Antonio Fogazzaro

MIRANDA

Edizione di riferimento

Edizione di riferimento

Antonio Fogazzaro, Miranda, F. Casanova, Editore, quarta edizione, Torino 1889

Vorave dir e anca vorave taser,

Senza parlar vorave esser intesa,

E senza comandar esser servida

E senza far l′amor esser noviza.

                                  Canto popolare venexiano.

 

PADRE MIO,

QUESTO libro, nella prima tua vita, è stato una gioia per Te. Lo leggesti appena uscito del mio cuore, lo bagnasti di liete lagrime, gli apristi le vie del mondo sorreggendone i primi passi, seguendolo poi, con trepidazione, da lontano, godendo umilmente, con luminoso viso, ogni lode che raccolse, umilmente discutendo, con viso turbato, ogni censura.

Ma soltanto adesso, con la Tua potente visione di spirito. Tu hai potuto leggere tutto il libro nel suo fondo oscuro, veder gl′incerti pensieri, le varie fantasie, le passioni onde uscì verso a verso, lento e triste, portandone seco l′ombra; soltanto adesso, caro Padre mio, che meglio mi sai e meglio mi ami, non curando lodi né censure altrui, cingendoti, nella memoria, con le mie braccia, posandoti il capo in seno, più non osando guardarti, più non osando parlarti, lo consacro a Te.

Vicenza, 11 aprile 1888.

                                           Il figlio Tuo.

 

ALLA SIGNORA ERNESTINA V. W. [1]

Pareva segnato dalla matita dun umorista quel sentiero alpino che serpeggiava tra gli abeti, ora appiattandosi entro una macchia folta, ora guizzando nel prato aperto, spensieratamente curioso di ogni ruscello e di ogni precipizio, tutto ipocrita serietà quando si diparte dalla Strada maestra, tutto scappate e follie quando si gitta sul morbido tappeto del Campo dei fiori. Quanto a Voi, signora, colla snella persona serrata in un costume azzurro e grigio, coi capelli biondi un poco sdegnosi del freno, colle movenze, scusatemi, un poco rigide, parevate una figura di pennello antico, piena di pensiero e di fiera vita nella fisonomia, mirabilmente posata in mezzo ad una natura dalle linee taglienti, severa, fredda di tinte, oserei dire spirituale. Quella sera avevo l′onore di vedervi bella; poiché in Voi la bellezza è lume che viene e va a vostro talento. Lo lasciate talvolta a casa; quando lo portate con Voi, gli è che l′avete voluto. Si parlava di libri, di cose e di persone, io con molta foga e molta ingenuità, Voi con un tal fare nervoso, talvolta pieno di fuoco, più sovente di sarcasmo, scegliendo per gli epigrammi i tratti arcadici del sentiero, e per le brevi liriche quei passaggi scabrosi ed arditi dove solo il vostro stivaletto arcuato poteva posarsi con tanto audace disprezzo.

Ve ne ricordate ? Forse no. Me ne ricordo moltissimo, io. Se vi dà noia che i vostri capelli biondi e le ciarle d′un′ora oziosa vadano per le stampe, avevate mal scelto il vostro compagno di passeggio. Guardatevi da′ poeti, signora. Non uno della razza infida vi verrà accanto, che non sia tentato di rubarvi, onestamente, intera. Quando pensate avergli vòlte le spalle, siete già nel suo taccuino ideale coi capelli biondi, colle ciarle oziose, persino col guanto di Svezia entro il quale gli avete pòrta un momento la mano negligente. Da que′ taccuini si esce poi un bel giorno, vestiti di prosa o di versi, a viaggiare il mondo per conto del poeta, che si piglia la libertà di mutarvi il nome. Io non oserò tanto, né vi farò correre avventure, bastandomi dire brevemente come questo libriccino è nato.

Mi ricordo, dunque, moltissimo. Fendevate un pendìo vertiginoso, quando vi volgeste a me con queste parole : « Crede Lei che un′anima possa influire direttamente sopra un′altr′anima, senza la parola, senza lo sguardo e senza artificii magnetici ? »

Ma Certo » risposi, cercando un sasso fermo al mio piede.

« Perchè? « Il luogo non mi pareva acconcio a dissertazioni psicologiche, né risposi finché il sentiero non ripiegò a manca entro un grembo della costa. « Sarebbe proprio il posto », cominciai, « di raccontare una storia ».

Parve che non vi curaste di udirla, poiché, rompendomi le parole sulle labbra, mi mandaste a cogliere un fiore d′arnica montana. Vi portai il fiore, ora posso confessarvelo,

non senza un secreto dispetto. Quel fiore non era d′arnica; mi valse uno scroscio di risa argentine e parecchi motti pungenti. Non ebbi, signora, la temerità di pensare che le donne eleganti usano di spilli assai più per trattenere che per pungere.

Avevate palesemente il disopra nella scaramuccia di frizzi che ferveva tra noi, quando si giunse all′orlo della valle, non lungi da quelle due capanne appiccicate alla montagna come conchiglie alla rupe. Fu colà che, dato appena uno sguardo al baratro ombroso dove si vedevano biancheggiare le pazienti spire della strada maestra, vi faceste seria ad un tratto ; e, gittandovi a sedere sopra un macigno sporgente, diceste con voce vibrata: « Questa storia ».

Forse mi feci pregare alquanto, non me ne rammento bene. Certo vi dissi il semplice racconto con molta commozione, perchè ne ho conosciute le persone, e ci trovavamo allora nel posto dove, pochi anni prima, avevo veduto la donna tanto dissimile da Voi, il cui nome sta in fronte a questo libro. Era la mia rivincita; quella sera non avete scherzato più. La nebbia saliva dall′abisso, faceva freddo. Ci riponemmo in cammino. Dopo avermi mosse infinite domande « e com′era lui, e com′era lei, e quali gusti avevano, e cosa diceva il mondo di loro », come in un vecchio giuoco di società; dopo avermi fatto recitare alcune poesie di lui, profferiste il vostro ukase[2] « ch′io dovessi scrivere il racconto ».

Vi feci osservare le difficoltà grandi del compito. Non era in poter mio pubblicare i due libri di ricordi che formano l′essenza della narrazione, letti da me per favor singolare di fortuna. Avrei forse ottenuto (come avvenne) di pubblicare pochi versi contenuti nel libro di lui, non piccola impresa anche questa; ma nulla più. Quanto pallido un lavoro di memoria e di fantasia rispetto al vero! Quanto ardua cosa contraffare la penna di un ingegno borioso, ma non ispregevole, il cui nome, oscurato adesso per cause inutili a dirsi, brillò un momento di viva luce nell′Olimpo letterario! Ancora più difficile, vi dissi, mi sarebbe tornata la contraffazione di quella prosa femminile così delicata, così verginale nelle sue inesperienze. « La prosa l′imbarazza? » esclamaste Voi , « faccia dei versi ». Le donne riescono mirabili a recider nette le questioni con questa disinvoltura. « Faccia dei versi ! È assurdo, signora », risposi. Quando parlo di versi. Dio mi perdoni, esco facilmente da′ giusti limiti. Intanto eravamo giunti alla porta dellHótel R. Vi espressi con molto rispetto la speranza d′esservi compagno il giorno vegnente in un′altra escursione. « È assurdo, signore! » rispondeste Voi, e mi lasciaste lì sui due piedi.

Bene, ci ho pensato. Il tèma mi tentava molto e il vostro colpo di spada aveva tagliato meglio ch′io non credessi a prima giunta. Poiché pubblicare tali quali i due manoscritti era cosa da non pensarvi neppure, ed una contraffazione non avrebbe illuso i signori lettori di odorato fine, tanto valeva portarsi apertamente nella regione dell′ideale, affidandosi al verso che ne conosce meglio le vie.

Eccovi il libro. È pallido, pallidissimo, se volete; ma non fu concepito una sera nebbiosa presso alle nevi eterne? Dei due manoscritti non ho lavorato a lume di fantasia che la forma esterna; l′ordito ne lo porto inciso a segni indelebili nella memoria. V′ho aggiunto un preambolo colla onesta intenzione d′informare un poco il lettore dell′argomento, ed una breve chiusa colla intenzione pia di appagarne, per quanto mi è concesso, la curiosità, se gliene avanza dopo tanto cammino. Spero di non ritrovare le mie buone intenzioni laggiù nel lastrico dell′inferno, insieme al vostro proposito di mandarmi le Canzoni popolari del Vorderrhein.

Non occorre dire che il Libro d′Enrico risale ad una data anteriore di qualche mese alle cose narrate nel preambolo. Uno più abile di me avrebbe usato di date, onde porre in luce alcune coincidenze singolari tra i due manoscritti. Le date mancano negli originali, pure quelle coincidenze mi colpirono. Bastommi porre anche il lettore in grado di notarle, se crede, senza ciurmerìe che mi spiacciono.

Ed ora, quando avrete letto l′umile volume che passa le Alpi per Voi, non congedatelo, signora, come avete congedato me quella sera a San B. sulla soglia dell′Hotel R. « È assurdo! « Povero libro, non avrebbe neppure la consolazione di vedere il lampo del vostro sorriso malizioso.

Vicenza, 1 maggio 1874.

A. Fogazzaro.

LA LETTERA

 

Alla meridïana ôra di maggio

Sotto limpido ciel movonsi i pioppi

Tremoli e le distese praterie.

Chi sino a′ campi che l′aratro inverte

Non crede unito il mar della verzura?

Pure tra i fiori e l′erte occulti rivi

Parton l′ime radici. In fondo a′ prati

D′ingenti olmi difesa il tergo e l′ali

Siede una casa candida. Chi mai

Dall′arsa polve della via maestra

Ove sue cure il premono ed il tempo,

Beati non dirà gli abitatori

Di quella casa candida?

                                         Nell′alta

Sala di vecchie storie e di bizzarri

Stucchi adorna correano il vento e il sole

Dalle finestre e da capace porta

A mezzogiorno verso i prati aperte.

In un angol sedeva la signora

Maria trattando i ferri della calza;

Il dottor del villaggio a lei dappresso

Alternava il bicchiere e la gazzetta,

Or inarcando, or aguzzando il ciglio;

Ed una giovinetta lenta lenta.

Pensosa in volto, al cembalo venia,

Correva e ricorreva da un capo all′altro

I fragorosi tasti.

                           Allor Maria

II lavoro posò, posò il dottore

La gazzetta e tra lor parver mutarsi

Sommessi detti. Si levò ad un tratto

La suonatrice de′ suoi fogli in cerca

E quei sospesi tacquero; le note

Ricominciâro furiosamente.

Forte batteva alla fanciulla il core,

Le si oscurava il libro, a lor talento

Vagavano le man′ per un pensiero

Che subito la prese. Oltre l′usato

Frequente il vecchio medico venia

Ed era studio della cauta madre.

Soverchio studio, rivelar non chiesta

De′ colloquii le cause. Or le fu aperto

Che di lei favellavano. Allorquando

Il vecchio escito fu, quando lo sguardo

Si sentì sopra della madre sua,

Terror la strinse di parole ignote.

De′ suoni addoppiò l′impeto. Ma escita

Anche la madre e dileguato il lieve

Susurro de′ suoi passi, ella d′un tratto

Addietro cadde sul sedile, il freno

Abbandonò a′ pensieri impazienti.

Varcati appena i diciott′anni avea.

Le cingeva la fronte un vapor lieve

Di capei biondi, le pupille scure

Erano e grandi e timide. Nel fine

Suo labbro, nelle man′, nella severa

Grazia della persona rilucea

Gentilezza di sangue ; nelle vesti

Semplici senza studio ed eleganti

Gentilezza di sensi. Or, dalla chiusa

Mano sorretto il mento, ella pensava.

V′era dunque un segreto. Da più giorni

Di sua madre nel bacio e nello sguardo.

Nel volto del dottor v′era un segreto.

Or quel silenzio subito, quei baci,

Ora egl′insoliti sguardi tutti insieme

Le gridavano al core « Enrico, Enrico ! »

Quale dolcezza mai, quale sgomento

Sentirsi dentro a divampar l′amore,

Sentir che il primo e l′ultimo sarebbe,

Ch′era segnata la sua sorte in terra!

Ella vedeasi avanti il giovinetto

L′ultima volta che dal vecchio zio

Dottore alla città fece ritorno.

Era quel viso pallido, quegli occhi

Non obliati mai, quella man fredda

Che un istante di più strinse la sua.

Quel rotto accento di volgar saluto.

E ripensava i dì, l′ore, i momenti

Quando lenta l′avvinse una malia

A cui non die′ il temuto nome, amore.

Soleva Enrico da città lontana

Venir l′autunno presso il zio. Con festa

Questi accoglieva il prediletto erede,

Orgoglioso del cor, dell′alto ingegno

Ond′era insigne. Il giovane in que′ giorni

Usava assiduo visitar la casa

Degli olmi, quando il noto ella sentia

Passo venir quasi esitante; quando

Ei sopra un libro o sopra un fior chinava

Vicino a lei la testa, quando gli occhi

S′incontravan, fuggiano in un baleno,

Per le viscere sue la molle fiamma

Rapida procedea,

                             « Miranda ! »

                                                     In piedi,

Al chiamar della madre, la fanciulla

Balzò arrossendo qual se scritti in fronte

I suoi pensieri avesse.

                                      « Andiam, Miranda,

Lungo i prati a veder se omai convenga

L′erbe falciar, mentre nitido il cielo

E la montagna chiara e l′aria asciutta

Ci promette sereno. »

                                       Poi che il padre

Di Miranda morì, sola il governo

Tenne de′ campi e della dolce casa

La signora Maria, che, per amore

Materno, il mite ingegno e la ritrosa

Femminil timidezza ad inusati

Virili studii volse.

                                 Ivano a paro

Lungo un filar di pioppi a cui di sotto

Gorgogliava sommesso un piccol rivo

Or cupo, or scintillante; si movea

Sul sentier l′ombra tremola de′ pioppi.

Silenziose e lente ivano a paro;

La madre qual chi pensa e vien cercando

Diffidi via di favellar, la figlia

Qual chi dubbie parole attende e teme.

« Sai ? » cominciò la madre « Adele è sposa. »

« Sposa? E lo sposo? »

                                      « Onesto, saggio e ricco.

Gran ventura le tocca. Un giovinetto

Certo ei non è, ma, figlia mia, vedrai,

Se del mondo tu colga esperïenza.

Che alla pace del santo affetto eterno

Più i maturi dei verdi anni si affanno. »

Tacque Miranda e ′l cor le si stringea.

« Non credi ? »

                         « Adele dello sposo è paga ? »

« L′ignoro, ma giammai la madre sua

Sosterria di vederla irne ritrosa

A male accette nozze. O mia diletta,

Noi vecchi illusi andiamo ognor di sogni

In aria ergendo fragili edificii

Pei figli nostri e l′avvenire incerto

Foggiamo a posta di speranze care.

Onde men päurosa da lontano

L′ora ci sembri che di sé deserti

Vi lasci il nostro amor. Ma sperde Iddio

I mortali disegni, e noi, se saggi,

Non raccogliamo le disciolte fila;

Pur che siate felici abbiale il vento.

In casa di tuo padre io giovinetta

Venni tremando allor che le sue tempie

Variavano già bianchi capelli;

E tu sai! Pur se penserà il Signore

Per altra via, mia figlia, benedirti,

Ringrazierò il Signore. »

                                           Fluttuava

II seno alla fanciulla e per le gote

Fiamme ardenti salian. L′accorta madre

Notollo e proseguì: « Sai che migliora

La bambina del fabbro ? Ora mel disse

Il dottor. Buon dottore! Egli è felice.

Enrico attende in breve che alcun tempo

La sua deserta casa gli rallegri.

Quale amor non gli ha posto e quale orgoglio!

Egli terrebbe a mendicar per lui.

Ben lo rimerta il giovane. D′eletto

Animo ognun il loda e di costumi

Candidi. Se il saver, se il forte ingegno

Aggiungi ond′è già chiaro, a pochi invero

Si potrebbe agguagliar. » Tacque un istante

La signora Maria come dubbiosa

E guardava la figlia, « Né gli nuoce

Il largo censo. » Trasalì Miranda.

S′affrettava in silenzio lungo il rio

Volgendo il capo all′acque. Ella sentiva

Dentro salirsi una confusa ebbrezza

E la premea con impeto per tema

Della madre presente e per l′istinto

Che la subita speme in tutti affrena.

Così toccâr l′estremo orlo de′ prati.

Ove li parte il mobile ruscello

Da′ curvi solchi. Per convolte glebe

Quattro bovi traean l′aratro, tardi

Occupando il terren coll′unghie vaste

Ed agitando la gran testa. Docili

Alla voce ed al pungolo, torceansi

In su a rifar la faticosa via.

Ed il gastaldo che seguia da lato

Il cammin dell′aratro, frettoloso

Venne, scoverto il capo, alla padrona.

« Si compiaccia venir Vossignoria

Sullargin del torrente, ove la piena

Ultima róse. Tutto si scoscende;

Stanotte pur ne rovinò gran parte. »

A Miranda la madre allor si volse.

« Tu ritorni? » le disse. « Sì.», rispose

La giovinetta, e verso la lontana

Candida casa torse il passo lento,

Di correr si struggendo e non osando.

Desiava il segreto avidamente

Della sua cameretta onde fidarvi

Il riso, il pianto che nel gonfio core

Le fervevano insieme. Quando escita

Ben si conobbe del materno sguardo,

Via sull′erbe volò. Cielo e campagne

Le rideano. Vedea di tenerezza

Pieno l′aspetto della vecchia casa;

E guardando da lunge il campanile

Dell′umile chiesetta del villaggio.

Un impeto sentì grato nel core,

Un ardore di fede e di preghiera,

Un oblio d′ogni cosa o vile o triste

Di questa terra. Al limitar fermossi

Della casa, si volse e all′infinito

Cielo azzurro le parve esser vicina.

Corse allo specchio, trepida guardovvi

Se ancor Miranda ell′era. Indi chinossi

Pietosamente ad una smorta rosa

Tra le pendule foglie reclinata

Fuor da l′orlo del funebre suo vaso.

Posava a piè del moribondo fiore

Una lettera. L′occhio indifferente

Non v′arrestò Miranda, ma seduta

Al cembalo tentando iva le corde

Giusta il capriccio delle inconscie mani.

Qual per subita luce di pensiero

Levossi e corse ad afferrar quel foglio.

Era per lei d′Enrico. Ella di botto

La man conobbe dell′amante ignota

Sino a quel punto, un tremito la prese

Da capo a pie, le si velar gli sguardi

E, toccando il suo sogno, ebbe paura.

Esitò a lungo, or volle, ora disvolle

Attendere la madre. Finalmente

Con industre pensier nella memoria

Le materne parole raccogliendo,

In assenso composele al desio.

Rapida corse al virginal suo nido

E, chiuso il chiavistel, tremando lesse.

Così dicea la lettera :

 

                                      — « Miranda!

V′han giorni nella vita in cui, qual nembo

Impetuoso, sugli umani arriva

La subita fortuna e tutti uguaglia

Nella gioia o nel pianto. Allor gl′ignoti

Cogl′ignoti favellano, servili

E altere mani stringonsi, ciascuno

Ha sulle labbra il cor. Così, Miranda,

In quest′ora solenne onde giammai

Non passerà la ricordanza amara,

Cadon tra noi le fragili barriere,

Le prudenze del mondo. A Voi si leva

L′anima mia, si china a me la Vostra;

Lo so e Vi parlo.

                             Quel povero vecchio

Che m′ebbe ognor per figlio suo mi scrive

Tutto misteri, scherzi e tenerezze.

Egli e la madre Vostra han da gran tempo

Il nostro amore inteso, han congiurato

Di renderci felici. Ah, se le umane

Sorti governa un Dio, mai non consenta

Che tanto fiera angoscia il cor V′opprima

Quale me strinse.

A tarda notte io scrivo.

Ad ogni tratto della penna dura

Un′ombra incalza la mia mano, un′ombra

Nell′anima mi sale. Avviluppato

Presto m′avrà. Perchè mentir? T′amai,

Piansi per te le lagrime vitali

Che ogni petto viril piange una volta;

Ebbro di te vagai per vie deserte

Tra la furia dei venti e della piova

A disbramarne la infocata fronte;

M′immersi al dì cadente nelle chiese,

Tra la folla, tra i canti e gli splendori.

Te sola udendo, te vedendo sola;

Ed or che mia saresti alfine, addio!

Dun uomo in mar lultimo grido è questo.

Lungo tempo credei che negligente

Di me Voi foste. Vi rimembra ancora

D′una sera d′autunno che all′aperto

Noi sedevamo sotto gli olmi? V′era

La madre Vostra ed altri. Il mio buon zio

Casi antichi narrava e dal suo labbro

Pendevan tutti. Voi nella notturna

Ombra fidaste; legger Vi potei

Il segreto dell′anima nel guardo.

Una cieca vertigine mi colse,

Sopra me stesso mi sentii levato.

Né salutarci quella sera osammo;

Ma, te partita, ritornai soletto,

Venni l′orme a baciar del picciol piede

Nell′erbe dietro alla tua lenta veste

A poco a poco sullo stel risorte.

E ti rimembra del sottil volume

Ch′era quel dì sul tuo ricamo? Il nastro

Posar trovai su questi versi ardenti:

« duando più ferve intorno a me la danza.

Quand′alto il riso nei conviti suona,

L′anima mia nella sua buia stanza

Di te, di te, solo di te ragiona.

Il dolor, la calunnia, i tradimenti

M′appresti pur, lo sfido, amaro fato;

Esser potrà il mio cor ne′ suoi cimenti

Da te, da te, solo da te spezzato ».

Forse quel nastro a caso vi posava;

Ma se così non fu, se tanto amasti,

Vieni, vo′ trarti dagl′ingenui sogni

Che la scïenza della vita sperde.

 

Te vinse il nome di poeta e ′l verso

Onde sul volgo ignobile mi levo.

Quando, fanciulle, un fato vi rivela

Quel libro di malie dove sottile

Penna ha contesto in fila armonïose

Ogni dolcezza che lo spirto inebbria.

Misere, il cor vi balza e nella mente

Sorge un re del pensiero, una bellezza

A cui nulla mortal forma ripugna.

Un′anima di fiamma ond′è commossa

Come giammai non fu l′anima vostra,

Né per gioia di mistici fervori.

Né per pietà di lagrime materne.

Ti venga innanzi allor questo poeta,

Ei giovane, tu bella, eccoti sua!

 

Crudel per te, crudel per me, saprai

Il falso iddio di quanta creta è fatto.

D′ogni alta cosa accendesi il poeta;

Ma son fugaci ardori onde s′appaga

Per la squisita voluttà, pel verso

Cui delirando crea. L′arte gli è cara,

Ma non n′è tocco il cor. È della mente

Un affetto sottile, arido, altero.

Solo amor che il divora e che lo sferza

È l′amor di sé stesso. Unico sogno

Che gli turba le notti, anzi l′aurora

A faticar lo trae pallido e smunto,

È il plauso della folla e dei potenti,

D′ogni capriccio la licenza impune.

Un fantasma di vita oltre la tomba.

Tale è il poeta. Come un re da scena,

Splendido incede tra il fulgor de′ lumi.

Ed or di forti, or d′amorosi accenti

Empie il teatro, suscitando flutti

Nelle tacite turbe. Indi per l′alta

Notte squallido al volgo si confonde.

Se abbagliar ti potè, povera illusa.

Da solo a sola or qui ti dice: « Guarda,

Vile tessuto è "questo manto, vile

Trastullo da fanciul questa corona;

Le parole magnanime mi spira

Il core no, ma un altro genio. Amarti

Questi non può. Abbandonami al mio fato,

Lasciami amar Desdemona stasera,

Domani Ofelia. Vieni, ascolta e piangi;

Ma quando il cocchio rapido, fanciulla,

Ti riconduce alle quiete case,

Non ti curar d′Amleto, se un istante

Il fuggente fanal te lo discopre

A piedi per la via, le desïose

Pupille fise in te ».

                                  Lasciami; un′ombra

In traccia d′ombre io sono e ′l mio sentiero

Si diparte dal tuo. Facile inganno

Di me t′accese, ma quand′io pur fossi

L′alto cor che sognavi, non potrei

Obliar sul tuo seno i baci ardenti

Onde in culla baciavami un′altera

Beltà, la Musa, e non saria giammai

Tutta per te l′anima mia!

                                              Rispondo

A mio zio. Che dolor, povero vecchio!

Anche di questa lettera gli scrivo.

Bionda e ritrosa al par di Margherita,

In mezzo ai prati come un fior cresciuta,

Dolce Miranda, addio. Talor due navi

S′incontran nell′Oceano deserto.

Arresta l′una presso all′altra il fianco

E palpita sull′onda; lente lente

Si disgiungono poi, s′affolla a poppa

Di qua di là tutta la gente: addio

Addio! Così noi c′incontrammo, ed ora

La nave mia selvaggi mari affronta

Che la vogliono sola; altre pacate

Acque ridenti ed altri dolci lidi

Attendono la Vostra. Allor che scende

A Voi sereno il sol, dite talvolta:

Povera lieve pellegrina, or forse

La travolgono i turbini ed il nero

Flutto su lei vittorïoso esclama.

Ebben, se il Dio che tentami è bugiardo,

Se il genio mi tradisca o la fortuna.

Misero, oscuro, abbietto, ancora tutti

Disprezzerò per quella ora divina

Che i profondi occhi tuoi pieni d′amore

Incontrarono i miei. » –

                                           Lesse, rilesse,

A poco a poco di languor mortale

Sentissi ascender per le membra un′onda;

Né l′assalse dolor, che la memoria

E l′intelletto uno stupor tenea.

Lentamente la lettera depose.

Stette in silenzio assorta nella voce

Dell′arator lontano e nell′aspetto

Dell′allegra campagna; lentamente

Ordin pose a′ suoi libri ed alle carte,

Uscì mutando come in sogno l′orme.

Alle case de′ villici avviossi.

Tenera accarezzò bambini ignoti.

Neglesse i prediletti e con tranquillo

Viso il ritorno della madre accolse.

Solo era il labbro pallido, lo sguardo

Attonito e la voce un′altra voce.

Notò Maria quel novo aspetto e tacque.

Ella credea sua figlia ancor non presa

Di prepotente amore e delle nozze

Intravviste turbata per pudico

Femminil senso e per la tenerezza

Della madre diletta e della casa.

Appena il sole ascese le montagne,

Uscîro in cocchio per solinga via

Cara a Miranda, ove soventi Enrico

A lor s′unia per meditato caso.

Gli animosi poledri, impazïenti

Del frenato galoppo, ivano il morso

Con fremiti scotendo e ′l cammin sodo

A paro tempestavano veloci.

Vaganti soffi pregni degli effluvii

Del folto biancospino e de′ vitali

Spirti di maggio mollemente in viso

Ventavano alle due viaggiatrici

Silenzïose. Quinci il monte e grigia

Sovra le vette la falcata luna;

Quindi pianure sconfinate, ombrose

Ed interrotto di lontani pioppi

Il limpido orizzonte si vedea.

Correvano, correvano i cavalli.

Una dolcezza dolorosa il seno

Gonfiò della fanciulla; allor lo spasimo

Sentì della ferita, allor del pianto

A soffocar la disperata piena.

Il mite labbro violenta morse.

Correvano, correvano i cavalli.

Fiso lo sguardo sulla via fuggente,

Ella vedeva repugnando invano

Passar, passar continüi fantasmi,

quel volto or grave, or sorridente, or mesto,

E le parole dello scritto amaro.

Correvano, correvano i cavalli.

Nel rombo eguale delle rote assorta,

Il suon della sua voce vi sentia

Ad ora ad ora, il suon de′ noti passi.

Il suon d′un fiume rapido, profondo.

Che supina sull′acque compiangenti

Se la portasse via, senza ritorno,

Verso un triste paese sconosciuto.

I cavalli sostâr, vani l′incanto.

E mentre passo passo davan volta,

La madre cominciò con un sospiro :

« Pensavo adesso una sera lontana

Ch′era meco tuo padre, e tu, fanciulla.

Tra noi seduta colle man plaudivi

Al correr de′ cavalli; e come in questa

Ora color che s′amano son pronti

A favellarsi de′ tempi remoti.

Noi parlavam del tempo in cui, Miranda,

Lasceresti la casa. Ben ricordo

Ch′egli diceva: – Non darò Miranda

A chi non l′ami (poveretto!) ed ella

Pria che la man concederà l′affetto. –

A questo nata egli dicea la donna.

E poi che de′ perigli e della incerta

Sorte pensosa videmi e commossa.

Disse : – Maria, fuggir la sorte è vano,

Accettarla convien. Se dell′affetto

Rette guidar sapremo le correnti.

Nè vota è questa testolina bionda,

Forse Iddio ne darà che la fanciulla

Non isbagli sull′ultimo e la sorte

Aspetterem sereni. – Ei m′ha lasciata

Sola. Quel che potei, feci, Miranda;

E colà dove ha pace, egli, lo spero,

È contento di me. Sui diciott′anni

Sei giunta. Iddio ti benedica! Quando

Anche dovessi andar lontana, Iddio

Ti benedica! » La fanciulla prese

Una man della madre e la stringea

Senza volger la testa, né far motto.

« Vedi? operosa è la mia vita ; sempre

All′incerto avvenir m′apparecchiai.

Ci vedremmo sovente, e chi a quell′ora

Più felice di me? »

                               Liete parole

La signora Maria disse con voce

Tremante. Né risposele Miranda,

Che tonando di botto le veloci

Rote toccar le selci del villaggio.

Sceser le donne a terra dirimpetto

Alla chiesa ed entrarvi. Paghi e lenti

Mosser di là i cavalli a′ lor riposi.

Pendeva un lumicino anzi l′altare

E riel buio s′udivano bisbigli.

Pregarono. Maria vide l′altare

Illuminarsi, vide la chiesuola

Riempiersi di gente e là davanti

Una cara figura inginocchiata,

Un bianco velo, una ghirlanda bianca;

Udì parole semplici, solenni,

Udì una voce da gran tempo estinta

Susurrarle all′orecchio in quel momento

Con tenerezza trepida « coraggio! »

Quando tornar nella tepida via,

Era scura la notte. Frettolosa

La signora Maria volgeva a casa.

Che a quell′ora soleva il buon dottore

Con lor ridursi a conversar.

                                                  Sovente

All′aprirsi dell′uscio trasalì

Miranda, quella sera ella temea

Vederlo e desïosa si ritrasse

Pria dell′usato alla sua stanza.

                                                       Appena

Varcò la soglia, che cader le parve

Una larva dall′anima e dal volto.

La sua storia sapean quelle pareti,

Sapeva i sogni l′origlier[3], sapea

Quello speglio nell′angolo le ingenue

Incertezze di lei che per amore

Prima venne a guardar s′ell′era bella,

Se graziose le apparian le vesti;

Ed or con lei parevanle traditi;

Tutto perduto, tutto inutil era,

Le vesti graziose e la bellezza.

Tra le pareti e il letticciuol depose

A terra il lume e si lasciò cadere

Sul davanzal della finestra aperta

Verso le vaporose praterie

Dalla luna immortale illuminate.

Ma sentendo l′odor del gelsomino

Da lei piantato che tendeva i fiori

A farle festa, il core le si strinse,

Dentro si trasse e pianse amaramente.

Venia la foga dei pensier col pianto;

E con subito slancio si levò,

Al letto corse, inginocchiossi, ascose

Il viso tra le coltri. A lungo a lungo

Stette così, né del dottore intese

Il passo lento e la commossa voce

Sonar di sotto. A tarda sera un′orma

Lieve salì le scale, il rumor crebbe,

Tacque un istante e l′uscio si dischiuse.

La madre entrò; balzò Miranda in piedi.

E quella grave in volto andò diritta

Alla sua figlia senza dir parola.

L′abbracciò, la baciò, soavemente

Le persüase di depor le vesti.

Amorosa nel letto la compose,

Spense il lume, baciolla un′altra volta,

E uscì tacendo a singhiozzar di fuori.

 

IL LIBRO D′ENRICO

 

PARTE PRIMA

 

I

Miranda, dolce nome.

                                         Ella sedea

Sul picciolo sedile a piè degli olmi,

Qual se le Grazie ve l′avesser posta.

Mio zio parlava del buon tempo antico;

Era scura la sera; io la guardai.

Larghe e rade sentimmo in quel momento

Goccie cader di piova repentina;

Ella surse la prima, io dopo tutti.

II.

Quando senza parlar prima incontrai

Gli occhi di lei, li vidi grandi e belli.

Il cor balzommi la seconda volta;

Ma quella sera mi si fece oscuro

Tutto all′intorno, di terror tremante

Vidi salir negli occhi grandi un altro

Mondo ed un′altra vita, in fondo in fondo

Un′anima ho veduto veramente;

Qui la pupilla mia da sé si chiuse.

III.

Venni a baciar nell′erba l′orme tue.

Non si doleano i fior dove passasti;

A destra e a manca lievemente chini,

Ivan di te a′ compagni susurrando.

Dicevano il color degli occhi tuoi,

Dicean delle tue vesti la fragranza.

Molle di piova ritornai, m′han detto.

IV.

Rassomigliano invan le tue parole

I ghiacci di quei monti ad oriente,

Poiché il tuo sguardo rassomiglia il sole,

Quando gl′incendia tutti da ponente.

V.

Tra i sassi a′ piedi della sua finestra

Mite reseda odora. Allor ch′io giro

Il canto della casa, la fragranza

Mi fa balzar il cor, e, s′è di notte

Buia, mi fa veder come alla luna

Il muro, il gelsomin, l′alta finestra.

VI.

Sull′acque furiose del torrente

Passavano d′abete ignudi tronchi.

Come un genio talor dentro mi spira,

Degli abeti parlai, della montana

Fonte che all′ombra lor forse discese

Dalle grotte natie. Dagli altri ottenni

Facile plauso; muta ella rimase.

Sdegnosa forse. Mai non mi favella

De′ versi miei, né sola una parola

Ebbi da lei di lode. Ah, se per gioco

In me volgevi le pupille brune.

Se di me ti vuoi rider, se non m′ami.

Mi amerai, piangerai, ti struggerai !

VII.

Quando nei rai del giorno moribondi

Si fa silenzio intorno a te sul vago

Ricamo china, e senza muover ciglio

Tu susurri una timida parola.

Sembra in alto la voce d′Ariele.

VIII.

Forse tu pensi che da′ labbri tuoi

Cadendo si dileguin le parole,

Come a sommo di placide correnti

Ad una ad una

Si posan lievemente aride foglie,

E senza ombra né segno

Fuggono mute sulla queta via.

Invece in me discende

Ogni suon della tua voce soave.

Siccome cosa grave

Scende per acque immobili e profonde.

Presto al guardo s′asconde

E nell′imo si posa.

IX.

Ella suonava il cembalo e le corde

Raccontavan l′affetto in lor favella

D′uno nell′ombra dietro a lei seduto.

T′ama, diceano tenere, sospira;

Il cor, diceano gravi, gli si frange;

Volgiti a lui, seguivano scherzando;

Se t′ha compresa chiedigli, sorridi;

Sull′agitato sen gli piega il viso,

Finiano[4] dolcemente, attendi e taci.

Quindi sclamar pareano tutte quante.

Dicean di rotti accenti e di singhiozzi

Impeto fiero che ogni freno ha vinto,

Virili braccia intorno a lei serrate.

Lo scoppio di due cor, l′uno sull′altro.

A quel modo suonar mai non l′intesi;

Quando levossi, né lodarla osai.

X.

Siccome un prato sotto il sol che passa

Da nube a nube, ella si cangia in viso.

Semplice fanciulletta appar talora,

Giovin donna talor grave, pensosa.

Pur ne′ capegli suoi tra bruni e biondi

Van folleggiando sole ed ombra insieme.

XI.

È mezzanotte, né trovar quiete

Pón le mie membra. Presso al suo ricamo

Oggi rinvenni tra le sparse lane

Picciol libro dorato. Il nastro bianco

Era confitto a questo canto acceso

D′estrania musa. Il lampo d′uno sguardo

Me lo raccolse nella mente intero :

« Quando più ferve intorno a me la danza,

Quand′alto il riso nei conviti suona,

L′anima mia, nella sua buia stanza.

Di te, di te, solo di te ragiona.

« Il dolor, la calunnia, i tradimenti

M′appresti pur, lo sfido, amaro fato;

Esser potrà il mio cor ne′ suoi cimenti

Da te, da te, solo da te spezzato ».

Miranda entrò in quel punto, ed una vampa

Le corse di rossor fino a′ capelli,

Enrico, dunque le dirai che l′ami ?

La fiammella del lume oscilla e nega:

« Soffri, poeta, ma rifiuta indegni

Ceppi di te che ad alto fato aspiri ».

Io chino il capo, chiudo gli occhi, e penso

Che nel mondo dei sogni esser vorria,

Sotto la luna andar con lei soletto,

Le sue mani sentir dentro le mie.

Parlar, parlar d′amor teneramente,

E le parole si portasse il vento.

E se quel nastro a caso vi posava?

Su tutta è vana illusïon la mia ?

XII.

Domani vado via.

Una pallida rosa

Guardavi pensierosa;

Quale segreto mai

Nei petali celava?

Mesta, di te più assai,

La rosa ti guardava;

Qual segno arcano v′era

Nella pupilla nera?

Domani vado via.

XIII.

Iersera ti lasciai

Col sorriso sul labbro,

Indi tutta la notte lagrimai.

Or, a te accanto assiso.

Sento il tepor delle tue gote in viso,

E l′aura delle fini

Chiome odorose; il morbido

Tocco mi fa tremar della tua veste.

Sogno è la vita vana;

Tu sei lontana.

XIV.

Mai tanto la città non fu deserta.

Gente non è che passa nelle vie;

Agli occhi miei son ombre, e lor favella

M′è sconosciuta. Nel mio cor v′ha un mondo

Sì bello e grande, che ho quest′altro a sdegno.

Quando soletto seggo meditando

L′indocil verso e le sconvolte fila

De′ miei pensieri, m′affatico indarno ;

Presto m′esce di man la penna inerte.

Così, d′estate, allor che a mezzogiorno

Brucia il sole terribile, ogni cosa

Nella campagna squallida si tace.

XV.

Entrai stasera in chiesa. Sfolgoranti

Ardeano i ceri dell′altar maggiore,

Per le buie navate si spandea

Sovra la curva folla dei devoti

Trionfante dell′organo la voce.

Colà, mentre ciascun pregava Iddio,

Chiuse le ciglia, nel pensier di lei

Mi profondai. La musica solenne

Piena d′amor parevami e di pianto

A me solo parlar. Non ho pregato;

Da lungo tempo la preghiera ignoro.

Ma pure, uscendo tra le turbe, ancora

Nell′anima ho sentito la dolcezza

Dei dì perduti, quando, pio fanciullo,

M′inebbriavo della fede ardente.

XVI.

Sino ad oggi il mio cor quant′era duro!

Ed or dell′infelice che mendica,

Del misero augellin che non ha cibo,

Ognor mi prende una pietà profonda.

XVII.

Passano i giorni l′uno all′altro eguale,

Né mi giunge di lei novella alcuna.

Stamane al primo di balzai dal letto

Per un furor che subito mi prese.

I miei libri afferrai cari e negletti ;

Ad uno ad un gli apersi tutti e tutti

Gl′incominciai, ma legger non potei.

Più non sentivo nei poeti antichi

Le delicate veneri dell′arte;

Il più grande poeta in petto io sento.

XVIII.

Dal bianco cielo discende la neve

Continua, lenta. M′era cara un tempo,

Quando involvea degli alti suoi silenzii

L′acre lavoro dell′acceso ingegno;

Quando, la notte, dalle vie deserte.

Folle coorte di bizzarri amici.

Nel baglior dei teatri irrompevamo.

Malinconicamente or guardo e sogno.

Sogno di molle primavera i primi

Languidi fiati e la campagna aperta.

Vita, vita! Desio persin la via

Umile, piana, tra le siepi ascosa.

Se vi si vegga e vi si senta aprile.

Fuor da′ tepidi sassi il filo d′erba

Tremando al vento mi direbbe « anch′io

Alle piante, alle nuvole, al sereno

Racconterei l′amore.

                                    Ah, chi mi dona.

Chi mi dona l′aprile? Oggi son triste.

XIX.

Da molto tempo non apersi il libro.

Tutto m′irrita, l′ozio ed il lavoro;

E, stanco, di posar non trovo loco.

Nell′inerte pensier richiamo a stento

La sua voce, il suo sguardo, il suo sorriso.

T′amo, sì t′amo, ognor mi sei presente !

Stasera danno il Faust. Furbo dottore,

Si comperò coll′anima l′amore,

E poi gabbò l′inferno

Che venduto gli avea merce rubata

Al Padre Eterno.

Ci andrò. Lo spirto mio sete ha di canti.

XX.

Quando piena d′amor l′anima, i sensi,

Voci e sospiri Margherita effonde

Ai rai voluttiiosi della luna.

Mi si abbuiò la vista e l′intelletto.

Mefistofele, ridi ? Fatti frate.

La via del paradiso hai loro appresa.

Ed or che lenta sovra i muti amplessi

Scende la tela, sovrumano un canto

Copre i susurri della folla, opprime

L′atroce ghigno del demonio e dice:

« Ah, godano l′amore, avranno il pianto

Amar, soffrire, altro non è la vita ».

Uscii, m′immersi nella notte, errai

Per laberinti di solinghe vie.

Rapido andavo e dove non sapea.

A fianco, a tergo mi seguiano voci :

« Amor, mistero, chi sei tu, se d′ombre

E di larve fantastiche t′appaghi? »

« Follia », mi susurravano, « follia

Di mente sciocca, vacuo profumo

Senza il liquor che nelle vene avvampa. »

Io fuggivo. Da splendide finestre

Ecco balzar la melodia che folle

Pria sulle corde salta, indi sospira

Voluttüosa ad esse intorno e chiama

Margherita a danzar. Vieni, dicea,

Inèbbriati! Ristetti. Sulla soglia

Dell′atrio illuminato un mazzolino

Giaceva. Lo raccolsi, ed in quel punto

Mi risovvenni d′un olezzo istesso.

Di Miranda, dei palpiti miei primi.

D′un fior che le donai là sotto gli olmi.

Mi ritornò nell′anima la pace.

XXI.

Benché rivesta il mondo primavera,

Pur mi sembra che tutto si scolori.

Come ritorna tacita una spiaggia,

Calati i flutti dell′alta marea,

Così è fatto il mio cor muto e deserto.

XXII.

Come mai, come mai! Chi l′avria detto?

È ver ch′ell′ha due grandi occhi celesti,

È ver che sulla sua candida nuca

Folleggian vaghi ricciolini biondi.

Che argentino è il suo riso e la sua voce

Tenera; che soventi ella mi guarda,

Che mi stringe la mano alla sua guisa;

Ma quest′oggi soltanto me n′avvidi.

XXIII.

Divengo io pazzo? Come splende il sole?

Come ride la gente nella via?

E come questa lettera si frale

È di ferro ? Con ambe man mi stringo

Le tempie. È vero, splende il sole, allegra

Passa la gente nella via, la lettera

È ben di ferro. Non potrebbe Iddio

Far che lo scritto non sia stato scritto.

« Miranda avrai, morrò felice, vieni, »

Scrive mio zio. La lettera mi posa

Davanti. L′una dopo l′altra ascolto

L′ore suonar. Gridar vorrei: fermate!

No, no, no, mi rispondono.

                                                   Così!

Si annera il ciel di nuvole, da lunge

Romba il tuono ed un soffio repentino

Giunge stridendo, sbatte imposte e vetri.

Fuori ! Perchè nelle selvagge furie,

O Madre, e negli amor teco s′accende

Questa polve ch′è tua, pel dolce verso

Che di te canta, ispirami. Natura!

XXIV.

Lungo le case giallastre, squallide,

Curvi fuggiano

I viandanti;

Lampi infocavano

La via davanti;

Il vento a tergo m′urtava, urlavami

Avanti, avanti!

Siccome foglia che in alto balza,

Siccome flutto che spuma e s′alza,

Qual procellaria che slancia l′ale,

Tripudia e sale,

Battea, batteva, di gioia torbida

Il cor gonfiavasi.

Avanti , avanti!

Fuor dalle mura!

Piangeano gli alberi.

Rade, sonanti

Goccie cadeano;

Qua del poeta in fronte l′impeto

De′ tuoi vitali baci, Natura!

Pallido, anelo,

Dai misti strepiti di terra e cielo

Gridar sentiami;

Libero, libero!

Liberi canti, liberi amori.

Tempeste, ardori.

Fior dalla polvere.

Polve dai fiori.

Libero, libero!

XXV.

Scrissi, è finito. Pure il cor men dolse!

Ella era bella e gentil nome avea.

Vorrà obliar sì presto il primo amore?

Amar, cercar la donna che si sogna,

Delirare, obliar, amare ancora!

Questa d′ogni alto spirto è qui la sorte.

Oggi Ofelia, Desdemona domani!

Non sa l′ignobil volgo che ci accusa,

Qual divino fantasma ne tormenti.

È un altro amor che dentro a me matura.

Un foco ardente che m′inebbria i sensi,

Sogni non ha, non ha mestizie e brucia.

XXVI.

Voluttüosa è la sua voce, arguta

La sua parola; ma se tace e ride,

Ella è tutta carezze, tutta riso.

Tutta malizie dai capelli folli

Della fronte al piedino irrequïeto.

XXVII.

Dalle cortine opache un fioco lume

Si diffondea; levissima fragranza,

Qual d′un fior che passò, l′aria serbava

Né quasi udii sul morbido tappeto

Il picciol piè venir quand′ella apparve,

Rosea nel volto, le cineree chiome

A tergo effuse sul velluto nero.

Nel toccar quella mano delicata

Che dalle bianche trine ignuda escia.

Toccar mi parve l′ombre d′una volta,

Quando, fanciullo, sulle carte oscure

Io vigilavo de′ poeti antichi,

E dalle smorte pagine sorgea,

Misteriosamente sorridendo,

Qualche fantasma di bellezza molle.

Da quelle soglie mi partii com′ebbro,

All′onda della gente mi confusi

Per le vie più frequenti. Camminavo

Con la test′alta e rapido. Lo sfarzo

De′ sfolgoranti fondachi, il possente

Muggito della folla, degli arditi

Cavalier l′alterezza e delle dame

In fondo a′ cocchi fulgidi supine,

Tutto era polve per l′orgoglio mio.

Mio zio mi scrive irato acerbe cose,

E rivedermi nega ov′io non muti

Pensier. Mutar pensiero? Adesso è tardi.

XXVIII.

Bambino, invêr la luna

Agitavo le mani picciolette,

E chiedea, chiedea l′ale

Per salir dalla cuna

A disfiorar con elle il vago argento.

Fanciul negletto, oscuro,

Talora un acre foco mi struggea

Per le ebbrezze del mondo e gli splendori.

Ed or l′ali mi sento,

Ed or, mondo, sei mio.

Col fascino del verso

Ti traggo; a me la gloria, a me gli amori !

XXIX.

Dentro la nera terra in Orïente

Chiudono i rai del sol, future gemme.

O libro, qui ti chiudo; a′ dì venturi

Nelle tue brevi pagine raggiante

Vo′ ritrovar la giovinezza mia.

PARTE SECONDA

I.

Riapro il libro. Corsero quattr′anni

È torbido il diamante.

                                       E tu sei spento,

Primo fior della gloria!

                                        Di′, chi attendi,

Stupida folla? Scimmie curïose.

Voi correte a guardar il viandante

Che dal paese dei fantasmi arriva.

Rumor gli fate intorno, e quando, al tocco,

Di carne e d′ossa lo sentite, vòlte

Le code, vi sperdete. Indi taluna

Di voi maligna torna e vien provando

A tergo in lui l′ignobil dente e l′ugna.

Ora che libraio cupido v′annuncia

Novelli versi e merca il nome mio,

Fremer vi sento intorno negli agguati.

II.

O critico, i miei versi erano un groppo

Di puledri dall′anima di foco,

La testa, il crin, le quattro zampe a′ venti.

Tu lor getti il capestro e lor misuri

Col palmo i nervi. Bada a te, per Dio !

Hanno sangue di re, né voglion plebe

Attorno ignara di speroni e sella.

Or che li hai misurati e palpeggiati,

Critico, alla tua guisa li vorresti.

Meglio, forse; ma fècili alla mia.

Dunque dentro al cervello piccioletto

Tu pur serbavi piccioletta stilla

Di poesia? Sta bene, or vanne altrove;

Lascia gli uguali giudicar gli uguali.

III.

E tu, lode, che sei? Mi vieni innanzi

Pomposa, ossequïosa e sorridente,

Qual dama entra nel ballo e si sprofonda

All′ospite davanti, indi maligni

Susurri sparge con mutato viso.

In questo falso mondo ove la fama

Mi collocò, tra questi amici illustri.

Di vanità e scienza otri gonfiate.

Che nulla ammiran più, lode, un insipido

Frutto sei. Non ti compero ogni giorno?

Non son io pur di questo branco l′uno?

Ho strisciato a′ lor piedi, m′han raccolto;

Or son cresciuto e d′uopo è ben ch′io paghi.

E gli altri? Chi tra l′elegante volgo

Che mi addita e mi spia, che di smodate

Lodi mi opprime e nelle vie si ostenta

Mio familiar, che delle pingui mense

Mi vuol compagno ed insolente chiede.

Siccome flutti al mar, versi al poeta,

Chi mi comprende? Chi l′aspro travaglio

Indovina dell′arte, il pertinace

Riluttar dell′indocile parola,

I languori del genio? Amano il canto

Armonïoso e quelle dolci corde

Che non chieggono mai sospiri invano;

Ma il magistero occulto, a cui l′accesa

Fantasia serve, ignorano, ed oscura

È lor l′altezza ov′io maggior mi sento.

Meglio il velen dei critici ed il morso.

IV.

Oltre il mezzo è la notte. Argentea luna.

Dalle squarciate nuvole mi guardi.

« Poeta, » dici, « indarno ti cercai.

Ove fosti ? » Passò, candida luna,

L′ora passò dei nostri dolci amori.

Tra illustri mura fui, tra fiammeggianti

Doppier, vestito a lutto; a cavalieri,

A dame lessi gl′ispirati versi.

Te pur cantai, perdona, eburnea luna.

Ebbi la ingrata lode degli stolti.

Ebbi il silenzio de′ pedanti arcigni,

Ebbi teneri sguardi, ebbi sorrisi

E ferite d′occulte gelosie.

Or nella solitaria ombra mi prende

Una stanchezza, un triste scoramento,

E sentendo salir l′allegro canto

Degl′ignoti che passan per la via,

A te, divina, levo gli occhi e piango.

V

V′è al mio paese una caverna oscura;

Apre la bocca in mezzo alla verzura.

In alto il gaio fianco alla montagna

Limpido rivo spumeggiando bagna,

Salta e ride tra i fior. Ma ad ora ad ora

Una segreta lacrima ch′ei plora,

Per cieche vie penetra

Sino alla grotta, imperla i tufi, oscilla.

Cade lasciando un atomo di pietra,

Sotto la vita che fuggendo brilla,

Così segretamente, stilla a stilla.

Tu cresci, o libro mio.

VI.

Leggevo Esiodo il casto e santo. Ancora

Accanto al letto la lucerna ardea.

Quando m′escì di mano il libriccino

Per sopor che mi vinse. Brevi istanti

Corser. Balzai dal sonno ed ascoltai.

Eran voci dolcissime, lontane

Negli alti cieli.

Un crepitar del lume

Ruppe l′incanto e tutto fu silenzio.

Passarono, pensai. Sotto le nubi

Inneggiando passarono le Muse,

Notturne pellegrine.

Il cor batteami;

Invan tentai fermar nella memoria

Le divine parole; ne rimase

Appena un′eco languida. Pregavano

Per me l′Eterno; e mi parea la voce

Non ignota.

                      Pregavano l′Eterno

Per me. Fosse pur sogno, il sogno turba.

Credo in Dio, sprezzo gli uomini, e simile

A Lucrezio poeta in core ho fermo

Ch′Ei non ci curi; insieme agli altri folli

Sdegno piegarmi nella polve invano.

E pur talvolta la dottrina amara

Dentro mi rompe un impeto d′affetto

Per Lui, talvolta mi ricordo e giuro

D′averlo amato ancor, d′averlo inteso.

Non so dove né quando. E, se le umane

Anime tutte migrano alla terra

Da un′altra stella, sento che il poeta

Era colà maggior di questa greggia

Che or gli brulica intorno, e repugnaute

Cadde con essa; poiché angoscia mai

Non par la prema dell′aere grave

Onde quaggiù s′affoga, e pronta e sciolta

Cammina sulla terra ove il poeta

L′ale inutili trae risibilmente.

Pregavano l′Eterno, È gran follia.

Ma non m′esce del core il dolce sogno.

VII.

Ella di versi mi parlava, ed io

Stavo a guardar la perla ch′ella avea

In una vaga crocellina d′oro

Pendente al seno tra le aeree trine

Della veste dischiusa. Passò un lampo

Negli occhi suoi. Ver me piegando il viso.

Mi favellava con voce sommessa

Di turbamenti, di malinconie

E dell′arido mondo in che vivea.

Ed io pensavo ch′ella ben vorria

A quella vaga crocellina d′oro

Figgere, invece della perla, un alto

Cor di poeta, e farne mostra altrui.

VIII.

Men soavi son forse i baci suoi,

Le sue carezze?

                            Ma lo sai, poeta;

Talora in mezzo della stessa ebbrezza

Sorge un amaro che tra i fior tormenta.

Se mi copra l′oblio, se a mezzo il corso

Il mio genio si stanchi, ah su qual seno

Posar la testa? Ove trovar per tante

Vanità dileguate un cor fedele ?

Donna, deh menti, di′ che mi amerai !

IX.

Diletta mia, poiché a teatri, a balli

Teco m′hai tratto, poiché avesti il verso

Desiderato che alle genti apprende

duale un genio t′amò , quale di tepidi

Molli capei voluttiiosa un′onda

Il sen t′ingombri e le marmoree spalle.

Quando li sciogli, addio! Vo′ prevenirti.

X.

Eppur conviene amarle ! Hanno portato

A cielo i versi miei, nò alcuna d′esse

Men di quindici di tenne il volume

Sulle tarsie del tavolin di Francia,

Tra dolci e fiori, candido, odorato,

Qua e là sgualcito delicatamente.

Come dal tocco lieve delle fate.

Fosse per forza, fosse per amore,

I cortigiani vennero al libraio.

E versi e guanti costami la fama.

L′ho cercata per voi! Quale sottile

Odor, che in urna cristallina strinse

Artefice valente, c′innamora

D′un fiore ignoto senza uguale in terra,

Così ad amarvi fantasia m′ha tratto.

Vasi d′ogni eleganza e d′ogni grazia!

Or nel profumo sento i fiori uccisi.

Li avete disseccati e distillati;

Grazie traeste di natura estinta,

Traeste arguzie da distorto ingegno,

O vostro o d′altri; sino all′elegante

Semplicità di vesti, onde suggello

Vi fate, una sottile arte v′insegna.

O Dive, questo ancor pesa al poeta;

Non sapete appassir come la rosa

Poi che fu cólta! D′uno in altro amore

Intatta passa la bellezza vostra.

XI.

Diana! Chi è dessa che così mi scrive?

Si dice inglese e d′alta stirpe. È forse

Ecate istessa. Mi rammenta i primi

Abbandonati amori e di rampogne

Acri mi punge. Povera Miranda!

Lo scritto vien da′ liti di Toscana.

Le sieno miti i flutti e l′aure estive,

E benigne le amiche, a cui nell′ora

Del tramonto confida in riva al mare

Le ricordanze tenere. Focosa

È questa Diana e molto ingenua, certo

Giovane assai. Vorrei, signora Diana,

Conoscervi; vorrei, quando lo scritto

Non sia da burla, dirvi che v′illude

Cor giovanile, se vi par felice

Il rannodarsi d′esto fil reciso.

Sarà ancor bella? Le immature forme

Le avran quattr′anni arrotondate, o forse

Ne chiede il dono a Venere tirrena?

Con quella mano fine, quel sottile

Piè, quello sguardo e la velata voce,

Una regina timida parea.

XII.

Delirare, oblïar, amare ancora!

Ella sognava un genio alato e mesto,

Che la facesse piangere d′amore,

E sul seno immortale indi raccolta,

Se la traesse via pel cielo a volo,

Il perdono di Dio seco pregando.

Io sognavo una donna che mi amasse

Senz′ali, senz′aureola, e morituro.

E, simili a sonnambuli, andavamo

L′un verso l′altro colle braccia tese;

I primo tocco ne destò ambedue.

Aperti gli occhi, mormorai: « perdoni

Ella cennò del capo e ci partimmo.

XIII.

Bel tramonto d′inverno! Quanto foco

Vermiglio in cielo, e sulla terra ombrosa

Quanta neve azzurrognola! Un poeta

Grande quel cielo con la luce ha scritto,

I famosi miei versi arder vorrei,

Freddo artificio d′impotente stile

E di torpida lingua, misurarmi

Con quel poeta, chiedergli la luce

Per una sfida !

Quanto ardor nell′anima,

Quanto gel nella misera parola!

XIV.

Susurrava la selva ed agitava

Le verdi chiome redivive appena

A me d′intorno sul pendio del monte,

Ivan tra l′erba folta rivi limpidi.

Spumeggiavano al sol le cascatelle,

Gorgheggiavan dall′alto i capineri.

Ero solo; né Driadi né Amadriadi

Stavano meco ad ascoltar; ma certo

I capineri, l′acque, la foresta

Parlavan tutti insieme a qualche amico

Spirito, e ciaschedun parea volesse

Vincer di voce tenera i compagni.

Arsi allor di confondervi la mia.

In piè levarmi e dir versi soavi

Più che il gaio ciarlar d′acque, d′augelli

Versi soavi ch′anima vivente

Non udrebbe giammai. Qual che tu sia.

Spirto, cantar per te, calcarsi a′ piedi

La gloria umana! Sento che governi

Tutte le voci di natura, sento

In te l′oscuro amor della pensosa

Mia fanciullezza cui traesti il verso

Onde, scoppiando in lagrime, m′intesi

Per sempre tuo, malgrado l′ore ingorde.

La fortuna e la tomba ! Oh sino al giorno

Che, trepido venendo e riverente

Sul limitar delle segrete cose,

Io vegga la tua forma innamorata,

Cantar per te, solo per te ! Allorquando

Questo limo si sciolga e del poeta

Ogni atomo trascorra nella danza

Della vita universa, sovrumano

Il canto moverà dalla sua tomba.

Siccome in chiesa d′organo un compianto,

Se l′ombra il curvo suonator nasconde.

A me pareva entrar nella natura

E la natura entrare in me; profonda

Quiete m′invadea. Di bianche nubi

Meridiane intanto si velava

Il sole, illanguidiano per le frondi

Della selva e per l′erbe i rai dorati,

Rivivevano rapidi a lor sito.

Si spegnevano ancor. Dalla montagna

Forte soffiava il vento e le fuggenti

Nuvole presto avanti a sé disperse.

Così, pensai, di vane ombre turbata

Era l′anima mia ne′ primi ardori

Di giovinezza; torni ora la pace.

Al di là della tomba è la tua gloria.

Anima mia, lo sento; e non per eco

D′umana lode che ti segua. Il nome

Deporrai, vacua spoglia, e quanto vela

Quaggiù l′essenza tua. Quindi, sdegnosa

Del lido angusto che ti tenne, a Dio

Ti leverai possente genio, ignudo

Amore e fantasia, d′astri splendenti

Creator nel suo Nome e nel suo Spiro.

Dio, così credo, lagrimo, t′adoro.

XV.

Ardo per ogni vena. La rividi

Stanotte in sogno, lei che prima amai.

Molti eravamo sopra una montagna

Solitaria tra squallide scogliere.

C′era mio zio, sua madre ed altri volti

Che mutavano sempre. Ella scherzava

E di quel dolce suo riso ridea,

Negligente di me che la seguia

Ovunque indarno. Avea fiori a′ capelli,

Avea perle agli orecchi e, non so come,

Dal lembo estremo della veste azzurra

Le uscia la punta del piedino ignudo.

Meutr′ella folleggiava e amaramente

Io mi dolevo del crudele oblio.

Mi si appressò una maschera. « Son Diana »,

Dissemi piano: « ella mutò, qual vedi ».

Allor me la trovai d′un tratto a fronte.

Sparvero gli altri. Subito conobbi

Perchè eravamo in quel paese triste,

Ma nol rammento. Non avea Miranda

Perle agli orecchi, non avea più fiori

Alle chiome. Gittommi ambo le braccia

Intorno al capo, a sé m′avvinse e china

Sulla mia fronte mormorò con voce

Che sensi e mente a ricordar m′oscura :

« Quando più ferve intorno a me la danza,

Quand′alto il riso nei conviti suona.

L′anima mia nella sua buia stanza

Di te, di te, solo di te ragiona ».

Caddi a baciar il suo piedino ignudo

Ch′era ferito e tutto sanguinava;

Onde in lagrime ruppi. Ella dicea:

« Vengo si da lontano! « Indi sommesso:

« Per te, per te, solo per te ! » soggiunse.

Folle d′amore mi destai. Sentivo

L′aura odorosa della sua persona,

La indicibil dolcezza del suo tocco.

Piangendo e delirando ripetea:

Per te, per te, solo per te ! La stessa

Vita avrei dato per sognare ancora.

Balzai dal letto, divorai le prime

Pagine d′esto libro. Era tra quelle

Il foglio ancor dov′io con paziente

Studio scrissi e riscrissi il folle addio.

Perchè scriver così se un′altra amavo ?

Mi guardo dentro, vedo buio e tremo.

Anima mia, sei tu perversa? E questo

Disprezzo istesso che di me mi prende.

Saria fugace ed infecondo istinto ?

Quando il poeta io le pingea, credetti,

Per apparir magnanimo, mentire ;

Ho forse inconscio confessato il vero?

Fantasia, fantasia, funesto dono.

Sei tu che tutto fingi, amor, disdegni.

Pietà, sensi gentili, alte speranze.

Tutto, tutto? Ed il core, o mentitrice,

Altro dunque non è sotto i tuoi veli

Che un viscere deforme? Oh no, gli è pianto,

Largo pianto che sgorgami dagli occhi;

Benedetta ogni lagrima ! Mi sembra

Che dentro a me qualcuno si risvégli,

E dolce parli : « Mi credevi spento ? »

Si strugge il cor di tenerezza, è questa

Di me la miglior parte che favella.

Struggiti, core; lagrime, sgorgate

Come fonte montana inaridita

Durante il verno, che di maggio erompe

A sprazzi, a fiotti sull′antica via.

E il primo amor che dentro a me ritorna,

D′ingenua giovinezza mi rinnova.

XVI.

Dunque un fato lo vuol! La prima volta

Dopo tacer si pertinace, scrive

Mio zio; tre sole sillabe: « T′aspetto ».

 

Il Libro di Miranda

Queste candide pagine a Miranda

Dona la mamma, perchè l′ore liete

Ella vi segni de′ suoi dì venturi.

I.

METTO qui una fogliuzza di geranio,

Che stamane trovai tra vecchie carte.

Povera mamma, solo i fiori ha presi.

Ora liete? Non so; quando verranno?

E da questo libretto rinserrato

Per tanto tempo esce un odor sì triste!

Già non l′amai perchè fosse poeta;

Povero, breve è l′intelletto mio.

Io cerco dentro a me, penso e ripenso.

L′amai, null′altro. Non m′ha conosciuta.

Ei maggior che non sono mi credea.

Quando mi amava, quante cose amava!

I suoi libri, la musica, le stelle,

I fiori, le montagne; ed io, lui solo.

Quanto è il suo cor più grande !

II

Mamma, è vero,

Dolci parole non so dirti mai.

Se m′avesse sposata, io le serbavo

Per lui. Di baci son mie labbra avare,

Ma le mani ogni sera, ogni mattina

Io baciate gli avrei, tutti i momenti.

Se l′avesse concesso. Ed or morranno

In me sepolti i baci, le parole.

Sovente a quindici anni mi sentivo,

La sera, tanto triste, che piangevo.

Il perchè non sapea; l′intendo adesso.

III.

Da quel di ch′ei mi scrisse ora il quart′anno

Corre ed è giunto al terzo mese. Ieri

Mi par quel giorno. Pure non avrei

Prima forse potuto in questo libro

Venir notando i tristi miei pensieri.

E se fosse peccato amar si fòrte?

Ah no, Signore, che non è peccato,

Perchè ad esso resister non potrei,

E Voi, Signore giusto, noi vorreste.

Scriver mi giova. Chi m′avesse un tempo

Predetto ch′io terrei, come son use

Donne d′ingegno e di saver fornite.

Un libro di pensieri e di ricordi,

M′avria fatto sorridere. Davvero

Non ho mutato solo in questo. Adesso

Tante cose comprendo un giorno oscure.

Più non aggiungo fede alle parole

Come una volta ch'è amarezza grande

Soffro; stanotte il cor non mi diè pace.

Tacqui sinor, ma lo potrò domani?

IV.

Fui per morire; me l′han detto poi.

Soffrivo assai, ma non credea morire.

Fosse un presagio lieto? Folle, folle !

La mamma sempre spia, povera donna,

Se in me si desta una vita novella.

Se colla febbre mi passò l′amore.

Ha sì fine intelletto e non comprende!

Ella in que′ primi dì chiedeami sempre:

« Che t′ha mai detto?» « Nulla, » io rispondea.

Un dì soggiunse: « Come mai se tanto

Speravi » disse, e dir volea « se amavi ».

Donne v′han dunque al mondo che aman poco

Per poco tempo?

                              Tolsemi que′ fiori.

Se, come i fiori, il cor s′inaridisse !

Oggi, uscendo in carrozza, allor che a dritta

Piegarono i cavalli, ella guardommi

A discoprir se mi venia sul viso

Un′ombra di rammarico, un desio

Di volgere alla via già prediletta.

Quello sguardo sentii come un oltraggio.

V.

Madre mia, madre mia, quella parola

M′ha ferita qui dentro. Al viso il sangue

M′è corso. In faccia mia nessun s′attenti

Offenderlo; rispetto né paura

Non conosco in quel punto. A lui fedele

Sarà l′anima mia sino alla morte.

S′egli mi amava, pur noi disse mai.

Tranne quando lasciommi. Abbandonarmi

Dovea, più in alto Iddio lo chiama; è giusto.

Mia madre mi guardava, mi guardava,

VI.

Morì all′Adele il primo fidanzato,

Ed ora è sposa ancor. Lieta novella

Credeano darmi; il cor mi si gelava.

Questo è il mondo. Ed a me poi lo racconta!

VII.

Mi fanno intender con parole" oscure

Ch′ei s′è gittato alla cattiva via.

Mentiron forse ; ma, se fosse vero.

Per lui, Signor, Vi prego. Signor buono.

Ei sulla terra è solo, è giovinetto.

Non so qual′è questa cattiva via;

Ma, se talor di Voi non si ricorda.

Signor, siate pietoso più del mondo

Maligno e delle donnicciuole stolte

Che vanno giudicando in Vostro nome.

VIII.

Povero buon dottor, com′è mutato!

Scherzava meco gli anni andati e spesso

Godeva udir da me musica antica.

Or la musica più non lo rallegra,

Bench′io gaia la scelgo. Ei triste accanto

Mi siede e, quando sono giunta al fine,

Tace, la man mi stringe e s′accomiata.

Certo una volta mi piacea vederlo;

Adesso l′amo come il padre mio.

IX.

Pareami un tempo barbara favella

La musica tedesca. Or, se talvolta

N′apro a caso i volumi e tento il suono,

Entrar mi sembra in una chiesa ignota,

Di cui né fin si vede né principio;

Vi si sente pregar con tante voci,

E di tutta la gente inginocchiata

Si vedono i reconditi pensieri.

Penna, che scrivi tu? Non ti ricordi

Da qual′umile man guidata sei?

Talvolta questa musica, com′io,

D′una cosa favella e un′altra pensa.

Egli l′amava e mi diceva un giorno,

Sulle note scherzando e sui colori,

Ch′è appunto del color degli occhi miei.

X.

Oggi lungo il torrente andavo sola.

Vedevo incontro a me, sull′altra sponda,

Agitarsi le piante e batter forte

Le foglie al vento; i falciator vedea

Parlar tra loro, e solo udivo il rombo

De′ cavalloni. Gli è come un pensiero

Forte così che tutti gli altri opprime;

Come il mio. Mi fermai; parve in brev′ora

S′accordassero il fiume e la mia mente.

Passavan foglie secche, frondi, spume

E gran tronchi d′abete. Io lo vedea

Ancor sul negro scoglio, a cui percote

Il flutto. Egli dicea: « Questa nascente

Acqua ombreggiar gli abeti ch′ella or volve.

Presso le nubi è la sua fonte in qualche

Silenzïoso dorso di montagna.

Si amavano l′abete e la sorgente;

Ma venne un giorno il boscaiuol coll′ascia,

E recise dal piè la mite pianta.

Il ruscelletto susurrolle: « Addio,

Ci rivedremo. » Allora la montagna

A sé chiamò le nuvole dal mare;

La fonte a sé chiamò dalle vallate

Le sue sorelle candide, discese

Giuso nel fondo, l′infelice amico

Trovò, raccolse a sé romoreggiando

Tra la gioia e la collera; ma triste

A lei disse l′abete: — Omai non giova.

A ber, diletta, il tuo pietoso umore

Non ho radici più, non ho più foglie

A ber l′aria vitale, i rai del sole. —

L′acqua lo porta e intorno ad esso piange. »

Così parlar di rado usava e tosto,

Di sé ridendo, a semplici parole

Solea tornar. Talor non l′intendevo;

Ma dagli occhi di lui, dalla sua voce

Un′ignota malia mi affascinava.

Mi suonan sempre le parole meste:

« Non ho radici più, non ho più foglie

A ber l′aria vitale, i rai del sole ».

S′egli tornasse e dirgli sospirando

Dovessi: « Ormai non giova, non ho vita! »

XI.

Onde vengono mai certi pensieri ?

Leggea poc′anzi un libro di preghiere,

E balenommi dentro la domanda:

Perchè vivo? Lasciai cader il libro.

Perchè vivo? Qual fine ha l′oziosa

Mia vita? Pianger? Non per questo Iddio

Me la diede. Anche l′ombra d′una nube,

Che un istante ricrea l′arsa verzura,

Inutile non passa. Ed io? Per lei

Vivrò che mi ama tanto e per coloro

Che soffrono.

                         Non basta, anima mia.

XII.

Io pregherò per lui. Sulla montagna,

Là in mezzo ai boschi, v′ha una cappelletta

Col lumicino giorno e notte acceso

Che per noi prega e non si vede mai.

Come fa il lumicin della montagna.

Io notte e giorno pregherò per lui.

Perde la madre fanciulletto, e forse

La sua fede vacilla, né sovente

Al Signore s′innalza il suo pensiero.

Pregherò, pregherò ; ma il lumicino

Olio riceve dalle donne pie

Che van per legna e fieno. Ah, se una volta

Sola sapessi che nella profonda

Notte destossi e mi senti pregare !

Tormentando ti vai senza riposo;

Dillo, misero cor, tu speri ancora.

Viver tu vuoi per palpitargli appresso.

XIII.

Da due mesi non piove. Stamattina

Andaron tutti su alla cappelletta

Della montagna. Anch′io vi andai. Bambini

V′erano e vecchi. Parte sul sentiero,

Parte s′inginocchiò sotto i castagni,

E pregarono insieme ad alta voce.

Erano gravi gli uomini e compunti;

I fanciulli sperdeansi per le selve

A cercarvi le fragole, ed alcune

Giovinette chinavansi pregando,

Cogliean ciclami e li metteano in seno.

Signor, dissi in cor mio, fateli paghi,

Chiedon si poco! In quel momento istesso

Mi susurrò una vecchierella: « Preghi,

Preghi, signora, lei ch′è tanto buona ».

Un rimorso provai. Povera gente,

Chieggon la vita. Poveri fanciulli,

Povere giovanetto spensierate,

Se vivono la fragola ed il fiore.

Se hanno gaio color, mite fragranza,

Creder non pónno che si serbi ad essi

La fame. Si partirono in silenzio;

Solo a pie della Vergine rimase

Un mazzolin di rose. I fiori offerti

Da′ poveretti mi commovon tanto!

Per me volea pregar, non ho potuto.

XIV.

Poeta; che vuol dir? Uno che studia

Parole ornate a′ sentimenti suoi.

Indi alla gente gridali. Per questo

No, non l′amai. Se vana la speranza

Non è del tutto che mi torna e fugge

Ad ora ad ora, se mai venga il giorno

Ch′io gli appartenga, deh, non metta in versi

Mai l′amor suo, ma dicalo a me sola,

Chino all′orecchio mio me lo susurri,

Cerchi allor le parole più soavi,

E quando più non ne ritrovi alcuna.

Ch′io senta lievi lievi i suoi capelli

Sfiorar i miei! Non v′ha maggior dolcezza

Di questa, che a pensarla mi spaventa.

XV.

Qui nella biblioteca seggo e scrivo.

Come ogni sito della nostra casa

Ha la propria fragranza! Si potria

Bendarmi gli occhi, tuttavia saprei

Sempre in qual parte d′essa mi ritrovo.

Quest′odor, sia di libri o di scaffali,

Che sa di solitudine e di pace,

M′è caro. Né altro sito mi ricorda.

Come questo, mio padre. Egli che amava

Tanto i poeti, ne dovè raccórre

Molti qui dentro e de′ migliori. Or voglio

Leggerli. Poco li intendevo un tempo;

Mestier non era intenderli; soltanto

Ammirarli dovevo e li ammirai.

Siccome agli altri piacque, docilmente.

Le lodi e ′l tedio ne rammento appena.

XVI.

Ho letto la Tempesta. Avevo udito

Tante volte che trassene mio padre

Il nome mio; ma il libro era vietato.

Né il divieto pesavami; non fui

Giammai lettrice molto assidua. Ieri

Lo scorsi dentro il piccolo scaffale

Dei libri da mio padre prediletti.

I vent′anni ho varcati, ed ora è come

Ne avessi il doppio. Il libro non mi piacque

Bizzarre fantasie mi son discare.

Né somigliar cred′io quella Miranda

Tanto loquace, quando è solo amante

Di Ferdinando e muta quando è sposa.

E come mai le restan core ed occhi

Per ammirar sì forte Alonso e gli altri!

Diverso nome por mi si dovea.

XVII.

Trovai dentro il volume il mio ritratto.

Ero bambina. Lo sgabello ancora

Chiaro si vede ov′io sedea. Del viso

Resta un′ombra lontana e sorridente.

Certo mio padre m′era presso: « Guarda,

Miranda, » mi dicea, « guarda là dentro

A quel lucido vetro, » ed io guardai.

Ho visto male, povera piccina.

Poiché tanto contenta sorridea.

Vedea davanti a me gaia la vita.

Ingannar un bambino, amara cosa!

Signor, Signor, Voi siete giusto e santo.

Benedico il dolor che vien da Voi.

XVIII.

Ritrosa e bionda al par di Margherita.

Da due giorni il volume or lascio, or tolgo.

Nol comprendo, mi turba e mi fa male;

Non so come. Il mio cor per Margherita

Batte ed insieme ne rifugge. Sento

Che mai così non amerei, ma pure

Ch′ell′ama tanto. Quando pensa o prega,

Sorella, vorrei dir, sorella mia!

Quando gli parla, no, no, no!

                                                     Mi sembra

Scendere adagio per ignota via,

Bendati gli occhi, e sentir l′aria fredda

D′un precipizio. Libro, ti depongo.

XIX.

M′ama, non m′ama. Senza uccider fiori,

Dirmi così da tutto l′universo

Ascolto sempre e dal mio core istesso;

Starò a veder su qual dei due si ferma.

No, non domando al fior. Se il fior sapesse,

Gli chiederei soltanto s′è felice.

Ma il fior l′ignora, e chi potrebbe dirlo

Mi niega per pietà questo conforto.

Un pensier mi ferisce. E se il poeta

S'accendesse damor per le soavi

Figure chgli crea! Strano pensiero!

Davver di questi non ne avevo un tempo.

XX.

Tenevo il viso tra le palme ascoso.

Star con lui mi pareva, essergli unita

Da lungo tempo, ed ei mi domandava

Di quegli anni lontani amari tanto.

Io tutto tutto gli dicevo. Alfine

Tolsi le man dal viso, e nello specchio

Guardai se imiei capelli erano bianchi.

XXI.

Non son ita coll′altre al Camposanto.

Mamma nol volle. Dalla mia finestra

Vidi passar la gente sulla via

Di là dai prati. Si sentiano i canti;

E dopo, che silenzio! Udii cadere

Una foglia, l′udii posarsi a terra.

È strano adesso come intendo i suoni.

XXII.

Stanotte m′hanno desta le campane

Che al tempo andato né vegliando udivo.

Nel destarmi gridai: « chi batte ?» e stetti

Senz′alitar. Nessuno. Udivo il rombo

Lontan delle campane. Chi batteva

Era il mio cor; batteva forte forte.

Mi passò un lampo nella mente; è desso,

L′amico mio che torna, il mal di core.

Un′orma lieve dietro l′uscio intesi;

Mia madre certo; il grido avrà sentito.

Presto s′allontanò. Tra me pensai :

Adesso ella dirà: « sognava e dorme ».

Tanto amara pietà di lei mi vinse,

Che non per me, ma sol per essa ho pianto.

Poi mi riprese il sonno; alla mattina

Tranquilla mi destai.

                                       Mi son guardata

Nello specchio; v′ha in fondo agli occhi miei

Come una fiamma che non v′era prima,

Ed il viso più pallido s′è fatto.

Mi starebbero bene il bruno e il bianco.

S′egli talvolta col pensier mi vede !

Esser bella vorrei pel suo pensiero.

XXIII.

Splende il sole nel limpido sereno,

Ma v′ha la neve a′ monti azzurri in cima.

Si vedono le case da lontano

Nella campagna. Vien l′inverno; l′amo.

XXIV

Dunque si parte. Povero paese,

Sei troppo rude. Resta negli acerbi

Venti della montagna e porta il manto

Silenzïoso e triste della neve.

Io son malata d′amore e di core,

Vado via. Nello strepito del mondo.

Sotto un cielo che ride eternamente.

Non so, vicino al mare che sfavilla,

Quello è il mio sito, povero paese.

Così vuole il dottor, così mia madre.

Tal sia, ma verrai meco, o libriccino.

Benché sarà men facile celarti.

XXV.

Visitai la Lucia. Povera donna,

Sul gramo letticciuolo era seduta;

La nipotina le filava accanto.

Mi disse che una volta ero più bella,

Che non le piaccio punto; né potei

A meno di sorrider, quando aggiunse

Che non ero vestita da contessa.

Ed ella non ha panni da coprirsi!

XXVI.

Domattina. I bauli accatastati

Son già sulla carrozza. Oggi un viavai

Perpetuo di gente. A congedarsi

Vennero tutti. A me parole allegre,

Ed alla mamma mia brevi susurri,

Mute strette di man. Tace la casa

Finalmente, ed anch′essi i mesti arredi

Dormon di tele candide ravvolti.

Io non posso dormir. Ho acceso il lume,

E scrivo ad ingannar l′ore sì lunghe.

Piove. Com′è della notturna piova

Tenero il mormorio! Parmi che il tetto

Pianga dirotto d′ogni parte e dica:

« Resta qui ». Andare o star mi torna uguale.

Veggo davanti a me una grazïosa

Veste succinta, un cappellin piumato,

Ninnoli e borse. Fossi ancor bambina,

Quale allegrezza e quanti peccatucci

Di vanità! Rammento che, una volta,

Sol del cuojo di Russia la fragranza,

Diffondendosi intorno alla vigilia

Delle partenze, il cor m′inebbriava.

Or guardo quella veste e quegli arnesi;

Miei mi paiono insieme e d′una morta.

Sento battere l′ore all′orologio

Della scala. Le conto; mezzanotte.

Se andrò lontana, se della mia casa

Mi punga desiderio ed al ritorno

Non mi reggan le membra, avrò conforto

Forse da questa pagina, ove noto

Le ricordanze estreme. Odo, scrivendo,

Ire e redire il pendolo. Ineguale

Quel battito l′orecchio mi percote.

Or più vibrato ed ora più sommesso.

Ei ci leggeva certi versi un giorno

Di straniero poeta. È un orologio

Che « sempre e mai » ripete, « sempre e mai » .

Questo non è cosi tranquillo e grave ;

Ma soffre, pensa, e subite paure

Sente dell′ora che lo dee far muto.

Le imposte apersi. Un vento caldo spira.

Tace la piova, strepita il torrente,

Sempre più dense fannosi le nubi.

Vado a letto. Vorrei dormir, sognare;

Vorrei sognar che tutto questo è un sogno.

XXVII.

Sono stanca. Dal bruno davanzale

Guardando sto d′una finestra antica

Silenzioso un fiume, vie deserte,

Ed il dolce color di questo cielo

Tanto clemente, dualche passo ascolto

Suonar di sotto, qualche voce ignota.

Stordita ancor del battito veemente

Che mi portò per piani e per montagne,

Mi credo d′esser morta e qui deposta

In un mondo di spiriti. La stella

Che al mio paese spunta nell′azzurro

Dell′alto cielo fra due cime oscure,

Pende qui sui vapor dell′orizzonte

Tinto di verde pallido e di rosa.

Laggiù, dicono, è il mar. Dunque la mia

Stella romita è fatta una regina

XXVIII.

Sul prato discendemmo di carrozza.

Una capra pascea tranquillamente

Lì presso ; altra non v′era anima viva.

Levati gli occhi, diventai di pietra;

Indi fui per cader sulle ginocchia

A mani giunte, come se davanti

La gloria del Signor mi risplendesse.

Alfine sui gradin del Battistero

M′assisi e piansi, poiché adesso al pianto

Son pronta. Mi sentivo a Dio vicina

Veramente. Sentivo la mia fede

E le preghiere mie vive in quei marmi ;

Solo guardando mi parea pregare.

Qualche profonda musica talvolta

Mi fé′ un senso provar che rassomiglia

Questo, ma pur men subitane e forte.

E, strana cosa, da quell′ora intendo

Meglio di prima che vuol dir « poeta » .

XXIX.

Di questo illustre medico m′annoia

Non la man che s′attarda a polsi miei,

Ma lo sguardo che l′anima mi fruga.

Uno sguardo possente, freddo, acuto.

Sorridendo mi disse : « Una malata

Che non mi guarda ! A voi non è mestieri

Davver, come a tant′altri, palpitando

L′occhio spiar del medico e la fronte. »

XXX.

Più quello sguardo scrutator non vidi.

Ma ci venite troppo, e troppo allegro

Siete, dottor, con queste donne tristi,

E troppo poco del mio mal parlate.

Conobbi le sue figlie. Accarezzarmi

Con tenerezza d′amicizia antica.

Sognar credevo. L′una e l′altra a gara

Mi confidaron tosto i lor segreti.

Scherzando mi parlavano e ridendo

D′innamorati e litigavan, quasi,

Per dir tra due qual è più bello in volto.

Altro non sanno, che dalla finestra

Li hanno visti soltanto e nella via.

Di vesti mi parlarono, d′amiche

Nobili e ricche, d′infinita gente

Che in casa lor la sera si raccoglie.

Della carrozza d′una zia marchesa

Che va con lor tre volte l′anno al corso.

Or sorrido scrivendone; sgomento

Provavo allora che sapesser tutto

Di me dal padre lor; a lui narrato

Certo l′avrà la madre mia, pensavo.

Nulla sanno. Ch′ei stesso non sapesse?

Né colle figlie il padre nè le figlie

Meco avrebber taciuto, stimerei.

Non gli usci certo sillaba di bocca

Le tante volte che da solo a sola

M′ha veduta. Signor, questo sarebbe

Un sacrificio grande, le ferite

Dell′anima sì care e dolorose

Ascoltarsi tentar da chi vorria

Con arte di cerusico sanarle!

XXXI.

Mi han condotta al teatro. Era festevole

La musica, brillavano le dame

Di gioielli, di fiori, di sorrisi,

E ridiceano le mie due compagne

Parole uguali a gente che mutava

Sempre, e pur sempre mi parea la stessa,

A me venia de′ monti miei, de′ prati

Solitarii, de′ vecchi olmi fedeli

Una indicibil tenerezza in mente.

XXXII.

Il nome, il nome che giammai non passa

Da′ labbri miei, l′ho visto! Lentamente

S′andava per la via. Volgo lo sguardo,

Per caso o per istinto, a una vetrina,

Veggo tra molti rosei volumi:

Versi di… Allora il core! Gran ventura

Fu che del mio pallor non s′avvedesse

La madre mia, ma il disperato sforzo,

Che fei per trarmi sino a casa, espio.

Che importa? Voglio il libro. Ardo d′averlo

Nelle mie mani, qui. Cos′è la vita?

XXXIII.

Mi coricai. Sotto il guancial posava

Il libro. Entrò la madre mia, baciommi,

Tolsemi il lume, inconsapevol forse,

Ed uscì pria che osassi dir parola.

Lungo tempo sentii nella vicina

Stanza andare e venir l′orme leggiere

Di lei; tacquero alfine. Lungo tempo

Vidi brillar dell′uscio la fessura;

Finalmente oscurossi. Palpitando,

Immobile aspettai. D′un ebbro il canto.

Un rombo impetuoso di veloci

Ròte suonava nella via deserta,

Di quando in quando. A tesi orecchi allora

Stavo a spiar ogni leggiero moto

Della giacente, che a′ rumor seguisse.

Nulla più intesi alfine: ella dormia.

Scesi dal letto, ad ogni piè sospinto

Ristando ed ascoltando; piano piano

Con infinito studio chiusi l′uscio.

Indi apersi le imposte. Alta la luna

Nell′azzurro del cielo viaggiava.

Pregai, chiesi perdono a Dio clemente,

Se quello ch′io facevo era una colpa.

Non so di che mi avviluppai, mi posi

A seder presso i vetri. Avidamente

Lessi. Suonavan via di torre in torre,

Ad una ad una l′ore della notte,

E suonar mi pareano ogni momento;

Allor leggea con angosciosa lena.

Eran pitture d′un paese ignoto.

Dove i monti ed il mar, la luna, il sole.

Ogni pietra, ogni fior vive, favella,

Scherza e sorride, s′innamora e piange,

Tutte le voci arrivano al poeta.

Leggendo sola al lume della luna.

Mi parea veramente esser portata

In un mondo d′incanti, e lievi lievi

Susurri udivo teneri, dolenti,

Nell′aere intorno, negli argentei rai.

Pure fra tanto amor, fra tanta vita,

Talor sentivo un freddo ed un ribrezzo,

Un istinto di trepida paura,

Come al toccar di qualche cosa morta.

Giunsi a quel canto ch′egli volge a Dio:

Io, vile effimera;

Tu sei l′Eterno.

Me cape un atomo,

Te cielo e inferno.

Mi sento polvere

Nel mio contento :

Jehovah, se lacrimo,

Fango mi sento.

Che v′ha, magnanimo,

Tra noi? Risale

Gli abissi taciti

Prece mortale?

Follie! Nel turbine

Che la travolve,

Dei fati immemore

Danzi la polve.

Gli occhi levai da questi versi in alto.

Il ciel mi parea cupo, e gl′infiniti

Astri lucenti mi parean severi;

Non so quanto rimasi a contemplarli.

Ripresi il libro. Di dolor, d′amore

Seguivano leggende in parte oscure

All′intelletto mio. Da tante larve,

Dai mister della notte, dai terrori

Onde ad ogni susurro trasalia,

Ero turbata. Già sull′orizzonte

Pendea la luna, impallidiva il cielo,

Echeggiava la via di qualche passo

Frettoloso. Indugiavansi socchiusi

Sulle pagine smorte gli occhi miei,

E il pensier mollemente, pien d′oblio,

S′effondea da quei sogni ad altri sogni.

Oh, mi destai.

                           Scriver non posso, è troppa

Del ricordar l′angoscia. E pur mi curva

Su queste carte sconosciuto impero

Ogni giorno più forte.

                                        Inconscia quasi.

Una pagina volsi. Eravi scritto

« Feste d′amore ». Salgono al mio viso

Le fiamme del rossor; la mano trema.

Era come un pugnale ogni parola,

Ed io mi dibattea sotto i pugnali.

Per chi, per chi? Non sono donne, ei mente.

Non sono donne! Dio, ma in questo mondo

Quale vergogna, qual viltà si cela?

Di superbia peccai la prima volta;

Levai la fronte fieramente ed alta

Più ch′esprimer si possa mi sentii;

Sin l′orgoglio provai della bellezza,

L′orgoglio del mio sangue e del mio nome.

Indi tutto mancò, il dolor, l′orgoglio,

La vita e sul sedil m′arrovesciai.

Quando rinvenni, mi trovai nel buio.

S′era ascosa la luna, avevo freddo;

Mi posi a letto.

                           Era il volere inerte

E pur come da sé, come del sangue

Irresistibil moto, e core e mente

Mi veniva un proposito occupando:

Offrir la vita misera all′Eterno,

Perchè gli sia clemente. Avea le membra

Fievoli sì, che mi parean sospese

A sommo quasi d′un aereo letto;

E tanta pace dentro, che, le braccia

Incrociate sul sen, m′addormentai.

Accetta, o Dio, quest′anima, recidi

La giovinezza mia sin che del mondo

Sente alcun dolce, sin che la speranza,

Quale tenace un′erba della via.

Non vuol morir, benché ferita, oppressa.

Se nell′angoscia delle lotte estreme

Questo debole cor vivere implori.

Il grido della polvere disdegna.

Ch′io noi vegga più mai, che di Miranda

Egli ponga in oblio sembianza e nome.

Sol mia madre mi pianga e le fanciulle

Del mio paese. Sia, dopo la morte.

Di me quel che a Te piace. Oh, Dio pietoso,

Ma ch′egli creda in Te, ch′egli T′adori,

Che gli risplenda la tua gloria in fronte!

XXXIV.

Addio, mesta città. Come una stilla

Di questo fiume tacito, passai

Per le tue mura. Vado al mare anch′io,

Ma non sì presto troverò riposo.

XXXV.

Or mi sarebbe grave ogni dimora.

Fui col dottore al solitario campo

De′ monumenti. Al mar scendeva il sole,

Ed infocava in alto tutte quante

Quelle montagne candide di marmo.

E Lassù guardate, » sclamò il vecchio « il sole

Precipita dal ciel come un eroe

Che, quando cade sotto il fato, accende

Di sé l′anime grandi, e mutuo sdegno

Dalla plebe codarda lo divide. »

« In questi marmi è l′anima » diss′io,

« D′un poeta. » « Non l′anima, » rispose,

« La fantasia. Di rado s′accompagna

Dell′arte il magistero a spirto eletto,

A proba vita. Dal miglior cammino

Torce i poeti fantasia, né il mondo

Li frena, mite giudice. Nell′alto

Lor canto, e forse nel pensier talvolta.

Un vago amore, un′indistinta idea

Del ben si effonde e di gentili sensi

Forme ideali. Tra le nubi vive

Di lor la miglior parte e l′altro a terra.

Vi movo a sdegno, povera fanciulla;

Lo so, non arrossite. Un vecchio parla,

Che forse mai non rivedrete. I libri

Miei non aveano il farmaco migliore

Per voi, l′oblio. Dimenticate! Amore

V′inganna. Quando il sole alto risplende

Sull′orizzonte, di giojelli e d′oro

Par che ogni gora putrida sfavilli.

Quanto indegno di voi... »

                                                Qui lo interruppi.

Quando tornammo a casa, ci guardava

Ambo la madre mia. Forse ella stessa?

Mi potrebbe evitar questi dolori.

XXXVI.

Ho raccolto sul lido una conchiglia.

Se all′orecchio l′appresso, udir mi sembra

Un lontano fragor. Là dove l′onda

Dell′oceano ruggì, forse rimane

Perpetua l′eco. Quando sulle arene

Seggo in silenzio, al par della conchiglia,

Spoglia vacua di vita pur son io,

Cui suona dentro senza posa un′eco.

XXXVII.

Egli adora l′oceano. L′äer molle

Ne canta, la tempesta e la bonaccia,

Le mille voci dal susurro all′urlo.

Immaginar gli sconfinati flutti

Qual persona non so, cui si favelli

E che risponda. Sento Iddio nel mare,

Un terribile Iddio che ad altri parla,

Non a me. Pur quant′è profondo senso!

Gl′ispirerebbe altre parole. Intesi

Dir che il suo verso odora di marina,

Quando la pinge. Non saria più grande

Prodigio udirvi del Signor la voce?

XXXVIII.

Lasciai mia madre sotto i pini e sola

Escii sul lido aperto. Gigantesche

Nubi occupavan d′ogni parte il cielo;

Era livido il mar. Una lontana

Vela fuggir guardavo all′orizzonte.

Povera lieve pellegrina, or forse

La travolgono i turbini, ed il nero

Flutto su lei vittorioso esclama.

Qualcuno errava sulla spiaggia. Accanto

Venne lenta a passarmi e ripassarmi,

Sdegnando il vento che torceale a′ fianchi

La bizzarra eleganza delle vesti.

Giovinetta bellissima. Sovente

L′avea veduta a Pisa, e per gli sguardi

Sapevam di conoscerci. In quel punto

Mi lesse il cor negli occhi lagrimosi.

Stette, la mano porsemi e con voce.

Che tra i clamor′ del mar dolce suonava,

In inglese mi disse : « Per amore ? »

« Sì, » le risposi. Se straniera e tanto

Ella non m′era, non avrei risposto.

Misteri. In volto lampeggiò d′un riso,

Udendo il suon della natia favella

Dalle mie labbra. Indi soggiunse: « Amica

Mi vorreste? » Qual fascino spirava

Dalla persona graziosa ed alta,

Dagli occhi scintillanti ! Or Diana ed io

Siamo amiche. D′affetti repentini

Schiva qual son, come avvenisse ignoro

Che tanto docil mi piegassi a questo.

Così è strano veder le madri nostre

Seguirci assieme per la via, parlarsi

Qualchevolta, comprendersi giammai.

XXXIX.

« Un poeta! » diss′ella. « Qual ventura

Averlo amato, amarlo ancor, sebbene

Egli non t′ami più! Guardami, Neve

(Così mi chiama ognor quando s′adira),

Tu Inglese esser dovresti ed io d′Italia.

Son laggiù figlie della nebbia, io forse

Dell′oceano, Un poeta! Ei mi amerebbe

Tuttavia; sol discioglierti tu sai.

Eppur t′invidio. Innanzi che ancorarsi

Sopra uno stagno putrido, perire

In mar, discender sopra i fior dell′alghe

Fantastiche, le perle ed i coralli!

Sai che m′attende? Certo un baronetto

Orribilmente placido, assennato

Che vorrà farmi de′ sermoni. Oh caro.

Ma ci divideremo! A ritrovarti

Verrò, ti comporrò col tuo poeta.

Sorrideresti! Neve, tu mi geli ! »

Quindi mi cinse colle braccia il collo.

« S′io fossi un uom t′adorerei! » Dal mare

Nacque davver. Se un′anima può mai

Rassomigliarsi all′onda capricciosa

Che muta di colore ogni momento.

Sorge, si piega, si lamenta, ride

E tutta sino al fondo si rivela,

Ell′è questa bizzarra anima inglese.

XL.

Deh ! perchè la conobbi? Come mai

Troppo da me disforme non l′intesi?

Pure mi dice il cor che solo adesso

Incomincio ad amarla; ed ogni anello

È spezzato tra noi. Tranquillamente

A dir mi venne che gli avrebbe scritto.

Quando negli occhi videmi lo sdegno.

Si morse il labbro. « Non dovea svelarti »

Diss′ella « il mio disegno. Ora ho fermato

Di compierlo. » Pregai, la supplicai;

Piegar non volle. A mezzo le preghiere

Dal cor mi ruppe collera veemente.

M′ascoltò stupefatta. « Neve, Neve,

Eri tu dunque sovra l′Etna assisa? »

Poi dell′ombrello coll′eburnea punta

Segnò una retta. « Questa è la mia via.

Gli scriverò, » seguì con ferma voce,

« Gli vo′ parlar come una donna inglese

E nobile parlar può all′universo.

Gli dirò, se lo vuoi, che m′hai per questo

Detto con poca tenerezza addio. »

« No, non basta, » gridai, « Diana, più altera

Di te son io, benché in Italia nata.»

« Addio, » diss′ella. Più non la rividi.

Che ne potrà pensar? Che far poss′io?

XLI.

Ancora! Io mi credea ritrovar presto

La mia casa deserta. Almen l′estrema

Prova fosse! Dal mare alle montagne

Mendicar questa vita prezïosa!

All′aer molle chiesi aiuto indarno,

Or ch′io mi volga all′aere pungente.

Una stilla di vita nell′oceano

Per me non era, ed or ch′io salga l′alpe,

E trovi una sottil fonte che geme

Timidamente da segrete roccie.

XLII.

Freddo, silenzio, un mar di nebbia in alto,

Tra la nebbia qua e là boscaglie nere.

Fianchi nevosi di montagne immani;

Campanelle di capre nella via.

Un sentimento strano mi governa;

L′ultima età del mondo mi par giunta.

Occupa il fronte de′ giganti alpini

Un′austera vecchiezza in gravi assorta

Pensier′ di Dio. Trascorsero da secoli

Gli splendor, le follie del mar, dei colli;

Persino il sole si oscurò. Sommesso

Vorrei parlar come si parla in chiesa.

XLIII.

Stasera invece tutto è gaio. Il sole

Brilla sui ghiacci e sulle rupi eccelse,

Sulle selve d′abeti e, giù nell′imo,

Sui prati di smeraldo, sulle azzurre

Acque della Moesa e sulla greggia

Delle candide case al fiume accolte.

La brezza odora di recente piova.

Anche qui regni, o giovinezza. Oh quanto

Bella mi sembri ancora e quanto regni

Nel mio core! Giammai nessun paese

Mi parlò tanto all′anima, giammai

Con tanto foco l′anima rispose.

Come ritrar saprebbe la sua penna

Queste scene sì grandi! Io, taciturna

Fanciulla che cammino al par d′un′ombra

Fra tanta gente allegra, un prepotente

Bisogno sento di parlar con esse.

XLIV.

Ho ben agio di farlo. In sulle prime,

Qualcun volgeami la parola. Appena

Rispondevo; nessun più mi si appressa.

Da lontano mi guardano e susurrano,

Poco benigni forse. O nella stanza

Io passo l′ore, o per sentier deserti.

Sin dove il cor malato mel consente.

La madre mia tentò di quando in quando

Conversar co′ vicini, ella sì timida,

E cercarmi amicizie. Or m′accompagna

Silenziosa per boscaglie e prati,

E, quand′io salgo qua, move alla chiesa.

Sol colla gente povera, talvolta,

A ragionar si ferma nella via.

XLV.

Sereno. Par che l′aria stessa brilli.

Contemplo dal balcone la chiesuola

Accovacciata sovra un dorso erboso

Col piccioletto campanile accanto,

In mezzo a′ fior′. Teme la néve e ′l vento;

Pur non s′appiatta, né altro schermo invoca,

Che la propria umiltà. Povera chiesa.

Finalmente, vedrai, sossopra andarne

Ti toccherà. Non basta esser piccini.

Se la fede, l′amor ci porta in alto.

Il vento qui non ha mai posa. Io soffro.

Ma nol dico alla mamma. Se le membra

Son travagliate, cresce del pensiero

Qui la potenza e neppur esso ha posa.

Quattr′anni son che l′intelletto mio

Si trasforma; giammai rapidamente

Come adesso. Se al mondo lo narrassi,

Nol crederebbe. Cresce in me del paro

D′ogni senso l′acume; il tocco lieve

Talor d′un filo d′erba m′addolora.

XLVI.

Anche qui dentro nella chiusa stanza,

Sento sin nelle viscere l′aroma

Degli abeti. Dovunque il guardo io volgo

Dalle finestre, nereggiar li vedo

A selve, a gruppi, or densi ora dispersi.

Come s′aman gli abeti! Cupi, austeri,

Drizzano al ciel la folla delle punte,

Né l′un vèr l′altro piegansi giammai.

Ma giù sotterra le radici snelle

Si cercano, s′abbraccian, s′avviticchiano

Con mille modi insieme avidamente.

Era un giorno così. Noi vivevamo

L′un presso all′altro. Gelido fu il viso,

Gelide e rade furon le parole;

Ma per mille reconditi pensieri

Non detti mai, compresi, eran congiunte

Le nostre vite. Voi felici, abeti!

Dentro convalli occulte senza nome

Dove sole non penetra, protesi

Sulle cascate candide, sublimi

Sulle torri scoscese ove non giunge

Nemico piede, voi felici, abeti!

Vivervi oscuri e solitari accanto

Non vi pesa, né tentanvi altri sogni,

Sotto la neve, che del sol venturo.

Son commossa. Vorrei di qua levarmi.

Non posso. Come mai da questa penna

Escon si nòvi ed infocati accenti?

Pensa egli forse a me, passa nel mio

Spirito un soffio dell′arder che ispira

I suoi canti? O saria l′amor soltanto.

Quest′amor di cui muoio, che attraverso

Le selve e le montagne a se costringe

Parte di lui ? Mio Dio, pietà, ho paura !

XLVII.

Ti ringrazio. Signore, a mani giunte;

Tornò la mente lucida e tranquilla.

Un teatro quest′anima somiglia.

Alla splendor di mille fiamme ardenti.

Al sospiro di musica divina,

Vi recitan gli attori amaro dramma.

Son deserti i palchetti e la platea,

Regnan di fuori nella via le tenebre ;

La gente passa e nulla ne sospetta.

XLVIII.

È questo un fiore d′arnica montana.

Chi l′ha cólto? Nol so. Chi mel donava?

Nol so. Era bella, giovane, felice.

Talor sorpresi i suoi grand′occhi azzurri

Contemplarmi tra mesti e curiosi;

Quindi pareva stringersi al suo sposo

Con più tenero affetto. Alla sorgente

Se, mattutine, mai c′incontravamo,

Vèr me chinava il suo viso gentile.

Non ci parlammo mai. Né il mio dolore

Detto le avrei, né forse avrebbe osato

Ella contarmi la sua gioia; ed ora

È partita. Passaron la montagna.

Pria di salir nella carrozza volse

La testa, presso videmi e mi porse

Semplicemente il fior che in mano avea.

Questo sito di prima è più deserto.

Addio. Chi sa? Nel grembo della pace

Eterna ancor ci rivedremo, e forse

Ricorderem quest′ora ed il sospiro

In cui, senza parlar, ci siam divise.

Triste pensiero affannami sovente ;

Se, nell′entrar là dentro, si perdesse

Delle cose passate ogni memoria !

Liberami, Signore! Egli è, cred′io,

Uno spirto maligno che mi tenta

Sovra la Tua bontà, sulle promesse

D′allegrezza ventura.

                                       A flutti a flutti

Folto nebbione dalla valle ascende,

Su noi si versa rapido, ci è sopra.

Scriver non posso, mancami la luce.

XLIX.

Salivam tra la nebbia invér l′Ospizio.

Appena si vedean presso la via

I foschi abeti, si sentiano appena

Tintinnar i sonagli delle capre

Per le balze invisibili, e i torrenti

Nei burroni mugghiar. Di tante voci

Piene e nel manto della nebbia avvolte,

Grandi, solenni mi pareano l′Alpi

Oltre natura.

                        Questa gloria intendo

Degli uomini sdegnosa; ma la fama

Mondana, il culto dei piccini, abbassa,

O ch′io m′inganno, chi la va cercando.

Certo m′inganno, poiché l′altre donne

Nulla sopra la fama odo che accende.

Diana mel disse un dì ch′ero di ghiaccio.

Mai vincer non credea l′eccelso varco

Ed oltre ad esso profondar lo sguardo.

Quel plumbeo lago tra un abisso e l′altro,

Le rive nere, quei macigni informi

Qua e là franati, quel sinistro cielo

E gli azzurri burron di Val di Reno,

M′hanno impresso nel cor tetro sconforto.

Giunta lassù, pareami esser guardata

Da tutti i monti curïosamente.

Non nacqui per le cime, amo le valli.

L.

Oggi al Campo de′ fior soave nome.

Sovra un abisso cupo, a nereggiante

Montagna in faccia, tremolano al vento

De′ miti fiorellini le miriadi.

Come fuggite là d′ogni montana

Balza falciata e paurose ancora.

Paion le vecchie piante e l′Alpi immani

Del lor timido riso innamorate.

Un falciator, m′han detto, sul recente

Fieno di questo prato addormentossi,

Or compie l′anno, e non rivide il sole.

Non so perchè, m′attrista degli uccisi

Fior la vendetta involontaria.

                                                     Il giorno

Moriva quando toccavam l′estremo

Orlo del monte, dove prati e boschi

Si versan d′ogni banda nella scura

Valle. Colà s′aggrappano al pendio

Due capannuccie piccole di pietra.

Ne uscîr bambini, gli odorosi offrendo

Fasci dell′iva e del lichene. Indarno

Si chiederebbe un frutto alla montagna;

Non dona che fragranze. Indarno vita

Le si domanda; ella non ha che sogni.

Pur quella strada candida, quel serpe

Che attorce in su le pazïenti spire,

Lo troncherei! Non più frutta di vita

Ha per me il mondo, sol qualche fragranza

Errabonda, fugace, qualche sogno.

LI.

E l′anima dei fior′ della montagna,

Quanto dalla mollezza si diparte

De′ nostri! Son gli odor qui men soavi,

Ma vi si sente una purezza austera.

LII.

Piove. Ci scrivon che laggiù si brucia,

Che il gelsomino della mia finestra

È moribondo, rosseggianti i prati,

E che saliron jeri alla Madonna

Dei boschi. E qui la piova lenta, eguale,

Lava gli scogli, e le foreste nere

Rigan sottili rivoli d′argento.

Povero gelsomino! Il fior che a terra

Dimette tutti i petali e che piange

Colle pendule foglie, angoscia sente.

Misero, pur, benché non ha peccato.

Abbi fede, cor mio, credi che ascosa

Dietro a queste parvenze amare, ingiuste,

V′ha una Bontà segreta e sapïente.

LIII.

Odo le risa e il chiasso delle mense

Sonore. Allegri voi? Fuor dalle anguste

Mura fuggir vorrei, volar, posarmi

Sulla cima più libera, se basti

A quest′ardor selvaggio che m′esalta,

Sia vera gioia o sia, gran Dio, follia!

Era varcato il mezzogiorno appena ;

Passeggiavamo lente tra la folla

E il ponte toccavam della Moesa,

Quando il cor mi die un balzo, folgoromnii,

Come balen, per l′anima, più certa

D′occhio che miri, più di man che stringa,

duesta certezza: « ei pensa a me ».

                                                          Ch′io il vegga

Scritto ancor una volta: « ei pensa a me ».

Pensava a me in quel punto, a me, a me sola!

Esco in cerca di cielo e di silenzio.

LIV.

Mamma iersera, quando la baciai,

Si trasse indietro e mi guardò negli occhi.

Tacqui, povera mamma, e tacque anch′ella.

Perchè non posso effondermi? Ritrosa

Mi fe′ natura. Tarda d′intelletto.

Timida, schiva d′ogni gentilezza,

Mi credetter ne′ teneri anni miei

Forse più rude ch′io non fossi. Il core

Ferito in sé si chiuse, ed ogni gioia,

Ogni lieve dolor dentro serrato

Gli si costrinse, quasi marmo, intorno.

Lo sdegno sol d′escir trova la via.

Perchè lo sdegno e non l′amor, le accese

Parole e non le tenere? Misteri.

Più il cor mi cerco, più mi vi smarrisco.

Or umile mi credo ed or altera.

Cheta e grave fui sempre; e pure in fondo

Al petto un ferver di follia mi sale,

Quando penso: se mai !... Che son io dunque?

LV.

Temo l′ebbrezza e temo il ridestarsi.

Qual tra cespugli squallidi e tra scogli

Arsi dal sole, dentro un alto grembo

Della montagna, qualche fior non visto

Empie di mite odor gli ermi silenzii,

Nasconditi così, speranza mia,

In un angol dell′anima deserta.

Ch′io non ti vegga in viso e pur ti senta!

LVI.

Quando guardando sto senza pensiero

Dalla finestra, m′esce della mente

Talor tutto il passato, e pendo incerta

Dell′esser mio. Poi tornano in un lampo

E le dolci memorie e le dolenti;

Alfine è un trasalir da capo a piedi.

Di là mi tolgo e vado tra la gente.

LVII.

Si va sui prati morbidi, muscosi,

Dove senza romore il piè s′affonda;

Si va per molli dorsi e per segreti

Seni d′umili collinette brevi.

Sin che giù tra lo scuro degli abeti

Il tremolar d′azzurre onde si vede.

In verde anel di boschi e prati e colli

Brilla, qual gemma vivida, un laghetto.

Era il tramonto. In mezzo all′acque chiare

Si spogliava la neve delle cime

Infocate. La mano ancor mi trema

Scrivendo qui, mi salgono le lagrime

Prepotenti dal petto. Ecco, pensavo.

Ebbe la piova l′ora sua, concesso

Fu al vento d′ulular per le vallate,

E con aspetto di dominio eterno

Su noi le pigre nuvole sedéro.

Ove son esse? Brillan terra e cielo

Di pacato splendor, alla cadente

Luce Dio buono e grande si rivela.

Chetati, non pensarvi, anima mia.

Triste il ritorno fu per mozza selva

Nell′umid′ombre vespertine. Folta

Spandea su quelle povere radici

La pia rosa dell′alpe il cupo verde.

LVIII.

Addio, paese del silenzio, abeti

Religiosi! Nel partir mi sembra

Che dalla vita mia cada una foglia

Ancor vegeta e verde. Mi leggea

Forse nel cor l′attonita capretta.

Che testé da una balza mi guardava

Immobile. Quassù resta, lo sento.

Una parte di me.

                              Stetti sul ponte

Della Moesa un′ora. Un sassolino

Vi raccolsi a memoria. Addio, montagne.

LIX.

Eccomi ancora dentro le pareti

Della stanzetta mia. Dallo scrittoio

Aperto esce il sentor degli anni andati,

Qual d′appassiti fiori. Odo l′antico

Battito egual del pendolo ed il noto

Rumor de′ passi nella densa ghiaia

Sotto le mie finestre; odo muggire

Di tempo in tempo i buoi, chiocciar galline.

Pigolar sotto il portico i pulcini,

Pianger fanciulli ancor come il mattino

Della partenza. Nove mesi! Appena

Mi par vero. Ecco là tra un pioppo e l′altro.

Oltre i prati, la picciola casetta.

Adesso nel granturco accovacciata.

Che ognor mi guarda colle due finestre.

Pur qui dentro passò qualche gentile

Genio misterioso. Il vecchio cembalo

Cesse ad un altro di famoso nome,

E la mia stanza par l′aerea casa

D′un augel, tutta fiori e chiaro azzurro

Le pareti, il soffitto e le cortine.

Sol vi resta di prima lo scrittoio

E a capoletto l′angelo. Parecchi

Bei volumi dorati un′elegante

Scansia racchiude presso alla finestra.

Ieri, al nostro arrivar, non un fil d′erba

Era ne′ viali, nella casa intera

Non un granel di polvere. Domani

L′erba ritroverà l′antica via;

A quest′ora un sottil velo di polve

Adombra il cuoio nitido de′ libri.

Dev′essere il mio cor molto malato,

Se mi fa sospirar cosa sì lieve.

Povera mamma!

LX.

                                 Parvemi il dottore

Di molti anni invecchiato. Anch′io, se guardo

Chi mi guarda, comprendo che mutai.

Il bambin della Rosa in rivedermi

Non mi conobbe più. La madre sua

Sgridollo e disse: «Non ha ancor quattr′anni ».

Ne ha più di cinque. Lo baciai, celando

Nel suo picciolo collo il mesto viso.

Più non mi restan che capelli ed occhi.

LXI.

Il gelsomin guarisce. In fondo in fondo

Aveva ancor non doma una sottile

Radichetta e suggeva un fil di vita,

Sin che la piova impetuosa giunse.

Or tutto rinverdisce e si distende.

Come alla mamma imbiancano i capelli!

Non s′alza più coll′alba, e lievemente

Par le si curvi l′esile persona.

Queste cose notando il cor mancommi.

LXII.

Coraggio! Un′altra vita ora s′imprende.

Stamane fummo in chiesa. Dodici anni

Or sono, in questo dì perdei mio padre.

Pregai, volli evocar quel caro viso

Dalle memorie mie lontane; chiusi

Gli occhi, mi parve nel suo sguardo aprirli.

E dicevami: pensa che l′amai

Più della vita, pensa che lontano

Io son da lei nei suoi cadenti giorni.

Ed ha solo il tuo seno ove si posi,

A mia madre mi volsi, la guardai.

Era seduta e come abbandonata

Nell′atto di chi prega e non ha speme,

E dona i suoi dolori a Dio severo.

Un pentimento amaro il cor mi morse.

Quella madre che timida m′adora,

La uccido per un sogno, una follia.

Tremavo tutta. Dio, come potei

Far questo? Perchè mai non ho tentato

Dimenticarlo? E, se nol posso, almeno

Perchè non premer questa rea memoria

Addentro sì nell′anima, che al tutto

La credessero estinta? Ho il cor malato.

Ma troppo delirar gli consentii.

Tornammo a casa, accompagnai la mamma

Nella sua stanza, le gettai tacendo

Le braccia in collo, ed abbiam pianto insieme.

Non so che dissi poi; so che comprese.

Ci visitâr più tardi alcune amiche

Curiose di me. Mai non le accolsi

Con soverchia esultanza, è mio costume.

Oggi le festeggiai tanto, che mute

Quasi restarne. La lor madre udii

Che in segreto alla mia di me parlava

E sorrideva; ma tacea mia madre.

Uscimmo insieme. C′incontrò il dottore,

Mentre, ristrette all′orlo d′un fossato,

Folleggiando, ridendo, or l′una or l′altra

Il piè spingeva e ritraeval tosto

Dal periglioso ponticello. Aiuto

Egli ne porse. Non saprei dir come

M′abbia guardato, non saprei dir come

La man gli strinsi. Certo ci dir volea:

« Vi veggo allegra, » ed io risponder volli;

« Si, ma... » Non oso scriver la parola.

Piantò mio padre a piede d′un cipresso

Una glicine. Sin che bello e verde

Fu il cipresso, languì l′altra; ma quando

Gli andar seccando lentamente i rami.

Su la glicine corsegli alla punta

In un baleno e lo coprì di fiori.

LXIII.

Fummo a render la visita. Discendo

Or di carrozza, e le mie glorie scrivo.

Ho una leggiadra veste azzurra e bianca,

Alle orecchie due grandi anella d′oro,

Un bizzarro berretto di velluto

Colla penna cerulea.

                                     Ancor son bella

Così col viso dal piacere acceso,

Dal sole e dalla febbre !

                                          Era la villa

Zeppa di gente allegra. Una signora

D′ingenuo cor suonò söavemente

Musica grave. Parvemi che soli.

Dai lor vasi di bronzo e di cristallo,

Comprendesserla i fior tolti al giardino

Ed un ritratto alla parete appeso.

Poi pregarono me. Tremato avrei

Un tempo. Pronta al cembalo m′assisi;

Sovra le corde docili e possenti.

Strappai con foga amara una selvaggia

Tarantella di Napoli dagl′irti

Nodi e viluppi di tedesche note.

Mi scoppiò dalle man tutta a memoria,

Benché a lungo negletta. A poco a poco

Si spegneano i bisbigli, si scioglieano

I crocchi e, sin dagli usci, intenti volti

S′affisavano in me. Poi m′accerchiâro.

Le ornate lodi e i lusinghier sorrisi

Non mi turbar; mutai vita e natura.

Forte voler anche sul male impera;

Guarir mi sento. Di vigor crescente

Mi ferve il sangue, pur non chiusi ciglio

La notte scorsa, né da un giorno intero

Le labbra mi varcò cibo o bevanda.

LXIV.

Quale tramonto splendido! Vorrei,

Sole, seguirti, non aver mai posa

Né il giorno né la notte, gl′infocati

Deserti cavalcar, correr sui mari.

Oprare, oprar. Non lo conobbi mai

Quest′ardor ch′era in me. Consunto l′olio

Vile, un licor possente ora fiammeggia

Alla lucerna della vita mia.

Le forme ed i color′ della natura

Guardai sinor con occhi sonnolenti.

Ogni cosa che or vedo, in cor la sento

E vi diventa viva. Il sito istesso,

Ove son nata, sembrami mutato.

Talor correndo la città di notte

In rapida carrozza, allor che passa

Il lampo dei fanali, per le case

Illuminate, per le vie fuggenti

Si getta un guardo e di sognar si crede.

Non si ravvisan più case né vie ;

Pare un altro paese, un altro mondo.

Simile un senso provo. Almen sapessi

Dove son, dove vado e chi mi porta!

LXV.

Sonagli di cavalli da lontano.

L′ora è tarda, le tenebre profonde,

E forse il carrettier dorme ubbriaco

Sul carro. Avanti! gemono i sonagli;

La strada è lunga, il peso è grave, avanti!

Non sonno e non riposo, avanti sempre!

Di giorno coi pennacchi e colle frondi,

Colle piastre lucenti onde superbi

Paion quei gran cavalli, anco i sonagli

Han voce allegra. Ed or come son tristi!

Addio, stanzetta mia. L′ultima volta

Passo la notte qui. Dissi alla mamma

Che dormirò con lei. Povera donna,

Piangea quasi di gioia e non volea.

LXVI.

Non potevam dormire. Cominciammo

A parlar della culla, ove bambina

Riposavo tra il letto e la parete.

La mente e le parole a poco a poco

Trapassar dalla culla alla bambina.

I miei motti infantili e gli atti e mille

Ombre segnate in fondo al cor materno

Da una stilla, da un atomo di polve

Passata riviveano. Via via

Vagavano la mente e le parole

Per quel tempo lontano a ricordanze

Languide in me, nitide in lei, di volti

Dileguati, d′affetti omai sopiti

Insieme ai cor′ che accesero. Sì dolce

Mai non mi parve come allor nel buio

La voce di mia madre. Ella parlommi

Della sua giovinezza. Mi dicea

Quasi timidamente i suoi pensieri.

La gioia di quegli anni, i lievi errori

E le memorie lungo tempo ascose.

Ero commossa. Quella voce ancora

Giovanile e l′accento ed una fine

Man delicata che la mia stringea,

Non mi parean di madre, ma d′amica.

Anch′io parlai. Le angoscie, le speranze.

Ogni pensier ond′è rimasa un′orma

In questo libro, dissi. Oh quanto gravi

Cose a pensarle mi pareano e quanto

A dirle eran meschine! Eppure il petto

Mi gonfiavan, n′uscivano a singulti,

Qual se tutto un oceano tempestoso

Mi salisse alla gola. Ora mi sento

Più tranquilla di pria, ma stanca, stanca.

LXVII.

Pagine care, non credea più mai

Segnarvi. Quale inverno! Dal mio letto

Ho guardato passar l′ultime foglie

Portate via dal vento di novembre.

Ho guardato cader muta la neve.

Mentre qualcuno si moveva intorno

A me senza rumore e favellava

Senza voce. Supina, tra le ciglia

Socchiuse, vidi pendermi sul volto

Un altro volto pallido ed ansioso,

Che poi, quand′io le apriva, sorridea.

Sentita ho l′ineffabile dolcezza

Della vita che torna. Attenüato

N′è forse il fil, ma tuttavia mi regge.

Riede la primavera. Ancora il pesco

Non mette fior, né spuntano le foglie;

Pur l′aere mutò, su per le spalle

Delle montagne si ritrae la neve,

Si vede nelle nubi nereggianti,

E nella piova tepida si sente

La novella stagione. Il figliuoletto

Della Rosa portommi le viole.

A salutarmi vien tutto il paese;

Chi mi reca viole e chi giuncata,

Chi vien colle castagne o colle pere.

Chi coll′erbe salubri. Altri mi conta

Le preghiere che sole ebber possanza

Di vincere il mio fato. Alla bambina

Del gastaldo l′altrier dissi : « Che hai

Tu da recarmi ? » Ammutolì. Stamane

Venne lenta da me, colla sinistra

Mano celando il suo vermiglio viso;

Tenea nell′altra un ramo di cipresso.

Tolto l′avea dall′arco trionfale

Che pel parroco nuovo han fatto in piazza.

M′ero offerta, Signor; non m′hai voluta.

LXVIII.

Stasera la campana vespertina

Suona più tardi. Non è triste adesso

Il venir della notte. Al dì venturo

Meno breve, più tepido si pensa.

Odo parlar la gente che ritorna

Dai campi. Della piova e del sereno

Conversano. Chi guarda la montagna,

Chi ′l corso delle nuvole, chi spia

Il vol d′augelli altissimi ne′ cieli.

Conversar della piova e del sereno

E al cittadin dir nulla; se quest′erbe,

Se queste piante avessero idïoma.

Non saria d′altro il semplice sermone.

Perchè dal cor degli uomini e del volto

Così non s′indovinano i misteri

Di lor fortuna, l′allegrezza e ′l pianto

Dell′indomani? Come adesso l′aria

Tutta odora de′ fiori ancor non nati.

Perchè così non si presente il nostro

Tempo felice? I moti, i ciechi istinti

Del cor son vani?

                               È forse una malìa

Della dolce stagion di primavera.

Ogni zolla calpesta, ogni abborrito

Pruno da tutti fuor che da Natura,

Sente speranza nella madre pia.

Mette ogni pover′anima il suo verde.

LXIX.

Sognai che camminavo e camminavo

Per landa ignota al lume della luna.

Mi palpitava il cor pien di terrori

E d′angoscie. Qual era il mio cammino,

duale la meta? Mi parea saperlo

E non poterlo dir. Allor che stava

Per fulger nella mente o per balzarmi

Dalla lingua il secreto, all′intelletto

Veniano meno ed al voler le corde.

Crucciata mi fermai, ma scórsi ancora

La via fuggir sotto i miei piedi, e forte

Sentii ventarmi in viso. In quel silenzio

Allor tutto parlò. L′erbe, le pietre

Sfiorate dalle mie pendule vesti

Mormoravano: « A lui ». Da mille occulte

Lingue nell′aria intorno a me veloci

Scoccavan le parole: « A lui, a lui,

A lui ! » Vedea la via farsi piccina,

E l′orizzonte a′ fianchi smisurato ;

Le membra come piuma erano lievi.

Di pria più grande mi parea la luna,

E abbrividir faceami il romor sordo

Delle vesti dal vento flagellate

Al par di vele. A′ piedi mi guardai;

V′eran flutti laggiù, v′era l′Oceano!

Allora il dubbio di sognar m′assalse.

No, pensai, non è sogno; odo il fragore

Del mare, e là nell′acqua ecco l′imago

Mia. Strana cosa! Avea di Diana il volto.

Intanto un altro mar di nebbia folta

Tutta m′avvolse. Ad esso la persona

Come a morbido letto abbandonai.

Portavami ad ondate. A poco a poco

Per quel candido Oceano si diffuse

Un lieve color d′oro, in alto apparve

Pallido azzurro, e vidi là di fronte

Dalle nuvole uscir picchi di ghiaccio

Scintillanti nel sole, e farsi incontro

A me fantasmi torbidi, velati.

Ad un selvaggio fianco di montagna

La nebbia tra gli abeti mi posò.

M′arrampicai per l′erta rotta e scabra

Di sasso in sasso; ad un sinistro lago

In riva giunsi. Frettolosa incontro

La madre mia mi corse. « In brune vesti

Perchè venir? » mi disse. Non rammento

Che avvenne allor.

                                 Nei vortici travolta

Di pazza tarantella mi trovai

Tra ignota onda di genti. Avevo il riso

Sul labbro, turbinavanmi d′intorno

Azzurri e bianchi veli, mi saltavano

I pendenti agli orecchi, ne′ capegli

I fiori, il cor nel seno. E pure umana

Lingua non può ridir quel ch′io soffria

Per una voce viva, irrequieta.

Che in fondo alle mie viscere vagava,

Tra dolorosa e tenera parlando :

« Quando più ferve intorno a me la danza.

Quand′alto il riso nei conviti suona.

L′anima mia nella sua buia stanza.

Di te, di te, solo di te ragiona. »

Si trascorrea su ciottoli pungenti

Che i piè mi laceravano, e da′ piedi

Al cor mi säettavan doglie acute.

Toccar pareami un ponticel di legno,

Quando intesi chiamarmi. In un baleno

Sparvero tutti, ed io rimasi sola;

Ah no, non sola! Ed or, che Iddio mi tolga

La memoria!

LXX.

Pensier, dolce pensiero,

Mi metti orrore; ch′io t′opprima! Povero

Dottor! Darei la mia per la sua vita;

Sì, tosto la darei.

                              Trovommi sola.

Aperse il piano e m′invitò a sedervi;

D′allegra danza incominciai le note.

M′interruppe: « Non questo » . Obbediente

Trassi dai tasti i fragorosi accordi

D′un preludio di Thalberg. Surse in piedi

« Non questo, » disse. Tra le sparse carte

Andò frugando, tolsene il volume

Del Pergolese, posemi davanti

Nina, la malinconica ballata:

Tre giorni son che Nina

A letto se ne sta.

Il sonno l'assassina,

Svegliatela per pietà.

Era, lo so, la mesta cantilena

Che dalla madre cara udia sovente

A′ dì lontani, e non gli esci del core.

Soave cosa, un vecchio afflitto e stanco

Pensar la madre sua.

                                      Mentr′io suonavo.

Chiuse gli occhi e tremavangli le labbra

Lievemente. In silenzio indi rimase,

Sin che senza volerlo io ripetei

Sullo strumento il doloroso grido :

Svegliatemi Ninetta.

« Basta, » diss′egli, e con sicura mano

Volse le carte sino al canto estremo:

Quando corpus morietur.

Poi, quand′ebbi finito, alla finestra

Andò, stette guardando il cielo, i prati,

E sorridente mi tornò vicino.

« A settant′anni » disse « non è il tempo

Di partire cosi come fanciulli

Rapiti dal capriccio della morte.

A quest′ora, si sa, la diligenza

Passa di casa; pigliansi i fardelli,

Si scende cogli amici e, quando il rombo

Vien delle ruote, si dà un bacio a tutti;

Addio! Ma pur, Miranda, avrei sperato

Fine più dolce, e te vedere ed altri

Presso al mio letto allora. Compatisci

Questo povero vecchio che s′attrista,

Un momento il passato ripensando

Pria di tutto disporsi all′avvenire. »

S′empirono di pianto gli occhi miei;

La man gli porsi e domandai che avesse.

« È finito, » rispose, « ora men vado;

Otto giorni saran, dieci fors′anche.

Sentirete suonar la mia campana.

Addio! Miranda. » Volli dir che certo

Ei s′ingannava. « No, » riprese, « addio,

A salutarmi non verrete. Ascolta.... »

Fermossi, e sotto voce indi soggiunse :

« Io non posso morir senza vederlo. »

Il cor balzommi. Egli movea le labbra

Senza dir verbo e fiso mi guardava.

Poi trasse un anellino e me lo diede.

« Vado a tuo padre, » mormorò. Le mani

Benedicendo imposemi e lasciommi.

Forse malore passeggier lo turba

Oltre misura; pur le sue parole,

Il grave aspetto, la dolcezza nova

Della voce obliar non potrò mai.

Ed a′ pensier′ di morte un odioso

Pensier di vita si confonde, ognora

Oppresso e rinascente. Ah, di qual vile

Creta son fatta?

                             Antico è l′anellino.

Son due cerchietti neri avviticchiati

Insieme a spira, e sopravi una perla

Di piccioli brillanti incoronata.

Entro v′è scritto in laminetta d′oro:

Ave. Si legge appena. La perluccia

Per tanti flutti non perde candore,

E come al primo dì brillan le gemme;

Ma la soave timida parola

Cede al tempo e si spegne. Ave! Somigli

Spossato a morte un messaggier che giunge,

Di favellar fa segno e non ha voce.

LXXI.

Sta male. Han detto che non c′è speranza.

Ci va la mamma; voglio andarci anch′io.

Non lo vidi. La piccola casetta

Avvolta è già d′alto silenzio. Ei muore.

Questa sera l′aspettano!

LXXII.

                                             Ben ferma

Di conoscer, se puossi, la mia sorte,

In biblioteca mi recai. Di fianco

Alla porta è nell′ombra uno scaffale

Pauroso che i brividi mi mette,

Solo a passarvi accanto. Ivi mio padre

I libri d′arte medica raccolse,

Neri volumi, a cui brillano in fronte

Sinistri nomi a gran lettere d′oro.

So che bambina li chiamavo i gufi.

Quegli occhi gialli, immobili, splendenti

Tutti affrontai. Mali del cuore.

                                              Trassi

Il volume e sedetti. Ero tranquilla;

O v′era almeno dentro a me uno spirto

Imperioso che domava i miei

Nervi ribelli, e sospingea la mano

Lenta di foglio in foglio e l′occhio acuto.

Come coltella rigide, gelate

Erano quelle pagine. Talvolta

Un violento tremito correami

Da capo a piè, leggendo gl′incompresi

Nomi latini d′un arcano fato

Echeggianti, che paiono fantasmi

Sotto maschere strane. Indarno il mio

Male cercai; me li sentivo in seno

Tutti. Ho persin creduto udire un lieve

Melodioso murmure del sangue,

Com′è scritto là dentro.

                                           Dietro a′ morbi

Seguian nel libro, pallido corteo,

Col nome in fronte, giovani, vegliardi,

Trionfatori della vita e vinti.

Piccini, grandi, tutti là distesi.

Inerti nelle man d′un taciturno.

Vestito a nero (fantasia mi pinge

Così l′autor del libro) che si curva

A numerar lor palpiti. Guarito —

Morto. Alla vita — al cataletto. L′onda

Qual dei naufraghi avventa sull′arena,

E qual seco ritrae nell′alto oceano.

La sorte mia? Mistero, ognor mistero.

Deposi il libro e caddi ginocchioni.

Pensavo a Dio, null′altro. Non ho osato

Né col labbro pregar, né colla mente.

Poscia, insensata! corsi alla deserta

Mia stanza, e nello specchio mi guardai.

LXXIII.

Egli è giunto. Jersera, a mezzanotte.

Non posso scriver più. Signor, la pace!

             

  DA TE, DA TE, SOLO DA TE

Lo portarono mesti al Camposanto.

Ne′ sommessi colloquii, ad una ad una,

L′ombre salir della semplice vita

Estinta. Usciro a sommo le oblïate

Cose, l′eco tornò delle parole

Lontane, ed ogni languida memoria

Grata, ogni affetto di sé stesso ignaro

Diede nel core della gente un lampo.

Pace per lui pregarono i bambini,

Pace per lui pregarono le donne.

Vaniron l′ombre: come fiato lieve

Che va, bisbiglia per le foglie e tace,

Si spensero le ciarle e le preghiere.

Un altro nome fu gittato a′ crocchii

Oziosi, raccolto e via sull′onda

Di congetture e favole portato.

Curiosi guardavano i bambini,

Curiose guardavano le donne,

Quando talor passava per la via

Il giovin ch′or vivea nella solinga

Casetta del dottor. Sui più selvaggi

Sentieri, dentro a′ più segreti grembi

Della montagna lo vedeano, e lunghe

Ore seder sui massi flagellati

Dall′acque del torrente. Aveano un tempo

Le maligne fanciulle susurrato

Di Miranda e di lui ch′erano amanti;

Or né presso il vedeano a quella casa,

Né lei vedeano più la sera in chiesa,

Né passeggiar la strada prediletta

A pie de′ monti.

                             Chi, al cader del sole.

Di là dai prati sulla via maestra

Passava, la vedea sovente assisa

Sulla sua porta ne′ morenti rai.

Poi la madre venia, givano insieme

Lentamente sull′erbe; al primo tocco

Della campana si togliea Miranda

Agli umidi vapori vespertini,

Vèr la chiesa movea la madre sua.

Venia più tardi con parola e volto

D′amico, non di medico, il dottore

Del prossimo villaggio.

                                                 Era trascorso

Dalla morte del vecchio un mese appunto;

Ed una sera, poi che restò sola,

Al cembalo sedette la fanciulla.

Non avea lume. Dalle praterie

Veniva l′aria tepida, odorata

De′ sparsi fien, portando e riportando

Qualche lontana solitaria voce.

Di qua, di là vagando lieve entrava

La luccioletta palpitante, uscia;

Ivan, rediano lentamente i veli

Delle finestre, qual se in tutto avesse

Molle giugno spirato amore e vita.

Senza toccarlo si levò dal cèmbalo

Miranda e venne a contemplar la luna,

A ber quei miti zefiri notturni,

Fosser balsamo, fossero veleno.

Indi a seder si trasse nel più oscuro

Angolo della sala e chinò il capo.

Nel raggio della luna, che correa

Sul pavimento, un′ombra apparve. Il volto

Levò Miranda, « Lei, dottore? » Quegli

Salì il gradino della soglia e stette.

Ella con voce languida riprese:

« Non mi vede? Son qui ». Piegò la testa

Sovra un cuscino a manca, ove battea

La luna. Che pietà, povera bionda

Testina! Ell′era là, pallida, smunta,

Mesti i grand′occhi e sorridente il labbro.

Colui giunse le palme e disse piano :

« Son io ». Balzò la giovinetta in piedi.

Il batter di due cori si sentia.

« Signor, che cerca qui? » diss′ella alfine.

« Sono sola. »

                      « Saria per me venuto.

Miranda, un altro, egli riposa in pace.

Or non ho più nessuno: anch′io son solo. »

Al suon della sommessa voce cara

S′oscurarono gli occhi alla fanciulla.

Ella diè un passo; colla man tremante

Un sostegno cercavasi. – « Volete

Perdonarmi? » La voce era sì fioca!

« Oh sì ! » Miranda gli rispose, e cadde

Sul sedile.

                    Passò lieve susurro

Nell′aere, come un′anima :

                                             « Volete

Esser mia? »

                     «Oh no ! » diss′ella.

                                                        Indi, silenzio.

Una fuggente nuvola venia

Allor velando della luna il volto,

Stavan ambo a guardar sul pavimento

Ratto oscurarse il lume, e lor parea

Così dentro sentirsi a venir meno

Il senso delle cose e della vita.

« Perchè, perchè? » sclamò egli alfine,

                                                                  « Enrico,

Se l′avete promesso al moribondo »

«Promesso? » A piè le cadde ginocchioni.

La piccioletta mano renitente

Si strinse al sen, parlò, parlò nel pianto.

Ricordò sguardi, ricordò parole.

Sino, a′ rossor di lei, sino a′ silenzii.

Parlò dell′abbandono amaramente.

Le ripetè i color′ d′ogni sua veste

E gli scambiati fiori e ′l dove e ′l quando,

Narrò con ira le bugiarde larve

Di vacua fama, di fugaci amori,

Per sempre sperse, sottovoce chiese

Se a piè della finestra le nascea

La reseda tuttor, in sull′estremo

Esclamò che l′amava oltre la vita.

Oltre l′anima; e, folle, non sentia

Quella soave manina fedele

Più e più fredda tremar dentro le sue;

Posovvi alfine le infocate labbra.

Ella allor si levò, agitò le braccia,

Un grido mise e cadde.

                                         Tu, che fai ?

Non la toccar, né il meriti, né giova.

Tace quel cor, nell′ultimo cimento

Da te, da te, solo da te spezzato.

               

                      INDICE

Dedica

La lettera

Il libro d′Enrico.

        — Parte prima

        — Parte seconda

Il libro di Miranda

Da te, da te, solo da te

Note

[1] * Questa lettera si riproduce dalla prima edizione, quantunque scolorata dal tempo. Il racconto che segue vi ha qualche radice; e poiché esso pure va perdendo naturalmente il verde, l'autore ha deciso non si molesti con inutili strappi e sia lasciato appassire in pace. (Nota della seconda edizione).

[2] Un ukase (dal russo: указ, al plurale: ukazy, nella Russia Imperiale era un ordine dello zar, del governo o di un leader religioso (patriarca) che aveva forza di legge.Qui, ha un leggero e velato senso umoristico.

[3] origlier: origliere, guanciale.

[4] Finiano: Finìano = Finivano

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Ultimo aggiornamento: 01 settembre 2012