Gabriele D′Annunzio

Le faville del maglio.

tomo primo.

IL VENTURIERO SENZA VENTURA

e altri studii del vivere inimitabile.

Edizione di riferimento

Gabriele D′Annunzio. Le faville del maglio, tomo primo, Il venturiero senza ventura e altri studi del vivere inimitabile, Milano, Fratelli Treves Editori MCMXXIV proprietà letteraria. – Tip. Treves. I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l′Olanda. Copyright by Gabriele d′Annunzio, 1924. Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest′opera che non porti il timbro a secco dell′autore.

AGLAIA

 

 

Indice

A Eleonora Duse Figlia ultimogenita di San Marco

Apparizione melodiosa del patimento creatore e della sovrana bontà.

Primizie di studii.

Tra l′incudine e il maglio.

Il venturiero senza ventura.

Di Prometeo beccaio. Contro la speranza.

La cicala vespertina.

La maschera aerea.

« Scrivi che quivi è perfecta letitia ».

Dell′attenzione.

Il fiore del bronzo.

La Clarissa d′oltremare.

Tre parabole del bellissimo Nemico:

Il Vangelo secondo l′Avversario.

La parabola del figliuol prodigo.

La parabola dell′uomo ricco e del povero Lazaro.

La parabola delle vergini fatue e delle vergini prudenti.

Gesù e il risuscitato. Gesù deposto.

Il secondo amante di Lucrezia Buti.

O quanto è beato l′uomo che sempre vegghia, et sta l′anima sua in questo studio!

Spechio dei pecaturi.

Sarò presente a me medesimo quanto io potrò, e li sparti pezzi dell′anima ricoglierò, e continuamente starò con esso meco in diligenzia et esquisito studio e senza inganno.

El Secreto di Messer Francesco Petrarca.

Si protesta l′autore di aver composta questa opera de′ ricercari per quelli che si applicano allo studio del Contrappunto.

Saggio d′un frate minore sopra il Canto fermo.

E dopo cento ricercate e cento Cantò.

Poema del Carteromaco. Gratia Dei sum id quod sum.

Impresa d′un Borbone di Navarra

Tra l'incudine e il maglio

Gratia Dei sum id quod sum.

Impresa d′un Borbone di Navarra

Avvertimento.

Raccolgo in tre tomi densissimi le più belle prose, e le più varie e le più ricche e le più ardite, arditamente estratte dal libro della mia memoria. E so di cadere in trasgressione contro un mio antico proposito. E non nego a Frate Iacopo che di questa mia trasgressione, come di ogni altra, sia « cagione e principio la superbia ».

M′è a noia la falsa modestia di Francesco Petrarca che, avendo istituito di scrivere quel suo colloquio intitolato Il Secreto, si schermiva così, come forse un tempo io mi sarei schermito: «Non che io voglia questo essere connumerato fra le altre mie opere, ovvero che io addomandi da questo gloria (la mia mente rivolge alcune cose maggiori), ma acciocché la dolcezza, la quale io presi una volta da quel colloquio, quante volte mi piacerà, io possa quello leggendo ripigliare. » Ed ammonisce egli il suo libello che, fuggendo la moltitudine degli uomini, sia contento di star col suo autore e non dimentichi il proprio nome: «perché tu se′ il mio Secreto, e così se′ chiamato ».

Nel mio tempo fiorentino – or è molt′anni di studio e di azione e non di età, che la mia età è sempre novella – ebbi per mano un libro d′un cronachista mercatante del trecento: una semplice cronaca della sua casa e della sua bottega, una « brieve menzione » de′ fatti segreti della compagnia e della mercatanzia, che a lui s′appartenevano, d′anno in anno. E nella prima carta del codice era scritto: « Questo libro è di Goro di Stagio Dati, e chiamerollo Libro segreto. »

Allora presi una grande cartella di cordovano [1] fulvo, una vecchia legatura vedova a cui non eran rimasti se non il dosso e le due tavole e il motto d′oro Regimen hinc animi. E dentro vi raccolsi i primi fogli rinvenuti nel libro della mente che vien meno. E, di tratto in tratto, altri ne aggiunsi. E da quel tempo tenni quel cordovano come il mio libro segreto; e in una delle facce interne volli trascrivere il principio di Goro, che mi piacque: « Al nome di Dio Padre Figliuolo e Spirito Santo qui apresso farò memoria di certe speciali cose, a chiarezza di me e di chi fosse dopo me, che Idio ci dia grazia che siano buone. »

Mi piacque di vedere con tanto concisa e franca semplicità espresso il mio intendimento dal figliuolo di un Consolo dell′Arte e Camarlingo al Sale, più tardi Consolo dell′Arte egli medesimo dieci volte, e poi Gonfaloniere di giustizia, e poi de′ Dieci della libertà. « A chiarezza di me. »

Tutte queste mie ardue prose furono scritte sempre a chiarezza di me, con la volontà costante di acuire sempre più la mia attenzione sopra la mia vita profonda e con l′assiduo sforzo di cercare quella mia « forma pura » a cui il mio fervore il mio coraggio il mio patimento sono chiamati e destinati. Più d′una volta, scrivendo a chiarezza di me, ho anche scritto a lode di me, senza timidità alcuna; e m′è parso di aggiungere alla Laus vitae una Laus mei non meno mirabile di ricchezza ritmica e di potenza figuratrice.

Significativa fra tutte è la prosa che per abbondanza predomina in questo primo tomo, e lo termina. Averla tolta al libro segreto dimostra che la mia audacia non ha limite, come sanno i miei compagni di guerra. Ma questa sorta di audacia è molto più difficile e più rara di quella che tante volte mi condusse dove non era giunto ancora nessun altro uomo vivo.

Qui, come per la scultura delle origini, l′oggetto vero della mia arte verbale è il nudo, nel senso dello spirito. E dico che qui spesso io riesco a ottenere una rispondenza perfetta tra la mia volontà di espressione e la materia ch′io tratto, fra il mio pensiero e il mio linguaggio, superando quella condanna a cui sembra dannato ogni artefice, quella sentenza enunciata da Giordano Bruno con la bocca non anche esperta del fuoco penetrabile: Ars tractat materiam alienam. Il mio linguaggio m′appartiene intiero; e circola in me, e si sviluppa e si accresce e si moltiplica in me come la forza vegetale che dell′albero fa una sola creatura compiuta: materia e forma.

Questa compiutezza non divisibile è qui l′assoluto valore di ciascun frammento. Per certi spiriti d′una certa qualità oggi quasi smarrita, ogni frammento anche scarso ha una sua propria vita piena che basta a dare una gioia senza fine, come il frammento d′una pittura funeraria tebana, d′una metope attica, d′una fontana moresca, d′un capitello di Monreale.

Voglio dimostrare, pur contro Dante, che la materia contenuta nel lessico di tutta la italianità non è sorda all′intenzion dell′arte e che, fra le diverse materie plastiche, è atta più d′ogni altra a costituire una identità assoluta con la forma a lei dallo scrittore impressa.

Ma dell′arte verbale, e dei tanti valori da me scoperti e palesati, e dei rapporti innumerevoli tra il linguaggio ereditario e la volontà d′espressione io mi propongo di trattare nel Comento d′un fabbro perfetto e d′un perfetto maestro di lima, che seguirà i tre tomi consacrati alle Grazie come i tre altri tomi saranno consacrati alle Parche.

E non disdegno di rispondere alla stupefazione di chi crede monastica e francescana la mia solitudine, non disdegno di rispondergli in servigio di Aglaia e di Clotho avere io scritto di mio pugno nella faccia interna del cordovano, sotto il principio di Goro Dati: «Apollo delio e pierio avrà sempre l′ultima parola, dopo ogni turbolenza e pestilenza. »

Che diverrebbe oggi il mondo se gli iddìi noti e gli ignoti non facessero fiorire le solitudini?

Io, per me, quando della mia solitudine avrò falciato tutti i fiori per farmene uno strame eterno, sarò contento che nella mia lapide funebre sia inciso quel distico ignudo di un poeta pirata senza nome, della oligarchia di Megara: « Servire io seppi l′iddio cruento della guerra e penetrare la più segreta arte delle Aònidi [2] . »

V′ha anche oggi alcuno che mostra di conoscere perché, a quando a quando, nella storia degli uomini, una parola d′uomo ferva d′un fervore perpetuo e sempre novello. V′ha alcuno che mostra di conoscere perché tal semplice parola d′uomo tocchi tanto addentro l′anima degli uomini. Il senso e la tempera di essa parola non son dati se non dalla rispondenza eroica, dalla volontà indomita di fare e di patire.

Tre sole pagine, scritte il 29 agosto 1898, danno il titolo a questo primo tomo di tante pagine.

Un cavaliere imbelle, sopra un′altura fiorentina, è assalito dai grandi fantasmi ossidionali [3] del tempo quando i mercenarii offerivano di comperare a Madonna Fiorenza i suoi broccati in misura di picche. « Veramente, nella nostra anima moderna, l′amore della città da forzare e da prendere è smarrito. »

Dopo ventun anno, in un mattino di settembre, quel medesimo cavaliere, armato d′armi raccogliticce ma invincibili come la sua fede, dopo ventun anno radunava la sua gente in un prato cinto di macerie, dove giungevano l′alito e l′anelito della città da prendere, della città da liberare, della città da sollevare alla cima di tutte le insurrezioni e le aspirazioni umane, al sommo di tutta la vita libera e di tutta la vita nova.

Non in sella ma co′ piedi nell′erba riarsa, col sole e col vento del Carnaro in faccia, egli rivolse ai compagni la sua «orazion picciola», forse la più bella delle sue orazioni d′assalto.

Poi solo, contro le tre vecchie potenze barcollanti nell′ingordigia e le tre vecchie bandiere sventolanti nella vanagloria, prese la città, tenne la città.

Per ciò forse la mia trasgressione contro il mio antico proposito di preservare il mio libro segreto è cagionata, secondo Frate Iacopo, dalla superbia, ohimè, non santa. Ma nella vita dello spirito vi sono ore più gravi di quelle che gravano talora sul monaco abbattuto nella sua cella dinanzi al suo crocifisso.

La solitudine mi guarda dal trionfo. Mi guardi ella dal trionfo sino alla morte. Faccia ella che sino alla morte la mia vera anima non sia conosciuta se non dall′aurora e dalla tempesta, dal giardino e dalla selva, dalla rondine e dall′aquila.

Il vecchio mondo si va spegnendo in una sorta di manìa putrida, copròfago [4] che in balbuzie senile converte, il rugghio profetico. Non meno abietta, la sua vecchia arte si corrompe e si spegne, boccheggiante paraninfo, della Pace che sposa l′Obbrobrio.

Tutta la mia vita è innamoratamente congiunta alla mia arte, come apparve e appare nella mia meditazione occulta e nella mia azione palese. Il mio amore e la mia verità non sono di questo tempo. Clarum spero sonitum.

Il Vittoriale: 14 luglio 1924.

IL VENTURIERO SENZA VENTURA.

29 agosto 1898 (Firenze).

A cavallo, dopo una giornata di pioggia, verso sera.

Tutto è umido, pregno d′acqua. Su la collina il cielo è ancor gravido, d′un color plumbeo pendente nel ceruleo. Lungo l′Affrico le rondini volano basse, radendo l′erba, con voli brevi e rotti. In un viale, presso il Campo di Marte, il suolo è sparso delle prime foglie morte.

Galoppo sul prato ove le erbe arsicce si ravvivano. Il cavallo si eccita, cerca di guadagnar la mano, si copre di schiuma. Una felicità muscolare m′inonda; l′orgoglio della solitudine mi gonfia il cuore. Porto non so che musica in me. Non ho in me pensieri definiti, né imagini compiute. Ma, a quando a quando, mi tornano nella memoria e m′inebriano di mistero parole che sembrerebbero vane o remote a un estraneo e che dentro me risuonano con non so quali rispondenze profonde: queste, per esempio, d′un versetto biblico, potenti e insistenti come il tema di una sinfonia. « Quell′uomo Gabriele volò ratto e mi toccò, intorno al tempo dell′offerta della sera ».

Cavalco verso San Miniato, passando l′Arno al ponte di ferro. Girando sul fianco di San Miniato, per un sentiero in salita, sbocco nella Piazzola degli Unganelli deserta.

Sul muro d′una villa son disegnati e dipinti in scuro gli antichi merli (ora nascosti entro la nuova fabbrica) che costruì l′imperiale Alessandro Vitelli, durante l′assedio di Firenze, per offendere la città tradita. Il colore dà l′illusione che quei merli non sieno finti ma appariscano sul muro bianco come l′ombra gettata da una rocca che gli sia di contro. Grandi cipressi sorgono da una banda, aerei, palpitanti, respiranti al soffio del vespero.

Dall′altro lato si scorge la città, dilettosa quale apparve agli assalitori, quasi feminea, ornata del suo fiume d′oro come d′un monile fornito ne′ secoli da tutti i suoi orafi. « O Fiorenza, » gridavano i mercenari ebri di saccheggio e di strage «Madonna Fiorenza, compreremo i tuoi broccati a misura di picche!».

Veramente, nella nostra anima moderna, l′amore della città da forzare e da prendere è smarrito. Imagino il lampo della cupidigia nell′occhio del venturiero quando, allo svolto d′una via, al varco d′un monte, appariva la faccia della città promessa. Certi capitani dovettero conoscere una sorta di lussuria ossidionale.

L′ombra guerresca dei merli, i grandi cipressi strepitosi, il vento vespertino, lo splendore ultimo del giorno, la massa dei palagi, dei campanili, delle cupole, delle torri disegnata più nettamente che il rosso castello su la roccia dura nella tavola di Lorenzo Monaco, e la nobiltà delle montagne lontane, e le zone di fuoco che s′allungano all′orizzonte, e l′impazienza del mio cavallo, e le agitate musiche che sono in me, tutto mi solleva alla virtù del sentimento eroico.

L′ave inazzurra il grembo di Madonna; e il suo monile ora è di perle occidentali.

Un volo sghembo mi sfiora: d′una rondine? d′un pipistrello? Il mio cavallo di tratto in tratto sbuffa rumorosamente.

Dalle aiuole, che sono sotto il Piazzale di Michelangelo, sale un odore insano di tuberose. Il rombo delle campane oscilla su la vasta conca. Mi volto; scorgo nel cielo la nera statura di Davide. E lo scampanìo sui sogni del mio capo si muta nel rombo della frombola irresistibile.

DI PROMETEO BECCAIO.

5 ottobre 1898 (Roma).

Una stanchezza febrile e angosciosa, un′ambascia piena di sussulti, nell′insonnio, attraversata da vasti baleni di creazione.

Le figure della mia nuova tragedia sembravano sorgere dal pavimento come quei getti subitanei di materia infiammata che rompono su da un terreno vulcanico, rosseggiando incupiscono, poi si raffreddano, si rassodano, prendono un aspetto d′irte rocce grige ma irraggiano tuttavia un calore intollerabile e scottano se la mano le tocchi. Non osavo guardarle. Se mi coricavo sul fianco sinistro, il cuore si metteva a battere così forte che ne avevo intronate le tempie, quasi fosse in punto di moltiplicarsi per distribuire la vita anche in quelle forme generate. Non osavo guardarle. E a un tratto una volontà crudele, che certo era la mia se ben non paresse, m′aiferrava lo spirito e me lo piegava verso quelle, col piglio di chi sforzi talun repugnante a mirare uno spettacolo d′orrore.

No, non è forse giusta la similitudine. Nulla è più difficile a rappresentare che tal sorta di moti misteriosi. Penso, per analogia, a quel ribrezzo energico che m′attraversò la spina dorsale guardando in uno specchio a mano la lunga ferita incisa nel cuoio del mio capo dalla sciabola del mio avversario, quand′ero ancor giovinetto: una ferita che slabbrava scoprendo la cassa del cranio prima che l′ago ricurvo del chirurgo la ricucisse. Ribrezzo energico è l′espressione che serra più da presso l′oscurissimo impulso. Sempre qualcosa di carnale, qualcosa che somiglia a una violenza carnale, un misto d′atrocità e di ebrietà, accompagna l′atto generativo del mio cervello. Non so perché, talvolta mi rappresento il primo formatore dell′argilla terrestre, il rapitore del fuoco divino, Prometeo, con le mani e le braccia lorde di sangue crasso fino ai gomiti, da quel destro beccaio ch′egli fu nello scuoiare e disossare il toro del sacrificio per sottrarre a Zeus la carne e l′adipe.

Tutte queste imagini paiono oblique e incoerenti; ma conosco qualcuno che, se glie le dicessi, comprenderebbe.

Io ho la mia bestia meco, quando creo. Quando le scintille si partono da me, allora più sento la materia spessa di cui son fatto. Tutta la mia sostanza è commossa e sommossa, talché non v′è istinto ferino che non si sollevi dal fondo a soperchiarmi.

Di sùbito, stanotte, in una pausa dell′ambascia, ho sentito allo stomaco il morso della fame. Tutto il corpo aveva fame e sete. Mi s′è spezzata un′unghia nella fretta d′aprire una scatola di biscotti. Ho mangiato avidamente con un meraviglioso piacere, seduto su la sponda del letto, asciugandomi il sudore che mi rigava il collo, come se avessi vangato e l′ultima zolla scissa a specchio luccicasse non discosto dal mio calcagno. «Cesare Bronte, Ruggero Flamma, Elena Comnena». I protagonisti avevano i loro nomi e, coi loro nomi, i loro denti e tra i denti il lor soffio. Non mi davano più né ribrezzo né paura né affanno. Cessavo di masticare il boccone arido, per seguire con maggiore attenzione un gesto preciso che ad un tratto esciva dalle masse sbozzate dei loro corpi. Cesare Bronte pareva s′ingrandisse d′attimo in attimo, ingigantisse, tutto rilievi e cavità, tutto cicatrici e scabrezze, tutto nocchi e punte, ora tronco e ora macigno. Lo sguardo di Ruggero Flamma talvolta era inquieto e incerto, era come una mano che palpi una muraglia buia per trovare gli interstizii d′una porta; si perdeva talvolta, cessava, come se l′occhio si votasse interamente, simile al buco che rimane nell′orbita delle teste di bronzo, ond′è balzato via lo smalto. Elena Comnena, la seduttrice e la devastatrice, non era abbastanza bella. Le cambiavo la maschera, e non aveva ella ancora la sua vera e propria bellezza. Ma già la sua bocca rosseggiava della sua parola mortale e immortale: «La Gloria mi somiglia».

Ah, che m′importa? Ora ho voglia di dormire, di sprofondarmi nel più nero sonno.

CONTRO LA SPERANZA

7 ottobre 1898 (Roma).

Mi sovviene d′un malinconico mio verso giovenile: l′autunno è veramente una primavera dissepolta. Ma, come tutti i morti dissotterrati, spande le più pericolose infezioni coi tossici della putredine. L′anima non fu mai più fumida in me. Ho veduto una nuvola bassa su l′Aventino lacerarsi contro le ruine dei palazzi imperiali.

Che strana sera! Affannata dallo sforzo del temporale, tutta ancor bagnata dagli scrosci ma caldiccia come se ancóra tra le commessure del lastrico luccicanti ribollisse la feccia dell′estate. I corpi lenti delle nuvole erano maculati di solfo come la pelle delle salamandre piovane. Qualcosa di simile a un ribrezzo animale pareva spargersi per l′ombra là dove la luce si ritraeva come la marea su le spiagge oceaniche quando la sabbia palpita oscuramente della vita marina rimàstavi presa tra i rottami e il tritume e le lunghe erbe senza radici e i riflessi delle prime stelle.

Io non distinguevo quelle apparenze dai modi della mia intima vita; ma sentivo tutte le cose prossime ai miei sensi, come il pescatore che va a piedi nudi sul lido scoperto dal riflusso e si china a ogni tratto per riconoscere e raccogliere quel che gli si muove sotto le piante. Gli aspetti della città erano simili alle mie passioni e simili alle muraglie di Ninive o di Cnosso, luoghi del mio ardore e luoghi della mia fantasia, esistenti e inesistenti, figure del desiderio e figure del tempo. Era una di quelle tumultuose armonie onde soglion nascere le più belle forze della mia arte. Nulla sfuggiva agli occhi senza tregua attentissimi che la Natura mi ha dati, e tutto m′era alimento e aumento.

Una tal sete di vivere è simile al bisogno di morire e di eternarsi. In certi giorni io ho saputo come vivessero gli uomini prima che Prometeo indebolisse i loro cuori ponendovi le cieche speranze.

O discepolo ignoto, se vuoi che i tuoi giorni sieno pieni, guardati da quelle molli compagne che s′interpongono perché tu non forzi ciascun attimo a darti sùbito tutto ciò che porta.

Io veramente non ne ebbi se non una, ed era armata di giavellotto come Atalanta la Beota; e sempre, per non lasciarmi uccidere e per avanzarla, io imitava lo stratagemma di quel pretendente che lasciò cadere i pomi nel correre. Lasciavo cadere i sogni vani.

Ma se, così trasposta, consideri la favola, trovi in essa un senso magnifico. E l′una e l′altro alfine si congiunsero per profanare un tempio e per trasfigurarsi in leone.

LA CICALA VESPERTINA.

17 luglio 1898.

Su la via di Fiesole, alla fine di una giornata afosa.

Firenze è calda e grigia, come sepolta sotto la cenere. La mano macra di Dante ne raccoglie una manata e la sparge col gesto di chi semina al vento. Non spira un alito. La cenere ricade nel luogo medesimo.

Ma balza forse a un tratto il nembo dall′occidente? La cenere dà faville; l′incendio si ravviva. Nessuna vampa prorompe. La città incenerita si tace sotto il cielo trascolorato ove sale il primo quarto.

La luna nuova è come un pugno di solfo che bruci. Il suo ardore sembra fuggitivo come quello di una materia accendibile. Sembra ch′ella si consumi nell′alto etere e che fra poco debba sparire senza lasciar traccia.

Salendo su per la via di Vincigliata, a cavallo, odo ancóra il canto delle cicale, remotissimo, nel cuor nero dei cipresseti. I cipressi che limitano il cammino son già taciturni; ma l′ultimo stridore persiste nell′intimo del folto, perdura come per la smania di risuscitare il fuoco spento del sole. La profondità della selva è dunque ancóra di bragia mentre su gli orli già alita la frescura della sera?

A poco a poco le infaticabili cantatrici s′affiocano, s′acquetano. Una sola continua, sempre più lenta, interrotta da pause via via più lunghe. In ogni pausa, sembra che l′aria si rinfreschi. Un nuovo stridore sembra che la rinfochi. Alfine il canto oscilla diminuendo, come una làmina sonora: s′arresta.

Io fermo il cavallo, contro un mucchio di pietre; e ascolto, quasi senza respiro. Tutto è silenzio. Allora mi sollevo su la sella per prendere una gran boccata d′aria, per ingoiare il vento lieve che non ha forza di muovere le vette. Ma dentro mi rimane non so che ansia, come s′io tema che la cicala ricominci e che l′ombra riarda.

LA MASCHERA AEREA.

Senza data – (Roma).

Per favore del caso, con qualche povera moneta di rame ho contrastato al fuoco della povertà alcune schegge di legno incorruttibile. Appartennero al più venerando dei cipressi michelangioleschi che a uno a uno il fulmine ha scosceso e vinto nelle Terme di Diocleziano. Se io ne facessi uno scrigno, che cosa vi chiuderei? Forse l′altro mio cuore; forse il libro che non ho scritto: il libro dell′altra mia vita.

Mi ricordo di aver veduto i rosai gialli e bianchi abbracciare quei tronchi decrepiti, nelle mie primavere, quando le Terme erano il prediletto luogo di convegno ai miei dialoghi platonici.

Dolci nella memoria. Le grandi muraglie di cotto sembrano ricuocersi al sole. Un gatto pigro, che contro il mattone si gode il calore con gli occhi socchiusi e gli ugnoli [5] rattratti, sembra comunicare la sua beatitudine a tutta quanta quella romana enormità.

Il primo androne è nell′ombra. Sotto le possenti arcate il cielo è come lo sguardo cesio [6] di Minerva sotto le sopracciglia severe. I blocchi di pietra, le statue senza capo avvolte in toghe a pieghe composte, le colonne mozze, i capitelli corrosi, le urne inverdite non sono se non le forme solide del silenzio. La verzura sgorga da un ampio vaso, nascondendo gli Amori scolpiti sotto il labbro; l′acqua sgorga da due fontanelle, lungo il muro, similmente tacita. Il musaico dei bestiarii e della tigre nel vestibolo è nero e bianco: similmente due ale del porticato sono nell′ombra, due nel sole.

Nell′ordine quadruplice delle colonne la luce è divina: è la nutriente luce della vita, quella medesima che Antigone saluta partendosi per la riva d′Acheronte. I rumori dell′Urbe sembrano un rimotissimo rombo marino. Non sorge da un′ara quel diritto stelo di fumo che contamina l′azzurro? Non spezzeremo oggi il pane fatto di quel frumento che triturarono le antiche mole consunte, ora inerti nell′erba?

Non guardiamo i cipressi troppo grandemente tristi e casti. Le porte delle celle sono aperte. Le celle sono solitarie e segrete. Nei brevi orti qualche fil d′acqua geme. S′ode il crocidare delle cornacchie adunate sui tetti vicini. Uno squisito fiore di giaggiolo s′apre tra due frammenti di colossi ripescati nel Tevere, che si ricordano del limo flavo [7] . In fondo a una cameretta cupa, una testa di donna pensosa s′inclina perché un labbro invisibile le sfiori il collo, di sotto la chioma vivida come una fiamma intrecciata dal calamistro [8] . Apollo guarda se il passo della vegnente sia regolato dal ritmo delle Muse. Dioniso, più molle d′una sonatrice di flauto, non soffrendo il peso della nebride che gli attraversa il torace, chiede una ghirlandetta d′apio [9] amaro. Tra questi imperatori crudeli dalla fronte bassa qual è colui che non conobbe mai due volte una medesima donna? e qual è colui che inventò una donna nuova, per via della ferita ch′ei fece a Sporo? Ma Saffo ha chiusa la perfetta bocca nutrita di siccità e di canto; e Afrodite le dice: «Volgi, eterna Saffo, volgi il tuo riarso viso verso me ». Invano la chiama Afrodite. S′adunano lì presso quelle che la mascula scelse per la bellezza delle capellature?

Non sono le alunne di Lesbo; sono le matrone di Roma. Ecco un diadema di riccioli, tutto forato come un alveare; entro i cui alveoli certo mellificarono le api trascolorando i capelli nel colore del primo miele. Beco l′acconciatura augustéa, con la treccia che sorge dal mezzo della fronte e partisce il capo discendendo alla nuca. Ecco la parrucca di Matidia simile a un turbante sottilmente intrecciato. Ecco le ciocche rigonfie del tempo di Settimio Severo, che coprono gli orecchi e contornano le gote. Ecco l′imagine ondosa del mare su la fronte di Lucilla; e la chioma di Sabina, rialzata dalla nuca al vertice del capo, ch′evoca la Venere snella; e la chioma di Giulia Mammea, divisa pel mezzo e ravviata in dietro e sostenuta dagli orecchi nel ricadere sul collo, che pare adombri la modestia della vergine cristiana.

Ah, come dunque potemmo indugiarci là dentro, scaltrire l′amore, eludere il custode, cogliere la giunchiglia nel piccolo orto murato, quando i sublimi cipressi ancor prolungavano la meditazione dei secoli su l′erba rediviva?

Forse non li piantò il Buonarroto, che non amava nella Natura se non il sasso e l′uomo. Ma erano tristi e casti così grandemente che ben potevamo imaginare sotto quelle quattro ombre le quattro statue colcate della Sagrestia fiorentina.

Qual goffo zelo osò sostituire i nuovi nel luogo di tanta stirpe? La grandezza eroica ha il privilegio di lasciare il vestigio nell′aria che più non occupa, oltre che nel suolo ove stette abbattuta. La santità dell′albero abitava per noi ciascuno spazio aereo, visibile talvolta alla contemplazione degli spiriti reverenti. Ora quei cipressi giovenili sono di così misero aspetto che sembran colpiti di sterilità per castigo del sacrilegio. E il poeta pellegrino, disdegnando omai le facili rose del chiostro menomato, si rivolge a cercare in cima della svelta colonna uno strano fiore marmoreo: la Maschera antica.

La disperazione di Edipo non sànguina pei due fóri degli occhi incavati né le grandi onomatopèe del messaggero di Serse erompono dalla bocca rotonda; ma sembra che tutto il cielo latino divenga quivi lo sguardo cesio di Minerva e un canto senza suono o forse un sorso d′immensa felicità. La bocca beve di continuo l′azzurro e gli occhi versano la luce.

Il volto della Musa terribile è dileguato.

La divinità dell′Etere splende per entro quella forma imperitura foggiata dall′uomo avido di pietà e di terrore. La Tragedia ha un sorriso aeroso come quando

Sofocle interrompe il cozzo dei fati con la lode corale al biancheggiante Colono. E sembra che l′auletride [10] scolpita sul fianco del seggio di Afrodite si liberi dal marmo e snodi le sue gambe lisce ed esca dal museo per venire a piè della colonna col suo flauto muto.

«Dolci sono le melodie udite ma quelle non udite sono ancor più dolci, ha cantato il cantore che dorme presso la Piramide di Caio Cestio.

Poche imagini io so tanto belle. La Maschera alzata nell′infinito, con la bocca e gli occhi pieni di cielo, non sembra dal silenzio e dalla luce ricommista alla Natura come quando nelle origini era fatta di fresco fogliame?

Incipit Tragœdia nova.
I.

O Roma, come un Barbaro ebbi gioia

di te quando il desio fiutar nell′erme

ombre parea de′ Circhi e delle Terme

sol l′acre odor della tua lupa in foia.

Lungi dal lezzo della plebe croia [11] ,

vissi di spoglie opime io non inerme;

regnai gli atrii le fonti i lauri l′erme;

vestii l′ostro; e all′Amor dissi : Ch′io muoia!

Venir t′udii notturna di lontano

col rimbombo del bronzo al mio terrore

come la statua sùccuba di Venere;

ahi Roma, e all′alba il dosso della mano

torse dalla mia bocca il tuo sapore,

sapor d′eterno ch′è nella tua cenere.

II.

Or quel desio, più fervido e men folle,

ombre ben altre cerca e prede spera

se cantar oda inno di primavera

le tue natività di colle in colle.

Quel tuo sapor di su la bocca molle

mi discese nell′anima severa

allor ch′io trassi la mia legge vera

dalla guaina delle mie midolle.

I figli miei, concetti [12] nell′ebrezza

come delitti sacri alla dimane,

or chiedono che tu lor sii materna.

Rósi dal marchio della tua bellezza

ti chiamano, famelici del pane

promesso dalla tua semenza eterna.

III.

Ma non in te mi placo (nel solstizio

non spriemo pe′ tuoi Mani il miel dal fiaro [13]

né, Mavorzia, la vittima preparo

obesa e immacolata al sacrifizio)

ché di tutti i tuoi segni uno è propizio

 alla mia vita, uno al mio sogno è caro:

il braccio dell′eroe, dinanzi al Faro [14] ,

su dal sangue che arrossa il mare egizio.

Cesare tuo grifagno, onde tu ardi,

contra gli uomini e contra la tempesta

solo si scaglia a nuoto; e tu lo guati.

Ei tuffa il capo al sibilo dei dardi

ma sempre ha in pugno il libro della gesta

immune sopra i flutti e sopra i fati.

IV.

In queste grandi imagini mi spoltro [15] .

Canta il gallo:  a qual guerra, a qual fatica?

Per fender l′Agro, càssida e lorica

ho già converso in vomero et in coltro.

Aggravando la stegola [16] m′inoltro

pel tuo deserto che non sa la spica.

Ecco nell′elee ridere Marìca [17] ,

il Rutulo balzar sul caval poltro [18] .

Tutto a me vive ne′ tuoi campi scissi.

M′avvampa il volto per le fenditure

l′ardor della bellezza ch′io presento.

S′apra il mio solco in fauce a rapimento,

Madre, e per le tue nuove creature

con l′impeto di Curzio io m′inabissi!

“SCRIVI CHE QUIVI È PERFECTA LETITIA”

11 settembre 1897.

Stazione di Ancona. Sera di sabato. Viaggio verso Assisi.

La stazione è morta. Sotto la vasta tettoia nera i lumi sono semispenti. Le fiammelle vacillano fioche in cima ai becchi, nei fanali. I carri fermi su le rotaie sembrano feretri fasciati di gramaglie. I bovi, prigionieri invisibili, mugghiano di continuo rispondendosi, come nel chiuso d′un macello quando attendono il maglio o il taglio. Sotto un carro un cane biancastro rosicchia qualcosa nel sudiciume. Vedo in una sala, triste come un parlatorio di spedale, tre monache e un′educanda che sonnecchiano, un prete che legge il breviario, una femmina enorme che bofonchia, soffocata dall′adipe, sdraiata su l′atroce divano rosso. Scorgo pel lato aperto della tettoia una collina sparsa di lumi, San Ciriaco alto nell′azzurro palpitante, le sette stelle dell′Orsa. E il mugghio lamentevole dei buoi prigionieri empie l′oscurità deserta, evocando l′ammazzatoio, il tonfo della stramazzata, la pozza di sangue fùmido.

Di tratto in tratto, passando, odo il ticchettio del telegrafo. Il telegrafista, con un viso gonfio e stanco, fa scorrere tra le sue dita la lunga lista bianca, chino sul congegno delicato che sembra fervere di pensieri e di sorti, di comandi e d′implorazioni. Più in là, dentro un carro, al chiarore d′una candela che sgocciola, un impiegato postale raccoglie le lettere cieche in un sacco nerastro, strozza il sacco con una corda, poi suggella il nodo. La statua di marmo incravattata e infagottata nella sua nicchia m′appare come il fantasma di tutto ciò che è brutto, vano, mediocre, fastidioso nella vita. E il mugghio delle bestie moriture si prolunga senza fine nella malinconia notturna.

Tendo l′orecchio. Dalla parte della collina serena, ecco giungere un suono di chitarre e di mandolini. Vi sono dunque piaceri, sogni, amori pel mondo? Il cielo palpita entro l′arco buio e brutale della tettoia che sembra una fauce pronta a stritolare le stelle. E i buoi mugghiano senza tregua, pieni di nero sangue, verso la morte inevitabile.

13 settembre 1897.

Assisi. Era poco innanzi l′alba, quando io saliva la «fertile costa».

Non dirò Ascesi ma Oriente, sinché le pupille e l′anima si ricordino. Era la vista ed era la visione. Era la città di pietra fondata dai guerrieri e dai mercanti sul ginocchio del Subasio, ed era la città di fede sostenuta dalla palma trafitta di Francesco. D′improvviso apparve tutta distesa sul colle, con la gran mole francescana dagli archi possenti, dalle muraglie a scarpa, biancheggiante come di luce propria; mentre un vapore latteo si levava dall′altura verso il sommo del cielo, nella pallidità lunare.

Straordinario era in tutte le cose il presentimento dell′alba. Tutte le cose albeggiavano; tutte le vie conducevano verso l′apparizione d′un sole; tutte le piante si tendevano a raccogliere la prima rugiada mattutina. Il flauto roco e dolce dei grilli risonava ancora per tutta la campagna; ma pareva die in tutta la campagna fosse quasi un′aspettazione ansiosa del primo canto, dei primi trilli, dei primi gorgheggi, dei primi cinguettìi. E pareva che quivi anche fosse l′aspettazione della parola serafica agli uccelli: « Sirocchie mie uccelli, voi siate molto tenute a Dio vostro creatore.... ».

Diceva dianzi Illuminata che in nessun paese del mondo la Natura è tanto vicina a noi quanto nella campagna francescana. V′è sparso per il paese verde quasi un sentimento di familiarità affettuosa. L′orizzonte ci guarda, ha la bontà consapevole di una pupilla cilestra. E non soltanto l′orizzonte guarda e vede, ma una specie di veggenza è in tutte le cose naturali.

Questo diceva dianzi Illuminata, col gomito sul davanzale, guardando la valle fresca di pioggia e soffusa d′un umido vapore azzurrognolo, a traverso il cui velo labile brillavano qua e là zone di terra verdissima, giacimenti di smeraldi miracolosi; che non sono se non i campi di granturchetto per la pastura del bestiame.

Scendiamo a Santa Maria degli Angeli, verso sera, per una via che non separa ma allaccia i campi felici rinfrescati sino al cuore dalla pioggia che continua a cadere pianamente, quasi melodiosamente, con un crepitio simile talvolta a un canto di fontane lontane. L′odore della terra e della verdura inebria la faccia della sera.

Ecco la cupola bella del Vignola, che si leva nell′aria, solinga e grande. Un frate è su la soglia della chiesa, in atto di serrare la porta. Gli domandiamo che ci lasci entrare. Egli è affabile; sorride, consente; ci accompagna con benignità, scorrendo su i suoi zoccoli sonori.

La navata già s′intenebra. Si vedono rilucere le lampade nella Porziuncola, che è come una cappella in una foresta. Ecco la cuna lapìdea dell′Ordine francescano. Il paramento sacro cela in parte le antiche e rudi pareti di pietra. Innumerevoli cuori d′argento e d′oro ex voto brillano intorno. Ma nessuna reliquia è venerabile come la porta consunta, più arida dell′esca, quasi spiritale, schiantata come i cuori in patimento e in rapimento.

Ecco una porta della Vita, la Porta stretta. Per entrarvi bisogna che io mi mutili. Qualcuno forse, chi sa dove, m′affila il coltello.

Altro legno è quello della Sacrestia, ornato e grasso. Una fontanella geme in un andito: è l′acqua del monte. Ci fermiamo dinanzi a una grata.

Siamo sopra una cima? in un botro? [19] in una caverna? sotterra? Qualcuno sta per parlare? Una voce sta per recarci un annunzio, un comando, un presagio? Il gemito dell′acqua non s′ode più.

Il fraticello introduce nell′interstizio un torchietto acceso; ed ecco, a quel lume palpitante che è come il chiarore delle profonde allucinazioni, intravediamo il Roseto, il Roseto senza spine.

Il fraticello parla, accostando la fiammella che trema.

– Vedono le gocce di sangue?

Per domare il malvagio desiderio, il figlio di Pietro Bernardone si getta ignudo nel roseto, si rotola su i duri aculei, li insanguina di sé. Le rose devastate lo blandiscono, quand′egli le preme.

– Vedono? Vedono?

Le gocce su le foglie sono indelebili, perpetuate di primavera in primavera. Gli steli si levano diritti e sottili come i gambi del lino. Tutto il roseto ha un′apparenza lontana, come nato e fiorito di là dalla natura. Fa pensare, nell′ombra notturna, a un giardino ignaro d′ogni vento, immobile eternamente sotto le acque d′una fonte che dorma senza intorbidarsi.

– E le rose ? – domanda Illuminata. – E le rose?

Non è alcuna rosa su gli steli. Due petali morti son rimasti in una corolla.

Ne ho qualcuna in sacrestia – dice il fraticello. – Ne vuole?

Coglierle non è sacrilegio?

Come la candela accesa scorre lungo la grata, scorgiamo al limite del roseto certi grandi e pesanti fiori rossi che contrastano per la lor sensualità vistosa con que′ tenui gambi senza spine. Sono i « fiocchi di cardinale ».

Intravediamo due figure bianco-vestite: riconosco Santa Elisabetta d′Ungheria, la moglie del Langravio.

Illuminata dice, con quell′accento che dà una infinita significazione alla più lieve delle sue parole:

Un giorno Santa Elisabetta diede a una mendicante una veste così bella così bella che la povera per la troppa gioia cadde riversa e rese l′anima a Dio.

Fluisco nell′ombra come in un′onda di poesia. Mi sembra di non sentire il pavimento sotto le calcagna, come nei sogni incorporei.

Una vergine chiamata Radegonda, – dice Illuminata – che aveva la più bella capellatura di tutto il reame, venne allo Spedale di Santa Elisabetta non per ricevere l′elemosina ma per visitare la sua sorella ammalata. Avendo per ciò contravvenuto alla regola, fu condannata alla tonsura; e Radegonda tanto pianse e si disperò che mosse a pietà tutti i cuori. Come qualcuno volle testimoniare l′innocenza della dolente, Santa Elisabetta disse: «Non mi cale. Senza capelli, danzerà con men di grazia e men d′ardore! » Ragionando poi con la tonduta, conobbe che da tempo costei avrebbe preso il velo se non fosse stata distolta dal suo folle amore per la sua capellatura ch′ella amava più di sé medesima e più del dolce Signore Gesù. Allora Santa Elisabetta disse « D′averti tosata io son più contenta che non sarei se il mio figliuolo fosse eletto imperatore ». E sùbito Radegonda si monacò, e venne a stare con Santa Elisabetta nello Spedale.

La voce, attraversando l′ombra della navata, finisce su la porta; così che sembra si mescoli e si disperda a un tratto nell′odor fresco della campagna irrigata.

Già i grilli cominciano a sonare il lor flauto roco e soave, mentre su la collina d′Assisi un pio albore annunzia la natività della luna. La valle si colma di lento sonno; lavato dalla pioggia, il cielo si sgombra. Ma ancóra biancheggia il letto del Tescio tortuoso; che è l′imagine dell′implacabile desiderio, dell′inestinguibile sete, a contrasto con le linee consolatrici della terra francescana.

Questo fiumicello serpeggiante, disseccato, taciturno, tutto di selci bianche e lisce, attrae di continuo il mio sguardo e il mio spirito. È un aspetto di tormento, è il segno dell′anima agitata e avida. Nella sua secchezza sembra persistere il sentimento dell′acqua scomparsa. Ieri, al sole obliquo, vidi luccicare qua e là nel letto petroso brevi specchi immobili, residui delle inondazioni primaverili.

Non v′è forse corrispondenza tra il perfido ardore di questo fiume e il turbamento che traeva Francesco a castigare il suo corpo su le spine del roseto? Anche il Serafico aveva in sé il suo Tescio, come questa campagna placida felice e pia. Le selci biancheggeranno tutta la notte sotto la luna.

Illuminata non s′è ancor divisa dall′ombra di Radegonda, perché dice come sognando:

– Mi ricordo che un giorno nella mia prima giovinezza, andai a visitare mia madre ch′era ammalata in un ospedale. Entrai, passai per una stanza deserta; vidi posata su una tavola una capellatura bionda, con accanto un paio di cesoie. L′avevano tagliata allora allora a una giovane contadina ch′era stata ammessa al ricovero in quel medesimo giorno. Era ancor viva, quasi palpitante. Pareva che al minimo soffio dovesse involarsi.

14 settembre.

San Damiano. Su la porta: «Vade, Francisce, repara domum meam quae labitur ».

Un odore di cera, d′incenso e di basilico investe l′anima, nella cappella affumicata come una fucina. L′anima cristiana ha larga narice, patulis captat naribus auras. Il coro di San Bernardino è dietro l′altare. La più annosa delle Sibille michelangiolesche, la Persica decrepita e ammantata, sola potrebbe assidersi davanti a quel leggìo di legno che si leva enorme in cima a uno stelo di pietra, più santo di una reliquia custodita in oro o in cristallo, testimonio d′un′antichità immemorabile, pregno della sapienza di tutti i libri scomparsi.

Ma è una cosa viva. E di contro è una cosa morta: sospeso al dossale del coro un oriolo a pendolo, col quadrante di metallo in cui non sono segnate se non le quattro ore da una sola lancetta. Due cordicelle logore sostengono due piombi immoti. Il battito del tempo è interrotto. Tutto è silenzio.

Vi fu mai mutazione d′anni, tumulto d′eventi, clamor d′ira e d′allegrezza? Vi furon mai strade e sentieri pel mondo, timoni di carri, prore di navi, ale di remi, folli voli?

Tutto è silenzio, angustia, inerzia. Una finestra sottile come una feritoia illumina una cameretta ove nessuno prega, nessuno muore. Una scala di pietra è in fondo: nessuno scende, nessuno sale.

Contro una parete è un armadio roso dai tarli, che di sùbito si dissolverà in polvere se una mano lo tocchi per aprirlo. Contro un′altra parete è una sedia di legno tra due inginocchiatoi: nessuno vi siede, nessuno s′inginocchia. Le prime monache di Santa Chiara sono sepolte sotto il pavimento. Quest′odore di cera, d′incenso e di basilico è la fragranza della lor santità?

Per cinque gradini scendo nel coro di Santa Chiara, nel coro di Nostra Donna la Povertà. Il dossale è formato di tavole collegate insieme alla meglio come tavole di quelle chiatte di salvamento che le maestranze di bordo costruiscono cogli abeti di rispetto nel tumulto del naufragio. Di tavole appena mondate si compongono i sedili e una sorta di parapetto ch′è lor davanti. Il leggìo si regge su un piuolo infisso in un ceppo squadrato, e v′è scolpita la croce con l′ascia. Aspro di chiodi, levigato, scheggiato, fenduto, nocchieruto [20] , il legno non è una materia tacita ma una memoria parlante: parla per impronte di vita, per segni di travaglio e di fortuna, come il volto di un vecchio piloto, come la mano di un aratore, come il cuoio d′una bestia da soma.

Le note musicali delle antifone nelle tabelle appese non cantano, ma esso il legno canta un canto di miseria e di dolcezza, di penitenza e d′estasi. Riconosco la voce di Ortolana, tremula come il belato della capra; quella di Gregoria, roca come il tubare della tortora; quella di Massariola, gioiosa come l′ebrezza dell′allodola.

Dal piccolo giardino pensile di Santa Chiara odoroso di basilico si scorge per un′apertura il coro sottostante, ne′ cui stalli son seduti i novizii, con le mani congiunte, senza movimento, quasi senza respiro. Uno ha il viso terreo, la bocca livida e socchiusa, gli occhi cerchiati d′azzurro, i capelli violetti, quell′aria di passione e di segreto che spira in certi ritratti quattrocenteschi di giovani ignoti. Un altro è tozzo, tardo, villoso, già badiale, occupato da una sonnolenza opaca, tutto collottola e mascella su cui presto si appesantirà il mollame della ganascia. Un altro mi ricorda quel giovinetto del Perugino, che è agli Uffizi, quel volto dorato che sembra già un poco appassito come un grappolo d′uva di Corinto su la stuoia esposta al sole, quel volto soffuso d′una sensualità malinconica che non ha scelto ancora i suoi piaceri; e perfìn la tonaca imita nel tono di bistro [21] cupo il giustacore del leggiadro patrizio umbro.

In un testo è una pianta di basilico tanto folta che par quella inaffiata dalle lacrime d′Isabella, quella su cui l′amante di Lorenzo lacrimava « a traverso i suoi capelli ».

Illuminata mormora i versi del poeta: «Ella, obliò le stelle, la luna, il sole, – Ella obliò l′azzurro su le cime degli alberi – Ella dimenticò le valli ove corrono i rivi – Ella dimenticò il gelido vento d′autunno.... ». A un tratto coglie una ciocca di basilico e la getta destramente, per l′apertura, nel coro. I novizii non levano gli occhi.

Presso San Damiano, al termine della via che vi discende tra gli olivi, è un oliveto più gentile d′ogni altro, dai tronchi snelli, dai rami leggeri. Una via d′erba vi s′interna perdendosi nei campi solitarii. La valle è nell′ombra diffusa dalle nuvole piovane: in un′ombra azzurra come l′oltremare delle volte sacre costellate d′oro. Ma uno sprazzo di sole tocca le cime degli olivi e le inargenta. Argentei gli olivi ondeggiano su tutto quell′umido e profondo colore del quale Giotto fu così generoso alle mura venerande.

Anche le colline, in certe ore, giottescamente si tingono di quel ceruleo nobilissimo che è «tintura propria della pietra lazulea separata dalla sustanza di detta pietra marmorigna con ottima industria». Sembra che Giotto nel colorito delle sue figure, specialmente in quel delle quattro Allegorie, obbedisse alla suggestione che gli veniva dalla pietra del Subasio onde son costrutte tutte le case assisiane. È un colorito tra roseo e violaceo, a cui Giotto mescolò musicalmente l′oro.

Dal portico esteriore del convento a picco su la valle, verso sera, scopro il Tescio tortuoso che biancheggia e dilegua nell′ombra. E questo fiume, veramente, è quanto di più umano e di più vicino a me io trovi in tutto il paese mistico.

Nondimeno il sentimento di ascensione che in quest′ora è nelle cose, è anche in me. Gli olivi tendono all′alto come le fiamme. I poggi s′incupiscono sotto una corona di nuvole; di là dalle quali si dilata pel cielo un rossore che sembra il riverbero d′un incendio lontano. Forse Chiara e Francesco convengono a colloquio, laggiù, in qualche tugurio.

Il sommo del cielo è sgombro; e le prime stelle lo rigano di lacrime sublimi. Da una via biancheggiante giungono lo stridore di un carro e un canto a tenzone. L′anima china su l′abisso, vertiginosa, attende il rapimento.

Le campane suonano l′Angelus. La torre vibra tutta quanta come se dalla base alla cima fosse di sensibile bronzo. Le campane lontane rispondono. La preghiera riempie i chiostri, entra per le innumerevoli finestre aperte e buie onde Ascesi respira e sospira. Tutta la città è una implorazione. L′anima del Padre Serafico si diffonde per tutta la valle, benedice tutte le soglie, conforta tutti i focolari. Le labbra si muovono nella consuetudine della preghiera; le ginocchia si piegano, la mano fa il segno della croce. In ogni donna è una Clarissa, in ogni uomo è un minorita.

Ave, Maria, piena di grazia.

DELL′ATTENZIONE.

5 settembre 1899 (Zurigo).

« Credete che mi trovava in mio strano trasognamento». Dove ho letto questa parola? Mi sembra, in un′epistola di Guittone d′Arezzo.

Quante volte la mia vita non è se non trasognamento! Sognare è una cosa, trasognare è un′altra. La realtà mi si scopre a un tratto e mi si approssima con una sorta di violenza imperiosa. Ne attendo l′impronta con l′orrore dello schiavo che cade in ginocchio mentre il marchio gli è sospeso su la spalla e la carne non anche stampata si raggricchia come se già fumasse. A un tratto ella si dissolve, si dif forma, si trasforma, assume l′aspetto del mio più segreto fantasma. Poi riprende ossa, muscoli, ugne; si lancia di nuovo su me come una bestia potente di mille branche. E la vicenda si prolunga per ore, per giorni. La temo e la chiamo; le sfuggo e me le offro; mi lascio artigliare e mi dileguo. Talora la uccido; e poi trovo in lei le mie più belle imagini, come Sansone disceso in Timnat trovò lo sciame delle api nella carogna del leone.

Chi mai potrà chiudere nel cristallo dell′arte le nascoste fermentazioni dell′anima umana? Che mai diventa la più piena delle mie pagine al paragone di quest′ora innumerevole, gioita e sofferta? Se tento di fermarla, io la trasmuto in una serie di segni logici che del mio vasto tumulto non rattengono più che della vita e della morte e della deità e dell′eternità non rattenga il geroglifico inciso nel granito dell′obelisco.

Quando il Goethe fanciullo s′indugiava contro il vetro a guardare i lampi (evoco nel ricordo l′umile finestra che sta, sola, in alto, a dritta, sul fianco della casa di Francoforte), con quale occhio nel volgersi egli rivedeva il massiccio armario, la stufa bruna, la spinetta dai tasti d′ebano, l′opaca e rispettabile dimora senza orizzonte, ove certo doveva spandersi l′odore della cucina grossa?

Ecco, sono intento a guardare dentro di me i lampi, i bei lampi allucinanti, i più rapidi che abbian mai rischiarato i miei abissi e i miei deserti; e, di tratto in tratto, vedo la mano del cameriere cercopiteco posare la scodella sotto il mio naso schivo, una onesta meretrice variopinta inclinarsi verso la parrucca d′un vecchio crapulone imbambolato, la giovine bertuccia di un mio amico drammaturgo strofinare la sua caviglia furtiva al pantalone insensibile di un famoso attore, una tremenda bocca di donna o di giovinetto (la riconosco: non è quella della testa arcaica d′Apollo, nella seconda sala dei Bronzi, al Museo di Napoli?), una carnosa e dolorosa bocca, affamata e nauseata, masticare di continuo il boccone senza riuscire ad ingoiarlo.

Sul pavimento della terrazza, una riga sottile di luce immobile mi sembra senza origine naturale. Sorveglio per un poco i passi meccanici dei camerieri fra tavola e tavola: nessuno vi mette il piede sopra. È una linea magica, un limite, un confine tra due mondi, che io solo discopro. Ne sorge un sentimento di lontananza e di solitudine, che mi circonda e mi fa simile a un′isola senza radice.

Vedo laggiù, su la tovaglia bianca, fra due piatti colmi di frutta, la bocca d′Apollo sollevarsi. È veramente una donna, una svelta e pieghevole creatura che porta sul collo la testa del dio come se la colonna del Museo si fosse a un tratto spetrata e trasformata in corpo femineo! I capelli neri somigliano un casco aderente; le labbra sono di continuo dischiuse come per lasciar passare un respiro troppo rapido; gli occhi sono fissi e duri, quasi che si risentano del cesello, con le pupille vuote come due fóri.

Ella s′è alzata e cammina. Con un′ansietà confusa, la vedo venire verso la riga di luce. Il suo piede rompe la linea magica, che per un attimo le guizza e le brilla all′orlo della gonna. Com′ella nel passaggio s′accorge del mio sguardo singolare, fa una lieve sosta e china gli occhi per istinto, quasi che il mio sguardo basso le indichi un pericolo sul pavimento, ov′ella sia per inciampare. Certo vede il nastro luminoso orlarle la veste fuggendo. Rileva gli occhi: i fóri delle pupille si volgono un poco verso di me. Noto la tenue distanza tra la palpebra e il sopracciglio, il forte rilievo nella gronda della palpebra: due vestigi dello stile arcaico. Un sentimento religioso di quella riapparizione divina si mescola al turbamento subitaneo del desiderio e all′orrore delle più cieche fatalità. Io non so che sia la mia maschera di carne; ma so che la mia anima ha un volto e che la mia volontà di seduzione riesce ad esternarlo. So praffatto dall′abondanza della mia vita, riodo la voce cara che un giorno mi disse : « La Follia non è più ricca di te ».

Qualis artifex valeo! Qual mirabile strumento sono io divenuto! Il violino escito dalle mani del maestro liutaio non è se non un fanciullo ben nato. Ma sol dopo anni ed anni di vita sonora ei moltiplica la sua virtù e raggiunge la sua perfezione. Sembra che la musica, di continuo commovendo le fibre del legno, lo renda via via più sensibile. Una sensibilità misteriosa si accumula nel cavo che ha struttura e lineamenti atti a meglio riceverla e conservarla. Certo il buon liutaio fa il buono strumento, ma il buon sonatore gli dà poi una inimitabile tempera. Così l′esercizio dell′arte affina la mia sorda materia e la fa capace di sempre più vaste e profonde risonanze. Per mesi e mesi, a traverso il mio corpo attenuato ed estenuato passò il corso della poesia. Per mesi e mesi non fui se non l′alveo della mia musicata parola. Chiuso in un chiostro, lontano da ogni romore e da ogni bene mondano, vigilato da una disciplina inflessibile, parco di sonno e di cibo, non bevendo se non acqua pura, io vissi fino a ieri nel sentimento mistico della mia consunzione, della volontà che mi faceva macro, della rinunzia eroica ai piaceri, dell′offerta intiera di me all′opera mia.

Ora eccomi, di sùbito, in mezzo al mondo, in questo grasso albergo svizzero, fra tutti questi uomini artificiati e queste donne dipinte, dinanzi a una incertissima salsa. Perché ?

Avrei forse potuto veleggiare nell′Adriatico, o cavalcare nelle pinete pisane, o visitare alfine quella piccola città murata del Veneto che da anni ho promessa al mio cuore come un′amante di dolce silenzio e di pietra forte.

Son venuto qui, cogliendo un′occasione fugace, perché in nessun luogo favorevole avrei trovato questa specie di ebrezza che amo, questo « strano trasognamento ». Altrove mi sarei confuso col mare, con la selva, con la pietra; qui ho la straordinaria voluttà di sentirmi diverso e inconoscibile, in una solitudine piena di apparizioni e di prodigi.

Il lungo sforzo fornito ha lasciato nel mio spirito una stanchezza e una malinconia che operano su le cose come la più pronta potenza. Certo, la mia cravatta è annodata non senza grazia e squisito è il fiore che porto all′occhiello; ma posseggo un anello più meraviglioso che l′anello di Gige, e qui nessuno lo sa. Quei due bruti ben pettinati, mentre laggiù muovono le mascelle non diversamente da due macacchi sul ramo, ignorano la qualità dell′occhio che li guarda e li scompone ed estrae dai loro ceffi le linee che non rivela alcuno specchio. La mia visione è una sorta di magia pratica che si esercita sui più comuni oggetti. Avendo ancor calda in me l′impronta ideale delle forme da me generate, penetro nel fondo d′ogni cosa brutta o vile come in un enigma inestricabile che non resista alla mia destrezza. Improvvisi motivi, d′una inopinata novità, allora si mescono alle mie armonie mentali; inattese associazioni di apparenze e di essenze accrescono e accelerano il mio turbine lirico. E tutto è chiuso in me, ben profondo, segreto, ignoto per sempre. I fantasmi sono così numerosi e veloci che l′arte non ha potere di coglierli e di sceglierli. Inoltre il compimento recentissimo dell′opera lascia sazio e pago in me l′artiere. Sembra che al genio dell′arte succeda il demone del gioco. Non forse la facoltà di creare, avendo esaurita la materia già raccolta e scelta, ora si perpetua a vuoto senza fatica e stridore perché senza resistenza? Così la ruota del vasaio gira follemente quando la mano difficile non accompagna l′argilla.

6 settembre.

Al magnifico tumulto di ieri succede oggi il languore della convalescenza, un affanno lieve ma incessante, uno scontento indefinito. Mi sembra di avere dentro me non so che cenere impalpabile, e di non poterla scuotere e dare ai venti del cielo. Il mio corpo è occupato da una inquietezza che certo si placherebbe se io sapessi trovare l′attitudine propria a questo momento del mio giorno. Talvolta è in noi una verità ancora informe che vuol essere soccorsa per venire alla luce: una verità ancor mescolata al nostro sangue, ai nostri muscoli, ai nostri istinti. Sembra che certe positure e certi gesti la contraddicano, le facciano contrasto e impedimento, arrestino il suo sviluppo. Altre positure, altri gesti l′aiutano, la favoriscono, la disvolgono. Ma è più facile talora trovare l′accento d′un verso ineffabile che flettere un braccio o un ginocchio secondo quell′armonia indistinta.

Se chiudo le palpebre, mi sembra di respirare su qualcosa che dentro di me si appanni. Vado verso la finestra e per caso guardo le mie mani sul davanzale, avendo quasi smarrito il sentimento di tutto il resto del mio corpo miserabile: mi stupisco ch′esse non siano di perfetto marmo, tanto son pallide e pure. Vado verso la tavola ove sono sparsi alcuni dei miei libri prediletti; e non so qual vorrei oggi per compagno, non so a quale vorrei stendere l′una di queste mie mani smorte.

Con l′inspirazione dell′auspice, prendo il volume del Purgatorio; leggo un endecasillabo ad apertura di pagina:

Non attender la forma del martìre!

Ciò vuol significare che non bisogna por mente al genere della pena, al modo del castigo, ma sì tener presente la perfezione che sola può nascere dalla durata della colpa e della doglia.

Apro alla ventura le Rime di Michelangelo Buonarroti; leggo in un batter d′occhio:

Arso e poi spento aver più vita aspetto.

È una parola che mi tocca a dentro come se fosse parlata e non scritta, come se fosse spirante e non tramandata. Per fare il luogo a una vita più nuova e più vasta, bisogna raccogliere le sue proprie ceneri e disperderle col soffio della sua propria bocca se il vento si tace, disperderne sin l′ultima falda; perché la vita che rinasce dalle ceneri non muta forma né colore ma somiglia la fenice sempre rinascente con le medesime penne.

Apro a caso il libro di Leonardo, per cercarvi il terzo auspicio e il terzo ammonimento. Leggo:

Molti fien quelli che cresceran nelle lor ruine.

Un baleno del mio fato sembra percotere anche questa pagina a rischiarare il crudo enigma che mi propone il Mancino dalla scrittura ermetica.

Tuttavia a che mi giova questo gioco sibillino? e quando mai, da che vivo, ho trovato un qualunque aiuto o consiglio o scampo se non in me stesso? Non nei libri stampati, non nelle figure disegnate, non nelle parole vive, non nelle parole morte, e neppure in quelle non dette, ma altrove convien cercare e discernere.

Di tutte le mie facoltà quella che più assiduamente stimolo e aguzzo è l′attenzione. Ogni anno il solco che m′ho tra i sopraccigli diventa più fiero. « Tutte le cose son piene d′iddii » diceva l′Elleno. Egli voleva dire che tutte le cose sono piene di segni, tutte sono significative di verità, di passioni, di eventi.

Eccomi in una stanza d′albergo sconosciuta e ostile. Nondimeno, se la considero, scopro in essa una espressione singolare come in un volto d′uomo che spii o in un grifo di bestia a guato. Mi sembra estranea ma non è, poiché la forma il colore la disposizione degli arredi si collegano già coi movimenti della mia tristezza. Stanotte, nell′insonnio, le cose a poco a poco divenivano dominanti, opprimenti, invincibili. Quella parete, illuminata dalla candela posta a piè del letto, mi precludeva il mondo ove un′aurora non nata era quella che invoco e attendo. L′armadio tozzo prendeva l′aspetto dell′incubo pronto a coprirmi e a premermi. A quell′uscio rimasto socchiuso qualcuno s′appressava per entrare; e si ritraeva ogni volta con un respiro interrotto. La pera della luce elettrica pendente sul capezzale m′angosciava come se fosse un bavaglio da imporre. Una inimicizia tacita occupava ogni piega delle cortine e delle portiere, diritta come l′ombra d′un′arme in asta.

Ma oggi, nel mio malessere e nella mia inquietudine, sento che, se cercassi, potrei forse adattare la mia pena a qualche parte di questo spazio chiuso tra quattro mura senza bellezza, in quel modo che il capo dolente s′adatta a un certo lembo del guanciale per men soffrire. In ogni stanza, anche sconosciuta, v′è un luogo più ospitale e più propizio a cui l′istinto ci conduce se l′attenzione lo accompagna. In quella medesima stanza, sopra il tappeto apparentemente uguale, il cane troverà senza fallo il suo luogo per accucciarsi.

Anch′io talvolta, ottuso, o distratto in altri pensieri, seguitai con incuranza lungo il corridoio l′uomo che doveva aprirmi a destra o a manca la porta numerata, la porta della sosta e del sonno o dell′inatteso destino. Oggi so che ogni soglia è misteriosa e che non mai dovrebbe lo spirito esser tanto vigile quanto nel rischiarare l′atto di varcarla. Ovunque, comunque, s′io entro in una stanza, ricca o povera, nota o ignota, angusta o vasta, per qualche attimo o per un indefinito tempo, sento che l′Invisibile mi viene incontro e mi alita sul cuore. Nulla sfugge al mio sguardo indefesso. Gli aspetti di tutte le cose mi si stampano nella memoria con la maniera dura e sommaria delle primitive incisioni in legno. Taluna resta in me più viva del volto che vi si disfece nell′angoscia o delle mani che si levarono a supplicare, a minacciare, a percuotere. Talun′altra, a un tratto, di qual fremito indicibile visse quando vi salì il grido dalla via deserta!

Ah, chi canterà questo mistero senza fine diverso e chi restituirà alle soglie la lor santità spaventosa?

Eccomi stanco, inquieto, bisognevole di pace e tuttavia «vago di novitadi». Non so perché, penso a una sera in un accampamento, sul limitare della tenda di guerra, quando il sole si corica e la tregua spira. La luna nuova e la necessità di ricombattere pendono nel cielo di giacinto, su le belle macchie di color bronzino, piene d′ombre e d′imboscate. Le armi son là sotto la mano, forbite; e la malinconia del guerriero le rende imbelli.

La tregua non è la pace. Io m′ebbi già nella mia milizia qualche celere tregua. Ma, tra le migliaia di parole ch′io so, tra le innumerevoli che tutte mi vivono in suono in sentimento e in imagine, una sola è per me inesperimentata e vacua, a me più sconosciuta che una sorgente nell′Himalaya o una statua colata a picco nel mare di Candia: l′ottima parola breve che i Romani dilatarono sul Mare Nostro.

Tre ragioni di pace distingue San Tommaso: con Dio, con sé, col prossimo. Tutte e tre queste paci insieme, come direbbe il Padre Segneri, io nego a me medesimo. « Or perché non ha pace il fuoco con esso meco? »

Sono solo, seduto su questa sedia che ha sopportato chi sa quali altri stanchezze, tra queste quattro mura che mi contengono e han contenuto chi sa quante altre miserie. V′è qualcosa di funebre in quest′aria, e un insetto dorato la traversa ronzando. V′è qualcosa che non muta, e qualcosa che passa. V′è la mia faccia travagliata dalla mia furia, e non so che indistinta maschera fatta di mediocri impronte sovrapposte che si cancellano a vicenda. Oggi il mio destino è sospeso in luogo neutro; ma sento sul mio capo come un concilio di forze intente a deliberare. In qualche parte sono atteso, e ho una quasi irosa ripugnanza a muovermi.

Vorrei tuttavia ritrovarmi altrove, lontano indefinitamente. V′è un lago qui presso, v′è un corso d′acqua, poggi vi sono e boschi. Questa natura mi disgusta come un dolciastro Idillio di Salomone Gessner. Né imagino un monte, una pianura, un lido in cui potrei oggi compiacermi. Io mi ricordo che, dopo un viaggio nel sublime Deserto d′Arabia, un albero verde o un campo d′orzo mi dava la nausea che dovevan dare al Parini i famosi « cavolacci riscaldati». Tutta la natura, in certi giorni come questo, m′inspira qualcosa di simile a quel fastidio irragionevole. Perché non posso allora rifugiarmi nel paese dell′Amor sacro e profano o della Tempesta o della Vergine delle Rocce?

Ho meco la medaglia di Cecilia Gonzaga, opus Pisani pictoris, gittata di piombo a prova, non ritoccata né rinettata, rimasta vergine di cesello con tutte le sue bave, con non so qual morbidezza e pastosità che nel rovescio me la fanno preferire a un esemplare di bronzo buono. Il colore del metallo è alquanto chiaro, soffuso d′una lieve perlagione, che par secondi il sentimento lunare del paese rupestre.

Stupendo creatore di vita questo Pisanello, su cui vorrei un giorno scrivere un libro costruito come un sonetto. Di lui non si conosce altra medaglia di tipo feminino, tra le ventiquattro firmate e le altre dodici che recano l′impronta del suo stile certa. Ma sembra che in questa egli – il medaglista gagliardo di Niccolò Piccinino e di Don Inigo d′Avalos – abbia raccolto, come per superarsi, il più delicato fiore della sua modellatura e il più lene ritmo della sua poesia, la purità della sua mano e la vaghezza della sua anima.

Ecco che anche una volta la sua piccola luna falcata m′incanta e addorme il mio male. Il giorno di primavera ch′ebbi in dono questo piombo, ero infermo nel mio letto e smanioso. La donatrice entrò senza rumore, col volto velato, come una maga che recasse un beveraggio di semplici. Si chinò, e mi pose la medaglia nella palma, supina della mano che ardeva di febbre. Dal freddo metallo ebbi refrigerio prima che dalla bellezza. Poi, guardando il Liocorno ammansato presso la Vergine, dimenticai ogni patimento; e sempre tenni presso di me il dono sinché non fui guarito. Una notte m′addormentai con quello nella mano, e svegliandomi lo sentii umidiccio del mio sudore febrile. Alla mattina mi parve di notare nella sua pàtina non so che mutamento, e mi piacque di attribuire quel lucore perlato all′influenza notturna.

Ora credo che si perpetui una qualche virtù medica in questo divino piombo, come in un pentacolo [22] o in una candarìa [23] . Non vogliono per oggi i miei pensieri omai abitare altro paese che quello di monti ove il mostro barbato dal piede fesso, più capro che cavallo, si accovaccia e si assopisce accanto alla donzella seminuda.

Forse è destino che un giorno la vergine Musa della mia vita invereconda sia per somigliare a quella silente ammansatrice.

Il fiore di bronzo

16 ottobre 1896 (Venezia).

Ho passata una mattina felice all′Academia. Ero nello « stato di grazia », in quello stato musicale che è la perfezione dello spirito per gioire d′un′opera di colore; poiché il dèmone del colore è un dèmone ritmico.

Faccio colazione in una prossima taverna, sotto una pergola che si macula e s′insanguina, con alcuni amici tra i quali è un grande e sapiente colorista: Marius de Maria. Parliamo del rosso e poi del verde, a proposito della Strage degli Innocenti del veronese Bonifazio, ove il cavaliere che guarda impassibile l′eccidio è veramente il Cavaliere del Fuoco, tutto vestito di rosso rovente.

– Ma il verde della donna abbattuta che il soldato è per uccidere? – io dico. – Il verde della sua veste? Nessun altro verde mi commosse mai tanto profondamente, tranne la pàtina del bronzo di Delfo, dell′Auriga scoperto dall′Homolle; che è indicibilissima.

Vedo nella mia imaginazione il piccolo direttore della Scuola francese d′Atene, guercio, scarnito, nervuto, in ginocchio su la terra smossa, accanto alla moglie anche in ginocchio e polverulenta. La statua giace supina, dissepolta a mezzo, simile a una mummia fasciata di bende terrose. E i due, curvi, serrando le labbra per rattenere l′ansia, delicatissimamente liberano « d′ogni terrestrità » i cavi del volto e le pieghe lunghe della tunica con un cucchiaino da caffè.

Allora parliamo della pàtina dei bronzi ellenici. E ritorna il dubbio se sia essa naturale o arteficiata.

– Gli interlocutori del trattato di Plutarco su gli Oracoli della Pitia, – dice Angelo Conti mentre la porpora d′un pampano gli cade sul capo pensoso – visitando il santuario di Delfo e ammirando il colore degli antichi bronzi, istituiscono la medesima disputa.

Quella sublime fioritura del metallo è attribuita da Plutarco alla virtù dell′aria di Delfo. C′è chi pretende che i vapori mefitici dell′« adyton [24] » potessero non soltanto alterare la mente della vaticinatrice ma pur anco le statue dedicate agli eroi e agli iddii nel santuario. Tuttavia in Dodona, in Olimpia, in Atene, in Ercolano, in Pompei, altrove, il bronzo s′abbellisce del medesimo preziosissimo fiore. La pàtina è dunque data dall′età, dalla terrestrità, dalla qualità della lega oppure da una sorta d′inverniciatura onde l′artefice spalmava l′opera fusa?

– Plutarco appunto – soggiunge Angelo Conti fresco di studii recenti – a proposito delle statue dei vincitori d′Aegos-Potamos, si domanda se il lor colore non sia piuttosto prodotto dalla lega, da un trattamento speciale del metallo, da qualche segreto perduto nel processo del tempo, com′erasi perduto il segreto della tempra per le spade fuse a fuoco. Vi sono infatti pàtine inimitabili che si esprimono dalla composizione della materia e ne sembrano la vera fioritura o, meglio, secondo la parola calda del Baldinucci, la vera pelle. Fu già sperimentato come, in taluni bronzi giapponesi, la pàtina (mirabile da quanto quella dei più bei bronzi di scavo), sia così certamente prodotta dalla lega che, proprio come la pelle, se si scortica, si rigenera. Ora è noto che i gettatori dell′Arcipelago tentarono varie commistioni e combinazioni di metalli. Senza parlare del Corintio, ricco d′argento e d′oro, conosciamo, a traverso le notizie da Plinio attinte negli autori greci, un certo numero di formule più o meno oscure ma diversissime. Dove meglio troveremmo la ragione di simili ricerche se non nel desiderio di ottenere pàtine sempre più saporite e delicate?

– La pàtina naturale del marmo, del bronzo, dell′avorio – io dico – doveva essere per quei divini fanciulli quasi un portentoso indizio d′animalità rivelato da quelle materie apparentemente inerti. Mi penso che il mito di Pigmalione illuminasse l′officina d′ogni buono statuario. L′imagine scùltile [25] o conflàtile [26] aveva una cute viva e attiva come la creatura effimera. Nel santuario di Delo il servente del tempio profumava d′essenza di rose e lisciava di belletto il corpo della statua, in quella guisa che le schiave preparavano all′amore la nudità dell′etèra. Che meraviglia se talvolta l′orecchio s′accostava a origliare il petto scolpito dubitando non vi battesse un sùbito cuore?

Agnolo inumidisce all′orlo del bicchiere il suo sorriso.

– Dobbiamo persuaderci – riprende quindi a dire il dialogante Platone Platonior, cui il sapore d′una parola bella è grato come un sorso di vin mero – dobbiamo persuaderci che gli scultori greci praticassero la policromia non soltanto sul marmo, su l′avorio, su la terracotta, ma pur anche sul bronzo. Selanion aveva fatto di getto una Giocasta morta, il cui volto appariva d′un pallore funereo; Aristonida in Rodi aveva figurato Atamante, il re misero di Tebe, nel punto di scuotere la demenza sanguinosa, e il viso regale era acceso di vergogna; Callistrato, descrivendo le statue da lui attribuite a Prassitele e a Lisippo, nota altri saggi di colorazione espressiva ancor più singolari. Certo i descrittori antichi d′opere d′arte trascorrono assai più lungi che non soglia talora il nostro Vasari; ma risulta tuttavia da tali testimonianze che i greci – con la diversità delle leghe e delle pàtine da esse leghe prodotte, in opere congegnate di pezzi separatamente fusi – cercarono d′ottenere taluni effetti di policromia. Di questa specie dovevan essere appunto le statue ammirate da Plutarco in Delfo; le quali, secondo gli epiteti dello scrittore, non a caso ma per volontà ingegnosa dell′artefice commemoravano con un colore azzurro cupo il mare ove i navarchi [27] avevan conseguito la vittoria. Mi sembra dunque dimostrato che in certi bronzi antichi la pàtina non è accidentale, non è dovuta all′azione incalcolabile dell′aria o della terra, ma è data dal gettatore, con la sapienza delle diverse leghe, per accrescere vaghezza e significazione all′opera.

Ma il gettatore non si serviva egli, oltre che d′esse leghe, di inverniciature speciali, di misture colorate, spalmandone il metallo, come grossamente oggi fanno i fonditori per nascondere i falli, i rapporti, i rappezzi? Certo. Le prime pàtine fiorirono dal bronzo spontanee, sotto l′azione favorevole di elementi naturali. Si sa che le pàtine « aeree » sono in genere verdi, che le « terrestri » sono in genere azzurre. Quelle famose di Dodona passano per innumerevoli gradazioni di verde, d′azzurro, di bruno; imitano lo smeraldo, la turchese, il diaspro, pregne di ricchezza, intense, profonde, «saporitissime », come direbbe un tuo secentista, sicché sembran quasi per gli occhi dar gioia al gusto. Dallo studio degli effetti accidentali i gettatori passarono all′esperimento di determinate commistioni atte ad esalare, secondo la parola di Plutarco, determinate fioriture di ossidi. Ma un più o men lungo tempo è necessario prima che il metallo compiutamente si colori; né è certo che il tono premeditato dall′artista giunga alla sua giusta forza. Inoltre non sempre la fusione riesce perfetta, onde il lavoro del rappezzo e del cesello è assai spesso inevitabile. Gli Antichi s′ingegnarono quindi a trovar il modo di condurre le pàtine con maestria diretta, per sottrarsi a quel ch′eravi d′incerto e di lento nella colorazione esalata dalle leghe, per dar così all′opera il suo aspetto compiuto prima ch′ella escisse dall′officina, e per celare sotto la spalmatura eguale i falli del getto. Plinio parla della consuetudine di tingere con bitume (bitumine antiqui tinguebant) le imagini. È difficile indovinare come tal mistura fosse composta. Si tratta forse dell′ultimo vestigio di quelle mirifiche ricette che i grandi artieri del quinto secolo avanti Gesù Cristo trovarono e praticarono. Ma mi sembra omai certo che la policromia ornò e avvivò le statue di bronzo, come quelle di marmo, d′argilla e d′avorio, sia per mezzo di pàtine naturali esalate dal metallo commisto secondo formule intese a produrre quel «fiore», sia per mezzo di sottili in verniciature il cui segreto inutilmente i bronzisti d′oggi si sforzano di rinvenire.

La Clarissa d′Oltremare.

17 ottobre 1896 (Venezia).

Stamane sono intento a velare, con una infusione di thè molto forte e con altri innocentissimi intrugli, la cruda bianchezza d′un gesso donatomi da Mariano Fortuny. È un frammento antico, del quale non conosco l′originale che si conserva al Prado: il frammento d′una figura feminile, dall′ombelico alla rotella del ginocchio. Il nudo si sviluppa da un partito di pieghe. Il pube, gli inguini, il ventre, i lombi, una parte della schiena, il solco tra le due natiche, volumi e contorni vivono nell′eternità d′una divina modellatura.

Son dunque intento a imitare quell′inimitabile biondezza di miel selvaggio che, per esempio, assunse nell′oscurità dei secoli il torso di Subiaco (il ricordo del dialogo intorno alle pàtine verdazzurre di Delfo e di Dodona mi dà il disgusto delle mie sciocche acquerùgiole) quando entra su′ piedi leggeri la mia amica. Prima di parlare, ella irride l′alunno del Tempo. Poi mi chiede:

Non conoscete miss Macy?

Chi è miss Macy?

La Francescana della Ca′ Frollo.

Ne so meno di prima.

Bene: vi condurrò oggi alla Giudecca, vi lascerò alla sua porta. Altro che il vostro thè, la vostra ammoniaca, e il vostro sapone! Ella sola sa innumerevoli segreti per mutare il gesso morto in vecchia pietra, in vecchio stucco, in vecchio legno, in vecchio avorio, in tutte le materie di cui son formate le cose d′arte vive che si consumano si fendono si tarlano si scuriscono.

Nel pomeriggio vado alla Giudecca. La Ca′ Frollo è una casa gialla che guarda un grande orto limitato dalla laguna. Miss Macy abita la soffitta.

Si sale per una scala ripida di quercia. Appeso all′architrave della porta è una specie di ferreo scudo con i margini lavorati: un arnese alquanto simile a una padella, che anticamente serviva a portare la polenta in tavola. È lo stemma gentilizio di Miss Macy.

Ella mi viene incontro su la soglia sorridendo. È la moltiplicazione del sorriso, come d′un raggio in un rivo crespo. Ho il sentimento immediato e forte di trovarmi dinanzi a una persona viva, a quel rarissimo fenomeno che è una vera e propria persona viva. È vestita d′una lunga casacca azzurrognola, come un artiere. È bionda, con i capelli rilevati su la fronte, rigettati indietro, sparsi di qualche filo grigio. Ha gli occhi cerulei, splendidi, puri, infantili, ove la commozione sembra passare di continuo come un′acqua corrente. Ha la mano robusta e rude della lavoratrice.

La sua soffitta è vastissima. Le massicce travi collegate dal ferro sono così basse che quasi toccano il capo: frequenti come i tronchi in un bosco, rose dai tarli, con tutte le fibre allo scoperto, d′un color bruno dorato. Lungo le mura son disposti i gessi dei frammenti architettonici: capitelli, archi, rosoni, cornici, bassi rilievi. V′è un intero camino del Lombardo, quello del Palazzo ducale. E poi Madonne, busti, maschere. Sopra una tavola rozza, nel mezzo, due mani – formate sul vero – sembrano irrompere dal gesso e fare un gesto di aspettazione e di supplicazione, come le mani irte di coloro che risorgeranno in carne di sotterra nell′ultimo Giudizio. In vasi rustici sono adunate altre canne fronzute, piante secche di granturco fornite di pannocchie, mannelle di spighe. Sospeso a due corde è un modellino d′antica galèa veneta, un guscio di bellissime linee.

– L′ho salvato con qualche soldo, a Chioggia, – dice Miss Macy – da un pescatore che voleva bruciarlo per cuocere la sua polenta!

Le finestre da una banda guardano il Canale della Giudecca, scoprono il Palazzo ducale, la Piazzetta, la Biblioteca, il naviglio all′ancora; e dall′altra banda guardano l′orto e la laguna. L′orto è biondo, fulvo, porporino, con le sue pergole già vendemmiate, con i suoi ortaggi pingui. Le barche pescherecce passano nel tramonto. Grandi squilli del rosso nella lenta pace! Guardando una vela e il suo albero liscio, penso l′uomo rosso col cappuccio su gli occhi che abbraccia la colonna, nell′Adorazione dei Magi del secondo Bonifazio. Penso quell′altro uomo rosso del Bramantino – nell′Adorazione della Galleria Layard – quella misteriosa fiamma, somigliante al Cristo adulto, che indica il pargolo sul seno della Vergine in turbante. I fantasmi dell′arte fuggono dalle prigioni dei musei ed errano per l′aria e su l′acqua, a Venezia, quando il giorno declina.

Il giorno si spegne; e Miss Macy, seduta sul davanzale, parla della sua gioia mattutina quando ella si leva con l′aurora e si pone alla fatica.

È un′Americana, un′inviata della barbarie d′oltremare, venuta a Venezia per ripetere in piccole proporzioni gli edifizii più insigni. Lavora da sei anni a rendere in gesso il Palazzo ducale! Con infinita pazienza ha modellato ogni arco, ogni colonna, ogni capitello, ogni balaustro, ogni fregio, ogni minima particolarità. La sua opera è come un enorme giocattolo costruito per un popolo fanciullo. Ella scoperchia il tetto e si china sorridente a guardare, evocando nelle proporzioni l′imagine d′una Santa gigantesca in atto di spiare un ricovero ch′ella protegga. Nessuno omai conosce meglio di lei la struttura dell′edifizio che chiude il Paradiso annerito. Dinanzi a me ella ne compone il simulacro, pezzo per pezzo, organo per organo, quasi direi osso per osso, come un anatomico farebbe delle parti che costituiscono la fabbrica umana per imparare a conoscerne il numero, la forma, la situazione, le relazioni. A un tratto, ride di un fresco riso infantile. Sembra che le sue rughe brillino su le sue tempie e alle commessure della sua bocca. Fugge verso l′ombra d′un angolo, e ritorna con un oggetto tra le mani. Me lo mostra: è un piccolo trittico d′avorio bisantino, dell′epoca macedonica, ingiallito e consunto, entro una custodia di vecchio velluto verde.

– Xè gesso – dice, con un accento anglo-italo-veneto indefinibile.

E ridendo s′allontana verso l′ombra; poi ritorna con un altro oggetto. È un piccolo

cofano d′osso, dal coperchio a schiena d′asino, che reca intorno scolpite scene di caccia e d′ippodromo, con combattenti, con bestiarii, con Ercole in atto di strozzare il leone, con Ercole assiso sul vello della fiera, tra rosette e cerchietti.

Xè gesso – ella ripete; e si riallontana ridendo.

Torna ancóra tenendo nelle due palme un altarino portatile d′alabastro orientale con guarniture d′argento niellato, con piccoli busti di Sante e di Santi lavorati in niello entro un ordine di nicchiettine in tondo.

Xè gesso – ella ripete, con uno scroscio più sonoro.

E poi mi mostra un basso rilievo di stucco policromo in una cornice di legno dorato, un medaglione a oro e a smalti che sembra un frammento della Pala, ancóra un cofanetto in forma di chiesa cubica sormontata da cinque cupole, un piatto di rame sbalzato, un gran mortaio di marmo veronese scolpito a grifi....

Xè gesso, xè gesso – séguita ella a ripetere con una ilarità sempre più diffusa.

E, come l′ombra comincia a invadere la soffitta, ella accende una vecchia lucerna d′ottone a quattro becchi. I lucignoli crepitano spandendo un odore d′olio d′oliva che si mescola a quello dell′acqua arzente e della cera. La seguo nel laboratorio pieno d′ampolle e di bacinetti, dov′ella per via di non so quale alchìmia provando e riprovando opera le trasmutazioni illusorie. Sul solaio si accumulano le impronte dei tasselli numerosi. E un sentimento quasi palpabile di vigore mi sembra sorga da quelle matrici cave ond′esciranno gli esemplari delle cose belle.

Miss Macy lavora là in compagnia di alcuni operai; i quali sono la sua famiglia rude. Ella mangia con loro, al medesimo desco, la polenta. Ella mi prende per mano e mi conduce nella sua cucina ov′è un solo fornello e una rastrelliera di piatti grossolani ma fioriti. Veramente alita quivi lo spirito di San Francesco. Ella è una specie di Clarissa in libertà, passata dalla contemplazione all′azione. Dinanzi a tutte queste travi decrepite penso al legno consunto fenduto scheggiato del coro di Santa Chiara.

Dinanzi alle pannocchie secche di granturco, penso al fascetto di spiche brune che vidi alla sommità del leggìo nel coro di San Bernardino da Siena. Mi risuonano nella memoria le parole che lessi in San Damiano scritte sopra una tabella: «Sotto il pavimento di questa stanza riposano li venerabili corpi delle prime monache di Santa Chiara, dalli quali corpi esala una soave fragranza. » Conosco i loro nomi. Questa semplice dolce e gioconda creatura d′oltremare merita un di quei nomi santi. Quale? Illuminata, Consolata, Benvenuta, Chiaretìa.... La chiamerò Chiaretìa. Tesori di bontà, d′indulgenza, di coraggio e di amore scintillano in fondo all′acqua corrente de′ suoi occhi cilestri. V′è nel carattere del suo capo qualcosa di virile e di tenero a un tempo, qualcosa d′intrepido e di mansueto. Come le sue rughe sembrano raggi, così la sua fatica la sua solitudine la sua indigenza le si trasfigurano in una divina felicità.

– Sono poverella – ella dice; e mi mostra le mani nude, forti e pure, la sua sola ricchezza d′ogni giorno.

So che distribuisce tutto il suo guadagno. So che talvolta patisce la fame e il freddo. Oggi non aveva più neppure un sacchetto di gesso pel suo lavoro!

Seduta sul davanzale, ella mi parla della sua gioia perenne, della gioia di lavorare dall′alba al vespro. L′orto si oscura nel crepuscolo. L′immensa soffitta, illuminata dalle lucerne, si anima di ombre e di sbattimenti. Scorgo ancóra qua e là i simboli della terra travagliata, del mare navigato: il granturco, le canne, i melagrani, la vecchia galèa sospesa....

Ecco che la povertà m′appare come la nudità della forza, come la più semplice e nobile statua della vita.

– Anch′io lavoro – le dico, quando il suo sguardo indaga le mie mani troppo bianche, le mie unghie troppo lucide.

Le parlo della mia disciplina, delle mie veglie studiose, delle mie ricerche pazienti, della mia costanza nel rimaner curvo al tavolino per quindici e venti ore continue, della quantità d′olio che consumo per la mia lampada, dei cumuli di carta, dei fasci di penne, del calamaio capace, di tutti gli strumenti del mio mestiere. Poi le mostro un segno palpabile: il mio dito medio difformato dall′uso assiduo della penna, un solco liscio e un rilievo calloso.

Sùbito si commuove. Tutto il suo viso esprime una tenerezza materna. Ella prende il mio dito, esamina il segno. Poi, d′improvviso, in un atto di umana grazia che non dimenticherò mai, lo sfiora con le labbra schiette.

God bless you!

L′acqua coibente passa tra le sue ciglia chiare, luccica, tremola, sempre novella.

God keep you, ever! [28]

Tre parabole del bellissimo nemico

I. IL VANGELO SECONDO L′AVVERSARIO.

Sera del 27 gennaio 1897 (Bagazzano).

Ho sete, non so di che. Mi travaglio, non so di che. Sono irrequieto, sono anelante; e chiedo non so che tregua, e cerco non so che rifugio. Ma temo la tregua come se fosse per mozzarmi il respiro; temo il rifugio come se le mura degli uomini fossero per crollarmi sul capo. Non so più nulla di me; e vorrei trovar qualcuno che tutto di me sapesse e mi dicesse.

M′aiuta l′amore? m′illumina l′amore? Disperatamente non s′è allontanata da me, dianzi, la grande donna dagli occhi di pianto e d′infinito? Tuttavia nel suo passo triste io udivo frusciare le foglie del lauro.

Ella aveva legato un capello a ciascuno dei miei diti, mentre parlavo con lei, accanto accanto. Ero annodato da cinque capelli; e incominciavo a soffrire come se i cinque capelli fossero cinque catene.

Mi levo in piedi, all′improvviso, senza sapere perché; e dico: «Bada.» Ella non mi scioglie; risponde: «Rómpili, strappali.» Mi discosto, confuso nel folle rombo del mio cuore. I capelli si spezzano, ma i nodi rimangono intorno alle mie falangi.

Ella non grida. Mi prende la mano così inanellata di sottile dolore. Sento cadere le sue lagrime. Uno strazio oscuro ci ritesse, a fibra a fibra. Entrambi diciamo parole che non ci rivelano e non ci consolano. Una lagrima calda mi cade nell′intervallo tra l′anulare e il medio, dandomi una sensazione indefinibile che distrae il mio spirito dal conflitto. Ecco, io non sono intento se non a sentire e a interpretare quelle cose vive del vivo patimento: i fili spezzati, la stilla che si fredda. La vita sembra vanire, e invece si profonda.

« Dove vai ? »

« Ti lascio. Ti lascio con qualcuno che è bianco e alto contro tutto il tuo buio. So che te ne ricordi. So che lo guardi tuttora. »

Talvolta la veemenza e la rilevanza dei miei fantasmi mentali mi sgomentano. Non vedo io la creatura bella allontanarsi tra i cipressi portando su le braccia il suo amore come un agnello dalle quattro zampe legate insieme con una corda bruna che forse è una treccia recisa dalle cesoie del vóto sublime e vano?

Eravamo, par l′altrieri, nella Scuola di San Rocco [29] . L′uomo alto e bianco era là, in un fondo ottenebrato. Me ne ricordo. Ci penso.

Chi mai mi potrà vincere, chi mi potrà legare, se il mio spirito ha il potere di abolire lo spazio e il tempo, e tutti i limiti noti e gli ignoti, e tutte le umane e le divine proibizioni?

Passando sotto il ponte di Gamberaia, salgo verso un trivio guardato da un′antica croce e da antichi cipressi. Scorgo l′Arno di sotto, nella valle. Riodo nel mio cuore i tonfi che incupivano il silenzio del canale veneziano. Ripatisco il freddo fra le colonne della sala prima, dove le lanterne processionali sono spente da secoli.

Ecco che un volo di angeli si precipita nella casa della Vergine: l′impeto degli Astori preceduti dalla Colomba. Sembra che dal volo la medesima furia s′apprenda alla strage. Dalla disperazione della madre, china di sul parapetto verso il pargolo ignudo, sgorga tutta l′ombra sanguigna che occupa il centro dell′orrore. Santa Maria Egiziaca, Santa Maria Maddalena, le due penitenti deserte, non esse fanno vendetta d′animo contro a sé; ma contro esse il crepuscolo avvampato di sinistri giallori, il gran tronco d′albero acceso come un gran tizzo, l′irta ira terrestra vendicano l′offesa di Dio.

Ah, che m′importa della mia gloriòla scandalosa, se mi so riconoscere in questo artiere della mia razza, se mi so levare a qualsisia più alta statura, se mi sento nato alla vita eroica e destinato a superare tutti gli esempii? Sono tra gli olivi. Per l′oliveto salgo verso Bagazzano. Cade la sera. Mi soffermo. La passione e l′orazione nell′Orto mi scavano, mi penetrano a fondo, mi rivelano che la solitudine amara e il sacrifizio ebro sono la mia predestinazione vera.

Se io di me non rido, che m′importa del ghigno altrui?

Questi olivi sono degni della mia offerta, di là dal mio diniego; degni della mia preghiera, di là dalla mia bestemmia. Perché patisco io dentro me così profondamente la prova del Frantoio? Perché tanto riarde nel mio gentilesimo una stilla del calice non evitato? Perché, tra compagni lievi o tra fratelli fedeli, spesso io penso con tanta fierezza alla sonnolenza dei discepoli sazii e al secondo canto del gallo?

A nessun′altra prova più tremenda può aspirare l′anima ascetica per compir sé stessa e per sentirsi eternalmente diversa.

Compir me stesso e sempre più confermarmi ed esaltarmi diverso, di prova in prova, è lo sforzo occulto e palese del mio volere. Mi piace in me una certa qualità del mio sguardo, che dà talora ai miei prossimi un senso di vergogna indistinto.

Ecco, aggravati dal pasto, i discepoli s′intorpidiscono a poco a poco nel curarsi i denti con fuscelli d′isòpo [30] .

Ora, attraverso l′arditezza lirica del Tintoretto, rivedo i corpi ottusi dei dormienti sotto l′olivo che sostiene la veglia di Gesù,

L′angelo erompe da una sfera di fuoco che sembra sia per ardere le vestimenta dell′eroe abbandonato; e gli offre il calice colmo di chiarità, col gesto terribile di chi brandisce una spada vendicatrice. Percosso è dallo splendore il cranio nudo d′un discepolo mal risvegliato.

Ecco che la vista è soverchiata dalla visione. La faccia del plenilunio sorge all′improvviso dal colle? il colle laggiù è la sepoltura scoperchiata dagli angeli forti? Non so. Dalla pietra la luce erompe come da un cratere sacro. Ed ecco la luce si trasfigura nel volto dell′angelo malo. Ali rosse ha il seduttore, e formose braccia, e ignudo il torso, e una procacità ingemmata e feminea, mentre tende con ambe le mani due sassi a Gesù affranto sopra le radici intorte, sopra le radici oblique. Fievole è il gesto dell′eroe tentato; sfolgorante è la perfidia del bellissimo nemico; il deserto è fallace.

Ho sete, ho sete. Incomincia nella sera il canto delle acque. Un profondo fiume di musica solca la valle. Non è più l′Arno? È la melodia, Non più è lo scroscio delle mulina? È l′ebrezza delle sorgenti. Non più ascolto col mio orecchio teso ma col mio labbro gonfiato. Tanta sete ho nel corpo, che mi sembra non aver più corpo. Ma la mia sete non è la mia anima? Tanta anima ho nel corpo, che non ho più corpo.

Ora dunque dal cielo pende la rupe? La rupe è sopra il mio capo. E Mosé l′ha percossa. L′immenso getto d′acqua s′inarca; e sta sotto l′arco il percotitore. E la sete umana e la sete bestiale si scagliano verso il prodigio, si precipitano al prodigio scrosciante. Le bocche, le fauci, le mani cave, le coppe vuote, tutte le aridità, tutte le avidità si protendono. All′orizzonte il dio rotola con la tempesta; i cavalieri incendiano con l′unghia dei cavalli sfrenati il piano.

Chiudo gli occhi, mi soffermo. Qualcosa da me scaturisce, come quel primo scoppiar dell′acqua dal masso. La scaturigine imperiosa mi scrolla. Vacillo. Mi appoggio a un tronco d′ulivo. Tengo gli occhi chiusi. Riodo la voce della non consolata consolatrice, della non beata beatrice: « Ti lascio con qualcuno che è bianco e alto contro tutto il tuo buio. »

Sono io quel muro opaco? sono io quella tela incupita? quel fondo abbuiato? Uno toccò le palpebre ai due ciechi di Gerico, e a entrambi le riaperse perché vedessero. Uno a me tocca le palpebre, e me le chiude, e me le tien chiuse, perché io veda.

Si placa il tumulto in me. Ora non ho nel cavo della mano l′acqua traboccante di Horeb ma un poco d′acqua del Chedron raccolta tra sasso e sasso. Contro il mio buio sorge e sta la figura avvolta nel lungo lino, simile a respirante forma di inespugnabile pensiero. Dal muro della Scuola di San Rocco viene alla mia fantasia? esce da quella mano violenta che esasperò quello sforzo di uomini crudi nel sollevare il patibolo del ladrone? « Qui, dopo tanto impeto e tanta abondanza di creazione (guarda quel più che dantesco turbo di ali, che trasporta il Trasfigurato; e contieni in te, se puoi, per un attimo solo, quell′immenso fremito di piume che è sopra quelle due fronti terrene!) qui, dopo tanta furia feconda, il Tintoretto sembra alleviarsi inspirato dalla santa alba dove ha già cantato per la seconda volta il gallo della rinnegazione. »

È Gesù davanti a Pilato, in piedi, muto, vestito della veste bianca che gli ha dato il tetrarca nel rinviarlo fra gli scherni?

È forse, o mistero della mia poesia non scandita, è forse di contro alla notte degli Olivi il giovine dalla sindone, l′apostolo senza nome che solo io amo fra tutti gli apostoli, quell′ignoto che nell′ora del periglio si unì agli Undici per ricompire il numero e non dormì né la prima né la seconda né la terza volta?

«E io udii la voce d′un uomo il qual gridò e disse: Gabriele, dichiara a costui la visione. »

Apro gli occhi. Mi sembra di aprirli in due nodi dell′olivo, come se io lo abitassi, lo animassi. Mi sembra di sentire nelle mie palpebre il pallore argentino delle foglie. Mi chino, m′incammino. Porto su la mia spalla una parte di me, come una bracciata di foglie. Accompagna i miei movimenti quella dolcezza che un antico nostro chiamava aerosa. Poi, a un tratto, esito e m′arresto; e scuoto dall′omero il fascio fresco. E ricomincio a soffrire. Mi sembra che qualcuno debba escire da me. Mi sembra che qualcuno di dentro sia per venire al mio soccorso, sia per irrompere dal profondo e per schiantarmi come s′io gli fossi impedimento, e per spezzarmi come se gli fossi legamento. Soffro della sua tensione. E poi smarrisco il senso della sua forza. Io la contengo? essa mi contiene? Mi rimetto in cammino con un passo incerto, con una spalla incurvata che non più regge un fastello di fronda ma un sacco bigio. E ritrovo il tempo che avevo smarrito, lo spazio che avevo negletto. Il tempo dietro di me, alle mie calcagna, rasente ai miei tacchi, falcia l′erba corta e la mia vita breve. Mi sfiorano cose che io non so vedere e che raggiungono l′orizzonte ove la collina s′inazzurra e il passato s′incenera. Il cielo m′è così lontano che spero nella prima stella perché me lo ravvicini un poco. Un ricordo d′infanzia mi si parte dal cuore e mi cala fino alla punta delle dita. Quando tendevo la mano dal balcone di mia madre per sentire se piovigginasse, credevo di tenere nella palma il peso del cielo simile a un uccello umido e palpitante.

Dove vado? dove salgo? che accade in me senza mia saputa?

Cerco una casa vuota, una villa abbandonata, una stanza deserta che mi risuoni contro l′orecchio come una conca marina. L′anima è come il mare che non si cessa di udire quando si cessa di discorrere.

La vecchia villa medicea si consuma sul poggio, in mezzo al bosco dei pini e dei cipressi. Entro. Da nessuno è atteso colui che non attende se non il cambiamento.

Nel camino della sala, che ha le palle medicee sopra la cappa, non resta neppure un tizzo spento né un pugnello di cenere, né il carcame della salamandra. La brezza entrando per la loggia volge le pagine di un messaletto. M′accosto, e leggo una bella parola inattesa. Leggo che Dio è l′eterno amante delle anime. «Deus qui animarum humanarum æternus amator es

Esco nella loggia sostenuta da colonne di pietra serena dove indovino cariatidi celate come ninfe in tronchi. E il fregio scolorato e disfatto della parete circonda la mia malinconia co′ suoi festoni di edera e co′ suoi vasi di garofani squisitamente. I mattoni consunti e sconnessi vacillano sotto i miei piedi. Vedo l′Arno che si snoda fra le colline benigne, il gomito di Girone, le fabbriche delle Sieci, la villa delle Falle col suo viale di cipressi atri che scendono ad abbeverarsi senza incurvarsi.

Rientro. Nell′ombra m′avviene di urtare un cembalo sconquassato che si lagna. Passo di soglia in soglia temendo che dagli architravi i busti di stucco mi cadano sul capo. Ma la mia malinconia è rimasta nella loggia, presa in quella trascolorata delizia del fregio murale.

«V′è in te una dolcezza che sa farmi soffrire, e una crudeltà che vorrebbe rendermi felice. V′è una beatitudine che invoca la morte, e un′ambascia che boccheggia verso la vita. V′è una ripugnanza che desidera, e un desiderio che ripugna. V′è un amore cementato dall′odio, e v′è un odio che trema sotto il carico dell′amore. » Chi nella stanza cupa mi parla? Ho contro l′orecchio la conca marina?

Il dèmone della fuga m′abbranca, mi travolge. Il bosco dei pini stormendo mi punge. La piccola cappella sconsacrata è come un′occhiaia cava che atterrisca il giardino inselvatichito. Entro. Impongo le mani all′altare spoglio. Aspiro un sentore d′incenso che forse è il flato vespertino della resina. Sopra l′arco dell′altare è scritto: « Propter nos homines.» Rabbrividisco. Mi volgo. Guardo. Ascolto. « Ti lascio con qualcuno che è bianco e alto contro tutto il tuo buio.»

Cammino alla ventura. L′oliveto m′è come un popolo afflitto e convulso. Lascio parlare l′anima agli olivi; ed essi la comprendono meglio ch′io non la comprenda. Io non colgo se non lembi di parole come nella procella intermessa. Il vespro s′infolta illune; ma vedo meglio ch′io non oda, guardo meglio ch′io non ascolti. Si fa sera. Qualcuno ricomincia a lottare con l′angelo. Non Giacobbe; ma qui, in prossimità delle cave, presso una gente di tagliapietre, lo scarpellatore del Crepuscolo, lo scarpellatore della Notte. Breve tempo lottò Giacobbe con quell′angelo notturno che, per non poterlo vincere, gli toccò la giuntura della coscia. Ma il Buonarroto lottò col suo angelo tutta la sua vita, da ogni tramonto a ogni mattino. E ogni volta anche a lui l′angelo diceva: «Lasciami andare, perciocché già spunta l′alba. » E ogni volta egli rispondeva: «Io non ti lascerò andare, che io non t′abbia riscolpito e che tu non m′abbi riscolpito, io te, tu me.»

E lotta ancóra. Per questi poggi, per questi boschi, per queste petraie lotta ancóra. L′ho veduto; lo vedo, piantato in terra que′ suoi piedi che con le unghie selvagge bucano il tomaio; e a ogni scrollo gli svolano le penne celesti intorno alla fronte contratta.

Se la lotta è arte, l′arte è lotta. Lo so. Mi piace di tanto soffrire. E, s′egli mi vedesse, mi amerebbe. Io lo vedo. Chiudo ancóra gli occhi. Mi soffermo ancóra. Mi serro contro un olivo scarnito e nervuto come il lottatore. Anso e soffro come lui. «Quale è il tuo nome? Dichiarami il tuo nome. »

Traudire, travedere sono gli indizii della mia infermità immortale.

« Nel tuo petto segreto accogli anime riarse dall′ardore della vita. »

Tremo del mio abbaglio. Alcuna figura biancheggia nell′ombra laggiù. E sono certo che vive. A ogni battito di cigli apprendo la sua vita, con la certezza di un′acqua che mi penetri fra le labbra e m′irrighi la gola. Non più mi tocca lo strazio depresso degli olivi. Una vena di tepore precoce passa per questa fine del freddo gennaio, e mi giunge alla cima del cuore come alcun segreto della primavera primamente confidato. Che veste è mai quella? Il lino non è tanto lieve, né mai lo vidi con tanta levità albicare di lontano. Certo è una tunica inconsutile, ma come quella dei fiori. È tenue; e divide in due parti la valle, divide in due azzurri la sera, divide in due melodie le campane che vanno modulando il riposo delle colline.

« T′ho veduto prima che la tua bianchezza separi per lo mezzo la notte. »

Contengo il timore e l′amore. Trattengo fra i cigli l′albore contro l′ombra che cresce. Non io conduco il mio passo, ma il passo mi conduce col ronzo sordo dell′ala notturna, per un declive di sogno crepuscolare. Sono una nota, due note, un accordo della musica infinita, una pausa dell′ave. Seguo il mio inganno e credo nella mia verità.

« Considerate i fiori come si schiudano. Non faticano già essi, non filano; ma vi dico che Salomone figlio di Davide eoa tutta la sua gloria non fu vestito al par dell′uno d′essi. »

Or chi parla? Non quegli vestito della veste bianca che gli diede per ischerno il tetrarca.

Eccomi già prono, già disteso, abbandonato sopra l′erba, con la gota nella gleba, a piè del primo albero in fiore.

Ora tutto quel che accade non accade se non tra l′albero e me, se non tra l′erba e me, se non tra me e la gleba.

Ho gli occhi per vedere, e vedo. Ho gli orecchi per udire, e odo.

Mi sento lieve come la cima nell′aria; mi sento profondo come la radice nel terreno.

Respiro non in me soltanto ma in tutte le creature; penso non in me soltanto ma in tutte le creature.

Mi sembra che la mia fronte tramandi intorno a sé un debole chiarore, come se il pensiero vi fosforeggiasse.

A quando a quando l′albero fiorito ab brivida e àlbica con qualcosa dell′increspatura che una bava di vento suscita nella calma del mare; ed ecco il pensiero nel mio capo, ecco il sangue nelle mie vene indefinite abbrividare albicare come in un principio di mutazione.

Mi muto? mi trasfiguro?

Certo, ora m′illumino. Gli aspetti di questa mia ansia gioiosa e penosa, ora li discopro. Questo smarrimento dei miei limiti ora m′è palese. Ora, mentre si placa, mentre langue, mentre si fredda, riconosco questa mia gran febbre: la febbre della mia genitura mentale, l′accensione e l′accelerazione del mio genio. Lo so: un nuovo dio mi feconda; sono in travaglio d′una nuova divinità. Lo so: come quest′albero è in fiore, il mio spirito è in fiore. Tremiamo entrambi al medesimo soffio. Il medesimo soffio commuove i petali immacolati e volge le pagine del vergine libro. Ho il libro vivente in me; sono il libro che vive. Qualcosa d′ideale e d′animale insieme altera la mia materia, modifica la mia forma. Forse indovino come si raccapricci la giuba del leone di Marco, che ha il libro tra le branche e contro il petto il libro.

L′arte si allontana? per far luogo a quale altra potenza? Ohi dentro di me fissa una luce che io non vedo ancóra? Sono pien di fuoco e di gelo, coi piedi volti a occidente. Anch′io ho il libro fra le mie braccia, contro il mio petto, contro la mia gola. Mi trascino per un tratto nell′erba. I fili d′erba mi s′insinuano tra pagina e pagina, tra vena e vena, tra fibra e fibra. Giungo con la fronte il piede dell′albero; lo serro con le due mani; lo brandisco come seppi brandire il tirso. Torco gli occhi, a destra, a manca. Vedo. Perché ora tutti gli olivi intorno biancheggiano come la coorte biancovestita? Mi sforzo di sollevare verso la prima stella lo stendardo della coorte mosso dal fiato della sera.

A ogni soffio l′albero «alto e bianco» trema su me, freme su me, sogna che allega.

Nessun de′ suoi fiori cade.

La voce ripete: «E pure io vi dico che Salomone istesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come l′un di loro.»

Non v′è una bellezza interiore, e una bellezza esteriore; non v′è una bellezza spirituale e una corporea. Ch′io «ignoro la differenza» mi piace mi sia detto da Federico Borromeo. Per me v′è una bellezza sola; e v′è un solo modo di crearla, così come io di continuo la creo di sopra a me medesimo, di là da me medesimo, vivendo, respirando, ansando, consumandomi. Mi consumerò, perirò, in questa volontà di crearla oltre la vita, oltre la morte, contro la profanazione, contro l′adorazione. So quel che valgano, dinanzi alla eterna bellezza, questa fine della mia giornata, questo principio della mia notte. So con chi ero, so con chi sono. Lo so. E voglio rimanerci, dominando il mio sgomento. Del rischio ho fatto la mia arte, né  altra arte mi piace; né da alcun′altra mi lascerò sedurre e ammollire mai.

Io non discaccio il mio dèmone, ma del mio dèmone posso fare il mio dio.

Mi alzo. Che di tutto il mio travaglio lirico non resti se non questa impronta del mio corpo nell′erba, che m′importa? È l′impronta di una statua veloce, escita dalla fornace, rientrata nella fornace.

Mi alzo. Levo la fronte. Figgo gli occhi innanzi. Mi pongo di contro alla figura di Gesù; che volge la faccia verso di me, non dal fondo oscurato di Iacopo ma dall′aria aperta, non sotto la specie della pittura muta ma sotto la specie dell′albero musico.

Bisogna che alfine io lo guardi a dentro. Bisogna che io nemico lo interpreti e lo riveli: che io lo interpreti per me solo, che io lo riveli a me solo. Bisogna che il Vangèlo secondo l′Avversario mi conduca infine ad amarlo in me e ad amarmi in lui. Non lo vedrò grandeggiare se non lascerò grandeggiare il mio stesso dèmone. Non lo amerò se egli non si compirà nel silenzio e se io non andrò ad eguagliare il suo silenzio in fondo al deserto della sete. L′elogio del fiore senza fatica è la sua prima parola che mi tocchi. Il silenzio del suo sacrifizio eroico è per consacrarmi al mio vero destino. Quale anima sarà sopra tutte salvata, se non la più coraggiosa? Quale sopra tutte sarà condannata, se non la più ignava? E, se non vige alcun dio quando si possa disobbedirgli, di quale ordine è il mio spirito a cui non posso io giammai disobbedire? Più d′una volta ho dormito nel tempio e più d′una volta ho vegliato nel tempio. Talora ho detto: « Io ti velo, perché t′amo.» Più spesso ho detto: «Io ti svelo, perché t′amo. »

Ecco. Son nato d′un uomo greco dell′Arcipelago e d′una donna aulentissima di Gerico l′aulente.

Il mio orgoglio sa che Alessandro il Macedone, attraversata la Siria nell′andare verso l′Egitto, espugnate le città forti di Tiro e di Gaza, volle visitare Gerusalemme ove fu onorato dal pontefice giudeo ed ebbe presagi di vittorie celebrando un sacrifizio nel tempio.

Conosco le strìe lasciate nella colonna della Legge dallo scarpello greco.

Discopro su gli anèmoni della Palestina in signoria d′Antioco Epifane le tracce del passo misurato di Pallade Atena favoreggiatrice dell′uomo.

Rimpiango il ginnasio costruito dal re e dal sacerdote, al modo degli Elleni; dove si esercitavano i giovani giudei nei giochi atletici, non temendo ignudi le impurità vietate, anzi tentando di celare per onta il segno del patto carnale, mentre i serventi istessi del tempio tralasciavano l′officio per correre alla palestra unti non dall′iddio.

Incontro per la prima volta il Maestro in un palmeto di Gerico, dove io sono intento a raggiungere i frutti che gravano la cima d′un palmizio troppo alto. Il luogo è solitario. Odo il passo leggero, e mi volgo. Gesù è forse nell′atto di sfuggire alla moltitudine accalcata, che già lontana romoreggia. Lo guardo. In verità, più dolce di tutti i palmeti più diletti alla tribù di Beniamino.

Io sono involto d′un pannolino sopra la carne ignuda; sono vestito d′un vestimento diafano, d′una sindone bianca e piegosa. « Chi sei ? » egli mi chiede.

La sua voce quasi timida fa che una imaginazione subitanea rida nel mezzo della mia sollecitudine. D′una storia della sua puerizia, udita non so più dove, mal creduta, io foggio la mia imagine pronto.

« Iesus, Iason, ti ricordi che un giorno, con altri compagni di gioco, riescimmo a inerpicarci su per la muraglia fino allo sporto d′un oriuolo a sole che v′era disegnato in piano ritto a piombo verso mezzodì? Tre dei più arditi eravamo già sopra lo sporto di pietra. Tu toccavi col capo lo stilo di ferro, interrompendo la linea d′ombra che indicava l′ora. Un di noi diede all′altro una spinta repentina; e quegli barcollò, precipitò dall′alto, urtò il suolo, restò esanime. O Iesus, Iason, a te fu data la colpa, tu accusato fosti. E i parenti accorsi mettevano grandi strida, adirandosi, minacciando, lacrimando. E tu rimanevi tuttavia sopra lo sporto, percosso dalla linea dell′ombra e dell′ora. E il tuo padre e la tua madre sopraggiunsero anelando. E la tua madre ti chiese: – L′hai tu precipitato? È vero? Rispondi. – Non rispondesti. Scendesti giù dall′oriuolo, tacito come se la linea dell′ombra e dell′ora dallo gnomone si prolungasse in te fino a terra. Ti chinasti sul compagno morto, che più non dava crollo; e lo chiamasti per nome.

O Alcimos, Eliacim, t′ho io precipitato?

Il fanciullo si scosse, mosse le labbra, battè i cigli, si drizzò sul gomito; e rispose: – Non tu, Signore. – O Iesus, Iason, ero ben io quel fanciullo risuscitato che ti rese testimonianza. Alcimos Eliacim or sono io, dinanzi a te.

Egli mi guarda e si tace. L′oro del sole cribrato [31] dai palmizii tremola sopra noi. Mi pare egli preso nella mia finzione e nella mia tentazione come in una rete splendente. Io medesimo son preso nella insidia corusca [32] .

« Non mi riconosci, e mi guati. Mi sovviene d′un altro giorno, quando la tua madre bellissima ti mandò con un orciuolo alla fonte per acqua. Ritornavi alla tua casa con l′orciuolo rempiuto; e un de′ tuoi compagni correndo ti urtò così forte che il vaso ti si ruppe. Allora ti togliesti il mantelletto, e nel cavo del panno raccogliesti tutta l′acqua sparsa; e così la portasti alla tua madre. Ben io ti vidi; ché t′avevo io scontrato nella mia corsa incauto. »

Egli mi guarda in silenzio. E mi sembra che la rete d′oro più si serri intorno a noi e più ripalpiti.

« Ho sete, Iesus, Iason. E non hai rivo d′acqua nelle pieghe del tuo mantello. Prima che tu giungessi, io m′affannavo a cogliere quei datteri difficili e tendevo l′orecchio a cogliere un susurro di sorgente.

E sei venuto. E mi sovviene che, in terra d′Egitto, come la tua madre si riposava all′ombra d′un palmizio ricco di datteri, chiese al tuo padre che ne cogliesse. E questi si rammaricava che troppo fosse alto il fusto, e più si rammaricava che fossero omai vuoti gli otri. Allora tu comandasti al palmizio che si chinasse; e l′albero obbedì, e restò chino come a te piacque. E tu gli comandasti che con le sue radici trovasse alcuna vena d′acqua sotterra. E l′albero fece la nova obbedienza; e mai scaturigine più fresca rigò deserto più cocente. E dopo venne un angelo, e tolse un ramo, e s′involò per traspiantarlo negli orti di lassù. Esaudiscimi, Iason. Fa che il mio palmizio mi s′inchini, e che la sua radice mi disseti. »

Egli mi guarda, e tace. E qualcosa commuove le sue labbra, ch′io non so se sia un nascimento di sorriso o di parola. E io non so distinguere se in lui fermo tremi il bagliore del sole o la perplessità dell′anima.

« Esaudirmi non vuoi, figliuol d′uomo, figliuol di dio? »

Ora egli dice, socchiudendo i cigli: «Eliacim, non è questo il deserto, né tu hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti come io già digiunai avanti che a me si accostasse il tentatore. »

Io dico, con un sùbito gelo nelle ossa come se la polla scoppiasse dentro me: « Non dunque tu rammemori i prodigi della tua infanzia, né riconosci il tuo risuscitato?»

Ora nel guatarmi egli aggrotta un poco gli occhi; e io vedo nella sua fronte quella croce che fanno i sopraccigli con la grande ruga diritta.

Egli dice: « E a te sovviene quale ora segnasse nell′oriuolo a sole la linea d′ombra passando su l′innocente capo che toccava lo stilo ? »

Subitamente, senza esitanza, come se nel mezzo dell′anima mi sia fitto l′ago solare, rispondo : « L′ora nona, o Iesus, nel cómputo del popolo servile. »

E al tremolio del raggio cribrato si aggiunge uno stordimento come di rombo che salga dal mio polso alla mia tempia, come di confuso clamore che senza labbra e senza mani insorga dal profondo di me medesimo. Ma Gesù volge un poco il capo e l′òmero; tende l′orecchio in ascolto, non verso il mio petto tumultuato ma verso il limite del palmeto.

« Chi chiama il figliuolo di Davide? »

Ecco, al limite del palmeto appare la turba clamorosa. Tra i bei fusti eretti veggo formicolare gli uomini miseri in vesti del colore del fimo e del limo, la folta e stolta miseria tutt′occhi tutta bocche tutta mani. Odo l′implorazione della infelicità infigurata, odo la lamentazione dell′angoscia informe.

« Abbi pietà di noi, Signore! » Egli non ancor si volge intiero ai sopravvegnenti. Come il tremito della lucida rete s′abbassa alle sue spalle, declinando il sole, io scopro il tremito tremendo del suo spirito nella sua fronte e nel suo petto. Egli è come uno che smarrisca la sua virtù e la sua favola. Dice, guardandomi di là da me, guardandomi oltre il mio volto e oltre il mio cuore, mentre la sua ombra passa sotto i miei piedi combaciandosi con la mia dietro di me e la mia dietro di me prolunga la sua in una solitudine incognita indistinta: «Chi dà la vita, bisogna che accetti la morte. »

Sento su i miei occhi, che ora non vedono ma prevedono, l′ombra della morte che lo incorona. Sento alla cima dei miei pensieri l′orrore dell′infigurato, l′abominio dell′informe.

« Odimi. Adoro la vita che si perpetua nella morte. Adoro la morte che è la natività sovrana e onniveggente. »

Su la fronte di lui il vertice della croce più s′incide, più s′infosca. Ma sotto i sopraccigli i suoi occhi sono come i fuochi del pilota in vigilia.

Egli dice : « Or chi ti diede questo insegnamento? »

« Pàrvadi, la benamata della mia tristezza, la fiordaligi della mia palude. »

Or perché dunque la mia anima è tanto prossima al canto? E perché a un tratto il palmeto è precluso al clamore, e non v′è nel palmeto se non misurata pausa e aspettazione della melodia?

Si volge verso l′occaso il figliuol d′uomo, e cammina incontro agli uomini. Non m′ha detto che io lo seguitassi, e io l′ho seguitato. Dietro di lui la sua ombra s′allunga, diritto come le ombre dei palmizii. E il mio passo è nella sua ombra e non mai mi fallisce. Fra tutte le palme invitte che dimorano, seguo la palma che invitta incede.

«Abbi pietà di noi, figlio di Davide!»

Gli imploranti sembrano pieni della lor propria polvere, prima di dissolversi; ma la lor polvere non brilla nel sole obliquo. Il guaritore s′arresta. E dalla turba tutt′occhi tutta bocche tutta mani si stacca un uomo cieco, e s′inginocchia; un mutolo, e s′inginocchia; un monco, e s′inginocchia.

La pausa nel clamore tetro, il tremito dell′anima escita dalla rete della tentazione mendace, l′ombra sovrapposta all′ombra come la dismisura del corpo alla dismisura dello spirito, la solitudine incognita indistinta, il limite cancellato nell′essere, il dèmone agguagliato al dio, il dio agguagliato all′uomo, l′odio inerme convertito in amore armato, l′anelito anelato in preludio di canto, tutti i segni del palmeto di Gerico continuano a pronunziare e tutte le figure a trasfigurarsi in me seguace e fugace, mendace e verace.

Ho in dispregio e in abominio i discepoli, duri e zotici, che non sanno comprenderlo né servirlo: quel Simone detto La Pietra e il suo fratello Andrea, e Giacomo di Zebedeo, e Matteo il publicano, e Simon Cananita, e tutti gli altri, anche Giovanni: più degli altri Giovanni. E conosco il segreto di Giuda; e lui solo cerco, e lui scruto, lui scavo, lui travaglio.

«Perché non parli a me piuttosto che ai tuoi servi? Come possono essi amarti, se non ti abbellano [33] , obbedirti se non t′intendono? Io più ti orno e più t′intendo quanto più ti avverso. Disseparando le tue parole, io voglio ritrovare il tuo silenzio là dove tu medesimo non lo cerchi» dico al guaritore.

« Conoscimi » gli dico. « Arde in me una lampada perpetua a quel che è divino, sento in me quel che è divino, assai più che s′io fossi vissuto dieci e dieci lustri nel tempio col marmo con l′avorio col cedro col bronzo con l′oro. Spesso io strido e fumigo come il tizzo immerso nell′acqua lustrale. Conoscimi. So come dal sangue si generi la rosa, come dalla lacrima si generi l′anemone. Di quel crasso loto è formato il tuo servil gentame! Conoscimi. Alla luce e al soffio io son lieve come l′anemone dell′alba, come l′anemone del mezzodì. »

Ogni sua parabola, mi vien fatto di prenderla spirante nella mia mano come un vaso d′argilla appena staccato dalla ruota e messa a seccare sopra la tavoletta. Rimpasto l′argilla arditamente, e la restituisco alla ruota, e la rilavoro con la più nobile arte sàmia [34] , infondendole il ritmo col piede che sul perno sa la musica.

Ecco che ora egli termina la parabola del figliuol prodigo. E, come il verbo ha traversato la turba pei fóri dell′udito e s′è disperso al vento del deserto, intorno al guaritore s′accalcano gli infermi d′ogni luogo e lo pregano che possano sol toccare il lembo della sua vesta.

In disparte, ho già rimpastato e rimodellato l′argilla sapida, per pochi incirconcisi vani; e della creta che m′avanza formo due colombe, a similitudine di quelle votive che Carmi chiese a Beerseba e immerse nel bacino del profumo.

« Iesus, Iason, » dico al figliuol d′uomo figliuolo di dio che nel ritrarsi passa accompagnato da Didimo, da Giuda e da Filippo «tanti prodigi fai per costoro e non un solo vuoi tu fare per me? Hai sanato il famiglio paralitico del centurione in Cafarnao, se pur ne sei certo; cacciato hai la legione dei dèmoni dall′ossesso nella contrada di Gadara, se n′hai certezza piena; nettato i dieci uomini lebbrosi di Samaria, e mondato tanta altra gente immonda, se ferma certezza n′hai; e ancor ti nieghi di esaltare la grazia d′un′anima intesa a darsi perfezione in terra? Oggi è sabato. E ti sovviene che giorno di sabato era quando fanciullo tu foggiasti dodici rondini col limo! Accadde che un viandante giudeo di là passasse e scorgesse la tua opera puerile, o formatore. E sùbito garrì e rimbrottò la tua madre per aver tu fatto ciò che non è lecito in giorno di sabato. E il tuo padre si mise a riprender te. E tu, battendo le mani a palme, gridasti alle rondini di creta che si levassero a volo. E quelle di sùbito si frullarono e involarono, con maraviglia somma degli astanti. Non ti sovviene, legge sopra la legge, luce sopra la luce? Or tu rinnovami il prodigio su queste due colombe fittili ch′io formai secondando un rito e un sogno del figliuol prodigo. Con un batter di palme, o signore del sabato, fa che si partano a volo e vadano a posarsi su l′altare per l′offerta della sera. »

Sospinto dai suoi discepoli egli senza rispondere procede al suo cammino verso il tempio.

« Or temi dunque di violare la legge, signore del sabato?» gli grido alle spalle, mentre egli fa l′atto di velarsi il volto con un lembo della manica. « Meglio ami esser tentato nel tempio dai dottori della legge? meglio ami che lo scriba in veste lunga ti chieda per obliquo un segno del cielo? meglio ami che il levita scalzo dalla tunica di lino, simulando d′esser giusto, osservi le tue labbra per soprapprenderti in parole? Ma io ti seguo, o Iesus, Iason. Io queste due colombe d′argilla m′ardisco recarle fino alla Corte dei Gentili, dove vociferano i mercanti di vittime, dove schiamazzano i cambiatori e i compratori, dove la tortora è presso al becco, dove l′incenso è presso alla farina. E lor darà le penne vive lo sbigottimento dello strepito; e le vedrò sbattere l′ali contro il tetto di cedro. E non vi sarà in me timor servile. Sfrontato sono io come il tentatore del deserto innanzi il digiunatore del deserto. Vai verso il tempio? Or là si tien consiglio contro te, per metterti le mani addosso, figliuol d′uomo, per abbatterti e per ucciderti, figliuol di dio. Tu vai al tempio male illuminato; e la morte vien davanti a te per illuminare il tuo cielo. Ora ti scorgono da lungi e, come i fratelli di Giuseppe in Dortain, dicono l′uno all′altro: – Ecco quel de′ sogni s′avanza; ecco il sognatore viene. Uccidiamolo. – Così mormorano. T′annunzio l′ora di porpora, o Iesus, per quell′idria di porfido ove alle nozze convertisti l′acqua pura in vino mero. Odimi. Tutto esce dall′uomo, e in lui ritorna. Tutto quel che è creato è perituro. Nulla di ciò che è veramente vivo può essere insegnato. Odimi. Sol vale all′uomo non cessar di combattere. E tu non desistere, o Iesus, non desistere! »

La mia voce è rapita dal vento d′ostro; che sibila e rugghia, e sembra sparpagliare pel vespro il sangue di tutti i facitori dei destini, dal sangue di Abele ucciso nel dritto solco infino al sangue di Zaccaria ucciso fra il tempio e l′altare. Gli indovinamenti del mio cuore m′inebriano, come se Pàrvadi m′avesse data a bevere una coppa del suo beveraggio indo. Con non so che ebrietà, vedo il figliuol d′uomo abbassare la manica di sul volto, alzare il capo, squassare il crine, raddirizzarsi su i talloni, come nel palmeto di Gerico rassomigliare la palma che invitta incede; poi con un gesto imperioso respingere i settatori, allontanarli da sé, farsi più alto nel rimaner solo; infine entrar solo nel tempio vampeggiante fumante clamante. «Or io ti svelo, perché t′amo. » L′ignudo mio coraggio gli fa l′offerta della sera. Nella creta sensibile che m′empie le due pugna, sento rimorire le due colombe di Beerseba.

Ora non posso più abbandonarlo. I Dodici non son più nulla per lui; gli Undici non son più nulla per lui. Egli è solo, senza onniveggenza, senza onnipotenza, senza incanti, senza prodigi, solo con la sua midolla di eroe nel suo fragile ossame, solo con la severa sua immortalità nel suo corpo morituro. E solo io sono il suo seguace avvinto alla sua ombra, solo il suo discepolo temerario senza nome e senza voce, il giovine dalla sindone, vestito di lino sopra la carne ignuda.

Ora la morte, meglio che Pallade, mi appare favoreggiatrice dell′uomo.

Ecco che l′ombra della morte è venuta sul figlio dell′uomo subitamente, come il nuvolo su i monti di Moab alla fine della state.

L′anima gli si turba come la piscina di Betesda quando l′angelo improvviso agita l′acqua col fremito della sua bellezza e tutta la moltitudine degli infermi fa di sé una sola piaga anelando dai cinque portici.

Come al limite del palmeto di Gerico il cieco nato di Timeo, ciascun dei miseri grida verso lui: « Gesù, figliuol di Davide, abbi pietà di me ! »

Hanno eglino le vesti del colore del fimo e del limo. Sembran pieni delle lor proprie ceneri, già prima di dissolversi nei lor sepolcri. E, come la donna cananea su i confini di Tiro, ciascun grida verso lui: «Figliuolo di Davide, abbi misericordia di me! »

Hanno veduto entro la stessa chiostra in giorno di sabato l′uomo infermo da trent′otto anni essere sanato, togliere il suo letticello e camminare. Veramente hanno essi veduto quel Gamul di Emmaus, quegli invano quivi per anni invecchiato in attendere il turbamento dell′acqua? Certo hanno essi udito rispondere alla dimanda miracolosa: « Io non ho alcuno che mi metta nella piscina quando l′acqua s′intorbida. Ogni volta, un altro vi scende prima di me. »

Or i più miseri gridando ripetono: « Signore, io non ho alcuno. Maestro, io non ho alcuno. Figliuol di Davide, e io non ho alcuno. »

Più d′ogni altro è iterato il lor grido; e trapassa il cuore di colui che ha promesso ai più miseri il retaggio della terra, regno dei cieli. Non case, non fratelli, non sorelle, non padre, non madre, non figliuoli, non possessioni eglino hanno ma i loro mali, i loro cenci, il giaciglio del lor dolore, il soffio per chiamare e per attendere. « Non ho alcuno ».

Scingono, schiudono, respingono da sé le vesti del colore della feccia e della melma, le fasce, le bende, i sudarii.

E l′orrore della carne infetta è quivi rivelato, come l′attorcimento delle radici, come lo screzio delle pietre torpide, come le crepe del suolo riarso.

E il clamor del lebbroso esce dall′ulcera che delle nari e delle labbra fa una sola fauce, sotto le falde della neve terribile ond′egli è coperto.

E il cieco, nel vento di quell′ambascia, sente i suoi occhi spenti divenire come i fuochi dei piloti in notte di fortuna, come in notte chiusa i fuochi accesi su le torri dei porti.

E il mutolo grida con gli occhi, chiede con l′anima in mano, ode con l′osso del capo.

E tutta la carne è in castigo dinanzi a colui che porta la testimonianza della beatitudine eterna. «Non ho alcuno».

Tutti sono soli; sono un dolore deforme, un′angoscia deserta, dinanzi al figlio dell′uomo; perché si adempia ciò che fu detto dal profeta Isaia, perché egli prenda sopra di sé le loro infermità e le loro infezioni.

Sono soli, sono simili a Gamul. A simiglianza di lui, hanno moltiplicato gli anni dell′attesa, hanno invecchiato e spossato la speranza. Quanti assisteva gente cognata o consanguinea, l′hanno respinta come han respinto le bende, e disconosciuta, e in oblio sepolta. «Chi è mia madre? chi sono i miei fratelli? »

Or quella gente lacrima in disparte, col lembo del manto sul pianto.

E la moltitudine dei morbi non ha se non una parola e una voce, al cospetto del possente che non può. « Signore, Signore, non ho alcuno. Sanasti Gamul, sana anche me. Se tu vuoi, tu puoi ».

E, come l′angosciato alla colonna piega la fronte e cela tra le palme quella croce che fanno i sopraccigli con la grande ruga diritta, a un tratto per tutta la chiostra de′ guai succede alto silenzio.

Ed egli è come uno che smarrisca la sua virtù e dimentichi il suo proprio nome né sappia se la stella del suo cielo rechi il giorno o la notte.

Or nel silenzio chi regna se non il più silenzioso?

Cessato il grido, una presenza inevitabile domina ogni altro dominio. Il cadavere dell′uomo idropico è nell′acqua, presso lo scalino di pietra. È nella piscina contaminata; e anch′esso è solo, anch′esso non ha alcuno.

Ma pesa come un peso che scrollato si rincalchi, urge come il carico di ognuno, come se ognun lo sopporti con l′òmero o con la cervice, pari alla soma del peccato, pari al giogo della morte.

Preclusa è la salute. Il lavacro salutifero è divenuto impuro.

Precipitandosi Eliasib figliuolo di Adaia per entrar primo, al segno del turbamento, è quivi traboccato senza risollevarsi, è spirato quivi.

Ecco, tra la pietra e l′acqua supino galla, gonfio come un otre fatto d′una pelle di bue, con invetrito l′occhio nel viso esiguo come una foglia arida, con aperto il labbro dalla sete non estinta in eterno.

Ecco, lo fascia l′ombra d′una nuvola.

«

O figliuol d′uomo, figliuolo di dio, risùscitalo! » grida una voce d′uomo nel silenzio. « Chiama Eliasib! Chiamalo! »

Il figliuol d′uomo non può risuscitarlo. Colui che è per morire non può risuscitare colui che è morto. Né vuol chiamarlo invano. Tace, immoto in un silenzio insuperabile come il silenzio dell′enfia spoglia tra la pietra e l′acqua.

È solo. Tutti sono soli.

« Il mio padre non trarrà i miei piedi dalla rete che mi è tesa di nascosto? » Egli soffre, negli indovinamenti del mio cuore, soffre per lo sforzo di conoscere il suo fine, di conoscere qual sia il termine de′ suoi dì. « Padre, contendi con quelli che contendono meco, guerreggia con quelli che meco guerreggiano. Non nascondere il tuo volto da me ».

È solo; deve essere solo. Come l′odio sboccato a un tratto dalla sentina del tempio ha levato pietre per girargliele contro, egli si sottrae, s′allontana, si rifugia nel monte degli Olivi, si radica nel monte del suo cruccio. È solo; deve esser solo. Non lo seguo. Il suo dolore s′inarca meco da oriente a occidente. Il mio ultimo sogno è su la collina di Acra.

« Ho veduto uomini solitari! sorridere al dolore sopra uno strame di rovi, in un giaciglio di tizzi, in un covile di brace; e ho divinato ch′essi ascoltavano il dolore favellare del dio, rivelare la bellezza sempiterna. »

Mi parla Pàrvadi, nella piccola casa della contrada di Acra, dove la sua grazia è rinchiusa come la grazia della ibi nella gabbia di papiro. Ed ecco, sorrido di quei che si credono sapere i termini della terra, di quei che pretendono sapere le misure del tempo. E sordo io sono del mio tumulto, echeggiante della mia plenitudine, simile alla conca marina, pieno di lontananze e di evi, pieno di figure e di enimmi, pieno di orizzonti e di laberinti.

Chi pur ieri su la riva del Giordano, al limite del deserto di Giuda, in quella valle solinga, folta di tamerici e di salci, aspergeva d′acqua le sue spalle scarne?

E da quale profondità degli anni scende alla riva del Gange quel redentore per aspergersi, e per purificare la sua spoglia mortale dai segni tetri della troppo dura lotta, e per inginocchiarsi, e per fisare il cielo, e per invocar la morte, e per morir saettato, e per esser sospeso all′albero dagli uccisori iniqui e offerto in pasto agli avoltoi lugubri ?

Dice Pàrvadi: «O tu, acqua consacrata dai cinque aromi e dalla preghiera, se dal mare, se dal fiume, se dal rivo, se dalla palude, se dalla cisterna vieni, sei pura e mi purifichi, o tu, essenza del sacrifizio, origine della libertà! »

Dal paese di lungi ella ha recato un poco d′acqua del suo Gange, in una idria cerulea; e per conservarla v′ha infuso il sale e i profumi.

E in un oricanno [35] fosco di stretta bocca ha recato alcun sorso di quel beveraggio che suscita il delirio e ispira gli oracoli e infonde la divina dimenticanza nelle vergini addette al santuario.

 

E seco ha recato il suo gelsomino, che fulge come i suoi denti e aulisce come i suoi sospiri; e l′ha traspiantato nel piccolo verziere [36] d′Acra; e l′ha sposato al sicòmoro di bella buccia, che è frequente in Gerusalemme e da taluni è interpretato albero della santa pazienza e da altri albero della santa demenza.

Dice Pàrvadi: « Luce del mio verziere, distogli dal sicòmoro un de′ tuoi rami, il più flessibile, e allacciami come un tempo m′allacciavi. »

Ella era un tempo addetta al servigio del santuario nel pagode [37] ; e nutriva il fuoco santo, e danzava innanzi al santo carro, e profetava ebra inebriando i mendichi e gli infimi.

Ella sa come quest′ansia del divino, ella sa come questo furore di perdizione e questo ardore di salvazione, ella sa come questa brama di sacrifizio e di rinnovellamento travagliassero la sua terra profonda, la sua schiatta penosa, ben innanzi che il pastore d′Egitto, ben innanzi che il pastore di Giudea guidasse il primo gregge, ben innanzi che la figlia del Faraone rinvenisse nella giuncaia la cestella, ben innanzi che Tebe di sette porte e Tebe di cento porte e Atene della Vittoria senza penne e Roma degli archi trionfali e Babilonia delle mura frali fosser fondate da semiddii e da re.

«Dimmi, Pàrvadi: s′ode tuttora lunghesso il tuo Gange il pianto di Alessandro? V′è tuttora laggiù quella gente umile e povera che non voleva nulla possedere, che soleva scavar le fosse de′ suoi morti alla soglia delle sue case e ne aveva assidua cura e le ornava e le pregava all′ombra del suo dio ? »

Dice Pàrvadi: « Credo che s′oda tuttora il re di quella gente rispondere al Bicorne: – Le sepolture son le nostre porte, sono le soglie della vita vera, i limiti dell′ombra e della luce. – Credo che s′oda rispondere al Bicorne: – Povertà ci conduce nella via che va più oltre e va sempre più alto, là dove la tua ansia non può giungere. – Credo che s′oda rispondere al Bicorne: – Tu ti stupisci, Iskender. Le delizie del mondo t′hanno saziato? Sei tu sazio? A qual di questi ignudi teschi il teschio tuo somiglierà, Iskender? – Il Bicorne lo stringe fra le braccia e gli offre: – Vieni. Siimi compagno. Partisci meco il regno, e tutti i beni della mia gloria immensa. – E quegli dice: – Mi basta il bene che la mia preghiera dona al mio cuore umile. Ti piango. – Allora il Grande piange un grande pianto. »

Io penso al monte degli Olivi che par lontano come il più lontano vertice dei secoli, come il monte dei Musici rapiti. Non v′è più l′ora presente, non v′è più l′ora futura. Il mio spirito è il cenacolo dei saggi convenuti dal fondo della mia memoria. E, se bene io non pianga, so esservi nell′universo un pianto ove s′aduna più gran dolore di quello espresso da colui che piange. E m′appare Alessandro dalla testa inclinata su l′omero sinistro, dalla chioma leonina, dall′umido sguardo.

E qualcosa m′addolcisce, ch′io non so, E i pensieri, che mi vengono dagli spazii del mondo e dai tempi del mondo, or mi sono come i sandali allacciati e dislacciati ai piedi della donna che le ricordanze affaticano. E chiedo al profondo di me se la luce nel volto di tutti gli uomini sia per esser menomata o aumentata.

«Pàrvadi, i tuoi capelli non rabbrividiscono d′un vento che soffia lontano? la tua fronte non ti duole d′un serto che non la cinge? Or che sogno tu sogni? e che sogno tu sognavi ? »

Dice Pàrvadi: «Sognavo che alcuno avesse annodato i miei piedi con la corda dell′arco e che tuttavia mi forzasse di danzare. Sognavo che alcuno m′avesse cucito le labbra con un filo vermiglio, intriso nel sangue, e che tuttavia mi forzasse di cantare. »

Avido di quel che invisibile è in lei, le chiedo: «E che pensiero tu pensi?»

Dice Pàrvadi: « Penso quel nostro santo che pigliava leonesse da mungere, e le mungeva, e poi faceva quel latte magnanimo rapprendere, e lo formava tra i giunchi per nutrirne i poveri. »

« E che altro pensiero tu pensi! »

« Penso a quello specchio che io portavo appeso dietro la mia schiena per due liste girate intorno agli òmeri, quando servivo nel pagode, affinché l′imagine divina potesse dinanzi a sé considerare il fervore della moltitudine seguitante. E il mio passo era simile al passo di colei che non disgiunge le ginocchia e non fa rumore incedendo né ondeggia. Tal era perché lo specchio fosse fedele, perché non mai turbata fosse la sua fedeltà. »

È bella come son belli gli occhi prima che la prima lacrima ne sgorghi, tutta bella come la tristezza vespertina prima che la stilla d′Espero ne sgorghi.

« O fiore del loto, o flordaligi della mia palude, come puoi tu dunque fendere il mio bronzo col filo d′una foglia così tenue ?» La mia ansia par si disciolga in canto non modulato.

«Asia, Asia, tu che porti le ceneri dei tempi come semenze innumerabili, tu che in te serbi tutte le paure e tutte le speranze della vita, tu che sul tuo segreto abbassi le tue palpebre dorate, né alcun ferro d′oppressore potrà mai dissigillarle! »

La vita dei secoli si sveglia e anela: in un′anima di aspettante? in una gola di amante? Il flutto decumano della vita, il più impetuoso e il più vasto, mi giunge, mi sommerge, mi sormonta, mi rompe. Che mai può nascere là dove una grande onda spira ?

«O Pàrvadi, mescolato ho il mio cuore con le musiche del mare: non del mare che bagna Sodoma ed Engaddi, ma del mare che bagna Delo e Lesbo. Amo la vita. »

Dice la donna: «Amala. E quanto più ella è crudele, e più amala. L′amore è dolce; e pur la più malvagia parte è dolce quant′altra cosa mai, fuorché quella morte che consacra le speranze dei viventi, quella che fa la luce, e la mano d′alcun uomo non ha possa d′intertener tal luce un′ora di più. »

Forse l′amo. Ricca ella è di nuovi raggi e di antichi aromi. E l′una delle mie anime, che l′ama, è tre volte dolente: d′essere immortale, d′essere insonne, d′esser senza pianto. E mi sembra che in me una voce si lagni così : « O dio, foss′ io soltanto uomo; e foss′io pago dell′ombra accolta nella mia carne, foss′io serrato nell′oscurità delle viscere e dei precordii; e non avess′ io da te rivendicato il diritto di promettere! »

Pàrvadi s′appressa. Ma tende all′improvviso la fiala del suo filtro di demenza. « Torbido sei e triste. Bevine qualche stilla; e dimentica tutto, fuorché la benamata della tua tristezza. Niuno spirito è forte come lo spirito della primavera. Lascia che col margine della foglia di loto io fenda il tuo bronzo fulvo. E amami. Ti supplico, pel prodigio segreto che la rondine compie sotto la mia gronda! »

Respingo la sua fiala; prendo la sua bocca.

E intorno a noi sono le cose miti, intorno a noi le delizie che non saziano. Ecco i sandali dalla suola sottile come il pampano. Ecco il cofano che serba i suoi lisci i suoi unguenti i suoi collirii. Ecco la torcia composta con la midolla della canna e involta nella tunica di cera. Ecco il flauto e la sua custodia di legno odorifero. Ecco la bisaccia che contiene le sorte delle semenze pel verziere. Ecco i crotali di bossolo sonoro. Ecco i bossoli delle spezie e dei profumi. Ecco la spola mattutina che si sveglia e garrisce con la rondine. Ecco quel velo che la vergine del santuario una notte trovò sospeso ai rami del cedro, e le parve che in candore argentino vincesse la pienezza della luna.

« Vieni a sederti nell′ombra del sicómoro. »

Per escir meco nel verziere, ella ha scelto le due più belle vesti: la sua veste di danzatrice sacra, che sembra aver ritenuto nelle sue pieghe il movimento misterioso imitante le vicissitudini degli astri; e la sua veste di cantatrice sacra, ove sembra perduri il soffio della invocazione. « Fuoco, che esprimi dall′offerta il profumo; che torci il ferro come vimine; che divampi nel delirio di chi danza, e nelle vene della gazella inseguita, e nelle braccia forti che s′annodano! »

Ella è tra le mie braccia, all′ombra del sicòmoro avvinto dal gelsomino. E, per un attimo, mi balena l′imagine di quell′uomo ricco e rattratto, di quel capo dei publicani Zaccheo, che in Gerico salì sopra il sicòmoro per vedere il passaggio di Gesù. Il fogliame a quando a quando tremola e sospira su l′oblio che mi tiene.

Pàrvadi in sogno spezza la corda dell′arco che le annodava i malleoli; e non per danzare. Spezza il filo vermiglio che le cuciva le labbra; e non per cantare. E le due vesti seguono il suo sogno.

Il sole cala verso quell′isola nutrice di colombe ove Lyde trasse il figliuol prodigo. Di là dalla cinta, rossica il fastigio della Porta giudiziaria. Belle ombre nericanti solcano la bragia tormentosa del Golgota. La piccola casa di mattone, la gabbia di papiro per la mia ibi, sembra si dissangui e si rapprenda in grumi. Non s′ode se non il rombo di due cuori perduti, il bombo di due api disperse.

Di sùbito, Pàrvadi sussulta; mette un grido più roco d′un singhiozzo, si ritrae, si contrae; tenta avvolgersi in sé, ristringersi in sé stessa, tutta ambrata dal vespero e dal pudore; perché ora s′avvede che le manca pur la terza delle sue vesti; l′ombra del sicòmoro.

È notte. Il cenacolo è abbandonato, con le finestre aperte verso la valle del Chedron. Su la mensa tuttavia sono sparsi i pani azzimi, le erbe amare, i calici bevuti e non bevuti, gli ossi dell′agnello pasquale, gli ossi dei frutti conci; e v′è tuttavia il segno dei gomiti ignavi attorno, v′è quasi l′afa dei pusillanimi, v′è l′impronta dei grevi sacelli adagiati, v′è il pesame dell′epa, il buiore della fauce, il lentore del masticamento.

Indago, cerco, quasi famelico, quasi cane furtivo. Non esito; non m′inganno. Ben per le finestre aperte spiavo mentre essi cenavano. Trovo nella scodella spezzata il cantuccio di pane intinto. Trovo un briciolo di quello che ha benedetto il morituro, ed è il suo corpo. Trovo in una coppa un fondiglio di quel vino che è il suo sangue. Prendo e mangio. Prendo e bevo.

Esco. Scendo verso il Ckedron [38] . Nella corsa la mia sindone è un′ala gonfia di ansia. Nell′orto mi celo. Sono il più doloroso degli olivi abbarbicati al suolo avaro, là dove i discepoli pasciuti di pasqua ronfano. Patisco col solitario. Le gocciole della sua fronte colano su la mia gota; i grumoli del suo disperato sudore mi si struggono in bocca.

Più orrida e più miseranda è la notte quando i dormienti si destano. La mia sindone vuota e lacera nelle mani degli armati testimonia più fieramente che il lor balbettìo tetro. Il gran silenzio ignudo mi lega alla grande vittima, come le stille e i grumi del suo sudore.

Il figliuol d′uomo non parla più. Guarda, e non parla. Sopporta, e non parla. Serra le labbra contuse, le labbra fendute; e non parla.

Non è vero ch′egli vacilli, ch′egli si sbianchi, ch′egli s′incurvi fino a terra, sotto il peso della croce. Non è vero che un uomo di Cirene, un certo Simone di Libia, allevii l′eroe, prenda il legno su la sua spalla servile. Non è vero che Giovanni gli si accosti, che il discepolo femineo conduca il coro delle femmine piangenti.

Egli passa davanti alla casa di Acra, davanti alla casa di cotto, al verziere del sicòmoro. Perdutamente la donna esce, si spinge fino a lui, gli asciuga il sudore e il sangue col velo del cedro di Madura, gli offre l′oricanno [39] del filtro. Egli scuote il capo, torce la bocca. Va innanzi per l′erta. Non parla.

S′egli parlasse e se la sua voce fosse pari all′immensità e alla terribilità della sua agonia, gli uomini si abbatterebbero nella polvere, e crollerebbe il tempio, crollerebbero le prigioni i palagi dei Maccabei e di Brode la torre di Siloe la tomba di Davide, si scoperchierebbero tutti i sepolcri.

Non parla. Non è vero ch′egli dica: «Padre, perdona loro.» Non è vero ch′egli si volga al ladrone e gli risponda. Non è vero ch′egli confidi la madre al discepolo imbelle. Non è vero ch′egli chieda da bere, ch′egli si lasci sopraffare dalla febbre sitibonda; né è vero che l′ambascia del Frantoio gli ritorni e gli strappi il grido dubitoso [40] ; né è vero che in una sesta e in una settima parola s′angustii il suo grande anelito,  il suo grande ultimo respiro, esalato a superare i confini dei deserti e dei pelaghi e dei firmamenti e delle età. Alcuna delle sette parole non è proferita, non è udita. Solo il silenzio, tutto il silenzio che dalle origini dell′uomo alla perfezione dell′uomo s′incarna sopra la magnanimità del sacrifizio, solo il silenzio è pari al Mediatore. L′attesto.

E i soldati di Roma, più abominevoli dei servi giudei, guatano il Mediatore crocifisso con i tardi ocelli bovini di quei legionarii che avean combattuto al comando di Pompeo i pirati cilicii e avean trafugato fino al Tevere marzio il simulacro di Mithra, casto genio della luce d′oriente.

Un d′essi, sordido e irsuto come capro, gli sfonda il costato col ferro dell′asta.

Sento su me il getto del sangue e del siero. Una forza subitanea mi sale dal macigno del Golgota ove poggio le calcagna tristi, disperato di non avere ali. Atterro il bruto, lo calpesto, gli strappo l′asta dal pugno. Tra il buio e gli sbattimenti delle fiaccole mi perdo.

Il ferro di quell′asta è la prima foglia del mio lauro avvenire.

O vigilia d′arme e d′anima nella piccola casa di Acra, nella casa di mattone rossigna come il sangue accagliato, ma ospitale alla rondine attica, io di te taccio. Sotto silenzio io ti trapasso, o mia grande ora antelucana che congiungi il cielo stellato alla terra scissa e dell′eroico mio dolore fai un giubilo celeste in terra.

Nell′ombra Pàrvadi rattiene la sua vita; si allevia, si cancella, si fa spirabile, aerosa, come quando recava lo specchio fedele precedendo l′imagine divina. E ha nella sua mano la sua foglia di loto; e sopra il suo ginocchio riposa il margine della foglia, che per amore avea fenduto il mio bronzo composto di tre metalli occulti.

Siamo nell′ombra, senza parlarci, senza toccarci. Davanti a noi, sospeso, è il velo del cedro di Madura, con le tracce del volto rasciugato. Entrambi siamo fìssi nell′albore.

Sul ginocchio di Pàrvadi la foglia trema, seguendo il tremito del velo dove l′amore sembra risuscitare il volto. Ed entrambi ora palpitiamo d′un palpito che non è dei nostri cuori disgiunti ma d′un altro cuore. Nella chiusa stanza il velo fa l′alba? «Ei solleva le sue palpebre; e il mondo s′illustra, e il giorno si separa dalla notte, e ogni creatura si fa spirito. »

Sorgo. Rattiene la sua vita nell′ombra la donna dei misteri e dei delirii. Non v′è tra noi commiato, non v′è pianto. Bimane sul suo ginocchio la foglia trepida del loto. La foglia cruenta del lauro in cima all′asta romana viene meco.

Varco la soglia, rientro nella notte. Sopra Gerusalemme non è ancor l′alba. Mi risale pei calcagni al petto quella forza del Golgota, che non anche si cangia in ala infaticabile ma mi trasporta in corsa e in ansia al remoto e all′ignoto. Per qual via? Per quella che aperse già negli spaventi e nelle stragi e nelle rapine agli schiavi ribelli il legislatore illegittimo dalla fronte d′ariete balenante di frodi sacerdotali?

 

Esco dalla città che sanguina e che fete [41] . Cammino ad austro verso il deserto, tra i monti di Giuda e il Mar morto, verso l′Idumea, verso le arene di Sur, verso un luogo dove la mutazione non sia congiunta al patimento, verso un luogo dove di macigno squadrato in macigno squadrato e commesso gli uomini salgano verso il dio e il dio discenda verso gli uomini.

Cammino, nella notte, nell′alba, nell′aurora, nel meriggio. Non mi soffermo. Conobbi già una Vittoria ansante che si soffermava per riallacciare il suo sandalo al suo malleolo umiliando le sue penne. Vinco la sete; sono despota della mia sete; della mia sete non muoio né morir posso. Cerco la mia sorgente; non beverò se non alla mia sorgente. Non in Horeb è la mia rupe, non in Horeb dove la turba ulula. Non con la verga percoterò la mia rupe; ma con questa lancia che mi scotta nella man serrata, con questa che m′incuoce la mia palma incisa di tanti segni fatali.

E il ferro di questa lancia non è dunque la prima foglia del mio lauro avvenire?

II.

 La parabola del figliuol prodigo.

… dissipavit substantiam suam, profuse vivendo

Luc. XV, 13

Un uomo aveva due figliuoli. I quali si nomavano Elihu e Carmi; e vivevano entrambi nella casa del padre, levandosi la lor giovinezza eccellente come i cedri presso le soglie sicure. E, mentre il maggiore a fianco del padre noverava le sacca del grano, il più giovane insidiava le piccole volpi che guastano le vigne fiorite. E, mentre quegli a fianco del padre noverava le mine prodotte dal traffico, questi spiava le donne mercenarie che riponevan nei vaselli il miele il nardo e il croco accompagnando col riso e col canto il lavoro odorato.

Venivano i debitori del padre portando bati [42] d′olio, cori [43] di fromento, in gran numero; e il giovane Carmi, assiso su la più alta loggia, dopo aver considerato quella dovizia che adunavasi nei granai vasti e nelle cisterne profonde, mirava la potenza del fiume che spande vasi per la valle distribuendo la copia delle acque alle terre felici.

Ed amava il fiume parendogli che secondasse il suo desiderio e gli promettesse paesi più belli; e vedeva nel suo pensiero tutta quella adunazione inerte di beni, fatta viva, propagarsi per quella via liquida fino alle città lontane e convertirsi quivi in ogni sorta di allegrezze.

Allora discendeva nei giardini; e, avendo tessuto ghirlande dei più freschi fiori, andava ad adornarne le cisterne colme e i granai pieni, forse per segno del suo pensiero voluttuoso.

Dissegli un giorno Elihu, il fratello, cogliendolo in quell′atto singolare:

O Carmi, perché fai tu questo?

E Carmi, che aveva conosciuto la grazia nel linguaggio di taluni mercatanti loquaci, i quali veneravano un dio chiamato Ermes, rispose e disse:

– Perché il frutto non ti faccia dimenticare il fiore, o Elihu. Quando sei nei campi, ricòrdati dei giardini.

Ed Elihu, adiratosi, disse:

Tu non altro sai, o Carmi, che oziare per le logge e pei giardini mentre io servo il padre. Io ho vigilato i lavoratori e noverato i bati d′olio e i cori di fromento a uno a uno. Tu hai scelto le rose.

E Carmi, che aveva appreso la grazia da quegli stranieri, disse:

Perché t′adiri? Non vedi tu come per la mia arte l′abondanza ti sorrida?

E le porte, robuste e rudi come quelle delle prigioni, inghirlandate, sorridevano tuttavia, parendo da quei cerchi floridi fosse per versarsi la ricchezza accolta, come dagli occhi si versa l′intima gioia.

Or avvenne che una donna, fuggitasi da una nave giunta per la via del fiume, riparasse alla casa doviziosa e, avendo ottenuto di rimaner quivi tra le mercenarie addette a conservare il miele e gli unguenti nei vaselli, fosse vista da Carmi nella stanza del soave odore.

Quale è la regina fra le api, tale sembrò ella fra il numero delle lavoratrici. E come le api avean rempiuto i favi accompagnando la lor fatica col murmure, or così quelle l′empievano i vaselli cantando in coro per non cedere alla voluttà dei profumi ond′elle si sentivan prese come da un lene sonno. E nella pienezza delle voci la straniera operando movevasi con tal misura che pareva danzasse una danza studiata. E gli occhi di Carmi ne avean tal diletto che niuna cosa da quel dì stimarono più desiderabile; e videro l′imagine delle belle membra nel palpitar delle fonti, nel piegar degli steli, nell′ondeggiar dei velarii.

Ella chiamavasi Lyde, nata in un′isola nutrice di colombe. I suoi capelli erano così biondi che Carmi da prima illuso credette le colasse lungo le gote quel miele istesso onde ella avea le dita intrise operando; e le api istesse patirono l′inganno. I suoi occhi erano come l′aria cerulea che tremola di mezzogiorno nella gran calura. Le sue labbra ardevano nel suo respiro come due bacche di mirto in una fiamma tacita. Una sera ella venne al desiderio di Carmi, presso un roseto intatto. Senza parlare ella aprì la sua tunica; e offerì al giovine le sue mammelle simili a due rose tiepide e pesanti. Ne fu egli ebro così che credette aver dissipato sul corpo di lei in un′ora sola, come in un festino interminabile, tutte le spezie accumulate per anni nella casa del padre. Udendo contro la sua gota battere il cuor misterioso della fuggitiva, navigò nel suo pensiero pel fiume lusinghevole verso il mare lontano. E a lui, giacente nella stanchezza d′amore come in una dolce morte, rempieva gli orecchi il rombo confuso del mare ch′egli non avea mai veduto.

L′isola nutrice di colombe apparvegli allora nell′azzurro delle ciglia dilette, gli apparvero quivi le città bianche sparse intorno ai golfi lunanti, popolate di musici di fanciulli e di meretrici, ricche di statue d′inni di bei letti di belle vesti di belle tazze, religiose, ospitali, ove gli uomini cinti di ghirlande gioivano d′un perpetuo convivio, obbedienti al potere di una dea che Lyde chiamava Afrodite.

Dissegli Lyde:

– O Carmi, non vuoi tu adorare Afrodite? Chi non mirò il suo volto, non conosce la gioia perfetta. Ella alzata sul plinto ride lungi nel tempio aperto su molte colonne ai vènti del mare.

Disse Carmi:

O Lyde, io voglio teco adorare Afrodite e, se mi sia concesso, pur quelle che tu chiami le Cariti dai fusi d′oro, e tutte le cose amabili che allietano il cuore dell′uomo.

Ed egli si levò, e venne al cospetto del padre, e disse:

Padre, dammi la parte dei beni che mi tocca.

E il padre, ch′era saggio, non si stupì, né si adirò, ma chiamò il figliuolo primogenito e disse:

O Elihu, il tuo fratello domanda la sua parte di beni.

Disse Carmi sorridendo:

O Elihu, io vado a tessere ghirlande in altri giardini. Vuoi tu venire meco?

Disse Elihu:

Tu hai già la tua compagnia. Io servo il padre.

Disse Carmi:

Bene ti sia, fratello. Che molti bati di olio entrino nelle tue cisterne e molti cori di fromento ne′ tuoi granai; e che alcun comandamento del padre non ti sia grave. Io ti porterò dal paese di lungi qualche dono singolare.

E il padre spartì i beni.

E, pochi giorni appresso, raccolta ogni cosa e apprestato un naviglio, il giovane se ne andò in viaggio con la donna dell′isola, per la corrente del fiume, verso il mare signoreggiato dalla dea che Lyde chiamava Afrodite.

Avendo nella patria di Lyde adorato la dea e sacrificatole molte coppie di colombi, egli visitò di poi le bianche città che avevano templi ove l′altare era servito da torme di meretrici. Egli conobbe quivi la santità del sudore che esprime dai corpi commisti la veemenza dell′amplesso, e apprese il ritmo segreto che regola i moti pe′ quali si accresce la gioia lasciva. Egli scoprì tutti i misteri, sperimentò tutti i gaudii. Sempre donò grandemente: distese la porpora sotto le reni falcate, gittò l′oro sotto i piedi agili; volò ai suoi amori su cavalli emuli del vento, su triremi più veloci degli alcioni. Fu come un re di breve regno. Ma ben volle concedergli Afrodite, avanti che egli divenisse mendico, una testimonianza del suo divin favore; perciocché fece che egli si trovasse ultimamente in un luogo chiamato Eleusi, nel giorno d′una festa solenne a cui traggono tutte le genti di quella nazione. E quivi, essendo tutte le genti adunate presso la riva del mare, egli vide coi suoi occhi mortali avanzarsi una meretrice bellissima fra le belle, chiamata Frine, e sciogliersi il cinto e togliersi la vesta e spandere la chioma e apparir nuda al cospetto della moltitudine attonita, entrar nuda nelle acque, restar quivi raggiata dal riso invincibile della dea che piacevasi di testimoniar per quel modo la sua presenza agli umani.

Tal fu lo spettacolo che vide Carmi con i suoi occhi mortali, avanti che egli divenisse mendico. E in quello stesso giorno egli, recatosi al porto, salì sopra una nave lidia che era pronta a valicare il mare; e navigò alla volta dell′Asia per riavvicinarsi alla sua terra; e nelle angustie del lungo viaggio gli consolava il cuore l′imagine del prodigio d′Eleusi, che egli vedeva a quando a quando rinnovellarsi nel solco fervido della carena. Ma, come approdò, avendo spesa nel viaggio l′ultima dramma, si tenne perduto; e ripensò il padre, il fratello, la prosperità della sua casa, i granai pieni alle cui porte egli sospendeva un tempo le fresche ghirlande, la stanza aromatica ove le donne accompagnavano col riso e col canto il lavoro odorato.

Or non rimaneva al peregrino se non una vesta e la piccola Afrodite di argilla che Lyde avevagli donata lacrimando nel separarsi da lui. Ond′egli cominciò a patir la fame; e si diede a mendicare; ma niuno gli dava pur una mica, perciocché una grave carestia era venuta in quella contrada. Ed egli si mise con uno degli abitatori di quella contrada; il quale lo mandò ai suoi campi, a pasturare i porci. Ed egli desiderava d′empirsi il corpo delle silique che i porci mangiavano, ma niuno glie ne dava.

Ora stavasene egli a piè d′una quercia, pallido come un morente; e premeva tuttavia di sotto alla vesta contro il suo petto l′imagine tutelare di argilla, per riscaldare il suo cuore compreso di gelo. E ripensava la sua dipartita con la donna fuggitiva, e il naviglio carico su la corrente, e la vista del mare sonante raggiante, e l′isola nutrice di colombe, e lo splendore dei templi e la mollezza dei letti e la facilità dei piaceri.

E, sentendosi morire, rivide nella memoria il fratello noverare i bati d′olio e i cori di fromento che i mercenarii versavano nelle cisterne e nei granai. E disse:

– Quanti mercenarii di mio padre hanno pane largamente, e io mi muoio di fame. Io mi leverò, e me ne andrò a mio padre, e gli dirò: Padre, io ho peccato contro al cielo e davanti a te; e non son più degno d′esser chiamato tuo figliuolo. Fammi come uno de′ tuoi mercenarii.

Egli adunque si levò; e, lasciati i porci alla pastura, prese il cammino della casa paterna. Lungo il cammino si nutriva di radici, beveva l′acqua dei ruscelli, e a ogni sosta credeva morire. La sua pelle s′inaridiva su le sue ossa scarse di midolla, torcevasi il suo ventre come se veleno d′aspide mordesse le sue interiora. Ed egli andava innanzi, simile a una fronda sospinta.

E vide a un tratto, essendo in prossimità della casa, i buoi sparsi per i pascoli grassi, e le pecore, e le asine, e i cammelli in gran numero, e le secchie piene di latte, e gli alveari pieni di miele. E riconobbe la casa di pietra, gli atrii frequenti di servi, le alte logge d′onde un tempo egli mirava il fiume. Ed ecco scorse il padre assiso presso la soglia pensoso, fatto più bianco; e il cuore gli balzò nel petto; e trattenne un grido, temendo di mostrarsi a lui. Ma vide il padre, e n′ebbe pietà; e corse, e gli si gettò al collo, e lo baciò.

E il figliuolo gli disse :

– Padre, io ho peccato contro al cielo e davanti a te, e non son più degno d′esser chiamato tuo figliuolo.

Ma il padre disse ai suoi servitori:

– Portate qua la veste più bella, e vestitelo. E mettetegli un anello al dito, e dategli ai piedi i sandali. E conducete fuori il vitello ingrassato, e uccidetelo, e mangiamo, e rallegriamoci; perciocché questo mio figliuolo era morto ed è tornato a vita, era perduto ed è stato ritrovato.

E si misero a far gran festa.

Or il figliuol maggiore Elihu era ai campi; e, come egli se ne veniva, essendo presso della casa, udì il concerto e le danze. E, chiamato uno dei servitori, domandò che si volesse dire quella cosa.

E costui gli disse:

– Il tuo fratello è venuto. Il tuo padre ha ucciso il vitello ingrassato, perciocché l′ha ricoverato sano e salvo.

Ma Elihu si adirò, e non volle entrare. Escì allora il padre; e lo pregava perché entrasse.

Ma Elihu rispondendo disse al padre:

– Ecco, già tanti anni io ti servo, e non ho giammai trapassato alcun tuo comandamento; e pur giammai tu non m′hai dato un capretto, per rallegrarmi co′ miei amici. Ma, quando questo tuo figliuolo, che ha mangiato i tuoi beni con le meretrici, è venuto, tu gli hai ucciso il vitello ingrassato.

E il padre disse:

– Figliuolo, tu sei sempre meco, e ogni cosa mia è tua. Or conveniva far festa e rallegrarsi, perciocché questo tuo fratello era morto ed è tornato a vita, era perduto ed è stato ritrovato.

Ed Elihu entrò, e baciò il fratello; e si assise al convivio, non lieto nel cuore.

Era quivi Carmi assiso nel primo posto, vestito della più bella veste, mondo e asperso di profumi; mentre una servente gli ungeva di balsamo i piedi offesi dal duro cammino. E pareva che egli lasciato avesse nel lavacro tiepido, con la polvere e col sudore, la sua umiltà e la sua afflizione; perciocclié, se bene trascolorito e scarno, egli aveva l′aspetto di un ospite insigne che sorride alla festa ma pur con qualche dispregio, come colui ch′è uso ad ornar la sua vita di più delicate eleganze.

Prese adunque davanti a sé la tazza colma, e la rimirò prima di bevere, uso come era a ricever gioia per gli occhi prima che per le labbra; ma non ebbero gli occhi gioia.

Disse egli allora rivolto al fratello che aveva su lui lo sguardo intento:

– O Elihu, l′artefice che foggiò questa tazza non sapeva di musica. Nel paese di lungi io ho bevuto in tazze che, solo a vederle, allietavano il cuore. La loro forma era così armoniosa che pareva fatta della virtù medesima cui spande la cetera quando è tocca da una illustre mano. Subitamente il cuore allietato le amava; ed era dolce prima di bevere, o Elihu, sfogliare una rosa su la lor bellezza perfetta come sul capo della fanciulla che sa col suo bacio colmarti il cuore d′oblio.

Disse Elihu, non senza rampogna:

– Dovevi adunque, o Carmi, portar teco dal paese di lungi le tazze che ami, poiché dispregi quella che oggi avesti dal padre, tutt′oro.

Disse Carmi:

– Eran fragili, o fratel mio.

E, chiudendo gli occhi, bevve rapidamente il vino.

E, come i cantori intonarono un canto di festa, egli stette un poco in ascolto, per giudicare l′accordo, avendo l′orecchio difficile. Quindi, fatto cenno al Capo de′ Musici perché interrompesse il coro, dissegli: Colui che compose questo canto non conobbe mai la felicità. Conviene che tu accordi le voci e gli strumenti su un altro modo. Io ti darò la norma. Udii già nel paese di lungi tali inni che, udendoli, io credetti d′avere a essere il re di tutto il genere umano; poiché non mai tanto in alto salirono i miei pensieri né mai tanto grande speranza commossemi il cuore. A ogni primavera le canzoni novelle insieme con le rondini, d′isola in isola, valicavano il mare. Nave portatrice d′ingente ricchezza non era bene accolta nel porto come la nave recante la novella canzone. Alcuna m′è nella memoria, o Elihu; e io la darò al Capo de′ Musici perché la vecchiaia del padre ne sia consolata.

Disse Elihu:

– Per insegnarci a vivere adunque, o Carmi, tu sei venuto.

Disse Carmi:

– Sì, o fratello, se tu vorrai.

Disse Elihu:

– Certo adunque le tue navi sono per giungere sul fiume cariche delle cose che noi non conosciamo.

Disse Carmi:

– Le navi naufragarono, ma rimasero in me le imagini di quelle cose che tu non conoscesti giammai.

Disse Elihu:

– Partendo, o Carmi, tu mi promettesti pel tuo ritorno un dono singolare.

Sorrise alquanto Carmi, ambiguo. Poi con un atto repentino cercò tra le pieghe della sua veste, presso il cuore, dicendo:

– Per te, o fratello, io ho salvato questo dono.

E trasse alla luce la piccola Afrodite d′argilla, che sempre egli aveva tenuta sul petto dal giorno lontano in cui erasi diviso da Lyde per correre a nuove allegrezze.

Disse, mostrandola come una cosa veneranda, mentre le parole degli inni estranei gli risalivan dal cuore infiammato:

– O Elihu, è questa l′effigie di una dea immortale cui le genti del paese di lungi nomano Afrodite, dea generatrice, che nacque dal fior della schiuma, che ama i sorrisi, che ama i bei letti e le ghirlande e le danze, che accorda la grazia in segreto, che accende di brama furente le stirpi degli uomini e gli uccelli dell′aria e quanti animali nutre la terra e quanti il mare, generatrice di tutte le cose, madre della necessità visibile ed indivisibile, notturna, aurea, florida, invitta, ineffabile, da′ bei capelli, dalle palpebre curve, aulente, ridente, cinta di viole, più dolce del miele, più chiara del fuoco. La foggiò nell′argilla un artefice di nome Automede. Per molt′anni mi fu protettrice, mi infuse la fiamma nel sangue, mi largì la forza soave, prolungò nel mio letto i piaceri. Ben questa or mi conforta le membra affrante dal duro cammino, mi dà l′oblio dei mali trascorsi, mi cinge i fianchi di valore novello, accende ai miei occhi di novello splendore la vita. Questa, o fratello, io ti dono. Ma, prima che tu la riceva, io voglio offerire un′ostia alla dea ineffabile su la mensa ospitale.

Ed egli si chinò verso la servente che gli leniva i piedi col balsamo; perciocché egli aveva sentito nelle mani di colei una virtù d′amore. Si chinò e le disse:

– Va, e recami due colombe e un bacino di profumo.

E la servente si levò, e andò, e prese le colombe; e tornò con quelle e col profumo al cospetto di Carmi, il quale la riguardava.

Ed egli le disse riguardandola:

– Come suona il tuo nome?

Ed ella rispose e disse:

– Beerseba.

Ed era una fanciulla nel fiore dell′adolescenza, alacre come una damma, fremente come il nervo d′un arco; e dalle sue dita ancóra stillava il balsamo ch′ella aveva adoperato per lui.

Le disse Carmi:

– Sono dolci le tue dita, o Beerseba.

E immerse nel profumo le colombe, e quindi così molli le liberò al volo. E quelle volarono su la mensa pavide, sfiorarono le fronti con l′umide penne, cosparsero di stille aulentissime tutta la mensa ospitale. Ma breve fu il volo; le penne languirono. Il profumo, ch′era gagliardo, spegneva le vittime alate.

Tese le braccia Beerseba vedendole mancare; perciocché aveva recato per l′offerta le due colombe che più ella amava. Tese le braccia Beerseba, e le moribonde si rifugiarono nel grembo di quella che le aveva nutrite di pura farina e di olive.

Disse Carmi:

– Ti elegge la dea, o Beerseba!

E promise la vergine al suo letto, in suo cuore.

Disse al fratello:

– O Elihu, ricevi ora adunque il mio dono.

E protese la mano. Ma Elihu non parlò, né si mosse; ma tutti intorno alla mensa restavano attoniti e muti.

Crollò Carmi le spalle; e ripose l′imagine sotto la veste, sul suo cuore infiammato. Poi, tutti ancor restando attoniti e muti intorno alla mensa, fece segno al Capo dei Musici per intonare una ode ch′egli aveva appresa da un′amabile bocca in una città chiamata Mitilene ramoscello fiorito del mare.

III.

La parabola delluomo ricco e del povero Lazaro.

 

19. Homo quidam erat dives, qui induebatur purpura,

et bysso; et epulabatur quotidie splendide.

20 Et erat quidam mendicus nomine Lazarus,

qui jaiebat ad januam ejus ulceribus plenus,

21 cupiens saturari de micis quae cadebant

de mensa divitis. Luc. xvi.

 

Or vi era un uomo ricco, il quale si vestiva di porpora e di bisso; e ogni giorno godeva splendidamente. Egli godeva d′ogni letizia, nelle sue belle case e nei suoi belli orti, avendo le case piene di concubine e di musici, gli orti pieni di frutti e di aromati. E ogni giorno al suo risvegliarsi egli era, come una contrada feconda, disposto a prosperare. E ogni giorno nuovi desiderii s′aprivano alla sua carne come sorgenti di gioia. Egli piacevasi di rimirar la forma pura delle colonne che l′artefice perfetto gli inalzava negli atrii. Così piacevasi di rimirar le gambe agili e robuste che il frombolatore pontava in terra nell′atto del trarre; così la corsa del veltro celere e fulvido su i prati come la fiamma che divora le stipule eccitata dal vento vespertino. A simiglianza dei re di Media e di Persia, egli poneva i corpi delle sue concubine a macerarsi negli olii odoriferi, e voleva che il Capo degli Unguentarii ogni giorno gli ricercasse un nuovo profumo stillato dalle tuniche dei fiori, dalle gomme degli alberi, dalle glandule degli animali. Ma, quando la pioggia d′estate inondava a un tratto il suolo caldo e fenduto, egli aspirava quella sùbita fragranza terrestre, raccolto in silenzio, con le palpebre socchiuse, obliando il bagno della donna bella, respingendo per quel giorno da sé i bossoli d′oro.

Molto egli amava i conviti di giorno e di notte, e le più delicate vivande nei vasellami più pregiati; e le confetture sinuose ove erano irriconoscibili i sapori dei frutti, sublimati dal fuoco e dal tempo; e i vini che trasmettevano al sangue la divinità delle favole effigiate intorno alle coppe; e tutte quelle cose inerti e di strano aspetto, la cui voluttà segreta non poteva essere appresa se non dalla gola istruita. I maestri delle sue cucine sapevano ricercare nei corpi delle bestie uccise il lombo squisitissimo occultato fra la massa dei muscoli, profondo come un altro cuore; e, in quella guisa che il musico accorda il suo strumento, sapevano moderar con ingegni le virtù sottili del fuoco. Tuttavia egli fu veduto scendere all′improvviso dal suo cavallo per cogliere nella scorza dell′albero un favo e fu veduto semplice come un pastore masticare la cera mista al miele selvaggio, quindi bevere l′acqua del fonte accolta nel cavo della mano.

Molto egli si dilettava di comunicare con la dolcezza delle cose per mezzo di quel senso che, diffuso in tutta la sua persona e affinato nelle estremità delle sue dita, pareva talvolta quasi eccedere i confini del suo corpo, come la luce che trapassa l′alabastro della lampada. Per goderne più lentamente, egli voleva che nell′oscurità e nel silenzio i servitori gli recassero una sua donna avvolta in cento tuniche di varia trama, come un frutto chiuso da un involucro molteplice; cosicché dalla prima all′ultima tunica palpando, per una variazione di piacere, le sue dita presentissero il tepore della polpa feminea e fossero condotte per gradi là dove era tangibile la qualità divina. Ma la sabbia dei mari e dei fiumi, fulva e aspra come la giuba del leoncello, o bionda e molle come il pelame del cerbiatto, o argentea come il vello dell′agna, e come tutte queste cose viva, talvolta piacque ai suoi piedi ignudi.

Per ciò non soltanto al suono dei flauti e all′inno dei cantori balzavagli il cuore in petto, ma pur s′egli udiva il chiaro nitrito tremulo correre per le narici de′ suoi cavalli nobilissimi, nell′ora del cibo, quando i palafrenieri s′appressavano a versar nelle coppe di bronzo l′avena calorosa.

Ed egli era capace anche di donar grandemente, e di piangere, e di uccidere, e d′inventare supplizii, e di generare in silenzio bei pensieri. Egli donò una nave bella veloce e ben munita a un giovine sconosciuto che contemplava da una riva solitaria l′orizzonte lontano.

Or avvenne che fosse egli seduto dinanzi a una tavola imbandita sotto il portico aperto verso gli orti, avendo ai suoi fianchi due concubine elette fra trecento, che si nomavano Adonia ed Elisama. E quivi erano i musici e una cantatrice e un fanciullo etiope, a cui l′olio faceva rilucere la faccia negra come l′ebano polito.

Adonia inchinavasi verso i suoni in atto di soggetta; poiché gli spiriti onde s′animavano le sue membra voluttuose erano di tal natura che la musica li aveva in sua balìa come il vento ha in sua balìa le fiamme labili. E le sue dita presso le sue labbra erano come le ariste d′oro presso il papavero; e tutta l′ardenza del meriggio estivo era nella sua chioma intrecciata maravigliosamente.

Elisama assaporava le confetture che le stavano dinanzi in un piatto di pregio,  simili a piccoli datteri prigioni in un′ambra solubile. E le sue mammelle a mezzo ignude fuori del busto risplendevano rosee come la luna che sorge dal colle; e tutta la sua carne pareva risplendere attraverso il vestimento come un doppiere attraverso una cortina fosca.

Udiva Adonia a quando a quando, nelle pause del concerto, uno scalpitare di zoccoli e un grido roco; e le palpitava il cuore perocché ella sapeva che di là dai portici il bellissimo domatore Talmai lottava con un cavallo indomabile.

Udiva anche Blisama lo scalpitare e il grido, ed anche a lei palpitava il cuore segreto; perocché la bellezza e la forza di Talmai passando avevano lasciato nella sua carne risplendente un solco profondo di ardore, come i venti libici che passano per la messe.

E il signore magnifico mirava l′una e l′altra donna a volta a volta con un occhio amoroso e crudele; perocché non gli era ignoto il desiderio che accendeva l′una e l′altra del sangue servile, e già aveva egli deliberato di goderle per l′ultima ora e di farle quindi perire. Ed egli si compiaceva così nel mirarle dilettose e moribonde.

E blandiva l′una e l′altra, e lodava i loro pregi amorosamente e diceva:

– O Elisama, Elisama, tu non fosti mai bella e desiderabile quanto in questa ora, o Elisama. Le tue mammelle risplendono come la luna che sorge dal colle erboso. Le tue labbra sono come l′alveolo umido di miele. I tuoi occhi sono come i porti d′un regno quando giungono i navigli carichi di vino e di frumento, di cedro, di nardo e di cinnamomo.

E blandiva l′una e l′altra, e lodava i loro pregi e diceva:

O Adonia, Adonia, tu non fosti mai dolce e pieghevole e aurata come in questa ora, o Adonia. Tutta pieghevole e dolce tu sei nell′onda dei suoni come un fascio di virgulti in un ruscello cristallino. Le tue labbra sono come una parola che non è detta. Le tue trecce sono come l′estate in un laberinto. I tuoi occhi sono come i porti d′un regno quando giungono i navigli degli ambasciatori e i pavesi innumerevoli palpitano per le antenne incessantemente.

E le due concubine udendolo si turbarono in cuore; perocché elle videro che i suoi occhi erano come la reggia d′un regno, ove tutte le faci sono accese tranne una e presso quell′una veglia il carnefice.

Ed egli disse ancóra, quando il concerto ebbe fine, tendendo l′orecchio:

– Talmai  ha domato il suo cavallo.

E si fece per alcuni istanti un gran silenzio negli atrii e negli orti, come nel cavo degli strumenti non più tocchi. E tutte le cose tacevano e raggiavano, come al passaggio d′una potenza divina, spargendo il vento del mezzodì per ovunque una polvere incognita rapita alle specie lontane dei fiori. E s′udì nel verziere una melagrana della stagione trascorsa fendersi, troppo piena, presso la corolla recente.

Allora il magnifico pensò le donne sconosciute che venivano in quell′ora su i cammelli per il deserto condotte dai suoi servitori al suo letto, e il legno di Algum-mim che i suoi servitori viandanti dovevano portargli per construire il nuovo letto. Il qual legno non era mai per addietro stato veduto nel paese abitato da lui, ed era nel paese di lungi adoperato in far cetere.

Disse Adonia:

– Chi si lamenta presso la porta?

Disse Elisama:

– Alcuno implora presso la porta. E i cani latrarono.

E il signore disse al fanciullo nero:

– Va e vedi.

E il fanciullo andò e aprì; e i cani cessarono di latrare; e alcuno fece di nuovo un lamento.

Era costui un mendico chiamato Lazaro, il qual giaceva presso la porta, pieno d′ulceri; e desiderava saziarsi delle miche che cadevano dalla tavola del ricco. Anzi ancóra i cani venivano e leccavano le sue ulceri.

Disse Elisama:

– È un mendico che si muore.

Ed ella e Adonia, come scorsero l′uomo ulcerato, torsero i loro occhi puri e rabbrividirono nelle lor carni monde.

Disse Adonia al fanciullo nero:

– Dagli un pane e chiudi la porta.

Ma l′uomo ricco disse:

– No, fanciullo. Fa che egli entri e s′appressi. Voglio che oggi egli conosca il piacere.

E il fanciullo condusse presso la tavola il mendico. E la carne del mendico era come i pampini maculati dell′autunno su la vite spoglia di uve. E stava costui prostrato sul marmo lucente, e i cani gli stavano intorno inoffensivi; e le donne non lo guatavano.

Dissegli l′uomo ricco, guatandolo:

– Chi sei tu!

E il mendico rispose, e disse:

– Io sono Lazaro.

Disse il magnifico:

– E donde vieni tu, Lazaro?

E il mendico rispose, e disse:

– Io vengo dall′aver giaciuto nella polvere delle città desolate.

Disse il magnifico:

– Or che vuoi tu, Lazaro !

Ed egli significò queste parole come un re il qual sia pronto a donare il più gran dono.

Ma Lazaro rispose, e disse:

– Concedi, signore, che io mi sazii delle miche che cadono dalla tua tavola.

E la sua guancia era pallida e cava come un′orma impressa nella cenere, e l′ombra della morte era su le sue palpebre; e si vedeva, quando egli parlava, che non gli era rimasto altro di salvo se non la pelle intorno ai suoi denti. Ed egli teneva l′anima sua umile nella palma della sua mano.

Gli disse il magnifico:

– Io empirò la tua bocca di piacere e le tue labbra di giubilo.

E subito ordinò al fanciullo nero che recasse dinanzi a colui la più delicata vivanda nel vasellame più pregiato. E il fanciullo obbedì, e pose innanzi al famelico il piatto d′oro.

Ma Lazaro non osava toccare con le sue mani vili il cibo regale. E stette come un uomo abbacinato; e le lacrime gli sgorgarono dai cigli; e pareva che tutto egli svenisse, perocché, la fame gii aveva succhiato le midolle e aveva fatto vuote le sue ossa come i sambuchi della cerbottana. E i veltri, che gli erano intorno, divorarono in un attimo la vivanda nel piatto d′oro.

Disse l′uomo ricco:

– Misero te!

E ordinò al fanciullo nero che porgesse a colui il vino più generoso nella coppa più bella. E il fanciullo obbedì, e porse al mendico una coppa più splendida che il topazio d′Etiopia.

Ma le mani di Lazaro tremarono così forte che la coppa cadde sul marmo e si infranse; e il vino odorò disperdendosi fra le zampe dei veltri.

Disse ancóra il magnifico:

– Misero te!

E ordinò al fanciullo nero che cercasse una veste siria per colui e gliela recasse. E il fanciullo obbedì, e tornò con una veste di color variato ricamata, e la pose al mendico su le braccia.

E l′uomo ricco disse:

– Or lèvati, Lazaro, e vèstiti della bella veste.

– E Lazaro si levò; ma nel levarsi pose il piede immondo sul lembo della sottilissima veste che si lacerò tutta con un suono simile al grido della rondinella.

Disse ancóra il magnifico:

– Misero te!

E passava per gli orti in distanza il domatore Talmai conducendo a mano il cavallo domato che soffiava dalle froge la schiuma. E il signore lo vide e lo chiamò; e con l′una mano prese il cubito di Adonia e con l′altra il cubito di Elisama. E le donne trasalirono; perocché elle videro che i suoi occhi erano come la reggia cl′un regno, ove tutte le faci sono accese tranne una e presso quell′una veglia il carnefice.

Disse il magnifico:

– Talmai, apprèssati col tuo cavallo domato.

E Talmai s′appressò col suo cavallo che aveva l′unghia sonora e la gola adorna di fremito; e, sorridendo e palpando il collo crinito, disse:

– Vedi, signore, ch′io l′ho fatto mansueto come un agnello.

E questa gloria della sua forza cancellava dalla sua fronte il segno di servitù.

Ora stava così Talmai tra due colonne, ritto in piedi, grondante sudore, acceso in volto come un combattente, bellissimo. E il cavallo fremeva per orrore dell′uomo ulcerato. E la nobiltà della stirpe ardeva nelle sue vene come una fiamma inestinguibile. E le vene del suo collo e dei suoi fianchi erano intralciate come i nervi dei suoi testicoli.

Disse il magnifico, riconfortando in quella vista i suoi occhi che avevano guardato il mendico:

– Tu avrai gran premio del tuo valore, o Talmai. Va intanto e togli al cavallo quelle belle redini con cui l′hai vinto, e fa che tu me le rechi senza indugio. Io ti aspetto.

E questo diceva perciocché egli avesse già nel suo capo un pensiero, mentre teneva in sue mani le due concubine che avevano tremato di desiderio al cospetto del domatore e tremavano ora di spavento in tutte quante le ossa.

E seguitando egli disse a Lazaro:

– O Lazaro, poiché il tuo palato non sa discernere le cose buone dalle perverse e non del piatto né della coppa né della veste tu ti sei giovato, io voglio ultimamente esperimentarti nell′amore. E io ti darò queste mie donne.

E Adonia gridò:

– Che vuoi tu far di me, signore?

Ed Elisama gridò:

– Che vuoi tu far di me, signore?

Ed elle tremavano e rompevano in pianto; e tutta la loro carne prendeva orrore dell′uomo ulcerato.

E Adonia si lagnava:

– Tu hai pur detto che io non fui mai tanto dolce per te, signore!

Ed Elisama:

– Tu hai pur detto che le mie mammelle risplendono come la luna per te, signore !

Ed elle tremavano mentre il signore le denudava senza ira alcuna.

E Adonia implorava:

– Non mi contaminare, signore, poiché tanto io ti piacqui!

Ed Elisama:

– Dammi piuttosto ai tuoi cani da preda che mi divorino!

E il magnifico disse:

– Ecco Talmai che porta le sue belle redini, o Adonia, o Elisama.

E il domatore venne portando le lunghe liste purpuree, simili a fortissimi lacci.

E il magnifico disse al mendico:

– O Lazaro, sono tue queste donne che mi piacquero. Or congiugniti con elle.

E rivelò il suo pensiero, imperiosamente.

Allora il fanciullo etiope distese sul marmo un tappeto e su quello fu abbattuto Lazaro, e le due concubine riluttanti furono strette contro all′uomo ulcerato, strette furono, avvinte furono con le redini del domatore. Ed era Lazaro come un pampano maculato dall′autunno tra due bei grappoli chiari.

Disse il magnifico al Capo dei Musici, volendo coprire le grida:

– Or fatemi un concerto strepitoso.

Ma le donne non più gridarono, non più si divincolarono, ché pareva le avesse irrigidite l′orrore. Il fanciullo nero distese sul supplizio un manto di scarlatto. E le ombre delle colonne si allungavano, declinando il sole.

Disse il magnifico:

– Or vieni meco, Talmai. Io voglio darti un gran premio.

E s′allontanò col giovine per gli orti andando verso il luogo segreto dove un artefice nativo dell′Eliade, nomato Apollodoro, gli creava tali statue che a vederle egli sentiva l′anima sua rinfrescata d′oblio come di rugiade.

Soffermatosi su la soglia, rimirando il domatore, egli sorrise e disse:

– Troppo tu sei bello, o Talmai. Ma caduca è la bellezza del giovine mortale. La vita che regge la tua bellezza passerà via più leggermente che la spola del tessitore. Io voglio che la tua perfezione duri eterna. Ecco il tuo premio.

Ed egli entrò, e disse all′artefice:

Questo giovine oggi ha domato un cavallo terribile. Egli è forte come è bello: degno, o Apollodoro, d′essere da te effigiato nel più puro bronzo, per l′eternità.

E l′Ellèno ammirò quell′Asiatico che tributava l′onore divino della statua al giovine per aver domato un cavallo. E ripensò la città sacra di Olimpia sul fiume Alleo ricco di platani, e la solennità dei Giuochi, e la statua da lui fonduta per un atleta illustre di nome Psaumide cui il famosissimo Pindaro aveva assunto nell′inno alato. E gli riapparve nello splendore degli iddii ridenti la penisola frastagliata come la foglia del gelso per entro al duplice mare.

Disse il magnifico seguitando:

– Io dunque ti do, o Apollodoro, questo giovine mortale perché tu me lo renda immortale.

E poiché nel luogo s′udivano ruggire i fuochi che liquefacevano i metalli, egli trasse lo statuario in disparte, e gli disse:

— Non puoi tu fare l′impronta su lui vivo e perderlo come tu perdi la cera?

Disse quindi al domatore:

– Tu non sarai più servo. Incomincia l′eternità per la tua bellezza, o Talmai. Al tuo bronzo consacrerò le redini del cavallo domato.

E lo lasciò in custodia ai servitori.

Andandosene, pensava alla misteriosa felicità che le belle statue dànno al cuore umano; il qual può gioire di loro senza desiderarle. E, mentre accingevasi a salire su la torre per spiare verso la terra e verso il mare se non apparissero le carovane di Seba e le navi di Tarsis che portar doveano nuovi ornamenti alla sua vita, sopraggiunsegli il fanciullo nero dicendo:

— Gli angeli sono discesi nell′atrio ed hanno assunto il mendico su le loro ali e lo hanno rapito in cielo; e un d′essi è rimasto, ed è là presso le donne morte e la sua faccia è di bragia.

E il signore non credette a tal meraviglia; ma incredulo volse i passi verso il luogo. Ed era la sera; e le stelle rampollavano a miriadi dalle profondità del firmamento; e i fiori notturni si aprivano per gii orti con un incanto assillo; e tanto arcano era il silenzio intorno che si udivano guizzare e boccheggiare i pesci nelle piscine.

Disse il fanciullo, preso di temenza:

– Non vedi tu l′angelo, signore?

E il signore vide veramente la creatura del cielo; perocché veramente uno dei méssi era stato tentato dalla bellezza di Adonia e di Elisama, le quali giacevano quivi ignude e morte, splendendo come gli opali le carni loro.

E le colonne del portico, tocche dallo splendore angelico, erano divenute trasparenti come il cristallo; e il manto di scarlatto era divenuto di neve. E i lacci erano allentati, perocché Lazaro non era più quivi, essendo stato portato dagli angeli nel seno di Abrahamo.

Disse l′uomo ricco alla creatura del cielo:

– Ospite celeste, sii tu il benvenuto nelle mie case! Tuoi sono i miei beni, se ti piaccia dimorare presso di me nelle mie case.

E l′angelo rispose, e disse:

– Io sarò teco e godrò dei tuoi beni.

E le vaste ali falcate gli caddero dagli

omeri subitamente recise da una spada invisibile; caddero come la fronda della selva, senza romore. Caddero, palpitarono a terra, presso le donne morte e ignude; palpitarono per tutte le penne, resero l′ultimo lume; balenarono, stettero a terra spente.

Disse il magnifico:

– Or vieni al festino, ospite celeste, alleggerito delle tue penne, e rallegriamoci. Sono per giungere a me le carovane di Seba e le navi di Tarsis con donne, con cavalli, con vestimenti, con vini, con aromati, con tutte le cose belle che rallegrano la vita dell′uomo.

Ed egli celebrò in quella notte un gran festino, con musica e con danze. Ed insegnò alla creatura del cielo le voluttà della terra. E sempre di poi ebbe per  compagno nella sua vita di gioia questo angelo senz′ali. Il quale era bellissimo, non al pari di Talmai ma al pari di una vergine regia; senonché aveva agli omeri due rosse cicatrici che talvolta s′infiammavano; ed egli ne sentiva l′ardore e diveniva frenetico e chiedeva alla terra impossibili piaceri.

Or avvenne che questo angelo rimanesse erede dell′uomo ricco, essendo morto costui non ancor sazio di giorni.

Ed essendo costui ne′ tormenti dell′inferno, alzò gli occhi e vide da lungi Abrahamo e Lazaro nel seno di esso.

Ed egli, gridando, disse:

– Padre Abrahamo, abbi pietà di me, e manda Lazaro, acciocché intinga la punta del dito nell′acqua e rinfreschi la lingua a me tormentato in questa fiamma.

Ma Abrahamo disse:

– Figliuolo, ricòrdati che tu hai ricevuto i tuoi beni in vita tua e Lazaro altresì i mali; ma ora egli è consolato, e tu sei tormentato. E, oltre a tutto ciò, fra noi e voi è posta una gran voragine; talché coloro che vorrebbero di qui passare a voi non possono: parimenti coloro che son di là non passano a noi.

Ed egli disse:

– Ti prego adunque, o padre, che tu lo mandi alla mia casa natale, avendo io cinque fratelli, acciocché faccia testimonianza che talora anch′essi non vengano in questo luogo di tormento.

Abrahamo gli disse:

– Hanno Mosè e i profeti, ascoltin quelli.

Ed egli disse:

– No, padre Abrahamo; ma se alcun dei morti va a loro si ravvedranno.

Ed Abrahamo gli disse:

– Quando non ascoltano Mosè e i profeti, non pur crederanno se alcun de′ morti risusciti.

Ed egli disse:

– Se io vado a loro, crederanno. E io anche ti raddurrò quell′angelo che ha ereditato i miei beni. Ti prego adunque, o padre, che tu mi mandi a loro.

E non era in lui se non il desiderio di risuscitare e di ritrovarsi pur brevemente tra i suoi cari beni. Ma Abrahamo non gli rispose; e Lazaro stava muto e immobile nel seno di esso, vestito di luce.

Ed egli disse:

– O Lazaro, ti ricordi tu ch′io ti porsi una vivanda delicata in un piatto d′oro, e tu non osasti di toccarla, e i cani te la divorarono dinanzi in un attimo? Misero te, che non conoscesti quel sapore!

E Lazaro stava muto e immobile nel seno di Abrahamo.

Ed egli disse:

– O Lazaro, ti ricordi tu che io t′offersi un vino generoso in una bella coppa, e tu lasciasti cadere la coppa e disperdere il vino? Misero te, che non conoscesti la potenza di quel succo!

E Lazaro stava muto e immobile nel seno di Abrahamo.

Ed egli disse:

– O Lazaro, ti ricordi che io ti donai una veste siria di color variato ricamata e tu la lacerasti coll′urto del tuo piede? Misero te che non sentisti su la tua carne la dolcezza di quel tessuto!

E Lazaro stava muto e immobile nel seno di Abrahamo.

Ed egli disse:

– O Lazaro, ti ricordi tu che io ti posi a giacere con due concubine elette fra trecento, su un bel tappeto? A giacere io ti posi con Adonia e con Elisama, come un pampano fra due grappoli d′oro; e tu ti moristi, e gli angeli ti rapirono. Pensa, o Lazaro, quanto fossero dolci le membra loro se un dei méssi ne restò tentato; ed eran morte. Misero te, misero te che non ne godesti!

E Lazaro trasalì nel seno di Abrahamo.

Ed egli disse:

– O Lazaro, io canterò in eterno i beni di cui tu non godesti. E le fiamme saranno le mie cetere.

E intorno a lui le fiamme risonavano come una miriade di rosse cetere; ed egli cantava, noverando e celebrando i beni della vita.

E cantando diceva:

— Ecco, l′occhio mio ha veduto tutte queste cose, l′orecchio mio le ha udite, la mia lingua le ha assaporate, le mie nari le hanno odorate, le mie mani le hanno palpate, tutta la mia carne ne ha preso gioia!

E tutte le forme di quelle delizie si generavano nella sua memoria; e pareva che il soffio del suo canto conducesse le fiamme volubili ad assumere le apparenze speciose; e pareva che le carovane di Seba e le navi di Tarsis venissero con lor carichi in quella plaga. Ed egli cantava il canto della sua vita bella.

E Lazaro escì dal seno di Abrahamo per ascoltare il canto della vita bella; e s′appressava ascoltando, e s′appressava. Ed ecco, fu su l′orlo della voragine.

E colui che gli aveva offerto il piatto la coppa la veste e l′amore, l′uomo ricco, il magnifico, gli disse ancóra gridando tra il fragor delle fiamme volubili che il soffio del suo canto conduceva in moti e in forme di gioia; gli disse ancora gridando: – Misero te, Lazaro! Misero te che non ti sei saziato se non di miche! Ecco, l′occhio mio ha veduto tutte queste cose, l′orecchio mio le ha udite, la mia lingua le ha assaporate, le mie nari le hanno odorate, le mie mani le hanno palpate, tutta la mia carne ne ha preso gioia!

E Lazaro, come si protese perdutamente verso la bellezza di quelle cose vane, precipitò nella voragine.

IV.

La parabola delle vergini fatue

e delle vergini prudenti.

Quinque autem ex eis erant fatuae,

et quinque prudentes.

Matth. xxv, 2.

E le dieci vergini, avendo preso le loro lampade, uscirono fuori incontro allo sposo.

Lungh′essi i giardini odoriferi camminarono da prima in silenzio, l′una dopo l′altra, intente alle fiammelle che tremolavano nel becco delle loro lampade d′oro foggiate a similitudine di tortore; e le pieghe delle vesti leggiere, commosse dal passo, simulavano un remeggio numeroso fendendo il flutto dei profumi che parevano traboccar dai recinti su la via come il vino dalle coppe su le mense.

Cinque andavano innanzi, poiché il loro passo era più agile: Maheleth, Iezabel, Idida, Thamar, Azuba. Esse non portavano se non la lampada accesa; tranne Iezabel dalla capellatura di porpora, che anche portava un salterio armato da dieci corde.

Cinque seguivano più tarde, reclinate alquanto su un fianco perciocché le affaticava la gravezza del vaso che ciascuna teneva con sicura mano sospeso per l′ansa mentre reggeva con l′altra la lampada vivida, avendo ciascuna di quelle riempito prudentemente il vaso del più puro olio d′oliva per alimentare la luce breve. Ed erano Gomer, Hodes, Orpha, Atara, Ierusa queste prudenti. Ora, temendo queste di rimanere in dietro per troppo lungo tratto, gittarono un richiamo verso quelle che le avevano sopravanzate. E quelle si soffermarono ridendo; e le risa sonore parevan diffondere intorno un′aerea freschezza, simili al primo strepito della pioggia che percote con le sue sferze d′argento la fronda nova.

Disse Gomer alle compagne, provando nel cuore virgineo un rammarico repentino a quel suono di allegrezza:

– Perché abbiam tolto con noi questi vasi che ci affaticano? Non era meglio forse andare alla festa senza peso? Vedete come quelle sono spedite! Si mostreranno allo sposo prima di noi, se il corteo sopraggiunga; e avranno migliore onoranza nel convito.

Disse Ierusa:

– Quelle parranno in ultimo più degne, le cui lampade arderanno più lungamente. Quando le fiammelle saranno per ispegnersi, noi potremo rifonder l′olio e protrarre il lume sino a tarda notte.

Disse Orpha, guardando per entro al forame che tra le due ali della tortorella d′oro luceva come crisolito:

– Rapidamente si consuma l′olio d′oliva; e non è notte ancóra.

Ma le fatue ridevano; e a quando a quando mescevasi alle fresche risa il tinnire del salterio urtato a caso nei giochi ove la verginità appariva armoniosa come se il crepuscolo fosse il vestimento divino della sua grazia desiderabile.

Disse Iezabel dalla capellatura di porpora:

– Udite la voce di Atara? Udite la voce di Hodes? Esse ci richiamano perché le attendiamo.

Disse Thamar dalle labbra simili agli acini dell′uva in cui il sole adunò la sua calura:

– Soffermiamoci qui, sotto i melagrani; e vediamo se qualche frutto sia già maturo. I rami sono carichi come non mai furono.

Disse Maheleth profumata di spicanardo, sospendendo a un de′ rami la sua lampada:

– Ecco una melagrana che ride da tutti i suoi denti vermigli!

E la lampada illuminò tra il verde il frutto coronato, assunto già negli ornamenti del Tempio, che per la fenditura della sua maturità precoce mostrava la sua chiostra di carboncelli.

E Iezabel e Idida e Thamar e Azuba anch′elle sospesero allora le lampade ai rami; e si accinsero a cogliere. E le loro ignude mani cupide e leste, illuminate tra la fronda, davano imagine d′ali che insistessero intorno a chiusi nidi.

Ma, poiché la gioia del predare le aveva tratte a cogliere oltre misura, disse Idida:

– E dove porremo ora noi questa soma?

Rispose a lei Thamar facendo grembo della sua bella veste di color variato ricamata :

– Io la porterò in grembo, e a te darò la mia lampada.

E il grembo le fu pieno. E Idida ebbe due lampade.

- Sopraggiunsero le vergini prudenti, alenando; e dissero:

— Perché avete voi fatta questa rapina ? Non temete l′ira del custode, s′egli vi scopra?

Risero le predatrici in coro, movendo il passo verso il cipresseto. E Thamar andava innanzi, senza lampada, col grembo ricolmo dei frutti deliziosi, mirando le prime stelle che si accendevano a una a una per i padiglioni celesti.

Come giunsero al limite del cipresseto, quivi tutte fecero sosta e riguardarono verso quella parte onde lo sposo doveva venire col suo corteo di musici. Non appariva in quella parte ombra di vegnente, né s′udiva suono. Riguardarono allora per mezzo ai cipressi venerabili, come per mezzo a un ordine d′intercolunnii; e videro in fondo biancheggiare la casa come una mole di neve e rilucere la porta di cedro su cardini d′oro conducente al cenacolo estivo ove era apprestato il convito delle nozze.

Disse Gomar, deponendo a piè d′un tronco il suo vaso d′olio:

– Lo sposo indugia. Conviene attendere.

Disse Iezabel:

– Sediamoci su questi sedili, e attendiamo. Quando lo vedremo apparire di lungi, gli moveremo in contro come una danza a due schiere.

E quivi tutte sedettero, tranne Thamar che accostavasi a ognuna per offerire le sue melagrane.

Ma le prudenti respinsero l′offerta, perciocché volevano serbare la bocca ai sapori dell′imbandigione nuziale. Ed elle, tacite, assise in attitudini composte, avendo ciascuna presso di sé la sua lampada e il suo vaso, poggiate il mento nella palma e il cubito sul ginocchio, spiavano con le pupille intente se non apparisse l′aspettato. E il lineamento delle colline nel silenzio dell′orizzonte era sinuoso come quelle labbra che non parlavano.

Disse Thamar, aprendo la più ricca melagrana in quella guisa ch′ella avrebbe aperto un cofanetto sirio ove fossero gemme in custodia:

– Esaltiamo il Signore che ci concede questo frutto, il più bello fra quanti sono generati dalla scorza della terra. Magnificate meco il Signore per questa sua testimonianza !

Disse Azuba:

– È il frutto prediletto dal Signore nella sua casa. Non fece Huram al re Salomone, per la casa del Signore, quattrocento melagrane d′oro le quali mise nelle due reti da coprire i due vasi dei capitelli che sono in cima delle colonne?

Disse Idida:

– E altre cento ancora ne fece Huram, le quali interpose alle intralciature nell′oracolo.

Disse Maheleth:

– E non lodò il re Salomone la tempia della sposa, per entro ai capelli, simile a un pezzo di melagrana?

E Iezabel, con le dita colorate dalla scorza fenduta, toccò il salterio. E le altre quattro, con le bocche umide del succo vinoso fluente dai granelli premuti, cantarono un salmo al Signore iddio d′Israele.

Cantarono :

1. Deh, Signore, gradisci l′offerta volontaria della mia bocca che si dilettò nella tua opera.

2. Questa tua testimonianza è maravigliosa, la qual tu ponesti nelle palme delle mie mani per la mia letizia.

3. Benedici, anima mia, la benignità del Signore che sazia di dolcezza la tua lingua;

4. perciocché da un fiore di fuoco egli creò il frutto del melagrano a similitudine del Santuario,

5. egli partì il suo balausto in due celle, come il Santuario è partito dal velo di giacinto intessuto di cherubini;

6. e nell′una e nell′altra cella tante logge egli pose quante sono intorno alla Casa le lapidi che minacciano la morte agli empi,

7. quanti sono i tronchi alzati a ricevere le offerte nel cortile d′Israele.

8. Un medesimo numero egli elesse pel luogo arcano e pel frutto concluso.

9. Ed egli prodigò la sua sapienza e la sua magnificenza nell′una e nell′altra architettura.

10. Benedici, anima mia, il Signore; perciocché egli ha fatta questa meraviglia per i tuoi occhi, per la tua bocca e per le tue mani.

11. Nel cortile d′Israele io pagherò i miei voti non con sicli, né con colombe, né con legno, né con aromati, né con oro, ma con mosto dei miei melagrani.

Cantarono. E le colombe familiari, che già dormivano in sui cipressi, a quel canto insolito si risvegliarono; e un fremito innumerevole di penne agitò le chiome negre degli alberi sopra il capo delle vergini assise.

Nel silenzio dolce che seguì il canto, disse Hodes, levandosi in piedi subitamente :

– Ecco, lo sposo viene!

Tutte allora presero le lampade e si levarono in piedi, riguardando verso quella parte. Ma non appariva in quella parte ombra di vegnente né s′udiva suono.

Disse Thamar, ridendo:

– Sognasti forse, Hodes? È chiaro che un sogno sta sotto le tue palpebre. Dormi, dormi dunque, Hodes.

E tutte sedettero di nuovo, deluse; e guardarono le costellazioni risplendere nel cielo profondo.

E avvenne in poco che il gran palpito lucido del firmamento si componesse con l′intimo palpito delle vite loro. La delizia notturna ondeggiò nel silenzio come un mar lento di fiori senza radici. Dai cipressi venerabili, carichi di colombe, discesero velarii di tenebre più delicati delle stole pagane di Coo. Il fremito delle ali e il tubare interrotto erano quivi, a quando a quando, come il gorgoglio delle urne che si riempiono tuffate nella fonte degli orti.

Mormorò Iezabel indistinte parole, chinando la faccia illanguidita dal sonno nella già dormente sua capellatura; e la sua tempia si poggiò su l′avorio cavo ch′ella teneva contro il suo petto. La lampada deposta ai suoi piedi traeva bagliori dai ricami dei sandali, dalle corde del salterio, dai berilli del cinto. E, come una rosa è pregna di rugiada, la sua bocca dischiusa era colma della quietudine.

Or così tutte, l′una dopo l′altra, seguirono Iezabel nel sonno. Da prima il loro alito cangiavasi in sospiri; e facevasi quindi eguale come quella misura che dà il capo de′ musici in battendo ai cantori. Si diffondeva su i loro volti l′incognita lontananza ove i sogni traevano le loro anime lievi; così che parevano i volti essere baciati da una soave morte in fondo a un′acqua altissima e immota. Le lampade ardevano ai loro piedi, presso l′orlo trapunto delle loro vesti, come in sommo dei cipressi gli astri immortali. Il tempo era come le pause del salmo.

E in su la mezza notte, subitamente, si fece un grido:

–Ecco, lo sposo viene. Uscitegli incontro.

Allora tutte quelle vergini si destarono e trasalirono; e si chinarono a prendere le loro lampade; e si diedero a ravvivare le fiammelle che erano per estinguersi.

Disse Thamar :

–Ahi, la mia lampada s′è spenta.

Disse Maheleth:

–Ahi, la mia lampada muore.

Disse Idida:

–Non v′è più una stilla d′olio nella mia.

E Iezabel e Azuba dissero la medesima cosa. E si rammaricavano, poiché s′udiva il suono dei musici da presso.

Ma le altre rinfondevano nelle loro lampade l′olio che avevano recato nei vasi, liete in sembianti e pronte.

E le fatue dissero alle prudenti:

– Dateci un poco dell′olio vostro, perciocché le nostre lampade si spengono.

Risposero le prudenti:

– Andate piuttosto a coloro che lo vendono, e compratene; ché può darsi non sia questo a bastanza per noi e per voi.

Disse Azuba:

– La notte è alta. Dove andremo noi a cercar oliàndoli!

Ma le prudenti, senza altro rispondere si fecero innanzi allo sposo che sopraggiungeva col suo corteo.

Disse Idida alle compagne che s′eran ritratte nell′ombra con le loro lampade morte :

– Or che faremo noi?

E passò lo sposo, col volto velato d′un velo fosco per mezzo a cui i suoi occhi scintillavano come gemme poste dentro i castoni di un anello. E con lui passarono i suoni e le faci e i rami di mirto e le palme e gli aromi. E tutto il corteo s′avanzò tra i cipressi verso la casa che biancheggiava in fondo come una mole di neve, s′avanzò verso la porta di cedro su cardini d′oro conducente al cenacolo estivo ove era apprestato il convito delle nozze.

E Maheleth e Iezabel e Idida e Thamar e Azuba dal luogo del loro sonno guardarono lo sposo entrar al convito delle nozze e le cinque compagne dalle lampade ardenti entrare con lui. E la porta fu chiusa.

Disse Idida:

– Or che faremo noi?

Disse Thamar:

– Andiamo alla porta, e battiamo perché lo sposo ci apra. Tante faci arderanno intorno al convito, che non vi sarà bisogno che pur le nostre lampade rendano splendore.

Ed ella s′incamminò per il cipresseto ch′era tutto pieno d′un fremito di penne.

Disse Iezabel dalla capellatura di porpora, la sonatrice:

– Pur le colombe stanotte s′inebriano dei loro amori.

E Maheleth profumata di spicanardo sospirò pensando a colui che l′anima sua amava.

Giunsero al cospetto della porta chiusa; ch′era grande, polita, di cedro, su cardini d′oro. E la percossero con le lampade spente, gridando tutte insieme:

– Signore, signore, aprici.

E udirono il passo che di dentro s′approssimava; e iterarono tutte insieme il grido :

– Signore, signore, aprici.

Ma egli rispondendo disse:

– Io non vi conosco.

Ed elle supplicarono:

– Deh, signore, aprici.

Ed egli:

– Io vi dico, in verità, che io non vi conosco.

Ed elle udirono il passo che di dentro s′allontanava; e udirono, a traverso il legno sonoro, l′allegrezza confusa del convito; e stettero in ascolto se non giungessero le voci delle compagne avvedute.

Disse Idida:

– Quale sarà il loro posto nel convito ?

Disse Thainar:

– Quale che sia, elle non sanno gioire.

E Azuba:

–Elle avevano in fondo ai loro vasi olio bastevole, ma non hanno voluto partirlo con noi.

E Thamar:

– Che monta ? Elle non sanno aver gioia.

E Maheleth :

– Resteremo noi dunque dinanzi alla porta chiusa?

E Idida;

– Or che faremo noi?

E Iezabel:

– Noi canteremo di nuovo, e poi di nuovo sogneremo sotto le stelle. La notte è breve, e le colline sono già pallide perciocché hanno sentito il fiato dell′alba.

Allora ella toccò il salterio, e le compagne la cinsero intonando un canto. E andarono così cantando in corona per la notte ch′era tiepida come un bagno di balsami. E lasciarono dietro di loro la porta chiusa, per obliarla. E non più si rammaricavano se non di questo: che non potessero le lampade spente convertirsi in sistri chiarosonanti.

Tornate così al luogo del sonno primiero, quivi si adagiarono non su i sedili ma su la terra ch′era sparsa d′anemoni. E l′una posava il capo sul petto o sui ginocchi dell′altra, cercando l′attitudine più acconcia per riprendere il filo del sogno. Ed erano le loro anime simili alle tessitrici le quali, avendo interrotto l′opere, tornano ai telai e riprendono la spola usa a cantar come la rondinella su e giù per l′ordito di color variato.

Disse Iezabel, nel coprire il seno di Tha mar con la porpora della sua capellatura :

– Quanto odora, o Thamar, il tuo petto!

E Thamar, che portava fra le mammelle un sacchetto di mirra, sospirò pensando all′amico suo.

E, dopo alcun tempo, le anime lievi ripresero a tessere i bei sogni di color variato.

Prima fu Thamar a ridestarsi, perciocché ella sognava che il suo amico le ponesse la sua man sinistra sotto il capo e l′abbracciasse con la sua destra e la baciasse dei baci della sua bocca migliori del vino. Si ridestò con un fremito, e Iezabel anche sorse, e tutte sorsero dal sonno come da un bene verso un altro bene. E la forza della vita, come lo spiracolo della sorgente, palpitava d′un palpito numeroso nella freschezza delle loro membra belle. E le lor vestimenta su le loro membra erano come la buccia su la mandorla tenera che deve essere mondata e assaporata.

E Thamar gridò verso le colline:

– Ecco, il sole viene. Usciamogli incontro. E tutte si mossero con le colombe dall′ombra dei cipressi verso le colline; e abbandonarono su gli anemoni premuti le lampade d′oro; e nessuna si volse a guardare da lungi se la porta chiusa risplendesse, perciocché elle avevano obliato il convito.

Ma Iezabel la purpurea aveva tolto seco il suo salterio; e disse:

– Usciamogli incontro cantando.

E toccò le corde. E le compagne la cinsero intonando un canto novello.

E andarono così cantando in corona, per mezzo alle vigne gravide, agli orti di spezie, ai giardini di melagrani, lungh′esse le acque correnti sotto il volo delle colombe, verso la massima testimonianza del Signore.

E ciascuna riguardava se non apparisse al suo desiderio nella primizia della luce il giovinetto bianco e vermiglio portante la bandiera fra diecimila.

Gesù e il risuscitato.

22 giugno 1907 (Firenze).

Prima di scendere alla città per vedere nello studio di Domenico Trentacoste il suo nuovo Cristo, passo qualche ora all′aria aperta, sul sedile curvo che ho costrutto all′ombra del grande ippocastano. È pel mio spirito il luogo dell′attenzione e della visione. Un aguzzo artieruccio fiorentino, che parla con l′accento di Porta San Frediano e atteggia il corpo in modo da parer non più un uomo ma un manevole arnese del mestiere, me l′ha graffito a festoni di frutti intorno a′ quali s′avvolgono cartigli con i motti alternati Vedo Ascolto. Come un festone tra due borchie, l′arte mia non è sospesa tra quelle due parole intente ?

Ho riletto il racconto della Passione nell′Evangelo di San Giovanni. Quante volte mi sono accinto ad affrontare l′argomento, e n′ho tremato! Mi sembra che nessuno fino ad oggi abbia rappresentato con la potenza e la vastità necessarie quell′intima tragedia (la più chiusa e profonda ch′io conosca) la quale incomincia dal punto in cui subitamente, come il nuvolo sui monti di Moab alla fine della state, viene sul Figlio dell′uomo l′ombra della morte. Nel portico di Salomone, ricorrendo la festa della dedicazione in Gerusalemme, ai Giudei che l′attorniano ostili egli dichiara: « Io e il Padre siamo una medesima cosa ». I Giudei levano le pietre contro a lui per lapidarlo. Egli riesce a scampare dalle loro mani; e se ne va nascostamente di là dal Giordano, al luogo ove Giovanni prima battezzava. E quivi dimora per fuggire quelli che vogliono pigliarlo. La certezza della morte prossima e violenta gli appare quando appunto egli confonde sé stesso col Padre, quando egli afferma d′esser uno col Padre, quando dice: « Se io non fo l′opere del Padre mio, non crediatemi; ma se io le fo, benché non crediate a me, credete all′opere, acciocché conosciate, e crediate che il Padre è in me, e ch′io sono in lui ». Incrollabilmente egli crede nel suo messiato, ha la profonda coscienza della sua dignità messianica; ma ecco che la persecuzione e la morte gli sovrastano, ecco che sta su lui la possibilità di disparire, prima che il Regno sia instaurato, ecco ch′egli Mandato da Dio deve conciliare nel suo spirito sbigottito l′accettazione del patimento e del supplizio con la perfezione del suo compito regale. Qui comincia la sua meravigliosa angoscia; e qui veramente la forza del dramma ci afferra alle viscere.

Non parlo come esegeta ma come poeta; e tra tutti i miracoli eleggo il più patetico: la resurrezione di Lazaro. Cristo in Betabara è il primo episodio; Cristo in Betania è il secondo. Al ricevere il messaggio delle due sorelle, egli dice ai suoi discepoli: « Andiam di nuovo in Giudea». I discepoli gli dicono: « Maestro, i Giudei pur ora cercavan di lapidarti, e tu vai di nuovo là?». Essi gli oppongono l′imagine della morte orribile e ignominiosa; ed egli in quel punto vede il mistero della morte dinanzi a sé, nella carne di colui ch′egli ama. « Lazaro è morto » egli dice. Negli apocrifi copti l′Evangelo dei dodici Apostoli reca la scena singolare tra il maestro e Didimo: materia eccellente da elaborare. Ma quel che più mi tocca è il pianto di Gesù dinanzi al monumento non anche scoperchiato.

Il cadavere quatriduano pute. Al grande grido, si leva fasciato di bende. Ora, secondo quell′evangelo apocrifo, Adamo nell′Amenti, nella dimora dei morti, ode la voce; ode la voce che chiama Lazaro; spinge Lazaro fuor dell′Amenti e invia un messaggio a colui ch′ei chiama il suo creatore. Il fratello di Marta e di Maria è dunque rimasto quattro giorni nella dimora dei morti, egli conosce dunque il mistero del trapasso, egli ha veduto quel che è di là. Novamente minacciato da coloro che avevan preso insieme consiglio di ucciderlo, Gesù novamente sfugge : prende la via del Deserto s′incammina verso la contrada vicina del Deserto, verso Efraim. Ma certo la sua anima è tratta in dietro verso il risuscitato che, sciolto dalle bende, sanato della putredine, s′è coleo sul giaciglio nella casa delle sorelle. Premuto da un′ansia spaventosa, Gesù lascia sul cammino i discepoli e torna in dietro solo, a notte fonda. Egli rientra nel castello di Betania, batte alla porta di Lazaro; e riappare dinanzi a colui che per quattro giorni stette nella dimora dei morti.

Io vorrei aver la forza d′imaginare e di scrivere quel colloquio notturno, avvenuto nella camera alta, mentre le bende funebri intrise d′unguento radunate in mucchio rendevano odore e udivasi di quando in quando il sommesso gemito roco delle colombe nella cova, a luna logora.

Gesù deposto.

22 giugno 1907, sera.

Sembra che Gesù fosse di statura mezzana. In Gerico ricca di palmizii il capo dei publicani Zacheo cerca di vederlo e non può, per la moltitudine che intorno s′accalca. Allora corre innanzi, e sale sopra il sicòmoro. Sembra che il Rabbi non avanzasse dunque né delle spalle né del capo la turba.

Migliore argomento è forse nell′episodio evangelico del puledro, quando egli salendo a Gerusalemme fa sosta in Beftage. « Andate nel castello, che è qui di rincontro; nel quale essendo entrati, troverete un puledro d′asino, legato, sopra il quale niun uomo giammai montò. Scioglietelo e menatemelo». I discepoli trovano l′asinello, lo coprono di una lor veste; e Gesù montò sopra esso, per entrare nella città. Egli non doveva dunque aver grave peso e lunghe gambe per servirsi di tal cavalcatura.

Ma sembra che nell′arte la linea della bellezza, della nobiltà e della passione debba esser lunga.

Su i vasi greci il corpo umano si raccorcia nelle scene comiche, si allunga oltre misura nelle patetiche. La tragedia protrae l′uomo, il dramma satiresco lo contrae. Nel cratere del museo Campana Apollo, avendo involato l′arco di Eracle, è seduto, simile a un nanerottolo, su la gronda del suo tempio. E il tozzo Eracle si soccorre di uno sgabelletto per giugnerlo. Ma l′uno e l′altro póntano in terra smisurate gambe lottando pel tripode al conspetto di Atena, nel vaso vaticano. I cavalli trionfali delle quadrighe son più alti che il più sperticato camelopardo. Rammento per l′eccesso quelli che Iolao conduce dal carro, in un′anfora di Napoli a figure nere rilevate di bianco.

Bianco nella memoria — contro lo scorcio mantegnesco — mi sorge primo d′ogni altro il Cristo del Tintoretto, il Cristo davanti a Pilato che è nel refettorio della Scuola di San Marco. La tela intorno è oscurata; solo, nel centro, indimenticabile, biancheggia e torreggia il grande fantasma.

Non men torreggerebbe il Cristo supino di Hans Holbein, se si rialzasse e si riavvolgesse nel lenzuolo; ma egli è veramente morto, già preda della putredine, non circonfuso se non di cieco orrore, inerte linea orizzontale, agguagliato alla terra che sta per ringoiarlo, non dissimile alle spoglie di quei ladroni che Antonello da Messina disperatamente inarcò su gli alberi forcuti.

Or qual era il tipo di Cristo? da qual mistione di sangui prodotto? Somigliava egli all′Arabo del deserto di Siria, dal naso aquilino, dal capo lungo, dai capelli neri, dal corpo svelto? o apparteneva egli alla famiglia bionda, di capo corto e di piatto naso? Discendeva d′una progenie semitica pura – difficilissimo evento – o da un de′ tanti inevitabili annestamenti avvenuti, dopo la conquista della Palestina, nella terra signoreggiata?

Certo i conquistatori si mescolarono alla gente del paese, che diversissima era e quasi tritume di schiatte. Vi s′eran confuse le tribù venute d′Oriente, dalle province asiatiche, e quelle venute d′Occidente, dall′Arcipelago, forse dalla costa ellenica, forse dall′alta Africa. I Filistei provenivan forse dall′isola del Minotauro, se n′è testimonio il culto del Giove erètico in Gaza. I popoli che la Bibbia chiama Ittiti eran discesi per le vie del settentrione e sembrano – nella testimonianza dei monumenti egizii – recare qualche impronta della rincagnata Mongòlia. Ma è assai scarso il lume per riconoscere un tal concorso di stirpi. Dopo la gesta d′Alessandro Magno, i Giudei si propagano per tutto il Mediterraneo e attraggono in sé estraneo vigore: Greci e Asiatici, uomini d′altro lignaggio e d′altro linguaggio, si convertono al costume giudaico e moltiplicano le lor generazioni. Or la chioma crespa e nera appalesa forse la discendenza dai nomadi del Deserto sirio? la flavizie è forse il segno della grazia amorrea? il naso camuso è lo stampo degli avi Ittiti? Tutto, in verità, è mal certo.

Domenico Trentacoste ha dunque soltanto cercato di ritrovare, soccorso da una luce ideale, i rilievi d′una struttura eroica lavorata a martello, di dentro in fuori, dalla potenza espressiva dello spirito. È l′ottimo sforzo.

Questo Siciliano biondo, che trattava da orafo la pietra indugiandosi su una giuntura o su una vertebra come su le articolazioni d′un monile sensuale, oggi si fa d′un tratto architetto robusto che sorridendo giustifica le tre paia di coste onde nel suo nome è superato il comun numero di questi saldissimi ed elegantissimi tra i membri dell′architettura umana. I levigati marmi, che i suoi miti occhi parevan quasi inazzurrare come l′indaco fa dei lini, egli ora abbandona per la severità del bronzo figlio durabile del soffio e della fiamma. Religioso costruttore, egli mostra di sapere e di credere che il più bel tempio del mondo è il corpo dell′uomo ben nato.

Nulla più mi commuove quanto lo spettacolo dell′artefice che d′esperimento in esperimento, eleggendo, escludendo, cerca di cogliere la perfezione della sua idea e con pazienza affretta l′ora in cui la sua mano potrà dar la misura del suo intelletto. Ho nella memoria l′altro Cristo del medesimo statuario, anche mirabile; ma gioisco riconoscendo come la variazione apparentemente lieve di una sola linea basti a mutare un′opera bella in un′opera sovrana. Il primo Cristo è un eroe stanco: il dolore è rimasto imprigionato in lui, e ha il medesimo peso delle ossa. Le braccia riposano lungo i fianchi di scarso nerbo come quelle che non solevano reggere né arnese né arme né fardello. Le mani son quelle che intinsero il pane nel piatto dell′ultima cena, per rendere la vita e per accettare la morte. Le dita in entrambe son riunite e composte; e in entrambe i pollici son nascosti, ripiegati entro la palma. Sembra che manchi a ciascuna il dito della forza, del lavoro, del prendimento; e ne viene a ciascuna una rassegnata stanchezza. Le costole sono rilevate quasi a simmetrico ornamento del torace. La gentilezza del sangue davidico sembra affinare le membra; senonché la rotella del ginocchio è prominente, grossa la nocella del polso, greve anche il malleolo. Si parto diritto il naso dalla radice ma con lieve declinazione presso la punta si avvalla: le nari in vita certo si dilatarono e palpitarono. I capelli sono come un pietoso origliere. Le labbra sottili della ferita nel costato son parallele alla linea profonda della bocca. V′è ancora qua e là qualche indizio di mollezza, non definibile.

Nulla di molle rimane nel secondo Cristo. Tutta l′ossatura obbedisce alla più fiera legge architettonica. Le clavicole, le costole, le anche esprimono il vigore costruttivo, l′idea della solidità: serrano e sostengono la potenza dell′anima. Tra il capo e il calcagno il corpo giacente disegna un arco in riposo, la cui corda. sia allentata. Ne′ piedi è ancora visibile la tensione, specialmente nel sinistro che certo è quello il quale era sovrapposto all′altro quando un sol chiodo li figgeva entrambi al legno infame. Essi son volti in su, divergenti, coi cinque tendini manifesti, col pollice annesso alle altre dita. Le gambe lunghe e forti sono, nella lor rigidità, oblique verso destra ; ossute le ginocchia ; asciutti ma vigorosi i muscoli delle cosce che saldamente s′incavicchiano alle anche risentite. Il ventre è depresso, quasi cavo, già in vita vuotato dal digiuno. Una profonda cavità, tra la clavicola destra e il collo a destra inclinato, esprime l′assenza del respiro, l′inerzia dei polmoni, quasi direi la fuga dell′estremo anelito ; ma non come quel vuoto dell′addome che quasi aderisce al bacino visibile. (« Eloi, Eloi, lamma sabactani ! » Nell′ora di nona il grande grido è fuggito dal petto, ha riempito il cielo? L′alito ha mosso l′aria, ha formato il nembo? Ogni cosa è compiuta. La spoglia penzola.)

Anche qui la man dritta è un poco ripiegata, col pollice rivolto verso la palma, con le altre quattro dita insieme congiunte; ma la sinistra è come nell′atto incompiuto di prendere una manata di semi. Il pollice e l′indice aderiscono pel polpastrello; aderiscono il medio e l′anulare; discosto è il mignolo e ripiegato in dentro. Ecco un linguaggio che l′anima sola interpreta in silenzio. Il dorso della destra è inclinato verso la coscia e la tocca appena appena. Ecco un′eloquenza non traducibile: quella medesima che è nelle pause della melodia, quella che è tra sillaba e sillaba nel verso, tra l′una e l′altra scanalatura nella colonna.

Come dinanzi a un torso antico, qui non ho bisogno di contemplare la testa per commuovermi. L′òmero prominente del braccio, ecco, mi penetra nel mezzo del cuore come il cuneo s′addentra nella fibra del vivo albero.

Tuttavia quanto è patetica questa testa di giovine eroe portata dal collo puro che s′allarga alla base per meglio sostenerla! Palesare la nudità del corpo, che di solito vediamo coperto dalle vesti, è ben più facile che palesare quella del volto continuamente nudo. Il teschio ben costrutto traspare di sotto alla pelle emaciata e imberbe. Il naso tenue, di profilo nettissimo, ha il carattere delle cose che tagliano, che separano. L′occhio s′infossa sotto l′arco del sopracciglio, ma non so che veggenza attraversa la palpebra chiusa. La fronte è senza rughe: è il luogo della luce. La bocca è aperta alquanto, col labbro superiore che si rialza, senza dolore ma senza pace. Ha detto tutte le sue parole ? Ancóra parlerà alla donna nel giardino di Nicodemo, a Cleopa su la via di Emmaus, agli undici su la mensa della chiusa camera. Ancóra su la riva del mar di Tiberiade chiederà tre volte a Pietro: « Simon di Giona, m′ami tu?».

Nudità agonistica. Per solo vestimento egli ha la corona di spine che i soldati romani gli cinsero. Per solo guanciale ha la sua capellatura in cui persiste l′odore del nardo. Ove sono le ferite sacre, nelle mani, nei piedi, nel costato?

Egli è senza piaghe. L′artefice ha tralasciato di segnarle. Io mi chino a guardare da presso la bocca, che in vita parlava il dialetto arameo. In arameo disse: « Ho sete » se così disse; e lo stelo d′issopo le accostò la spugna imbevuta di posca [44] . Ma non forse conosceva il greco, ch′era parlato in Sefori, in Cesarea, in Tiberiade?

Siamo in silenzio dinanzi all′eroe perfetto. Due cuccioli maremmani, due villosi custodi di greggia, sono accovacciati sotto il lungo trespolo; e guatano con dolci occhi di bambini ridenti. « Simon di Giona, pasci i miei agnelli ». Tutta la casa tace. Il solstizio d′oro pende sul tetto.

– E i fóri dei chiodi? — io dico a Domenico, per tentarlo. — E il colpo di lancia ?

– È vero — egli risponde, senza riflettere; e si volge a cercare la stecca di bossolo, non senza un certo impeto come se cercasse una lama per ferire veracemente. Io rimango immobile e muto, spiandolo con l′angolo dell′occhio. Non so perché, un′ansia confusa nel mio cuore dà una indefinita gravità all′attimo.

La materia plastica è così lucida che conferisce alla modellatura un′apparenza quasi metallica. Tutto è semplicità, solidità, convergente forza in questo grande involucro dello spirito.

Muto nell′attesa, io spio l′artefice candido. Volgendo e rivolgendo fra le dita la stecca, egli guarda le mani, i piedi, il costato. Due volte disegna nell′aria un gesto, e si rattiene. Esita. S′egli m′interroga col timido sguardo, io gli sfuggo. Ma perché il cuore mi batte come se una grande cosa fosse per risolversi?

Senza colpo ferire, egli si volge e posa il bossolo, in silenzio. Allora anch′io mi volgo. E ci guardiamo negli occhi, con i nostri nudi occhi di poeti, in un attimo di commozione fraterna. E io me ne vado, senza far motto, per serbare tutta in me quella preziosa stilla di vita ideale.

Note

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[1] cordovano: cuoio di pelle di capra e simili, il più rinomato dei quali era conciato in Cordova.

[2] Aònidi: le Muse.

[3] ossidionali: ciò che ricorda la liberazione da un assedio (corona che anticamente veniva data a chi era artefice della liberazione da un assedio).

[4] coprofago: che si nutre di escrementi altrui.

[5] ugnoli: diminutivo di unghia (voce in disuso)

[6] cesio: azzurro chiaro

[7] flavo: color giallo miele.

[8] calamistro: ferro per intrecciare i capelli.

[9] apio: pianta delle ombrellifere, amarognola, come il sedano.

[10] auletride: suonatrice di flauto

[11] croia: rustica e adirata.

[12] concetti: concepiti

[13] fiaro: favo.

[14] Faro: di Alessandria, una delle sette meraviglie dell'antichità, inaugurato da da Tolomeo II nel 279 a.C.

[15] mi spoltro: smetto di essere poltrone.

[16] stegola: manico dell'aratro

[17] Marìca: divinità italica. Ninfa dell'acqua e delle paludi, era signora degli animali e protettrice dei neonati e della fecondità

[18] caval poltro: cavallo ancora puledro

[19] botro: dirupo chiuso e acquoso.

[20] nocchieruto: pieno di nodi.

[21] bistro: colore nero bluastro usato nella pittura ad olio o ad acquerello

[22] pentàcolo: Figura costituita da una stella a cinque punte per lo più accompagnata da altri simboli o parole a cui era attribuito valore magico tracciata su pergamenta o materiale per farne un ciondolo e portarlo al collo o al polso.

[23] candarìa: strumento di magia e stregoneria.

[24] adyton: il sacrario, la parte più sacra e segreta d'un santuario.

[25] scultile: agg. di scultura. Opera scultile: opera di scultura

[26] conflatile: ciò che è ottenuto mediante fusione

[27] navarchi: comandanti della flotta nell'antica Grecia

[28] God bless you!:  Che Dio ti benedica

  - God keep you, ever!: che Dio ti conservi sempre in buona salute.

[29] Scuola di San Rocco: La Scuola Grande di San Rocco di Venezia fu dondata nel 1478. La sede costruita fra il 1517 e il 1549 è uno degli edifici piu' insigni e affascinanti di Venezia e conserva al suo interno la decorazione pittorica originale del Tintoretto.

[30] isòpo: pianta aromatica delle labiate.

[31] cribrato: filtrato

[32] corusca: vibrante, lampeggiante, balenante.

[33] se non ti abbellano: se non provano gioia di te.

[34] sàmia: che riguarda l'isola di Samo

[35] oricanno: vasetto per profumi e odori in genere.

[36] verziere: giardino.

[37] pagode: pagoda: tempio sacro agli dei.

[38] Chedron, Ckedron: Il torrente che comincia a nord di Gerusalemme, scorre ad est di Gerusalemme fra il Tempio e il monte degli Ulivi andando verso il mar Morto. Ha acqua soltanto per brevi periodi durante la stagione della pioggia. Era il luogo dove si distruggevano idoli e altari pagani.

[39] oricanno. Vasetto o bottiglietta per profumi, d'oro o di altro metallo prezioso

[40] grido dubitoso: Eloì, Eloì, lemà sabactàni? » ("Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?") Oggi la scrittura siriaca è ancora molto usata dai cristiani aramaici.

[41] fete: puzza

[42] bati: il bato era presso gli ebrei un recipiente della capacità di cira 30 litri per contenere liquidi come il vino o l'olio. Dieci bati riempivano un coro.

[43] coro: unità di misura ebraica, che corrispondeva al peso di trenta moggi utilizzata per misurare prodotti alimentari. Un moggio era pari a 8,66  litri

[44] posca: bevanda molto diffusa nell'antica Roma ottenuta miscelando acqua e aceto.

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Ultimo aggiornamento: 30 giugno 2012