Gabriele D’Annunzio

Il  compagno  dagli  occhi  senza  cigli

Edizione di riferimento:

Gabriele D′Annunzio, Le faville del maglio a cura di Annamaria Andreoli, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1995, edizione con il patrocinio de "Il Vittoriale degli Italiani.

Gabriele d′Annunzio, Il compagno dagli occhi senza cigli e altri studii del vivere inimitabile [1900-1920]

A ELEONORA DUSE

CHE DEL SUO GENIO E DEL SUO AMORE

IN TUTTA LA SUA VITA DI ESILII

FECE A SÉ STESSA ALTERNE

UNA LUCE DI LAMPADA

UNA LUCE DI ROGO

Ho lavorato quasi tutta la notte al mio romanzo veneziano.Se questo ardore mi dura, fra tre settimane l′avrò compiuto. Verso le quattro il camino s′è spento, ma non ho sentito l′aria raffreddarsi intorno alla mia illusione.

Ho lavorato quasi tutta la notte al mio romanzo veneziano. Se questo ardore mi dura, fra tre settimane l′avrò compiuto. Verso le quattro il camino s′è spento, ma non ho sentito l′aria raffreddarsi intorno alla mia illusione.

Veramente mi pareva di respirare nella fornace, coi vetrai di Murano, e di non avere in mano la mia penna ma un ferro da soffio con in cima il vetro fuso, e di non essere rischiarato dal mio quieto olio d′oliva ma dalla vampa della grande ara incandescente. Mi bisognava, per creare il calice, convertir la parola in quella piccola pera di pasta rossa dal garzone aggiunta di tratto in tratto alla forma che nasce sotto i tocchi dell′ordegno. Mi bisognava avere le mani pieghevoli prudenti e bruciacchiate di quel buon Seguso, i suoi gesti agili e leggeri come «i gesti d′una danza silenziosa». Ecco alfine, sul foglio di carta, il vetro che si tempera a poco a poco, quasi colorato d′un colore mattutino dal mio spirito come da un′alba più profonda di quella vera.

Sembra che la più potente arte evocatrice debba essere, come la magìa, notturna o antelucana. Ho notato che la più bella pagina è quasi sempre scritta nell′ora dei sogni, nell′ora del gallo e della brina. Il corpo è desto, gli occhi sono aperti; ma l′anima è «prossima al risveglio» come quella del dormiente ed ha una misteriosa facoltà di penetrare ogni oggetto e di trasmutarsi in esso. Che cosa è la fantasia se non un sognar di sognare?

Mi sono coricato senza stanchezza; e non mi pareva d′essere qualcuno che sia per addormentarsi ma qualcuno che sia per risvegliarsi. Le imagini nel mio cervello non più avevano il carattere delle apparizioni ma dei semplici ricordi. Ripensavo in realtà al giorno di Murano, quando avevo accumulata la materia da sottoporre alla scelta dell′arte. E consideravo le cose tralasciate dalla scelta, ornai inservibili. Esse appartenevano a un′altra vita, a un altro mondo, a una vita spenta, a un mondo estinto. In un Campetto erboso, attorneato di magre acacie, davanti a Santa Maria degli Angeli, le donne muranesi sedute in su le porte infilavano le conterie, immergendo nel pieno canestro un fascio di fili di ferro e poi risollevandolo con gli acini via via passati in que′ fili; e l′atto ripetevano uguale, senza pausa, fin nell′oscurità del sonno.

Lo sgomento del destarsi all′ora insolita è oggi più grave, Invano sto in ascolto per riconoscere i rumori diurni. Il silenzio di mezzogiorno è come quello di mezzanotte, ma carico di non so che angoscia e di non so che minaccia. La mia inquietudine somiglia quasi alla paura di vivere, alla paura di riesperimentare l′evento e l′uomo. Stamani la mia armatura ha un fallo; e temo la ferita.

Quale ferita, e da chi? La causa di tanto sgomento non è se non una visita annunziata! Debbo oggi rivedere, dopo vent′anni, un mio compagno di collegio e dietro di lui lo spettro della primissima giovinezza, la larva ambigua della pubertà.

E tornato a Firenze dall′Inghilterra dove ha vissuto molti anni oscuri e duri, interrotti da rare notizie. So che è malato, anzi condannato. D′indugio in indugio, ho differito l′incontro penoso. La sua lettera di ieri non mi consente più alcun pretesto. Ho già il cuore stretto e la gola chiusa. Guardo con indifferenza le pagine di stanotte; non ho voglia di rileggerle. La coppa di vetro mi sembra andata in frantumi, già prima che la mano convulsa di Perdita la spezzi. Può talvolta la vita essere una così cruda nemica dell′arte? Nulla più mi lega alla mia opera. Il ritmo concorde s′arresta. La legge della bellezza cessa di regolare il mio giorno e la mia solitudine. Una forza ignota sta per sopraggiungere e per entrare; come quando in certe notti buie, dormite senza compagna, si sobbalza di tratto in tratto e s′attende il rumore d′una chiave nella serratura che una lanterna cieca illumini.

Io sono uno di quei navigatori che, per non udire le sirene del Passato e per non cedere alla tentazione di volgersi indietro mollando la scotta, si turano le orecchie con la cera d′Ulisse. Nondimeno m′accade talvolta di sentir rivivere le cose morte con sì grande polso, che il presente n′è soverchiato e l′avvenire n′è tutto pallido.

E una di quelle giornate chiare in cui il paese toscano nudo e risecco sembra assumere l′aspetto di quelle primitive incisioni in legno a contorno, ove soli grandeggiano Dante grifagno e il suo duca. La spiritualità dantesca v′è come indurita in uno stile che mi rammenta il principio del Canto di Pier della Vigna. S′io schiantassi uno stecco di quegli oppi o rompessi un nodo di quelle viti, forse n′uscirebbe insieme «parole e sangue».

Cammino per la rèdola [1], aspettando. I tralci si danno la mano e s′intrecciano come i putti nel pergamo di Prato. Sono magri e storti, ma col segreto del ritmo evocano l′imagine dei balzanti corpi infantili. E ora sembra che si ricomponga intorno alla mia ansietà l′incanto di quella danza gioiosa che ne′ miei sette anni di clausura mi diede l′illusione d′esser prigioniero non d′un branco di pedagoghi ma d′una ghirlanda di genietti.

Perché ho in me il sentimento che quel marmo m′abbia nutrito come pane? Forse pel suo colore di spica matura, quando il sole lo scalda e l′ingialla. L′atto del volgere il capo in su a riguardarlo m′era istintivo come all′uccello il levar la gola per beccare il frutto sospeso. La visione entrava in me come un sapore; e son certo che il ricordo non m′inganna, e che non attribuisco alla mia ingenuità di quel tempo la raffinatezza della mia sensibilità presente.

Anche allora avevo un mio particolar modo di apprendere la materia e di possederla. Se ripenso al divino capitello di bronzo che nell′angolo esterno del Duomo sostiene il ballatoio e se ripenso al suo compagno mancante e alla mensoletta di pietra nuda ch′è nel suo luogo, mi pare che in quel tempo io considerassi quelle cose non come esanimi ed estranee ma come attinenti alla mia vita e alla mia sorte. Domandavo all′istitutore: «Perché quel capitello manca?» Egli mi rispondeva: «Dicono che fu portato via dagli Spagnuoli.» Ma io rimanevo pensoso e grave come se gli avessi domandato: «Che è il mondo? che è la morte?» e fossi stato deluso da una risposta insulsa.

Crepuscolo dell′adolescenza, pieno di musiche soffocate e di pensieri impigliati nelle vene inestricabili, come parlerò io di te?

Ero il primo nella scuola, ma volevo sempre essere l′ultimo nella fila, all′ora del passeggio; e Dario, l′amico che aspetto, mi veniva allato. Quando, nel tornare dalla Porta Mercatale, passavamo lungo il fianco sinistro del Duomo per seguitar poi a manca ed entrare nell′ombra della via stretta che sbocca davanti il Palazzo pretorio, io volgevo il capo indietro verso la faccia meridionale di pietra verde e di pietra dorata a bande, verso il pulpito color di farro, verso il grande angelico nido impietrito che radevano i voli e le strida dei balestrucci. Il sospiro della libertà mi gonfiava il cuore. Avendo gli occhi occupati, m′accadeva di errare col piede e d′escir dalla fila. Dario allora mi guidava, prendendomi il braccio, finché non mi fossi distolto.

Così ora il ricordo l′associa in maniera visibile a un atto che forse meglio d′ogni altro esprime la creatura ch′io era. Giunti alla porta della nostra carcere, udivamo il passo misurato dei compagni risonar nell′androne quando noi ultimi eravamo ancóra all′aperto. Bisognava che il prefetto ci sospingesse. Eravamo insofferenti e tristi; ma la forza del nostro legame ci consolava. Certe sere, rientrando nella camerata senza lumi, ci toglievamo i cinturini e ce ne servivamo come flagelli per flagellare le tavole dello studio. I compagni ci imitavano. Era un grande strepito di battiture come all′ufficio delle Tenebre, nella Settimana Santa, quando si batte con le bacchette su le panche in commemorazione del Signore paziente. Io e Dario eravamo così vicini che vedevamo rilucere il bianco de′ nostri occhi. Ci prendeva una frenesia subitanea, e raddoppiavamo la violenza come se fossimo per accoppare un nemico dall′osso duro. Sotto quella monelleria di tutti si celava qualcosa ch′era comune a noi due soli; e non sapevamo che. Si faceva la luce. Sopravveniva il censore furibondo, ci trovava tutti coi cinturini in mano e con l′aria dei manigoldi battitori nelle case di Caiafa o di Pilato. Domandava: «Chi è stato il primo?» Sùbito Dario rispondeva: «Io!» E la mia risposta seguiva la sua come il secondo colpo del fucile a due canne. «Dunque chi?» Questa volta i due colpi partivano nel tempo medesimo. Insieme scrollavamo le spalle, sotto la punizione.

Se rileggo la lettera che Michelangelo scrisse il 17 d′ottobre del 1509 al suo fratello Buonarroto, mi sembra che mai fu proferita da uomo parola più amara. «Non ho amici di nessuna sorte, e non ne voglio.» Certo, come più la vita s′inalza, più diventa dura. Ma io, che ho veduto intorno a me tante cose corrompersi e finire, non posso pensare senza orrore al giorno in cui perderò anche la fede nell′amicizia ed estirperò da me il bisogno di confidarmi.

La sorte ha voluto che io provassi la dolcezza dell′amicizia assai prima che quella dell′amore. Per ciò m′è rimasto per tutta la vita questo rammarico insieme con questa attesa. Di poi non ho mai conosciuto un sentimento più fresco e più franco di quello che mi riempiva il cuore quando, al rullo serale del tamburo indicante la fine delle tre lunghe ore di studio, mi levavo dalla mia tavola mentre Dario si levava dalla sua e andavamo l′uno incontro all′altro, fra il brutale clamore dei compagni, con un sorriso silenzioso, guardandoci negli occhi un poco abbagliati e stanchi dal lume della lucerna che troppo spesso faceva moccolaia.

Eppure altro olio ci bisognava, per rischiarare il nostro sogno.

Or è qualche tempo, rileggevo nel libro di Vespasiano da Bisticci la Vita di Giuliano Cesarini e una sùbita commozione mi avvicinava all′uomo divenutomi vivo veramente. «La notte gli mancava talvolta il lume, e non ne poteva avere tanto che potesse istudiare; e la sera quando si levavano da tavola i candelieri dov′egli stava, ragunava certo sego, che v′avanzava, e′ pezzuoli di candele e con quelli sopperiva la notte a studiare.» Per sette inverni, ogni sera io feci come il cardinale di Santo Agnolo. Terminato lo studio delle tre ore, mi accingevo all′ispezione delle lucerne. Ognuno di noi ne aveva una, di quelle d′ottone chiamate fiorentine, da poter alzare e abbassare sul fusto fornito d′un anello in sommo, da passarci il dito per portarla qua e là. Io svitavo l′anello della mia e toglievo dal fusto il serbatoio perché mi fosse più facile riempirlo. Il simile facevo ad ogni altra su ciascuna tavola, scolandone il poco d′olio rimasto e lasciando a secco i lucignoli; cosicché quasi sempre, a forza di gocciole, mi riesciva di colmare la mia e di riaccenderla, bene smoccolata e nettata. Con la lunga pratica, ero divenuto così accorto in questa bisogna di vergine saggia e così spedito che non perdevo né una stilla né un attimo. Come nella parabola evangelica, io e il mio amico dovevamo andare incontro al nostro Signore; e il nostro Signore si chiamava Napoleone Bonaparte. Riaccendevamo la lucerna per abbandonarci alla celebrazione dell′eroe e della sua gesta.

Dario era più fervente di me, tanto che pareva posseduto da una vera mania. Aveva votato al Còrso una specie di zelo fanatico, ond′era escluso qualunque culto o studio, in ispecie quello degli aoristi. Per ciò, dotato d′intelletto pronto e acutissimo, riesciva mediocre scolare. Fisso al passaggio della Beresina, non dava alcuna importanza ai diecimila di Senofonte.

Non so s′egli fosse nato con quel viso che gli vedevo o se glie lo avesse foggiato la sua passione stessa. Forse la mania gli era sorta dal fondo dello specchio, tanto egli rassomigliava al giovinetto d′Aiaccio che le stampe mostrano in meditazione dentro la grotta di Milleli: pallore quasi diafano, labbra arcuate, occhi grigi senza cigli e con scarsi sopraccigli, mento robusto, gote scarne, capelli fini e lisci sopra un′alta fronte solcata di vene cerulee, con in tutto l′aspetto qualcosa di timido e d′indomito, di gentile e di selvaggio. Tale doveva essere il figlio di Letizia alla scuola di Brienne.

Suo padre esercitava non so che officio onorevole nella Casa Reale, al Palazzo Pitti. Mi ricordo d′aver sentito soffiare per qualche tempo nell′aria, contro il mio amico, una di quelle calunnie infami che si creano ne′ collegi tra ragazzi feroci. Nessuno osava rinfacciargli apertamente la bastardigia, ché lo sapevano coraggioso e manesco. Ma a un altro de′ nostri compagni era apposta la stessa macchia; e costui aveva in verità una strana rassomiglianza col Re galantuomo e galante. Guardandolo, si pensava ai grandi baffi e al gran pizzo che gli mancavano. In tutto il resto era coniato come l′effigie nelle palanche.

Quando all′ora della ricreazione io me ne stavo in disparte a guardare con quella pupilla nel tempo medesimo lucida e allucinata che tale ancor serbo sotto la palpebra, vedevo spesso crearsi nel tumulto fanciullesco improvvise figure di malvagità quasi in aspetto di mostri a più gambe a più braccia a più teste. Una volontà violenta e perfida pareva saldare insieme i corpi di tre o quattro compagni. Li prendeva per le reni e li spingeva in un angolo della camerata o del cortile, dove un poco di silenzio era misto a un poco d′ombra. Da prima li riuniva in cerchio per i grugni, come i maialetti che mangiano nel medesimo truogolo. I loro dossi si piegavano innanzi e le loro bazze s′accostavano nel mormorio della congiura; e qualcosa di fluttuante passava in mezzo a loro, simile a una forza non ancor definita e ferma. A poco a poco, nelle pieghe delle tuniche fiacche una spina dorsale più potente sembrava drizzarsi. Il gruppo si serrava, si congegnava, si armava come una sola bestia nociva. La sghignazzata concorde aveva qualcosa di sinistro che mi par d′udire tuttavia, come escita da un sol ceffo. E quando alfine il gruppo si voltava e s′avanzava posseduto dalla volontà di nuocere, io mi stupivo di riconoscere ancóra il numero delle facce distinto sotto la stessa difformazione ignobile e bieca, mentre le zampe camminavano con la cautela ferina dell′agguato, congiunte a un sol tronco.

Ogni giorno io e Dario eravamo seduti alla mia tavola, chini su la carta militare di Smolensko. Una luce grigia e fredda entrava pe′ finestroni, dove i vetri tintinnavano al vento; ma i nostri occhi erano abbagliati dall′incendio della città presa e i nostri orecchi erano assordati dagli urli dei feriti a mucchi nei fossi, nelle brecce, sotto le porte, lungo le vie, entro gli androni delle case in fiamme. A un tratto, non so che fremito della mia carne m′avvertì che dietro di me si formava la bestia orribile.

Mi ricordo che la volta della camerata era molto sonora e in certi punti dava un rimbombo d′eco. Udii ripercossa sul mio capo in un modo misterioso la ghignata singolare che nella mia imaginazione somigliava allo squittire dello sciacallo. Anche ora, dopo tanti anni, al ricordo, quel suono della ferocia puerile mi sgomenta e m′agghiaccia.

Voltandomi, scorsi in fondo alla sala il gruppo imbestiato che veniva innanzi a forma di cuneo. Una specie di maligno canchero, nato nell′isola d′Elba da un armatore arricchito nell′Argentina, stava alla punta e guatava la vittima. Due lo spalleggiavano: un Sardo di Sassari, giallognolo e pustoloso, attossicato precocemente dalla nicotina, come quegli che non viveva se non per cogliere il destro di rinchiudersi nel cesso a fumare di nascosto la sua pipa fetida; e un Fucecchiese melenso, dal cranio triangolare, vera testuggine di palude tratta fuor della scaglia. Tre altri sozii seguivano, tenendo le mani dietro la schiena come se celassero una lordura o un′arme corta; e si dondolavano sguaiati, con un riso furbesco negli occhi, con su′ denti un lustro crudele.

La vittima designata era presso la porta del dormitorio, seduta su uno sgabello, inconsapevole; e mangiava con attenzione golosa un pezzo di panforte. Era ben egli il creduto bastardello regio, col suo testone rotondo, col suo naso corto e rabbuffato in su, con le sue narici aperte, con le sue orecchie larghe. Quando s′accorse del pericolo che gli veniva sopra, s′alzò masticando ancóra il boccone e doventò un poco pallido. Come gli assalitori facevano tutti insieme un bercio buffonesco, tentò di ridere. All′improvviso, l′Elbano e il Sardo lo afferrarono per le braccia e lo abbatterono su l′impiantito. Com′egli per difendersi calciava, il Fucecchiese s′ebbe nel ninfolo [2] una pedata che gli insanguinò le gengive. Uno dei tre ultimi si gettò al soccorso; e le due gambe afferrate per le caviglie furono tenute ferme e congiunte come a ricevere il chiodo della crocefissione. Allora gli altri due figuri mostrarono quel che celavano dietro la schiena: un pentolino di colla e un poco di stoppa. Mentre l′atterrato faceva l′atto di sputar loro in viso e di morderli alle mani, essi gli attaccarono un gran paio di baffi sotto il naso e un lungo pizzo sul mento. Non avevano finito di premere, che rotolarono sotto uno scroscio repentino di pugni.

Con la rapidità appresa nelle Campagne d′Italia e d′Egitto, il bonapartista s′era scagUato contro il gruppo gridando a squarciagola: «Vigliacchi! Vigliacchi!» Io l′avevo seguito con lo stesso impeto e con lo stesso clamore. Libero dalle grinfie dell′Elbano e del Sardo, il mangiator di panforte s′era drizzato furibondo e già, prima di pensare a togliersi l′ingiuria dal labbro e dal mento, distribuiva ceffoni e tempioni regali. Grande schiamazzo di risa e di urli menavano intorno alla mischia gli spettatori. Sbaragliato e incalzato il gruppo si ritirava verso l′uscio del lavabo, perdendo ogni coraggio, cercando lo scampo. Ben quegli che aveva portato il pentolino nascosto dietro la schiena, con la stessa mano dietro la schiena rinculando aprì l′uscio. «Vigliacchi! Vigliacchi!» gridava Dario senza tregua. E l′uno dopo l′altro li cacciammo dentro, a vergogna, e serrammo.

Girò la chiave il buon guerriero, la tolse dalla serratura; e con un gesto di gaia e fiera grazia, ansando, la offerse al liberato che aveva ancóra sul muso qualche fiocco di stoppa. Le mani gonfie di geloni gli sanguinavano, ma egli mostrava di non addarsene. Sdegnò di raccontare l′avventura al prefetto sopraggiunto; ch′era un floscio Pistoiese degenere nepote di Vanni Fucci e di quel della Monna, ignaro di fazioni, d′arsioni, di balestre e di barre. Venne a sedersi novamente con me davanti alla tavola, dove era rimasta spiegata la carta. Disse, continuando: «Il maresciallo Ney, dunque, occupa la posizione presa di contro al sobborgo di Krasnoi. Appoggia la sua sinistra sul Dnieper inferiore. Alla sua destra, fra la strada di Krasnoi e quella di Mitislaw, il primo Corpo si sviluppa in due linee. La cavalleria leggera del re di Napoli...» Come egli indicava coll′indice i luoghi strategici, il sangue generoso gocciolava dalle crepature vive dei geloni contusi. Io ruppi coi denti l′orlo della mia pezzuola, poi tirando la divisi in due lembi; e mi misi a fasciargli le mani.

«Dario! Dario!» Ecco ch′egli non parla e non sanguina più nel mio ricordo; ma lo scorgo a un tratto di là dalla siepe d′alloro, lo vedo vivo in carne e ossa camminare verso di me, affrettare il passo, alzare le mani nascoste nei guanti di lana bianca, agitarle nel saluto, avvicinarsi ansando, raso e liscio come allora, pallido come allora, simile a un fanciullo e simile a un vecchietto, con un sorriso straziante nella bocca smorta, con su le spalle curve un peso orrendo e oscuro. «Dario!»

È tra le mie braccia, senza poter dire una parola, strozzato da un nodo di tosse che alfine scoppia nel povero petto cavernoso squassando atrocemente tutta quella gracilità sensibile e stracca. «Amico, amico mio!» E in nessuno sguardo umano, come in que′ suoi occhi senza cigli, ho mai letto una tristezza tanto disperata.

Non so terrore più profondo di quello che m′occupa quando, nella pausa della mia propria volontà che mi crea, io vedo accorrere dall′infinito il vento senza nome e in esso agitarsi la polvere del passato e levarsi contro a me non come ombre delle cose che furono ma come aspetti di quelle che sono per essere: ond′io non riconosco più la successione della vita né la mutazione della sua sostanza, ma avverto entro me una specie d′immobilità veggente, simile a quella dell′occhio che mi s′aperse quando nacqui lagnandomi, sopra al quale mi s′appassisce la palpebra e le ciglia mi si diradano.

Il giorno d′inverno è chiaro e senza soffio, ma fragile come un globo di vetro nella palma d′una mano che possa da un attimo all′altro lasciarlo cadere. Qualcosa pare serrarsi intorno a noi, par divenire angustia e pericolo. Una contadina vocia in mezzo al campo, dietro un vitello fuggito. L′urlo è nella luce; ma si sussulta come quando all′improvviso una persiana sbatte mentre si scantona lungo una casa, per una viuzza deserta, verso sera. Giù nella valle fischia il treno che va ad Arezzo. Il fischio s′attenua, si fa dolce quasi come una parola modulata che dica: addio, addio, addio. Per un istante l′anima mi si parte, segue la parola già vanita, scende laggiù a Girone, dove l′Arno s′incurva di sotto ai poggi di Villamagna e dell′Incontro, dove l′acqua presso le Gualchiere è così verde tranquilla e sola. Il mio amico ha nella mano un fazzoletto di seta verde; con quello s′asciuga la bocca, in quello nasconde la sua infezione. Lo prendo pel braccio; e camminando su la ghiaia, [andiamo] verso la casa; ma è come se ci fossimo scolorati entrambi e fossimo entrati in un corridoio grigio. Non s′ode più il grido della donna, non s′ode più il rumore del treno. Laggiù, fra Girone e Quiritole, c′è la Nave all′Anchetta; e mi ricordo d′aver passato il fiume una mattina e d′aver approdato su la strada di Rignalla e d′aver colto in una siepe un rametto di spin bianco.

L′anima sembra in fuga, quasi sgominata e sciolta, presa dal bisogno d′essere altrove. Ritorna, tocca l′amico malato, lo avvolge, lo abbraccia; poi di nuovo si divide, si sparpaglia, si dissipa, come quella fiamma che vagola su la superficie del legno prima d′apprendersi. E una voce le mormora, non senza perfidia: «Artista, artista, ecco, tieni, mordi la vita. Questa è la malattia, questa è la sciagura, questo è il crollo d′ogni bene. Non distogliere la pupilla dall′amico che si trascina e s′affanna. Ma guardalo, ma sopportalo intero. Ha uno specchio per te, perché tu vi ti miri, nel suo petto cavernoso.» E forse non è ripugnanza, forse non è viltà: è soltanto quella dissipazione apparente dello spirito avvertito, che per raccogliersi e addensarsi attende il luogo opportuno.

In fatti la mia casa mi sembra mutare aspetto, mentre le ci avviciniamo. Mi sembra come vuotata di tutto il mio calore e pronta a ricevere qualcosa d′insolito che sia nel tempo medesimo un sogno e una necessità.

Credo di aver ripetuto più d′una volta con le mie labbra fredde: «Dopo vent′anni! Dopo vent′anni!» E queste tre parole fanno dell′uno e dell′altro di noi una mole enorme e confusa, la mole dell′età trascorsa, non morta, non viva, ma simile a quegli smisurati carri da sgombero, su cui si accumulano le masserizie diverse, coi segni dell′uso e della bruttura umana, non più appartenenti alla casa vecchia, non ancóra possedute dalla casa nuova, quasi svergognate dalla strada piena di passanti che si voltano; e dietro vanno i freschi fanciulli.

Or dietro quella tanta parte di noi sembrano andare due giovinetti a braccio, simili ai due che un giorno camminavano lungo le gore brune della campagna pratese. «Dopo vent′anni!» La gora è là, con quell′acqua color di lavagna, che pare passata per la cenere come il ranno [3]; e tra essa e una siepe scarsa corre il sentiere; e di tratto in tratto si diffonde nell′aria l′odore muschiato di un insetto dalle lunghissime corna, che noi chiamiamo macuba.

«Vieni, vieni, Dario.» Su la soglia m′assale un′angoscia imperiosa come l′annunzio d′una trasformazione. E dico dentro di me, senza soffio: «Sei tu? sei proprio tu?»

Il lembo del suo pastrano s′impiglia in un fiore del cancello di ferro battuto. Egli si china per districarsi: ha il capo scoperto. Con una commozione che mi passa per tutte le fibre, vedo di sotto ai suoi capelli fini e radi l′orecchio arrossato dai geloni come allora.

«Vieni, vieni.» Lo prendo per la mano e lo traggo verso la stanza più profonda, verso la stanza della musica. Sento la sua mano sudaticcia tremare nella mia. Tutte le cose adunate intorno, i legni i libri i quadri le maioliche le stoffe, mi doventano rammarico e onta. Vorrei che le mie mura si facessero a un tratto nude e bianche come quelle del refettorio ove mangiammo, del dormentorio ove riposammo, dell′aula ove studiammo.

«Siediti.» Lo lascio sedere tra i cuscini troppo numerosi d′un divano; mi siedo sopra uno sgabello di contro a lui. Siamo presso la finestra. Un poco di sole gli viene su le ginocchia. E ci guardiamo.

Ah, di che mai nasce quel suo tenue sorriso? Neppure il dolore di mia madre, in un giorno indimenticabile, n′ebbe per me uno più straziante.

Il volto è pur sempre quello, ma riscolpito dalla disperazione in una materia più trasparente. Anche allora le vene apparivano a fior della pelle, ma ora mi rammentano quell′esercizio chirurgico d′allacciamento che vidi compiere all′ospedale sul cadavere emaciato d′un cavalleggere tisico. Potrei separarle e contarle. Gli occhi tuttavia non hanno cigli, come quelli del Bonaparte, ma sembrano pieni d′una inquietudine continua e di non so che spavento fisso. Le tempie sono spoglie; la fronte non direi rugosa ma sgualcita come una cosa delicata che una mano cruda brancichi e getti a spregio.

«Amico, amico mio, chi t′ha fatto tanto male?» Egli pone le sue mani nude su le sue ginocchia, e il sole glie le illumina. L′ultima falange delle dita è stranamente deformata intorno l′unghia rigonfia alla radice.

Egli mi chiede: «Non mi riconosci?» Dissimulo il sussulto che mi dà il suono inatteso della sua voce nella stanza chiusa. È tanto sonora che mi sembra egli m′abbia parlato forte nell′orecchio.

«Oh, non sei mutato, quasi. Guarda me!» E vorrei enumerare le lesioni del tempo, esagerarle, apparirgli come un uomo esausto su cui sia sospesa la minaccia, ridiventargli compagno anche nella miseria e nella passione. «Vedi: non ho più capelli; i denti mi si logorano; la vista mi diminuisce ogni giorno; soffro d′insonnio e d′allucinazioni. Tutta questa ricchezza, è illusoria. Sono carico di debiti. O prima o poi, non mi lasceranno se non una cinquantina di libri e una tavola d′abete.»

Egli mi guarda con una malinconia così potente che sembra sola esistere come una creatura ammirabile che intorno a sé tutto riduca a ombre vane. Poi tenta ancóra di sorridere. «Quanto eri bello! Forse avevi gli occhi più grandi. Mi ricordo. E avevi i capelli così scuri che non mi sarei mai aspettato di ritrovarti con una barba bionda...»

Non ho mai provato tanto fastidio del mio corpo o tanto increscimento di non potermene spogliare come d′un vecchio vestito. Da questi piedi, da queste gambe è sostenuta la mia vita, da queste costole è rinserrata, da questo cranio è coperchiata! E quella povera anima di fratello abita le caverne orrende di quei polmoni, si esala in quello sputo che il fazzoletto riceve e serba!

«Credi che io abbia perduto il tuo talismano?» mi dice il condannato, mettendo una mano nel taschino del panciotto. «Ma, ahimè, non m′ha portato fortuna. Doveva essermi un raggio del sole d′Austerlitz, te ne ricordi?; e m′è il viatico per gli Invalidi.»

Cava una moneta gialla da venti lire del Regno d′Italia coniata nel 1814 con l′effigie imberbe di Napoleone imperatore e re. La prendo fra le dita come una reliquia santa. Me l′aveva data mio padre, alla fine delle vacanze, in novembre, a Firenze, il giorno medesimo in cui avevo comperato da un libraiuccio su un parapetto del Lungarno gli otto volumi delle Memorie del duca di Rovigo legati in pelle rossa e il Manoscritto venuto di Sant′Elena in una maniera sconosciuta, impresso a Londra nel 1817 per John Murray, dalle pagine piene di macchie brunicce il cui lezzo di muffa doveva inebriare me e il mio amico inconsapevoli del falso e già sollevati alle più folli speranze dalle parole del principio, che destituivano d′ogni singolarità l′infanzia dell′Eroe riducendolo un fanciullo ostinato curioso e taciturno come noi.

«Ti ricordi? Ti ricordi?» Sempre la stessa domanda è ripetuta come il colpo della zappa che diseppellisce.

Gli scheletri e gli spettri si drizzano davanti a noi. La carne ricopre le ossa, gli occhi rioccupano le occhiaie, le gengive si riattaccano ai denti, come nelle resurrezioni. Vedo la moneta d′oro nella mano grassa e bianca di mio padre.

Mio padre è là corpulento e sanguigno, un poco ansante, con quel suo sguardo un poco torvo in cui passava talvolta uno strano ardore come di fosforo che vi s′accendesse. Vedo il collo enorme che ridonda sul solino rovescio, e nella cravatta il piccolo cane cesellato dagli occhi di rubino, e il suggello di diaspro pendente dalla catena dell′orologio. M′è vicino e m′è lontano, è fatto della mia sostanza e m′è sconosciuto. Ho potuto vivere lungo tempo discosto da lui, talvolta ho potuto avversarlo, talvolta perfino dimenticarlo: e ora d′un tratto un amore tumultuoso mi riempie, e il rammarico terribile di non esser giunto in tempo per fissare il suo viso composto nella morte.

«Ti ricordi, quando mio padre venne in collegio, e chiese al Rettore il permesso per noi due, e un giovedì sera ci condusse fuori insieme?» io dico turbato, tenendo fra le dita la moneta consunta.

Era di carnovale. Era una di quelle giornate pratesi di gran vento, quando a vespro la città si empie d′un incessante garrito e d′un′ombra palpitante, come se tutte le pannine dei suoi lanificii sbattessero e si divincolassero nel cielo delle strade tristi. Gli strilli sùbito vi si spezzavano e dileguavano, come il getto d′acqua nella bocca del Bacchino. Passando dinanzi alla fontanella, ricevemmo sul viso lo spruzzo freddo. Ridendo ci mettemmo a correre. In un colpo di vento il pulviscolo ci raggiunse, ci bagnò la nuca. Seguitammo a correre, e sotto il palazzo del Comune ci ritrovammo in mezzo a una compagnia di maschere sguaiate che ci avvolsero e ci trascinarono.

Un sentimento straordinario di libertà e d′avventura ci gonfiò il cuore oppresso dal divieto e dalla prigionìa. E ci prese la tentazione folle di abbandonarci a quegli sconosciuti che avevano per noi gli occhi dei dèmoni. Udivamo la voce di mio padre che mi chiamava, come nella tempesta. E tutto era ignoto e dubitoso in quella strada profonda, tutto era sonoro e vacuo, nuovo e incomprensibile, tra l′ululo disperato del cielo e gli aliti di quelle bocche quasi belluine di sotto alle maschere di cartapesta nasute bernoccolute deformi.

«Fuggite, fuggite! Venite via!» susurravano i saltatori sospingendoci. E la vita sopra noi, per entro a noi, era non so che cosa folta e immane squassata e dilaniata dal vento. E l′istinto in fondo al nostro petto era come un giovine leone famelico che tentasse di spezzare le sbarre del serraglio. E non so che mistero sensibile ci stringeva ai fianchi, più che le nostre cinture, più reale che il nostro vestito e la nostra pelle. Ed eravamo là, io ero là ma anche altrove; ché tutto quel tumulto aveva per luogo quel lastrico e il mondo, e il mio nome chiamato da mio padre sorgeva dal fuoco del mio focolare e dal più remoto antro della mia montagna e anche dalla mia intima volontà di vivere e di vincere. O primi movimenti di quella forza lirica che fin dalla chiusa puerizia era come il cuore del mio cuore!

Quando mio padre sopraggiunse, ci liberammo dagli sconosciuti e ci stringemmo a lui ch′era un poco affannato; e, mentre le maschere schiamazzavano scantonando, io gli raccontai la storia fantastica della nostra avventura. E Dario non soltanto consentiva alle mie invenzioni ma le amplificava, quasi che entrambi tornassimo da un viaggio maraviglioso.

Sul canto della Piazza del Duomo, il vento era tanto rude che disperse anche la mia storia e ogni maraviglia. Salimmo al vecchio albergo del Contrucci, e ci mettemmo a una finestra per veder passare il corteo di Berlingaccio.

Su la piazza ventosa l′aria era così tersa che ci pareva di poter prendere per mano un de′ putti del pergamo e condurre con lo stuolo il ballo tondo. Eravamo chini al davanzale, l′uno accanto all′altro, con l′omero contro l′omero; e mio padre stava in piedi dietro di noi e ci riuniva ancor più, tenendo una mano su la mia spalla destra e una su la sinistra del mio compagno, affettuosamente, quasi che così lo prendesse per figlio e me lo facesse fratello germano.

Non passava nessuno. La piazza era diventata solitaria come il cocuzzolo della Calvana. Anche la Via Magnolfi laggiù era deserta, e si vedeva fermo sul binario alto un treno nero. Sembrava che la vita civica a un tratto fosse sospesa e che soltanto il vento parlasse come sul Monteferrato selvaggio tra gli scheggioni del serpentino. Veduto da quella finestra, il Duomo aveva un aspetto insolito che ci stupiva. Era tanto prossimo che credevamo di toccarlo con la fronte come fosse una vetrata; o credevamo di poter salire di banda in banda, dalla verde alla bianca, dalla bianca alla verde, via via, sino in sommo, dov′è la campanetta sotto la croce di ferro. Ma, discendendo noi per le bande con gli occhi, un più grande stupore ci prese come se conoscessimo il pergamo per la prima volta; ché era là, pieno di silenzio, quasi un nido abbandonato dagli usignuoli, all′altezza della nostra vista. Era là come un ricetto di musica e di amore, per certo; ma sentivamo che poteva essere anche un ricetto di sapore, da appressarvi le labbra come all′orlo d′un vaso di miele ispessito.

Il vento s′era allontanato dalla piazza, se n′era andato verso il Mercatale a soffiare sul ponte del Bisenzio. Uno di noi disse sotto voce: «Da una di quelle due porticelle esce il vescovo per mostrare al popolo la Sacra Cintola.» Tutt′e due erano chiuse tra i loro stipiti di pietra, separate dalla colonna massiccia che sostiene la tettoia rotonda. A forza di guardarle fiso, io creavo in me non so che sentimento di attesa e non so che perplessità come io dovessi scegliere fra le due la mia porta e l′altra dovesse appartenere al mio compagno e a ciascuno di noi dovesse qualche cosa apparire. E anche i pilastrini tra formella e formella erano accoppiati con un′indicibile gentilezza, e pensavamo che ci somigliassero perché non si sarebbero mai divisi. E credo che i nostri petti premuti contro il davanzale si gonfiassero d′una medesima ansietà.

E uno di noi disse, con quell′accento verace dell′imaginazione puerile che crea dal nulla le sue potenze, uno di noi disse: «Ecco, ecco, ora s′apre la porta e si mostra la Cintola!» E l′altro sùbito disse; «Quale porta? quale?» E il primo sùbito rispose, ma senza fare il gesto: «Quella.» E non si seppe quale ei volesse dire; ché l′uno e l′altro stringendosi avevano fatto delle due una porta sola nel loro cuore e nella loro speranza.

Avvertendo non so che riflesso vago sul piombo della tettoia, levai gli occhi e scopersi nella grande perlagione del cielo il primo quarto della luna, un fil d′oro prezioso come la reliquia di Palestina. E gli altri due occhi si levarono e videro. E ci sorridemmo, appena appena sogguardandoci dall′angolo delle palpebre. E mio padre non potè vedere quel sorriso; ma io sentivo la sua mano grave vivere su la spalla del mio fratello come su la mia.

E non ho mai dimenticato quel momento della nostra amicizia; che ora, nella memoria, mi splende d′una inesplicabile bellezza.

«Ti ricordi? Ti ricordi?» Gli occhi di Dario si velano d′una lacrima che sùbito sgorga, non avendo la palpebra cigli a trattenerla. E la mia commozione tocca in me una profondità inculta, onde sembra sia per sorgere un essere che a compiutamente vivere debba spezzarmi come legame che lo vincoli, scrollarmi come ingombro che lo impacci. Chi è egli mai? Uno che si risveglia? uno che ritorna? uno che nasce? Soltanto il passato e il futuro esistono; e il presente non è se non un levame per cui l′uno e l′altro fermentano. E v′ha un pianto d′uomo, ove si stempra più dolore che non ve ne infonda il piangente. E la nudità di quegli occhi, a cui manca la mollezza umana dei cigli, riempie la mia casa d′un sentimento della presenza umana più severo che i libri eterni.

Ora quella palpebra è come l′orlo d′un segreto ch′io dovrò conoscere. Non posso fissare quella pupilla senza che il cuore mi si contragga, tanto ella è simile al punto più sensibile d′una piaga, là dove resta scoperta l′estremità del vivo nervo. Sento che sotto la tristezza del malato si accumula un′angoscia non corporale, smaniosa d′esprimersi e paurosa delle parole comuni. La sento a quando a quando tendersi verso me e quasi sopraffarmi. La vita potente suscitata dalla memoria le si oppone e la respinge. Bisogna che prima riviviamo quella vita, che prima riudiamo quel canto, come i naufraghi tratti da contrarie fortune sul medesimo banco di sabbia ascoltano la voce della sirena invisibile prima che la marea li riprenda e rivòltoli. «Mi ricordo del futuro.» Chi mai ha parlato così? Forse il naufrago con le sue labbra contro le lunghe labbra dell′onda, o forse io stesso nello smarrire me stesso.

Tanta anima mi cresce nella carne, che mi sembra di non avere quasi più carne. La forza che io conteneva, ora mi contiene. Sento nelle mie mani il gesto istintivo di sollevarsi verso le mie tempie e di serrarle, come quando l′attenzione vuol concentrare il pensiero che si disperde. Perché tutto cambia aspetto? La zona di sole non è più su le ginocchia del mio amico ma si ritrae da lui, discende a poco a poco giù per le sue gambe, sta per toccare i miei piedi. La vampa nel camino ha dato l′ultimo guizzo, e le falde della cenere accecano la brace. Se bene non spiri un soffio nella stanza, si solleva a un tratto la pagina del volume aperto sul leggìo e oscilla. La moneta d′oro mi sfugge dalle dita e cade. Mio padre è seduto su la seggiola di cuoio, e china il capo sul petto in punto d′addormentarsi.

«Sai? Quel libro, l′ho ancóra, l′ho qui. Vuoi rivederlo?» Mi levo, per uscire dalla stanza.

Un′allegrezza subitanea accompagna i miei primi passi. La lunga sala del Coro è meno calda, volta a settentrione, già invasa dall′ombra. Mi soffermo a raccogliere in me il sentimento della mia casa solitaria, dove soli vivevano ieri i libri eterni, dove gli spiriti delle vecchie cose adunate si mescolavano alla sostanza delle pagine meditate. Odo il battito del mio cuore, odo i colpi sordi della mia ansia e del mio sgomento.

Dario ha ricominciato a tossire, da prima sommesso, poi sempre più forte, come liberato d′una costrizione nella mia assenza momentanea. Ogni volta che la tosse grassa si spegne nella pezzuola, mi manca il respiro. M′allontano, varco una soglia, varco un′altra soglia, entro nella biblioteca. La tosse è laggiù, più fioca, più rada. Ma la presenza dell′uomo infermo e infelice è da per tutto; occupa tutta la casa; non la lascia più vivere se non di sé, non la lascia più respirare se non a traverso i suoi polmoni disfatti.

M′inginocchio a piè dello scaffale dove ho riposto i libri che in diverse epoche della mia esistenza mi furono donati da mio padre; chino la faccia, aguzzo gli occhi per ritrovare quello. La mano bianca e grave sembra che s′accompagni alla mia nella ricerca, il respiro grosso è vicino al mio soffio.

I libri sono là, negli ultimi palchetti, da qualche tempo dimenticati, coperti di polvere. Un′aria funebre è intorno a loro. «Ho dimenticato anche te? Ho potuto vivere giorni e giorni senza di te? E mesi e mesi, e forse anni! L′erba è cresciuta sul tuo sepolcro, là su la collina che guarda il mare, dove io non son più tornato. Volli che sul tuo sepolcro non fosse posto se non un sasso rude e il tuo nome, per venire un giorno io stesso a porvi un più gran segno. E non son venuto ancóra. E non ho adempiuto il vóto. E l′oblio nutre l′erba.»

Il mio sentimento crea la realtà. Sono carponi sopra una tomba selvaggia, con la zolla sacra sotto le ginocchia, con i fili d′erba tra le dita. E ancor mi tiene quella specie di misterioso orrore carnale che non m′abbandonava neppure nei momenti della più calda tenerezza e della riconoscenza più effusa. E ripenso che una volta mia sorella mi scrisse d′aver veduto quel pezzo di terra brulicante di lucciole senza numero, in una sera di giugno.

Ecco il vecchio libro! È polveroso. Lo scuoto, lo batto con la palma aperta. La polvere mi entra nelle narici. Non posso più indugiarmi. Odo il tempo spazzare la vita alle mie calcagna, come un servo zelante che dietro me netti il tappeto con la granata. Corro verso il mio amico, ansioso io stesso di riudire il suono della mia propria voce di là dal cuore che mi balza alla gola.

«Ti ricordi? Ti ricordi?» Come allora, la mia gota s′accosta alla sua gota, il mio braccio destro passa dietro la sua schiena, la mia mano sinistra preme la pagina aperta, le sue dita tengono il margine della pagina di contro per esser pronte a voltare. Dopo vent′anni! Odo nel petto fraterno un orribile rantolo umido, una sorta di crepito mucoso, l′occulto fragore della morte. «Mi ricordo.»

Eravamo ancóra alla finestra, di faccia al pergamo; e il vento ritornava dal Mercatale con una folata di maschere e con un′ondata d′azzurro notturno. La sera cadeva rapidamente su lo schiamazzo cencioso. Come un domestico dietro di noi aprì la porta, la raffica investì la camera a riscontro. Ci mettemmo a strillare, mentre le cortine svolazzavano. Facendo forza, chiudemmo i vetri, chiudemmo gli scuri. Ci ritrovammo nella stanza buia, rischiarata dal fuoco folle del caminetto. Sùbito dopo, la lampada raccesa occupò col suo cerchio di luce la tavola tonda. Tutto si quietò. Le legna cigolarono, scoppiettarono, e poi si tacquero. Una pace lenta si diffuse intorno al paralume verde. Non desiderammo più nulla, fuorché di rimanere l′uno accanto all′altro. «Che vi piace di fare stasera?» chiese mio padre, che sapeva esser dolce. Gli risposi: «Dammi il libro!»

Egli sorrideva de′ nostri occhi sfavillanti, mentre apriva la valigia con lentezza studiata. Impaziente, io cacciai la mano nell′apertura a frugare; e scopersi al tasto non un solo volume ma cinque, sei, sette, forse più. La mia avidità tremava, e tutte le membra mi balzavano dal giubilo; e nel viso del mio compagno vedevo lo splendore del mio viso. «Dammi gli altri! Dammi anche gli altri!» Mio padre mi diede il più pesante. Lo gettai fra le braccia di Dario; e continuai a supplicare tentando di ricacciar la mano nella valigia meravigliosa. Le mie dita agili trascorsero come sopra una tastiera. «Sono otto?» gridai. «Dario, sono otto!»

Mio padre rideva. Il mio compagno era divenuto pallido, tenendo il volume contro il suo petto. Il mento forte gli vacillava, e le labbra stentavano a formare la parola. Ma gli occhi dicevano ch′egli sapeva, ch′egli aveva indovinato. E l′aria della stanza mi pareva ora più commossa che quando la raffica improvvisa aveva investito le cortine e spento la lampada. «Il Memoriale?» balbettò egli, scolorandosi ancor più, come se avesse veduto aprirsi la porta e apparire nel vano il cappotto grigio dell′Imperatore.

Sublime esaltazione dell′eroe nel cuore di un fanciullo! Anelito d′una verginità inquieta verso l′inaccessibile gloria! Per la prima volta in quella sera seppi veracemente come una creatura possa ardere.

Non avemmo subito gli otto volumi: la gioia ci fu misurata perché non ci soverchiasse. Soppesammo, palpammo, esaminammo quel solo, più massiccio. Aveva il dosso e gli spigoli di marrocchino rosso, il taglio dorato, le facce marmorizzate. Non so perché, ci pareva pesantissimo come un massello di bronzo, come un disco da scagliare più oltre. Quando l′aprimmo, respirammo insieme nella pagina breve l′ebrezza dell′immensità. Un gruppo di veterani giganteschi, a guisa di cariatidi addossate, sosteneva il monumento equestre dell′Imperatore cinto di lauro, più alto che la più alta alpe; e il lieve mondo pareva covato dalla grande ombra.

Chi ci renderà quella potenza di sogno e di prodigio, per cui tanta animazione sorgeva da sì fiacco disegno? La sigla fatale sul frontespizio, l′iniziale del Nome sormontata dal simbolo dell′Eternità, ci tenne da sola per lungo tempo fissi in un fascino silenzioso, mentre un oscuro mare fluttuava in entrambi al medesimo livello. Il mugghio del vento ci pareva la voce di quel mare; e le strida delle maschere, i canti carnascialeschi, i clamori della plebaglia ci giungevano di lungi come il tumulto d′una città invasa, d′un accampamento sorpreso, d′un esercito inseguito.

Non era se non un mediocre libro, nel testo e nelle imagini; ma noi lo trasformammo in un poema abitato da Dio e dagli Elementi, come dentro gli smisurati occhi dei fanciulli ascoltanti si converte in tesoro indicibile ogni sillaba della semplice favolatrice.

Era la Storia di Napoleone di P. M. Laurent de l′Ardèche, illustrata da Orazio Vernet, voltata in italiano da Antonio Lissoni antico uffiziale di cavalleria e «da esso cresciuta delle imprese militari delle soldatesche italiane», stampata in Torino per Alessandro Fontana nel 1839. Quella sera non demmo che qualche rapida occhiata alla prosa dell′ex-sansimoniano giudice e bibliotecario; ma su le cinquecento imagini del pittore del Ponte d′Arcale e di Wagram ricomponemmo con la nostra fantasia tutta la gesta, indugiandoci sopra gli argini dell′Adige, negli stagni della pianura veronese, fra le canne stroncate dal piombo austriaco, ove il giovine eroe dalla gota macra e dalla capellatura liscia ci appariva svelto e pieghevole come un leopardo.

«Guarda, babbo. Dario non somiglia al generale della Campagna d′Italia?» Avevo preso d′un tratto fra le mie mani la faccia ossuta del mio amico che si schermiva; e la tenevo ferma come in una tanaglia, sentendo sotto i suoi muscoli sottili la dura maschera d′osso. La tenevo ferma e abbassata sotto il chiarore della lampada, verso la pagina aperta ove il vincitore di Lodi a capo del ponte ingombro di cadaveri brandendo la bandiera pareva avesse afferrata per i capegli la Vittoria e se la trascinasse dietro il suo impeto. «E vero. Gli somiglia.»

Come dimenticherò quella vampa di rossore che salì sino alla fronte e sembrò affocare pur il bianco degli occhi?

Gli avevo lasciata libera la faccia; e ora lo guardavo fiso, in silenzio, senza sorridere, oppresso da una di quelle malinconie subitanee che in quel tempo mi assalivano talvolta nel mezzo del gioco più sfrenato e mi davano a un tratto la voglia di lasciarmi cadere in terra e di morire. Qualcosa di selvaggio, indistinto, nasceva dal fondo della mia amicizia come s′ella non fosse se non la larva dell′amore sconosciuto. Mi ricordo che gli dissi, con uno di quei movimenti irriflessivi che spesso stupivano e scontentavano me medesimo o mi facevano sorridere della mia stranezza: «Benché tu somigli al Bonaparte, moriresti per me sul ponte d′Arcole come il Muiron?» Egli non esitò a rispondere: «Sì, certo.» E guardò mio padre. Non so perché, io già sapevo che il mio destino era il più forte e che dovevo esigere dai miei prossimi la devozione cieca e l′intero dono.

Questo sapeva anche mio padre. Egli non mi lodava, non m′incoraggiava, né mi indicava una via né mi proponeva uno sforzo; ma aveva in me, fin dai miei più teneri anni, una fede così certa che sino al giorno della sua morte io non cessai di sentir viva in lui la mia radice.

Spirito tirannico quant′altri mai, egli aveva da tempo abdicata la sua autorità sopra me, solo attento a vigilare le mie tendenze e a spiare l′ombra de′ miei sogni. Più d′una volta l′avevo veduto domare la sua natura per non contrariarmi; più d′una volta avevo udito nel suo gran corpo il fremito del sangue contenuto. Mi osservava con un′attenzione grave e continua, cercando di comprendermi. Se voglio rappresentare al mio amore la più commovente imagine di lui, evoco la sua espressione seria e raccolta nell′ascoltarmi. Non mai mi trattò alla leggera; né mai mi derise, pur davanti alle mie singolarità, ai miei eccessi o alle mie affettazioni. Era rispettoso e fidente, in un′attesa che non poteva essere delusa. E io, pur da lui tanto diverso di cultura e d′ingegno, sentivo che una parte profonda di me comunicava con l′oscurità chiusa nel suo corpo terribile e n′era nudrita.

Ecco, stava là, seduto, tranquillo, taciturno, a vedermi vivere, senza saziarsi. Non seguiva in sé i suoi proprii pensieri ma i miei. Amava in me il mio compagno, e lo adottava nella sua fede. Respirava con noi in quella passione eroica. Aveva così spontaneo il sentimento della poesia che, dopo molti anni, si ricordava d′una mia parola detta in quella sera, conferendole nel ricordo una significazione misteriosa che forse allora non apparve alla mia inconsapevolezza. «Verso che cosa il cavallo s′impenna?» Certo egli era toccato dal tono della mia voce più che penetrato dalla lettera, per avere quell′orecchio di musico, disegnato con tanta delicatezza alla commettitura delle sue mascelle di stritolatore.

Dario volgeva le pagine. Il Bonaparte, svelto come la palma d′Egitto, dall′altura guardava il naviglio nelle acque d′Alessandria. Ecco, drizzandosi sul cavallo bianco dall′occhio di antilope, indicava la cima delle Piramidi ai suoi soldati. Ecco, tornando dalle fontane di Mosè, smarrita la via, era sopraggiunto su l′antica spiaggia dalla notte e dalla marea.

«C′era nel cielo d′Arabia la luna nuova, come stasera sul Duomo» disse Dario, chinato avidamente su la vignetta ov′egli vedeva luccicare il gran flutto, la falce d′oro tagliare la nuvola, lo stallone dell′uomo fatale scalpitare nella schiuma, l′ombra del sommerso Faraone sorgere tra le rupi.

Mi levai, andai alla finestra, apersi gli scuri, guardai a traverso i vetri. Il primo quarto era tramontato. Su la sommità dei marmi le stelle parevano consumarsi nel vento come le fiammelle su i candellieri di Pasquino da Montepulciano. La piazza era deserta. I putti agghiacciavano, sospesi al pergamo solingo. «Non c′è più!»

Lo spazio s′allargava intorno alla nostra ansia; la notte non aveva più orizzonte; tutto il mondo assumeva l′aspetto d′un mare periglioso dove fosse necessario navigare, con l′occhio fisso alla stella. E il condottiero balzava nel palischermo; s′accostava alla nave tarda il cui nome era il nome del giovine eroe caduto sul ponte d′Arcole per aver tentato di coprirlo col suo corpo; s′accostava alla nave di Cesare che doveva portare la fortuna di Cesare più celere di tutte le vele. Ed era il dì sette di fruttidoro dell′anno settimo.

La fregata salpò, con i suoi tre alberi a coffe, e con le sue tre gabbie, con le sue due batterie di cannoni. Anche noi ci sedemmo sopra un affusto, a poppavìa; e avevamo da una banda il silenzio di quel gran destino sospeso e dall′altra banda l′odore dell′Africa. Dopo lunghe settimane di navigazione cauta, un colpo di vento ci spinse su la Corsica. I pastori delle colline salutarono il figlio dell′isola.

Sul mare egli era più mio, apparteneva più profondamente al mio sogno; ché dalla mia spiaggia natale avevo portato meco nel mio cuore il rombo marino e ogni giorno, là, nella carcere toscana, mi ricordavo di aver toccato nel tuffo la sabbia profonda e di aver esplorato con gli occhi aperti la luce del gorgo rattenendo il respiro dietro le labbra salse. Cosicché, com′ebbe per vent′anni calpestato la terra, io lo ripresi ancóra sul mare, lo rifeci mio nell′Isola della sua fine.

Eccolo nel suo letto di morte, nel suo letto da campo, coperto col mantello azzurro che l′Imperatore portava a Marengo. Ha in capo il cappello dalla coccarda tricolore, ha un crocifisso sul petto. Un′aquila d′argento sostiene i cortinaggi bianchi. Presso il capezzale un vaso d′argento contiene il cuore maraviglioso.

«Ora dammi E Memoriale\» supplicai, prendendo mio padre per le mani e traendolo. «Dammi almeno il primo degli otto volumi!»

Con le sue mani egli mi costrinse, e mi imprigionò fra le sue ginocchia. Mi teneva davanti a sé, preso per i gomiti, fermamente, come un artiere che consideri l′opera della sua maestria. Ma io era tutto un fremito, come un uccello afferrato per le ali; e lo guardavo dentro le pupille, con un misto di sgomento e di perspicacia, come per penetrare l′ombra accolta nel corpo, il buio ch′è tra le pareti della carne, l′oscurità delle viscere e dei precordii, l′abisso della mia genitura.

«Gabriele, Gabriele!» Egli ripeteva il mio nome sotto voce, come un segreto, come la parola d′ordine confidata all′orecchio prima della battaglia. E mi scoteva, mi scoteva come si scuote un albero per impazienza di vedere se il fiore cada e se già alleghi il frutto. In me non v′era più fibra che non fremesse, non v′era più goccia di sangue che non tremasse. «Figlio! Figlio!», ripeteva ancóra sotto voce.

Mi abbandonò i gomiti e mi palpò i muscoli del braccio induriti alla sbarra fissa e alle parallele, poi gli omeri, il torace, le costole. Mi pareva ch′egli mi armasse, pezzo per pezzo, ch′egli mi liberasse della mia tunica di alunno e mi rivestisse d′arnese temprato. Sentivo le proporzioni del mio corpo in forma di non so che gioia musicale; e aspettavo che la natura aprisse fra le mie labbra una sorgente di melodia, come quelle polle che avevo scoperte su lo Spazzavento o sul Monteferrato e che ritrovavo eguali in ogni stagione.

Poi desinammo, poco parlando. Durava in me il sentimento dell′Isola; e vedevo rilucere laggiù laggiù, nella lontananza d′un oceano color di ferro nuovo, una piccola ciocca di capelli biondicci, quasi biancastri come la canape: i capelli del Re di Roma.

Gli otto volumi erano su la tavola: Mémorial de SainteHélène. Era la ristampa del 1828, pel libraio Lecointe, nella rilegatura del tempo. In principio, dopo l′indice dei sommarii, stava ripiegata in più ripiegature la carta dell′Isola.

Dario la spiegò con infinita cautela, come un divoto avrebbe spiegata una reliquia di lino, la santa Veronica del sudario di Cristo. Il margine era ingiallito; alcune macchie rossigne erano sparse qua e là. L′Isola aveva la foggia d′una foglia rosicchiata all′orlo dagli insetti e malata d′autunno. Quasi nel centro un segno non più grande d′un punto indicava la Tomba di Napoleone. E intorno si stendeva il deserto d′acqua infinito, l′esilio irrevocabile.

Eravamo chini a guardare, a guardare, nel chiarore della lampada, senza saziarci, quando mi parve udire il respiro di mio padre farsi più grave. Alzai gli occhi; e, vedendolo addormentato su la poltrona, n′ebbi una commozione così profonda che anche oggi posso rappresentarmela intera. Tutto mi divenne misterioso e remoto, confuso di rimembranze e di presentimenti. Dario disse, con l′indice su la carta: «Qui è il campo dove Napoleone fece il solco.» Io gli dissi: «Taci.» E gli mostrai con lo sguardo mio padre addormentato. E rimanemmo in silenzio, trattenendo il respiro, non osando di voltare la pagina.

La nostra biblioteca napoleonica era fondata. Dario v′aggiunse il Manoscritto del Mille ottocento dodici di quel minuzioso e probo barone Fain segretario archivista dell′Imperatore, e l′opera polemica del generale Gourgaud su Napoleone e la Grande Armata in Russia: l′una nell′edizione del 1827 fatta dal libraio Delaunay, l′altra nell′edizione del 1825 fatta dai fratelli Bossange in Parigi. Erano alcuni volumi un po′ muffiti, con la rilegatura rabberciata, dai cartoni storti e dalla culatta logora; ma avevano nella nostra imaginazione un pregio arcano, perché provenivano da un giardiniere di Boboli, che li teneva dietro una cassa piena di bulbi, chi sa come, chi sa da quando.

Alla biblioteca era annesso il reliquiario, composto di foglie secche, di fiori secchi, di conchiglie, di sassolini, d′un brandello di casimir, d′un mezzo ferro di cavallo. Avevamo ottenuto che un nostro compagno di Massa cogliesse per noi un rametto d′arancio su la piazza del Palazzo ducale, in memoria d′Elisa Baciocchi. Consideravamo un altro nostro compagno, nato all′ombra della Torre dei Guinigi, come il ministro della duchessa di Lucca. Le nostre continue interrogazioni gli gonfiavano la testa che già era deforme, cosicché egli se ne fuggiva tenendosela fra le mani disperato.

Dario non aveva mai vista la dolce Lucca dalla cintura verde; e nella sua mania s′imaginava che tra Porta San Donato e Porta Santa Croce, tra San Romano e San Francesco, tra San Frediano e San Martino non rimanesse pietra senza l′impronta dell′ossuta occhiuta saputa Napoleònide. Certo ella aveva pur preso il luogo d′Ilaria del Carretto su l′arca di Iacopo della Quercia per dormire il suo sonno eterno nell′ombra del Duomo. Ma dove riposava quel seducente Bartolomeo Cenami ch′era succeduto al Lespérut nelle grazie magre d′Elisa? La scrittura della Duchessa rassomigliava un poco a quella del fratello? Non sarebbe stato possibile avere almeno la sua firma apposta in calce a tanti decreti? Alfine, tornando dalle vacanze di Pasqua, il Lucchese ci portò un sonetto d′un Academico degli Oscuri in lode della nuova Semiramide. Prima di metterlo nell′Archivio, lo imparammo a memoria.

Ma il nostro vero procacciante di reliquie era un Elbano: non il canchero di Portoferraio, non quello della colla e della stoppa: un Elbano di Marciana Marina, che si chiamava Vittorio, un compagno affettuoso e imaginoso, pieno di gentilezza servizievole, ma punto di tratto in tratto da un estro maligno, noto per aver composta una imitazione del Cinque maggio in settenarii ora scarsi ora eccedenti, non senza il nascosto afflato di Dario.

Dario lo considerava come il solo tra i sudditi superstiti dell′Imperatore. «Tu sei il suo suddito» gli inculcava guardandolo nella pupilla come un incantatore «e non puoi sottrarti al tuo obbligo sacrosanto. Tu sei il suddito di Napoleone. Comprendi?» Il buon ragazzo in breve era divenuto anche un ossesso, divorato dalla febbre còrsa; e anelava le vacanze sol per andare a scoprir le vestigia imperiali nella sua isola ferrigna.

Quando rientrava in collegio, le mani di Dario tormentate dai geloni divenivano per lui due branche inevitabili. Ci ritiravamo in tre dentro il vano d′una finestra a favoleggiare dell′Eroe, come tre pescatori di tonni nel golfo di Procchio dopo la dipartita di febbraio.

Da prima l′Elbano era modesto e veridico raccontatore, sicché la materia dei suoi racconti si riduceva a qualche escursione nei luoghi memorandi; né si mostrava più efficace come raccoglitore di documenti, ché la prima volta ci recò un ramoscello di mirto còlto presso la fontana nella Villa di San Martino, qualche sassolino del viale, e un po′ di calcinaccio rapito al palazzo della Sottoprefettura. In séguito, covata dal nostro desiderio imperioso, la sua fantasia cominciò a scaldarsi e a svilupparsi. «Ma di Madama Letizia che sai? che sai di Paolina? che sai della Walewska? Nell′agosto del 1814 Napoleone era all′Eremo della Madonna di Marciana, era nella tua Marciana, era al fresco dei tuoi castagni! Se io fossi in te, con questi occhi per lo meno l′avrei veduto, e forse gh avrei parlato anche, con questa lingua.» Alle veementi obiurgazioni di Dario il suddito arrossiva fino alla radice de′ suoi riccioli e mi guardava quasi supplichevole come per chiedermi che io gli insegnassi il modo di evocare i grandi fantasmi e di rinvenire la reliquia rara. Inesorabile, io lo riprofondavo nella sua onta. «Ah, la Walewska, Maria Walewska! Eppure tu sai, eppure sei certo ch′ella sbarcò nel porto di Marciana, una notte di settembre, a visitare il Relegato.»

Confesso che io nutrivo un segreto amore per la bella Polacca di diciott′anni, bionda e cerulea, la cui dedizione all′invocato liberatore della sua patria parve una sorta d′immolazione sublime.

Avevo allora a Firenze per raccomandatario un vecchio colonnello in ritiro; che, dopo aver servito sotto il Granduca, era passato nell′esercito nazionale e, messo al comando della piazza forte di Pescara, s′era legato d′amicizia con la mia famiglia. Raccomandato a lui da mio padre, non soltanto ricevevo ogni domenica a Prato la sua visita affettuosa ma passavo gran parte delle mie feste nella sua casa fiorentina al Corso de′ Tintori. Egli aveva un figliuolo, Pippo, ufficiale d′artiglieria, che mi lasciava montare i suoi cavalli nel maneggio della Fortezza dabbasso; e una figliuola ancor nubile, Clemenza, di fresca bellezza e di grazia vivace, grande amatrice di profumi e leggitrice di romanzi, motteggiatrice temibile quando la malinconia non mutava i suoi motti in sospiri. E questa figliuola naturalmente m′aveva ispirato una passione occulta, che una rimembranza napoleonica doveva ancor rinfocare.

«Sai che io somiglio a Maria Walewska?» mi disse un giorno chinandosi tutta profumata di violetta sul libro dove io leggevo il passaggio della Vistola a Thorn. «Anzi i miei amici ora mi chiamano addirittura la piccola Walewska. Guardami.» Ella portava un vestito di velluto azzurro cupo, una gorgerina di merletto color d′avorio, e una piuma di struzzo al cappello di fekro bruno. Il suo viso fra le sue trecce faceva pensare a quei grandi fiori di magnolia che i fiorai vendono intatti in un inviluppo di foglie strette da un vimine.

Le avevano mostrato, in casa d′amici, un ritratto in miniatura, proveniente da uno di quei Poniatowski che presero dimora in Firenze, forse da quello che mise in musica il Giovanni da Procida del Niccolini e ottenne dal Granduca la cittadinanza. «Ti dico che ci somigliamo come due gocce d′acqua.» Io avevo già passato la Vistola, sbaragliato i Prussiani, varcato anche il Bug, respinto anche i Russi, e fatto il mio ingresso in Varsavia. «Balliamo la mazurka sotto gli occhi dell′Imperatore! » gridai con un ardimento subitaneo. E subito ci mettemmo a caricare una scatola armonica che faceva le sue sonatine sin dal tempo del Regno d′Etruria, E ballai con tanta ebrezza che, se l′Imperatore m′avesse visto, certo m′avrebbe mandato immediatamente a raggiungere il quartier generale del Principe Gerolamo dinanzi a Breslau.

Ora ballare la mazurka con la Walewska rediviva, e cercar di tradire il marito di Giuseppina e di Maria Luisa abituato a questo trattamento, era il mio assiduo sogno. Il nostro maestro di ballo, un ometto monocolo cognominato Basettino, m′aveva omai tra i suoi discepoli più zelanti. «La marzucca owerossia bassa pollacca» egli ammaestrava, forandomi col suo occhietto di pepe «gli è un quimmèdio [quid medium) tra la porca e i′ vàrzere.» Essendo io riuscito a infondere ne′ miei compagni una smoderata predilezione per la danza di Massovia, l′incatarrito violinista al supplizio dell′ingollar polvere e del ricevere pedate accidentali aggiunse quello di rimaner per sempre con le sue quattro corde stonate tra la polka e il valzer.

Certo l′Elbano di Marciana non imaginava la ragion recondita di tanto mio calore nell′imporgli di ritrovar le tracce della visitatrice notturna. Quando giunse alfine la liberante estate, prima di separarci gli estorcemmo il giuramento solenne di consacrarsi intero all′importanza del nostro archivio.

Mentre egli partiva per imbarcarsi a Livorno, io andavo a ritrovare la mia piccola Walewska in una chiara villa di Castello che in antico era stata di Lucrezia Rucellai; perché la providenza di mio padre mi vietava la barbara terra d′Abruzzi finché non mi fossi intoscanito incorruttibilmente.

O poggetto della Castellina tra i freschi boschi rigati di ruscelli! Giardini dei Rinieri e della Topaia ancóra abitata dalla grave eleganza di Benedetto Varchi! Delizie del Vivaio variato dai capricci dell′acqua e dalle fantasie del Tribolo, dove per la prima volta alle cure di Cosimo era fiorito il gelsomino!

Quando i pettirossi cominciavano già a calare alla mia civetta in gruccia e le lodole ai miei lacci di setole di cavallo, risonò l′ora della prigionia; e mi convenne ritornar sotto l′ala della Cicogna invisa colubris [4] com′era scritto su la triste porta. Ma il pensiero di rivedere Dario e di udire le novità dell′Elba mi alleviava lo strazio dell′addio in un giorno di scrosci sotto la tettoia del Tabernacolo all′Olmo assordato da un gran passeraio.

Veramente gonfio e raggiante di novità ci riapparve Vittorio, sbarcato a Livorno come un fiero pirata còrsoligure carico di bottino. Era irriconoscibile: non barbugliava né arrossiva più; aveva perduto ogni timidezza, come se avesse frequentato i mamelucchi dell′Imperatore e i più callosi veterani della Guardia nelle taverne di Portoferraio; coloriva le sue narrazioni con particolarità così evidenti che io e Dario ci guardavamo in viso stupefatti. Aveva scoperto d′essere imparentato con tutte le famiglie isolane che in un modo e in un altro si fossero strofinate alla piccola corte imperiale. Da per tutto aveva raccolto notizie, reliquie, documenti, rivelazioni. Aveva ritrovato sotto una muraglia della Linguella un vecchietto smunto e adusto come una sardina affumicata, chiamato Fanò; il quale era stato mozzo nella scuderia di Napoleone. E questo vecchietto bizzarro, che anche parlando non si toglieva mai di tra le gengive sdentate la cannuccia della sua pipa di terracotta, gli aveva venduto – per un prezzo non ben determinato – un mezzo ferro di cavallo con tre chiodi memori dell′unghia di Wagram, del famoso barberesco storno che l′Imperatore montava nella famosa giornata campale.

«Giuri che è vero?» gli diceva Dario, con la voce che gli tremava in gola, palpando il pezzo di ferro arrugginito, tentennando nei buchi i tre chiodi contorti, pel suo cuore sacri come se non avesser già penetrato lo zoccolo del corsiero ma le carni vive di Colui che s′era chinato «al disonor del Golgota» come il Re de′ Giudei,

Mi ricordo sempre dello sbigottimento che di tratto in tratto succedeva ai lampi d′audacia negli occhi lionati dell′Elbano. «Ma, questo ferro, Wagram lo portava nella battaglia, sul piano del Danubio?» chiedeva Dario inebriato dalla sua propria commozione. «Che ti ha detto Fanò?»

Vittorio, vedendo il nostro compagno così pronto a creder tutto per alimentare il suo sogno e la sua fede, pareva tentato di chiudere gli occhi e di rispondere a bruciapelo: «Sì, nella battaglia.» Somigliava a quell′attore che, impuntato, non sapendo se dovesse dir sì o no, proruppe: «Sno». Il monosillabo ambiguo si disegnava su le sue labbra rosse. «Che ti ha detto Fanò?» incalzava il fanatico. Vittorio allora rispondeva; «Era difficile cavargli una parola di bocca. E, quando borbottava, indovinala. Grillo. Ma pare che lo stornello arabo a lunga criniera fosse il prediletto dell′Imperatore, che andava spesso nella scuderia a portargli lo zucchero.»

Io, che anche a Castello avevo montato un sauro di Pippo ed avevo vuotato per lui di nascosto tutte le zuccheriere del colonnello, nell′ora dello studio riprendevo in mano il trattato senofonteo Dell′equitazione. «Le nari bene schiuse fanno sì che il cavallo abbia più d′alito e d′ardore...» E le favole dell′Elbano mi si animavano, fra tavola e scansìa. Le labbra sottili di Wagram venivano a cercare l′avena su la pagina greca. Tauris, lo stallone persiano grigio pomellato, che l′Imperatore montava all′entrata in Mosca e al valico della Beresina, mi guatava di traverso co′ suoi larghi occhi venati tra i lunghi ciuffi d′argento. Il buon sauro Roitelet, nato dall′incrocio d′un purosangue inglese con una giumenta limosina, mi parlava della morte come il corsiero d′Achille sotto il giogo. A Lutzen, gloria sanguigna del maresciallo Ney, una palla di cannone gli era passata rasente la groppa e gli aveva bruciato il pelo così da lasciargli la chiazza nuda per sempre. Ad Arcis-sur-Aube, dove anche una volta il gran Ney aveva drizzato il suo muro di ferro contro ogni sforzo, al conspetto d′un giovine battaglione impallidito il sauro era stato spinto dal cavaliere sopra una granata in punto di scoppiare ed era escito incolume dalla nuvola di fumo e di fiamma con in sella il dio sorridente tra il clamore dei soldati ebri.

Il mio professore ginnasiale, un buon prete grasso e molle come una matrona bisantina, quando lesse la mia traduzione forbita, con la sua brava nomenclatura esatta del morso e della briglia, non pensava che di là fosse passato il galoppo fatale del Bonaparte e che io m′avessi per calcafogli un ferro di cavallo eroico, ignoto alla vergine unghia della cavalleria di Senofonte.

«Ma la Walewska?»

Il riccioluto Elbano preludiava con una gesticolazione muta, come se una straordinaria plenitudine gli soffocasse la facondia. In fatti la sua scoperta aveva del prodigio. Un suo zio chiamato Saverio era il figliuolo d′un medico di Marciana, il quale a′ suoi tempi ebbe dimestichezza col dottor Joureau. E questo zio Saverio conservava un piccolo archivio napoleonico, ove tra le altre cose preziosissime era una copia fedele di taluni scritti giovenili del convittore di Brienne. Ed era egli medesimo il proprietario della vecchia casa abitata da Madama Letizia, durante il soggiorno estivo del figlio all′Eremo. Ed egli affermava d′aver veduto un giorno con grande sgomento, entrando nella sala gialla del primo piano, la madre dell′Imperatore seduta come la statua di Agrippina romana.

«Ma la Walewska?»

L′Imperatore, per fuggire gli ardori della canicola, s′era rifugiato nell′Eremo, all′ombra dei castagni secolari. Abitava in una cella, come un asceta, con la semplicità di un pastore del Cinto o del Padro; non aveva corte, non aveva cuochi né bottiglieri; scendeva ogni giorno a Marciana per pranzare con Madama e poi risaliva sul monte. Una sera di settembre l′Amante misteriosa sbarcò nel porto. L′attendevano palafrenieri e famigli coi cavalli sellati. Ella montò a cavallo e spronò impaziente per la via sassosa. La luna splendeva sul golfo di Procchio e sul granito del Capanne. Ma dalla roccia Fetovaia sorgeva come un mostro una grande nuvola fosca. Già, a mezzo dell′erta, il plenilunio era ingoiato. Di SLibito scoppiava il nembo. Al lume dei lampi, sotto la foresta che si torceva e gemeva, l′Amante s′incontrò col cavaliere ansioso. Egli cavalcava il baio possente che non era scoppiato nella corsa terribile da VaUadolid a Burgos quando il condottiere parve più celere della Vittoria...

«Vuoi una reliquia della Walewska?» mi chiese l′Elbano, non senza concitazione, per finire con una pennellata di gran rilievo la sua pittura romantica. «La vuoi? Eccola.» Mi mostrò un brandelletto di casimir amaranto che la visitatrice aveva lasciato in uno sterpo lacerando nel turbine il suo mantello.

Fui più facile di Dario. Non richiesi alcun giuramento. Forse era quello un onesto ritaglio casalingo; ma certo era qualcosa di feminino e d′un colore patetico, che bastava a commuovere la mia imaginazione orientata verso la Veneretta del Giambologna, che con tanta venustà in cima alla fontana della Petraia si torce la chioma grondante.

L′Elbano però aveva trascritto dai quaderni dello zio Saverio la funerea prosa giovenile del Bonaparte, che comincia: «Toujours Seul au milieu des hommes, je ventre pour réver avec moi-mème et me livrer à toute la vivacité de ma mélancolie. De quel coté est-elle tournée aujourd′hui? Du coté de la mort.» Ohimei!

Dario in conseguenza m′inflisse alcune settimane di disperata cupezza, costringendomi ad ascoltare le strida imaginarie dell′upupa foscoliana mentre nel mio cuore cantavano tuttavia, come alle falde del Monte Morello, le lodole che non avevo potuto prendere con le mie pènere.

Nell′ora della passeggiata, camminavamo in silenzio lungo le sucide gore che servivano a gualcare i pannilani, trasmutate per noi in morte riviere d′inferno. E il mio compagno, se bene ombra silente, non trascurava di portare la mano sinistra dietro il dorso e la destra sul petto infilata tra due bottoni del cappotto grigio.

«Toujours Seul au milieu des hommes...» sospirò un giorno lepidamente il superstite suddito di Napoleone, il gentile isolano, tentando di schiarire col suo sorriso promettitore di nuove reliquie l′umor melancolico di Dario. «Rendimi lo scartafaccio dello zio Saverio, che omai è più consunto della Grammatica di Salvadore Corticelli. Rendimelo. È scritto con due tristi inchiostri: l′uno, còllora rossa che è calda e secca; l′altro, còllora nera che è secca e fredda. Se me lo rendi, ti do un′altra orliquia che ho in serbo: una orliquia equestre!»

Sùbito si drizzarono in me due orecchi impazienti, come se nell′estivo cavalierino di Castello rimasto fosse stallìo il sauro di Pippo fratel di Clemenza Walewska. «Mettila fuori sùbito» gridai. «Dov′è? Mostrala. Dammela. Lo scartafaccio è dal censor Bereni che col suo pessimo francioso pretende di correggere il cattivo franzese del suo compatriotto, peggiorato dagli sbagli d′ortografia che v′ha profusi il copista elbano. A me l′illetterato Cice consiglia per corroborante i Comentarii di Cesare ignudi, e magari quelli del Montluc.»

Alla inattesa irriverenza parve che nello sguardo di Dario si stemprasse il cesareo Tu quoque. Ma io, ch′ero in una delle mie ore di classica empietà, scrollai le mie spalle d′iconòmaco saputissimo e balzai sopra il subornatore di Fano. «È uno sperone? una fonda? un′aquiletta della gualdrappa o del pettorale? una fibbia di staffile? un burello? un anello?»

Il mento di Dario cominciava a vacillare. «Non è» balbettò egli «non è una delle due cifre ricamate nella coperta di velluto? Non è l′Enne?»

Presi per le gomita l′Elbano, squassandolo. «Ma parla, ma muoviti, perdio! Mi sembri più rattrappito del tuo Fano.»

Come lo vedevo circospetto, e ricoverato dietro un sorriso vago, contenni a stento una nuova irriverenza sibilante. «Si tratta d′un altro ritaglio, come quello di casimir polacco, estratto dal canterale arruffato di Madama Letizia?»

«Tu devi sapere» disse Vittorio arrossendo «che il mio Fano ebbe più d′una volta l′onore di spazzolare quella magnifica sella di velluto chermisino che nell′Anno XIII fu comperata per sedicimila franchi, tutta a ricami di cifre e d′aquile coronate, col pettorale d′argento a due passanti, co′ voltoi d′oro, con le staffe doppiate d′oro, fatta a misura di quel palafreno da comparsa, normanno di gran corpo, leardo, codilungo, chiomante, di nome l′Intendant, che Napoleone non montava se non per fare le sue solenni entrate di vittorioso.»

«Montava malissimo» fece d′un tratto una voce sottile, nasale e tranquilla.

Era la voce del mio vicino di studio; che aveva tavola e scansìa dietro di me come il «pota da Mòdona» le aveva a me davanti.

Sussultò il compagno dagli occhi senza cigli, serrando le modiche labbra che talora della bocca gli facevan quasi una cicatrice recente. Ma io, che aspiravo già a doventar maestro nell′arte del cavalcare e che tante volte nel ricordo respiravo l′odore della scuderia paterna fatto di fresca paglia e di fresco fieno e d′inumidita avena e di pastone caldo, io non seppi resistere al mio demone di quell′ora sarcastico e iconoclastico.

«Parli Gian da Luni!» squillai col più metallico de′ miei toni, con una specie di allegrezza dominatrice che s′impadronì dei cancheri già raccolti presso le tre tavole studievoli o sollazzevoli.

«Parli Aronta!» berciò il coro maligno.

«Lo Carrarese che ronca e ronca e ronca!»

Sembravo aderire alla vita astante; e pur s′era fatta dentro di me una di quelle repentine solitudini dove non più balenava se non la inesplicabile e indisciplinabile variazione dello spirito e della carne. Tutto mi sfuggiva, a un tratto; e nondimeno io potevo per qualche attimo seguire la fugacità fin sul punto d′annullarsi. Ogni gravezza di pensiero s′alleviava difformandosi. Ferme parole di ieri perdevano ogni peso di sentenza, si attenuavano, dileguavano, s′agguagliavano al perpetuo gioco delle menzogne. Le avevo proferite in contraddizione di me, come ora ne dicevo altre in dissidio con me, straniere alla mobilissima vita del mio essere profondo, sonore e false e tuttavia toccate da non so che soffio d′un mio affanno inconsapevole, d′una mia segreta smania, d′una indistinta mia scontentezza. Mi piaceva di gualcire il fiore istesso dell′amicizia verace. Mi piaceva di offendere un sentimento che m′era parso un rifugio e un′alleanza, dell′uno e dell′altra sdegnoso per fumo d′orgoglio. Mi piaceva d′inventare improvvisare suscitare su da quell′annientamento, su da quel vuoto, una diversa faccia della mia vita per gioire sùbito della mia novità, della mia libertà, del mio rischio. Al limitare dell′adolescenza, una maniera di distruggere poteva essere una maniera di acquistare. Ma l′adolescenza m′era ancor lontana come l′infanzia, e vicina come l′infanzia. La più astrusa parte di me somigliava tuttavia al silenzio orgoglioso e iroso di me fanciullo raggomitolato su la predella dell′inginocchiatoio per serrare e celare i miei mali.

«Che hai?» mi chiese Dario con una voce smorta e intima, come se camminassimo di paro lungh′essa la cinericcia gora.

Perché dunque, di là dal vocìo e dal trepestìo dei cancheri, udivo tutti i rumori del piazzale su per le finestre a tramoggia: richiami di donne, piagnucolìo di bimbi, uggiolìo di cani; e lo sgocciolare delle cannelle, là nel lavabo; e il passo del bidello nel corridoio; e il pianoforte del maestro Ciardi, e il violino del maestro Nuti, e il trombon tenore del maestro Chiti, sordi e confusi, attraverso usci e solai? E come al mio trasognamento, momentaneo e pur senza tempo, tante dissonanze parevan consonare e quasi dare al mio orecchio ferino e scolastico la percezione di uno schema per arsi e per tesi? Non so; né l′articolato linguaggio mi aiuta a esprimere quell′inarticolato apparire e vanire, fluire e arrestarsi, rilievarsi e cancellarsi, mancare e nascere. Ma, poiché di sopra alla tramoggia, nel vano della finestra di contro, il pomeriggio di novembre trascolorava come una mestizia senza figura, essere io dovevo altrove che fra due scaffali e due tavole, fra due cartelle e due calamai. Uno spirito di me mal figurato mi faceva soffrire, e avversare ogni altra effigie conosciuta di volontà eroica. I galoppi spietati del Bonaparte attraverso i campi di battaglia, e i suoi troppi cavalli d′ogni sangue e d′ogni pelame, e le sue cento otto selle dell′Anno XIII covertate di cremisino m′erano remoti e alieni, ad esempio, quanto gli Abanti che, combattendo sempre a piedi e a viso a viso con la spada corta, si tendevano i capegli per non porgere la presa.

«Parli Aronta!» trogliò il coro melenso.

Questo Aronta convittore aveva dell′aruspice gli occhi un poco divergenti e la bocca sinuosa, e nella fattezza e nel colorito del volto una immutabilità di maschera dipinta coi succhi dell′ironia: un «risettino canzonatorio» – secondo l′arguzia dell′istitutore pistoiese – così costante che ne′ suoi muscoli coperti di pelle troppo lustra pareva inciso, al tempo della culla, da un qualche Mometto sozio dei Fantiscritti patroni della cava azzurricina. La sua mente lucida e gelida aveva per insegna una fronte sporgente che a Giovanmaria Cecchi dei Dissimili sarebbe parsa «invetriata». E veramente m′era egli tanto dissimile che pel suo perspicacissimo gelo attraeva il mio ardore senza spegnerlo. Dai «bianchi marmi» della sua Carrara e dall′amore per la prosa greca egli parea derivare un gusto puro che sopravanzava il grado de′ suoi studii. Più che scolare della Cicogna, egli era alunno dell′Academia fondata dall′ultima discendente dei Cybo. Dalla raccolta dei modelli eccellenti aveva appreso il Cànone di proporzione; e ogni sconvenienza, ogni intemperanza, ogni arroganza, ogni gonfiezza lo moveva a ironeggiare, con un presunto abominio greco della barbarie. Di tavolino attigui, spesso studiavamo grammatica insieme, e insieme spulciavamo il gran Thesaurus Graecae Linguae di Enrico Stefano o il Lessico dello Scapola; e mi sollazzava quella sua pedanteria quasi petulante nell′impormi i suoi cànoni grammaticali, come un grammaticuzzo d′Alessandria con in man la scotica. Ma, in verità, egli era il secondo specchio del mio dittico di riprova specchiante. Nell′amicizia di Dario miravo e misuravo le mie facoltà di azione; nell′amicizia di Gian da Luni miravo e misuravo le mie facoltà di acume e di sottigliezza, di arguzia e di eleganza, e specialmente il mio attentissimo furore del bello, il decoris furorem di Silio. Così nell′uno e nell′altro compagno, che mal dissimulavano la lor mutua avversione, io mi compiacevo perché l′uno e l′altro mi servivano all′esperimento di conciliare in me l′inconciliabile e di scoprire in me l′inimitabile. Entrambi egregi «fuori della greggia» mi davano il piacere frequente del riconoscermi a entrambi superiore in quel che avevano di più vivido, di più strenuo e di più singolare. E in questo m′erano «dittico di riprova»: per esempio, quando Gian da Luni tornando dalle vacanze mi portò le Odi e i Frammenti di Saffo in un libretto sgualcito e scolorito ch′io presi nelle mie mani tremanti come se mi si ravvivassero tra le dita le violette intessute dal sorriso di miele, Seduti su′ nostri sgabelli, quasi a tempia a tempia chini su la pagina, eravamo irreparabilmente separati dall′infinito del sentire. Diceva egli, filtrando nel naso la voce perché non le rimanesse nulla di sanguigno e di numeroso, diceva: «Mi sembra che tu ti stupisca, Gabriele. Ebbene, sappi che gli Eolii contemporanei di Saffo non usavano lo spirito rude...» Non lo spirito rude ma non so quale altro spirito mi rivelava dal profondo la mia vocazione di scrittore e mi comunicava l′ebrietà del ritmo non percosso. Per la prima volta, veramente, mi s′illuminava a sommo del petto il mistero adorabile della parola collocata con l′arte della stella più insigne nella figura della costellazione. Senza parlare, distolsi quel dito unghiato che seguendo il verso mi faceva soffrire come se sfogliasse la più tenue fra le rose scempie di Mitilene.« Δέδυκε μεν ἁ σελάνα καί Пληιάδες…» Non cessai di leggere e rileggere la notturna strofa finché non mi rimase nella memoria e nell′ansietà. Poi, per più giorni i cancheri mi credettero preso da una sorta di demenza alterna; ché non mi saziavo di intonare con due voci i due versi dell′epitalamio. Пαρθενία- παρθενία... - Ούκέτι εἴξω...» E non volli più consultare insieme con Giannetto il Thesaurus.

Ora Dario diceva al Carrarese, in guisa di ammonimento: «Il marmo della tomba di Napoleone fu tratto dalle cave di Colonnata. Lo sai?»

Avendo nella bocca il sapore della fontana di Maria Beatrice Cybo d′Este, il Carrarese abominava l′acre barbarie di Elisa Baciocchi che per ventilare il suo palagio di Massa aveva abbattuto la cattedrale antica; e nel suo abominio accomunava tutta la famiglia del Còrso ignava rissosa e cupida.

«Ecco un Bonaparte a cavallo, un disegno di Orazio Vernet, da convertire in monumento equestre col tuo miglior marmo di Créstola» insisteva Dario, non senza un′aria di mal frenata provocazione.

«Questo può esser Pompeo, può essere Germanico o Traiano o Marco Aurelio o un qualunque altro cavalier latino che magari, da vivo, fosse più cornìpede e meno alìpede del cavallo» rispose pacato Gian da Luni, col suo risolino fisso. «Puoi anche provarti a mettere in groppa a un corsiere del fregio fidiaco il tuo Bonaparte, grasso, col ventre su le corte cosce, con la testa china, col dosso curvo, come insaccato, co′ ginocchi in fuori, con le staffe lunghe, con le redini lente. Al primo sbalzo, casca, batte il capo contro un tronco, e tramortisce, come a Mortefontaine. Al primo ostacolo, si rivòltola nella belletta, come a Boulogne. Quivi anche, al primo arresto brusco, passa di sopra agli orecchi della sua bestia e trincia la capriola in aria. Non ti fidare né ai pittori cesarei né alle stampe popolesche. Il mito di Napoleone è nato dal culto delle imagini. Mi meraviglio che tu non ne possegga almeno una delle tante che rappresentano il ponte di Lodi e il Bonaparte su esso ponte con la bandiera in pugno. Ebbene, Dario, non il tuo eroe passò il ponte, non egli condusse il combattimento. Ma, dopo, a un giovine incisore di Genova mandò venticinque luigi raccomandandogli di dare opera a una stampa del ponte di Lodi. L′incisore piantò subito il largitore in co del ponte, dove l′imagine temeraria omai rimane immortalmente. Né più si accosta al vero l′episodio di Arcole. Da Lodi, da Arcole appunto incomincia la menzogna di tutte le arti in gloria del Còrso. E singolare che, in tanto glorificato ardire, egli non sia mai rimasto ferito, fuorché una volta. Invulnerabile come Achille, fu ferito una volta leggermente al piede in Ratisbona; e, dopo la rapida fasciatura, quanto se ne valse!»

Il compagno dagli occhi senza cigli ora pareva imitare il riso fisso del Carrarese. A quando a quando crollava il capo. Con un accento più amaro del miele isolano, disse: «Gian da Luni, io non son dotto come tu sei. Ma non ignoro che i tuoi Lunensi strafacevano caci pesanti più di mille libbre, a foggia di zucca frataia.»

Il fornitore del marmo di Créstola non mutò la sua faccia invetriata. Gli era riconosciuta dai cancheri, e da qualche scrivano reduce dalle patrie battaglie, una certa autorità militare, per esser egli nipote diretto di quel generale Domenico Cucchiari che fu buon combattente nelle guerre dell′Indipendenza e risplendette eroe tra gli eroi della battaglia di San Martino.

«Poiché tu con tanta imprudenza ti arrischi a citar Plinio senza nominarlo» disse l′ironeggiatore imperturbabile «ti porterò e donerò, dopo le vacanze natalizie, una bella stampa che rappresenta Napoleone in Italia meditabondo presso la tomba e l′alloro di Vergilio; affinché, per tal documento, tu possa celebrarlo anche gran Latinista e cupidissimo della gloria delle umane Lettere, come direbbe Monsignor Giovanni della Casa che qui ci salvi dalla mala creanza dell′alterco. Vedi, Gabriele, che anch′io so prosare come te, se mi ci metto.»

«Piena lode!» sibilò Dario, le cui labbra si affilavanosempre più a taglio. «Riponi dunque il tuo gran cacio di Luni nella caciaia della tua parola; e andiamo a rileggere il Galateo.»

«Ma, se vogliamo abbuiare l′onesta chiarezza, facciamo intervenire nello sragionamento anche il Seneca delle Pistole, per sentenziare una verità caciaiuola che ti quadra bene, o Dario. Il sorcio è una parola; il sorcio rode il cacio; adunque la parola rode il cacio. Ma con questo non ho finito. Prima che l′Elbano ci mostri l′orliquia equestre, conviene onestamente che dall′assenza del Primo Console sul ponte di Lodi e su quel d′Arcole io concluda col viaggio dell′Imperatore all′isola d′Elba.»

Sentivo lo sguardo inquieto e penoso di Dario sul mio dubbio silenzio, su la mia tolleranza immota, su la dissimulazione dell′interna mia vertigine struggitrice; scorgevo a quando a quando l′inquietudine e lo stupore dei cancheri fissi all′incomprensibile mio atteggiamento. E, forse, proprio allora in taluno sorse il disegno audace dei cartelli ingiuriosi da appiccare al dosso dei libri che parevan già sconsacrati; forse allora a taluno balenò l′allegrezza del pasquinare.

«Ascolta, Vittorio elbano riscurato dal fumo della pipa di Fano» continuava imperterrito il Carrarese odiatore di Elisa Baciocchi, sogguardandomi nell′imitar la mia maniera fiorentina di prosare alcuno. «L′Imperator deposto aveva chiesto che, mallevadori della sua sicurezza, lo conducessero all′isola d′Elba i commissarii delle cinque grandi Potenze. Cinque testimoni dunque l′accompagnavano che – non ostili – per rassicurarlo consentirono a travestirsi, consentirono a mutar co′ suoi i loro panni, non senza il rischio di esporsi in suo luogo ai colpi della plebaglia furibonda! Ad Avignone, la turba urlò e scagliò sassi. Ad Orgon, fu intraveduta nell′aria una forca donde penzolava un fantoccio insanguinato. Pallidissimo il Bonaparte, in fondo alla carrozza, cercò di nascondersi dietro il generale Bertrand che gli sedeva accanto. Poi, non dominando il terrore, giunse a incapperucciarsi da lacchè, a mettersi una coccarda bianca, e a correre innanzi. Ma, come le carrozze rallentavano, si venne a peggio; perché in Saint-Canat il popolo tentò di forzare gli sportelli e di trucidare quel povero Bertrand che occupava il posto dell′Imperatore. Nella locanda, dopo aver cercato invano di passar per Inghilese, il detto Imperatere propose di tornare indietro fino a Lione per intraprendere un′altra strada. Puerilmente lasciava gocciolare le lacrime, e studiava il modo di scappar dalla finestra. Ma la finestra era inferriata, e forse spiata dalla turba selvaggia. La locandiera sopraggiunse assicurando che la turba si disponeva ad accoppare e ad affogare il Bonaparte. Ed egli tramenando faceva finta di applaudire. Rifiutava il pasto comune, temendo che i commissarii fossero per avvelenarlo. Perduto ogni ritegno, a tratti si sforzava di ricacciare in gola il singhiozzo con una parlantina convulsa e insulsa, rassegnandosi alla Commedia dell′Arte senza arrossire. A mezzanotte fu dato il segno della partenza; e un Russo, aiutante del commissario Schuvalow, per rassicurarlo ancóra, volle graziosamente indossar quell′abito che aveva fatto dell′eroe di Lodi e d′Arcole un lacchè in corsa. E questi infine si travestì da generale austriaco indossando l′abito bianco del commissario Kohler...»

Il rullo del tamburo nei corridoi, il segnale delle tre ore di studio, interruppe il racconto atroce. Nell′ombra della camerata, il compagno dagli occhi senza cigli s′era ritratto, era scomparso. Scorsi la sua lucerna accesa, e lui curvo al suo tavolino laggiù, con il capo tra le pugna. Altre lucerne s′accendevano. Al bisbiglio e allo scalpiccio succedeva il silenzio dello sgobbo.

Allora io medesimo accesi la lucerna di Aronta, e la mia. Dissi, con un cuore che mi sanguinava meravigliosamente: «Domattina al professore di Storia e di Geografia diremo che abbiamo udito più d′un grido venir dal piano di Maratona.»

E presi nella scansìa il sesto libro di Erodoto.

Non so ridire il mio sentimento d′allegrezza e d′armonia quando, per le vacanze natalizie, ritrovai a Castello la mia piccola Walewska nella casa di Lucrezia Rucellai. La mia toscanità era già così profonda che un cipresso al limite d′un olivete bastava a farmi palpitare il cuore come la chiusa d′un sonetto di Gino o di Guido.

Era un inverno nitido come quel cristallo di rocca che inciso i Medici amavano legare nell′oro. La campagna era quasi deserta d′uccelli, ma per me le memorie cantavano in lor vece. Da per tutto s′affacciavano figure di gentili donne del tempo di già. E sul prato ch′è dinanzi al Lepre dei Rinieri ci pareva d′incontrare la Dianora vedova di Bernabò Malaspina, l′Ottavia di Gismondo della Stufa, la Lucrezia di Pier Francesco Rinuccini. E dagli Arcipressi, che fu dei Mini speziali al Canto del Giglio, scendeva quella Lisabetta onde Amerigo Vespucci fu generato al mare ignoto. E veniva dalle Brache Camilla d′Antonio Martelli, la giovinetta sposa infelice di Cosimo vecchio. E il Lasca sbucava motteggiando dal Pozzino.

La villa di San Poteto, là verso Quinto, ricostruita da Camillo Borghese, non portava ancóra il nome di Paolina? Ma quelle altre gentili donne non mi lasciavano più ammirare la reine des colifichets, a quel modo che il Ghirlandaio annullava gli affreschi del Bezzuoli ed il Verrocchio i bassi rilievi di Aristodemo Costoli cari al principe romano.

Clemenza mi chiedeva, sgranando i suoi occhi di pargoletta: «È vero che si bagnava in dieci pinte di latte due volte la settimana e che viaggiava sempre con un letto di legno di rosa?» Io le rispondevo: «Sì; e anche, per preparare le sue quadriglie mitologiche, aveva seco sempre i suoi maestri di ballo e i suoi violinisti ripetitori. Balliamo la mazurka strisciata. Maria Walewska!»

Rapito senza rossore al reliquiario, il brandello di casimir amaranto le fu offerto proprio il giorno di Natale, in guisa di strenna storica. «Ne farò un cuscinetto per gli spilli» disse ella ridendo «a forma di cuoricino.»

Andammo alla messa notturna nella chiesa medicea di San Michele. Senza sentire il freddo, camminavamo lungo i giardini murati che dovevan esser pieni di limoni e d′aranci. Di tratto in tratto udivamo il chioccolìo d′una cannella o lo stroscio d′uno zampillo, quasi una musica bassa di sotto all′alto concerto delle campane. Un gran cipresso nero toccava le stelle. Poi le stelle s′avvicinavano tanto che io credevo di vederle impigliate come lucciole nel tòcco di zibellino.

Al canto d′una via più buia, ella mi prese per mano, con l′atto d′una sorella maggiore. Sentendomi tremare, mi domandò: «Hai freddo?» E mi coprì il collo con l′estremità del suo boa.

«No» dissi piano. «Sono l′Imperatore.»

Al mio ritorno, Dario non mi dissimulò il suo malcontento né mi risparmiò la sua ironia. Senza saperlo, imitammo quell′abominevole Dialogo su l′Amore che ha per interlocutori l′innamorato Des Mazis, l′austero Bonaparte e il Luogo-comune col cappello bislungo a due punte. «Comment, monsieur, qu′est-ce que l′amour? Eh quoi!» Io non confessai la mia piaga vera. Il giorno prima della mia partenza dalla casa ospitale, avevo scoperto che la piccola Walewska era fidanzata a un commilitone di Pippo, luogotenente d′artiglieria come il giovine Còrso nel famoso assedio!

Sul principio rilessi anch′io, col capo fra le mani, la prosa funerea sul disgusto della vita (La vie m′est à charge, etc. etc.), e anch′io riguardai con occhio torbido le gore dei lanaiuoli pratesi. Ma una mattina trovammo infisso, nel palchetto della scansìa ov′erano ordinate le Storie napoleoniche, infisso con due pennini d′acciaio uno di quei castagnacci rotondi, zeppi di pinocchi e di zibibbo, intrisi nella Montagna pistoiese; e, sotto, l′iscrizione infame: «Ecco il sole d′Austerlitz». Subito scotendo da noi ogni pensiero vile e vano, ci riarmammo di volontà eroica e ci gettammo nella lotta.

Bisognava tener testa alla reazione. La biblioteca insigne pareva trasmutata nel torso di Pasquino, tanti erano i motti che v′appendeva una mano ignota e sacrilega. L′imagine del martire di Sant′Elena sanguinava sotto i vituperii. Egli era chiamato «villan riunto», «becco e becchino», «carnefice panciuto», «assassino del duca di Enghien», «strangolatore del Pichegru», «frodatore di Baiona», «orco di Corsica», «fratello incestuoso della Messalinetta di Guastalla», «Giove Brighella» e ben altro.

A quando a quando un grido ostile, messo da una voce contraffatta, sorgeva da un gruppo chiuso ma pronto a sciogliersi. La camerata si divideva nelle fazioni più diverse e avverse. Lo spirito di parte ribolliva e fermentava peggio che nella Prato dei Dagomari e dei Guazzalotri, peggio che nella Pistoia dei Panciatichi e dei Cancellieri. I romanzi di Alessandro Dumas vecchio folti d′avventure e di millantature, le Storie popolari fatturate di aneddoti, di leggende e di partigianeria, i drammacci rimpolpettati di retorica giacobina, le vignette e le stampe di propaganda più grossolane e più truci alimentavano la passione criminosa e l′imaginazione sanguinaria dei cancheri e dei cancherini irritati da mesi di clausura e di tirannide. L′incendio, la forca, la scure, la mannaia, lo stupro, la carneficina a polvere e ad arme bianca erano i sogni spaventevoli di tutta quella puerizia vestita di panno turchiniccio come la fanteria di Sua Maestà. L′impresa d′Oliviero Cromwell, la guerra di Vandea, lo sgoverno del Terrore erano i tre temi principali di quel delirio mimetico. Ciascuno, dopo aver masticato la sua fetta di lesso e dopo aver balbettato il suo latinuccio, voleva dimenticar sé medesimo e la sua piccola vita per ansare sbuffare ruggire nella pelle d′un eroe violento. Talvolta il bisogno della finzione istrionesca prendeva gli aspetti della vera alienazione e giungeva agli eccessi della demenza.

Mi ricordo di certe giornate pioverecce quando il passeggio era abolito ed eravamo costretti a rimanere nella camerata uggiosa che aveva le finestre a tramoggia. Al primo uscire dalle aule scolastiche, i cervelli già s′intorbidavano. Salivamo con disciplina quel ramo delle scale che poteva ancóra essere sorvegliato dall′andito ove bazzicavano le autorità. Sul principio del secondo ramo, invasi da una sùbita furia, gittavamo un ululo concorde salendo i gradini a quattro a quattro, con l′impeto dei combattenti di Villa Corsini o di Calatafimi, irresistibili. Un colpo di spalla spalancava la porta; ed entravamo berciando, scalpitando, sbatacchiando libri e cartelle su le tavole col piglio feroce dei mercenarii d′Erode in atto di schiacciar contro i muri le teste degli Innocenti.

Mi pare ancóra di sentir salire in quel tumulto l′odore dell′ammattonato che i servi avevano sparso d′acqua nello spazzarlo: un odore molliccio, disgustoso e un poco soffocante, che s′accomuna nella mia memoria a tutte quelle brutalità come il fumo del sangue ai delitti della storia. Succedeva un intervallo di smarrimento e di fame vorace. Ciascuno prendeva nel suo cassetto e addentava il pane, il panforte, la schiacciata, il biscotto o il cantuccio. Sul rumore della masticazione frettolosa, sul moto delle ganasce, su le guance gonfie d′un boccone soverchio, gli occhi già cominciavano a mutarsi come se in ciascuno dei divoratori già cominciasse a vivere il personaggio ch′egli voleva fingere. A un tratto, un rauco clangore faceva sobbalzare tutti e tra le briciole scosse tutti fremere di battaglia.

Era una corna di porcaro dell′Agro romano, che il figlio d′un mercante di campagna aveva portato dal suo casale per sonare la radunata delle bande vandeane. Ci soffiava dentro con tutta la forza de′ polmoni, rimbombando il richiamo selvaggio per boschi e per riviere; ché egli non era se non Francesco Atanasio Charette in persona, il gran partigiano dalla testa di gatto selvatico, gran violatore di leggi e di femmine, segatore di polsi republicani, propagginatore di patriotti, inafferrabile e indomabile. Sul regolo, che gli teneva luogo della ricca spada offerta dal pusillo Conte d′Artois, era scritto con inchiostro rosso: je ne cède jamais. Al suono del corno di bue i Vandeani si drizzavano, digrignavano i denti, serravano le pugna; e accorrevano al macello.

Una voce allora gridava nell′imbuto di due mani ancor dolci di marmellata appiccicaticcia: «La colonna di Maienza è giunta nella Vandea!»

Gridava un′altra voce chioccia: «Il duca di York arriva davanti a Dunkerque con ventimila Inghilesi e dodicimila Austriaci!»

Ma una voce più ferma e più tremenda, una voce d′arcangelo, diceva: «Amici, è necessario che qui voi vi facciate uccidere.» Senza dubbio era il prode Kléber, nelle vicinanze di Torfù; che poneva il suo pugno d′uomini a capo del ponte.

E chi erano quei due che a vicenda si sporcavano d′inchiostro il muso, presso il banco del prefetto? Era Oliviero Cromwell che, nel firmare l′ordine di morte per Carlo Primo, faceva quella lugubre burla al suo sozio Martyn; e il sozio gli rendeva la pariglia.

E quegli altri due che, seduti a una tavola, l′uno di contro all′altro, mangiavano un castagnaccio non senza ghigni sinistri e rotamenti d′occhi? Giuseppe Lebon ad Arras cenava col boia.

L′ombra del Terrore si spandeva sotto la volta a botte. Gli sgabelli trascinati imitavano il rombo dei carri carichi di prigionieri intrepidi o tremanti. La Legge dei Sospetti non risparmiava nessuno. Gli interrogatorii si seguivano speditamente. «Conoscete la cospirazione? – No. – Non siete un ex-nobile? – No. – Non siete forse un prete? – No. – Non eravate il servitore dell′ex-costituente Tal de′ Tali? – No. – Non eravate l′architetto di Madama? – No. –- Non avete il vostro suocero al Lussemburgo? – No. – Ebbene, andate alla morte!»

Il Fucecchiese melenso, quello dal capo triangolare, s′avanzava tentennando il suo collo di testuggine, e soffiava con la voce fessa: «Io non sono accusato. Il mio nome non è nella lista.» Tonava il condannatore scrollando le spalle: «Me ne strafischio! Datemi il vostro nome, e andate alla morte.»

Nei pressi della ghigliottina avveniva allora una metamorfosi più che ovidiana. I condannati si trasmutavano in macube, in cetonie, in bucaperi, in raganelle, in lucertole, in topolini, e perfino in salamandre e in camaleonti. Tutta quella gente innocua, raccolta lungo le gore o lungo il Bisenzio, su per i gelsi i salci i pioppi, intorno alle vasche, nelle grondaie o nelle soffitte, quella gente piccola e ignara a cui il Firenzuola non aveva dato la parola né la saggezza, passava sotto il fil della mannaia maneggiata dal boia senza fallo.

«Ah, questo Robespierre è insaziabile!» Era Bertrando Barère, l′Anacreonte della Ghigliottina, quello che sbuffava così, lasciandosi cadere nella seggiola bassa destinata al lavamento ebdomadario de′ nostri piedi. Poco dopo, ritto su la medesima seggiola come su un piedestallo, sentenziava solenne: «La libertà è una vergine il cui velo non può essere sollevato senza colpa.» Il nostro pedagogo, il concittadino di Vanni Pucci, tanto schivo dallo squadrar le fiche al cielo quanto ghiotto delle sue unghie, si scoteva e protestava contro la frase lubrica. «Alla Badia ! Alla Badia ! » si vociferava da ogni parte. «La Montagna è pura, la Montagna è sublime!» Il Saint-Just rovesciava le sue tasche, per mostrare che non le aveva piene di liste. Il Tallien mostrava all′Assemblea un pugnale di legno. Un Giacobino gridava; «Io vengo a deporre nel seno...» Ma il pedagogo si scoteva, nuovamente scandolezzato, e interrompeva la frase lubrica. «Per l′ultima volta, Presidente degli Assassini, io ti domando la parola», gli urlava il Robespierre tendendo verso di lui i pugni chiusi e rovesciando in dietro il viso convulso. «Il sangue del Danton ti soffoca!» E un istrioncello novellino, troppo impaziente, gettava sul muso del tiranno una bottiglietta di carminio, senza dargli il tempo di tirarsi il colpo di pistola preveduto.

Le «costole di ferro», le «teste tonde», i banditi di Vandea, per qualche momento sopraffatti dal dramma del Terrore, si risollevavano e operavano senza più curarsi di quel che accadesse intorno.

Ciascuno combatteva pel suo dio, pel suo re, pel suo padrone, pel suo bottino, per la sua gloria, interamente invasato dal delirio mimico ch′ei s′era scelto, gesticolando e blaterando in sé come il pazzo nel corridoio del manicomio.

L′atroce Charette s′avanzava col braccio al collo e con la testa avvolta in una pezzuola, come quando fu condotto a Nantes per essere fucilato; si strappava le bende e comandava con magnifica insolenza, sbarrando gli occhi felini: «Fuoco!»

Massimiliano Robespierre stava disteso sul banco del prefetto, con un pacco di libri sotto la nuca, facendo sangue dal labbro e dalla gota. Come s′asciugava con una ciabatta simulante il fodero della pistola, gli assistenti gli davano pezzi di carta perché meglio con quelli si nettasse.

Oliviero Cromwell, duro e freddo sotto il suo imaginario feltro di puritano, massiccio su′ suoi imaginarii stivali a tromba, con l′impenetrabile torace fasciato d′imaginario dante, si chinava a guardare il cadavere del Re, gli toccava la testa per accertarsi ch′ella fosse veramente recisa, e diceva con la voce diaccia: «Ecco un corpo ben costrutto, che prometteva una vita lunga.»

Ma il decapitato disteso nella bara non era se non un falso monarca. Il vero Carlo primo d′Inghilterra, il vero Stuardo, il vinto di Naseby, ricusava costantemente di farsi decapitare e di farsi poi riappiccare il capo al collo per ricevere la visita del nemico. Nel processo del suo martirio, egli si fermava al punto più patetico, all′episodio dello sputo; e non c′era verso di spingerlo fino al ceppo, se bene vi fosse qualche buono effetto da trarre nell′ora del boia, specialmente in quell′interrompersi continuo per ripetere al gentiluomo: «Attento alla scure; non mi toccate la scure; non mi guastate il taglio.»

Quanto è misteriosa la vicenda che dà maggiore o minor vigorìa alle impronte della memoria! Misteriosa forse come il rilievo e il legame de′ sogni. Figure ed eventi in apparenza poco notabili rimangono impressi indelebilmente, quasi nascondano un enigma dello spirito o un emblema del destino. Forse scioglieremmo l′uno o comprenderemmo l′altro, se ci dessimo la pena d′indagare e di meditare. Ma anche i più vigili e i più inquieti si acquetano nella nozione della stranezza e nel culto del caso. Si sa come del sangue si sia giovato talun morituro a scrivere su la parete il testamento del suo eroismo. Forse un giorno l′uomo saprà leggere e interpretare quel che in lui medesimo il suo sangue di continuo scrive.

Perché fra tanti aspetti attitudini gesti di quel tempo io serbo così viva l′imagine di quel mio compagno ostinato nel rappresentare la parte dello Stuardo esposto agli oltraggi della soldatesca e dei giudicatori?

Era un Modenese, mi ricordo, un povero figliuolo scialbo e di scarso ingegno, una specie di ravanello bianchiccio, niente altro che linfa stagnante. Aveva i capelli deboli e mal piantati sopra un cranio a pan di zucchero, non bruni né biondi ma d′un color di talpa; gli occhi chiarissimi come quelli degli albini, tra gli orli della congiuntiva arrossati; il naso per solito untuoso e punteggiato di nero; la bocca un poco aperta, col labbro superiore sporgente. Pareva promesso a una dolce ebetudine, disposto a vivere «dentro una cassetta di cotone» come la Secchia tassoniana riserrata nella sua Ghirlandina.

Nella camerata la sua tavola da studio era davanti alla mia. In quelle lunghe tre ore serali, lo vedevo sempre chino a sbirciare le pagine d′un romanzo nascosto sotto il quaderno del compito. Aveva nella nuca gracile un solco pieno di lanugine, e la cotenna bianca appariva di sotto ai capelli restii. Sempre la vista di quel suo dosso meschino mi poneva nel cuore una gran compassione. Per aiutarlo, gli lasciavo copiare i miei latinetti e i miei problemi risolti. La qualità della sua indole si manifestava in questo: che, in segno di riconoscenza, se bene fosse perdutamente dato alla lettura amena, ricacciava giù il lucignolo nel becco della lucernina affinché troppo ardendo non consumasse tutto l′olio, e alla fine dello studio si mostrava felice se aveva potuto risparmiare tanto da offrirmi un poco più delle ultime stille che solevo raccogliere. Forse per ciò aveva gli occhi malati.

Una sera m′era parso che la sua schiena e le sue spalle sussultassero più del consueto ai soffii tragici ventati dalle pagine del libro occulto. A un certo punto m′era parso perfino di vedere la pelurie di talpa drizzarglisi sul cocuzzolo. Sorridevo in me medesimo bizzarramente pensando allo zampone famoso, alla prodezza del conte di Culagna, alla «Vera historia del pota da Mòdona». Quando il rullo del tamburo sonò la fine delle tre ore, egli si volse verso di me ansando come se mi giungesse di corsa da un luogo lontano per recarmi chi sa che messaggio.

«Che accade?» gli chiesi. «Di dove torni?» Mi rispose: «Dalla grande sala di Westminster.»

Si stropicciava le palpebre irritate. Udivo battere il suo cuore. «Che si fa nella grande sala di Westminster?» Mi pareva d′interrogare una di quelle sonnambule bendate che avevo vedute nelle fiere di terra d′Abruzzi.

«Si giudica il Re. Il Presidente Bradshaw siede in un seggiolone di velluto crèmisi, e i sessantasei commissarii ai due lati in fila seggono su panche ricoperte di scarlatto. Carlo entra con passo fermo; ha il cappello in testa, la mazza in mano. Sopra la tavola, dove scrivono i due segretarii del tribunale, i giudici riconoscendosi carnefici hanno posta una spada sguainata. Carlo, passando presso la tavola, tocca la lama con la punta della mazza e dice: – Non mi fa paura...»

Mi rappresentava il processo dello Stuart davanti all′alta corte, come un visionario, con una strana facoltà d′imitazione, che di minuto in minuto si faceva più intensa. Non so in che modo quel suo povero viso esangue evocasse il pallore e la tristezza regale. Quando disse che il miserabile aveva sputato su la guancia del Re, prese il fazzoletto e s′asciugò in silenzio, con un gesto di così patetica verità che m′è ancor vivo nell′anima e in più di vent′anni non s′è affievolito.

Perché da quell′attimo quel gesto s′impadronì di lui come l′idea fissa si radica nel cervello del maniaco?

A cena, poco dopo, ogni volta che m′avveniva di guardarlo, egli mi guardava triste e s′asciugava la guancia molle e smorta. Più tardi, nel dormentorio, mentre mi spogliavo per coricarmi, egli passò a piè del mio letto, si soffermò, mi guardò e s′asciugò la guancia. Ebbi un brivido oscuro, come sotto l′aura gelida della follia. E fu la prima volta che mi si rivelò in confuso quel terrore della lesione improvvisa, che in certe epoche della mia vita m′ha poi così crudelmente incalzato.

Parve stabilirsi tra noi una specie di muto fascino, non so che dipendenza indistinta. Egli indovinava il mio turbamento; e io mi sentivo come il complice del suo gesto. A poco a poco la frequenza lo aveva reso simile a quei moti nervosi involontarii che affliggono i degeneri e gli esausti. I compagni ne ridevano come della scempiaggine tenace d′un mentecatto; e avevano cognominato «la Secchia sciapita» l′acquoso concittadino di quell′Alessandro Tassoni cui dal tanto faticare era rimasto in mano un fico, un fico vieto; ficus inanis.

Io non sapevo fuggirlo, né persuaderlo o costringerlo a smettere. Era là, davanti a me, col suo fievole petto contro il taglio del tavolino; e sempre il cuore mi dava un colpo sordo quando lo vedevo rimanere fiso e poi ripetere quel gesto come in sogno. La guancia ne pareva affloscita, appassita. Talvolta il sogno avviluppava anche me, disciogliendo ogni senso di realtà, aprendo non so che lontananze deserte nella mia inconsapevolezza. La mia anima sbigottita, con uno sgomento ignoto che non la ritraeva ma la protendeva, un giorno vide sul muro bianco nell′ombra di quel capo deforme disegnarsi la maschera della follia.

Mi rivelava forse Vergilio le lacrime delle cose? o ero nato per adunarle in me e per temprarne la mia stessa amarezza?

Su quel muro certe volte, in una certa ora del mattino, appariva un tremolìo dorato in forma di cerchio, un tenue miracolo che si propagava ai precordii e moveva i pensieri a sua somiglianza; ma non poteva essere se non un riflesso d′acqua percossa dal sole, forse d′una pozzanghera nella piazza, forse d′una catinella sul davanzale d′una finestra dirimpetto celata a noi dalla tramoggia.

Il piccolo re oltraggiato teneva nel suo cassetto un topo domestico, un topo bianco dagli occhi rossi e dalle zampine nude. S′udiva a quando a quando annusare, rosicchiare, trotterellare. Talora mi pareva che non abitasse il cassetto ma quel triste corpo abbandonato contro il tavolino e che lo frugasse incessantemente.

Un giorno fu agguantato e portato via da uno dei satelliti di Oliviero Cromwell, e decapitato dal boia, insieme con le raganelle e con le lucertole.

Vedo la pena squallida del superstite davanti al cassetto vuoto, sparso di rimasugli e di sporcizie; e il fazzoletto premuto su la sua guancia, e l′orlo infiammato della palpebra tratta già dalla pressura, e la pupilla dilatata nell′iride senza colore; e quel tremolìo tenue nella parete, sospeso su quel capo vanito.

Come l′infermiere venne e lo prese per mano, egli si alzò, si lasciò condurre, si voltò dalla soglia verso di me, rifece quel gesto. E non ricomparve mai più tra i suoi giudici e i suoi carnefici che lo dimenticarono.

Dario dice, dopo un intervallo di silenzio, con la bocca convulsa, con la voce tremante, con non so che di colpevole e d′inconfesso in tutto l′aspetto: «Chi occupò il suo posto vuoto, accanto al tuo? Te ne ricordi?»

La paura di non so che confessione improvvisa mi riassale. Sembra che l′imagine del posto vuoto si propaghi alla stanza ove respiriamo. L′aria si fa cava e senza fondo. Non esiste la vita che fu, non esiste la vita che i polsi misurano; ma qualcosa intorno a noi vige, che nessuno mai espresse, che nessuno esprimerà mai.

L′intervallo dura un attimo, a bastanza perché io veda in quella specie d′orrore indistinto dileguarsi la larva scialba del demente come nel suo proprio mistero, come nell′ignoto ch′egli trovò di là dalla soglia lasciando dietro di sé il susurro dei fanciulli feroci.

Rieccomi fra tavola e scansìa. Il cassetto è sgombro, e vi persiste ancóra il lezzo della bestiuola domesticata. Sgombri sono i palchetti, e il muro nudo si vede a traverso. Il calamaio di piombo è risecco. Riconosco le macchie d′inchiostro, le tacche fatte col temperino, le iniziali del nome intagliate come nella scorza d′un albero o nel coperchio d′una cassa mortuaria. Lo sgabello è là, su le sue quattro gambe, con la sua fessura per mettervi le dita nel tramutarlo, con i suoi spigoli levigati. A quando a quando riappare su la parete il tremolìo d′oro.

Era la prima volta che raccoglievo in me la tristezza delle cose impregnate ancóra della vita d′una creatura scomparsa. Il piccolo re esangue non era più là, eppure non mi pareva del tutto assente. La sera, nel silenzio delle tre ore, alzavo a un tratto gli occhi dal libro con un lieve sussulto come s′egli fosse tornato in punta di piedi e si fosse messo di nuovo a sedere e stesse là, col gomito su la tavola e col fazzoletto contro la guancia. Il posto era vuoto e pieno d′ombra; ma una fievole esalazione vitale esciva dal legno, saliva dal mattone, in quel modo che il fosforo tramanda il suo bagliore; e respirandola mi sentivo inquieto e oppresso.

Talvolta m′avveniva di sognare a occhi aperti e di mescolare il fantasma ai ricordi dell′infanzia più lontana. Quell′odore tenace del topo bianco mi rammentava un vecchio stipo di casa mia, messo da parte in un andito che conduceva alla carbonaia, un vecchio stipo d′abete pencolante su tre gambe, chiuso da una chiave perduta chi sa da quando, con negli sportelli due spiragli tondi protetti da una grata di fil di ferro addoppiata d′un ragnatelo, donde emanava un puzzo di cacio stantio e di cotenna rancida come da una vecchia trappola. Mazzi di sorbe pendevano appiccati ai travicelli, nespole e cotogne maturavano su la paglia, sacchi di civaie e di crusca s′appoggiavano al muro; e le cipolle dalla resta ci spiavano a traverso la sfoglia, con un viso tondo o con un viso schiacciato, e le malige allungavano il muso. Tutto per noi viveva d′una vita coperta e insidiosa, come nel vestibolo d′un palagio incantato. Per me, pel mio fratello minore, per le mie tre sorelle la carbonaia era la sede delle meraviglie, era l′abisso delle apparizioni e dei tesori. Tenendoci stretti, verso sera ci arrischiavamo nell′andito, affascinati dalla stessa nostra paura, in ascolto, guatando laggiù l′uscio dalla soglia nera, presso il quale un sacco di cicerchie se ne stava sornion sornione. Se a taluno di noi borbottava il ventre, davamo un gran balzo indietro, sbigottiti, col gelo nella radice dei capelli, non sapendo di dove potesse escire un rumore tanto vicino. Poi si rideva, l′uno sospingendo l′altro; e una sorba matura cadendo dal mazzo arrestava il riso.

Non so perché, quel sentimento del soprannaturale mi risaliva dal fondo in certe ore, davanti al posto vuoto e pieno d′ombra, La mia imaginazione ci si avventurava trepidando, come laggiù verso la soglia nera. Talvolta mi pareva che la figura del vano re smorticcio mi tornasse veramente da quella lontananza, immedesimata a una fantasima dalla faccia bianca di farina, che il mio piccolo fratello chiamava Mamàla. La scansìa sgombra scricchiolando come il vecchio stipo pareva rinnovare in me uno di quei brividi. E, poiché tutto questo era indicibile e incomunicabile, uno strano impedimento pareva nato fra me e Dario, una fenditura pareva essersi fatta nella nostra amicizia senza fallo.

In séguito a un accordo col cameriere che si chiamava Cipriani come quello che accompagnò Napoleone a Sant′Elena, ogni sera per lo studio delle tre ore la lucernina era posta su la tavola disoccupata, piena d′olio ma non accesa. Alzando gli occhi dal compito, vedevo rilucere l′ottone pulito e pensavo alla buona riserva. Il lettore ansioso non era più là, ma quello era tuttavia il suo olio. Non egli me lo riserbava con la sua parsimonia gentile, ma pur gli apparteneva in qualche modo.

Quando, la notte, dopo il primo sonno, mi levavo di nascosto e con grandi cautele escivo dal dormentorio e tornavo ai miei libri, il cuore mi palpitava d′un sentimento misterioso che talvolta il canto lontano d′un gallo rendeva bello come l′ansia d′un poeta inconsapevole. Sentivo di non essere solo, nella vasta sala che rendeva più paurosa il chiarore fioco della lampada passando a traverso la porta vetrata. Sbigottito, mi volgevo a guardare di là dai vetri la fila dei letti bianchi; e speravo che Dario non dormisse ma che mi seguisse co′ suoi occhi aperti, co′ suoi occhi senza cigli. Poi, a tentoni, m′accostavo alla tavola, ritrovavo la lucerna respirante verso la mia anima, come una creatura viva. E, quando lo zolfanello non s′accendeva alla prima, nel buio la forza di quella vita s′accresceva smisuratamente: la manìa riprendeva carne e ossa e sguardo e gesti.

Allumato il lucignolo, ogni scoppiettìo, ogni vacillazione della fiammella m′era una sorta di linguaggio intermesso che mi pareva d′intendere o di divinare. A poco a poco il cuore mi si placava, già capace di contenere quell′aumento di potenza e di libertà, che dà la veglia solitaria allo studioso. Vedevo biancheggiare i letti, di là dai vetri, sotto la lampada sospesa; scorgevo qualche testa bruna sul guanciale, tenuta dall′opaco sonno; e in me sorridevo dei dormienti supini, ignari del mio acquisto segreto, del mio stratagemma notturno per vincere. Il rullo del tamburo, la piccola diana scolastica, avrebbe trovato me solo pronto e sicuro della vittoria e ricco d′una vita diversa, con una speranza che aveva risposto al canto del gallo sbattendo la cresta e le ali contro le gretole della gabbia.

Sul far del giorno, andavo nel lavabo inviso ai sonnacchiosi e aprivo sul mio corpo tutte le cannelle dell′acqua diaccia attonite di tanto spreco. Poi, quando il rullo echeggiava nei corridoi deserti, correvo al dormentorio urlando e tempestando, toglievo dal mio letto il capezzale e me ne servivo contro i covatoti di lenzuola come Sansone usò la mascella non ancor secca contro i Filistei. «Con una mascella d′asino, un mucchio, due mucchi! Con una mascella d′asino i′ striglio trenta ciuchi!»

Ma le mascelle si moltiplicavano, e la battaglia diveniva più furiosa che a Ramat-Lehi. Dietro i capezzali volavano i guanciali; dietro i guanciali, le coltri; dietro le coltri infine i materassi arrotolati in guisa di barili ardenti da lanciare col màngano a sfascio. Il pedagogo pistoiese in mutande, diritto sul suo letto, pudicamente serrato nelle cortine candide, metteva fuori il capo tra lembo e lembo, minacciando i fulmini del Censore. «Dalli al Panciatico! Dàlli al Panciatico!» si gridava da ogni parte, sol per onorarlo, come in un capo di strada della sua città faziosa. E il timorato Panciatico era stretto d′assedio nella sua torre di cotonina. «Brucia, brucia! Ardi, ardi! La stipa! La ragia! La pece!» Ultimi fuochi maneschi, volavano i berretti e le pantofole. «Rompi, rompi! Dirocca, dirocca!»

All′improvviso dietro di noi sonava un ruggito di leone infreddato, un rugghio ben noto.

Di colpo la fazione s′arrestava coi gesti in aria, immobile e ammutolita, simulando una mischia da museo di cera. La faccia del pedagogo in mutande, fra cortina e cortina, si raggrinzava, faceva greppo, e metteva un suono lacrimevole: «Non credevo trovarmi a questi ferri, signor Censore.» Si sarebbe detto che gli cascassero di mano i ferri da calza o il ferro da stirare, in verità. Ma un secondo rugghio, accompagnato da una battuta di piede, lo annientava nel cotone con una rapidità da castello di burattini. E quel fantoccio del Tiranno rimaneva solo col suo furore dinanzi ai nostri visi compunti e ai nostri occhi ridenti, sul campo sparso di armi imbottite.

Era un nuovo Censore, una specie di inesorabile riformatore dei costumi. Catone catonior, venuto a reprimere e sopprimere con rigido polso ogni «disdicevole usanza» e ogni «licenza d′abuso». Ed era – o bizzaria della sorte! – un Còrso, un vero Còrso, un Còrso schietto, da quanto il Paoli e il Bonaparte, portato chi sa da qual vento, chi sa di dove, e ammesso al censorato dagli Amministratori municipali su le vive raccomandazioni del Rettore che ne rispondeva come d′un «amico d′infanzia». Quanto difficile cosa rappresentarsi l′infanzia dell′uno e dell′altro! Il raccomandante rimontava all′Odissea, e forse di lui si poteva dire che fosse novenne, avendo conservato la sua buaggine favolosa pe′ secoli de′ secoli: ché egli non era se non l′otre di Eolo, mal chiuso, l′otre «conciato col cuoio d′un bue di nove anni», onde continuo gemendo o tonfando sfuggivano strani vènti, e noi si diceva: «Attento alla scotta, Ulisse!» Ma il raccomandato aveva dovuto servire da spaventacchio senza età, in qualche campo sassoso di Fiumorbo o di Valinco frequente di corvi, tanto la sua terribilità pareva posticcia.

«Che ne dici?» chiedevo a Dario, dopo aver udito bofonchiare sul mio capo chiomato d′angelo neutro quella barba da pannocchia di formentone. Egli scoteva il suo capo da vincitore di Lodi e d′Arcole; poi rispondeva, con una gravità galileana: «Eppure è Còrso!» Non potendo destituirlo della sua qualità nativa, deliberammo di battezzarlo Matteo Buttafuoco (il suo vero nome era Bereni, Dio l′abbia in pace) per potergli gettare in faccia alla prima occasione la famosa epistola napoleonica ricopiata dall′Elbano di Marciana nell′archivio dello zio Saverio. Depuis Bonifacio au Cap Corse, depuis Ajaccio à Bastia, ce n′est qu′un chorus d′imprécation contre vous... Qu′avez-vous donc fait? Quels sont donc les délits, etc., etc.

Ne imparammo a memoria le frasi più virulente, e le imbeccammo anche a qualche pappagallo dei nostri. Già s′udiva mormorare nei corridoi, al passaggio del castigamatti: L′histoire de votre vie est connue. Les principaux traits en sont tracés ici en lettres de sang... Nel refettorio, il mercoledì e il sabato, giorni sacri all′ineffabile polpetta, il mormorio si propagava di mensa in mensa. Empoisonnés par les aliments, tourmentés par leurs chaînes, accablés par les plus indignes traitements... Eravamo tutti trasmutati in patriotti còrsi, rinchiusi nella Torre di Tolone, rósi dalla fame e dalla vendetta. E il prezzemolo nell′orrido tritume sapeva di cicuta socratica.

Matteo Buttafuoco, alquanto sordo, non riesciva a comprendere che gergo fosse mai quello; ché il pessimo francese dell′epistolografo pativa per giunta le più atroci stroppiature passando negli accenti dei più diversi dialetti d′Italia. Si voltava in qua e in là, bruscamente, come se un moscone inafferrabile lo tormentasse; e il fiocco d′oro in sommo della papalina tentennava e si voltava con lui, le falde dell′autorevolissima giornea sventolavano lungh′essi i pantaloni color pulce che tanto erano scarsi quanto quella era prolissa. A un brontolio più rude, si fermava di botto, nel mezzo del refettorio; e cominciava a rotare gli occhiacci scerpellati coccoveggiando come fosse su la gruccia per pettirossi. Quando la sua guardatura bieca si posava su me, era prodigio che io non ne rimanessi incenerito.

Egli aveva preso a odiarmi fin dal primo istante, per una di quelle antipatie subitanee ed irreconciliabili che sembran fare d′una creatura umana l′assoluta negazione dell′altra. Sentii che il solo e semplice caso dell′essere io vivo gli dava cruccio, e che ogni moto inatteso e incompreso della mia vitalità gli moveva la bile atra. Egli poteva dirsi veramente il precursore inconsapevole di quel curioso fenomeno animale che più tardi la sapienza critica designò foggiando a sua similitudine la parola di molti piedi e di lunga coda «antidannunzianesimo».

Accettai la lotta allegra; e c′è ancóra nel vecchio collegio pratese qualcuno che se ne ricorda e ne fa le grasse risa. L′altr′anno, in una mia visita al Pergamo e alla camerata, il piacevole bidello Carmagnino, vegeto tuttavia e rubicondo, mi domandò: «Quando la scrive La Bereneide? mi ci mette anche me? Proprio me lo merito. E poi, sa, sto bene con la rima.»

Il Carma, in fatti, era un alleato segreto di grandissimo pregio. Egli esercitava la polizia dei corridoi, delle scale e di altri luoghi publici con una beata indulgenza. Accoccolato nel suo sgabuzzino come un fratacchiotto nella sua celletta, col suo véggio e col suo fiasco di Chianti, chiudeva un occhio e spesso anche due, solo intento a scalducciarsi, a bevicchiare, a leggiucchiare Bertoldo, Cacasenno, Sesto Caio Baccelli, l′antico Vesta-Verde, il Barbanera e altre famose opere d′alta letteratura; cosicché conosceva a menadito la genealogia di tutti i sovrani regnanti e spodestati, il corso di tutte le monete dalla lira di cento centesimi al peso di cento centavos, le feste e i digiuni degli Israeliti, le tavole naturali e simpatiche per la cabala del lotto, e specialmente le fiere e i mercati della Toscana con tutte le loro date che gli erano cagione di sospiro come se a restar là perdesse ogni giorno qualche grosso affare di bozzoli o di cereali o di bestiame nero. Di tratto in tratto ammoniva, con un tono divinatorio: «Ragazzi, movimenti vulcanici in Francia.» Oppure: «Fra breve, ragazzi, morte d′un capo di stato.» Oppure: «Uragani e vènti terribili, accadranno disgrazie in terra e in mare.» Ma l′officio suo più meritorio era di provvedere alla nostra ghiottoneria biscotti, cantucci, stiacciate, panforti, canditi: e per me il suo più gran merito era di possedere la «comunella» e di lasciarsela carpire.

La comunella si poteva dir veramente il nerbo della mia guerricola. Era una specie di chiave magica, che girava in tutte le serrature, apriva porte usci e usciuoli, doppia, a due ingegni, maschio e femmina, col cannello snodato. Il Carma, che per essere discepolo dello Strolago di Brozzi aveva gran fede nel mio oroscopo, non osava resistermi in nulla, precursore anch′egli nel senso opposto; ché me le dava tutte vinte, persuaso che tutto mi fosse permesso e tutto mi fosse dovuto. Non soltanto ottenevo da lui l′onesto grimaldello a ogni richiesta, ma gli avevo insegnato un linguaggio furbesco di suoni gutturali, di colpi di tosse e di nocca, di strizzatine d′occhi e d′altri segni e cenni, utilissimo per il lavoro di vigilanza contro le sorprese. Egli era doventato il mio informatore, il mio esploratore e la mia vedetta fedele. In compenso i pepatissimi salami d′Abruzzo e i caci pugliesi gonfi come uveri di vacche gli adornavano lo sgabuzzino e gli aguzzavano il gusto del Carmignano.

Come un nemico può abbellire e arricchire la nostra vita e come comprendo colui che coltivò con indefessa costanza l′arte di inimicarsi il prossimo!

Quel tanghero di Corsica non imaginava che mi fosse causa di tanto ardore e di tanta gioia. La prigionia non m′incresceva più, le mura edificate dal gran Gesuita non più m′opprimevano, l′orario misurato non più m′era a noia, la disciplina non m′era più di peso; ché davo tutto me stesso all′infrazione e alla trasgressione, vivevo solo pel divino piacere di rompere il divieto, facevo d′ogni mio giorno un gioco appassionato d′astuzia e d′audacia, consideravo quell′immensa fuga di corridoi, di anditi, di aule, di sale, di scale come una reggia piena d′insidie e di minacce dove io fossi per cercare qualcosa d′infinitamente prezioso che mi appartenesse e d′attimo in attimo mutasse di natura e di pregio serbando la sua novità perpetua alla mia ricerca puerile.

Quante porte! Quante porte! Quante toppe! Quanti serrami! Cento, mille, diecimila, innumerevoli, come nelle favole, come nei sogni. La mia imaginazione moltiplicava senza fine le chiusure, complicava i congegni, consolidava le imposte, mentre il ferro della comunella magica s′intiepidiva contro la palma della mia mano.

Eludendo ogni vigilanza, partivo per la mia corsa perigliosa, talvolta solo, talvolta con Dario che m′era divenuto ancor più certo, più concorde, e più caro. Andavamo alla ventura, come una coppia di malandrini in un castello ignoto, regolandoci su una voce, su un rumore, indugiandoci nei pianerottoli, risalendo e ridiscendendo le scale a precipizio, sporgendoci da una finestra, ritrovandoci nel buio d′un nascondiglio, sbucando sul tetto per un abbaino.

Ecco un odore di bucato, di giaggiolo e di spico! Eravamo alla soglia della guardaroba: udivamo un cicaleccio di vecchie streghe, il colpo dei ferri da stirare, il fruscio della tela.

Ecco un odore tristo, come d′acido fenico e di brodo grasso, come di spedale e di cucina. Eravamo dinanzi all′infermeria: tendevamo l′orecchio per sentire se non ci fosse Cice, l′infermiere carceriere; camminavamo in punta di piedi, ascoltavamo agli usci delle camere, entravamo in qualcuna all′improvviso, vedevamo il piccolo malato colorarsi in volto dalla maraviglia, sollevarsi su i guanciali, tenderci le mani, chiamarci per nome. Avevamo vergogna di non dargli nulla; ci frugavamo nelle tasche per trovare qualcosa; gli promettevamo di tornare con un cartoccio di chicche e con un libro di figure. «Non lo dire a Cice. Guarisci presto. Addio, addio.»

Scendevamo un ramo di scale, fendendo col viso quella malinconia accolta, come si fende la nebbia della sera. Un getto di sole vivo irrompeva da uno spiraglio, batteva contro un pilastro, colava giù come un′acqua dorata traboccante dalla tazza d′una fontana, con tanta copia che ci stupivamo di non udirla scrosciare, di non vederla schiumare. Rimanevamo quasi soffocati, palpitanti come se la Primavera fosse nascosta dietro il pilastro e ci spiasse e avesse già tra le labbra la piccola rosa scempia che sboccia dallo stecco del pesco. Lo spiraglio dava sul giardino annesso al Gabinetto di Storia naturale pieno di pietre fossili e di uccelli impagliati. Da un crepitìo leggero indovinavamo che il giardiniere annaffiava l′aiuola. La fronte di Dario era liscia come la foglia del mughetto. In me la vita era fresca come quell′acqua in quell′annaffiatoio.

Dico ridendo, quasi ritrovando le affettazioni del mio riso venusto e del mio motteggio dotto di allora: «O Dario, ma darei oggi anche il sole di Austerlitz, darei fin la cavalla dell′Aurora che in frode di luce t′elesse all′annitribile [5] regno, per un′ora sola della mia vita folle di balestruccio senza nido, lassù, rasente la gronda dei tetti... Te ne ricordi?»

«Pure il ricordo mi fa rabbrividire» egli dice, senza poter sorridere.

«Veramente, lo stil fugato era un ramo del mio stile scolastico. Ti ricordi della mia fuga di Pistoia, quando io alfiere ti consegnai la bandiera nel sacco a piantarti là con tutta la tua voglia di seguirmi, e abbandonai la compagnia molto accortamente per andarmene a mirare il fregio robbiesco delle Sette opere di misericordia nell′Ospedale del Ceppo? Ma non io mi scorderò mai della seconda mia fuga sul Montalbano, che meglio della femminella Gloriuzza deve avere appreso e ritenuto il mio nome tante volte gridato dai cercatori ansanti, tante volte abbaiato dai segugi privi di fiuto. Innanzi a tutti voi correva serpeggiante la Calunnia d′Apelle, fuggita anch′ella; però dalla tavola di Sandro con in bocca un′ottava del Poliziano: Ma io ho vista una gentil donzella Che va cogliendo fiori intorno al monte... Non era vero. Lo sai. La mia libertà voleva possedere nel respiro del pieno petto la bellezza del Valdarno intiera, fino ai monti di Volterra, fino all′Amiata, e per l′Arno fino al mare al mare al mare! Voleva giungere alla torre di Sant′Allucio, alla ruina di San Giusto, alla badia di San Baronto. Tanto mi cercaste, e non mi trovaste. Io ritornai quando mi piacque, senza smarrirmi, e vi ritrovai. Te ne ricordi? Sotto il croscio dei rimprocci non aprii bocca. A nessuna dimanda risposi mai. Credo ch′ i′ avessi lasciato la mia voce di muda in una delle tre assidiole [6] di San Giusto. Non risposi neppure a te. M′avveniva di straniarmi anche da te, a quando a quando, come in quell′ora di Aronta, in quella storia del Carrarese. Ho nel rimpianto la tua cera attonita e appenata. Pareva che tu stentassi a riconoscermi; e a me pareva che, nell′annottare, il giorno non si partisse dal mio viso. Te ne rammenti? Avevo perduto il mio berretto di alfiere nelle frasche. Sentivo nell′ombra la mia fronte scoperta rilucere come il fosforo dei mari. Ah, Dario, quanto era bella e nuova la mia anima, che ora la voluttà di scrivere consuma!»

Angosciosamente egli mi prende le mani; e, nello stringerle, mi fa sentire l′umidore delle palme, il tremore dei polsi. Tutta quanta ricevo la sua miseria. Sul suo capo accostato vedo i suoi capelli intristiti come una peluria di dubbio colore. Nuda è l′angoscia ne′ suoi occhi senza cigli; e de′ suoi radi sopraccigli non v′è quasi più traccia. Il suo mento, ch′era il suo segno più robusto, l′osso della volontà incugnato nella passione, è divenuto una povera cosa vacillante sotto il labbro inetto a dissimulare la più lieve fitta del dolore. Nella mia pietà perplessa si rinnova la dimanda senza suono: «Amico, amico mio, chi t′ha fatto tanto male?» Ma, per un′apprensione che sempre più dentro mi cresce nell′oscurità, non oso interrogare, ripugno a sollecitare la confidenza, a strappare il segreto. L′opera interrotta, lasciata là sopra la lunga tavola umbra massiccia più che un′asse di potente strettoio, m′è come un′attenenza implacabile. Il calore del cervello, quasi l′odore del cervello, che per giorni e per notti ha impregnato ogni cosa là tra le pareti severe, sembra di tratto in tratto investirmi passando per la fuga delle stanze come un alito d′incendio. Son nato a creare una vita sovrana, intento a crearla, per non lasciarmi sopraffare dal contrasto spietato; ed ecco, nel colmo dello sforzo inaccesso, posto m′è innanzi un tremendo specchio dalla larva di un′amicizia estinta. L′impulso interiore della creazione mi conduce a ricolorire la larva, a risuscitare l′amicizia, a comunicare la forza traendola dall′abbondanza della lontana età rivissuta. E, per l′inganno del mio cuore ambiguo, ho nel rivivere e nell′illudere la fervidezza e l′impeto del vivere o del creare. Sembro infatuarmi nei tripudii che gira in me lo sveglio fanciullo non domato.

«Voglio tornare in un solstizio sul Montalbano, ad inalzarvi una colonnetta milliare con incisa una parola breve: Sibi, ché tutti que′ miei passi su per l′erta mi son memorandi come se li avessi allungati dentro di me. E fui punito con otto giorni di prigione! Sùbito dopo il ritorno, il carceriere si presentò, mi mostrò la sua chiave e mi accennò di far fagotto. In quella sera di novità, conobbi anche un novo tono del dispregio. Non salutai nessuno. Neppur noi due ci salutammo. Avevo potuto celare nella giubba quello spuntoncello che m′era stato utile in più d′una infrazione. Portavo anche meco celati il mio disegno e il mio gioco.»

Ma come non mi sento rimordere nell′abbandonarmi a rivivere con tanta puerilità un incanto che non fu fatto se non da me solo per me solo?

La carcere da me frequentata guardava i vasti tetti del Collegio gesuitico disposto in forma del П greco maiuscolo. Per burbero favore del carceriere Cice, era riserbata alla mia «singolare e nefaria crudelitade». Però alla grazia s′aggiungeva la cautela contro il malo esempio; ché io soleva a dispetto intieramente istoriare le pareti bianche, e le istoriette distinguere con iscrizioni in lingua furbesca. Né l′imbianchino valeva a cancellarle, rifiorendo esse come le sante verità conculcate o lasciandomi il campo a novissime vendette. «Muro bianco, carta di pazzi» proverbiava Cice tentennando il suo capo di bue.

Quella notte dormii profondo nella branda, con sul viso il buon cociore del sole di Montalbano e con sul capezzale un rametto del citiso di Vergilio. Al mattino, fui risvegliato dal primo sole che, toccando le mie palpebre, mi mostrò rosea la vita attraverso il mio sangue innanzi ch′io le aprissi. Ben a ragione il Bonaparte si rideva di quelli che ammiravano Scipione Cesare Alessandro pel loro sonno tranquillo alla vigilia della battaglia persuaso non dall′estremo coraggio ma dalla estrema stanchezza. Io avevo dormito, in verità, il più placido de′ miei sonni. E, senza indugiarmi, balzai alla finestra ferrata sopra tetto e la scossi, compiacendomi dell′esperto e coperto mio lavoro eseguito a più riprese. In fatti le sbarre vacillavano scalzate ne′ fori ov′erano infisse; ma i frammenti della calcina rimessi intorno con arte avevano occultato gli incavi. Soltanto resistevano i ferri di sotto, incastrati nel davanzaletto di pietra. Né mi valeva lo spuntoncello.

Apparivo rassegnato e mansueto quando il carceriere venne per condurmi all′aula delle lezioni e poi ricondurmi alla carcere sopra tetto. A Dario, che mi sedeva accanto nel banco, dissi in un orecchio: «Per l′ora della lezione pomeridiana ho assoluto bisogno d′un cartoccio di polvere da schioppo o da mina, d′un poco di carta forte e d′un gomitolo di spago. Incarica uno degli esterni più sfacciati, magari Pippo Lippo. Armeggia come puoi; ma portami la polvere.» E, proprio quella mattina, avemmo per tema del componimento dal prete rotondo una sentenza di Seneca: «Nil maiores nostri liberos suos docebant quod discendum esset iacentibus. Non insegnavano i nostri maggiori cosa veruna di quelle che s′imparano a sedere.» Pensai che quella volta avrei sicuramente meritato dieci con lode, e in aspetto di agnello mi riconsegnai al carceriere mormorando a capo chino: «Ecce agnus petulcus».

Ebbi il cartoccio di polvere, e il resto. Seppi celare il tutto con infernali accorgimenti. Rientrato in prigionia, quando udii stridere la chiave e il chiavistello, fui preso da una così fiera allegrezza che parvi consentire coi Padri la cella del continuo abitata doventar dolce.

«I petardi si fanno a più fogge e di forme diverse, a uso di rompere porte, palizzate, barricate, saracinesche, grate di ferro...» Avevo studiato con Dario gli Aforismi dell′arte bellica, di Raimondo Montecuccoli, con le annotazioni di Ugo Foscolo, attratto da una certa concordanza napoleonica nel prevedere e provvedere per tutto osare. Ma confesso di avere imparato la fabbricazione dei petardi dal Fornaretto di Pescara, da «lu Furnarielle», che ne faceva d′ogni misura e d′ogni tuono in gloria di santo Cetteo patrono strepitosissimo. Nondimeno il disperato assalitore del novo Brandeburgo avrebbe potuto esser contento di me.

Certo, dopo aver terminato gli apparecchi, in quella seconda notte dormii men profondo. Al primo albeggiare – «quando l′alba s′innamora» come usan dire le massaie della mia terra d′Abruzzi – ero già in piedi, già pronto. Con uno straordinario palpito, udii garrire le rondini nell′argentatura cilestra. In fondo al mio cuore di uomo da fazione viveva dunque un cuor di rondine? Nell′attendere che si placasse, considerai il mio pericolo nello scoppio e il modo di scansarlo.

Con terrore dei topi tettaiuoli, alfine lo scoppio avvenne; la presa della pietra fu allentata; poche stratte bastarono a sconficcare le sbarre. Appoggiai la graticola di ferro contro la porta chiusa; bevvi un gran bicchiere d′acqua, mi misi in tasca una crosta di pane; e libero balzai sul tetto. Senza indugiarmi, di tegolo in tegolo, d′embrice in embrice, seguendo il comignolo, col piede lesto e cauto d′un ginnasta peritissimo, mi allontanai dal luogo del forzamento.

Mi fermai dietro una rocca di camino senza fumo, ottima per stare alle vedette. Allora le risa rattenute dall′ansia della fuga e dalla difficoltà dell′equilibrio mi si ruppero con un così schietto scroscio che mi parve tutto l′argento del mattino tintinnire su la mia allegrezza. E due tre quattro rondini mi passarono rasente il capo, quasi forandomi col grido aguzzo. Mi premetti i fianchi a contenere l′eccesso dell′ilarità, che mi torceva a doglia; ma, imaginando lo stupore e il clamore di Cice nello spingere l′uscio del carcere e nell′abbattere la graticola contro l′ammattonato, mi riprendeva il sussulto e mi si riempivano gli occhi di lacrime razzanti che m′impedivan di vedere. Tornarono le rondini a rasentarmi gridando, con un accento che mi parve d′intendere. Mi asciugai le ciglia: intravidi da una parte le case e le strade cittadine, dall′altra parte – di là dal muro che chiude il prato della ricreazione – la campagna verde. Ripensai la vastità del Montalbano; e non cercai più oltre in val di Bisenzio, ma mi ridussi per proposito al mio dominio embriciato. Soltanto la cima del campanile a liste, coronato da Nicolò del Mercia, mi commosse perché mi indicava dove si allungasse il fianco del Duomo e dove sporgesse il pergamo. «Era là, pieno di silenzio, quasi un nido abbandonato dagli usignuoli. Era là come un ricetto di musica e di amore, per certo; ma sentivamo che poteva essere anche un ricetto di sapore, da appressarvi le labbra come all′orlo d′un vaso di miele ispessito.» Per alcuni attimi ripensai la lontana giornata pratese di gran vento, ripensai l′ora del donato Memoriale, il pallore e il rossore di Dario, l′esaltazione eroica che aveva sostenuto la nostra amicizia e che già era per attenuarsi. Respinsi da me quell′importuno assalto della malinconia; e mi piacque d′esser solo e d′intraprendere così la mia giornata imprevedibile.

Passavano e ripassavano a saetta sul mio capo le rondini; e, crescendo di numero, incominciavano a stormeggiare intorno alla rocca, come raccolte da un richiamo delle prime, con uno stridìo d′allarme. Per tutta la distesa dei tetti non mi si mostrava segno d′altro allarme. Scorgevo la vuota occhiaia della carcere; e pensavo che, se lo stianto del mortaretto aveva assordato me accenditore, non aveva certo risvegliato i dormienti, e forse ai desti era parso come il lontano colpo di fucile tirato da un cacciatore mattiniero.

Ma le rondini avevan l′aria di volermi fugare come incomodo e sospetto; e avevo anche veduto guizzare e celarsi qualche lucertola grigia, che mi ricordava le tarantole del mio torrazzo pescarese. Cauto e lieve girai intorno alla rocca spiando. E, nella Salutazione angelica, che forse veniva dalla chiesa di San Francesco o da Santa Maria delle Carceri, mi apparì un miracolo tanto gentile che dal mio nome d′arcangelo sorse l′Ave senza ch′io aprissi le labbra.

Pendeva dalla rocca un nido non somigliante ad alcuno di quelli che tante volte avevo osservato nelle cornici della mia casa paterna e sotto le arcate della scuderia e della cantina, costrutti con la terra cretosa delle mie rive natali. Quelli, in forma di mezza sfera, avevano un′angustissima apertura a cerchio, che appena bastava all′entrata della covatrice mentre il maschio rimaneva aggrappato all′orlo. Ma il nido miracoloso, un po′ più grande e un poco più schiacciato, d′un terzo di sfera, aveva una lunga fenditura che sùbito mi diede la francescana imagine d′una bocca rotonda che nel beatamente ridere si fosse fenduta sino a mezzo le gote e rimasta fosse così atteggiata dalla beatitudine perenne. Ecco che per la prima volta miravo il riso d′un nido terreno, e qualcosa d′ancor più incantevole del riso d′argilla! Quattro testine nerazzurre sporgevano in fila dalla fenditura, quattro teneri becchi in fila s′aprivano all′attesa del cibo mattutino, quattro rondinette stavano affacciate come a un veroncello. Stupito e rapito da quel felice cambiamento dell′originaria architettura pénsile, umiliandomi su i tegoli disteso, quasi accovacciandomi e comprimendomi per non occupar l′aria delle creature tutt′ali che si cibano volando si dissetano volando si bagnano volando e perfin nutrono volando i lor nati, io sùbito riconobbi i benefizii ottenuti dall′arte del divino architetto innovatore. I piccoli non rimanevan più chiusi nel covàcciolo, ma si disponevano in ordine lungh′essa la fenditura per ricever l′imbeccata con agio, per gioire della luce, per respirare il cielo, per godere «la conversazion dell′aria» secondo la grazia toscana del favolatore greco che a scuola m′avea fatto venire in uggia Fedro. Inoltre i genitori non dovevan più entrar nel nido alternamente per nutrire i nidaci, né studiare qual d′essi bisognasse di cibo, né angustiarli nell′ufficio disagevole. Aggrappandosi di sotto all′adito lungo, potevano imbeccarli l′un dopo l′altro senza dubitare e senza errare; e più facilmente potevan anche, nell′ora propizia, sceglier via via i più arditi e trarli all′aria per addestrarli nel «dilettevole volamento» del grecotosco favolatore. (Se credere coelo modulava la campana di Santa Maria delle Carceri, per i nidaci, e per me fatto uccel di gronda. Pennis et corde assurgere in auras.)

Per convertire in subitanea vita, in volo e in grido, un ricordo d′infanzia attonita nel mirare il genio socievole delle ali falcate e delle code forcute, ebbi un pensiero misto di crudeltà e di dolcezza. Mi levai da giacere, tolsi una lista dal mio fazzoletto e delicatamente ne copersi i quattro capini nerazzurri, serrai tutta l′apertura del nido, cercai di fermare ai lati le cocche perché il vento e l′agitazione della nidiata non sollevasse lo strano bavaglio. La coppia, senza un attimo di esitazione, cominciò a svolazzare rasentando la casa pendula, con gran garrissa [7] di furore e di dolore; poi s′aggrappò alla creta tenace, più e più volte, cercando di strappare la benda perfida. Le altre rondini, già raccolte da un men fiero allarme, turbinavano e garrivano intorno alla rocca dando segni compagnevoli di consenso e di soccorso. La coppia infelice si levò e spaziò a volo fulmineo con strida di richiamo. Alcune compagne seguirono l′esempio a richiamar tutta la gente falcata e forcuta. Da ogni parte, da tutte le gronde di Prato, da tutti i fumaioli, da tutti i campanili, e dagli archi del ponte di Bisenzio, e dalle ripe murate, e da′ sei bastioni e dalle cinque porte: dalla Fiorentina, dalla Pistoiese, dal Mercatale, dal Serraglio, da Santa Trinità: e forse da un gruppo venusto di nidi color di frumento che sempre vedo nel mio sogno adornare con arte aerea la faccia del capitello angolare vedova di bronzo: da ogni parte accorsero, più o men folti, più o men radi, gli stormi. Eran mille, eran dumila, eran tremila, erano una miriade i sodali: fraterno more sodales, o mio peligno Ovidio del mio medesimo sangue ansioso di metamorfosi! M′ero rimesso a giacere su′ tegoli, questa volta supino; e miravo sopra di me tutto il mattino vibrante di ali e di gridi, di bontà e di coraggio, d′amore e di collera. A quando a quando il numero prendeva la forma di un albero, assottigliandosi fin su la rocca e dilatandosi più in alto a chioma. E pensavo essere la radice umana dell′innumerevole albero alato; pensavo che sorgesse tal figura dalla maraviglia del mio maravigliato cuore; pensavo che al battito celere de′ miei polsi e delle mie tempie corrispondesse la trepidazione incessante del volo unanime. Se credere coelo cantava largo il bronzo di Santa Maria delle Carceri: pennis et corde assurgere in auras. E sul canto disteso i gridi acuti del nero e bianco tumulto non erano le faville sonore del bronzo sacro?

Il mio orecchio di fanciullo, già attento alla esopea «conversazion dell′aria» negli arrivi di primavera e nelle partenze d′autunno, si rinnovellava in me con più d′acume abile e più di perizia ritmica a riconoscere la diversità degli accenti espressivi nell′agitato coro, a comprendere una così ricca brevità di linguaggio. L′indignazione, la compassione, il consiglio, la disputa, la proposta, la risposta, l′accordo, l′ordinanza eran significati con sì chiara prontezza che talune note mi parevan restare impresse quasi con caratteri mobili su la rigata musicale del mio cervello. Divinavo che un atto straordinario era per seguire: e l′attesa e l′ansia m′eran palpitanti alle tempie come le due alette del pètaso [8]. Più mi sforzai di comprimermi fra tegoli ed embrici, meglio m′adeguai alla spina del tetto; e più e più, per riflesso dell′alto e per aumento dell′anima, gli occhi mi s′ingrandivano e mi s′inazzurravano.

Giuro, per le vendette di Progne, che questa testimonianza è verace. Vidi una parte degli stormi assottigliarsi disponendosi in una lunga fila serrata che s′abbassò per volar rasente alla rocca donde pendeva il nido offeso. Ciascuna rondine passando beccava la benda, con l′esattezza veloce d′una giostra all′anello, d′un torneamento al brocchiero [9]. I colpi si susseguivano d′attimo in attimo. Dopo le prime prove, mi parvero meglio diretti alle cocche della pezzuola; che l′una dopo l′altra cedettero. E allora la rimanente fila sfiorò con l′ala la fascia leggera, la sollevò e l′involò col vento dell′ala, liberò l′apertura del nido, discoprì le quattro teste immelensite delle rondinette. E una saettante garrissa di giubilo e un innumerevole bagliore di petti bianchi inebriarono il mattino serafico.

Or che avrebbe potuto mai predicare il fratello del Re de′ versi alle sue sirocchie rondini? Non avrebbe potuto se non laudarle. Né, s′egli avesse fatto il segno della croce per il commiato come ′1 fece tra Armano e Bevagno, si sarebber partite le liberatrici in quattro schiere: l′una verso l′oriente, l′altra verso l′occidente, la terza verso il meriggio, la quarta verso l′aquilone. I miei stormi s′indugiavano a turbinare a felicitare a conversare a comentare, ricomponendo e discomponendo diradando e affoltando sul mio cuore il celeste albero volante e parlante. La campana di Santa Maria delle Carceri sonava a distesa, e quella dello Spirito Santo, e quella di San Francesco, e quella del Duomo: Se credere coelo – pennis et corde assurgere in auras.

Balzai in piedi; un poco vacillai come cotticcio [10]. La famiglia era aggrappata al nido, presso l′orlo dell′apertura lunga ove i quattro becchi tozzi s′erano aperti all′imbeccata del conforto.

Mi ribalenò, dinanzi alla novità dell′architetto pratichissimo e dinanzi alla mutazione inaudita dell′istinto millenne, mi ribalenò l′imagine d′una bocca rotonda che nel beatamente ridere si fosse fenduta sino a mezzo le gote e rimasta fosse così atteggiata dalla beatitudine durevole. La mia maraviglia e la mia fede parvero aggiungere un fioretto ai fioretti dell′Umbria, della Verna, della Soldanìa [11]. Tutti i nidi nuovi delle rondini pellegrine, su tutte le terre de′ lor pellegrinaggi, ridevano di quel medesimo riso. E tal providenza d′argilla mutava a miracolo il costume immutabile. A laude di Cristo. Amen.

Non avevo udito i rulli del tamburo disciplinare, intanto. Non avevo più alcuna misura del tempo; né scorgevo alcun indizio di scoprimento e d′inseguimento. Ma sentivo omai sotto i miei piedi ricominciare il tramenìo de′ cancheri, de′ pedagoghi, de′ pedanti, de′ torzoni [12]. Con una ripugnanza più tetra della stomacaggine e dello schifo, mi contraevo e storcevo come per dissepararmi straniarmi involarmi smemorarmi, quasi che le creature dell′aria avesser confitto a castigo nella mia impotenza disperata il lor privilegio irridendomi. Per non so che tempo intimo come l′infinito della favola nella credulità di chi ascolta, tanto ero io stato aeroso che non più avevo distinto il mio pensiero dal mio respiro. Ecco, e mi pareva assai men triste di me nella memoria l′otre che con una pietà irragionevole la mia infanzia vedeva afflosciarsi quando l′uomo della Maiella toglieva la bocca dalla canna del soffio e le dita dalle altre canne bucherate, dinanzi al Presepe esanime. Di molto lontano, a lembi, mi tornavano i ricordi musicali del focolare e della strada. E nella musica del mio paese e in tutta la musica del mondo io soffriva come non mai. E la volontà di fuggire era come la volontà di vanire.

Oggi, mentre scrivo per medicare il dolore e il terrore che il compagno dagli occhi senza cigli ha portato in questa fucina della mia poesia, penso che l′ora delle rondini mi sia memoranda perché in quell′ora più e più si strinse il nodo lirico annodato dentro di me: il nodo che tuttora m′affanno a disciogliere, che mi bisogna pur disciogliere intieramente per essere il grande poeta certo.

Innanzi quell′ora, non avevo io sentito dentro di me il viluppo incognito, sin dal limitare della puerizia, sin da certi avidi giorni dell′infanzia consunta?

Il mio zio diletto, quello medesimo nomato Demetrio nel Trionfo della Morte, soleva al tramonto condurmi verso la foce della Pescara e poi a destra verso il lido dell′Adriatico, quando ad accelerarmi il cuore mi bastava l′essere attento alle ombre dei pini maritimi fratelli degli olivi di poggio nell′espressivo distorcersi, e attento all′attenuarsi delle ombre nell′affievolirsi del chiarore, e attento al cancellarsi delle ombre nella sabbia che pareva suggerle come suggeva l′orlo lieve dell′onda.

Mi si accelerava il cuore, e mi si gonfiava di non segnati ritmi. E il mio parente, nell′ammaestrarmi, si agguagliava alla mia infanzia, con una triste grazia ove l′acume non era dissimile agli aghi del pino galleggianti nella spuma della maretta. M′insegnava il nome della prima stella sgorgante. M′insegnava il nome d′una conchiglia che mi pareva ascoltasse il mare come l′orecchia d′un fanciullo a me simigliante e a me consanguineo ma nato prima di me. M′insegnava a riconoscere la fase lunare dalla curvatura della falce che il pugno del mietitore celeste volgeva e rivolgeva per tagliare il vento azzurrato o la lanugine della nube pubere [13]. Sapeva dare per me una subitanea novità ai più antichi detti della nostra gente pensosa, ai più usuali adagi del nostro popolo virtuoso. Talvolta, all′improvviso, mi toglievo dal suo fianco, l′oltrepassavo, correvo un tratto avanti, senza volgermi indietro, come divenuto oscuramente indocile e ingrato.

Così più tardi, molto più tardi, essendo pieno di musiche, mi avvenne di rivolgermi contro le mie interne corde, a simiglianza di quelle figure intagliate nel luogo del riccio in sommo del manico di certi antichi strumenti, figure angeliche o demoniache rivolte verso il sonatore di viola o di violino, quasi alenanti volti del legno sonoro, della misteriosamente congegnata anima. E mi sovviene del brivido magico ch′ebbi in una sacrestia della terra sulmontina, al colmo dell′adolescenza, quando per la prima volta un parroco rustico mi pose fra le mani una viola da braccio cavata fuori da una specie di custodia ermetica; e la figura intagliata nel manico, una specie di giovine Belzebù ebro di ritmi, così mi fu viva che non soltanto mi creò le corde assenti ma al numero della regola aggiunse altre corde che l′ardire delle mie imaginazioni conobbe e tentò sùbito, non senza inaudite consonanze e dissonanze omai familiari alla mia arte non impressa.

Ecco l′opera interrotta dall′evento sinistro mentre sopra la pagina il vetro si temperava a poco a poco, quasi colorato d′un colore mattutino dal mio spirito come da un′alba più profonda di quella vera. Non ho cuore di metter le dita fra le carte, di svolgerle, di riconoscerle. Verso il fascio dei fogli, sensibile come i legni trascelti dal liutaio, inclino questo orecchio che certo aiutò Saffo ad accordare la sua cetra, e Riccardo Wagner a scatenare e a contenere le procelle della sua orchestra non classicamente domata come dal solingo Orfeo il bestiame sanguinario.

Vorrei che domani, nel nuovo giorno, la musica qui chiusa e segreta mi sembrasse avere tuttora qualche analogia con la gemmazione dell′albero nell′imminenza della primavera. Mi sembrò ieri che la musica urgesse in ogni sillaba, come in ogni gemma il turbamento della radice profonda. Mi sembrò che la sinfonia primaverile fosse presentita e annunciata.

La linea della modulazione è nelle labbra del sonatore appassionato, prima ch′egli imbocchi l′istrumento. Ho nella memoria non so che angelo di cantoria respirante l′inspirazione nella grazia dell′atteggiata bocca e del misurato fiato, mentre le dita già commosse avvivano i fóri del flauto prima di trascorrerli. Esprimo io l′inesprimibile? Spesso la mia penna latina, il fusto della mia penna scorrevole, è il càlamo: levis calamus.

M′avviene, in alcuna sosta, poggiarne l′estremità al labbro, come il dito del silenzio: non legno insensibile, ma sì capace di afflato, obbediente all′alito umano, obbediente al soffio del dio meditabondo.

O mia penna, aggiustata in una delle sette canne della syrinx di Pan disciolta dal lino e dalla cera, dislegata e sparsa! E credo averle provate tutt′e sette, nella mia arte notturna di scrivere, con tutte le generazioni di suoni originate dalle sette e sette e sette.

Come dunque lassù, lungo il comignolo dell′imbiancato convitto gesuitico, il sopruso alla mia natura poteva non apparirmi irreparabile? Disperavo di preservare dai contagi dalle infezioni dalle deformazioni da ogni sorta di falsità e di meschinità quel che in me era degno di rimanere intatto e immune, fuor della regola e fuor della legge. Vedevo sotto di me, come in uno spaccato, i corridoi le scale gli stanzoni da sgobbo e da chiasso i dormentori! i refettorii le aule le bigonce le panche, tutto quel gran seminario laicale istituito per isterilire e inaridire le più fervide semenze, quel vivaio piantato a imagine del Girone secondo per ridurre a stecchi con tosco i più vividi arbusti umani, quel convento senza celle avverso a ogni solitudine e a ogni ritrosìa, quel conservatorio di ben tollerate cattivèrie e di mal esaminate asinità, quella ufiziatura cotidiana della più obbrobriosa fra le soggezioni, della più disonorante fra le abiezioni: che è l′obbedienza per timore di castigo, l′obbedienza per desiderio di premio: l′obbedienza costretta.

Poi, discendendo verso la gronda in facciata, vedevo giungere strasciconi per la via di fronte e per la piazza la pretarìa degli insegnanti; distinguevo il gesto abituale della mano alzata a contener lo sbadiglio ch′era per convertirsi in biascicatura d′insegnamento, in noia di parolone e di parolozze rigonfiate per anni ed anni senza divario; riavevo nell′orecchio il continuo stonìo di ciascuna voce, gli impacci della pronuncia, le cadenze stucchevoli, gli intercalari sazievoli, le lungaggini sonnifere, i vecchiumi e i tritumi topici rugumati senza fine. La dottrina imparaticcia era nel loro cranio pronta alla presa fra indice e pollice come il tabacco da naso nella tabacchiera d′osso o di bosso. La serie de′ loro giudizii e pregiudizii non superava in pregio la fila dei bottoni a globetto ordinata fra il collarino e l′orlo della gonnella talare; né l′ampiezza del più ampio fra i lor pensieri avanzava quella della chierica sul cocuzzolo grattato. «E consegnerò dunque domattina al mio grassotto prete de′ Bocchineri il mio componimentuccio sul tema insolito?» pensavo, in un ritorno di risa che non eran più quelle dell′alba. Nil maiores nostri liberos suos docebant quod discendum esset iacentibus.

Era l′ora della scuola, l′ora delle prime lezioni. La pretarìa arcigna entrava nell′atrio, passava sotto il segno della Cicogna, si affrettava a occupare le bigonce, fra il crocifisso e la mappa, fra la tabella delle Radici quadrate e la lavagna «pietra del paragone de′ cervelli».

In quel punto udii Cice bociare di sopra i tetti. Mi volsi, e riconobbi il capo di bue nel vano della mia finestra senza graticola; vidi fuor del vano le braccia furiosamente dimenate verso me tetràgono; attesi che la furia balzasse dal parapetto e cercasse di raggiungermi. Ma periglioso era il balzo, e non men disagevole il tramite; cosicché ridendo mi tenni sicuro che da quella parte alle vociferazioni e alle gesticolazioni goffe non era per seguire l′affronto. Pensai che, discorato dalla mia incuranza, il Contraggénio di Perétola non potesse altro fare se non correre a denunziarmi, se non sostenere le prime smanie del finto Matteo Buttafuoco, se non ricevere ordini bislacchi per la cattura, se non traccheggiare confondersi indugiarsi, infermiere e carceriere sempre oscillante fra il serviziale e le manette. La strategia della monelleria mi occupò scacciando l′angoscia; mi rischiarò la fronte, mi acuì la vista, mi sveltì le gambe. Avevo tutto il tempo di confermare il mio disegno, di studiare i luoghi, di scegliere il punto strategico; e perfin di occhieggiare le belle nuvole giovinette che salivano da dietro le spalle di Monteferrato, a borea ponente. Come poteva mai aver ragione della mia mobilissima audacia quel balogio bischerume seditore, quella genìa sedentaria dalle lacche adese alla ciambella, che di Benedetto Varchi e degli altri Citati non avea comentato in carne se non un passo a proposito? «La paura è una trepidazione, e vogliamo dire spavento della mente, per cagione d′alcun pericolo, o presente, o futuro. La paura è un′oppenione...» L′ilarità mi ritornava a squassi, a buffi; mentre vedevo scomparire dal vano della finestra il capo di bue e mi fingevo l′infiochito muglio della denunzia e la prima «interghiezione d′indegnazione» de′ maggioringhi, il borbottìo a poco a poco ingrossato dall′enfasi e mutato in subbuglio, la notizia propagata per gli anditi e per le aule di panca in panca, la susurrante allegria de′ cancheri, i loro occhi distolti dal libro e tutti levati al soffitto con lo sforzo lìnceo di trapassare e di giungere a scoprire l′eroe dìscolo sopra i tetti...

Tenevo sotto i calcagni la scolaresca occhiuta, la greggia che avea cessato di belare declinazioni coniugazioni aoristi attivi passivi medii, non per rovesciar panche e bigonce come a un segnale di rivolta ma per riporre la penna dietro l′orecchia ceruminosa e stropicciarsi le mani sporche d′inchiostro. M′infastidiva quella specie di gloriuzza funambola che, venendo di giù, pareva fumicare tra gli interstizii degli embrici. Ero una sommità solitaria e inarrivabile. Ero pacato e intento, senza ombra di millanteria verso altrui né verso me, dissimulando a me medesimo l′orrore di una necessità non evitabile se avessi dovuto compiere il mio proposito dichiarato, eseguire la mia deliberata minaccia.

L′esplorazione de′ luoghi mi accertava che il corpulento e lento birro non aveva se non un varco per escir sopra il tetto a tentare di riammansarmi o di riacchiapparmi: un abbaino riserbato al servigio dei racconciatori di tegoli, al passaggio de′ gatti tettaiuoli.

Or la latinàggine del mio prete in bigoncia non si sognava, di certo, che per accrescitiva diligenza io avessi desunto da quel suo medesimo Seneca un tema ben più temerario – Extrema tegula stat – e fossi per isvolgerlo co′ piedi: pedibus firmis, senza offesa della metrica. Il mio punto strategico era infatti l′orlo del precipizio, l′estremità della gronda. Avevo esplorato la resistenza terminale, provato in me la persistenza di quella immunità dalla vertigine che fece così candidamente rischiosa la mia fanciullezza apparentata al gallo del mio campanile e alla testadimoro del mio trabàccolo. Avevo osservato in quel tratto di dóccia un po′ di polviglio, un po′ di terriccio, qualche filo d′erba, qualche fogliuzza macera, e uno scheletrino d′uccello.

Ma quanto eran belle e cortesi le nuvole che da Monteferrato crescendo e splendendo già raggiungevano il colmo del cielo! Apparivano come opere d′arte foggiate dalla improvvisa fecondità diversità celerità d′un artista giovenile che avesse studiato nelle officine dei Ciclopi, nelle più antiche officine pelasgiche, sotto i maestri fonditori di Samo, sotto i maestri saldatori e congegnatori di Chio, nelle scuole doriche del Peloponneso, nella scuola di Egina, e anche nella scuola d′Atene, e anche in quella di Pergamo, e anche presso i coroplasti di Tanagra e di Mileto e di Minna e di Tarso, ma ricevuto avesse dall′Etereo il potere di scuotere da sé tanti secoli di studio, e il dono di serbare per sempre la sua giovinezza d′alunno. Ben io mi ricordavo del suo nome sconosciuto, non compreso nel Pinace pelasgo, non nella Rosa italiana. Tra Léuco e Apeliote, tra Ornitio e Argeste, egli si chiamava Nefeloplàste: « Кο. Gli altri Vènti, se effigiati, nel soffio mostran le gote così gonfie che muovono a riso. Ma egli mostrava la faccia d′un bel pastore cerulo attenuata dall′arte del canto come quella dei gareggianti siracusani; e le sue palpebre erano immote e le sue labbra eran composte mentre le sue mani infaticabili creavano la mai veduta bellezza di alcuno de′ suoi cieli nuvolosi.

«Che la fa qui, signorino mio bello?» Da una nuvola divinamente adagiata come il Cefiso nel frontone occidentale del Partenone mi volsi alla melliflua voce del birro apparito nell′apertura dell′abbaino; e risposi, inspirato da Nefeloplàste: «Koρυβαντιάω». Ero a men di due passi dalla gronda.

Egli tentennò il capo di bue bonariamente, con un suo sorriso fra il trasecolato e l′incantato. E anche una volta, come in tanti altri casi, riconobbi ch′io gli facevo una sorta di malia forse non lontana da quella di certe serpi leggiadre che impastoiano la bestia bovina nella stalla sordida.

«Ma che si gira! Fa certi estri! Qui da più che cent′anni o dugento una diavoleria simile non s′era mai vista; neppur per ombra. Il general Cicognini con tutta la Compagnia di Gesù si dev′esser rivoltato sottosopra. La dica, sor Gabriello: non s′è noiato ancóra? Basta. La venga via col suo Cice. Tutto s′accomoda. Fra poco rulla il tamburo per il refettorio.»

Palesemente, m′era fatto non il ponte d′oro ma il ponte di zucchero candi, pur che rientrassi «nel bell′ovile ov′io dormii agnello»!

Quella volta più che altra mai mi riconobbi balestra a petto, eccellentemente costrutta e caricata a perfettissimi quadrelli, tanto lo scatto della volontà fu pronto. Come il Contraggenio si curvava per porre il piede su la soglia di pietra contigua alla prima fila di tegoli, io con ferma cautela posi tutt′e due i piedi sul tegolo estremo: extrema tegula steti. Vidi il buon birro applicator d′empiastri farsi smorto e coprirsi gli occhi con le palme in un moto di orrore. «Per carità, per carità, si levi di lì! La supplico, mi metto ginocchioni.»

«O Cice,» gridai senza muovermi dal punto «o Cice, copriti pure gli occhi ma stùrati gli orecchi. Ascolta. Se tu osi avvicinarti a me, se tu osi porre la mano su me, io mi getto giù di stianto; e non so ancóra se mi piaccia aggrapparmi a te e trascinarti meco. M′intendi? Rientra nell′abbaino, e ritorna a chi ti manda, sùbito. Per la finestra senza graticola io rientrerò nella mia carcere, solo, non costretto, nell′ora del segnale per la Cappella e per la Cena o del Silenzio e del Riposo. Fino a quell′ora nessuno si ardisca di venire a noiarmi. L′accoglierò come t′ho accolto; lo tratterò come ti tratto. Hai inteso? Sparisci sùbito. Di qui, sempre di qui, ritto, io dico: Uno, due, tre!»

Il capo di bue, tutto bianciardo come se avesse bollito a stroscio nel paiuolo, senza fiatare scomparve per l′abbaino, si dileguò, andò a fiutare l′aceto de′ sette ladri. Io mi mossi, m′appressai all′usciuolo, trovai la chiave nella toppa di dentro, la tolsi, serrai di fuori; e me la tenni, mastia com′era, per fare il paio con la comunella del Carmagnino. Mancò la cerimonia dell′inchinevole offerta in sul piatto d′ariento, ma quella era ben la chiave dell′espugnata signoria.

«Optime» mi dissi con parca lode. «Come premio, ti concederai di andare a rivedere i quattro rondinini, là, nel riso d′argilla, nel nido miracoloso del tuo fioretto non tramandato.» Confesso che allo sforzo della tesa corda succedeva entro di me il sollievo dell′allentamento; e, dopo la disfida alla morte ignuda di creazione, una selvaggia avidità di vivere, una quasi rabida [14] bramosia d′offrire alla mia fame un canestro di frutti appena colti, una brocca d′acqua diaccia alla mia sete. Affogavo di sete, morivo di sete. Pensavo alla voluttà delle rondini che entrano con tutto il petto nell′acqua inseguendo gli insetti acquàtili, e s′abbeverano in voi radente imitando i sassi scagliati a rimbalzello.

Le quattro testine nerazzurre sporgevano in fila tuttavia dalla fenditura, immobili. La coppia volando in caccia non si dilungava dalla rocca del camino sicura. Appressandomi, sentii novamente sul mio capo stridere il vetro arido dell′aria rigato dal diamante fuggitivo. Non so perché, lo stridore e l′ombra guizzante parvero accrescere il bruciore della mia gola, esasperare il mio supplizio; ma non toccarono l′anima, non rinnovarono l′incanto della prima ora, non mi ridonarono la fresca trasparenza primiera. Ero come deluso. Il nido non m′arrideva più. Non più la maraviglia del mio maravigliato cuore ingrandiva il portento. Non più i miei pensieri si disperdevan nel gioco ribalenando a gara con i bagliori dei candidi petti. Non sapevo più leggere nelle apparenze; e avevo un inquieto bisogno di leggere dentro di me, nel più profondo di me. Qualcosa di grave m′era avvenuto nel più profondo, qualcosa che mi valeva come la rivelazione della mia natura vera, della mia vera sorte. Ritornai a capo chino verso il luogo della mia  prova, laggiù, tra l′usciuolo e la gronda. E anche quel luogo non ebbe più il medesimo aspetto. L′ansia di vivere continuo nella novità dello spirito e dell′evento era dunque il mio divieto di tregua e di pace, il mio divieto di sosta e d′indugio? In quel punto cominciava a determinarsi quella sentenza che doveva rimaner sospesa su la mia prima giovinezza e su la seconda, e certo più oltre, e certo insino al trapasso: la spada a due tagli, il dilemma affilato: «O rinnovarsi o morire.» Ma il senso della novità è tanto più breve e più cadevole quanto più lo spirito è vorace. La novità di vita richiede la rinnovazione rischiosa non d′ogni dì ma d′ogni ora, ma d′ogni attimo. Vivere per creare è un precetto men grave dell′altro, inverso: creare per vivere. Nell′ordine dell′azione interiore, nell′ordine dell′alta illusione che si genera tra i sensi e gli esperimenti, l′anima dedita alla dea dalla fronte velata e dalla tunica lunga non deve mantener vivo il fuoco sacro né conservare intatto il suo vóto, ma deve di continuo riaccendere il fuoco che si spegne, di continuo riprodurre il pregio del dono che si dona: voti munus, muneris votum. Il possesso ideale del mondo non comporta il rimpianto dell′epitalamio saffico, non la malinconia dell′intervallo, non il dubbio nella potenza inesausta del «gran sentire e fiammeggiare» – secondo la parola di quell′asceta italiano che scambiava la Volontà all′Amore, l′Amore alla Volontà.

Laggiù, in quell′estrema tegola che per gioco avevo chiamata «il mio punto strategico», ora vedevo una scolpita figura della mia volontà. Il mio atto forsennato e lucido si disegnava già fuori di me; non più m′apparteneva, compiuto; discordava stranamente con l′impulso che l′aveva mosso. Non v′era una causa eroica che lo sostenesse. Il motivo che l′aveva spinto non valeva più d′un capriccio puerile. Ma valeva altissimamente in me la sincerità della mia risoluzione, la certezza d′aver messo a repentaglio la vita su l′orlo vero del precipizio, per nulla, per ben poco, per dispregio alla trivialità altrui, per vampo del mio orgoglio. Tutto il resto impallidiva e spariva, come la faccia del birro. Rimaneva la volontà intrepida, là, esternata come una figura, espressa come un esempio. Rimaneva in me la consapevolezza del possedere una volontà di tal tempra, e l′aspirazione generosa alla causa bella, e il crudo amore della solitudine. Che segno m′era omai quella brutta chiave non atta ad aprire se non un piccolo uscio servile? La presi; e, sollevando un tegolo, la seppellii. Avevo, da quell′ora, un′altra chiave, invisibile ma irresistibile, per tutte le porte incognite: custodite e incustodite.

Ero incapace di meditare, incapace di rischiarare e di noverare le tante altre forze oscure che mi travagliavano. Non so da quale lontananza, non so da quale origine mi venisse un atteggiamento che solevo prendere come per contenere e costringere la pienezza del tumulto, nelle ore estrose. Risalii verso il colmigno; e mi sedetti, circondando con le braccia le ginocchia sollevate fino al mento, incurvando la schiena, piegando la nuca, quasi del mio capo facendo coperchio al serrame delle mie ossa. Era bello nella levità del digiuno sentir pullulare la vita, come in una di quelle urne coricate che figurano le sorgenti perenni. Era bello non derivarla non deviarla non condurla non disperderla ma saperla nascosta e intiera, misteriosa e intiera. Non più avevo cura delle rondini, delle nuvole, dei rumori sottostanti, delle voci lontane, di quel che accadeva, di quel che poteva accadere. E a poco a poco l′arte del sogno cominciò a insinuarsi nel folto delle forme senza nome. I grandi spazii che avevo dentro di me cominciarono a distendersi intorno a me, davanti a me, non segnati da alcuna via, da alcuna mèta. Chiusi gli occhi; smarrii la certezza dei luoghi; scordai la carcere, scordai la fuga. Solo rimase in me il senso dello spazio, il senso indefinito dell′orizzonte, del cerchio massimo, dell′ultimo termine. Non avevo da scegliere un cammino, non un cammino da seguire; non avevo davanti a me il bivio come emblema solenne, dove un giudicatore canuto fosse «a far l′alta separazione degli eletti da′ reprobi». Ma nelle ginocchia sollevate e abbracciate, ma in tutto il corpo rannicchiato e ristretto, dai piedi congiunti al collo curvo, sentii l′impulso di sorgere e di camminare.

Allora il mio nome fu pronunziato, fu gridato. Il piccolo uscio servile fu battuto. Sùbito mi levai; e in quella prima riscossa non chiara un movimento d′ira prevalse. «Chi chiama?» Era Dario.

«Che vuoi?»

«Vederti. Aprimi.»

«Non posso più aprire.»

«Perché?»

«Non voglio.»

«Aprimi. Che follia t′ha preso?»

«Lasciami con questa follia. Vattene.»

«Ti porto qualcosa da mangiare.»

«Non ho fame.»

«Ti porto da bere.»

«Non ho sete.»

«Sono mandato per parlarti.»

«Un parlamentario basta. L′ho respinto.»

«Ma sono io, sono Dario.»

«Addio, Dario. Vattene. Me ne vado.»

«Ascoltami! Ascoltami!»

«Mi conosci. Non parlo due volte.»

Rimontai sul colmigno, allontanandomi. Un′avversione insuperabile mi separava anche dal compagno diletto, mi disamorava dall′amicizia, m′induceva a considerare l′amicizia come un vincolo da abolire. E si palesava in quella durezza improvvisa un altro de′ miei rilievi più risentiti: la ripugnanza all′aiuto, al sostegno: quella che nell′infanzia costantemente, quando cadevo, mi dava l′impeto di respingere la mano tesa a rialzarmi, perfin la mano più cara.

Anche la vicenda del cielo si cangiava. Soffii tiepidi e freschi, umidi e secchi a volta a volta mi passavano sul viso. Il volo delle rondini si faceva sempre più basso. Dalla parte di Monteferrato veniva un rombo rotto come se le macine di granito e i massi di serpentino rotolassero e precipitassero. Le opere della bellezza erano difformate o cancellate come da una barbarie soverchiante. Addio, Nefeloplàste, modellatore senza peso, che repente sapevi convertire in una sostanza labile e fulgida tutti i marmi adunati nella valle dell′Alfeo! Pareva che succeduto gli fosse un barbaro gonfiatore di otri. S′accumulavano e s′infoscavano le nuvole. Si freddavano nella mia bocca riarsa i soffii, d′attimo in attimo più distesi e più gagliardi, con un sapore d′acqua piovana.

Allora novamente l′anima mi fu rapita dalle cose, mi fu dispersa nell′ansietà della bufera. La sete mi fece simile a sé, mi fece simile al suo bruciore, non mi lasciò niente altro, come quando nel deserto nulla più vale fuorché la polla da scoprire o la cisterna da raggiungere, come quando tutto il sangue ispessito non vale una gocciola d′acqua. Le nuvole s′addensavano e s′abbassavano così che io mi tendevo con l′illusione febrile di raggiungerne una, di afferrarla, di tirarla, di pigiarla come le mani dei sitibondi pigiano l′otre non abbastanza pieno per tanta sete che un fiume non estinguerebbe.

Nel primo mattino l′albero volante e parlante delle rondini non aveva dato al mio petto il respiro della vastità che il mio desiderio perdutamente dava alla mia gola aperta. Era come il mio respiro di Montalbano, l′alito pànico della mia sensualità e della mia poesia, capace di trarre a sé uno spazio più ampio di quello che la vista avea percorso. Fra le più distanti nuvole cerulee distinguevo dal grado del colore la più acquosa, la più pregna di nembo; e colorata l′umidità mi scendeva ai precordii. Una pausa del vento mi rendeva piano e liscio come una lastra esposta alla prima gocciola. Un saettìo nero di rondini fuggiasche mi trasmetteva lo scroscio lontano affrettandone il sopraggiungere. Così m′era la sete un tormento plastico, una specie di follìa mimetica che somigliava all′inizio d′una metamorfosi della Meteora.

O annunzio e attesa, patimento angusto, dominio ampliato di là da ogni limite! Repentino si rovesciò il nembo, come la massa della cataratta che di sùbito s′apre e inonda. Mi sentivo già tutto fradicio, prima d′inumidire l′arsura della bocca, prima di raccogliere la misura d′un sorso. Tenni la faccia levata per bagnare le labbra; e le occhiaie pigliavan più acqua che le labbra. Mi chinai; mi stesi lungo sopra i coppi, mi adeguai tutto ai rìvoli che già ingrossavano correndo verso la gronda; posi la bocca nel filo mediano degli embrici, con un′accortezza ferina usando la lingua a sceverare il tritume e il sudiciume mescolati al rovescio, senza schifo io tanto schifiltoso. Aiutandomi con le mani e co′ piedi scivolai sino alla gronda; cercai di aggiustarmi per avanzare il capo. I capelli m′eran tanto zuppi che per le gote mi bagnavan la commessura delle labbra, ma pur anco mi rempievan gli orecchi. Sporgendo alfine la faccia, vidi che la gronda s′era lavata e mostrava il metallo netto. I rìvoli parevan men torbidi. Col rischio mi cresceva la destrezza. Prima adoperai la lista di lino che m′era servita a imbavagliare il riso d′argilla; tuffai e suzzai, inzuppai e spremetti. Ma l′acquazzone aumentava di veemenza e di piena. Mi sentivo come in punto d′esser travolto dal torrente. Il torrente m′entrava giù dalle gambe fino alla schiena, mi guadagnava la pelle come se fosse per trarmi dalla trista spoglia e selvaggiamente nudarmi. Ma passandomi sul corpo l′acqua non mi spegneva la sete, non mi dava la gioia del lungo sorso che dall′ugola sembra colare insino al calcagno. Fissai le punte de′ piedi a un rilievo scabro, che non sapevo se dietro di me resistesse. Tenendo l′antibraccio sinistro serrato contro il petto prono, cercai di pontare con sicurezza il gomito. Avendo riconosciuto l′impossibilità di bere a giumella dalla dóccia di latta come dalla fonte di Bandusia, ebbi liberato il gioco del braccio destro per prender l′acqua nel cavo d′una sola mano. Com′è bello sentire nella lucidità del coraggio, all′orlo del precipizio, gli spiriti dell′accortezza misteriosamente istruire e condurre senza fallo i giovani muscoli che si accorgono di appartenere a un giovine animale! Il rìvolo era tanto gagliardo che mi disperavo di non poter bere a garganella, di dover bere «a zinzini» come soleva ammonire nel refettorio l′istitutore ciano. Ma, quasi che nel fradicio mi si agevolassero le giunture, ebbi modo di portare la mano alla bocca seguitamente con tanta frequenza che d′un sol cavo feci una giumella [15], imitai la continuità del sorso lungo: prima che il zinzino scendesse in gola, l′altro zinzino [16] era già alle labbra. M′arrestai per alcuni attimi come a interrogare la mia sete, e a considerar la saldezza del gomito manco. Se fossi scivolato giù, avrei creduto di bere volando come le rondini, a rimbalzello sul nembo e su la nembosa morte. Rispondendomi la sete non essere in tutto spenta, ripresi la bevuta acrobatica. Poi, con eguale scaltrezza strisciando in dietro, mi ritrassi incolume; mi soffermai respirando nel diluvio come quando nel mio mare dopo il lungo tuffo risalivo a galla; eseguii da maestro un movimento girevole verso l′alto, a simiglianza della lancetta d′un oriuolo: mettiamo, di quel tanto famoso oriuolo fatto da Lorenzo della Volpaia in ripa d′Arno. Da prono mi rivoltai supino. Mi ritrovai presso il comignolo, secondando col corpo il pendio de′ tegoli e de′ rìvoli, con la faccia alla sferza della pioggia, macerato non come un fascio di canapa o di lino, sì bene come un abile fascio di vimini. Ma mi sentivo tanto felice d′una divina bestialità che mi rimisi a ridere finalmente, per disdegno della similitudine vegetale, preferendo esser magari una lontra o un bevero [17] di gronda. Ridendo ripensai la crudele parodia dell′Inferno scritta da me e da Gian di Luni a castigo di cancheri e di pedagoghi; e due versi danteschi bagnai dicendoli ad alta voce con labbra forse già lividicce: E come là tra li Beoti lurchi – Lo bevero s′assetta a far sua guerra...

La mia guerra non era finita, era anzi nel colmo. Mi bisognava senza indugio fare una nuova invenzione, ricorrere a uno stratagemma tacito. Veramente ero fradicio sino alle midolle. I miei panni zuppi mi facevano aderire al tetto ostile, come quelle gromme ravvivate che per tutto maculavano i coppi bruni e li rendevano molto più sdrucciolevoli. Insofferente della sferza incessante che battendomi le palpebre mi faceva dolere gli occhi, da supino mi rivoltai prono e con una mossa di bevero montai sul colmigno; mi stesi per lungo; poggiai i gomiti, e rialzai tra le palme la fronte stillante, in atto di meditare, come un epitagmarco [18] di Alessandro, come un capo di falangi macedoni (in dispetto di Dario?) che dopo la vittoria di Arbela studii il guado dell′Euleo e l′entrata nella pianura di Persepoli, standosi unto di olio sopra una muraglia di Susa straboccante di dàrici d′oro [19].

Meglio esser unto di ginnasiale oliva che fradicio di acqua a flagello. Avevo voglia di strapparmi i panni da dosso e di gettarli alla bufera. Ogni raffica me li diacciava sul nudo e mi dava i brividi.

Allora, disperato di trovare uno stratagemma valido, tolsi dalle mie tempie le palme; e, piegando la gota contro il braccio destro disteso innanzi mentre il sinistro più indietro per caso era contratto, mi accorsi di aver preso l′atteggiamento mio favorito di nuotatore. La sofferenza e la stanchezza mi ammansarono, mi fiaccarono la volontà d′insorgere e di lottare ancóra; mi volsero l′anima alle imagini della mia terra lontana, della mia casa lontana. Chiusi gli occhi, stillanti come se lacrimassero; e non cangiai l′attitudine, che mi persuadeva il sogno marino. Non ero più sul comignolo inviso ma su la chiglia d′una paranza capovolta, nell′Adriatico; e stavo per gettarmi a nuoto senza darmi pensiero dei naufragio, avendo avvistato una frotta di delfini miei familiari che rilucevano dalle schiene curve a ogni salto. Dopo aver nuotato a lungo, mi prendeva il freddo. Sbracciando con più vigore, riguadagnavo la spiaggia. Con una maravigliosa voluttà mi rotolavo nella sabbia affocata, mi seppellivo nella sabbia cocente.

Apersi gli occhi. Cominciavo a battere i denti. La pioggia continuava a flagello. Guardai, co′ cigli acquosi, la finestra della carcere senza graticola. Cercai di rialzarmi in piedi; ma il passo era difficilissimo su per i coppi ingrommati e inondati. Due o tre volte sdrucciolai, con pericolo di raggiungere per l′ultima volta la dóccia e di saltare oltre. Strofinandomi un ginocchio pesto, mi misi a ridere della mia disavventura che da buon marinaio d′Abruzzo non attribuivo se non al malocchio di Matteo Buttafuoco. «Dove sono i miei delfini super aequora curvi? Se casco giù da questa maledetta chiglia, senza il lauro e senza la cetera di Arione, è certo che non trovo nel piazzale della Cicogna un delfino salvatore, e neppure una barella!» Dovetti rassegnarmi a far di nuovo il bevero dantesco, camminando con le mani e coi piedi, beffandomi di quel glorioso ribelle che nel primo mattino sul tetto non esplorato si reggeva sempre in equilibrio. Avevo nell′orecchio pien d′acqua la voce nasalissima del mio prete che volgeva a scherno la parola sacra: Sic transit gloria mundi. Scuotere il capo per vuotar gli orecchi ingombri, come nell′uscir dal mare verso la sabbia ardente, mi faceva dolere il cuore.

Il malessere e la stanchezza estrema attutirono l′intimo tumulto, mi velarono perfin l′aspetto della carcere. Al parapetto, dond′ero balzato con sì agile arditezza, m′inerpicai con uno sforzo penoso. Rientrai. La cella era deserta; l′uscio era chiuso; l′inferriata divelta era poggiata al muro. Il finale sussulto della mia energia mi consentì di smuovere il ferro e di ricollocarlo contro l′uscio. Né so com′ebbi la forza di strapparmi da dosso i panni molli che s′eran appiccati alla pelle; né so com′ebbi la forza di asciugarmi almen la faccia. Mi distesi nella branda; mi avviluppai nelle coperte di lana color di cenere; mi rannicchiai; ricevetti il colpo di clava nell′occipite dal sonno fratello della morte.

Come escii dal fondo del nero sonno, non so dopo quanto tempo, nell′atto di stirarmi a dirompere le membra indolenzite sentii l′impedimento. Per le braccia e pe′ fusoli delle gambe ero legato ai ferri della branda con una fune, ignudo! Non potei tenermi dal ridere nel buio, tanto mi parve grossa la stupidità del martirio. Per l′uscio socchiuso Cice sporse la lampada accesa e il suo capo di bue ricolorito; e disse: «Si sveglia ridendo. Buon segno!»

«Rido, o bue, perché m′hai consacrato martire e m′hai dischiuso il regno de′ cieli.»

«Gli è stato quel bischero del censor Bereni, non so come diàmine lo chiamate voi» rispose Cice appressandosi.

«Bischero Buttafuoco appunto. Ma chi m′ha legato?»

«l′ho dovuto ubbidire. La dormiva sodo, sino al giorno del Giudizio. Neppure un sospiro!»

«Tu sei un birro, un chiappino [20], un ciàffero [21]; ma non se′ buono né a chiappare né a legare. Io, oggi marinaio d′acqua piovana ma in altri tempi marinaio d′acqua salatissima, conosco un nodo che appunto si chiama birro come te, quando si naviga: formato a braca, così che l′occhio di un doppino entra nell′altro...»

«Ma la mi faccia il piacere» interruppe il canzonato.

«Quel Buttafuoco della papalina non ha imaginazione, orbo balogio [22]. Io t′avrei ordinato di legarmi alla graticola come san Lorenzo. Chi di ferro fere di ferro pere.»

«La non mi canzoni, ch′io le voglio bene. La venga via con me.»

«Dove?»

«La venga all′infermeria, dove c′è tutto, per mutarsi, per bere, per mangiare, per riposare fra due lenzuola. Vedrà che le scoppia una febbre da cavallo.»

«Da leone. Ora ti faccio vedere come mi slego.»

«La venga via, sor martire tettaiuolo [23]. La si lasci slegare da Cice.»

Fui slegato. E il Contraggenio forzuto volle portarmi su le braccia avvolto in una coperta di lana. Nell′infermeria ebbe di me ogni cura; mentre i piccoli malati susurravano e parlottavano e mi nominavano, nelle stanze attigue. Dal bagno passai al letto. Come il figliuol prodigo, fui pettinato stropicciato abbeverato rifocillato.

A sedere nel letto, col busto rialzato dai cuscini dietro la schiena, non senza malinconia e svogliataggine mangiucchiavo, di sopra a una tavoletta acconcia, quando vidi Cice volgersi verso l′uscio socchiuso per dove s′insinuava qualcosa come un′ombra timida.

Incerto domandai: «Chi è?»

«Il su′ compagno» rispose l′infermiere a bassa voce.

Dario singhiozzava a piè del letto, col viso nascosto fra le palme.  Dario è ancor là, seduto di contro a me, con un viso disfatto che somiglia a quello di quella sera come un giovine dolore ardente può somigliare a un dolore invecchiato e umiliato. Il ricordo della terza fuga, che rivive in me con sì robusti rilievi, non gli riappare se non come un gaio rischio, se non come una tremenda fanciullaggine, nelle mie parole interrotte che non mai alludono al profondo evento interiore, all′intima rivelazione, all′intimo acquisto.

«Ritornando nella camerata – te ne ricordi? – ritrovasti occupato il posto vuoto del povero Stuardo di Modena» dice Dario anche una volta, con la bocca convulsa, con la voce tremante, con non so che di colpevole e d′inconfesso in tutto l′aspetto. «Nel posto non vollero metter me, cambiandomi, per timore della lega. Misero uno che aveva la lisca in gola ed era sospettato di far la spia: quello delle ferriere di Cutigliano.»

Novamente mi stringe l′angoscia oscura. Nella dissimulazione soffrendo, rispondo con leggerezza affannosa: «Dimentichi che per ingraziarsi me e te aveva trascritta e appiccata alla sua scansìa la notizia storica che si legge nel Palazzo pretorio di Cutigliano: Al tempo di Giovanni Filippo di Mario Bonaparte di San Miniato Capitano della Montagna dal 1742 al 1745. E, quando rientrai nella camerata, mi salutò col nome d′un de′ due condottieri nativi del suo paese arditissimi: – li capitan Mattana! – E diede a sé il nome dell′altro: Il capitan Santuccio, con la lisca.»

Dario non si rischiara, non sorride. Balbetta: «Pochi giorni dopo, quando si sparse la voce che per la tua condotta ti avrebbero espulso, accadde il furto della grammatica...»

«Ma come sei strano, Dario! Sembra che il fatto della mia grammatica ti sia rimasto più impresso che il fatto della mia gronda.»

Egli si rovescia da un lato su i cuscini del divano, premendosi il fazzoletto su la bocca, straziato da un nodo della sua tosse mortale.

«Dario! Dario!»

Non riesco a comprendere la sua insistenza dolorosa in quell′episodio volgare ed estraneo. Il nuovo vicino di scansìa, alunno della mia classe, di poca statura, bleso, obeso anzi tempo, con due occhi vitrei tanto chiari che l′iride pareva stinta e quasi cancellata, era diverso dal suo predecessore ma della medesima specie misera e degenere. Il breve spazio tra la sua tavola e la mia rimase per me occupato dall′inquietudine e dalla tristezza, come nella stagione del piccolo re oltraggiato che teneva dentro il cassetto il topo bianco dagli occhi rossi e dalle zampine nude. Ora avvenne che un bel giorno io non trovassi più tra′ miei libri la lodatissima e omai rarissima Grammatica del Padre Salvadore Corticelli: Regole ed Osservazioni della Lingua toscana, ridotte a metodo per uso del Seminario di Bologna – 1745. Era caro ai miei studii minuti specialmente l′ottimo libro secondo Della costruzione toscana. Inutilmente la cercai, ne dimandai con ogni premura a′ miei vicini. Ma Gian da Luni osservò un lieve rossore sul viso gialligno del bleso di Cutigliano. Cogliendo l′ora della ricreazione in cortile, quando la stanza dello sgobbo restava deserta, si mise a rovistare nello scaffale del «Lisca della Lima»; e trovò, ben nascosto in fondo al più alto de′ palchetti d′asse, il libro involato. Lo lasciò nel nascondiglio, per incrudire la scena dell′accusa. Senza indugio, quando gli alunni furono rientrati tutti, accusò il ladruncolo, lo svergognò, lo confuse; montando sopra lo sgabello, tirò fuori dal fondo del palchetto il volume; porgendomelo disse: «Non è questo?» Io dissi: «Non esser crudele, Aronta. Comprendi e scusa l′amore della Costruzione toscana in chi nacque là dove Filippo Pananti e Giuseppe Tigri respirarono la purità dell′aria e della favella, dove Niccolò Tommaseo si beò nel canto della Beatrice di Pian degli Ontani.» All′ironeggiatore l′ironia. Ma chiudevo dentro di me una tristezza ben più aspra di quella che avevo già patita dal compagno scomparso quando s′asciugava in silenzio la guancia molle e smorta col gesto e con lo sguardo della fissa demenza. È proprio vero che non v′è in terra luogo più orrido di quell′orridezza che in certi attimi può storcere un volto umano. Dopo vent′anni e più, ecco che mi riappare atrocemente la faccia del confesso, innanzi ai cancheri senza pietà, pallido e boffice come una vescica di sugna, scilinguato nell′affanno del mentire, con quella lisca ridicola che lo strozza, con quegli occhi tondi che sotto il battito delle palpebre sembrano sciogliersi in acqua come due acini d′uva bianca pigiati. Dopo vent′anni e più, quel povero capitan Santuccio s′appaia nella mia pena col reuccio scialbo che non finisce mai d′asciugarsi il vituperio dello sputo su la gota che non finisce mai d′afflosciarsi.

Balzo in piedi. La stessa angoscia mi volge l′anima e lo sguardo all′un de′ due Prigioni che Michelangelo aveva scolpito per la sepoltura interminabile della sua propria infelicità: al Giovine che inarca il braccio sinistro sul capo e posa le musiche dita dell′altra mano sotto la zona del petto, bello come un Orfeo che abbia infranto la pèttide [24] e sia rimasto in su la porta dell′Ade a sostenere con la sua deserta bellezza il dolore di tutti i perdimenti. È presso il cembalo. A′ suoi piedi la maschera funebre dell′eroe dalle nove sinfonie sta sopra un velluto d′Italia rosso, che serba il suo proprio fuoco da più di quattro secoli.

«Vieni, Dario. Lèvati. Vieni a bere una tazza di tè dove in su quest′ora io la bevo: sopra la tavola del mio lavoro. Andiamo.»

Lo aiuto a levarsi, quasi brusco. Non lo guardo. Conduco una disperazione che agonizza nel non sapersi confessare. Indovino che andiamo entrambi a un supplizio inevitabile. «Ecco, qui io lavoro quindici ore, diciott′ore di séguito, ogni giorno. Tra le belle pàtine ve n′è una molto rara, che non è prodotta se non dall′assiduo calore del cervello. Prima di me, questi legni non eran tanto ricchi.»

La stanza è rivestita d′un legno corale di sacrestia. Due vasti leggìi a muro, provenienti da Santa Maria Novella, fiancheggiano il camino. Sorge nel mezzo uno stupendo leggìo da coro, trovato nel Senese a miracolo: veramente il più sensuale piacere ch′io m′abbia nella mia casa composa a mia simiglianza, la più saporosa delle dovizie simoniache ancor calde di officio divino: materia ambigua tra il legno dell′Occidente cattolico e il bronzo dell′Oriente estremo, d′un indicibile color nocciuola rosseggiante, con i rilievi dell′intaglio più lisci e lustri che la più liscia e lustra pelle d′una susina claudia.

«Vedi. La Grammatica del confessore di Benedetto XIV è là, sempre utile a chi vuol sempre imparare. L′arte è lunga. Vedi: porta segnato il mio numero di matricola, e tre volte il mio nome, con la scrittura ancóra un po′ debole e negletta di quel tempo; che arieggiava la tua. Ecco, nel frontespizio, un segno della mia tirannide puerile: le Regole sono in tre libri distribuite da Salvadore Corticelli per uso di Gabriele d′Annunzio»

Sospingo il cumulo ingente di pagine che compongono il mio romanzo già prossimo alla fine. Le spargo su la tavola, bianche e nere: carta a mano e inchiostro di seppia. «Ora guarda che forza! Questo si chiama inchiostrare. Asciugo il calamaio ogni tre ore. Spezzo non so quante penne al giorno. Ma poco dura alla sua penna tempra, come nel Canto di Vanni Fucci.»

Parlo con quella volubilità che s′illude di stornare la tristezza, evitando d′incontrar gli occhi senza cigli.

Dario ammutito prende un de′ fogli bianchi, intinge una penna, e scrive il mio nome, tanto perfettamente contraffacendo la mia firma che io gli metto le mani su le spalle con un atto affettuoso ed esclamo: «Alter ego» Di sùbito egli si volge verso di me, a faccia a faccia.

In un attimo sono vuotato di tutto il mio mondo imaginario, di tutte le mie finzioni, di tutte le mie musiche; in un attimo la stanza severa è vuotata di tutta la sua sensibilità affine ai miei pensieri come la cassa dello strumento alle corde. L′aura di laggiù, quella che appenava lo spazio fra la mia tavola e l′altra, l′aura sorda respirata dal maniaco e dal bleso, l′aura di sfacelo e di dolo mi riawolge a un tratto, mi affanna, mi affoga, come l′emanazione di un contagio sordido. Come in un sogno incubo, vedo il mio amico serrato fra i due miseri. I tre volti esangui si sovrappongono, si confondono, formano un volto solo e un solo male, una sola convulsione e una sola ignominia. E col meglio e col peggio di me io soffro nell′attimo e negli anni, soffro in non so che groppo inumano di pietà e di paura, di bontà e di rimorso, di offerta e di rancore. «Ma che hai? Dario, che hai? Parla. Ti supplico.»

«Devo parlare? o dovevo uccidermi?»

«Sono sempre il tuo fratello, Dario. Pensa che mio padre sia là e ci riunisca mettendo le sue mani su le nostre spalle, come in quella sera del Memoriale. So comprendere tutto; e posso ancor tutto fare per te. Ma parla.»

Brucerei questa mano che scrive, la brucerei alla fiammella che rischiara questa mia angoscia di notte perduta, piuttosto che interpretare qui con la mia arte la sua voce, piuttosto che fermare qui alcuna delle sue parole. Il suo clamore di colpa non è se non lo spasimo de′ suoi polmoni malati, come la sua tosse lacerante. Alcuna delle sue parole doventa il soffio d′una larva che temo presente, che temo aggiunta agli spettri della mia oscurità minacciosa. Quando credo aver riafferrato il mio coraggio, gli dico: «Non ti stimare così basso, non t′accusare con tanta acredine, non ti dispregiare così. Non credere che io osi giudicarti. Sono come te. Conosco il vizio. Ma non mi abbandono se non per vincerlo, come fanno talvolta i lottatori ingannando l′avversario con un falso smarrimento. Giungo perfino a intendere la personificazione de′ Vizii nelle allegorie cristiane. Tu devi spesso aver sentito il tuo, o fratello, vivere nella tua casa, all′agguato, bruciarti col suo alito che si parte dall′angolo più oscuro. Conosco lo sforzo orgoglioso per isfuggirgli. Conosco il vacillare della volontà, conosco gli espedienti puerili: apro la finestra; guardo la notte chiara, le stelle, il giardino, la faccia dell′iddio; guardo questa tavola del mio lavoro, le pagine scritte che paventano la lima dura, le pagine non scritte che dimandano la spontanea perfezione. L′anima in me è alta, sollevata da una specie di delirio stellare. Perfino in questa ambascia del resistere, non iscopro novelle regioni della mia vita? Non allargo la mia tragedia, di là dal quinto atto consueto? Anche fuor del deserto, il dramma della Tentazione è sublime; non per il resistere, che rinserra il cerchio interiore, ma per il cedere che ti conduce a scoprire l′immensità lirica del tuo corpo e le inaudite creazioni plastiche del tuo desiderio. Credi d′esser perduto, e ricevi un infinito dono. Leggi quel che è inciso nel noce massiccio dal coltello di una saggezza sfrontata: Coercitio Effrenatio

La mia voce sembra dargli una specie di sollievo soporoso, come un farmaco benigno. A quando a quando scuote il capo; e la commessura delle labbra violacee gli si contrae con una lugubre assenza di vita, come il congegno guasto del sorriso in una maschera semovente. A quando a quando, quasi ei fosse cotticcio in fondo alla sua taverna di Charing Cross, mormora qualche parola nell′idioma della sua femmina: «O this gloomy world!» Mi sembra di cogliere una sillaba o due, e d′indovinare. Il mio dolore è men torbido; la mia pietà si chiarisce. L′aspetto del compagno dagli occhi senza cigli è così difformato che mi sembra una mia imaginazione espressa con una evidenza di allucinazione, come quando chiudo gli occhi per formare intensamente nel mio cervello una figura scenica di tragedia e poi apro gli occhi e non senza brivido la vedo là, tra vita e arte, esterna, più durevole di me.

Ora imagino che forse si è seduto egli nella taverna della Sirena in Bread-street o in Friday-street fra Cristoforo Marlowe e Roberto Greene, dinanzi ai nappi colmi di birra chiara o di vino delle Canarie, dinanzi alla figliuola di quella celebre bagascia e ladra espertissima che si chiamava Cutting-Ball e che fu impiccata a Tyburn dopo un processo scandaloso, forse anche dinanzi a quella grande e fulva femmina raccolta in Turnbull-street dall′autore dello Specchio di Modestia, e forse ha udito l′amasia [25] di Cristoforo, quella che domani lo tradirà nelle braccia del servo Francis Archer e lo getterà alla truce morte, dire: «O Marlowe, fa il sordo ai consigli della tua madre timorata. Vivi fra letto e taverna, fra taverna e letto. Sii su la terra quel che il dio ottimo massimo è in cielo: il flessibile schiavo delle tue passioni.» E forse ha udito il poeta di Faustus pronunziare quel suo verso che lui mago inebriava più che il vino delle Canarie: A sound magician is a mighty God.

O lo sforzo della confessione l′ha spossato, o lo estenua la mancanza del farmaco abituale. È là, nella sedia, come istupidito, con le mani su le ginocchia, col mento premuto sul sommo del petto, con gli occhi fissi, con la bocca malchiusa. Mormora: «Allora, domani... Dunque, domani... Mi devo uccidere?» E alza una mano tremolante per cercare sopra la tavola il foglio dove con la stessa mano ha contraffatto la mia firma di debitore perpetuo.

Gli dico: «Dario, non ti tormentare. Quel che ti ho promesso, domattina sarà mantenuto. Se sei stanco, se hai bisogno di riposarti, ti rimando sino a Firenze, sino alla porta della tua casa, con una vettura chiusa. Ti prego d′esser tranquillo, Dario. Ho per te lo stesso cuore che avevo dianzi nel venirti incontro per la rèdola.»

Così lo rassicuro, lo racqueto; mi sforzo di togliere ogni gravità al fallo astuto che lo svergogna: vinco la mia ripugnanza con l′aumento continuo della mia tristezza; medicandogli la piaga invelenita dalla sua femmina «tormentatrice pratica dei farmachi e delle maniere di far patire gli uomini», penso al giorno irrevocabile quando il sangue generoso gli gocciolava giù dalle crepature vive dei geloni contusi e io ruppi coi denti l′orlo della mia pezzuola e la divisi in due lembi per fasciargli le mani. «Non hai più nulla da temere. Tutto è omai divenuto semplice, mio povero Dario!»

Per la disperata smania di mandar denaro alla lontana sorella della figliuola di Cutting-Ball, alla sua Infida nomata italianamente secundum mores meretricis come l′amasiuncola di Roberto Greene, egli ha scritto il mio nome – con la perizia che gli conduceva dianzi la penna su quel foglio vergine – profittando del mio ben noto credito presso gli usurai concittadini di Ciappo Ebriachi dall′oca bianca in campo vermiglio. Che importa?

Prendo un cofanetto intagliato da quel Clemente di Francesco del Tasso che fece l′ornamento per una tavola di Filippino Lippi. Contiene il mio scarso tesoro. Lo apro. Dico a Dario esausto, un poco scotendolo: «Guarda. Qui ho quel che mi occorre per ritirare domattina quelle carte. Ma credo che tu sia smanioso di ritornare a Londra. Prendi questo che rimane, ti prego: t′è indispensabile. Domani nel pomeriggio verrai a salutarmi. E bruceremo le carte in quel camino di marmo nero che dev′essere delle cave di Lesbo. Non hai badato che nel sasso, fra i due alari, è inciso Divae Salamandrae sacrum. Dentro quel sarcofago alto, che sta su due mensole nel luogo della cappa, dorme la principessa Salamandra. Ho la credulità di Benvenuto.»

Parlo come chi, avendo paura nel buio, crede di poter tenere a ciancia le tenebre e le larve. Sì, ho paura di essere sopraffatto dalla tristezza, in quella stanza di sacrifizio indefesso dove, dissipandosi il calore del cervello, róssica la passione del cuore lacerato e umiliato. Nel mio coetaneo, che senza il più lieve segno di repulsa in ambe le mani accostate riceve quanto gli offro, vedo scendere una improvvisa vecchiezza. Con un dolore che mi sforza al pianto, con un terrore che mi agghiaccia la schiena, nel compagno dagli occhi senza cigli scopro a un tratto qualcosa di vile, qualcosa d′ignobile.

Balbetta, riponendo in tasca il denaro: «Hai una bottiglia di gin in casa? Mi fai dare un bicchiere di gin? Non ho più forza.»

Esco dalla stanza, camminando mollemente sul mio cuore. Chiamo qualcuno de′ miei famigli. Affretto gli ordini per la vettura chiusa. Faccio portare il ginepro fino alla soglia. Io stesso prendo la bottiglia e il bicchiere; poso l′una e l′altro presso la pagina dove si tempera il vetro foggiato dall′ordegno del mio vetraio di Murano con gesti agili e leggeri come «i gesti d′una danza silenziosa». Per crudeltà contro me stesso, dico a colui che non può udire né intendere: «Ti verso il gin nel calice di Murano appena appena freddato, o Dario.»

Egli chiude gli occhi senza cigli, e tracanna. Manda il sorso ardente giù sul nodo di tosse che riscoppia gli rompe il petto lo strangola.

Diritto, con nel mezzo dell′anima una gorgone che m′impietra e mi ammutola, attendo il termine del mio supplizio assai più iniquo del suo patimento. Così, condannato, egli smania di ringoiare l′onta e la nebbia. O this gloomy world!

«Ora ti accompagno alla vettura, che è pronta. Copriti, Rimetti i tuoi guanti di lana. Avvolgiti bene il collo in questa sciarpa.»

Egli soffia: «Non è mia.»

Gli dico: «È mia. Prendila. Rialzala fin su la bocca.»

Egli tocca la bottiglia di ginepro, e soffia: «Se me la dai, la porto via. Non ho più forza.»

«Prendila. Forse ti sta in una tasca del pastrano.»

«Sì, mi sta.»

Fa per muoversi; tentenna; si regge in piedi a stento; ciondola un poco dalla parte della bottiglia come se inchinasse l′orecchia al ginepro che un poco si diguazza. Brontola parole smozzicate, che non intendo.

Io e un de′ famigli lo prendiamo per le braccia tra gomito e ascella. Lo conduciamo fino allo sportello, aiutandolo a salire. Annotta. Il cavallo sbuffa; e nel chiarore dei fanali vedo fumare il suo fiato. I miei cani, che dal canile prossimo hanno riconosciuto la mia voce, cominciano a latrare eccitandosi finché s′accordano in quel roco e lungo clamore che pel rimbombo del chiuso è lùgubre, quando annotta su′ campi deserti.

Dario è già nel fondo della vettura cupa come se fosse rivestita del drappo nero che s′usa a coprire la bara o a cucire la coltre.

«Addio, amico! Addio, fratello!» gli grido rassettandogli il pastrano su′ poveri ginocchi.

Così alto è il latrato della mia doppia muta che io stesso odo appena le mie parole.

«Addio, addio, Dario!»

Ma l′anima ode lo schianto del pianto, e si torce indietro soffrendo nell′attimo e negli anni. Riode e rivede il compagno dagli occhi senza cigli, che singhiozzava a piè del letto, nel giorno delle rondini e del miracolo, nel giorno delle nubi e della bufera, nel giorno della ribellione e del coraggio e dell′orgoglio, quando senza di lui nacqui alla gloria.

Gennaio, 1900, in Settignano di Desiderio

Note

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[1] rèdola: Una “redola”, nel dialetto pistoiese, è un viottolo erboso fra i campi

[2] ninfolo: naso, muso, grugno.

[3] ranno: materia che durante il lavaggio rendeva più splendente i panni bianchi.

[4] invisa colubris: temuta e odiata dai serpenti.

[5] annitribile: che può annitrire, come potrebbe nitrire

[6] assidiole: piccole absidi laterali delle basiliche e delle chiese.

[7] garrissa: garrulità emessa dalle piccole rondini

[8] pètaso: sorta di largo cappello per ripararsi dalle intemperie.

[9] brocchiero: piccolo scudo circolare, con un brocco, o puntale, di ferro nel mezzo.

[10] cotticcio: non completamente cotto.

[11] soldanìa: territorio dominato dal Sultano.

[12] torzoni: persona rozza e ignorante (detto soprattutto di frati) con tono non del tutto spregiativo,

[13] pubere : dell′età puberale, della fine dell′adolescenza e dell′inizio della piena vita  sessuale.

[14] rabida: rabbiosa, furiosa.

[15] giumella: concavità che si forma accostando le due mani in modo da formare una concavità

[16] zinzino: minima quantità di qualcosa.

[17] bevero (bivero): castoro

[18] epitagmarco: capo di una falange (epitagma) di riserva nell′eservito di Alessandro Magno; nell′esercito romano corrispondeva al corpo dei veliti

[19] darici: moneta coniata a partire dal regno di Dario I fino alla conquista macedone della Persia, in particolare un pezzo in oro, del peso variabile tra gli 8,35 e i 8.4 g. Al dritto è rappresentato il re inginocchiato come un arciere, il rovescio mostra un quadrato incuso. (In numismatica con il termine incuso si indica un elemento (scritta, immagine o altro) che è incavato rispetto al piano della moneta.

[20] chiappino: oggetto con cui si tengono sospesi i panni ad asciugare (stendibiancheria)

[21] ciàffero: sbirro (birro)

[22] balogio: persona melensa, sdolcinata, insulsa.

[23] tettaiuolo: frequentatore di tetti.

[24] pettide (pectide): strumento musicale a corda degli antichi Greci.

[25] amasia: amante (con tono un po′ dispregiativo)

 

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Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2012