Giuseppe Bonghi

Sogno d′un mattino di primavera

Poema tragico - 1897

Edizione di riferimento

(Estratto dall′Italia. - Ann.. 1, fascicolo 1° luglio 1897

tipografia cooperativa sociale Via dei Barbieri, n. 6. ROMA 1897

 

Dramatis personae

 

Panfilo                Simonetta

Beatrice         Il dottore

Virginio     Teodata

La demente

Un loggiato vasto, in un′antica villa toscana, detta l′Armiranda, aperto su colonne di pietra, chiaro e tranquillo, simile all′ala d′un chiostro. Su ciascima delle due pareti laterali è una porta dall′ architrave scolpito, tra due statue alzate su piedestalli. Per entro agli archi svelti, che solo orna il nido della rondine, appare un giardino intercluso da siepi di cipresso e di bossolo donde si levano, a distanze eguali, densi alaterni tagliati a foggia di urne rotonde. Nel mezzo è un pozzo di pietra sul cui margine si torce una vite di ferro, co′ suoi pampini e i suoi grappoli rugginosi, congegnata a reggere le secchie. A destra e a manca, poggiate ai muri di cinta, si prolungano le tettoie ove prosperano al riparo gli agrumi nei grandi vasi d′argilla rossastra disposti in più ordini su i banchi. A traverso un cancello, in fondo, si scorge il bosco selvaggio ove gioca il sole mattutino: visione di forze e di gioie senza limiti. Nel portico, intorno ai plinti delle colonne, sono adunati innumerevoli vasi di mughetti in fiore, infinitamente dolci nella loro delicatezza infantile di contro alle tenaci siepi secolari. E tutte le grazie della primavera novella si diffondono su l′aspetto austero e triste che creano le forme simmetriche della cupa verdura perenne; cosicché il giardino suscita l′imagine umana d′un volto pensieroso di sotto a una fresca ghirlanda.

 SCENA PRIMA

(Il giardiniere, Panfilo, sotto il loggiato, attende a mondare un arbusto d′arancio, di recente uscito dalla serra, prossimo a fiorire in un vaso poggiato su un capitello riverso. La custode giovane, Simonetta, è presso di lui e segue con occhi vaghi, quasi attoniti, l′opera delle mani esperte.

Panfilo:  (cantando).

Per una ghirlandetta

Ch′io vidi, mi farà

Sospirar ogni fiore.

 Al mio giardin soletta

La mia donna verrà

Coronata da Amore...

Domani tutti i fiori sbocceranno... Milioni di fiori... Non ho mai veduto una fioritura più bella. Le api avranno da suggere, quest′anno, all′Armiranda! Sotto le tettoie è un ronzio che stordisce. Api e rondini ovunque, in gran faccende: arnie e nidi...  A che pensate, Simonetta? Alla ghirlanda?

Simonetta: scotendosi dal suo languore. A quale ghirlanda?

Panfilo: Alla ghirlanda di sposa.

Simonetta:  Beato voi, Panfilo, che avete sempre il riso in bocca! Io stavo quasi per addormentarmi, in piedi. Ho gli occhi pieni di sonno. Stanotte è stata notte di veglia all′Armiranda... E tutte queste api che fanno questo ronzio d′oro... Aprile, dolce dormire. Ah, come dormirei volentieri nell′erba, laggiù, dov′è alta, fino a mezzogiorno. Beato voi!

Panfilo: Avete vegliato, stanotte? Per Donna Isabella? Era inquieta?

Simonetta:  Non ha mai riposato un minuto. Sono rimasta ore ed ore con lei, su la terrazza, sotto la luna, a farle e a disfarle le trecce. Ogni tanto mi domandava s′io le vedessi diventar bianche... La notte era fresca; ed ella, nella sua veste leggera, agghiacciava, batteva i denti. Che pena! Che pena! Quando la persuadevo a rientrare, si alzava, faceva qualche passo verso la soglia; ma la paura la prendeva all′improvviso. E gridava: No, no... E là, è là, dietro la porta... Ah, se voi sentiste la sua voce in quei momenti! Pare che qualcuno veramente sia dietro la porta... Siamo rimaste cosi fino all′alba... Un chiaro di luna come non ne avevo mai veduti... Cantavano gli assioli... Mi si stringeva il cuore... Anche Donna Beatrice era discesa; e piangeva, su la ringhiera...

Panfilo:  Povera creatura! Ho più pietà di lei che della pazza, a vederla così sacrificata... senz′amore...

Simonetta:  Sempre all′amore pensate voi?

Panfilo: E voi?

Una pausa.

Simonetta:  Vedete dove trascina l′amore!

Panfilo:  Quando non è benedetto.

Simonetta:  Benedetto sia! Dico per Donna Beatrice...

Panfilo:  Per Donna Beatrice? Quel giovine signore, dunque, che viene a cavallo...

Simonetta:  Non so, non so.

Panfilo:  Chi è? Non sapete ?

Simonetta: – È il fratello..

Panfilo: Il fratello? di chi?

Simonetta: Dell′ucciso.

Panfilo:  Dell′ucciso?

Simonetta:  Il fratello del signore che fu ucciso, a Poggio Gherardi, nella stanza di Donna Isabella, dal duca...

Panfilo: Ah. comprendo... E ora viene...

Simonetta:  Non so.

Panfilo:  Lo vidi, l′altra mattina, girare pel bosco. Sembra molto giovine: ha appena una lanugine su le gote. Aveva legato il cavallo a un albero; e pareva che aspettasse qualcuno, che cercasse qualcuno. Viene per Donna Beatrice?

Simonetta:  Non so.

Panfilo: Ma non c′è il sangue fra di loro? Si amavano da prima, i due fratelli con le due sorelle?

Simonetta:  Forse... Non so...

Panfilo: Ma è vero - dite - che l′altro fu ucciso nelle braccia di Donna Isabella, proprio fra le braccia, sul petto di Donna Isabella, mentre dormiva, e che il sangue la bagnò, e ch′ella rimase tutta la notte abbracciata al cadavere, e che all′alba era demente?

Simonetta:  Chiedetene alla vecchia che tutto sa.

Panfilo: E ora il fratello... Ma Donna Beatrice lo ama? Aspettava che le tornasse? Piangeva, stanotte, con gli assioli... Povera creatura! Non si confida a voi qualche volta?

Simonetta: (in ascolto.) Sentite una voce? È il dottore. Parla con la vecchia, per le scale... Io vado.

Panfilo: Dove andate? Siate buona ! Siate buona! Venite nella serra. Datemi ascolto una volta! Vorrei dirvi... Simonetta! Simonetta!

  (Egli segue la donna che s′allontana pel giardino fra le siepi di cipresso.)

SCENA SECONDA

(Sopraggiungono dalla porta sinistra la custode vecchia, Teodata e Il dottore, parlando.)

Teodata: È la primavera, è la primavera... Tutto si risente. Rifiorisce anche il sangue... Bastò, l′altro giorno, ch′ella vedesse una rosa rossa!

Il dottore: Bisogna allontanare quel colore dai suoi occhi, Teodata.

Teodata:  Fu una rosa che fiorì a tradimento, dottore. Nessuno la sapeva nascosta nel rosaio, fra tante bianche. Era sfuggita al giardiniere. La povera anima gittò un grido, quando la vide, e cominciò a tremare, a tremare; e tutto l′orrore di quella notte le ritornò negli occhi... Poi la colse, e se la mise in seno, e sopra v′incrociò le braccia... E diceva parole che mi trapassavano il cuore... Ieri volle distendersi sul margine del vivaio, e tenére le trecce nell′acqua a macerarsi come i fasci del lino... Tutto quell′orrore del sangue l′ha ripresa, a un tratto. Sente di nuovo sopra di sé la macchia... Ah, io me ne ricordo... I capelli, i capelli specialmente erano inzuppati, ammassati dai grumi; e non riuscivamo a lavarli... Ella rideva, rideva nel bagno, sotto le nostre mani, rideva di continuo, senza respiro. La vedo ancora, la sento ancora... Ah, lo sentirò sempre quel riso, quello strido... Era come la catena d′una secchia che scorre scorre e non trova più fondo... Le nostre mani si gelavano.

Il dottore: Voi eravate là; voi sapete ogni cosa... Vedeste allora qualche volta il fratello i lui, quel giovine che è venuto...

Teodata: con un accento di tenerezza quasi materno. Virginio?

Il dottore: Si chiama Virginio? È venuto da me, a parlarmi...

Teodata:  Lo so, lo so.

Il dottore: Ha parlato anche con voi?

Teodata: Sì, anche con me.

Il dottore:  È venuto all′improvviso, col cavallo in sudore, ansioso, come per chiamarmi al letto d′un moribondo.... Pareva che venisse da lontano, da lontano, a traverso i boschi e le riviere... Io non l′avevo mai veduto. Da prima, quando mi è comparso davanti senza parlare, tutto palpitante, con quei suoi occhi di zaffiro pieni di splendore, ho provato non so quale meraviglia. Non so perchè, ho pensato a un figliuolo della Primavera... Voi sapete: era in quella mia stanza triste, dove vedo ogni mattina entrare i poveri malati pallidi che si lamentano... Sentivo la presenza di una forza animatrice, come si sente la presenza di mille germi nel soffio che passa su le campagne aperte... Voi comprendete, voi. Nulla è oscuro pel vostro cuore indovino... Noi siamo vecchi; ma nessuno meglio di noi può ricevere la luce della giovinezza... Ah, che luce! Egli era impregnato di sole nuovo, era tutto materiato di bellezze nuove e ardentissime. Qualche cosa di recente era in lui, non dicibile: egli era - non so - come il parto umano della Primavera... In quel minuto in cui egli è rimasto là, dinanzi a me, senza parlare, io ho compreso tutta l′ebrezza del mondo. Nel suo silenzio, egli diceva le cose che soltanto le erbe, i venti, le acque sanno dire... Egli potrebbe forse dire, a quella che è smarrita, qualche parola miracolosa.

Teodata: con un baleno di speranza. Potrebbe? Dunque, potrebbe? Egli ha chiesto di vedervi... Potrebbe, dunque, dottore...

Il dottore: Quando m′ha chiesto di vederla pareva che mi dicesse: Lasciate che io faccia il miracolo! Egli veniva di lontano, a gran corsa, a traverso la primavera, come spinto da una fede irresistibile. Pareva ch′egli fosse inviato a compiere qualche cosa che non patisse indugio. Doveva aver sognato a lungo e profondamente per aver tanta fede nel potere occulto del suo sogno... E doveva avere immensamente amato... Una pausa… Pure, egli è il fratello di colui che fu ucciso. Egli non può vederla se non a traverso un velo di sangue, del suo medesimo sangue... V′è qualche segreto in lui? Dite.

Teodata:  Ah, che dolore!

Il dottore:  Dite.

Teodata:  È un gran dolore.

Il dottore: Anch′egli... l′amava?

Teodata: Ah, io lo so; forse lo so io sola... Più d′una volta io l′ho sentito singhiozzare disperatamente, nelle sere d′estate a Poggio Gherardi, dietro le siepi di rose che le sue mani devastavano nella frenesia... L′ho veduto rimanere tutta una notte, immobile come una statua, contro una muraglia, fisso a una finestra illuminata... L′ho veduto inginocchiarsi su la terra ch′ella aveva premuto passando e cercare con le labbra i fili d′erba che portavano il segno dell′orma... Che pietà e che tenerezza! Egli sapeva che la vecchia aveva indovinato il suo segreto; egli sentiva che un cuore materno soffriva della sua angoscia, e non osava parlare, ma i suoi occhi si facevano dolci e quasi filiali quando m′incontravano... Cari occhi infantili che ardeva una febbre così crudele! Erano tanto larghi, certi giorni, che parevano divorargli tutta la faccia. Pareva che la sua anima allora erompesse dalle sue membra come la fiamma dalle legna aride... Pareva che ogni battito delle sue palpebre allora vibrasse per tutto il suo corpo, come il soffio che interrompe e ravviva in un attimo la forza d′un rogo...

Il dottore: Quali figure, Teodata! Chi vi suggerisce queste parole? Voi eravate attentissima... Voi siete sempre attentissima... La vita vi si rivela per apparizioni fulminee, come a una veggente... (Una pausa.) E siete stata per tanti anni la lettrice paziente al capezzale di un′inferma! I libri non hanno affievolito le vostre pupille... Ed ella – dite – ignorava? E il fratello? Dite.

Teodata: Non so... M′è rimasto un dubbio nel cuore... Non dimenticherò mai un giorno quando l′incontrammo all′improvviso in un luogo selvaggio del parco. Accompagnavo pel parco Isabella, sola. Ella era inquieta, ansiosa, agitata già da un presentimento funesto; ma io la sentivo affascinata dal destino inevitabile, tenuta dal delirio della sua passione e della sua colpa, incurante d′ogni via di salvezza, inclinata con una specie di voluttà terribile verso quella pozza di sangue che brillava per lei nel buio già tanto vicina... Un fremito di fronde ci rivelò la presenza di qualcuno che passava fra l′intrico degli arbusti. Era Virginio. Isabella lo riconobbe e lo chiamò per nome. Allora egli s′arrestò a pochi passi da lei; io mi accorsi ch′ella trasaliva. Forse ella aveva compreso; forse ella aveva sentito l′ardore di quegli occhi pur nel fuoco di cui ella stessa era fatta. Egli non aveva l′aspetto di una persona umana, ma sembrava un genio della foresta, una creatura ferina e dolce, nutrita coi succhi di quelle radici che le maghe infondono nei filtri d′amore. Le sue vesti strappate e i suoi capelli sconvolti erano sparsi di foglie, di bacche, di pruni, come s′egli si fosse difeso con ira dalla forza allacciante dei rami. Anelava e tremava sotto lo sguardo d′Isabella, e si contraeva come per sprofondarsi nella terra selvaggia. Appena udì il suono della prima domanda ch′ella gli rivolse, si diede a fuggire perdutamente nel folto come un daino sbigottito. E non lo vedemmo più. Era un gran silenzio intorno. Le foglie vacillavano su i rami ch′egli aveva urtato nella fuga. Ella mi guardò, attonita; ma non parlò. Comprese ella? Oppure quell′apparizione - che non aveva alcuna evidenza di verità - si confuse per sempre nel sogno violento che la dominava? Era un gran silenzio intorno, quasi mortale. Non lo dimenticherò mai.

(Una pausa.)

Il dottore: Su quale vortice di vita voi inclinaste la vostra anima, in quel silenzio! Come potreste dimenticarlo?

Teodata: (ripensando). Era la fine di settembre. Qualche foglia era già malata o morta. Mi ricordo: ella andava un poco innanzi; un ramo secco s′impigliò all′orlo della sua veste e cominciò a stridere. Allora, d′un tratto, il pianto mi salì alla gola. E rividi in me il viso della madre morente che mi ripeteva: Guardala, guardala, Teodata! Dalla soglia della morte, la madre presentiva il pericolo oscuro a cui andava incontro nella vita quell′anima così raccolta e così impetuosa. E mi ripeteva: Guardala! Guardala! E io non ho saputo guardarla, non ho saputo salvarla. Ella è rimasta sommersa in un sangue adorato, non morta e non viva.

Il dottore: Chi sa! Chi sa! Ella forse vive d′una vita più profonda e più vasta della nostra. Ella non è morta, ma è discesa nell′assoluto mistero. Noi non conosciamo le leggi a cui obbedisce ora la sua vita. Certo, esse sono divine.

Teodata: Ahimè, ella è più lontana da noi che se fosse in una tomba.

Il dottore: Pure, Teodata, qualche volta ella è tanto vicina che sembra toccare con le sue dita musicali dentro di noi certe corde che dormirebbero per sempre s′ella non le risvegliasse.

Teodata:, (accostandosi alla porta e origliando.) Dorme ancora? (Una pausa).

La voce di Panfilo, dal fondo del giardino, cantando.

Ha nome Simonetta

La donna che sarà

Regina del mio core...

Teodata: Dorme. Nessuno, è vero? vedendola dormire, conoscerebbe la sciagura che la tiene. Quando ella dorme, se la guardo, mi sembra di rivedere il suo viso puro sul suo guanciale di vergine. La sua fronte si cinge ancora di quella malinconia sovrana che era la sua bellezza quando ella attendeva nella casa materna il segno del destino.

Il dottore: È vero. Sembra che la sua anima primitiva torni qualche volta a galleggiare sul sonno come un fiore senza radici su un′acqua che si calmi.

Teodata: Mi sembra qualche volta che i suoi occhi, a traverso le palpebre leggère, mi guardino col loro sguardo virgineo rinnovellato. Ah, s′ella potesse tutta rinnovellarsi al suo risveglio! Potrebbe, forse? Potrebbe, dottore?

Il dottore: Potrebbe. Forse nulla è distrutto in lei nulla è difformato. Non vi sembra che in certi istanti emani da lei quasi lo splendore di una trasfigurazione?

Teodata: Ah, il miracolo, il miracolo? Se Virginio la vedesse, le parlasse...

Il dottore: La vedrà.

Teodata: Quando ?

Il dottore: Stamani. forse: fra poco.

Teodata: Lo riconoscerà ella? Che gli dirà? Ed egli che le dirà? Quale sogno ha sognato?

Il dottore: Certo, un sogno meraviglioso.

Teodata: Qualche straordinaria illusione deve avere esaltata la sua vita, dopo quel mattino d′autunno in cui venne su la porta a ricevere il corpo esangue del fratello...

Il dottore:, (trasalendo.) Venne egli stesso su la porta?

Teodata: Egli stesso, con due famigli, poco dopo l′alba, avendo ricevuto l′annunzio. Gli fu reso il cadavere avvolto in un panno. Lo intravidi, da una finestra. Egli scoperse il volto fraterno e lo guardò a lungo e poi lo baciò in fronte così a lungo che pareva non potesse più distaccare le labbra da quel gelo. Seguì a traverso il parco, nella nebbia, i due famigli che portavano la spoglia alla madre. Ah, s′egli avesse udito lo stridore orribile della demente che tutta la notte aveva tenuto l′ucciso fra le sue braccia e ne aveva ricevuto il sangue fino all′ultima stilla! Ah, s′egli l′avesse veduta così intrisa!...  ( Una pausa.) Dopo, quale sogno può aver sognato?

Il dottore: (accendendosi.) Un sogno meraviglioso, Teodata, dove tutta l′ebrezza del mondo ha affluito in torrenti, inesausta: - un sogno giovenile e divino in cui la morte e la vita sono divenute una cosa sola, infinitamente più bella e più grande della morte e della vita... Ah, io comprendo, io comprendo... Voi comprendete... Voi vi ricordate... Abbiamo anche noi sentito un giorno di aprile, quando il nostro cuore era una fontana di gioia, tutta la nostra forza d′improvviso fuggire, dileguare, disperdersi per gli orizzonti come un vapore infrenabile, e lasciarci in una vacuità che somigliava a un languido morire; ed ecco, d′improvviso, tornare a noi da tutti gli orizzonti come una legione di uragani, aumentata di mille energie nuove, fervida di tutti gli spiriti della primavera, potente di tutte le virtù della terra, lampeggiante e tonante nel cielo che non bastava a contenerla; e la nostra anima nel riceverla dilatarsi oltre i limiti umani, e ogni nostro pensiero convertirsi in una pura bellezza, e ogni nostro più superbo sogno tentare la nostra volontà come un prodigio da compiere senza sforzo alcuno... Ah, io comprendo... È così, è così... Quando egli m′è comparso dinanzi, sembrava venir da lontano, da lontano, sul turbine di quella forza, a traverso i boschi e le riviere, per compiere un prodigio... Quale? Quale prodigio? Che vuole egli? Che chiede? Egli medesimo non sa, forse. Certo, ella è per lui intangibile, inaccessibile, di là da quel velo di sangue... Ma sembra ch′egli non possa più vivere omai senza rivederla, sia pure per un attimo. Ed egli la rivedrà, e nulla si compirà, e tutta quell′immensa forza impetuosa si dissolverà come una goccia.

Teodata: (dolorosamente). Nulla si compirà! E la speranza? E la speranza?

Il dottore: Attendiamo... È un′ora terribile e santa, questa.

Teodata: Egli sarà là, dinanzi a lei, con il suo amore segreto fatto di lacrime, di silenzio e di furore; e la vedrà consacrata dal sangue fraterno, assunta in un mistero più triste di quello della morte; e deporrà ai piedi di lei con un atto religioso, come un voto sublime, quel suo amore e quel suo sogno... Ed ella gli dirà qualche parola dolce e infantile... Ed egli credevà di morire, forse udendola...

Teodata: (oppressa dall′ansietà). Ma s′ella a un tratto uscisse dalla demenza? Se il miracolo si compiesse? Allora?

Il dottore: Allora?... Forse ella non potrebbe più vivere. Forse entrambi non potrebbero più vivere...

Teodata: (trasalendo, in ascolto.) Il suo cavallo ha nitrito, nel bosco.

(La voce di Panfilo, dal fondo del giardino, cantando.)

Per una paroletta

Il mio cor non saprà

Mai più che sia dolore.

Per una ghirlandetta!

Il dottore: Forse ella s′ è risvegliata.

Teodata: (andando verso la porta, parlando a bassa voce). È in cima alla scala. Discende.

(Il canto di Panfilo si prolunga nella cadenza, spirando su le siepi di cipresso.)

SCENA TERZA

Appare su la soglia, in una delicata veste verde, avanzandosi con un passo quasi furtivo, sorridendo d′un sorriso tenue e inestinguibile.

La demente: Per una ghirlandetta! (Ella s′avanza verso Il dottore, sempre sorridendo, con le mani tese, pianamente. Teodata si trae in disparte, poi scompare nella porta.)

La demente: Avete udito, dottore? Avete udito il canto di Panfilo?

Per una paroletta

Il mio cor non saprà

Mai più che sia dolore,

Per una ghirlandetta!

Avete udito? La canzone è dolce, mio dottore, ma...

Il dottore: (prendendole le mani.) Dormivate, dianzi? Quando io sono venuto, dormivate presso il davanzale, d′un sonno calmo, tanto calmo...

La demente: L′avete veduta, è vero? L′avete veduta passare e ripassare su la mia fronte? Io la sentivo, nel sonno, passare e ripassare, la farfalla bianca. Quando ho aperto gli occhi, era posata sul davanzale. Ah, se avessi avuto tra le mani un velo, per prenderla! È fuggita, è sparita, nel sole...  (Ella si tocca la fronte con le dita, penosamente.) È come se fosse andata via di qui... Mi manca, qui; mi manca, qui... vedete. Ah, che pena! Dormivo così bene mentre la sentivo aliare aliare... Voi l′avete veduta, è vero, dottore?  E il mio sonno era calmo, tanto calmo, voi dite... Sognavo d′essere un fiore su l′acqua.

Il dottore:  Essa tornerà, quando voi chiuderete gli occhi un′altra volta...

La demente: Ah, com′è difficile chiudere gli occhi, dottore: Mi sembra, qualche volta, di non avere le palpebre. Sapete voi di quella principessa a cui, pel troppo piangere, le palpebre caddero come due foglie macerate e gli occhi rimasero nudi giorno e notte? Stanotte a me... (Il baleno bianco del terrore passa su la sua faccia.)

Il dottore: (interrompendola, prendendole di nuovo le mani, attirandola in una banda di sole, sotto un′arcata). Venite, venite al sole! Lasciate che io vi guardi! Siete tutta lucente, stamani, siete tutta fresca e monda: come nel sogno, un fior d′acqua... E la vostra veste ha il colore delle piccole foglie novelle. Madonna Primavera!

La demente: (volgendo su sé stessa lo sguardo rasserenato). Vi piace la mia veste? Io ho detto a Beatrice: Fammi una veste verde, d′un tenero colore, perchè, quando vado pel bosco, le piccole foglie novelle non abbiano paura di me.„ E Beatrice me l′ha data, e stamani la porto per la prima volta. Vi piace? Ora potrò distendermi sotto gli alberi che mettono la fronda: essi non s′accorgeranno di me. Io sarò come l′erba umile ai loro piedi; li illuderò col mio silenzio. E scoprirò forse qualche loro segreto, se essi crederanno d′esser soli; sorprenderò qualche paroletta... (Ella ride d′un breve riso infantile.) Ho poi detto a Beatrice: In compenso io ti darò un bel sogno. E stamani io mi son messa questa veste e mi son seduta presso il davanzale per fare un bel sogno. E veramente il primo sogno è stato per Beatrice. Ho sognato che giungeva alfine lo sposo ch′ella attende. Ella non lo sa ancora... Piangeva, stanotte... Come piangeva! Perchè ella non lo sa ancora...

Per una ghirlandetta!

(Ella sorride, verso il cancello, alla visione del bosco profondo.) L′avete veduta? Le avete parlato? Ella vi ha raccontato l′inganno della luna?

Il dottore: Quale inganno?

La demente: La luna, come vede che io m′abbandono alla sua dolcezza, si piace di giocare con la mia fantasia. Io non m′adonto, no; perchè ella è tanto dolce quando m′irriga del suo latte... Ella è dolce come una nutrice che scherza col suo bambino... (Ella s′interrompe; si pone l′indice su le labbra in segno di silenzio.) Udite questo tintinnio d′argento? (Ella rimane per qualche attimo in ascolto, inclinata come chi accorda uno strumento.) Com′è sottile! Udite?

La demente: Oh, no, no... Voi non udite

Il dottore: Io sono vecchio omai: il mio orecchio è ottuso.

La demente: I vostri capelli sono bianchi, dottore. I miei... non sono bianchi... (Di nuovo, il baleno del terrore passa su la sua faccia.) E tutto ho fatto perchè divenissero bianchi! Anche ieri li ho tenuti nell′acqua una lunga ora, a macerare come il lino; e stanotte Simonetta li ha maciullati con le sue mani, sotto la luna... Avete mai veduto, dottore, il lino su le aie nelle notti d′agosto, uscito di sotto alla maciulla, come è candido? Albeggia di lontano, quasi neve. E io domandavo a Simonetta: Sono dunque bianchi come quei fasci di lino su l′aia di Laudomia? Ed ella mi rispondeva una cosa diversa. Simonetta mi risponde sempre una cosa diversa... Ella non mi ascolta; ella pensa sempre a un′altra cosa... E io le domandavo: Tu vedi quel paone bianco su la ringhiera? Ah, ecco, io vi volevo raccontare l′inganno della luna... Vedevo su la ringhiera un bel paone bianco. Voi conoscete la storia di Madonna Dianora all′Armiranda? Non vi ho mai mostrato il suo ritratto scolpito da Desiderio: quel piccolo busto d′un marmo così delicato e dorato che sembra quasi un miele impietrito? Era nella mia stanza; ma ora Teodata me l′ha tolto, perchè quando lo guardavo mi mettevo a piangere... E lo prendevo su i miei ginocchi (oh, non pesa troppo), e lo tenevo su i miei ginocchi, e vedevo che il suo viso e il suo collo si levigavano sotto le mie dita ogni giorno più... Ah quel suo viso! Se lo vedeste! È come una mandorla dal guscio semiaperto in fondo a cui appare il frutto tenero. È tutto inviluppato nei capelli lisci, come in un guscio, sino al mento, e i capelli sono chiusi in una reticella... Non si può non piangere nel guardarlo... Teodata temeva che io lo struggessi con le mie lacrime e con le mie dita; e me l′ha tolto!

Il dottore: Voi non dovete piangere. Teodata non può vedervi piangere...

La demente: Non piangevo di dolore, non piangevo di dolore... Piangevo per l′invidia di quella sorte. Voi conoscete la storia di Madonna Dianora?

Il dottore: Vagamente. Non ricordo più...

La demente: Ella amava Palla degli Albizi, un giovinetto. Nelle notti senza luna, dalla ringhiera di quella loggia ella gli gettava nel giardino una scala di seta, sottile come una tela di ragno, forte come una cotta d′arme. Ah, io lo so com′ella offriva dalla ringhiera alle labbra ardenti quella soave mandorla nuda del suo viso, semichiusa nel guscio d′oro... Ma una notte Messer Braccio la colse, ritrasse la scala complice, ne fece un capestro per il collo chino. E Dianora penzolò dalla ringhiera, tutta la notte, sotto gli occhi delle stelle, lamentata dagli usignuoli. All′alba, come sonavano le campane dell′Impruneta, qualcuno vide involarsi dall′Armiranda un bel paone bianco verso l′oriente; e Messer Braccio ritrovò il suo capestro vuoto. Da allora un paone bianco visita la villa di tratto in tratto. Quando scende, è più silenzioso e più leggero d′un fiocco di neve... Io l′ho veduto. Credevo che stanotte fosse tornato. E dicevo a Simonetta: Tu vedi quel paone bianco su la ringhiera? E lo spirito di Madonna Dianora, che torna al luogo della sua passione. Ed ecco, il paone ha incominciato a singhiozzare come una creatura umana; e quel singhiozzo mi fendeva il petto. E io dicevo: paone, o Dianora, dolce anima, perchè piangete? Voi non dovete piangere, se considerate la vostra sorte, cara sorella del tempo che non è più. Voi non vedeste morire il vostro amico tra le vostre braccia, voi non vi sentiste soffocare dal sangue suo: ma vi serrò a un tratto la gola nella medesima corda per cui egli saliva sino alla vostra bocca ove tutta la luce delle stelle brillava al suo desiderio fissa nei piccoli denti puri. Sola Isabella deve piangere; sola Isabella, che ha invidia di voi... E quella forma bianca si avvicinò; e le sue lacrime mi bagnarono le mani; e una voce mi disse: Sono io; sono Beatrice... Ah, neppur tu devi piangere! Io ho per te un sogno di gioia.

(Impetuosa, ella tende le braccia verso il sole; poi vacilla, abbagliata; abbraccia una delle colonne, vi appoggia una gota, resta, così per qualche attimo con gli occhi socchiusi, un poco anelante.)

Il dottore:( pietosamente.) Non dovete agitarvi così... Non dovete angosciarvi così... dicevate dianzi di voler essere silenziosa e placida a pie′ degli alberi buoni... Bisogna dunque che voi vi abbandoniate al colore della vostra veste e siate contenta come una creatura della primavera...

La demente: (con una voce sommessa e misteriosia.) Udite questo tintinnio argentino? Sono i mille e mille campanelli dei mughetti, che tintinnano all′aria che li muove. Udite? (Ella s′inclina verso gli innumerevoli fiori, in ascolto.) Somiglia a quel tintinnìo fuggitivo che s′ode a traverso le stanze quiete della casa dove qualcuno deve morire. (Una pausa. Ella si solleva subitamente, con un sussulto. Un cavallo nitrisce nel bosco. Ansiosa, ella si protende verso il giardino, con gli occhi fissi al cancello del fondo. Un cavallo nitrisce..) Qualcuno è giunto... Lo sposo!... Beatrice! Beatrice!

La demente: Perchè? Dov′è Beatrice?

Il dottore:, (esitante.) Qualcuno è giunto... Forse ella è là...

La demente:, (con gioia.) Ella è già dunque uscita incontro allo sposo? Ella è con lui? Ah, il mio sogno non ha mentito! Ella è felice, dopo tanto pianto. Ella è felice. Non la chiamerò; mai più la chiamerò. Voi avete ragione... Non bisogna chiamarla. S′ella volgesse gli occhi indietro anche per un attimo, perderebbe un attimo di gioia. Non la chiamerò... Ma pure vorrei vederla; vorrei vedere il suo viso nuovo, udire la sua voce nuova. Anche il suo piccolo viso è come una mandorla nuda... Ora è tutto roseo, forse. (Ella sorride.)  Come potrei fare per vederla senza essere veduta? (Ella spia il cancello chiuso, pel quale si scorge il bosco profondo ove brillano i giochi del sole.) Io entrerò nel bosco, piano piano, senza che il cancello strida. Mi metterò una maschera di foglie, mi fascerò d′erba le mani: sarò, così, tutta verde. Potrò passare sotto i rami bassi, potrò strisciare fra i cespugli, senza esser veduta. Io so dove Beatrice condurrà il suo sposo... Io so un luogo ch′ella sa... È un cerchio magico nella foresta. Forse vi entrò anche Madonna Dianora... È come una tazza sacra, una tazza di scorza dove la foresta versa il suo vino d′aromi, il suo vino più puro e più forte, che non tutti possono bere. Chi ne beve, s′inebria e s′addormenta, se è solo, in un sogno inaudito, sentendo tutte le radici della foresta partirsi dall′intimo del suo cuore. Ma, se non è solo... (Ella s′interrompe subitamente turbata, sconvolta. La sua voce si fa roca.) V′era una tazza eguale, in mezzo a un′altra foresta... Divenne rossa, d′autunno... E mai più non vi bevemmo.

Il dottore: (volendo spezzare quel pensiero terribile.) Avete udito? Il cavallo ha nitrito un′altra volta.

La demente:, (risollevandosi.) Sì, sì... Nitrisce dietro di loro che s′allontanano... Guardate, guardate, dottore, se Isabella e la pianta sono una cosa sola. (Ella corre all′arbusto d′arancio che il sole già tocca. Mette il capo tra la fronda. Volta verso il vecchio, con le mani poggiate all′orlo del vaso, tenendo nell′una e nell′altra mano le estremità di due rami, ella li curva e li incrocia intorno al suo collo. Rimane così mista alla verdura, col volto quasi coperto. Nell′atto le larghe maniche della veste si ripiegano verso l′ ascella, lasciando nude le braccia sino al gomito.)

Il dottore: Una cosa sola.

La demente: Vedo verde, come se le mie palpebre fossero due foglie trasparenti. Tutte le nervature delle foglie traspariscono contro il sole. I fiori stanno per sbocciare: sembrano tante piccole ampolle mal chiuse che lascino sfuggire il profumo. Oh, una piccola foglia, quasi su la mia bocca! È lucida; sembra involta di cera; sembra che il mio alito la strugga... Com′è tenera! Com′è dolce! La sento su la mia lingua come un′ostia...

Il dottore: (con un fervore quasi religioso, appressandosi, inclinandosi verso l′arbusto umanato.) Sia benedetta questa comunione primaverile! Sia benedetta! La pace discenda sul vostro spirito! La pace e la freschezza: tutta la freschezza delle foglie nuove ! Sia benedetta questa veste che vi ha data la buona sorella! Portatela, portatela sempre. Domani, forse, sarà fiorita. Sia benedetta!

La demente: Come la vostra voce è paterna! E com′è lontana! È incredibile come tutte le voci sieno lontane di qui, quasi che io sia sotto la scorza: il susurro delle api, il garrito delle rondini, e quel tintinnio... La vostra voce non è mai discorde. Le vostre parole accompagnano sempre un coro naturale che è nell′aria, intorno a chi vi ode. Tutto diviene calmo e puro. Qualche volta io vorrei sedermi ai vostri piedi come ai piedi d′una collina, come alla foce d′un fiume, per ricevere non so quale infinito bene.

Il dottore: Tutto il bene che è nel mondo scenda sul vostro capo e colmi la vostra anima! Sembra che anche voi siate nata ora, come quella piccola foglia che si apre sotto il vostro alito. Non so che d′infantile e di divino io vedo nei vostri occhi che mi guardano a traverso i ramoscelli...

La demente: Io potrò dunque con gli alberi, con i cespugli, con l′erba essere una cosa sola! Beatrice mi passerà accanto, mi sfiorerà col suo piede, senza riconoscermi. La vedrò al fianco dello sposo che il mio sogno le ha dato, tutta bella d′amore, tutta raggiante di speranze, dopo tante lacrime. Ed egli le dirà... Io le so, io le so le parole che rivelano la vita a chi langue e a chi muore. Tutto il mondo vaniva come una nuvola in un silenzio delle sue labbra e rinasceva per una parola trasfigurato in un miracolo di gioia... Ah! (Ella getta un grido.) Una goccia di sangue. (Con un grido di terrore ella si distacca dall′arbusto, balzando innanzi. Un ramo si rompe.) Una goccia di sangue. (Atterrita, ella guarda un punto rosso sul suo braccio nudato. Un tremito violento la scuote.)

Il dottore: (prendendole il braccio, rassicurandola.) Non temete, non temete! Non è sangue... È un piccolo insetto innocuo che si è posato sul vostro braccio... Guardate è una coccinella. È di buon augurio: è un annunzio di fortuna... Non tremate così! Non è nulla. Non c′è più nulla. Guardate.

La demente: (tremando ancora, angosciosamente.) È da per tutto, da per tutto... Lo vedo da per tutto: su me, intorno a me... Oh, dottore, fate che io non lo veda più! Togliete da me questo terrore!... Io credevo d′esser pura, là, tra le foglie... Non potrò, non potrò... Anche nel bosco, ieri, vidi certi alberi con una macchia... dove passavo...

Il dottore: Sono quelli segnati per essere abbattuti.

La demente: E gocce rosse da per tutto, nei cespugli... dove passavo...

Il dottore: Sono le bacche degli spini.

La demente: Non potrò, non potrò... (Ella si tocca i capelli su la nuca, su le tempie con un sussulto; e poi si guarda le mani.)

Il dottore:, (prendendole le mani.) I mughetti sono meno bianchi delle vostre mani.

La demente: (guardando il ramo rotto che pende dall′arbusto.) Ho rotto un ramo! (Ella s′appressa al vaso, vi si china in atto di rammarico e di pietà.) Guardate che ferita crudele ! È tutta umida di umore. Tutta la forza della pianta scorrerà da questa piaga... per me, per me!

Il dottore: Non temete. Quella è una piaga che si sana. La pianta rimetterà nn altro ramo.

La demente: E questo?

Il dottore: Fatene una ghirlanda! (La demente s′illumina a un tratto del suo sorriso infantile. Ella distacca il ramo dal tronco e lo piega, sempre sorridendo.)

La demente:  Per una ghirlandetta

Ch′io vidi, mi farà

Sospirar ogni fiore!

Io farò la ghirlanda per Beatrice. Vedete? Il ramo ha le foglie e i fiori: fiori non ancora dischiusi. Si schiuderanno su la fronte di Beatrice. Chi mi dà un filo? un filo d′oro? Simonetta!

Il dottore: Ecco, Simonetta viene pel giardino. Io vado... Qualcuno attende... Forse un bene è sul vostro capo... Fate la ghirlanda! (La demente, inchinandosi, sorridendo, con una gaiezza improvvisa.) Buon giorno, mio dottore! (Ella segue con gli occhi il vecchio che si allontana verso la porta destra.)

Per una  paroletta

Il mio cor non saprà

Mai più che sia dolore,

 Per una ghirlandetta!

Ripetendo le parole della canzone ella va incontro a Simonetta, tra le siepi di cipresso, lentamente. Fa cenno alla custode di aprire il cancello, entra con lei nel bosco; dispare.

SCENA QUARTA

Sopraggiunge per la porta destra la sorella, Beatrice, con un passo cauto, come chi spia, guardando verso il cancello per ove La demente dispare. Ella fa un cenno al visitatore rimasto su la soglia dubitoso. Virginio le si appressa vacillando. Tutta la sua figura esprime un′ansietà terribile Entrambi, l′uno a fianco dell′altra, rimangono per qualche attimo muti, con gli occhi fissi all′adito del bosco.

(La voce di Panfilo, dal fondo del giardino, cantando.)

Amore, appetta, aspetta!

Chi non ama, amerà;

Ti lauderà Signore.

Diman l′avrai soggetta

La fera che non sa

qual sia lo tuo valore...

Beatrice: (con una voce un poco tremula e interrotta.) È entrata nel bosco... Aveva un ramo tra le mani... Ella vedrà forse il vostro cavallo... Forse tornerà indietro... Udite? Il cavallo nitrisce. Avete udito? (Ella trasale. Una pausa. Virginio resta al fianco di lei, immobile nell′aspettazione.) Forse tornerà indietro... Se torna indietro, se viene, volete rimaner qui? Volete ch′ella v′incontri qui?... Siete pronto? pensate... o pensate che sia meglio per voi rinunziare a questa cosa troppo incerta e triste?

Virginio: (nella medesima attitudine, soffocato dall′ansia.) Vederla.

(Una pausa. Beatrice fa qualche passo nel giardino, tra le siepi di cipresso, e guarda.)

Beatrice: Non torna indietro... Talvolta ella rimane lunghe ore nel bosco. Ella ha là un luogo prediletto ove s′indugia. Ella ha voluto da me una veste verde. Ella mi ha detto: Fammi una veste verde, d′un tenero colore, perchè, quando vado pel bosco, le piccole foglie novelle non abbiano paura di me. Ella è dolce così! Ella dice talvolta certe parole dolci e infantili che sono come un sorriso lacrimoso e danno al cuore nel tempo medesimo io non so quale conforto e quale afflizione. (Una pausa. Ella indica al visitatore un sedile in un intercolonnio.) Volete che ci sediamo, qui? (Entrambi si seggono, l′una accanto all′altro, su la pietra. Virginio, travagliato dal turbine interiore, sembra non possa disserrar le labbra. Egli è pallido e intento.) Come i mughetti odorano, e le rose bianche, e i narcissi! Molti fiori però sono stati esiliati dall′Armiranda, per gli occhi di lei... Il giardiniere è vigilante. L′avete udito cantare? Canta sempre e cantando trova le rime all′improvviso. Egli canta e vigila. Ma qualche volta la sua vigilanza resta delusa... Ora viene la fiorita dei papaveri. Essi scoppiano subitamente nell′erba come fuochi impetuosi. Teodata pensa che bisognerà falciare il prato anzi tempo... (Una pausa.) Avete molti fiori a Fontelucente ?

Virginio: Molte rose.

Beatrice: Vostra madre amava tanto i fiori. Li ama... ancora?

Virginio: Ora ella non ama se non la sua pena.

Beatrice: (esitante.) Ella soffre ancora molto?

Virginio: (guardandola in volto, forse toccato nell′anima da quell′accento.) Come nel primo giorno!

Beatrice: Non siete voi la sua consolazione?

Virginio: Ella non chiede consolazione. Ella non chiede se non di rimaner piegata sul suo dolore ch′ella ama come amava il figlio che le fu tolto.

Beatrice: Qui, in nessuna preghiera è dimenticato il suo nome. Un pensiero umile e devoto va verso di lei ogni giorno.

Virginio:  Ella lo riceve con riconoscenza e risponde.

Beatrice: Ella, dunque, non maledice?

Virginio: Ah, voi non conoscete il suo cuore!

Beatrice: Ella ha perdonato?

Virginio: Ella tiene per benedetta in eterno la creatura eroica e soave che diede in quel lungo lavacro la testimonianza suprema del suo amore.

Beatrice: Tutto dunque le fu svelato?

Virginio: Nessuno inganno avrebbe potuto eguagliare in bellezza la terribile verità, per l′anima sua.

Beatrice: Ed ella sa che voi siete venuto all′Armiranda?

Virginio: Ella sa; ella m′attende. Ella sa che io sono venuto per vedere Isabella. Bacerà i miei occhi che l′avranno veduta; cercherà in fondo ai miei occhi l′imagine... Non comprendete? Ella sa che per una sola creatura al mondo Giuliano non è interamente perito; poichè questa sente ancora sopra di sé qualche cosa di lui, qualche cosa di vivo e di caldo e d′indelebile che la fa delirare... Non comprendete? Ella ha un desiderio disperato di vederla, di toccarla, di stringerla, di tenerla nelle sue braccia, di parlarle, d′interrogarla, pur sapendo che ne morrebbe, che il suo cuore s′arresterebbe al primo contatto, alla prima parola... Per esserle più vicina, per aver l′illusione di comunicare con lei a traverso i giardini che fioriscono, e per non so quale speranza, e per non so quale attesa, ella è rientrata a Fontelucente che da anni era quasi in abbandono. Ogni sera ella sale su la terrazza più alta, e guarda verso l′Armiranda, e prega... Ella prega anche per voi.

Beatrice: Per me?

Virginio: Ella sa il vostro sacrificio. Ella sa che voi vi siete data tutta quanta a quest′opera di pietà e di dolore, vivendo qui come in un chiostro... Ella ha per voi una tenerezza materna. Mi ha detto: Se Beatrice volesse venire un giorno, a Fontelucente! Vi ricordate? Voi venivate qualche volta alla Villa dei Cedri...

Beatrice: Mi ricordo.

Virginio: Non verreste un «giorno a Fontelucente, per appagare il desiderio di mia madre?

Beatrice: Sì, un giorno...  (La sua voce è fievole. Ella non sa più dominare il turbamento che l′ha invasa a poco a poco durante il colloquio, e che già rivelavano di tratto in tratto i rossori fuggitivi a sommo delle sue gote delicate.) ... un giorno verrò.

Virginio: Vi accompagnerò io stesso. Non è troppo lontano. Mia madre vi verrà incontro a mezza via. Forse ella potrà sorridere ancora una volta, vedendovi. Non sorride più.

Beatrice: Sì, verrò un giorno, quando voi me lo direte... Due dolori s′incontreranno e si riconosceranno. Si sorrideranno, forse. (Una pausa. Entrambi, l′uno a fianco dell′altra, chinano il capo.) Ah, ma quale è il dolore più crudele? Ella almeno lo sa in pace nel sepolcro. E anch′ io la so in un sepolcro buio, mia sorella, ma vivente, ma tutta palpitante e sanguinante d′un sangue inesausto... Io so che è di là, separata, irrevocabile: nondimeno i suoi occhi viventi mi guardano e implorano, ch′io non posso richiamarla, non posso trarla a me!

Virginio: Ma la speranza? (Essi si guardano in volto, invasi dalla stessa commozione indicibile. Con un moto involontario, Virginio si leva e si volge verso il bosco. Beatrice imita quell′atto. Una pausa.)

Beatrice: (sedendosi di nuovo.) Ella non torna... Ella ha la sua veste verde, stamani, e vi si oblia. Forse, ha un′ora felice. Il mattino è così puro che ad ognuno sembra di potervi rinascere...

Virginio: (come sentendo risalire nelle sue vene l′ebrezza caduta.) Ad ognuno sembra d′essere sul punto di rapire, in un modo misterioso, il segreto della bellezza e della gioia... Voi siete qui come in un chiostro; voi non potete comprendere. Io mi son levato all′alba, su la collina, quando le stelle palpitavano ancora nel cielo. Ho veduto, nella valle ancora immersa nell′ombra, il fiume farsi tutto roseo come se l′aurora vi si bagnasse: infinito e intimo come se circondasse e alimentasse l′anima mia. Ho bevuto nel vento gli spiriti ebri di tutte le cose che si rinnovellano e, sotto le mille melodie dei nidi, ho udito il respiro profondo e santo della Madre che nutre i fili d′erba e i nostri pensieri. Tutto il dolore e tutto il desiderio si convertivano, entro di me, in una forza indicibilmente alacre e audace. E io incitavo senza tregua il mio cavallo verso una méta che io non sapeva se fosse entro di me o ai confini del mondo. E le figure immobili e fosche della vita trascorsa si coloravano d′un bagliore prodigioso, irriconoscibili come le statue nell′incendio d"un tempio. E nessun orrore di quella morte era in me, che anzi essa m′appariva bella come una immolazione su un altare per me inaccessibile; e tutto il sangue profuso rifluiva nelle mie vene, gonfiava il mio cuore fraterno, per riamare, per riamare d′un amore più puro e più lontano...

(Al cancello, in fondo, sul limite tra il giardino e il bosco, appare La demente con un′attitudine segreta, soffermandosi. Il suo viso è coperto da una maschera di foglie ; le sue mani sono fasciate di fili d′erba. Misteriosa, silenziosa e verde, simile a una strana larva vegetale, ella s′avanza verso il portico - non veduta - tra le siepi di cipresso.)

Beatrice: (rivolta al visitatore, trepida e attonita, mal comprendendo.) Ed era questo chiostro la méta della vostra corsa ardente? questo chiostro abitato dalla demenza e dal dolore?

Virginio: Voi vi stupite... Ah! Voi non potete comprendere!

Beatrice Se io comprendessi. (Ella s′interrompe e trasale, avendo udito il passo furtivo che s′approssima.) Ella viene; è là.

(Entrambi, pallidi e ansiosi, hanno gli occhi fissi su la muta apparizione verde. Per alcuni attimi il silenzio è altissimo, non interrotto se non da qualche grido di rondine, da un ronzio d′api, da un alito di vento.

SCENA QUINTA

(La demente si arresta sotto l′arco, esitante. Ella tiene in una mano, lungo il fianco, la ghirlanda composta del ramo spezzato. I suoi occhi sorridono, i suoi denti brillano, a traverso la maschera di foglie. Fisso in lei, Virginio resta immobile, come incantato; mentre Beatrice fa l′atto di muoverle incontro.)

Beatrice: Isabella!

La demente: Io non sono Isabella. (Ella fa un passo innanzi.) Non sono Isabella. Le cose verdi mi hanno presa per una di loro. Esse non hanno più paura di me... Noi vi aspettavamo nel bosco. Credevamo che voi passaste, l′uno a fianco dell′altra, parlando della vostra felicità. E volevamo essere infinitamente dolci, come non mai, sotto il vostro piede, sul vostro capo... Perchè dunque ci avete deluse? Forse non saremo mai più così belle e così liete; non saremo mai più così giovani e così leggiere. Noi tremavamo tutte insieme, d′un tremolio continuo e delizioso, perchè il sole giocava con noi. Giocava con noi come un fanciullo ebro, toccandoci con mille dita d′oro, con mille dita tiepide e leste, senza mai farci male. Innumerevoli erano i suoi giochi, e nuovi, e sempre diversi. Egli ci agitava, ci agitava, ma senza mai stancarci, quasi che la nostra allegrezza dovesse ancora salire, salire; e noi tremavamo tutte insieme, d′un tremolio, incessante, come se un riso inaudito fosse per prorompere da noi con uno scroscio repentino... Ah, perchè allora non è passata Beatrice col suo sposo? (Virginio e Beatrice si guardano. La demente fa ancora un passo verso i due. In fondo Simonetta appare al cancello e fa l′atto di entrare nel giardino. Ma Panfilo, che spiava dietro le siepi, le va incontro. Per qualche istante essi rimangono sul limitare; poi s′allontanano, si perdono nel bosco.) Per una veste verde. Isabella aveva promesso a Beatrice un sogno d′oro. E un sogno fu fatto presso il davanzale, mentre Panfilo cantava di una ghirlandetta. E nel sogno era lo sposo che se ne veniva per la primavera cavalcando verso questo giardino. E Isabella al suo risveglio portava su le labbra l′annunziazione. Ma Beatrice, forse da quella ringhiera dove piangeva stanotte, avendo già veduto di lontano lo sposo che la sua anima aspettava, era già volata incontro a lui con tutte le ali della sua anima aperte. Povera colomba! Povera colomba! (Ella si appressa alla sorella, in atto di tenerezza, e le tocca i capelli su la tempia con la sua mano fasciata di fili d′erba.

Beatrice: (soffocata dall′angoscia). Oh, Isabella, che dici!

La Demente (rivolta al visitatore) Guardatela, signore: com′ella è pura! Ella sembra scaturita da tutto il dolore della nostra casa, come una vena d′acqua da una montagna travagliata. E trasparente. Voi potrete porre in lei le vostre cose più preziose e le vedrete sempre risplendere nella sua limpidità intatte. Non v′è per tutta la contrada un rivo che sia più limpido, ove sia più dolce rinfrescare le labbra e le mani. Ella è un bene che non si perde; è perenne come la vena che sgorga dalla montagna profonda. Io ve la confido. Ella non deve più piangere. In ognuna delle sue lacrime è l′essenza perduta di chi sa qual fiore chiuso che poteva schiudersi e beare. Ella non deve più piangere. Io non la vedrò più sul vespro, appoggiata alla ringhiera, ascoltare le campane che fanno divenire tutta azzurra e umida la valle come i suoi occhi... Lontano voi la condurrete, signore? Molto lontano di qui?

Beatrice: (straziata, supplicando) Isabella, Isabella, non dire più queste cose! Tu non sai, tu non sai...

La demente: Oh, non aver pietà d′Isabella, non ti dolere s′ella rimane sola! Ella ha questa veste che tu le hai donata e, per questa, laggiù, qualche creatura l′amerà: qualche creatura giovine e tenera come tu sei.

Beatrice:. Addio...  (Ella s′interrompe, ricordandosi della ghirlanda che ella tiene nella mano sinistra lungo il fianco. La solleva.) Vedi? Mentre io sognavo per te presso il davanzale, Panfilo cantava di una ghirlandetta... Tu la conosci quella canzone.

Per una ghirlandetta

ch′io vidi...

Tu la conosci. Ora prendi questa ghirlanda che io ti ho fatta d′un ramo che io ho spezzato. Ahimè, non si può fare una ghirlanda senza recidere un ramo! Tu vedi, là: è fresca la ferita. (Ella indica l′arbusto che dianzi era con lei una cosa sola. Pone la ghirlanda sul capo reclinato di Beatrice. Si ritrae con un passo lieve e tacito, quasi che ella sia calzata di musco. Sembra che novamente si diffonda su la sua figura verde il mistero della foresta ov′ella sta per rientrare. La sua voce si fa sommessa. ) Addio, addio... Non sono più Isabella... Passerete più tardi pel bosco? Vi attendiamo, vi attendiamo...

Beatrice: (guarda Virginio disperatamente, togliendosi la ghirlanda e lasciandola cadere. Poi ella si slancia dietro La demente per trattenerla.) Isabella, ascolta, ascolta! Tu non sai, tu non sai... Non è quel che dici... Vieni, vieni... (Ella prende La demente per la mano e la trae dinnanzi a Virginio che sembra impietrito.) Non lo riconosci? Guardalo, guardalo bene... Non lo riconosci? Non ti ricordi di lui? Guardalo bene in viso... (La demente con un gesto repentino si strappa dal volto la maschera di foglie; e si protende verso il giovine, con gli occhi intenti e dilatati.) Non lo riconosci? Virginio... Virginio, il fratello...

La demente (trasale; prende d′improvviso tra le sue mani fasciate la testa del giovine, che chiude gli occhi pallidissimo e riverso come per morire; la guarda con una intensità terribile; se ne distacca, con un grido, sentendola appesantirsi tra le sue mani.) Ah, egli muore, anch′egli muore...

Beatrice: No, no... Non lo vedi? Non lo vedi?

La demente:  Ho sentito un′altra volta il peso della morte su le mie mani...

Beatrice: No, no... Guardalo! Non lo vedi? È in piedi, davanti a te. Non lo vedi?

La demente: (omai cieca di terrore.) Chi? Chi? Giuliano? Chi è in piedi davanti a me?

Beatrice: Il fratello... Virginio... Non lo riconosci? Eccolo! Guardalo! Guardalo bene!

La demente: Il fratello? Perchè è venuto il fratello? Perchè è venuto?  (I suoi occhi, che s′erano smarriti, fissano di nuovo il giovine, con un′espressione di frenetico terrore. Ella indietreggia, strappandosi dalle mani i fili d′erba che le fasciano, guardandosi le mani nude, guardandosi e toccandosi per il corpo come se di nuovo si sentisse macchiata. La demenza la travolge.) Perchè è venuto? Per riprenderlo? Per strapparmelo? Per portarlo a sua madre?... Così, così, a sua madre, senza sangue, senza più una stilla di sangue! Tutto il sangue è sopra di me... io ne sono tutta coperta... Vedete, vedete le mie mani, le mie braccia, il mio petto, i miei capelli... Io sono rimasta soffocata nel suo sangue... Ah, ma che ella non mi maledica, che sua madre non mi maledica! Ah, ditele voi, ditele voi che non mi maledica; ditele voi quel che io ho fatto pel suo figliuolo che moriva... Io non l′ho abbandonato. Se il colpo non è giunto sino a me, se non ha trapassato anche il mio cuore, ah ditele ch′ella non mi maledica per questo! Mille volte io sono morta in un′ora sola. Tutto il mio corpo è una ferita straziante; e io stessa, io stessa non ho più una stilla nelle mie vene... Io non sono viva; ditele che io non sono più viva... Io ho sentito penetrare nella mia carne la sua morte, come un gelo pesante, e ho sentito le mie ossa piegarsi sotto il peso... Questo è morire, questo è morire. Ma ditele che il suo figliuolo non ha sofferto la morte, ditele ch′egli s′è addormentato nella felicità fra le mie braccia... Ah ditele che io sapevo dargli una felicità senza confine, l′oblio del mondo, il bene supremo! Egli aveva chiuso gli occhi nella felicità, sul mio petto, e non li ha più riaperti. Io, io li ho riaperti per vederlo boccheggiare... La sua bocca mi versava tutto il sangue del suo cuore, ardente e puro come la fiamma, che mi soffocava; e i miei capelli n′erano intrisi; e tutto il mio petto n′era inondato; e tutta quanta io era immersa in quel flutto che pareva non dovesse mai restare... Ah, com′erano piene le sue vene e di che ardore! Tutto io l′ho ricevuto sopra di me, sopra la mia carne e sopra l′anima mia, fino all′ultima stilla; e gli urli selvaggi che mi salivano alla bocca io li ho rotti con i miei denti che stridevano, perchè nessuno li udisse, perchè nessuno venisse a distaccarmi da lui, a togliermelo dalle braccia, a metterlo in una bara... Dite, dite alla madre che questo io ho fatto; ditele che non mi maledica! E ditele che questo era quasi una gioia, che era quasi una gioia questa soffocazione terribile nel sangue caldo, ancor vivo, ancor palpitante, ancora mescolato all′anima sua... Ma dopo, ma dopo... Che può esser mai il brivido della morte al paragone del primo brivido che ha trapassato tutte le mie ossa quando io ho sentito che il calore abbandonava il corpo che io stringevo? E io l′ho stretto ancora, e io l′ ho tenuto ancora sopra di me, e l′ ho sentito a poco a poco divenir freddo contro il mio petto, farsi di gelo, irrigidire, pesare come la pietra, come il ferro, divenire veramente un cadavere, una cosa estranea, sorda per sempre, lontana per sempre, che nulla potrà far rivivere più, mai più, mai più... (Le sue ginocchia sono agitate da un tremito così violento ch′ella cade al suolo. Beatrice che si copriva il volto con le mani, ode lo schianto e accorre verso la sorella, la sostiene, tenta di sollevarla. Teodata, che era venuta su la soglia e piangeva in silenzio, accorre anch′ella e la sostiene.)

La demente: (tendendo ancóra le mani supplichevoli verso Virgilio a cui l′angoscia impedisce ogni moto e ogni parola.) Ah ditele, ditele questo, ditele voi che non mi maledica! Portate anche me nella medesima bara, seppellite con lui anche me che non sono più viva! Ah, voi non potrete seppellirlo interamente se non seppellite anche me con lui, perchè tutto il suo sangue è sopra di me, è sopra di me tutto quel che fu la sua vita... (Ella si libera con violenza dalle mani che la soccorrono, che vogliono sollevarla.) No, no... Lasciatemi! Lasciatemi! Non mi toccate! Esse vogliono portarmi nell′acqua... No, no; non voglio, non voglio! Lasciatemi così! Voglio rimanere così, voglio che sua madre mi veda così.... (Un languore subitaneo la invade, come s′ella fosse per venir meno. Ella si piega su un fianco, tocca il suolo con una tempia.) .... così... sepolta...

(Il dottore già entrato per la porta sinistra, fa cenno alle due donne di discostarsi dall′abbattuta. Egli stesso conduce, con un atto dolce, Virginio verso il sedile ove prima questi era seduto al fianco di Beatrice. Virginio siede nascondendo tra le palme la faccia. Beatrice va verso di lui lentamente. Il dottore si china su Isabella che sembra quasi assopita; la tocca. Ella sembra risvegliarsi, immemore. La sua bocca si contrae come se le mascelle fossero dolorose. Le sue mani sfiorano le tempie, le gote, le labbra smarritamente.)

Il dottore: (chino su lei.) Eravate per addormentarvi? Perchè qui? Una farfalla bianca è passata ; va verso il bosco... Non dicevate dianzi di volervi distendere sotto gli alberi, di voler essere come l′erba umile ai loro piedi? Volete che io vi conduca laggiù? Che sonno calmo voi dormirete, in questa veste, laggiù, sotto le piccole foglie nuove! Con gli alberi, con i cespugli, con l′erba voi sarete una cosa sola... Volete che io vi conduca laggiù?

La demente: (guardando intorno a sé con gli occhi velati a attoniti.) Sì, Sì... laggiù, laggiù.... dormire... con le piccole foglie...

(Teodata: rientra per la sua porta, curva sotto la sua tristezza, senza rumore. Beatrice, rimasta in piedi presso il sedile, induce Virginio a levarsi. Entrambi s′allontanano per l′altra porta. Virginio dalla soglia si volge indietro a guardare Isabella che è ancora in ginocchio; poi scompare. Il silenzio ora è altissimo, non interrotto se non da qualche grido di rondine, da un ronzio d′api, da un alito di vento.)

Il dottore: Andiamo dunque... Datemi le vostre mani. (Egli le porge le mani per sollevarla.)

La demente: Non ho forza, dottore... Aspettate, vi prego, ancora un poco! Io ero laggiù, dianzi, mi sembra... ero laggiù... come l′erba... Qualcuno mi ha calpestata... Certo, qualcuno mi ha calpestata... Aspettate, vi prego! Forse mi leverò... (Ella seguita a guardare intorno a sè. Il suo sguardo s′arresta all′arbusto d′arancio.) Guardate, dottore, quante api intorno a quella pianta! Sono pronte a suggere. Aspettano che i fiori sieno aperti... Io vorrei un favo di miele... (Volgendo ancora lo sguardo, ella scorge la maschera di foglie e la ghirlanda caduta.) E quelle foglie, là? E quella ghirlanda? (Sembra che un baleno attraversi la confusa oscurità del suo spirito.) Dov′è Beatrice? Dov′è Beatrice?

(Le sue mani sfiorano di nuovo le tempie, le gote, le labbra smarritamente. Ella resta immemore. Si trascina verso la ghirlanda, la raccoglie, la guarda, sorride del suo tenue sorriso infantile.)

Per una ghirlandetta!

ΤΕΛΟΣ

FINE

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Ultimo aggiornamento: 25 febbraio 2012