Antonio Fogazzaro

Daniele Cortis

ed. 1914

Edizione di riferimento

Antonio Fogazzaro, Daniele Cortis Casa Editrice Baldini & Castoldi Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80 Milano 1914

 

CAPITOLO I.

Vento, pioggia e chiacchiere.

Le palle cozzarono insieme due volte, forte.

«Tac tac!» fece il conte Perlotti guardandole correre attento, con il gesso nella destra e la stecca nella sinistra.

«Santo diavolo!» esclamò il senatore. «Non c'è taglio. Che stecche avete, contessa Tarquinia? Non si può giuocare.»

«E dàlli!» disse la contessa, sottovoce, fra un gruppo di signore.

«Genero mio benedetto» soggiunse allargando le braccia, «piú che scrivere e riscrivere che me ne mandino!»

Si voltò alla Perlotti che sorrideva silenziosamente guardando il tempo dall'uscio a vetri.

«Bello, sai» brontolò. «Sarà la ventesima volta che me lo dice. Vuole che le faccia io le stecche?»

«Che tempo!» disse la signora, prudente. «Fa paura.»

In faccia all'uscio a vetri il grande cipresso morto, avvolto nel glicine sino alla punta, rizzava il suo chiaro verde nel cielo livido; radi goccioloni macchiavano la ghiaia.

«Eh, sí signora, paura. Proprio, anche: paura. Paura, non è vero? Paura, sipo

Era un coro di quattro o cinque fra signore e signorine in fronzoli, molto serie, molto irrigidite dal grande onore di trovarsi in casa della contessa Tarquinia Carrè.

«Sei punti a me!» gridò il senatore.

«Quanti?» rispose un personaggio invisibile.

«Sei, sei, sei! Siete sordo?»

«No, ma i preti ah!»

«Già; è un baccano! Fate un poco tacere a quei preti, contessa Tarquinia!»

I preti giuocavano a tresette nella stanza del piano, vociavano, schiamazzavano.

«Scusate caro voi, Grigioli» disse la contessa a un giovane che parlava con la baronessa Elena Carrè di Santa Giulia, seduta sul canapè vicino. «Andate a pregare i reverendi, con buona maniera, di non far tanto chiasso.»

Quegli s'inchinò.

«Benedetta la Sicilia» gli disse piano la contessa.

«A proposito, mi raccomando, eh!»

«Cosa, contessa?»

«Dove avete la testa? Cortis.»

«Eh sí, va benone, contessa. Cinquanta voti sicuri, qui. Lo dicevo adesso alla baronessa Elena.»

«Non parlate, caro voi, di queste cose a mia figlia, che non sa cosa siano né la destra né la sinistra. Andate là, andate là da quei reverendi... Dov'è Cortis?» diss'ella a sua figlia, poi che il giovane si fu allontanato.

«Andate, andate, giovinotto, fate tacere a preti» disse il senatore a colui che passava lungo il biliardo. «Dite che imparino un poco da questi altri signori. Fate tacere a don Bartolo!»

Presso un'altra porta a vetri della gran sala a crociera un gruppo d'uomini discorreva di qualche argomento molto misterioso, pareva, e molto importante.

Uno di loro chiamò:

«Dottor Grigiolo!»

«Comandi!» rispose il giovane. «Vengo subito.» E tirò avanti verso la stanza del piano.

«È medico quel giovinotto?» disse il senatore al suo compagno.

«No signore, dottore in legge» disse questi ossequiosamente.

I preti avevano smesso di giuocare. Il cappellano don Bortolo teneva un foglio in mano e declamava dei versi tra le risate dei colleghi.

«La permetta, don Bortolo» disse l'ambasciatore.

«Bravo, dottore» rispose don Bortolo. «La venga qua, La senta anche Lei:

El sindaco risponde: a ghí rason.»

«No, La permetta.»

«Ma La perdoni, La senta!»

Il dottor Grigiolo si rassegnò fremendo ad ascoltare un'altra strofa che finiva cosí:

E el sindaco: anca vú gaví rason.

«Va bene, ma La permetta.»

«Ma La perdoni, perché non La sa. Adesso viene il bello.»

Don Bortolo, riscaldato da parecchie tazzette, come le chiamava, continuò a declamare una satira anonima, la descrizione di un battibecco fra certi consiglieri comunali intorno a un sindaco che dava ragione a tutti.

El sindaco tasea col collo storto.

E po infin l'à concluso: a no ghí torto.

Scoppiarono risate in tutti i toni.

«Bella, bellissima, arcibellissima» esclamò indispettito il dottor Grigiolo, «ma, caro cappellano benedetto, non vedo poi la necessità di rompere i timpani al prossimo. Capisce bene, di là ci sono tante signore e proprio la contessa pregherebbe...»

«Le femmine?» rispose don Bortolo. «Perché non ne sanno fare del chiasso, le femmine!»

«Zitto, zitto, andiamo, state quieto, cappellano» dissero i colleghi.

«Bravi, mi raccomando; anche per il conte Lao, che sta poco bene.»

Il dottor Grigiolo guardò il piú vecchio di quei sacerdoti, l'arciprete, con una faccia tra seria e compunta.

«Venga qua» esclamò l'incorreggibile don Bortolo, «venga qua, dottore, non stia a combattere colle femmine e beva una tazzetta con noi. Cosa mi conta del conte Lao? Non La capisce che la sua camera è dall'altra parte? Non La sa che il conte Lao sta meglio di Lei e di me? Non La sa che è matto?»

«Fate tacere a don Bartolo!» gridò il senatore dalla sala.

«Oh, hanno capito?» sussurrò il dottor Grigiolo con gli occhi fuori della testa. «L'Etna, corpo! Capace di venir qua con la stecca, perdia!»

«Campanile!» fece il cappellano.

La sua uscita e il suo comico sgomento misero nella brigata una cosí clamorosa, irrefrenabile ilarità, che Grigiolo scappò via con le mani nei capelli, mentre don Bortolo, rinfrancato, si accingeva a leggere la chiusa del poema, quest'apostrofe agli elettori:

E se no sí na massa de marson,

Spetèi sti fioi de pipe a le elezion,

A man che i ve vien soto parei fora,

E mandèi tuti oto a la malora.

«Fiasco, Grigioli!» gridò da lontano la contessa Tarquinia. Un'altra voce partí dal gruppo dei cospiratori:

«Viene, dottor Grigiolo?»

Egli rispose «un momento; vengo subito» e tirava via; ma il senatore barone di Santa Giulia gli piantò sullo stomaco una mano da San Cristoforo e lo fermò di botto.

«Rispondi!» diss'egli con il suo vocione tonante. «Sei Grigioli o Grigiolo?»

Lo smilzo e garbato giovinetto trasalí, diede un passo indietro e guardò il senatore come avrebbe guardato Attila.

«Grigioli, veramente» rispose, «ma il popolo...»

«Il popolo L'aspetta se La si degna» disse colui che l'aveva chiamato prima.

«Ah, il popolo! Ho capito» disse il barone. «Voi non avete saputo far tacere a Bartolo.»

«Impossibile, senatore. Impossibile, contessa. Il Suo vin bianco è troppo generoso. Ci vorrebbe una pompa e dell'acqua. A momenti ne vien giusto giú un diluvio.»

«Credete, sí?»

«Oh sí, contessa.»

«Non vi pare che si alzi un poco, il tempo?»

«Non vedo, contessa.»

«Avete guardato bene?»

«Contessa sí.»

«E non vedete?»

«Contessa no.»

«Santo diavolo, che contessamento in questo paese!» borbottò fra i denti il senatore, curvo sul biliardo, provando e riprovando il colpo, con gli occhi alla palla avversaria.

«L'uso, barone» osservò sommessamente Perlotti, ritto in faccia a lui.

«Via, che gli elettori vi aspettano» disse piano la contessa Tarquinia a Grigiolo, e lo spinse via con le mani, perché quegli, seccato, non ci voleva andare, preferiva la compagnia delle signore alla sua missione elettorale. Poi la contessa si volse al gruppo e disse:

«Scommetto che questo tempo non fa nulla...»

E subito le voci ossequiose: «Direi anch'io, contessa. Pare di no, contessa. Non fa niente, nopo

Nello stesso tempo il fragor del tuono empí la sala, tutti i vetri suonarono.

«Ohe!» esclamò il senatore, buttando la stecca sul biliardo.

«Gesummaria!» disse la contessa. «Le finestre! Le finestre di sopra!»

E corse al campanello.

Una signorina, che prima non aveva mai aperto bocca, si mise a gemere.

«Oh che nero! Oh che inferno!» gridava il dottor Grigiolo. «Venga da questa parte, contessa, se vuol vedere!»

Un furioso colpo di vento irruppe dalla porta che mette in loggia, buttò le cortine all'aria, soffiò via giornali e carte, stridendo, dalle quattro cantoniere intorno al biliardo. Mentre Perlotti correva a chiudere, l'arciprete scappò fuori in furia.

«Arciprete, arciprete!» gridò Perlotti, passando la testa fra i due battenti. «È matto?»

«Mi cercheranno per benedire il tempo» rispose il prete con le mani al cappello e le falde dell'abito al vento.

Il temporale, venuto su dietro le montagne di ponente, aveva girato a mezzogiorno. Turchino cupo sopra le creste cineree del Rumano, minacciava lo scuro piede selvoso del monte, le povere case sparsevi, le praterie distese davanti alla villa Carrè, falciate di recente, dorate da un chiarore sinistro.

La contessa Tarquinia, il Perlotti, il barone di Santa Giulia, le signore, Grigiolo e i suoi amici erano tutti là nel braccio della crociera che guarda mezzogiorno.

«Tempo brutto» disse il dottor Picuti, notaio del paese.

«San Giovanni e San Pietro» osservò un altro «gran mercanti di grandine».

Il conte Perlotti espresse, con grazia, il timore che quel povero arciprete non potesse arrivare a casa in tempo.

«Guardo il frumento, io» esclamò il grosso signor Checco Zirisèla che aveva il piú bel podere della vallata e non andava a messa

«Già! u frumento!» disse il barone.

«E l'uva, cazza! L'uva!» sussurrò la signora Zirisèla.

I preti non si erano mossi dal loro salotto, strepitavano peggio di prima, quasi per soverchiar la voce dei tuoni e del vento che ruggiva rabbioso intorno ai canti della casa, sbatteva, al secondo piano, usci ed imposte, schiacciava a terra le vegellie, i philadelphus frenetici del giardino.

Neppure la baronessa Elena, rimasta sola, parea commuoversi del temporale. Abbandonata la persona sulla spalliera del canapè, teneva il viso un po' chino al petto e le braccia strette alla vita sottile, come se avesse freddo. Gli occhi grandi, neri, guardavan le vette dei giovani abeti del giardino, agitate senza posa; parevano, nella vitrea e grave immobilità loro, vedere tra quelle vette, nel cielo oscuro, qualche fantasma, qualche solenne parola di tristezza invisibili altrui. Improvvisamente una furia obliqua di piova strepitò sui vetri, sulla mura, nascose il cielo, le montagne e gli abeti, mise un baglior bianco a tutte le porte e le finestre della sala ombrosa.

S'udí la contessa Tarquinia dir forte:

«Daniele ha preso radice di sopra. Se permettono vado un momento a vedere cosa succede.»

Ella si accostò a sua figlia, le disse piano e lamentevolmente:

«Ti prego, sai, Elena, mi lasci proprio sempre sola, non mi aiuti niente. Perché tuo marito non ci soffre, anche!»

La baronessa alzò appena la testa, e rispose senza guardar sua madre:

«Mio marito non mi abbada.»

Ella aveva una voce un po' grave ma dolcissima, un accento d'indifferenza molle, come di chi riposa ne' propri pensieri e, richiamatone un momento, risponde distratto, a fior di labbro, per non guastarne la trama, per riposarvisi ancora.

«Giusto quello!» disse la contessa.

«Oh che contrattempo, Elena! C'è qui la mamma!» esclamò l'amabile Perlotti, comparendo alle spalle di quest'ultima. «Io che venivo a farvi la corte!»

La giovane signora alzò gli occhi al cielo.

«Va là, Elena, va là» insisteva sua madre.

«Poveretta, la si secca, e che torto!» osservò Perlotti carezzevole, quasi flebile.

«C'è bene Sofia di là» disse la baronessa.

«Mia moglie? Sí, ma non è mica padrona di casa, lei.»

«Neppur io.»

Con questa risposta data un po' sdegnosamente, la baronessa Elena si alzò, e andò a raggiungere gli ospiti.

«Ho paura, cara Tarquinia, che vi tocchi alloggiarli tutti qui stanotte» disse Perlotti all'orecchio della contessa, appoggiando leggermente le mani alle braccia di lei, bella donna ancora e molto elegante.

«Signore, non ci mancherebbe altro! Mi sono tutti tanto cari, ma vengono un paio di volte alla stagione, e signor sí che hanno da capitare stasera!»

«Me mi metterete con quella biondina, quella Zireseta, Ziresèla, cos'è, quella biondina piccolina.»

«Scempio!» disse la contessa, voltando il viso ridente. «Vado da Lao.»

E andò via, seguita da una sghignazzata di Perlotti.

Si fermò in fondo alla sala, sulla porta che mette allo scalone del primo piano.

«Finalmente!» diss'ella. «Come lo hai trovato?»

Una voce virile rispose:

«Triste.»

«Che novità mi conti! Il suo male è tutto lí, perché lui mangia, perché lui dorme, perché lui passa le ore con le ore a leggere e suonare. Questi dolori ci saranno, io non dico, ma anche lui si ascolta molto. Il medico dice che bisogna distrarlo. Andiamo avanti, e come si fa con quella eterna luna? E poi se tu sapessi, caro te, quanta voglia posso avere di distrarre gli altri! Se tu sapessi i fastidi che ho, e la fatica che faccio a mandarli giú!»

«Fastidi, zia?...»

La contessa tacque un poco, si morse le labbra, soffocò un singulto.

«Niente, niente» rispose nervosamente, battendo le palpebre sugli occhi che luccicavano. «Non andrai mica via subito con questo tempo? Bravo, fammi un po' di corte a quelle signore.»

Ella salí lo scalone e il suo interlocutore entrò in sala, mentre le signore tornavano dallo spettacolo del temporale ai canapè fronteggiantisi con le loro ali di sedie vuote, fra il biliardo e la porta di ponente. La baronessa Elena fe' un giro per passargli vicino, gli disse sottovoce:

«Grazie, sai, Daniele, che hai fatto tanta compagnia allo zio.»

Cortis le strinse la mano, senza parlare. Elena lo guardò meglio, trasalí.

«Che c'è?» diss'ella.

«Una cosa grave» rispose quegli.

«Oh, ecco il nostro signor candidato!» esclamò il barone. «Questi bravi signori vogliono sapere se abbaierete a Tunisi e se morderete i ministri.»

Con la sua grande persona, con la sua gran barba fulva, con la sua gran voce, il barone pareva un brigante normanno antico.

«Che fare di Tunisi? A noi non importa di Tunisi» disse il signor Checco Zirisèla, un patriota che non aveva soggezione di nessuno. «Non siamo mica in Sicilia, qua.»

«Evviva l'Italia!» rispose il senatore. «Pensateci voi.»

E si allontanò.

«Lasciamolo andare, quel trombone» sussurrò il dottor Grigiolo. «Signor Cortis» diss'egli al nuovo venuto, «qui i nostri amici della sezione desideravano dirle una parola.»

Daniele Cortis s'avvicinò agli amici, che in attitudine rispettosa, ma fermi al loro posto nella mal dissimulata coscienza della sovranità, guardavano, con le spalle alla porta, l'uomo ch'entrava nella luce piovosa, un'alta persona elegante, una bizzarra fisonomia nobile, improntata di dignità e di risoluzione militare, due occhi azzurri, intelligenti e fieri.

«Niente» disse il dottor Picuti che incominciava sempre cosí le sue orazioni piú gravi «niente. Qui siamo tutti persuasi, ma siccome, giusto, La sa, si parla qualche volta con amici delle altre sezioni; io per esempio, La supponga, e qua il mio compare Zirisèla...»

«Appunto» disse Zirisèla, incoraggiando l'amico a continuare.

«Colla cosa, dico, che noi due e anche altri qui del paese si va spesso, giusto, nelle altre sezioni, e dappertutto si sente questa musica ch'Ella è poco conosciuta (cosa vuole, ignoranti!) e che non si sa come la pensi su questo e su quello; cosí sarebbe sorto, giusto, il desiderio che, sia con un discorso, sia con la stampa, non so se mi spiego...»

«Vogliono u programma» disse il barone alle signore con voce abbastanza prudente, nell'altro braccio della sala. «Hanno ragione. Quando s'è visto un candidato che non tiene u programma? È come una casa senza facciata.»

«Meglio cosí che tante facciate senza casa, che tanti programmi senza un uomo dentro» disse sua moglie vivacemente.

«È vero, Elena» saltò su la contessa Sofia, «che tuo cugino ha nome Daniele Volveno?»

«Sí» rispose Elena, asciutta.

«Che nomi strampalati avete qui voialtri!» esclamò il senatore.

«Non è mica nostro veneto, barone, questo nome» rispose la Perlotti, battendosi dispettosamente un ginocchio con il ventaglio.

«È friulano. Il signor Cortis è friulano.»

«Ma se lo so! Non volete che lo sappia? E che cos'è il Friuli? Non è Veneto? Che razza di geografia volete insegnarmi?»

La signora si morse le labbra. «Domando scusa» diss'ella «ma...»

Qui suo marito pensò bene di correre a mettere il naso sui vetri, gridando: «Oh Dio, guardate, guardate! Che sia Malcanton quello là?»

Si vedeva un ombrello venir su traballando lungo gli abeti velati dalla pioggia.

Tutti corsero a guardare, tranne il senatore e sua moglie.

«Malcanton, Malcanton!»

«Sí, per bacco che è lui!... Malcanton, contessa; è qui Malcanton!»

«Oh Dio» gridò la contessa Tarquinia che rientrava allora in sala. «Io che me l'ero dimenticato!» Aveva mandato questo Malcanton, poche ore prima, a far delle commissioni.

«Eh, ma dimenticato del tutto» soggiunse. «Dio, che figura! Pare un topo annegato.»

Ella aperse la porta, mise una vocina graziosa, porgendo il capo e ritirando la persona. «Presto, presto! Dentro, dentro!»

Il signor Malcanton entrò, si scosse come un can barbone, tenendo l'ombrello a braccio disteso, mentre la contessa gemeva a mani giunte.

«Oh Dio, poveretto, in che pena, in che pena sono stata! Poveretto, come siete rovinato! Che rimorsi! Presto, presto, di sopra, di sopra, un punch, subito!»

«Fatto tutto, contessa, fatto tutto!» ripeteva il can barbone. «Fatto tutto. Parlato al signor Momi, alla signora Catina, inteso col dottore, impegnata la banda, telegrafato per i fuochi.»

«E imbarcata l'acqua» mugghiò il barone seduto dietro gli altri, sul biliardo, con le gambe penzoloni. Tutti risero, tranne Malcanton che guardò colui a bocca aperta.

«Grazie, grazie infinite; ma di sopra, adesso, di sopra!» insistè la contessa, ricacciandosi il riso nel petto. «Elena, vai su dallo zio? Ti prego allora, passando, questo punch.»

«A proposito» riprese Malcanton, «sarà anche scritto per questo libretto del Laven-tennis e per sapere come si pronuncia.»

«Laan-tennis» disse la contessa Perlotti.

«Loon, loon» mugghiò il barone.

«O laan o loon, io dico laven» replicò Malcanton. «Del resto sentiremo.»

La contessa Tarquinia aveva fatto venire un gioco di lawn-tennis, il primo della provincia. Nessuno sapeva adoperarlo e nemmanco si andava d'accordo sul modo di pronunciarne il nome; ma intanto alla villa Carrè c'era il lawn-tennis. Anche al Caffè d'Italia, in città, ne avevan parlato, avean disputato molto sul laan e sul loon.

«Intanto, con permesso» concluse Malcanton, e si avviò dietro la baronessa, mentre il senatore diceva con un tono singolare:

«Grandi cose, dunque, contessa Tarquinia! Un san Pietro colossale, quello dell'81!»

«Pur troppo» sussurrò Malcanton, compunto, alla sua compagna, cui ostentava di parlare molto familiarmente, come se fosse ancora la bambina di una volta. «Credi, Elena, che una lavata simile...»

La giovane signora non gli badò, volò su per le scale, dimenticando il punch, ed entrò nel chiarore della grande sala vuota del secondo piano.

Udí le voci dei preti e del senatore salire, mezzo spente, dal pavimento, e la pioggia eguale venir giú a distesa, confermar con l'ampia e bassa sua voce quelle tre parole torbide: una cosa grave. Attraversò la sala adagio adagio, con gli occhi alla porta della camera dove Daniele era stato tanto tempo.

Una cosa grave!

Appoggiò la fronte all'uscio e picchiò due colpi sommessi.

Si rispose forte: «Avanti!»

CAPITOLO II.

UNA COSA GRAVE

 

«Avanti» disse il conte Lao «e chiudi presto che viene un'aria d'inferno da quella porta. È ora che ti si veda! Ed è o non è un gridare che fanno quei diavoli di preti? Corpo, e non poter andar giú con un bastone! Non sa far altro tua madre che invitar preti? Saranno tutti ubbriachi, già. Che vino ha dato quell'oca?»

Elena, seria seria, fece una profonda riverenza.

«Vado a vedere, conte» diss'ella.

«Ah! Scempia!» rispose il conte Lao, rabbonito. «Vien qua, andiamo. Scusa, la mi vien su, saranno dieci minuti, fresca come una rosa, a domandarmi se voglio niente. Bisogna avere una testa da passera. Se voglio niente! Con questo baccano che passa i muri! Voglio che li mandiate tutti al diavolo, dico. Ma, dice, credevo che non udiste. Bella, sai? Non bastano quei pochi malanni che ho; anche sordo ho da essere. Andiamo, avanti! Cosa fai là sulla porta? Perché mi guardi in quel modo? Sarò pallido, ah? Sarò verde o almeno giallo? Avrò l'aria d'un morto?»

«Ma no, ma no, zio; hai l'aria d'un orso in collera».

«D'un orso bianco?»

«D'un orso grigio, zio.»

Invece di rispondere il conte Ladislao trasse di tasca uno specchietto e si avvicinò alla finestra.

«Oh no» diss'egli, «mica pallido. Eh, niente. Solo un pochetto.»

Era pallido infatti: d'un pallore accresciuto da due grandi occhi neri, dalla barba nera, corta ma foltissima, dall'alta fronte giallognola, dove i capelli brizzolati facevano appena una punta.

Voltò le spalle a sua nipote e si guardò la lingua.

«Sei bello, zio» diss'ella. «Sei una bellezza; sta tranquillo.»

Lo zio si voltò in fretta, si eresse.

«Dopo tutto» esclamò «se non fossi malato...»

Era alto e di persona elegante; un gran naso aristocratico non guastava la sua fisonomia, tra sentimentale e beffarda.

«Se non sognassi di essere malato» disse la baronessa Elena.

«Ah, sogno? La faccio per piacere questa vita? Mi diverto io, a non digerire, il giorno, e a non dormire, la notte? Mi diverto a esser pieno di dolori tredici mesi all'anno? Sentili quei mascalzoni di preti? Oh mi diverto! Taci, vien qua, e suonami ancora la pastorale di Corelli.»

Si sdraiò in una poltrona rintanata dietro un tavolino, nell'angolo piú buio dell'ampia camera, piú lontano dalla porta e dalle tre finestre. Alla sua dritta, il piano verticale, appoggiato al muro, era aperto.

«Non ci vedo, zio» disse Elena.

«Va là che la sai a memoria!»

Egli si pose a canterellare il motivo della pastorale con una voce dolce, intonatissima, piena di sentimento.

«Non ho voglia, stasera, di suonare».

«Perché?»

Elena non rispose. Seduta, tra una finestra e la scrivania, in faccia a suo zio, lo guardava accarezzando un libro aperto, posato là a sbieco sull'orlo della scrivania stessa. Il conte Lao interpretò certo quel silenzio in un dato modo perché non insistette, accese una sigaretta.

«La colpa non è certo mia», diss'egli, buttando nel portacenere il fiammifero acceso.

«Che colpa, zio?».

Il conte Lao appoggiò le braccia sul tavolino e guardò il fiammifero fin che si spense.

«Se siamo a questi passi» diss'egli.

Elena non capiva.

«Val poco quel poeta inglese» esclamò il conte Lao, come per rompere una rete di pensieri penosi. «Pochissimo! Pieno di barocchismi. Me lo immaginavo. Il cielo che diventa sette volte piú divino per l'assunzione di Mazzini»! Corbellerie. E genitivi, poi, genitivi! Santo Dio!»

«A che pensi, zio?» disse Elena, alzandosi.

Venne a sedergli vicino, sullo sgabello del piano.

«Eh!» rispose lo zio. «Dove hai la testa adesso? Dimmi un po'; hanno giuocato al biliardo poco fa, prima del temporale?».

«Sí, zio.»

«Anche tuo marito, già?»

«Sí, lui e Perlotti.»

«Filosofo, lui!»

Restò pensoso un momento, poi scattò in piedi gittando via la sigaretta, andò ad afferrar per le tempie Elena, che tentò, con alterezza involontaria, rialzar la testa.

«Senti» diss'egli curvandosela a forza sul petto: «hai una gran canaglia di marito.» Le chinò le labbra sui capelli e disse sottovoce:

«Lo accoppo, io.»

Elena si sciolse sdegnosamente da quella stretta, guardò suo zio con occhi scintillanti.

«Sai che soffro» diss'ella, «di questi discorsi. Sai che mi offendono. L'ho ben conosciuto, prima di sposarlo. Gli ho ben permesso d'essere mio fidanzato prima e mio marito poi. Pensa quello che vuoi, ma non parlarmi cosí. Non mi ha ingannata, è stato sempre lo stesso uomo. Non sarebbe niente affatto nobile, da parte mia, di permettere che mi si parli cosí.»

Gli voltò le spalle e andò a guardare dalla finestra, mentre suo zio, irritato ripeteva:

«Giàa! Giàa! Giàa! Perché nessuno sa ch'eri una bambina! Perché nessuno sa che te l'hanno imposto!».

«No, niente imposto!» rispose la giovane signora voltandosi impetuosamente. La mamma mi spingeva forse un poco, ma il povero papà mi ha ripetuto fino all'ultimo momento: Ricordati che sei libera, ricordati che c'è ancora tempo! E non ce n'era bisogno, perché non è vero ch'io fossi una bambina. Diciannove anni, avevo; e non capivo le cose troppo male!»

«E allora, perché hai detto di sí? Ti giuro che se c'ero io non lo dicevi!»

«Oh, signor zio!» diss'ella con alterezza. Sdegnava di parlare, di dire che aveva accettato il primo marito offertole, perché certi intrighi di sua madre non le piacevano.

«E adesso» proruppe «cosa c'è di nuovo? Che orribili cose ha fatto mio marito? Vi avrà chiesto un po' dei vostri danari, già. Sarà per questo che la mamma ha le malinconie e tu le convulsioni».

«Ah, corpo!» esclamò lo zio voltando e squassando lentamente il capo verso degli esseri immaginari, dei giudici d'appello invisibili «A voialtri, cari.»

Alzò le mani, le lasciò ricadere sulle coscie rumorosamente.

«Non ne parliamo piú» diss'egli.

Sedette al piano come se non fosse affar suo e suonò, a mezza voce, una polka sciocca, brontolandosi mentre suonava:

«Bella educazione che ha avuto!... Sí, perdiana!... Un po' dei vostri danari, cosa serve?... Un po' di danari, euh!... Bella educazione!... Sí perdiana...

Bellissima!»

«Smetti, smetti, zio» disse Elena. «Come sei triviale stasera! Non ti ho mai conosciuto cosí.»

«Balla, cara, balla!» rispose Lao, sdolcinato. «Ma balla, tesoro. Non senti che suono? Cos'hai da saper tu di danari! Balla che sei beata.»

«Che sciocchezze, zio! Vuoi che mi crucci per i danari! Smetti! È stupida, sai, questa musica.»

Il conte afferrò a due mani lo sgabello su cui stava seduto e si girò di netto.

«Oh lo so» diss'egli «e mi dirai poi cosa sono i tuoi discorsi. Non ti fa niente a te che tuo marito, dopo essersi giuocata la roba sua e la tua, pazienza! si voglia giuocare anche la nostra? Non ti fa niente a te che venga qui a fare il prepotente, a pretendere del danaro che non gli spetta, a dire che tu spendi e spandi...»

«Può essere» disse Elena, fredda.

«... a minacciare di confinarti per sempre a Cefalú, come una moglie indegna se non gli si danno questi danari.»

La baronessa trasalí e chiese bruscamente:

«Lo ha detto a te?»

Il conte Lao si mise l'indice al petto, alzando le sopracciglia.

«A me?» diss'egli. «Glieli avrei dati subito e poi lo avrei buttato dalla finestra, lui e i danari in un mucchio. Ha detto cosí o press'a poco, a tua madre.»

«Quando?»

«Stamattina. Mi pare impossibile che tu non lo sappia.»

«Non lo sapevo.»

«Allora non sai neppure cosa gli ho fatto dire, io, al tuo senatore.»

«No.»

Gli ho fatto dire che venisse da me a ripetere questa bella cosa. Ma già tua madre gliel'avrà detto. Tua madre ha sempre voluto star col diavolo e anche con l'acquasanta. Non sa che piagnucolare, lei. Di' la verità che non sapevi niente?»

«Sapevo che mio marito ha bisogno di danari. Prima di venir qua, mi ha pregato, alla sua maniera, di domandarvene. Io gli dissi che lo lasciavo perfettamente libero di trattar lui con voialtri come voleva, ma che, per conto mio, non vi avrei detto una parola.»

«Chi sa che scena ti avrà fatto!»

«Scena? Non me ne ha parlato piú. Non me ne fa, scene.»

«Non te ne fa?»

Il conte Lao pareva incredulo.

«Eh no, proprio scene, no» disse la baronessa, quasi sorpresa di dover affermare una cosa due volte. «Sai, se me ne facesse, con poche parole lo metterei a posto.»

L'altro tacque.

Ecco dunque, pensò Elena, la cosa grave. Tanto grave davvero? Le gesta di suo marito la toccavano poco. Era poi evidente che lo zio non l'avrebbe lasciata confinare a Cefalú. Si crucciava quasi, malgrado se stessa, che Daniele avesse detto cosí. E sempre veniva giú a distesa la pioggia eguale, l'ampia voce triste parlava ancora.

«Zio» disse la baronessa, «cosa t'è venuto in mente di raccontar queste cose a Daniele?»

«Io? Perché? Non ho raccontato niente, io, a Daniele.»

«Niente? Eppure l'ho visto adesso che usciva di qua e mi ha detto ch'era succeduta una cosa grave.»

«Una cosa grave? Non so.»

Elena sentí nella voce di suo zio un sospetto cambiamento di tono, una indifferenza esagerata.

«Non ti par grave» diss'ella sorridendo «una relegazione a Cefalú?»

«Ah sí, questo sí; sarà stato questo.»

«Ma zio...»

«Oh, sai che mi secchi!» esclamò il conte. «Non si tratta né di tuo marito, né di te, né di me; e se vuoi delle confidenze, va da Daniele.»

Elena non rispose.

«Scusami» ripigliò suo zio. «È una cosa che riguarda lui solo. Non posso parlare.»

Ella si pentí d'aver palesato quelle due parole di suo cugino che potevano attestare un'amicizia, molto intima e confidente. A un tratto tese l'orecchio, s'avvicinò alla finestra e l'aperse. Una gran voce d'acqua corrente entrò nella camera.

«Sei matta?» gridò il conte Lao, scappando, col bavero del soprabito alzato, alla poltrona d'angolo. «Chiudi per amor di Dio! Cosa diavolo fai?»

Non pioveva piú; appena qualche grossa goccia batteva sulla ghiaia dalle grondaie.

«Se non piove, zio! Se non c'è un fil d'aria!»

«Oh non c'è aria! Santo Dio, non c'è aria! Non la chiude mica, sapete. Con questo umido! Il Rovese che pare in camera e non ci sarà aria, ohe. Andiamo, finiamola, serra!»

Elena non gli diede retta.

«Scusa, zio» diss'ella in fretta e sottovoce, «ho udito aprire l'uscio della sala. Voglio vedere chi esce.»

Uscivano i preti con un grande stropicciar di piedi, con una ressa di strascicati saluti. Il senatore era con loro. Prese a braccetto il parroco di Caodemuro e gli disse qualche cosa all'orecchio. Tutti gli altri gli si strinsero intorno. Colui, un prete stecchito, rubicondo, dagli occhiali d'oro rispose forte:

«La sa, noialtri si deve star col papa; direttamente non si può far nulla. Non expedit. Io se avessi cento voti e potessi votare, certo non ne darei uno solo a questo signore qui, e sarò molto contento se farà un bel fiasco. Ma ho paura, perché qui votano tutti per lui. Quello che possiamo far noi è di persuaderne qualcuno a star a casa. Ma poi...»

«Anniamo, anniamo avantI» disse il senatore. Non gli garbava che si parlasse forte di queste cose tanto vicino a casa. Ma in quel momento Elena lo chiamò dalla finestra.

«Carmine!»

Il barone si voltò, guardò in su. I preti si voltarono pure, salutarono con certa sgomenta umiltà piegando il collo, alzando gli occhi. La baronessa accennò appena del capo e chiese a suo marito se Cortis fosse ancora in sala.

«Sí» diss'egli. «Perché?»

«Perché gli debbo parlare» rispose Elena tranquillamente; e chiuse la finestra.

«E la mamma?» diss'ella, volgendosi a suo zio. «Cosa dice la mamma?»

«Hai chiuso bene?» rispose il conte, tirandosi giú il bavero. «Lei si cruccia, lei piange, lei se la piglia con me perché non sono persuaso niente affatto di accontentare il suo signor genero. Né mi persuaderò mai. Se vuole far lei dei sacrifici con la roba sua, padrona: ma non credo che ci senta molto da quell'orecchio.»

«Povera mamma!» disse Elena, sorridendo. «Le lagrime le costano meno. Addio, zio.»

Gli stese la mano. Il conte Lao la strinse forte fra le sue, la trattenne un momento senza parlare.

«Senti» mormorò con voce soffocata. «Mi conosci, ah?»

Ella gli offerse anche la sinistra, e raccolse a sè, con impeto affettuoso, le mani di lui.

«Basta» diss'egli.

Elena era ben sicura di quel virile cuore, tanto leale, tanto caldo sotto un'inerzia lunatica, nata da qualche difetto segreto dello spirito, favorita dalle tradizioni nobiliari, cresciuta con l'abitudine, sancita da sofferenze reali nel corpo o nella immaginazione, confermata dallo scetticismo amaro dell'uomo come degna del mondo e di lui.

Un domestico venne a vedere se il signor Daniele avesse dimenticato lí i suoi guanti.

La baronessa si spiccò in fretta da suo zio, balzò fuori della stanza, scese in loggia per un'oscura scaletta di servizio. Verso il fondo trovò qualcuno che saliva.

«Chi è?» diss'ella.

«Quel del pesce, contessina: Pitantoi.»

«Oh bravo! Tu voti per il signor Daniele?»

«Io? Quando voteranno i marsoni e tutto quanto il pesce popolo, voterò anch'io, signora contessina. Ma dicono che la legge non sia ancora fatta.»

«Non sei elettore, tu?»

«Mi pare di no, signora contessina. Cosa vuole? Abbiamo una manica di elettori, qua, che non mi degnerei neanche, La guardi. E poi...»

La baronessa gli passò davanti, scese velocemente. Cortis entrava con Grigiolo dalla loggia nel porticato rustico che la continua, quando Elena vi entrava pure dalla scaletta segreta.

«Parti?» diss'ella.

Egli le stese la mano.

«Sí» rispose «vado a casa.»

«Perché ti vorrei dire una parola» replicò Elena. Il dottor Grigiolo diede due passi indietro rispettosamente.

«Mi fa piacere, Grigiolo, di avvertire la mamma che sono uscita un momento con Daniele?»

Elena parlava sorridendo, con la piú franca indifferenza.

«Volo, baronessa, volo» rispose lo zelante giovinotto. «Dunque, signor Cortis, per parlare di questo programma vengo da Lei domattina?»

«No» rispose l'altro, «io domattina vado via.»

«Come, va via? Ma torna presto?»

«Eh, non lo so.»

«Non lo sa? Ma prima dell'elezione, spero!»

«Non lo so.»

«E allora, cosa facciamo? Scusi per carità, baronessa.»

«Oh» esclamò Elena, «La prego! Se m'interessa moltissimo tutto questo! Sono un poco agente elettorale anch'io, sa.»

Intanto Cortis rifletteva.

«Venga stasera» diss'egli.

Grigiolo s'imbarazzò un poco. La contessa Tarquinia contava su di lui per far divertire le signore. Come si poteva adesso...?

«Venga quando la società sarà sciolta» disse Cortis. «Alle undici, a mezzanotte, quando vuole».

L'altro, a corto di scuse, masticò un bene soddisfatto, pieno di pigrizia e di sonno anticipato. Ma Cortis, fosse perché non comprendeva neppure queste mollezze, fosse perché aveva il capo ad altro tenne la cosa per ferma e, congedato il giovane, si voltò ai grandi occhi gravi che lo interrogavano.

Rispose loro con uno sguardo pur grave e lungo. Né l'uno né l'altra parlarono. Dopo momenti che a lui parvero eterni s'incamminarono tutti e due, adagio, verso il portone, per un tacito consenso non sapendo chi si fosse mosso prima. Giunsero in silenzio all'aperto dove una stradicciuola corre a destra le praterie verso Villascura e casa Cortis, un'altra scende a sinistra nel fragore del Rovese, in faccia alle nude scogliere imminenti del monte Barco, una terza va diritta a tre grandi abeti che dal ciglio d'un pendío fronteggiano la vallata. Elena trepidò pensando che forse suo cugino avrebbe preso a destra, verso casa sua. Potrebbe seguirlo ancora, in questo caso, costringerlo, quasi, a parlare? Egli tirò avanti diritto, verso gli abeti. Le balzò il cuore, una vampa le salí al viso.

«Cara Elena» disse Cortis.

La maschia voce morbida e sonora cadde spossata come sotto un dolor mortale.

«Una cosa grave» diss'egli; e si fermò, guardò sua cugina. Dovette leggerle una gran commozione in viso, perché soggiunse subito, premurosamente:

«No, cara, non è una cosa piú forte di me.»

«Lo credo» diss'ella guardando diritto avanti a sè con gli occhi vitrei. Non pareva piú, né all'accento né allo sguardo, la stessa Elena che aveva parlato, due minuti prima, al dottor Grigiolo.

«Tu la devi sapere» soggiunse Cortis «ma non è facile il dirla.»

«Non dirmi niente» rispose Elena sottovoce, sempre senza guardarlo. «Sono stata una stordita di venire a impormi cosí.»

Pensò che, a rigore, era ancora in tempo di non imporsi e stese la mano a suo cugino con un sorriso forzato.

«Buon viaggio» diss'ella.

Egli fece un atto d'impazienza e disse solo:

«Oh!»

La giovane signora arrossí, come se in quell'oh avesse inteso ricordarsi, con affettuoso rimprovero, tante cose intime, tanti segni d'un'amicizia piú sentita che espressa. Ritirò la mano e disse timidamente:

«Scusa.»

«Va bene» rispose Cortis. «Andiamo avanti, e pensa se, col tuo istinto, puoi indovinare qualche cosa.»

Fecero alcuni passi in silenzio. Adesso Elena figgeva a terra gli occhi veementi.

Rialzò a un tratto la testa.

«Mio marito?...» diss'ella. Non l'aveva ancor detto che Cortis rispose: «No, no!» Ella si pentí subito amaramente, s'irritò con se stessa. Suo marito non era mai nominato nelle conversazioni fra lei e Cortis. Non un atto era seguito, non una parola era corsa fra loro di cui egli potesse dolersi.

Intanto erano giunti agli abeti che rumoreggiavano in alto, pieni di vento, e piovevano grosse gocce. A sinistra il piú vecchio dei tre inclinava le sue lunghe frange nere sull'angolo dell'altipiano e sui rapidi declivi che scendono verso le praterie e verso il fiume.

A destra la strada svoltava giú per la costa erbosa.

«Dove andiamo?» disse Cortis.

L'uno e l'altra, nel loro turbamento, erano entrati, camminando diritto, nell'erba folta, fradicia di pioggia. Tornarono sulla strada, e Cortis non parlò piú fino a che non furono discesi tanto nel quieto grembo della costa, da venirne riparati alle spalle.

Allora si fermò.

«Senti» diss'egli. «Tu sai cosa vi è stato di triste, molti anni or sono, in casa mia?»

Ella si ricompose, dimenticò la sua domanda stordita di prima e rispose pronta: «Lo so.»

Non s'aspettava questo. Sapeva che la madre di Cortis, trovata infedele dal marito, n'era stata cacciata di casa pochi anni dopo la nascita di Daniele, ed era poi morta subito, nell'abbandono.

Pensò.

«Forse» esclamò, sottintendendo tutto «ha lasciato...»

Cortis la interruppe con uno scoter del capo.

«No» diss'egli, dopo un momento.

Elena si ricordò di aver udito che il nome del seduttore non si era mai saputo con sicurezza, e arrischiò un'altra supposizione:

«Forse hai scoperto chi...»

Cortis scosse ancora il capo.

«Pensa la cosa piú incredibile» disse; e guardò sua cugina in modo che il vero le brillò al cuore.

«Ah!» diss'ella, afferrandogli un braccio.

Egli accennò di sí.

Continuarono a guardarsi, muti, incontrandosi lo stupore dell'una con la gravità accorata dell'altro.

«E non lo hai mai sospettato?» sussurrò Elena.

Cortis alzò le braccia.

«Mai» rispose. «Mio padre mi ha sempre fatto credere che fosse morta. Però una volta, me ne sono ricordato oggi, una volta che gli chiesi tante cose, avrei dovuto capire, se non fossi stato un ragazzo, ch'egli mi nascondeva la verità.»

Ella non osò andar oltre, fargli tante domande: temeva apprendere chi sa quali cose orribili.

«Che vuoi?» disse Cortis. «Non so ancora niente. Finora non ho che una lettera.»

«Di lei?»

«No, di una signora che vive con lei.»

«Dove?»

«A Lugano. Una lettera che mi farebbe impazzire se non avessi un cervello d'acciaio.»

«Questa persona scrive che mia madre vive, è malata, e vorrebbe vedermi» soggiunse, rispondendo agli occhi ansiosi d'Elena. «Potrebbe essere una felicità grande, ma poi bisogna mettere insieme la storia di mia madre con le trivialità retoriche e anche con la carta profumata di quest'amica sua, per intendere.»

Un singhiozzo gli ruppe la parola.

«Sí, sai, Elena» rispose con voce appena intelligibile. «Avevo pensato qualche volta: se ella vivesse ancora, se fosse sepolta in un ritiro o se si guadagnasse pane e rispetto col suo lavoro, e ch'io la potessi trovare, dimenticherei persino quello che mio padre ha sofferto. Una gran cosa, Elena: perché tu non sai che cuore aveva mio padre e con che lagrime mi faceva recitare ogni sera, capisci? ogni sera, un requiem per la povera mamma. Ma io pensavo che avrei dimenticato tutto, che...»

Cortis s'interruppe. Non v'erano parole umane per esprimere la tempesta di passione che lo avrebbe portato nelle braccia di sua madre. Si staccò bruscamente da Elena, che rimase immobile.

«Ma ci vai?» diss'ella con improvviso fuoco.

Cortis si voltò.

«Lo sai bene» rispose severamente «che andrei se ne dovessi morire.»

«Oh sí, va!» esclamò Elena facendoglisi vicina. «Pensa quanto avrà sofferto? Ci andrei io se potessi!»

«Tu? E se non avesse sofferto niente?»

Elena trasalí, sorpresa.

«Oh, è impossibile!» diss'ella.

L'uomo d'acciaio non ebbe forza di replicare: il pianto lo soffocava. Con tutto il suo vigor leonino, egli aveva spesso, nel dolore e nella gioia degl'impeti infantili, che passavano come nembi caldi d'inverno.

Ad Elena quelle lagrime rivelarono cosa egli temesse; ella si dolse di essere cosí ignorante, cosí tarda a comprendere certe depravazioni di cui aveva inteso parlare senza credervi mai interamente; si dolse d'aver suggerito a Cortis, senza volerlo, un paragone amaro fra lei che non poteva neppure capire il male e una madre che forse non poteva capire il rimorso. Assalita e vinta dall'emozione di lui, gli parlò ansando, con una strana voce nuova che voleva essere calma.

«Ma ella ti desidera» disse: «questo esprime tante cose...»

«Basta, cara» rispose Cortis, pacato. «È una follia di turbarsi cosí; in questo luogo poi anche. Si fa quel che si deve e basta; non è vero, Elena? Guarda che bel cielo!»

Il basso oriente dove si toccano, fra montagna e montagna, il cielo e la sconfinata pianura veneta, luceva di cristallino sereno, ma una tenda pesante di nuvoloni copriva ancora la valle, gittava sulle tempie dei monti la sua ombra azzurro-nera; e i radi abeti austeri che a sommo della costa spiccavano sul cielo, parevano attendere la seconda tempesta.

Elena guardò un momento il lontano sereno con gli occhi lagrimosi, e disse:

«Parti domattina?»

«Sí, cara. Come tremano tutti, questi poveri fiori nell'erba! E quegli abeti lassú come sono intrepidi!»

Elena guardò il verde tempestato di margherite che ascendeva liscio fino alle piante nere.

«A che ora?» diss'ella.

«Presto. All'alba. Mi rincresce non potermi trovare alla vostra festa. Mi scuserai tu colla mamma; non è vero? Le ho già detto che dovevo partire per affari urgenti, ma glielo ripeterai, eh? Prima d'informarla voglio accertarmi che non si tratti poi di un'impostura; tutto è possibile! A ogni modo le dirai che mi rincresceva tanto di mancare al suo invito.»

Elena non fe' neppur cenno di aver inteso e disse:

«Scrivimi.»

«Sí» disse Cortis «ma...»

Ella arrossí leggermente.

«No, no» disse «puoi star sicuro.»

«E quanto ti fermi ancora?»

«Non lo so. La mamma vorrebbe andar via a mezzo luglio se lo zio è contento, noi si potrebbe anche partire da un momento all'altro, se vi fosse un richiamo al Senato.»

«E poi, ti fermeresti a Roma o andresti in Sicilia?»

«Ma, si parlava di Aix-les-bains, una volta; adesso non so piú nulla.»

Ambedue stettero immobili e muti, come se le parole «non so piú nulla» avessero risposto, nella loro mente, a un soggetto ben piú grave. Non sapevano piú nulla, Elena né Daniele, del loro cammino nel mondo; non potevano prevedere neppure un avvenire probabile, né quando mai si sarebbero ancora incontrati. Sicilia, Aix; che suono triste, questi nomi! Il cielo scuro, il Rovese con la sua cupa voce collerica parevano consci di un futuro sinistro. Gran colpi d'aria passavano alti sul capo di Cortis e di sua cugina che non sapevano staccarsi da quell'asilo quieto dove il vento taceva sí che vi si udiva il sugger lieve della ghiaia bagnata di fresco, dopo una lunga aridità.

«Pensa a me, qualche volta» disse Cortis, sottovoce.

Elena non gli rispose.

Si avviarono lentamente verso casa; ella con il volto chino e le labbra serrate, egli parlando sempre, a scatti, con inquietudine febbrile.

«Lo so» disse, «lo so che sei una buona amica. È una brutalità stupida ch'io ti dica di non dimenticarmi. Sai cosa mi sento invece qui nel cuore, di doverti dire? Che forse sarebbe bene, per te, dimenticarmi. Che addio ti faccio, Elena! Ma forse in un altro momento non avrei la forza di dirtelo. La mia vita diventa una battaglia fiera, vedi. Non so ancora quando, ma presto. Non posso perder tempo perché il mio posto è avanti, molto avanti, e dovrò battermi giorno e notte per arrivarvi. Tu conosci le mie idee; sai se lascerò del sangue sulla via! No, no, non mette conto di legarsi a me; non c'è che da soffrire. È meglio lasciarmi solo, Elena.»

«Questo?» diss'ella alzando il viso.

La baronessa, quand'era con Daniele Cortis, diventava umile e timida come nessuno l'aveva veduta mai, neppure da bambina; ma ora tutta la sua naturale alterezza le lampeggiava in fronte. Cortis aveva parlato con la coscienza di una energia superiore e si sentiva subitamente in faccia un'eguale, statagli sconosciuta fino a quel punto. I suoi occhi potenti si dilatarono.

«Allora...» cominciò egli con impeto.

Ella lo interruppe, pallidissima, si mise l'indice alla bocca. Cortis tacque, la guardò attonito, triste. «Tu non devi restar solo, con quella vita che farai» riprese Elena piano, con voce tremante. «Tu hai bisogno di una famiglia. So che la mamma ha dei progetti per te; dei buoni progetti, anche.»

In fatti la contessa Tarquinia s'era fitta in capo di fargli sposare una signorina di V... bella, ricca, intelligente. «Dei sogni» diss'egli, freddo. «Io non prendo moglie.»

Non parlarono piú sino al crocicchio dove avevano a dividersi. Elena si fermò la prima.

«Addio» diss'ella, «va.» E poiché gli occhi di Cortis si riaccendevano come un momento addietro e la passione gli fremeva nella persona, lo chetò ancora con un cenno, gli porse la mano che quegli prese con ambo le sue.

Le smorte labbra d'Elena si agitarono un momento prima di poter dire:

«Confortala.»

Daniele non rispose. Ella si sciolse dalle mani gagliarde che la stringevano, e mosse verso l'entrata del portico. Di là si voltò a gittargli negli occhi, con un rapido porger del viso, l'anima; e disparve.

CAPITOLO III.

LE IDEE DI DANIELE CORTIS

Poco prima di mezzanotte il dottor Grigiolo suonò al cancello di villa Cortis. Un domestico sonnolento gli aperse, lo condusse, girando l'ala destra della villa, allo scalone che ne divide a mezzo la lunga fronte.

«Resti servito» diss'egli. «Intanto vado a chiamare il padrone.»

«Cosa?» esclamò Grigiolo stupefatto. «Senti, caro te; non è in casa il padrone?»

«Signor no.»

«Benedetto! Ma dov'è?»

«Nei giardini.»

«A quest'ora? Anima mia! Tutti i gusti son gusti. E adesso ci vorrà una mezz'ora a cercarlo: no?»

«Eh, signor no, signor no» rispose colui avviandosi senza troppa fretta.

«Piano, tesoro, che non La si faccia male» brontolò Grigiolo sfiduciato.

Diede un'occhiata al cielo.

«Con questo po' d'acqua che vien giú a momenti!»

Cielo e montagne, tutto era nero, dal Passo Grande che porta sul primo scaglione villa Cortis con le sue solitudini di boschi e di prati, fino a monte Barco e all'alta gola stretta da cui sbocca il Rovese. A sommo dello scalone, sulla macchia biancastra della casa, una porta brillava illuminata. Grigiolo si decise a salire, scotendo il capo, non potendosi dar pace che a quell'ora, con quel tempo, senza luna (pazienza con la luna!) si avesse l'idea di cacciarsi nei cosí detti giardini, che son poi boschi, per il puro gusto di rompersi il naso a un tronco, perché altro no!

Entrò in casa. Una lucerna colossale ardeva in faccia alla porta sopra una tavola greggia, illuminando, dal pavimento alle nere travi enormi, la sala con le sue quattro porte laterali accigliate, con il suo disordine di carte e di libri ammucchiati alla rinfusa sulla tavola, sparsi sul canapè e sulle sedie, con le due aquile piantate ad ali aperte negli angoli opposti all'entrata. Fra questi due angoli, la gran porta che mette al giardino francese era aperta. Grigiolo vi si affacciò. Aveva sul viso il Passo Grande, tutto nero; a destra, in alto, le vette del bosco denso che sale il monte, scende nella valle, copre dorsi e valloni, ruscelli e laghetti con l'orrore delle sue ombre.

Il meraviglioso getto d'acqua del giardino parlava, invisibile, nella notte.

«Santo cielo!» esclamò il dottor Grigiolo, tornando in sala per buttarsi sopra uno stretto canapè incomodo. «Se non sono matti non li vogliamo. E stimo che li facciamo deputati!»

Guardava la gran lucerna là in mezzo alla sala, con il fastidioso pensiero che bisognava aspettar lí chi sa quanto, poi dire chi sa che, poi fare un miglio a piedi prima di toccare il suo letto morbido di villa Carrè.

La ferma luce indifferente della lucerna gli faceva rabbia.

Un cane enorme entrò di trotto dalla porta della facciata, con la coda in aria.

«Eccomi» disse la voce squillante di Daniele Cortis. «Saturno, qua!»

Il cane gli corse alle gambe ed egli si voltò per dire a qualcuno ch'era rimasto fuori:

«Il caffè.»

«Come va?» diss'egli poi, stendendo la mano a Grigiolo. «Lei è esatto come gli astri.»

Il giovane s'inchinò sorridendo. Si aspettava delle scuse e stava già per dire: «Niente, si figuri», ma Cortis non gli fece scuse, entrò di schianto nell'argomento.

«Lei vuole dunque» diss'egli «che parliamo di questa elezione. Si accomodi, La prego. Non guardi se io sto in piedi, perché sono nervoso e ho bisogno di muovermi; si accomodi. Ecco, vede; io non amerei di parlare nel seno dell'Associazione Costituzionale; ma qui in mezzo ai boschi, in una casa vuota, io parlerò volentieri, molto chiaro.»

Era nervoso davvero. Andava e veniva con le mani in tasca e il cane alle gambe, davanti a Grigiolo seduto nell'attitudine piú rispettosa possibile, con tanto d'occhi sbarrati. Quando si fermava, tutti i muscoli delle sue braccia e delle gambe aperte vibravano.

«Sa» diss'egli «io sono molto grato a loro signori del loro appoggio. Loro mi appoggiano perché le mie aderenze personali sono moderate, e perché, sinora, la mia scarsa azione pubblica non ha potuto autorizzare alcuno a credermi amico del Ministero che la Provvidenza ha sputato sull'Italia.»

Si fermò un momento, guardò Grigiolo con un acuto riso sarcastico negli occhi.

«Ma io non sono un moderato» diss'egli.

«Neanche!» esclamò Grigiolo, candidamente.

«Come, neanche

Grigiolo si morse la lingua. Aveva pensato: portare un matto simile che non è neanche moderato!

«Ah niente» rispose. «Dicevo...» Ma Cortis non si curò di ascoltarlo, gli ruppe la parola.

«Io mi trovo però in condizioni» diss'egli «di potere onestamente accettare l'appoggio dell'Associazione.»

«Cosa comoda» pensò Grigiolo.

«Noti» continuò l'altro «che siccome in politica bisogna riuscire, e siccome io non ho la ipocrita vanità della modestia, cosí lavoro io stesso come ogni probo cittadino lo può, per la mia elezione; e l'appoggio di alcuni gentiluomini lontani, se aiuta molto il mio cuore, aiuta poco il mio successo.»

Il dottor Grigiolo, piccato, si alzò.

«Oh Dio» diss'egli, «se Ella crede...»

«No, no, no» lo interruppe Cortis, «si accomodi, si accomodi. Adesso prendiamo il caffè.»

Entrava allora il servitore portando un vassoio carico di due tazze enormi.

«Grazie» disse Grigiolo spaventato. «La prego a dispensarmi. Non dormo.»

«Quello che ci vuole, caro Lei, non dormire!»

«Eh sí signore, capisco. No, grazie, proprio.»

Cortis mandò via il domestico, si versò un mare di caffè e ricominciò a parlare con la tazza nella destra e la sottocoppa nella sinistra.

«Non è mica un torto che vi faccio. Io considero una grande umiliazione questa che per entrare con forza nella vita pubblica bisogna strisciare sotto una porta cosí bassa: il patriottismo e la sapienza politica degli elettori. Io vi lodo di non saper né voler parlare il linguaggio che questi elettori intendono. Quanto a me che ho poi anche sfangato nell'economia politica per far piacere a voialtri borghesi, omnia praecepi atque animo mecum ante peregi

Qui Cortis si accostò la tazza alle labbra, tenendo gli occhi sfavillanti su Grigiolo.

«Non è necessario» continuò «commettere disonestà, né bassezze. Non occorre spendere denari e tre o quattro coccarde politiche come il mio competitore, ma bisogna avere una opinione sugli interessi locali del collegio. Io li conosco tutti in tutti i Comuni, e i grandi elettori di ciascuna sezione lo sanno, come sanno che oggi ho degli amici potenti, e indovinano, perché sono acuti, che domani sarò qualche cosa io stesso. Ci è poi... (Cortis nominò un pezzo grosso del collegio) che ha in pugno solamente limoni strizzati e ora s'immagina potere strizzar me.»

«Oh! Davvero!» esclamò Grigiolo, sorpreso. «Allora siamo a cavallo!»

«Sí, mio caro, se però io non faccio un programma sulla falsariga e col visto dell'Associazione Costituzionale, perché in questo caso l'uomo mi abbandona. Io poi non intendo fare nessun programma. Io intendo concorrere per titoli e non per esame, ecco.»

Si mise a centellinare il suo caffè, adagio, adagio. Grigiolo guardò l'orologio per esprimere discretamente la sua umile opinione che fosse da sbrigarsi presto.

L'altro alzò le labbra nella tazza, e disse a mezza voce, tranquillo:

«È cattolico, Lei?»

Grigiolo trasalí

«Io?» rispose. «Ma...»

Cortis vuotò e posò la tazza, e ripigliò con voce concitata il discorso di prima.

«Per i miei elettori sono il deputato provinciale Cortis; per voialtri sono Daniele Cortis che ha scritto sul bimetallismo e sulla pluralità delle banche; e sono poi anche il consigliere provinciale Cortis che ha votato con i vostri amici, quando gli altri vollero fare della politica nella nomina dell'ufficio di presidenza. Questo vi deve bastare. Programma non ne faccio; non è ancora l'ora mia. Bada Lei a quei quattro chiacchieroni di stasera? Non mi si conosce? Non si sa come la penso? Mi si darà il voto egualmente, stia tranquillo; e in ogni caso possiamo ben fare a meno degli uomini politici... di... e di... Dunque appoggiatemi perché, se non altro, io sono un gentiluomo, e il mio avversario è un farabutto; ma non aspettatevi adesioni da me. Vi ripeto poi lealmente: se io rifiuto di aderire in pubblico alle idee della Costituzionale, non è per conservarmi l'appoggio di un potente; è perché quelle idee non sono le mie.»

“Chi sa che razza d'idee ha costui” pensò Grigiolo; “chi sa che razza di deputato vien fuori!”

Gli venne in mente che i suoi amici dell'Associazione potrebbero rimproverargli di non aver saputo apprezzare l'importanza del colloquio e costringere Cortis a spiegarsi un po' meglio.

«Senta» diss'egli, «queste idee sono proprio tanto tanto distanti?...»

«Altro, mio caro!» rispose sottovoce Cortis, tenendo le braccia incrociate sul petto e alzando le sopracciglia.

«Aspetti!» diss'egli.

Diede una strappata al cordone che pendeva presso il canapè. Il campanello chiamò furiosamente, lontano. Saturno saltò sulla porta, abbaiò alla notte.

"Cosa diavolo vuol fare?" disse Grigiolo, fra sè.

Il domestico venne subito.

«Un tavolino davanti al signore» disse Cortis. «Due candele, carta e calamaio.»

«Ma...» osservò Grigiolo guardando ancora l'orologio. «Sono le dodici e mezzo passate.»

«Io non dormo, stanotte» interruppe l'altro, asciutto.

«Va benissimo; ma...»

«Due candele, carta e calamaio» ripeté Cortis al domestico, vedendolo venire con il tavolino.

 

 

Grigiolo ammutolí. Il domestico, grave come un ministro, portò quanto gli era stato ordinato, accese le candele, e, a un cenno del suo padrone, se ne andò.

«Debbo scrivere una lettera politica, stanotte» disse Cortis. «Privata però, sa. La creo mio segretario. Quanti anni ha?»

«Ventisette.»

«Io ne ho trentadue. Ça va. Scriva.

«Caro amico. Questo amico è un ex deputato di destra, un dotto, un animale a citazioni che non può muoversi perché ha ingoiati troppi libri. Mi ha offerto l'aiuto pubblico dell'Associazione Costituzionale centrale.»

Grigiolo scrisse dolcemente, alzò il viso, e ripeté «caro amico

«Ti ringrazio» seguitò Cortis, dettando, «ma siccome io considero la mia candidatura come assicurata...»

«Eh» brontolò Grigiolo, scrivendo, «avendo dalla Sua il rettore del collegio, capisco. Assicurata

Cortis alzò la voce:

«... anche senza influenze esterne... (scusi, sa) cosí... cosí è inutile che la Centrale si disturbi per un pensatore libero dai vostri dogmi e dai vostri dèi. Ha scritto?»

«Sí.»

«A capo. Debbo pur dirvelo. Entrando nella Camera italiana io non sognerò come tanti di voi, o chimerici amici, di trovarmi nella House of Commons...»

«Cosa diavolo?» interruppe Grigiolo.

«Nella House of Commons, nella Camera dei Comuni... di trovarmi nella House of Commons a sedere sopra uno scanno di sei secoli. Non credo che la religione costituzionale inglese ci convenga; non credo ai benefizi del vostro dispotismo parlamentare, qualunque sia il colore della maggioranza. La rapida metamorfosi che fu imposta al paese si può molto bene giustificare con Ovidio; ma sarebbe un cómpito piú duro di giustificarla con la esperienza e con la teoria. Se Iddio e i futuri conti di Moriana...»

«Euh!» esclamò Grigiolo, tralasciando di scrivere. «Proprio?»

«Non so niente. Scriva. Se Iddio e i futuri conti di Moriana perdoneranno all'on. Sella di non aver composto il Ministero, o ad altri di averglielo impedito, sarà forse perché...»

«Perché» ripeté Grigiolo aspettando con la penna in aria.

«Santo Dio, non lo so» rispose Cortis. «Metta cosí:... perché forse dagli anditi parlamentari, dalle sale della reggia non si udí la voce che chiamava un uomo di cuore a rialzare in nome della patria la autorità reale, a raccogliere la nazione intorno al Palatino.»

«Al Quirinale, La vuol dire?»

«Sí, ha ragione, al Quirinale. Cosa vuole? Non lo posso mandar giú quel Quirinale. Ci volevano le grandi idee dei conquistatori di settembre per mettere il re in una casa di preti. Scriva. Ove credessi che la monarchia è solamente buona per far ballare e cenare a casa sua, per portare le lettere amorose delle maggioranze e per decorare le nostre prosaiche figure con un poco di sentimentalismo cavalleresco, non vorrei crucciarmi tanto per essa. Ma io la credo ancora buona, mio caro amico, a qualche cosa di meglio. Io la credo buona per finire la lezione di geografia italiana che il re Vittorio Emanuele ha dato all'Europa; io la credo buona, sopra tutto per fare con l'altra monarchia ecclesiastica una politica che abbia senso comune e stabilità; una politica che senza assoggettare in niente lo Stato alla Chiesa, ci dia tanta forza da sbalordire il mondo con le nostre riforme sociali.»

«Piano!» disse Grigiolo, scrivendo precipitosamente.

«A me importerebbe poco» seguitò Cortis, infiammandosi nella parola e nel volto «essere chiamato clericale e avere alle calcagna tutta la muta dei radicali e dei dottrinari italiani...»

«Piano, piano, per amor di Dio, un momento!» gemeva il segretario, scalmanato. Ma Cortis non gli abbadava.

«... se potessi far solida e potente la patria, ottenerle l'onore di guidare una rivoluzione sociale ordinata. Non ci vogliono per questo né superstizioni politiche, né scetticismo religioso, né bigottismo scientifico, né...»

Cortis affrettava ed alzava la voce tanto che il cane gli saltò avanti, lo guardò menando la coda, latrando.

«La scusi» esclamò «ma come vuole che faccia?»

Non ne poteva piú.

Cortis si asciugò la fronte senza parlare, sedette sul canapè, e dettò da capo, tranquillamente, sino alla frase interrotta, la chiuse cosí «né polso che tremi.»

«Io scrivo» osservò l'onesto Grigiolo «ma non controfirmo mica, sa.»

«Naturale» rispose Cortis ridendo. «Ci sono molti in Italia che vorrebbero fare lo stesso, mettere fuori queste idee senza firmarle. Ci vorrà uno che firmi per tutti. Concludiamo.»

«Volentieri.»

«Allora scriva. Credi pure che queste idee non mi servono ad ammollire i preti del mio collegio, quattro quinti dei quali mi combattono, mentre l'altro quinto sta a vedere.»

«Vero, questo!» osservò il segretario scrivendo. «Sacrosanto!»

«Perché sanno che io li ho sempre trattati da ciechi e da ignoranti quanti sono; e sanno che io, cattolico...»

«Se la stampassimo, eh, questa lettera!» disse Grigiolo, scrivendo.

«Crede che avrei paura? Lo dirò alla Camera, coram hominibus. Voglio vedere in faccia questi forti pensatori che si burleranno di me. Scriva dunque. Sanno che io, cattolico, se diventassi ministro, sarei capace di costringerli a studiare, con una legge di maggio, qualche cosa di piú che la Summa contra gentes. Vuol avere la bontà di rileggere?»

Grigiolo rilesse.

«La chiusa la farò io» disse Cortis. «Dunque, cosa Le pare?»

«Idee rispettabili» rispose il segretario «ma per noi, adesso, con questa trasformazione che c'è per aria, come è possibile?»

«Ecco!» replicò l'altro. «Vedete se siamo distanti?»

Grigiolo si alzò.

«Sí» diss'egli, «distanti; e a me, per andare a letto, ci vogliono venti minuti.»

«Ha ragione, sono stato indiscreto.»

«Oh?»

«Adesso La faccio accompagnare.»

«No, per carità; non occorre, si figuri.»

Cortis suonò.

«E il tempo?» diss'egli. Ordinò al domestico di approntare una lanterna e venne con Grigiolo alla porta. La bianca facciata, le bianche ali della villa, brillavano e sparivano ogni momento. Non s'udiva però il tuono.

«Dorma qui» disse Cortis. «Avrebbe forse uno scrupolo costituzionale di passare una notte sotto il mio tetto?»

Grigiolo ringraziò e protestò. Non poteva assolutamente restare. Non aveva paura del tempo e poi, a parer suo, non sarebbe neanche piovuto.

«E Lei» diss'egli «parte domattina?»

«Sí, signore.»

«Con qualunque tempo?»

«Sí, signore.»

Tacquero ambedue. Dietro ad essi la lucerna fumava e si oscurava, morente. I lampi sfolgoravano in sala. Di là dalla sala, brillavano e sparivano il getto argentino, la ghiaia bianca.

Venne il servitore con la lanterna.

«Dunque...» cominciò Grigiolo.

L'altro l'interruppe. «Vengo un tratto anch'io» diss'egli pigliandogli il braccio e traendolo giú per gli scalini senza dargli il tempo di schermirsi.

«Lei mi crede un conservatore?»

«Ma, dico, non so, in un certo senso mi pare.»

«E lo dirà a' Suoi amici, naturalmente; dirà, non è vero, che io sono un fungo di questo nuovo genere. Bene, dica a' Suoi amici, che aspettino a giudicarmi.»

Tacque un momento, aperse la bocca con impeto, poi si contenne e ripeté solo: «Che aspettino.»

Fece ancora due passi e si fermò di schianto:

«Santo Dio» diss'egli, «questa Italia, che non abbia piú niente da insegnare al mondo? La Provvidenza l'avrà risuscitata dai morti per fare della cattiva democrazia e della cattiva letteratura che si freghino insieme?»

«Non ne parliamo» rispose Grigiolo.

«Crede Lei» continuò Cortis «che se la fosse cosí, mi passerebbe per il capo di cercare la deputazione? Se conoscesse lo stato dell'animo mio non lo crederebbe. Dica pure a' suoi amici che mi si potrà trovare nelle file d'un partito conservatore, ma che io sono una forza motrice. Addio.»

Fe' un rapido gesto di saluto e, voltate le spalle, disparve nella notte. Grigiolo rimase lí, pietrificato, finché Saturno, ch'era corso avanti, gli tempestò via furiosamente a fianco. Un lampo lo mostrò da lontano, presso al suo padrone.

"Per conto mio" pensò Grigiolo "facciamolo pure, ma è matto."

CAPITOLO IV.

FRA LE ROSE

La chiesettina di Villa Carrè, accoccolata in un canto del giardino, fra il cancello e una macchia d'abeti, non aveva quasi mai posato, la notte fra il 28 e il 29 giugno, di far chiasso con le sue campanelle. Venne il giorno, venne il sole, venne il gaio vento del nord a scoter il fogliame dei pioppi lungo la strada maestra, a bisbigliar fra le rose che si arrampicano fino al graticolato metallico proteso, con una tenda, davanti alla finestra della baronessa Elena; le campanelle tintinnavano ancora. Elena, che aveva preso un po' di sonno sull'alba, si svegliò di colpo alzando il capo dal guanciale. Non avevan suonato il campanello e portato una lettera di Daniele? Non l'avevan posata lí sul tavolino? No, sul tavolino v'erano i suoi anelli, il suo braccialetto, il suo Chateaubriand aperto. Un sogno, un sogno, era stato un sogno. Elena si alzò, aperse le finestre all'odor fresco delle montagne e del verde. Sul letto bianco, sulle pareti chiare della cameretta chiusa, come un nido d'usignuolo, nell'angolo della villa che le rose e i gelsomini nascondono, si vedeva un azzurro, s'indovinava il sereno, la purezza dell'aurora. «Festa, festa» dicevano le campane. Elena si sentí una gran voglia di piangere. Al primo svegliarsi era sempre cosí; poi il suo cuore si chiudeva sulla passione, e non s'apriva piú, fino a sera, se non quando Elena, trovandosi sola, discendeva in sè avidamente, godeva toccarsi, foss'anche per un momento, quel fondo oscuro del cuore, sentirvi un fuoco di dolore e di vita.

Ella si vestí e si pettinò sola, in fretta. Era come una dolce musica quella cameretta; troppo dolce! Le rose avevano un odore troppo molle, una grazia troppo delicata. Si soffriva, lí, si perdeva tutto il vigore dello spirito; bisognava esser felici per abitare un nido simile, non aver nell'anima quello che ci aveva lei e che si accordava tanto, in un certo doloroso modo, con l'ambiente. Elena guardò un momento dalla finestra attraverso il fogliame delle rose battute dal vento. Le cime dei monti eran tutte vermiglie; un'ombra azzurrognola copriva i prati, le macchie, i bianchi viali del giardino, che alcuni contadini stavano rastrellando. Pensò che incominciava il terzo giorno dalla partenza di Cortis e che forse fra poche ore sarebbe venuta una lettera.

Ah, la doveva, la poteva desiderare questa lettera? Lo amava nel suo segreto; da quanto tempo! Ma non avrebbe voluto, una volta, ch'egli pensasse molto a lei. Le bastava uno sguardo amichevole, una buona parola, ogni segno di quieta benevolenza. E solo quieta benevolenza voleva dimostrargli dal canto suo, accettando di amare e di soffrire in silenzio, con l'appassionata speranza di poter fare qualche cosa per esso, non sapeva che, di poter operare su questa via un po' di bene al mondo. Altrimenti, senza figli, divisa nell'anima dal marito, avrebbe attraversato la vita come un'ombra, mettendo forse intorno a sè un fugace ristoro su qualche afflitto, ma riportando a Dio, tremante come il servo del Vangelo, tanti inutili tesori sepolti nel suo cuore.

Ma adesso sapeva di essere amata, non dubitava di essere stata intesa da lui, adesso tutta l'anima sua era una dolcezza torbida, piena di dubbio e di tormento.

Lasciò la finestra e prese avidamente il libro posato sul tavolino. Era il terzo volume delle Mémoires d'Outre-tombe di Chateaubriand, prestatele da Cortis. Questi le aveva detto di aver concepito, da fanciullo, un amore fantastico per Lucile de Chateaubriand, contessa di Caud; ed ella ora cercava con gelosa cura nelle memorie del gran poeta ogni parola che ricordasse la figura di sua sorella; voleva evocarne la bellezza piena di malinconia, lo spirito pieno di mistero e di genio, che si credeva superfluo sulla terra, e cosí difficile a conoscere, «tant il y a de diverses pensées dans ma tête», com'ella scriveva a Chateaubriand: «tant ma timidité et mon espèce de faiblesse extérieure sont en opposition avec ma force intèrieure.»

Il volume era aperto in principio del libro terzo, dov'è parlato del ritiro di madama di Caud alle Dames Saint-Michel, in Parigi, e son deposte, come reliquie, le ultime lettere di lei a suo fratello. Elena era giunta, la notte, a questo passo d'una lettera senza data:

«Quelle pitié que l'attention que je me porte! Dieu ne peut plus m'affliger qu'en toi. Je le remercie du précieux, bon et cher présent qu'il m'a fait en ta personne et d'avoir conservé ma vie sans tache; voilà tous mes trésors. Je pourrais prendre pour emblème de ma vie la lune dans un nuage, avec cette devise: Souvent obscurcie, jamais ternie.»

Elena si era fermata qui con le lagrime agli occhi. Questo fratello che Lucilla chiamava la miglior parte di se stessa e dono di Dio, non era egli mai stato un pericolo per lei? Quale inconscio sentimento la portava a Renato, quando, tra i boschi di Combourg, non viveva che dell'anima di lui, e, oppressa da tristezze senza nome, traduceva con esso il Taedet animam meam vitae meae di Job, o scriveva quelle brevi prose liriche all'aurora e alla luna, cosí malinconiche e pure nel pensiero, cosí mollemente musicali nella parola? Elena si era posta, leggendo la lettera, in luogo della scrittrice; ella stessa diceva cosí a Daniele.

Riprese ora la lettura; ma aveva il capo cosí torbido e infiammato, il petto cosí oppresso che non poté proseguire. Si sentiva bisogno d'aria e di moto. Tolse il volume e uscí per l'anticamera appuzzata di sigaro, camminando in punta di piedi onde non svegliare il barone che dormiva fragorosamente nello stanzino attiguo al suo, con la porta aperta.

Discese in giardino, pigliò il viale che scende con i declivi erbosi e con le selvette di sempreverdi alla chiesuola di San Pietro e al cancello sulla strada maestra. Incontrò il gastaldo che aveva un telegramma per il barone senatore di Santa Giulia; e, datogli ordine di portarlo subito a suo marito, uscí dal cancello, s'avviò a destra, per la strada fiancheggiata di pioppi, verso le casupole di Passo di Rovese e il fiume. Pensava a Lugano, dov'era stata due giorni qualche anno addietro. Vedeva una coppa di acque azzurre, una lunga riva di case bianche, gialle, grigie, una corona di poggi e monti verdi fino alla cima. Dov'era Daniele? La sua fantasia gli mutava luogo ogni momento. Era alla finestra dell'Hôtel du Parc, dove aveva fantasticato lei, era in un bigio villino sul lago, di cui si ricordava, o in un altro giallo e rosso sul colle? E immaginava presso a lui un'altra persona in tutte le forme, pietose o ributtanti, della vecchiaia, in tutti gli atteggiamenti del dolore, sinceri o falsi. L'incontro di Daniele con sua madre doveva essere accaduto da due giorni. Non era possibile che ne passasse un altro senza lettere. La posta non arrivava che alla sera.

«Dodici ore ancora!» pensava Elena ferma sul ponticello di legno a guardar le acque ombrose del Rovese, a bere il vento vitale, odorante di prati alpini e di abeti. Passò il padrone della vicina sega idraulica e salutò attonito la «contessina» come, a Passo di Rovese, tutti la chiamavano ancora. Ella lo trattenne amabilmente, lo condusse, tra seria e scherzosa, a parlare di elezioni. Colui, un elettore influente, era stato lavorato a dovere dal barone Di Santa Giulia, e le rispose misterioso, sorridendo con un'aria di finezza che, a prima giunta, turbò Elena. Ella penetrò l'arcano e soffiò via in un momento le ragnatele elettorali del barone. Disse ridendo che in politica lei e suo marito si facevano la guerra e che anche il conte Lao ci teneva molto all'elezione di Cortis. Era una considerazione vitale, questa; perché casa Carrè sosteneva volontariamente per metà le spese di manutenzione del ponte che era stato costruito dal proprietario della sega. Costui promise, contrito, che avrebbe votato per il signor Daniele. «Quando La mi dice cosí, quando La mi dice cosí!» E fatta una grande scappellata, tirò via per la sua strada.

Elena si avviò alla sinistra del Rovese, fra gli ontani che nascondono il fiume alle praterie. Qua il bosco fitto è lambito dalla corrente; là un seno erboso della riva accoglie l'acqua che vi gira lenta, tornando indietro. Elena si fermò, con il suo libro chiuso fra le mani, a guardar la corrente e, sull'altra sponda, in alto, i vecchi abeti di casa sua. Non vi era anima viva sul sentiero né sulle praterie; nuvole bianche passavano sopra le vette degli abeti, velavano lentamente il sole. Che dolce sogno nascondersi con lui, per sempre, in questa quiete pensosa! «No!» diss'ella a mezza voce «no, no, no!» Riprese sospirando la via, aperse lo Chateaubriand alle ultime pagine, ben lontano dalle lettere della contessa di Caud, lesse un periodo o due su Bonaparte e richiuse il libro. Passando presso un grosso pioppo si ricordò d'essersi provata ad incidervi, parecchi anni addietro, il nome di un'amica. Guardò e non trovò niente; neppure un segno di quel tempo felice le restava piú. Folli allegrie, speranze fantastiche, malinconie amorose di un giorno, profondi dolori di un'ora, dov'erano andati? Quell'amica viveva adesso in una lontana cittaduzza del Piemonte. Aveva perduto il suo unico bambino e non voleva essere consolata; non le rispondeva piú.

Aveva inciso il suo nome lí, nell'autunno del 1869, a sedici anni, pochi mesi dopo aver conosciuto Daniele Cortis, che poteva essere allora sui venti. Si ricordava della prima visita dello zio e del cugino Cortis, nel maggio di quell'anno. Solo dopo il suo matrimonio, Elena aveva saputo che il vecchio dottor Cortis, già emigrato in Piemonte, non si era voluto, per causa della sua sciagura domestica, restituire nel 1866, al Friuli; e che era stato indotto dalla sorella Tarquinia a comperare Villascura. Quanto tempo trascorso, quante cose! La sonora corrente del Rovese aveva un rombo che stringeva il cuore.

"Dio, com'ero bambina!" pensava Elena. Suo cugino, un bel giovane pieno d'ingegno e di fuoco, la guardava volentieri, ma ella non se n'era accorta che piú tardi, ritornando a quei giorni con la memoria, quando ormai il vecchio Cortis era morto e Daniele andato via nel mondo con la corrente sonora.

Egli aveva viaggiato lungamente, aveva studiato economia pubblica a Berlino, l'aveva insegnata a Firenze ed era tornato dopo sette lunghi anni a Villascura per prepararsi un avvenire politico. Che anni per lei, quelli! Elena aperse il libro, si ripose in cammino, leggendo senza capir nulla, chiudendosi alle sciagurate memorie che l'assalivano.

Ogni tanto apriva loro disperatamente il cuore per finir l'angoscia di lottare con esse. Udiva allora sua madre presentarle per la prima volta il colonnello barone di Santa Giulia, lo vedeva piegare appena il capo e porgerle la mano. Poi si ritrovava nel suo letto di fanciulla, una eterna notte di dicembre, a dibatter seco stessa se rimanere in quella casa dove certi occulti segni di colpa le mettevano orrore, se dire un mortalmente amaro. Le sue mani strinsero il libro, gli occhi vi si confissero; ella ne lesse alcune parole a caso per aggrapparvisi; per salvarsi da quelle immagini.

Cadde su queste:

"Il n'y a qu'un déplaisir auquel je crains de mourir difficilement, c'est de heurter en passant, sans le vouloir, la destinée de quelque autre."

Passò oltre e non s'accorse che una riga piú sotto d'esserne stata morsa. Allora vi ritornò di slancio, vi si dimenticò dentro fino a che il sole, uscendo dalle spalle della montagna imminente, le sfolgorò sul libro. Sedette sopra un muricciuolo dove moriva il bosco e la strada calava al fiume che spandeva al sole le sue ghiaie scoperte, i rivi brillanti.

Ebbe un assalto di scoramento mortale. Sempre questo dubbio, questo rimorso, quest'ombra nemica: nuocere a lui quand'anche una sola parola d'amore non corresse fra loro, essere un traviamento ne' suoi affetti, un inciampo nella sua vita! Depose il libro sul muricciuolo e cessò di pensare, assopita nel sole caldo, nella voce del Rovese. Dopo un pezzo riprese il libro, cercovvi lentamente, con le mani gelate, le parole: "Il n'y a qu'un déplaisir..." Lo richiuse subito, si alzò dal muricciuolo, pieni gli occhi di lagrime, e si avviò verso casa.

Passando sotto le finestre del conte Lao lo vide che le faceva gran saluti dietro le invetriate. Gli accennò di aprire, ma n'ebbe in risposta un gesto d'orrore, una indicazione muta degli alberi che dondolavan le punte al vento. Malcanton e il conte Perlotti giravano per il giardino col gastaldo, davan ordini, pigliavano misure, studiavano il terreno, affaccendati come se dirigessero una fortificazione di campagna in faccia al nemico. Avevano a disporre il posto per la banda, il piano dell'illuminazione. Malcanton era specialmente incaricato di preparare il lawn-tennis prima che arrivassero dalla città gli ospiti attesi. Appena vide Elena da lontano, le agitò in aria una lettera, le gridò con le palme alla bocca:

«Laan, laan!»

Elena trasalí, gli andò frettolosa incontro.

«È venuta la posta?» diss'ella.

«Sí, quell'asino di fattorino ha trovato comodo di tenersela in tasca da ieri sera. C'è anche una lettera per te. Son venute le istruzioni, del resto; e quel tale scrive che si pronuncia laan, come dicevi tu. Ecco qua, adesso ti leggo.»

Mentre Malcanton si palpava e si frugava in tutti i taschini cercando le sue lenti, Elena gli voltò le spalle.

«Ehi» diss'egli. «Elena!» Ma Elena era già in casa, onde il pover'uomo, brontolando un «bene, servitor suo» tornò al suo lavoro.

Ella trovò suo marito che tempestava e sagrava in camicia, tutto rabbuffato, contro di lei, per quella maledetta passione di andar fuori prima del sole.

Elena non attese che finisse, gli chiuse l'uscio in faccia; ma egli vi sferrò dentro un gran calcio, uscí, tal quale si trovava, in sala.

«Non scherziamo!» disse. «T'ho a parlare molto sul serio.»

«Parlare, quanto vuoi» rispose Elena, «ma a quel modo no.»

«Dentro!» replicò il barone tenendo l'uscio spalancato. «Faremo il grazioso per amore di Vostra Grazia. Andiamo! Fammi il piacere, santo Dio!»

Elena entrò; suo marito chiuse l'uscio a chiave con un grugnito di soddisfazione e brontolò: «Che suscettibilità!»

«Lasciamo andare!» soggiunse, perché Elena voleva dir qualche cosa. «Si parte stasera. Siedi.»

«Perché? Ho capito, si parte stasera. Che altro c'e?»

«C'è, c'è che cosí non si può partire.»

Elena si gettò in una poltrona, si pose a leggere Chateaubriand.

«Accidenti ai libri!» esclamò il barone. «Favorisci di stare attenta. Ti dico che cosí non si può partire.»

«Ma se non so nulla, se non capisco nulla! Perché, cosí non si può partire?»

«Già! Quella vive a quindici mila metri sopra le nuvole. Crederesti che io fossi venuto per divertirmi in questo ladro paese di reumi, dove si gela, santo diavolo, in giugno, e piove seicento e sessantasei volte il giorno? Non ci sono neanche venuto, sai, per il gusto di dormire in un dannato guscio di noce come quello lí, con i piedi fuori dell'uscio. Questo lo sai, eh?»

«Se non lo sapessi, l'avrei indovinato.»

«Non occorre tanta finezza. Te l'ho detto.»

«E poi?»

«E poi...»

Il barone abbassò la voce per dire con una imprecazione oscena che non aveva ottenuto niente di quanto voleva.

«È per questo che mi aspettavi?» disse Elena alzandosi e afferrando la maniglia dell'uscio della sua camera.

«E per che diavolo vuoi che sia?»

«Ma c'entro, io, in questo?»

«A spendere, Dio santo, c'entri bene, eh?»

Elena sapeva perfettamente per quali occulte vie partissero i danari di suo marito, ma sdegnò di rispondere e disse solo:

«E perciò?»

«E perciò, se quel mastino di tuo zio...»

Elena, in un lampo, scomparve nella sua camera; ma prima che potesse chiudervisi dentro, il barone la seguí, gridò infastidito:

«Eh, andiamo che...»

«Fuori!» diss'ella sottovoce voltandosi a mezzo.

Egli lasciò la parola in tronco, ammutito dagli occhi sfolgoranti di lei, stette un momento incerto, e finí con trarsi indietro, sbattendo l'uscio dispettosamente.

Elena vide una lettera sul tavolino, la prese palpitando. Era di Cortis da Lugano. Aspettò un momento, poi l'aperse e lesse:

«Cara Elena, «Partirò probabilmente domani per costà, pregando Dio di trovarti ancora. Ho un bisogno immenso di te. A voce ti dirò tutto. Sono affranto. Come prima, non ho, per riposare il cuore, che te! E non avrò mai altri. DANIELE.»

Ella stessa non avrebbe saputo dire da quanto tempo tenesse la lettera in mano, quando suo marito rientrò annodandosi la cravatta.

«T'è passata?» diss'egli.

Ella posò la lettera aperta sul tavolo senza scomporsi e rispose tranquillamente:

«Cosa vuoi da me?»

«Cosa voglio? Voglio dirti questo, che il danaro mi abbisogna e che se non l'avrò, te ne pentirai, perché io t'inchiodo a Cefalú per tutti i sempiterni secoli, e non c'è Roma, e non c'è Veneto, e non c'è Cristo che ti levi di lí. Oh vedrai che l'avrò!»

«Come, lo avrai?»

«Adesso, subito, da tuo zio. Se non il danaro, una righetta o anche una parola perché sono un buon ragazzo e mi voglio fidare. Mi basta averlo a Roma fra otto giorni, il danaro. Credi che abbia paura di tuo zio? Ora gli vado in camera e gli metto la questione: o Cefalú o danaro. Se griderà lui griderò anch'io, eh?»

Si prese la lunga barba fulva, se la fece passare e ripassare tra le mani.

Elena cercò di leggergli in viso se avesse parlato sinceramente o con l'intento di ottenere da lei che si interponesse. A dir vero, una sua sincerità soldatesca il barone l'aveva; e fronte imperterrita pure.

«Farò io» diss'ella; e gli colse negli occhi un lampo di contentezza. «Farò io» soggiunse «a un patto.»

«Che patto?»

«Che tu non dica una sola parola. Capisci! Una sola! Altrimenti è inutile.»

«Non la dirò.»

«Con nessuno!»

«Con nessuno.»

«Adesso va e chiudi l'uscio.»

L'onorevole barone aveva adocchiato la lettera aperta sul tavolo, ma uscí senza farne motto. Si riaffacciò però subito alla porta e disse:

«Sai, tu devi chiedere un'anticipazione su quello che tuo zio non ti vorrà togliere. Possono bastare quindici mila lire per ora; devi dire che ne ho bisogno per l'ultimo versamento del prestito di Cefalú, per non perdere gli altri. E devi dirgli che se non ho i quattrini porto il reggimento a Cefalú e lo metto a mezza razione. Capisci? O Cefalú, o danaro.»

Elena rileggeva la lettera e rispose senza nemmanco voltarsi:

«Va bene.»

L'uscio si chiuse; era sola. Allora depose la lettera e sedette nel suo letto sfatto, guardando alla finestra di ponente le rose da cui traspariva un lontano pieno di sole. Pensieri e pensieri le salivano dal cuore, disegni e propositi le si formavano dentro la fronte con un lento lavoro, e non se ne vedeva ombra nell'occhio vitreo. Solo le labbra si movevano a quando a quando senza voce, articolavano una sillaba muta, come tocche dalla parola interiore ne' suoi scatti piú veementi. Ella si alzò finalmente, andò alla finestra e, celata dietro le rose, pianse.

CAPITOLO V.

PER LUI, PER LUI!

Malcanton e il conte Perlotti vennero a fermarsi sotto le finestre d'Elena per picchiare alle imposte chiuse dal dottor Grigiolo che dormiva a pianterreno. Elena si trasse dentro con un atto risoluto, si mise il cappello e i guanti, andò da sua madre che dormiva ancora, e le annunciò senza molti preamboli che doveva partire la stessa sera. La contessa pensò subito ai danari che suo genero voleva, si spaventò all'idea di una scena proprio in quel giorno, con la casa piena d'ospiti. Figurarsi Lao, col suo temperamento! Maledisse i soldi e la gente vulcanica. «Anche tu, benedetta» diss'ella, «non parlar mai, non metterti di mezzo, che tuo zio fa tutto quello che vuoi!» Le raccontò degli spasimi che soffriva da quindici giorni, fra le torture di suo genero e le strapazzate di suo cognato.

«E tu che non volevi mai sentirne a parlare!»

Elena la interruppe, le disse ch'era accomodato tutto, e, senz'altre spiegazioni, le chiese di permettere che la sua cameriera le allestisse i bagagli.

«Accomodato tutto? Ma che? Ma come?» La contessa Tarquinia, fuor di sè dallo stupore, non poté cavar nulla di piú chiaro da sua figlia, che l'abbracciò pregandola di non crucciarsi piú, di non pensarvi nemmeno, e scappò via. La contessa suonò il campanello di furia, la fece richiamare. Non sapeva ancora per dove partissero, se per Roma, se per Aix! Allora Elena si accorse di non saperlo ella stessa. Suo marito non l'aveva detto, ella non gliel'aveva chiesto. Per Roma, certo, perché era giunto un telegramma, e Di Santa Giulia si attendeva appunto da qualche giorno un richiamo al Senato.

La contessa Tarquinia avrebbe desiderato una certezza maggiore, ma Elena corse via e andò dritta dallo zio Lao, che, alzatosi un momento per guardare il tempo, s'era coricato da capo. Quando Elena, entrando in cappello e guanti, gli disse a bruciapelo: «Vado via», credette che partisse subito, balzò a sedere sul letto. L'indugio di dodici ore gli parve sulle prime un guadagno: c'era il tempo di discutere, almeno. Assalí sua nipote con una furia di domande. Non si potrebbe far questo? Non si potrebbe far quello? Il signor barone non potrebbe andarsene solo, nel santo nome di Dio! a Roma e anche piú in la? Non arrivò sino a proporre ad Elena di accompagnargliela piú tardi egli stesso, ma parlò del fattore, di quell'insulso Malcanton, che non era buono ad altro, e toccherebbe il cielo col dito. Visto che non c'era verso di spuntarla, s'arrabbiò, si ricacciò sotto le coperte, e, voltato il viso al muro, gridò a sua nipote che andasse via, che andasse pur subito a farsi benedire, che non gliene importava nientissimo, che andasse a Roma o in Sicilia o in Africa o dove diavolo voleva lei, e che non stesse a tornare per un gran pezzo.

Elena, commossa, si accostò in silenzio al letto, vi si piegò su; anche la faccia mezzo nascosta fra il guanciale e le coltri era commossa.

«Ah» fece il conte Lao con voce brusca, come per respingere ogni carezza, ogni parola amorevole. Tuttavia Elena lo baciò in fronte.

«È il mio dovere» diss'ella dolcemente.

Poi cominciò a parlargli del danaro. Lao si venne voltando a poco a poco, l'ascoltò attentamente. Elena gli disse ridendo di non spaventarsi; gli ordinava solo di rispondere a sua madre, se gliene parlasse, che s'era inteso con lei, Elena; non una parola di piú. Lo zio non capiva, voleva delle spiegazioni. Ella gli diede un altro bacio e scappò via con la scusa della messa, benché alla messa dei padroni, nella chiesetta di casa, ci mancasse ancora un'ora e mezzo.

Si fece portare in carrozza a Villascura e scese dall'arciprete. Costui era in chiesa, ma una melliflua governante pregò la signora contessina di voler pazientare un momentino e si ritirò discretamente quando sopraggiunse l'arciprete con una giusta miscela, negli affrettati saluti, di ossequio, di meraviglia e di aspettazione. Elena era venuta a congedarsi dal signor arciprete. Esclamazioni dolenti di questo, ch'era stato qualche volta ministro delle sue carità segrete. Anche ora gli voleva affidare un simile incarico; le occorreva essere informata, consigliata. L'arciprete si struggeva in ringraziamenti a nome de' suoi poveri. Egli sperava poi sempre nell'appoggio del signor senatore in una certa questione che aveva col demanio. La baronessa gli fece intendere che suo marito non poteva molto, ma che ella aveva mezzi validissimi di aiutarlo, e lo pregò sorridendo, nel congedarsi, di voler benedire gli erbaggi anche a coloro che si proponessero di votare per Daniele Cortis. L'arciprete diventò rosso rosso, protestò di non aver mai rifiutato, per questo motivo, le sue benedizioni. Infatti correva una storia assai fondata di cavoli del partito Cortis non voluti salvare dai bruchi. Elena lo tranquillò; c'era tempo, in ogni caso, al rimedio. Il signor arciprete non conosceva bene Cortis, una volta; adesso potrebbe affermare in coscienza agli elettori, che Daniele Cortis non era un nemico della religione, tutt'altro: ne rispondeva lei. L'arciprete promise tutto quello che la signora baronessa volle, anche di accordare la sua propaganda elettorale con quella della contessa Tarquinia, e accompagnò la signora baronessa, a capo scoperto, sino alla carrozza.

«Villa Cortis» disse Elena al cocchiere, salendo.

Passate le ultime casupole del paesello, vide il muraglione del giardino francese e, al di sopra, il getto bianco, il bosco pendente della montagna. Smontò pallida e accigliata sulla spianata verde davanti alla casa, s'avviò per il cortile rustico al cancello dei giardini e si perdette nelle ombre del bosco. Si perdette nel mistero delle ombre che posano in giro al cancello il loro silenzioso invito, e che si chiudono a pochi passi, dense, sulla via che gira e scompare, sui sentieri che accennano e dileguano. Vi sono là dentro colli e valloni perpetuamente ombrosi, laghi e prati cinti d'ombra, taciti canali che tremolano nell'ombra, voci di fontane invisibili. Le vette degli alti alberi in giro al cancello annunciano ondulando, mormorando al vento, questo poema dell'ombra e della vita, ne promettono le oscure magnificenze.

Elena sparve là dentro per la via larga che gira a sinistra.

Si sarebbe forse potuto udire per un momento da qualche orecchio ben fine il suo passo leggero; ma poi, se qualcuno l'avesse seguita con cautela, si sarebbe vista davanti, dopo una svolta, la via vuota, avrebbe teso l'orecchio invano.

Ella risaliva il valloncello che mette capo da sinistra, a quella svolta; lo stretto valloncello dove un rivolo gorgoglia fra le ninfee, l'erba affoga il sentiero e, in alto, le acacie dell'uno e dell'altro pendío confondono nel sole il loro verde, spandono al di sotto un'ombra dorata. Si ascende per di là ad un quieto seno aperto del colle, e quindi, fra gli alberi, al piano erboso dove una colonna di marmo antico, portata dalle terme di Caracalla in quest'altra solitudine reca sulla base due mani di rilievo che si stringono e le seguenti parole:

HYEME ET AESTATE

ET PROPE ET PROCUL

USQUE DUM VIVAM ET ULTRA.

Elena ricomparve mezz'ora dopo, piú pallida. Chiuso il cancello dietro a sè vi appoggiò la fronte a guardar ancora una volta le care, care piante, a dir loro: «Vi vedrò io piú mai?» Le alte piante non la intendevano, offrivano sempre, ondulando e mormorando al vento, il poema dell'ombra e della vita, la pace, il fantasticar dolce dell'amore. Ma non voleva udirle, si tolse di là sospirando, se ne andò a capo chino, con le parole della vecchia lapide nel cuore: «D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, fin ch'io viva e piú in là.»

Si fermò a messa a Villascura. Uscendo di chiesa trovò Pitantoi e don Bortolo in amichevole confabulazione col cocchiere. Il piccolo don Bortolo si fece avanti con la sua comica familiarità, rimproverò la contessina di volersene andare cosí presto come aveva inteso.

«Contessina» disse Pitantoi, stando rispettosamente indietro, «la va benone per il signor Daniele, anche se qua il nostro religioso ci si arrabbia.»

«Cosa, cosa, cosa?» sbuffò don Bortolo, voltandosi, e stringendo il suo nocchieruto bastone. Elena non lo guardò neppure, salutò l'altro affabilmente.

«Mi raccomando» diss'ella. I cavalli partirono di galoppo, gittando un nuvolo di polvere sui due contendenti.

La contessa Tarquinia era in giardino con i Perlotti. Malcanton, rosso e sudato come un facchino, non era ancor giunto, malgrado l'aiuto del gastaldo a disporre il lawn-tennis; il dottor Grigiolo dal canto suo gridava «colla, colla!» da un finestrino del granaio dove stava preparando palloni e palloncini di carta per lo spettacolo della sera. Com'ebbe veduto entrare la carrozza d'Elena scappò giú a salti dal suo laboratorio, raggiunse Perlotti e Malcanton che le andavano incontro per salutarla e dolersi dell'annunciata partenza. La Perlotti le disse che aveva combinato con il barone di partire insieme alle dieci e mezzo dopo l'illuminazione e i fuochi. La contessa Tarquinia, immaginandosi di che parlavano, cominciò a gridar da lontano «no no!» e a far gesti negativi col ventaglio.

«La tua mamma non vuol sentirla» disse la Perlotti. «Sempre tanto gentile, poveretta. Ma bisogna proprio!»

«Eh, bisogna proprio» ripeté il marito malgrado alcuni dubbi sommessi di Malcanton e del dottor Grigiolo.

«Io sono egoista» disse Elena sorridendo. «Ho piacere di partire con voi.»

Tutti si avviarono verso la contessa Tarquinia che accennava con l'ombrellino di venire all'ombra, tra la casa e il cipresso morto, vestito di glicine. Il barone ve li raggiunse subito. Sua suocera gli disse amabilmente, scherzosamente, le piú fiere impertinenze per questa fuga improvvisa; pregò daccapo i Perlotti di fermarsi. Il barone aveva un braccio di muso; pareva dire: «A che tutte queste commedie?» Elena taceva, lasciava parlare sua madre senza commuoversi. Ad un tratto l'uscio della sala si aperse e comparve il conte Lao ch'ebbe un'accoglienza rumorosa. Ben di rado lo si vedeva uscir di camera tanto per tempo! Rispose con un cenno del capo al burbero «buon giorno» del barone, e fece capire agli altri che tutti lo seccavano, tranne Elena, la quale trovò modo intanto di pregare sua madre che non insistesse con i Perlotti.

Era venuta l'ora della messa e tutti, fuorché Elena e suo zio, s'incamminarono, piú o meno di buona voglia, verso la chiesetta; ultimo il barone, che voltava l'occhio di tratto in tratto a guardar quei due.

Perlotti domandò in segreto alla contessa Tarquinia se Lao non andasse mai a messa.

«Euh!» diss'ella. «Casa Carrè! Non sapete? Sempre stati turchi. Tutti quanti.»

Ed entrarono sotto gli abeti. Allora Lao prese il braccio di sua nipote.

«Adesso spiegami» diss'egli.

«Cosa, zio?»

Ella lo guardò con due occhi ingenui, alzando le sopracciglia, sorridendo: poi fece un sommesso «ah!» come risovvenendosi.

«Tu vieni sempre dal mondo della luna» disse il conte Lao, corrucciato. «Credi ch'ella abbia tardato un pezzo a venirmi a domandare cosa era successo?» Lao non nominava quasi mai sua cognata: diceva solo: «ella».

«E cosa le hai risposto?»

«Io fui, sono e sarò sempre una bestia. Le ho risposto come hai voluto tu, che si era aggiustato fra te e me, e che cosí bastava, e che non mi seccasse. Per lei, dica quel che vuole, non me ne importa niente; ma a me bisogna bene che tu spieghi...»

«S'è aggiustato tutto!» interruppe Elena ridendo. «Cosa vuoi che ti spieghi? Andiamo, andiamo, zietto!»

Gli propose un giro in giardino, gli offerse il braccio, ma lui non ne volle sapere; richiese queste spiegazioni, irritato di vederla cosí gaia.

«Oh zio!» diss'ella, mettendogli le mani sulle spalle, facendosi grave.

«Scusa» disse Lao, rabbonito, «capisci bene, devo pur sapere.»

Ella lo guardò ancora un momento negli occhi senza parlare, poi gli prese il braccio, gli disse «vien qua», lo trasse verso la fattoria, graziosa casetta posata a pochi passi dalla villa cui mostra la faccia di tramontana, bizzarramente mascherata da rovina medioevale, e quella di levante tutta verde e rose dal prato al tetto. Elena vi entrò dal lato di mezzogiorno per la porticina del suo studiolo di fanciulla, picciol nido nascosto dietro una vite e le rose, di fronte al prato disteso verso Villascura e la montagna del Passo Grande.

«Che idea ti salta di condurmi in questa scatola?» brontolò il conte Lao chinandosi per entrare.

«Sentite» diss'ella «che orso senza gusto e senza cuore!»

Lo trasse a sedere sul piccolo divano, gli fece ammirare per forza la vista delle praterie, della montagna, il nido civettuolo dall'impiantito di noce alla colomba dorata, nel mezzo del soffitto, dove convergono le pieghe del padiglione bianco e rosa.

«Sí, sí» conchiuse Lao, «una vecchia bomboniera vuota e unta. Dunque?»

«Non hai proprio fede in me, zio? Vuoi tante ragioni per farmi un piacere? Via, non impazientarti! Ti dirò, ti spiegherò. Sei molto amorevole, però, in queste ultime ore che passo qui!»

«E tu tienti i tuoi misteri, che Dio ti benedica!» esclamò il conte Lao, buttando via il cappello. «Camperai un secolo di piú. Oh santo Dio!»

«Zitto, zitto, zitto» l'interruppe Elena. «Adesso ti dico tutto. Bei misteri! Se non c'è niente! Capisci? Niente. Ne ho discorso con mio marito stamattina e lui non ne parlerà piú.»

«Benissimo. Ma, e allora, perché devo recitare la commedia io?»

Elena battè il piede a terra.

«Come sei duro, zio! Non capisci niente!»

«Durissimo» rispose Lao, «non capisco niente di niente; manco di prima.»

«Ma per la mamma, per la mamma! Perché mio marito ha sempre trattata questa cosa con la mamma, perché le ha sempre detto che non sarebbe partito senza questo denaro, che ne aveva assolutamente bisogno; e ora, mi par chiaro, bisogna salvare il suo amor proprio, bisogna che la mamma creda tutto accomodato secondo il desiderio di lui!»

«E lui, poi, come si è deciso a non domandar piú niente?»

«Questo non te lo posso dire.»

Il conte Lao tacque e guardò sua nipote in modo ch'ella arrossí.

«Basta» diss'egli finalmente. «E, dopo Roma, che piani hai?»

Non le piacque ch'egli troncasse il discorso cosí. Temeva in lui un sospetto, ma non osò chiarirsene. Parlarono di quel che sarebbe stato di loro fino all'ottobre quando Elena era solita ritornare in famiglia per un mese. Una nuova freddezza era entrata in essi; discorrevano senza guardarsi, senza rammarico nella voce, né desiderio; e tacquero presto, malcontenti l'uno dell'altro.

«Quanto mai diavolo voleva tuo marito?» uscí improvvisamente a dire il conte Lao.

«Non lo so» rispose Elena senza sorpresa, come se avesse veduti fin da prima i pensieri di suo zio. «Un quindicimila lire, credo.»

Ell'aperse il cassetto del tavolino che sta davanti al divano, vi prese una matita e scrisse sotto una fila di altre date: «29 giugno 1881?» Da molti e molti anni ell'aveva sempre segnato là dentro i giorni dei suoi arrivi e delle sue partenze. Stavolta aggiunse alla data un punto interrogativo e chiuse il cassetto.

«Cos'hai fatto?» le chiese il conte Lao.

«Prendi moglie, zio» diss'ella.

«Stupida!»

Uscirono, con questa parola, dal freddo imbarazzo che incominciava a pesar loro. Ella rise, prese una mano allo zio, vi fece su un discorsino tutto vezzi, col ritratto d'una zia ideale, d'una bellezza matura e maestosa....

«Misericordia!» esclamò a questo punto il conte Lao che sulle prime, malgrado il suo stupida, si divertiva della proposta. «So cosa vuol dire. Grazie tante. Un barcone in fascio!»

Litigato un poco, tornarono in giardino, a braccetto, vi trovarono un vetturale di Villascura ch'era stato fatto chiamare dal barone di Santa Giulia, perché la contessa Tarquinia non poteva dare ad Elena, quella sera, i cavalli di casa, dovendo fare l'indomani una visita alla villa R...

Il conte Lao andò sulle furie, dichiarò ad Elena che i cavalli di casa dovevano servire per lei e che guai se ell'aprisse bocca; poi intimò al vetturale di andarsi a intendere per la visita dell'indomani con la contessa Tarquinia che usciva appunto allora insieme ai suoi ospiti dal boschetto degli abeti. Il barone discorreva con Perlotti, distratto, guardando sua moglie e il conte Lao. Non s'era ancor trovato solo con sua suocera, non sapeva quindi dell'annuncio datole da Elena circa il danaro. Ora Elena doveva aver parlato allo zio mentre loro erano a messa. Con quale frutto? Gli parvero tutt'e due di buon umore; si rallegrò. In quel punto un domestico uscí dalla sala, venne ad annunciare l'arrivo di una comitiva di signori dalla città.

«Elena, Elena!» esclamò la contessa spaventata, «aiutami, cara te, per la colazione, va la, disponi. A quest'ora, benedetti da Dio!»

Ella corse incontro ai nuovi arrivati con Perlotti, Malcanton e Grigiolo. Di Santa Giulia trovò modo, nella confusione, di sussurrare ad Elena:

«Parlato?»

«Cosa fatta» diss'ella, affrettandosi verso casa.

Di Santa Giulia restò solo con il conte Lao per un momento, perché Elena si voltò, prima d'entrare in casa, a chiamar quest'ultimo. Il barone gli stese la mano:

«Grazie» diss'egli.

«Non occorre» rispose Lao asciutto, pensando essere stato ringraziato per i cavalli; e gridò ad Elena:

«Vengo!»

Il barone lo lasciò andare, s'incamminò a gran passi, con il cappello sulla nuca e la barba al vento, verso uno sciame d'ombrellini che si vedeva presso due carrozze ferme davanti alla scuderia. Erano arrivate almeno otto o dieci persone fra uomini e signore.

Il conte Lao fece il miracolo quel giorno di venir a colazione benché la colazione fosse stata ritardata oltre un'ora per causa dei nuovi ospiti. Costoro parlarono subito, flebili, della partenza d'Elena.

«A proposito, contessa Tarquinia» saltò su il barone, «s'è intesa Lei col vetturale?»

«Eh» diss'ella di malumore, «non ve l'ha detto, mio cognato, che vi si danno i cavalli?»

Di Santa Giulia piegò un poco il capo verso lo zio, gli grugní un ringraziamento.

«Ma cosa?» disse quegli sorpreso che il barone non sapesse dei cavalli; e si fermò subito. La contessa Tarquinia chiese ad Elena, appena lo poté, se fosse una strega. Tutto accomodato e si facevano persino dei complimenti! Seppe anche gittar nell'orecchio di suo genero un «Sarete contento adesso!», cui l'altro rispose forte: «Sicuramente.»

Ella propose poi un giuoco di società al biliardo, ma Elena consigliò invece una gita ai giardini Cortis e ci mandò suo marito in vece sua, scusandosi con i preparativi della partenza. Il barone sarebbe rimasto volentieri per saper meglio da sua moglie com'era andata la faccenda; ma con l'idea che la conclusione n'era stata buona, volle mostrarsi amabile e partí insieme agli altri. Il solo Grigiolo rimase a disporre i palloncini per la illuminazione del giardino, della villa e della fattoria.

«Adesso spiegami questa» disse il conte Lao a sua nipote, appena partita la compagnia.

«Cosa c'è?»

«Tuo marito che poco fa, tornando dalla messa, mi dice un grazie come se gli avessi salvata la vita, ciò che non farei...»

«Zio!»

«Ciò che non farei! Ti domando il perché di questo grazie

«Per i cavalli, m'immagino».

«Che cavalli, se allora non lo sapeva neppure! Non hai udito a tavola?»

«Non so, per la tua ospitalità di questi venti giorni, forse.»

Lo zio tacque e guardò Elena come l'aveva guardata nello studiolo della fattoria. Elena non arrossí questa volta, fece l'indifferente. Si trattenne ancora un momento con lo zio, poi disse che doveva salire in camera per dare un'occhiata alle sue valigie.

«E Cortis?» esclamò il conte Lao mentr'ella poneva il piede sulla scala.

Elena trasalí all'udir quel nome, si fermò senza dir motto né voltarsi. Non aveva piú parlato di Daniele Cortis con lo zio, da quando gli era venuta a riferire quelle tre parole: una cosa grave.

«Non è mica tornato?» chiese ancora il conte.

«Non credo» rispose Elena con voce incerta.

«Vedremo quest'elezione» diss'egli.

Elena salí adagio adagio la scala senza rispondergli. Piú si avvicinava il momento di partire, piú le mancava il coraggio di parlare di lui, la forza di comprimersi il cuore.

Fece le sue valigie in fretta, aiutata dalla cameriera di sua madre, poi si recò a salutare la gastalda e altre due o tre contadine. Mentre tornava a casa, suo zio la pregò, dalla finestra, di salire da lui.

«Senti» diss'egli. «Ti occorrono danari?»

Rispostogli da Elena che non le occorrevano, insistette, la pregò di parlare schietto, poiché del danaro ce n'era d'avanzo e lei ne poteva chiedere, per sè, fin che volesse. Già doveva diventar tutta roba sua un giorno o l'altro. Elena esitò un istante, poi rifiutò. Il conte Lao non ne parlò piú.

«Salutiamoci adesso» diss'egli, stringendosela sul cuore. «Stasera, con tanti seccatori, non ti si potrà avere sola un momento. E ricordati: in qualunque tempo, in qualunque luogo, per qualunque cosa tu avessi bisogno di me...! Lo faccio per te e anche...» La baciò in fronte «per tuo padre!» soggiunse rialzando il viso. Elena lo guardò commossa, gli strinse le mani forte forte. Il padre di lei e il conte Lao erano stati fratelli, ma non amici: una delle ragioni per cui quest'ultimo aveva vissuto lontano dalla patria. Guastataglisi la salute e preso suo fratello dalla malattia che lo uccise, era venuto a riconciliarsi con lui, a raccogliere, per espresso desiderio suo, l'autorità sulla famiglia.

La spedizione di Villascura doveva tornare un po' prima del pranzo. Elena diede ordine che il pranzo fosse anticipato di qualche minuto, per cui lo si annunciò alla contessa Tarquinia mentre scendeva di carrozza; e né lei, né il barone ebbero agio di farsi raccontar da Elena come si fossero passate le cose, appuntino, con lo zio.

Verso la fine del pranzo entrò in giardino, suonando, la banda di Villascura e il factotum Malcanton corse a riceverla e accompagnarla nell'angolo tra la fattoria e gli allori che chiudono a ponente il giardino. Dietro alla banda c'era molta gente: i Zirisèla, i Picuti, tutta la buona società di Villascura e di Passo di Rovese. Un momento dopo la contessa Tarquinia uscí in giardino con tutti i commensali, meno Lao che corse a chiudersi in camera. Mentre, all'apparire della contessa, la banda intonava una fantasia sui Vespri Siciliani, mentre i Zirisèla e i Picuti, in gran gala, si facevano avanti, e un brulichío di persone si raccoglieva nelle lunghe ombre del giardino sfolgorato dal sole cadente, il barone di Santa Giulia passò una mano sotto il braccio di sua moglie, la trasse in disparte.

«Santo diavolone» diss'egli, «non si può mai dire una parola! Contami di questo affare. Prima di tutto, quanto...?»

«Aspetta» rispose Elena. Si fermò su due piedi e si guardò alle spalle.

«Scusa» diss'ella, balzandogli di mano. «Quelle signore che venivano proprio da me! Come volevi tu!» soggiunse, e corse dalle signore Zirisèla.

Anche la contessa Tarquinia aveva detto a suo genero prima di andare ai giardini: sarete contento, adesso! Non c'era dubbio, dunque, che l'intento non fosse raggiunto; ma pure il barone avrebbe amato sapere qualche cosa di piú.

Le ombre del giardino diventavano sempre piú lunghe, il vino correva a rivi nell'angolo tra la fattoria e i lauri e metteva quindi nelle trombe e nei tromboni di Villascura una foga sempre piú indiavolata. Davanti alla banda, sul prato, ballavano i signori; i contadini ballavano piú lontano. L'infaticabile Perlotti, inzuppato di sudore, voleva far ballare Elena a ogni patto, faceva mille smancerie. Elena, annoiata, stava per liberarsene con una parolina secca, quando sua madre s'interpose.

«Lasciatemela un poco anche a me» diss'ella «che stasera la perdo».

Madre e figlia s'allontanarono insieme per la stradicciuola che corre lungo un ruscello, di là dalla fattoria, fra il prato e i campi.

In presenza della gente la contessa era sempre tutta tenerezza con sua figlia, benché questa vi rispondesse freddamente; da sola a sola si teneva molto piú in riserbo, non avendo comuni con Elena né le idee, né le inclinazioni, sentendola superiore moralmente e intellettualmente a sè, e conscia in qualche parte di certe galanterie passate che la contessa, col suo buon cuore, si perdonava senza sperare uguale indulgenza dalla puritana figliuola. Ella si dolse con Elena di non poter passare con lei, con lei sola, almeno quelle poche ultime ore. Ma com'era possibile, con tanti ospiti, in un giorno simile? Se ne voleva ricompensar largamente in ottobre. Raccomandò ad Elena di tornar presto; doveva guardar bene di non lasciarsi condurre in Sicilia; non era neppur prudente, se passavano l'estate al mare, di andar a Napoli. Se suo marito non voleva assolutamente saperne di Venezia, c'era Livorno, Genova, cento altri luoghi piú opportuni di Napoli. E perché non Dieppe, perché non Ostenda? Se poi non andavano al mare, che pareva meglio, c'era questo Aix. Di Santa Giulia aveva ben parlato d'Aix in principio, se gli riusciva di ottenere il danaro. Adesso Elena poteva ricordargli le sue parole e tener fermo. E, scegliesse Aix o qualunque altro luogo, doveva portar seco la cameriera, esigerla da suo marito. Adesso non le potrebbe opporre pretesti d'economia.

«A proposito» disse la contessa a questo punto, «come hai fatto a convertir lo zio e cos'avete concluso?»

«Sai bene» rispose Elena «cosa voleva mio marito?»

«Sí, sí, voleva almeno quindicimila lire, che, dopo tutto, non erano mica la morte d'un uomo; e il tuo signor zio poteva farsi pregar meno, mi pare.»

«E a te, mamma, cosa t'ha detto una volta? Non t'ha detto che se non ottenesse il danaro mi confinerebbe a Cefalú, per sempre?»

«Bestia!» esclamò la contessa. «Sí che me l'ha detto! Sí, sí.»

«Bene, ora è concluso che a Cefalú non ci vado se non lo voglio proprio io.»

«Sia ringraziato Dio! ma...»

Elena ebbe un sussulto che le scosse tutta la persona.

«Cosa c'è?» esclamò sua madre. «Cosa è nato?»

Elena riprese in un lampo l'impero di sè.

«Niente» rispose, «proprio niente.»

La contessa, inquietissima, insistette, ma senza frutto. Intanto sopravvenne Malcanton a domandarle se durante le funzioni religiose si dovessero fare entrare i suonatori nel palazzo a riposare un poco, invece di mandarli a suonare in chiesa come avrebbero voluto i preti. Elena lasciò quei due a consultare e andò verso la scuderia per vedere se le valigie fossero state portate nel baroccio, se c'era tutto e bene in ordine. Suo marito si avviava pure dalla casa a quella volta gridando a un domestico: «La baronessa è lí?» Elena tornò indietro. Adesso bisognava evitar sua madre che, sbrigatasi in fretta da Malcanton, le veniva incontro. Entrò in casa, si rifugiò presso il conte Lao. Nel bussare alla sua porta si ricordò di quella torbida sera quando la piova metteva un velo bianco a tutte le finestre, ed ella bussava alla stessa porta con lo sgomento d'un pericolo sconosciuto e vicino. Adesso la cheta luce della sera posava sul pavimento, le campanelle di San Pietro suonavano sotto il limpido cielo, allegre voci salivano dal giardino alle finestre aperte; tutto le diceva: va via, tu dai tristi pensieri.

Il conte Lao aveva già il lume e stava scrivendo.

«Sei tu?» diss'egli. «Che ore sono?»

«Quasi le nove, zio.»

«C'è ancora un'ora, dunque? Scusa, debbo scrivere una lettera e non l'ho ancor finita.»

Elena sedette in silenzio presso la finestra. V'era già una fila di lumicini intorno alla guglia del piccolo campanile dietro gli abeti. Altri lumi giravano per il giardino e il chiasso cresceva sempre. Si udiva gridare il dottor Grigiolo, direttore dell'illuminazione.

Un domestico venne in cerca di Elena. La signora contessa la voleva subito. Ell'aspettava sua figlia fuori dell'uscio, nella sala oscura. La contessa Tarquinia non pretendeva d'essere una santa ma era convinta d'aver buon cuore e voleva ora dimostrarlo ad Elena. La pregò di parlare, di confidarsi a lei se aveva qualche cosa sul cuore.

«Non ho la tua virtú» diss'ella umilmente «né il tuo talento, ma sono tua madre, dopo tutto.»

Elena si commosse, l'abbracciò con maggior affetto che non le avesse dimostrato da molto tempo.

«Niente» rispose, «quando tu hai detto sia ringraziato Dio, mi è passato per la mente un pensiero stupido, una paura di non tornare piú e ho fatto cosí, ho avuto una scossa!»

Sua madre la baciò, la rimproverò di lasciarsi venire questi pensieri stupidi. In cuor suo non era punto tranquilla; sapeva che Elena non era solita commuoversi di fantasie vane.

Il dialogo fu interrotto dai Perlotti che uscirono dalla loro camera in assetto da viaggio.

«È presto» disse la contessa Tarquinia alla sua amica.

«Sí, cara, ci vuole quasi un'ora, ma Grigiolo ci ha raccomandato di perdere il meno possibile dell'illuminazione.»

Discesero insieme. Festoni di palloncini colorati penzolavano tra gli alberi, tra le finestre della villa e della fattoria. Si era terminato in quel punto di cingerne fin quasi alla cima il gran cipresso morto che saliva nella notte nera come un obelisco di fuoco. La gente gridava, batteva le mani. Allora la banda si mosse suonando, fece un giro tra gli alberi illuminati, poi andò sul prato tutto buio, a mezzogiorno della villa. Un razzo sfolgorò lontano, di là dal prato, fra le tenebre; poi un altro, un altro ancora; stelline d'ogni colore cadevan lente dal cielo. Tutta la gente correva da quella parte. Il barone, che cercava sua moglie sagrando fra i denti, la trovò finalmente con sua madre e i Perlotti sulla porta della sala che guarda il prato.

«Elena» diss'egli, «ascolta un momento».

La trasse in sala, presso il biliardo. Era in collera per non averle mai potuto parlare.

Questo danaro? Lo aveva? Aveva una carta? Una parola, forse? Si era accontentata d'una parola? Elena gli rispose sdegnosamente ch'egli stesso aveva detto di volersene accontentare, e che se avesse anche solo una parola di suo zio, essa varrebbe piú dell'oro e di qualunque carta. Gli disse di far attaccare, e tornò dove sua madre e i Perlotti la chiamavano.

Dopo i razzi s'era fatto salire un pallone con fuochi artificiali che sprizzavano, fischiando, da ogni parte.

«Viva Grigiolo!» gridò Perlotti.

Il barone, invece di far attaccare, salí dal conte Lao. Lo incontrò sulle scale che scendeva con una lettera in mano, e gli disse che veniva a congedarsi, a ringraziarlo.

«Non occorre» interruppe il conte.

«Mi dispiace» soggiunse Di Santa Giulia «che questo versamento mi ha costretto d'incomodarvi...»

«Cosa? Che versamento?»

Lao aggrottò le ciglia come chi raccoglie i propri pensieri per ricordarsi.

«Eh!» esclamò il barone, pigliando subito fuoco. «Elena vi ha ben detto la ragione per cui mi occorrevano...»

Compí la frase con una specie di rantolo espressivo.

Il conte tacque, lo fissò un poco, poi si scosse e rispose:

«Lo so, va bene.»

Discese, lasciando il suo interlocutore non troppo contento.

«Come parlano oggi tutti questi briganti!» brontolò il barone fra sè, e andò a far attaccare.

Il conte Lao, chiuso nel soprabito, con il bavero rialzato, raggiunse in giardino il gruppo dov'era sua nipote, davanti all'uscio di mezzogiorno della sala. Due minuti dopo vi capitò correndo il dottor Grigiolo tutto scalmanato, con l'orologio in mano.

«Per amor di Dio, baronessa Elena, sono appena le nove e Lei fa già attaccare! Per carità, baronessa, adesso viene il piú bello.»

«Andiamo, andiamo» disse il barone sopravvenendogli alle spalle. «Il piú bello è di non perdere il treno. Io ho bisogno di essere a Roma domani sera.»

«Dieci minuti, dieci minuti soli!» disse Grigiolo correndo via.

«Cinque!» gli gridò dietro il barone.

Fu acceso un razzo e quasi subito brillarono fuochi di bengala qua e là per la valle, sul campanile di Villascura e fra i boschi del Passo Grande. Vi furono degli «oh» d'ammirazione, degli applausi. Allora altri fuochi bianchi divamparono a destra e a sinistra del prato, gettando un chiaror d'argento sulla ghiaia e sull'erba, sul nero brulichío della gente. La banda intuonò il coro del Nabucco. Elena, la contessa Tarquinia, il conte Lao, il barone, stavan lí in un gruppo, sulle spine d'occulte inquietudini.

«Mi rincresce che abbiamo dovuto strozzar tutto» disse Grigiolo ritornando, umile nella sua gloria.

Vennero ad avvertire che la carrozza era pronta.

«Andiamo» grugní il barone.

Lao strinse la mano a sua nipote e rientrò in casa.

Malgrado il bengala non ci si vedeva molto presso la carrozza ferma tra la scuderia e le poderose magnolie che cingono il prato da quella parte. Contadini, servi, ragazzi, si accalcavano intorno ai cavalli. C'era della confusione. La Perlotti non trovava la sua borsa da viaggio, temeva fosse caduta fra le ruote.

«Faccio accendere un bengala!» gridò Grigiolo.

Elena gli prese il braccio, glielo strinse forte.

«No, no» diss'ella con voce piena di lagrime.

Seguirono i baci e gli addio. La vecchia balia di Elena, moglie del gastaldo, singhiozzava. Tutti erano a posto, mancava solo la borsa della contessa Sofia. Finalmente venne in chiaro ch'era stata collocata per errore sulla carretta dei bauli d'Elena, partita mezz'ora prima.

«Andiamo!» disse ancora il barone. «Complimenti a tutti questi signori.»

I cavalli s'impennarono, la ghiaia stridette sotto le ruote pesanti. Nell'entrar sotto il portico, Perlotti agitò il cappello e sua moglie il fazzoletto; le ruote, le zampe ferrate dei cavalli tuonarono un momento sul ciottolato, sulla soglia del portone, e subito il suono morí nella campagna oscura.

Ma Grigiolo e un suo aiutante corsero sotto il colossale abete che dal ciglio dell'altipiano stendeva le sue frange nere sulla valle. Quando la carrozza passò lí sotto, lungo il Rovese, un fuoco bianco di bengala, come un'occhiata di sole nella notte, mostrò, in alto, a Elena il vecchio albero inclinato sul pendío.

«Buon viaggio!» urlò Grigiolo a squarciagola. Elena scattò su a raccogliersi quell'ultima visione nel cuore.

«Quello è matto» disse il barone.

Rientrata ogni cosa nel buio, non si udí che il fragor del Rovese, misto al trotto eguale dei cavalli. I Perlotti si provaron bene, sulle prime, di chiacchierare, ma nessun discorso attecchiva, e finirono con addormentarsi tutt'e due. Ci son tre buone ore da Passo di Rovese alla città dove i Di Santa Giulia dovean prendere il treno di Roma.

Il barone non dormiva né parlava. Avviluppato in uno scialle di sua moglie, vi masticava dentro ogni tanto un pezzo di soliloquio sull'umido infame della notte, sui cavalli gottosi della contessa Tarquinia. Elena, rincantucciata in fondo al legno, muta, teneva gli occhi fissi sulla strada.

Alla stazione i Perlotti ripresero la loro borsa e vollero poi trattenersi fino alla partenza d'Elena per poter scrivere a sua madre, l'indomani, che l'avevan proprio accompagnata fino al treno. Mentre Di Santa Giulia si occupava dei bagagli, il domestico di casa Carrè, ch'era venuto a cassetta col cocchiere, consegnò ad Elena una lettera da parte del conte Lao.

Ella vide ch'era diretta a lei e la ripose subito, soggiungendo:

«Va bene.»

Dopo un quarto d'ora giunse il treno con molta gente. Di Santa Giulia fece tanto suonare i suoi titoli parlamentari che s'attaccò un'altra carrozza di prima classe perché l'onorevole senatore potesse trovarsi solo con la sua signora.

«Oh!» diss'egli buttandosi a giacere sul sedile, con le gambe accavalciate e le mani dietro la nuca. «Finalmente non c'è piú seccatori! Conta su, di questo danaro. Come hai concluso?»

«Come volevi tu, ho concluso.»

«Quindici?»

Stavolta gli rispose il fischio furioso della locomotiva. Il treno mosse avanti.

«Quindici?» gli rispose il barone.

Elena indugiò un momento a rispondere, tenne il viso allo sportello fino a che tutti i fanali e gli uffici illuminati della stazione le ebbero sfilato sugli occhi.

«No» diss'ella, ritraendo il capo. «Ho scelto diversamente.»

«Cosa?» esclamò il barone rizzandosi di botto in faccia a sua moglie. «Cosa, scelto diversamente?»

«Tu mi hai detto» rispose Elena con voce ferma e alta per vincere lo strepito del treno lanciato a corsa «che senza il danaro mi avresti portata in Sicilia e che non si sarebbe piú parlato né di Roma né di Veneto. Hai detto chiaro che intendevi porre la questione a mio zio cosí; o danaro, o Cefalú. Bene, siccome si trattava di me, ho pensato che il diritto di scegliere era tutto mio e ho scelto Cefalú.»

Durante questo discorso il barone s'era venuto mutando in viso. All'ultima parola le afferrò i ginocchi, si chinò tutto a lei.

«Dunque» diss'egli con i denti stretti, «dunque vuoi dire che del danaro non hai parlato?»

Elena non rispose né si mosse.

«Non hai parlato?» replicò lui, stringendole e scotendole i ginocchi con furore.

«No, certo, non ho parlato» diss'ella.

Il barone credette che mentisse, che lei, suo zio, sua madre si fossero accordati per farsi giuoco di lui; acceso d'ira alzò la mano.

«Coraggio!» diss'ella, piano, senza batter ciglio.

Colui non osò.

«Ah» disse «non hai parlato?».

Il treno entrò allora, tuonando, in una galleria. Elena vedeva suo marito gesticolar furioso, lo udiva urlare, non sapeva che. Colse a un tratto questa parola: «Ipocrita.» Gli occhi le lampeggiarono. Appuntò a suo marito, in risposta, l'indice della destra.

«Io?» ringhiò l'uomo.

Tacque, e tacque anche Elena fino a quando il fragore del treno, fuori della galleria, cadde.

«Perché ti occorreva il danaro?» diss'ella.

Le rispose brutalmente che gli occorreva per il piacer suo. Non era vero; si trattava d'impegni formidabili; ma egli voleva offenderla. Soggiunse che la prima ipocrita era lei, che lo aveva ingannato all'altare col suo falso «sí» pieno d'avversione.

Elena n'ebbe una stretta al cuore. Era vero, era vero, conosceva la propria colpa, l'egoismo di una risoluzione presa per uscire dalla casa paterna. Sdegnò rispondere che quand'anche non avesse a creder piú in Dio, morrebbe prima di smentire quel «sí» dell'altare, prima di dolersene. Bisognava subirne la pena, tutta, fino all'ultimo, in silenzio.

Suo marito le domandò se credeva che avesse parlato di Cefalú per ischerzo.

«Spero di no» diss'ella.

«Spero!» ripeté il barone con un ghigno «spero!»

«Rideranno di me, adesso» soggiunse, «quegli altri due briganti, ma Dio mi stritoli se li guarderò in faccia mai piú in eterno, se prenderò mai da loro una goccia d'acqua, dovessi scoppiar di sete!»

Alle proteste d'Elena che i suoi parenti non c'entravano, oppose un gesto di disprezzo, e, cacciatosi nell'angolo piú opposto del vagone, non aperse piú bocca.

Guardavano entrambi, ciascuno dal proprio lato, egli torvo, ella grave, nella notte fredda e nera che soffiava per i finestrini, facendo tremare il lume sonnolento, come se ne avesse paura. Elena si ricordò presto della lettera di suo zio, la lesse a stento. Il conte Lao le diceva brevemente che, non credendo affatto a quanto ella gli aveva raccontato e temendo di qualche sciocchezza sentimentale, le avrebbe mandate a Roma per mezzo della Banca Nazionale quindicimila lire ch'ella gli avrebbe riportate in ottobre, se proprio non le occorrevano. Elena ripose la lettera e tornò a guardare dal finestrino.

A poco a poco lo strepito del treno diventava per lei un battere e ribattere d'onde, diventava tumulto e grida di gente sconosciuta; le scure campagne le figuravano un mare, e tre occhi fissi di pianeti vicini all'orizzonte, la chiamavan lontano, conoscendo, come a lei pareva, la sua recondita idea; «per lui, per lui, per non contristar la sua vita.» Le rade fermate interrompevano per breve tempo questi pensieri. Viaggiatori salivano e scendevano senza che gli occhi aperti di lei si movessero. Verso l'alba, il treno entrò con gran fragore in mezzo ad alte spranghe di ferro tra cui si vedeva una grande acqua chiara e le fioche immagini delle stelle. Qualcuno disse sottovoce.

«Il Po.»

Elena uscí dai suoi pensieri, sentí dolore di quel primo barlume del giorno; e, fermi gli occhi alla sponda fuggente, immaginò, respinse, richiamò con passione le parole della povera pietra nascosta là, in fondo all'orizzonte, fra gli alberi di Villa Cortis: D'inverno e d'estate da presso e da lontano fin ch'io viva e piú in là.

CAPITOLO VI.

LA SIGNORA FIAMMA

Cortis arrivò a Lugano a sera inoltrata e scese alla modesta Pension du Panorama, una delle casine che biancheggiano col nome di Paradiso sull'orlo del lago, in quel curvo seno lontano dalla città, onde ascendono le subite pendici del San Salvatore. Uscí tosto dall'albergo e prese la stradicciuola che sale queste pendici sino alla terra di Pazzallo. L'amica di sua madre, la signora Leonora Fiamma, gli aveva scritto che abitavano un villino tra il Paradiso e Pazzallo, a sinistra della strada, poco piú su di un'osteria appiattata fra le ombre dense d'un vallone boscoso. Bisognava suonare al cancello rosso fra due gelsi.

Cortis trovò il cancello e suonò. S'era fatto precedere da un telegramma; sapeva quindi di essere atteso.

Una cameriera venne ad aprire.

«La signora Fiamma?» diss'egli.

«Sí, signore.»

«Come sta l'altra signora?»

La cameriera esitò un poco.

«Lei» rispose «è ben quel signore che ha mandato un telegramma?»

«Sí.»

«Bene, la signora sta lo stesso.»

«Male?»

«Lo stesso.»

«Intendo che mi rispondiate» replicò aspramente Cortis «se sta male o no.»

«Glielo dirà la mia signora» rispose indispettita colei; e gli aperse con mal garbo l'uscio d'un salottino a pian terreno.

«C'è qui quel signore» soggiunse guardando verso un angolo del salotto.

Cortis entrò. Vide in quell'angolo e in alto una lampada; sotto la lampada, nell'ombra d'una gran poltrona, de' lucidi capelli neri, una figura femminile, pure sfiorata qua e là dalla luce.

La testa lucida accennò lievemente di sí, e dopo qualche momento di silenzio, una voce non giovanile né dolce, ma molto languida e triste, disse piano:

«È Lei il signor Cortis?»

L'accoglienza e la voce dispiacquero a Cortis, che non rispose direttamente.

«La sua amica» diss'egli «come sta?»

«Sempre nello stesso triste stato» riprese la signora. «Si accomodi. Sarà impossibile che Lei la veda questa sera, perché il medico non lo crede opportuno. Le domando scusa» soggiunse «se la mia accoglienza Le pare fredda, se non esprimo tutta la gratitudine che debbo sentire e sento per Lei; ma sono anch'io cosí sofferente!»

La signora Fiamma pronunciò queste ultime parole come se stesse per esalare l'ultimo respiro, e arrovesciò il capo sulla spalliera della poltrona. Adesso il lume della lanterna le sfiorava la fronte segnata da sottili rughe e un gran naso tragico. Gli occhi avevano una espressione appassionata e falsa.

Mise un lungo sospiro, quasi un gemito; e girò il capo, senza alzarlo dalla spalliera, verso Cortis.

«Vede?» diss'ella. «Non ne posso piú.»

«Senta» osservò Cortis, «io stasera, a ogni modo, non avrei voluto vedere la Sua amica, che nel caso d'una estrema urgenza. Mi perdonerà, signora, se io Le parlo molto francamente secondo la mia abitudine. Ho sempre creduto che mia madre fosse morta. Lei mi dice che vive...»

«Le prove?» sospirò la signora Leonora. «Il cuore non Le dice dunque» soggiunse con un accento drammatico «che sotto questo tetto...»

«Lasci stare il mio cuore, signora» interruppe Cortis. «Sono appunto le prove che io La pregherei di farmi conoscere.»

«Sarà una grande amarezza per la signora Cortis» diss'ella sottovoce, con gli occhi al cielo; «ma è giusto, oh è giusto! Lo abbiamo previsto, sa! Adesso Le farò vedere i documenti della mia amica.»

S'asciugò gli occhi, a piú riprese, con un fazzoletto profumato che poi guardava ogni volta come per vedere se avesse pianto lagrime di sangue. Pregò Cortis di suonare il campanello, si fece portare una candela e si rizzò con uno sforzo manifesto. Era alta e magra, le usciva dal collarino di tulle nero un lungo collo giallognolo; gli occhi neri e grandi eran pur cinti di giallore. Portava un abito nero, a coda, di taglio molto elegante; e camminava un po' come Lady Macbeth quando viene in scena dormendo, col lume in mano.

Uscita che fu, Cortis diede una rapida occhiata alla stanza, notò due quadretti a olio, una Maddalena e una santa Cecilia, palesemente copie; le fotografie di una vecchia dama e d'un vecchio signore coperto di decorazioni, con la dedica sotto, in tedesco; alcuni libri ascetici, una cestella zeppa di biglietti di visita e un albo di studi dal vero all'acquarello, che portava scritto sulla prima pagina il nome della signora Leonora Fiamma, pittrice di camera di S.A.R. il granduca Leopoldo di... In un angolo del salotto vi era un'arpa polverosa.

La signora rientrò dopo qualche minuto, posò la candela e un piccolo portafogli sul tavolino ovale che stava davanti alla poltrona, disse a Cortis che la sua amica in quel momento aveva bisogno di lei, e che egli era libero di aprire quel portafogli e vedere. Sarebbe tornata piú tardi.

Cortis, rimasto solo, dovette certo esercitare un violento impero sopra di sè; perché, prima di aprire il portafogli, si piantò i pugni sulla fronte, gittò via, con uno scoter furioso del capo, tutte le debolezze che potean turbargli il giudizio. Quando si scoperse il viso era grave, ma pacato.

Gli venne alle mani, anzitutto, una lettera del dottore P..., vecchio amico di suo padre. Appariva da questa lettera che, nel 1857, piú di un anno dopo la sua uscita dal tetto coniugale, la signora Cortis aveva scritto al marito implorandone il perdono. Il dott. P... le rispondeva, per incarico avutone, che non vi era nessuna disposizione per accordarlo; aggiungeva poi di suo, a quest'amaro messaggio, una lunga coda pietosa d'incoraggiamenti, di consigli, di vaghe speranze per l'avvenire. Il dottor P... era stato collega di Cortis seniore come medico militare in Crimea, mentre la signora Cortis si lasciava sedurre ad Alessandria. Scoperta infedele dal marito al suo ritorno, ella aveva accusato un ufficiale di artiglieria morto da pochi giorni. Il P... le faceva intendere che si credeva ben poco all'ufficiale d'artiglieria, e che questo sospetto le nuoceva nell'animo del marito.

Mentre Cortis stava leggendo, gemiti e singhiozzi scoppiarono sopra la sua testa, nel silenzio della casa. Egli afferrò il lume per accorrere, per vederla; udí un passo, una voce tranquilla; tutto ritornò muto. Allora depose il lume, compiè la lettura, agitatissimo.

Aperse poi un piccolo medaglione d'oro e vi trovò i ritratti dei suoi nonni materni, Carlo e Maddalena Zarutti di Cividale. Da bambino aveva passato due autunni presso di loro a Cividale. Era il nonno, il buon vecchio nonno che veniva a prenderlo ad Alessandria in settembre e ve lo riconduceva alla fine d'ottobre. Eccolo lí, tutto sorridente. E anche la nonna, povera vecchietta, come aveva l'aria felice! Erano morti tutti e due in un anno, di crepacuore, e ora parevano dire: «Caro, siamo noi, i nonni!» Cortis non guardò altro, uscí precipitosamente in cerca della signora. Chiamò, aperse a caso degli usci, entrò in uno studio di pittore, zeppo di cavalletti e di sedie, appestato di vernice e di tabacco. Non v'era che una copia di Nanà fra una bottiglia e dei sigari. Un momento dopo sopraggiunse la cameriera tutta affannata.

«Cosa vuole?» diss'ella stizzosamente. «Cosa cerca?»

«Questa signora Fiamma?» rispose Cortis. «Andate a dirle che scenda.»

L'accento e il volto suo quando disse «Questa signora Fiamma» esprimevano piuttosto fastidio che benevolenza.

La cameriera se n'avvide e si affrettò di chiuder l'uscio dello studio.

«Adesso non può» diss'ella.

«Allora» insistè Cortis «andrò io da lei.»

«Oh giusto, oh giusto! No, no, c'è proibizione.»

Cortis trasse un biglietto di visita, vi scrisse due parole a matita, poi lo stracciò.

«Andate» diss'egli, «fatele sapere che l'aspetto.»

E rientrò nel salotto.

La cameriera tornò qualche tempo dopo con questo scritto della signora Fiamma:

«Sua madre è troppo agitata in questo momento perché io possa scendere. Venga domattina alle otto. Prenda seco il portafogli.»

«Santo Dio!» esclamò Cortis. «Ma insomma, l'altra signora, non si può sapere come sta, che male ha? Perché non la si può vedere stasera? E il medico quando viene? Chi è questo medico? Sa che io la devo vedere? Fuori, parlate, dite qualche cosa. Non siete di casa voi? Non sapete parlare, non sapete dir niente? Ma in nome di Dio, dunque!»

«Ssss!» fece la cameriera «la malattia è di nervi. Sa, malattie di donne; non c'è mica pericolo, credo io. Ma se Le ha detto che stasera non può vederla, è inutile. Venga domattina.»

«Ma il medico, il medico? Come si chiama? Dove sta?»

La cameriera nominò il dottor M... Soggiunse che era fuori di Lugano e non sarebbe venuto, probabilmente, che l'indomani sera.

Cortis prese il portafogli.

«Riferite» diss'egli «alla vostra padrona... Ma ditemi: qual è la vostra padrona?»

«Come, qual è?»

«Sí, è la signora Fiamma o l'altra?»

«Ah! La signora Fiamma.»

«E l'altra? Come va che stanno insieme?»

«Non so. Io sono in casa da due mesi soli. Io credo che sieno state sempre insieme.»

«Da quanto tempo sono a Lugano?»

«Da tre o quattro mesi.»

«E l'altra signora, da quando è malata?»

«Non sta mai bene. Da quando son venuta io, è sempre stata sottosopra.»

Cortis non poté cavar altro dalla cameriera.

«Riferite dunque» concluse «alla vostra padrona, che avrei desiderato molto di rivederla stasera, e che le restituirò le carte domattina.

La cameriera lo accompagnò col lume al cancello.

«A proposito» diss'ella, «la mia padrona vorrebbe sapere dov'è alloggiato.»

«Al Panorama

Colei fece una smorfia eloquente e chiuse il cancello.

Cortis discese a gran passi, portato da una piena di sensi diversi che non trovavano sfogo se non nella azione veemente delle membra. Quella pittrice del granduca Leopoldo, che repulsiva figura! Che profumeria di menzogna, in quella casa, e che nascosto puzzo!

E sua madre, sua madre! Lo stesso angoscioso dubbio ispiratogli dalla rettorica scritta della signora Fiamma, gli si affacciava ora piú angoscioso che mai. Amica d'una donna simile! Però il dottor P... aveva ancora qualche stima e amicizia per lei quando le scriveva. Ed ella, almeno allora, aveva sofferto, pianto e pregato. C'era da sperare. Ma pure, tradire un uomo come suo padre!

Quando due opposte induzioni si urtavano in lui, Cortis si fermava su due piedi, parlava ad alta voce, nella notte. Quindi, sfogatosi alquanto, guardava i lumicini umili di Lugano, l'austera passione muta delle montagne che nereggiavano sul cielo, e, piú, in fondo, il mistero del lago di cui non era possibile vedere il principio né la fine. Ricordava un Lugano di mezzogiorno, pien di sole fra le colline e l'acqua scintillante; non era questo. Gli pareva nuova perfin la punta dolomitica nello sfondo di levante, quella minaccia ritta nel cielo; l'altra volta non l'aveva veduta. Prima di rientrare all'albergo andò, lungo il lago, in città. Tutto era deserto. I vapori ancorati tacevano in faccia alle case scure. Solo alcuni forestieri fumavano e parlavano sul terrazzo dell'Hôtel Washington, dove Cortis aveva alloggiato con suo padre nel settembre del 1868. Si fermò sul ponte di sbarco dei vapori a guardar il bigio lago immobile e l'alto fantasma del San Salvatore. Era disceso lí tredici anni prima, con tanta gente allegra, un giorno di gran sole e di gran vento. Corse via, rientrò spossato, come desiderava, al Panorama.

Quella notte, nei brevi momenti in cui poté prender sonno, sognò ch'Elena gli conduceva sua madre per mano e gli diceva: «Confortala.» Sua madre era piccina, bionda, aveva gli occhi celesti e non parlava; non faceva che piangere.

Si alzò prima delle sei e scese nel giardinetto dell'albergo dove un vecchio stava inaffiando i fiori. Il cielo era puro, sul lago e sui monti vicini giocavan le luci oblique e le ombre lunghe del mattino; e, nello sfondo di oriente, la punta dolomitica, circonfusa di vapori azzurrini, non pareva piú minacciosa. Cortis domandò conto al vecchio giardiniere delle signore che abitavano da tre o quattro mesi un casino presso Pazzallo. Non le conosceva; aveva conosciuto una signora che si divertiva a dipingere e doveva abitare da quella parte. Era venuta piú volte a far colazione al Panorama; ora non veniva piú perché il padrone, non essendone stato pagato che i primi giorni, non ce la voleva. Piú di cosí Cortis non poté saperne. Gli era impossibile aspettar lí e prese la via del monte, risoluto di raccogliere, prima delle otto, altre notizie. Incontrò dei contadini che scendevano alla città con erbaggi e frutta, li interrogò; nessuno gli seppe risponder nulla. Era quasi giunto al cancello rosso quando ne vide uscire una lattivendola. La fermò, si fece dare un bicchier di latte. La donna gli domandò sorridendo se volesse salire il San Salvatore. Cortis bevve e non rispose.

«Udite» diss'egli. «Siete voi che portate il latte, di solito, a quel casino lí?»

«Sempre io.»

«Dunque conoscete le signore che vi abitano?»

«Diamine!»

«E come si chiamano?»

«Mah! La serva è la signora Barborina, e alla padrona gli dicono un certo nome che io non l'ho potuto tenere a mente.»

«E l'altra signora?»

«Quale?»

«L'altra, l'amica della padrona.»

«Caro Lei» disse la donna, meravigliata, «io non la conosco mica.»

«Ma se stanno insieme?»

«Ah, signor no, signor no; qui di padrone non ce n'è che una.»

«Cosa?» diss'egli. «Non sapete che c'è in casa una signora ammalata?»

«È ben sempre un po' sottosopra anche quella pittora lí, ma di altre signore non ce n'è. Se però non è arrivata ieri. L'altro dí sono stata là io tutto il giorno a lavorare nell'orto.»

La donna aveva un'aperta faccia onesta e la voce della sincerità.

«Va bene» disse Cortis, pallido. «Andate pure.»

Suonò al cancello. L'uscio del salotto fu aperto a mezzo e richiuso subito. Nessuno comparve.

Cortis suonò una seconda, una terza volta, sempre piú forte, sempre inutilmente.

Un contadino che passava si fermò a guardare.

«Può ben tirar giú il campanello» diss'egli, «se non vogliono aprire. Succede sempre cosí con quei malpaga lí.»

«Conoscete questa gente?» domandò Cortis.

Colui rispose che conosceva benissimo la signora che lavorava di pittura. Era sola, aveva l'aria di una strega e non pagava nessuno.

Cortis suonò per la quarta volta. Finalmente la cameriera venne ad aprire.

«Non son che sett'ore» diss'ella: «eravamo a letto.»

Egli entrò senza rispondere, e la guardò in modo tale che colei allibí, e perdette le parole.

«La vostra padrona?» diss'egli. «La vostra padrona? Su, perché mi guardate? Perché non rispondete? È a letto? Bene, le debbo parlare. Venite qua» esclamò poi che la donna si fu allontanata. «Come sta l'altra signora?»

Colei gli lesse negli occhi, incominciò:

«La colpa non è...»

«Fatemi entrare» disse Cortis.

«La colpa non è mia» riprese l'altra. «Io dico quello che mi comandano.»

Cortis le impose di tacere e di precederlo.

Nell'entrare in salotto la cameriera gli disse sottovoce:

«Sono tre mesi che non ho avuto un quattrino di salario.»

«Voi mentite per il vostro piacere, dunque?» rispose Cortis. «La signora è in piedi e non a letto.»

Qualcuno camminava nella stanza superiore. In quello stesso momento si udí un tocco di campanello.

«Chiama» disse la Barbara avviandosi.

Cortis la fermò.

«Un momento» diss'egli. «Ha proprio nome Fiamma, o no?»

Barbara lo guardò sbalordita.

«Ma come? Non ha capito? No no! Quello lí è un nome cosí che ha inventato la signora. È proprio la mamma sua di lei.»

E tornava a incamminarsi.

«Vado io» diss'egli. «Dov'è la scala?»

La trovò in fondo a un breve corridoio dove un lumicino a petrolio ardeva davanti a parecchi santi, a madonne d'ogni tipo e d'ogni colore. Metteva il piede sull'ultimo scalino quando l'uscio in faccia si spalancò e la signora Fiamma, scapigliata, con le vesti in disordine, apparve sulla soglia, gittò un grido.

«Ah! lo vedo» esclamò «il cuore te l'ha detto!»

Giunse le mani, si buttava ginocchioni quando Cortis l'afferrò alle braccia, la spinse in camera e chiuse l'uscio dietro a sè. Ella smaniava, lottava per porsi in ginocchio, appuntava le braccia alle spalle di suo figlio, rovesciando all'indietro e agitando il capo. Cadde spossata sulla poltrona dove Cortis la spingeva.

«Ho mentito» diss'ella ansando affannosamente, «ti ho ingannato... non avevo il coraggio... di dirti subito... volevo vederti... udirti... almeno un'ora... in pace!»

Cortis, curvo sopra di lei, la interruppe alle prime parole, le cacciò le mani sugli occhi, la baciò, con impeto disperato e si strappò subito dalle braccia che gli si erano chiuse intorno al collo. Colei restò con le braccia in aria, spaventata nella sua gioia.

«Daniele!» diss'ella.

Non lo vide piú davanti a lei, ne udí la voce dietro la poltrona: la maschia voce armoniosa piena di dolore.

«Scusate; ho baciato mia madre e non volevo che voi mi vedeste.»

La signora Fiamma tacque un momento, poi disse sottovoce piangendo:

«Non so che cosa tu voglia dire.»

Cortis sospirò e non rispose. Passarono alcuni momenti.

«Qui c'è il vostro portafogli» diss'egli freddo.

«Oh Daniele, Daniele!» gemè la signora a mani giunte. «Non parlarmi cosí!»

E scoppiò in singhiozzi.

«Non ti ho ingannato che a metà» diss'ella. «Soffro tanto! Ho ancor poco a vivere, sai, Daniele! Se non fosse cosí non avrei mai osato scriverti. Dio è pietoso. Mi ha purificata con un cumulo di dolori, di sventure da non potersi descrivere! Adesso non ne posso piú, non ne posso piú. Mi hai fatto la misericordia di venire; cerca nel tuo cuore una parola che mi lasci morir contenta!»

«Ma non capisci» proruppe Cortis con la piú veemente passione, «non capisci che non...»

Che non ti credo, voleva dire. La signora aspettava, livida, con gli occhi sbarrati, questa parola che non venne. La voce gli morí sulle labbra aperte. Diè di piglio ad una sedia e, fattosi accanto a sua madre, piantò la sedia a terra con tal impeto, da fracassarne quasi le quattro gambe.

«Raccontatemi tutto» diss'egli, cadendovi su di peso. «Tutto, sí, tutto da quel giorno in poi. Non lo potete?» esclamò con gli occhi scintillanti perché sua madre tardava a parlare.

«Oh lo posso, lo posso» rispose la signora con un gesto drammatico. «Sarà uno spasimo, ma lo posso, lo devo e lo voglio!»

Cortis credette riconoscere sua madre in quel momento, meglio che per le carte del portafogli, meglio che per una improvvisa memoria degli occhi noti alla sua infanzia. Pensò che nei loro nervi vi era un po' dello stesso elettrico, benché forse sua madre adoperasse il proprio per esperimenti da scena, e lui per il lampo ed il fulmine.

Ella gli fece un lungo racconto sentimentale, bagnando nelle lagrime le sue vecchie frasi perché potessero parer fresche.

La sua purificazione aveva cominciato il giorno stesso del meritato castigo. Il dolore, i santi propositi, la speranza, sí anche la speranza, non l'avean lasciata mai piú. Uscendo dal tetto domestico aveva invocata la compassione di pietosi parenti, n'era stata raccolta. Ma quella vita era troppo molle di agi e di affetti; cosí non si espiava! Per questo aveva abbandonate le care creature cui volesse Iddio rendere misericordia per misericordia! La signora Cortis insistette molto su questo particolare, temendo di certa calunniosa voce secondo la quale quelle care creature l'avrebbero spinta, dopo tre mesi di prova, fuori dei loro agi e dei loro affetti. Dio le aveva suggerito: Tu sai dipingere. Allora si era rivolta all'arte e le aveva detto: Salvami!

Era andata a Roma, a copiare nelle gallerie, per guadagno. Quindi la granduchessa di... l'aveva nominata sua pittrice di Corte. Altri avrebbe forse detto il granduca, ma lei disse la granduchessa. Del granduca disse solo ch'era morto pochi anni dopo, e soggiunse che l'afflitta vedova, perduto l'amore delle belle arti, non aveva piú desiderato pittrici nella sua Corte. Parlava da un'ora, quando giunse a questo punto. Forse per la stanchezza e la commozione; forse perché nei racconti l'ultima parte è la piú difficile, ella cominciò qui a turbarsi un poco, a interrompersi con sospiri e gemiti. Lunghi, lunghi anni di patimenti sfilarono, alquanto in disordine, davanti a Cortis, muto, accigliato. Erano tutti i guai di una vita errante; mali strani cui nessun medico aveva conosciuti mai; fatiche e bisogno.

Era venuta a Lugano alquanti mesi addietro da Düsseldorf, perché i medici le avevano consigliato il clima d'Italia. Le sue sofferenze, sopite per poco, si erano ridestate piú gravi. Il lavoro le era divenuto quasi impossibile. Allora, sentendosi venir meno nella lotta durata oltre venticinque anni, vedendo accostarsi in fondo a una tenebra di miseria l'ultimo suo giorno, aveva chiesto a Dio se il calice amaro non fosse finalmente vuoto, se prima di morire non potrebbe vedere suo figlio. E Dio le aveva dato il permesso di scrivergli, ma non il coraggio di farlo. Non osando dirgli «Sono tua madre», temendo non esser creduta o peggio, gli aveva scritto come un'amica di lei, sotto il nome d'arte; un nome intemerato, quello; oh sí!

Ella tacque e pianse. Cortis era piú scuro che commosso.

«Soccorsi?» diss'egli. «Mai? Da mio padre, voglio dire.»

«Mai. Mai niente; questo no.»

Cortis aggrottò le sopracciglia. Ella aveva detto «questo no» quasi volesse esprimerne un lamento e non osasse.

«Cosa intendete dire?» esclamò. «Che avrebbe dovuto soccorrervi?»

«Oh no, no» rispose la signora fra i singhiozzi.

«Mio padre aveva già fatto molto» riprese Cortis. «Nell'uscire di casa voi avete riavuta la vostra dote. Non è vero?»

«Era ben poco» diss'ella.

Una vampa salí al viso di Cortis. Egli vedeva e sentiva sopra di sè lo sguardo di suo padre; non severo, ma vigile; e aveva piú che mai presenti tutti i dolori, tutte le offese che il giusto e forte uomo si era proposto di nascondergli.

«Mio padre è stato generoso» diss'egli. «Del resto, nel vostro racconto vi hanno cose che non so spiegarmi.»

Colei fu presa da convulsioni violente e poi cadde in una spossatezza cosí profonda che non poteva né parlare, né udir parola. Cortis l'assistè, insieme alla Barbara, con austero volto e in silenzio.

CAPITOLO VII.

PRONTO!

La signora Cortis non si riebbe per tutto quel giorno, malgrado i soccorsi della sua farmacia omeopatica e qualche bicchierino di rhum, la piú sgradita, secondo lei, delle medicine. A sera tarda si addormentò. Allora Daniele, che aveva appena trovato il tempo di pranzare e di scrivere un biglietto ad Elena, scese a Lugano. Prima di partire si fece aprir lo studio dalla Barbara; non v'erano piú né la bottiglia, né il libro, né i sigari.

«Ci vien qualcuno a trovarla?» disse Cortis.

«Pochi o nessuno» rispose la serva. «Viene qualche volta una signora russa.»

«Chi è?»

«Credo che sia una donna di teatro. Ma è vecchia come la padrona, anche lei. Ha scritto il suo nome in un libro. Ieri era qui, ma adesso non lo vedo piú. La padrona l'avrà portato via iersera.»

Cortis guardò uno studio del monte Rosa, da Pazzallo, e un ritratto d'uomo; le sole tele in lavoro. L'uomo era un medico luganese che, dopo le prime visite e le prime pose, non s'era piú lasciato vedere.

«Lo sapevate, voi» disse Cortis uscendo dallo studio, «che la signora mi aveva scritto?»

«Sí, signore» rispose la serva sottovoce e in aria di mistero, «me l'ha raccontato lei l'altro giorno, quando è arrivato il Suo telegramma. Mi ha raccontato... tante cose; e piangeva che bisognava vedere.»

«Cosa vi ha raccontato?»

«Lo so io? Tante cose. Che lei non aveva potuto vivere col suo povero marito, e che era andata per il mondo, e che aveva un figlio signore, per dire come ha detto lei, e che adesso questo figlio doveva venire a trovarla, e che lei non aveva piacere di essere conosciuta subito, e che per questo gli aveva scritto cosí e cosí. E allora mi ha detto che anch'io poi, quando sarebbe venuto, se mi avesse domandato, per esempio, di quest'ammalata, dovevo far mostra di niente e dire che stava sempre lo stesso.»

«E cosa mi avete detto stamattina? Che non vi si paga il salario?»

«Sicuro. Son tre mesi che non prendo un soldo.»

«E cosa vi dice la signora?»

«Che adesso non ne ha, ma che ne aspetta. Quello che dice a tutti.»

«Come, a tutti?»

«Ah signore, caro Lei! L'è una roba, che se la dura, io scappo, io scappo, io scappo! Tutti i momenti è qui l'uno, è qui l'altro, un mucchio di gente che vuol essere pagata: il padron di casa, il macellaio, il pizzicagnolo, il droghiere. E danari non ce n'è; e loro, si sa, la piú parte sono gente senza educazione e ne dicon di tutti i colori. Io glielo dico, neh, perché certe cose, Le pare? è meglio...»

Barbara lasciò la frase a mezzo per correr via in fretta col lume dietro a Cortis, che curandosi poco delle sue conclusioni, le aveva voltato le spalle.

Egli tornò al mattino seguente e trovò sua madre alzata. Non le parlò piú del passato; volle solamente sapere come avesse potuto dirigergli la lettera con tanta sicurezza a Villascura. Ella non nominò alcuno, ma asserí di aver sempre avute informazioni esatte sul conto del suo amatissimo figlio; di averlo sempre seguito col pensiero e col cuore. Gli parlò della contessa Tarquinia e di Villascura. Sapeva che la villa Cortis era un gran palazzo squallido e aveva pensato tante volte quanto il povero Daniele vi si dovesse trovar male cosí soletto. Cortis la condusse a parlare del suo stato presente, delle sue necessità; ed ella gli raccontò un'iliade di guai. Ma cos'erano le privazioni, il bisogno, appetto all'angoscia della solitudine? Soffrire, sí, era giusto e anche gradito per chi aveva commesso, come lei, una colpa, una sola colpa; una colpa se tutto si sapesse! se tutto si potesse dire! quasi involontaria; ma soffrire sola, segregata da ogni affetto, da ogni pietà! Non era piú possibile; no, no, non era piú possibile.

Ella versò a questo punto un fiume di lagrime. Cortis taceva.

«Stanotte... ho fatto... un sogno» disse la signora lottando con i singhiozzi.

Cortis non fiatò.

«Troppo bello» mormorò l'altra socchiudendo gli occhi e lasciando spenzolar un braccio dalla poltrona.

«Troppo bello.»

Scosse lentamente il capo inclinato sulla spalla sinistra e sospirò ancora:

«Troppo bello.»

Cortis non desiderava proprio di conoscerlo.

«V'è un genere di miserie» diss'egli «che non deve toccarvi. A questo penserò io.»

«Ti ringrazio» disse la signora, «ti ringrazio.»

Aperse la bocca ad altre parole, le richiamò con violenza al petto.

«Prego Dio» aggiunse dopo un breve silenzio «che mi accordi il favore d'esserti a carico il meno possibile. È Dio già che mi ha ispirato di mettermi a Lugano. Ho trovato proprio l'aria che mi ucciderà presto.»

Daniele ebbe un bel dirle e ridirle che poteva cercarsi fra le Alpi e il mare un'aria piú benigna per i suoi nervi. Ella ripeteva, sempre piú compunta, sempre piú rassegnata, lo stesso tragico ritornello.

Se sognava, dopo tante vicende di tempeste e di sereno, rallegrarsi lo squallido pomeriggio con un raggio di sole, tramontar dignitosamente e placidamente nelle sale di casa Cortis, sognava uno stolto sogno, la signora; e metteva pietà quel suo battere e ribattere di soppiatto, con volgare artificio, a una porta chiusa, sorda e muta.

Piú tardi si parlò d'affari giú nel salotto terreno. Daniele volle saper l'ammontare dei debiti di sua madre e non fu cosí facile, anche perché, secondo lei, neppure un quarto s'era veduto in casa della roba che i bottegai bugiardi avevano scritta. Intervenne, per fortuna di costoro, la Barbara, che aveva memoria migliore, e dopo un lungo battibecco ad ogni partita, ad ogni cifra, tra padrona e serva, Daniele poté conoscere, presso a poco, la verità.

Rimasto solo con sua madre le annunciò che sarebbe partito all'indomani e che fra pochi giorni le avrebbe mandato il danaro e fatto conoscere il modo in cui provvederebbe, per l'avvenire, alla sua esistenza. La signora Cortis gli chiese quando lo avrebbe riveduto. Questo, Daniele non lo poteva dire. Dipendeva da tante cose; dal successo della elezione politica, da altri suoi particolari interessi. Allora ella cominciò a dire, tutta gemebonda, che Daniele aveva ogni ragione di non volerle bene, che lei gli andrebbe in casa per serva, per guattera, ma che già non era degna di star sotto lo stesso tetto; no, no, non era degna.

«Non credo» diss'egli «che convenga né a voi né a me.»

Sua madre tacque un momento e poi mormorò portandosi il fazzoletto agli occhi lagrimosi:

«Offro questo sacrificio alla Santissima Vergine.»

Cortis andò sbuffando a pigliar aria sulla porta del salotto. Subito una voce flebile gli gemette dietro:

«T'ho offeso?»

Egli fece le viste di non udire. Guardava fra i gelsi luccicanti il cancello aperto, la strada piena di sole, e, di là dal parapetto, il profondo lago sereno, le montagne cenerognole di Val Colla. Erano un ristoro, quell'aria pura, quel riso di vita innocente. Il treno di Milano passava allora tuonando, fischiando, sotto le pendici del San Salvatore.

Cortis guardò l'orologio e domandò a sua madre se sapesse l'ora esatta della prima corsa.

«Oh Dio» diss'ella, «a cosa pensi mai! Vien qua, Daniele, ti supplico» soggiunse dopo un momento. «È vero che io non posso parlarti come una madre; ma pure, tu che sei un angelo, mi permetterai di chiederti se vi è forse qualche cara e virtuosa fanciulla...»

«No» disse Cortis senza voltarsi.

«Ah, ne sarei stata tanto felice!» esclamò la signora sospirando. «Ma già non lo speravo.»

«Perché?» domandò Daniele sorpreso.

«Oh niente. Cosí, per l'idea che non puoi trovarla, no, una donna degna di te!»

Cortis saltò giú dalla soglia del salotto, si cacciò fra i gelsi e il granturco, fuori della vista di sua madre.

Costei strinse nelle pugna i due capi del fazzoletto bianco che aveva in mano e diede due cosí rabbiose gomitate al vento, che strappò la tela.

«Già in questo maledetto paese» fremè fra i denti «non ci sto di certo.»

Detestava Lugano perché si era innamorata, con i suoi cinquantadue anni, di un giovane medico, e questi, nauseato di tali affetti, non aveva piú voluto saperne di visitarla. Si rizzò in piedi e, aperto un armadietto a muro, vi cacciò la mano, tracannò qualche cosa in furia e lo rinchiuse adagio adagio con l'occhio alla porta; poi brontolò fra sè: «Adesso glielo dico», e uscí in cerca di Daniele. Lo incontrò subito.

«Daniele» diss'ella, «abbi pazienza. Ho una grazia, una sola grazia a domandarti.»

«Che cosa?»

«Un po' piú lontano» sussurrò la signora dopo aver guardato su alle finestre aperte.

Entrarono sotto un pergolato a mancina della casetta. Cortis non pareva niente affatto curioso di sapere che grillo fosse saltato a sua madre, le camminava accanto guardando giú il treno girar via sul largo arco dei colli.

«Quella Villascura, Daniele!» diss'ella. «Quella Villascura!» Si fermò e si coperse il volto con le mani.

«Cosa, quella Villascura?» domandò Daniele, distratto.

«Vien via per amor del cielo!» esclamò sua madre. «Sta a Roma, sta a Udine, sta dove vuoi, ma non là!»

«Perché?»

La signora abbassò gli occhi e rispose sottovoce:

«Non è possibile dirtelo.»

«Allora...» fece Daniele, come se il discorso gli paresse chiuso.

«Non mi accontenti?» insistè sua madre.

Daniele non capiva.

«Ma come mai?» diss'egli.

Guardò l'orologio. Aveva pensato di scendere, a una cert'ora, all'albergo, per vedere se ci fossero lettere o telegrammi.

«Almeno» esclamò con subita passione la signora Cortis, «non andare a casa Carrè!»

Cortis aggrottò le sopracciglia: una vampa di rossore gli salí al viso.

«Perché?» diss'egli con voce vibrante di collera. «Io andrò sempre a casa Carrè.»

«Oh Daniele, almeno finché ci sono i Di Santa Giulia, no!» In quel momento il viso e la voce della signora ebbero un lampo di sincerità.

«Va benissimo» rispose Cortis amaramente. «Dite al vostro corrispondente, qualunque egli sia, ch'è un bugiardo e uno stupido, e che quella signora e io siamo troppo al disopra di lui e di molti altri, perché questo veleno ci possa offendere.»

Delle voci maligne n'erano corse a Villascura. Cortis lo sapeva.

«La signora?» domandò sua madre con un lampo negli occhi. «Non so niente della signora.»

Cortis, che guardava da un'altra parte, voltò la testa con impeto, le piantò gli occhi in viso, aspettando che si spiegasse meglio. Ma ella non parlò piú.

«Dunque?» proruppe Cortis.

«Niente» rispose l'altra con un gran sospiro.

Cortis insistè.

«Cosa mai vi hanno scritto?» diss'egli.

Sua madre gli posò una mano sulla spalla e con l'altra si battè la fronte, dicendo:

«È scritto qui, nessuno mi ha scritto. È una cosa scritta qui.»

Daniele perdette la pazienza.

«Parlate chiaro» diss'egli. «Lí non so leggere.»

«S'io parlassi chiaro» sussurrò la signora Cortis mettendogli il viso addosso con tanto d'occhi spalancati e scotendo in aria l'indice della mano destra «tu proveresti un rimorso eterno di aver stretta la mano scellerata (quell'indice teso andò su su verso il cielo) di lui!»

«Cosa ha fatto?» disse Daniele sorpreso.

Ella giunse le mani, mise un lungo gemito per le labbra strette, e, data una giravolta in fretta, corse via a capo basso, raccolse, presso lo scalino della porta, le sottane in due bracciate, e saltò in casa.

Daniele la seguí, ma ella, prima ancora d'essere interrogata, diede in ismanie, lo supplicò di non chiederle nulla, promise che in un momento piú tranquillo avrebbe parlato. Intanto lui doveva togliersi da Villascura, andar lontano, ben lontano.

«Io spero» diss'ella «che ti facciano deputato, che tu ti stabilisca a Roma. Allora ci vengo anch'io a Roma. Roma è la città dell'anima mia. Oh se potessi morire a Roma! Là ti vedrei spesso, almeno dalle tribune della Camera. Non è vero, Daniele?»

«Cosa ha fatto di Santa Giulia?» diss'egli.

«Ma, Dio!» rispose la signora. «Perché mi vuoi tormentare? Del resto, è impossibile che tuo padre non te ne abbia mai parlato.»

«Sí, so che lo ha conosciuto in Piemonte quando emigrò per entrare nell'Accademia militare, che gli era stato raccomandato da un medico siciliano, ma che non veniva quasi mai in casa nostra, che non era un cattivo soldato, che giuocava molto, però, e non studiava punto.»

«E l'hanno fatto senatore?» sussurrò la signora parlando a se stessa.

«L'hanno fatto senatore subito dopo il suo collocamento a riposo, perché si voleva un senatore di quella provincia e lui possedeva un bel nome, un bel grado militare e molti appoggi in alto. Non sarà mica questo il suo delitto? Mio padre non m'ha detto altro. Cosa poteva dirmi?»

«Niente, niente, non poteva dirti altro.»

Cortis si strinse nelle spalle, tacque un poco, guardò l'ora per la seconda volta e disse:

«Vado.»

Sua madre non desiderava che la finisse cosí liscia.

«Parti domattina colla prima, non è vero?» diss'ella. «Alle sei?»

«Sí.»

«Spero bene che ti fermerai qui un pezzo ancora.»

«Sí, sí» rispose Cortis, distratto, cercando il suo cappello.

«Allora parleremo stasera.»

Parve che queste poche parole costassero già un doloroso sforzo alla signora Cortis che piegò, nel pronunciarle, il capo sul petto e chiuse gli occhi.

Daniele si fermò, prima d'uscire, a considerarla. Adesso che gli occhi falsi non si vedevano, che non si udiva la voce ingrata, sentí per un momento quanto gli avrebbe potuto essere cara. E subito un lampo nella memoria gli mostrò suo padre ginocchioni che diceva un requiem per la povera mamma.

«Era meglio!» esclamò afferrando e levando in aria il cappello.

La signora drizzò il capo, spaventata.

«Cosa?» diss'ella.

«Niente» disse Cortis, e corse via senz'altro.

La Barbara gli aperse il cancello e gli disse sottovoce:

«La padrona non vuol credere, ma della roba se n'è cosí consumata, sa! Solo tutte le costolette fresche che si tien la notte sulla faccia!»

All'Hôtel du Panorama era arrivato, pochi minuti prima di Cortis, questo telegramma dal capoluogo del suo collegio elettorale:

Daniele Cortis

Lugano - Hôtel du Panorama.

«Stampa avversaria pubblica tua lettera privata accusandoti appartenere partito clericale. Grande impressione. Domani seguirà qui adunanza elettorale ore una pomeridiana. Vieni o rispondi telegramma da pubblicarsi. Spedisco giornali.

B.»

Il prossimo treno per Milano partiva fra tre quarti d'ora. Cortis buttò giú precipitosamente un biglietto alla madre e la seguente risposta telegrafica al signor B.: «Sarò costí domattina alle 11,½

CORTIS.»

Quindi raccolse in furia la sua roba e arrivò alla stazione mentre i viaggiatori salivano in treno.

«Fertig!» gridò il conduttore.

Cortis non aveva pensato, fino a quel momento, che a non perdere il treno. Appena entratovi, si vide nella sala dell'adunanza elettorale, in faccia ad amici atterriti o accigliati, fors'anche ad avversari beffardi, solo, assalito con armi sue proprie, con parole che non conosceva ancora ma certo scritte da lui, chi sa dove, chi sa quando, ma certo sincere, non disposto a nessun sotterfugio mai, a nessuna ritrattazione, a nessuna viltà, costretto a dar battaglia con una bandiera nuova, in altro tempo e in altro luogo che non avrebbe voluto. Vide tutto questo e sentí insieme affluirsi al cervello e al petto un'onda di fuoco vitale, si sentí lo spirito piú potente che mai, e, sdraiandosi con certa noncuranza leonina sul sedile di velluto rosso, rispose mentalmente al conduttore:

«Va bene, pronto!»

Passando sul ponte che cavalca la stradicciuola di Pazzallo, corse un istante col pensiero quella via nota, ma non arrivò lassú alla casetta del cancello rosso, dove pure avrebbero dovuto, fra poche ore, spiegarsi delle parole strane, scoppiar delle accuse lanciate in aria. Il suo pensiero tornò subito alla via di ferro che lo portava alla mèta.

Intanto le acque di levante, nere di vento, si allargavano, si allungavano fin laggiú alle radici lontane della nota roccia dolomitica che usciva lentamente dietro agli altri monti e si scopriva in faccia a Cortis tutta intera, sino alla punta formidabile, come un esempio di audacia che sta.

CAPITOLO VIII.

SUL CAMPO

Il mattino dopo, alla stazione di..., la penultima del suo lungo viaggio, Cortis trovò B. e alcuni altri amici che gli erano venuti incontro. Correvano ansiosi su e giú lungo il treno, aprendo gli sportelli, ficcando il viso nelle carrozze. Scoperto Cortis, gli furono tutti sopra a stringergli forte la mano, a salutarlo con voce sommessa e in aria compunta.

«Molto male?» diss'egli, oscurandosi pure, guardando rapidamente ciascuno di loro.

«Malissimo» rispose B. accasciato. «Malissimo, te lo dico schietto. Per me, non faccio complimenti, affare andato.»

«Piano, piano» saltò su un altro. «A questo poi, oh Dio!... La scusi, dico, non mi pare.»

Allora B., che un momento prima parlava come se non avesse piú fiato in corpo, scattò in piedi e si mise a tempestare come un energumeno:

«Ma sí, andato, Le dico, ma sí! Non mi pare! Ma cosa non mi pare? Ma dove vive Lei? Ma non sa della società operaia? Ma non sa del giornale?»

«E i muri?» suggeriva un terzo sottovoce.

«Bravo!» urlò B. «E i muri? Dieci manifesti di quell'altro per uno dei nostri!»

«Ma L'aspetti, si vedrà oggi!»

«Sí, bravo, cosa vuole che si veda?»

«Si vedrà oggi, Le dico.»

«Ah sí, Lei li volta, Lei li ribalta, quella gente!»

«Ma sí!»

«Ma no!»

Adesso schiamazzavano tutti insieme, litigavano tra loro come se Cortis non fosse presente.

«Un momento, signori!» diss'egli soverchiando con la sua voce le altre. «Quest'adunanza, c'è o non c'è?»

«Sí!»

«Altro!»

«Sí, signore!»

«Sicuro!»

«E ci dovrò intervenire?» ripigliò Cortis.

«Ecco il punto, capisci!» gridò B. rovesciandoglisi quasi addosso e scotendogli sul viso le mani con le punte delle dita raccolte in su. «Ecco il punto che noi faremo la proposta d'invitarti e non sappiamo ancora se passerà, perché gridano, capisci! gridano ch'è inutile! che ne sanno abbastanza! Che che che che che...»

«Ma questa lettera?» interruppe Cortis. «Questa lettera mia che hanno stampata?»

«Ah» esclamò B. percotendosi la fronte e poi frugandosi le tasche a due mani. «Che testa! Dire che sono venuto apposta! L'ho qui, l'ho qui!»

Fuori giornali, fuori lettere, fuori note. B., rosso come un gambero, guardava in fretta e in furia carte e carte, le buttava per terra, sui sedili, sulle gambe degli amici. Finalmente uscí un brano di giornale con la famosa lettera diretta a un tale prof. M. di Venezia, morto da due mesi. Il giornalista asseriva di averla in ufficio e ne pubblicava alcuni periodi.

«La lettera è un pretesto» disse B. raccogliendo e rinfrescando, ad una ad una, le sue carte disperse. «La lettera è un pretesto. Non ti vogliono.»

«Eh no, per questo» osservò un altro, «se la lettera non fosse sua...»

«Ma è sua» sussurrò qualcuno, mentre Cortis, saltati i commenti del giornale, leggeva questi terribili periodi:

 

«Se per ora non si può far di meglio, transeat; cerchiamo di passare come che sia; ma tu sai che io sono cattolico e che confido in quello sviluppo progressivo della civiltà cristiana in cui confidava il conte di Cavour. Perciò affretto col desiderio il momento in cui si costituirà un partito parlamentare, un elemento di governo con questo ideale. Che alcuni tentativi per muovere la pubblica opinione sieno falliti, oportebat: tu sai meglio di me che questa è stata sempre la preparazione storica di tutte le imprese grandi e difficili. Altri ancora ne cadranno, ma io sono fermamente convinto che a un dato momento questo partito sorgerà per effetto di necessità politiche, e che allora, anzi prima di allora, si troverà l'eroe, come direbbe il tuo Carlyle, per condurlo; dietro al quale eroe, o nelle prime o nelle ultime file, ci sarà pure, se vivo, il tuo

DANIELE CORTIS»

 

«Altro che mia!» esclamò Cortis verso colui che ne aveva espresso il dubbio. «Altro che mia! Perfettamente mia!»

«Euh!» fece B. «Si sapeva bene.»

Gli altri tacquero.

«E cosa dicono questi signori elettori?» chiese Cortis.

«Cosa dicono?» rispose B. «Guarda il giornalista cosa dice.»

«Il giornalista è un idiota.»

«Ah, mio caro, i nostri elettori non sono mica tanti Cavour. Non capiscono. Vedono cattolico, vedono civiltà cristiana, vedono nuovo partito parlamentare, non intendono bene le distinzioni che si possono fare tra conservatore e clericale, e dicono addirittura che già sei clericale. Il chiasso maggiore poi, lo fanno per quella prima frase del passare come che sia e gridano... scusa, io adesso ripeto... gridano che è una slealtà, una indegnità che ti basta di farti eleggere in un modo o nell'altro, che ti fai giuoco del collegio e che so io. Ma già bisogna sapere che quell'altro ha fatto un lavoro del diavolo, e per questa gente lavorata la lettera è un pretesto. Infatti, son loro che non ti vogliono neppur sentire.»

«Ma bisogna» disse Cortis con gli occhi scintillanti, «bisogna che mi sentano! Oh Santo Dio, cosa possono aver capito da quella lettera? bisogna che mi sentano!»

«Sí, sí, bisogna, bisogna» brontolò B. con un riso amaro. «Ma vorranno? Speriamo!»

«Io vengo senza invito e solo, se i miei amici non hanno il coraggio di accompagnarmi» rispose Cortis. «E se nessuno mi dà la parola, me la piglio. E...?»

Qui Cortis nominò un pezzo grosso, quel grande elettore che lo favoriva.

«Eh, caro mio!» rispose B. «Eccolo.»

E alzata la mano destra, con le dita aperte in aria, la girò sul polso come se una molla gli fosse scattata all'avambraccio.

«Da quella parte» proseguí «siamo in terra del tutto. Anzi ricordati che, se oggi parli, ci vuole un'allusione a questo despota che pretende fare la pluie et le beau temps nel collegio.»

«Bene» disse Cortis, «adesso vi prego di lasciarmi pensare un poco.»

Si cacciò in un angolo del vagone, lesse e rilesse l'atto d'accusa, poi si mise a riflettere, ora guardando dal finestrino, ora coprendosi il viso con le mani, fino a che B. gli disse:

«Ci siamo. Sono le dodici» soggiunse. «Io ho qui la carrozza e ti porto a casa mia. Là ti lascio a far colazione e vado a tastare il terreno. Al tocco vengo a prenderti e si va, coûte que coûte. Oh, guarda, quell'altro!»

Mentre Cortis scendeva dal treno, il suo competitore si accomiatava, sotto la tettoia, da una folla di amici che parlavan forte e ridevano.

«Capite?» mormorò B. con una faccia sepolcrale. «Li sentite? Sono sicuri.»

Qualcuno del gruppo avversario vide Cortis. Tutti si voltarono, meno l'emulo, a sbirciarlo insolentemente. Appena egli e la sua comitiva ebbero oltrepassato il cancello dell'uscita, si udirono alle spalle due o tre fischi.

«Aspettatemi qui» disse Cortis fermandosi su due piedi.

Tornò tranquillamente indietro e andò diritto verso l'altro candidato che aveva già un piede sul montatoio del vagone, gli stese la mano senza curarsi degli altri, come se non esistessero. Colui diventò rosso rosso, gli fece un garbuglio di saluti premurosi, si scusò goffamente di non averlo veduto prima.

«Oh!» rispose Cortis. «Non esigevo di essere salutato da te. Io, come gentiluomo e amico di gentiluomini, ci tengo a fare un atto di cortesia verso il mio avversario prima d'incrociar le lame. Addio.»

Ciò detto, ripassò a fronte alta in mezzo al gruppo, e raggiunse B. e gli altri che avevano spiato il colloquio da lontano.

«Cosa, cosa, cosa?» chiesero tutti, pallidi, ansiosi.

«Niente, andiamo via» disse Cortis ripigliando B. a braccetto. «Gli ho rivelato con la cortesia piú squisita che lui e i suoi amici sono un branco di mascalzoni. Adesso mi rispettano, capite? E poi questo mi fa bene, di dar del mascalzone a chi se lo merita.»

Venti minuti dopo, tutti sapevano, nella piccola città, la scena della stazione, i fischi, l'atto di Cortis. B., che appena accompagnatolo a casa, era corso al caffè, tornò a prenderlo al tocco, tutto scalmanato, gridando:

«Presto, andiamo, buona impressione, sono inteso col Comitato. La bravata quegli altri la chiamano cosí, ma a mezza bocca, a mezza bocca la bravata ha fatto buona impressione. Un gentiluomo, dicono. Io poi ho predicato a quei cretini che non ti volevano sentire. Oh che duri! Ma ho predicato, ho predicato!»

Cortis lo interruppe sorridendo.

«Grazie» diss'egli; «ma sai poi se sarai contento di quello che dirò?»

«Io non voglio il mascalzone!» urlò B. «Io non voglio il mascalzone! Andiamo, presto, andiamo. Presto!»

Alla porta del casino il vetturale Schiro, che serviva qualche volta la contessa Tarquinia, fermò Cortis. Alla signora contessa premeva assai di parlare con il signor Daniele; gli aveva mandato la carrozza perché venisse a Passo di Rovese subito dopo il discorso. Cortis ordinò a colui di tenere i cavalli pronti per le due e mezzo.

«Nulla di nuovo?» diss'egli.

«No, signore.»

«Stanno tutti bene?»

«Sí, signore. Almeno lo credo.»

«Anche la contessina?»

«La contessina? La contessina è andata via, signore. È andata via iersera. Ho sentito che dicevano che andavano a Roma.»

«Ehi!» disse B. vedendo Cortis che stava lí trasognato, senza parlare, né muoversi. «Andiamo! Presto!»

Sulla porta del casino, sui pianerottoli delle scale, v'erano già gruppi di elettori che s'aprivano davanti a Cortis, salutandolo in silenzio, con una certa curiosità mista di riserbo; e poi si avviavano lentamente, dietro a lui, verso la sala. In sala, tre o quattro membri del Comitato elettorale discorrevano in piedi presso il gran banco che fronteggiava una fitta ordinanza di sedie vuote, rigide, come parvero a Cortis, e arcigne. Quei tre o quattro fecero verso di lui, quand'egli entrò, un passo quasi peritoso, lo salutarono con imbarazzo.

«Ella viene dalla Svizzera?» disse il piú disinvolto.

«Sí, signore.»

«Bel paese!»

«Sí, signore.»

Allora B. si fece avanti tutto affabile e sorridente.

«Il nostro Cortis» diss'egli «è dispostissimo...»

«Non è la parola» interruppe Cortis, mentre l'altro ripeteva «ecco, ecco» facendo grandi cenni d'assenso con le mani e con la testa, e tirandosi indietro per dar luogo all'attore principale. «Non è la parola. Io era desiderosissimo di offrire agli elettori delle spiegazioni a cui hanno tutto il diritto; e poiché la mia candidatura è stata già discussa e deliberata qui, ho creduto doveroso, avendo a prendere la parola, di prenderla qui.»

«Ecco giusto il presidente» rispose uno del Comitato, accennando ad un signore alto e grosso che entrava allora tutto affannato e frettoloso e che salutò Cortis con maggior cordialità degli altri. Quando questi si fece a ripetergli il discorso di prima lo interruppe subito, dicendo: «Sí, sí, so, va bene, ho parlato qui con l'amico B., sono inteso», e poi mandò i colleghi a raccogliere e far entrare in sala i signori elettori.

«I quattro cretini» mormorò B. a Cortis guardando il soffitto mentre coloro uscivano.

«Ecco» disse allora il presidente pigliando Cortis a parte. «Io direi cosí», e gli snocciolò il discorsetto preparato, con un'occhiata al suo interlocutore e un'occhiata agli elettori che entravano, abbassando involontariamente la voce al comparire di certe facce nemiche. B., che s'era piantato lí vicino per cogliere, se poteva, senza parere, il discorsetto confidenziale del presidente, non ne perdeva una delle facce che comparivano, le studiava, le seguiva per la sala con occhi benevoli o diffidenti, fissava le teste che qua e là si chinavano l'una verso l'altra, con la manifesta cupidità di porre un orecchio in tutti i bisbigli.

«Molta gente» diss'egli a Cortis, poiché il presidente ebbe preso il proprio posto. «Molti brutti musi. E quella marmotta di presidente, dirà bene?»

Costui suonò in quel punto il campanello, guardandosi attorno con molta dignità e senza alcun sospetto che proprio allora gli regalassero della bestia. Ricordò poi come in una precedente seduta fosse stata approvata, a grande maggioranza, la candidatura Cortis, per la quale il Comitato aveva anche iniziata la propaganda elettorale. Soggiunse che una recente pubblicazione, a tutti nota, aveva levato tal rumore nel paese, aveva prodotte impressioni cosí vive e diverse da rendere necessaria una nuova adunanza e una nuova discussione. V'era stato, a dir vero, qualche dissenso fra i colleghi dell'oratore sulla opportunità d'invitare all'adunanza l'onorevole candidato signor Cortis, che si sapeva poi anche lontano. Qualcuno aveva proposto di discutere e deliberare preliminarmente se il candidato dovesse limitarsi a dare spiegazioni o no. La improvvisa venuta del signor Cortis aveva tolto di mezzo questi dubbi, e il Comitato si teneva sicuro che anche i signori elettori preferirebbero discutere e deliberare sulle pubbliche dichiarazioni del candidato, piuttosto che sopra un brano di lettera. Quindi l'oratore accordava la parola, se non vi fossero opposizioni, all'onorevole Cortis.

Il presidente sedette soddisfatto girando il capo a cercare approvazioni a destra e a sinistra sui visi accigliati dei colleghi; e trascorso un momento senza che nessuno parlasse, Cortis si levò in piedi, cominciò a parlar lentamente, con voce misurata, in questo modo:

«Signori!

«Io vi ringrazio e vi felicito di avermi accordata la parola.

«Che i miei nemici, per assalirmi, abbiano dovuto compiere un atto disonesto, né me ne dolgo, né me ne vanto; è una cosa naturale, e io lascierò volentieri nell'ombra, che ad essi giova, i loro atti e le loro persone. Sta ch'è venuta in luce una mia lettera...»

Un mormorío sordo si levò nella sala.

«Sí, onorevoli signori» riprese Cortis con forza, mentre i suoi amici lo guardavano pallidi e palpitanti, «una lettera che io raccolgo come mia, senza credere di abbassarmi.»

Qualcuno in un canto della sala gridò «Bene!», gli altri zittirono; seguí un silenzio profondo.

«Si è pubblicata una mia lettera suscettibile, forse, d'interpretazioni molto gravi, molto atte a togliermi la fiducia di coloro che temono l'introdursi nella Camera di elementi ostili alle nostre istituzioni e alla libertà; tanto che alcuno di voi, alcuni elettori di cui rispetto l'onesto terrore, ripugnavano persino, come ho testè inteso dall'egregio presidente, a udirmi. Ebbene, signori, io vi felicito che abbia prevalso in voi il partito piú liberale e piú equo, malgrado il senso ignobile che si vuol attribuire ad alcune mie parole. Io respingo, a questo proposito, con disprezzo l'accusa di slealtà che mi viene mossa, la indegna accusa di volermi far giuoco di questo nobile collegio.

«Sí, ho scritto privatamente e oggi ripeto senza esitazione in pubblico, che se per ora non si può far di meglio, convien passare come che sia; e voi comprenderete facilmente, rileggendo quella lettera, che io non potevo alludere alla mia situazione personale in questo collegio; comprenderete che io alludevo invece al presente periodo della vita politica nazionale, periodo poco prospero, a mio avviso, e poco promettente, periodo che bisogna pure attraversare alla meglio, augurando e preparando un altro ideale.»

La stessa voce di prima gridò: «Bravo!».

Vi furono dei «zitto», delle risatine sommesse. Tutti guardavano verso un angolo della sala.

«Io ringrazio il mio incognito amico» disse Cortis, guardando anche lui da quella parte e ottenendo opportunamente dall'uditorio un riso blando, «io ringrazio il mio incognito amico che mi conforta con l'esempio a esprimere le convinzioni del mio cuore anche a costo di essere vox clamantis in deserto

Risa e alcuni applausi tosto repressi. Cortis si fermò un momento; quindi riprese abbassando e rallentando la voce:

«Vengo a questo ideale.»

Chinò il viso per raccogliere un poco i pensieri. Nessuno fiatava. Tutti gli occhi erano fissi in lui che rialzò subito la fronte e la voce.

«No, onorevoli signori, il mio ideale politico non sarà mai l'ideale politico del partito che vorrebbe subordinare i diritti e gli interessi dello Stato a un'autorità, sia pur grande, sia pur legittima, ma fondata sovr'altra base, con altri mezzi, per altro fine. Io posso desiderare, per un concetto di equilibrio politico e per un patriottico voto di pacificazione interna, che questo partito accetti onestamente l'attuale ordine di cose, ed entri utile e rispettabile nella Camera; me se io avrò in quel tempo l'onore di sedervi, non militerò mai con esso...»

Applausi scoppiarono qua e là, non caldi, non unanimi; l'amico incognito rimase zitto.

«... fino a che, almeno, trasformatosi di partito essenzialmente religioso in partito essenzialmente civile, non modifichi profondamente le proprie vedute sui diritti e le funzioni dello Stato.

«È evidente, signori, che scrivendo una lettera familiare, io ho potuto non servirmi dei termini piú esatti e propri.»

A questo punto un sussurro si levò nella sala, una specie di «finalmente!» diluito nella soddisfazione. Cortis s'interruppe.

«No» diss'egli, «io non ripudio una sola di quelle parole, ma è certo che avrei potuto chiarire il mio concetto con maggior precisione, come cercherò di fare in questo momento.

«Oggi siete voi, signori elettori della vecchia legge, che avete in pugno un grande potere dello Stato, ma si sta già predicando il Nuovo Testamento e domani ne farete parte evangelicamente alle turbe. È una ingiuriosa follía di credere che questi nuovi elettori vorranno subito mettere le mani su qualche cosa e che il paese andrà a soqquadro; ma è pure una follía il non riconoscere che si sarà fatto, non un salto nel buio, ma un lungo passo avanti nella chiara e fatale via della evoluzione democratica, e che le nuove moltitudini elettorali saranno inclinate a procacciarsi un utile diretto con la loro partecipazione al Governo, a promuovere un'azione legislativa, esagerata ed improvvida, esclusivamente a loro favore. Io non ne provo, signori, una vana e puerile paura; io credo che vi è in questo fermento democratico qualche lievito rubato al cristianesimo; io vedo nel mio pensiero un luminoso e possibile ideale di democrazia cristiana, molto diverso da quel dispotismo di maggioranze egoiste, avide di godimento, che minaccia le libertà moderne. Non è sulla base di aerei ideali che si può costituire un vero partito politico; non vi si cammina su, lo so bene. Ma un ideale ci vuole, esso è la forza di coloro che avversano le nostre istituzioni; e noi, quali ideali abbiamo da opporre loro? Oggi la riforma elettorale e l'abolizione del corso forzoso, domani la perequazione fondiaria e la rendita a 100.»

«E non basta?» disse una voce.

«No» rispose Cortis, «non basta a tenere uniti i cuori e le intelligenze, molto piú con un corpo elettorale ampliato in cui il sentimento e la fantasia avranno tanto maggior potenza. E quando mi si parla di un partito nuovo il cui ideale sarebbe puramente la conservazione degli ordini sociali e politici come ora esistono, io dico ancora che ciò non basta, che questo ideale è senza grandezza e senza vita. La patria, signori, non si conserva come un vecchio momumento immobile, cingendolo di puntelli e di spranghe; la patria è un essere vivente, un organismo che continuamente si sviluppa, che si conserva con il movimento ragionevole, con il giusto esercizio di tutte le sue naturali facoltà.»

A queste parole pronunciate con voce veemente, vivi applausi scoppiarono nella sala.

«Io desidero» ripigliò Cortis tranquillamente «la costituzione di un partito che abbia nel pensiero il luminoso ideale di cui vi ho parlato e che espressamente consenta, in ordine a quello, sulle necessità presenti. Io sono convinto che se si vuol preparare l'avvenimento di una democrazia sinceramente liberale, senza predominio di alcuna classe, ci vuol un potere politico abbastanza fermo per condurre un paese, giusta un concetto prestabilito, sopra e, se mai fosse necessario, anche contro i flutti delle maggioranze parlamentari: ci vogliono dei ministri convinti che la monarchia non è una irresponsabilità nelle nuvole, non è uno stemma coronato sul coperchio del meccanismo costituzionale, ma è una ruota maestra, se cosí posso dire, di questo meccanismo, una ruota responsabile davanti a Dio e alla storia e che si guasta ben presto, per una legge comune, se resta inoperosa. Allora questo potere cosí forte, sicuro di una larga adesione nel paese, può e deve essere molto ardito, e, lasciando libero sfogo a tutte le opinioni, prendere in mano le questioni sociali, condurre ogni riforma possibile con ogni cautela, misura e fermezza.

«Vi sono degli scrittori di gran talento...»

Qualche bisbiglio si levò qua e là. Parve che la parola «scrittori» avesse gittato nella sala un'inquietudine, un buffo di tedio.

«Io non so» disse Cortis interrompendosi «se non pongo a troppo dura prova la vostra pazienza.»

Parecchi no, piú cortesi che cordiali, gli risposero.

«Io ricordo» riprese riafferrando subito il pubblico «che un uomo di grande ingegno e di grandi studi politici, mi diceva: Il popolo è un fanciullo, lasciate che giuochi col fuoco, lasciate che si scotti, imparerà. Questa è la legge naturale, e a volerla contrariare si fa peggio. Ebbene, signori, io non sono persuaso di tale dottrina; io dico che per la legge naturale coloro che hanno senso, volontà e forza si uniscono a impedire che altri bruci la casa comune.»

«Giusta, giusta» dissero alcune voci.

«Ma non basta ancora, per il futuro partito, di consentire in un simile indirizzo di governo; bisogna consentire nella questione ecclesiastica e religiosa.»

«Ecco» esclamò dal suo angolo l'amico incognito.

Tutti zittirono e Cortis riprese la parola in mezzo a un silenzio pieno d'elettrico.

«Io vi dico, signori, che nessun principato, nessuna repubblica scioglierà mai i problemi sociali dell'avvenire, senza la cooperazione del sentimento religioso; il quale non potrà esser dato in Italia che dalla Chiesa cattolica.»

Un flutto agitò gli uditori, levò in tutta la sala sussurri, fremiti, voci che cozzavano insieme.

Cortis, puntati i pugni al banco, protese la persona in avanti come ad affrontare un urto nemico, lasciò cader quel flutto e proseguí con voce ferma e sonora:

«Pur troppo, signori, la curia di Roma e gran parte del clero cattolico hanno mostrato una cosí cieca avversione al nostro movimento nazionale, un tale funesto apprezzamento dei beni terreni che quando si parla in Italia di favorire il cattolicismo è facile di sentirsi rispondere come fu risposto in Africa a quel missionario che parlava di Dio onnipotente: E se ci mangia? Io ho domandato piú volte a me stesso se l'attuale reazione violenta contro la Chiesa e i suoi istituti, riconducendo, col suo procedere, il clero alla povertà e all'umiltà evangelica, costringendolo allo studio e all'illibatezza, non riuscirà salutare al vero sentimento cattolico. Ma un prudente uomo di Stato deve considerare in tale eccessiva reazione il pericolo di quelle credenze che insegnano il rispetto della legge, la fraternità umana e una specie di subordinazione morale delle classi piú agiate alle piú sofferenti, in cui è l'aiuto maggiormente gagliardo che possa desiderarsi per riparare le ingiustizie e le miserie sociali.

«Il futuro partito dovrà dunque da un lato consentire nella rigida applicazione del diritto comune alla Chiesa.

«Io non vi dirò sin dove andrei per questa via: son già troppo caro al vostro venerabile clero cui non intendo offrire, in espiazione de' miei peccati politici, né medaglie benedette, né vite di santi, né supplementi di congrue.»

Un riso ironico gli lampeggiava negli occhi pronunciando quest'allusione a certi procedimenti del suo emulo. La sala risuonò di risa e d'applausi.

«Ma d'altro lato» proseguí Cortis alzando la fronte e aggrottando le sopracciglia «bisogna consentire in questo principio affermato dal conte di Cavour in un memorabile discorso sull'abolizione del Foro ecclesiastico, che al progresso della società moderna si richiede il concorso della religione e della libertà. Bisogna esigere l'istruzione religiosa data dal clero dove vuole e come vuole; non bisogna stupidamente figurarsi di offendere la libertà perché non si tollerano professori di ateismo agli stipendi dello Stato; bisogna riconoscere le associazioni religiose che non hanno uno scopo contrario alle leggi, guarentire in massima a tutti i cittadini il pacifico esercizio del proprio culto in privato e in pubblico, astenersi da qualunque immistione legale o violenta negli affari interni della Chiesa, salvo il diritto di tutela sulle sue proprietà; bisogna che il governo mostri sempre col suo contegno di attribuire un altissimo valore allo spirito religioso.»

Solo le frasi relative all'istruzione e alle associazioni religiose turbarono l'uditorio che lasciò passare in silenzio il resto di questo periodo scabroso.

«Voi mormorate, signori» esclamò Cortis, «ma io mi figuro quali meno benevoli accoglienze otterrei se avessi mai l'onore, come non me ne mancherebbe l'audacia, di dire a un'adunanza di sacerdoti quale dovrebb'essere, a mio avviso, la condotta del clero per il maggior bene della religione cattolica. I vostri radi sussurri mi hanno risvegliato in mente un ricordo di scuola. Io ricordo aver inteso descrivere a scuola certi grandi banchi di conchiglie viventi che, giacendo sul lido del mare, si aprono al sole, fanno udire, chiudendosi, un largo mormorio ogni volta che qualche nube lo oscura. Lasciatemi credere che avete trovato nelle mie idee molto piú sole che ombra.

«Debbo poi dichiararvi che io stimo ancora alquanto immatura la formazione di questo futuro partito, e che perciò non vi era ieri, non vi è oggi alcuna opportunità di segnarne le basi in un programma elettorale, anche perché una complicazione estera, collegata con la nostra politica ecclesiastica, potrebbe costringere temporaneamente lo Stato ed essere meno liberale nei suoi rapporti giuridici con la Chiesa. Non avrei dunque parlato se non ci fossi stato spinto dall'avvenuta pubblicazione, se il vostro desiderio non me n'avesse fatto una legge.»

«Sollecito di obbedirvi, non ho considerato, ho sdegnato considerare il pericolo che troppo aperte e ardite dichiarazioni mi togliessero l'onore di entrare col vostro suffragio in Parlamento. Io ho fatto in quella mia lettera una citazione di mal augurio: la frase sullo sviluppo della civiltà cristiana fu scritta dal conte di Cavour in un programma agli elettori di Vercelli, che lo lasciarono sul lastrico. È probabile, se mi si concede un cosí grande esempio, che mi tocchi la stessa sorte; grato a quelli di voi che mi avranno mantenuta la loro fede, non serberò risentimento alcuno contro chi me l'avrà tolta.

«Si parlò di alte influenze a mio favore; non ne ho mai mendicate, né ora ne mendicherò. Se vi hanno in questo collegio dei numi che tutto muovono col ciglio, non voglio si dica di me come di quell'imperatore romano prossimo a perdere il potere e la vita: alieni jam imperii fatigabat deos. Uscendo da questa lotta vinto ma non abbassato, io mi ricorderò, signori, che in ogni paese libero vi sono dei rappresentanti senza mandato, dei legislatori fuori del Parlamento; che vi è modo per ogni cittadino di propugnare davanti alla nazione qualunque concetto politico, e che una muta pallina bianca o nera non è il solo mezzo né il piú potente di farlo prevalere.»

Le prime file, di fronte all'oratore, applaudirono: dalle altre si levò un lungo mormorío di commenti diversi. I membri del comitato rimasero immobili. Solo il presidente strinse la mano a Cortis e gli disse a mezza voce, un po' con l'aria del professore contento:

«Bravo, bravo, molto franco, molto schietto. Belle, idee nobili.»

Cortis, pallido e grave, gli rispose solo: «Adesso a Lor signori», e uscí dalla sala, seguito da B. e da parecchi altri amici.

«Servitor suo, servitor suo» ripeteva l'amico incognito, facendosi strada fra la gente; e venne a stringergli la mano sulla porta.

«Mi congratulo» diss'egli, un bel faccione vivace con due gran baffi bianchi. «Ella è un grand'uomo; ella non è clericale un corno, capisce; ella è religioso e religioso sono anch'io, per...! Dottor Franceschi, ai suoi comandi. E non abbia paura, che a quel b... f... di quel nume del collegio gliela faremo tenere!»

I vicini risero. Cortis salutò e passò oltre con gli amici.

«Dunque?» diss'egli appena fuori della sala. «Io non sono niente contento. Cosa v'è parso?»

«Cane» disse B. abbracciandolo, «bisogna che ti dia un bacio.»

Uno alla volta l'abbracciarono tutti soffocandolo di aggettivi iperbolici.

«A me mi è piaciuto quella delle conchiglie» disse uno. «Magnifica!»

«Eh, ma quella della patria» saltò su un altro, «quella della patria ch'è un monumento che si sviluppa? Cosa andate a cercare, che la è un'idea cosí bella, cosí giusta, cosí nuova!»

«Eh, ma quella delle conchiglie, che è stato come un dire: Se brontolate, siete tante ostriche!»

«E le medaglie?» esclamò un terzo. «Dove lasciate le medaglie e le vite dei santi?»

«Sí, sí» disse B. «Belle le ostriche, belle le medaglie, ma il grande di questo discorso è nelle idee. Idee nuove, idee ardite, alla Bismarche! Forza e progresso! Trono, altare, forca e avanti!»

«No, no, no, no!» gridò Cortis. «Cosa diavolo?»

«Eh, non signore» osservò quello delle ostriche mentre B. ripeteva: Siamo intesi, siamo intesi! «Qua il signor Cortis vuole anzi abbassarlo, il trono, tirarlo giú dal cielo; lo ha detto chiaro, mi pare; tirarlo giú dalle nuvole, ha detto, che il re sia responsabile anche lui come i ministri; cosa giusta!»

«Santo Dio!» disse Cortis. «Ho parlato cosí male?»

Tutti gli altri furono addosso a quel disgraziato commentatore. Lo volevano mangiare.

«Oh bene, signori» osservò finalmente B. «Noi bisogna che torniamo dentro. Non sentite?»

In sala facevano un gran baccano, malgrado la vocina collerica del campanello presidenziale. B. promise a Cortis che gli avrebbe mandato a Villascura, la sera stessa, le notizie della deliberazione che l'assemblea prenderebbe.

«Cosa credete che faranno?» disse Cortis. «Io sentivo un freddo da togliere il respiro.»

«Sí» rispose B., «freddi, freddi; ma meno peggio di quel che temevo. Molti, poi, bisogna dirlo, erano intontiti, non si raccapezzavano. Sei stato alto; piuttosto alto. Sai di cosa ho paura? Ho paura per quella chiusa del legislatore fuori del Parlamento. Qualcuno potrà dire che hai gli elettori... non so se mi spiego.»

«Alto, no» disse un altro, «neanche per idea, alto. Mi spiego; alto, sí, ma abbiamo capito benone. Piuttosto, forse... ci sarebbe voluta una parola sulla politica estera... sull'esercito... sulla marina...»

«Ma se non c'entrava, benedetto!» disse B. alzando gli occhi al cielo. «Andiamo, andiamo dentro. Presto!»

Cortis discese solo le scale. Giunto al fondo fu raggiunto dal signor Checco Zirisèla, che gli disse: «Servitor suo. Mi rincresce di non poter fermarmi; del resto, re assoluto se la comanda, ma coi preti giuocar a tresette e poi basta. Dico io, sa; per conto mio. Coi preti all'osteria, ma in chiesa niente. Servitor suo.»

«Cortis!» gridò B. dall'alto della scala. «Quando ci vediamo?»

«Non lo so, non so cosa voglia mia zia.»

«Eh, mandala a farsi benedire! Ci vuol altro, adesso, che zie!»

Il vetturale, che aspettava nell'atrio, andò incontro a Cortis col cappello in mano.

«Attacca» gli disse questi. «Dove hai i cavalli?»

«Allo Scudo d'oro.»

«Vengo subito.»

Cortis andò al caffè. I canti delle strade, deserte a quell'ora bruciata, erano tappezzati di affissi elettorali. I suoi eran pochi e in gran parte lacerati o coperti da quelli immani dell'avversario, che cominciavano quasi tutti: «Non eleggete nemici della patria». Presso alla porta del caffè di Roma era scritto sul muro: «Abbasso i friulani».

Cortis entrò, nervoso. C'era un crocchio di giovani che discorrevano della riunione elettorale. Uno propose di andar ad aspettare quel «paolotto» di Cortis alla porta del casino per fischiarlo. I compagni accettarono. Cortis, intanto, sorseggiava il suo caffè in silenzio.

«Anche B. fischieremo» disse uno della comitiva.

Cortis si alzò pallido.

«Quello no» diss'egli.

L'altro lo guardò stupefatto e rispose con voce malferma:

«Come, no? Chi è Lei per dire no

«Io sono uno» tuonò Cortis «che quando dice no a Lei e a cento come Lei, non c'è piú da dire a meno di sentirsi sul viso...»

Non finí la frase, rovesciò d'un colpo, per farsi largo, sedie, tavolino, vassoio e tutto che c'era su, si piantò a fronte di colui con le braccia incrociate sul petto. La padrona strillò, i garzoni corsero; quegli altri, sbalorditi, sgomentati, non sapevano piú in che mondo si fossero. Cortis, visto che colui né parlava, né si moveva, gittò la sua carta di visita ai garzoni che raccoglievano i cocci.

«Pagherò tutto» diss'egli; «anche un bicchierino di rhum che porterete a questo signore.»

E uscí dal caffè.

Un quarto d'ora dopo correva nel calesse del vetturale Schiro sulla via di Villascura, pensando ad Elena. Si sentiva male: sentiva una tormentosa inquietudine, un fastidio mortale di sè, della politica, dei nemici abbietti, degli amici stupidi, della collera mostrata a quelli, della tolleranza usata con questi. Sí, l'Italia! Ma già se non riusciva oggi, sarebbe riuscito domani. Era il suo destino e anche il suo proposito; ma pure, un giorno d'amore! Dimenticar tutto tutto per un giorno solo, disprezzare il mondo ed unirsi, lei, la piú bella, egli, il piú forte! Fantasmi di felicità intensa gli attraversavano la mente. Dalla strada che, correndo diritta fra i platani sull'orlo di un immenso piano, cavalca di tratto in tratto le limpide acque dell'alpe imminente, gli occhi di Cortis risalivano avidi le correnti, cercavan le macchie adombrate dagli scuri nuvoloni assisi sulla fronte della montagna. Si vedeva là con Elena in una casa perduta fra i silenzi deserti. Elena non aveva quel suo solito sguardo pieno di tristezza occulta: era tanto felice di amarlo! Ora se la sentiva fra le braccia ridente e tremante come quelle acque pure, ora la cercava nel bosco, ed ella gli saltava incontro, gli posava il capo sul petto, gli diceva sottovoce: Sei felice? Io tanto.

Cortis si buttò nell'altro angolo del calesse, a guardar l'orizzonte lontano dov'ella era scomparsa.

CAPITOLO IX.

VOCI NEL BUIO

La contessa Tarquinia era inquietissima. Appena partita Elena, avrebbe voluto pigliar suo cognato a quattr'occhi; ma com'era possibile in mezzo a quella baraonda? E poi il conte Lao s'era dileguato subito. A mezzanotte, quando, partita la musica e spenti i lumi, la contessa rimase sola, non osò piú andarlo ad assalire nella sua camera. Vi andò al mattino e lo trovò a letto con l'emicrania, nero, ringhioso da non poterlo accostare. Maledetti i lumi, maledetti gli strepiti; non sapeva niente, non aveva capito niente, non aveva dato niente, non s'era inteso di niente.

«Dunque» disse la contessa sbigottita, «lui è andato via senza danari, né carta, né promesse?»

Il conte Lao, con tutta la sua emicrania, si rizzò di colpo a sedere sul letto, si cacciò a gridare:

«Ma sí, e cosí fosse andato all'inferno! E non statemi piú a seccare! E andate fuori dei piedi anche voi!»

La contessa scappò via, si sbattè l'uscio dietro con un colpo rabbioso.

«Oh che bestia!» diss'ella.

Elena l'aveva ingannata, dunque!

E aveva ingannato suo marito!

E s'era accordata con suo zio, certo. Adesso si capiva tutto. Era stato uno stratagemma del signor Lao per non metter fuori quattrini e di Elena per evitar scene e scandali in famiglia. Non averlo inteso subito! Però, dove mai aveva trovato tanto zelo, Elena? Lei sempre cosí sdegnosa delle questioni di danaro, lei che non aveva mai mosso un dito prima d'ora per evitare queste scene? Ci aveva ad essere una ragione occulta di tale condotta. Ma quale? V'era da perder la testa. E che farebbe adesso quell'altro bestione di suo genero? Capace di tutto, colui. Ah, non aver capito! Tutto quello stordimento di cose e di persone non gliene aveva lasciato il tempo. Ed esser sola, oramai, perché anche Grigiolo e Malcanton erano partiti, esser sola con il rospo di suo cognato, non avere un aiuto, un consiglio! Quel benedetto Cortis dove s'era mai ficcato? Ci fosse stato lui, almeno! Come si sentiva male! Anche la casa e il giardino le davan noia con il loro disordine, fastidiosa feccia del tripudio scolato. La lista di reseda e di vaniglie intorno alla casa era tutta pesta; gli abeti e il giardino eran tempestati di carte abbruciacchiate; persino il biliardo aveva imbrattato di colla, quel Grigiolo, con i suoi palloncini! E che puzzo di sigaro nelle stanze!

Alle undici capitò il vetturino, giusta gli ordini avuti il giorno prima. La contessa se n'era dimenticata. Aveva ben altro che visite, ora, per il capo! Era per congedarlo quando, «servitor suo, servitor suo», le sbucò davanti, sul prato, fra macchia e macchia, il piccolo nero don Bortolo in gran tricorno e canna d'India. Veniva a riporre i paramenti della chiesetta di San Pietro e a bere un bicchier di bianco. La contessa gli domandò subito se sapesse niente di Cortis. Altro se sapeva, don Bortolo! Il dottor Picuti era tornato dal capoluogo del collegio con tante notizie elettorali. C'eran fuori gli avvisi per una riunione da tenersi quel giorno stesso e si aspettava Cortis. Anzi il signor Checco Zirisèla era partito con l'idea di andare anche lui a udirlo.

«Credo» soggiunse il prete «che abbia telegrafato da Milano al suo gastaldo e che domani lo aspettino a casa.»

Fu allora che la contessa Tarquinia pensò di mandare il vetturale a pigliarlo. Ell'aveva fede in Daniele Cortis. Gli direbbe tutto, gli chiederebbe consiglio. Già quell'egoistone di Lao non pensava che a' suoi reumi.

«Lei, contessa, lo saprà bene dov'è andato quel campanile di quel signor Daniele» chiese ex abrupto don Bortolo.

«Non lo so» rispose asciutta la contessa.

«Guardate, corpo, che combinazione!» esclamò quegli alzando ed allargando le braccia. «Una contessa ch'è una contessa, non lo sa, e a Villa lo sa anche la serva dell'arciprete.»

«Dunque, dov'è andato?»

«Dunque, dunque, dunque... La fa da oca, Lei, signora contessa. Lo sa meglio di me. No? Bene. A Lugano, è andato. E sa a trovar chi? La santa donna di sua madre che a noi ci hanno dato a bere che fosse morta e poi era viva questa gran...!»

La contessa non parve molto sorpresa. Aveva sempre dubitato di questo. E aborrendo da qualunque relazione con sua cognata, preferiva quasi che Cortis non avesse detto niente.

«Come lo hanno saputo?» diss'ella.

«Che è andato a Lugano si sa dalle persone di casa che hanno avuto l'ordine di mandargli lettere e telegrammi a Lugano. Di sua madre si sa dall'arciprete. All'arciprete pare che la ci scrivesse qualche volta.»

«Perché?»

«Che so io? Per aver la fede di buoni costumi. Oh, Ella si vuol disturbare!»

Veniva il solito tintinnio di bicchieri. La contessa, fatte portar le chiavi della chiesetta, lasciò don Bortolo a godersi in loggia, nella fresca brezza meridiana, un limpido vinetto d'oro.

«Faccio un poco di preparazione» diss'egli «e poi vado subito.»

Ella salí nella cameretta d'Elena ricordandosi che questa le aveva detto di restituire a Cortis il libro che troverebbe sul tavolino. Entrò nella stanzetta vôta, si commosse un poco vedendo quel freddo ordine senza vita e dondolarsi al vento le rose care ad Elena. Il libro era lí, sul tavolino. La contessa si ricordò di averlo visto piú volte fra le mani d'Elena. Ne guardò il frontespizio Chateaubriand Mémoires d'Outre-tombe. Non lo conosceva. Chi sa che libro triste, che libro alto! A Elena non piacevano che letture cosí. Daniele Cortis aveva scritto il proprio nome sul frontespizio interno. La contessa lo guardò a lungo e disse fra sè, sospirando:

«Per Elena ci voleva lui.»

Ma! Qui lei non ci aveva colpa. Quando Daniele incominciava forse a pensarci, Elena era una fanciullona cresciuta prima del tempo e affatto indifferente alle occhiate dei giovanotti. E poi, lui era andato via, era capitato in casa quell'altro... Pareva proprio un buon partito, un partito serio.

Aperse il cassetto del tavolino. Non c'era che un biglietto di visita d'Elena, lacerato. Aveva, oltre al nome, poche parole di scritto, cancellate, illeggibili.

La contessa lo raccolse con l'istinto che la occulta ragione della condotta d'Elena, non potuta trovare da lei in nessun modo, fosse appunto lí sotto quel buio nascondiglio di cancellature onde usciva una voce indistinta.

Verso le quattro, cavalli e ruote entrarono fragorosamente nel portico. La contessa corse fuori mentre Cortis saltava dal calesse a terra. Gli porse ambedue le mani. Quanto gli era grata! Con quel caldo!

«Povere bestie!» brontolò il vetturale.

«Dunque?» disse Cortis ansioso. «Sola?»

«Altro che sola, figlio caro!»

Appena furono in casa la contessa non mancò di mettersi a piangere. Cortis non sapeva che pensare.

«Insomma, zia? Cosa è stato?» diss'egli.

La zia indugiò un poco a rispondere. Intanto due o tre colpi di campanello suonarono in alto.

«Niente» diss'ella, «non sarà niente; saranno sciocchezze mie, ma intanto io ho stretto il cuore, Daniele, ch'è una cosa grande, e non vedevo l'ora di averti qua, di parlarti, di sentir cosa dici. Ti ricordi quella sera del temporale che tu venivi dalla camera di Lao e mi hai incontrata qui in sala? Ti ricordi che avevo le lagrime agli occhi? Bene.»

Ella cominciò a raccontar cose che Cortis sapeva già in gran parte: gl'imbarazzi di danaro di suo genero, le sue pretese, le tante questioni suscitatene in famiglia, l'inflessibilità di Lao, il martirio proprio.

«Signora» disse la cameriera entrando, «il conte ha udito la carrozza e ha voluto sapere chi fosse arrivato, e adesso dice che aspetta il signor Daniele.»

«Santo cielo!» sbuffò la contessa impazientita. «Non si può dire una parola. E ha l'emicrania, s'intende. Il signor Daniele verrà subito. Abbia pazienza un momento.»

Volle finire il suo racconto e lo finí in fretta e in furia. Né Cortis né lei si accorsero che intanto il campanello chiamava e strillava piú forte di prima, e che la cameriera era tornata là, sulla porta.

«Signor Daniele» disse costei timidamente.

«Sí, sí, sí, va su, in nome del cielo!» esclamò la contessa. «Va su e sbrigati, e torna giú che t'aspetto.»

Ma Cortis non aveva ancor posto piede sulla scala che l'uscio della loggia si aperse con fracasso e Saturno gli saltò al petto mugolando e gemendo di gioia. Dietro a Saturno c'era il gastaldo di Villascura con altre due persone. Il gastaldo aveva udito da don Bortolo che il suo padrone si sarebbe trattenuto a villa Carrè; perciò era venuto a prenderne gli ordini e a condurgli i signori segretari comunali di... e di..., desiderosissimi di conferire con lui. Cortis strinse la mano a questi signori, e, pregatili di volerlo attendere un momento, salí dal conte Lao.

Fu raggiunto sulle scale dalla cameriera che gli sussurrò dietro:

«Signor Daniele.»

Questi si voltò.

«Le posso dir qualche cosa io della padroncina» soggiunse l'altra. «Colla padrona non parlo, perché... si sa, poveretta!»

«Cosa c'è?»

«Ieri l'aiutavo a fare i bauli. Bettina, la mi dice, ho paura che non ci vediamo altro. Cosa mai, signora? dico. Perché non vuole che ci vediamo? Io faccio il mio caro conto di viver ancor qualche annetto, dico. Eh sí, la dice, ma sono io, Bettina, che non tornerò piú da queste bande. Vado lontano, la dice. Eh, La tornerà!, dico; perché non La vuol tornare? Non so niente, la dice. Vuole adesso, signor Daniele, che la contessina abbia fatta questa parola senza una gran ragione? Dio sa cosa aveva in testa, poveretta. Si figuri che un momento dopo prende un libro, sta lí a guardarlo un quarto d'ora tremando tutta cosí come una foglia, lo mette in fondo a una valigia e poi, quando la valigia è ben piena, fu fu fu, me la disfa, piglia fuori il libro e intanto che io rifaccio la valigia, scrive un biglietto e lo mette in questo libro. Poi va fuori e ritorna subito in gran furia, straccia il biglietto e ne scrive un altro!»

Daniele non le rispose niente, entrò dal conte Lao. Un buio, un caldo, una zaffata di canfora lo fermarono sulla porta.

«Scusa, caro te, Daniele» disse la voce del conte. «Accendi un fiammifero. La candela è in terra, dietro al letto.»

«Come va?» chiese Cortis, piano.

«Male, non importa. E cosí?»

In quel punto il fiammifero di Cortis brillò.

«Oh ti vedo» mormorò Lao. «Ho capito. Te l'ho detto prima, già. Non poteva cambiare che in peggio quella donna lí.»

«Ti racconterò poi» disse Cortis.

«Basta. E l'elezione?»

«Male anche quella.»

Cortis accese la candela, vide finalmente il suo interlocutore, che, supino sul letto, pallido, con il capo fasciato, con gli occhi socchiusi, diceva sottovoce:

«Porci!»

Cortis gli strinse la mano.

«Ti lascio quieto» diss'egli.

Lao lo trattenne, gli domandò s'ella gli avesse raccontato il pasticcio del giorno prima.

«Ti raccomando» diss'egli «che non faccia niente senza dirlo a me. Addio. Che ore sono?»

«Cinque meno dieci.»

«Dammi la pillola. Lí, sul tavolino.»

Prese la sua pillola di valerianato di chinino e, lasciata ricader la testa sul capezzale, sospirò ancora mentre Cortis usciva:

«Porci!»

Cortis discese in fretta dai suoi segretari comunali. Avevano buone notizie della montagna. Lassú non si prendeva mica l'imbeccata dal capoluogo. Tutt'altro; c'era anzi una vecchia gelosia tra il monte e il piano, un astioso antagonismo. Tuttavia, era necessario che Cortis facesse una scappata, l'indomani, a..., tanto per lasciarsi vedere. Egli lo promise subito.

Intanto la contessa Tarquinia andava e veniva, gittando delle occhiate impazienti a Cortis e a' suoi amici politici.

«Finalmente!» diss'ella quando quei due se ne furono andati. Diede il Chateaubriand a Cortis che non ricordava piú di avere prestato libri ad Elena e lo aperse curiosamente. Vi trovò un biglietto di visita di sua cugina che vi aveva scritto: Con molti ringraziamenti e saluti.

«A proposito!» disse la contessa. «Vado a prenderti un altro biglietto ch'era nel suo tavolino.»

Cortis intese ora il racconto della cameriera.

Quello era il libro che Elena aveva prima riposto con tanta emozione, per portarselo via: con una emozione cosí gelosamente nascosta nell'ultimo biglietto, dopo quell'impeto di pentimento. Forse dal primo biglietto ne traspariva ancora troppa ed ella non aveva voluto tradirsi.

La contessa tornò con questo biglietto. Non era possibile indovinarvi neppure una lettera. Cortis ci si provò invano e lo rese alla contessa con apparente indifferenza, senza dir parola.

«Stamattina le ho scritto, intanto» diss'ella. «Ma penso cosa sarà successo o cosa succederà quando suo marito sappia di essere stato ingannato. Una bestia di quella sorte!»

La contessa parlava, gemeva, sospirava, riparlava, mescolando nei suoi lamenti il passato, il presente e l'avvenire. Cortis non le rispondeva mai.

«Se fossi un uomo» diss'ella finalmente «credo che le sarei già corsa dietro. Ti pare ch'io possa pregar qualcheduno, Daniele, di farmi questo piacere?»

Cortis non aveva intesa la domanda, se la fece ripetere. La contessa si lagnò della sua freddezza, gli rimproverò di non pensare che all'elezione.

Ma Daniele non capiva ancora perché si dovrebbe correr dietro ai Di Santa Giulia. E poi, per tre giorni ancora, quanti ne mancavano alla gran domenica, non avrebbe potuto muoversi.

Pranzarono insieme nel fresco salotto di tramontana che guarda gli abeti del giardino e le scogliere nude di monte Barco.

«Anche star qui in questa malinconia, sai!» disse la contessa. «Chi sa quando potrò tirar quell'altro in città!»

Poi né l'uno né l'altra parlarono piú sino alla fine del pranzo. Quando il domestico uscí per andar a prendere il caffè, la contessa giunse le mani.

«Almeno scrivile» diss'ella.

Egli assentí appena del capo.

«Le scrivo stasera» disse improvvisamente, come uscendo da un sogno.

La contessa lo ringraziò di cuore. Non le veniva neppure in mente che fra Daniele e sua figlia vi potesse essere una corrispondenza pericolosa. Aveva un tale concetto di tutt'e due, li vedeva tanto diversi dal mondo frivolo e corrotto in cui ell'aveva conosciuto l'amore! Quei due lí erano capaci, tutt'al piú, di un sentimento aeriforme, affatto vano e innocuo, quasi ridicolo agli occhi di lei.

«Sgridala» disse. «Scrivile che nessuna scenata di suo marito ci avrebbe fatto altrettanto dispiacere. Scrivile che doveva invece parlar franco a suo zio e chiedergli questo sacrificio. Non gli ha mai voluto dire una parola, benedetta lei! Scrivile glielo ho già scritto io, questo, ma tu ripetiglielo che il danaro in un modo o nell'altro lo avrà, e che lo dica subito a suo marito!»

Il domestico rientrò con il caffè e con una lettera di B. per Cortis, portata allora da un espresso. Diceva:

«Una riga in furia dal banco del circolo elettorale. Dopo il tuo discorso, discussione vivacissima. I tuoi avversari ti accusano di clericalismo e assolutismo mascherato, o almeno di non appartenere a nessun partito perché gli attuali non ti vanno e il tuo non esiste ancora. La votazione diede 46 voti a tuo favore e 58 contro. Grande confusione. Tutti voteranno secondo loro piacerà. I tuoi amici combatteranno a oltranza, se non altro per l'onore. Notizie della montagna assicurano che una tua visita vi avrebbe ottimi risultati.

B.»

«Elezioni?» chiese la contessa quando Cortis ebbe finito di leggere; e non attese la risposta.

«Domani» disse «devi essere tutto per me. O mio cognato si persuade di metter fuori questo danaro, o bisogna che lo trovi io. In ogni modo tu devi aiutarmi.»

Cortis rispose ch'era impossibile. Doveva partire per la montagna l'indomani mattina all'alba e non si teneva neppur sicuro di ritornare la sera. La contessa ebbe un bel disperarsi. Egli fu freddo e inflessibile come il ghiaccio.

Potendo vincere, aveva il dovere di battersi. Ogni sentimento, fosse anche l'amore, scompariva sempre in lui senza lotta, davanti alla lucida e sicura visione di un dovere. Si alzò, promise che scriverebbe ad Elena la sera stessa e partí per Villascura.

Nel passare davanti alla casina vestita di rose dove era lo studio d'Elena, pensò a una sera di dodici anni addietro, ch'Elena era venuta dal prato al suo studio con un fiore rosso nei capelli, accesa in viso, dicendo: «Oh, Daniele, come ho corso!» e poi era corsa via ancora, gittando una risatina al vento. Ora il prato era deserto, lo studio chiuso, lei lontana. E lo amava, soffriva, era infelice. Cortis strappò una delle rose che fiorivano davanti alla porta dello studio.

«Ah, Elena» diss'egli, «ti domando a Dio!»

Dopo di che non ci pensò piú, si mise a discorrere con Pitantòi che portava dei gamberi alla contessa. Solo a sera tarda tornò a quel pensiero.

Dopo avere scritto nel suo studio, con Saturno ai piedi, una dozzina di biglietti, suonò per il domestico e dispose che fossero recati alla posta. Quindi, congedatolo, prese un foglio grande e si pose a scrivere velocemente:

Villascura, 30 giugno 1881.

«Elena.

«Credevo trovar te, la tua voce, il tuo viso, il tuo cuore; ho trovato i tuoi ringraziamenti e saluti. Cosa avevi scritto nel biglietto che la zia raccolse nel tuo tavolino? Cosa hai creduto, Elena, di poter lacerare e cancellare? Io, che sto scrivendo in questa grande stamberga vuota di Villascura, col cervello stanco e col cuore amaro, mi sento malgrado i tuoi carissimi ringraziamenti e saluti, l'anima tua qui, presso a me.

«Era meglio che mia madre fosse morta veramente. Non te ne dico altro. È ben difficile ch'io la riveda cosí presto. Provvederò a lei come devo, ma da lontano. Sai cosa me ne resta nel cuore? La memoria di mio padre, ancora piú alta e serena.

«Sono venuto via da Lugano a precipizio per la mia elezione che va a rotoli. Me ne rincresce per i miei poveri amici che ne soffriranno nel fegato, quelli che ne hanno. Venni difilato da Lugano a... Alla stazione mi fischiarono, ma poi feci un discorso politico al circolo elettorale e offersi piú tardi, al caffè, un indefinito numero di schiaffi; credo proprio non essere in debito verso quegli eccellenti miei fratelli.

«Il discorso, molto cattolico ma sempre dal punto di vista dello Stato, mi andò cosí e cosí. Sai che non sono ancora oratore (lo sarò!) e poi mi avevano appena detto ch'eri andata via. E poi l'atmosfera era carica di fluido idiota. Invece la offerta degli schiaffi, meno cattolica, andò benissimo, e non sarò neppure indotto in tentazione di aggiungervi una sciabolata. Del resto, io ho inteso dare una lezione o un esempio, come vuoi, per amor del prossimo: e credo aver bene operato con il senno e con la mano.

"Finalmente l'amico Schiro, inviatomi da tua madre, mi portò a villa Carrè bestemmiando il sole onnipotente; e io intanto ho pensato con violenza a una signora fredda come il ghiaccio. Ci siamo fermati un momento di qua dalle Rocchette, presso gli abeti che sai; di là ho fatto un viaggio sentimentale sino a un certo praticello dove quella signora colse una volta, se si ricorda, il colchico d'autunno di cui la richiesi e ch'ella si nascose in seno, opponendomi i suoi silenzi marmorei. A villa Carrè trovai mia zia molto afflitta e tuo zio adorabilmente idrofobo. Non ho potuto dargli che una stretta di mano e una pillola di chinino e non abbiamo parlato di te, benché egli avesse male al capo e io al cuore per cagion tua. Invece me ne ha parlato molto tua madre.

"«Cos'hai fatto, Elena? Io non pretendo averlo perfettamente inteso dalla zia Tarquinia, che poi non lo ha inteso ella stessa; ma per quanto me ne ha detto, si tratta di un intrigo sottile e audace, ordito da te per la quiete di casa Carrè. Per la quiete d'un giorno e la continua tortura di poi. Tua madre trema per te, farebbe qualunque sacrificio per dissipare una collera che si rovescierà su te sola. Quanto a me, ti conosco meglio di tua madre e non ho paura. È un altro sentimento che freme nel mio cuore; è uno sdegno che non dirò. A ogni modo, rassicura questa povera donna verso la quale sei forse, qualche volta, ingiusta.

"«Dio mio, Elena, perché non ti ho trovata qui? Perché ti sei fatta scrupolo di lasciarmi una parola migliore?

"«Ho colto stasera una rosa presso alla porta del tuo studio. La sua delicata bellezza, recisa e posata qui sopra un barbaro volume di Hansard, muore con una gravità mesta che ricorda te in certi momenti. Pensai, guardando il tuo studio, al tempo passato e a quello che avrebbe potuto essere. Noi vivremmo fra le rose, Elena. È mai questa la sorte di anime come le nostre? Noi siamo temprati per la guerra e la tempesta, siamo armi in una mano ignota che non posa mai e non ci lascia posare, e come ci stringe!

"«Domani mattina vado a portare il mio vangelo sui monti. Predicherò a... e a... So che a te, altera creatura, questo non piace; ma non è uomo politico né patriota chi non sa deporre a tempo e luogo queste deboli fierezze. Io sono altero quanto te, e se il mondo sapesse il cuore che ho quando sollecito i voti degli elettori assai mi loderebbe. Quand'anche poi gli elettori mi lasciassero, come oggi è probabile, a Villascura, non ne sarei accorato. Calcolo di avere ancora nei nervi trentacinque anni di vita politica; dovessi perderne due alla porta della Camera, non sarebbe una rovina. Però non dissimulerò a te, come la dissimulo agli occhi del mondo, una certa agitazione, uno spirito d'inquietudine, che, fino a domenica, mi lascerà probabilmente dormir poco.

"«Sai che la sera prima della mia partenza mi hai detto: "Scrivimi" Questa è la seconda volta che lo faccio, e se la santa inquisizione vedesse le mie lettere, non vi troverebbe che riprendere; non vi troverebbe una sola delle parole che posso aver dette a questa rosa moribonda, la quale non le ripeterà. Dunque rispondi! Se non lo fai presto e a lungo, verrò a chiederti delle spiegazioni dovunque tu sia.

"«Adesso vado a cercare un po' di fresco nel laghetto dei giardini. Sono le undici e mezzo, non c'è luna; sarà difficile distinguervi un pesce da un candidato; ma sta tranquilla, gli uomini politici non affondano mai.

"«Addio, Elena. Se domenica la mi va male, mi seppellisco nei giardini per un mese con Shakespeare e te.

"DANIELE.»

Uscí con Saturno e si cacciò nelle ombre folte del viale dei carpini che mette al lago: un ovale specchio d'acqua cinto di piante nere e adombrato dalla imminente montagna del Passo Grande. Pochi minuti dopo, Saturno, proteso sull'orlo della riva, dimenava lentamente, con un rantolo sordo, la coda, e scrosci sonori scoppiavano in mezzo alle buie acque immobili, da lontano.

CAPITOLO X.

GLI AFFARI DEL BARONE

I Di Santa Giulia erano a Roma da due giorni, e il barone non aveva ancor detto una parola a sua moglie. Tenevano due camere e un salotto all'Hôtel Bristol, avendo lasciato un mese prima, per andare nel Veneto, il loro solito quartiere di via Quattro Fontane. Il senatore aveva scelto l'Hôtel Bristol, in piazza Barberini, per non dilungarsi troppo dal vecchio alloggio; benché di luglio, a certe ore del giorno, piazza Barberini bruci. È vero che il senatore ne soffriva poco. Si alzava dopo le due, usciva e non rientrava che all'alba. Elena non lo vedeva neppure. Il primo giorno la cameriera dell'albergo le aveva detto che il signor barone era uscito e avrebbe pranzato fuori. Il secondo giorno si trovò in salotto quando suo marito passò accigliato e duro. Né lui né altri le disse niente; lo udí tornare alle quattro del mattino. Era una cosa naturale, ora.

Meglio cosí per Elena; meglio non vederlo, meglio sapere ch'era fuori; poco le importava il dove, se al Senato, se al club, o in qualche casa equivoca dove si giuocasse piú forte e piú segretamente che al club. Le avevan sussurrato, tempo addietro, di un luogo simile nei pressi di piazza Barberini. Era forse là che suo marito passava le notti. Le era venuto questo pensiero la prima notte udendolo camminare nel salotto. Non che ne fosse turbata; vi era indifferente.

Neppure di Cefalú si turbava; attendeva con apatia il mare e la solitudine. Forse potevano diventarle amici; ma si curava poco anche di questo.

Era dai primi giorni del suo matrimonio ch'ella non provava uno scoramento cosí profondo. Il suo virtuoso sacrificio, il suo proposito, fermato e in parte eseguito, di togliersi, per quanto era in lei, dal cuore e dal cammino di Cortis, non le recava neppure quella sicura coscienza dell'opera buona che esalta lo spirito. Sentiva invece acutamente il male che doveva aver fatto a Cortis con il suo freddo biglietto; si odiava, certi momenti, per essere stata troppo piú dura che non convenisse, per non avergli neppur fatto cenno della lettera ricevutane da Lugano. E subito dopo si rimproverava queste ribellioni del cuore, queste debolezze della volontà.

Appena arrivata a Roma scrisse un biglietto sufficientemente affettuoso alla mamma. Alla lettera dello zio Lao rispose il giorno dopo, ringraziando e non accettando il danaro offerto. Scherzò sulla predica che il burbero signor zio le aveva fatta a suon di polka per questo benedetto danaro, scherzò sulla prodigalità del predicatore. Parlò poi del caldo di Roma dove non c'era piú nessuno, disse che sospirava il mare e che avrebbe preferita la Sicilia ai soliti bagni noiosi del continente. Chiuse la lettera annunciando che stava per andare ai Cappuccini a prendere un po' di fresco e a pregare per gli zii reumatizzati.

Si stupiva amaramente, scrivendo, si sentiva umiliata di saper recitare cosí bene la commedia. Tutto oramai le compariva commedia nella vita, tutto le compariva falso, facce, parole e opere umane. E il dell'altare, non poteva considerarsi un «» da commedia?

A quest'idea il suo sangue insorgeva.

Mai, mai! Nessun sentimento, neppure il religioso, parlava cosí forte in lei come la fiera lealtà. Non credeva, del resto, nella propria religione; sua madre era sempre andata troppo a messa, e suo zio troppo poco. Aveva solo una triste fede austera in Dio, una fede che s'interdiceva, come impuro e indegno, ogni desiderio di premio, di felicità personale, sia nella presente vita che nella ventura. E talora questa stessa ultima luce pareva mancarle. Anche lí, ai Cappuccini, quando avrebbe voluto pregar con fervore, chiedere aiuto a Dio contro se stessa, le tornava viva nel cuore una sinistra impressione riportata in quella chiesa, anni addietro. Un laico le aveva fatto vedere le orribili cappelle mortuarie senza troppo commuoverla; poi, in chiesa, le aveva detto placidamente, con la sua faccia marmorea: «Sotto questa pietra è sepolto il cardinale Barberini, fondatore del tempio. Qui, signora; veda la iscrizione: hic jacet pulvis, cinis et nihil che vuol dire polvere, cenere e niente.»

Pulvis, cinis et nihil. Elena aveva guardato con stupore e paura le parole incise sulla lapide sepolcrale, come se venissero su dal mondo dei morti a dire il triste mistero dell'essere umano, pulvis et nihil, a negare lo spirito; e l'uomo dalla faccia marmorea le era apparso il sacerdote di una tragica religione della morte e del niente. A Roma ella era spesso assalita da questi miasmi di scetticismo desolato; li sentiva nelle sparse rovine di una fede morta, nel fasto invecchiato di un'altra fede inferma, nella campagna che le cinge entrambe di silenzio e di solitudine.

La seconda sera dopo il suo arrivo andò in carrozza da Loescher a pigliare le Mémoires d'Outre-tombe, e vi fu veduta dal senatore Clenezzi di Bergamo, un vivace vecchietto che l'avrebbe adorata ginocchioni per la sua bellezza, per il suo ingegno e perché non gl'infliggeva mai, rara avis, né biglietti di concerti, né associazioni a opere di autori deputati. Non sapeva che Elena fosse a Roma. Le baciò la mano con una commozione insolita e non rifiniva di dire «cara donna Elena, cara donna Elena!» tanto che il commesso di Loescher, ritto lí con il Chateaubriand in mano, sorrideva. Elena gli disse, tornando alla sua carrozza, che credeva fermarsi ancora qualche giorno prima di andare ai bagni e che sperava rivederlo.

«Alle Quattro Fontane?» domandò il senatore.

«No, al Bristol.»

«A che ora non si trova Suo marito?»

Elena si mise a ridere.

«Io non lo vedo mai» diss'ella. «Venga quando vuole. Perché ha paura di trovar mio marito? Si sono bisticciati?»

«Non è questo» rispose il vecchietto.

«Allora?»

Quegli l'aiutò a salire in carrozza.

«Son proprio cosí vecchio?» diss'egli. «Lei mi dà una coltellata, ma vengo egualmente, sa.»

«Va bene» rispose Elena sorridendo. «Venga, e se c'è ancora qui qualcuno dei nostri amici, me lo porti. Sono sempre sola; venga presto se vuol trovarmi.»

«Madonna, non sa niente!» disse fra sè il Clenezzi rientrando da Loescher mentre la carrozza scendeva verso piazza Colonna.

Si recò l'indomani all'Hôtel Bristol.

Elena gli fece un'accoglienza quasi rumorosa, gli parlò di questo e di quello con una gaiezza febbrile che lo imbarazzò non poco. Le rispondeva a monosillabi, si contorceva sulla sedia, aveva l'aria di starci male e di non potersene alzare, tanto che Elena gli disse: Cos'ha, Clenezzi? Pare une âme en peine. Dica su. Lei ha da fare un discorso in Senato; no?»

«Madonna!» esclamò il senatore spaventato.

«No, no, in Senato no.»

Elena pensò un momento.

«Ah» diss'ella, abbassando la voce al tono di una gelida indifferenza, «è a me che vuol parlare. Qualche cosa in cui c'entra mio marito?»

L'imbarazzo di colui gli cadde a un tratto, scoperse uno sguardo angoscioso, una faccia trepida.

«Dunque lo sa?» diss'egli.

Elena crollò il capo, alzando le spalle e le sopracciglia, rispose con voce appena intelligibile:

«Non so niente.»

Clenezzi, stupefatto, restò lí a bocca aperta, non sapendo se proseguire o fermarsi. Elena mosse le labbra a un altro sussurro:

«Dica.»

Parve al senatore ch'ella fosse indifferente. Protestò, rosso rosso, che non aveva nessuna voglia di entrare in certi discorsi, che solo un sentimento di devozione ve l'avrebbe potuto indurre, ma che se a donna Elena non gliene importava nulla, lui non voleva...

«Clenezzi!» diss'ella interrompendolo con accento di dolente rimprovero; e gli stese la mano.

Queste bizze del suo vecchio amico le erano familiari; egli aveva, a sessant'anni, il fuoco d'un ragazzo di venti.

«Mi scusi» rispose questi, baciando con certa ingordigia la bianca mano affilata. «Ho torto. Son di Bergamo, son nato sul Brembo, son furioso.»

«No, no» interruppe Elena, «ma senta. Se avessi figli! Però mi dica. Tutto quello che posso per mio marito, lo devo fare e lo farò.»

Allora il senatore le domandò se non avesse mai sospettato di qualche disordine negli affari di suo marito. Sí, ell'avrebbe potuto sospettarne da molto tempo se si fosse curata di certi ceffi che venivano a cercar di suo marito, di certe lettere che lo irritavano, del tempestare che faceva per ogni piccola spesa domestica. Sapeva pure che giuocava, n'era stata informata prima da lettere anonime pervenute a lei e a suo zio; poi un'amica zelante gliel'aveva sussurrato a Roma. Nel maggio, prima di andare a Passo di Rovese, suo marito l'aveva richiesta d'interporsi presso i Carrè per fargli avere una certa somma.

Elena si fermò a questo punto. A Clenezzi pareva impossibile che il barone non avesse lasciato trapelar niente a sua moglie delle minacce che gli pendevano sul capo. Era proprio cosí. Donna Elena non ne sapeva niente e le tornava in viso la gelida indifferenza di prima. L'altro incominciò allora bruscamente a dire che poteva trattarsi dell'onore e della libertà.

Elena si scosse.

«Non credo!» diss'ella.

Sapeva di avere un marito rude, violento, vizioso. Non lo credeva capace di un delitto ignobile.

«Ah, donna Elena!» esclamò Clenezzi con uno sguardo che diceva cento cose. E raccontò che, due mesi addietro, l'avvocato Boglietti, mandatario di un istituto siciliano di credito, era venuto alla Presidenza del Senato portando una gravissima accusa contro il senatore Di Santa Giulia. Quell'istituto aveva incaricato lui, suo consigliere d'amministrazione, di esigere un capitale dovuto da una casa bancaria di Roma e di depositarlo presso il Ministero delle finanze per certa cauzione. Di Santa Giulia aveva eseguito la prima parte dell'incarico, non la seconda. Il Consiglio d'amministrazione, scoperta la cosa, aveva immediatamente chiesto spiegazioni al suo incaricato. Qui c'era un punto buio. Pareva che Di Santa Giulia avesse addotto un pretesto qualsiasi e persuaso con larghe promesse il Consiglio, dove sedevano alcuni suoi aderenti, a non procedere oltre. Ma la cosa s'era risaputa fuori e il Consiglio aveva pur dovuto agli ultimi di maggio eccitare Di Santa Giulia alla restituzione del danaro e al risarcimento dei danni entro il 18 giugno, con la minaccia di un procedimento penale per appropriazione indebita. Il barone aveva chiesto allora una rateazione del pagamento, proponendo di sborsare metà della somma il 30 settembre di quest'anno e l'altra metà il 31 marzo 1882. Egli confidava che i suoi amici del Consiglio gli farebbero approvare una convenzione su tale base. Invece l'avvocato Boglietti aveva ricevuto l'incarico di tentare per l'ultima volta una soluzione pacifica, chiedendo l'immediato pagamento di un terzo della somma e consentendo che il rimanente debito fosse saldato in due volte, giusta la proposta del barone. In mancanza del pagamento c'era l'ordine di denunciare il senatore Di Santa Giulia all'autorità giudiziaria. L'avvocato aveva creduto bene di rivolgersi tosto alla Presidenza del Senato, informandola di ogni cosa, onde trovasse modo di evitare un cosí grande scandalo e di costringere il barone all'adempimento del proprio dovere. Allora la Presidenza aveva telegrafato, il 29 giugno, a Passo di Rovese, richiamando a Roma il senatore Di Santa Giulia. Il primo luglio, alle quattro pom., poche ore prima che Elena e Clenezzi s'incontrassero da Loescher, un membro dell'Ufficio di Presidenza s'era fatto promettere dal barone che addiverrebbe al chiesto pagamento prima del 7, o rassegnerebbe le dimissioni da senatore del Regno.

Ora non c'era nessuna probabilità che Di Santa Giulia potesse trovare il danaro necessario. Lo si diceva invescato nei debiti fino ai capelli. Gli verrebbe in aiuto la famiglia di sua moglie?

«In questi casi» s'affrettò a conchiudere Clenezzi «non ci sono che i parenti.»

«Credo» incominciò Elena «che la roba mia sia sfumata; e pensa Lei che la mia famiglia non abbia mai fatto niente?»

«Capisco; ma...»

Elena pensò un poco.

«La somma?» diss'ella.

«Dalle dodici alle quindici mila lire. Se si trovano, suo marito non deve manco vederle. Bisogna consegnarle all'avvocato Boglietti, prima di giovedí.»

«Ah, caro Clenezzi» sospirò Elena, «se il danaro potesse tutto! Basta, poniamo che si trovi; io lo faccio avere a Lei? Dopo ci pensa Lei? Se occorresse ritirarlo dalla Banca Nazionale, me lo fa Lei questo piacere?»

Il senatore, che per donna Elena e pur di non metter fuori quattrini sarebbe andato sul fuoco, si pose, con devozione commossa, agli ordini suoi. Guardò l'orologio. Quel giorno si doveva presentare al Senato il progetto di riforma elettorale, e forse si sarebbe discusso sulla composizione dell'Ufficio centrale. Gli premeva trovarsi per tempo in Senato.

«Speriamo» diss'egli, alzandosi.

«Cosa?» rispose Elena con un sorriso cosí amaro, con uno sguardo cosí triste che al povero senatore vennero quasi le lagrime.

«Che La mi scusi tanto!» esclamò. «Io sono un povero vecchio, io sono un povero fatuo, ma se Lei fosse la mia ragazza, Madonna Signore! La porto su al mio paese com'è vero Dio, e quel muso che venisse a prenderla, in Brembo a pedate!»

«No, no» diss'ella bruscamente, quasi offesa. «Lei non mi conosce.»

«E me?» ribattè il senatore. «Mi conosce? Vorrei vedere.»

Parve ch'Elena avesse paura di discutere questo punto perché s'affrettò a replicare:

«No, no, vada al Senato, vada al Senato» e toccò il bottone del campanello.

Rimase sola, ritta, in mezzo alla camera, fissando con il suo solito sguardo vitreo la piazza, il Tritone della fontana. Un cameriere aperse l'uscio e disse: «Desidera?» Ma ella non rispose. Colui ripeté: «La signora baronessa desidera?»

«Ah!» fece Elena, lo guardò senza raccapezzarsi, e soggiunse:

«Niente.»

Appena il cameriere si fu ritirato, ella si ricordò d'averlo fatto venire e perché, corse all'uscio, gli gittò dietro due parole, «Una carrozza!», e tornò lentamente a contemplar la fontana. Era dentro a lei una confusione di pensieri, un viavai d'immaginazioni commiste a un sentimento nuovo, il ribrezzo del marito, lordo di danaro altrui. E poi pareva che tutto questo tumulto si chetasse; come se le si fosse aperta in fondo allo spirito una invisibile uscita. Restava un vuoto, un buio; e come gli occhi guardavano inconsciamente la fontana, cosí tornavano inconsciamente alla bocca poche parole lette mezz'ora prima nelle Mémoires d'Outre-tombe, le parole della povera De Beaumont a Tivoli: «Il faut laisser tomber les flots.»

Ma questo mortale silenzio interiore non poteva durare in Elena. Appena il cameriere tornò ad avvertirla che la carrozza era pronta, si scosse, non pensò piú se non a fare quel che doveva. Si fece portare in fretta al telegrafo e vi scrisse un telegramma per lo zio Lao, accettando il danaro prima rifiutato, sollecitandone l'invio e promettendo spiegazioni per lettera. Nel tornarsene all'albergo, amaramente contenta di sè, pensava ai turbati commenti che del suo telegramma si farebbero a villa Carrè, alle collere dello zio, ai lamenti della mamma. Le vennero in mente, chi sa perché, anche le povere rose che guardavano nella sua cameretta deserta. Dalla mamma aveva ricevuto, la mattina del giorno avanti, una lettera piena d'affetto, di paure, di rimproveri. Cosa penserebbe adesso? Sull'angolo dei Due Macelli e del Tritone credette veder suo marito prendere frettoloso una viuzza a sinistra. Una breve vampa di collera le salí al viso. Sarà stata lí vicino questa casa di giuoco? Ella fu per scendere e raggiungerlo. Prevalse il disprezzo; lo lasciò andare. Rozzo, violento, vizioso, lo conosceva da un pezzo; ma gli aveva sempre attribuito una certa grossolana onestà, una brutale franchezza da barbaro; anche del cuore. Ora no: ora quel danaro altrui glielo rendeva immondo. Lo lasciò andare.

All'albergo trovò la lettera di Cortis. Lasciando a Passo di Rovese quell'arido biglietto per lui il suo proposito era stato d'irritarlo, di far sí che non le avesse a scrivere, almeno per un gran pezzo. Nella lontananza, nel silenzio c'era da sperare; non per sè ma per lui. Trasalí, vedendosi fallito il disegno, di una gioia invincibile; e non sapeva ella stessa, nell'aprir la lettera, se avesse paura o desiderio di parole appassionate. La divorò, prima, da capo a fondo, correndo via sulle poche espressioni d'affetto come se bruciassero; specialmente su queste: «non vi troverebbe una sola delle parole che posso aver detto a questa rosa moribonda, la quale non le riporterà.» Pensò che Cortis non avrebbe dovuto scrivere cosí; e, giunta alla fine, tornò di slancio alla prima pagina dov'egli parlava di sua madre, rilesse quelle poche righe sconsolate, ne ebbe un dolor profondo. Non sentiva piú, in quel momento, i dolori propri, né la dolcezza di sapersi amata. Era tutta nel cuore di lui, soffriva con esso, sentiva quel disinganno, quella solitudine amara, la sentiva tanto che n'ebbe paura ella stessa; le parve di non appartenersi piú, di essere diventata una parte di lui. E l'elezione? Daniele ne parlava scherzando, ma c'era lí e in altri luoghi della lettera una gaiezza nervosa che tradiva il turbamento dell'animo. Un impeto di sdegno contro quegli stupidi elettori fe' tremar le mani e le labbra mute d'Elena. Prima un impeto di sdegno, poi un impeto d'orgoglio; l'uomo ch'ella amava non poteva piacere alla folla. Però non le veniva neppur l'ombra d'un dubbio sull'avvenire. L'avvenire di Cortis non era certo in poche mani d'idioti. E questo c'era di buono e di confortante nella lettera, che vi si sentiva una energia morale piú forte dell'amore, un animo grande che poteva soffrire per l'abbandono di una donna, ma non accasciarsi, non declinare dalla sua via. Cosí, cosí Elena lo amava! Quanto a sè, qualunque dolore, qualunque sorte le toccasse, non ne doveva importar niente a lei stessa, né al mondo, né a Dio.

Una fugace visione la smentí, le mostrò il laghetto cheto di villa Cortis e, seduto sulla riva, Daniele. Ella gli sedeva a fianco, fuggita da Roma, da un marito indegno; le ombre dei giardini, il lago e i loro cuori erano una pace sola fin dentro alle piú nascoste profondità. Cacciò con un subito aggrottar del ciglio la immagine. Non sarebbe mai! Cortis non doveva amar lei. Ella non poteva offrirgli, sacrificando sè, che un febbrile presente e un avvenire sinistro; anche solo lasciandosi amare idealmente, gli contristava la vita. Egli era solo al mondo e lo aspettavano, sulla via prescelta, fatiche, angoscie, ferite; come non avrebbe una famiglia per suo riposo e conforto? Bisognava farsi dimenticare. Pensò al piccolo prato presso gli abeti, dove era sceso Cortis, pensò al colchico d'autunno, al vago fiore dal succo mortale che aveva voluto ostinatamente per sè; sorrise e pianse.

Suo marito non ricomparve in tutto il giorno. Elena avrebbe dovuto andare in via Urbana da certi amici che le facevano il favore di custodire i suoi argenti di casa, ma non si sentí in grado di veder gente, di mettersi una maschera gaia. Lesse e rilesse, nelle Mémoires, tutti quei passi di cui le aveva parlato Cortis, ma sopra tutto le lettere di madama di Caud; e tornava ogni tanto a quelle parole sull'urtar di passaggio, senza volerlo, nel destino di un altro. Non pranzò. Alla sera, dolendole, per il continuo leggere, il capo e gli occhi, sentendosi morire nell'afa delle sue camere, si fece portare, in carrozza, fuori di porta Pia. L'ultimo tramonto colorava di viola i monti della Sabina, l'aria era fresca, Elena non fece che piangere; ma l'ora mesta, la solitudine, e, laggiú, verso ponte Nomentano, le rovine sparse per la campagna avevano voci di consenso con lei, le rendevano il pianto meno amaro. Nello scendere a ponte Nomentano il cocchiere mise i cavalli al passo. Una vecchia domandò l'elemosina alla bella signora, l'ebbe, e vedendole gli occhi lagrimosi, le disse:

«Fija mia, Dio te ne darà pace.»

Nello stesso momento Elena si sentí correre un brivido nella persona, pensò alle febbri, a una pace possibile e desiderabile, alle parole marmoree dei Cappuccini: «pulvis, cinis et nihil.» Tornando verso Roma si vedeva davanti, un po' a destra, la luna falcata cader sui cipressi di villa Albani, sentiva tratto tratto, lungo i giardini, un odore acuto di magnolie. Vicino a porta Pia incontrò un cavaliere e un'amazzone, giovani, belli sui loro cavalli focosi. A lei le voci della sera parlavano di tristezza, ma quanto dolcemente non dovevano parlare agli altri d'amore!

Alle dieci della sera le giunse un telegramma dallo zio Lao che incominciava promettendo il danaro fra tre giorni per mezzo della Banca Nazionale, e seguiva: «Nelle elezioni d'oggi Cortis ebbe voti 342, X. 339. Eletto Cortis.»

Elena si sentí un lampo di piacere nel cuore, una vampa nel viso e nel cervello. Si portò la palme alla fronte, bruciava; alle tempia, battevano.

Eletto Cortis! Egli aveva vinto, aveva superato il primo gran passo, doveva esser felice. Sarebbe venuto a Roma, vi avrebbe dimorato lunghi mesi, mentre vi poteva essere anche lei. No, no, gran Dio, via questo pensiero! Lei andava a Cefalú per restarvi sempre, per non rivederlo nemmanco, non esserne riveduta, sopra tutto, e tradirsi. Oh Signore, e non mandargli neppur una parola! Cosa penserebbe mai di un silenzio simile? Certo che ne indovinerebbe la causa vera; non sarebbe peggio? Ci voleva una riga, una parola; e allora bisognava rispondere alle sue molto freddamente, molto duramente, per allontanarlo! Si pose a scrivere questa risposta dura e fredda colla febbre nel corpo e nell'anima:

Roma, 2 luglio 1881.

"«Caro cugino,

"«Mi annunciano la tua elezione. Sono sinceramente lieta di vederti sulla via maestra per un cammino che desidero onorevole e felice.

"«Ebbi pure la tua lettera, e quello che scrivi di Lugano mi fece gran pena. Affretto con i miei voti il momento...

"Qui due lagrime le caddero sul foglio, ma ella tirò avanti a scrivere stringendo le labbra convulse:

"«... in cui una donna pura e fedele ti consolerà, scalderà il tuo focolare deserto.

"«Io penso e ho sempre pensato a te con amicizia, ma non vi può essere nel mio cuore e non posso ammettere in te un sentimento diverso. Sono quindi costretta a dirti che alcune frasi del tuo biglietto da Lugano e della lettera d'oggi mi spiacciono, mi offendono. Spero non sarà molto difficile mutare d'animo e di linguaggio; altrimenti preferirei non avermi a trovar teco.»

Elena cessò di scrivere. Era stato troppo grande lo sforzo di cercar queste parole dure; la fantasia, stimolata dalla passione e dalla febbre, gliene diceva di troppo diverse. Non sapeva come continuare. E mentre cercava una via cogli occhi fermi sul foglio bianco, mentre passava di pensiero in pensiero, la sua mano inconscia scrisse lentamente «d'inverno, d'estate, da presso e...»

Si scosse, vide e lacerò il foglio. Soffriva, era mortalmente stanca, ma il pensiero di trovarsi ancora lí, all'indomani, quella lettera sul tavolino, le metteva paura. Prese un altro foglio e ricopiò il primo fino alla parola teco.

"«Mi permetterai» continuò «di essere assai breve. Trattenendomi a Roma pochi giorni, debbo camminar molto e alla sera mi trovo stanchissima. Ti prego di dire alla mamma e allo zio che sto benissimo e mi diverto. Roma mi affascina sempre!

"«Addio e mille felicitazioni ancora dalla tua

"aff.ma cugina

ELENA DI S.G.»

Chiuse la lettera e la mandò subito alla posta. Appena partito il cameriere sentí rimorso di non avere nemmeno scritto a Cortis che le rincresceva dargli quest'afflizione; ma poi disse a se stessa ch'egli, con il suo carattere, si sarebbe irritato e non afflitto di quella lettera. Meglio cosí! Perché certo l'amore di Cortis non somigliava alla inestinguibile passione sua. Egli ora andrebbe in collera, non le scriverebbe piú; era facile, durante quel silenzio sdegnoso, uscirgli poco a poco dal cuore. Ma, e se venisse a Roma subito? Se lo dovesse vedere?

Elena passò la notte in una veglia affannosa, tribolata da continui fantasmi. Si addormentò all'alba e si vide, in sogno, sulla riva del laghetto di Villascura, sola, con un volume di Shakespeare fra le mani, fissi gli occhi nell'acqua immobile, fisse nel cuore le parole malinconiche di Porzia nel Mercante di Venezia: «Il mio piccolo corpo è stanco di questo gran mondo.»

Alle sei si bussò forte al suo uscio, e perché ella non rispose subito, qualcuno aperse a scosse, a urti, a colpi, entrò in camera, tempestando:

«Santo diavolo, è Gaeta qui?»

Elena alzò il capo dal guanciale, vide suo marito che spalancava a furia le finestre.

«Che fornace!» sbuffò lui, accostandosi al letto. «Come va?»

Elena gli rispose sdegnosamente. Era un bel modo di entrare quello? Il barone aveva il pelo arruffato, la cravatta in disordine, gli occhi lucenti. Vi era in quel suo mugghiare una bonarietà di bestione allegro.

«Sei in collera?» diss'egli. «Son tre giorni che non ci vediamo.» E allungò una mano sul letto, le prese un piede.

Elena trasalí, ritirò il piede.

«Lasciami stare» diss'ella.

«Bel modo anche questo!» esclamò il barone. «Caro marito, si dice, come stai bono d'essermi venuto a trovare dopo quel tiro che t'ho giuocato!»

Elena non degnò rispondere.

Colui trascinò una poltrona accanto al letto, vi si sdraiò a gambe aperte, sbadigliando.

«Sto bono» diss'egli. «Quanto sto bono!»

«Perché ho questa voce» soggiunse, «perché ho questa facciaccia di diavolo cefalutano, perché ci ho addosso il fuoco dell'isola, voialtri pupi del settentrione mi avete per un Sata-liviti, per un Dionigi, che so! Guarda, tu che sei l'angelo del paradiso, che non si è degni di toccarti un dito, tu mi hai ingannato, tu ti sei provata di togliermi la vita, pupattola mia!»

«La vita?» interruppe Elena.

«La vita, la vita! Quelle quindici mila lire erano l'onore per me, e ti prego di credere che quantunque io sia uno scelleratissimo tiranno, se avessi a perdere l'onore, gliela getterei dietro sul momento la vita! Là, tu hai fatto il possibile perch'io non avessi il danaro, capisci? Ho dovuto dare tre notti al diavolo per averlo. E ora sto qui bono come un agnello.»

Si alzò in piedi, le si accostò con un sorriso:

«E ti voglio bene, cuoruccio mio.»

Ella lo respinse con un gesto.

«Hai paura di Cefalú? Allora non ci si va. A quegli altri no, ma a te ti perdono. Chi sa dove si va. Affogo nel danaro, capisci? Ma bisogna voler bene a suo marito, signorina mia.»

Una goccia di vino non l'aveva presa; ma la fortuna del giuoco, le lunghe veglie e, per cosí dire, l'amore, gli mettevano un chiarore d'ebbrezza negli occhi.

«Hai giuocato?» disse Elena.

«Tre notti. Ho guadagnato ventiseimila e cinquecento lire. Andrei volentieri ad Aix adesso che sono in vena.»

«No, no. E l'avvocato Boglietti? Non ci vai subito?»

«Accidenti a lui!» imprecò il barone. «Cosa ne sai tu? È stato qui quel birbante? Mascalzone! Sí che ci andrò e lo pagherò e gli darò anche la rata di settembre, e non so se ci si divertirà molto. Ah è stato qui il cane? Gli rompo il ceffo, stavolta!»

«No» disse Elena, «non ci è stato.»

«Oh allora, come lo sai?»

«Non importa.»

«E io non te lo domanderò. Mi sento di latte e miele stamattina. Di' la verità, io sono un buon diavolaccio, un nuvolone che tuona e non dà mai grandine. Mi piace un poco di giuocare; niente altro. Non ti posso dire i buoni pensieri che mi vengono; sarei persin capace, forse, di salutar tua madre e tuo zio se m'incontrassi con loro. Bisogna volermi bene, bella mia.»

Si chinò rapido su lei per un bacio, ch'ella ebbe, voltandosi, sui capelli.

«Va via» disse, «chiudi le imposte, lasciami quieta!»

«Cosa c'è?» fremette suo marito impaziente.

«Ho la febbre.»

Egli credette che mentisse, ebbe un lampo d'ira negli occhi e le afferrò il polso.

Si venne mutando in viso, e finí con gittar sul letto quella bianca mano inerte, dicendo:

«Lo fai per dispetto? Oggi avevo anche invitato gente a pranzo.»

«Va bene. È febbre romana. Stasera non l'avrò.»

«Febbre romana?» esclamò il barone aggrottando le sopracciglia. «Faccio venire un medico.»

«Non occorre. So io cosa ci vuole subito subito.»

«Cosa?»

Elena girò il viso verso di lui.

«Sicilia» diss'ella.

CAPITOLO XI.

TRA CEFALÙ E ROMA

Alla baronessa Elena di Santa Giulia, a Cefalú.

Roma, 19 gennaio 1882.

«Elena.

«Una sola parola.

<«Tu sei andata in Sicilia, lo scorso luglio, con le febbri, e non hai mai scritto niente a tua madre, che lo ha saputo per caso, pochi giorni sono, dal senatore Clenezzi. Hai fatto credere che saresti ritornata nel Veneto ai primi d'ottobre, e poi hai trovato un pretesto per differire sino agli ultimi. Agli ultimi d'ottobre hai scritto che l'apertura del Parlamento era vicina e che non ti pareva opportuno di fare un viaggio cosí lungo per tornare subito sui tuoi passi fino a Roma. Il Parlamento fu aperto; tu hai desiderato vedere un po' dell'inverno siciliano, venire a Roma dopo le vacanze di Natale. Ora tuo marito è qui solo. Egli nemmeno risponde alle lettere di casa Carrè; notizie sicure e precise da lui non si possono avere. La zia Tarquinia partirebbe per la Sicilia se lo potesse. Disgraziatamente Lao è a letto, come sai, con l'artrite, ed ella non può muoversi senza assoluta necessità. Per conchiudere, la zia mi scrive stamattina pregandomi di fare una corsa costà, di venirti a vedere.

«Memore della tua ultima lettera, e siccome io sono, per mia sfortuna, alquanto dissimile da te, siccome non so mutare animo e linguaggio cosí prontamente come un'attrice muta parte e toilette, cosí risponderò, se credi, che sono occupatissimo e non posso muovermi da Roma. Addio.

Il tuo aff.mo cugino

D. CORTIS.»

 All'illustrissimo sig. deputato Daniele Cortis, a Roma.

Cefalú, 23 gennaio 1882.

«Illustrissimo signor deputato.

«Ho l'onore di rispondere, a nome e per incarico della illustrissima signora baronessa Di Santa Giulia, alla ossequiatissima Sua del 19 corrente.

«La nobile signora si trova a letto, sotto la mia cura, con leggera febbre reumatica, e non può quindi scrivere. Ella significa a V.S. illustrissima che, salvo questa indisposizione accidentale e di nessuna importanza, la sua salute è buona; e che avrebbe moltissimo dispiacere se Lei si pigliasse l'incomodo di un viaggio cosí lungo. Aggiunge poi che la predetta indisposizione reumatica è stata già portata a cognizione sí dell'eccellentissimo signor barone che della nobile famiglia Carrè.

«La signora baronessa m'impone pure di porgerle i suoi ossequi.

«Sempre agli ordini di V.S. ill.ma, um.mo e dev.mo

dottor ANTONINO NISCEMI.»

 

Allo stesso (riservatissima).

«Per espressa volontà della signora baronessa ho dovuto scrivere nei termini ch'ella vede la unita lettera e darlene quindi lettura. Ora la mia coscienza m'impone di aggiungere, in foglio separato, queste poche righe per migliore informazione della S.V. illustrissima.

«Infatti la signora baronessa, oltre a una condizione generale anemica, è attualmente affetta, non da febbre reumatica, ma da leggera gastrite lenta, con ingorghi al fegato, probabile residuo di un lungo processo infettivo di febbri miasmatiche. Il male non avrebbe per sè nessuna gravità, ma mi dà pena lo stato generale anemico e la estrema depressione morale dell'ammalata. Ho incominciato da pochi giorni la cura di certe nostre acque minerali che ci vengono da Termini. Ho veduto miracoli di queste acque. Speriamo.

«Io non dico a V.S. illustrissima di venire, anche perché la signora baronessa mi parve allarmatissima di questo viaggio, per riguardo alla di Lei salute, e risolutissima d'impedirlo, cosicché non conviene andar contro alla sua volontà. Debbo solo avvertirla di un fatto. Nella mia visita di ieri fui soddisfatto assai dell'aspetto e dell'umore dell'ammalata. Le avevano recata la Sua lettera proprio mentre entravo io, si può dire; ed ella non l'aveva ancora aperta né la volle aprire, malgrado le mie preghiere, me presente. Pare che l'abbia letta appena rimase sola, e passò poi parecchie ore agitate, una notte cattivissima, con dolore all'ipocondrio destro, dispnea e tosse.

«Io non conosco il contenuto della Sua lettera. So tuttavia ch'Ella è stretto congiunto di questa signora impareggiabile, la quale mi sembra avere un altissimo e meritato concetto della S.V. illustrissima. Vorrei dunque pregarla, nella mia qualità di medico, di scriverle, sí, per il gran bisogno che ha di conforti morali, ma di evitare argomenti che possano turbare il suo spirito.

«Ella mi perdoni, rispettabilissimo signor deputato, se un sentimento di dovere e di rispettosa affezione per la signora baronessa m'induce a parlarle cosí arditamente; e mi creda sempre, con profondo ossequio

Suo dev.mo e um.mo

dott. A.N.»

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefalú.

Roma, 27 gennaio 1882.

«Non m'aspettavo l'ossequioso certificato dell'ottimo dottor Niscemi. Una reumatica? Poca cosa, ma, tanto, sono entrato assai sgarbatamente nella tua camera di ammalata. Perdonami, cara Elena. Non verrò a Cefalú, dunque; farò invece una chiacchierata romana al tuo capezzale. E cercherò di essere un poco piú amabile!

«Cosa vuoi? Sto nella politica fino alla gola e mi ci guasto i modi e lo stile. Si stava meglio nel mio lago dei giardini, quella notte di giugno! La prima immersione nel pelago parlamentare agghiaccia fino al cuore. Vedo parecchi miei colleghi novellini tuttora aggranchiti dal gelo, smarriti, malati di nausea e di nostalgia. Pensano: Qui è il cuore, questa è la sapienza d'Italia? Lo scorso dicembre un ministro ci è venuto a dire che Bismarck paragonando l'Italia politica alla Spagna ci ha fatto onore; e noi, vanitose ombre querule, sopraffatti in quel momento dalla coscienza, abbiamo taciuto.

«Io studio, intanto; studio uomini e cose per l'avvenire. Il presente non è buono ad altro. Ho anche parlato un paio di volte, molto brevemente, su argomenti di poca importanza, per accordare lo strumento e trovare il la. L'ultima volta c'era nella tribuna della Presidenza una signora che ti somigliava molto. Si discuteva il bilancio dell'agricoltura e io parlavo di boschi. Ho paura d'essere stato, in grazia di quella signora, piú fiorito e frondoso delle mie foreste.

«Faccio sempre, malgrado la politica, delle cavalcate mattutine. Il tenente colonnello B..., addetto ora al Comando generale dello Stato Maggiore, mi presta una sua piccola baia che salta all'irlandese come le lepri. Stamattina ho fatto una galoppata fuori di porta Maggiore, per via Prenestina, in cerca del Tempio della Quiete; non c'era una volta un Tempio della Quiete da quelle parti la? Ma è scritto, credo, che un tal tempio non lo troverò mai. Faceva sereno in cielo, caldo, polvere e verde in terra: le montagne avevano uno spruzzo di neve. Passai quel gran pino a destra e lo scoglio a sinistra su cui sedemmo, ti ricordi?, fra i papaveri, a guardar il subito mare della campagna, e tutte quelle tombe, quegli spettri d'acquedotti. La cavalla mi si piantò sulle quattro zampe a mezzo chilometro di là, sul sentiero che taglia la via Labicana, presso a una tomba quadrata. Forse la credette il Tempio della Quiete, perché è intelligente; forse udí il treno di Napoli fischiar da lontano nel silenzio. Lo udivo anch'io, pensavo alla Sicilia e a te, ma in un modo nuovo, penetrato dalla calma delle solitudini.

«Roma, città dell'anima; chi ha detto cosí? Io non mi ricordavo piú di avere un corpo e, sopra tutto, un cavallo fra le gambe. C'è caso che ammali di misticismo miasmatico con estasi al cervello? Non sarebbe proprio la mia tendenza; però c'è dei cattivi indizi. Figurati che mi viene qualche volta l'idea di vivere nel palazzo di Settimio Severo con Tommaso da Kempis e i corvi.

«Chiacchiero troppo, forse, e tu ti stanchi. Dovresti farti leggere le lettere dall'ottimo dottor Niscemi che potrebbe interrompere le troppo lunghe con qualche sarà continuato. Il consiglio viene un po' tardi per questa volta, ma pure non è da buttar via, perché io ti scriverò ancora e presto e a lungo. Addio, cara Elena. Salutami l'eccellente dottore e abbiti una cordiale stretta di mano del

tuo aff.mo cugino

CORTIS.»

 

Al dott. Antonino Niscemi, a Cefalú.

Roma, 27 gennaio 1882.

«Egregio signore.

«Gratissimo a V.S., della Sua lettera riservata, La prego di volermi fornire informazioni frequenti ed esatte sullo stato dell'ammalata. Se peggiora, o anche solo se non vi ha un pronto miglioramento, Le consiglierei di scrivere direttamente e segretamente alla contessa Tarquinia Carrè. Ove Ella non credesse di poterlo fare per riguardi personali, m'incaricherei io stesso di far sí che la contessa venisse a Cefalú senza comprometter Lei.

«Ho scritto oggi stesso a mia cugina giusta i Suoi consigli; le riscriverò presto; ma prima desidero conoscer l'effetto di questa seconda lettera. Io ho moltissima stima di mia cugina e siamo sempre stati buoni amici, ma qualche volta non c'intendiamo e allora io le dico il mio parere forse un po' troppo bruscamente.

«Mi creda suo dev.mo

DANIELE CORTIS.»

 

All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortis, a Roma.

Cefalú, 13 gennaio 1882.

«Illustrissimo signor deputato,

«La signora baronessa ha ricevuto l'altro ieri, martedí, la Sua lettera. Io non ero presente ed ella non me ne ha ancora detto nulla. Lo seppi dalla cameriera, la quale mi soggiunse che la signora non parlò, ma che i suoi occhi erano molto contenti.

«Io pure sono molto contento della nuova cura. Abbiamo da due giorni un miglioramento sensibile. Ieri la baronessa, che è solita passare dal letto a una cislonga, poté fare qualche passo per la casa, e mi confessò che da un pezzo non aveva preso cibo con minore ripugnanza. Stamattina la trovai a piangere. Mi disse, sorridendo fra le lagrime, che era commossa di sentirsi cosí bene e che si godeva tanto di piangere. Effetto di debolezza. La debolezza è ancora grande e la dieta non può essere finora che lattea e vegetale; ma, se arriviamo a far tollerare il ferro e le carni, spero in un pronto ristabilimento.

«Con profondo ossequio Suo um.mo e dev.mo

Dott. A. NISCEMI.»

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefalú.

Roma, 4 febbraio 1882.

«Cara Elena,

«Né mi rispondi, né mi fai rispondere quando una parolina basterebbe. La mia coscienza dice che avrei fatto bene ad accontentar tua madre senz'altro.

«Questa reumatica non è partita? E il dottor Niscemi è egli à bout della sua letteratura? Le equazioni a due incognite non sono mai state il mio forte.

«L'altro giorno ti ho scritto dalla Camera; oggi scrivo nel mio quartierino di via Principe Amedeo, con le finestre aperte a un tepido sole petrarchesco, a una primavera platonica, a tutte le trombe, a tutti i fischi di quanti tram e locomotive Lucifero ha messo al mondo. Se ci fossero stati cent'anni fa, Alfieri non avrebbe potuto, suppongo, scrivere la Merope, come la scrisse, secondo una lapide, a pochi passi da casa mia; e io non avrei fatto ridere, vociando come un forsennato nel teatrino del mio collegio: Ahi, quanta è impresa il mantenerti, o trono!

«Questo dei rumori è un guaio, ma ho la veduta libera sulla discesa del Viminale, un guazzabuglio pittoresco di tetti scaglionati; al di là della strada, proprio qui sotto ci ho un bel tappeto verde, degli agave, delle rose, dei zampilli; e a sinistra, in capo al cannocchiale della via ombrosa, uno sfondo di cielo, i monti Albani. Sono lontano dalla Camera, ma in quei quartieri laggiú non ci potrei vivere e, fino a quando Settimio Severo non m'appigiona una sala, mi attengo a Roma buzzurra.

«A proposito di Camera l'altro giorno mi scordai di dirti che ho parlato anche in favore dei frati; proprio, dei frati fancescani. Oh! dice Lei. Sí signora, dico io, e ho fatto molto bene, quantunque le mie parole sieno cadute sulla strada o fra le spine. Figurati che si è raccomandato al ministro di largheggiare nei sussidi alle nostre scuole laiche d'Oriente e di affamare le scuole tenutevi da corporazioni religiose. Il ministro ha risposto timido timido, non convinto in cuor suo, ma inchinandosi a tanta sapienza: C'est bête, mais c'est comme ça. Solo un signore di Sinistra ha osato dire che, se noi viviamo nella luce della filosofia e della scienza, quei poveri asiatici stanno ancora nell'ombra della religione; e che, volendoli pigliare, bisogna pigliarli per quel verso, come fa la Francia! Già qui non si è buoni che a dire:

«Vedete come fa la Francia! Vedete come fa l'Inghilterra!» A questo modo io dispero che si arrivi mai, negli altri paesi, a dire:

«Vedete come fa l'Italia!» Stavolta però quel signore l'aveva imbroccata giusta, e ho parlato anch'io in nome di un interesse politico, per quei poveri grandi cuori che tanto fanno per un'idea, che non cercano fama, né onori, né ricchezze, e che si vorrebbero lasciare in abbandono da questi piccini ben pasciuti liberi pensatori della Commissione del bilancio. Non li ho mica chiamati cosí, sai, alla Camera; li ho turibolati, anzi. Dopo aver parlato dell'interesse italiano, pregai la loro alta sapienza di considerare se la nostra stessa splendida civiltà, che ora produce, all'infuori di ogni azione religiosa, tali luminosi Parlamenti, non abbia piú bisogno di adoperare il Vangelo; nel qual caso ci sarebbe una certa convenienza di restituirlo all'Oriente che ce l'ha prestato, e quindi di aiutare quei frati a somministrarlo. Sull'atto il mio discorso non fece né caldo né freddo. Molti si congratularono meco e mi diedero ragione, ma dopo la seduta e fuori dell'aula. Posso però dire che fui ascoltato piú delle altre due volte.

«Una signora voleva persuadermi, giorni sono, di andare dal Papa con lei e altri. Ho rifiutato, non potendovi andare con il mio nome e la mia qualità di deputato al Parlamento. Mi accontento di visitare, quando posso, quell'imo Pontefice che dice il De profundis nella confessione di San Pietro, e che fa tanto pensare il mio cuore.

«Ho bisogno di Dio, cara Elena; sento che la mia vita deve oramai rispondere rigorosamente alle opinioni che manifestai agli elettori, e per le quali combatterò. È anche un dovere politico: bisogna fare un pezzo solo con la propria bandiera se deve star salda.

«Ciò vuol dire, cara, che le mie passioni non saranno un pericolo per alcuno. Quella che piú temo è la collera: vedrò tuttavia di star in riga e di non schiaffeggiare la gente che se lo merita. Prega per me riguardo a questo ultimo pericolo, perché qui si è tentati ogni momento, tanti sono gli esseri volgari, tronfi e villani; io non ho moltissimo tempo di pregare! Non sono però di coloro che la zia Tarquinia chiama "turchi'. Domenica scorsa sono andato a messa a San Pietro e vi ho udita poi una musica straordinaria. Non mi hanno saputo dire di chi fosse. Io sono un barbaro in fatto di musica, ma quella lí mi ha fatto una impressione! Mi parve una profezia sinistra rotta dal pianto. Quando uscii di chiesa il cielo era nero sul Vaticano, una occhiata di sole incendiava la fontana di sinistra, il colonnato e il palazzo; in piazza non c'era un'anima. Che presentimenti mi vennero di tempesta e di rovina! Tout cela passera comme une voix chantante. Fra quanti anni? O fra quanti secoli? Si ha un bel fare, ma i nostri nipoti o i nostri pronipoti vedranno quel giorno. Un poeta, amico mio, mi diceva l'altro dí che i caratteri indecifrabili di tutti questi obelischi gli mettono paura, gli paiono tanti Mane, Techel, Phares per la città eterna. Io non so leggere gli obelischi, ma leggo e compito un poco gli uomini e le cose passate e presenti, e vedo incominciato un discorso che, dopo Dio sa quante virgole e quanti punti, deve andare a finir male. Non mi perdo di coraggio, per questo. Se si arrivasse a salvar una generazione o due, ti parrebbe poco? Ma m'irrita la cecità di certuni; m'irrita di udire, per esempio, il deputato L., un grande galantuomo, dire che se si vogliono ottenere migliori condizioni per gli operai, bisogna predicare, non mica la carità e la vita futura, ma il tornaconto. Come se non fosse d'egoismo ai visceri che il secolo soffre. L'una e l'altra cosa, doveva dire. Del resto io invidio chi vedrà, sí, le rovine di San Pietro e del Vaticano, ma vedrà pure i sublimi pontefici degli ultimi giorni, se saranno secondo la mia immaginazione e il mio cuore.

«Mia madre è ancora a Lugano e vorrebbe venire a Roma. Io ho fatto pagare i suoi debiti; le ho assegnato una mesata sufficiente, ma a patto che viva dove e come voglio. A Roma no; almeno fino a che ci sto io.

«Partirò presto per Villascura dove mi godrò le vacanze di carnevale nella neve, probabilmente. Ma prima mi tratterrò in città un paio di giorni con tua madre e tuo zio, che sta sempre, scrivono, allo stesso punto. Sai chi mi parla spesso di te? Il buon Clenezzi, che vedo qualche sera in casa D. Non posso incontrarlo una volta, neppur per via, senza che mi dica nel suo particolare idioma di confidenza, un quarto italiano e tre quarti bergamasco: "E ixè? Ha notissie?' È un gran caro uomo, la perla del Senato. Addio, Elena. Come vedi, non ti ho risparmiate le chiacchiere. Ora fammi tu saper qualche cosa di te. Ti stringo cordialmente la mano.

Il tuo aff.mo cugino

CORTIS.»

 

All'illustrissimo signor deputato Daniele Cortis, a Roma.

Cefalú, 8 febbraio 1882.

«Illustrissimo signor deputato,

«La guarigione della signora baronessa procede abbastanza lodevolmente, grazie a queste nostre acque di Bivuto. Ma ora, per non ricadere, ci vorrebbero certi farmachi che l'infelice medicuzzo non tiene e il miserabilissimo speziale nemmeno. La mia cara Cefalú non è piú aria per questa signora. Io l'ho scritto all'eccellentissimo signor barone, ma siccome V.S. illustrissima certo conosce tante cose e tante persone, cosí lo scrivo anche a Lei. Il ragionamento, s'Ella ci riflette su, è forse un poco cefalutano, ma buono.

«Io credo che la signora non può avere qui una buona respirazione morale. Pare ora che la signora contessa sua madre, visto ch'Ella, signor deputato, non può muoversi di Roma, intenda venir lei a portarsela via. La baronessa Elena sfavillava di gioia quando ebbe questa lettera; poi mi disse che non sarebbe mai piú partita da Cefalú e andò al balcone sul mare come per vedere il tramonto, ma in fatto per piangere, secondo il solito. Io non capisco. Teme ella di doverci restar per sempre, a Cefalú, o lo desidera? Ora si direbbe una cosa, ora l'altra. Ma ella conduce qui la piú misera vita del mondo. Non vede nessuno tranne mia moglie che ha, poverina, una soggezione terribile, ed è una eccellente compagnia per me, ma non per la signora baronessa. In barca non ci può andare perché si smarizza subito; cavalli non ne tiene; passeggiare non può ancora molto. Suonerebbe tutto il dí certe musiche barbare da fare sbadigliare la Sicilia intera, e lei ci si rimescola ch'è una pietà. Io vengo, la faccio smettere; ma poi passa per la via com'è successo ieri, un mascalzone, cantando: Ventu marinu, dimmi comu ha statu e la signora mi si commuove peggio di prima. È vero che quello straccione pescator di sardelle aveva una maledetta voce di violoncello, dolcissima, e che la sua musica non era tedesca.

«Preme dunque, illustrissimo signor deputato, preme infinitamente che la signora baronessa se ne vada presto, se ne vada lontano, che viva lietamente in mezzo a gente lieta, e faccia della santa musica di Cimarosa.

«Con profondo ossequio

Suo um.mo e dev.mo

Dott. A. NISCEMI.»

 

All'on. Daniele Cortis deputato al Parlamento, a Roma.

Cefalú, 14 febbraio 1882.

«Faccio bene a scriverti? Faccio male? Non lo so. Perdonami questo esordio incoerente. Sono stata malata piú che non credi. Ora guarisco, Dio solo sa perché, ma non sono piú Elena, non ho piú la mia volontà forte, sono una foglia che trema ad ogni vento; anche l'intelligenza mi si è confusa, il cuore è debole debole, piango di nulla, m'irrito di nulla, son troppo bambina, son troppo donna.

«Ho avuto una lettera strana che mi ha turbato infinitamente. È tua madre che mi scrive, che mi scongiura d'interpormi presso di te. Vorrebbe vivere teco. Ella dice morire vicino a te, ma forse s'inganna; non si muore quando tutto lo promette e tutto v'invita? Ma perché si rivolge a me? Le hai tu parlato di me? Il primo istinto fu di risponderle: Io sono già morta; si rivolga altrove; Le auguro tutto il bene possibile. Poi ho pensato: Daniele mi ha scritto due buone lettere, tanto interessanti; io lo ringrazierò e gli parlerò anche di questo. Povera donna, mi prega con un calore tale! Ci sono anche delle cose misteriose nella sua lettera, delle allusioni che non s'intendono. Pare che qualcuno della mia famiglia le abbia fatto un gran male.

«Chi sarà? Ma non è questo che mi tocca: non puoi credere quanto sono diventata indifferente a certe cose, con la mia sensibilità di disordine. È proprio lei che mi fa pena; ti trovo troppo severo, ti temo ingiusto! Hai trovato una donna corrotta; ma non è anche una donna infelice? E quanta parte avranno avuta nelle sue colpe la natura, gli uomini, le cose? Permettile di venire a Roma, di parlarti qualche volta, di vederti, almeno; almeno di vivere nello stesso paese, di saper che se muore puoi esser lí al suo letto in un attimo ad udire le sue ultime parole. Chi sa cosa può uscire da un cuore quando si rompe? Dev'essere un momento ben felice quello di sentir la fine e di poter dire tutto. Sono sicura che di momenti felici tua madre non ne ha avuti molti; concedile questo. Ti dico io di prenderla con te? No, mai. La donna che io desidero con tutta l'anima di vedere in casa tua, dev'essere interamente nobile e pura; ma pietà anche per l'altra! Daniele, io lo so, Dio castiga le virtú altere che si ribellano al contatto di un povero essere debole, tentato e caduto. Sei tanto forte: sii pietoso.

«La testa mi si smarrisce e il dottor Niscemi mi sgriderebbe se sapesse che ho scritto tanto. Domani vuol condurmi a Cerda e quindi a Termini per una visita di gratitudine a certe acque ch'egli si figura di avermi fatto prendere. Pover'uomo, se sapesse quanto poco l'ho ubbidito! Spero in una tua lettera, in una buona notizia. Lascia che faccia anch'io un po' di bene a questo mondo e credimi sempre

tua aff.ma cugina

ELENA DI S.G..»

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefalú.

Roma, 18 febbraio 1882.

«Povera Elena, c'era proprio bisogno di venirti a turbare, a contristare anche te, sola, malata fuori del mondo! Ho avuto un colpo di collera nell'apprenderlo. Anche te!

«Sí, ti ho nominata a mia madre lo scorso giugno, a Lugano, e voglio dirti come. Ella mi fece un discorso sibillino per dissuadermi dall'aver relazione con la famiglia di Santa Giulia. Io credetti a qualche calunnia stupida perché ella aveva dei corrispondenti segreti a Villascura. Protestai e nel protestare dissi il tuo nome. Allora mia madre dichiarò che non aveva inteso alludere a te, bensí a tuo marito. Non si spiegò di piú, quella volta: promise di riparlarmene. Ma intanto io dovetti partire a precipizio da Lugano e non la rividi. Né lei né io toccammo piú, scrivendo, questo argomento. Confesso anzi che non ci pensai piú. Pur troppo vi è un tal baglior d'oro e un tal suono falso in tutte le parole di quella donna, che nessuno le può accettar per buone. Voleva dirmi, probabilmente, ciò che io subito pensai; il mio sdegno le fece mutare strada lí su due piedi, ed ella ne uscí con la prima invenzione che la soccorse.

«Tu mi preghi per lei, Elena, mi trovi severo, ingiusto, mi domandi pietà. Tante parole? Non era necessario dirmi ingiusto; tu non la conosci e non sai! Mi pareva piú opportuno che restasse dov'è, fuori del mondo, sotto la vigilanza, però, di persona fidata. Ma verrà in Roma, e verrà in casa mia, perché ella è tale che io non posso lasciarla qui sola, libera di scegliersi l'ambiente e le amicizie che piú le talentano. Non pensare a me, cara Elena, né alla moglie ideale che mi desideri. Non amo, non amerò mai; non vi è piú tempo nella mia vita, non vi è piú posto nel mio cuore per quest'amara vanità; e una famiglia mi sarebbe d'impedimento. Ho già la cara famiglia delle mie idee. Sai che tua madre diceva qualche volta: già, quando Daniele sposa un'idea! Ecco, ne ho sposate, le amo, le possiedo, e se Dio ci aiuta metteremo insieme al mondo una forte prole. Lo dicevo iersera a M. camminando al chiaro di luna sotto i lecci della Trinità dei Monti. M., con tutta la sua imbottitura di stoppa che chiama statistica e la sua gotta che chiama nevralgia, è innamorato morto e mi faceva le sue confidenze. Poi mi chiese le mie. Io gli mostrai la luna. "Oramai" dissi "non capisco altri amanti che Caligola: plenam fulgentemque lunam invitabat assidue in amplexus." Questo è un latino che intendi anche tu.

«Ah, cara Elena, quante volte, pensando ai miei ideali, mi faccio l'effetto di un babbeo che contempla la luna con una scala in mano! Per fortuna sono dubbi che passano, e la mia fede in me stesso è pronta a ben piú dure prove che le presenti. Ma che lavoro ingrato su questo floscio buon senso italiano che domanda a tutte le audacie il bilancio preventivo e ha tanta paura di passar per poco pratico, e, sopra tutto, di perder l'ora del pranzo e la pace della digestione! Siamo, in fondo, un popolo di droghieri. Ecco quello che tocca a me, per esempio. Per maturare le idee, bisogna metterle al sole. Alla Camera ce n'è troppo poco. Ci vuole un giornale. Mi occorre assolutamente un giornale e non puoi credere quanto mi costi metterlo in piedi, benché molti, anche miei colleghi, consentano meco a parole. Quando si tratta di fare, tutti sono linci per le difficoltà: il paese non è preparato, il momento non è buono, il mio programma di politica interna non si può attuare se non con Trento e l'Istria in tasca, e di ciò non deve parlarsi. Tu rispondi che appunto il paese bisogna prepararlo, che al momento buono bisogna trovarsi a posto e che, se tutto dipende da un gran successo di politica estera e dal ministero che l'otterrà, bisogna incominciare dal combattere questo che c'è ora... E allora cosa ti si replica? Niente di chiaro, ma si capisce che un droghiere non vuol seccarsi, un altro non vuol arrischiare i suoi danari, un terzo ha paura degli amici, un quarto degli elettori, un quinto, anzi una folla di droghieri, trema di passare per clericale. Riuscirò malgrado tutto, ma mi ci vuole una energia e una certa perseveranza. E ora lasciamo questi fastidi.

«Sei stata malata, dici, piú che io non creda. E perché macchiare la coscienza del troppo docile dottor Antonio? Comprendo abbastanza che tu ne abbia fatto mistero con tua madre; ma con me? E come posso ora io credere al tuo guarisco?

«Tanti saluti di Clenezzi. Ho saputo iersera che adora la musica piú ancora del vino d'Albano e di un certo cibo bergamasco, che chiama casonsèi e che va a mangiare una volta per settimana in Trastevere, da un oste suo compatriota. Iersera c'è stata in casa S... una mezza accademia di musica antica, e donna Laura cantò un'arietta del Pergolese che trasse delle vere lagrime al nostro vecchio amico valbrembano. Io scherzai un po', gli dissi che te lo avrei scritto. "Certo" rispose "e le mandi anche l'aria o almeno i versi di Metastasio che valgono, essi soli, tutti i moderni elzeviri." Eccoli come li ho trascritti dalla musica di donna Laura:

Se cerca, se dice:

"L'amico dov'è?

"L'amico infelice,

"Rispondi, morí.

"Ah no, sí gran duolo

"Non darle per me;

"Rispondi, ma solo:

"Piangendo, partí.

«Mi ricordai, rincasando, di un aneddoto che mi raccontava il maestro Braga, il gran violoncellista, e che non so d'avere mai trovato nei libri. L'Olimpiade dove si trova quell'aria lí, fu data all'Argentina e fischiata brutalmente. Il povero Pergolese, ferito a morte, piegò sul suo stallo d'orchestra, si nascose il viso tra le mani. Il teatro si vuotava ed egli era sempre là, prostrato, quando la mano di una persona invisibile uscí da un palchetto, gli gittò dei fiori e disparve.

«Fortunato lui, perché non vi è premio migliore nella nostra misera vita che questi fiori di una persona invisibile. Credi tu, cara Elena che Pergolese e lei sieno ora insieme? Ti confesso che tornando a casa mi son posto anche questo problema, poiché lo scrutinio di lista è votato e non ci si pensa piú.

«La Camera s'è prorogata al due marzo. Io parto domattina; passerò il lunedí e forse anche il martedí grasso in casa Carrè. Poi vado a Villascura. Ci ho dei fastidi anche là. Circolano proteste, si raccolgono firme contro i miei discorsi e i miei voti.

«Mi fischieranno; che importa? Nessuna mano mi gitterà fiori; sia! Se avessi uno stemma, vorrei questo motto: "Contro i piú." Addio, cara Elena. Credi tu che Pergolese e lei sieno ora insieme?

DANIELE.»

 

Al senatore G. B. Clenezzi a Roma.

«Caro Clenezzi,

«S'ho ch'Ella mi è sempre stato un buono e fedele amico; so che si ricorda ancora di me dopo tanti secoli; anzi La ringrazio di avermi fatto mandare, quindici giorni or sono, dei versi che hanno toccato il cuore a me come a Lei, anche senza la musica del Pergolese e la voce di donna Laura. Ma per me, caro Clenezzi, la poesia è morta o almeno è partita piangendo, come dicono quelle strofette che io ricambio con ingrata prosa. Oramai preferisco la prosa, quantunque triste, quantunque dura. Sono come qualcuno che, avendo perduto una persona cara, si mette tutto negli affari piú aridi, piú molesti e fugge la musica.

«Lei sa che il 31 marzo scade l'ultimo pagamento che deve fare mio marito, secondo la convenzione con l'avvocato Boglietti, sotto pena del procedimento penale. Ora credo che ci troviamo in pessime acque e che mio marito non potrà assolutamente pagare. Le dirò tutto: non mi costa affatto il parlarne. Una piccola malattia da cui esco mi ha affatto spostata la sensibilità. Certe inezie mi fanno piangere, certe rovine mi lasciano indifferente.

«Quando dunque mio marito andò a Roma nel novembre dell'anno scorso, credo che del soffio di fortuna toccatogli, com'Ella sa, in estate, non rimanesse quasi piú traccia. Il pagamento di settembre, e probabilmente, altri debiti urgenti, avevano consumato quasi tutto. È anche per questo che io restai a Cefalú, desiderando evitare ogni spesa superflua. Mio marito mi lasciò, partendo, pochissimo danaro. Appena partito lui, scopersi una quantità di debitucci anche qui, con operai, con piccoli commercianti, da arrossirne! Io avevo da parte la somma speditami a Roma da mio zio lo scorso luglio e che Lei ritirò per me dalla Banca Nazionale. Mio marito non ne sapeva niente, e poiché, allora per allora, dopo la sua vincita al giuoco non gli occorreva piú, io la serbavo per l'ultimo pagamento, certa com'ero che ci si sarebbe trovati alle strette da capo. Della povera gente veniva da me tutti i momenti per avere il suo. Scrissi a mio marito. Mi rispose che persuadessi costoro ad aver pazienza, che per ora non poteva assolutamente soddisfarli. Cosa dovevo fare? Pagai con questi danari che avevo in disparte.

«Mio marito fece una corsa qua dieci giorni sono. Seppi dopo la sua partenza che ha cercato invano di contrarre un prestito. Seppi altresí che la persona cui si rivolse era disposta a dargli una somma ragguardevole purché la cambiale fosse sottoscritta anche da mia madre. Mio marito ruppe le trattative. Non n'ebbi sorpresa. Egli insistette lungamente, l'anno scorso, presso la mia famiglia, per avere del danaro che gli fu ricusato, e poté pensare, per effetto di un equivoco inutile a raccontarsi, che mio zio, mia madre ed io ci fossimo fatti giuoco di lui. Ora Ella comprende la sua fierezza. Lo credo capace di affrontar qualunque rovina piuttosto che accettar niente da noi. Vi è questo buon metallo nel suo carattere, e, ogni volta che vi cade su un gran colpo, suona. Quando seppe che avevo pagato quei piccoli creditori di cui Le parlai, andò sulle furie e volle farmi subito un'obbligazione per l'intera somma sborsata. Io gli toccai allora del prossimo pagamento; mi rispose che non avessi a incaricarmene. Adesso mi si riferiscono delle mezze frasi sinistre che gli sarebbero sfuggite qui; e forse qualche ambigua parola la disse a me pure. Anche l'estate scorsa, in Roma, mi parlò di quel che avrebbe fatto, non potendo salvar l'onore; però allora tornava dal giuoco, ebbro di fortuna.

«Caro Clenezzi, è una cosa semplice. Tutto quello che farebbe la moglie piú devota al proprio dovere, voglio farlo. Quale via tenere non lo so; e non posso pensarci, proprio fisicamente. Se Lei mi dicesse: bisogna dare tutto fino all'ultimo anello, vivere di carità, io darei tutto e morrei, ecco. Mi dica dunque che debbo fare. Lei penserà: perché non scrive alla sua famiglia? Debbo scrivere? Scriverò. Ma in ogni caso bisognerà che il danaro sia spedito a Lei, che Lei abbia la bontà d'aggiustar la cosa con l'avvocato Boglietti come crederà meglio, conoscendo l'animo di mio marito verso i Carrè. Quale somma chiederò? Mi risponda subito, perché aspetto mia madre fra pochi giorni. Vorrebbe venir per mare, ma potrà anche mutar itinerario, e passare da Roma, se occorre che porti questo danaro. Mio zio è appena convalescente e non vorrei scrivergli una lettera simile quando sarà solo.

«Ho rimorso, amico mio, d'imporle tanti fastidi per un po' di gratitudine stanca e fredda. Non mi sento neppur il coraggio di offrirgliela. Le dirò solo: faccia un'opera buona. Vorrei tanto farne anch'io e non posso! Non parli a nessuno di questa lettera, e, quando può pensare alle cose inutili, pensi anche a me.

L'amica sua

ELENA CARRÈ DI S.G.»

 

Alla baronessa Elena Carrè Di Santa Giulia, a Cefalú.

Roma, 7 marzo 1882.

«Gentilissima amica,

«Da quattro giorni sono inchiodato in casa con i miei dolori soliti. Che fare? La cosa premeva forse piú di quel che Lei crede. Mi perdoni, ho fatto chiamare suo cugino il deputato Cortis, per il quale ho grande stima, gli ho detto tutto e l'ho pregato di fare le mie veci. Credo per verità che in questo momento sia sopraccarico di lavoro: Commissioni parlamentari, un giornale da fondare, il riscatto delle ferrovie venete che l'occupa moltissimo. Non saprei tuttavia chi potesse incaricarsi con maggiore interesse. Infatti, appena ebbi pronunciato il Suo nome, s'impadroní del mandato, piú che io non glielo abbia offerto.

«Per parte mia non posso che darle un consiglio: venire a Roma.

«Scusi la calligrafia: sono costretto di scrivere con la mano sinistra.

«Le bacio la mano con la piú viva speranza di presto vederla.

Suo dev.mo

G.B. CLENEZZI.»

 

Alla baronessa Elena Di Santa Giulia, a Cefalú.

Roma, 14 marzo 1882.

«Non dolerti di me, cara Elena: non potevo rifiutare un servigio a Clenezzi che malediva la gotta. Per quell'ottimo uomo farei qualunque cosa, anche la parte dell'intruso.

«Sono andato dunque dall'avv. Boglietti martedí 7, ma era a Firenze per una causa, e seppi che non sarebbe tornato prima di iersera. Lo vidi stamattina, gli parlai e sono incaricato da Clenezzi di riferirti cosa si è conchiuso. Boglietti era molto inquieto per questa scadenza. La somma, che comprende capitale, interessi e spese, ammonta a lire 16.800. Io credetti rassicurare l'avvocato dicendogli che, se il suo debitore non fosse stato in grado di pagare, la famiglia Carrè avrebbe sicuramente provveduto. Lo persuasi quindi dell'opportunità di astenersi per qualche tempo da qualunque procedimento contro tuo marito, quand'egli non adempisse all'obbligo proprio. Si convenne che mi avvertirebbe subito del mancato pagamento e che aspetterebbe il danaro sino al 15 aprile. Ora Clenezzi che, tra parentesi, sta meglio, chiamerà a sè tuo marito, e, parlandogli quasi a nome della Presidenza del Senato, già mescolata a questa faccenda, gli domanderà se crede di poter pagare; rispondendo egli negativamente gli prometterà di ottenergli una proroga. Intanto, voi avrete agio, fino al 15 aprile, di fare il pagamento e di cercare o no una spiegazione per tuo marito.

«Scrissi a mia madre di venire a Roma appena le sarà possibile. Poiché la cosa deve farsi, si faccia subito. Pare che arriverà verso la fine del mese. Ho preso da domani, 15, un appartamento in piazza Venezia. Strepito grande: mia madre vi si deve divertire. Non so perché, mi pare che stando con lei preferirò anch'io lo strepito alla quiete. Ma questo che importa? In altre circostanze il viver con lei mi sarebbe un sacrificio incomportabile; ora ci sono quasi indifferente, non posso in coscienza farmi un gran merito presso di te se ho ceduto alle tue preghiere.

«È probabile ch'io rassegni presto le mie dimissioni da deputato. E anche di questo che te ne importerà? Ah, Elena, Elena, faccio forse male a scriverti cosí, ma se il mio cuore certe volte trabocca, bisogna bene che n'esca del sangue amaro. Ho dunque ricevuto dal collegio una lunga lettera di protesta contro la mia condotta parlamentare. Non crederai mica che l'amaro stia qui? La lettera ha 226 firme; non ti so poi dire quante sieno false, quante di non elettori. Ne fu spedita una copia autentica alla Presidenza della Camera. Questi 226 imbecilli non si avvedono di rendermi un gran servigio. In tutt'altro momento mi sarei riso della loro prosa; ora è una fortuna per me di poter uscire da questa Camera che affonda, posando la mia candidatura per le elezioni generali a suffragio allargato. Non so se mi dimetterò ora o se aspetterò la discussione delle spese militari che mi tenta. Probabilmente mi atterrò al primo partito e bisognerà decidersi presto, perché pare che la Camera si proroghi fra dieci o dodici giorni. Farò un'uscita rumorosa, rompendo tutti i vetri possibili.

«Riprendo a casa questa lettera incominciata alla Camera dove oggi credevo parlare sul riscatto delle ferrovie venete, che poi passò in silenzio, perché tutta questa gente pensa ad altri attuali o futuri affari consimili delle proprie rispettive provincie, figli tutti di un solo riscatto.

«Uscii a pigliar aria con il mio discorso e molte altre gravi cose sullo stomaco. Mi sentivo male. Trovai una signora che voleva condurmi a villa Borghese nella sua carrozza; ma io avevo bisogno di preparare, almeno mentalmente, un articolo di rivista che devo consegnare fra tre giorni e di cui non ho ancora scritto una riga. Lasciai dunque la signora e mi feci portare alla villa Wolkonsky, dove c'è delle rose, delle rovine, dei corvi e del silenzio quanto se ne può desiderare in certi momenti psicologici che conosco. Sedetti all'ombra di un'arcata dell'Acqua Claudia, in faccia a Santa Croce in Gerusalemme e al deserto romano, e incominciai a meditare il mio articolo: Un'idea del principe di Bismarck. Usciva, lí accanto a me, dai mattoni del pilastro antico, una piccola mano di marmo con il suo avambraccio tornito.

«Per un momento non pensai a Bismarck né alla sua idea di un solo ministro responsabile nel gabinetto. Della poesia, cara Elena? Del sentimentalismo? Dove posso aver preso questo male? Sta tranquilla, mi durò poco. Mi dissi subito che le piccole mani bianche non hanno piú che far meco oramai, e finii l'articolo con un calore d'ambizione che dovrò poi smorzare al tavolino. Se invecchierò e non sarò diventato ministro, mi farò eremita a Santa Croce in Gerusalemme; e nell'ora del demonio meridiano andrò là lontano sotto gli archi solitari, nella fragranza malinconica delle rose, a meditar su quella mano femminile e sul tempo passato.

«Credo che a quest'ora la zia Tarquinia sarà arrivata costà. Ti prego di farle i miei saluti.

«Se ti avessi proprio offesa nell'assumere un incarico affidato da te al senatore Clenezzi, e nello scriverti ancora malgrado il tuo silenzio di un mese, perdonami.

«Clenezzi ti saluta e saluta tua madre. Mi disse oggi stesso: Le scriva di venire a Roma, presto, subito. Io stavo per chiudere la lettera senza riferirti le parole dell'amico tuo. Perdona anche questo, se credi, al

devoto cugino

D. CORTIS.»

 

A Daniele Cortis deputato al Parlamento, a Roma.

«Caro Daniele,

«Elena ti ringrazia tanto di quel che hai fatto per lei e ti dice che aveva scritto a Clenezzi perché ti sapeva tanto occupato. Cosa vuoi? Non bisogna piú meravigliarsi di nulla. Quando si dice che ti scrivo da Cefalú e che sono all'albergo, a pochi passi dalla casa di mia figlia! Non so piú in che mondo mi sia. Ho trovato Elena abbastanza bene di salute, ma molto e molto giú di spirito. Povera Elena, se sono disgraziata io d'avere un genero simile, figurati lei! Per fortuna ella è meno sensibile, meno nervosa di me; al suo posto sarei morta dieci volte.

«Pare che a giorni partiremo per costà. Grazie a te, si potrà respirare un poco, prima di questo benedetto pagamento; ma pure è bene, come dice Clenezzi, di venire sul luogo. Ti prego di trovar due camere e un salotto alla Minerva, possibilmente non troppo in alto. Ti telegraferò il giorno dell'arrivo, quando però non si cambi idea, poiché qui si cambia idea tutti i momenti. Non conosco piú Elena.

«Ho lasciato mio cognato a star benino. C'entra pure la volontà sua se sono all'albergo. Ah, caro Daniele, fra che gente mi tocca vivere! «A rivederci presto, speriamo. Cerca, se è possibile, che le camere guardino sulla piazza.

La tua aff.ma zia

TARQUINIA.»

P.S. Arriva ora un biglietto enigmatico di mio genero che aumenta le inquietudini d'Elena e spaventa me pure. Ora è deciso che saremo a Roma il 24 col diretto delle 1,45.

CAPITOLO XII.

A PASSI DIFFICILI

«Signor Boglietti!» gridò l'usciere entrando nel salotto di via della Missione, dove si va per parlare ai deputati. C'era folla: chi scriveva, curvo sul banco degli uscieri, chi entrava peritoso, chi usciva in fretta, una quantità di facce infastidite o trepide o vanitose aspettavano in silenzio.

Nessuno rispose all'usciere; tutte le facce si guardarono a vicenda.

«L'onorevole Cortis!» gridò colui, piú forte. «Chi desidera l'onorevole Cortis?» Allora uno che stava parlando sottovoce con alcune signore nel secondo salotto, si scosse ed entrò nel corridoio scuro, in fondo al quale Cortis lo aspettava.

«Cosa c'e?» disse questi, asciutto. «Passi.»

E fece entrare il signor avvocato in una sala dove un altro visitatore ossequioso si confessava al suo deputato. Boglietti diede un'occhiata a quei due, esitò un istante. Cortis si strinse nelle spalle.

«Parli, parli» diss'egli, sedendo sul divano.

«Ecco» incominciò colui, piano. «Io sono proprio dolentissimo, signor deputato, di ciò che Le debbo dire, e, prima di venire al punto, vorrei che Ella si persuadesse...»

Cortis guardò l'orologio.

«Venga pure al punto» diss'egli senza turbarsi.

«Che vuole?» rispose l'altro. «Ho pensato a questa proroga; mi sono domandato se proprio avevo facoltà d'accordarla. Forse no, non l'avevo; tuttavia, passi! Per una questione cosí, per una questione di quindici giorni avrei anche potuto arbitrare. Ma poi ho avuto delle informazioni decisive.»

«Ebbene?»

«Intanto, so da persona che ha parlato con il barone stesso, che ora le relazioni fra lui e la famiglia di sua moglie sono pessime...»

Colui tacque un momento, come aspettando una parola di Cortis, che non venne.

«E poi» proseguí «so pure che il barone è stretto da parecchi altri impegni urgentissimi, gravissimi. Insomma, se si fosse trattato d'un affare mio proprio, avrei forse lasciato correre; ma cosí...»

«Ella ritira la sua promessa» interruppe Cortis, alzandosi.

Il signor avvocato si alzò pure, protestando di non aver creduto dare una promessa formale, di essere accoratissimo. In quel momento l'altro deputato, congedatosi dal suo interlocutore, disse a Cortis:

«Non vieni? Si vota.»

«Vengo» rispose questi. «È forse l'ultima volta.»

«Che, che!» esclamò colui dal corridoio, andandosene.

«Vado subito» riprese l'avvocato. «Ho dunque dovuto scrivere stamattina al barone di Santa Giulia, avvertendolo che non c'è dilazione alla scadenza.»

«Ha già fatto anche questo, Lei?» disse Cortis guardandolo fiso, con la sua freddezza sarcastica. «Venga da me domattina alle nove.»

«Domani, sabato, 25» disse l'altro pensando a capo chino e lisciandosi la barba. «Alle nove non posso. Non posso prima di mezzogiorno.»

«Allora, a mezzogiorno. In casa mia. Sta bene?»

«Sí, signore.»

Boglietti se ne andò e Cortis guardò da capo l'orologio.

Erano le tre. Elena e la contessa Tarquinia dovevano essere arrivate alla Minerva da un'ora. Cortis aveva pregato il senatore Clenezzi di recarsi alla stazione in vece sua. Egli entrò nell'aula a votare e dieci minuti dopo uscí da Montecitorio, s'avviò passo passo verso il Pantheon.

Qualcuno che lo incontrò allora, affermò poi di non averlo mai veduto cosí pallido. Sentiva Elena vicina e sentiva insieme il confuso impero di altri pensieri, di necessità non ancora ben conosciute ma che lo venivano premendo ogni giorno piú. Il discorso, anzitutto, il discorso che aveva deliberato pronunciare l'indomani prima di rassegnare le proprie dimissioni; un discorso inteso a oltrepassar la Camera e a toccar gli elettori futuri, sí che voleva raccolto tutto il nerbo del suo spirito. Poi questo nuovo rabbuiarsi dell'affare Di Santa Giulia, la urgenza di provvedere, il fosco poscritto della contessa Tarquinia. Aveva dato il convegno all'avvocato per l'indomani senza avere un chiaro concetto di quello che farebbe, con il solo istinto che convenisse toglier subito il barone da questo incubo, anche obbligandosi direttamente in vece sua. I Carrè avrebbero approvato in seguito. Come conciliare la cosa con le convenienze e con la suscettibilità del barone non lo sapeva ancora, ma ci penserebbe nella notte. Per ultimo, lo turbava anche la venuta imminente di sua madre. Faceva questo sacrificio per Elena, avrebbe fatto ben altro! Ma pure quella relativa indifferenza, di cui le aveva scritto sinceramente, veniva meno in lui all'appressarsi del vero.

Gli pareva poi che tante preoccupazioni pesassero sopra una stanchezza nuova del corpo, un torpore strano di che aveva accusato, in addietro, l'eccessivo lavoro, le ostinate insonnie; ora ne accusava Elena che empiva Roma della sua presenza, che metteva nell'aria un calor molle, spossante. In piazza Capranica un tale lo salutò per nome e soggiunse: «A stasera!» Gli venne in mente che quella sera si sarebbe tenuta in casa sua una riunione di amici politici, azionisti e collaboratori, sicuri o sperati, del futuro giornale, per udire da lui, Cortis, lo schema del suo discorso e discuterlo; poiché di lí doveva pigliar le mosse il giornale. A stasera, aveva detto colui, e Cortis s'era sentito riafferrare al petto dall'alta idea della sua mente, dall'austero dovere impostosi; s'era sentito scoter via le molli fantasie, le fiacchezze del cuore, infonder nel corpo una forza nervosa.

Entrò nell'albergo della Minerva fra uno sciame di vecchie signore e di preti francesi. Il portiere, che stava discorrendo con un bel cappuccino, vide Cortis e gli disse subito:

«Arrivate. Il signor senatore Clenezzi è uscito in questo punto e ha lasciato detto che se Lei veniva, dovesse salir subito subito dalla signora contessa.»

Cortis era conosciuto alla Minerva. Aveva scelto egli stesso le camere per la contessa Tarquinia, al secondo piano. Salitovi, la trovò sola, di pessimo umore, accesa in viso, guasta la pertinace bellezza dal viaggio faticoso. Lo accolse male, sulle prime, gli dichiarò che la politica lo aveva guasto nel corpo e nell'anima, perché era lí magro, succhiato dalle streghe, un orrore; perché non gli era rimasta neppur tanta amabilità da venir lui alla stazione invece di mandarvi quel povero vecchio storpio di Clenezzi. Ma già la politica era un male peggiore della gotta!

«E poi» soggiunse «Vostra Signoria si fa aspettare, per sua bontà, un secolo anche all'albergo. Sí, sí, un secolo, un secolo, non serve che La dica di no.»

«Elena?» chiese Cortis.

L'altra, piccata di quell'indifferenza, non gli rispose, continuò il suo sfogo:

«Non dico niente poi delle camere. Si capisce, figlio caro, che non hai donne in casa.»

«Ne avrò, zia» disse Cortis tranquillamente.

La contessa Tarquinia s'imbarazzò, si fece di scarlatto, tacque.

«Dunque?» ripigliò il primo. «Elena?»

«Andiamo» rispose la contessa rabbonita, «qua la mano e facciamo la pace. Elena benissimo, sono contentissima!»

Pronunciando a voce molto alta queste ultime parole, ella accennò all'uscio della camera vicina, poi si coperse un momento il viso con le mani, le agitò in aria, alzò gli occhi al soffitto.

«Non capisco niente» sussurrò poi facendosi intendere piú con il gesto che con la voce, «non capisco niente!»

«Oh!» fece Cortis, staccandosi da lei.

Elena stava sulla soglia della sua camera, pallida, sorridente, scomposti i capelli, gli occhi piú grandi, la vita piú fine che mai. Pareva una giovinetta. Strinse la mano a Cortis, con uno sguardo che non sorrideva piú, con un leggero tremito della bocca. Poche parole fredde, quasi di cerimonia, furono scambiate tra loro con voce sommessa, vacillante. Seguí un silenzio di qualche momento. Elena guardò sua madre.

«Benedetta!» disse la contessa Tarquinia. «Perché non parli tu? Bene» soggiunse sospirando dopo aver atteso invano risposta, «parlerò io. Caro Daniele, qui bisogna che facciamo subito consulto. Capisci, già! Povero Daniele, hai fatto tanto a quest'ora e ti siamo tanto grate! Ma proprio, poi; tanto grate: quel che è vero, è vero; ma di cuore, poi. Non badare a Elena se non dice niente, perché alle volte è insulsetta anche lei, poverina, come sua madre.»

Elena alzò in viso a Daniele l'umido fuoco scuro degli occhi. Né lei, né lui fiatarono.

«Tu sai, non è vero» continuò la contessa, «di certi discorsi da matto, dico io, che mio genero ha fatto a Cefalú. Va bene. Sai anche di una sua lettera, te ne ho scritto io da Roma; ma non sai mica i termini. Ecco, dunque. Premettiamo che a casa Carrè non si scrive mai, che mio cognato e io siamo scomunicati fin dall'estate scorsa, con quella bella colpa, per parte mia! Basta, è meglio non parlarne di quella faccenda là. Avviene adesso che io mi trovo finalmente in grado di andar a vedere Elena; tu sai in che pena ero, che non l'auguro, un'angoscia simile, neanche a un cane; dunque vado e, naturalmente, vado all'albergo, a quel famoso albergo d'Italia... basta, fa niente. Vado all'albergo. Sfido, in casa degli altri per forza, no, già! E poi Lao m'avrebbe accoppata. Fatto sta che quattro giorni dopo il mio arrivo, proprio appena, si può dire, il tempo materiale per lui di saperlo, capita questa lettera da Roma.»

«Per te, zia?»

«Per Elena.»

La contessa incominciò a declamare con il cipiglio e la cantilena di chi studiatamente ripete boriose parole di persona spiacevole:

«Il barone sapeva benissimo che la sua cara suocera era a Cefalú e comprendeva perfettamente che non avesse osato prendere stanza in casa sua. Questa era la piú sincera confessione dell'indegno procedere di casa Carrè (cosí, proprio cosí!). Di tale procedere si vedrebbero presto conseguenze ben piú gravi; ma Elena doveva star sicura ch'egli non si abbasserebbe mai davanti ai Carrè, per paura di niente. Avrebbe presto la compiacenza di mostrare a lei, a loro, a tutti quanti, quale fosse in lui il sentimento del dovere e dell'onore; darebbe uno schiaffo in viso, ma non diceva come, ai suoi cari parenti, e peggio d'uno schiaffo se c'era in essi un briciolo di coscienza. Non voleva che Elena si pretendesse relegata a Cefalú. Egli era generoso e la lasciava perfettamente libera di andare o stare a piacer suo. Oramai non gli importava piú di nulla al mondo. Presto la lascerebbe anche piú libera di cosí!»

«Capisci?» concluse la contessa. «Per me dico che son tutte chiacchiere, ma quella là si è agitata moltissimo. Allora ho creduto di rispondergli io su questo punto della mia confessione e del suo abbassarsi davanti ai Carrè; e mi pare anche d'aver risposto benino, pesando le parole con un giudizio, non faccio per dire, da santa. Gli ho poi detto che, approfittando del suo permesso, mi proponevo di condurre Elena, per qualche tempo, nel Veneto, ma che ci saremmo trattenute alcuni giorni a Roma per stare un po' con lui. Qui aggiungevo delle parole affettuose sui suoi dispiaceri, sulla nostra buona volontà di aiutarlo in tutti i modi possibili. Elena poi aggiunse alla mia lettera un biglietto in cui gli diceva che veniva a Roma con l'intento di essergli utile anche contro la sua volontà stessa, occorrendo; e gl'indicava il giorno e l'ora del nostro arrivo, l'albergo dove saremmo scese. Non risponde, ma passi; forse non c'era tempo, se vuoi. Si vien qua, si spera di trovarlo alla stazione. Euh! nessuno. Ne domandiamo a Clenezzi, e Clenezzi, rosso come un Bacco, c'impasticcia che l'ha veduto anche stamattina, che sta benissimo, che sarà andato qua, che sarà andato là. Non c'è stato il tempo di spiegarsi, ma si capisce che anche le nostre lettere non hanno fatto niente. Adesso dimmi tu. Quest'affare della scadenza è ben combinato?»

«Sí, sí, combinato» rispose Cortis in fretta, non volendo turbare inutilmente le signore: perché, se le cose non erano in quel momento composte, certo dovevano comporsi l'indomani a mezzogiorno.

«E lui» riprese la contessa «lo ha saputo della proroga?»

«Lo ha saputo.»

«E cosa ne ha detto?»

«Io non gli ho parlato mai, ma so da Clenezzi che se ne mostrò contento e che lo ringraziò molto.»

«Bene, e ora dimmi, caro te: cosa abbiamo da fare? Lui si capisce che non intende lasciarsi vedere. Dobbiamo scrivergli? Dobbiamo andarlo a cercare?»

La contessa Tarquinia si pose ad alitare affannosamente, mordendosi il labbro inferiore e battendo le palpebre, come se quell'idea di andar lei a cercar suo genero, dopo toccatene tante ingiurie, le movesse su dal cuore delle lagrime di rabbia.

Elena non aveva mai aperto bocca. Seduta in faccia a sua madre, non pareva nemmeno aver fatto attenzione al lungo discorso di lei, guardava nel vuoto con gli occhi spenti, immobili.

«Che data» disse Cortis dopo aver pensato alquanto «che data aveva la lettera?»

«Quale?»

«Quella di tuo genero, l'ultima.»

La contessa non se ne ricordava; guardò sua figlia.

«Elena» diss'ella, «mi fai piacere? Questa lettera?»

«L'hai tu, mamma» rispose Elena dolcemente. Un subito rossore le corse sul viso. Non avea pensato, nel rispondere, che ora rimarrebbe probabilmente sola con lui.

«Non mi pare» rispose la contessa, alzandosi, «ma guarderò.»

Appena colei fu entrata nella sua camera, Elena stese la mano a Cortis, che l'afferrò con ambo le proprie. Gli occhi le si velarono, le labbra dissero piano piano:

«Perdonami.»

«Oh!» diss'egli. «Ma perché?...»

Elena gli lesse in viso le parole imminenti; era il perché delle sue freddezze, del suo lungo silenzio che egli voleva sapere. Lo interruppe subito:

«No, no, non è questo che devi perdonarmi. È un'altra cosa. Bisogna che ti parli; in un altro momento!»

Parve che l'uscio della contessa Tarquinia si aprisse; Elena ritirò subito la mano. Non fu vero. I due si guardarono ancora pochi secondi. Allora la contessa entrò con la lettera spiegata. Non poteva vedere Elena in viso, ma vedeva Cortis. Si fermò di botto e gli disse:

«Ti senti male?»

«No, zia.»

La voce era ferma e forte.

«Sedici marzo» soggiunse la contessa porgendogli la lettera.

«Aspetta» rispose Cortis. «Io credo di avere scritto ad Elena il 14, e a lui fu parlato della dilazione almeno tre giorni dopo, perché Clenezzi non lo poté vedere prima del 17. Dunque non ne sapeva niente quando scrisse quella lettera lí. Poi si sarà ammansato. Lo sa che siete alla Minerva?»

«Sí, gli fu scritto.»

«Allora, se oggi non si lascia vedere, Elena potrà cercar di lui domani. Intanto gli dovrebbe mandare un biglietto.»

Cosí dicendo Cortis si voltò a sua cugina, che rispose sottovoce senza scomporsi:

«Vado al Senato fra un'ora, con Clenezzi.»

«Benedetta!» esclamò la contessa. «Tu te la intendi con la gente cosí alla sorda e alla muta, e non parli neanche dopo! E noi si sta qui a consultare!»

«Hai ragione, mamma. Ho creduto che l'avessi inteso. Sono una gran distratta.»

Cortis partí pochi minuti dopo, malgrado sua zia volesse trattenerlo sino al ritorno di Clenezzi, per altre intelligenze da pigliare insieme. Ella finí con dirgli che per questa volta lo lasciava andare, ma che, se voleva il perdono de' suoi peccati, doveva porsi dall'indomani mattina in poi a sua disposizione, e non si accettavano scuse politiche. Va bene tutto, diceva la contessa, ma passare da Roma dopo tanto tempo e non veder niente, questo no! L'indomani, sabato, non era giorno di villa Borghese? Almeno un corso!

Cortis, pieno il cuore di quella mano toltagli bruscamente, di quello sguardo scambiato poi, scese ad attendere il senatore Clenezzi in piazza della Minerva. Voleva prevenirlo, impedire che accompagnasse Elena al Senato. Non conveniva ch'ella vedesse il barone ora; prima lo voleva vedere lui, Cortis; lo voleva rassicurare su questa proroga disdetta dall'avvocato Boglietti. Clenezzi arrivò da via della Palombella zoppicando e borbottando tra sè. Quando vide Cortis da lontano affrettò il passo, cacciò fuori tanto d'occhi, si mise a fargli segni, lo assalí fremendo e sbuffando, con una serie di «ma non sa? ma non sa?», e appiccicatoglisi al braccio, gli raccontò che Di Santa Giulia era venuto da lui, furioso, con una lettera dell'avvocato in cui si disdicevano gli accordi presi. Lui, stupefatto, aveva risposto di non saperne nulla. L'altro, quel mascalzone, gli aveva replicato male. Allora Clenezzi s'era sentito ribollire il suo buon sangue bergamasco e gliele aveva suonate chiare, al bestione. Le mani e il mento gli tremavano ancora di collera; metteva dei rantoli da vecchio mastino irritato. Bel muso, però, anche quel signor Boglietti! Cos'era questo dire e disdire? Un gran buffone, per lo meno. E adesso, come fare a condur la baronessa in Senato? Cosa dirle?

Cortis lo acquietò. Bastava dire a Elena che suo marito non era piú al palazzo Madama e che oramai per quel giorno sarebbe inutile andarne in traccia. Quanto all'affare Boglietti, se ne occuperebbe lui, Cortis; aggiusterebbe tutto lui.

«Caro il mio signor Cortis!» esclamò il senatore a mani giunte. «Se Le sono mai obbligato! E adesso» soggiunse «bisognerà salire da queste signore.»

«Ma poi» disse Cortis, sorridendo, «oggi, venerdí, non è giorno di Trastevere? Non è giorno di... di... di...?»

«Ah! ah!» rispose il senatore, sfogandosi amaramente prima nel suo dialetto e traducendosi poi: «I è andàc in malúra à quèi, sono andati alla malora anche quelli!»

Cortis, rimasto solo, riafferrò l'immagine di Elena, la dolce parola «perdonami» e insieme l'atto, la voce, lo sguardo con cui era venuta. Altre immagini lo assalivano, non lo lasciavano fermarsi in un pensiero; il colloquio desiderato da lei, la lettera del marito, le parole «presto la lascierebbe piú libera di cosí.» Paurose parole! Si vide nel cuore qualche cosa che gli avrebbe fatto ribrezzo se non avesse saputo che ogni miglior cuore umano è come una casa aperta, monda e ornata; furfanti che non vi saranno ospiti mai, possono, senza colpa del padrone, affacciarvisi, mettervi piede un momento. Si accorse, cosí pensando, di essersi inconsapevolmente avviato a piazza Venezia. Punto quasi da un rimorso, tornò indietro, si recò al palazzo Madama, e, saputovi che il senatore Di Santa Giulia abitava in via delle Muratte, vi andò difilato.

Rassicurarlo, dirgli che al pagamento del 31 marzo sarebbe provveduto, fargli credere che il benefizio venisse dal Governo, apponendovi la condizione di uscire volontariamente dal Senato; non vi era altra via da tentare. Di Santa Giulia vantava grandi benemerenze presso la Sinistra; forse crederebbe. Non v'era altra via.

Il senatore era fuori. Cortis gli scrisse sopra un biglietto di visita, invitandolo a recarsi da lui l'indomani, sabato, a mezzogiorno «per affari urgentissimi.» Chiese poi alla fantesca che gli aveva aperto se il senatore avrebbe sicuramente rincasato prima dell'indomani. Colei credeva che sí; ma il signor senatore era diventato tanto strano! Faceva con lei tali discorsi che proprio non ci sarebbe da stupire se un giorno o l'altro succedesse una disgrazia. Doveva avere di gran fastidi, povero signore! La donna, una chiacchierina toscana, avrebbe continuato Dio sa quanto su questo tono, se Cortis le avesse dato retta. Ma a Cortis premeva ora tornare a casa. Passando da una farmacia, entrò a farsi dar qualche cosa per dormire, buttò sul banco la ricetta d'un suo collega, dicendo di desiderare una dose piú forte. Soffriva da alcun tempo insonnie penose. Sprezzatore, nella sua robustezza fisica, d'ogni bisogno del corpo, sprezzatore e ignaro insieme d'ogni arte medica, non pigliava medicine mai se non per qualche sofferenza che gl'impedisse lo studio o l'azione; e allora si curava brutalmente, combattendo il solo fenomeno con gli specifici piú violenti. A casa si ordinò un caffè fortissimo, salvo a prendere il cloralio la notte prima di andare a letto; poi si chiuse a lavorare nel suo studio, dove dieci o dodici sedie erano già preparate agli amici attesi per le nove di sera.

CAPITOLO XIII.

VERTIGINE

Alle nove e un quarto gli amici fumavano e chiacchieravano intorno a Cortis, che andava dall'uno all'altro, acceso in volto, con gli occhi scintillanti, parlando, scherzando, come se Elena, suo marito, la signora Cortis non fossero esistiti mai, se tante angustie si fossero dileguate dal suo cuore per sempre. V'erano dei giovani deputati in cravatta bianca, disposti a fare lí un po' di politica e a riderne piú tardi in qualche veglia elegante; v'eran dei senatori serii e un po' a disagio nella compagnia di quei primi; v'era un paio di giovani ancora piú serii che tornavano dall'aver studiato scienze sociali in Germania; v'eran due o tre poderosi signori dell'alta Italia che aiutavan di borsa, largamente, a fondare il giornale. Cortis aperse la seduta annunziando che tutto poteva considerarsi pronto per la pubblicazione di questo. Si aveva un capitale sottoscritto di 450.000 lire; la tipografia era pronta, locale, macchine e persone; pronta la redazione e i principali corrispondenti esteri; gl'italiani si troverebbero subito. Cortis prometteva l'assidua opera propria, almeno sino all'apertura della Camera nuova. Ora occorreva intendersi sul miglior momento d'uscire. Cortis era risoluto, come gli amici sapevano, di pigliar occasione da una protesta dei suoi elettori per pronunciare un discorso l'indomani, ultima seduta avanti le vacanze pasquali, e dimettersi. Avrebbe esposta molto esplicitamente la sua fede politica, appellandosi dagli elettori attuali ai futuri. Poiché egli avrebbe in seguito diretto il giornale, si credeva in dovere di comunicare agli amici le idee che intendeva svolgere alla Camera, benché certo non potessero riuscir nuove ad alcuno di essi. Se piacessero, se il discorso trovasse qualche eco nel paese, diventerebbe forse opportuno annunciare al pubblico il nuovo giornale come sorto da questo impulso, e uscire con esso né cosí tardi che il discorso fosse dimenticato, né cosí presto che la connessione dei due fatti apparisse premeditata.

Ciò posto, Cortis incominciò a esporre brevemente quello che si proponeva dire, con maggior diffusione, alla Camera. Egli parlava in piedi, con le spalle alla scrivania cui appoggiava la persona e puntava le mani, fissando or l'uno ora l'altro di coloro che lo ascoltavano, quale seduto contegnosamente, quale sdraiato sul canapè, quale ritto nel vano d'una finestra, fumando.

«L'ordine e la forma non importano» diss'egli. «La sostanza sarà questa.»

L'onorevole deputato che fumava alla finestra, venne a piantarglisi di fronte, a cavalcioni d'una sedia.

«Degli elettori» proseguí Cortis «protestano contro di me perché ho espresso alla Camera delle opinioni clericali. Io nego che questi signori conoscano il colore delle opinioni, e ho fondati dubbi che ignorino il senso delle parole; pure intendo cedere e rassegnare le mie dimissioni da deputato con qualche commento.»

«L'amico» disse qualcuno «non ti lascerà parlare.»

«Perché? In ogni caso deciderà la Camera. Quanto a censure e richiami è quello che desidero. Dirò dunque che sebbene io sia grato ai miei colleghi per le prove di considerazione avutene, sento attualmente nella Camera un'aria cosí viziata da poterne uscire senza dolore. E qui, se mi lasciano continuare, dirò che coloro i quali credono vicina la scomparsa, non dei vecchi partiti, ma addirittura del regime parlamentare, possono venir qua a fiutare il puzzo della sua corruzione. Soggiungerò che uscendo dalla Camera ne darò le notizie, molto forte e su tutti i toni, ai nuovi elettori, e non andrò sicuramente a predicare la trasformazione dei caratteri e delle opinioni per costituire una maggioranza molto estesa e poco vitale. Ho udito parlare piú volte nella Camera di un partito nuovo che tutti desiderano e cui nessuno vuole appartenere; io mi compiacerò di far sapere a' miei colleghi che mi sacrifico al pubblico bene ed esco appunto per andare in traccia d'un partito nuovo e ritornare, se sarà possibile, con esso.»

«Hm! Hm!» fecero alcuni scettici.

«Signori» esclamò Cortis, «se non avete fede, perché vi mettete all'impresa?»

«Avanti, avanti!» dissero quegli stessi scettici.

«Sarò meno baldanzoso» proseguí Cortis. «Studierò le espressioni. Sapete, è un discorso che sarà probabilmente molto interrotto e perciò dovrò fare a dritta e a sinistra molte scappate che ora non posso prevedere, ma l'importante è qui, questo nuovo partito. Io lascerò dunque la Camera augurando che vi entrino presto degli uomini sciolti dalle superstizioni e dalle ignoranze di un certo individualismo liberale che si crede alla testa dell'umanità, e non si accorge di passare alla coda; non si accorge di aver lavorato utilmente, sí, a distruggere tante cose, ma di aver lavorato non per sè, sibbene per uno molto piú forte, molto piú potente, che ora, trovando le vie sgombere, arriva e se lo piglia lui il mondo e lascerà forse a simili liberali qualche prato d'Arcadia e poche pecore. Questi uomini penetrati dal futuro, questa gente positiva, verrà alla Camera, convinta, a differenza di altri retori e mitologi, che nel lungo lavoro di rinnovamento sociale cui le forme moderne della produzione impongono, il migliore strumento sarà una monarchia forte, sciolta da qualunque legame con qualunque chiesa, ma profondamente rispettosa del sentimento religioso. Questi uomini saranno ispirati dal piú ardente patriottismo e non faranno mai, per un solo palmo non nostro di terra italiana, dichiarazioni né abili, né oneste.»

«Ecco» proseguí Cortis, dopo un momento di silenzio, «io svolgerò, presso a poco, questi concetti. Adesso voialtri dovete dirmi francamente la vostra opinione.»

Nessuno parlò. Cortis andò a buttarsi sul canapè, si mise a guardare il soffitto, aspettando.

«Ardito» sussurrò il senatore C... «Un discorso molto ardito.»

«Questo si sa» esclamò Cortis con un gesto di noncuranza. «Tanto ardito che forse non lo potrò fare.»

Quel deputato che stava a cavalcioni della sedia, si scosse a un tratto, picchiò forte col pugno sulla spalliera.

«Non guardo questo, io» diss'egli, alzandosi. «Non guardo l'arditezza della forma, guardo l'arditezza delle idee.»

Soggiunse che, giudicando da una esposizione cosí concisa, le idee gli parevano piú radicali di quelle nelle quali tutti i presenti si erano accordati nel trattare per la fondazione del giornale. Si era parlato, sí, e molto, di riforme sociali; ma questo era un mettere avanti troppo apertamente il socialismo di stato con pericolo di spaventare il pubblico. Adesso non voleva discutere il principio, ma certo in Italia gli mancava la conveniente preparazione, certo non era abbastanza divulgato per chiamar gente intorno a una bandiera nuova. L'onorevole deputato non approvava poi che si parlasse con dispregio della trasformazione vagheggiata da tanti nella Camera e fuori. Si poteva essere scettici su questo punto, ma non conveniva mai, in politica, offendere alcuno senza necessità.

Un giovine siciliano, reduce da Berlino, fervido fautore del socialismo cristiano, prese focosamente le parti di Cortis; disse che altro era un programma di governo, altro un programma di partito. Il riserbo e le cautele vengono col potere. Quando s'intende creare un movimento dal di sotto all'insú, ci vuole franchezza e ardimento. Chi non parla di riforme sociali? Bisogna anche dire come deve farsi questo grande lavoro: con la monarchia forte, il Reich; con l'associazione, con il sentimento religioso.

L'onorevole deputato replicò; altri intervennero nella discussione, appoggiando il consiglio piú prudente. Cortis fremeva, si agitava sul canapè, volendo tacere, lasciar liberi i suoi amici di deliberare a lor posta; ma non fu padrone, quella sera, de' suoi nervi malati, e ruppe a un tratto in una sfuriata contro i timidi e gl'incerti, investí i suoi contradditori con tale amara veemenza, da muoverli a stupore piú che a risentimento. Quand'egli ebbe finito nessuno aperse la bocca per un pezzo: tutti si guardavano attoniti. Finalmente il senatore T... prese la parola e la tenne a lungo, navigando con gran precauzione, ammirando l'ardimento degli uni, lodando la prudenza degli altri, compiacendosi di una discussione onorevolissima per tutti, anche se l'ardore delle convinzioni, il desiderio del pubblico bene, avean potuto qualche volta esprimersi con vivacità straordinaria. Dopo aver lodato tutti, l'onorevole senatore, volendo rimendare gli strappi, dovea pure passar l'ago a destra e a sinistra, pungere un poco chi aveva parlato piú forte. Appariva, secondo lui, dalla discussione, un disaccordo piuttosto apparente che reale, un dissenso sull'attuale opportunità delle cose dette dall'onorevole Cortis, anziché sul loro valore intrinseco; benché egli stesso, se proprio proprio costretto a pronunciarsi su quell'ordine di idee, avrebbe dovuto pur fare qualche riserva, come su alquanti altri giudizi che aveva uditi nella discussione.

Ciò posto, non pareva difficile all'onorevole senatore che tutti avessero a intendersi nei seguenti termini. L'onorevole Cortis parlasse pure a modo suo, ma senza nessun impegno, da parte del giornale, di prendere il suo discorso per programma. Parlasse pure audace, audacissimo. In pochi mesi di vita parlamentare l'onorevole Cortis aveva già saputo distinguersi, conciliarsi molto rispetto, molta simpatia; il suo discorso, se gli riusciva di condurlo a fine, avrebbe sicuramente levato rumore nella Camera e fuori, avrebbe dato modo di studiare gli umori, le disposizioni del pubblico, di prendere posto, col giornale, un po' piú indietro o un po' piú avanti, sul terreno migliore.

Cortis fece un atto di acquiescenza muta, sdegnosa; gli altri, chi prima, chi dopo, chi ad alta, chi a bassa voce, approvarono. Non v'era piú niente a dire. Le cravatte bianche uscirono subito; ultimo uscí anche Cortis. Prese a braccetto il senatore che aveva parlato, uomo di grande ingegno, dottrina e virtú, lo trasse con sè verso via dell'Aracli, a forza, perché colui voleva piegare verso il Collegio Romano.

«Se mi credevate matto» disse Cortis, nervoso, «dovevate farmelo sapere prima.»

L'altro protestò, ma Cortis non parve nemmeno ascoltarlo, gli dichiarò che avrebbe mandato a monte società, giornale e tutto, che si sarebbe ritirato davvero dalla vita politica. Il senatore si provò di ammansarlo, di persuaderlo che avendo richiesto gli amici di consiglio non doveva poi offendersi se il consiglio era dato liberamente. Cortis negava di aver chiesto consigli ad alcuno; tenendosi legato a quella gente, non aveva voluto muovere un passo senza dirlo, ma si era tenuto sicurissimo di una piena approvazione. Non erano le solite idee discusse tante volte sin da quando s'era stabilito di fare il giornale? No, no, Cortis lo sapeva bene, si aveva gelosia di lui, si aveva paura di creargli troppa influenza, troppa autorità. Il senatore no, ma gli altri sí; gli altri erano invidiosi, nemici occulti. Non li aveva visti il senatore? Non li aveva uditi?

I radi viandanti si voltavano a guardar quest'uomo alto e smilzo che parlava con tanta foga, con voce vibrante di tanta emozione a quell'altro grosso e piccino, tutto mansueto nel suo soprabitone all'antica. Questi cercava fermarsi sotto i fanali, a guardar l'orologio, ma Cortis non gliel consentiva, gli stringeva piú forte il braccio, lo trascinava seco per isghembo, come un ragazzo riluttante. Solo alla salita del Campidoglio il buon senatore si piantò su' due piedi risoluto a non lasciarsi trarre piú avanti.

«Caro Lei, mi faccia il piacere!» diss'egli. «Dove va?»

«Ho bisogno di camminare, di stancarmi» rispose Cortis. «Non m'ha detto Lei che va qualche volta, la sera, al Colosseo?»

«Grazie tante! Alle otto! Per amor del cielo! Alle otto. Son le dieci e mezzo, sa. A quest'ora sono sempre a letto.»

«Perché desideravo stare un po' con Lei. C'è poca gente ch'io stimi quanto Lei.»

«Grazie» rispose il senatore con un sorriso modesto e una voce cascante. «Riverisco» soggiunse facendosi piccin piccino quasi per sfuggir meglio al suo terribile interlocutore. Cortis gli strinse la mano e lo lasciò senza dir parola.

Camminava rapidamente, vedendo la Camera, i vicini intenti a lui, intento il presidente; e, in faccia a sè, sotto la tribuna di sinistra, l'orologio muto che veniva segnando, momento a momento, il passar di parole irrevocabili, il passar di un'ora fra le piú solenni, fra le piú gravi della vita di chi parlava. Talvolta la figura, lo sguardo d'Elena gli fugavano ogni altra visione; ma poi quell'aula scura, quei volti oscuri e marmorei, quel quadrante, quell'inesorabile lancetta tornavano. E si udiva parlare, udiva il cicaleccio indifferente dei colleghi, poi le interruzioni, i richiami, le ingiurie. Le sentiva veramente come schiaffi sul viso; un fiume di collera gli veniva alla bocca; egli rispondeva a destra e a sinistra con l'invettiva e il sarcasmo, solo contro tutti. Parole, attitudini, gli tempestavano nella fantasia con rapidità crescente. E camminava camminava, con i denti serrati, con le pugna strette, quando in piazza de' Fenili traballò preso da un capogiro, dovette aggrapparsi al parapetto verso il Foro, aspettare, ansando, che passasse. Quando le imminenti colonne spettrali di Castore e Polluce ristettero di girargli attorno con gli altri grandi cadaveri del Foro, tutti grigi di luna velata, rimase a guardare, quasi inconsapevole, i tre fusti potenti, il colossale mozzicone d'architrave fermo sotto i nuvoloni bianchi che veleggiavano all'Esquilino.

La pace dei secoli morti gli entrò a poco a poco nel cuore. Riprese quindi adagio il suo cammino pensando, attonito, a questa cosa nuova, a questo girar vertiginoso della vista, cui neppure una volontà gagliarda come la sua poteva arrestare. Calma, calma, ci voleva; anche per l'indomani. Non immaginò piú niente, non ascoltò che il proprio passo nella solitudine.

A un tratto si trovò sul viso il Colosseo enorme, nero fino alle nuvole. I piccoli fanali non rompean l'ombre a due passi. S'intravvedeva appena, in fondo all'entrata, l'arena chiara. Cortis si cacciò in quel buio, avidamente, parendogli uscir dal tempo in un'aria eterna, a riposare. La luna pendeva sul Celio, imbiancando in alto, a sinistra di Cortis, le gigantesche vertebre nude dell'anfiteatro. Non si vedeva anima viva. Solo un lumicino attraverso le arcate dell'entrata opposta, verso San Clemente; solo di tempo in tempo un sordo rumor di ruote dava debole segno della vita lontana.

Cortis si appoggiò a un rudere del podio imperiale, nell'ombra. Il silenzio desolato, le immense rovine cineree e nere gli davan l'idea di un cratere spento della luna, fra quelle montagne morte, al crepuscolo. E tornavano, con questo triste sogno, il viso, la voce d'Elena. Era ella dunque in un altro pianeta? Proprio in eterno non sarebbe stata sua? Il cuore si mise a battere, a battere. Si strinse con le mani il petto, temendo uno sfacelo di sè. Dio, Dio, cos'era questa prostrazione dello spirito, cos'era quest'onda che gli veniva su su su alla gola, al viso, cosí dolce, cosí amara, cosí forte? Lui, Cortis, piangere? Si voltò alla pietra antica, vi affisse la fronte.

Pochi minuti dopo uno sciame di gente sbucò nell'arena, si fermò all'entrata con degli:

«Oh! Beautiful! Wonderful!»

Cortis andò via.

CAPITOLO XIV

ERAN DEGNI DI QUESTO

Elena non dormí quella notte. Ebbe un breve sopore all'alba e sognò la sua cameretta gaia di Passo di Rovese, il vento fresco, il verde e le rose; un sogno in cui si sdegnò, quasi, con se stessa. Si alzò alle sei, andò a messa alla Minerva con il desiderio di pregare, di trovare un po' di pace. Non poté. In chiesa piú ancora che fuori si sentiva muta di fede. E invidiò, sedendo stanca nel suo banco, tutti quei devoti che avevano tante cose buone da poter domandare a Dio, che pregavano fervorosamente, come se proprio lo vedessero là fermo sull'altar maggiore ad ascoltarli. Ella invece non vedeva che la propria sua vita misera, inutile, e non desiderava niente, non aveva niente da domandare a Dio senza peccato. Gli chiederebbe forse di estinguerle la passione, il fuoco dell'anima? Oh no no, il suo tormento le era troppo caro: ne viveva. Piuttosto chiedergli di farla morire; ma che ne sarebbe di lei nell'altra vita? Che aveva mai fatto di bene, in questa? Qualche opera di carità, freddamente. Anche la sua virtú di moglie fedele, che merito religioso aveva? Nessuno. Era stata fedele, in parte per un fiero sentimento umano d'onore, in parte per non nuocere a lui, per non essere un inciampo sul suo cammino. Con quale frutto? Con questo solo; non commettere il male. Cosa ne aveva ella fatto di tanta potenza d'amore e d'opere, che sentiva nel cuore? L'aveva sepolta. No, non doveva chiedere la morte a Dio, ma la vita; non l'amore, non la gioia, non la pace, ma solo la forza di fare il bene per amor Suo, di soffrire con rassegnazione. Si esaltò in questo pensiero, un subito fuoco amaro le arse nel cuore, e chiese a Dio questo; gli disse che non gli domanderebbe mai di esser felice neppure nella esistenza futura, che accettava e benediva la Sua volontà quand'anche fosse di farla soffrire eternamente. Trovò riposo nella preghiera e un alito molle di quella pace cui non voleva chiedere. Era spossatezza, forse, e naturale effetto di uno sforzo cosí violento. La preghiera le venne morendo nello spirito stanco; quasi anche il pensiero; restava solo un senso di quiete.

Le venne poi quest'idea, che non valesse la pena di nascondere ancora il suo cuore a Cortis. Con tutto il suo studio di farsi dimenticare da lui, d'offenderlo, non v'era riuscita, e comprendeva bene d'essere indovinata da lui: l'una e l'altra cosa le davan tanta dolcezza malgrado se stessa! E allora? Il simulare diventava un sacrificio inutile. Povero Cortis, quale consolazione gli aveva dato ella mai? Di chi era la colpa se gli toccava ora la pena di vivere con sua madre? Costei le aveva scritto dei ringraziamenti pindarici, delle tenerezze nauseabonde con certe sconvenienti allusioni alle persone male appaiate, che le avean tratto al viso il suo sangue altero. La contessa Tarquinia non sapeva darsene pace; descriveva sua cognata da giovane come la piú falsa, la piú egoista creatura del mondo; una convivenza impossibile! Elena era piena di rimorsi benché avesse chiesto a Cortis per colei il solo permesso di abitare Roma. Bisognava domandargli perdono a mani giunte, vedere se non ci fosse piú rimedio. La messa era finita, la gente usciva. Elena s'inginocchiò un momento, non a pregare, ma a pensare che se fosse lecito domandar simili cose a Dio, se un'anima poco credente, poco degna come la sua potesse sperarne ascolto, gli chiederebbe di provveder lui, di liberare Cortis. Uscendo di chiesa le venne in mente con un lampo d'ironia che avrebbe dovuto ricordarsi anche di suo marito. In fatto la lettera ricevuta a Cefalú le aveva messo un'agitazione piú profonda, piú indefinibile ch'ella non volesse confessare a se stessa; ma ora, sapendo che la dilazione del pagamento si era ottenuta dopo quella lettera, ignorando che suo marito fosse stretto da altre necessità egualmente minacciose, non se ne curava piú tanto. Era andata segretamente, la sera innanzi, in via delle Muratte; il barone era fuori; gli aveva lasciata una lettera.

Che fare di piú?

Sulle scale dell'albergo incontrò il senatore Clenezzi che ne scendeva e che, vedendola salire a quell'ora, rimase lí di stucco, a mani giunte, senza nemmanco salutare.

«Cara Lei» diss'egli finalmente, «ne ha altre? Sa mica che sono appena appena le sei e mezzo?»

Elena sorrise.

«Che piacere ha d'incontrarmi!» diss'ella.

Il senatore si storse tutto, sospirò come se inghiottisse delle proteste venutegli alla bocca e rispose solo: «Basta.» Poi le parlò di uno stranissimo biglietto di Cortis, pervenutogli in quel momento. Elena trasalí, gli si porse tutta con un atto di muta domanda. Colui le diede il biglietto che diceva:

«È arrivata in Roma stamattina, improvvisamente, mia madre. Non so se mi sarà possibile venire alla Minerva verso le dieci come avrei voluto. A mezzogiorno ho affari; poi c'è la Camera e devo parlare. La prego di avvertire le signore. Se non potrò venire manderò piú tardi i biglietti per la seduta».

«Mi dica un po'» chiese il senatore prima ancora che Elena avesse finito di leggere. «Cos'è questa storia? Io ho sempre inteso e da lui e da Lei e da tutti che il signor Cortis era solo, che non aveva altri parenti se non loro. Capisco niente, io!»

Elena non rispose; teneva sempre gli occhi sul biglietto come riflettendo. Lo rese finalmente a Clenezzi.

«Va bene» diss'ella.

Clenezzi intese che ne sapeva piú di lui e che non le garbava di parlare. Si congedò, promettendo tornare verso le dieci per mettersi a disposizione della contessa Tarquinia. Era già in fondo alla scala, quando Elena ridiscese in fretta, lo raggiunse.

«Vada da Cortis» diss'ella, «veda mia zia e, quando viene, me ne dica qualche cosa.»

Il senatore, sbalordito, aperse la bocca per scusarsi, quando Elena risaliva già, correndo, la scala.

La contessa Tarquinia non si svegliò che un paio d'ore piú tardi. Quando seppe dell'arrivo di sua cognata, dichiarò netto ad Elena che tutti erano padroni di perdonare fin che volevano, che col cuore perdonava anche lei, ma che non l'avrebbe veduta sicuramente. Le rincresceva per Daniele, ma su questo punto non poteva transigere. Se Elena volesse ascoltar lei, si comporterebbe allo stesso modo.

«Oh no!» rispose Elena con un tale fuoco sdegnoso, con un tale aggrottar del ciglio che sua madre si affrettò a dirle: «Eh, non La si offenda, per amor di Dio!»; e poi, fatte molte professioni di esagerata umiltà, di esagerato rispetto per il gran talento e per il generoso cuore di sua figlia, che intanto fremeva, incominciò, quasi parlando a se stessa, a ripeter l'iliade de' passati falli di sua cognata, senza tacere di certi antichi guai che avevano avuti insieme.

«Lo so» interruppe Elena, «ma vuoi rendere ancora piú amaro il sacrificio di Daniele, sapendo poi anche la parte che v'ho preso io?»

«Padrona» rispose la contessa Tarquinia, «padronissima! M'hai domandato consiglio? E Daniele mi ha mai detto niente?»

Elena sdegnò replicare.

Clenezzi tornò alle nove e mezzo, e fu ricevuto da Elena sola perché la contessa Tarquinia non aveva ancora compiuta la propria toeletta. Era andato a casa Cortis, non disse con qual pretesto; in fatto, per domandare notizie dell'affare di Santa Giulia.

«E dunque?» chiese Elena.

«Ho visto anche la Sua signora zia» rispose il senatore con un inchino.

«No, no, no» rispose Elena impaziente, battendo palma a palma. «Non c'è affatto bisogno di complimenti. Dica dica proprio com'è.»

«Proprio?» rispose il senatore. «Ho da dirla? È uno spavento. Non ho mai visto una cosa compagna.»

«Dica.»

«Non parliamo del fisico. Lunga, gialla, magra; non ha che pelle e ossa. Da noi si direbbe che è buona da mandare a Palazzolo per farne dei bottoni. Ma è la toeletta, ma sono i modi, ma è l'insieme! Cortis me l'ha presentata con una faccia e una voce da gelar le parole fino in gola, e lei mi si è messa subito a chiacchierare, a chiacchierare tanto che non ho potuto resistere cinque minuti e sono scappato.»

Il senatore sostò un momento e riprese, grave: «Ma sa chi m'ha fatto impressione?»

Elena impallidí.

«Cortis» diss'egli. «Deve star male. Se vedesse! Ha la fisonomia alterata. Ho paura che gli succeda qualche cosa.»

Ella lo guardò, muta, con due occhi cosí aperti, cosí fissi, cosí pieni di subito spavento, che il senatore si affrettò ad attenuare, come poté meglio, l'effetto delle sue parole e della faccia sepolcrale con cui le aveva proferite. In questa entrò la contessa Tarquinia, elegantissima, e, data ai due una occhiata rapida, domandò a Clenezzi se ci fossero notizie di suo genero. Clenezzi rispose un po' storditamente che sí, che il barone Di Santa Giulia era aspettato da Cortis in casa sua per mezzogiorno.

Da Cortis? Cosa c'era di nuovo? Qui il senatore s'imbarazzò un poco. Rispose che si trattava di alcune ultime intelligenze da prendere con l'avvocato, di alcune formalità relative al noto accomodamento. Elena non parlò; alla contessa Tarquinia piacque accettare ogni spiegazione che le mettesse il cuore in pace, almeno per quel giorno. Elena in fin dei conti era partita da Cefalú con il permesso di suo marito; questi era informato del giorno e dell'ora in cui ella doveva arrivare a Roma; lo si era andato a cercare al Senato e a casa; gli si era scritto nei termini piú convenienti; che poteva egli richiedere di piú?

La contessa domandò a Clenezzi se avesse in pronto un bel programma per la giornata. Lei non esigeva che la messa a San Pietro e il corso a villa Borghese. Il senatore propose una visita al museo Tiberino, aperto da poco tempo. La contessa Tarquinia arricciò il naso. Oh Dio, musei! Ne aveva veduti tanti! Cosa c'era di bello in questo museo Tiberino? Clenezzi confessò umilmente che non v'era andato mai. La contessa vi si rassegnò e stavano per uscire quando Clenezzi rammentò che Cortis gli aveva detto di voler fare il possibile per venire alla Minerva tra le dieci e mezzo e le undici. La contessa Tarquinia, atterrita dall'idea di vedersi forse comparir davanti sua cognata, s'infuriò a dire che, nell'incertezza, non era il caso d'aspettarlo e che si poteva lasciare al portiere un biglietto per lui. Lo scrisse subito ella stessa, avvertendo Cortis che avrebbe potuto trovar lei e sua figlia, intorno alle undici, al museo Tiberino.

A San Pietro, mentre la contessa entrava nella cappella del coro, Elena trattenne Clenezzi con un cenno, gli chiese impetuosamente:

«Cosa c'è di mio marito? Cosa va a fare da Cortis?»

«Ma niente» rispose il senatore. «Quello che Le ho detto.»

La contessa tornò indietro per dir qualche cosa a sua figlia; il dialogo fu troncato.

Verso le undici, la carrozza delle signore giungeva dal borgo San Spirito e quella di Cortis dal ponte di ferro al museo Tiberino.

«Sapete cosa faccio?» disse la contessa vedendo da lontano suo nipote. «Vi dono il vostro museo, e ve lo dona anche il senatore; non è vero? Lui mi accompagna a fare una commissione; e tu, Elena, vai al museo con Daniele e poi ti fai accompagnare all'albergo. No?»

«Per me...!» rispose il senatore chinando il capo e alzando le mani spiegate. Elena non disse parola, non arrossí né impallidí: solo l'ansar del seno tradiva la sua commozione. Prima che scendesse di carrozza, sua madre le sussurrò rapidamente all'orecchio di riferire a Cortis la sua ferma volontà di non ricevere la cognata. Elena scosse risolutamente il capo.

«Parlerai tu» diss'ella.

La contessa Tarquinia morse disperatamente il ventaglio che teneva in mano; poi, salutato appena suo nipote, ordinò al cocchiere:

«In via Condotti.»

Cortis non capiva. Guardò Elena come per chiederle una spiegazione.

«Alla mamma non piacciono i musei» diss'ella con voce incerta e con un sorriso forzato della bocca, che mal rispondeva al fuoco triste degli occhi. «Se puoi mi accompagni tu.»

«Figurati» rispose Cortis. Prese i biglietti e, offertole il braccio, entrò con lei nel giardino deserto, incolto, che verdeggia sotto le solitudini di Sant'Onofrio.

I lontani rumori di Roma morivano in quel silenzio profondo. Le grandi palme di fronte al museo con la loro gravità orientale, gli abeti ritti e densi su per il Gianicolo con la loro rigidezza nera, mettevano nella quiete una malinconia solenne.

«Non ci sono stato mai neppur io» disse Cortis. «Dev'essere interessante.»

Anche la sua voce aveva un leggero tremito. Elena lo seguiva, inerte. Alla porta del museo egli piegò a destra per entrarvi; ma allora quel braccio inerte appoggiato al suo s'irrigidí a un tratto, lo spinse diritto avanti.

«Perdonami, perdonami» singhiozzò Elena con voce soffocata.

Cortis sentí riprendersi dalle vertigini della sera precedente, ma stavolta le vinse con un impeto di volontà, strinse forte il braccio d'Elena, e la trasse, camminando rapidamente, in un viale erboso che si perdeva a sinistra, fra le macchie. Là dentro rallentò il passo.

«No, no, Elena» diss'egli, tenero, accarezzandole la mano, portandosela alle labbra. «Cosa vuoi che abbia da perdonarti, cara? Non ho niente, niente.»

Ella soffocava il pianto nel fazzoletto, un pianto convulso che le scoppiava dalle spalle.

«No, no, Elena, no, cara» le ripeteva Cortis con una dolcezza che pareva raddoppiare l'emozione di lei. Ella poteva solo dire a stento, quasi parlasse a se stessa:

«Impossibile, impossibile!»

Si chetò poco a poco, alzò il viso a suo cugino.

«Mi perdoni?» diss'ella.

«Ma Dio!» rispose Cortis fermandosi, prendendole ambedue le mani. «Il tuo silenzio? La tua freddezza? Ma se...»

Elena ebbe paura che compiesse la frase, lo interruppe.

«Sí, sí» diss'ella, «tutto, sí, anche quello; ma quello lo facevo per te, Daniele, perché tu mi potessi dimenticare per sempre, per sempre!»

«Io posso tutto» rispose Cortis, cingendole la vita con un braccio; «io posso amare e soffrire quanto nessun altro al mondo e posso anche morire...»

Ella gli strinse la mano affannosamente, come se glielo portassero via.

«... sí, sai, anche morire prima di farti del male.»

«Oh» diss'ella «credi che non lo sappia? Credi che ne abbia dubitato mai? Non è di questo che avevo paura; avevo paura di essere una disgrazia per te.»

«Posso anche morire» riprese Cortis «ma dimenticare no, Elena. E come saresti una disgrazia per me? Se vuoi parlare dei miei doveri pubblici, lo sai, non c'è sentimento privato, per quanto forte, che valga a...»

«Questo lo so» interruppe Elena «ma io pensavo, te l'ho anche scritto, che hai bisogno di un amore intero, diverso...» Dal mio, voleva dire; ma la parola le morí sulle labbra.

«Me l'hai scritto e ti ho risposto.»

Cortis la sentiva tremar tutta. V'eran, lí di contro, una colonna mozza, dei vecchi gradini semicircolari appoggiati al pendío del colle, mezzo nascosti nell'erba. Cortis vi fece sedere la sua compagna.

«Oh Daniele!» diss'ella. «Quello che mi devi perdonare sopra tutto è la lettera per tua madre. Sono stata cosí leggera, cosí stupida! E adesso per causa mia...»

Cortis non la lasciò finire.

«No» diss'egli, «adesso niente per causa tua. Adesso mia madre è a Roma con me perché io l'ho voluto liberamente. Tu non c'entri. Vi era forse dell'egoismo nella mia ripugnanza a vivere con lei. Prima mi dicevo: qualunque sacrificio, ma questo no. Ed era male. Gli altri non sono sacrifici, poiché si fanno volentieri. Del resto, io non le ho mica detto che la terrò meco per sempre. Le ho detto di venire per ora. È un esperimento da tentare prima di lasciarla sola, affatto libera di sè. Insomma, mi hai fatto del bene.»

Elena gli afferrò una mano per baciargliela.

«Oh!» fece Cortis ritraendosi. Poi, con un subito slancio, prese ambe le mani di lei, l'alzò, quasi di peso.

«Sono io» mormorò «che posso...»

Si chinò rapidamente, la baciò in fronte. Ella tremava, tremava, non aveva piú volontà né forza, quasi non intendeva né vedeva piú. Lo stesso Cortis non poté, per alcuni istanti, soggiunger parola.

«Basta» diss'egli. «Di questo n'eravamo degni tutt'e due.»

Sedettero l'uno presso all'altra in silenzio.

Elena parlò per la prima.

«Vai in chiesa, tu?» diss'ella. «Preghi?»

Cortis sorrise, le chiese il perché di questa domanda.

«Perché io vorrei pregare come una volta, e non posso. Non ho fede, non ho fede, non ho fede!»

Ella pronunziò in fretta con voce accorata queste ultime parole, celandosi il viso fra le mani e crollando il capo.

«È una sventura» diss'egli. «Io vado poco in chiesa; mi occupo piú del mio paese che dell'anima mia; ma il mio cuore sente Dio profondamente e spero ch'Egli non sia in collera con me.»

«Sai» riprese Elena, «vorrei dirti tante cose dell'anima mia, tante cose strane! Ma adesso non trovo le parole. E poi» soggiunse alzandosi di botto «ti ho fatto perdere anche troppo tempo. Tu devi partire...»

Giunse le mani con un movimento improvviso e disse sottovoce:

«Perché viene da te mio marito?»

«Come lo sai?» esclamò Cortis, brusco. «Ah, Clenezzi!» soggiunse subito. «Non è niente. È per definire una buona volta la faccenda del pagamento, metterla in carta. Se fosse qui tuo zio, farebbe lui. Cosí faccio io e poi gli riferisco. Son cose semplicissime. Che gran cose vuoi che sieno?»

Si stizziva, quasi. Elena non insistette.

«E poi» diss'ella «tu stai poco bene? Devi curarti, sai.»

Cortis si strinse nelle spalle.

«Io?»

Elena non si perdette a contraddirlo, mise in un oh sommesso tanta passione di preghiera, che Cortis se ne sentí correr la dolcezza nel sangue e non rispose. Di fatto sapeva di aver la febbre, la testa gli pesava piú del piombo, ma tollerava il male con la sua consueta energia, aiutato anche dall'orgasmo nervoso. Ora, poi, quel primo aprirsi a lui dell'anima ch'egli amava, quel sentirsi un risponder cosí pieno e profondo al sentimento suo, quell'aurora di una nuova vita lo ristoravano.

Anche la quiete selvatica del luogo lo venía penetrando. Fiorellini bianchi e gialli oscillavano nell'aria meridiana sui ruderi della vecchia gradinata, un usignolo cantava sul bacino circolare ch'è in mezzo al giardino, né voce né passo umano turbavano il silenzio caldo.

Cortis non sarebbe piú venuto via, ma era quasi mezzogiorno, bisognava muoversi. Presero un viale a caso, non sapendo quale dei due guidasse l'altro. Fu nel passare presso alle grosse radici sporgenti e agli strani candelabri di una fitolaca del Messico, smarrita ella pure in mezzo al giardino, che Cortis si avvide di avere sbagliato strada e ne avvertí Elena.

«Oggi devo anche parlare alla Camera» diss'egli poi, «e tu devi venire. Ti farò avere i biglietti all'albergo.»

Elena si strinse al suo braccio. Entrarono un momento nel museo, per convenienza e senza dirselo, provando acuto piacere d'essersi tacitamente accordati nello stesso pensiero. Guardaron solo un piccolo busto femminile, una povera testina piegata sull'omero, bianca, dai lineamenti dolci, un po' affievoliti per tanti secoli, per tanti flutti corsivi sopra. Pareva che l'antico artista l'avesse lavorata nel presentimento di una sorte cosí amara, le avesse infuso un dolore rassegnato e profondo, che ora nell'aria pura e quieta di quella sala diceva di aver troppo sofferto, di non si poter consolare.

Durante il tragitto dal museo all'albergo né Elena né Cortis proferirono parola. Solo nell'accomiatarsi Cortis le disse:

«Se tua madre non viene alla Camera, tu vieni ugualmente?»

Ella lo guardò con i suoi grandi occhi appassionati, gli strinse forte la mano e rispose sottovoce:

«Sí.»

CAPITOLO XV.

IL SEGRETO DELLA SIGNORA CORTIS

L'avvocato Boglietti andò a casa Cortis alle dodici e un quarto, e fu fatto entrare dal domestico nello studio con l'ossequiosa preghiera di volervi aspettare un momento il signor padrone che sarebbe venuto subito. Cinque minuti dopo vi entrò la signora Cortis, tutta sorpresa di questo ritardo del deputato suo figlio, tutta dolente che il signore dovesse aspettare.

Il signore, un po' sbalordito da quella figura e da quella eloquenza di vecchia ballerina, fece delle proteste cerimoniose.

«Si accomodi» disse la signora, sorridendo sempre. «Se permette...»

Si accomodò anche lei, per non lasciarlo solo. L'altro, poco disposto a questo colloquio inatteso, voleva scusarsi, ma le sue parole confuse, trovando sempre quel sorriso melato, vennero meno.

«Il deputato mio figlio» replicò la signora «è tanto occupato. Bisogna ch'Ella scusi.»

«Oh» rispose l'avvocato «lo so bene. Anzi» soggiunse «devo congratularmi con la signora, poiché sento ch'è sua madre...»

La signora giunse le mani e alzò gli occhi al cielo.

«Sí, sí» diss'ella, «una madre felice! Nessuno può saper quanto!»

L'avvocato ebbe paura che glielo volesse spiegare a lui, e, appena lo poté decentemente, trasse l'orologio.

«Credo» diss'egli «che debba trovarsi qui un'altra persona, secondo quanto il suo signor figlio mi ha scritto stamattina. Non so se forse sia già venuta.»

«Posso sapere?» mormorò la signora Cortis porgendo la persona e il viso con il piú officioso desiderio.

«Un conoscente, suppongo. Il senatore Di Santa Giulia.»

Colei balzò in piedi.

«Il senatore?» diss'ella. «Il barone Carmine? Deve trovarsi qui?»

«Ma... credo!» balbettò l'altro, sorpreso.

La signora scappò dalla stanza senza dir parola e tornò subito.

«Non è venuto» diss'ella, «e adesso mi spieghi, La supplico, perché deve venire? Oh, signore» soggiunse aprendo tragicamente le braccia e scotendo il capo, perché l'avvocato esitava un poco, «è una donna, è una madre, è la madre del deputato Cortis che glielo domanda!»

L'avvocato sorrise.

«Dio mio, signora» diss'egli, «non s'inquieti. Non si tratta mica di duelli, si tratta di cose pacifiche.»

«Pacifiche!» esclamò la signora Cortis con una ironia da scena. «Ella sa sicuramente, signor avvocato, che fra certe persone non vi possono essere cose pacifiche. Oh sí!» qui la signora alzò un dito fatidico. «Oh sí! fra certe persone...»

Tacque, col dito in aria, e volse il capo all'uscio, ascoltando.

«Hanno suonato» disse Boglietti. «Sarà il senatore.»

La signora gli afferrò un braccio.

«Signore!» diss'ella. «Io La supplico! Ella non mi ha parlato! Ella non mi ha visto!»

Corse via, e l'avvocato guardava ancora, a bocca aperta, l'uscio che s'era richiuso dietro a lei, quando il vocione del senatore Di Santa Giulia disse dalla parte opposta:

«Buon giorno.»

Il senatore era dimagrito, ingiallito, mostrava nella fisonomia qualche cosa di piú scuro e sinistro; ma la gran voce, la eretta persona e il fare prepotente non avevano mutato. Si buttò di sghembo sul sofà, accavalcando le gambe e rovesciando il capo all'indietro sui cuscini.

«Oh» diss'egli soddisfatto «che sagrato piacere ho di trovarmi con questo dolce avvocato mio! Scrivete bene, voi, avete lo bello stile! Quella vostra lettera è di una forma squisita. La sostanza pare un poco brigantesca, ma...»

L'avvocato, rosso come un papavero, voleva protestare. L'altro non si scompose punto, gli fe' cenno, con un pacato agitar della mano, di starsene cheto!

«Sss! Non ci riscaldiamo! Questa gente del nord come piglia le cose! Siete bene piemontese voi? Ho detto pare, pare. Pare ma non è, come la faccia del senatore Di Santa Giulia che pare d'un terremotaccio ed è del piú mansueto c... che sia. Oh santo diavolo, il diritto è dalla vostra parte. Volete che confonda un avvocato con un gentiluomo? Questione di diritto non c'è. E adesso ditemi cosa volete ancora da me, voi e quest'altro mio reverendo cugino, padre Daniele della compagnia di Gesú. Non mi avete scritto che volete il danaro al 31 marzo? È il 31 marzo oggi?»

L'avvocato non rispose. Si lisciava i baffi guardando da un'altra parte.

«Eh?» riprese l'altro.

«Parla con me?» disse Boglietti. «Chi L'ha invitato a venir qua?»

«Cortis.»

«Parli col deputato Cortis.»

«Eccomi» disse Cortis entrando in quel punto. «Chiedo scusa a questi signori.»

«Di che, di che?» rispose il senatore. «Si aveva qui una conversazione piacevolissima con questo amabile signore. Ora si può benissimo continuare. Stavo domandandogli cosa diavolo voialtri due potete volere da me.»

«Niente, voialtri due» disse Cortis freddo. «Chi vi ha pregato di venir qua sono io.»

«Ah, benissimo» rispose colui. «E avete pregato anche questo signore?»

«Anche questo signore.»

«Bene, suppongo che avrete a parlarmi di qualche cosa che riguarda voi, o della quale, almeno, avete il diritto di parlare a me.»

Gli occhi di Cortis scintillarono un momento di sdegno e si spensero subito.

«Perché» continuò l'altro alzando la persona e la voce, «se si trattasse...»

«Vi ho pregato di venir qui» interruppe Cortis «per parlarvi. Quando avrò parlato vi ascolterò.»

«Eh sentiamo!» disse il barone ricadendo a giacere, quasi, sul sofà. «Si fuma?»

Trasse un sigaro e l'accese senza attendere risposta.

Cortis sedette alla sua scrivania e cominciò a parlare stringendosi forte con le mani la fronte e le tempie. L'avvocato aveva gli occhi fissi in lui, il barone fumava guardando il soffitto.

«Mi manca il tempo e la voglia» diss'egli «di spendere delle parole inutili. Ho una proposta da farvi.»

«A chi?» disse il barone.

«A tutt'e due. Qualcuno che non vuol essere nominato, è disposto, sotto certe condizioni, ad assumere il debito del barone Di Santa Giulia verso...»

«Non seccatemi!» gridò il senatore. «Questa persona è mia suocera e io prego il demonio che se la porti. Non seccatemi!»

Scagliò rabbiosamente il sigaro a terra.

«A' miei debiti ci penso io!» diss'egli.

Cortis aveva una pazienza mirabile, quel giorno.

«Vostra suocera non c'entra» rispose.

«E allora?» esclamò il barone «non può essere, ma se fosse quell'altra carogna di...»

«Zitto!» proruppe Cortis calando due gran pugni sulla scrivania.

«Avete a sapere» incominciò con sommessa voce stridente il barone chino incontro a lui «avete a sapere, e me ne f... che lo sappia anche questo signore, che io ho dei debiti, molti debiti, ma che voglio essere dieci, cento, mille volte piú nobile dei vostri nobilissimi, purissimi signori Carrè, della vostra arcivirtuosa signora zia e dell'arcigentiluomo suo cognato, i quali mi hanno dato senza difficoltà qualcheduno che vale veramente molto piú di loro e anche piú di me, se volete, e poi han difeso pochi quattrini con le unghie e con i denti, me li hanno negati nel momento opportuno, si sono fatti giuoco di me, hanno persuaso quella persona a mentire la prima volta, credo, in vita sua, e adesso che hanno paura per il loro nome, per la loro reputazione di gente onesta e generosa, adesso vengono ad offrirmeli.»

«Ma che offrire!» disse Cortis.

«E adesso» continuò l'altro senza badargli, «adesso io dico: no!»

Cortis fece un atto di stanchezza e di tedio, poi rispose quasi sottovoce:

«È inutile. Nessuno di casa Carrè vi offre niente.»

Il barone si strinse nelle spalle.

«Eh, santo Dio!» diss'egli. «Chi volete...!»

«Non andate a cercare. Qualcuno che io non nominerò mai, qualcuno che non vi è né parente, né amico.»

Cortis parlava a mezza voce, stanco, chiudendo gli occhi ad ogni tratto e sfiorandosi con una mano la fronte.

«E perché?» disse il barone. «Questa persona, perché vuol pagare i miei debiti?»

«Il perché non è affar vostro. Ma c'è una condizione. La Presidenza del Senato vi ha già fatto invitare un'altra volta a rassegnare le vostre dimissioni, in un dato caso, da senatore del Regno. La condizione è questa.»

Il barone tacque un momento.

«Ah» diss'egli con un sorriso sarcastico, «pretendereste avere un incarico del Governo?»

«Io non ho nominato il Governo.»

«Il Governo, caro signor Cortis» replicò il barone «avrebbe obbligo sacrosanto di fare per me questo e molto piú nobilmente; perché poi vi dirò che quando non mi credessi piú degno di sedere in Senato, ne uscirei di mia libera volontà, e la vostra condizione è malvagia. Ma in ogni modo, prima di pronunciarmi, voglio che mi dichiariate se è veramente il governo che mi offre questo.»

«È solo al signor avvocato» rispose Cortis «che dovrò dichiarare il nome del suo nuovo debitore. È lui che deve dirmi se gli soddisfa. Io non farò altre dichiarazioni ad altri.»

«Sta bene» esclamò il senatore alzandosi. «Non ci sono dichiarazioni, non ci sono condizioni, non ci sono persone anonime, non c'è niente. Ci sono io, caro signor cugino e caro signor avvocato. Il signor avvocato mi ha scritto una lettera alla quale io risponderò, in un modo o nell'altro, prima del 31, e ora buon giorno a tutt'e due.»

«Un momento!» disse Cortis, alzando la mano verso di lui.

«Ho facoltà di togliere la condizione.»

«Non me ne importa» rispose il senatore.

Cortis si alzò in piedi.

«Fermatevi!» diss'egli.

Colui si strinse nelle spalle, aperse l'uscio e, piantandosi il cappello in testa, disse senza voltarsi:

«Complimenti.»

«Gran bestia!» esclamò l'avvocato quando l'intese discendere le scale.

Cortis s'era rimesso a sedere con le tempie in mano.

«Dunque sono io» diss'egli.

L'avvocato lo guardò senza comprendere.

«Io che pagherò» soggiunse Cortis. «Lei non comprende. Io sono amico del conte Carrè. Se fosse qui, se lo si potesse informare di tutto, pagherebbe. Ora ci sono ragioni particolari di sbrigare la cosa. Dunque, se Lei non ha obbiezioni, la sua cliente mi cede il credito verso Di Santa Giulia, e io mi obbligo a pagarle la intera somma entro quindici giorni.»

«Si figuri!» esclamo l'avvocato.

«E Lei farà sapere subito al senatore ch'egli è prosciolto da qualunque obbligo verso la Banca. Nient'altro.»

«S'immagini! Ella fa un atto nobilissimo.»

«Niente affatto» rispose Cortis. «Sono un negotiorum gestor. Gliel'ho detto. Prende un punch

No, l'avvocato non prendeva punch a quell'ora. Cortis suonò, ordinò un punch forte e il caffè.

«Bisognerà scrivere qualche cosa» diss'egli.

L'avvocato rispose che non c'era fretta. Avrebbe preparato con comodo l'atto di cessione e Cortis lo avrebbe sottoscritto l'indomani. Ma Cortis volle che si facesse almeno un preliminare, lí, seduta stante. Allora il Boglietti, dovendo recarsi per certe carte al suo studio di via Sant'Ignazio, uscí, promettendo tornare dentro pochi minuti.

L'uscio in faccia alla scrivania di Cortis si aperse pian piano, sua madre porse il viso a guardare se l'avvocato ci fosse ancora, poi entrò precipitosamente.

«Daniele, no!» gemette con voce soffocata, giungendo le mani. «Daniele, no!»

«Cosa c'è?» diss'egli.

La signora Cortis si buttò ginocchioni, appoggiò la fronte alla scrivania e ruppe in singhiozzi ripetendo:

«No, no, no!»

Egli le domandò due o tre volte con dolcezza cosa volesse dire questa scena, ma poi, non potendo trarne che gemiti, fu preso da un impeto di collera, le gridò di parlare o di escire.

«Oh Dio, Dio!» diss'ella. «Non devi sottoscrivere.»

«Cosa, non devo sottoscrivere?»

«Niente!... Per quell'uomo che è andato via prima, niente!»

«Vedo che dovrò mettere delle doppie porte. Ma perché non sottoscrivere?»

Ella non rispose che a singhiozzi. Allora Cortis si ricordò delle parole misteriose dettegli da lei a Lugano.

«In nome del cielo» diss'egli, «alzatevi e parlate. Alzatevi, dico!»

Sua madre si alzò tenendosi a due mani il fazzoletto sugli occhi e andò lenta, curva, verso il sofà. Giuntavi, alzò le braccia.

«No», disse, come parlando fra sè, «non lo posso permettere!» E sedette nascondendosi da capo il viso.

Cortis fremeva.

«Adesso sarà qui l'avvocato» diss'egli, «e voi non potete restare. Se avete qualche cosa a dire, ditela subito.»

Ella si alzò in piedi adagio adagio, diritta e pallida come un fantasma. Per la prima volta, forse, Cortis poté vederle arder negli occhi una passione vera.

«Sai» diss'ella sottovoce, senza un gesto «che egli era amico di tuo padre?»

«Chi?»

«Di Santa Giulia.»

«So che ce l'avevano raccomandato quando era tenente di cavalleria e che veniva poco in casa nostra.»

«Sí, ma ci vedevamo spesso fuori. E sai il paese? gli anni? Ad Alessandria, fra il 53 e il 55.»

Cortis piegò il viso, si recò la mano alla fronte, come se pensasse a raccogliere i propri pensieri. La tolse subito, ne appuntò l'indice a sua madre, inarcando le ciglia.

«Sí» diss'ella «il tempo della mia sventura.»

Tacque; i loro occhi s'incontrarono, si parlarono. Un subito tremito invase Cortis, una subita angoscia gli corse al viso. Si protese, sbarrati gli occhi, a sua madre.

«Lui?» chiese con voce soffocata.

Ella ansava, ansava, lo guardava sempre e non rispondeva.

A un tratto il viso di Cortis diventò freddo.

«È il secondo che accusate» diss'egli, buttando in aria un braccio e la mano spiegata.

«L'altro era morto» rispose sua madre. «Speravo di salvarmi. E poi ho le prove.»

«Che prove?»

«Ho un biglietto che mi scrisse quando, cacciata di casa, andai a cercarlo a Valenza, dov'era in distaccamento.»

Ella parlava ora impetuosa, con tutt'altro accento dal solito, sentendosi a fronte uno scetticismo che sapeva di meritare spesso ma non questa volta. N'era irritata e trovava nella irritazione, senza saperlo, l'accento della sincerità.

«Il biglietto l'ho qui» diss'ella traendosi una carta dal seno. «Sapevo già che non mi avresti creduta. Crederai a questo. L'ho conservato sempre con la fede che verrebbe il momento della vendetta. È venuto. Capisco che forse faccio del male anche a me, ma non importa.»

Cortis si strinse le pugna alle tempie, aspirò l'aria con violenza, a bocca aperta.

Sua madre gli porse il biglietto in silenzio. Egli guardava la mano stesa e quel pezzo di carta che tremavano, tremavano; non osava pigliarlo.

Una scampanellata all'uscio della scala.

«Vi prego di uscire» disse Cortis trasalendo. «È qui l'avvocato.»

«L'avvocato? Mandatelo via subito.»

«Vi prego» replicò l'altra imperiosamente.

Ella tornò attrice, brandí il biglietto ritirando il capo fra le spalle e guardando fiso suo figlio; poi glielo posò con un gran gesto sulla scrivania e uscí a lenti passi, non senza essersi fermata sulla soglia a levare e scotere in alto le mani congiunte.

Cortis prese il biglietto. Era una carta di visita del barone Carmine Di Santa Giulia, ufficiale di Genova cavalleria, e vi si leggevano queste parole di suo pugno a matita:

«Te lo meriti. Nei panni del dottore avrei fatto lo stesso. Guai se le signore belle e buone adottassero questo sistema! Tuo marito è poi anche militare e mio superiore di grado. Io ho già voltato pagina, voltala anche tu. E buona fortuna. Dopo tutto non sono neppur sicuro della paternità che vuoi affibbiare a me.»

«Eccomi qua» disse l'avvocato, entrando. «Non ho fatto presto? Tengo anche la carta bollata.»

Cortis alzò la testa, lo guardò con due occhi vitrei.

«Se mi permette» continuò l'avvocato accostandosi alla scrivania «metto giú queste due righe.»

Credette forse che Cortis gli cedesse il proprio posto, ma, poiché quegli non si mosse, si rassegnò a pigliar un'altra sedia e vi si acconciò, come poté meglio, a scrivere:

«Colla... presente... privata... scrittura...»

Posò la penna e interruppe il suo soliloquio spezzato per rivolgersi a Cortis.

«Io avrei pensato di far cosí» diss'egli, «anche per evitare spese... Le pare?»

Cortis accennò appena del capo, senza rispondere; e l'altro, ripresa la penna, proseguí il suo lavoro, articolando, mano a mano, le parole che scriveva.

«... da valere... nel miglior modo... che... di... ragione...»

Cortis abbrancò una penna con le mani convulse, la storse, la spezzò d'un colpo.

«Cosa c'e?» chiese l'avvocato.

Cortis saltò in piedi, afferrò colui per le spalle, gliele strinse.

«Scriva, scriva!» diss'egli; e si pose a camminare su e giú per la stanza.

L'altro stava a guardarlo, stupefatto. Cortis si fermò, gli disse co' denti stretti, battendo il piede a terra:

«Vuole scrivere?»

Poi andò diritto alla porta ond'era uscita sua madre, e, trovatala socchiusa, la chiuse con un colpo terribile, sbattendo a terra la chiave, dall'altra parte. Stette un momento a capo basso, quasi a pensar che fosse quel tintinnío; poi andò a sedere sul sofà. L'avvocato, che non capiva niente di questa burrasca, lo guardò alla sfuggita. Pareva impietrato. Quegli continuò a scrivere in silenzio.

Dopo dieci lunghi minuti depose la penna e guardò Cortis da capo, lo vide nella stessa attitudine di prima.

«Ecco» diss'egli, «è finito. Scusi» soggiunse vedendo che l'altro non si moveva. «Le è succeduto qualche cosa?»

Cortis scosse il capo, nervosamente.

«Adesso Le darò lettura dell'atto» soggiunse l'avvocato. E lesse l'atto, fermandosi ogni tanto a correggere una parola, a mettere i punti sugl'i.

«Lei salva forse una vita umana» disse poi, cercando smuovere blandamente Cortis dal suo silenzio.

«Lo sa?» esclamò questi, avido.

«Ma!... Lo so!... Io non posso mica dire e nessuno può dire di saperlo. Queste non son cose che si sappiano. Io, naturalmente, mi sono un poco informato. Mi hanno riferito certi discorsi, certi atti... una storia d'un revolver che avrebbe fatto vedere alla padrona di casa... insomma, un complesso!... Forse fanfaronate, forse no... non so... secondo il carattere dell'uomo. Lei lo conosce piú di me.»

Cortis taceva sempre. I suoi occhi spalancati, immobili, dovevano veder qualche cosa, là sul pavimento.

Sí, delle visioni passavano, trasmutandosi continuamente sul pavimento, come ombre segnatevi dal rapido moto di una mano alta e occulta dietro le spalle di Cortis. Era il viso di suo padre che si trasfigurava in tutti gli atti diversi della vita e della parola, e poi nella quiete marmorea della morte; riapriva quindi gli occhi, si alzava piano piano dal guanciale, si erigeva con tutta la persona in faccia a un'altra figura, alla figura dell'uomo partito poc'anzi, il quale lo guardava alla sua volta fumando e ghignando.

«Se crede di sottoscrivere...» disse l'avvocato. «Prima Lei e dopo io.»

Cortis, acceso in volto, alzò le pugna strette, ringhiò fra i denti.

«Non scrivo niente.»

L'avvocato trasalí, battè il dorso alla spalliera della seggiola, allargando le braccia, inarcando le ciglia.

«Niente!» tonò Cortis a voce spiegata. Colui stette un pezzo a guardarlo, si strinse nelle spalle, si alzò e raccolse le proprie carte.

Allora balenò a Cortis una terribile idea, tutta la stanza gli si empí di queste parole: «S'è ammazzato di Santa Giulia.» Ed era lui che l'aveva ucciso con il suo rifiuto, che aveva fatto libera Elena. Il rimorso gli stringeva il cuore; e vi mesceva una sorda angoscia, uno spavento di non aver piú la sua calma usata, la sua ferrea risolutezza.

«E adesso» diss'egli, «scaduto il termine, lei cosa farà?»

«Lo sa bene. Denunzia immediata al procuratore del re per appropriazione indebita.»

In quel momento si picchiò all'uscio. Cortis si scosse, alzò il capo, ma non rispose. Si picchiò piú forte. La voce flebile della signora Cortis disse:

«Daniele! Daniele! Una parola sola! Ti supplico!»

«Aspettate!» rispose Cortis, risoluto, aggrottando le ciglia. Chiuse un istante gli occhi, poi si alzò in piedi, chiese all'avvocato:

«Che ore sono?»

Era la sua solita voce chiara e imperiosa, stavolta.

Colui guardò l'orologio.

«Il tocco e mezzo.»

Cortis trasse il proprio.

«Il mio ritarda mezz'ora in punto» diss'egli e lo regolò. Poi andò dritto alla scrivania, prese la penna, fece all'atto una gran firma furiosa, porse silenziosamente la penna all'avvocato, e quando questi, tutto sbalordito, ebbe pure sottoscritto, gli fe' cenno di andarsene e disse forte:

«Avanti!»

La signora che entrava e l'avvocato che usciva s'incontrarono sulla porta. Ella lo squadrò rapidamente, gli lesse la soddisfazione in viso, interrogò con gli occhi atterriti suo figlio ritto in mezzo alla stanza.

«Vi prego» disse Cortis «di avvertire che il punch e il caffè non occorrono piú. Debbo andare alla Camera. Fatemi trovar pronto il letto al mio ritorno.»

«Oh Dio, Daniele» esclamò sua madre, «sei malato?»

«No, sono stanco, ho sonno.»

Prese il cappello.

«Daniele!» gemette la signora.

Egli fece due passi verso l'uscio, poi tornò indietro, suonò per il domestico e gli disse cadendo sul sofà:

«Fa venire una vettura.»

Il domestico lo vide stravolto, disfatto, si arrischiò a dirgli di non muoversi.

«Debbo andare» rispose Cortis e si curvò, cupo, sulle ginocchia accavalciate. Sua madre lo guardava, non osava piú parlargli.

Egli partí due minuti dopo, con l'occhio fisso, quasi barcollando. Giunto sulla scala disse al domestico:

«Se mi succede qualche cosa, avvertire subito la contessa Carrè, alla Minerva. Qualunque ordine vi si dia!» soggiunse accennandosi alle spalle col pollice.

CAPITOLO XVI.

ALLA CAMERA

«Lo sapevo, io!» disse sottovoce ad Elena la contessa Tarquinia facendosi vento con molto dispetto, perché l'aula era quasi vuota. «Siamo venute un'ora troppo presto. Te l'avevo ben detto! Bastava venire alle due, alle due e mezzo.»

Molti ventagli battevano con voce aspra e secca lo stesso punto nella tribuna destra della Presidenza. Altri misuravano placidi e lenti il durar di una pazienza flemmatica, di una placida soddisfazione; o il cammino di un pensiero su qualche via molto lontana da Montecitorio. Un signore pratico insegnava ad alcune dame l'aula e le tribune, le cose e le persone, parlando forte, cercando sul viso dei vicini l'ammirazione e il rispetto dovuto alla sua esperienza. Ma le signore si guardavano piú volentieri fra loro, obliquamente. Solo quando un deputato entrava nell'aula e il signore pratico ne diceva il nome, dei ventagli tacevano, dei cappellini si porgevano avanti verso il gran vuoto. La contessa Tarquinia, elegantissima, in marron e celeste molto chiaro, con due braccialetti d'oro liscio larghi quattro dita, era tra le piú guardate. Pareva la sorella maggiore d'Elena. Questa, vestita di nero, senz'altri gioielli che una croce di turchesi al collo, soffriva delle impazienze di sua madre, delle chiacchiere inesauribili di quel signore, di trovarsi lí fra tante persone ignote e sugli occhi di tante altre, con quello che aveva in cuore. Le sarebbe bastato di vedere Cortis per togliersi da un tale disagio; ma Cortis non era ancora entrato nell'aula. Pochi deputati scrivevano sui loro stalli, altri giravano per i settori con le mani in tasca, altri discorrevano nell'emiciclo, guardavano le tribune. Uno di questi, l'on. T., conoscente di casa Carrè, vide la contessa Tarquinia, capitò subito nella tribuna, si offerse alla contessa per quanto avrebbe potuto desiderare da lui in Roma. Ella gli rispondeva con dei sorrisi luminosi, tutta rossa di piacere per quell'omaggio pubblico. T. non aveva riconosciuto Elena sulle prime e se ne scusò alla meglio, disse che la credeva in Sicilia.

«È una fede antica in Lei e molto robusta» disse Elena col suo sorriso fine. «M'ha sempre creduto in Sicilia anche quando mi vedeva a Roma.»

Colui diventò tutto rosso, protestò, ma Elena lo interruppe subito, gli chiese cosa si rappresentasse quel giorno alla Camera.

«Eh!» rispose T. «Prima c'è l'esposizione finanziaria. Non lo sapevano? È per questo che vede le tribune cosí affollate. E poi, questo lo sapranno meglio di me, c'è il coup d'èclat che vuol fare Cortis.»

«Oh!» esclamò la contessa. «Che cosa? A noi non ha detto niente.»

«Allora non sarà vero. Sa che i suoi elettori hanno mandato una protesta contro di lui? Si dice che intenda rassegnar le sue dimissioni da deputato con un discorso... molto ardito, per lo meno.»

I vicini guardavano T., stavano attenti. Qualcuno si voltava a ripeter sottovoce la notizia. Uno che non aveva udito bene, sussurrò: «Chi?» Gli fu risposto sullo stesso tono: «Cortis, quel clericale.» Elena udí, vibrò a chi l'aveva detto un'occhiata di freddo disprezzo. La contessa Tarquinia n'era tutta sconsolata, non voleva credere, domandava a T. come e quando e da chi fosse uscita questa voce. Sapeva della protesta, ma sapeva pure che molti sottoscrittori n'erano già pentiti. T. rispose poche frasi vaghe, si scusò di non potersi trattenere piú oltre e tolse congedo.

«Capace, sai!» sussurrò la contessa a sua figlia. «Ha delle idee, certe volte! E non dir niente! Anche questa ci voleva. Ti giurò che appena comincia a parlare, vado via.»

«Perché?»

«Perché chi sa cosa succede, e allora sto male. Oh Signore, sei di sasso tu? Eh, vado via, vado via. Di' la verità che tu staresti qui?»

«Sicuro.»

«Va bene, e poi vengano a dirmi...»

Era un dialogo di bisbigli e l'ultima frase della contessa Tarquinia fu ancor meno di un bisbiglio; ma Elena udí, si accese di sdegno in volto, indovinando un'accusa che sapeva di non aver giustificato con alcun atto palese.

«Cosa?» diss'ella.

«Niente.»

Infatti nessuno aveva parlato alla contessa Tarquinia di tenerezze sospette fra Cortis e sua figlia; ma una pia X. glie n'avea scritto molto tempo addietro, a fin di bene. Elena non parlò piú. Il cuore le batteva forte di dolore, di sdegno, di disgusto, come se una curiosità villana fosse venuta a guardarvi dentro di furto. E adesso avrebbe quasi voluto andar via anche lei; le ripugnava di star lí, le pareva che quando fosse entrato Cortis, quando avesse preso la parola le si dovessero vedere i pensieri. Intanto il ventaglio della contessa Tarquinia batteva e ribatteva l'aria, piú fastidioso che mai.

«Che noia!» diss'ella.

Una signora vicina mormorò timidamente:

«M'avean detto che si cominciava al tocco.»

La contessa Tarquinia non rispose. Non era il ritardo che le dava maggior noia.

«Adesso comincieranno subito» disse il signore pratico. «Vedono quel deputato che si mette a scrivere là in alto, in cima al secondo settore? Quello è Minghetti. Oh! Ecco Depretis!»

La contessa dimenticò un momento le sue pene per guardare anche lei, come gli altri, il ministro che entrava da destra col suo passo stanco.

Una signorina disse sottovoce:

«Come è vecchio!»

«Guarda» osservò la contessa Tarquinia a sua figlia «se non è tutto lo speziale di Passo di Rovese. Ah, ma tutto!»

Elena non le badava. Anch'ella s'era scossa vedendo entrare il ministro; ne aveva ricevuto un colpo, sentendo piú vivamente il tardare di Cortis. Il cuore le batteva forte. «Se fosse malato!» pensava. E lo vedeva a letto col volto acceso, con gli occhi lucenti di febbre.

«Non c'è ancora il presidente», disse qualcuno. «Di solito è al suo posto mezz'ora prima.» Allora un signore entrato da pochi momenti osservò che l'aveva veduto uscire dalla Presidenza insieme al deputato Cortis.

«Ecco!» sussurrò la contessa Tarquinia. «Hai udito? si saranno intesi per questo discorso. Non c'è dubbio!»

«Farini, Farini!» disse il signore pratico alle sue vicine. «Guardino Farini.»

L'onorevole presidente della Camera entrò rapidamente e, scambiate poche parole con taluno dell'ufficio di Presidenza, prese il suo posto. Elena aspettava palpitando che qualcun altro entrasse dietro di lui.

Entrò l'onorevole ministro Magliani, entrarono gli uscieri con i portafogli, li posarono sul banco del Ministero. Seguirono, alla spicciolata, una trentina di deputati, il campanello presidenziale ruppe con la sua vocina nervosa il rombo delle conversazioni, un segretario cominciò a leggere tediosamente, ad alta voce, qualche cosa cui nessuno badava. E Cortis non compariva. Ma Elena sapeva che non aveva conferito col presidente, era piú tranquilla.

«Dov'è il posto di Cortis?» le chiese sua madre. Elena non lo sapeva. Il signore pratico si affrettò di risponder lui con melata ufficiosità:

«Là, signora, nel terzo settore, vicino a quel deputato pallido colla barba nera. Eccolo il deputato Cortis. Arriva adesso. Là, signora.»

Elena guardava a destra e Cortis entrava da sinistra a braccio d'un altro deputato. Attraversò lentamente l'emiciclo e salí al suo posto senz'alzare il capo alla tribuna. Elena non lo vedeva bene in viso, ma qualche cosa nel suo passo, nel suo atteggiamento le faceva male al cuore.

«È giú, però, Daniele» disse la contessa Tarquinia. «Pare un vecchio. No?»

L'altra non rispose.

Qualcuno fece «sss!» perché il presidente leggeva qualche cosa che richiamava l'attenzione della Camera. Nella tribuna tutti tendevan l'orecchio.

«Dimissioni» disse uno, poi che il presidente ebbe finito di leggere.

«Di chi?»

Il nome non si è capito, ma Cortis non è certo. Zitto, zitto! Un deputato ha chiesto di parlare. Chi è? È questo; no, è quest'altro. È C. che propone non sieno accettate le dimissioni e si accordi all'onorevole P. un mese di congedo. Nelle tribune si mormora, si dice: «La solita commedia.» S'alza un secondo deputato, poi un terzo, poi un quarto. Tutti suonano la stessa musica. La proposta è messa ai voti, la Camera approva. Allora Cortis si alza e dice con voce malferma quello che riferiscono gli atti della Camera.

Cortis. Domando la parola.

Presidente. Su che?

Cortis. Per una dichiarazione. Siccome poi non voglio riuscir molesto alla Camera che ha una legittima impazienza di udire l'on. Magliani, prego l'onorevole presidente di volermi riservare la parola a subito dopo l'esposizione finanziaria.

Presidente. Sta bene.

Durante lo scambio di queste parole, Elena non aveva battuto palpebra.

«Manco male» disse sua madre «sentiremo Magliani e poi andremo via. Hai udito che voce aveva Daniele? Non sta bene quel ragazzo.»

Elena taceva sempre, guardando Cortis con lo sguardo fisso, scuro, che diceva in lei un'acuta intensità di passione. Egli era là con i gomiti sul banco, la testa fra le mani. Non l'alzava mai ed Elena ne soffriva, s'irritava, in pari tempo, di soffrirne, disprezzava questa sciocca fibra egoista del proprio cuore. Come non sarebb'egli tutto nella meditazione del suo discorso, come dovrebbe pensare a lei?

Intanto il ministro aveva incominciato a parlare. Quasi tutti i deputati erano scesi ai banchi inferiori per udirlo meglio. Dalla tribuna della presidenza si vedeva giú la sua testa bianca volgersi ora a destra ora a sinistra, piegarsi nei radi momenti di silenzio alle carte disposte sul banco, attingervi una cifra, rialzarsi; la fluida parola riprendeva ad esporre le cose della finanza pubblica con la grande abilità che altri ammira, altri deplora. Non v'erano mai nel dire dell'on. ministro effetti oratorii; ma pure, ad ogni tratto, dei bisbigli d'approvazione correvano nell'aula, padroneggiata non tanto dall'ingegno dell'uomo, non tanto dalla perizia profonda di ogni minuto congegno del suo dicastero, materia arcana ai piú, quanto dalla fama de' suoi ardimenti e, sovratutto, dallo splendore della sua straordinaria fortuna.

«Sarà un divertimento anche questo» sussurrò la contessa Tarquinia dopo un po' di tempo. «A me mi fa star giú il fiato. E quando durerà!»

«Non lo so» rispose Elena, asciutta. «Io già resto anche dopo.»

«Amen» rispose l'altra.

Passavano le cifre, passavano i sottili ragionamenti, ma ben poco ne giungeva alla tribuna della Presidenza. Ogni tanto qualcuno s'alzava, scivolava di fianco, in punta di piedi, lungo i sedili. Poche persone vi duravano a guardare il discorso del ministro e a udire i benissimo della Camera. Invece le tribune politiche rigurgitavan di gente. Nella tribuna dei senatori, Clenezzi guardava spesso le signore, cercava farsi riconoscere, ma inutilmente. Ad un tratto il ministro tacque e sedette. Un rumore sorse dal fondo dell'aula, come di un nuvolo di mosconi che si levassero ad un tempo dal cibo.

«Ci siamo» disse la contessa Tarquinia. «Cosa fa Cortis?» Cortis posava in quel momento sul banco le braccia incrociate e sulle braccia la testa. Non era la sua volta. Un altro ministro si alzò a presentare una relazione; poi l'onorevole Magliani, che aveva solo chiesto di riposare per cinque minuti, ripigliò il suo discorso. Elena era inquietissima. Vedeva che Cortis si sentiva male, temeva che non potesse parlare come avrebbe saputo, e che avesse poi a soffrirne moralmente. Avrebbe voluto vederlo alzarsi, andar via: le facevan rabbia quei deputati suoi vicini di posto che non si movevano per domandargli se fosse malato, per consigliarlo di andar via. Non aveva dunque amici, Cortis, in tutta la Camera? Si struggeva di scender lei a condurlo fuori. Pensava se non vi fosse modo d'incaricarne T. Si fece prestare un binocolo da una signora vicina onde scoprirlo, accennargli, se possibile, di venire nella tribuna. Ma prima guardò Cortis. In quel momento qualcuno gli batteva sulla spalla. Egli si scosse, alzò la testa. Ora Elena lo poté veder bene in viso. Era molto acceso, forse per essere stato tanto tempo col capo sul banco. Lo vide scambiar poche parole con chi l'aveva toccato e crollar la testa in segno di diniego; poi guardar un momento verso la tribuna, senza mostrar di conoscervi alcuno, e discender lentamente all'attitudine di prima. E quell'altro non gli parlava piú, non lo portava subito fuori della Camera! T. era intento al discorso del ministro, non guardava mai la tribuna. Elena fu per scendere all'ufficio di via della Missione e far chiamare Cortis. Ma no: se stava meditando il suo discorso, non sarebbe una chiamata opportuna. Potrebbe far venire T., invece! Intanto il ministro finí il suo discorso fra i bravo e gli applausi. I deputati d'ogni parte s'affollavano intorno a lui. Anche nelle tribune molta gente si moveva per uscire.

«Cara te» disse la contessa Tarquinia, «non si va proprio via, dunque?»

Elena non rispose; forse non udí neppure. Teneva la persona eretta, le mani sul parapetto della tribuna, aspettando, senza quasi respirare, che il presidente desse le parole a Cortis.

«Adesso l'aula si vuoterà» disse il signore pratico. Invece gli onorevoli deputati ripresero, quasi tutti, i loro posti.

«L'onorevole Cortis» disse il presidente «ha la parola.»

Gli occhi di Elena salirono involontariamente all'orologio che aveva di fronte. Segnava le tre e cinquantacinque.

Cortis, si alzò. Da ogni lato della Camera, tranne dal centro, tutti guardarono a lui in diverse attitudini, da quella di una viva curiosità a quella di una sprezzante noncuranza, di un anticipato giudizio. Al centro, dove certe mediocrità boriose avevano sentito i sarcasmi di lui, conversavano e ridevano malgrado le scampanellate del presidente; perciò Elena, livida, si mordeva le labbra. Egli pareva aspettare il silenzio, inchinando la persona sul banco cui appuntava le mani. Il presidente suonò ancora il campanello e disse:

«Parli pure, onorevole Cortis.»

Nello stesso momento Cortis, incominciò:

«Io debbo pregare la Camera...» S'interruppe, cercando la parola. Si pose una mano alla fronte, poi ripigliò con voce affievolita:

«Lo stato della mia salute mi costringe a domandare, anzitutto, l'indulgenza della Camera.»

Fece ancora una pausa, forse uno sforzo interno di richiamare al cimento il vigore dello spirito e del corpo. La sua voce parve rianimarsi nel dire:

«È probabile che la Camera proroghi oggi le sue sedute ed io non posso differire un atto che stimo doveroso verso i miei elettori, il mio paese e me stesso.

«Prima di uscire da questo recinto forse per sempre...» Nel dire forse per sempre la voce parve mancargli, la lingua intorpidirglisi. Pronunciò ancora poche parole inintelligibili e sarebbe stramazzato sul banco se i colleghi non fossero accorsi a sorreggerlo. Si udí un grido dalla tribuna della Presidenza, ma nessuno vi pose mente. Uscieri e deputati accorrevano al banco di Cortis, che fu portato immediatamente fuori dell'aula.

Elena, sulle prime, non aveva capito, s'era chinata avanti per coglier le parole che le sfuggivano. Poi, vedendo i vicini soccorrerlo, vedendolo abbandonarsi fra le loro braccia, balzò in piedi, gittò un grido soffocato guardando là, dove tutti ora guardavano da tutte le tribune, spenzolandosi in fuori, salendo sui sedili, mettendo ai parapetti una corona di prone facce avide. Quando Cortis fu levato di peso da due suoi colleghi e portato via, ella, in un lampo, senza che altri né lei stessa potesse dir come, si sciolse da sua madre che, tutta tremebonda, le aveva posto addosso le mani convulse, balzò fuori dalla tribuna.

L'usciere di servizio, vista venir di furia una signora pallida e stravolta, pensò di trattenerla, domandarle che volesse; ma ella lo respinse con un gesto imperioso della sinistra, passò oltre, uscí nel corridoio cui mettono le tribune di quel lato della Camera. Il corridoio era vuoto, silenzioso. Si fermò un momento, non sapendo raccapezzarsi da qual parte prendere. Allora un signore uscito dietro a lei la raggiunse.

«Signorina» diss'egli, «non si spaventi, non sarà niente; venga dalla sua signora mamma che è un po' disturbata anche lei.»

La parola «signorina» che in quel momento poteva significar tanto, avrebbe trafitto Elena se tutta l'anima e tutti i sensi di lei non fossero stati altrove. Le parve udire un suono di passi e di voci a sinistra; corse via da quella parte, senza rispondere, si trovò in capo alla scalone che mette alle stanze della Presidenza.

Saliva una frotta di gente. T. e un altro, vedendo Elena, si fecero avanti, la trassero da parte per non lasciarle vedere Cortis ch'era portato su, dietro a loro.

«Non è niente, baronessa» disse T. «Uno svenimento, una cosa da nulla, passerà subito.»

«Niente, niente» ripeteva l'altro, «sia tranquilla.»

«Dov'è? Voglio vederlo» disse Elena convulsa. «Ci sono medici? Voglio assisterlo. È mio cugino!»

«Ma sí, ma sí» insistevano gli altri, «lo vedrà, lo assisterà. C'è il ministro B., c'è G. Adesso non ha bisogno che di quiete, si calmi.»

Due o tre altri deputati si aggiunsero a loro, fecero siepe intorno a Elena mentre il triste convoglio passava rapidamente, entrava nelle stanze della presidenza.

Elena se n'avvide, non parlò, fece l'atto di slanciarsi avanti verso la porta; fu trattenuta. Si ricompose subito, pregò T. di recarsi da sua madre, nella tribuna; pregò gli altri, con dolcezza, quasi sorridendo, di lasciarla entrare dal malato, parlare con i medici. Per lei, disse, l'incertezza era peggiore di qualunque dolorosa realtà. Allora fu lasciata passare rispettosamente. Qualcuno che saliva lo scalone e non la poteva vedere, disse forte: «L'han portato là? Cattivo augurio; è la camera del povero...»

E nominò un giovane lombardo, pieno d'ingegno e d'ardore, colpito anche lui al suo posto di deputato e morto nella camera dove avevano portato Cortis. Elena udí, si fermò un momento, mettendosi la mano sul cuore, poi entrò in un'anticamera oscura piena di gente che parlava sottovoce. Qualcuno dava degli ordini da una camera a sinistra, ancora piú oscura; tra questa e quella era un continuo andare e venire d'uscieri. Poca luce entrava per un altro uscio spalancato, da una stanza chiara, elegante. Elena piegò a sinistra verso quel signore che dava gli ordini. Egli le disse bruscamente:

«È moglie Lei? È sorella?»

«No.»

«Bene, scusi; adesso non si entra.»

«Ma voglio sapere...» replicò Elena fremendo.

«Cosa? Quello che nessuno sa? Potrà entrare piú tardi. Aspetti là.»

Le accennò la stanza chiara, rientrò presso il malato con un usciere che arrivava allora portando qualche cosa, e chiuse l'uscio dietro a sè.

Allora il deputato che le aveva parlato prima insieme a T., si accostò ad Elena, le disse che pareva trattarsi di una minaccia di congestione cerebrale, non certo leggerissima, ma neppure molto grave. Avevano adagiato l'infermo in una poltrona e stavano preparandogli il letto. La persuase che per ora non potrebbe far niente: l'opera sua diventerebbe certo utile piú tardi. Entrò con lei nella stanza chiara, la fece sedere sopra un divano a fianco della porta. Là non si vedeva l'andirivieni dell'anticamera.

«Lei non si sentirà bene» diss'egli. «Avrà bisogno di qualche cosa.»

Elena scosse il capo, sussurrò un grazie quasi inintelligibile, guardando la lucerna che ardeva, benché non fossero ancora le cinque, sul tavolino davanti a lei.

«Le sedute finiscono tardi e qui si accendono sempre le lucerne per tempo» osservò colui tanto per dir qualche cosa.

Ella non rispose. Dopo qualche tempo lo pregò di non incomodarsi a star lí con lei che poteva benissimo rimaner sola. In quel punto entrò T. La contessa Tarquinia era nel corridoio ad aspettare sua figlia. Elena scattò su dal divano, raggiunse la contessa che dava il braccio al senatore Clenezzi e pareva reggersi appena.

«Oh Dio, Elena» diss'ella, «mi abbandonai in questo stato! Andiamo a casa, ti supplico. Io non ho piú fiato, non ho piú gambe: non posso far niente, non posso star qui!»

«Coraggio, mamma» rispose Elena. «Ora non vengo. Verrò piú tardi, potendo; quando si vedrà che piega prendono le cose. E poi tornerò, naturalmente. Io sono forte, posso assisterlo benissimo.»

«Oh Signore, e adesso non vieni?»

«Ma no, adesso prego il senatore di prendere una carrozza, e di condurti all'albergo.»

«Si figuri, si figuri!» ripeteva il senatore colla sua onesta faccia grave, piena di dolore. «Dispongano. Io accompagno la contessa a casa, poi verrò a prender Lei, se crede.»

«Non occorre» s'affrettò a risponder Elena. «Io non Le posso dire adesso, proprio con precisione, quando verrò.»

«M'immagino» mormorò il senatore, accostando il viso a quello di lei «che a momenti capiterà qui la signora arrivata stamattina.»

Elena trasalí.

«Non lo so, non so niente» diss'ella. «Io torno qui certo, a ogni modo.»

«Elena, Elena» gemette sua madre, «pensa che non hai mica salute da buttar via neanche tu.»

Elena aggrottò le ciglia, si strinse nelle spalle, sdegnosamente.

«Adesso vado» diss'ella, e guizzò via, scomparve nell'anticamera. Un momento dopo, scivolava dietro un usciere nella camera dell'ammalato.

Ne uscí due ore piú tardi, pallidissima sempre, ma tranquilla, s'intrattenne con alcuni onorevoli membri dell'ufficio di Presidenza, che le offersero, con la massima cortesia, quanto mai ella potesse desiderare, la persuasero che si farebbe ogni cosa possibile per Cortis, del quale parlavano con vivissima stima e simpatia. Espressero poi la loro ferma convinzione che il male potesse già considerarsi vinto con la cacciata di sangue ch'era stata fatta immediatamente. Elena chiese solo di mandare un telegramma, che diresse al conte Lao, in questi termini:

«Daniele malato piuttosto gravemente. Ho bisogno di te, subito.»

Mandò poi un biglietto al senatore Clenezzi per avvertirlo che non avrebbe potuto muoversi se non per un'assoluta necessità di sua madre, e rientrò da Cortis, presso il quale c'era ora un'altra persona: una signora lunga e magra che usciva ogni tanto a gemere e singhiozzare.

CAPITOLO XVII.

UN INTERVENTO

«Il diretto di Firenze?» chiese a un guardasala il senatore Clenezzi entrando tutto trafelato, verso le quattro pomeridiane, nella stazione di Termini.

«Venti minuti di ritardo» rispose quegli.

Il senatore respirò, si levò il cappello, si asciugò il cranio col fazzoletto, guardando gli omnibus schierati sulla piazza. Egli non temeva piú, ora, di essere arrivato troppo tardi, ma tornava a poco a poco sulla sua vecchia faccia una preoccupazione molto piú grave, la irrequietudine senile delle labbra e delle sopracciglia tradiva il turbamento dell'animo.

«Si parte, senatore?» gli disse in bergamasco un giovanotto, accostandoglisi.

«Oh caro!» rispose il vecchio. «Scusi che non l'avevo veduto.»

«Si parte?» ripeté l'altro.

«Ah Madonna! Non lo dica neppur per ischerzo! Sarei cosí mai felice di svegliarmi domattina su al Mercato delle Scarpe! Si ricordi bene, Lei che è giovane, c'è tante cose belle al mondo, ma un altro Bergamo non c'è proprio mica, sa!»

«Lei è qui in servizio, non è vero? In servizio di belle signore, eh? Quando si tratta di belle signore, il senatore Clenezzi...»

«Andiamo, andiamo, non dica delle fatuità. Adesso arriva il conte Carrè, se Dio vuole, e allora io me la cavo presto. Lei va a Napoli?»

«Sí, signore.»

«Buon viaggio, neh?»

Il treno di Firenze entrò in stazione alle quattro e dieci. C'era calca, all'uscita, e fra la calca c'era il senatore con la bocca aperta e con gli occhi sbarrati, fissi sulla corrente che usciva. Passavano facce d'ogni età e d'ogni forma, esotiche e nostrali; facce che tiravan via dure coi fastidi in fronte di quel pigia pigia, di quella curiosità; e mai non compariva la faccia pallida, con il gran naso aristocratico, con la barba nera. Gli occhi del senatore diventavan sempre piú ansiosi. Oramai erano usciti quasi tutti, la folla s'era sciolta. Possibile? Si fece avanti, guardò, s'illuminò di piacere e andò incontro al conte Lao che veniva appunto l'ultimo, adagio adagio, fumando, con le mani in tasca e il bavero del soprabito rialzato. Lo seguiva un facchino carico di valigie, di scialli e di coperte.

«Caro conte» disse il senatore, «io sono qui a riceverla a nome delle Sue Signore.»

Lao gli fece un leggero cenno di saluto, gli chiese subito:

«E Cortis?»

«Ah, bene, bene! Oggi ne abbiamo 28, non è vero? Son passati tre giorni. Non c'è confronto col primo giorno.»

«Manco male!» esclamò il conte Lao. «Però potevano telegrafarmi ancora, darmi altre notizie. Io credevo quasi di trovarlo morto!»

«Ma, vede, non si sapeva quando Lei fosse partito, non si sapeva dove telegrafarle. E poi Lei ha potuto vedere il bollettino sui pubblici fogli.»

«Non ne leggo» fece il conte bruscamente, scotendo la testa. «Dunque guarisce?»

«Oh certo, non c'è dubbio, è quasi guarito adesso.»

Entrarono nell'omnibus della Minerva. Lao si affrettò di chiudere tutti i vetri, e si ravvolse le gambe in una coperta brontolando:

«In vagone si bolliva e qui si gela. Lui guarisce e creperò io.»

Clenezzi, che lo conosceva poco, lo guardava come una bestia curiosa.

«È infreddato?» diss'egli.

«Infreddato? Magari! Rovinato, sono. Del resto, sa, mi seccherebbe di morire a Roma, perché ogni volta che ci son venuto mi son pigliate le febbri, e, se risuscitassi qui, me le piglio subito ancora. Dunque mi dica. Cos'ha avuto Cortis?»

Il senatore gli raccontò tutto. Oramai la minaccia di congestione cerebrale era svanita e con essa qualunque pericolo.

«È ancora alla Camera?» chiese il conte.

«Ancora alla Camera.»

«E mia cognata? E mia nipote? Sempre là, m'immagino!»

«La baronessa Elena, sí, sempre là, tranne qualche ora la notte e qualche momento il giorno.»

«Però saranno tranquille, adesso?»

«Ma, so mica, ci sono per aria delle altre cose.»

Il conte Lao, assordato dal rumore dell'omnibus e delle carrozze con cui l'omnibus s'incrociava, maledí tutte le ruote di Roma e si chinò, stringendo gli occhi, verso il suo compagno.

«Cosa?» diss'egli.

Il senatore guardò fuori dell'omnibus fino a che quel fracasso fu passato e poi ripeté:

«Vi sono delle altre cose. Sa che la madre di Cortis è qui?»

«Daniele mi ha scritto che doveva venire» rispose il conte, «ma non sapevo che fosse già qui... Io gli ho risposto: Sei un asino. Senta, già; qualche bestia può avere il cuore cosí grande, ma un uomo, no.»

«Ecco dunque una causa di fastidi» riprese Clenezzi. «E poi... Lei sa, già... Si può dirlo... quel mio signor collega Suo parente...»

Il conte Lao aggrottò le ciglia, mise, stringendo le pugna, una lunga voce tra il rantolo e il ruggito.

«Basta, insomma» proseguí l'altro. «Adesso ci siamo. Sentirà.»

L'omnibus entrava allora in via Piè di Marmo. Un istante dopo il conte Lao saliva piano piano, con Clenezzi, le scale della Minerva, ed Elena gli scendeva incontro di corsa.

«T'ho visto» diss'ella stendendogli le braccia. «Come sono felice che tu sia qui!»

Lao se la strinse al petto silenziosamente, la baciò in fronte e, nel rialzare il viso, disse con voce commossa:

«Addio.»

Elena stese la mano a Clenezzi, piuttosto per congedarlo che per ringraziarlo. Le si vedeva in viso l'impazienza di restar sola con lo zio. Lo prese a braccetto.

«Andiamo su» diss'ella.

«Piano, piano» ripeteva Lao, «piano che ho otto maledette ore di ferrovia nella schiena, senza contare le dieci o dodici di ieri. Ho pensato che se non dormivo a Firenze arrivavo morto, e allora cosa ne volevi fare di me? Miracoli no, sai.»

«Caro zio!» sussurrò Elena stringendogli forte il braccio. «Noi siamo al secondo piano, ma per te ho fatto preparare una camera al primo e adesso andiamo subito da te. La mamma è andata a riposare un'ora fa. Mi aveva detto di svegliarla subito, ma possiamo aspettare un poco.»

«Spero in Dio» disse Lao «che non sarà mica a tramontana questa camera!»

«No, no, zio.»

Ci volle alquanto tempo prima che tutte le valigie, gli scialli e le coperte del nuovo arrivato fossero a posto. Finalmente zio e nipote si trovarono soli sopra un canapè, tenendosi per mano.

«Dunque» cominciò il primo, «Daniele bene?»

Elena rispose tranquillamente, senza alzar gli occhi in viso allo zio:

«Sí, benino.»

«Me l'ha detto adesso quel da Bergamo; come si chiama? Clenezzi. Di Daniele m'ha detto tutto. E poi m'ha detto anche di altri fastidi che avete.»

«Bisogna che tu sappia tutto e presto, zio; prima di veder la mamma, perché con la mamma, sai bene com'è, non si può parlarne. Si turba, si agita... insomma è meglio che ne parliamo prima tra noi.»

«Parla» disse Lao. «Io intanto, se permetti, prendo un po' di solfato di chinino. Venendo a Roma, per i primi giorni, va bene. Tu parla.»

Si alzò, aperse una sacca e si pose a cavarne con gran cura la sua farmacia, una quantità di ampolle e scatoline, guardandone alcune con molta attenzione e ripetendo «parla, parla», perché Elena credeva allora dover interrompere il suo racconto.

Ella gli venne narrando in fretta che la zia Cortis era capitata alla Camera quasi subito dopo il caso e aveva fatto una mezza scena perché non la si era mandata ad avvertire sull'atto. Avrebbe preteso di rimaner sola presso suo figlio. Per fatalità Daniele tornava sempre nel delirio alla politica e alla madre, ne parlava nel modo piú penoso per lei e per gli altri presenti. Allora ella si metteva a singhiozzare e a discorrere senza posa, rivolgendosi ora all'ammalato stesso, ora agli altri, per dire ch'era tutto effetto della malattia, che suo figlio l'amava teneramente, che non era vero questo, che non era vero quello. Insomma i medici le consigliarono, per ogni buona ragione, di lasciarsi vedere il meno possibile dall'ammalato. Ella non volle saperne, anzi studiava di adoperarsi attorno al suo letto nel modo piú visibile. Elena non fece maggior commento allo zelo di sua zia che di questo significante aggettivo. Ell'avea trovato giusto di secondarla nelle sue premure materne, benché l'opera di lei fosse ben poco utile e le chiacchiere ben poco tollerabili. Ma poi la sera del 26, quando il delirio acuto era cessato, Daniele, vedendo tornar sua madre da una breve assenza, s'era fatto scuro scuro, l'aveva rimproverata acerbamente di lasciar la casa in abbandono per venire dove non c'era affatto bisogno di lei. Elena s'era provata di chetarlo, ma inutilmente; il suo esaltamento cresceva sempre piú, e stavolta i medici avean dovuto richiedere che la signora Cortis uscisse dalla camera e non vi rimettesse piede per qualche tempo. La zia era uscita fremendo e aveva atteso Elena nell'anticamera, l'aveva assalita con invettive furiose, accusandola di congiurare con i medici, di voler toglierle il cuore di suo figlio. Era uscito il medico, era uscito un segretario della Presidenza ed ella li aveva svillaneggiati in modo da farsi mettere alla porta, era partita giurando che domanderebbe giustizia al presidente, ai ministri, magari anche al re.

Lao, ch'era stato ad ascoltar le ultime parole di sua nipote con la pillola di chinino fra il pollice e l'indice della sinistra e un bicchier d'acqua nella destra, si trangugiò la sua pillola.

«E dunque?» diss'egli.

«E dunque lei è stata qui, tra iersera e stamattina, tre volte. La mamma non l'ha mai ricevuta. Alla Camera gli uscieri avevan l'ordine di non lasciarla passare, ma io ho pregato che fosse tolto. È venuta ieri; è venuta oggi; però da Daniele non è entrata mai e io non l'ho veduta. Ora mi attendo un assalto in strada e anche la mamma ne ha una gran paura.»

«Eh!» fece Lao. «Capacissima. Ma lasciami fare. Dove sta?»

«Qui vicino. In piazza Venezia. La conosci tu?»

«Eheh!»

Lao alzò il gomito destro, battè l'aria con la mano penzoloni dal polso.

«E poi c'è altro?» diss'egli.

«C'è il peggio» rispose Elena piano, con gli occhi bassi.

«Sentiamo il peggio.»

«Mio marito è qui.»

«Bene, sarebbe meglio che fosse a casa del diavolo, ma...»

Elena battè e ribattè sdegnosamente un piede a terra.

«Cosí, niente» diss'ella. «Non parlo piú.»

«Che sciocchezze!» grugní lo zio. «Avanti, avanti!»

«Senti, zio» replicò Elena rossa rossa. «Ti ho telegrafato tre giorni fa per Daniele, ma poi ti avrei telegrafato egualmente per mio marito e, se tu cominci cosí, è inutile!»

«Avanti!» brontolò il conte.

Elena si strinse nelle spalle, chinò il mento al petto, guardandosi le mani.

«Cosí no, già» diss'ella.

«Oh!» gridò l'altro «se è mezz'ora che ti dico: avanti!»

Elena alzò il viso, guardò un poco suo zio e poi disse a mezza voce:

«Rovina.»

«Avanti» ripeté Lao senza scomporsi.

Elena si fece a narrare quanto sapeva di suo marito sino al convegno avuto da lui con Daniele Cortis per l'affare della Banca.

«Cosa c'entrava Daniele?» disse Lao sorpreso.

«Credo che ci sia entrato per aiutarlo» rispose Elena col tono di chi deplora ciò che racconta.

«Lui?»

«Lui. Io non avrei mai voluto questo. Una volta pregai Clenezzi, da Cefalú, che facesse certe pratiche nell'interesse di mio marito, relative all'affare di cui t'ho detto. Clenezzi era ammalato e ne incaricò Daniele. C'è entrato cosí.»

«Va bene» rispose Lao tra ironico e rassegnato. «E dunque?»

«E dunque ieri Clenezzi è venuto da me e mi ha detto che si sentiva in dovere di riferirmi cose assai gravi. Non si tratta piú dell'affare con la Banca; si tratta d'un'altra tempesta di debiti d'ogni natura che non si possono piú tener nascosti. Pare che sarà un grande scandalo. Clenezzi poi diceva un'altra cosa.»

«Che cosa?»

«Che il suo contegno fa paura!»

La voce d'Elena tremava nel proferir queste parole; un pallore mortale le scolorava il viso. Lao non capí.

«Paura di che?» diss'egli.

«Di qualche estrema...»

Elena non poté compier la frase perché Lao la interruppe gittando le braccia in aria.

«Ma che il cielo lo illumini!» gridò. «Ma che si tiri una cannonata nella testa che non avrà mai fatto una piú bella cosa in vita sua!»

Gli occhi d'Elena sfavillarono.

«Invece bisogna aiutarlo» diss'ella. «Subito! E io e tu lo aiuteremo.»

Afferrò, cosí dicendo, un braccio dello zio con l'energia d'un'esaltata.

«Va là» disse lo zio alzandosi e scuotendo via quella mano. «Va là, va via, va di sopra, va là, sveglia tua madre, vestila, non seccarmi. Santo Dio, ho fatto un viaggio di dieci ore, potresti anche lasciar che mi lavassi, che mi mutassi! Insomma, va là, va via.»

«Vado, zio, ma lo aiuteremo» rispose Elena risolutamente, stando in piedi.

Egli le cinse la vita con un braccio, e le disse con affettuosa mansuetudine, spingendola verso l'uscio:

«Va là, ti dico, va via, cara, va dalla mamma, svegliala, non seccarmi e, quando sarò pronto, verrò su.»

Cosí dicendo arrivò all'uscio.

Ella ripeteva sempre:

«Lo aiuteremo, lo aiuteremo, lo aiuteremo.»

Uscí, e pochi minuti dopo tornò, bussò alla porta.

«Non si può!» gridò Lao, burbero.

«Io vado un momento a Montecitorio» diss'ella. «La mamma è al secondo piano, numero 39.»

Lao rispose forte: «Va bene!» e brontolò poi fra i denti:

«Vada a farsi benedire trentanove volte; stupida! Dorme, lei!»

E continuò la sua toeletta, esclamando a ogni tratto, nell'asciugarsi il viso o nell'abbottonarsi la sottoveste:

«Eh, begli affari! Corpo! Begli affari! Sí, sí!»

La toeletta andò in lungo perché il conte Ladislao aveva minuzie e delicatezze da signora. Finalmente, quando Dio volle, salí, molto cupo, al secondo piano, in cerca del numero 39.

Una cameriera glielo indicò ed egli stava per entrarvi, quando vi udí una voce sconosciuta. Si volse alla cameriera, le domandò chi fosse alloggiato al numero 39. Colei rispose:

«La contessa Carrè.»

«Ma adesso c'è altra gente!»

La cameriera non lo sapeva, non aveva veduto entrare alcuno.

«Seccature!» brontolò il conte; e, udendo la voce di sua cognata, entrò senz'altro.

La contessa Tarquinia, in piedi, rossa come una bragia, stava dicendo:

«Mi meraviglio...»

In faccia a lei la signora Cortis, pure in piedi, e con due fiamme nere d'occhi, ma pallida, alzava il braccio incontro a sua cognata, come per arrestarne le parole, per respingerle ancora in aria, e parlar lei, appena fosse possibile, subito.

Lao si fermò sulla soglia.

«Mi meraviglio» riprese la contessa, «e ho molto piacere che mio cognato senta, mi meraviglio del Suo coraggio...»

A questo punto la Cortis le volse le spalle, andò incontro a Lao.

«Il signor conte Ladislao» diss'ella timidamente, «se non isbaglio?»

Lao s'inchinò appena e rispose: «Per servirla.»

«Oh signor conte!» soggiunse lei. «Ella si deve ricordar di me e io mi ricordo ch'Ella aveva un gran cuore; mi appello a Lei.»

«A me?»

Lao fece un passo indietro e aperse la porta, dicendo:

«Allora venga al mio tribunale.»

La signora vacillò un momento, si turbò.

«No» disse, «non posso uscire da questa camera senza una promessa.»

«Ohoh!» fece Lao.

«Che promessa?» esclamò sdegnosamente la contessa Tarquinia. «Che promessa?»

«Sentiamo» disse il conte. «Non s'è appellata a me la signora? Se non vuole uscire, terremo il giudizio qui.»

Fe' un cenno del capo alla contessa Tarquinia, che andò difilata nella sua camera da letto e chiuse l'uscio in fretta. La signora Cortis fe' l'atto di slanciarsi e trattenerla ma non n'ebbe il tempo.

«Questa non è civiltà» diss'ella.

«Dunque» esclamò il conte Lao fingendo di non avere udito, «cos'è questa promessa che Lei vuole? Sediamo, sa, perché io ho viaggiato otto ore oggi. E intanto mi rallegro della Sua risurrezione.»

«Sarebbe meglio che fossi morta!» rispose tragicamente la signora.

Il conte serbò un silenzio significativo. Sdraiato nella poltrona della contessa Tarquinia, con le mani in tasca e una gamba accavalciata all'altra, guardava, dondolando il piede, la Cortis che si era lasciata cader sul canapè e si copriva il viso col fazzoletto.

«Poter del mondo!» esclamò a un tratto quasi parlando a se stesso.

La Cortis alzò la testa, lo interrogò con lo sguardo.

«Eh niente» diss'egli. «Pensavo alla visita che le ho fatta ad Alessandria nel 1853.»

«Oh, conte» gemette la signora brancicandosi il fazzoletto sulle ginocchia e guardando, a capo chino, questo inconscio lavoro. «Sono stata molto cattiva, ma ho anche molto sofferto! Lei, se si ricorda, me lo deve vedere in viso.»

«Altro che vedere!» rispose Lao. «E adesso, se crede, mi dica cosa voleva da mia cognata.»

«La Tarquinia mi ha trattato male. In fin dei conti, quando un figlio perdona, chi è che ha da fare il severo? E poi non ho mai saputo che la Tarquinia ai suoi tempi...»

«Sss!» fece Lao aggrottando le ciglia e scotendo la mano destra, distesa verso colei.

«Venga al punto» diss'egli.

«Una madre!» esclamò la signora levando le braccia. «Trattare cosí una madre! Ma dov'è il cuore, dov'è la virtú di questa gente?»

«Chi glielo domanda, a Lei, dove sono?» disse il conte. «Faccia il piacere di venire al punto.»

«La Maddalena» proseguí l'altra ispirata, «la Maddalena e Maria Egiziaca e tant'altre possono diventar sante...»

«Belle sante» mormorò Lao.

«Ma quelle donne lí? Senza carità in quel modo? Con una sventurata che non ha piú niente niente se non il suo figliuolo e il suo Dio? Ma come mai?»

«Oh senta!» disse Lao rizzandosi sulla poltrona e traendo l'orologio. «Le do un minuto per venire al punto.»

«Ci vengo» rispose la signora, sospirando. «Lei era piú gentile, una volta.»

«Naturalmente.»

La voce della Cortis cambiò, diventò secca e recisa.

«Dunque sappia» diss'ella «che io sono stata bandita, contro il diritto e la convenienza, dalla camera di mio figlio, dove pure ci va e ci viene da padrona, a tutte le ore, di giorno e di notte, una persona...»

La signora dovette qui vedere qualche cosa di terribile negli occhi del conte Ladislao, perché s'interruppe e riprese poi subito:

«Un'altra persona, insomma. Ma questo non basta. Mio figlio si rimette miracolosamente presto; ho tanto pregato, signor conte! Si dovrebbe pensare a trasportarlo in casa sua, dove starebbe tanto meglio, poverino. Dio lo sa, come starebbe meglio. Ma no! Sa cosa si pensa, sa cosa si vuole? Si vuole condurlo direttamente in campagna, e non a casa sua, ma a Passo di Rovese, in casa Carrè! Questo è troppo! A questo mi oppongo e mi opporrò sempre con tutti i mezzi!»

«Con che mezzi, cara Lei? Io non so niente, ma trovo naturalissimo che i medici ordinino a Daniele la campagna e la quiete assoluta. Trovo naturalissimo, poiché fra le altre cose la Camera ora è chiusa, di lasciar tranquillo l'ammalato fino al momento di porlo in un letto di ferrovia. Trovo naturalissimo che i suoi parenti, i suoi amici non lo vogliano lasciar solo, durante la convalescenza, in quella malinconia di Villascura, e preferiscano averlo con sè.»

«I suoi parenti?» esclamò la signora Cortis. «I suoi amici? E sua madre? Non è niente sua madre? Non starebbe bene, Daniele, a Villascura, con sua madre?»

«Vede» rispose il conte freddamente, «Lei accomoda subito le cose, ma, trattandosi della casa dove è morto suo padre, Daniele potrebbe forse avere qualche piccola difficoltà. Pare che l'abbia davvero; ne ha scritto qualche cosa anche a me. Del resto non è mica un fantoccio; lo dirà lui dove vuole andare e con chi.»

«Oh sí» interruppe inviperita la signora, «lo dirà lui, ma intanto, chi gli sta sempre ai fianchi, chi gli parla di Passo di Rovese, chi cerca ogni strada di staccarlo da me? Eh, li so i perché. I perché sono due. Uno è questo: che la Sua e mia signora cognata non mi ha mai potuto soffrire neppure quando il povero Cortis mi ha sposata. Secondo lei si era abbassato troppo. Ce n'è poi un altro dei perché, e questo non riguarda la Tarquinia, questo è un perché piú delicato che dirò solo in un caso estremo, se proprio si vorrà assolutamente condurre Daniele a Passo di Rovese. Allora poi lo dirò in modo che lo sappia anche Daniele. Se sarà uno scandalo non me ne importa, ma vedremo, allora, se Daniele andrà. Hanno paura dello scandalo? Mi promettano...»

«Ma che? Ma cosa?» interruppe Lao. «Ma cos'è questo scandalo? Cosa vuol dire?»

«In un caso estremo, Le ripeto. In un caso estremo lo dirò.»

«Ma che caso estremo!» disse il conte con gli occhi e la fronte in burrasca. «Che caso estremo! Metta pure che il caso sia estremo. Se hanno detto di far cosí, lo faranno, stia quieta. Non ne chiederanno mica il permesso a Lei, sa.»

La signora Cortis si morse il labbro, sorrise e disse lentamente, con grazia affettata:

«E la cara Elena che desidera tanto di far cosí, non ne chiederà il permesso al signor senatore Di Santa Giulia?»

Il conte Ladislao gittò impetuosamente il capo e il busto all'indietro, scrutò un momento la signora con gli occhi stretti, poi si levò in piedi e, steso il braccio sinistro e appuntato l'indice all'uscio, disse con minacciosa calma:

«Favorisca.»

«Oh vado, vado!» ripigliò la Cortis, alzandosi. «Vado perché oramai mi fa piacere d'andarmene. Del resto il signor senatore lo accorderà, il permesso, perché gli si fanno pagare i debiti da mio figlio...»

Il conte Ladislao era per afferrare colei e trascinarla fuori della stanza, quando l'uscio si aperse ed entrò Elena che, vedendo sua zia, rimase un momento sbalordita.

«Lascia passare!» tuonò il conte.

Elena non si moveva; interrogava l'uno e l'altra con gli occhi.

«Oh, Elena non è avvezza a lasciarmi passare» osservò ironicamente la signora.

«Non dipende da me» rispose Elena. «Del resto, ora vengo di là e posso dirti che Daniele ti desidera.»

La Cortis gittò verso Elena le lunghe braccia scarne, le mani distese. Col suo gran cappello nero alla Rembrandt alto sulla fronte, con i capelli in disordine, con la faccia terrea e il lungo collo giallognolo, con la mantellina nera mal posata sulle spalle, pareva una erinni inesperta delle vesti moderne.

«Ma sempre» imprecò, «ma sempre mi ha desiderato!»

E uscí a gran passi.

Elena guardò suo zio. Era livido, fremente.

«Subito!» diss'egli. «Cos'ha pagato, Cortis?» Elena spalancò gli occhi.

«Zio!» diss'ella.

«Cos'ha pagato Cortis, ti dico? Cos'ha pagato a tuo marito?»

Elena non capiva né quella domanda, né quella voce iraconda, né quel viso infuriato.

«Ma se non so niente» rispose. «Tutto quello che sapevo te l'ho detto.»

«Cosa gli è venuto in mente di cacciarsi lui fra queste faccende?»

Elena arrossí.

«Zio, zio!» diss'ella. «Ah!» soggiunse trasalendo. «Ora mi ricordo che mi disse di voler semplicemente fare le tue parti perché non v'era tempo d'interrogarti e d'informarti a dovere, e tu avresti certo approvato quel che faceva lui in vece tua.»

«Oh, ma allora si avverte, si scrive!»

«Tu non sai, zio» rispose Elena, «che Daniele ha veduto mio marito il 25 a mezzogiorno, subito prima di andare alla Camera.»

«È andata via?» chiese la contessa Tarquinia, porgendo il capo all'uscio della sua camera. «Signore, ti ringrazio!»

Il conte Lao non la guardò neppure.

«C'era nessun altro presente?» diss'egli.

«Ci dev'essere stato il rappresentante della Banca di Cefalú» rispose Elena. «L'avvocato Boglietti.»

Lao prese il cappello e disse risolutamente:

«Vado.»

«Dove?» chiese stupefatta la contessa Tarquinia. «Cosa è successo?»

«Non andresti da Daniele, prima?» chiese Elena alla sua volta.

Il conte Lao rispose in furia:

«No, no, no. Se vedo Daniele lo strapazzo, e adesso non conviene.»

«Ma ditemi» ripeteva sua cognata. «Cosa è successo?»

Elena le gittò un frettoloso «niente, mamma», e poi disse che sarebbe uscita anche lei in cerca di suo marito. Oramai Daniele non aveva piú bisogno di lei. Suo zio le domandò se ci fosse in fatto il progetto di portarlo a villa Carrè. Sí, c'era, e i medici dicevano che Daniele avrebbe potuto partire anche l'indomani, ma non si sapeva ancora chi lo avrebbe potuto accompagnare. Lei già intendeva di non lasciar Roma senza aver fatto, prima, per suo marito quanto stava in lei; e contava che altri l'avrebbe aiutata.

«Lo debbo vedere stasera» diss'ella.

«Non so niente» gridò suo zio. «Non voglio saper niente: vado a cercare il signor Boglietti.»

«Boglietti?» disse la contessa. «Di dove è saltato fuori questo signor Boglietti?»

«Te lo spiegherò, mamma» rispose Elena mentre il conte Lao usciva.

La contessa lo richiamò.

«Ohe» diss'ella stendendogli la mano. «Sapete che non ci siamo ancora salutati?»

«Euh!» fece Lao alzando un braccio come se dicesse: mi seccate per questo? E se n'andò con tale saluto.

Elena domandò subito a sua madre come mai la Cortis avesse potuto entrare.

«Un bell'asino anche il tuo signor zio, sai; lascia che te lo dica!» rispose la contessa. «È quella la maniera? Capisco che dovrei esserci abituata, ma a certe cose non ci si abitua mai. Quell'altra? Lo so io come sia entrata? Me la son vista davanti senza saper altro. Figurati se ci ha pensato molto a venir su senza domandare a nessuno! Oh ti dico la verità che se sto qui ancora tre giorni, muoio tisica. Cara te, prendiamo su in nome di Dio questo benedetto Daniele, e andiamo. E tu cosa fai lí? Non ti levi il cappello?»

Elena posò l'ombrellino che teneva ancora in mano e si lasciò cadere sul canapè.

«Riposerò un poco» diss'ella, «debbo andar via. Te l'ho detto.»

«Tornar via?» esclamò sua madre sorpresa. «Non l'avevo inteso. In quello stato?»

Elena aveva nel volto, in tutta la persona, i segni d'un abbattimento profondo.

«Sto benissimo» diss'ella sottovoce, abbandonando il capo sulla spalliera del canapè. «Andrai tu con Daniele, mamma» continuò colla stessa voce sommessa, stanca. «Tu e lo zio.»

«Come, io e lo zio? E tu dunque?»

«Io no, mamma. Eri proprio distratta, poco fa.» La contessa non capiva in sè dallo stupore.

«Ma, benedetta!» diss'ella. «Cosa vuoi fare, tu?»

Elena teneva sempre il capo rovesciato sulla spalliera. Socchiuse gli occhi e rispose appena udibilmente:

«Restar qui.»

Poi rialzò il capo e la voce.

«Sai bene» diss'ella «perché sono venuta a Roma.»

Sua madre diè un balzo sulla poltrona, ne afferrò e strinse i due bracciuoli.

«Per tuo marito? Di' la verità che ti fermeresti a Roma per tuo marito! Senti, Elena. Tu sai quello che ho fatto una volta per aggiustare le cose, quel che ho sofferto. Te ne devi ricordare, a Passo di Rovese! Tu eri nelle nuvole, allora; non degnavi di occupartene. Dopo, lui ci ha trattati come ci ha trattati; lo sai anche questo. Pazienza! Tu sei sua moglie, ti lodo e ti rispetto, hai voluto venire a Roma per aiutarlo. Ci sono venuta anch'io disposta a trovarmi ancora con lui, a fare per lui quello che potevo. Ma adesso! Adesso che agisce in questo modo, che non si lascia vedere né vivo né morto, come se non gliene importasse uno zero né di te né di nessuno, ti dico la verità che saresti buona tre volte se non lo lasciassi nel suo brodo, giacché ci vuol stare! Ma scusami tanto, c'è poi anche debiti e debiti; Clenezzi mi ha dette certe cose! Ti domando io che decoro, che dignità c'è, per gente che si rispetta, ad avere ancora qualche cosa di comune con un essere simile!»

Elena sorrise un poco.

«Questo non l'ho udito» diss'ella «quando lo sposai, che in certi casi potrei non aver piú niente di comune con lui. Mi sono sposata sul serio, vedi, mamma.»

La contessa Tarquinia guardò sua figlia senza parlare, poi si coperse il viso con le mani e finalmente scoppiò in un pianto dirotto, ripetendo fra i singhiozzi:

«Perdonami! Perdonami!»

Elena la chetò con le carezze, con la dolce voce affettuosa. Sua madre non doveva rimproverarsi nulla; s'era ingannata, anche lei, non altro. Parlandole cosí, Elena pensava a quell'altra madre tanto colpevole, alla bontà di Daniele, e raddoppiava di tenerezze sentendosi dura e cattiva in confronto di lui.

«Debbo fare tutto il mio dovere» diss'ella.

La contessa le chiese dove fosse andato suo zio, da che Boglietti. Ella non aveva capito niente. Elena glielo spiegò in breve.

«E tu» soggiunse sua madre «dove vuoi andare?»

«A vedere mio marito, finalmente» rispose Elena. «Egli non mi aspetta, ma mi sono intesa con la sua padrona di casa. M'ha detto che di solito viene a casa un po' dopo le sette. Io non mi muovo se non gli ho parlato.»

«Oh Signore, quella bestia! Chi sa che scena ti fa! E noi, Elena quando si va via?»

«Non so, secondo si sentirà Daniele, domani posdomani.»

«Perché l'altro dí, dopo che lasciai te al museo Tiberino, ho visto da Noci delle poltroncine che sono una bellezza, e vorrei sceglierne due, una per città e una per Passo di Rovese. Avrei bisogno anche d'un servizio da thè per campagna, ma non ho danari.»

Elena che stava per pigliar congedo da sua madre con un bacio, sentí gelarsi tutta la sua tenerezza, rimase lí un momento, impietrita.

«Sarà anche ora di pranzo, adesso» osservò la contessa. «Devono essere le sei e mezzo passate.»

«Alle sette mi devo trovar là» disse Elena asciutta. «Addio.»

«E pranzare?»

Elena non rispose, non l'udí forse nemmeno. Era già uscita; e, rispondendo al saluto umile d'una cameriera, pensava che colei aveva probabilmente un cuore meno volgare di quello della contessa Carrè.

CAPITOLO XVIII.

BATTAGLIE NOTTURNE

Undici ore suonavano, quella sera del 28 marzo, da Piazza Navona e dalla Sapienza, la luna batteva sulle case, sui marciapiedi deserti, in faccia all'augusta ombra nera del palazzo Madama, quando ne uscí, solo, il barone Di Santa Giulia. Si fermò sulla soglia, si volse a considerar l'atrio illuminato. Il guardaportone gli si fece incontro ossequiosamente, pensando che desiderasse qualche cosa.

«Cosa volete, voi?» gli disse il barone, brusco. «Non sono neppur padrone di star qui, adesso?»

Quegli rimase intontito.

«Credevo!» ghignò forte Di Santa Giulia, e, voltategli le spalle, se n'andò verso San Luigi dei Francesi.

Aveva recato egli stesso al Senato le sue dimissioni da senatore, laconiche, senza una parola di preambolo né di chiusa; ed aveva affidata la lettera suggellata a un collega, segretario della Presidenza. Nessuno l'aveva richiesto, ora, di quest'atto; era stata una libera risoluzione sua, meditata da lungo tempo insieme ad altre piú gravi, preparata nel segreto del cuore per quando non gli rimanesse piú fede di salvarsi da una clamorosa rovina. Essa gli era sopra, oramai; non v'era piú campo a' disperati rimedi che le aveva, nell'ultimo tempo, disperatamente opposti. Riposarsi e lasciar crollare tutto; altro partito non gli restava.

L'avvocato Boglietti gli aveva scritto il 25 stesso, giusta le intelligenze prese con Cortis, che si tenesse sciolto da ogni debito verso la Banca; ma il barone gli aveva rimandata fieramente la lettera, giurando che non accetterebbe mai le offerte del signor Cortis. Per verità non gliene veniva sollievo sensibile. Era invescato in troppi altri debiti e di natura non meno maligna. Pur di saldare le sue perdite al giuoco, pur di essere accolto ancora nelle bische piú o meno segrete che frequentava, dopo essersi rivolto a' piú celebrati strozzini di Roma, aveva poste le mani su certi titoli di credito spettanti a minori nella sua tutela, ne aveva dato in pegno, ne aveva fatto danaro. Ora il fatto era venuto in luce, stava per denunciarsi. Intanto il macao gli aveva ingoiato tutto ed egli si trovava, malgrado tanti sacrifici, a non poter pagare i suoi impegni di giuoco. Non si giuocava piú con lui; la porta della fortuna era chiusa, quella delle Assise, aperta.

Ma nella sua selvaggia natura, mista di forza e di corruttela, il fiero proposito di non piegarsi ai Carrè durava piú saldo che mai. Tre ore prima che egli recasse le proprie dimissioni al Senato, l'avvocato Boglietti lo aveva affrontato in piazza di Pietra e tratto riluttante al proprio studio, allegando un'assoluta necessità di parlargli immediatamente. Colà gli aveva comunicata una proposta affidatagli in quel momento, non volle dire da chi. L'avvocato prometteva di ricomporlo con tutti i suoi creditori, di salvargli l'onore e la libertà, di fornirgli un sufficiente assegno vitalizio a patto che emigrasse per sempre in America. Di Santa Giulia, imbestialito all'idea che fosse tutto un lavoro di sua suocera e di sua moglie, non aveva neppur voluto ascoltare le proposte dell'avvocato che gli giurava di non conoscere neppur di vista la contessa Tarquinia né sua figlia, di non tenere la proposta né da loro né dall'onorevole Cortis; era uscito furibondo dallo studio mentre l'altro gli gridava dietro che non accettava rifiuti, che la notte porterebbe consiglio, che sarebbe venuto da lui l'indomani mattina, per una risposta definitiva.

E ora camminava accigliato verso casa sua, a testa alta come sempre, con le mani in tasca, stringendo la chiave del cassettone dove teneva il revolver, provando quasi una truce compiacenza di aver finalmente toccato il fondo dell'abisso, sentendosi vicino a una uscita terribile, ma degna dell'orgoglio misto al suo sangue corrotto, ma liberatrice. Oramai era fuori del Senato. Gli pareva d'aver compiuto cosí un atto decisivo, di aver deposto l'abito, come tanti fanno, sulla riva del fiume, prima di sparire nelle acque per sempre. Questo era il cupo concetto fisso nel suo cuore. Per la mente gli passavano tante immaginazioni languide di cose e di persone già congiunte a lui da sentimenti di rabbia e di angoscia. Ieri ancora, poche ore prima, questi fantasmi di scadenze, di citazioni, di denunce, di usurai, di creditori di giuoco, di uscieri, di giudici lo stringevano, l'opprimevano; ora gli si eran fatti subitamente lontani; ora si sentiva come un largo attorno; il largo che la folla fa in cerchio a un cadavere. Passando la piazza di Pietra, ripensò con ira all'avvocato Boglietti e all'America. Casa Carrè, non c'era dubbio! Liberarsi! In America! L'avvocato Boglietti doveva andar da lui l'indomani mattina per la risposta. Se gli dicessero: «passi» e l'avvocato gli entrasse in camera, lo trovasse sul letto con una palla in cuore? Maledetta gente superba! Cosa credevano? Tutti i vizi e tutte le colpe, sí; ma vile, no. Di vergogna e di sangue li macchierebbe; l'unica compiacenza, per Dio! Aveva creduto sua moglie migliore degli altri, anche dopo il tradimento di Passo Rovese, ma ora si mostrava della stessa tempra. Che moglie era stata per lui? Retta sí, tranne quella volta; e dura e fredda come un cristallo, fedele a se stessa, non a lui! Se pure lo era ancora, fedele. Un anonimo gli aveva scritto accusando lei e Cortis. Allora il barone non aveva creduto; adesso voleva credere. Gli piaceva di credere, di vedere a terra quella virtú fastidiosa e superba. In America? Per comperar la sua lontananza? No, no, la signora potrebbe anche sposarselo, colui, ma gli porterebbe in dote una maledizione e del sangue.

Si fermò sul Corso a guardare in su e in giú come se lo vedesse per la prima volta. Era deserto; le due lunghe file di fanali parvero al barone un accompagnamento funebre. Pensò che lui non l'avrebbe e se ne compiacque. Meglio andar soli, senza tanti cialtroni dietro che chiacchierino, ridano e lo mandino al diavolo. Non avrebbe funerale e non andrebbe in chiesa. Bene. Né Dio, né santi l'avevano aiutato. A questo punto si sentí un subito mancar dell'orgoglio, un lampo di sgomento; ma passò tosto, e l'uomo tirò via senza pensare ad altro.

Entrò in un piccolo caffè di via delle Muratte, a pochi passi da casa sua, e picchiò forte sul tavolino perché il garzone dormiva con le braccia incrociate sul banco. Non c'era altri nella botteguccia, oltre Di Santa Giulia, che un vecchio prete dal viso e dalle mani color di cera, solito di prender lí il cioccolatte prima di mezzanotte.

«Crede proprio, reverendo» gli chiese il barone a bruciapelo, «che vi sia un'altra vita?»

Il vecchio prete lo guardò in faccia e rispose con calma:

«No, signore.»

Dopo di ciò spiegò il fazzoletto scuro, lo guardò da ogni parte, se ne forbí la bocca, lo ripiegò con gran cura, e, posatoselo sulle ginocchia, disse con la sua quieta voce dolce:

«Non lo credo, lo so.»

Non si udí che il rumore dell'acqua di Trevi. Il barone prese un bicchierino di rhum e uscí senza salutare.

Le sue finestre erano illuminate. Perché? Pareva che sul buio balcone vicino ci fosse qualcheduno che se ne ritrasse quando Di Santa Giulia, giunto alla sua porta, si fermò. Egli trovò sulle scale la padrona che l'aspettava con la candela in mano.

«Perché c'è lume in camera mia?» diss'egli.

«Una visita, signor senatore. Una signora ch'è qui dalle sette ad aspettarlo.»

Il barone pensò subito a sua moglie.

«Chi è?» diss'egli con ira. «Bisognava dirle che non sarei rientrato.»

«Ma è la signora baronessa, signor senatore.»

«Ah!» fece colui come per dire; quand'è cosí, avete fatto bene. Ma l'accento e il viso esprimevano quanto la visita gli fosse sgradita. Andò nella sua camera a passi concitati, sagrando fra i denti.

L'alta figura sottile era là, ritta in mezzo alla camera, presso il tavolino sul quale ardeva una grande lucerna senza paralume.

«Tu qui?» diss'egli fermo sull'entrata. «Cosa vuoi?»

Le spalle di lei trasalirono in sussulto nervoso. Aspettò un momento a rispondere e poi disse pacatamente:

«Ricordarti che son viva.»

«Questo lo sapevo» rispose il barone togliendosi il cappello e gittandolo sul letto.

Elena alzò le sopracciglia.

«Non me n'ero mai accorta» diss'ella.

Il barone si levò il soprabito, gittò sul letto anche quello, poi chiuse le imposte delle due finestre, ritolse dal letto cappello e soprabito per posarli sopra una seggiola, si pose ad andare e venire per la camera, intorno a sua moglie che non parlava né si moveva. Le si fermò a un tratto alle spalle, da lontano, le disse sbuffando:

«E adesso cosa ti occorre?»

Ella si girò verso di lui, prese una seggiola per la spalliera e rispose traendosela davanti:

«Perché non ti sei lasciato vedere da me? Perché non mi hai neanche risposto?»

La sua voce era sommessa, molto tranquilla, quasi affettuosa.

«Per farti piacere» diss'egli. «Ringraziami. Non era quello che desideravi?»

Elena soffocò a fatica lo sdegno, si eresse sulla spalliera della seggiola cui prima s'era venuta appoggiando, e disse con impeto:

«Questo non è rispondere.»

Suo marito s'incrociò le braccia sul petto.

«Ti sdegni anche?» diss'egli. «Non basta che io ti abbia scritto di andare, stare e venire a tuo piacimento, con chi ti pare, non ti basta di averne approfittato; mi rimproveri anche di non esser venuto a baciare la mano a tua madre! Non rompere quella seggiola che non è mia.»

«Scusa» rispose Elena dolcemente, posando la seggiola.

Ella era venuta col proposito di essere umile, affettuosa il piú possibile, di tollerare le prevedute violenze di quell'uomo che voleva salvar dall'abisso; e si rimproverava di avervi mancato fin da principio.

«Ti prego ancora una volta» proseguí «di credere che hai torto d'essere in collera con la mamma. Se vi è stata colpa quella volta a Passo di Rovese, è stata tutta mia. Te l'ho detto tante volte, Carmine, te ne ho chiesto perdono. Io non ho inteso di far male, ma te ne domando perdono ancora, se vuoi. Se non vuoi credermi, sia! Pensa allora che, per rispetto a te, ho sopportato che mia madre alloggiasse all'albergo in Cefalú; e mi ha fatto tanto male perché proprio, povera donna, io so che non ha colpa, ma niente, ma niente. Sí, son venuta a Roma con lei, ma ti ho scritto perché ci venivo: per te! La mamma si era posto in mente di condurmi nel Veneto, e te lo ha scritto; ma io gliel'ho sempre detto che se mi movevo da Cefalú era per venire a Roma, per assisterti come avrei potuto meglio.»

«Già!» proruppe il barone. «Ed è successa questa combinazione miracolosa che la Camera era aperta e che il reverendo signor Cortis, non sapendo come diavolo continuare un suo discorso, è andato, con l'aiuto dei santi, in deliquio; e allora, per un caso stranissimo, tu, che eri venuta per assister me, hai assistito lui di giorno e di notte, eccetera, eccetera. Va bene?»

«Cosa vuoi dire?» chiese Elena aggrottando le sopracciglia.

«Lo sai benissimo cosa voglio dire» rispose l'altro. Si trasse di tasca delle lettere e accostatosi alla lucerna, ne scelse una, la buttò sul tavolino.

«A te» diss'egli.

Elena prese la lettera palpitando malgrado se stessa, quasi vi si fossero potute scrivere cose sepolte nel cuore di lei. Corse prima a guardar la firma: non c'era. Poi diede una rapida occhiata al breve scritto in cui l'anonimo accusava lei, enfaticamente, di circuire Cortis per farsene un amante. Riconobbe la mano di sua zia.

«So chi è» diss'ella freddamente. «Conosco il carattere. E tu credi?»

«Non so niente» rispose il barone, burbero. «Chi è? Mi pareva quasi di conoscerlo anch'io quel carattere.»

«Tu non lo credi!» esclamò Elena. Vi era un tal fuoco, un tal impeto negli occhi e nella fronte levata di lei, che suo marito, per un momento, ammutolí.

«E se lo credessi?» diss'egli poi. «In ogni caso, se, come spero, non ci vediamo mai piú, di' a tuo cugino che rispetti il mio nome, perché è un puro caso che io non sia suo padre. Questione di aver conosciuta la signora Cortis quattro o cinque anni prima.»

Elena trasalí.

«Sicuro» proseguí il barone. «Digli che quando ero di guarnigione ad Alessandria, ho conosciuto moltissimo da vicino sua madre.»

«Tu?» esclamò Elena.

«Io, sí. La conosci quella storia? Sono stato io e non l'ufficiale d'artiglieria. Diglielo, diglielo, al reverendo. Lo sappia! Cosa me ne importa? Oramai non m'importa piú niente di niente. E poi è una giustizia. Diglielo a nome mio, se sua madre non gliel'ha detto; perché sento ch'è tornata dall'inferno, quella strega. Sino all'altro giorno non gliel'aveva detto sicuro.»

Elena si nascondeva il viso con le palme. Era uno stupore, un orror muto, un desiderio angoscioso di andar via, subito, lontano, un violento resistervi di qualche forza segreta nell'anima sua.

«Ohoh! Che impressione!» disse piano colui con uno strascicare ironico della voce. «Si piange! Povero cugino!»

«Io non piango» rispose Elena fieramente, scoprendo e alzando il viso. Si ravviò con la sinistra i capelli sulla fronte e guardò suo marito in faccia.

«Soffro ma non piango.»

La faccia del barone si contrasse, un ruggito sordo gli uscí di bocca:

«E non crederò ch'è il tuo amante?»

Ella non piegò il viso, non mosse ciglio. Gli occhi eran vitrei, la persona quasi irrigidita, quando rispose sottovoce:

«No, non è vero.»

Durarono un tratto a guardarsi in faccia, immobili. Di Santa Giulia ruppe improvvisamente in una furia di gesti e di voce:

«Son padrone di credere ch'è vero, son padrone di dirtelo, te lo voglio dire. E adesso va via, va dove vuoi, va con chi vuoi! Va via! Ho degli amici migliori di te in questa camera; ho degli amici che mi assisteranno meglio di te, che mi libereranno in un attimo da te e da...»

Qui tirò giú una fila d'imprecazioni bestiali contro il mondo e gli uomini.

Elena intanto era tornata padrona di sè.

«Andrò via» diss'ella, «ma non prima di aver fatto il mio dovere...»

Un tremito violento la prese, le tolse per un istante di continuare. Dovette sedersi, attendere un po' di calma.

«Ho promesso» continuò «di esserti fedele; e qualunque cosa tu dica, qualunque cosa tu pensi, io intendo essere fedele sino all'ultimo. Tu mi hai scritto a Cefalú delle parole sinistre e ora me ne dici delle altre simili.»

Si fermò; non poteva parlare a lungo.

«Non so se sia vero» riprese «che i tuoi affari vanno cosí male, che hai in mente una cosa orribile. Io intanto sono qui per fare tutto quello che posso. Lavorerei, darei lezioni, patirei la fame!»

«Oh, non c'è bisogno di tanti eroismi» disse il barone sogghignando. «Non vado in America?»

«In America?» esclamò Elena stupefatta.

«Ma non farmi l'ipocrita, perdio! Se non lo sapessi...»

Ella diè un balzo sulla sedia; non v'era maggiore ingiuria per lei! Si morse il labbro, si contenne, disse solo:

«Se non sapessi cosa?»

«Che siete voialtri che mi avete offerto di pagarmi i debiti a condizione ch'io vada in America. Del danaro e liberarvi, mandarmi a morir lontano perché non vi schizzi del sangue e della vergogna addosso, eh? Ma v'ingannate; non c'è pagamenti, non c'è Americhe!»

Elena balzò in piedi.

«Non è vero!» diss'ella.

«Che non è vero!» ringhiò il barone. «Non vi è un altro cane nell'universo mondo che abbia la piú lontana ragione di farmi proposte simili. E tu» continuò in un tono ironicamente mansueto «sei venuta, non è vero, a tastarmi con garbo, a vedere se la proposta mi è stata fatta, se accetto o non accetto...»

«Ma ti dico che non è vero» protestò Elena, «ti dico che pagarti i debiti mia madre e io non possiamo, e mio zio non vuole, assolutamente non vuole!»

Ella parlava, nella sua sorpresa, con un tal fuoco sincero che il barone, per un attimo, ne fu scosso, tacque.

«Oh!» esclamò poi, ripreso dalla sua convinzione. «Se è cosí! Se non è possibile che non sia cosí!»

Elena era convulsa.

«Ma Dio!» diss'ella «cosa devo dire, cosa devo fare per convincerti?»

Il barone riflettè un poco.

«Tu saresti felice» diss'egli «che accettassi questa proposta di andare in America?»

Felice? Ella pensò che, amante di quell'uomo, avrebbe voluto, in una simile abbiezione, morire con lui.

«Felice no» rispose. «Sarei felice se tutto questo fosse stato un cattivo sogno; ma pure!...»

Non sapeva bene come dire che le sarebbe tolto dal cuore un gran peso, un grande sgomento di non aver fatto, di non saper fare il possibile per impedir la sventura che l'avrebbe lasciata libera.

«Ah ma pure!» esclamò suo marito. «Vediamo un poco, moglie fedele» soggiunse lentamente, fissandola in viso. «Se vado, tu vieni con me?»

Elena ricevette quel colpo nel petto e non vacillò. Era un terribile, inaspettato colpo, un terribile, inaspettato modo di porre alla prova la sua parola. Non vacillò, ma neppure rispose. Sentí qualche cosa in sè del soldato chiamato a morire, che ci va grave, in silenzio, col cuore ardente.

«Ah taci?» esclamò il barone.

«Hai già dichiarato» diss'ella «che non accetti?»

«Sí, ma si vuol tornare da me domattina per una risposta definitiva.»

«E se vengo, accetti?»

«Santo diavolo!» fece quegli, fra attonito e perplesso. «Se tu vieni, comincio a non capirci piú niente.»

«Allora accetti?»

«Forse.»

«No no» esclamò Elena risolutamente. «Bisogna promettere che se io vengo con te accetti.»

Il barone si gittò sul canapè.

«Ci penserò» diss'egli.

Ma Elena non voleva neppur l'ombra d'un dubbio, e insistette. Suo marito non poteva credere che i Carrè acconsentissero all'esilio di lei.

«Ebbene» diss'egli, «se tu vieni davvero, accetto.»

Posto che l'offerta movesse da casa Carrè, quella condizione l'avrebbe fatta cadere sicuramente.

Allora Elena gli domandò se in nessun caso, in nessun modo accetterebbe un'offerta simile dalla famiglia Carrè, senza la condizione d'andare in America. Egli rispose un «mai» pieno di superbia e d'ira, si confermò nel dubbio che proprio l'avvocato Boglietti non avesse parlato per incarico dei Carrè.

«Verrò» diss'ella.

Il barone la guardò, battè sul braccio del canapè la mano distesa e rispose:

«Va bene.»

Poi andò a prendere nel suo cassettone un revolver, lo posò presso la lucerna.

«Ecco l'amico che mi doveva assistere» disse egli. «Ti giuro che mi sarei ammazzato cento volte prima di accettare il soccorso dei tuoi.»

Elena prese il revolver.

«È carico» disse suo marito.

Elena lo tenne tuttavia, pareva considerarlo attentamente. Le sue mani tremavano, le labbra erano serrate, convulse. Non la vedeva neppure, la piccola canna lucente; vedeva solo l'uomo che amava tanto, da cui si sapeva tanto amata, lo vedeva nel momento dell'ultimo addio, di un'angoscia senza nome.

«È quello che mi hai regalato tu da fidanzata» disse suo marito.

Elena depose il revolver sul tavolino, lo guardò ancora finché si fu ricacciate in gola le lagrime.

«E allora?» diss'ella piano.

«Allora» riprese il barone «io accetto e si assestano gli affari; ci vorrà un po' di tempo perché tutti i miei debiti non li so neppur io, quasi. Poi si va.»

Elena non ebbe la forza d'entrar subito a parlar del come e del quando.

«Sai che ho paura d'essere una gran bestia, io, a credere che tu venga?» esclamò suo marito.

Ella si alzò sdegnosamente per tornare all'albergo.

«No, no, ti credo» diss'egli blando. «Che fretta hai? Fermati un poco. Sii buona!»

Elena volle partir subito. Suo marito le propose burberamente di accompagnarla; la padrona di casa, che aveva sempre origliato all'uscio, offerse la propria camera per la notte; non s'era coricata apposta! Ella rifiutò tutto con tale veemenza, che colei, quasi quasi, le chiese scusa.

«Lasci fare» disse il barone. «Da qui alla Minerva le strade sono sicure, e mia moglie non ha paura di niente.»

Colei accompagnò Elena con il lume fino alla strada, le disse che aveva sperato si fermasse. Il signor senatore le faceva pena. Aveva tanti fastidi! diceva certe cose!

Elena rispose con un leggero cenno di saluto e uscí, si incamminò adagio per la via buia, lasciandosi portar dall'istinto, senza saper bene dove fosse, senza altro senso che di un dolor sordo al cuore, di una mortale inerzia della mente. E guardava appressarsi una dopo l'altra, lentamente, le fiamme dei radi fanali, tremare ed ardere, scomparire sopra la sua testa. Le venne a poco a poco una strana idea; s'immaginò di sognare che era smarrita in una città sconosciuta, immensa. Allora il suo istinto l'abbandonò a un tratto. Non sapeva qual via prendere, dovette fermarsi, pensar lungamente, guardarsi bene attorno prima di capire che era al canto di via dei Pastini. Affrettò il passo e, un momento dopo, entrava alla Minerva.

Un cameriere aveva l'ordine di avvertirla che il suo signor zio l'aspettava nella propria camera, a qualunque ora fosse tornata, assolutamente. Anche questa pena; dover nascondere, dissimulare! Non le parve di poterlo in quel momento, fu per dire al cameriere che la precedeva di lasciar dormire il conte perché oramai era troppo tardi; ma non ne fece nulla, onde colui picchiò all'uscio, l'introdusse e, posata la candela, si ritirò.

Il conte Lao stava a letto leggendo. Buttò via il libro e alzò il capo dal guanciale, voltandosi a guardar la nipote.

«Oh!» diss'egli «credevo che non venissi piú.»

Elena non s'appressò al letto e rispose ch'era tanto stanca, che aveva tanto sonno. Il conte taceva guardandola.

«Buona notte» diss'ella esitante.

Suo zio tacque ancora un momento e poi le disse con un brusco, imperioso inchinar del capo:

«Vieni qua.»

Ella fece due passi verso di lui, adagio, adagio, si fermò, gli sussurrò:

«Cosa vuoi?»

«Piglia quella sedia» diss'egli.

Elena lo pregò di lasciarla andare, gli allegò ancora la stanchezza, il sonno.

«Ma che sonno!» rispose lo zio inesorabile.

«Dormirai domani. Piglia quella sedia, mettiti lí e conta.»

Ella non obbedí ancora. Era venuta volentieri a dargli la buona notte, ma poi bisognava farsi un po' di riguardo anche per la gente dell'albergo.

«Imbecille!» esclamò il conte. «Andiamo, non seccare.»

Elena non poté insistere. Sedette discosto dal letto, evitando, per quanto le fu possibile, d'avere in viso il lume delle candele.

«Dunque?» diss'egli. «Sei stata da tuo marito?»

«Sí.»

«E cosí?»

Elena non rispose.

«È vivo o morto?»

Ella tacque un poco, si coperse il viso con le palme, poi si buttò ginocchioni al capezzale dello zio, gli afferrò una mano.

«Zio, zio» diss'ella con uno slancio di passione «bisogna salvarlo! Senza ch'egli possa mai sapere che siamo stati noi!»

Lo zio non si adirò, questa volta.

«Salvarlo, dici tu» rispose sorridendo, «salvarlo, come se non fosse niente. Un bel mobile da salvare! Se vuoi salvarlo tu, fa pure, fai benissimo; io non butto certo via i miei danari in questo modo. Levati, levati!»

Parlava con la maggiore dolcezza, e, quand'ebbe finito, baciò pian piano Elena sui capelli.

«Ch'io faccia pure!» diss'ella accorata. «Che lo salvi io! Farei benissimo! Lo so, lo so.»

Amaro momento! Il conte Lao non pensava che le sue parole dovessero suonarle cosí dure.

«Sai bene che io non ho i mezzi» soggiunse Elena, alzandosi.

«Va là, va là» diss'egli, «che quelle canaglie là non vanno mai a fondo, trovano sempre chi li aiuta. Non si ammazzerà, sta quieta. Scommettiamo che gli capita qualche fortuna?»

Un lampo balenò negli occhi di Elena.

«Sai qualche cosa?» diss'ella.

«Io? No. Non so niente. Cosa vuoi che sappia?»

«Perché infatti gli hanno proposto di pagargli i debiti.»

«Ah, ecco!» esclamò il conte. «Te l'ho detto, io. Hai visto? E lui, cosa fa?»

«Ah, sai che c'è una condizione?»

Stavolta il conte andò sulle furie, protestò di non saper niente di niente.

«C'è una condizione» riprese Elena. «C'è la condizione di andare in America, per sempre.»

Lao non parlò piú, non mostrò curiosità di saper altro.

«Egli accetta» continuò lei dopo un breve silenzio. «Ci va.»

Lao si scosse un poco e brontolò:

«Manco male.»

Stettero muti ambedue, un tratto.

«E perché ti crucci, allora?» diss'egli finalmente. «Non capisco. Credi che gli farebbe piú onore di andare in prigione? Cosa si potrebbe fare per lui di meglio? Proprio non capisco.»

Elena si alzò dalla sedia senza dir niente, si appressò al cassettone su cui stava la sua candela, la tolse in mano, la considerò un poco, e posatala, se ne tornò lentamente indietro, appoggiò ambo le mani al letto come per chinarsi a baciar lo zio, gli si chinò invece all'orecchio, gli sussurrò:

«E se andassi anch'io?»

Egli si strinse nelle spalle e rise forte, ironicamente.

«Non scherzo mica, zio» diss'ella.

Allora lo zio, ch'era coricato sul fianco, si girò sul dorso.

«Di' la verità» esclamò prendendole un braccio «che mi faresti anche questa?»

«Ho paura che sia il mio dovere, zio.»

«Ma che dovere! Ma quando mai la moglie d'un briccone ha il dovere di tenergli dietro se va in America? Ma fammi il piacere! Va là, va là, va a letto!»

Elena fu sorpresa che suo zio pigliasse la cosa con una tal quale relativa placidità.

«Ma parto proprio, sai» diss'ella.

«Oh basta!» esclamò il conte. «Finiscila! La condizione, s'intende bene, è che vada solo.»

«Ma no, ma no, zio!»

«Ma sí, ma sí, solo, solissimo!»

«Ma scusa, zio!»

«Oh» diss'egli, fuori dei gangheri, «chi lo ha da sapere se non lo so io? Chi è l'asino che paga se non sono io?»

Elena n'ebbe tronco il respiro; tutto il sangue le corse al cuore. Guardò suo zio con gli occhi spalancati, stringendosi le mani al petto, senza proferire parola. Aveva creduto che l'offerta fosse stata procurata da Clenezzi e movesse dalla Presidenza del Senato, dal Governo.

«Non mi sarò spiegato abbastanza» proseguí il conte. «Non mi sarò spiegato abbastanza con quell'altro asino di avvocato, ma lascia fare a me. Non c'è niente di combinato, finora. Sta quieta che i patti saranno chiari.»

Elena abbracciò suo zio con una repentina furia di affetto e di spavento, lo baciò, lo ribaciò.

«No, no, no» diss'ella affannosamente, «No, no, non vado, non dir niente! Grazie! Oh grazie! Facevo apposta, per vedere se ti commovevi, se ti mettevi tu a salvarlo, se gli risparmiavi l'America. Sono stata una stupida, zio, sono stata una ingiusta! Va solo, sai, va solo. Non occorre dir niente. Grazie, zio!»

E lo baciava ancora, lo accarezzava smaniosamente, gli sorrideva con una mortale angoscia nel cuore. Se si tradisse, se fallisse un momento alla sua parte di attrice, potrebbe uccidere suo marito, restar libera.

Era una cosa orribile!

«Che non l'abbia detto chiaro io, all'avvocato» brontolò il conte «che dovrebbe partir solo? Potrebbe anche darsi. Avevo la testa cosí intronata dal viaggio, dalla Cortis, dal...»

«No, no» interruppe Elena. «Gliel'hai detto, giel'hai detto. Se ne va solo; io facevo apposta.»

«Oh ma senti» esclamò Lao, «se un altro gli volesse pagare i debiti, valeva la pena, quest'America, che gliela pagassimo noi? Clenezzi ti ha ben detto che scandali ci sono; cose da Corte d'Assise. Adesso si rimedierà, ma ti pare che egli possa star bene in Italia? Credi che possa restar senatore?»

«No, no» diss'ella afferrando quest'appiglio, «hai ragione, a ciò non avevo pensato. Allora sí, capisco, è meglio che parta, che vada lontano. Oh va, va. Figurati se mi vorrebbe! S'è arrabbiato perché sono andata a trovarlo e poi mi ha lasciata venir via sola, a quest'ora. Non mi può vedere, non ci può vedere nessuno di noi. Anzi, di questo sí poi ti supplico, guarda bene che non gli si faccia sospettare che l'offerta viene da te. Mai, mai!»

«Io ho detto all'avvocato di non parlare» rispose il conte, «ma se lo immaginerà.»

«No, non s'immagina niente, non deve immaginarsi niente, deve pensare che sia il Governo.»

«Oh sí! Il Governo!» fece Lao, con un sorriso incredulo. «M'era passato, sai, per la mente» disse egli dopo una breve pausa «il pensiero che tu con i tuoi eroismi stupidi mi volessi far questa d'andargli dietro; ma può anche essere che non l'abbia detto all'avvocato.»

Tornò sul punto di questo patto esplicito da imporre al signor barone di Santa Giulia ed Elena tornò a scongiurarlo di tacere.

«Bene, bene» rispose Lao «quanto a questo, vedremo. Tu intanto te n'andrai da Roma subito.»

«Sí, zio, tutto quello che vorrai, quando vorrai!»

«Daniele» continuò l'altro «è in grado di partire, credo. Tu e tua madre lo accompagnerete a Passo di Rovese.»

Il cuore d'Elena le balzò nel petto. Che dolcezza, che dolore, che bruciante fuoco! Avrebbe voluto rifiutare, sottrarsi a questa prova amara; non lo poteva.

«Sí» mormorò, chinandosi frettolosamente a baciar lo zio in fronte. «Tutto quello che vorrai. Buona notte.»

«Buona notte» rispose Lao. «Hai tanti scrupoli per tuo marito, e per me, che sono qui mezzo morto per causa tua, niente! Non ho un'oncia di carne che non mi faccia male. Ma se anche crepo io, non importa. Lui è quel che preme. Sí, sí, di' pure di no, tu, ma la è cosí. Basta esser figuri. Buona notte e chiudi bene l'uscio.»

La contessa Tarquinia dormiva.

Elena se ne andò diritta nella propria camera, e, posato il lume sul tavolino da notte, sedette nella poltrona accanto al letto. Era ancora quel dolor sordo al cuore, era ancora quella inerzia mortale della mente; ma piú gravi di prima. Guardava la fiamma della candela tremare ed ardere come le fiamme dei fanali nella via e le pareva di aver nel petto un peso di lagrime morte che non ne potessero ascendere. Non si svestí, non si mosse. Il lume le si velava qualche volta d'una nebbia che lo ingrandiva smisuratamente; allora il suo cuore batteva forte, pareva che le lagrime salissero; ma poi non era nulla, il lume tornava lucido. Verso il mattino piegò il capo sul letto intatto, si assopí un istante, si trovò in sogno a Passo di Rovese. Le pareva di andar a salutare per l'ultima volta i suoi vecchi abeti. Ed ecco, il piú antico, il piú caro, il grande abete triste che pareva stanco di secoli, aveva ceduto al destino, giaceva troncato dalla tempesta. Finalmente allora ella pianse nel sonno, si svegliò, pianse ancora, con sollievo, a torrenti.

CAPITOLO XIX.

«DEVO ANDARE?»

Cortis, minacciato di congestione cerebrale, si era riavuto rapidamente, sí per la gagliardia della sua complessione, sí per l'aiuto pronto e vigoroso dell'arte. Gli pesava di restare alla Camera; benché, in quei giorni di vacanze parlamentari, la sua presenza non fosse d'impaccio ad alcuno. Sospirava le sue montagne, e i medici pure consigliavano riposo assoluto, aria libera, pura, appena fosse possibile, evitando l'inutile disagio di due trasporti, e, ciò che piú importava, l'irritante contatto della signora Cortis.

Della minacciata congestione gli era rimasto un grande abbattimento di spirito, una tristezza profonda che gli metteva spesso le lagrime agli occhi. Non aveva piú fede nell'avvenire né in sè. Si vedeva gittato dalla corrente politica sulla riva, come un avanzo di naufragio. Chiedeva avidamente chi venisse a prender sue notizie, pronto sempre a interpretar male una mancanza, a immaginar noncuranze, abbandoni. Elena ne soffriva assai, benché i medici le affermassero ch'erano fenomeni soliti, passeggeri. Lo rincorava, gli proibiva con la sua dolce voce sommessa di ripetere quei brutti discorsi. Egli allora le era tanto grato, e ubbidiva per un po': quindi ricominciava. Soffriva male di star senza lei, la supplicava di perdonargli le sue importunità e se ne scusava con dire che aveva perduto tutto, che solo l'amicizia di lei gli restava. E voleva farsi promettere che sarebbe venuta a Passo di Rovese, per trattenersi a lungo. Ella si schermiva il meglio che poteva dal promettere, cercando in pari tempo di non irritarlo come le era avvenuto la prima volta che s'era parlato di Passo di Rovese e che lei nel dubbio di poterci venire o no, aveva accennato a suo marito. Cortis s'era fatto cupo, non aveva piú aperto bocca per un'ora.

Era stata lei a persuaderlo di chiamare sua madre il 28, e di parlarle invece di mandar messaggi com'egli avrebbe voluto. Colei ci andò difilata dalla Minerva. Cortis le significò molto freddamente e recisamente la propria intenzione di partire presto per l'alta Italia e la propria volontà ch'ella rimanesse in Roma. Parlò in un tono che non ammetteva osservazioni né repliche. La signora non poté tuttavia stare zitta: augurò a suo figlio, con voce grave e compunta, una cosa ben difficile, una cosa impossibile; che altri affetti potessero sostituire presso di lui l'affetto di sua madre! Soggiunse, congedandosi, che sentiva il dovere di perdonare a quanti le avevano fatto del male, anche ai crudeli che l'avevano esclusa dal cuore di suo figlio. Sapeva bene da chi veniva il colpo, e pregava il cielo che volesse aprir gli occhi a suo figlio sui pericoli di certe amicizie equivoche. Pur troppo non erano piú equivoche per nessuno, a Roma, le sue amicizie.

Quando, partita la signora, l'infermiere di Cortis gli rientrò in camera, lo trovò agitatissimo, tremante; credette ad un accesso di febbre, voleva far venire il medico. Ma Cortis glielo proibí con ira; ordinò che si facesse avvertire, invece del medico, la signora baronessa, e poi quando l'infermiere stava per uscire, lo richiamò in fretta, gli levò l'ordine.

Piú tardi nella serata, venne il dottore, venne il senatore Clenezzi e finalmente anche il conte Lao. Cortis si commosse moltissimo di veder quest'ultimo. Gli chiese poi subito d'Elena e seppe da lui ch'era andata in traccia di suo marito e che per quella sera, probabilmente, non l'avrebbe veduta. Si chiuse allora in un silenzio cupo. Intanto il dottore si lagnava con Lao della poca quiete che si lasciava all'ammalato; poiché conveniva ancora chiamarlo cosí quantunque l'attacco, non grave, di congestione fosse stato vinto rapidamente. Il turbamento nervoso era ancora molto sensibile. Quei nervi lí volevano una tranquillità materiale e morale impossibile a ottenere in Roma, nelle condizioni di Cortis, che soffriva cosí di veder gente come di non vederne. Ci voleva riposo, aria dei campi subito, subito; era opportuno di affrontare, per tale beneficio, anche il disagio di un viaggio lungo. Poiché il signor deputato possedeva questa bella villeggiatura di cui il dottore aveva udito parlare, poiché i suoi signori parenti gli erano anche vicini di campagna e aveano la buona disposizione di tenergli compagnia, niente di meglio che partire il piú presto possibile.

«Anche domani?» disse il conte Lao guardando Cortis.

«Perché no?» rispose il dottore. «Anche domani.»

Cortis non fiatò.

Allora Lao descrisse al dottore Passo di Rovese e la vita che Cortis vi farebbe, almeno per qualche tempo; perché fino a guarigione intera e sicura il signor Daniele non si lascerebbe andare a Villascura, si terrebbe prigioniero in casa Carrè. Lao lo guardava spesso, parlando; spiava se ci fosse qualche indizio di sgelo. Nulla. Disse allora dei passeggi che il convalescente farebbe nel proprio giardino di Villascura e ne raccontò i boschi, i valloni, il lago, le fonti. Cortis, coricato sul fianco, col viso alla parete, non si moveva, pareva che dormisse. E Lao proseguí a dire che sua nipote era innamorata di quel giardino. Anche lei ci andrebbe ogni giorno, sicuramente. Amava tanto i belli alberi! Il suo prediletto era un superbo platano col tronco bipartito, lontano da casa, lungo una stradicciuola pittoresca.

«Un tiglio» disse Cortis, senza voltarsi.

«Benedetto da Dio» esclamò Lao, «che La parla! Un tiglio, sí, signore, giusto un tiglio.»

Allora Cortis osservò, con un'arte suggestiva affatto nuova in lui, ch'Elena, naturalmente, si tratterrebbe a Roma, non verrebbe nel Veneto. Lao protestò contro il naturalmente. Perché naturalmente? Forse subito, forse tra qualche giorno verrebbe anche lei di certo. Cortis la vedrebbe l'indomani mattina. Allora si potrebbe fissare tutto d'accordo col signor dottore, che favorirebbe di lasciarsi vedere anche lui l'indomani mattina, all'ora solita. Cortis tornò di buon umore tanto che il medico esortò Lao a partirsene con lui perché non avesse a parlar troppo, a sovreccitarsi, e quindi forse a soffrire d'insonnia nella notte.

All'indomani mattina Lao capitò verso le nove, solo. Elena era rientrata tardi, si sentiva stanca. Sarebbe venuta, forse verso mezzogiorno. Del resto lui doveva fermarsi a Roma per affari, non sapeva ancora quanto; ma Elena e sua madre erano disposte a partire con Daniele anche subito.

Questi balzò a sedere sul letto. Il diretto diurno per Firenze non partiva alle dieci e quaranta? C'eran quasi due ore di tempo. Lao si mise a ridere, dicendo: «Eccolo la! Un ragazzo!»

«Già» fece Cortis, alquanto mortificato, «per le signore sarà impossibile, ma per me andrei certo.»

Intanto sopraggiunse il medico e dopo un breve battibecco, si dovette, per il minore dei mali, accontentare Cortis che protestava di non voler differire la partenza oltre quella sera stessa; e fu stabilito che partirebbe col diretto in un coupé a letto e che il medico lo accompagnerebbe almeno fino a Bologna.

Lao usciva per andar ad avvertire le signore, quando Cortis lo richiamò per dirgli, con una repentina commozione inesplicabile, di pregar Elena a volersi recare da lui tosto lo potesse.

Ella era appena alzata quando lo zio le riferí questo invito. Andò subito a Montecitorio.

Cortis la ricevette con le lagrime agli occhi, le domandò se sapesse ch'egli sarebbe partito per il Veneto la sera stessa, se fosse vero che sua madre e lei si disponessero a partir con esso. Elena gli rispose di sí, semplicemente, senz'altre spiegazioni. Egli le disse allora ch'era stato tanto felice di apprenderlo dallo zio Lao, che questa felicità gli aveva fatto dimenticar tutto fino a pochi momenti prima, quando gli era balenato il dubbio di commettere una cattiva azione. Ora voleva chiederne a lei, ne andasse pure tutta la sua felicità! Elena non capiva. Egli le raccontò la visita di sua madre, ripeté le ultime parole di lei. Soggiunse che se il mondo era veramente tanto maligno, correva forse obbligo a lui di avvertirnela, di rinunciare alla sua compagnia in viaggio e all'ospitalità di casa Carrè.

«Perché?» diss'ella. «Per il mondo? Che importa il mondo?»

Cortis non rispose parola, ma le prese una mano, se la recò alle labbra, ve le impresse con passione. Si scambiarono un lungo sguardo in silenzio. Le labbra di lei avevano dei moti convulsi, lo sguardo una intensità paurosa. Ella pensava che il suo era quasi un tradimento, poiché Cortis non sospettava certo la terribile risoluzione di lei, il dolor mortale che lo attendeva. Sapendo di nascondergli questo, a lui che l'amava tanto e cosí nobilmente, Elena si sentiva portare nelle sue braccia da una tenerezza, da un rimorso, da uno struggimento indicibile, da un bisogno di confessargli tutto, di piangere sul suo petto. Solo la tratteneva una muta forza, forse un ignoto spirito superiore. «No» sussurrò con dolcezza, ritirando la mano adagio adagio. «Il mondo non mi fa niente, ma bisogna essere calmi, bisogna essere come vecchi amici di sessant'anni, altrimenti non posso venire.»

«Puoi, puoi» diss'egli con voce accorata, con uno sgomento in viso da fanciullo colto in fallo. «Scusami, non sono ancora forte, vedi, ma lo sarò. Oggi mi pare già di sentirmi meno nervoso di ieri.»

Ella non rispose, gli sorrise. Avrebbe voluto dirgli che lo stimava infinitamente migliore di sè, che si era sentita, un momento prima, tanto debole, tanto in balía sua se avesse voluto, e non meritava quelle care parole timide.

Tacquero, per un poco, entrambi. Cortis aperse poi la bocca per parlare, ma non ne usciva voce alcuna.

«Cosa?» diss'ella piano.

Egli esitò un istante e rispose:

«Niente.»

Ma Elena intese che qualche cosa voleva dire e aspettò in silenzio. Infatti, egli mormorò poi senza guardarla:

«E ti si permette di partire stasera con me?»

«Debbo parlare o scrivere» gli rispose, «ma vengo certo.»

Cortis la pregò di scrivere. Un colloquio gli metteva paura. Non si sapeva mai che ne potesse uscire. Perché non scriverebbe subito? Lí c'era carta, penna e calamaio. Poi l'usciere porterebbe la lettera.

«Debbo scriver qui?» diss'ella, ancora incerta, parlando a se stessa.

Si decise e sedette al tavolino. Lo aveva tutto in testa quel che doveva scrivere, ma pure indugiò alquanto prima di cominciare. Come le batteva il cuore lí in presenza sua!

«Ho trovato tuo zio di buon aspetto» disse Cortis.

Ella non rispose e scrisse:

«Parto questa sera per Passo di Rovese con mia madre e con Daniele.

«Ad andarci ora in tale compagnia faccio bene; ma dovunque io possa trovarmi, in qualunque momento tu me lo chieda, terrò la mia parola. Tu intanto non ne parlare a nessuno. Quando la cosa si saprà, io desidero essere già partita, evitare a me e ad altri molte pene inutili.

«Venuta l'ora, tu non avrai che a scrivermi, indicando addirittura il porto d'imbarco, il bastimento, il giorno della partenza, tutto, con la massima precisione. Vorrei che il mio viaggio fosse il piú diretto possibile; e vorrei anche partire da Venezia ch'è a quattro ore da Passo di Rovese. Ma ho paura che da Venezia non ci sieno partenze per l'America.»

Elena restò un momento di scrivere.

«Quanto tempo» disse Cortis, piano «che non ci troviamo insieme a Passo di Rovese, in maggio! Dobbiamo leggere Shakespeare nei giardini, questo maggio. Scusa, scusa che ti disturbo» soggiunse perché lei non rispondeva, pensava con una mano sugli occhi.

Era un grido, un angoscioso grido che le rompeva in quel punto dal fondo dell'anima: «Devo andare? Devo proprio andare?» E il cuore le si sollevava, rispondeva: «No, no» con una violenza! Che sarebbe poi là, a Passo di Rovese? Se la forza le mancasse, se si lasciasse cadere? Era stato troppo facile di promettere; e facile sarebbe stato di partire sull'atto, senz'avere tempo di veder nessuno, senza aver tempo di pensare!

Riprese a scrivere:

«Ti prego poi d'avvertirmi quanti giorni prima sarà possibile, perché avrò pur bisogno d'un po' di tempo.»

Appena scritte queste righe, se ne pentí amaramente. Avrebbe dovuto chieder l'opposto, un richiamo immediato, dalla sera alla mattina, che non lasciasse agio alle tentazioni; e invece la mano debole, la mano vile aveva scritto cosí. E ora? Non voleva farsi vedere da Cortis a lacerare la lettera, a scriverne un'altra. Il cuore le batteva a furia come se credesse già di aver cominciato a vincere col suo «no» violento.

«Non posso scrivere» diss'ella alzandosi. «Ho paura di non aver trovato il tono giusto.

È meglio che gli parli.»

Cortis ne parve atterrito, la supplicò di non farlo, di finir la lettera. Poteva cambiarla, se voleva, scriverne un'altra.

Elena si ripose a sedere e disse:

«Proverò.»

Subito le si affacciarono argomenti di non mutare le ultime righe. Non era una partenza, quella; era una fuga. Occorreva del tempo per disporla. Bisognava venire dalla campagna in città; ci voleva un pretesto preparato di lunga mano. Non era facile trovarne uno lí per lí. Ogni novità repentina, insolita, congiunta ad un turbamento morale troppo profondo per potersi interamente dissimulare, desterebbe sospetti almeno nello zio Lao. Poi qualche preparativo di viaggio ci vorrebbe bene; piú lungo perché segreto.

Ma qui il cuore le disse impetuosamente un'altra cosa. Se distruggesse la lettera? Se andasse via senza scrivere né parlare?

«Oh» diss'ella «forse lascerò andare cosí.»

Cortis suonò, ordinò all'usciere che portasse la lettera al Senato.

«Posso mandarla io piú tardi» sussurrò Elena; ma Cortis non sapeva veder ragione di questo indugio. Ella scrisse la chiusa e l'indirizzo, sentendo quasi, intorno a sè, il fragor del mare. C'era tempo ancora.

«E se non andasse bene?» diss'ella con voce tremante. «Se facessi a meno di scrivere?»

«No, no» rispose Cortis. «Son sicuro che va benissimo. Qua, qua.» Prese lui la lettera e la diede all'usciere.

«Subito» diss'egli. E soggiunse vôlto ad Elena: «Al Senato o a casa sua?» Parve ch'ella non avesse inteso.

«Al Senato o a casa sua?» ripeté Cortis.

«Via delle Muratte» diss'ella sottovoce, «numero 54.»

L'uomo se ne andò con la lettera. Ah Dio, se Cortis si pentisse di quella sua violenza, se richiamasse colui, se sospettasse, se indovinasse! No, no, nulla di questo poteva succedere, l'usciere scendeva le scale...

«Cos'hai?» disse Cortis.

Ella non rispose nemmeno, perché in quel momento entrava il senatore Clenezzi. Gli corse incontro voltando le spalle a suo cugino, gli fece un'accoglienza cosí cordiale che il senatore ne andò in solluchero. Cortis lo aveva mandato a chiamare per pregarlo di raccogliergli certe carte che aveva a casa e voleva portar seco. Ma il senatore, ch'era accorso in fretta e in furia all'invito, non sapeva piú spicciarsi ora da donna Elena, era lí tutto sorrisi, inchini, complimenti.

«Ehi, senatore!» esclamò Cortis dopo un po'.

«Son qui, son qui» rispose l'altro. «Son qui da Lei. La mi scusi, La mi comandi. Son qui, son qui.»

«E io vado via» disse Elena. «A stasera, alla stazione.»

Prima ancora che Cortis e Clenezzi potessero tentare di trattenerla, era scomparsa.

CAPITOLO XX.

OCCULTO DRAMMA

Un filo d'erba non si moveva intorno al lago ovale di villa Cortis, non una fogliolina della sua corona di carpini. L'acqua, tutta bruna, sino a mezzo lago, dell'imminente Passo Grande, tutta chiara, al di là, di nuvole argentee, non faceva una crespa; e anch'esse le aride nuvole meridiane pendevano senza moto, temperavano la luce a quel sopore del lago, blandito dalla sommessa voce dell'acqua che v'entra e n'esce. Era un riposo pieno di vita occulta, un trepido silenzio pieno di aspettazioni. Se qualche fiato veniva dal mezzogiorno, tutti i fili d'erba intorno al lago, tutte le foglioline appena nate dei carpini se lo dicevano; l'acqua sola sapeva che non era ancora il gran vento meridiano del maggio, la gioia e la festa di tutti i boschi, di tutti i prati e di lei; l'acqua non faceva una crespa e subito quel fiato ne andava via, tutto posava, tutto taceva ancora.

«Che quiete!» disse Cortis sottovoce.

Elena, seduta presso di lui sopra un tronco rovesciato nell'erba presso all'entrata del gran viale che mette dal lago alla villa, non rispose subito. Pareva assorta nella contemplazione dell'acqua.

«Troppa quiete» diss'ella qualche minuto dopo, senza muovere il viso né gli occhi.

«Perché troppa?» chiese Cortis.

«Perché si dimentica troppo, qui, si è troppo fuori del nostro mondo, non si pensa piú che bisogna starci anche se ci si sta male. Si diventa molli, inerti. No?»

Cortis raccolse un sassolino, lo gettò nell'acqua che diede una piccola voce dolente, stette a guardar le ondicelle che si allargavano in giro sino a toccar la riva.

«Per me, no» diss'egli. «Per me son beato di esser fuori del mio mondo, e voglio starne fuori ancora.»

«Oh no, no, Daniele, mi fai male quando dici cosí.»

Lo si sentiva, che le faceva male, nell'accento accorato; lo si vedeva negli occhi grandi che si volsero a lui, lo guardarono prima con tristezza quieta, poi, improvvisamente, con passione.

Cortis le prese una mano ch'ella gli abbandonò.

«Perché?» diss'egli teneramente. «Perché ti faccio male? Non voglio mica seppellirmi nell'accidia, lo sai bene. In politica, almeno per ora, colle mie idee, sono fuori di posto. Sono nato trenta o quarant'anni troppo presto. Dico per la politica militante. Ma c'è la scienza, c'è il libro. Non le abbandono mica, le mie idee. Solamente vedo che il nostro paese non è ancora maturo per esse e sarà molto bene che qualcuno aiuti a maturarlo facendogliele conoscere queste idee, discutendole bene nella teoria, prima di tentare la pratica. Io starò qui, studierò, scriverò, viaggerò anche; mi sarà necessario. E quello che scriverò lo discuteremo insieme, non è vero? Perché spero che ci passerai molto tempo a Passo di Rovese!»

Queste ultime parole Cortis le pronunciò a voce bassissima, quasi timidamente.

Ella gli sorrise in silenzio con gli occhi umidi velati. Poi sussurrò: «Devi tornar alla Camera, per far piacere a me. Devi dirigere il giornale.»

«Oh, quello è bell'e andato» rispose Cortis.

Elena trasalí; la sua mano inerte strinse quella dell'amico.

«Come bell'e andato? Hai risposto?»

Avevano scritto a Cortis da Roma, il giorno prima, chiedendogli i suoi intendimenti circa il nuovo giornale. Poiché non aveva potuto fare il discorso, contava egli che si uscisse subito? Oh che si aspettasse dell'altro? Persisteva nel proposito di tenere la direzione fino all'adunarsi della Camera nuova? O ragioni di salute ne lo impedivano?

«No» disse, «non ho risposto, ma oggi rispondo.»

«No, no, rispondo io» esclamò Elena.

Cortis si mise a ridere.

«Sí, rispondo io, e tu sottoscrivi!»

Gli occhi le lampeggiavano.

C'era nell'erba, accanto a lui, un piccolo volume giallognolo, un Shakespeare di Tauchnitz. Egli lo raccolse, si pose a sfogliarlo, dicendo: «Dov'è questo passo che hai sognato a Roma?»

Elena gli strappò il libro.

«Promettimi» diss'ella, «promettimi che mi fai vedere la risposta.»

«Questo sí; te lo prometto.»

Il suo viso grave e la sua voce esprimevano una meraviglia quasi dolente.

«Hai paura di me?» proseguí. «Vuoi mandarmi via?»

Ella si piegò tutta un momento verso di lui, portata da un impeto muto; le sue labbra segnaron l'atto di un bacio. Ripiegò tosto indietro, lo guardò ancora e poi aperse il libro con mani tremanti, lo sfogliò anche lei avanti e indietro, a lungo. Finalmente porse a suo cugino il libro aperto, tenendovi l'indice sopra un punto dov'egli lesse: «My little body is a-weary of this great world.»

«Il mio piccolo corpo è stanco di questo gran mondo.» Le tristi parole additategli silenziosamente gli misero nell'anima un freddo, un turbamento arcano. Le guardò ancora, poi alzò gli occhi ad Elena come per interrogarla; ma ella teneva i suoi chini all'acqua addormentata.

«Il Mercante di Venezia» diss'egli. «Non me ne ricordavo.»

In quel momento un suono di campane arrivò sul lago deserto; altre campane risposero da un'altra banda.

«Mezzogiorno!» esclamò Elena, alzandosi, sorpresa che fosse già cosí tardi. Al tocco, di solito, si portavano le lettere a casa Carrè. Le ore del mattino erano le piú angosciose per Elena. Dopo l'arrivo della posta respirava un poco, gustava con avidità intensa la sua dolce casa, le sue montagne, la presenza e le parole dell'amico, con questo pensiero che fino al tocco dell'indomani poteva vivere in pace, lettere non ne capitavano piú.

«Hai fretta?» disse Daniele, senza moversi. «Ascoltiamo un poco queste campane.»

Ella tacque, si volse a guardar fra i carpini verso il fondo della valle, verso casa. Qualche occhiata di sole pallido moveva ora sul vicino prato, sulle teste nere degli abeti che spuntavan su dietro a quello.

Anche laggiú a villa Carrè e sulle ghiaie del Rovese, e, al di là, sulla muraglia nuda di monte Barco erano stampate larghe macchie di sole. Elena non vedeva dietro a sè l'austero Passo Grande farsi azzurro, cupo, quasi nero, al di sopra delle sue larghe frane, dei borri nevosi, sotto una corona pesante di nebbione. Non vedeva questa minaccia, ma pure anche i pallidi sorrisi di sole com'eran tristi! Quella sensibilità di Cortis, quel suo compiacersi della natura, della solitudine, delle campane, cosí nuovo in lui, le davan pena.

Non era ben guarito ancora, nello spirito. Guarirebbe? O qualche corda s'era spezzata in lui?

Daniele ascoltava le campane che dicevano sempre sempre la stessa cosa profonda, inenarrabile, mettevano nella solitudine un raccoglimento devoto.

«Mi par d'essere ancora un bambino» diss'egli «quando mia nonna mi faceva recitar l'Angelus Domini.»

«Io pregherei meglio qui che in chiesa» disse Elena.

«E come pregheresti?» chiese Cortis sorridendo. «Cosa domanderesti?»

«Non merito niente, Daniele» diss'ella triste. Vi era tanto affetto in quel «Daniele» insolito, tanto dolore, tanta sincerità di confessione!

Le campane del mezzogiorno suonavano ancora, ma Cortis non le ascoltava piú. Aveva qualche cosa da dire, qualche cosa che lo turbava molto. Si alzò, prese il braccio d'Elena, si avviò con lei giú nell'ombra verdechiara del viale di carpini.

«Senti» diss'egli. «Ti ricordi che ti ho scritto una volta di Pergolese e di quell'incognita, che ti ho domandato se adesso saranno insieme? Non pregheresti per una riunione cosí, nell'altra vita?»

«No» rispose Elena con un fil di voce, «non potrei. Ti faccio male» soggiunse. «Perdonami.»

Egli tacque.

«Tu hai tanta fede» diss'ella «e io no. Io non posso domandare a Dio di farmi felice. Potrei domandargli di far felice te, lo desidero tanto; ma non ho il coraggio di domandargli queste cose, io, al Signore; non ne ho il diritto. E non mi pare neppure che vada bene. Appena gli posso domandare che sia fatta la sua volontà e che ci aiuti tutti e due a benedirla qualunque sia.»

Cortis le strinse il braccio, le prese la mano sinistra con ambedue le proprie, gliela strinse forte in silenzio. Non parlarono piú, né l'uno né l'altra, per un gran tratto.

Come giunsero al punto dove un valloncello ombroso mette capo alla destra del viale, Cortis s'arrestò, chiese ad Elena se volesse andare a salutare il suo tiglio. Non v'era solo il tiglio da quella parte; v'era anche la colonna con le mani congiunte e la scritta latina.

«Andremo domani» diss'ella piano «se non ti rincresce. Verremo piú tardi; vuoi?»

Avrebbe preferito serbar quel piacere a dopo l'ora di posta, quando era meglio in grado di goderlo. E poi si sentiva troppo turbata dalle parole di Daniele sulla riunione futura, troppo in pericolo di lasciargli intendere quanto l'amasse; perché egli non lo sapeva ancora, quanto! Questo non andava bene, questo non lo voleva, perché, quel giorno terribile, egli avrebbe sofferto di piú.

Le parve di vedere sul viso di Cortis un'ombra di malcontento e soggiunse subito, arrossendo:

«Sai, vorrei essere a casa per l'ora di posta. Sono tanti giorni che lo zio non scrive!»

Tanti giorni? Non n'erano corsi che quindici dal loro arrivo e lo zio aveva bene scritto due volte! Fatti i conti si trovò ch'eran soli cinque o sei giorni. Ad ogni modo avrebbe dovuto scrivere prima ed Elena si diceva inquieta. Cortis le chiese cosa facesse Lao a Roma, tanto tempo. Di un affare sapeva, ma quello era finito. Quest'affare, di cui Cortis non diede a Elena altra spiegazione, dimenticando forse di avergliene già fatto cenno a Roma, era la cessione di credito convenuta con l'avvocato Boglietti, per la quale Lao gli aveva scritto da Roma ringraziandolo e partecipandogli che al pagamento era già stato provveduto da lui, direttamente.

Elena rispose che lo credeva occupato d'affari molto gravi, piú di cosí non gli poteva dire. Cortis pensò agli affari del barone Di Santa Giulia, non parlò piú fino al cancello di casa sua, dove cominciò a cadere una pioggerella tepida, minuta minuta, che si vedeva tremolar lucente in un raggio di sole e non si udiva.

«Entriamo» diss'egli, «aspettiamo qui o almeno facciamoci dare un'ombrello dal gastaldo.»

Ella non volle, e prese, staccandosi dal suo braccio, il viottolo a sinistra che scende verso la villa.

Tanta impazienza lo ferí un poco.

«Senti» diss'egli fatti pochi passi, «non so perché io debba continuare a stare in casa tua. Potrei venir qua, oramai. Non sono mica piú convalescente; sto benissimo».

«Fa come vuoi» rispose Elena, in tono di sommessione. «Fa quello che ti par bene; può essere che sia bene fare cosí.»

Egli si sarebbe aspettata un'altra risposta e non fu contento di questa. Gli parve troppo freddamente savia, ingiusta verso di lui. Facile per natura ad adombrarsi fuor di ragione, lo era adesso piú che mai. Quelle parole d'Elena, male interpretate, gli fecero dimenticare per un momento le altre che poco prima l'avevano commosso.

Cosí né l'uno né l'altra provavano piú desiderio di parlare, e la piova tepida, che veniva ora piú fitta, sussurrando intorno a loro, sulle alberelle del pendío e poi sui grandi noci, e poi sulle siepi della via maestra il suo continuo, quieto: «zitto, zitto» favoriva quel silenzio. Elena camminava un po' innanzi, perché lui non le aveva piú offerto il braccio. Non v'eran piú macchie di sole, adesso. I campi si perdevano, la via sfumava davanti in una nebbiolina bigia dietro alla quale i grandi fantasmi delle montagne parevano lontani, lontani.

Elena camminava frettolosa senza nemmanco aprire il suo ombrellino da sole. Lui era stato lí per dirle che lo aprisse e poi non aveva parlato. Il povero berretto rotondo di velluto nero non serviva che a farle stillare meglio l'acqua sugli orecchi e sul collo. Oltrepassata quella casa solitaria che chiamano «la Fabbrica», Cortis le si accostò a un tratto, le prese l'ombrellino, l'aperse, le prese il braccio, senza parlare. Lei lasciò fare, gli sorrise con una dolcezza inesprimibile, contenta che quella nuvola leggera fosse passata, non volendone parlare neanche lei. Quindi stese la mano, sopra il muricciuolo di destra, al ciglio erboso del campo fiorito di anemoni; ne colse uno, glielo diede.

Stavano per arrivare al cancello del recinto Carrè, quando ne uscí il portalettere. Cortis lo chiamò, gli domandò se avesse recato lettere a casa Carrè.

«Per lei, signor deputato, sí; lei ne ha sempre un fascio. Per la contessa, nessuna; solo i giornali.»

«E per me?» chiese Elena palpitando.

«No, signora, niente, per lei.»

Un giorno ancora! Elena trattenne un lungo respiro di sollievo, ma strinse involontariamente con il proprio braccio quello di Cortis. Questi la guardò, fu sorpreso di vederle tanta contentezza negli occhi. Come mai, se desiderava aver notizie dello zio? Ella arrossí indovinando la sua sorpresa, si affrettò a dire che certo lo zio si divertiva molto, a Roma, non pensava piú a loro; meglio cosí!

Entrarono, presero la scorciatoia che, ad un centinaio di passi dal cancello, taglia diritto allo studio di Elena e quindi alla villa.

«Entriamo?» disse Cortis, nel passar davanti allo studio.

Elena sorrise un poco, pensando ch'egli non si accorgeva quanto fossero fradici tutti e due, ma tuttavia non si oppose.

«Sedersi poi no!» disse ridendo, poiché fu entrata. «Il mio povero divano!»

Cortis non ci aveva pensato. Si dolse della sua distrazione, voleva uscire. Ma ora ella non volle, per non parere di biasimarlo. Si poteva stare in piedi, non c'era nessuna fretta di andare a casa! E adorava le violette, le rose banksiane bianche posate in un vasetto di bronzo sul tavolino. Intanto Cortis guardava i libri.

«Oh!» esclamò questi. «I tuoi ringraziamenti e saluti

Era quel volume delle Mémoires d'Outre-tombe che Elena, partendo per Roma, aveva lasciato a sua madre onde lo restituisse a Cortis. Cortis lo aveva poi dimenticato nel salotto della contessa Tarquinia, ed ora Elena, trovatolo in casa, se l'era ripreso.

«Non andavano?» disse Elena guardandolo con un sorriso affettuoso. «Erano troppo freddi?»

Che dolcezza, che purezza di sorriso e di sguardo! Egli le prese ambedue le mani, la guardò in silenzio. Si udí un passo sulla ghiaia. Elena ritrasse le mani in fretta. Tosto dopo entrò un domestico ad avvertire che la signora contessa li aveva veduti arrivare e li aspettava subito.

«Cosa c'è?» chiese Elena.

«Credo che sia venuto un telegramma» rispose quegli. «Pare che arrivi il signor conte Lao».

«Ecco perché non ha scritto» disse Cortis.

Elena non rispose, cercò di non lasciarsi vedere in viso, perché avrebbe dovuto godere di quell'improvviso annuncio, e n'era tanto commossa da poter forse simular la calma, non la gioia.

Neppure la contessa Tarquinia era troppo felice di questa notizia, non le sarebbe rincresciuto niente che l'assenza del signor cognato fosse durata di piú. Adesso poteva fare alto e basso, in casa, a sua posta, adesso nessuno brontolava, nessuno faceva dei brutti musi quando parlava lei, nessuno le diceva «sciocchezze!» Adesso respirava, insomma.

«A voialtri» diss'ella porgendo il telegramma a sua figlia. «Telegrafa da Bergamo; hai visto? E cosa gli viene in mente di condurre quel povero vecchio di Clenezzi che starebbe tanto meglio a casa sua? Non capisco niente. E poi cosa sarà andato a fare, a Bergamo?»

Sfogava cosí, povera donna, il suo intimo dispetto; si sfogava sopra tutto a concludere che da simili originali bisognava aspettarsi ogni cosa.

«Che sarà successo?» pensava Elena salendo in camera. «Sarà oramai aggiustato tutto? Saran già fissati il giorno e il luogo della partenza? Dio, la temuta lettera era forse in viaggio? Suo marito le aveva fatto pervenire, prima che lasciasse Roma, un bigliettino in cui s'impegnava di scrivere cinque o sei giorni avanti la partenza. Le pareva di vedere suo zio, di udirgli dire «partirà il giorno tale», e un brivido le correva nella persona, le rompeva il pensiero. A che ora arriverebbe, questo zio? Lo desiderava con ansia febbrile. Quello stato lí era il peggiore di tutti. E non avere un'anima in cui versar la sua, non un aiuto, non un conforto! Anche se credesse come Cortis, non potrebbe tuttavia pregare che lo zio le portasse una buona notizia, un felice scioglimento impensato. Oramai quel ch'era fatto era fatto; non si poteva mutar piú. Si poteva solo dire al Signore: Sia fatta la tua volontà.»

Ella era in piedi davanti alla sua finestra con le palme strette a' due lati del volto, con gli occhi spalancati, con il pensiero fisso in queste parole di preghiera, a cui però il cuore non veniva ancora. Udí la voce di Cortis che abitava il quartierino a pian terreno sotto di lei e ora aveva aperto la finestra e parlava con qualcuno. Ah no, il cuore non voleva dirle quelle parole; non lo poteva! Il cuore voleva vita, amore, felicità! Le due palme strette al volto discesero lungo le guance con una espressione convulsa che le allargava gli occhi ancor piú. «Daniele!» diss'ella sottovoce, angosciosamente. E chiuse gli occhi, si sentí un momento sul suo petto con il suo amore e il suo nome.

La contessa Tarquinia venne a consultare sua figlia sulla camera da disporre per il senatore Clenezzi, sul pranzo da preparargli, se di grasso o di magro, perché era di sabato e la contessa non lo conosceva abbastanza, il senatore, non sapeva niente delle sue idee, delle sue abitudini. Non aveva proprio voglia di tanti fastidi!

«Almeno» diss'ella, poi che restò sola con Elena «dico che sapremo qualche cosa di tuo marito. Non ti ha mica scritto, eh? Bella, sai. Cosí sei ancora piú libera, puoi star qui fino che vuoi.»

Ella non sapeva niente delle pratiche segrete di Lao; sapeva solo, da Elena, che quella sera, a Roma, lo aveva lasciato abbastanza tranquillo, speranzoso di uno scioglimento che non sarebbe, a quanto diceva, il peggiore dei possibili, disposto a lasciar lei libera di andare o stare come le piacesse meglio.

Elena non le rispose, la seguí abbasso per andar a vedere un quartierino di fronte a quello di Cortis, dove avrebbe alloggiato Clenezzi. In sala trovarono Cortis che stava leggendo delle lettere e che sorrise silenziosamente ad Elena quando gli passò davanti.

«Dimmi tu, Daniele» gli chiese la contessa tornando in sala due minuti dopo, «dimmi tu cosa gli si deve dare a questo senatore. Di grasso o di magro?»

«Elena lo sa» rispose Cortis.

Elena fe' un atto di sorpresa.

«Lo so» diss'ella.

Cortis si dolse, con una ipocrisia tradita dagli occhi gai, ch'ella non leggesse le sue lettere. Le aveva bene scritto una volta che Clenezzi andava a mangiar di magro in Trastevere, dove un cuoco lombardo gli faceva certi... certi... come li chiamava? casonsèi.

Ah sí, adesso Elena se ne ricordava.

«Che vergognosa!» esclamò sua madre. «Sgridala, che hai ragione. Scordarsi le cose proprio nel momento giusto di doverle sapere!»

Andò a vedere se il suo cuoco milanese sapesse fare questa roba. Elena aspettò che chiudesse l'uscio e chiese quindi a suo cugino se credeva proprio che non leggesse le sue lettere.

«Sai...» soggiunse, e voleva dire: quante volte! Ma non compí la frase. Cortis intese e, presala per mano, se la trasse a sedere vicina, sul canapè.

«Lo so» diss'egli teneramente. «Lo immagino.»

Ella gli aveva abbandonata la sua mano e guardava in silenzio ora lui, ora la porta. Pensava che partirebbe forse tra pochi giorni, che le era lecito pigliarsi quelle dolcezze. Poi sussurrò:

«Hai avute tante lettere.»

«Sí, amici di Roma.»

Ella guardò la propria mano prigioniera e disse ancora piú piano di prima:

«Cosa vogliono?»

«Oh niente, avere le mie notizie, sapere se vado, quando vado.»

«Adesso no...» diss'ella.

«Oh no certo!»

Elena liberò la sua mano, ne accarezzò leggermente quelle di Cortis, guardandole, sussurrando:

«Ma dopo... quando starai bene... proprio bene... proprio come prima...»

Strinse ora quelle mani, alzò il viso e fece un sorriso di dolcezza, di tristezza infinita, dicendo:

«Allora sí?»

«Signore, vi ringrazio!» disse la contessa Tarquinia rientrando. «Li sa fare.»

«Sí?» disse Cortis, alzandosi senza rispondere ad Elena. «Allora il pranzo è trovato. Per la serata, una bottiglia, un poco di Donizetti o di Pergolese, e l'uomo è felice.»

«Per la musica c'è Elena» disse la contessa.

«Io non suono sicuro. E a che ora dite che vengano?»

Non potevano venire che alle sei e mezzo; ci mancavano ancora piú di quattr'ore. Non pioveva piú. La contessa aveva un paio di visite a fare in paese. Fece attaccare e un quarto d'ora dopo se ne andò.

«Che lettere ci siamo scritte!» disse Cortis, tornando a sedere presso sua cugina. «Pare impossibile!»

«Perché impossibile

«Mi domandi?»

Elena abbassò gli occhi, disse timida e grave:

«Io non voleva che tu mi amassi.»

«Perché non volevi?»

«Lo sai, perché credevo che non potessi essere felice, cosí.»

Cortis si chinò verso di lei, le disse sorridendo:

«Ma adesso non lo credi piú, non hai piú di queste ubbie?»

«Lo credo ancora» rispose Elena coprendosi il volto. «Solo non ho piú quella forza. Sai» soggiunse a un tratto lasciando cader le mani «che in Sicilia ho sperato di morire?»

Egli le afferrò le mani, la guardò stringendo le labbra, respirando affannosamente come se avesse paura che gliela portassero via. Ella ebbe un momento di vertigine, socchiuse gli occhi sentendosi mancare, gli tolse pian piano le mani, ritrasse la persona nell'angolo opposto del canapè. Un domestico passò in quel punto per la sala recando degli oggetti nelle camere destinate al senatore Clenezzi.

«Facciamo due passi fuori?» disse Cortis. «Non piove piú.»

«Sono troppo stanca» rispose Elena. «Va tu, va solo.»

Cortis non rispose e non si mosse. Il domestico, ripassò loro davanti, uscí.

«Era meglio» mormorò Elena.

«Cosa era meglio?»

«Morire.»

«Tu non devi mai dir questo!» esclamò Cortis con tale impeto, ch'ella temè non lo udissero, gli fe' segno di chetarsi, di abbassar la voce.

«Non devi dir questo» riprese egli piano, ma sempre con accento concitato. «Non sai quello che dici. Non sai come t'amo, io. Non mi permetto un solo pensiero colpevole, sai, Elena, neppur uno! Mai! Ma dimmi, credi tu che io sia nato per quella bassa felicità che cercano i piú? Io, vedi, ho bisogno di amare e anche di soffrire per quello che amo. Allora sono felice, allora mi sento come un fuoco di vita nell'anima, come una benedizione di Dio, sento tutta la mia dignità d'uomo, tutta la mia forza. Anche quando si tratta delle mie idee, del mio paese che amo tanto. Sai, la coscienza mi dice che dovrebbero passare davanti a tutto. Bene, anche per loro sono felice di soffrire. Piú mi si combatte, piú mi si offende, piú soffro, meglio sto. Se adesso mi sorride poco l'idea di tornare a Roma e alla Camera, è perché ho paura di non potervi far niente di buono, e non per le opposizioni. E se t'amo, Elena, ma come, ma come vuoi che la mia felicità non sia questa di seguitare ad amarti, sacrificando, ora e sempre, tutto quello che si deve sacrificare, ma sapendo, però, che anche tu mi ami e che il tuo amore è cosí forte e cosí nobile come il mio? Come vuoi che io prenda moglie? Perché? Per aver la vita ingombra e l'anima vuota? Il mio amore sei tu, la mia vita sei tu, la mia felicità sei tu, anche cosí, vivendo come spiriti, pregando Dio che ci aiuti sempre, e ci riunisca meglio un giorno o l'altro, non dico in questo mondo! Perché io lo prego cosí, sai, e ci ho una gran fede!»

Adesso era Elena che respirava affannosamente, bevendo le parole calde e lo sguardo di lui. Era troppo! Si alzò di slancio, gli strinse forte forte la mano, non rispose ai suoi richiami, uscí in giardino per la porta di ponente, andò a cadere sopra uno dei sedili di ferro che la contessa tiene lí fuori.

Un gran vento freddo si era levato da settentrione e ruggiva negli abeti, infuriava negli arbusti, nel glicine avvolto al cipresso morto, nell'erba del prato, confondendo la sua voce a quella profonda del Rovese che veniva su da man destra, ripercossa dalle squallide scogliere nude del monte Barco. In fondo a Val di Rovese il cielo era puro. Una striscia di nitido sereno mostrava la neve e il sole sulle cime lontane di Val Posèna. La vetta del Passo Grande non aveva piú nebbie; il profilo ne spiccava bruno sulle nuvole chiare che correvano a furia verso mezzogiorno; e là in faccia, tra Val di Rovese e Val Posèna, le guglie del Corno Ducale avevano un chiarore rossastro, una certa luce serena.

Elena sentiva un ristoro nell'aspetto del cielo e delle montagne; sentiva il furioso vento freddo come uno spirito di purezza e di pace che le facesse bene sulla fronte e nel petto, che le quietasse l'immaginazione, il sangue, il cuore. Ed anche i sussurri, gli scrosci subiti per le piante, tutte le varie voci dolenti e sdegnose del vento le facevan bene, quantunque non potesse ora parlar con loro come una volta, quando le ascoltava in qualche angolo deserto, contemplando sola, beata, e tanti dolci pensieri le venivano in mente, tanti sogni. Neppure alle montagne poteva ora parlare, ma tuttavia poteva, fra i loro cari aspetti venerabili, ascoltarsi il cuore come nell'intimo della sua cameretta.

Ah folle, imprudente cuore, cosa diceva mai?

«Andrò» diceva; «ma se non andassi?» E batteva allora, batteva forte, forte, da spezzarsi, immaginando con violenza, contro una debole volontà renitente, la infinita gioia di viver vicino a lui, di saper che sarebbe cosí, tutta, tutta la vita. «No, no» disse ella sottovoce, ma pur pronunciando le parole, «partirò, partirò, debbo partire.» E soddisfatta cosí la coscienza, subito ritornava a quelle immaginazioni, parendole di poter accontentare almeno la fantasia, per un momento.

«Contessina!» le gridò la cameriera da un balcone. «Non stia a quel vento!»

Ella trasalí come se avessero sorpreso il suo segreto, si alzò e andò a rifugiarsi nel piccolo gabinetto, dove almeno occhi indiscreti non arrivavano.

Il volume delle Mémoires era lí aperto sul tavolino come ve lo aveva lasciato Cortis. Elena lo prese. Ancora, ancora quella pagina, quelle parole: «jamais ternie». Non ne poteva staccar gli occhi, e pareva che venissero a lei, proprio a lei, quelle parole, e nel momento opportuno; se ne difendeva, si diceva che la sua volontà non aveva peccato; solo la fantasia. Non v'era ancora una macchia, una sola piccola macchia sulla sua vita! Poi andò avanti a leggere quasi inconsciamente, si fermò su queste altre parole:

«Depuis t'avoir vu, mon coeur s'est relevé vers Dieu, et je l'ai placé tout entier au pied de la croix, sa seule et veritable place.»

Un gran silenzio si fece nell'anima sua, un lungo silenzio di ogni pensiero e di ogni sentimento. Pensò poi che avrebbe desiderato anche lei di poter adorare la croce cosí. Riprese il libro e la lettura:

«Il n'est rien tel, mon ami, que l'idée de la mort pour nous débarrasser de l'avenir.»

Si fermò anche qui.

Era vero, in Sicilia aveva desiderato di morire. Adesso no, benché l'avvenire le comparisse tanto spaventoso. Come mai? Pareva impossibile. Vi era forse nelle oscurità dell'anima sua molta piú radice di speranza ch'ella stessa non credesse; v'era fors'anche un vago timore di giungere mal preparata a quel mistero di là dalla tomba, di cui lei e Cortis avevano idee tanto diverse. Quale spasimo per esso s'ella morisse senza fede!

Avrebbe voluto pensarci, a questa fede, e non poteva. La tormentosa aspettazione dell'arrivo di suo zio l'aveva, ad ogni suonar d'ore da Villascura, riassalita piú forte, cresceva ogni momento. Tentò continuar la lettura e dovette smettere subito. Era stanca e non poteva star ferma. Le pesava star lí, o star con sua madre ch'era già rientrata. E mancavano ancora quasi tre ore alle sei e mezzo.

Stava sulla soglia del gabinetto quando uno strepito di zampe e di ruote suonò sotto il porticato. Diede addietro per istinto. Aveva paura, adesso, che fosse lo zio. Come mai, cosí presto? Quanto avrebbe dato perché non fosse lui, perché tardasse almeno un'altra ora! Non aveva ancora pensato se dovesse domandargli di suo marito o aspettare una parola sua; non aveva ancora pensato a comporre il proprio contegno sí da riuscirgli impenetrabile, perché con lui, che sapeva tante cose e aveva forse qualche segreto sospetto, non sarebbe troppo facile il dissimulare. Ecco ch'era lui, proprio lui; ecco i saluti clamorosi di Cortis, la voce del senator Clenezzi. Sua madre ordinava a un servo di chiamare la contessina. Ella si fece coraggio e si avviò verso il portico.

Il senatore Clenezzi le venne incontro solo, con il cappello in mano, gridando:

«La vede, la vede, la vede? Suo zio, sa! Io non avrei mai avuto il coraggio! Cara baronessa!» diss'egli inchinandosi tutto sorridente quando fu a portata di stringerle la mano.

Elena gli rispose alcune parole gentili, poi gli domandò subito dello zio.

«Ora sta bene, proprio bene» rispose il senatore. «È scappato dentro per paura del vento, perché quello poi è un affare serio. Non ho mai visto una cosa simile. Se non mi sono soffocato, in carrozza!...»

Elena lo interruppe, gli domandò dell'umore di suo zio.

«Ah bono, bono, bonissimo. Vorrei che l'avesse veduto stamattina, quando ci siamo messi in viaggio. Ha voluto prendere il treno omnibus del mattino per guadagnare qualche ora. Pareva un ragazzo.»

«Mi dica» domandò ancora Elena in fretta. «Sa ch'egli abbia finiti i suoi affari a Roma? Che non ci debba piú tornare?»

«Oh pare di no, pare di no. Mi ha detto che adesso deve mettersi in economia e che non si muoverà di qua per un bel pezzo, ma che è sicuro di averci buona compagnia, sempre. Andiamo, andiamo, baronessa, altrimenti quello là va in furia.»

Infatti Lao, dalla sala, picchiava forte nei vetri, chiamava «Oh! oh!». Elena, cui le parole del senatore avevano per un momento gelata, si scosse, corse a quella volta sorridendo.

Alle otto di sera, due ore dopo il pranzo, il senatore Clenezzi parlava ancora con entusiasmo del famoso piatto bergamasco, riuscito perfettamente.

«Magnifica villa, magnifico paese, contessa» gridò rientrando con Daniele da una passeggiata «ma quei casonsèi

Credeva che la contessa fosse sola, ma invece ella aveva circolo, quella sera. Erano accesi in sala i lumi del biliardo, e il conte Lao si divertiva a giuocare da solo, come usava nei momenti di buon umore, onde persuadersi di non avervi ancor perduto l'occhio e la mano.

Nella stanza del piano erano accese le candele del tavoliere da giuoco, le candele del piano, la grande lucerna sul tavolino ovale davanti al canapè dove la contessa era seduta con la signora Zirisèla. L'arciprete, il medico e il signor Zirisèla che avevano appena incominciato il tresette, si alzarono, all'entrar di Clenezzi e di Cortis, con un diabolico strascicar di sedie e di piedi benché il quarto giuocatore, don Bortolo, restasse seduto brontolando: «Andiamo, andiamo, quante minchionerie!»

Si alzò anche la signorina Zirisèla, molto rispettosamente. Si alzarono il dottor Picuti e altri due o tre signori che guardavano il giuoco. Il povero Clenezzi, miope, non sapeva da che parte voltarsi, faceva inchini a piú non posso, mentre la contessa Tarquinia gli snocciolava in fretta una litania di presentazioni.

«E la baronessa Elena?» diss'egli, guardandosi attorno.

Elena entrava allora in sala. Aveva udito Cortis passare con Clenezzi sotto le sue finestre, ed era discesa subito. Lao posò la stecca, accennò silenziosamente a sua nipote di accostarsi al biliardo.

Elena obbedí, palpitando.

«Non mi domandi niente?» diss'egli.

«Aspettavo che parlassi tu, zio.»

«Bella anche questa! non te ne importa niente, a te?»

Elena gli rispose con uno sguardo cosí serio, cosí doloroso che lo zio si pentí della sua ruvidezza, e si affrettò a dire:

«Bene, bene, spero che sia finito tutto, ma è stato un affar serio.»

«Finito tutto?» esclamò Elena. «Come?»

«Eh, come! Il processo non si farà piú e non ci son piú debiti altro che per me.»

«E lui?» diss'ella sottovoce.

«Cosa lui

Elena non ebbe cuore di domandar che ne fosse di suo marito. Lao voleva certo dir qualche cosa perché non la richiese piú di spiegarsi meglio.

Prese Elena per le braccia, e, trattala a sè, le mormorò:

«Vuoi sapere quanto mi costi?»

«Scusa, Elena» disse avvicinandosi timidamente la signorina Zirisèla che dava del tu a Elena con il tono di chi teme prendersi troppa libertà. «La contessa e quel signore ti pregherebbero di venire.»

«Va pur là» disse il conte. «Parleremo dopo.»

Elena esitava.

«Sai cosa vogliono?» diss'ella.

La signorina non aveva inteso bene. Far musica, forse. Certo si discorreva, adesso, e con calore, nella stanza del piano. Elena osservò che non pareva vi si desiderasse molto la musica. Pendeva ancora perplessa quando sua madre venne sulla soglia della sala e chiamò:

«Dunque, Elena?»

Ella obbedí senza rispondere e Lao tornò a giuocare al biliardo.

«Ho piacere che sia venuto fuori questo discorso» diceva il dottor Picuti, alzandosi rosso rosso e dirigendosi a Cortis che ripeteva:

«Lasci pure, lasci pure, non fa niente.»

«Basta, basta, adesso facciamo un po' di musica» disse la contessa. «Elena, ci fai sentire qualche cosa!»

«Brava, brava!» diceva Clenezzi sottovoce, ma Elena non ebbe neppur il tempo di esprimere il suo reciso rifiuto perché il dottor Picuti, risoluto di parlare ad ogni costo, saltò subito in mezzo con un solenne:

«La permetta, contessa; La permetta, deputato.»

Qualcuno avea tirato in campo, poco opportunamente, la protesta degli elettori contro Cortis, e Zirisèla aveva brontolato qualche parola, giuocando, su certi machioni che soffian nel fuoco stando coperti, come s'era detto del dottor Picuti, riguardo a quella protesta.

«Soffiar niente e machione niente» proseguí il Picuti.

«Chi vi ha nominato, voi?» esclamò Zirisèla.

«So quel che dico» replicò l'altro inviperito. «So che buone lingue abbiamo in paese e come si fa a rovinare un galantuomo senza nominarlo.»

«Ah Picuto, Picuto!» interruppe don Bortolo. «La prima gallina che canta ha fatto l'uovo.»

«Andiamo, andiamo, Bortolo» borbottò l'arciprete picchiando con le sue carte sul tavolo, «intende animum tuum ad ludum.»

«Sí sí, ad ludrum... ad ludrum... ad ludrum....» brontolò il cappellano aguzzando gli occhi sulle proprie e palpandole tutte, una per una.

Intanto il dottor Picuti, dopo avergli risposto: «Voi tacete, che avete un bel tacere», gridava:

«Glielo dirò io, signor deputato, chi sono state le canaglie.»

«Ohe, ohe, ohe» fece Zirisèla, mettendo giú le carte e girandosi sulla sedia verso colui.

Allora Cortis non si tenne d'imporre silenzio a tutti.

«Basta» diss'egli «e non voglio saper niente, non me n'importa niente. Non ho rancore contro nessuno, proprio. E poi, voialtri, elettori vecchi, siete morti e sepolti. Come volete che me la pigli con voi? Molto piú che sono morto e sepolto anch'io.»

«Come, come, come?» dissero alcune voci.

«Sí, sí, morto e sepolto, basta cosí» rispose Cortis; «e Lei, caro Picuti, vada a guardare il tresette, e Lei, cara Elena, venga a fare della musica.»

L'arciprete, Zirisèla e gli altri bisbigliarono un momento fra loro, mentre Elena accennava di no e guardava Cortis con una preghiera muta negli occhi.

«La scusi, dottor Daniele» disse a un tratto Zirisèla. «Ella non si è mica dimesso da deputato?»

«No, non ancora; ma lo faccio subito, appena sarò in grado di occuparmi un poco; perché quello che volevo dire lo scriverò.»

Tutti protestarono, tranne i preti e la signorina Zirisèla. Ma perché? Ma per cosa? Ma La fa male! Lei ha da esser sempre il nostro deputato! Anche il mangiapreti Zirisèla disse, alludendo al silenzio dell'arciprete, che aveva le proprie idee, ma che quando certa gente taceva, a lui gli veniva voglia di gridare: «Viva il dottor Daniele, per Giove! Viva il nostro deputato!»

«Io non taccio un corno, per tacere» esclamò don Bortolo, «ma... dico... contessa... se La vuol che si faccia questo brindisi... non so se mi spiego!»

«Eh mi pare!» gridò Lao dalla sala.

«Bravo conte! Lei mi capisce per aria, Lei! Capo d'un conte! Un bicchieretto solo.»

Tutti furono addosso a quell'indiscreto di cappellano.

«Eccoli!» diss'egli gridando piú forte di loro. «Son beati, capisce, contessa? E mi strapazzano!»

Lao comparve sulla porta con la stecca in mano.

«È questa la musica» diss'egli «che si fa stasera?»

«Avanti, avanti, baronessa!» disse il senatore Clenezzi.

Elena gli fece un gesto supplichevole, ma inutilmente. Il senatore insistette. Ella si avvicinò a Cortis, gli disse piano: «Salvami, non posso.»

Cortis chiamò Lao ch'era ancora sulla porta.

«Comincia tu» diss'egli.

«Io? Bravo!» rispose Lao, girando sui talloni.

Cortis si rivolse alla signorina Zirisèla che si scusava tutta tremante, sapeva poco, era fuori di esercizio. Per fortuna il papà Zirisèla intervenne col suo vocione burbero di comando.

Incominciato il supplizio della signorina, Cortis chiese sottovoce ad Elena cos'avesse, perché non potesse suonare.

«Sono stanca» diss'ella, «e poi, sai! Davanti a questa gente! Se fossimo noi due soli, suonerei forse. Ma neppure» soggiunse dopo un momento.

«Perché neppure

«Non domandarmelo. Forse te lo dirò. Non adesso però. Ma tu non domandarmelo, sai.»

Ella poté prendergli di furto una mano, stringergliela forte come se avesse paura. La contessa Tarquinia, udendoli bisbigliare, li guardò. Allora tacquero, finsero di ascoltare le agilità della signorina Zirisèla.

Ambedue sentivano il rapido stringersi dei loro legami in quella tacita complicità, pensavano al futuro. Elena ne vedeva uno spaventoso; Cortis aveva dei sinistri presentimenti. Il contegno d'Elena era nuovo da poco in qua. Ella non si curava molto, adesso, di nascondere i propri sentimenti, o almeno non vi riusciva piú, e ciò bastava ad accrescere la passione di Cortis. Ma dove si andrebbe a questo modo? Non verrebbe presto il momento in cui non potrebbero piú stare né divisi né uniti?

Furono soli a non batter le mani quando la signorina schiacciò sul piano gli ultimi accordi. Elena se n'avvide troppo tardi, andò a congratularsi con lei.

«A Lei, senatore Clenezzi!» disse Cortis, forte. «Lei cantava una volta, m'ha detto. Ci faccia un po' sentire quel pezzo di Pergolese, quelle che ci ha cantato donna Laura a Roma.»

«È matto?» rispose il senatore. «Lei ce lo deve cantare, baronessa. Sa, le famose strofette che Le ho fatto mandare a Cefalú: Se cerca, se dice

Ma Elena non cantava, non aveva mai avuto voce. Lao, ch'era rientrato durante il pezzo della Zirisèla, si pose al piano senza parlare e cominciò a cercarvi il motivo del Pergolese, interrogando Clenezzi con gli occhi.

«Bravo!» esclamò costui. «Bravo! Cosí» E si mise a cantare con la sua fioca voce fessa: Se cerca, se dice...

Nel dire la frase:

 

Ah, no, sí gran duolo

Non darle per me,

 

trovò tanto improvviso vigore che don Bortolo esclamò restando di giuocare «bravo, cane!» e fece rider tutti, mentre il senatore continuava imperterrito:

 

Rispondi, ma solo:

Piangendo, partí.

 

Soltanto Elena non rideva. Chiese di chi fossero le parole. Clenezzi cominciò un panegirico di Metastasio, levando al cielo questi versi tutti sentimento, tutti vezzi, tutti musica anche senza le note divine del Pergolese.

«Sí, sí» disse Lao alzandosi, «meglio questi pochi versi antichi che tanto brodo moderno, non dirò di porco, ché io lo apprezzo, ma di asino. Falsi però anche questi, sapete; falsi nella midolla. Zucchero di barbabietole. Lo si sente anche nella musica, quasi. Bella, ma, ma, ma... non so, un poco effeminata. Pare impossibile che quella roba lí sia d'un abate. Si capisce ch'era un abate da burla, Metastasio. Un prete deve sentir la passione piú di cosí.»

«Che discorsi!» brontolò la contessa Tarquinia.

«Non è vero, don Bortolo?» ribattè Lao.

«Cosa, signore?»

«Che quando un prete è innamorato, è furioso?»

«Tre assi, conte!» rispose il cappellano continuando a giuocare. «Can da toro d'un conte! Tre assi, tre assi.»

L'altro si volse ad Elena.

«Dimmi, cara te, se uno che ama ed è riamato sul serio pianterà mai l'amica per cedere ad un altro sentimento qualsiasi, a un dovere immaginario come quello lí? Che amore vuoi che sia? Se è amor vero, neanche il codice gli ha da resistere!»

«Oh!» fece Cortis, e voleva continuare, ma Lao gli ruppe la parola in bocca.

«Non fatemi teorie!» diss'egli. «Son vecchio e conosco il mondo. Cosa mi venite a contare? Non credo a certi eroismi. Storie! Sono poi anche eroismi balordi. Di tre persone ne potrebbero star bene due. Signor no, bisogna che l'eroe, questo imbecille, si sacrifichi per farle star male tutt'e tre; perché vi domando io, se non starà male l'amante, se non starà male la moglie e se non starà male anche il marito. Son cose contro natura che non possono riuscire a bene. Ma diavolo!»

Elena disse allora con una voce strana, diversa dalla sua solita:

«Si deve guardare, prima di fare il proprio dovere, cosa ne seguirà, chi sarà contento e chi non sarà contento?»

«Molto, molto si deve guardare in questo genere d'affari» rispose Lao.

«Che lievito di canaglia che hai!» disse Cortis, ridendo.

«E credete» soggiunse Elena, «che quel personaggio di Metastasio avrebbe fatto bene a dirglielo, alla sua amica, che doveva andar via per sempre?»

«No» rispose Cortis. «Se lo credeva un dovere no, perché poi gli sarebbe stato molto piú difficile di compierlo.»

Il tresette finí in quel momento.

La contessa Tarquinia avea fatto recar del vino poco prima.

«Al nostro deputato, dunque!» esclamò don Bortolo. Tutti fecero eco.

«Grazie» disse Cortis «ma non accetto brindisi.»

«Oh sí, sí» esclamò Elena. «Da me sí» soggiunse sottovoce.

Egli non osò contraddirla in quel momento e tacque.

«Io ho bevuto, intanto» disse il senatore, ed è un vino che non può sbagliare.»

«Vino da preti, signore» osservò il cappellano. «Vino da poveri sacerdoti. La capirà in che paese La si trova, signore.»

La conversazione si sciolse subito. Tutti si congratularono. Non erano ancora usciti dalla sala, che Lao si lagnò del tanfo rimastone.

«Aprir tutto per dieci minuti, qui» diss'egli a sua cognata.

Vennero i domestici, portarono via i lumi, apersero le finestre. Solo Cortis rimase nella stanza a godersi il lume scuro delle stelle, il soffio e il fragor del vento. Aveva forse sperato che rimanesse anche Elena, ma ella era uscita con suo zio, l'aveva seguito sul piú lontano dei quattro canapè della sala, mentre Clenezzi calando adagio adagio sul piú vicino accanto alla contessa Tarquinia, le diceva con un sospiro:

«Ah contessa, Pergolese è una gran cosa, ma quei casonsèi

«Del resto» continuò Lao sottovoce «è combinato tutto come si desiderava. C'è solo questo di nuovo, che non va piú in America.»

Elena gli afferrò un braccio, gli piantò gli occhi in viso.

«Non ha dei conoscenti a Yokohama?» disse Lao.

Elena lasciò il suo braccio, non rispose, benché sapesse perfettamente che dei lontani parenti di suo marito, inglesi, avevano una casa di commercio a Yokohama.

«Non lo sai, tu?» continuò l'altro. «Pare che ne abbia. Almeno lo ha detto lui all'avvocato chiedendogli questo cambiamento. Non so, pare che qualcheduno di costoro sia a Roma, che gli abbia fatto delle proposte. Avrà forse un collocamento. Cosí sarai piú contenta anche tu.»

«Oh sí, sí» diss'ella.

Non v'era nell'ampia sala che una macchia di viva luce sul panno verde del biliardo, sui birilli, sulle bianche palle brillanti. Tutto il resto era penombra ed Elena vi si sentí piú coraggio per una domanda non sincera:

«È già partito?»

«No, no. Almeno non credo; perché io ho lasciato Roma da cinque giorni e vengo da Bergamo, ora. Mi occorrevano danari, capisci, e li ho trovati a Bergamo. Ma no, non è partito certo. Bisognerà tuttavia che parta presto perché l'avvocato ha trattato, sí, con tutti i creditori, ma non fa pagamenti se lui non è via. Pare poi che lui, almeno finora, non abbia capito per chi l'avvocato agisca. Pare che sospetti non di noi, ma del Governo. Già Boglietti lo deve aver aiutato a questo. Lo vuoi sapere, dunque, quanto mi costi?»

«No, zio, ti prego» rispose Elena, alzandosi.

«Dove vai, adesso?» le chiese Lao.

«Ho caldo» diss'ella.

Uscí, per la porta vicina, nel giardino.

Là, in occidente, i grandi pianeti fiammeggiavano nel cielo sopra le montagne nere, come la notte ch'ella li aveva guardati dal finestrino del vagone, viaggiando verso Roma e immaginando il mare, la lontana Sicilia: sinistre luci nella loro fissità splendente al disopra delle ombre tutte piene di fragor d'acqua e di vento. Elena si trattenne un poco a guardarle, appoggiata allo stipite della porta. Poi scivolò via rapidamente a sinistra, girò il canto della casa e venne a fermarsi davanti alla finestra della stanza del piano. Cortis vi si affacciò subito.

«Vai a Roma, sai» diss'ella. «Torni alla Camera.»

Egli non rispose.

«Per amor mio» sussurrò Elena senza guardarlo. «Se fossimo uniti andresti» soggiunse. «Lo vorrei.»

«Tu vorresti solo quello ch'è bene, amica mia» diss'egli sorridendo. «E se non mi paresse bene non ti ascolterei.»

«Sicuro, ma questo è bene.»

«Non lo so; a ogni modo, sarebbe per le elezioni generali. Adesso non so se mi converrebbe di tornare alla Camera.»

Pensò un poco e quindi proseguí abbassando la voce:

«Però è vero, se fossimo uniti, mi sarebbe piú facile di ritornare. Un altro sognerebbe di fermarsi qui a vivere d'intelletto e d'amore. Io no, io vivrei d'amore e di battaglie; ti vorrei testimone delle mie vittorie e conforto delle mie sconfitte. Mi getterei nella lotta a occhi chiusi, solo, da don Chisciotte. Oh che vita sarebbe! Che vita, Elena! Aspetta!»

Saltò senz'altro sul davanzale della finestra e poi giú a fianco di sua cugina, la trasse con sè verso i prati.

«Mi sento un fermento di vigore, stasera» disse egli, «come nelle convalescenze della mia prima giovinezza. Tornerei certo a Roma e alla politica attiva se potessi sperare che là si vivrebbe vicini come ora qui. Altrimenti no. Se tu tornassi a Cefalú, temo che resterei a Villascura.»

«E se mi fermassi con la mamma e con lo zio?» diss'ella.

«Credo che andrei, perché mi saresti tanto piú vicina, a ogni modo. Sarà cosí, non è vero? Resterai con loro?»

Ella gli strinse il braccio, gli appoggiò quasi la tempia alla spalla, e mormorò:

«Saresti contento?»

Cortis piegò il viso a quello di lei, la guardò negli occhi. Ella li chiuse quasi subito e camminava cosí, alla cieca, con la bocca socchiusa, col cuore tremante, quando udendo chiuder le invetriate della finestra da cui s'eran partiti, staccò il capo dalla spalla del suo compagno, sospettosa d'un occhio umano che la potesse coglier tra l'ombre della notte in quell'atto di abbandono.

Adesso c'era un lume da capo nella stanza del piano.

«Vuoi che rientriamo?» diss'ella fermandosi.

Rientrò sola, dalla porta ond'era uscita, mentre Cortis faceva un lungo giro a sinistra per andare agli abeti senza passare dal portico.

Elena si sentiva male nello staccarsi da lui; tanto male quanto non s'era sentita mai. Non si riconosceva piú; le pareva di essere smossa oramai, nei suoi propositi, da una corrente che finirebbe col mandarli a fascio, col portarseli via. La sua coscienza parlava ancora, le diceva: «I momenti supremi son questi, sei in tempo di salvarti», ma un indistinto fuoco di amore, di sgomento, di rimorso, le faceva credere di aver già mosso il primo passo, se non altro col pensiero, sopra una china dove non riuscirebbe a fermarsi. Entrò in sala subito, fuggendo quest'angoscia. In sala non v'era piú nessuno. Lao, Clenezzi e la contessa Tarquinia eran tornati nella stanza del piano, dove il primo suonava con giovanile slancio l'aria dell'Olimpiade e Clenezzi ne singhiozzava miserevolmente le parole:

Se cerca, se dice:

L'amico dov'è?

L'amico infelice,

Rispondi, morí.

 

Ah no, sí gran duolo

Non darle per me;

Rispondi, ma solo:

Piangendo, partí.

CAPITOLO XXI.

NEL POEMA DELL'OMBRA E DELLA VITA

L'indomani, a colazione, s'era deciso di condurre, fra il tocco e il tocco e mezzo, il senatore Clenezzi ai giardini Cortis per far ritorno a villa Carrè dalla parte di Caodemuro. Al tocco, Elena sedeva nella sua camera presso la finestra aperta, tendendo involontariamente l'orecchio a ogni passo che suonasse giú nel giardino. Pensava, e le veniva in cuore, piano piano, una speranza. Non osava trattenerla, la mandava via subito; la richiamava, vi si appoggiava un momento, un attimo solo per sentir quel riposo cosí molle, ricreante. Se suo marito non sapesse che farne di lei, se avesse voluto soltanto metterla alla prova? No no, adesso non voleva pensarlo, era troppo presto. Ma se la lettera oggi non venisse? Se non venisse neanche domani? Secondo Lao, la partenza di suo marito non avrebbe potuto tardar molto. Era prudente di aspettar qualche giorno ancora prima di sperare; ma se la lettera non venisse neppure posdomani? Allora sí, allora sarebbe da sperare che non venisse piú.

La posta era in ritardo quel giorno. Clenezzi e Cortis passeggiavano su e giú per il giardino davanti alla villa. Cortis guardava spesso la finestra d'Elena, ascoltava poco le chiacchiere del suo compagno. Elena non compariva mai. Verso il tocco e mezzo comparve invece il conte Lao chiuso nel suo soprabito.

«Ohe» diss'egli, «si va o non si va? Se non si va subito, io resto a casa.»

Si chiamò Elena, che avrebbe voluto aspettare ancora un poco. Lo zio andava fuori dei gangheri, la contessa Tarquinia gridava dalla finestra della sua camera: «Cosa fate che non vi movete?» e il povero Clenezzi, non sapendo con chi stare, si accusava di questo trambusto, protestava che sarebbe rimasto volentieri a casa, che luoghi piú belli non si potevano vedere. Cortis domandò ad Elena se ci tenesse ancora tanto alla posta. Ella si ritirò subito dalla finestra cui s'era affacciata e rispose dal di dentro:

«Vengo.»

S'incamminarono: Lao davanti a tutti, solo, a testa bassa, brontolando; poi Clenezzi a fianco di Elena, poi Cortis. Non c'era nel cielo limpido una nuvoletta, l'erba si moveva appena nell'alito dell'aprile, cosí molle e tardo, stanco di troppa vita, di troppi desideri che porta. Cortis e Clenezzi scherzavano sull'andatura funebre del condottiere

«Colonna di nuvole!» gli gridò Cortis.

Lao si voltò.

«Sí, sí,» diss'egli «tirarmi attorno con questo tempo da cani! Non sentite che a momenti piove? Basta esser uomini politici per non capir niente.»

Cortis rise forte. Elena, sempre silenziosa, lo guardò in modo ch'egli credette farle dispiacere con la sua allegria, le rispose con un altro sguardo serio serio, quasi dolente. Ella indovinò il suo pensiero, gli sorrise di furto un momento, mentre gli altri due avevano avviato un dialogo sugli uomini politici. «Ecco», diceva Lao sottovoce a Clenezzi, additando Cortis. «Quello là e basta. Un poco mouche du coche anche lui, ma non come gli altri che vi guardano come se tirassero il mondo, e se loro, le bestie, fossero piú onorevoli di noi che ci lasciamo tirare. Adesso ti spolitichiamo te!» soggiunse forte, voltandosi a Daniele. «Ti invillaniamo, ti mettiamo a urtar avanti l'Italia qua, qua, con le mani e con i piedi, sui tuoi campi; altro che alla Camera con le parole! A studiar economia qua, qua, nella pratica, altro che sui libri! E se hai la malinconia del socialismo, della democrazia cristiana, qua si prova, sugli uomini, per terra e non nelle nuvole in un pallon di carta. Qua, qua!»

Ogni volta che diceva «qua» batteva il bastone a terra.

«Oh!» esclamò Cortis. «La posta!»

Elena si fermò su due piedi, un leggero sussulto delle spalle tradí la sua commozione. Anche il portalettere si era fermato a frugare nella borsa.

«Una lettera per lei, signor conte» diss'egli.

«Tientela!» rispose questi alzando il bastone. «Lettere e sassate sono per me la stessa cosa.»

L'altro si schermí ridendo, gli diede la lettera, ne diede un'altra a Cortis che guardò la scrittura e rimase lí attonito, un po' accigliato. Per ultimo, colui si volse ad Elena, frugando ancora nella borsa.

«Anche per me?» diss'ella. E subito si sentí dentro come una scossa, un intorpidimento elettrico, un mancar della vita. Colui le porse una lettera. Elena la prese, la guardò, era quella; ebbe un solo pensiero: non tradirsi.

Volle dir «va bene» ma non poté; voltò le spalle agli altri fingendo guardare i monti.

«Magnifico punto!» disse il senatore venendole accanto.

Ella si voltò subito. Cortis, che leggeva la sua lettera, alzò gli occhi a lei, la considerò un poco, le si accostò rapidamente. Ella volse il viso dall'altra parte e disse al senatore:

«Andiamo.»

Clenezzi le si mise frettoloso a fianco, non la lasciò che a Villascura sulla spianata di casa Cortis, quando Lao lo chiamò al parapetto di settentrione.

«Elena» disse Cortis fermandosi.

Non era una voce d'impero né di preghiera; era la tranquilla voce risoluta cui lei non poteva che obbedire sull'atto, in qualunque luogo, in qualunque momento. Aveva già fatto un passo per seguire Clenezzi: si arrestò.

«Che hai?» diss'egli.

Ella rispose con un sorriso punto naturale.

«Niente.»

«Ti senti male?»

«No, oh no.»

Cortis la guardò in silenzio.

«Qualche disgrazia?» diss'egli con impeto.

«Oh no.»

Questo no fu proferito cosí piano! Elena alzò gli occhi, quasi suo malgrado, in viso a Daniele, con una espressione dolce, dolente, con una timida domanda muta. Era egli in collera perché le rispondeva cosí asciutta, senza confidenza? Non era in collera, ma era tanto grave e triste.

«Vediamo la casa, eh!» gridò Lao.

Cortis dovette far aprire e mostrar la villa a Clenezzi. Entrarono tutti in sala, scesero nel giardino francese, girarono intorno al bacino della fontana. A Cortis pareva che bastasse; ma Lao continuava a dire: «No, no, veder tutto, veder tutto.»

Elena si fermò in sala.

«Vi aspetto qui» diss'ella.

Rimase sola, immobile, ascoltando le voci de' suoi compagni dilungarsi per le stanze vuote. Quando le sentí lontane, trasse precipitosamente la lettera, l'aperse, corse alle ultime parole, la ripose in furia. Le voci lontane non tornavano. Trasse ancora la lettera adagio adagio, risalí dall'ultima delle quattro fitte pagine alla prima, alzando il viso ogni momento per ascoltare. Finito ch'ebbe di leggere, si giunse le mani sul petto.

«Dio, Dio!» diss'ella.

Udí avvicinarsi i passi e le voci, balzò fuori della sala, sedette sulla gradinata verso il giardino, di fianco alla porta, per non esser vista. Sedette lí davanti ai gigli, alle rose in fiore, al verde pendio della montagna, al getto d'acqua che pareva esso pure, come i fiori e il verde, una viva gioia pura della terra. Dio, come le batteva il cuore, con qual furia rintoccava: no, no, no! Intanto gli altri entravano in sala. Cortis diceva: «Cosa vuoi? Forse sarò quel matto.»

Elena scattò in piedi, li raggiunse.

«Che matto?» diss'ella.

«Un matto che tornerà a Roma» rispose Lao, infuriato, «che si caccerà da capo nella politica e vi lascerà la pelle, spero, perché se lo merita».

«Oh!» fece Elena.

Cortis sorrise.

«Verrò qui spesso» diss'egli, «molto spesso, a prender fede, speranza e vita.»

Gli occhi suoi e quelli d'Elena s'incontrarono. Ella intese bene, si abbandonò tutta, con l'immaginazione, al pensiero di non partire, di viver vicina a lui per sempre, e ne provò un ristoro delizioso, una dolcezza che le penetrava, ricreando ogni fibra, un godere intenso di quel che vedeva e sentiva, del verde, delle rose, dell'acqua cadente, persin dell'aria che respirava.

«Hai avuto una lettera?» le disse Cortis nell'aprirle il cancello di legno che mette da un cortiletto rustico ai giardini.

«Io?» rispose Elena colta alla sprovvista: e il suo cuore si serrò sull'atto.

«Eh, me l'ha detto lui» replicò suo cugino accennando a Clenezzi che li seguiva con Lao.

«Sí» diss'ella tremante.

Non guardò Cortis, ma sentí il sussulto che lo scosse. La breve ebbrezza le era già caduta all'udir nominare da lui la lettera. Le era risorta incontro da quelle labbra la realtà imperiosa dello scritto, della situazione terribile, del suo dovere.

«L'ho detto, io» esclamò Lao, «che il tempo cambia? A voialtri.»

Bianche nuvole uscivano dalla cima del Passo Grande sulle vette degli alberi affollate a fronte e a sinistra del cancello; e il sole veniva meno sul breve prato scoperto, sulla stradicciuola che gira e si perde nei misteri del bosco, nel poema dell'ombra e della vita. Lao si fermò al cancello, guardando le nuvole. Elena intanto camminava adagio adagio verso il bosco, sperando, quasi, che gli altri sarebbero tornati indietro senza di lei. Avrebbe voluto perdersi là dentro, sola, per ore ed ore, prima di risolver niente, pensar come difendersi da lui che avrebbe voluto sapere! Egli le aveva detto la sera prima: «Se questa persona credeva suo dovere di andar via per sempre, avrebbe fatto bene a non avvertire l'amica; quel dovere ne sarebbe diventato troppo difficile a compiere.» E adesso come dirgli niente? Sarebbe stato possibile, anche facile, durante il passeggio; ma piú tardi?

Suo zio, che intanto si era fermato a disputare con Cortis sul tempo, le gridò dietro: «Elena! Alla colonna!» Oh, non l'avrebbero lasciata sola, no! La raggiunsero sul sentiero che sale sotto i grandi castani e il delicato verde delle acacie, e gira quindi sul dorso del poggetto, fra sottili tronchi spogli di abeti e di pini. Cortis la interrogava sempre con gli occhi ma non le poteva parlare. Solo una volta che Lao e Clenezzi guardavano ammirando a' ciuffi altissimi de' pini, poté sussurrarle:

«Mi dirai tutto, sai.»

Ella lo guardò con quella fiamma scura che aveva sempre negli occhi quando sapeva, guardandolo, di non essere osservata; e rispose:

«Se non te lo dicessi, non devi pensar mai...»

Le mancò la voce.

«Cosa?» diss'egli, ma non poté aspettar la risposta perché Lao lo chiamò. Diamine! Il signor Daniele doveva far lui da cicerone, nel suo parco! Clenezzi n'era entusiasta. Il tepido odor molle della primavera, il silenzio, il rinascente verde e anche il continuo mancare e tornar del sole nelle quiete solitudini gli toccavano il cuore sempre giovane. «Un canto dell'Ariosto» diceva. Quella conca di pratelli verdi lí sotto a sinistra, cinta di selve, fra il poggetto e la montagna enorme, quel valloncello scuro in cui la conca si versa, è tutto parco? E là in fondo il lontano paesello pien di sole, che si vede fra gli alberi, con la chiesa bianca in alto? Caodemuro. E questo rumor sordo d'acqua corrente? La Posèna. E il lago? Non c'è un lago nel parco? Di lí non si vede; è lontano fra le selve.

«E le fragole?» disse Lao. «Non vedete le fragole in fiore?»

Clenezzi colse una fragoletta acerba. Ma dov'era donna Elena?

«Abbiamo perduto Angelica» diss'egli:

Fugge per selve spaventose e scure:

Per lochi inabitati, ermi e selvaggi.

Elena non fuggiva. Era salita pochi passi piú su, e aspettava gli altri al vecchio castagno, dove si esce sul prato della colonna.

«Ahimè» disse il galante senatore, porgendole la fragoletta. «Questa è troppo acerba e io sono troppo maturo.»

Lao si lagnò scherzando della dama che facea spolmonare i cavalieri; poi le fe' cenno di lasciar passare gli altri due, di fermarsi un momento.

«Che luna!» diss'egli.

«Posso esser gaia, zio?»

«Perché no?»

Ella disse allora che se pareva triste, se parlava poco, era forse anche un effetto della primavera e della campagna, che le davano un piacere tanto dolce, ma silenzioso. Poi raggiunse Cortis e Clenezzi sul prato inghirlandato di bosco che ascende in dolce declivio al culmine del poggio. Cortis s'era voltato verso di lei per mostrare a Clenezzi, sopra la folla dei pini e degli abeti, le balze rossastre del Corno Ducale.

«Bello, bello, bello!» diceva il senatore. Ma quello era niente, secondo Lao, rispetto alla veduta che si aveva da levante, sotto le potenti braccia dei castani, sparse sul ciglio del pendío verso Villascura. Mentre il senatore guardava di colà la villa e il giardino francese a' suoi piedi, il sasso coronato di rovine che porta sopra uno scaglione la chiesa, e tutta la verde valle corrente giú al piano sconfinato, Elena sussurrò a Daniele, compiendo la interrotta frase di prima:

«Non devi pensar mai ch'io ti voglia meno bene.»

Egli lo sapeva, ma ogni volta che la dolce bocca diceva cosí, era come una gioia nuova, un esaltamento della vita in ogni fibra. Fremeva ora di doversi contenere, di non poterle almeno prender le mani, chieder che gli parlasse di questa misteriosa lettera, che dividesse con lui tutte le sue pene, che avesse fede in esso, e anche speranza, perché egli si sentiva forte da poterla aiutar con il consiglio e con l'opera in qualunque difficoltà.

Gli occhi suoi lo dissero ed ella intese, i suoi propositi di segreto l'abbandonarono, pensò che, se in quel momento fossero stati soli, avrebbe voluto piegargli la fronte sul petto e dirgli tutto, tutto. Mai né lui né lei avean sofferto tanto di non esser soli come in quel punto.

«Hai udito» diss'egli, «che forse torno a Roma?»

Le sue labbra segnarono poi, senza voce, queste due parole: «Per te.»

E quando egli mostrò a Clenezzi la colonna antica portata lí dalle terme di Caracalla e gli lesse con calda voce l'iscrizione latina, Elena intese bene che la leggeva per lei, che diceva a lei: «D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, sin ch'io viva e piú in là. Usque dum vivam et ultra». Profondo suono, pieno di mistero.

Clenezzi domandò la storia di quell'epigrafe. Cortis non la sapeva o non la volle dire.

Di quanta invidia eran degne quelle due mani cosí fortemente congiunte senza che il mondo nemico potesse conoscere mai né il viso né il nome di chi si amava tanto!

«Andiamo, andiamo» disse Lao «che si è riscaldati e qui c'è aria. A me poi mi danno fastidio quelle due mani sempre lí unite. Spero una volta o l'altra, venendo qua, di trovarne una sola. Del resto, a momenti piove. Un bell'affare!»

Non pareva ancora che dovesse piovere, ma pure il cielo era quasi tutto coperto quando la comitiva calò nella conca verde fra il poggio e il monte, verso il gran tiglio caro ad Elena, che ora non lo guardò nemmeno. Cortis aveva proposto di scendere pel valloncello al viale di carpini e quindi al lago. Il sentiero, corroso qua e là, non era, in principio, troppo facile. Elena e Cortis passarono, ma Lao, dopo aver brontolato parecchio allungando e ritirando ora un piede ora l'altro, tastando il terreno col bastone, dichiarò che Clenezzi e lui non passerebbero, girerebbero a destra, rifacendo un tratto di via per riuscire poi essi pure sul viale dei carpini. Elena fu presa da un tremito interno, si sentí venir meno, oscurare il pensiero. Coloro tornarono indietro.

«Finalmente!» sussurrò Cortis rivolto a lei col viso scintillante; e fu atterrito dagli occhi fissi, torbidi che lo guardavano, dal piegare stanco della persona. Le cinse la vita con un braccio ed Elena vi si appoggiò palpitando, tacendo, guardandolo sempre con gli occhi spenti. Egli la supplicava, ansioso, di parlare, di confidarsi a lui, ma ella non poteva ancora. Gli posò una mano sulla spalla, chinò alla mano gli occhi torbidi, vi chinò adagio adagio il viso e disse sottovoce:

«Devo andar via.»

«Oh» diss'egli, «ma per poco?» Sentiva bene che non doveva esser per poco; tuttavia non si aspettava le due parole terribili:

«Per sempre.»

Non rispose, se la strinse convulso al petto.

«Ma forse non posso, sai» diss'ella.

Non rispose ancora, la cinse anche con l'altro braccio, Elena alzò il viso, gli occhi piú sereni.

«Forse non posso» ripeté, «forse resto qui.»

Era la muta, paurosa passione di lui che la faceva parlar cosí tutta tremante ma meno smorta e con un vago sorriso negli occhi. Pareva che temesse di avergli fatto troppo male.

«Sicuro» diss'egli senza rallentar la stretta, «sicuro che stai qui; ma come puoi neppur pensare ad andar via per sempre! Come lo puoi dire? Come puoi credere che ti lascerei partire?»

Ella fece un leggero movimento per sciogliersi dalle sue braccia, fu obbedita subito. Gli posò quindi ancora la fronte sulla spalla.

«Avrei dovuto tacere» disse. «Tu stesso me l'avevi consigliato.»

«Io?»

«Sí, iersera, quando ti domandai se quella persona che voleva partire avrebbe fatto bene a dirlo, e tu... mi hai risposto... che non avrebbe fatto bene.»

Elena parlava a singhiozzi, a sussulti, premendo forte, con la fronte, la spalla di Cortis. Le ultime parole non potevano uscire quasi.

«Forse, ti ho detto. Non avrebbe fatto bene, se...»

Non compiè la frase, non disse: se si credeva in dovere di partire. Rimase muto; parve colpito da un pensiero nuovo.

«Vedi?» sussurrò Elena. Cortis protestò impetuosamente. Aveva risposto male, la sera prima, se aveva risposto cosí. Voleva ella servirsi di una parola buttata là senza riflettere, senza poter indovinare che la si prenderebbe per un consiglio?

«Raccontami tutto» diss'egli.

Ella guardò un momento il pendío ombroso al suo fianco.

Cortis fece atto di aiutarla a sedere. Rispose, accennando del capo, che no, e rimase in piedi con le due mani entro quelle di Cortis, col viso basso. Aperse le labbra a due o tre riprese con un anelito che subito moriva senza voce. Egli, intento, palpitante, aspettava.

Non si udí che il gorgoglío del ruscelletto laggiú fra i sassi neri e le ninfee, che un bisbiglio di pioggerella minuta nel fogliame delle acacie. Qualche gocciolina lo trapassava, ma né Cortis né Elena se ne avvidero. Ella finí con crollare il capo e dire:

«Ora non posso.»

Cortis sospirò.

«La lettera è di tuo marito?» diss'egli. «È lui che ti vuol togliere di qua?»

Ella accennò di sí.

«Ma per sempre? Come per sempre?»

«Sí» diss'ella. «Ora non puoi capire; ti spiegherò.»

Tacquero ambedue. Scorsi pochi istanti, Elena osservò timidamente che bisognava scendere per non far troppo aspettare gli altri. Scesero senza dir parola, ella davanti, egli dietro. Elena si fermò presto, gli stese la mano, dicendo con voce angosciata:

«Sei in collera?»

Egli afferrò la gelida mano, v'impresse le labbra.

Un altro passo ed Elena si voltò ancora, lo guardò in silenzio, con gli occhi luccicanti, si provò a sorridergli.

Trovarono vuoto il viale di carpini; gli altri erano passati, senza dubbio. S'incamminarono a sinistra verso il lago. Uscendo dall'oscuro viale nel chiarore del cielo bianco, del bianco specchio d'acqua, si fermarono. Silenzio e deserto; non una persona, non una voce. Solo allora, vedendo bagnata l'erba della riva, Elena s'avvide ch'era piovuto. Adesso non pioveva piú, l'acqua taceva, immobile. Ma certo lo zio Lao era tornato indietro.

Elena sedette sul tronco dove s'era seduta il giorno prima e non guardò che fosse umido. Era tanto stanca! Appoggiato il gomito destro al ginocchio e il viso sul palmo, guardava il lago. La montagna velata di nebbia, i carpini in giro, l'erbe cadenti dal ciglio della riva, e lei stessa, la muta figura accorata, parevano inchinarsi al mistero dell'acqua profonda, interrogarne il silenzio.

«Vuoi parlare, adesso?» disse Cortis piano. Ella fe' segno di no. Cortis le sedette accanto.

«Ti amo troppo» diss'ella con voce spenta, guardando sempre nell'acqua. «Sono troppo debole.»

«No, no» soggiunse subito, temendo, a una esclamazione di Cortis, essere stata fraintesa. «Non dico in quel senso, di quello non ho paura, so bene che tu sei tanto nobile, tanto forte; e non credo neppur io di esser troppo debole in quel senso. Dico che non ho la forza di parlare perché, non so, mi pare che se parlo sarà finita, andrò via e non ti vedrò piú.»

Afferrò a un tratto con ambo le mani, ansando, quelle di Cortis, lo chiamò, soffocata dalla passione:

«Daniele! Daniele!»

Egli si sciolse dolcemente da quella stretta, andò a vedere se vi fosse nessuno sul viale. Nessuno. Allora tornò da lei, le porse la mano.

«Andiamo» diss'egli.

Ella si alzò, docile, cercando leggere nel viso risoluto di lui.

Cortis le prese il braccio, la trasse verso il viale.

«Bisogna aver forza» disse. «Bisogna raccontarmi, tutto, assolutamente, subito.»

Ella tremava e non rispondeva.

Egli ripeté «subito.»

«Lo devo proprio?» diss'ella. «Lo devo proprio?»

«Dunque» rispose Cortis «cosa scrive tuo marito?»

Ella obbedí, affascinata, come sempre, da quella voce, si sforzò d'incominciare la storia dolorosa. Dovette rifarsi da capo cinque o sei volte perché il tremito interno le rompeva la parola. Non sapeva raccapezzarsi, smarriva il filo del racconto, dimenticava ora una cosa ora l'altra. Camminavano adagio, lei con la testa bassa, con una irrequietudine convulsa delle mani, delle braccia, di tutta la persona; lui un po' curvo pure, ma freddo, guardando diritto davanti a sè, interrompendo di tratto in tratto con brevi domande. All'ultima svolta del viale, mentre Elena raccontava il suo colloquio notturno col barone in via delle Muratte, la solenne promessa datagli, la scena del revolver, si fermò cupo, l'ascoltò in silenzio sino a quando ella ebbe detto dell'ultima lettera scritta da lei al marito prima di lasciare Roma.

«E la risposta è venuta oggi?» diss'egli.

«Sí.»

«Dammela.»

Cortis prese la lettera, se la pose in tasca senza leggerla.

«Adesso la tengo io» diss'egli, rispondendo agli occhi attoniti di Elena. «La leggerò piú tardi; quando sarò solo, sai, e tranquillo.»

Si ripose in cammino con lei senza soggiunger parola su quanto aveva udito. A pochi passi dal cancello incontrarono un contadino che veniva in cerca di loro. Il signor conte Carrè e un altro signore erano nella villa ad aspettarvi la carrozza di casa Carrè. Cortis volle ch'Elena tardasse un poco a farsi vedere da loro, la fece sedere sul prato.

«Ho avuto lettera anch'io da Roma» diss'egli dopo un lungo silenzio. «I miei amici vogliono subito un o un no riguardo alla direzione del giornale.»

Ella tacque ed egli pure. Intanto uscí ancora il sole bruciante come quando è piovuto e vuol piovere.

«Per te fa troppo sole, qui» diss'egli. «Vuoi che andiamo?»

L'alzò quasi di peso da terra. Elena camminava a stento, tutta abbandonata sul braccio di suo cugino che al cancello le disse:

«Confida in me.»

Ella strinse, per tutta risposta, quel caro braccio, parve rianimarsi, camminar meglio. Entrarono dal porticato rustico nella spianata, quando ci entrava dall'altra parte il landau chiuso di casa Carrè, e il conte Lao usciva con il suo compagno dalla sala della gradinata. Pareva rannuvolato anche lui. Clenezzi salutò Elena come se fosse scampata dal diluvio, ma Lao la guardò appena, non le chiese dove si fossero trattenuti. Cortis disse che restava a Villascura fino all'ora del pranzo. Elena trasalí ma non parlò, anche perché suo zio, ripetendo «presto, presto», la spinse con un braccio in carrozza, vi spinse il senatore e, salitovi in fretta e in furia anche lui, gridò al cocchiere di partire.

Cortis non si mosse fino a che la carrozza non ebbe svoltato, a destra, il canto della villa. Gli occhi suoi poterono ancora incontrare per un attimo, quelli di Elena. Poi salí in casa, diede ordine che nessuno entrasse da lui non chiamato, si chiuse nel suo studio.

Come fu solo, trasse la lettera del barone, l'avventò, con uno scoppio di collera, a terra. Quindi alzò gli occhi al ritratto di suo padre appeso là sopra il divano in faccia alla scrivania, stette a contemplarlo, palpitante. Era una bella faccia leale, tranquilla, severa.

«Eri piú forte, tu» disse il figlio, ad alta voce. «Mi sfogo cosí, ma sarò degno di te, sai. Questo sempre.»

Dopo di che raccolse la lettera, e, squadernatala sulla scrivania e spianatavela con una gran palmata, vi si buttò su, piantandovi i gomiti a lato, reggendosi con le mani la testa, e lesse:

Roma, 14 aprile 1882.

«Cara moglie,

«Tu che leggi dei romanzi, o almeno ne leggevi, perché adesso non so piú da un pezzo cosa diavolo tu faccia, troverai naturale quello che mi succede, a me, da un mese a questa parte: ma ch'io perda l'anima dieci volte se ne capisco niente.

«Incominciamo da questa, che il Governo mi paga i debiti. Perché non si deve dire, non si deve sapere, ma è il Governo; l'ho capito bene dalle mezze parole dell'avvocato. Questa è la meno strana, del resto, perché il Governo deve molto a tuo marito; ma molto! La seconda è questa, che giorni sono mi viene a trovare Spurway, quel mio parente inglese della casa Spurway and C. di Yokohama. Gli parlo di quella maledetta America, gli domando dove potrei andarmi a cacciare ed egli m'invita a Yokohama dove sono tanti semai italiani, mi propone un collocamento, se andassi con mia moglie, assai conveniente per tutt'e due. L'avvocato mi cambia subito l'America in Yokohama. Anche questa è accomodata e mi pare un sogno. La terza poi non mi è ancora successa, ma sta, a quanto pare, per succedermi, ed è questa: che tu vieni al Giappone con me, di tua libera volontà.

«Ora ti dico che se fossi andato in America a caso, come credevo di andarci, molto probabilmente ti avrei sciolta dalla tua promessa e sarei partito solo, con quei cinque o sei anni di vita disperata che mi pare di avere ancora nel ventre. Cosí invece ci tengo alla tua venuta meco. Voglio mostrarti in questo refugium peccatorum di Yokohama, che c'è del buono in me e che ti voglio bene piú che tu non pensi; spremute le quali virtú dalla mia pelle, potrò forse andare ai vermi in istato di grazia anche presso di te.

«Questa nuova combinazione fa sí ch'io non possa lasciarti tutto il tempo che desideravi, perché si parte con Spurway il 19.»

Cortis si fermò a pensare che giorno fosse il 19. S'era a domenica 16; dunque mercoledí, subito! La lettera proseguiva:

«C'è il compenso che partiamo da Venezia, come volevi tu. Avremo il Bokhara della Peninsulare dove staremo benissimo. Bisogna che tu sia a Venezia, al piú tardi, il 18 sera. Telegrafa, se credi, il 18 mattina a T. Spurway, Hôtel Britannia, e sarò a prenderti alla stazione. Se non hai tempo di far molti bagagli non te n'incaricare perché Spurway mi dice che torna conto provvedersi laggiú; e danaro ne avremo. A ogni modo, della roba se ne può far venire piú tardi.

«Non so come te la caverai dalle unghie dell'illustrissima signora contessa e del nobilissimo signor conte e di quell'altro tuo reverendissimo spasimante beato Daniele D.C.D.G. A questo ci penserai tu.

«A rivederci il 18 a Venezia. Lo fai per virtú, ma, siamo giusti, rinunci a una bella vita, e, perdio, ti stima il

tuo fedele marito

CARMINE.»

Cortis spinse via con un atto sdegnoso il foglio. La fantasia gli faceva dire al barone: «Pagati i debiti? Le ne resta uno verso mio padre e lo pagherà a me.» Ed ecco che gli stava di fronte con la spada in pugno, furioso. Afferrò la lettera, se la cacciò in tasca, a precipizio; poi sedette alla scrivania, v'incrociò su le braccia e appoggiò alle braccia la fronte. La rialzò subito, avventò in alto le pugna strette, le scosse rabbiosamente. Quindi si levò in piedi, passeggiò su e giú per lo studio, abbandonandosi a questo pensiero che Elena lo amava oramai cosí forte da non poter avere un'altra volontà che la sua. Tutta tutta era in sua balía; egli poteva dirle «ti prendo l'anima e la vita, ti voglio qui.» Cacciò ancora la mano alla lettera per veder meglio se il barone parlasse o no di promesse fattegli da Elena, se vi fosse o no un'allusione alla possibilità ch'ella mancasse al convegno.

Gli venne tratta, per errore, la lettera de' suoi amici di Roma. Dio, com'era possibile pensare a Roma in questo momento? La fece in due pezzi, trasse l'altra, la rilesse. Non c'era niente.

Ora bisognava andare a casa Carrè, vederla, non lasciarla sola in quei momenti!

Nell'aprir l'uscio dello studio ebbe la fulminea visione della partenza d'Elena, della propria solitudine. Rimase lí con la mano alla chiave. Finalmente, udendo camminare e parlare di fuori, uscí.

V'erano il notaio Picuti e altri del paese venuti per un atto di scusa a proposito del famoso indirizzo ch'era stato sottoscritto da parecchi senza leggerlo, per compiacere altrui.

Questa deputazione annunciò in pari tempo a Cortis che si stava preparando un altro indirizzo. Lo si pregava intanto di non precipitar nulla, di non offrire dimissioni. Cortis ringraziò molto affabilmente: disse che, quanto alle dimissioni, non poteva prometter nulla, che si sentiva stanco, stanco; nel corpo e nello spirito. A ogni modo, la sua decisione dipendeva da altri avvenimenti tuttora incerti.

Congedatosi da coloro, s'incamminò rapidamente verso villa Carrè. Quando giunse al cancello gli venne un dubbio. Aveva la lettera? O era rimasta nello studio di Villascura? Gli pareva di smarrire il cervello. La lettera non era rimasta a Villascura. Nel porvi la mano, un doloroso spasimo gli contrasse tutti i nervi. Si morse il labbro, si sarebbe compresso il cuore se avesse potuto. Era egli che doveva diriger lei, esser tranquillo, esser forte!

CAPITOLO XXII.

COME GLI ASTRI E LE PALME

Non fu possibile a Cortis ed Elena rimaner soli, prima del pranzo, neppure un istante. Elena uscí in giardino pensando che Cortis ve l'avrebbe raggiunta; ma Cortis credette leggere un sospetto, un'attenzione insolita negli occhi del conte Lao, ancora torbido; e non si mosse. Le ne disse il perché con gli occhi quand'ella rientrò delusa, trepidante come se temesse un abbandono. Non soffriva meno, lui; ma era padrone di sè. Elena invece non sapeva piú dominarsi; allegò un forte dolor di capo. Parlò pochissimo, e mai a Cortis; ma lo guardava troppo spesso, con gli occhi pieni di fuoco triste.

Il caffè fu servito in loggia. La contessa Tarquinia propose una trottata in Val di Rovese. Avrebbe fatto bene anche a Elena, secondo lei. Clenezzi domandò se si sarebbe raggiunto il confine austriaco. No, era troppo lontano per andarvi dopo pranzo. Al confine si poteva andare lunedí o martedí, partendo la mattina. Elena posò, con mani tremanti, la sua tazza di caffè.

«Mi rincresce» diss'ella, «ma forse martedí devo andare in città. Anzi vi pregherò, se vado, di darmi i cavalli.»

Suo zio e sua madre non capivano perché dovesse andare proprio martedí. Elena rispose escludendo il forse di prima, affermando la necessità di questa corsa senz'addurne ragione alcuna. Aspettava con ansia una parola di Cortis, un eccitamento a differire. Non venne; Cortis s'era voltato a guardare le praterie.

«Allora» disse la contessa dopo un po' di riflessione «potrete andare mercoledí.»

Ma Elena non prometteva di tornare dalla città prima di mercoledí sera. Pensò che, se partisse, la sua famiglia non dovrebbe sospettar di nulla fino a quando ella non fosse in mare. Lao si stizzí.

«Che affari hai?» diss'egli.

La contessa s'interpose subito, osservò che si poteva differire a giovedí. Qui il senatore Clenezzi mise in campo, con molte cerimonie, le sue ragioni di lasciar Passo di Rovese martedí. Esclamazioni. In quel punto il landau, scrosciando sulla ghiaia, venne a fermarsi davanti alla loggia, troncò il dialogo.

Si voleva che il conte Lao salisse in carrozza con Elena, Clenezzi e Cortis, ma il conte rispose che di pazzie ne aveva fatte abbastanza, quel giorno. Cercavano di mandarlo all'altro mondo?

«Senti, piuttosto» diss'egli ad Elena. La prese a braccetto, le sussurrò all'orecchio che, al ritorno, salisse da lui: le doveva parlare.

La contessa Tarquinia prese, in carrozza, il posto di suo cognato. Elena e Cortis erano seduti di fronte. Sulle prime la contessa cercò tener vivo il dialogo, ma con poco frutto. Gittava delle occhiate inquiete a Elena e anche a Cortis. Non parlavano mai; cosa avevano? Finí con ammutolire anche lei.

La carrozza correva lungo una delle selvagge pareti giganti fra cui scende il Rovese. Quante volte Elena e Cortis non avevano fatta quella strada! Pochi giorni prima n'erano calati al fiume per un viottolo dov'ella aveva dovuto talvolta appoggiarglisi tutta. Passando di là si guardarono, si ricordarono l'un l'altro, tacitamente, quei momenti felici. Si guardavano con pochissima prudenza, oramai. Quel correre silenzioso nell'ombra, fra montagne enormi, verso paesi reconditi, li faceva sognare, dimenticar tutto che non fosse la passione. Non udirono neppure la voce di Clenezzi che domandò loro il nome di due squallide torri in rovina, sedute sugli scogli di là dal Rovese a guardar giú la ghiaia bianca. La contessa Tarquinia rispose per essi.

Al ritorno la contessa fece fermare presso il ponte della Pria. Bisognava scendere, mostrare a Clenezzi, dal ponte, le casupole accoccolate per i macigni sullo sfondo pittoresco della gola, e, abbasso, lo spacco dove va, chiusa, l'acqua verde, potente, a spandersi poi giú verso i prati, in un largo clamor di spume. Elena si appoggiò al parapetto, fissando le rocce appassionate, tragiche. Cortis le si piegò vicino.

«Per parlarci» sussurrò, «se non possiamo stasera, domattina alle sei in loggia.»

E raggiunse Clenezzi all'altro parapetto.

Anche questo tormento, pensava Elena, di non poterci parlare, di non poter stare insieme liberamente! Bisognerebbe proprio aspettare fino all'indomani?

Appena tornata a casa salí dal conte Lao. Sulle scale ricordò quell'altra sera in cui era salita dallo zio dopo le parole misteriose di Daniele: «Una cosa grave.» E adesso!

Il conte Lao era ancora molto scuro. Sdraiato nella sua poltrona, teneva sulle gambe una coperta di mal augurio. Girò appena il capo a salutar sua nipote.

«Son qui, zio» diss'ella.

«E son qui anch'io e avrei fatto meglio a non muovermi mai. Con quell'aria, con quell'umido d'oggi, sento che mi son tornati tutti i miei malanni. Me lo merito. Ho voluto fare il bravo e sono il caval di Gonella. Ma questo non importa. Ho anche un dispiacere.»

«Che dispiacere, zio?»

Era una gran fatica per Elena di stare attenta a quel che egli diceva, di pigliarvi interesse.

«Ho avuto una lettera da Roma, oggi» rispose il conte. «Un biglietto della Cortis che mi accompagna questo foglio qui. A te; leggi.»

Elena prese il foglio, si fece alla finestra per leggerlo. Era una lettera dell'arciprete alla signora Cortis, in cui si parlava molto dei frequenti passeggi di Cortis con Elena, dei commenti che se ne facevano in paese. Il signor arciprete non voleva pronunciar giudizi temerari, ma deplorava lo scandalo e la nessuna cura di evitarlo. Egli avrebbe voluto parlarne con qualcuno della famiglia, ma non l'osava; preferiva rivolgersi a lei che forse avrebbe avuto mezzo di far qualche cosa. La signora chiedeva al conte Lao, nel suo biglietto, se fosse persuaso, adesso, di quanto gli aveva detto a Roma.

«Quell'asino intrigante non porterà piú i piedi qua dentro» disse Lao «ma...»

Elena, che leggeva ancora tenendo la lettera a due mani, la sbattè giú a mezza persona, si eresse fieramente.

«Ma cosa?» diss'ella.

«Ohe!» fece Lao. «Bambina! Calma!»

«Nessuna calma! Cosa vuoi dire?»

«Cosa voglio dire?»

La considerò in silenzio, poi le stese la mano. «Senti, Elena.»

Ella non si mosse né rispose. Egli le accennò allora col capo di avvicinarsi, le ripeté con dolcezza:

«Senti.»

Ella venne lenta, riluttante. Ci volle un altro silenzioso invito perché prendesse la mano stesale.

«Insomma» esclamò il conte dopo un breve indugio, «fino a stamattina sono stato cieco, ma poi no.»

Elena non arrossí, non abbassò il viso.

«E cos'hai veduto?» diss'ella fremendo. «Hai veduto il mio cuore? Il cuore è libero. Hai pensato delle cose cattive?»

«Ho pensato che col tuo carattere tu soffrirai, ti tormenterai Dio sa quanto; e ho pensato che Daniele fa molto male di attaccarsi a te. Diavolo! malissimo!»

«Non devi dir questo, zio; non devi dir questo!» proruppe Elena, piegandosi, tutta anelante, a suo zio. «È tanto nobile, sai, zio mio! È tanto...»

Non poté soggiunger parola. Si sentiva soffocare.

«Lasciamo stare, cara» rispose il conte. «Non dico mica che non sia nobile. Credo. Capisco benissimo quel che vuoi dire, ma son cose che cominciano sempre cosí, sai, fra gente come voi, e finiscono poi come fra gli altri che non sono nobili. Gli uomini sono uomini. Lui è migliore di tanti altri, ma è di carne ed ossa anche lui. Io non credo né ad angeli né a santi, lo sai bene. Se ci fosse il divorzio avrei preso moglie anch'io. E non l'avrei cambiata mai! E sarei stato felice! Ma il divorzio non c'è, e tu non hai voluto che quell'altro... Quella è stata una bestialità! Basta, non ne parliamo piú. Adesso c'è da pensare all'onor tuo e della famiglia.»

«Se è nelle mie mani è in buone mani» rispose Elena fieramente, strappandosi da lui per uscire. «No, no» soggiunse perché la richiamava. «Non dovevi dirmi questa parola, tu.»

Presa da un singhiozzar convulso, senza lagrime, appoggiò la fronte allo stipite della porta. Lao buttò via la coperta, si alzò per andar da lei; ma ella fece l'atto di respingerlo col braccio teso, senza volgere il capo.

«Mi passa subito» disse. «Mi passa subito. Sta quieto.»

Ma Lao non poteva star quieto. Un po' si rimproverava, un po' si rammaricava, spiegava le proprie parole. Non aveva voluto dire ch'ella potesse disonorarsi.

«Se me l'avesse detto la mamma» mormorò Elena dolorosamente «sarebbe niente; ma tu, zio!»

«Ma io» rispose Lao «parlavo del mondo, dei suoi giudizi, dell'andar per le bocche della gente.»

«Oh, il mondo!»

Non vi poteva essere, nella voce di lei, maggior dolore, maggior disprezzo.

«Cara mia» disse Lao, piccato. «Io sarò uno stupido, ma la buona e la cattiva fama sono sempre state qualche cosa. E se una signora ha l'aria di condursi male e la sua famiglia ha l'aria di essere compiacente, capisci!»

Gli occhi di Elena lampeggiarono.

«Io non ho l'aria di condurmi male» diss'ella.

«Se, dico! Se ha l'aria!»

Elena lo guardò ancora. Cosa poté vedere in quel caro viso serio serio, mortificato? L'espressione del suo venne rapidamente mutando.

«Oh zio, zio!» diss'ella, e gli si slanciò nelle braccia. «Tienmi qui con te, sempre con te! Non ho niente, sai, da rimproverarmi, neppur un pensiero!»

Lo stringeva, lo stringeva, parlava con voce rotta da singulti.

«Per amore del Cielo!» esclamò il povero Lao, commosso, spaventato. «Cosa ti pensi? Che ti voglia mandar via? Cosa ti pensi? Matta che sei!»

Si mise a ridere forte nervosamente.

«Matta che sei! Non sai che non ci ho che te, al mondo? Cosa ti pensi? Ma no, cara, ma quietati. Cosa vuoi? Mi faceva una gran pena che tu ti trovassi in una condizione da soffrire; sai, cara? Lo so bene che non hai niente a rimproverarti. Non avevi bisogno di dirmelo. Ma quietati, via, quietati.»

Se la serrava al petto, le accarezzava i capelli con tenerezza materna.

«Adesso va» disse. «Va a far le mie scuse col senatore. Digli che non scendo perché non sto bene; che vado a letto presto. Guarda se volesse far due passi con te e con Daniele. Potreste andar giú al ponte di Rovese che lui non v'è ancora stato.»

Adesso, solo adesso, al suono della voce mite, cadevano le lagrime ad Elena.

«Va, va» insisteva Lao, dolcemente. Ella non si moveva, pareva che non udisse. Suo zio intese che non volesse uscire cosí turbata, che aspettasse di ricomporsi.

«Si è divertito, Clenezzi» diss'egli, «alla trottata? Fino a dove siete andati?»

Elena gli abbassò il viso sul petto.

«E la mamma?» mormorò.

«Cosa, cara?»

«La mamma? Lo sa di questa lettera?»

«No, cara. Io non le ho parlato di sicuro.»

Tacquero un momento. Poi Lao tornò a dire che oramai doveva proprio andare. Ella alzò il viso, gli sorrise, gli baciò, rizzandosi sulla punta dei piedi, le guance, e uscí.

Si trascinò a fatica nella sua cameretta. Si sentiva talmente male, talmente spossata! Cadde sul letto e vi giacque come morta, bevendo a sorso a sorso anche quest'altro dolore, che il suo segreto non era piú suo.

Entrava dalla finestra il vento fresco della sera, l'odor delle rose e del glicine, la ruvida voce dolente del fiume. Dal fogliame agitato delle rose traspariva un chiarore caldo; la camera era quasi scura. Altro non vi si moveva che l'ombra delle foglie inquieta sul pavimento; altro non si udiva che il correr trepido di un piccolo orologio invisibile. Elena sognava ad occhi aperti: era malata e non poteva muoversi dal letto; egli veniva a tenerle compagnia, a leggerle. Passavano mesi in questo stato, passavano anni ed ella diceva a se stessa: «Vedi come sei cattiva? Tu non credevi che il Signore si occupasse di te, ed egli è stato invece tanto buono con te.» Ecco, Daniele era lí seduto accanto al letto, leggeva con la sua bella voce grave, la guardava ogni tanto, le sorrideva, le posava pian piano le labbra sui capelli; ah! Stese le braccia, lo chiamò sottovoce:

«Daniele! Daniele!»

Non rispondeva che il rombo del fiume, come un pianto delle cose nella solitudine.

Intanto si faceva sempre piú scuro; attraverso il fogliame delle rose si vedeva tremare una stella.

Quando Elena se n'accorse, si rizzò sbigottita a seder sul letto. Che ore erano adesso? Da quanto tempo giaceva lí? Non ne sapeva niente, come se uscisse da un sonno profondo. Forse era tardi, forse non potrebbe piú veder Daniele. Il capo le ardeva, le doleva forte, ma che importava? Si ravviò in fretta i capelli, a caso, perché non aveva lume; e discese. Sulle scale incontrò sua madre che veniva in cerca di lei, credendola ancora presso suo zio.

«E il tuo mal di capo?» diss'ella.

Elena rispose che lo aveva ancora, che sarebbe probabilmente andata a letto presto. Le gambe le tremavano, discendendo; non le sentiva quasi piú. Dovette afferrar il cordone lungo la parete. Cercava intanto raccapezzarsi sul colloquio avuto collo zio: la sua testa era cosí confusa! Si ricordò, le tornò un lampo di sdegno, un lampo, con lo sdegno, di vigore.

In sala non c'era nessuno. Cortis e Clenezzi erano in giardino sui sedili di ferro verso il cipresso. La contessa Tarquinia non capiva come si potesse affrontar quel vento. Soffiava forte, ora, muggiva negli abeti. Ma Elena ne aveva bisogno, e uscí mentre Clenezzi rientrava. Egli tentò trattenerla, e non riuscendoci, voleva tornar fuori con lei, ma la contessa gli disse: «Lasci andare i matti» e lo tenne seco.

Elena e Cortis stettero un momento senza respiro, attendendo che Clenezzi tornasse fuori, che la contessa venisse a chiamarli. La udirono ridere in sala, allontanandosi. Allora Elena afferrò la mano di Cortis.

«Hai visto?» diss'ella.

Era scuro, oramai, e dalla sala non potevano esser veduti. Cortis, per tutta risposta, sciolse con impeto la propria mano, ne cinse la spalla di lei, la piegò a sè.

«Non vado mica via, sai» sussurrò Elena con voce morente, cedendo. «Non vado, non posso. Sto qui vicino a te, sempre vicino a te, sempre.»

Egli rallentò la stretta, non ebbe una parola, non un atto di gioia, non uno slancio d'affetto.

«Oh Signore!» esclamò Elena affannosamente, rialzandosi. «Parlami, Daniele; dimmi tu, allora, quel che devo fare. Tutto quello che tu vuoi, tutto, tutto! Io non posso piú neppur pensare.»

«Insomma» gridò la contessa Tarquinia, aprendo la porta della sala, «volete proprio pigliarvi un malanno?»

«Veniamo subito, zia» rispose Cortis.

In quel momento entrava in sala, dalla parte opposta, la solita compagnia del tresette. La contessa si allontanò.

«Dunque?» disse Elena.

Cortis le strinse le mani silenziosamente.

«Adesso no» diss'egli poi. «Adesso non c'è tempo di parlare. Domattina, non è vero? Alle sei, in loggia.»

Ella non rispose, tremava da capo a piedi.

«Vorrei dirti una cosa sola, adesso» riprese Cortis. E aggiunse a voce piú bassa:

«Vi è Uno cui domandar consiglio prima che a me.»

Anche la voce sua tremava un poco. Elena scosse il capo in silenzio; egli le posò le labbra sulla fronte e disse piano piano, rialzandole:

«Prega.»

Ella si coperse il viso con le mani.

«Lo sai» riprese «che non ho mai potuto pregare come te.»

«Prega ora» rispose Cortis.

Elena tacque, poi gli gittò di slancio le braccia al collo, gli posò la fronte sul petto.

«E tu» diss'ella palpitante «credi proprio di cuore a quello cui vorresti far credere anche a me?»

«Sí» rispos'egli tranquillamente, «vi credo di cuore.»

«E se credo per amor tuo» proseguí Elena, «merito che il Signore accetti una fede cosí?»

«Ma sí, ma sí!»

Elena staccò le braccia dal collo di lui, alzò il viso e disse soavemente:

«Pregherò, sai. Sei contento?»

Vi fu un silenzio solenne. Elena guardava sorridendo l'amico suo che non le poteva rispondere per l'emozione. Tacevano e tremavano sentendo il Padre loro dentro a sè nell'ardor dello spirito, sopra di sè nello scintillar delle stelle gloriose.

«Bisogna entrare, adesso» disse Elena. «Domattina alle sei. Addio.»

Attraversò in fretta la sala e scomparve per lo scalone, mentre Cortis andava a farsi vedere nella stanza del piano dove si giuocava, si chiacchierava, si rideva. Egli vi si trattenne alquanto e poi si avviò agli abeti. Là, appoggiato al vecchio abete dai rami cadenti, richiamò avidamente le parole «pregherò, sai, sei contento?» vi si immerse con febbrile piacere, esaltandosi nel pensiero di quell'amor sublime ch'era suo, nel pensiero che Dio li aveva presi, Elena e lui, per sempre, che gli erano piú vicini, l'uno e l'altra, che la loro unione aveva oramai qualche cosa di santo e di eterno, per cui il dolore e la morte non la potrebbero sciogliere. Pensava cosí, ebbro di una felicità fiera e sicura da qualsiasi vicenda terrena, ciecamente convinto che Dio gli dicesse: «Tu hai l'anima sua, avrai lei nell'altra vita. Io volli questo frutto dell'amore che v'ispirai. Ora ch'ella parta, e tu, temprato da un valoroso fuoco, va, combatti, soffri ancora, sii nobile strumento, fra gli uomini, di verità e di giustizia.» Le stelle, le montagne, i grandi abeti severi gli erano testimoni ch'egli rispondeva: «Sí, lo sarò.»

Tornò passo passo verso casa, verso il lume della sala che luceva lontano in capo alla strada diritta, al portico, alla loggia, come un occhio di fuoco in capo ad un cannocchiale puntato a lui, Cortis. Elena stava forse pregando, lassú, nella sua camera. Andò a sedere sotto la finestra di lei, verso il cipresso, vi rimase fino a mezzanotte quand'ella spense il lume.

Il mattino vegnente Cortis uscí di camera, adagio adagio, alle cinque e tre quarti. Il domestico che dava ordine alla sala gli disse sottovoce: «Alzato presto, stamattina, il signor Daniele!» L'aria fresca, vitale, entrava da tutte le porte spalancate. I capineri cantavano sul cipresso.

«S'è alzato nessuno?» disse Cortis.

«Nessuno.»

Si fermò un momento ad ascoltar gli uccelli, a guardare, sul cipresso, il verde chiaro, i bei grappoli celesti delle glicine tremanti al vento nell'ombra pura del mattino; e lassú verso il cielo le rupi del Corno Ducale tutte infocate dal sole. Anche i denti grigi del Rumano e tutta la lunga costa del Passo Piccolo in faccia alla loggia aveva il sole. Cortis sedette lí sul canapè rustico di fianco all'entrata della sala, aspettando.

Suonavano le sei a Villascura quando Elena, tutta chiusa in uno scialletto nero, apparve sulla porta. Cortis si alzò. Si strinsero la mano, gravi, a lungo, senz'altro saluto. Ella era pallida, ma aveva un viso piú quieto, degli occhi meno torbidi che la sera precedente. Cortis le disse in francese che lí non potevano stare; il domestico passava ogni momento, in sala, davanti alla porta. S'incamminarono verso il porticato. Una vecchia, ferma sull'entrata della stalla, li salutò; anche laggiú agli abeti si vedeva gente. Svoltarono fuori del portone, a sinistra, per la strada che scende a Passo di Rovese. Lí non c'era anima viva. Adesso Elena tremava, non osava neppur guardare l'amico suo che era per parlarle, finalmente. Rallentò il passo.

«Passiamo il Rovese?» diss'egli piano, rispondendo, quasi, all'atto di lei. «La saremo piú liberi.»

Elena assentí del capo, gli chiese muta il braccio, vi si appoggiò, lo serrò forte, stringendo le labbra, guardando diritto davanti a sè.

«Addio» sussurrò Cortis. Ella gli serrò ancora il braccio.

«Penso cosí anch'io, sai» gli disse.

«Come, cara?»

Elena fece ancora qualche passo e rispose:

«Come te.»

Non era una voce, era un alito leggero; non eran le labbra, era l'anima che aveva parlato cosí.

E ancora si strinse al braccio, con maggiore passione che mai.

«Oh Daniele!» mormorò.

«Sii forte» diss'egli, accorato. «È il nostro dovere.»

«Sí, sí, è stato un momento; perdonami! Sono tanto piú tranquilla di ieri. Mi sono donata tutta al Signore, sai.»

Erano giunti alle prime case; ora non parlarono piú sino al greto deserto del fiume.

«Ho fatto il sacrificio, oramai» diss'ella. «Mi sento consolata. Ho qualche momento, cosí, di spasimo, ma passa subito. Ieri sarei stata contenta di morire pur di non andar via; adesso no. Sai perché?»

Non attese la risposta, soggiunse, a voce piú bassa, piegando il viso:

«Perché sono stata cattiva, sai, incredula orgogliosa per anni e anni. Ho bisogno di soffrire. Allora il Signore mi perdonerà; non è vero? Ho tanta paura anche adesso di non credere come te, di credere solo perché voglio bene a te. Se fosse cosí, Daniele, cosa mi succederà nell'altra vita? Potrò andare anch'io dove andrai tu? Oh Signore, tu sarai tanto in alto!»

Egli negò con uno slancio del cuore sincero, con gli occhi ardenti.

«Tu sei umile» disse, «tu sei santa.»

«Sono umile col Signore e con te» rispose Elena, «ma con gli uomini no. Ho paura di non poterlo esser mai.»

«Ed io?» esclamò Cortis.

No, neppur egli, fiero dispregiatore d'ogni volgo arrogante, fiero soltanto nelle idee, neppur egli era umile con gli uomini.

Elena tacque.

«Ed il sacrificio che fai?» rispose Cortis.

«Questo lo facciamo tutt'e due» diss'ella, «e se non eri tu, io sarei stata vile. Restavo qui.»

Avevano passato il ponte di legno sul Rovese e presa la stradicciuola che piega a sinistra fra un limpido canaletto e la costa sfranata del monte nudo. Elena si fermò, sciolse dolcemente il braccio suo da quello di Daniele. «Ho un'altra cosa sul cuore» diss'ella. «Credevo di non dovertela dire. Non so ancora se faccio bene, ma non posso tacere, mi parrebbe una slealtà verso di te, in questo momento.»

Cortis, sorpreso, le domandò come mai potesse credere di dovergli tacere qualche cosa. Ella pensò sentire nella sua voce un rammarico, gli afferrò subito il braccio, si strinse a lui, gli disse con tenerezza, con angoscia:

«Non è mica una cosa mia, sai. Non potrei tacerti niente di quello che è mio.»

Non proseguí se prima Cortis non le ebbe detto che le credeva.

«È una cosa terribile, vedi. Se tu la sapessi, forse non mi daresti il consiglio di andar via. È per questo che mi pare di dovertela dire.»

«Una cosa terribile?»

Elena prese la viottola che cala al fiume là dov'è reciso da un gran sostegno di pietra, e, fatti pochi passi, cadde a seder sull'erba.

«Si tratta di tua madre» diss'ella.

«Cosa è accaduto?» chiese Cortis.

«Nulla, ora; ma tanti, tanti anni addietro... Oh Daniele, adesso mi pento, non vorrei dirtelo!»

Tacque, piegò il viso sulle ginocchia. Cortis le sedette accanto, le accostò le labbra all'orecchio.

«Non parlare» diss'egli.

«E se faccio male?» rispose Elena.

Egli ripeté, piú forte stavolta, quasi supplichevole:

«Non parlare!»

«Vorrei» mormorò Elena «che il Signore m'ispirasse.»

Cortis si chinò ancora all'orecchio di lei.

«Alessandria?» diss'egli sottovoce, «1855?»

Elena girò a lui il viso stupefatto.

Egli la guardava pallido, con un dito sulle labbra.

«Lo sapevi?» diss'ella.

Non rispose.

Ella si fece grave, cinse d'un braccio il capo di lui, lo piegò a sè, sfiorò, con le proprie labbra, le sue.

Fu un suggello di silenzio. Ella gli prese una mano, se la tenne in grembo, l'accarezzò guardandolo, cercando il suo sguardo. Ma lui taceva, smorto, fitti gli occhi nella corrente ombrosa a' suoi piedi. Stettero cosí a lungo. Finalmente Elena gli sussurrò umile umile: «Mi perdoni?» Egli le posò la mano sul capo, un momento. Subito dopo si alzò, le propose di andar sul macigno proteso del fiume, di fianco al sostegno di pietra. Sedettero là nel rombo dell'acqua che traboccava in un tremolo arco vitreo dall'orlo del sostegno alla spuma sonora, e correva via tutta gorghi e fremiti verso il sole. Là davanti la valle aperta era tutta una luce, un verde giú fino al cielo.

«L'ultima volta!» disse Elena.

Cortis le domandò a che ora partirebbe. Certo per tempo dovendo trattenersi alcune ore in città prima di partire per Venezia. Avrebbe voluto prendere il treno delle dodici e mezzo. Questo aspetto pratico delle cose, queste cifre trapassavano il cuore ad ambedue.

Gli occhi d'Elena si velarono. Lottò, lottò angosciosamente, ma due lagrime le tremavano sul ciglio.

«Daniele» diss'ella «ci vedremo piú?»

«Dio è buono» rispose Cortis, gravemente.

Le due lagrime caddero silenziose.

Ci vollero alcuni istanti prima ch'ella potesse pronunciare una timida parola:

«E scrivere?»

Cortis esitò un poco;.

«Non vedo ragione di non farlo» diss'egli. «Solamente ho pensato che sarà meglio compiere il sacrificio, scrivere come amici.»

«Sí, sí» rispose Elena con un gelo nella voce e nel cuore, «certo come amici.»

Le pareva una cosa tanto dura, ma l'aveva detto lui: bastava. Lo pregò quindi di trascrivere l'iscrizione latina della colonna. Rispose che gliela trascriverebbe e anche delle altre parole latine; d'un santo. Le prese le mani, le disse all'orecchio:

«Sono sposi senza nozze, non con la carne ma con il cuore. Cosí si congiungono gli astri e i pianeti, non con il corpo ma con la luce; cosí si accoppian le palme, non con la radice ma con il vertice.»

Ebbro delle parole sublimi, le ridisse forte al cielo, alle montagne, al fiume rumoreggiante:

«Innupti sunt coniuges non carne sed corde. Sic coniunguntur astra et planetae, non corpore sed lumine: sic nubent palmae, non radice sed vertice.»

Ardeva nel viso e nel cuore. La sua voce potente parve prolungarsi nel fragor del fiume, dominar la sorte ed il tempo.

Elena gli domandò poi come dovesse comportarsi con la mamma e con lo zio. Le era dolorosissimo di dover partire cosí, senza commiato, con un inganno; ma non era possibile fare diversamente. Bisognava lasciare una lettera, un saluto, qualche cosa, ed ella non si sentiva la forza di scrivere: perché poi avrebbe avuto tante cose a dire! Raccontò allora il suo ultimo colloquio con lo zio. Avrebbe pur voluto fargli sapere quanto si fosse ingannato col suo scetticismo riguardo a Cortis. Questi ne la sconsigliò. Non doveva alludere in nessun modo a lui. Non doveva far credere allo zio che le sue parole, i suoi sospetti le avessero data l'ultima spinta alla partenza. Sarebbe bastato, per ora, mandar poche righe da Venezia e riservarsi di scrivere a lungo da Yokohama.

Elena chinò la fronte.

«Farò cosí» diss'ella. «E tu?» soggiunse dopo un istante.

«Io parto domani sera. Vado a Roma.»

Ella godeva che tornasse al suo posto di combattimento, ma pure le parve che lo schianto di lasciare il suo paese, la sua casa, fosse piú forte, perché andava via anche lui.

«Mi scriverai tutto» disse, «delle tue battaglie, delle tue vittorie.»

Cortis rispose che non ci potevano ancora essere vittorie, per le sue idee. Neanche vere battaglie. Non c'era che da cominciare l'insurrezione con della gente deliberata di farsi schiacciare.

Un'altra domanda venne sulle labbra d'Elena:

«E a Roma?...»

Non osò proseguire.

«Provvederò» diss'egli indovinando; «ma vivere insieme, no; basta.»

Era tempo di tornare a casa. Anche quest'ora di effusione, quest'ora dell'ultimo giorno era trascorsa, e la vita non ne aveva forse piú per essi un'altra cosí.

Tornarono per la romita strada lungo il canaletto, adagio adagio, in silenzio. Presso al ponte dove la Posèna e il Rovese uniscono le loro acque, Elena ricordò un discorso fatto da lui tempo addietro sui due fiumi che si sentono da lontano e non si vedono, si cercano nella furia dell'amore, si scoprono, si precipitano l'uno all'altro, si uniscono con tempestosa gioia, sereni.

«È stato sul ponte» diss'ella, «il 12 giugno, fra le nove e le dieci del mattino.»

«E tu non hai detto niente. Guardavi da un'altra parte. Non pareva neppure che ascoltassi.»

Elena si fermò sull'erta del ponte, guardando il sentiero a sinistra, lungo il fiume.

«Vado via senza sapere tante cose di te» diss'ella amaramente.

Cortis le porse la mano senza parlare, l'aiutò a passare la palancola gittata sopra una gora tra il ponte e il sentiero.

«Sono due» sussurrò Elena, «le cose che vorrei sapere.»

Egli la fece sedere sul tronco d'un pioppo caduto, attraversato al margine verde; aspettò che parlasse.

«Vorrei sapere» diss'ella con voce incerta «se hai amato... prima.»

«Ho amato te da ragazzo» rispose Cortis. «Poi non ci ho pensato piú per molti anni. In quel tempo ho bevuto del fango assai, perché ero violento, allora, in tutto. Ho creduto d'essere innamorato otto o dieci volte. Non era vero, mai. E dopo?»

«Dopo... vorrei sapere... quando...»

Ella abbassò il viso sul petto, non disse altro.

«Quando ho incominciato ad amarti? Non lo so bene. Mi era parso tante volte di amarti, e poi mi era parso che non fosse vero. Fu l'ottobre dell'altr'anno, dopo la tua partenza, che m'avvidi di non poterti dimenticar piú. Tu sei tornata in maggio. Allora!...»

Un palpito violento gli sollevò il petto, gli ruppe la parola.

Ella sapeva, oramai.

Si alzò, prese il braccio di Cortis, raccolse negli occhi, nell'anima ogni forma, ogni colore del caro paese; le ghiaie bianche, l'acqua veloce e verde nel filo della corrente, il prato dell'altra sponda, il grosso rivo spumeggiante che vi casca sotto le case del villaggio alte a destra e bianche di sole, umili e scure a sinistra dietro i gelsi; e, sopra i tetti di queste, gli erbosi pendii, gli abeti della villa Carrè, il Passo Grande.

«Daniele, Daniele» diss'ella col pianto nella voce, «andiamo via!»

CAPITOLO XXIII

HYEME ET AESTATE

L'indomani mattina pioveva. Elena discese in sala alle sei e mezzo. Il cocchiere, che aveva ordine di attaccare alle sette e mezzo, usciva dalla cucina quando Elena entrava in loggia dalla sala. Le domandò se, piovendo ancora alle sette e mezzo, si sarebbe partiti egualmente. Elena accennò di sí con la testa. Colui se ne andò. Nello stesso punto venne il domestico per domandare alla contessina se dovesse portare o no il caffè al senatore. Partivano anche se pioveva? Elena lo guardò. Aveva dimenticato, per un momento, che venisse anche il senatore. Sí, lei partiva sicuro. Forse piú tardi? No, perché Clenezzi doveva prendere il diretto delle undici per Milano.

«Già piova lunga non fa certo» disse il domestico dopo aver considerato il tempo. Usciva il sole, allora. Il Rumano e il Passo Grande erano tutti neri sotto una fascia pesante di nebbione; Villascura e i prati avevano il sole. Pioveva un polverío lucente. Laggiú in fondo al cannocchiale del portico, di là dagli abeti, si vedeva un verde livido, il cielo turchino sulla pianura.

Elena uscí senza ombrello, andò fino al vecchio abete dai rami cadenti che ora è scomparso, ha ceduto, dopo secoli, alla tempesta, come per avverar il triste sogno della sua giovane signora cui non vedeva piú. Elena posò un momento la mano sul poderoso tronco fedele, tornò indietro. La nebbia argentea si rompeva qua e là sul Corno Ducale, mostrando al sole qualche scoglio verdognolo, come sospeso in cielo. Era un augurio? Un uccellino cantava sui campi, «sí, sí, sí,» ma Elena non gli credette, continuò sospirando le sue visite di addio. Andò nel piccolo studio tutto aperto, sedette sul sofà, prostrata, guardando per la porta tremare al vento il cespuglio di rose, muoversi le frondi della vite cadenti dall'alto e quelle della magnolia a sinistra e l'erba del prato. Il parato bianco e rosa ondulava, ondulavano le cortine con un tintinnío quieto, continuo dei vetri. Il volume di Chateaubriand era aperto sul tavolino. V'erano ancora i fiori appassiti. Elena prese il libro, vi rilesse «jamais ternie.» Dio, Dio, si sentiva morire. Lo chiuse in fretta, lo posò; ma poi lo riprese per portarselo via. Prima di uscire aperse il cassetto del tavolino, stette come stupida a guardar le parole e le cifre scritteci da lei. L'ultima era questa «29 giugno 1881?». Si ricordava di aver voluto dire con quel punto interrogativo: tornerò mai piú? Pensò un poco, indi prese la penna, scrisse tremando come una foglia: «18 aprile 1882?» La parola e le cifre paiono scritte da un bambino.

Uscendo, trovò che non pioveva quasi piú. Sopra il nebbione del Passo Grande s'intravvedeva qualche pallida sfumatura d'azzurro. La finestra di Cortis era aperta. Elena lo sapeva partito all'alba per Villascura.

S'erano accordati fra loro che avrebbe fatto cosí. Ell'aveva temuto tradirsi, smarrir le forze se Cortis fosse stato presente alla sua partenza, o anche solo se l'avesse veduto poco prima. Sapeva che sarebbe venuto a salutarla ad un bivio, dove la strada che ella doveva percorrere è raggiunta da un'altra che move direttamente da Villascura.

La contessa Tarquinia era alla finestra, in veste da camera. Chiamò Elena a piè della finestra, le diede una fila di commissioni per la città, le raccomandò di non farsi aspettare, l'indomani, a pranzo. Non v'era di peggio per metter di malumore lo zio! Elena non rispose, salí nella sua camera. Passando per la loggia incontrò Pitantòi.

«Se è vero» diss'egli «che si disfanno i deputati d'adesso e che dopo ci danno il bollettino anche a noi, pesce popolo, lo facciamo ancora, sa, il signor Daniele.»

Elena gli disse «bravo» sottovoce, gli stese la mano.

«Gesummaria, contessina?» disse Pitantòi tutto sorpreso e confuso. «Bene, bene» soggiunse perché ella insisteva, «faremo anche questa!» E toccò appena quella piccola mano che strinse la sua con gratitudine.

Passando, nella sala superiore, davanti alla porta dello zio Lao, Elena ci gettò un bacio. Lo zio aveva protestato, la sera prima, contro una partenza cosí mattutina. A quell'ora lui non s'alzava né per Domeneddio né per il prossimo. Elena era contenta, ora, di non vederlo. Ripose il volume delle Mémoires nella borsa da viaggio, insieme a un ramoscello di rosa con bottoni, foglie e spine. S'inginocchiò un momento davanti alla finestra e discese frettolosamente. Trovò sua madre e il senatore in loggia a scambiarsi gli ultimi ringraziamenti. Borse, ombrelli e mantelli erano già accatastati sul tavolino rustico.

«Come sei pallida, Elena!» disse la contessa. Anche il senatore la trovava un po' pallida; piú bella, però, se possibile. La contessa era in collera con Cortis ch'era fuori e non si sapeva dove. Un bell'originale anche lui, però! Il senatore lo scusò; Elena tacque. La contessa entrò in sala, le accennò di seguirla.

«Cos'hai?» diss'ella piano. «La Bettina mi dice che certo devi avere qualche cosa.»

«No, no, niente, niente» rispose Elena, e le sfuggí subito, ritornò in loggia, domandò se non fosse ora d'attaccare.

Mancavano dieci minuti alle sette e mezzo.

«A proposito!» esclamò la contessa Tarquinia. «Ho visto che porti via un baule, nientemeno.»

«Sai» rispose Elena, «porto in città tante cose che mi è inutile di tener qui.»

Cinque minuti ancora e la carrozza tempestò sulla ghiaia, entrò fragorosamente sotto il portico. Era chiusa, perché piovigginava ancora.

«Dunque, cara contessa...» cominciò il senatore.

Elena ebbe paura di non reggere, si rifugiò in carrozza subito, senza salutar sua madre, si rannicchiò in un angolo.

«La baronessa ha premura» disse poi il senatore sopravvenendo.

Era appena a posto quando la cameriera corse a dire che il conte Lao aveva udita la carrozza e mandava a vedere se il signor senatore volesse venirlo a salutare un momento. La contessina, no; non la voleva.

"Dio mi aiuta" pensò Elena.

La contessa Tarquinia si fermò a chiacchierare allo sportello fino al ritorno di Clenezzi.

«Son qua» disse questi, affrettandosi. «Il conte mi ha ordinato di dire a donna Elena ch'è in collera perché ha voluto partir oggi e cosí per tempo. E anche se non tornerà domani a pranzo, non gliene importa niente, dice.»

«E come sta?» chiese la contessa.

«M'ha detto "da cane', ma mi pare che stia meglio di ieri.»

Intanto il senatore s'era venuto accomodando a fianco d'Elena; borse, ombrelli, mantelli e scialli erano a posto.

«Contessa» disse Clenezzi, «mi saluti anche don Bortolo:

Se cerca, se dice:

L'amico dov'è?

L'amico infelice,

Rispondi, partí.

«Morí» corresse la contessa, spensieratamente. «Avanti!»

«È la stessa cosa, contessa, quando si parte da casa Sua!» replicò il senatore spenzolandosi fuori dello sportello mentre la carrozza partiva.

Né l'uno né l'altra avean badato al pallore d'Elena, all'angoscia che le si leggeva in viso. Dio l'aiutava davvero.

Ella chiuse gli occhi senz'averne coscienza. Clenezzi cominciò subito a parlar dei giorni deliziosi che aveva passati, di tante belle cose vedute, di tante gentilezze usategli.

«Lei non si sente bene?» diss'egli a un tratto. «Lei ha mal di capo?»

Elena aperse gli occhi, rispose sgomentata:

«Sí, sí, mal di capo.»

Clenezzi voleva avvertire il cocchiere, tornare indietro. Ella gli afferrò un braccio.

«No!» disse. «La prego.»

Richiuse gli occhi, non voleva che pensare in silenzio a lui. Pochi minuti ancora e gli darebbe l'ultimo saluto. Come correvano i cavalli! Riaperse gli occhi. Dio, come correvano! Avrebbe voluto che quel mezzo miglio di strada fosse eterno.

Alla salita di San Giorgio il cocchiere mise i cavalli al passo. Poco dopo si voltò a dire:

«C'è il signor Daniele.»

E fermò i cavalli.

«Guardate un po'!» esclamò il senatore. «Come sono mai contento di salutarlo!»

Cortis venne allo sportello di destra. Era pallido, contraffatto. Né lui né Elena articolarono sillaba.

«Caro Cortis» disse il senatore un po' sorpreso, «se permettete.»

E gli porse la mano. Cortis la strinse senza parlare.

«Venite anche voi in città?» riprese il senatore. «Mi pare che ci pensiate. Andiamo?»

Elena fece un cenno negativo, impercettibile. Troppo forte cimento! Si erano accordati, la sera prima, di non affrontarlo. Ah, sarebbe stato meglio, forse, non rivedersi neppure adesso, partire senza l'ultimo addio.

Parve a Clenezzi che Cortis esitasse.

«Coraggio!» diss'egli.

«Non posso» rispose Cortis.

Elena aperse la sua borsa, ne tolse il volume di Chateaubriand, lo fece vedere a Cortis e lo ripose dopo averne tratta una lettera che gli porse.

«Per lui» diss'ella.

Cortis prese la lettera e la mano con ambo le proprie, fe' cenno ad Elena di volerle dire una parola in segreto, le posò all'orecchio un addio, un bacio lieve ch'ella ricevette ad occhi chiusi, cercando aria colla bocca semiaperta.

Cortis diè un passo indietro, bruscamente, salutò con la mano. I cavalli focosi balzarono avanti. Nell'atto stesso ella gittò il viso alla portiera. Cortis si protese a lei, pensando quasi che volesse slanciarsi fuori, ma poi non vide piú che la mano, la piccola mano ignuda, spenzolata come una cosa morta.

La carrozza non si vedeva piú da un pezzo, che egli guardava ancora da quella parte, immobile.

Andò verso casa, spossato, senz'altra coscienza che di un dolor sordo al cuore. Non entrò nella villa, prese la stradicciuola che cinge in alto i giardini. Scavalcò la siepe al gran tiglio e salí verso la colonna. Lassú, fra i castani che guardano la valle e il piano, si gittò nell'erba molle ancora di pioggia.

Ecco finito tutto; era solo.

Dio, cos'aveva fatto! Il sole era scuro, il mondo era morto, il cuore gelava. Chiamò: Elena, Elena! Piante ed erbe tacevano in un silenzio desolato.

Giacque senza moto, senza pensiero, guardando le nuvole passar lente, trasformarsi di continuo, turbate da uno spirito muto.

Quanto tempo gli fosse trascorso cosí, non lo seppe mai. Si levò finalmente a sedere. Tutto gli faceva male: il corpo e l'anima. Quello scritto, ultimo tesoro che gli restava d'Elena, lo doveva leggere subito? Per un momento aveva pensato d'aspettar la sera, di riserbarlo per l'ora sconsolata.

Considerò la lettera. Era stata nelle sue mani, era una cosa sacra, per sempre. Vi posò le labbra. La considerò ancora, la baciò ancora, gittò uno sguardo e l'anima, un istante, laggiú nella pianura immensa, dietro a lei.

Aperse la busta. Non v'era che questo:

«D'inverno e d'estate, da presso e da lontano, fin ch'io viva e piú in là. 18 aprile 1882.»

Cortis guardò le solenni parole, come impietrato. Il petto gli si venne gonfiando, il respiro diventò affannoso, una tempesta di dolore gl'irruppe alla gola. Si difese a morsi nelle labbra, a strette di convulse pugna nelle tempie; poche lagrime roventi gli oscurarono la pagina aperta sulle sue ginocchia.

Quando gli si snebbiò la vista era piú sollevato. Una voce gli disse nel cuore: «S'ella tornasse un giorno, anche fra lunghi anni?» Immaginò il caro viso guasto dal tempo e dal dolore, bello per lui solo oramai, piú dolce che nella giovinezza; immaginò la mano ancora giovane e gentile, la voce ancora soave, gli occhi stanchi e quieti, che dicevano ancora, ma quasi timidamente: «Fin che io viva e piú in là.»

E se accadesse ora qualche cosa per cui ella non partisse piú?

Cacciò questo e ogni altro fiacco pensiero. Il sacrificio era stato liberamente voluto, per il bene; e la debole natura s'era sfogata abbastanza. Di piú non voleva concederle. Si alzò risolutamente e discese, pensando a Roma, al suo giornale, al febbrile lavoro di cui sentiva bisogno.

Ebbe, scendendo fra gli abeti e i pini, la visione dell'avvenire. Lotte con la penna, lotte con la parola, nella stampa, nella Camera, nelle riunioni, per le sue idee di governo, contro la indifferenza pubblica; prime vittorie, ossia abbandono di amici, sarcasmi di sedicenti liberali, villanie di sedicenti cattolici; pertinacia indomita, favore di Dio nel suo spirito, negli eventi; paurose crisi, giorni d'angoscia, improvvise chiome, nel suo pugno, della fortuna, giorni di potenza; una grande via aperta al rinnovamento sociale in senso cristiano e democratico, e su questa via, avanti a tutti, l'Italia.

Dio lo voleva tutto per questo. Dio gli toglieva la famiglia, l'amore, la giovinezza, lo chiamava, con un soffio di fuoco, alle opere sue.

Prima d'entrare in casa fece sciogliere Saturno che da lunghi mesi era tenuto a catena. Il cane enorme corse furiosamente su e giú per il prato davanti alla villa, si precipitò in sala a spiccar lanci smisurati intorno al suo padrone, che, afferratolo per le zampe anteriori, se lo rizzò davanti, tutto fremebondo, lo guardò negli occhi lagrimosi lucenti.

«Saturno!» diss'egli. «Povero Saturno!»

Ella gli aveva voluto bene, a Saturno.

Cortis lo lasciò cadere sulle quattro zampe e andò nel suo studio, seguito dal cane che gli si coricò a lato, guardandolo fiso, dimenando forte la coda ogni volta che l'occhio pensoso del padrone incontrava il suo. Il padrone preparò questo telegramma:

"Senatore P. Parma."

"«Parto subito per mettermi interamente a disposizione degli amici.

"CORTIS.»

Suonò il campanello.

«Portare subito questo telegramma» diss'egli al domestico. «Poi andare a Villa Carrè a prendere la mia roba; poi avvertire Schiro che sia qui col cavallo alle due per andare in città. Saturno viene con me.»

«Fino in città, signore?»

«Fino a Roma. Se a casa Carrè vi domandano qualche cosa, rispondete che a momenti ci vado io.»

Il domestico fece un inchino e uscí.

Cortis, rimasto solo, sorse in piedi. Incrociate le braccia, guardò con piglio severo, là di fronte, suo padre, e disse forte:

«Ecco.»

- FINE -

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 21 agosto 2012