Gabriele D′Annunzio

Cabiria

Edizione di riferimento:

Gabriele D'Annunzio Cabiria, stabilimento tipo-litografico  E. Toffaloni 1914

       Cabiria

visione storica del terzo secolo A. C.

personæ fabulæ

Cabiria

Batto

la nutrice Croessa

Karthalo, Pontefice di Moloch

Fulvio Axilla

lo schiavo Maciste

bettoliere Bodastorèt

Annibale

Asdrubale

Sofonisba

Massinissa

Siface

Archimede

Marcello

Scipione

Lelio

Cabiria

 

 

Il terzo secolo A. C., l'epoca storica di cui qui sono raccolte e collegate in una finzione avventurosa alcune grandi imagini reca forse il più tragico spettacolo che la lotta delle stirpi abbia dato al mondo. Gli eventi e gli eroi sembrano operare secondo la virtù del fuoco infaticabile. Il soffio della guerra converte i popoli in una specie di materia infiammata, che Roma si sforza di foggiare a sua simiglianza. La fortuna avversa – come si vede nell'irruzione d'Annibale « nato in tutt'arme » – sembra non cancellare ma sì approfondire l'impronta tremenda, la pace – che sarà Romana su l'intero mediterraneo – è ancora un vanissimo nome nella bocca stessa di Quinto Fabio. Simile a quella sua toga rude, l'anima di Roma non è gonfia se non di volontà ostile e intrepida. Nessuna energia naturale eguaglia in ritmo irresistibile la possanza e la costanza dell'Urbe fondata dall'eroe selvaggio in cui lo spirito violento del Marte italico si congiunge all'afflato misterioso della vesta orientale.

Qui è il conflitto supremo di due stirpi avverse, condotte veramente dal genio del fuoco « che tutto doma, che tutto divora, sire possente di tutto, artefice sempiterno ». Per ciò la creatura inconsapevole, che passa incolume a traverso l'ardore dei fati, è nomata Cabiria, con un nome evocatore dei demoni vulcanici, degli operai igniti ed occulti i quali travagliano senza tregua la materia dura e durevole. Per ciò è qui la visione dell'isola ardente che la mano erculea della gente dorica sembra aver foggiato nel tipo della compiuta grandezza. La montagna, che fu mistico sepolcro di Empedocle, segna qui il ritmo iniziale : di vita e di morte, di creazione e di distruzione, di splendore e d'oscuramento.

Casi prodigiosi, straordinarie fortune, fulminee ruine. La virtù dell'uomo pare senza limiti, da che il macedone ha superato Ercole e Bacco, il semidio e il dio. La forza procede per salti formidabili, belluina e divina, non toccando la terra se non a moltiplicare il suo impeto. La sentenza di Pirro dall'elmetto ornato di corna d'ariete non è se non una parola d'oracolo sospesa sul mondo. « A chi il retaggio? al ferro che meglio trapasserà, che meglio taglierà. » Dunque alla corta larga e aguzzata spada Romana.

 Ed ecco, si compie ciò che non mai fu veduto in terra, che non mai fu scritto negli annali : una grande civiltà umana crolla intieramente, d'un tratto, con i suoi idoli mostruosi, con i suoi valori antichi e nuovi, con la sua tristezza e con la sua cupidigia, con la sua volontà di dominio senza pazienza, con la sua smania d'avventura senza eroismo, crolla d'un tratto, come una falsa stella che precipiti non lasciando se non un poco di fumo e di scoria. Il periplo di Annone, qualche medaglia corrosa, alcuni versi di Plauto: non altro resta del vasto e atroce mondo cartaginese. Le ceneri dei fanciulli arsi nel bronzo insaziato di Moloch furono forse meno labili.

 

« Or chi canta le guerre puniche? » dice il finale epigramma di sapore anacreontico, accompagnato dal flauto di Pan. E sole le faville della fiaccola di Eros indomito ora crepitano nella scia della nave felice.

 

 Note all'azione

 Il primo episodio

 È il vespero. Già si chiude la tenzone dei caprai, che la musa dorica ispira su i flauti dispari « a cui la cera diede l'odor del miele ». E Batto ritorna dai campi alla città, al suo giardino di Catana in vista dell'Etna.

La figliuola diletta di Batto, che nel suo nome porta il genio della fiamma operosa, la piccola Cabiria a cui Hestia sorride dalla pietra del focolare, giuoca con la nutrice Croessa.

D'improvviso, nella pace della sera, sussulta il gran petto di tifone che sostiene « la colonna celeste ». Stanno per riaprirsi nel profondo le sorgenti del fuoco? « Etna! Etna! »

  

« Dio scettrato, che fondasti il tuo seggio nella tenebra, tu che serri le radici terrestri, tu che rapisti già la figlia di Demetra sul prato siciliano per lei trarre alle porte dell'ade, o demone dai mille nomi, t'invoco nella libazione santa! placa il furore del fuoco infaticabile. sii clemente a chi sacrifica. Accogli i doni e le preghiere ! »

 

 La preghiera sembra aver propiziato il dio. Alta è la pace come la notte, quando improvviso il rombo scuote i dormienti e li ricaccia nel terrore.

 

I servi cercano invano lo scampo tra le mura che si fendono e crollano. Subitamente

scoprono un passaggio ignoto, una scala segreta che scende sotterra.

 

Quivi sono raccolte e nascoste le ricchezze di Batto accumulatore. Alla vista delle cose sfolgoranti, la cupidigia vince la paura. Carichi del bottino inatteso, scampano. E con loro è la nutrice Croessa.

Piangono la dolce Cabiria i superstiti che la credono sepolta sotto la ruina. Il sorriso è spento.

il secondo episodio

Gli scampati partiscono il bottino.

 

Dispersi dalla fame per la piaggia sconvolta, tuttavia incalzati dal terrore, i fuggiaschi scendono verso il mare. Una nave è là, abbandonata, come offerta dal favore degli iddii.

È una nave di pirati fenici, discesi a terra per far legna.

Croessa e Cabiria son vendute sul mercato di Cartagine. Karthalo il pontefice compera la vittima infantile per offerirla al dio di bronzo, a Moloch.

Fulvio Axilla, patrizio Romano, col suo schiavo Maciste, vive sconosciuto in Cartagine, celatamente vigilando i moti della republica rivale.

Il bettoliere Bodastorèt.

 Fulvio Axilla e Maciste frequentano la bettola della scimmia listata.

Il pontefice sceglie le vittime nella « stia » del tempio. Croessa tenta di salvare Cabiria fingendola inferma e quindi non accetta al dio. Ma la frode non giova. la vittima pura è promessa al sacrificio prossimo.

 Il castigo della simulatrice.

 Croessa riconosce per latino Fulvio Axilla e implora per Cabiria.

 « Pegno di pietà. Accettato. È un anello possente. V'è legata una sorte. Se darai salute, avrai salute, per i nostri iddii ! »

Il Romano è tentato dall'impresa perigliosa.

 Invocazione a Moloch

 

Il pontefice

 Re delle due zone, t'invoco,

respiro del fuoco profondo,

gènito di te, primo nato!

 il coro

 Eccoti i cento puri fanciulli.

Inghiotti ! divora ! sii sazio !

Karthada ti dona il suo fiore.

il pontefice

 Odimi, creatore vorace

che tutto generi e struggi,

fame insaziabile, m'odi !

 il coro

Eccoti la carne più pura !

eccoti il sangue più mite !

Karthada ti dona il suo fiore.

il pontefice

 consuma il sacrificio tu stesso

nelle tue fauci di fiamma,

o padre e madre, o tu dio e dea !

 

  _il coro_

 o padre e madre, o tu padre e figlio

o tu dio e dea ! creatore vorace !

fame ardente, ruggente . . .

 il tempio di moloch.

 Incalzati dai persecutori gli audaci riparano sul sommo del tempio.

 Maciste persuade il bettoliere sbigottito.

  « per Baal-samin che dal cielo stellato ci guarda, per Baal-peor, credetemi! non ho veduto alcuno. »  Per la vittima sottratta, Croessa espia.

 il terzo episodio

Intanto Annibale, la « spada di Cartagine », cerca la via del suo fato tra i monti sacri che si levano al cielo come una muraglia impenetrabile.

 con un prodigio di pazienza e di forza, Annibale valica le alpi ; ed ecco, la sua celerità minaccia Roma.

 il grande messaggio inebria di vittoria l'anima di Karthata che esalta il suo figlio.

 Fulvio Axilla e Maciste si celano tuttavia nel rifugio della scimmia listata, protetti dal silenzio prudente di Bodastorèt consigliato dalla paura.

 avvertito del pericolo che sovrasta alla patria lontana, Fulvio delibera di tentare nella notte la fuga.

 Sofonisba, la figlia d'Asdrubale, l'ardente « fiore del melagrano ».

 il re numida Massinissa è ospite di Asdrubale che gli promette la sua figlia ammirabile.

 Massinissa, il principe dei cavalieri, invia un dono alla vergine misteriosa e le chiede la grazia di vederla in segreto, al nascere della luna, nel giardino dei cedri.

 – « di' com'è egli ? »

 – « come il vento di primavera, che valica il deserto con piedi di nembo recando l'odor dei leoni e il messaggio d'Astarte. »

 

 sul far della notte, un uomo cauto sale al tempio spaventoso.

 « nulla vidi, nulla so . . . ma l'udii, una sera, da gente che pratica la mia bettola . . . al nascer della luna, poni l'agguato, laggiù . . . »  sorge la luna.

 « o regina, che porti la luce, dea dalle corna di toro, notturna, che tutto vedi. Che in cerchio cammini, che ami le veglie, che cresci e manchi, produttrice, venturosa, raggiante, proteggi i tuoi supplici, accoglili ne' tuoi misteri . . . »  altri cuori, altre ansie.  il « buono evento » seconda il Romano.

 « o celebrata in mille inni, tu che accordi la grazia in segreto, tu che annodi i mortali con le necessità invincibili, tu che della nera notte ti piaci e dei letti d'avorio, o fertile, o scaltra, o tutta sorriso, vieni e visita chi dal cuore profondo t'invoca ! »

 Maciste incalzato si rifugia negli orti di Asdrubale.

 « proteggila ! gli iddii ti proteggeranno »

– « m'è apparso costui all'improvviso . . . non aveva seco alcuno, nè cosa alcuna . . . »

– « Moloch la giunga! ella è con l'altro rapitore . . . »

 tutto ancor sanguinante del supplizio atroce, Maciste è vincolato alla mola in perpetuo ; chè la morte troppo era lieve !

 verso Roma.

 l'oste si vendica di aver tanto tremato

 il quarto episodio

si mutarono le sorti del vincitore di Canne. il proconsole Marcello stringe d'assedio Siracusa alleata di Cartagine. Fulvio Axilla milita sotto le insegne del vincitore di Nola.

 ma un vecchio sapiente solleva la fronte dalla sua meditazione e crea per la difesa delle mura le macchine irresistibili.

Archimede domanda al sole la fiamma distruggitrice del naviglio Romano.

l'ordigno non mai veduto si mostra all'improvviso, divinamente, simile a un fascio di fòlgori silenziose.

Fulvio Axilla contrasta invano al pànico che lo travolge.

a sera il naviglio formidabile di Roma non è se non un rogo che si spegne sulle acque placate.

Fulvio è tratto dalla corrente nel mare di Aretusa.

ogni speranza di salvezza è vanita.

ma al dito del naufrago è l'anello di Croessa. « se darai salute, avrai salute. »

opraggiunge il soccorso insperato.

 l'ospite di Batto, confortato, narra l'avventura dell'anello.

 

 « o bestia, regina, fondamento incrollabile degli iddii felici e degli uomini miseri, a te tutti i doni! Cabiria vive, e in lei il tuo fuoco. »

 « viveva, ora non so . . . »

 e prendendo commiato dall'ospite ansioso.

Fulvio Axilla promette di ricercare Cabiria, se novamente le sorti lo traggano a Cartagine.

il quinto episodio

Siface, il re di Cirta, ha spogliato del reame Massinissa che dilegua nel deserto.

Asdrubale dona la sua figlia al più potente e dal non più giovine genero ottiene alleanza contro Roma.

« mia colomba diletta, sali fino al carro di Tanit e recale la tristezza del mio cuore segreto. »

 ma Scipione, il conquistatore della Spagna, l'eletto dal favor popolare, già tiene l'Africa. Lelio è con lui. E il bandito cavaliere numida sogna di cingersi in Cirta la corona regale.

Fulvio Axilla, per l'antica pratica dei luoghi consente al tentativo di penetrare in Cartagine e d'esplorarne gli apparecchi di difesa.

 sotto le mura della città chiusa.

nella notte medesima Asdrubale tiene consiglio.

 e Karthalo il pontefice parte per Cirta a persuadere Siface che assalga i Romani.

 Compiuta l'impresa, il Romano si ricorda di Maciste e di Cabiria, rimasti nella città nemica da più di due lustri. L'antico bettoliere è cresciuto in fortuna.

 Fulvio dice a Bodastorèt ch'egli non desidera se non di rivedere Maciste, l'ottimo suo servo fedele.

 Ma la notte seguente, mentre il vecchio oste dorme . . . .

Nella gioia della liberazione inattesa si moltiplica la forza.

  « la paura gli ha mozzato per sempre il respiro . . . »

Maciste ignora la sorte di Cabiria dalla notte ch'egli l'affidò alla sconosciuta.

Karthalo è giunto in Cirta.

e Siface muove contro le armi di Roma.

« fa che non ne resti pur uno a recar la novella della strage di là dal mare ! »

a Karthalo, che già cova con l'occhio torbido la delicata bellezza, risponde la schiava, la prediletta di Sofonisba: « mi chiamano elissa ». come la regina delle cose bianche e dei silenzii perfetti.

Il console Scipione, avuto sentore del prossimo assalto, ha levato il campo per ritrarsi in luogo meglio munito. Fulvio e Maciste, delusi e perplessi, disperano di giungere a salvamento.

L'audacissimo numida promette a Scipione l'incendio del campo di Siface.

Le forze abbandonano Fulvio che rinunzia a lottare.

L'incendio del campo di Siface.

 a Maciste il fuoco selvaggio splende da lungi come un bagliore di speranza.

Fulvio e Maciste sono travolti dalle genti di Cirta fuggiasche che riparano alle loro mura; e son fatti prigioni.

 Il fulmineo Massinissa incalza da presso la rotta, e non dà quartiere.

 Il re Siface è preso. la vendetta è piena.

Karthalo è trattenuto in cirta dalla

Disfatta improvvisa.

Elissa è pietosa alla sete dei prigionieri che la fine del supplizio non attendevano se non dalla morte.

Cirta resiste agli assediatori; ma l'ardire ostinato di Massinissa sta per rompere l'avversa costanza.

Il ricordo della notte lunare nel giardino dei cedri.

Maciste intanto inganna la noia.

Il sogno di Sofonisba.

« venga Karthalo a interpretare il mio sogno. »

 « La vittima sottratta . . . l'ira di Moloch . . . . la ruina della patria . . . . »

 Sofonisba narra la lontana apparizione negli orti di Asdrubale. Il pontefice chiede che la vittima sottratta gli sia resa.

Maciste, discoprendo il gran sacerdote, si propone l'allegra vendetta, poichè omai sa di dover perire.

 Dalle parole di Karthalo, Maciste riconosce nella schiava elissa la piccola Cabiria.

la fortuna è generosa. Mai rocca in travaglio d'assedio fu meglio approvigionata.

Cabiria nel cuore tremante dice addio alla luce.

 Sbigottito alla vista del re catenato, il popolo di Cirta s'arrende. L'espugnatore concede un giorno di saccheggio ai suoi soldati.

« O Massinissa, duce glorioso di Romani, se Sofonisba fa parte del bottino, prendila ! »

« Non io prendo la regina, ma la regina prende me. Per Gurzil dio delle battaglie, per i nostri iddii, io ti consacro il mio ferro ! »

Così per l'arte dell'incantatrice regale, il numida indomabile si dispone a rinnegare la fede Romana.

 « La sposa di Massinissa non ornerà il trionfo del console. »

Fulvio e Maciste continuano la resistenza prodigiosa, ingannando col vino e coi sogni il tedio delle tregue.

Ma i famigli, furenti, alfine tentano la soffocazione . . .

La dea « che si piace in ghirlande nuziali e che accorda in segreto la grazia » esaudisce

l'antica preghiera.

Massinissa, venuto a notizia dell'assedio singolare, vuol conoscere i due audaci.

Massinissa ha ottenuto da Sofonisba che ai due sia perdonata la vita. E Fulvio Axilla ardisce implorare per Cabiria, ansioso della sua sorte.

« Non vive più. Fu spenta. »

Intanto Scipione, giunto in vista di Cirta, sa da Lelio come la figlia d'Asdrubale tenti di togliere anche Massinissa all'alleanza di Roma, con quell'arte che già mutò Siface.

« A Massinissa re dei Numidi Publio Scipione console Romano dice salute e chiede ch'egli venga a colloquio nell'accampamento, senza indugio. »

Al re ripugna di dare nelle mani del console la donna che è sua. Ma il console la rivendica come parte del bottino.

« Pensa che sei nel cospetto di Roma ! »

Ill console tratta la cartaginese come preda di guerra.

« non tento la tua fede. Sì bene ti chiedo un servigio per la regina che verso

te fu magnanima e che forse ancor può verso te esser larga di beneficio insperato . . . »

« Manda a me Maciste in segreto. »

 « A Sofonisba regina il re Massinissa manda il dono che solo è degno d'essere ricevuto da animo regale. »

 « Con animo regale, o re, io ricevo il tuo dono di nozze. »

« In me sola mi compio. Non preghiere nè libazioni mutano l'ultimo evento. Matisman, dio dei morti, non offro ma sì bevo. »

 « Messo dell'infamia di Roma, è tardi. Ma Sofonisba è ancora regina e accorda la grazia in palese. Abdal, accòstati e odimi . . . Va. Esegui il comando. »

 In Cabiria, già consacrata al dio vorace e ripromessa vivente al sacrifizio differito, non s'adempie il fato del fuoco.

 « Te la dono. Scendendo nel buio, faccio sul tuo volto la luce. »

Disarmata dalla sconfitta di Zama, Cartagine si piega al giogo inevitabile. Le navi latine rivarcano il mare dove la prima vittoria navale gridò alle acque il nome di Roma dal rostro di Duilio.

 « Or chi canta le guerre puniche? chi si rammemora di Capua e del metauro? chi d'Utica e di Zama?

 Non io fui vinto da cavalieri, non da fanti, non da navi; ma da una novissima forza che scaglia dardi per gli occhi . . . »

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Ultimo aggiornamento: 13 gennaio 2012