetrata di cristianesimo, ma la favoriscono indirettamente, distruggendo, eliminando i peggiori elementi sociali. Il processo loro, si fa sempre più rapido ed efficace. Mai non è stato rapido come adesso. Mai come ora la rovina economica dei gaudenti oziosi non è stata pronta; mai come ora non si è accumulato intorno ad essi, coperto o manifesto, il disprezzo. Ed è a credere che le scandalose, frequenti corruzioni della vita pubblica, con la loro radice di cupidigie private, affrettino l′opera delle forze progressive, cospirino con esse al rinnovamento morale di cui vanno diffondendo intorno a sè, con fiamme di sdegni e di fastidii, la sete impaziente.

Dunque il Progresso realmente accresce al genere umano il benessere e la coscienza del benessere nè lo avvia per questo a decadenza morale. Che le soddisfazioni materiali recate dal Progresso nulla conferiscano alla felicità dell′elemento umano superiore, lasciamolo dire a certi stoicismi falsi e a certi ascetismi non abbastanza ponderati. L′uomo più nobile, l′asceta più santo possono disprezzar per sè stessi il progresso del benessere materiale ma sarà per essi una gioia che ne godano i loro fratelli. A ciascuno di voi è fiorita, per qualche conquista della scienza o per qualche fatica dell′industria, nelle persone che ama, questa pura gioia del benessere altrui. Fiorisce più larga e più intensa quanto è più largamente e più intensamente sentita la solidarietà umana, e il Progresso che la generò lavora senza posa a rinvigorire, a diffondere il sentimento della solidarietà umana, moltiplica nell′organismo sociale i nervi e le vene, le correnti d′interessi e d′idee che ne collegano insieme ogni parte, trasforma via via la necessità della lotta nella necessità della cooperazione e premendo le generazioni presenti con la cura dell′avvenire, le congiunge idealmente alle ancora non nate.

La subordinazione del presente all′avvenire non è soltanto l′attuale fenomeno culminante del Progresso e una espressione vigorosa della solidarietà umana, è altresì nel fondo delle anime una perenne sorgente di felicità. Come rapida si dilegua la impronta di un raggio e di una immagine dalla lastra sensibile a cui non si fissò nell′ombra prima di ritornare alla luce, così sfuma veloce il godimento che si appaga del solo luminoso presente, e durevole è quello invece che nell′ore oscure attende un chiaro avvenire. Vedete gli apostoli della riforma sociale quanto lietamente sacrificano la loro quiete e talvolta pure la libertà loro per un sogno che affidano al futuro; vedete con quale entusiasmo faticano gli apostoli dellidea scientifica per la speranza di un′era luminosa in cui dalla terra e dal cielo sarà scomparso il mistero. Misurate nell′interno delle anime questi sentimenti, aggiungeteli, con un calcolo ideale, alla gioia del benessere altrui, al piacere che un rapido accrescersi degli agi continuamente ravviva, e negate, se vi è possibile, una scala ascendente delle soddisfazioni umane parallela all′ascensione del Progresso. Certo di fronte alle cifre ascendenti della gioia persistono paurose le cifre del dolore e l′istinto che move il ferito a guardarsi la piaga affigge gli occhi nostri a queste. Ma sono i deboli che troppo si guardano le ferite. Un infelice torpore li prende e prenderà noi se ci lasciamo affascinare dalla contemplazione del dolore e del male per modo da credere a un loro fatale progresso, quando invece è il progredire dell′ordine che rende sempre più tormentoso il disordine. Ci avveleneremo l′anima per lo sguardo, cadremo a poco a poco nel dolore e nel male noi stessi; anche nel male, sì, perchè un′accidia triste ci avvolgerà nella sua ombra.

Invece chi mi ascolta più incredulo conceda che se si conformasse alla legge onde mi parve intravvedere il disegno nel tessuto dei fatti umani, se consacrasse affetti e opere al bene delle generazioni avvenire, qualunque fosse la sua fede, purchè intera, qualunque fosse il suo ideale, purchè di creduta e amata bellezza, ne avrebbe in premio una profonda e tenace felicità .

Ma qui una stridente risata di scherno mi suona in faccia, lo spettro velato di nero è ancora davanti a me. « Hai finito » mi dice « di promettere felicità ? Ebbene, guardami, io sono la Morte, la tua, quella de′ tuoi, dei parenti, degli amici, di tutti. Io sono il Dolore che non si placa, io sono il Terrore che non si fuga. Ciò che hai promesso appartiene a me, poichè su tutto che tu chiami felicità e gioia, io stendo la mia nera invincibile ombra. Devozione all′avvenire? E sia! L′avvenire sono io ».

Permettetemi che gli risponda.

No, tu non sei l′avvenire. Tu non potresti gittare ombra sopra di noi se al di là della tua squallida figura non vi fosse una Luce. Dell′avvenire tu non altro sei che la scura porta. Le migliori gioie che io promisi non appartengono a te, sono inaccessibili all′ombra tua. Nell′uomo devoto alle generazioni venture l′ombra tua si trasforma in gloria; egli ti sfida e t′insulta. Il terrore che dici tu non lo sei. La scienza ti smentisce. La scienza proclama che senza di te la vita non avrebbe potuto ascendere dalle sue prime origini all′ Uomo. La scienza ti pone a confronto del principio di continuità e di conservazione della energia, che protesta di non temerti. La scienza ci consiglia di ravvisare nell′intelletto umano il compimento di un lavoro immenso, durato centinaia di secoli; e noi ne argomentiamo un sublime destino dell′Uomo oltre la tomba. Se io penso a questo e alla forma di meravigliosa bellezza in cui una cara dolcissima fede vagheggia la Morte, mi balena, per le tue orride parole, che la Morte tu non sia veramente, ma un vano fantasma di paura umana; e davvero , mentre di questo ti accuso, tu sfumi sugli occhi miei.

LE GRAND POÈTE DE L′AVENIR[69]

 

C′est avec un étonnement profond et pareil à celui du vieux Doge de Gènes en visite à Versailles, que je me vois ici, que je me demande si c′est bien moi qui ose paraître devant un public français pour lui adresser la parole dans sa langue même, dans la langue au charme si puissant, que Renan se flattait de se faire tirer de l′enfer rien qu′en la parlant; ce qui devrait me donner, à moi, le frisson d′un pressentiment tout à fait contraire. D′ailleurs ce n′est pas lambition, c′est la conscience d′un devoir élevé qui m′amène ici de la petite ville paisible au delà des Alpes où ma vie s′ècoule dans une ombre qui m′est chère et où une invitation aimable est venue me chercher. Mon oeuvre tout entière trempe par les racines dans une conception du monde et de la vie dont mon ètre est penetré. Depuis mes essai» littéraires jusqu′à mes essais philosophiques, depuis mon premier poème jusqu′à mon dernier roman, tout ce qui est sorti de ma plume est fortement coloré, je puis bien le dire, du sang de mon coeur, où des idèes lentement, longuement èlaborèes par la pensèe, par l′ètude, par la vie, ont pénétré peu à peu, ont fondu dans mes amours, les ont rendus raisonnables et en sont devenues passionnèes. L′âge et le malheur, en amoindrissant à mes yeux le prix de tout le reste, n′on fait qu′accroitre mon dèvouement pour elles et lui donner le caractère d′un devoire absolu. Elles tiennent étroitement à des vérités si hautes au-dessus de moi, si inèbranlables en elles-mêmes et dans mon esprit, qu′après leur avoir consacré mon oeuvre d′ècrivain, je suis heureux et fier de me dire à leur ègard un inutile serviteur. Je ne pouvais donc me dispenser, puisque l′occasion m′en était offerte, de venir tèmoigner d′elles devant vous, et je le farai en tant qu′artiste, je rendrai hommage à ce que je pense être une loi suprème de l′Art, tout à fait indépendante dans son principe des volontés humaines et dont l′action est visible dans l′avenir autant que dans le passe. Aussi vous parlerai-je presque en tèmoin de lavenir, quoique je sache fort bien que mes paroles, dèpourvues de charme et d′autoritè, sont destinèes à disparaitre dans quelques instants sous les flots des innombrables courants qui roulent sans cesse au milieu de vous des noms nouveaux, des idèes nouvelles, se mêlent et tourbillonnent ensemble avec une vertigineuse rapiditè sans suffire à la tâche de satisfaire assez promptement les curiositès et les dèdains de la grande ville qui joue dans l′organisme de la société humaine le rôle d′un centre nerveux puissant et dominateur.

Mais il y a autre chose encore. Mes cheveux blancs vous disent que j′ai connu dans mon pays les émotions des jours inoubliables dont je retrouve ici les noms de gloire. Me voilà parvenu à l′âge où toute impression récente s′efface promptement de la mémoire et laisse à découvert les souvenirs éloignés qui semblent se rapprocher de nous et en prendre une clarté tout à fait nouvelle. Ce sont les souvenirs de ma première adolescence qui m′ont dicté mon dernier roman et ce sont ces mêmes souvenirs qui ont parte haut dans moi pour que je me rendisse à lappel de mes confrères malgré mes craintes trop fondèes d′ètre inférieur à la tâche qu′ils me proposaient.

Et lorsque je parle des souvenirs de mon adolescence ce n′est pas seulement aux évènements politiques de ce temps-là que je fais allusion. Il y a dans mon passé des liens tout à fait personnels avec la France. Je ne puis nommer sans une émotion profonde le poète des Mémoires doutrelombe et le poète des Contemplations.

Avec Leopardi, Foscolo et Henri Heine ils ont été l′adoration de mes premières années. Enfant encore, j′ai longuement vécu en rêve au château de Combourg et sur les falaises de Saint-Malo; enfant encore, j′ai été troublé, fasciné par la vision soudaine des âmes des choses, évoquées par le solitaire de Jersey; je me suis enivré du soufflé puissant qui gronde dans ses strophes sonores comme si elles avaient gardé lécho des grandes voix du vent et de la mer. La gloire de Chateaubriand et de Hugo a peut-être pâli depuis ce temps là. Je ne pense pas que cela puisse se justifier, malgrè les imperfections de l′un et de lautre, mais si cela est, je me reconnais d′autant plus obligé de rendre ici l′hommage de ma reconnaissance à ces grands maêtres du passé dont le nom est bon à rappeler au moment où je vais parler d′un maître de lavenir.

I.

Un Italien illustre, à qui mes compatriotes ont dècerne depuis longtemps la première place parmi les poètes vivants de l′Italie, a ècrit, il y a quelques annèes, dans un moment d′humeur, que les jours de la poésie sont comptés. Malheureusement ce n′est pas là l′opinion des petits poètes qui poussent en foule et sèchent vite un peu partout. Le phénomène n′est certainement pas nouveau, car il date au moins du temps de Catulle et d′Horace qui s′en plaignirent beaucoup; mais il nous frappe à cause de son intensité qui ne paraît guère s′accorder avec les penchants et les préoccupations plus visibles de notre société moderne, si èprise de la science, si avide de bien-être matèriel, si travaillée par l′action des doctrines formidables qui s′acharnent après sa base. Le fait n′en subsiste pas moins. S′il ne s′agissait que d′un fourmillement de microbes poétiques, on pourrait croire que la sinistre prédiction de M. Carducci va s′accomplir par eux. Mais cela n′est pas. l′avalanche de vers éphémères qui s′abat sans cesse sur les bureaux des éditeurs et des rédactions ne saurait nous cacher la production vitale des maîtres dont les noms sont acquis au Livre d′or de la poésie moderne. Et même parmi les jeunes il en est plusieurs d′heureusement doués, dont on peut attendre qu′ils prendront les places de leurs meilleurs devanciers. Quant au grand public, on ne saurait nier qu′il ne dèlaisse la poésie pour le roman et pour le drame. Il s′èloigne volontiers des poètes qui le traitent en profanum vulgus , qui s′enferment dans leur tour d′ivoire pour y travailler en secret à des bijoux dont il ne comprendra jamais le prix. Même s′en moque-t-il parfois un peu. Mais il se laisse souvent entraîner par les maitres qui le recherchent, qui ont l′ambition de le dominer, qui lui parlent de ce qui lintéresse au lieu de s′enfoncer dans de vagues rêveries ou de s′amuser à des combinaisons savantes de mots dans le but de dèployer une habileté purement technique.

Non, les faits ne nous disent pas que la divine flamme qui èclaira la marche de toute civilisation soit près de s′èteindre. On pourrait en venir a priori à la même conclusion rien qu′en opposant à la mobilité de l′agregat social la stabilité de la nature humaine. Lorsque la division des fonctions sociales n′était qu′ébauchée, le poète, représentant suprême de l′intelligence, a pu réunir en soi les fonctions de docteur universel, de législateur et d′oracle, être adoré comme un demi-dieu ou au moins vénéré comme un sage. Maintenant ce ne sont pas précisément les oracles de la sagesse qu′on demande aux poètes, et on les traite en conséquence, on s′ètonne qu′ils se mêlent de philosophie ou de législation, qu′ils prennent des allures de moralistes, quoiqu′on ait gardè, par atavisme, le culte des grands poètes du passé, qu′on aime encore à citer où l′on fait et où lon applique les lois. Mais la nature humaine n′a point changè, la sensibilitè poètique n′a point faibli chez l′individu moderne, elle s′est seulement localisèe de plus en plus. Je ne dirai pas qu′elle ait perfectionné son organe; il faut pourtant admettre qu′une certaine conception moderne de la beauté poétique, fort défectueuse sans doute, aide à le rendre plus délicat. Mais lobservation des faits intellectuels et moraux est toujours difficile, ses donnèes gardent nècessairement une empreinte si personnelle que l′observateur lui-même est parfois troublè par la crainte d′avoir analysé cette matière dans son laboratoire intérieur sans une suffisante désinfection prèalable des instruments qui pourraient bien avoir gardè quelque dangereuse poussière de préjugés, quelque germe vivace de préconceptions cachées et inconscientes. Mon inébranlable foi dans la grandeur future de la poésie est assise sur une base plus profonde et plus large dont la solidité ne m′inspirera jamais aucun doute malgré son caractère abstrait et les attaques de maint adversaire. Évolutionniste convaincu, je me suis donné la tâ che de montrer à mes compatriotes les merveilleuses beautés intellectuelles et morales qui jaillissent d′une conception de l′Univers et de la Vie où lidée évolutionniste serait alliée à l′idée d′une Cause créatrice sans commencement et sans fin, d′une Volonté suprême et intelligente agissant toujours et partout, développant et réalisant un plan unique infini, au moyen d′un nombre infini de plans subordonnés. Lorsque par revolution elle forme de la nébuleuse originaire les astres qui seront un jour les générateurs et les sièges sacrés de la Vie; lorsque, par revolution, elle forme de la première cellule vivante et de la première lueur de l′instinct l′organisme compliqué où quelque chose se manifeste qui ressemble de bien près à une activité intellectuelle et à un sentiment moral; lorsqu′elle perfectionne cet organisme par revolution et en donnant à cette âme rudimentaire la conscience de son être et de lêtre des choses en fait l′humanitè; lorsqu′elle se dévoile à sa crèature par degrés et d′une manière qui rappelle les procédés de levolution; lorsque, encore par révolution, elle forme de la première famille humaine une société organisée de telle façon qu′on a pu la comparer à un corps vivant et qu′elle amène cette société, par la lutte des forces progressives avec les forces regressives, à se conformer de plus en plus aux exigences de l′èlèment humain supèrieur; lorsque la Cause du monde accomplit un tel travail, elle le fait dans le but de ramener à soi par linielligence et par l′amour ce qui est sorti d′elle, d′être comprise et aimèe.

Voici l′exposè forcèment synthètique et dogmatique de la doctrine où je fonde mon idèe du rôle de lArt en général et de la poésie en particulier dans lévolution humaine. Ce rôle providentiel est de coopèrer avec la Cause du monde, d′appuyer l′élément humain supérieur qui aspire à mieux comprendre et à mieux aimer, dan sa lutte avec l′élément inférieur, avec la bête sombre qui survit en nous.

Les premiers chants qui vinrent, pareils encore à des gémissements et à des cris, sur des lèvres humaines, ont été l′expression de la vie supérieure chez l′homme primitif, c′est à -dire de la douleur morale et d′une vague apprèhension du surnaturel et de l′esprit que le spectacle de la mort lui inspirait. Les livres sacrés de lOrient et de l′Égypte avec leur poésie d′une solennelle grandeur, les hymnes homériques , les gnomiques de tous pays sont là pour nous témoigner que les poètes ont été les premiers maîtres de la religion et de la morale, c′est-à -dire de toute civilisation. La division des fonctions sociales ne leur permit pas de garder longstemps une si haute dignité. De maîtres qu′ils ètaient ils eurent l′air de devenir esclaves, ils furent les historiographes des grands et les charmeurs du peuple. Ceci les amoindrissait personnellement, mais c′ètait encore à l′élément supérieur de l′âme humaine qu′ils s′adressaient, c′ètait la vie supérieure qu′ils surexcitaient chez leurs contemporains par des chants où la puissance protectrice et vengeresse des dieux, les exploits des hèros, l′amour de la patrie figuraient de manière à dèvelopper les sentiments et les qualités morales plus nécessaires à bien garder une civilisation naissante entourée de barbares. Les rhapsodes étaient donc encore des éducateurs, quoique leur poésie visât à charmer et à amuser, ce qui n′a probablement jamais été l′ambition des nobles poètes des Veda, du Livre des Morts et des hymnes hòmériques. Le don naturel de charmer, don prècieux et divin , était en train de devenir un art subtil, l′ambition de plaire allait prendre le dessus sur la conscience d′une fonction sociale très haute dont s′étaient inspirés les anciens poètes religieux. L′histoire de la poésie postèrieure n′est que l′histoire de l′action combinée de ces deux sentiments et de l′action exclusive du premier; l′action exclusive du second ne s′ètant plus reproduite depuis l′âge des Livres sacrés. La plus sublime poésie qui existe, la Divine Comédie, dont l′action intellectuelle et morale dure encore après six siècles, est sortie de l′accord d′un art très sévère avec une très haute idée de la fonction sociale du poète. Ce même accord s′est rencontrè, à un degré éminent, chez Milton, Schiller, Mickièwicz, Victor Hugo. Ces hommes de génie ont èté des instruments de progrès, car ils ont exercé une action corroborante sur les facultés supèrieures de l′esprit humain.

Shakespeare l′a été aussi par son idéalisation de la beauté et de la iaideur morale, il a été une manifestation grandiose des forces progressives qui régissent le monde, mais il n′en eut point conscience. Le plus grand poète de l′Italie après le Dante, Manzoni, le maître de plusieurs générations, parut aussi ignorer, par excès de modestie, le rôle glorieux qui lui avait été assigné.

A côté de ces grands poètes il y en a d′autres, heureusement en très petit nombre, qui ont aussi mis un art supérieur au service d′une haute conception de leur rôle et qui ont pourtant exercé sur les hommes une action tout à fait contraire. Lorsque je pense à eux, c′est l′histoire de Moïsè, l′envoyé de Dieu, operant miracle sur miracle, et des sorciers du Pharaon d′Égypte lui en opposant de pareils, qui me revient à l′esprit.

Vis-à -vis des grands poètes qu′une mystérieuse energie progressive a fait paraître sur le scène du monde, les énergies règressives en ont fait paraître d′autres. Tel est Lucrèce, l′athée et épicurien Lucrèce, le plus original, le plus puissant des poètes latins, dont certains traits rappellent fort le poète sublime du livre de l′Ecclesiaste. Je m′empresse d′affirmer ici que tel n′est pas Leopardi, malgré le sombre pessimisme de son oeuvre.

Nul doute que le pessimisme n′exerce une influence contraire au progrès. Il nous suffit, lorsque nous sommes souffrants, d′arrêter la pensèe sur nos souffrances, de nous en affliger sans relâche, pour qu′elles empirent.

Mais le pessimisme de Leopardi n′est pas le fruit d′une philosophie, il est la plainte amère d′un infortunè que ses larmes aveuglent, il nous serre le coeur mais il n′a point de prise sur notre raison. Et cette âme de poète est si candide! Cet homme qui en se tordant de douleur insuite la Nature, cet homme qui ne croit pas à limmortalitè de l′esprit, a un tel dègoût des convoitises de la matière, est si frèquemment à genoux devant des idèes de beante morale, devant des fantômes insaisissables de femmes idéalisées, devant une amante inconnue, invisible, peut-être étrangère à la planète où les années sont si courtes et tristes! Poète de la douleur, Leopardi refuse d′admettre la loi d′intelligence et d′amour qui régit le monde, son ironie sanglante n′èpargne ni la doctrine du Progrès ni les croyants. Poète du patriotisme, il travaille en ouvrier de l′avenir à rallumer dans l′âme italienne la honte et la colère dont elle a besoin. Poète de l′amour, il divinise l′éternel féminin mieux que Goethe lui mème ne l′a fait, il l′adore dans la personne de son invisible amante; il précède le grand poète de l′avenir qui saura donner à l′idèal féminin autant de puissance inspiratrice, beaucoup plus de réalitè et de tendresse.

Il y a aussi eu de grands poètes qui ont méprisé le public, qui se seraient moqués de quiconque les eût voulu affubler d′un rôle dans revolution humaine, qui ont été poètes seulement pour le besoin impérieux de couler dans un moule artistique leurs araours, leurs haines brûlantes, les flots mobiles de leurs gaités et de leurs larmes. Ces poètes-là, dont le plus marquant parmi les modernes est peut-ètre Henri Heine, ont exercè une action tour à tour utile ou funeste à lélément humain supérieur, selon le caprice de l′inspiration; l′exquise beauté de la forme pouvant racheter certaines faiblesses morales du fond, mais pas les laideurs, pas lironie sceptique, surtout.

Quant aux poètes qui ont seulement voulu plaire, qui ont acheté la renommèe au prix de leur dignité morale en flattant les goûts du public, je nie qu′il y en ait jamais eu de grands. C′est vous dire que celui dont je vais enfin vous parler n′appartiendra pas à cette catégorie. L′avenir nous apporterà des poètes qui voudront, comme Alfred Musset,

Chanter, rire, pleurer, seuls, sans but, au hasard.

D′un sourire, d′un mot, d′un soupir, d′un regard,

Faire un travail exquis plein de crainte et de charme,

Faire une perle d′une larme …

et des poètes sceptiques qui troubleront profondément les jeunes âmes, les meilleures, en y stérilisant la puissance d′aimer. Les uns et les autres, les premiers surtout, pourront atteindre la grandeur, mais le gran poète que j′attends n′est point de leur compagnie. Il est impossible que les énergies secrètes de la nature qui ont travaillè depuis le premier âge de lhumanitè à former des facultés poètiques supèrieures se trouvent èpuisées au moment oû leur action est particulièrement demandée. On parle beaucoup de la rèaction spiritualiste et idèaliste qui gagne du terrain depuis quelques annèes.

J′en sais quelque chose puisque j′appartiens à ce mouvement là . He bien, il y a parmi nous trop d′officiers subalternes et supèrieurs qui aiment à porter l′uniforme élègant et distingue d′un vague spiritualisme sans s′engager par serment à quoi que ce soit, et il n′y a pas assez de chefs d′armée. J′honore les penseurs qui s′opposent par la force de la raison au matèrialisme, à l′agnosticisme, au scepticisme; j′ai beaucoup d′estime pour les romanciers, mes confrères, qui se sont rangés de leur coté, mais c′est un grand poete que je domande maintenant. Je le demande parce qu′il n′est donné qu′à la poesie pure, au chant, de dèvelopper d′une manière complète le beautè et le charme des idèes dont il faut rendre amoureux les esprits; je le demande parce que les grands maîtres du passé ne paraissent plus suffire à une jeune generation ordinairement presomptueuse, dèdaigneuse de toute autorité reçue par ses pères, possédée par l′ambition d′être novatrice, empressèe d′ècrire plus que de lire, toujours prête , pourtant, à suivre le char d′un triomphateur sorti de ses rangs et dont elle puisse se vanter. Je le demande parce qu′à lheure qu′il est, la liberté politique ayant été conquise en Europe presque partout et les institutions libèrales n′ayant pas en general fonctionné de manière à justifler auprès des peuples les sacrifices qu′elles ont coùté, la jeunesse a cesse de se passionner pour l′ideal que ses pères ont poursuivi avec tant d′enthousiasme et en recherche d′autres. Elle prend volontiers le premier qui se trouve sur son chemin, l′idèal de la rèforme sociale, car il se pare d′un beau nom de fraternitè et a l′air de faire appel à un sentiment de justice.

Vu de loin l′idèal socialiste n′est pas sans grandeur; vu de prés c′est autre chose. Soit qu′il analyse l′histoire du passe , soit qu′il trace à sa manière l′histoire de l'avenir, le socialisme ne voit dans levolution humaine que le facteur èconomique. Loin de faire appel à la justice, il rejète tout principe abstrait et absolu. Sa conception du monde est foncièrement matérialiste et, par là, point favorable à lélément humain supérieur. J′invoque un poète de génie qui reprenne les idées spiritualistes pour les rajeunir, et qui nous aide, nous ouvriers de la prose, à remplacer dans les coeurs ardents et généreux la conception socialiste, incomplète et fausse, de l′avenir et du bonheur, par une conception qui rattache le bonheur à la Vérité absolue, à la Beauté absolue, au Bien absolu.

II.

Ceci est dèjà presque vous dire quelle sera la physionomie intellectuelle et morale du poète dont lavenir nous cache le nom. En me disposant à en reproduire quelques traits d′une manière moins vague, je ne m′abuse pas sur le danger que je cours. Vous connaissez le phénomène étrange que les Allemands appellent le spectre du Brocken. Il arrive parfois sur le sommet du Brocken que le voyageur qui contemple au coucher du soleil le ciel d′Orient voit s′y dresser, se détacher sur les nuages une forme humaine colossale. L′apparition grandiose n′est que l′ombre du petit être qui se pame d′admiration devant elle. He bien, lorsque sur les hauteurs d′une hypothèse metaphysique je tourne le dos à une poesie qui decline avec le siècle où elle rayonna et en regardant, plein d′espoir, vers l′Orient où le nouveau siècle va paraitre, j′y vois entre ciel et terre la forme colossale d′un poète sans nom, ne serais je point dupe, par hasard , de la même illusion optique dont le sommet du Brocken est le théâtre? Mon grand poète ne serait-il que l′ombre agrandie, la vaine et risible image de moi-méme, de mes idées, de mes amours, peut-être aussi, comme qaelqu′un pourrait le penser, de mes ambitions? Franchement, il est inévitable que cela soit en partie, que dans ma vision idèal d′un grand poète il y ait un élément subjectif. Heureusement, j′ai la conscience très nette et très rassurante de la part qui en revient à tant d′esprits d′autre envergure que le mien. Si cet être humain que j′entrevois dans la brume de l′avenir n′est qu′une image rèflétée, vous pourrez au moins y reconnaître des traits qui vous sont familiers et il vous sera impossible de nier leur grandeur dans l'original. Je n′ai nullement besoin de citer le vieil Horace qui tout en montrant aux poètes futurs les règles de leur art leur parlait en termes magnifiques de la mission civilisatrice du poete et lappelait sacer interpresque Deorum. Je ne m′arrêterai pas non plus sur le portrait d′un poete futur esquissè au XVe siècle par du Bellay, portrait où l′expression de la dignité morale est aussi soignée que l′expression de l′intelligence; je ne vous rappelerai qu′en passant l′art poètique de Ronsard et son prècepte à un poete de l′avenir: « Tu te montreras religieux et craignant Dieu. » Si ma vision de l′avenir n′est qu′une ombre du passé, le maître dont les grands traits y sont plus clairement reconnaissables est Victor Hugo. Je n′hèsite pas à le proclamer; notre siècle a eu des poètes qui ont possédè le sens de la mesure, la finesse du goût, la clartè et la précision des idées à un degré beaucoup plus éminent que Victor Hugo, mais pas un d′entre eux n′a su concevoir et peindre d′une manière aussi sublime qu′il l′a fait, en vers et en prose, la grandeur morale de loeuwe qu′un poète complet pourrait nous donner.

La prèface du recueil les Rayons et les Ombres, la prèface des Vois intèrieures, l′ode « Fonction du poète, » suffiraient pour le dèmontrer. Dirat-on que Hugo se glorifiait soi-même dans le poète qu′il idèalisait et que ces morceaux magnifiques d′inspiration et d′èlan lui ètaient dictés par lorgueil? Si c′ètait de l′orgueil, qu′il soit bèni, car il y a loin de cet orgueil qui gravit les marches de la gloire en proclamant la souveraineté de ce qui est éternel et infini, à l′orgueil qui s′en fait un escabeau pour se montrer soi-mème à la foule sur le faite de tout ce qui existe, dans une pose dathlète vainqueur. Je ne pense pas que Hugo ait jamais accouplé dans sa pensèe le rôle du poète à une thèorie évolutionniste quelconque. Il s′est contenté de dire:

. . . . . . . . la poesie est lètoile

Qui mène à Dieu rois et pasteurs.

Il a touché au but d′un coup d′aile; quant à nous, il nous faut prendre un chemin plus long.

D′abord, le grand poète du XXe siècle aura une connaissance exacte et sure du terrain de la poesie. Il ne lui arriverà pas ce qui arrive maintenant à des confrères qui, ne se souciant guère de s′èclairer là dessus ni de consulter les étoiles, s′égarent, malgré leur incontestable talent, sur les frontières de la poesie, entrent par mègarde dans le territoire de la peinture ou de la musique, en rapportent des assemblages incohèrents de mots curieusement coloriès ou curieusement sonores, d′où il est impossible de tirer un sens quelconque, ce qui les fait admirer par des sots vaniteux qui se croient intelligents et par des intelligents modestes qui se croient sots. Il s′ècartera de l′ècole qui prètend monopoliser le culte de la Beautè dont elle n′a qu′une perception incomplète. Il legalera par le sens exquis de la Beauté sensible, mais il la surpassera par les sens de la Beauté intellectuelle et morale. Il entendra la voix de l′Esprit de Beauté comme Shelley l′a entendue et mieux que lui.

Dans lhymne à le Beautè intellectuelle Shelley a chantè une mystérieuse Puissance dont les rayons invisibles nous frappent de temps en temps et nous donnent linexprimable émotion de nous sentir touchés au coeur par une Réalité surhumaine et vivante qui est le principe même de la Beautè, qui se communique à nous, nous embrase, nous ravit, nous fait pleurer de joie et d′amour.

Non , la Beautè n′est pas dans les choses, elle est dans l′ esprit où les images des choses se colorent, lorsqu′elle y brille, de lumière et d′ombre, selon leurs formes. Mais l′esprit humain ne l′engendre pas plus qu′ il n′engendre la vérité, l′ être des choses. Elle lui parvient d′en haut. Elle est divine, elle est esprit, elle colore les images du monde de l′esprit, les idées, les sentiments, aussi bien que les images du monde physique. Mais elle ne se donne pas sans réserve à tout le monde. Elle se refuse presque entièrement aux âmes qui, faute d′intelligence et d′instructiou ou d′équilibre, vivent renfermées dans les sensations: elle ne leur reluit que vaguement à travers les penchants du sexe. Elle se donne de plus en plus aux âmes dont l′intelligence se développe et qui aspirent à vivre aussi par leurs facultés supérieures. Ella favorise partiellement, au gré d′une Volonté insondable, des âmes qu′elle rend sensibles à certaines combinaisons de lignes et de couleurs ou de sons ou de mots, à certains aspects extérieurs de l′univers ou à certains aspects intérieurs de la pensèe, ou à certains rapports des actions humaines avec les lois de la conscience morale. L′ artiste, le compositeur, lècrivain, ceux qui les admirent, le savant qui saisit quelque harmonie secrète de la Nature, l′homme intelligent qu′une ligne de paysage ou un effort de lumière arrêtent, l′homme généreux qui se passionne pour une cause noble et juste, jouissent tous, à différents degrés, de l′unique beauté. Elle ne se livre tout entière qu′au grand poete. Elle rayonne sur le fond de son âme comme sur un miroir où les images du monde de la matière et les images du monde de l′esprit paraissent tour à tour dans sa divine clarté. Les émotions que lui donnent la beauté physique et la beauté morale sont de même nature. Les poètes infèrieurs à qui ce don divin a été refusé sont mal venus de ne pas se contenter du lot, souvent fort respectable, qui leur est èchu, de s′imposer à la Beauté en qualité d′amants en titre, lorsqu′elle a bien voulu se montrer aimable avec eux, mais pas s′en faire des maîtres. Son maître futur larrachera du premier coup à ses incommodes galants comme, dans la legende, Tristan arrache Yseult aux ravisseurs malpròpres qui lemportent au fond d′un bois solitaire. Elle sera complètement à lui, il en jouira, il enfantera des oeuvres de beautè qui amèneront les âmes, par la puissance de l′Art, à mieux comprendre et à mieux aimer l′Intelligence suprème, le Principe éternel de toute beauté.

Au moment de quitter ce monde, il aura le droit de répéter à son immortelle amante lexhortation que lui adressait Leconte de Lisle:

Telle que la Naiade en ce bois écarté

Dormant sous l′onde diaphane,

Fuis toujours l′oeil impur et la main du profane,

Lumiere de l′âme, o Beautè!

 (Poèmes antiques, la Source).

 

La femme qui aime un poète mieux que par fantaisie ou par vanité ou par curiosité, est parfois jalouse de l′Art, de leternelle beauté. Elle craint n′ avoir que la seconde place dans le coeur de son amant. Si celui-ci n′est qu′ un artiste de la parole, si la beauté des idées et des sentiments ne le touche pas, si son art n′a pour but que la jouissance purement esthétique, il est probable que ces craints soient fondées. La femme aura peut-être la première place dans sa vie, mais une amante ne l′aura jamais dans son coeur. Il pourra bien lui mentir ou se mentir à soi même, l′appeler son inspiratrice, elle ne le sera pas, car une conception de l′Art où l′excellence de la forme prime le contenu resterà toujours plus ou moins étrangère à l âme de la femme et le poète ne pourra pas envelopper cette âme dans son oeuvre à lui. Cela étant, il préfèrera toujours son art et son oeuvre à l′amour d′une femme. Au contraire, le poète que j′attends, le poète aussi sensible à la beauté des idées et des sentiments qu′à la beauté physique, sera inspiré par le grand amour. Il n′aura pas de préférences à accorder, il lui sera impossible de distinguer son amour de son oeuvre où se cacherà discrètement, pareille à l′ombre qui se cache au centre de la flamme, une âme fèminine exquise. Elle donnera à l′oevre virile la finesse qui ne nuit pas à la grandeur, le parfum qui peut s′allier à la simplicité. Sans révéler son nom, c′est à elle que le poète donnera mentalement la gloire qui lui viendra des hommes. Elle en jouira avec la conscience de l′avoir méritée, parce quelle aura développé en lui tout le divin de son âme, elle l′aura aidé à se relever promptement de ses dèfaillances, elle aura été pour lui l′idée vivante de sa mission de poète, elle lui aura òté même la tentation de ce qui est lâche, de ce qui est bas. Cette idéalisation amoureuse de la femme qui nous a donné des chefs-d′oeuvre n′est presque plus comprise aujourd′hui. J′entends dire par les uns qu′elle est fausse, qu′elle ne convient pas à notre condition terrestre; j′entends dire par les autres qu′en surexcitant l′imagination, elle exerce une action corruptrice. Je nie tout cela. Si on la rencontre très peu dans les livres, on la rencontre moins rarement dans la vie où elle ne manque pas d′aboutir parfois à des conclusions tout à fait règulières mais fort terrestres. Au lieu de corrompre elle préserve des corruptions. Je demande au poète qui viendra de remettre en honneur le grand amour, de rendre, dans le domaine de l′art, à lidèalisation amoureuse le rôle qu′elle y a joué jadis et qu′elle joue encore dans la vie au profit de l′élément humain supèrieur.

Voilà pour rinspiration du poète futur. Parlons maintenant de la forme de sa poesie. Ira-t-il à lécole des classiques ou se passera-t-il du grec et du latin? S′il vient au monde dans un pays où il n′y ait plus de mots marquis ni de mots roturiers, y rètablira-t-il l′ancien régime ? L′abolira-t-il au contraire s′il vient au monde dans un pays où les poètes ne se contentent pas des mots nobles, vivants, et fouillent les tombeaux pour en tirer d′illustres momies de mot et les rajeunir par leur souffle? Son style sera-t-il simple, on y emploiera-t-il toutes les ressources d′un art raffiné? Se renfermera-t-il dans les lois de la métrique traditionnelle ou voudra-t-il en dèchirer les mailles? Pour répondre à ces questions avec certitude il faudrait être prophète ou bien le grand poète même dont il s′agit. Malheureusement je ne suis ni l′un ni l′autre. Il est pourtant possible de s′orienter un peu par ce que j′appellerai encore l′observation des étoiles. Si la poesie n′est qu′un amusement et un ornement , je ne vois pas la necessité , quoi qu′ en disent d′èminents penseurs, qu′elle soit comprise et goùtée par les foules, vu que les amusements et les ornements de cette catègorie-là ne sont recherchés que par les aristocraties; et il devient tout à fait naturel que les meilleurs poètes mèprisent et fuient le vulgaire, comme Horace. Mais si la poesie est une ètoile qui mène les hommes à Dieu, si elle est un instrument puissant au service des énergies progressives, il faut bien que le poète agisse sur un pubblic large au possible. Cela étant, il devient facile de répondre d′une manière generale que le poète dont je parle n′adoptera pas un langage prècieux, qu′en ayant une connaissance complete de sa langue depuis les moindres et plus obscurs mots techniques jusqu′aux mots plus riches de couleur, de passion, de pensée, depuis le dernier mot éclos dans les salons ou dans la rue jusqu′à son ancêtre couché dans la poussière des bibliothèques, il maniera ce matériel avec aisance, sachant demeurer à la portèe de tout le monde sans s′interdire de placer de temps en temps un vieux mot savamment deterré. Les classiques lui seront familiers. Le seul poète véritablement grand qui les ait peu connus est Shakespeare. J′ose dire qu′on s′en aperçoit à labsence, dans son oeuvre, de ce que le Dante appela « lo fren dell′arte », la mesure. La poésie dont les racines atteignent secrètement ces couches profondes et riches a plus de chance de grandir dans le soleil. Les poètes faibles qui se sont nourris du grec et du latin n′ont pu les digèrer et en ont pris des rides prècoces, un air dèsagrèable de pedanterie, le pas lourd et lent de la vieillesse; les robustes au contraire, tout en ne perdant rien de leur originalité, en ont gagné en force, en soliditè, en grâce, et en ont pris un air de grands seigneurs que les ècrivains dèpourvus d′études classiques n′auront jamais.

C′est qu′il y a dans les oeuvres des classiques un élément impérissable de beauté, une âme immortelle qu′il est difficile de saisir, car elle se cache derrière les mots, elle est dans la pensèe qui a determiné leur choix et leur disposition en vue de leffet à produire sur les contemporains du poète. Ceux qui ètudient les classiques sans le pouvoir d′apprendre à cette école comment il faut écrire pour ses contemporains, finissent par écrire... pour les ancêtres.

Quant à la tecnique du vers, je pense qu′elle a fait dans les derniers temps des progrès sensibles et que les poètes futurs pourront se servir d′un instrument perfectionné. Le mérite en revient en grande partie aux ècoles mêmes que leur adoration de la forme et leur recherche d′une musicalité suggestive a entraînée au delà du but. Des jeunes maitres appartenant à ces écoles ou flottant entre elles, nous ont fait entendre de la poésie très finement ciselée, d′une rare fraîcheur, d′une fluidité délicieuse, d′une harmonie exquise. Ils ne sont pas des grands poètes, mais on pourrait les appeler des grands artistes. Leurs noms vivront par mainte oeuvre charmante comme les noms de certains poètes dèlicats et voluptueux de l′Anthologie grecque dont ils rappellent la physionomie. Le maître qui viendra saura profiter de leur exemple, mais il donnera à sa pensèe un contour plus ferme, son inspiration sera plus haute, plus mâle et plus vibrante. Il aura l′oreille assez fine pour saisir la voix des choses, mais elle saisira aussi la voix des âmes. Sa lyre aura des cordes pour limitation musicale de la Réalité; mais il aura, lui, lémotion sincère qui donne naturellement à la parole une musicalité supérieure, car ce mouvement passionné de l′â me que la parole ne peut fixer en entier et qui surabonde, se transforme en vibrations musicales. Je suis persuadé, du reste, que la musique incorporée à la poèsie, la sonoritè du vers, va évoluer dans le même sens que la musique instrumentale et vocale, dans un sens wagnèrien. J′entend par là que les mélodies faciles et règulières vont disparaitre de la métrique et surtout que les poètes futurs sauront s′affranchir de toute convention, que la musicalité de leur poesie sera plus logique, c′est-à -dire q′un rapport étroit y sera visible entre le mouvement du rhythme et le mouvement de la pensée.

Ceci exige du génie et une extrême violence de sentiment. J′ose prédire que le grand poète futur se fera reconnaître par cette oeuvre de trasformation et de libération.

Il étudiera toutes les sciences, pas autant qu′il serait nècessaire pour le faire progresser, mais autant qu′il suffit pour en connaitre les plans. On croit cette tâche impossible; c′est, à mon avis, un prèjugè. Un homme de génie pourra faire au XX.e siècle le prodige que deux hommes de génie ont fait au XIX.e Pour accomplir cette tâche immense, il a fallu à Herbert Spencer et à Rosmini une puissance unique d′assimilation et une très rare agilité d′esprit. Ce sont là des qualités qui tiennent intimement à la puissance et à lagilitè de l′imagination, c′est-à -dire à la faculté maîtresse du poète. On ne lit pas M. Spencer sans être frappé de la richesse de son imagination. Par ce côté il est grand poète. Le poète qui saura se rendre maitre du savoir humain autant que lui, pourra s′imposer aux hommes, les contraindre à reconnaitre que la poésie n′est pas un ornement d′élite, une volupté de l′esprit, mais qu′elle est une puissance destinée dans l′ordre divin des choses à developper sur la terre l′intelligence et l′amour. Lorsque Littrê nous parle de l′Inconnaissable comme d′une mer qui roule des flots sans fin aux rivages où notre intelligence bornée est contrainte de s′arrêter faute de barque et de voile, lorsque Herbert Spencer en parle à peu près dans les mêmes termes pour en conclure que la religion commence où la science finit, ils ne se souviennent ni l′un ni l′autre que sur cette mer mystérieuse, franchie à tout moment par la Foi ailèe, le sillon est encore visible d′un navire qui y passa jadis, toutes les voiles au vent, la voix plane encore du poète qui le gouvernait en chantant:

l acqua che io prendo giammai non si corse.

« Jamais les parages où j′entre n′ont vu de navire. »

Maître de toute la science du moyen âge, Dante Alighieri a franchi les bornes du mystère avec une autoritéque personne n′a jamais eue ni avant ni après lui, en dehors des hommes qui ont possédé le droit de parler au nom des Eglises. Cette autorité lui vient de sa doctrine immense autant que de son génie. Elle dure encore quoique le progrès intellectuel ait réduit presque à nèant la valeur de la science du moyen âge. Aujourd′hui le poète qui aborderait les problèmes de linconnaissable sans être ni un penseur ni un savant, ne saurait remporter, sur ce difficile terrain, de succès durable. Manzoni grandit toujours parce que, s′il n′a pas été un savant, il a été un penseur,un logicien de premier ordre. Hugo, un colosso, n′a pu se rendre utile au spiritualisme autant qu′il leùt voulu parce qu′il n′a été assez ni l un ni l′autre. Mon grand poète sera l′un et lautre. Il s′elancera sur la mer inconnue, il verrà les parages que personne n′a vus après le Dante, pas pour aller à la recherche d′un paradis revu et corrigé d′après les progrès de l′astronomie, mais pour y arborer son pavillon et prendre dèfinitivement possession de cette mer au nom de la connaissance humaine dans son double èlèment d′intelligence et d′amour; parce que ce sera sa gloire comme penseur et comme poète de rendre evidente la fonction intellectuelle de l′amour qui est gènèralement mèconnue.

Messager fidèle de l′esprit de vérité, il aura la haine du faux, il ne l′admettra jamais chez soi; s′il le trouvera blotti dans le moindre adjectif il len chassera sans pitié, même au prix de l′èlègance et de l′effet, il ne prèchera jamais sans être convaincu et les larmes des choses passeront par son coeur, couleront silencieusement sur ces joues, se feront rares avant qu′il les croit assez amères, assez brûlantes, assez vraies pour y tremper sa plume. Il ne se jetera pas dans la mêlée des partis politiques, mai aussi n′ oublierat-t il pas qu′il a charge d′âmes.

Que la cause du Beau n′est jamais désertée

Par le culte du Vrai pour le règne du Bien[70]

comme dit un noble poète qui honore la France et après lequel je serais beureux de marcher pour la cause de la justice jusqu′au point où malbeureusement son chemin s′ècarte du mien. Ceci revient à dire qu′en parlant des hommes et des choses humaines il ne se bornera pas à l′idèalisation du Passé. C′est l′erreur de Spencer d′avoir affirmé que le prèsent ne prête guère à lidèalisation poètique, qu′il n′est point matière de poésie. Le grand poète spiritualiste de l′avenir saura saisir et arracher des pans d′histoire toute vivante, les couler en bronze, hommes et choses, pour le triomphe moral de la justice, si ce n′est auprès de contemporains, au moins auprès de la posteritè.

Aura-t-il le courage de se mesurer avec l′epopèe? Il ne manque pas d′indices que le roman, apres avoir pris des allures scientifiques, tourne au poème. L′oeuvre d′un jeune et célèbre compatriote à moi dont j′admire sincèrement le grand talent malgré l′abîme qui sèpare nos vues artistiques, philosophiques et morales, est peut-être le plus important de ces indices. Si le roman tourne au poème, il n′y aura qu′un pas à faire pour que son langage devienne du chant. Pourquoi n′aurions-nous pas au XXe siècle, dans notre vieil Occident, un chef-d′oeuvre comme Thadée Sopliça? Nul doute qu′une epopée moderne ne soit difficile à concevoir; d′ailleurs il n′y a pas d′argurments pour croire cette rèsurrection impossible. Je suis un admirateur de votre Mistral. Je ne m′attendais pas, en ouvrant Calendula au charme, à l′intèrêt que j′y aurais trouvès et c′es dejà une epopèe par les proportions comme par la machine compliquée de surnaturel. Avouez que si domain un grand penseur jouissant d′une renommée universelle annonçait qu′il va publier une composition poétique grandiose dont le sujet embrasserait le monde visible et le monde invisible, la terre et le ciel, vous n′ oseriez affirmer d′avance que cette composition serait ennuyeuse ou ridicule.

Du reste, quelle que soit la forme de beauté qu′il lui plaira d′animer de son souffle, poème lyrique , poème dramatique, poème èpique ou autre chose, qu′il vienne, ce divin iuconnu! Qu′il vienne quelle que soit sa patrie! Lorsque des explorateurs de nationalitè differente mais ègalement dévoués à la science se rencontrent sur les banquises polaires ou dans les règions inconnues de l′Afrique central, il n′y a de place dans leurs coeurs émus que pour le sentiment de la fraternité humaine et de la fraternitè scientifique. Lorsque les représentants de toutes les religions du mond se rencontrèrent pour rendre hommage dans une rèunion pacifique à l′universelle paternitè de Dieu, ils ne se souvinrent de leur patries diffèrentes que pour se rèjouir d′ètre frères. Tout ce qui nous èlève nous donne une vision de plus en plus large de la planète et amoindrit de plus en plus à nos yeux les montagnes et les rivières qui servent de retranchements au nations. Ce qui est vrai pour la science et pour la réligion l′est aussi pour la poésie.

Nous aimerons passionnèment le poète qui nous ravira, qui nous emportera sur ses ailes, nous nous sentirons frères par lui et avec lui.

Le lieu de sa naissance nous sera presque aussi indiffèrent que le lieu de naissance de la femme inconnue dont le premier regard nous à éblouis par la vision soudaine d′une destinée d′amour. Nous ne lui demanderons ni d′où il vient ni où il va, nous nous abandonnerons à lui comme il nous arrive parfois de nous abandonner à quelque musique profonde, avec la sensation vague d′être emportés vers une patrie ideale. En effet, il nous emportera vers la floraison magnifique d′intelligence et d′amour que Dieu prépare dans la race humaine par la coopération des siens et dont il accorde de temps en temps la vision fugitive même à d′humbles ouvriers tels que moi, afin qu′ils ne descendent pas au tombeau sans quelque rècompense de leur obscur travail, sans un sourire de confiant espoir.

SCIENZA E DOLORE[71]

Quando la scienza indaga nell′organismo di un animale inferiore l′azione di sostanze introdottevi da lei a fine di sperimentare la potenza che sarà quindi volta contro un disordine dell′organismo umano; quando vi studia l′azione di altre sostanze che nulla possono contro questo disordine ma che ne sopprimono temporaneamente nell′infermo il senso, e anche, se bisogna, la coscienza, ella non considera nel dolore umano che un nemico. Quando procede all′analisi dell′organismo sociale, e dalla ricerca delle sue origini, del suo sviluppo, della sua intima natura, dei disordini che lo affliggono, tenta, incerta ancora, trarre un complesso di norme per la salute sua, ella fa tuttavia opera di guerra contro il dolore. Quando con intenti di educatrice osserva e misura le attività fisiche e psichiche dell′uomo, ne va determinando le leggi, prescrive discipline all′esercizio loro, è il bene del corpo e dello spirito ch′essa difende, è sempre il dolore che oppugna. Oso dirlo: anche quando i cultori suoi, lasciando il fermo terreno dell′osservazione scientifica e la sicura guida del metodo scientifico, si cimentano nel nome di lei con i problemi fondamentali dell′universo, è contro un elevato dolore che insorgono e lottano, perchè l′intelletto umano quanto più è forte, tanto più tende naturalmente a ordinare le proprie conoscenze nella forma della unità, tanto più desidera una concezione suprema del mondo che gli colleghi e unifichi nella mente la origine, il disegno e il fine di tutte le cose; e se le dottrine altrui non lo appagano, anela e soffre, fatica a creare in sè l′alta idea che lo plachi.

Ora, signori, dai laboratori delle vostre esperienze, dalle vostre biblioteche, dalle quiete stanze delle vostre meditazioni io Vi richiamo alle caverne primeve dove branchi di esseri umani simili a fiere si raccolsero con ululati di odio e di terrore per offrire, sopra un cadavere, sacrifici e preghiere a Esseri malvagi che credevano autori dell′uragano e del fulmine, dei terremoti e delle eclissi, dei morbi, dei sogni spaventosi e della morte. Fu detto che a questi uomini il dolore è stato primo maestro della religione e che la idea purificata di uno Spirito buono, infinito ed eterno, causa e fine di tutte le cose, si congiunge per le sue radici estreme alla caverna che fu insieme tempio e sepoltura. Preferisco affermare che il dolore ha veramente meritato altari e culto dai nostri antenati preistorici come primo maestro della scienza e che il puro spirito scientifico moderno si congiunge per le sue radici estreme a questi processi oscuri che nel fondo dell′anima umana originaria generarono il senso e i superstiziosi terrori del sovrannaturale.

Cento anni or sono l′astronomo dell′ Osservatorio di Greenwich licenziò un suo assistente perchè sbagliava, nelle osservazioni, di mezzo secondo, e questo ha condotto, come voi sapete, a sottilissime ricerche sulle differenze personali fra gli astronomi nella facoltà dell′attenzione, sulle oscillazioni di queste differenze, sul modo di ricondurle a decimi e centesimi di secondo; tanto, nei tempi moderni, è alto il pregio ed è squisita la cura della facoltà senza la quale non vi ha scienza possibile.

Ora il primo educatore dell′attenzione è stato indubbiamente il dolore fisico, sia che operasse con le offese e le minacce della natura esteriore, sia che operasse con il pungolo interno di appetiti violenti. Lo spavento e la fame stimolarono lo spirito umano a intendere tutto nelle sensazioni, ad acuirle con assiduo sforzo, a raccoglierle nella memoria, a distinguerle, a compararle, a coordinarle. Lo spavento e la fame gl′insegnarono a fissarne le somiglianze, le differenze e le eguaglianze costanti, ch′è il principio di ogni processo razionale e della classificazione scientifica. Non è forse possibile di abbracciare col pensiero la somma di esperienze e d′idee generali raccolte dall′uomo salendo la via dolorosa di una lotta durissima, congiunte intimamente ad atroci e bizzarre mitologie. Esse non erano ancora la scienza ma erano tuttavia quel sapere dal quale la scienza si è svolta. E quanto più l′intelletto umano ascendeva nella conoscenza, quanto più veniva innalzando e purificando le mitologie, quanto più si complicava l′organismo sociale, tanto più si svolgevano dal dolore fisico le varie forme di un dolor superiore, tanto più l′insegnamento del dolore saliva di nobiltà e di efficacia.

Quando l′uomo esaltò dalla Terra i suoi dei nel Cielo, fu lo spavento delle loro collere che insegnò a studiare i moti delle divine vite celesti imperanti sulle stagioni. Sullo ziggurat di Borsippa, enorme piramide a sette piani, eretta in onore del sole, della luna e di cinque pianeti, primi predecessori di voi che venite decomponendo le nebulose e di voi che acuite il calcolo salirono mitrati sacerdoti alternanti allo studio del cielo canti e sacrifizi propiziatori degli astri. Nel Perù e nel Messico fu il timore di non saper celebrare a tempo le periodiche solennità religiose e perciò dei divini castighi, che diede origine all′astronomia. Altrove la geometria trasse principio, negli stessi primordi della vita civile, dai guai d′incessanti contese e zuffe che costrinsero gli uomini alla partizione esatta del terreno. Tutte le scienze procedono, direttamente o indirettamente, dalle arti, e se dal magnifico spettacolo del multiforme lavoro compiuto dalle arti umane voi risalite all′origine sua, vi appaiono evidenti, nello sfondo del passato come nelle viscere del presente, le sofferenze motrici. E non è a voi ch′io narrerò come i dolori della povertà o della morte, stimolando gli uomini alla folle ricerca di sostanze generatrici dell′oro e prolungatrici della vita, li abbiano condotti per vie di errore a una scienza meravigliosa; nè come i dolori dei morbi abbiano dato origine alla scienza del corpo umano e le imprimano ancora un vigoroso impulso che si comunica ad altre scienze. Mi permetto soltanto di accennare come per effetto di un progresso morale che la civiltà moderna deve al cristianesimo, ogni sofferenza umana sia venuta più e più irradiando intorno a sè quellaura dolorosa che si chiama pietà; quanto abbia quindi cooperato e cooperi al progresso scientifico, nato di egoismo, il dolore del dolore altrui. E mi volgo adesso a considerare quel nobile stimolo dell′attività scientifica ch′è giudicato comunemente il più puro da ogni mistura d′interesse e che moltissimi cultori della scienza, fra i più degni, vorranno forse oggi glorificare come il solo. Io pure lo glorifico e incomincio con riconoscerne l′antichità. Poi che il dolore fisico e i dolori morali che vi hanno radice ebbero accumulato nell′uomo esperienza, giudizi, sapere , e la lotta per la vita gli diventò meno fiera e continua, un palpito nuovo parve destarsi in lui, un desiderio di sapere per sapere, un generoso amore del vero, il germe di quel sentimento che voi chiamate culto della scienza che alla lotta per la vita sostituisce la lotta per la luce. Ebbene, considerate come nell′individuo umano uscito di fanciullezza si manifesti con il crescente vigor vitale un sentimento nuovo, ricco d′idealità, abborrente da ogni egoismo, consigliere di ogni sacrificio. Vi ha certo nell′amore un elemento superiore e divino. Un elemento di sacrificio è idealmente visibile, per ombra e figura, persino nella prima origine sua, nell′atto riproduttore della cellula primitiva che rinuncia ad essere individuo e si scinde. Ma la cellulla si scinde realmente per una necessità della sua nutrizione e con il misterioso elemento morale vi ha nell′amore umano un elemento di sofferenza fisiologica. Allo stesso modo, signori, l′amore del Vero nella sua più sublime forma è come il fiore di un desiderio radicato nell′intelletto nostro tanto profondamente quanto son radicati nell′organismo i suoi normali appetiti e che, non soddisfatto, genera pena; del medesimo desiderio che cruccia il bambino se non rispondete ai suoi bramosi perchè, cruccia infinite donnicciuole, infiniti uomicciattoli se falliscono nella indagine delle faccende altrui, cruccia l′ amatore di quegli enigmi che si propongono per gioco e trastullo, se non riesce a decifrarli. Il disinteresse di questi desideri non è che apparente. Tutti hanno uno stimolo di dolore e meglio vale a giudicarne colui che più è posseduto dalla passione scientifica, che più avrebbe sofferto di potersi dare agli studi, di non poter prender parte alla lotta per la luce. Ov′egli sottoponga sè stesso ad un′analisi severa giungerà facilmente a sceverare dalla religiosa devozione alla Verità obbiettiva e dalle ambizioni di gloria questa cupidità di sapere, questa fame dell′intelletto che diventa penosa se non si appaga e ch′è profondamente egoistica perchè più si appaga della ricerca che del possesso del Vero.

Fin qua io Vi ho ricordato, signori, certi beneficii recati alla scienza dal dolore come suo stimolo. È ben superfluo indicare a voi quei molti beneficii del tutto evidenti ch′esso le rende rivelando ascosi disordini di cui è segno. Sembro io forse difendere una tesi troppo strana e mi fate voi rimprovero, nel vostro pensiero, di lodare il peggior nemico dell′uomo? Il dolore merita egli un tale odio? Davvero non son queste le sole opere sue benefiche. Non è spesso il dolore un giusto castigo inesorabilmente inflitto dalla natura, non è allora una manifestazione spontanea e salutare delle eterne leggi di lei? Ebb′egli torto il Giusti di chiamarlo amico dei forti ed ebbe torto il De Musset di scrivere:

L′homme est un apprenti, la douleur est son maître,

Et nul ne se connait tant qu′il n′a pas souffert?

Dove si tempra l′energia virile meglio che nella lotta e nel dolore e chi può dirsi veramente uomo che scenda nel sepolcro senz′aver bagnato del proprio sangue la via? Confessino i più lirici poeti della pace che la guerra, promovendo certe speciali scienze e industrie, educando gli uomini alla prudenza e alla ragionevole audacia, infiammando il sentimento della solidarietà fra i membri di un popolo, richiamandoli dai godimenti egoistici al sacrificio di sè per il bene comune, aiutando, in via generale, il predominio delle razze intellettualmente e moralmente superiori, ha reso grandi servigi alla civiltà. Così parlando in questa città gloriosa che ha testè commemorato gli epici avvenimenti di cui fu teatro cinquantanni or sono, io non posso a meno di ricordare il frutto dell′opera terribile che la guerra, il colèra e la fame hanno qui allora compiuto. Sublimarono nella moltitudine il concetto e il sentimento dei più alti doveri civili; inebbriarono le coscienze dell′orgoglio eroico e dell′ambizione magnanima di mostrare a fratelli e a stranieri come in Venezia ogni viltà era morta; diedero a questo popolo quel che mancò a troppo gran parte d′Italia, una sufficiente preparazione di sacrificio e di dolore alla libertà .

Ora io chiedo, ritornando al mio soggetto: perchè il dolore ha mosso primo e move tuttavia lo spirito umano sulle vie della scienza, perchè altri servigi ha reso e rende, cessa egli forse di esser dolore? Nessuno distoglierà mai nè i gaudenti del mondo nè i penitenti degli eremi dal tendere con tutte le forze loro a uno stato felice. Poche settimane or sono. Voi, o colleghi, avete aggiudicato un premio all′inventore di uno strumento che allevia, forse per pochi momenti, certe sofferenze d′infermi, senza sanarle. E se fu giustizia il farlo, come io credo, tanto più è glorioso per la scienza di combattere ogni causa di dolore individuale e sociale, di determinare le leggi naturali che hanno una infallibile sanzione dolorosa, di aprir la via quanto può alla intelligenza dei problemi che son perpetuo tormento dello spirito umano. Ma voi comprendete a quale formidabile nodo mettan capo le fila del mio discorso. Se è vero che la scienza, sorta in origine e tuttavia soccorsa, stimolata dal dolore, si ritorce contro di esso e tende a diminuirne l′impulso e l′aiuto, ne può seguire ch′ella stessa debba tendere alla inerzia, perder vigore ad ogni vittoria nuova. Ora questo è contraddetto da una magnifica testimonianza di fatti. La scienza procede sulla terra e nel cielo, di vittoria in vittoria, sempre più ardente.

Diremo noi allora che le vittorie sue sono vane, che in qualche occulto inconscio modo ella accresce, secondo l′amara parola di un sublime poeta, il dolore, e riproduce, moltiplica senza posa i propri suoi stimoli, simile al sole che quanto più disperde vittorioso i vapori del cielo, tanto più ne suscita dalla terra? Io non potrei affermare senza contraddirmi che sul nostro pianeta il dolore aumenti. Nella rapida vicenda dei desideri soddisfatti e rinascenti per effetto del progresso, nella crescente soddisfazione del benessere altrui, nel crescente lavoro intrapreso dagli uomini, con fede e speranza, a pro dell′avvenire, io, pur confessando gl infiniti guai che tuttavia ci travagliano, riconobbi pubblicamente indizi e prove di un volgere delle cose umane a più felice stato e ne resi onore, in parte, alla scienza. Come avviene dunque che il progresso scientifico, diminuendo la somma dei dolori umani onde trae vigore, proceda più celere e potente?

Aprite, Signori, quelle parole dell′Ecclesiaste dall′aspetto sì amaro che poc′anzi ricordai: « chi accresce la scienza accresce il dolore. » Illuminatene con una giusta interpretazione le profondità. È là dentro che voi troverete, a mio vedere, il motto dell′enigma. La piccola sfera di luce che potè simboleggiare un tempo le conoscenze umane venne via via ingrandendo e intanto le ingrandiva intorno a paro il nero ambito delle tenebre.

Oggi è immenso e spaventa; domani sarà più pauroso ancora. Realmente la scienza riproduce e accresce quegli stimoli dell′intelletto che io rassomigliai dianzi alle sofferenze fisiologiche degli organismi. Il dolore fisico diminuisce, diminuiscono i dolori morali che ne traggono origine ma la fame intellettuale cresce. Sarebbe tuttavia eccessivo ed ingiusto di non vedere in essa che dolore. Essa è sorgente di piacere, come la fisiologica, quando sa di potersi appagare. La sola voluttà della creazione artistica può agguagliarsi alla voluttà della ricerca e della conquista scientifica. Nate da radici di dolore, son fiori di gioia. Il desiderio egoistico di sapere per sapere vi si colora dello splendido colore che segna la presenza di un puro, ardente, ideale amore del Vero, ed è questo dolore trasformato in gioia e in idealità che oggi è diventato il più potente stimolo della scienza, che le imprime gli slanci più nobili e superbi, la solleva fuor d′ogni vista e d′ogni fumo di volgari passioni.

Ma noi, che giudichiamo le sofferenze umane andar diminuendo e l′intelletto umano ascendere continuamente per impulsi di amore una via di piacere, non sogneremo per questo un secolo futuro in cui scienza e dolore non si incontrino più.

Io non intendo parlarvi dei comuni dolori umani che mai la scienza non vincerà. È troppo evidente che se potrà temperare le pene, suggerire alcuni mirabili conforti della vecchiaia e della morte, non giungerà mai a sopprimere nè l′una nè l′altra, si arresterà qui per sempre davanti a una somma di dolore fisico e morale irreducibile per lei. È altrettanto evidente che nulla ella potrà mai del pari contro dolori generati da passioni di amore e di odio non separabili dalla natura umana. Ricorderò invece non vincibili sofferenze particolari alla scienza. Se le gioie della ricerca e della conquista scientifica fioriscono da radici di dolore, anche steli spinosi e amari ne ascendono alla loro volta. Il desiderio che confida di appagarsi è dolcezza ma il desiderio che sa di non potersi appagare è tormento, e il verso famoso di Virgilio ha bene questo rovescio di prosa: – infelix qui non potuit rerum cognoscere causas,

Il malinconico sospiro del poeta si propaga di generazione in generazione e non resterà mai. L′essere che fu chiamato Ursachenthier, animale delle cause, non arriverà mai a conoscere scientificamente le cause prime. Vi sono per la scienza umana degli insuperabili confini ed ella stessa va scrivendo sulle porte dure a cui si frange la fatale parola: ignorabimus. So bene quale tempesta di violente discussioni abbia sollevato ventisei anni or sono lignorabimus di colui che un avversario suo fiero chiamò il retore dell′Università di Berlino. In fondo poco importa che questo preteso retore, il Du Bois Reymond, non certo sospetto d′inclinare all′idea religiosa nè al dualismo, indicando nel 1872 soli due confini della scienza e parlando nel 1880 dei sette enigmi del mondo, si sia contraddetto come pare a Ernesto Häckel e può non parere ad altri. Poco importa che l′ enigma, per esempio, della formazione della coscienza diventi facile o no se prima si scioglia l′enigma della costituzione della materia. Poco importa che lo stesso Häckel, fortemente inclinato all′idea religiosa quantunque il Dio delle religioni positive non sia per lui che un vertebrato allo stato aeriforme, ammetta un problema unico fondamentale dell′universo invece di due di sette. Sta in ogni modo che la conoscenza umana dell′universo ha limiti naturali dove gli uomini freddi come il professore di Berlino si fermano e gli uomini ardenti come il professore di Jena si gittano in braccio a una fede, sia pure di loro conio, sia pure nella virtù divina dell′etere o degli atomi. Il naturalista, per dirla con Du Bois Reymond, è avvezzo da lungo tempo a recitare con virile rassegnazione, ogni giorno, il suo ignoramus, ma lignorabimus a cui gli conviene di piegarsi è molto più duro. Questo residuo di dolore intellettuale non convertibile in gioia è amarissimo e invece di stimolare l′intelletto ne affievolisce l′ardore se l′intelletto non soccorre a sè con qualche ristoro cui la scienza non ha in suo potere.

Odo qui rispondermi da coloro che professano il solo culto della scienza: « Noi siamo uomini, conosciamo la nostra natura e la nostra sorte, le accettiamo da uomini e in questa disposizione stoica dell′animo nostro è la nostra pace, è il nostro conforto, è il rimedio sovrano di ogni nostro dolore. Vi è ancora, del resto, tanto conoscibile ad esplorare, l′avvenire ha in serbo per noi tanto piacere di studi e di scoperte che possiamo bene lasciar dormire in pace per lunghi secoli l′unico enigma i due enigmi o i sette enigmi del mondo. » « Si » rispondo « voi siete uomini: homines estis et humani nihil a vobis alienum puto. È ammirabile che accettiate con fermo volto il dolore inerente alla natura umana, ma lo stoicismo vostro non vi libera dal soffrire. Quanto più il vostro intelletto è nobile, quanto più vi addentrate nello studio della materia, della vita e del pensiero, tanto più vi è acerbo di non potere sforzar le porte che chiudono i segreti delle loro essenze e delle origini prime e il motto dell′Ecclesiaste significa questa crescente pena. Se nello studio del conoscibile voi cercate l′oblio dell′inconoscibile non è il vostro un rimedio sovrano, è un anestetico, la cui azione, sempre incostante, va talvolta perdendo energia a misura che la vostra vita scende verso le ombre della sera dove i problemi dell′Universo prendon figure colossali e paiono attendere minacciosi il cadere dello stanco viandante. Più o meno intensamente, a intervalli più o meno lunghi, voi soffrite e ne date manifesti segni. Uno di questi è riluttanza, non infrequente fra voi, ad ammettere che il campo del sapere umano è circoscritto da eterni confini di mistero. È anche per causa di tale riluttanza e delle imprudenti promesse fatte da qualcuno di voi, sacerdoti della scienza, e raccolte, diffuse con entusiasmo da parecchi di noi laici, che uno fra noi, deluso, denunciò al mondo con falsa, ingiusta parola, la bancarotta della scienza. Un altro segno del vostro soffrire è lo sforzo che talvolta fate di crearvi una fede per giunger con essa là dove la scienza è impotente a penetrare. Voi attribuite alla vostra fede una base sperimentale e la giudicate perciò superiore alle antiche, e ciascun di voi si adagia per proprio ristoro nel piccolo Universo che si è costrutto nel cervello e dove ha largamente infuso una sostanza divina o ne ha sterminato con rigorose disinfezioni ogni germe, secondo le tendenze della propria natura. »

Io interrompo qui il mio colloquio immaginario poichè sta per uscire dal campo che mi prescrissi. Non è infatti questo il momento di considerare se dove la scienza si arresta debba porsi in cammino una fede e qual fede.

Ricercherò invece se a fronte degl′irreducibili dolori del mondo nessun altro compito spetta alla scienza che quello di riconoscersi impotente.

Voi mi permetterete, Signori, di esprimere schiettamente una convinzione mia così forte che mi riesce adesso difficile di trovare per essa le modeste parole convenienti a chi non professa la scienza e pur ne ragiona fra uomini che di scienza sono maestri. Io non credo che uno stoico feremus e un rassegnato ignorabimus sieno il solo compito degli uomini di scienza rispetto agl′irreducibili dolori fisici, morali e intellettuali del mondo. Accettare la sorte che le leggi ferree della nostra natura ne impongono è virile atto; ma vi hanno due vie di compierlo. Si può disprezzare il dolore invincibile, fare ogni sforzo di escluderlo dal pensiero, di operare in tutto come se non esistesse. Si può invece guardare in faccia tutto il dolore di ogni tempo, sottoporlo ad analisi, determinare un tal numero di fatti costantemente connessi in qualità di causa, di forma, di effetto del dolore, da poterne indurre certe leggi, un tal numero di leggi da poter determinare qualche loro comune carattere, quindi la esistenza di altre leggi superiori, più semplici e più comprensive, la probabilità di una categoria di leggi ancora più elevata, la possibilità, infine, di una legge suprema ed unica, di una ragione ultima del dolore.

Questo secondo partito appare più conforme allo spirito scientifico moderno. Tuttavia io non dubito, signori, che le mie parole non riescano sospette a qualcuno. Vi si vorranno vedere dei preconcetti metafisici e il disegno di una mistica teleologia del dolore non conciliabile con la scienza. Osservo che i cultori delle scienze fisiche non possono avere a sdegno la metafisica senza ingratitudine.

Il loro sapere è minacciato alla base dallo scetticismo neokantiano che gli nega il carattere di assoluta verità, e soltanto una sana metafisica vale a rivendicargli questo carattere. Soggiungo quindi che sebbene le mie parole possano tradire preconcetti metafisici e presentimenti mistici, esse non vi richiamano che all′ osservazione, all′analisi, alla classificazione dei fatti, alle induzioni legittime, a quel lavoro d′ipotesi che precede nel buio, come un fluttuare incerto di fiaccole, l′ avanzar sicuro della scienza. Quanto a me, non ho alcuna ragione di nascondere i miei preconcetti nè i miei presentimenti e ne ho molte di significarli. Noi siamo tutti creatori di mondi e anche l′artista si crea nel pensiero, come il naturalista e il filosofo, un piccolo universo dove l′intelletto suo si posa e si ristora. Nel microcosmo del mio pensiero l′origine e la funzione del dolore non sono del tutto evidenti ma neppure sono del tutto ascose. Artista, mi glorio di affermare che un raggio di arte mi illumina quelle ombre. La scienza, che studia il primo apparire e la più semplice espressione della vita, è in debito di studiarne con altrettanto intensa cura le manifestazioni più alte, una delle quali è l′Arte. Ora, nelle più sublimi opere dell′Arte culmina, circonfuso di gloriosa bellezza, il dolore. Dal dolore di Laocoonte al dolore di Amleto, dal dolore di Edipo al dolore di Werther, dal dolore di Francesco al dolore di Margherita e di Ermengarda, dal virgiliano pianto delle cose alla tristezza nera di Leopardi, le più geniali manifestazioni dell′Arte ci hanno rappresentato il dolore. E il dolore riprodotto con l′Arte anche imperfettamente, affascinò il mondo. Nei volumi dei poeti e dei novellieri, nei recinti dei teatri noi cerchiamo spesso la pungente dolcezza del piangere. La musica, l′arte più moderna nel tempo e nello spirito che sia, meglio ne rapisce fra i suoi mobili fantasmi di passione, meglio ne move al mistico senso voluttuoso e al desiderio infinito di un mondo superiore, al palpito e al sospiro, quando nella parola sua impenetrabile, salita da profondità umane che non hanno coscienza di sè, noi sentiamo una recondita essenza di dolore, un vapor confuso di tutte le pene del mondo, disgiunto, quasi, da esse e puro di lor singolari materie, contemperato di un divino che da ciascuna spira. Lo sentiamo e l′anima nostra tutto, avida, se lo infonde, di quel soffrire si fa un godimento e non per questo viene a compiacersi di pene sue proprie nè a desiderarne. Io ne induco, signori, che vi ha nel dolore un elemento di bellezza e di grandezza confusamente appreso , ammirato e amato dall′uomo, non già distinto nè compreso nella sua intima natura; il quale tuttavia non rende il dolore desiderabile per sè. Levando allora l′oscuro coperchio di tale contraddizione apparente, v′intravvedo sotto, a prima giunta, quella nobile funzione del dolore di che oggi parlai. Vedo il dolore all′ origine della scienza e lungo la faticosa sua via. Lo vedo causa e stimolo di ogni sforzo, di ogni lotta ond′è uscito e procede il progresso umano, necessario prezzo di ogni sua vittoria. Lo vedo educatore, rigeneratore d′individui e di popoli; in questi stessi giorni, ancora oscurati da pubblica sventura, ne odo gli ammonimenti, salutari alla patria mia.

Lo vedo severo, inesorabile giustiziere di colpe umane cui persegue di generazione in generazione fino a che una goccia del sangue colpevole ancora viva. Lo vedo qua e là infallibile indice del disordine, ch′è come dire primo consigliere e iniziatore dell′ordine. Procedo palpitando nei nuovi albori di una luce immensa. Sperimento idealmente sui dolori del mondo, a cominciare dai riducibili, l′applicazione di questo principio che dovunque è dolore è disordine, che il dolore sempre designa e aiuta un ordine futuro. Mi accompagno nello sperimentare alla scienza che per una lunga serie di fatti mi vien dimostrando come rispondano al principio supposto, e quando la scienza si arresta procedo ancora, procedo con diritto di poeta e argomento che come gli altri dolori, anche i dolori della vecchiaia, della morte, delle ignoranze invincibili vi attestano un ascoso disordine, che dunque la natura umana è ordinata all′immortalità, alla visione delle origini e delle essenze, che il dolore del morire, meditato nell′ attesa, sofferto negli spezzati affetti, imprimendo alle indestruttibili energie della psiche una fortissima tendenza a oltrepassare unite la morte, un costante sforzo di conservare questa unità e questa direzione, di resistere alle attrazioni contrarie, diventa ministro della vita. Mi balena che il dolore del fatale ignorare, configgendo il desiderio umano ai problemi eterni, diventa ministro della conoscenza perchè moltiplica le ipotesi, le credenze, gli errori che alla lor volta riproducendo dolore aiutano la ricerca, aguzza tutte le facoltà del conoscere, persuade la ragione a non disprezzare la fantasia nè l′ affetto, costringe la fantasia e l′affetto a non contraddire la ragione, imprime finalmente alla psiche umana lo stesso moto verso l′oltre-tomba che le imprime il dolore della morte.

Non sogno una scienza del dolore che possa dimostrarne questa funzione trascendentale e suprema, seguire fino alla meta gli slanci dei credenti e dei poeti.

Invoco una scienza che dimostri come e perchè le riducibili sofferenze sempre indichino disordini e sempre aiutino a porvi riparo. Su questa ferma base la più sublime aspirazione umana fonderà il proprio concetto del soffrire irreducibile, dell′arcana ragione sua, dell′ultimo suo frutto, assiderà edifici splendenti di visioni e di sogni, asili consolatori di afflitti. La scienza vi avrà cooperato senza uscire dal proprio campo e a lei pure ne verrà nuova lode di consolatrice delle anime: la più dolce lode, io credo, che il mondo abbia. Così agli antichi maestri che prima qui fermarono nel fondo limoso del mare fitte selve di travi sapientemente ordinate al peso di moli enormi, è data lode, in parte, degl′incomparabili poemi di pietra che ascendono dalle onde, svolgono musicalmente nel sole maestà possente d′idee, grazia toccante d′immagini, aeree visioni di sogno; e chiamano essi pure, in questa o in quella parte, gli afflitti a sè, tendono pure, in questa o in quella parte, al cielo il segno del maggior dolore, della maggiore speranza.

APR 3 - 1915

Indice

Proemio

S. Agostino e Darwin .

Per la bellezza d′ un′ idea

L′origine dell′uomo

Pro libertate

Progresso e felicità .

Le grand poète de l′avenir

Scienza e dolore.

Note

[1] F, L. Grassmann, Die Schöpfu ungslehre des heiligen Augustinus und Darwins, Regensburg, Manz, 1889.

[2] growth force: energia crescente

[3] Vogt, Vorlesungen über den Menschen, Vedi Mivart, Genesis of Species. Introductory.

[4] HAECKL, Natürliche Schopfung geschichte., Cap. II.

[5] Punto di vista del sentimento.

[6] dove mancano i fatti rimane tuttavia un posto per la scienza fondata sul sentimento. VIRCHOF Menschen und Affenschadel. Vedi Wigand, Der Darvinismus unde die Naturforschung Newtons und Cuviers. vol. III, pag. 171.

[7] Powell, Our heredity from God.

[8] Morselli, Lezioni di antropologia. Lezione seconda parte 40.

[9] Le Conte, Evolutions and its relations religious Thought, pag. 43.

[10] Mac Queary, Evolution of Man and Christianity, pag. 72.

[11] Colui che vive in eterno creò tutte insieme le cose. Ecclesiastico, XVIII, I.

[12] La dizione usata da S. Agostino si scosta qui un poco da quella della Volgata che il Martini traduce : « Tale fu l'origine del cielo e della terra quando l'una e l'altra fu creata nel giorno in cui il Signore Dio fece il cielo e la terra e tutte le piante dei campi prima che nascessero sulla terra e tutte l'erbe della terra prima che (da essa)

spuntassero. » Le differenze sono irrilevanti per l'argomento.

[13] « Come nel seme istesso tutte invisibilmente si contenevano le parti dell'albero futuro, così è da pensare che il mondo quando Iddio creò a un punto ogni cosa, avesse in sè tutto che in lui e con lui fu fatto quando il dì » De Gen. ad litt. V, 45.

[14] S'egli dunque formò di terra l'uomo e le bestie, che lia luomo di più eccellente a questo riguardo se non ch'egli fu creato a immagine di Dio? Nè ciò secondo il corpo, ma secondo l'intelletto della mente. » De Gen. ad litt. VI, 22.

[15] Vediamo adunque se possa esser vero ciò che indubbiamente mi pare più comportabile dalla ragione umana, avere Iddio creato, in quelle prime operazioni sue quando tutto a un punto creò, anche lanima umana, onde spirarla poi, a suo tempo, nelle membra ch' Egli formava dal fango; delle quali membra avrebbe infuso in quelle cose a un punto create la ragione causale, secondo cui ne uscisse fatto, all'ora debita, il corpo umano. Credasi pertanto, ove nè autorità di scritture nè ragion di verità il contraddica, che l'uomo venne a esser fatto, nel sesto giorno, di un corpo che già potenzialmente esisteva negli elementi del mondo, di un'anima creata quando il giorno, e nascosta poi nelle opere di Dio. » De Gen. ad litt, VII, 35.

[16] Poichè la mutabilità delle cose mutabili è capace di tutte le forme in che si mutano le cose mutabili. » Conf. XII 6, 6.

[17] « Ardendo e anelando. »

[18] Non me lapprendesti, o Signore, tu stesso ?»

[19] Asa Gray, Darwiniana.

[20] « Preferisco questa opinione. » Thomas Aquinas, Sent. Dist. XII, Quaest. I, art. 2.

[21] Nellorigirinaria produzione delle cose principio attivo fu la parola di Dio, che produsse gli animali dalla materia elementare, o in atto secondo altri santi, o in potenza secondo Agostino. » Summ. TheoL. P. I, Quaest. 71.

[22] « Le specie nuove, se ne appaiono, preesistettero in certe virtù attive Sum. Theol. P. I, Quaest. 78«.

[23] Dice pertanto germini perchè in ordine alla produzione (dei vegetali) è conferita alla terra la potestà di produrre ciò che dalla terra nasce, e vano sarebbe quel comandare alla materia se non le fosse data la potenza seminale... accenna poi alla produzione attuale

quando dice .- e la terra produsse l'erba verdeggiante. » Exp. Aur. in Gen. Cap. I.

[24] « Se vi hanno dunque alcuni alberi come il pino, il lieo ed altri siffatti cui la terra non ha virtù di produrre se non per altre interposte specie, dichiarasi che li produsse perchè in quella specie furono generati. » Ibid.

[25] « Così circa il principio del mondo alcunchè appartiene alla sostanza della fede, ed è che il mondo principiò per creazione; in ciò si accordano tutti; in qual modo ed ordine poi sia stato il mondo creato non appartiene alla fede se non per accessorio, in quanto ne parla la Scrittura, la quale i Santi diversamente spiegarono, sempre nelle loro varie interpretazioni mantenendone la veracità, » Comm. in quat. b. Sent. Dist. X. I. Quaest. I, art. 2.

[26] Pensano adunque che il corpo umano delineato e comosto in forma d'uomo e imperfettamente lavorato, abbia avuto esistenza prima che vi fosse introdotta l'anima; e poscia conducendosi passo passo da uno stato imperfetto a uno perfetto, sia pervenuto allultima sua condizione. » Suarez, De opere sex dierum Libro III, Capitolo I.

[27] « A me pare essere stata nnelle acque certa operazione efficace e vitale. » Chris. Comm. in Gen. Hom, III.

[28] « Gli animali minori che nascono di sudore , di esalazione o di putrefazione come le pulci, i topi e altri vermiciattoli, non furono in questa giornata sesta creati formalmente, ma potenzialmente e quasi per via seminale. » Corn. a Lap. In Gen. Comm. Cap. I.

[29] Che per influenza dei cieli sogliono generarsi dalla putrida materia della terra o dall'acqua. »

[30] Vedi Royli, Regni of Law, Ch. II.

[31] Vedi Mivart, Lesson. from Nature, A. Postcript.

[32] « Successivamente, gradatamente e lentamente posto in luce. » Pianciani, in Hist. Creat. pag. 47.

[33] « Le accennate perturbazioni della terra poteron recare qualche leggera modificazione ai corpi dei viventi. »

[34] Études rèligieuses, historiques et littéraires par des Pères de la Compagnie de Jesus. –” XII Année, Quatrième sèrie, Avril 1868.

[35] Jousset, Evolution et transformisme. Ouvrage précédé par une lettre du R. P. Monsabré.

[36] Stoppani, Sulla cosmogonia mosaica, XVI, pag. 205.

[37] Bulletin de lAcadèmie de Belgique, II. Serie, Tome XXXVI.

[38] Vedi ATGYLL, Reign of Law, Chap. V.

[39] Vedi Revue scientifique del 19 maggio 1888. Journal des savents del febbraio 1890.

[40] Asa Gray, Darwiniana, Darwin and is reviewers.

[41] ASA Gray, id. id.

[42] Asa Gray, Darviniana, Evolutionary teleology.

[43] Vedi Perrier, Le transformisme, Chap. IV.

[44] Savage, Religion of evolution. Mc Queary, Evolution of Man and Christianity .

[45] Joseph Le Conte, Evolution and its relations to religions Thought.

[46] Le Conte, Op. cit. The problem of evil.

[47] Grassmann, Op. cit. Monschon und Tierseele.

[48] Le Conte, Op. cit. The relatio of Mon to Nature.

[49] È a dire che l'anima esiste nell'embrione, da principio nutritiva, poi sensitiva e finalmente intellettiva. » Th. Aq. Summ. Theol. Qusest. 118, art. 2.

[50] « L'esservi sopraggiunta una perfezione maggiore, dà origine a un'altra specie... quando arriva la forma più perfetta, si corrompe la precedente.... la forma posteriore ha tutto che aveva la prima e anche più. » Ibid.

[51] « Pertanto altri dice che quell'anima stessa la quale unicamente vegetativa era, conducesi poi per la virtù del seme al punto in cui è fatta intellettiva non più per la virtù del seme, ma per la virtù di un agente superiore, ossia d'Iddio, che dal di fuori la illumina.... Ma ciò non può stare. » Ibid.

[52] Rosmini, Psicologia, Lib. IV, Cap. 23.

[53] Rosmini, Psicologia, ecc.

[54] Psicologia, Lib. V, Cap. 2.

[55] Psicologia, Lib. IV. Gap. 14.

[56] Le Conte, Op. cit. Relation of Agassizato Evolution.

[57] Vedi Powell, Op. cit., pag. 195.

[58] Asa Gray, Op. cit. Darwin and his reviewers.

[59] Animali in cammino, Powell, Opera citata, Lecture IV.

[60] « Che anche il mondo creato sarà renduto libero dalla servitù della comunione alla libertà della gloria de' figliuoli di Dio. Conciossiachè sappiamo che tutte insieme le creature sospirano e sono ne' dolori del parto fino ad ora. » (Versione del Martini, Ep. ad, Rom. VIII, 21, 22.

[61] Ep. ad Rom. VIII, nota, 33.

[62] « Tutte le creature sensibili conseguiranno certa innovazione gloriosa. » In Epistolas D. Pauli Espositio.

[63] « Per quanto n'è dato intendere hanno sufficientemente a cuore la salvezza nostra, sapendo che tanto più presto saranno liberati essi, quanto più presto riconosceremo noi il Liberatore. » Ambr. Comm. in Ep. ad Rom.

[64] « Che geme notte e dì soffrendo ingiustizie. »

[65] monere: organismi unicellulari ameboidi considerati da alcuni naturalisti del sec. XIX come la forma più primitiva di materia vivente e come il capostipite del regno vegetale e di quello animale per la presunta affinità con entrambe (Diz. Battaglia)

[66] Questo Discorso fu letto in Roma, nella sala della Società per l′Istruzione della Donna, presente S. M. la Regina.

[67] Parere intorno agli studi del P. Domenico Gravina sulla origine dell′anima umana.

[68] Il discorso fu tenuto alla Società per l′Istruzione della donna, in Roma.

[69] Mi par bene riprodurre questo Discorso nella forma in cui fu pensato e scritto per un pubblico francese.

[70] Sully Prudhomme.

[71] Il presente Discorso fu tenuto in Venezia , al R. Istituto Veneto, il 22 maggio 1898.

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Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2012