Gabriele D′Annunzio

Forse che sì forse che no

edizione 1910

Edizione di riferimento:

Gabriele D′Annunzio, Forse che si forse che no, presso i Fratelli Treves in Milano. MCMX

Libro  secondo

 

 

– O Lunella, mia Lunella,

oggi di che ti sovviene?

Che dài tu alla sorella

che ti fa la cantilena?

Che le dài per la sua pena?

Qual de′ sogni tuoi le porti,

che ti nevicano dal cuore?

Oh raccontami le tue storie

con le forbici tue lucenti,

fin che tu ti rammenti,

fin che io non mi scordi!

Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e dentro v′intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale, nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata su l′erba sparsa di piccole ghiande vaie [1], con lo sguardo fisso all′opera incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici chiazzati di gromma [2], sorgevano le torri fulve e bige di Volterra nell′ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano l′azzurro tra il Duomo e la Rocca.

– Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini – disse la bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. – Se no, smetto. –

O Lunella, o tirannella,

aquiletta senz′artiglio,

se tu sémini il bianco

io raccoglierò il vermiglio.

Se tu sei come il giglio,

sarò come l′amaranto.

Accompagnami il mio canto

coi tuoi bianchi sogni lenti,

coi tuoi torvi occhi assorti,

fin che tu ti rammenti,

fin che io non mi scordi!

Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa, ginocchioni su l′erba, facendo balzare come le murielle [3] dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno cosi scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su l′ombra del vero.

– Oh, come sei brava ! – esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole sul fondo dell′erba corta.

La grazia dell′infanzia felina v′era colta in contorni e scorci d′un′arditezza e d′una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei vecchi pittori dell′Estremo Oriente che con l′esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale.

– Se tu mi canti ancóra, – disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue forbici magiche all′orlo d′una carta vergine – ti fo la Chioccia d′oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l′ha mai veduta. Se no, più niente.

– Tirannella, tirannella,

fammi un′ala per volare,

Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa, ginocchioni su l′erba, facendo balzare come le murielle dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno cosi scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su l′ombra del vero.

– Oh, come sei brava ! – esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole sul fondo dell′erba corta.

La grazia dell′infanzia felina v′era colta in contorni e scorci d′un′arditezza e d′una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei vecchi pittori dell′Estremo Oriente che con l′esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale.

– Se tu mi canti ancóra, – disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue forbici magiche all′orlo d′una carta vergine – ti fo la Chioccia d′oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l′ha mai veduta. Se no, più niente.

– Tirannella, tirannella,

fammi un′ala per volare,

ch′io m′involi da Volterra,

dalle Balze fino al mare!

Ma se l′ala non puoi fare,

fammi un altro incantamento

con le tue dita di fata,

per la pallida contrada

ch′io somigli ai dolci Morti,

fin che tu ti rammenti,

fin che io non mi scordi!

L′artefice puerile ancóra seguiva l′assonanza col lieve cenno del capo, ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca broncia, tutta nell′ombra della capelliera ch′era sciolta e folta come quella d′un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d′uva rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione [4] al maestrale del pomeriggio, movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si protendevano dal tronco integro. I nocchi, le giunture, le screpolature, le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell′alta età e della lunga guerra facevano venerando l′albero come lo stipite d′una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d′un giovine lecceto maremmano sul cocuzzolo d′un poggio; ma la sua corteccia era ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano [5] potesse arrotar le zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla Torre del Podestà.

– Se tu mi canti ancóra.... – riprese a dire Lunella.

– Ah, non più.

– Perché?

– Non so più.

– Perché?

– Non trovo più le mie rime sghembe [6].

– Perché?

– Perché me le beccano a volo i balestrucci.

– Non è vero.

– Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.

Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense biancane [7] senz′ombra, su le rotte lacche [8], su le bolge discoscese, su tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata, sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere dell′alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch′egli seco recasse l′alta malinconia del viaggio ultimo, dell′estremo congedo, quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.

– Isa quando ritorna? – chiese malcontenta Lunella.

– Non so.

– Dov′è andata?

– Non me l′ha detto.

– Tu certo lo sai, Morìccica.

– Ti dico che non so.

– Quest′anno non ci conduce al mare?

– Sembra.

– Rimarremo qui tutta l′estate?

– Forse.

– Ma non sai nulla?

– Non so.

– S′è corrucciata con te.

– T′inganni.

– S′è fatta cattiva, molto cattiva.

– Credi?

– Ecco la chioccia di Monte Voltraio!

E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana l′imaginetta compiuta: una falda di neve su l′ardore.

Chi le aveva infuso quell′arte? Quale istinto misterioso guidava la punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un tratto scorge l′ombra della Croce trastullandosi nella bottega del legnaiuolo di Nazaret.

– Oggi fai meraviglie – disse Vana. – Le metto nel libro.

Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di San Michele, come lo zoccolo di Sant′Agostino, come l′avorio e l′ebano della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.

Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte contro il grand′elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi sepolcreti, dormiva respirando l′immensità dalle sue bocche di macigno.

« Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della sua stanza. « Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!»

Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli scheggioni [9] delle Balze, il luccichio del filo d′acqua che sbava nel fondo della bolgia spaventosa, le biancane [10] nell′albore lunare simili alla crosta d′un pianeta estinto.

« Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo bambino? Dorme in pace? » Si raffigurava la contadina battezzata nel nome della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e s′incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine; volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro ove s′affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto l′oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si pongono in fila allo svolto d′una via per l′elemosina; s′addossava al muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l′orlo i tristi fiori gialli, cari all′umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L′agghiacciava il fascino; ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.

« Com′è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro febbroso l′ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un′eternità, sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi! » Impeti di vendetta insorgevano all′improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. « Non varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l′amico indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?» L′amarezza le torceva l′anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono fioco della campana che tien déste le sentinelle sul cammino di ronda, eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch′ella una trista prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati all′ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa estranea non erano come in un ergastolo addolcito?

Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d′una larga fortuna li aveva raccolti tutt′e tre dal disagio e sottratti all′umiliazione del nuovo giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e il raffaccio [11] e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro rifugio. Tutt′e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi, alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio di non vederla aprire.

Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza scampo, come quei forzati all′ombra del Mastio, costretti di bruciare nella galera se invasa dal fuoco.

« Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere all′infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore.... Domattina voglio andare alla Badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite, come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze! Non io le porterò questa volta; le porterà un′altra messaggera.... » Cantando lontano un assiolo – dove? su le mura della Rocca vecchia? più lontano, laggiù, verso la Porta all′Arco? – Vana stava per rompere in pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all′uscio della stanza. Sobbalzò.

– Chi è?

– Sono io, Morìccica. Sei già a letto?

– Non ancóra.

– Posso entrare?

Entra, Aldo.

Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto. Esalava l′odore della sigaretta oppiata e dell′abluzione recente.

– Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica?

– Nulla. Stavo alla finestra.

– Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica.

– Ancóra?

– Come hai cantato oggi!

– Bene?

Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.

Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch′era accanto a una tavola ingombra di libri.

La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi lo lasciò.

– Ogni nota aveva il valore d′un grido nel silenzio. Certe volte, quando tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all′Alberigna, e ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido pareva l′ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.

Ella tentò di ridere.

– Un vero strazio, povero Aldo ! E pensare che io m′illudevo d′avere appreso un poco d′arte!

– Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai cantato quel tremendo Vom Tode di Beethoven come se, abbandonando la carne, tu dicessi le novissime parole all′anima tua e a tutte le anime in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che potrebbe essere il Säume nicht, denn Eins ist Noth se tu lo cantassi sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti risponderebbe di giù

Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò anche i gomiti, e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all′estremità del coperchio fastigiato. Anch′ella era piena di cenere e di ori funebri.

– Forse io stessa a me.

Il fratello la guardò fisamente, con quell′amore della bellezza patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.

– Che viso hai fatto, Morìccica! – disse, dandole quel nomignolo di selvatico sapore ch′egli aveva inventato per vezzo. – Non eri ancóra compiuta. C′è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni volta che ti guardo.

Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell′ardita inspezione che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.

– Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa – disse ella abbassando le palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l′ombra dei cigli.

Egli distolse lo sguardo.

– Quanti libri su la tua tavola, confusi! C′è un dolore che ammucchia intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.

Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.

– Oh, il più infiammato libro d′amore! Le poesie spirituali di Jacopone. Dove hai preso questo ?

Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo.

– L′ho trovato nella biblioteca d′Isabella.

– Lasciami vedere.

– No, Aldo.

– Perché?

– Non so: perché sono sciocca.

Ella tentava ancóra di ridere; e rideva come se potesse il suo riso essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del rossore.

– Quando Messer Jaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano, resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il cilicio segreto alle carni.

– Resisto per il cilicio?

– Non so.

– Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come l′allodola.

Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli dislacciava i legàccioli di sovatto [12] che serravano il volume dal taglio rossastro ove qua e là l′oro finiva di morire. Le ruote e le aquile degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v′era questo distico:

Dal folle sapientia

E da la spina, rosa.

– Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie – diceva Morìccica con quella modulazione di flauto ch′ella aveva quando ridivenivi) la fanciulla docile e incantevole. – Ne ho trovati nel campo della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono di ricordi musicali. C′è una strofa che si potrebbe cantare su là melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato Iesu benigne A cuius igne....

Ella s′affrettava s′affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi batta forte le palpebre per dissipare un′allucinazione che si formi. Le pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro appena aperto. S′era alzata; e china strisciava intorno alla tavola, s′appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E l′una e l′altro avevano nell′orecchio lo stesso romore di tumulto.

– Questo l′hai trovato oggi stesso.

– Sì.

Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la prima strofa della prima satira.

Udite nova pazzia

Che mi viene in fantasia.

Viemmi voglia d′esser morto...

– Morìccica, Morìccica, – disse Aldo posando il libro e prendendo la sorella fra le sue braccia – pensi molto alla morte?

– Oh no!

– Oggi l′hai veduta da per tutto.

– L′ho veduta cantando.

– Era bella.

– Sì, era bella.

– Due cose belle ha il mondo.

– Due cose belle.

– E una sola importa.

Eins ist Noth.

– Io so quale.

– Anch′io so.

Ella aveva socchiuso gli occhi ma vedeva per la lunga fenditura il bellissimo viso dell′adolescente inebriato di dolore. E dall′una giovinezza s′apprendeva all′altra il fascino del Buio, e ciascuna sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno, presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito nella ruina irremeabile [13] della Reggia estense quando s′erano stretti senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile la notte della Città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra le mura della Rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di demenza.

– Ma dimmi che non andrai sola.

– Tu vuoi venire con me?

– Giurami che me lo dirai.

– Vuoi venire con me?

– Giurami, Vana.

– Soffri molto?

– Sì.

Da non poter più resistere?

– Sì.

– E di che, Aldo?

Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali s′interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che cola dalle ferite ch′essi non sanno.

– Di che? – ripetè Vana con la voce strozzata da una commozione nuova, che le prendeva le infime radici dell′essere e tuttavia non si rivelava alla sua coscienza.

Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui; perché egli l′aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante, con un fiato, con un calore, con un odore.

– Di che? – ripetè Vana per la terza volta

– Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?

Schermendosi, egli l′assaliva.

– Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello:

Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo.

– Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro. Che dice il cantico quinto?

Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza.

Egli lesse:

O Amore muto,

Che non vuol parlare,

Cha non sie conosciuto.

Le parole ch′era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.

– Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero? Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla notte, una visione di voluttà in mezzo all′odore della notte.

– Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? – balbettò la creatura smorta, come se il fratello a un tratto l′avesse percossa. – Non merito che tu mi risparmii?

– V′è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o il tuo rossore. Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua? Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri vicini dell′Ergastolo?

-- Perché domandi a me, se sai?

– Sento la tempesta fra te e l′altra. Prima del commiato palese, che vi diceste, là; nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e udii le vostre voci nemiche.

– T′ingannasti.

– A me fu mentito. A te fu detta la verità?

– Perché mi torturi?

– Tarsis l′aspettava a Cècina.

– Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi torturi?

– Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori?

Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra, entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché vedessero, perché guardassero.

– Te l′ha tolto? – chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata.

Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano. L′adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà.

– Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo?

Ella era curva, annodata in sé stessa.

– Non era nato un sogno in te?

Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del Labirinto.

– Avevi udito una parola d′amore?

Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso.

– Speravi; è vero? Speravi.

Ella sentiva su sé le lagrime della veglia fùnebre. I ′ ^

– Te l′ha tolto.

Ella si sentiva pronta a balzare, armata d′artigli.

– Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta.

Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancóra, parlami di lui. Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La odio. Vuoi che t′aiuti a odiarla?»

Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce.

– Credi ch′io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola?

Ella sussultò, ma non levò il capo.

– Non parli. Ah s′io potessi vendicarti!

Una collera sorda lo strinse. « Perché dei due compagni la sorte ha abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena all′altro?» L′imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S′appressò al davanzale, si sporse, bevve la frescura, l′ombra violetta, il profumo della magnolia.

Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un′adunazione di mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una profondità eterea come la dimora dei Mani.

Dov′erano gli amanti, nella notte d′estate? Sul mare? su una terrazza bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d′aghi di pino?

S′inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito, con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d′una vita arida ed elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.

La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia grandiosa dell′Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico. Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel Rosso fiorentino che il Vasari dice « bonissimo musico», «ricco d′animo e di grandezza».

Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata. V′entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo pianoforte orizontale vi riluceva polita come un′arca costrutta col marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio, vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani riflesse dall′ebano come da un nero specchio.

Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine immutabile come quella d′una statua, con le dita intessute dietro il dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l′orlo della gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall′urto ritmico. Ella gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa, pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.

– Ripetiamo ancóra questo! – pregava Aldo, insaziato di gaudio e di strazio.

Era il sospiro d′un′arietta, era il gorgheggio d′una di quelle antiche villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupido sbracato che danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo, in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo forsennato.

– Non posso – rispondeva ella talvolta. – Ho dato tutto.

Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione, chiudendosi gli occhi con le palme.

Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta tragedia; poi si sedeva in disparte, senza distogliere lo sguardo.

– Ti sembra di crearlo ogni volta; e vero? – le diceva il fratello. – Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel giovinetto bruno come l′oliva, che regge lo scalèo [14] con le sue due braccia nude e guarda la capellatura della Maddalena, attorta come un groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? Senti come singhiozza il Prediletto?

Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo erano come i singhiozzi dell′anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d′un vento fatale. La forza s′agitava nei loro muscoli come un′angoscia. In quel corpo, ch′eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d′Arimatea aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di mirra e d′aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al legno sublime. Ma tutta l′ombra era in basso, tutta l′ombra sepolcrale era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore. « La luce m′è sparita» aveva detto ella nell′antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna.

– Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? – diceva Aldo, svegliando nella profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. – Non sembra armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le grida gli aneliti la luce non pènetrano? Ascolta; e guarda quell′azzurro opaco, sordo, eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia forse quella regione della vita ove « una sola cosa importa ».

Era Vana allora, che pregava:

– Da capo! Ricomincia.

Annegavano nell′infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le cose, confluendo nella doglia universa.

– Due cose belle ha il mondo – diceva l′adolescente – ma una terza è la loro divina sorella.

Ah non dire due e una, non separarle! – rispondeva la cantatrice. – Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza di cui le due sono fatte.

– È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell′urna, sedute su gli scogli dinanzi alla nave d′Ulisse.

Andarono a rivederle, lassù, nelle piccole sale rosse e nere del Museo.

– Guarda – diceva l′adolescente pieno di sogni. – Guarda. Tutt′e tre sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; ed ora è senza lira e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso scolpito di pieghe sterili. Fra l′una e l′altra è quella che soffia i suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d′ala d′uccello. Guardala: è intatta.

– Ma vedi? – rispondeva la cantatrice. – Due sono le ombre dietro di loro, due sole.

Infatti sul campo liscio dell′alabastro le figure rilevate ponevano due sole ombre.

Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri.

– Vana, credi tu che Ulisse sia legato all′albero? Ha le mani dietro il dosso, come tu suoli quando canti; ma un eroe non può essere legato come uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per inutili, poiché vive d′una vita in cui l′azione non ha significato alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine.

– Forse – ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine.

E tralasciavano d′osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s′imbarca colui che deve trapassare, e il commiato è senza lacrime.

– Che alto silenzio in così piccole stanze! – diceva il fratello camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere.

– Chi parte, non piange; chi resta, non piange. Si guardano fissi, con la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza; perché la Tristezza è la musa etrusca, e quella che accompagnerà per le vie dell′esilio e dell′inferno un grande Etrusco colorato dalla bile atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l′arte dei dipintori di vasi e l′ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere di quel nero metallico che hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani scolpiti in questi alabastri?

I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento, in lettiga, in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il collo così che la criniera toccava la terra, come quella del Sauro d′Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino senza ritorno.

– Non è questa l′imagine mia? – diceva l′adolescente, indugiandosi. – Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l′equestre.

S′indugiavano presso l′urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini nell′attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le sentissero premere su i loro cuori.

– Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo cavallo sopra le Balze,

alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione s′arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si rifiuterebbe?

– E Pergolese?

– Pergolese ha poco cuore.

– Ma quando il compagno gli fa la strada, non c′è caso che ricusi.

– C′è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora il terreno è solcato.

– In prossimità della Guardiola conosco um specie di varco nella muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana Ma i rottami del macigno nascondono il vuoto Se la bestia è spinta con risolutezza come in un ostacolo comune, certo s′inganna e salta...

Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, con una mutua eccitazione d′energia lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la bruciatura intollerabile.

– Andremo a esplorare, domani. Vuoi?

– Voglio.

– Prima ch′ella torni, sarà.

– Sì, prima che torni.

– Oggi è il decimo giorno.

– E non una parola!

– La credevi tu tanto feroce?

Il giardino del Museo era dinanzi a loro, con i suoi cippi in forma di pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come le basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta inverditi, con la sua pergola, i pampini al sole trasparenti, con i rari suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l′odore vaporato sui turiboli.

– Dove sono? dove sono?

Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno, simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense, ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette presso Ulma che in arnese [15] cavalca il Dani bio azzurro è Algeri che porta un cipresso pc piuma al suo turbante bianco. Ma così fori la batteva il sole che le ciocche nate al mattir su gli voleandri vi languivano già tinte di fuh in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi ni′ rivano. Soltanto lungo il muro maestro, dove s′apriva la porta, un tendaletto rigato con la gandura d′una Mzabita faceva ombra s tappeto ricoperto di cuscini ove gli amanti pa savano gran parte delle ore diurne e nottiin accarezzandosi.

– Dove siamo? – diceva Isabella respirane l′odore della salsedine e della resina con i respiro che sembrava arieggiarle tutto il cor dalla gola al pollice del piede scalzo. – A El Bahadja? E quella è la bocca dell′Arrach? quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e tutto quel turchino quel verde quel bianco il Salici? Guarda i cammelli che brucano l′erba salina su quella lama di sabbia!

Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia sottile ove l′onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in guisa di mezze ghirlande.

– Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me lo conduca; perché stasera voglio danzare per te. Aini.

Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva l′odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l′aria che vibrava intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».

– Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c′è un usignuolo che canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell′istrice. Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido dell′ambra chiara e aveva un po′ più di languore sotto le palpebre dipinte. Porta sempre un fiore dietro l′orecchio, che gli pende su la gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come suona il suo flauto di canna quando è in vena!

Anch′ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò le rendeva più ambigue.

– Gli Arabi dicono di lui : « Ha le labbra tanto dolci che saprebbe poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco s′accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di voluttà. È l′emulo dell′usignuolo prigioniero nella gabbia d′aculei: grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e fumano. Sotto l′arco della porta le stelle sono così larghe che sembra si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo, Aini! Danzerò per te.

Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo [16] della gamba, senza più scorrere; ché il suo piacere s′avvelenava. Il suo amore era aizzato come la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli faceva male come se una malvagia droga glie lo eccitasse affocandogli le reni. Egli ora sentiva l′immensità dello spazio intorno, la purità del vento, l′incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell′Estate; ed era come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua tormentatrice; e sorrise. L′odio insorto in lui diceva: « L′ora era deliziosa, l′ora del tuo breve sopore quando tu ti lasci addormentare dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giuochi puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte. So come con l′angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch′io pensi che l′effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch′io imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di muschio questa pelle ch′io bacio? Vuoi ch′io mi precipiti sopra di te come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla e ignoto?»

Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto :

– Quando fosti in Algeri? con chi?

– L′anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva. Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra due giardini!

I miei piedi sono d′avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l′abitudine di farmeli miniare con l′henné; e i calcagni arrossati dal minio somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi!

– Chi te li tingeva?

– Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e di nero, acconciata all′egiziana, coi bottoni d′argento e di smalto sul corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche sotto il largo futa [17] i muscoli le si palesavano come sotto un lino bagnato e aderente. S′innamorò di Aldo; e rise molto più di rado, ma gli occhi carezzevoli le divennero più belli.

Il pianto le fece l′effetto del koheul.

– E Aldo non aveva gusto per la Venere nera?

– Veramente, non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. Ornai si sa ch′egli è un giovine dio in esilio. Ma gli piaceva di udirla raccontare lunghe storie senza intenderla. Yasmina aveva una parlatura melodiosa come il linguaggio d′un uccello silvano. Deliziava anche me. Ho preso da lei qualche gruppo di note. Credo che, sotto pretesto di raccontargli una storia, ella gli iceva un discorso d′amore. Troppe volte ripeteva «Aini», occhio mio, e « Ro′hadiali », mia anima. Una notte si coricò a traverso la porta perché egli le passasse sopra. Egli la saltò, ridendo. Ella non si mosse fino alla mattina. La casa s′impregnava d′amore. L′aria v′era irrespiabile; anche perché portavamo sempre di quelle collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei, avvolte al collo in due o tre giri. Odoravano così forte che io vivevo in una continua vertigine.

Ella spirava la voluttà parlando, sorridendo; vedeva posato su le sue chiare ginocchia quel viso bronzino che le pareva d′aver già intravisto in una fantasia alzato su un grande stallone arabo dal mantello di raso bianco tra lo sventolare del haik e il roteare del fucile in na nube acre di polvere e di fumo, laggiiì, nella jtidja, una sera di festa, prima della gozzoglia preparata sotto le tende coniche della razza guerriera.

– In una vertigine di castità? – disse l′uomo, un poco poco, sorridendo anch′egli, d′un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.

– Forse che sì forse che no, Aini – ella susurrò socchiudendo le palpebre orlate di nero dall′antimonio come quelle delle donne maure.

E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua carne all′irruzione preveduta del desiderio micidiale.

– Ti piacque Amar?

– Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia di Amar era una grazia tra d′istrione e di mezzano. Veniva dal Deserto, in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su i più bei cavalli ch′io abbia mai veduti caracollare con le gualdrappe, con le criniere, con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al colombo nell′ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i marezzi [18] nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il cavallo o il cavahere?

Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto segretamente astuto ove le cigha sembravano porre una scurità d′agguato. Il cuore le tremava d′un delizioso terrore; perché l′amante aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com′ella supina aveva il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse dalla parola la perlagione della genciva e dei denti in una umidità di conchiglia frescamente dischiusa.

– Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un giovinetto o una vergine travestita? L′occhio avrebbe potuto dubitare se non avesse veduto quell′estrema delicatezza dominare con tanta facilità lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto, seguivano la coda strascicante. Chi era l′inviato del Deserto? Come fu presso di noi, e li sollevò all′improwiso il morello da terra con i quattro zoccoli eseguendo quell′aria che in vecchio termine di cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi in dietro contro l′arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe. Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli appartenessi....

Ella gridò come allora; ché l′amante in un movimento impreveduto, quasi strisciandole sopra, l′aveva afferrata agli òmeri con le mani dure.

– Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato alla caccia.... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due slughi.... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a brani, fa di me quello che vuoi. Sì, ancóra più forte! Sono tua, sono la tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.

Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo nell′ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche menzogne con l′arte rapida ond′eran composte quelle collane mattutine di zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa all′amato l′offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v′inscriva la sua legge; e spesso l′ingenua frode avvolge, il credulo. Ma ella invece sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di ritratti che pongono dietro la figura la veduta d′un portico senza termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive ch′ella non cercava di coprire ma di equilibrare come quei ritrattisti che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di sé un′onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell′uno. Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch′ella amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare, e talvolta insanguinava di non natio cinabro la bocca. Ma la sua alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben aitile maraviglie. Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia d′un giardino, d′una tragedia, d′una fiaba. Un qualunque atto dell′esistenza cotidiana – il togliersi il guanto lentamente facendone strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell′ascella – un qualunque atto comune prendeva da lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di non poterlo fermare in perpetuo.

Per ciò, pur così fragile così elastica e così lasciva, ella s′apparentava con le grandi creature di Michelangelo. La contradizione non era se non apparente pel contemplatore acuto. Certo, quando ella s′adagiava sul divano e il suo corpo s′annegava sotto il flutto piegoso della mussolina o del tulle, non somigliava alla Libica se non forse pel fiosso [19] arcuato del piede emergente dal flutto. Ma, se a un tratto con un colpo di reni da danzatrice di cordace [20] ella si risollevava protendendosi dall′ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un dibattito appassionato, la virtù del suo rilievo era tanta che i prossimi ne avevano il sentimento d′una creazione e d′una apparizione geniali. All′occhio dell′artista ella era il genio stesso del rilievo, quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fuoco del cervello michelangiolesco. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé medesima dal suo blocco e occupare l′aria come il ginocchio, come l′omero, come il cubito, come il seno dell′Aurora la occupano; i quali fanno violenza allo spazio, spostano quasi visibilmente le masse aeree, prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre forme, e si contornano di solitudine.^

Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Gli oggetti intorno rientravano nell′ombra, le comuni apparenze erano abolite ; la luce si trasmutava su lei. Non era più la luce del giorno né quella della lampada; ma era la fiamma fortunosa che dal cominciamento del mondo rischiara le lotte, i lutti, i fasti dell′uomo. Ella dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una follìa provocata con arte; ma ciascuno allora, nel cerchio di quella follìa, sentiva ch′ella era promessa a un destino severo.

Così nell′amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la strada polverosa quando ella, dopo il passaggio dei cavalli bradi, aveva sollevato il suo velo mostrando il viso nudo ed egli s′era volto a guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch′era come l′impronta di quella nudità sempre nuova. Veramente ella, per vivere in lui, gli scavava il petto, glie lo scerpava, glie lo rodeva, senza dargli tregua; e pareva talora incastrarvisi, serrarvi e schiacciarvi ogni altra cosa ancor viva, distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono, e dal più nero dolore volgere la più chiara delle voluttà.

Dov′era mai la muta promessa fatta al compagno nell′incerto commiato che doveva esser l′ultimo? la prodezza del bùttero [21] nel giorno della merca [22]? la bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù? il duro scrollo? Sì, certo, quando più forte lo rimordeva il ricordo del fratello scomparso, quando più gli ridoleva il segno di quel virile vincolo troncato, egli iroso cercava di afferrare la bestia oscura e di tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. « Dunque, tu sei l′amore », le diceva « quell′amore a cui la mia semplicità dava la bellezza e la gentilezza, e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe potuto guardare senza vergognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l′amore, diverso dunque di quello che conoscemmo nell′avventura pel vasto mondo, quando sbarcavamo nei porti, quando sostavamo nei bivacchi, quando il grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del fossato bastava alla nostra breve foia. Sei certo l′amore, poiché ti nutrì e cresci della mia vita più calorosa, poiché non posso colpirti senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite, poiché tu sei più me che tutto me intiero. E ora che credo di tenerti e di staccarti da me un poco per guardarti meglio, sento che tu non mi lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mia forza e mi fai più male. Ma ti guardo; e non ho mai avuto a caccia nella mira della mia carabina una fiera tanto nemica. Soffrivo di te nell′indugio perverso, quando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva, era per concedersi e si negava. Mille volte più soffro, ora che la posseggo, ora che non un grano della sua pelle m′è sconosciuto. Avevo serbate intatte le profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. Ella vi discende; e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qualche notte d′orgia esotica, quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versare il seme o il sangue. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei l′amore!); perché non nell′approdo, non nella scorreria, non dopo la lunga navigazione, non dopo la cavalcata senza sosta, io ho conosciuto la furia originaria e selvaggia del desiderio come qui, tra due braccia più fresche e più odorose del gelsomino dopo la pioggia. Su la strada ardente, non te ne ricordi?, nel vortice della polvere, io le desiderai spezzate dall′urto; imaginai tutto il corpo della tormentatrice ridotto su le pietre un mucchio sanguinoso; agognai ch′ella più non avesse quelle palpebre, quella bocca, quella gola, ch′ella più non fosse qual′era. E il carro era là, coi lunghi tronchi protesi all′urto senza scampo. Or bisogna che io ti guardi bene per scoprire se tu sei l′amore o se tu sei l′odio, o se tu sei biforme; perché ella m′ama e vuole ch′io l′ami così che ancóra e sempre quell′imagine di morte accompagna il mio delirio, e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellare la bellezza di cui non si sazia».

Egli non s′illudeva sul suo pericolo. Lo fisava, come già nello scafo sommerso o nella fusoliera librata, con occhio diritto; sapeva tuttavia di non poter nulla per superarlo. E questa consapevolezza non gli sbigottiva ma gli esaltava l′animo. Egli era entrato nella più misteriosa regione del suo viaggio umano, in una specie d′ombra venefica che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo compagno nell′interno dell′isola di Mindanao; dove vive nella tenebra verde fra l′intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della camelia bianca e dai grandi occhi più neri del nero velluto, fabbricando le sue case come nidi d′uccelli, scivolando nel fogliame come i cigni nell′acqua. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili esseri, che gli parevano nutriti di veleni, il fascino di quegli occhi notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle; riaveva in sé il senso di quel calore morbido e umido; di quel fermento occulto e malsano, di quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi.

Come allora, non poteva tornare indietro. Come allora, l′ignoto l′attraeva fuor d′ogni salute. Come allora, egli vedeva in agguato per l′ombra mille creature che avevano i medesimi occhi, i fantasmi d′innumerevoli inganni affascinanti, gli aspetti d′inafferrabili tentazioni, e quei fiori troppo grandi per essere colti, e quei frutti troppo grandi per essere addentati.

Confessava a sé stesso il suo male. Riconosceva che l′alchìmia della menzogna tramutava anche il suo valore. Da quanti giorni aveva egli lasciato il suo compagno sul limitare del Buio? Eppure quanto già gli sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune, sostenuto dalla lealtà e dalla fedeltà, dall′eguaglianza e dalla sicurezza! In pochi giorni, come per una di quelle infezioni che si manifestano con una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le vene, il suo sentimento della convivenza s′era pervertito in acredine e in inquietudine, in angoscia e in terrore, in tirannide e in crudeltà. Allora egli era col suo compagno verso l′ignoto; ora egli era nell′ignoto contro la sua compagna, e questa contro lui, in un combattimento palese e coperto, di tutti gli attimi, per stabilire una signoria e un servaggio. Ma l′avrebbe egli amata diversa? Quali doni l′attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti, quel potere di trasfigurazioni, quella stupenda arte di mentire mista a quella tremenda voglia di soffrire, quelle maschere tragiche alternate con quelle grazie puerili, quelle maniere d′imperatrice e di schiava, quel furore armato e quella fragilità inerme, tutti quei contrasti e quei dissidii che la rendevano innumerevole come la concordia discorde degli elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non una veloce vittoria, un piacere breve, un disgusto vanito, un confuso ricordo; e, s′egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia, non l′avrebbe riconosciuta a un bagliore d′anima ma all′odore singolare, simile a quei mercanti di schiave che col fiuto riconoscevano la stirpe. Una grande amicizia militante preserva dall′indugio negli amori vani, affranca dai vincoli vili, difende la mutua libertà. I primi indizii della passione soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e quasi di rimorso verso l′amico, e un bisogno istintivo di celarglieli, e una illusoria volontà di soffocarli. Ma, come nel fresco taglio del tronco s′incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo ricongiungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la pianta innestata sparga le vene con l′altra, così ora l′amore interamente riempiva la fenditura dolorosa e s′allignava per tutto, se bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.

Ah, di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava secondo le linee della rimembranza e del presentimento? Forse le amanti della figura anteriore appena disegnate nell′oscurità della memoria, forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma sognate un′ora sola nella malinconia del mondo, forse anche quelle ch′erano per sopraggiungere senza richiamo e senz′annunzio, tutte s′adunavano nella sua ansia e nella sua bellezza?

Egli esplorava sé stesso, in silenzio, seduto presso la parete, nella stanza fatta violacea dal crepuscolo. Era solo. E pareva che il ritrovarsi alfine solo, sopra una sedia addossata a un muro nudo, con la faccia rivolta alla finestra aperta pel cui vano appariva il mare senza vele e il cielo senza nuvole, solo coi suoi pensieri e con la sua perspicacia, gli fosse di sollievo. Ma qualcuno in lui, a un tempo, era in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi; qualcuno in lui era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore, che imagina una presenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla, la vede più reale delle sue proprie mani ch′egli tiene smorte su le sue ginocchia, e resta immobile, e non volge il capo, e vive nel filo di gelo che nasce dal mezzo della sua schiena curva.

Qualcosa d′argenteo lustrò nell′ombra, come se fosse quivi giunta e spirasse la voluta d′una di quelle onde rare che si levavano dalla dolcezza del mar cinerino. Era entrata Isabella, senza romore, coi sandali ch′ella usava per camminare su la sabbia.

– Paolo! – chiamò ella sommessa.

Egli non rispose né si mosse. Ella ancóra abbagliata non lo scorgeva.

– Paolo !

Ascoltò, aspettò per qualche attimo, chinò la testa. Scontenta e attonita mormorò:

– Non c′è.

E un cinguettare improvviso la sorprese. Si avvicinò alla finestra. E il cinguettìo era così vivo che pareva fosse dentro la stanza, di qua dal davanzale. Ancor più s′avvicinò, guardinga, con l′occhio teso, cercando d′indovinare l′origine del suono. Egli ora le vedeva il collo nudo, i capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine per modo che aderivano alla forma del piccolo capo. E uno straordinario turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vita che viveva dinanzi a lui testimone occulto. Desiderava ch′ella si volgesse; perché credeva che, sapendosi non guardata e sola, ella dovesse avere il suo volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo volto di Medusa pietrificante.

– Ma che è? – parlava ella da sé, chinandosi sul tappeto.

La voce era bassa, tutta fra gola e labbra, come ancóra appresa alla carne, fresca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.

– Ah, è una rondinetta!

Ed ella ebbe un moto infantile d′esitazione, prima di l′accoglierla. Poi la prese nelle sue mani palpitante; la tenne chiusa nel cavo delle due palme sovrapposte, prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un sorriso che scendeva dalle cigha alle labbra, troppo fievole per muoverle. Sentiva palpitare la tiepida piuma. Così gran palpito in così piccolo cuore!

– Come sei venuta? Sei caduta dal nido?

 Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e l′indice arrotondati.

– Ah, sei già forte.

Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda, ma non v′era nido. Il cielo le toccò la faccia supina con un chiarore tra d′argento e di viola. Dietro il suo busto sfondava il mare perlato. Ella fu come l′imagine della giovine Sera a cui sta per brillare in fronte il primo pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo delle sue mani azzurrine la rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistrello.

– Dunque volavi?

Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco, perché era fasciata di silenzio che l′attutiva. Aveva scoperto tra il suo dito e l′ala un insetto vivo. Lo scosse via.

Forse inseguendolo, la rondinetta inesperta aveva urtato contro la cortina della finestra ed era caduta sul tappeto.

– La tua prima preda?

Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color rugginoso. E sentiva il gran battito del piccolo cuore, e l′acume degli unghielli nei piedini rattratti, e quella tepidezza tenera e selvaggia, quello spirito di libertà pulsante nella piuma soave.

– Se ti rilascio, saprai volare? Fin dove?

E, come tocca da un avviso magnetico, ella alzò gli occhi, scorse d′improvviso nell′ombra gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un grido di spavento, non più fioco; e lasciò cadere dalle mani tremanti la prigioniera.

– Ah, Paolo! Sei tu? Eri là? Mi guardavi? Mi guardavi? No, no, non mi guardare così!

Ella indietreggiava, con un riso convulso che pareva fosse per rompersi in singulti.

– Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura?

Egli s′era alzato, e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora.

– Ah, che occhi! No, no, non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura, mi fai paura.

Ella rideva e singhiozzava insiemi, con un sussulto del petto profondo; gli comunicava quel pazzo sgomento. Levandosi dall′immobilità, egli aveva sentito le fitte nelle reni; e ora alzato sentiva la fiacchezza delle ginocchia intormentite le contratture nei muscoli delle gambe, una pesante tristezza corporea per ovunque sparsa le tracce della voluttà letale, e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue occhiaie cupe

– Via, via. Isabella! Che fanciullaggine!

– Ma che occhi hai !

– Bambina!

– Chiudili.

– Sì, li chiudo.

Ella gli si gettò addosso; gli pose su le ciglia le palme che avevano serrata la piuma palpitante. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma s′addolciva. Ella lo baciò in bocca.

– Hai le labbra fredde.

Il brivido ch′egli ebbe gli fu dato dall′accento di quelle parole. Un terrore indistinto vagava in fondo alla sua carne. E il silenzio si fece in loro e nella stanza. Ed essi riudirono il cinguettìo sotto il davanzale.

– Chiama aiuto – disse Isabella, sotto voce.

E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il cruccio dal cuore che si sgonfia. Poi si chinò sul tappeto, ginocchioni, e cercò pianamente nell′ombra la desolata. La trovò, la prese; si rialzò.

– Eccola. Le diamo la via?

– Sì, lasciala andare.

– Vieni vicino.

Erano entrambi al davanzale. La sera portava la sua più bella collana d′ametiste. Espero tremolava sul delicato mare.

– Credi che volerà?

– Prova.

– È piccola ma ha il cuore forte. Vuoi sentire?

Ella accostò il suo pugno alla gota dell′amato.

– Non è troppo tardi? Certo s′incontrerà con un pipistrello; e la paura le farà smarrire la sua via, povera rondinetta!

– Bambina! Deve abitare vicino, lungo il fiume, tra le cannucce. Son finite le cove.

– Non credi che potrei darle l′ospitalità per questa notte?

– Sarà molto infelice.

Ella esitava come se, trattenendo nella sua mano la calda prigioniera, comunicasse con la vita misteriosa che saliva d′ogni parte nella purità della sera.

– Allora la lascio.

– Prova.

Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa in una umidità violetta. Qualche pozza d′acqua riluceva, divina come un′imagine del cielo di sopra Oltr′Arno le selve di San Rossore nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del Deserto. Su la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava l′amore come una spada di fuoco.

– Baciami, prima – ella disse, traboccante d′angoscia voluttuosa.

E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal Mastio, e al canto notturno del vento fra torre e torre, fra porta e porta, fra sepolcreto e sepolcreto.

Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel cuore. – Addio, rondinetta! E sùbito la sua mano fu vuota.

– Aini, che hai?

Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto, gli scrutava il fondo delle pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era fiso.

– Parla. Che hai oggi, Aini?

Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la parola.

– Ah, che grinta dura tu hai oggi! Tutt′osso.

« Un teschio con le labbra » pensò ma non

disse, ché le ribalenò alla memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa nella saletta mantovana delle Pause, dinanzi a cui Aldo s′era inginocchiato.

– Se ti bacio, mi faccio male.

Egli non s′era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo, gli schiacciava le costole. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra tortura: il becco dell′avvoltoio invisibile, che gli lacerava il fegato. Non udiva le ciance della lusingatrice, ma dentro di sè una estranea voce virile. « La mia macchina è a ordine, di tutto punto. Il sopraccarico del cilindro d′aria appena appena ne diminuisce la potenza. Ho un′elica nuova che rende a meravigha. Sento con gioia un soffio che viene dalla terra, un vento di marea che mi spingerà verso lo Stretto ».

– Guarda le mie braccia pomellate d′azzurro e di viola! Mi fai vergognare davanti a Chiaretta, che è una pia francescana nata e cresciuta all′ombra della Porziuncola.

Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie delle braccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella li aveva inondati d′essenza. Egli era insensibile alla carezza; e i suoi lineamenti divenivano sempre più ermetici. « Tutto è pronto. Attendo il levare del sole. Il mio amico, agitando un guidone su la duna, mi fa segno che il disco è apparso. Tutto e già in moto, tutto vibra e romba. Al comando, i meccanici abbandonano. Eccomi nell′aria. Filo dritto verso il mare; mi sollevo a grado a grado; supero la duna, odo l′augurio amichevole; vedo le acque sotto di me; lascio alla mia destra la torpediniera che col suo fumo denso mi oscura il sole. Nessun turbamento, nessun mutamento.

Tutto è tranquillo in me, intorno a me. Non una bava di vento, e per ciò non una manovra di governo o d′inflessione. Le mani oziose, inerti. Non ho il senso del volo. Mi sembra d′essere immobile. Vedo l′onda, sempre la medesima onda.... »

– Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai.

Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva, qualcosa di simile all′impazienza ond′era presa talvolta quando una delle sue scatole tonde d′avorio per solito agevoli resisteva all′improvviso così che per nessuno sforzo riesciva ella a girarne il coperchio, né pur le valeva il sacrifizio iroso d′un′unghia aguzzata e polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste verginali, simili a quelle che la Martire porta come due coppette riverse nel vassoio d′argento.

– Ora vedrai.

Egli era serrato nell′ostilità nell′invidia e nel sogno. Vedeva il Canale color d′acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro l′astro dell′elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l′eroe solo, con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d′artiere su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha abbassato la fràmea [23], parato la bocca dai baffi come da una baviera. Si ricordava d′averlo veduto a Montichiari, d′avergli parlato. Si ricordava della mascella robusta, dei pomelli saglienti, della ciocca ritrosa sul mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di distiibuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse fonde, « La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono solo, perduto nell′immensità delle acque cupe, non veggo all′orizzonte né una linea di terra, né un fumo di piroscafo, né un albero di veliero. Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell′immobilità, sempre la medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese. Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso. Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di me; è verde, è concava come la palma d′una mano amica che sia là perché io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m′aggira. Impaziente, spengo l′accensione; accelero la discesa; m′atterro con un urto che mi torce l′asse delle ruote e mi scheggia l′elica. Metto il piede su l′erba del Regno. Ho traversata la Manica. Ho l′ali intatte». Il racconto breve dell′eroe gli sonava dentro come i colpi successivi del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di cose già vedute. Era come s′egli si ricordasse d′aver compiuta quell′impresa, d′aver valicato il mare, d′aver sorvolato le navi, d′aver mirato lo scoscendimento biancastro, d′essere entrato nell′ombra del vallone, d′essersi posato su l′erba; ma in un viaggio assai più lungo, in un volo infinito, sopra un′onda ch′era sempre la stessa e sempre diversa, sopra un′onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù.

E sentì su la faccia l′odore dell′amante, l′odore caloroso dell′ascella; sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava nello scroscio soffocato del riso. L′insofferenza fu aspra come uno scoppio di collera.

– Basta! – proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i gomiti e respingendola. – Basta!

La spinta fu così brutale ch′ella cadde riversa; e aveva su le braccia l′impronta delle tanaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra un fianco, alenava [24] seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come all′approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice, un′ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s′oscurava a volta a volta nel bel viso di dèmone.

Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l′atto violento ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l′angustia della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch′ella fosse per piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii. Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l′arrivo del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là dall′Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d′avvoltoi.

E gli risonò all′improvviso nel centro dell′anima la voce del buon compagno che determinava la rotta: « Ponente una quarta a libeccio! » E rivide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell′Incastro, la chiostra dei monti laziali. E rivisse i giorni della gran febbre operosa, e l′ardore delle speranze, e l′audacia dei sogni, e la grandezza del sogno più disperato. « Ponente una quarta a libeccio!» Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all′ingresso del Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non molto maggiore di quella ch′egli aveva percorsa nei suoi giri su la brughiera interrotti dall′orribile schianto.

E il mondo era pieno d′un′altra gloria, e d′ogni parte salivano gli inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano le ali dell′Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d′aremme [25] ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli ondeggiando fra il terrore dell′annientamento e il desiderio sempre più arido? Bene gli s′addiceva l′atto puerile dell′amante che gli aveva porto la mammella perchè, come il languido sonatore algerino dalle palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.

Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov′era alzata la tenda che ricoverava l′Àrdea inerte. Cedendo all′impazienza chiamò:

– Giovanni!

Era l′artiere prediletto da Giulio Cambiaso, quello che per l′ultima volta aveva riempito d′essenza il serbatoio.

– Giovanni!

Nessuno rispose. La tenda era chiusa e muta. Anche i meccanici forse erano ai loro ozii e ai loro piaceri.

– Perché chiami? – chiese Isabella con una voce dolcissima, quasi umile, balzando anch′ella e andando verso lui meravigliosamente splendida di amore.

– Voglio destare l′Àrdea.

– Veramente?

L′allegrezza le folgorava nel viso, le scrollava tutta la persona e pareva sollevarla su i pollici dei piedi elastici. Come aveva indosso una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe, stampate da un rinnovatore ingegnoso coi motivi marini dell′arte micenica [26], pareva che il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all′orlo. Le nuvole bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d′un riverbero argenteo, che le si diffondeva su la pelle nuda e le s′insinuava su ogni piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle massime rose.

– Sì, bisogna che tu la désti. Non osavo dirtelo. E mi prenderai con te, mi prenderai con te, Aini!

Ella gli s′era accostata ancor più, con uno di quei suoi movimenti ariosi che parevano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare la luce agitandola. Egli la mirava attonito, posseduto sino all′infima delle sue vene.

– Senza paura?

– Ricordati della strada bianca tra i canali delle ninfee.

– Veramente verrai con me?

– Dovunque.

– Sul mare, sul fiume, su i boschi, e anche laggiù, su la città, intorno alle cupole, intorno alle torri?

– Dovunque, sopra le nuvole, di là dall′arcobaleno.

Anch′egli allora fu invaso da un′allegrezza impetuosa. All′improvviso la sollevò su le sue braccia. Ella cedette tutte le membra, fu fresca e leggera come una bracciata di foglie.

– Quanto poco pesa la grande Isabella!

E, così reggendola, sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda della leonessa.

Allora entrarono in una felicità inaudita. Deposero le armi, guarirono d′ogni male, dimenticarono la scienza del tormento. Ebbero la tregua celeste.

Ogni giorno, prima del tramonto o prima dell′aurora, l′Àrdea li rapiva nei più alti sogni. L′incanto teneva l′incantatrice. Sorridendo ella aveva sentito nascere nel suo petto il cuore selvaggio di quel giovanissimo vento condottiere di uccelli migratori chiamato Ornìtio, che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato su un banco di sabbia in mezzo a uno stormo di rondini stanche.

– Io sono Ornìtio – diceva al volatore con un′aria di mistero che pareva inazzurrarle il viso e porle qualche filo d′erba o qualche grano di semenza nella bocca gonfia.

-- Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele d′Annunzio? Ebbene sono Ornìtio. Quando la testa di Dardi Seguso cadde sotto la scure dell′uomo rosso, io la raccolsi sanguinante e m′involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. La portai fino al Tènaro, alla soglia di Dite, nel territorio della Serenissima tuttavia, perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruita con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi. Piegai gli asfodeli. Trovai Euridice. Le lasciai cadere il teschio nel grembo per ingannarla....

Ella parlava con quell′accento che faceva spalancare gli occhi alla sua Lunella quando le raccontava una novelletta.

– Son tornato. Più d′una volta ho dormito là, alla foce, su la lama di sabbia; ma non m′hanno sorpreso i marinai, non m′hanno legato coi vimini. In memoria del maestro vetraio, son tornato spontaneamente all′amore dell′uomo. Hai anche tu intorno al collo un filo di scarlatto, che non si vede, Paolo Tarsis.

Parlava all′ombra del suo cappello bianco, tessuto d′una paglia fine trasparente e un poco rigida come il vetro filato di Murano, munito di due grandi ali bianche tolte all′airone maggiore, che prendevano leggerezza dall′esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e dell′occipite.

– Non sospettasti di nulla, l′altra sera, là, nella stanza, al davanzale, quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi, senza fiatare. Ma certo non sapevi perché fosse entrata e non capivi quel che mi cinguettasse....

Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le rimanessero aderenti alle gambe, nel sedile arduo.

– Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene errando ad libitum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa dei Venti.

Veramente ella aveva l′aspetto di un fanciullo malizioso, sfavillante di allegrezza e di audacia.

– Andiamo, dunque, Ornìtio!

Scoppiava il tuono settemplice. L′elica azzurra diveniva un astro d′aria nell′aria. Affumicando un tratto di erbe arsicce, rapida l′Àrdea lasciava la spiaggia. Salendo traversava la foce, poi s′abbassava con una virata a ponente, sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia di Ornìtio, verso la lama di sabbia ove si vedeva biancheggiare un biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano il Gombo. 0 meraviglia! Nel turbine dell′elica il mucchio compatto si rompeva, si disgregava, s′involava: era un immenso fremito d′ali, un balenìo di penne, un gridìo chioccio, una fuga di candore e di ombra su l′acqua crespa, uno sbigottimento sonoro contro la vasta cànape, un che di cinericcio, un che di nero nel candido. I gabbiani!

– Ornìtio! Ornìtio!

Il volatore non si volgeva, chiamando il nome gioioso. S′alzava sul mare, superato lo stormo disperso. Sentiva presso di sé la creatura vibrare come una sàrtia. Tutte le forze della sua vita erano un solo acume intento.

– Ornìtio!

Ella sì lo guardava senza saziarsi, attonita ed ebra di una novità impensata, sicura di lui pari a un dio sagace. Sovrumano le appariva quel capo scoperto, libero d′ogni ingombro, ossa e carni trasmutate come i legni dell′elica in una forza aerosa: quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi.

– Portami più su ! Inàlzati ancóra ! Non temo.

Egli manovrò il timone d′altura. L′Àrdea fu

simile alla chiglia che monta in sommo d′una smisurata onda oceanica. Per qualche attimo il petto della compagna parve vuotarsi; le mani si contrassero come per aggrapparsi al timoniere; le palpebre si chiusero. Lo spavento cessò. L′Àrdea si librava su l′ali adeguate descrivendo un ampio cerchio tranquillo fra cielo e mare. Le vele latine ardevano come fiammelle su i gusci bruni delle paranze. Erano le vele rosse della colonia picena immigrata a Bocca di Magra. Gli occhi riaperti le riconobbero.

– Ornìtio, una punta sul Serchio – disse il timoniere virando a greco levante e filando a discesa verso la spiaggia selvosa.

Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. Il dolce fiume di Lucchesìa divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore dai boschi di Migliarino, il dominio regio dal dominio ducale. Si scorgeva il forte quadrato, il ponte della Sterpaia, la Torre dei Riccardi. Si scorgeva su la foce sabbiosa e bionda nereggiare un nerume simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libecciate spingono sotto le dune.

– Ornìtio ! Ornìtio !

In un fosco nuvolo s′era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo vivo dai margini palpitanti, pieno d′un gracidìo roco, dilatandosi in fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle chiome dei pini, addensandone l′ombra, riempiendole come d′un lembo notturno. Le cornacchie!

L′umidità fluviale attirava l′Àrdea come in un risucchio. Nella corrente pigra si specchiavano come in imo stagno immobile le grandi ali senza battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici [27], lungo le ripe di belletta arenosa e di radiche scalzate, l′uccello gigantesco visse per qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro, quasi rasente l′acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l′Anguillara e il Fiume Morto come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell′Elisio e dell′Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto fu melodia e visione.

Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile, con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall′illusione della trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l′Elisio e verso l′Ade, prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene più azzurre. L′anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti, riconosceva l′antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il ritorno del suo più remoto destino.

Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve s′oscuravano e vaporavano all′orizzonte. L′odore della cuora, della resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.

« Ah. férmati ! » voleva ella pregare.

Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini, un bagliore d′incendio, un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate, in portici di piropo, fiammeggiarono.

«La selva arde? Perciò esala tanto incenso». Era il sole basso nel mare, il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque; che percoteva coi raggi obliqui i fusti, lasciando le chiome nell′ombra. Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una frotta fulva di daini fuggiva per l′ardore, appariva e spariva per gli intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e dalle saette del Centauro.

« Ah, férmati ! »

Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido [28] di fulgore come la riviera accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all′orlo come una plenitudine sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l′urna quadrilunga ov′ella custodisce pei secoli un pugno di terra santa.

– Madonna Pisa!

Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea.

– Madonna Pisa della Spina Ardente!

Una chiara pace era nell′aria; ma il petto dell′amante si gonfiava d′un fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva ch′ella sentisse la spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la reliquia. Ella non poteva più tenere l′anima nel serrame delle sue ossa, tanto il rapimento era forte. S′avvicinava all′estasi della città con le ali di un Arcangelo folgorante. Il rombo stesso del volo si faceva remolo [29] nel suo orecchio come nel meandro d′una conca marina. L′émpito della poesia nel suo cuore era sì veemente ch′ella ebbe volontà di piangere.

E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua memoria, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita febrili di Vana erano per apprendere il color bruno che « procede innanzi dall′ardore ».

Amor amore, che sì m′hai ferita

Altro che amore non posso gridare;

Amore amore, teco sono unita,

Altro non posso che te abbracciare.

Amore amore, forte m′hai rapita:

Lo cor sempre si spande per amare.

Per te voglio spasmare,

Amor, ch′io teco sia!

Inginocchiata veramente e affocata d′amore era la Città ai piedi del suo santuario. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i topazii danteschi, gli ordini delle colonne saglienti come i cerchi delle bianche stole. E l′Adorante stava umile e prona, coperta dei suoi embrici, innanzi all′erma bellezza, come nel basso delle tavole d′oro ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte vestito di scuro lucco.

L′Àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le cinque navi concluse del Duomo, l′implicito serto del Campanile inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del Battistero così lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti. Come più si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero convertendosi in cerulea cenere, più s′impregnavano di luce mistica i marmi; e la serbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l′ombra, che pareva vi trasparissero per vene alabastrine dall′interno le luminarie degli altari.

– Il Camposanto! – pregò Isabella nell′orecchio del timoniere celeste. – Ora scendi verso il Camposanto!

L′Àrdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio la donna implorò che l′ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di morte.

«Ah, férmati!»

Non fu se non un attimo scoccato all′apice dell′anima. Fu come un′urna scoperchiata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della Città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata dalle galèe dell′Arcivescovo Ubaldo.

« Ave Maria ». La salutazione angelica inchinava lo stelo del Campanile a ostro [30].

Il volo s′allontanò : lasciò sul prato in disparte, incontro alla muraglia ghibellina e alla porta bruna come il sangue cagliato, l′albore della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti dalla notte, il fiume ancor pallido tra due righe di faville d′oro, il canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i pascoli di Coltano, valicò la bandita [31] di Arno Vecchio dove sembra vivere pur sempre l′umido spirito del fiume deviato, si librò su l′amara selva del Tombolo ove forse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell′Ade vaporò nell′estremo crepuscolo. E ancora vi si diffuse l′odore doglioso della cuora [32], della resina e del legno arso.

Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio, ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande occhio rotondo guardava dall′oscurità del forteto: era una piscina per gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti letti di silenzio e d′ombra, separati da lunghe zone di selvaggia notte, quegli àlvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la piena del duolo, non erano i fiumi inariditi delle valli averne? non erano l′Èrebo e lo Stige, il Lete e l′Acheronte?

E Lunella pregava:

– Non te n′andare, Vanina, non te n′andare ancóra! Resta un altro poco, Duccio! Conducimi anche me alla Badia. Ti prego, ti prego!

– No, Lunella, no. È l′ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come ti riduci? Hai ancóra il singulto.

-- No, Vanina. Se bevo un sorso d′acqua, mi passa.

-- Ma non ti passa l′angoscia, e poi stenti a dormire.

-- Tutto mi passa.

Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime, tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata non soltanto dall′ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva tocco la piccola anima inquieta. E ora l′anelito le risaliva alla gota di tratto in tratto, scotendola.

– Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno.

– Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi?

Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch′egli usava verso la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola permalosa che nel gioco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue ginocchia e le rovesciò la testa folta. Ma una tenerezza accorata era nel suo sorriso.

– Che vuoi da me, Forbicicchia?

– Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un′altra volta.

– Perché hai pianto?

– Perché guardavo le tue dita.

– Quali dita?

–- Sul manico.

– Ebbene?

– Erano tanto malate.

– Malate?

– Sì, come il Salonico.

– Ah, Forbicicchia stramba!

Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei predoni spaventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d′oro. Ella lo aveva veduto una volta cadere di schianto in convulsioni sul lastrico, e non l′aveva dimenticato più.

– Mi conduci dunque alla Badia?

– No. Oggi no.

– Perché?

– Non vedi che Tiapa ha sonno?

La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini come lo zaffiro.

– Ed e più malata del Salonico e delle mie dita.

– Perché?

– Non vedi che ha una gamba rotta?

Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.

– Ma da questa gambina non ci sente.

– E il naso schiacciato.

– Oh, un pochettino.

– E mi pare che da un occhio sia guercia.

– No, questo no.

– Guercia, bircia [33], orba e lusca [34].

Ella rise d′un breve riso che sembrò venuto su dall′anelito; e Vana e Aldo ne tremarono, e si guardarono.

– Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.

– Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.

– No – disse Vana – non ho voglia. Non me ne ricordo più.

Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di pena, soggiunse:

– Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.

Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola », una cantilena lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell′icona e misurata su la voce del vento nella steppa deserta.

– Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.

Si guardarono con una indicibile malinconia.

Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s′appressò al pianoforte ma si accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva sorriso e poi s′era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata in modo che non chiudesse ancóra gli occhi. Stava in piedi su le sue gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d′acciaio e dalle branche d′oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a una catenina interrotta di pietruzze d′ogni colore come quelle infilate in certi monili egizii.

Oe, ninna nanna, Tiapa!

Tiapa, non chiudi gli occhi?

Se tu non dormi, bada

che l′Orco non ti crocchi.

Ti crocchia se l′azzanna,

t′ingolla: ha un gozzo enorme.

Ma Tiapa è a nanna, è a nanna.

Già dorme Tiapa, dorme.

Con un atto precipitato, ov′era forse un poco di spavento vero, Lunetta abbassò il braccio elle reggeva la testina di Tiapa; e gli occhi di vetro in bilico si chiusero, ma i suoi rimasero aperti smisuratamente verso il fàscino del canto, perché Vana non cantava soltanto con la gola ma con tutta l′espressione della faccia china verso la bimba e la bambola a disegnare l′orrore del mostro famelico.

Se mi dici il tuo sogno

io ti canto una fiaba,

domani. Ora c′è l′Orco.

Oe, ninna nanna, Tiapa!

Un pan tondo in un pozzo

in un pozzo di panna,

domani. Ora c′è l′Orco.

Oc, Tiapa, ninna nanna!

Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata. Lunella cercava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino, invasa da: un vago sbigottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre erano chiuse ma una, quella dell′occhio guercio, lasciava scorgere in un angolo un poco di bianco azzurrognolo.

– Gridagli che Tiapa dorme – sussurrò ella alzandosi su le punte dei piedi per andarsene cautamente. – Il covo dell′Orco è in fondo alle Balze.

E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e a una inquietudine materne, sotto la sua chioma d′angelo magnifico.

Le Balze erano piene di luce e d′ombra, percosse dal sole occidente; e la luce era gialla come se percotesse nell′ocra, e la sua ombra era quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell′ora il primo cerchio che cinghia l′abisso; ma il cerchio secondo era cinerognolo e grommato d′una muffa verdastra, il terzo era livido e sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte s′ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.

– È orribile – disse Aldo.

– Ti fa paura? – chiese la sorella.

Un fàscino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta, una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera ov′è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun′anima si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.

– Mi fa orrore – rispose l′adolescente. – Quando penso alle Balze, mi sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo? La pupilla non resiste.

– Perché forse nel fondo c′è una luce allucinante.

– Credi?

– Voglio guardare.

– Non così. Vana! Così è impossibile.

Egli l′afferrò mentre ella faceva l′atto d′appressarsi all′orlo e d′inchinarsi; la trasse indietro, la tenne per qualche attimo stretta. Ed ella lo sentì tremare nelle intime ossa.

– Come tremi! – disse ella, con una voce severa e tranquilla, dopo una pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d′ira giù per la rotta lacca [35].

Il cuore le diveniva adamantino, sentendo il tremito fraterno. Glie lo rinsaldava un coraggio orgoglioso, per contrasto. Il disdegno rigò quella subitanea durezza e stridette nel breve riso.

– Pensi all′Orco di Lunella?

Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo ti-emitOj perché quella irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che, per tentare un gioco terribile, si serve d′un istrumento micidiale e a un tratto s′accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai più potente della sua e che la sorte s′inverte perché egli non è omai se non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile. Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d′indietreggiare? Bisognava adempiere il proposito e il patto?

– Andiamo – disse Vana. – Andiamo alla Badia.

Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancóra convulsa. Non egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al fàscino tetro.

Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del metallo:

– Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l′orlo. Perché lasciare al caso quel che è premeditato?

Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose. Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità maschia. Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine, che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l′orto innanzi al grande edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per la mano; ma ella aveva l′aria di condurlo come un fanciullo, come se a un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero divenuti dieci.

– A ciascuno la sua ora e la sua scelta – disse alfine, senza gravità ma con una sprezzatura quasi lieta. – Lasciamo i compagni di viaggio imaginarii su le urne etrusche.

Egli sentì ch′ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e deformano l′anima giovcnile.

– Vana, ti insegnerò ima cosa – disse soffermandosi. – Una volta, per guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l′orlo, col viso sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t′ho detto: non così.

– Ah!

« Non è vero » fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del fratello; e sembrò ch′ella riprendesse anche la parte di dolore che aveva lasciato scorrere in lui. E, com′è la gora si rigonfia e colma gli argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l′anima e s′aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte contratta, nella fennezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola, innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di rose gialle, ch′era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come s′ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell′elica. E di nuovo le pareva che la paglia risonasse come il bronzo d′una campana e che nel rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: « Io sono la fidanzata segreta d′un′Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d′un bimbo; credeva che nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le fosse ora tanto vicina. Gli diceva: « Fra poco, fra poco verrò ». Lo riamava d′un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella notte di Brescia aspettando l′ora di sciogliere il vóto.

– Perché corri così? dove vuoi andare? – disse il fratello che la seguiva ansioso come s′ella lo traesse a un immediato destino.

– Corro?

Non s′accorgeva di correre; ché tutte le cose intorno avevano l′atteggiamento dell′assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle frombole i rondoni fendevano l′aria con acutissimo strido e sparivano come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.

– Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta come quella di Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma hai tu mai veduto un′edera più nera di questa?

Era una porticella di pietra, con l′architrave carico di nera edera. Quando ella pose il piede sulla soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch′egli la soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie dubbie, qua e là un luccichio di acque sinistre.

– La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! – ripeteva la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio quando l′imagine specchiata non è la nostra ma quella dell′intruso che abita in noi e usurpa la nostra sostanza.

– Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? – egli le disse. – Perché ora mi separi da te?

Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse: -

– Di che soffri?

E aspettò, senza crollo nell′agitazione del vento.

L′orrore s′accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto dell′abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che serbavano il vampo canicolare. Pareva ch′ella dovesse chinarsi, raccogliere una pietra e scagliarla.

– Ah, che importa, – rispose egli cupamente – se voglio morire?

– Lasciami sola! Lasciami sola! – ella proruppe con una violenza repentina. – Non ti conosco più.

– Sei folle, Vana.

Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolìo incessante dei passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il pozzo cinto di ferro al pari d′una cripta o d′una muda.

– Attinia! Attinia!

Ella chiamava la custode della Badia, che la riconobbe alla voce e accorse festosa. Ossuta, adusta [36], con le labbra sottili, con gli zigomi forti, con le orecchie discoste, somigliava quell′Etrusca della gente Cecina adagiata su l′urna ov′è scolpito il viaggio in carpento [37]. Portava su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua annata, del suo uomo, della sua figliuolanza, del suo asilo scosceso con una bontà paziente, con una pazienza serena.

– Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.

– Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.

Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:

– Mamma, c′è il pazzo.

La donna soggiunse:

– Venga, venga. Non abbia tema. È buono.

E s′avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde nessuno usciva più.

– Ne hai preso uno anche tu, quest′anno, Attinia?

– Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.

Anch′ella s′era adattata alla nuova industria del contado. Aveva ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l′ospitava e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la tranquillità della gente semplice dinanzi all′uomo vivo divenuto più misterioso del cadavere.

– Come si chiama?

– Viviano.

– Di dove?

– Della Maremma trista, della terra di Soana.

Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi, scolpita nel tufo come un sepolcreto, fra i due lordi fossi febbricosi.

– È giovine?

– Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini. Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.

S′erano soffermati su la soglia del Refettorio. Il cigolio dei passeri non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.

– Passi, passi pure – diceva la donna spingendo l′imposta.

– Vana, Vana, non entriamo – pregò Aldo all′orecchio della sorella. – Non facciamo questo! Andiamo via.

Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l′ombra. Il gelo le colava giù per le spalle. Il Refettorio era deserto. Ella rivide su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore dell′Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche. Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano. Una sala era aperta; e v′apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la collina magra, e il pallore tormentoso dell′uliveto.

– Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te ne ricordi. Siamo ancóra nella Reggia d′Isabella, siamo nel Paradiso. La voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la palude, l′oro e l′azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l′ape.

Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l′ironia strideva come il sale sul carbone rosso.

– Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l′odore della muffa, l′odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancóra, di soglia in soglia, di stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancóra. «Aldo, dove sei? Ti sei perduto ? »

Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva, e gli parlava come dentro l′anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch′ella aveva gridate nell′ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glie lo empiva di sgomento.

–- Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c′è più traccia di bellezza, non c′è più nulla per sognare.

Ella s′arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.

Guarda quella porta. Guarda chi c′è, nella Reggia d′Isabella!

Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d′un muro cieco, dal fondo dell′opaco silenzio, come una di quelle figure estinte che l′intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.

– Viviano, salutate – disse la mite Attinia ch′era indietro riguardosa.

La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S′avanzò. Non era un uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale recesso dell′ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato? quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei vecchi idoli dipinti che sorridono all′inconoscibile in eterno?

Vana e Aldo, l′una presso l′altro, mentre egli s′avanzava, con un moto involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro ; e gli stormi passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.

– Viviano, che facevate qui solo solo? – disse la mite Attinia.

Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta, sembrava una falda dell′intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era come la lampada fioca della casa deserta.

– Non rispondete, Viviano?

Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d′un movimento avvenuto nell′infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva in un ritorno spaventoso l′ora della sua perdizione, pensò a un tenue bagliore ch′egli aveva veduto tremolare laggiù, nella Reggia d′Isabella, su pel graticcio sfondato d′un palco, ed era il riverbero di chi sa quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di ragne.

– Andiamo, Vana. È tardi – disse egli, sospingendo la sorella; perché riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un′altra volta.

Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l′architrave di pietra era scritto in lettere corrose: Domus mea. Vana spinse l′imposta, entrò.

– La casa mia! La casa mia! – ella disse avanzandosi fra le erbe amare, su le macerie sacre.

La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell′abside dall′arco fatto di cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d′un martirio insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso, accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le céppite gialle.

– La casa mia!

E il sorriso del demente era là, era il sorriso d′una pietra, era il sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri [38], trovare laggiù l′ultima pace, riseppellirsi nella terra.

– Addio, addio. Attinia!

Anch′ella. Vana, ora credeva di sorridere così ; credeva di sentirsi suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi scaccia, di chi cancella.

– Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! – pregava Aldo seguendola perdutamente nel sibilo della ràffica.

Discesero per la china: rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli elei nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la valle d′abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri, gli ululi, i guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato che la vettura li aspettasse presso la Porta Menseri.

– Ah, férmati. Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che furore ti prende?

Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.

– Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d′acqua.

La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.

– Non voglio bere – disse la sorella.

Nell′ombra umida era un cicaleccio di femmine, un luccichio di mezzine, un chioccolio di cannelle.

– Aspettami un minuto!

Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra, sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole sussurrate, lievi risa corsero.

– Senza bicchiere?

– Alla mezzina?

– Alla cannella?

– è l′acqua bona.

– Meglio che al pozzo degli Inghirami.

– Chi sciacqua le lenzuola alla Docciòla,

convien che l′acqua attinga alla Mandringa.

– Ecco la mia brocca.

– È più lustra la mia.

– Questa ha il becco più stretto.

– Questa! Questa!

Sotto l′arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non toccare il rame, nell′evitare il troppo.

– Come sa bere a garganella!

– No, a zinzini.

– E come netto.

– È un vero bacio.

– Fa venir l′acqua in bocca a chi non beve.

– Beata la sua dama!

– Fiore d′acacia! – stornellò la più ardita, fra l′ilare brusìo, fra il lampeggio delle pupille, fra l′urteggiar dei gomiti, mentr′egli lesto raggiungeva su la via l′impaziente. – Fiore d′acacia! E chi bene sorseggia, meglio bacia.

Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso l′aitilo aspetto del mostro. Le (nuvole andavano a oste contilo Volterra, come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.

– Sai che torna? – disse Vana all′improvviso.

Camminava con la testa bassa.

– Torna?

– Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.

– Che vuoi dire, Vana?

– Isabella s′è fidanzata a Paolo Tarsis.

La campagna pareva piena di grida.

– L′ha scritto?

– L′ha scritto.

– E perché me lo dici ora soltanto?

– Perché l′ho saputo oggi.

– E torna con lui?

– Con lui.

La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.

Dunque non c′era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell′altrui vita era per trasmutarsi. Tutto crollava.

– Sei certa? Hai veduta la lettera?

– L′ho veduta.

Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.

Anche Vana si soffermò alenante, e disse:

– Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? E non è anche la tua, omai?

Ella si volse a guardare verso la Badia scoscesa che disegnava la sua massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.

– Il tetto è scoperchiato.

Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente la spoliazione inevitabile, l′abbandono di tutte le cose che gli facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli sfuggirono.

– Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.

– Bisogna.

Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione, la dispersione, la vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l′orrore dell′avvenire incerto. Ognun d′essi era due volte colpito, due volte tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di perfidia, imagini impure che lo bruciavano e pensieri perigliosi che gli moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.

– Siamo alla Guerruccia – disse Vana sordamente, afferrandogli il braccio.

D′improvviso furono ripresi nel fàscino delle Balze. In lui tutta l′anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.

– La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri – disse. – È tardi.

– Io non rientro.

Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le ginocchia dell′adolescente.

– Vana! Vana! – egli chiamò.

Ella non si volse.

– Vana!

Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l′orribile fiacchezza e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l′impeto di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino, ella s′arrestò e lo guardò.

– Hai tanta paura? – disse.

Egli era per rispondere : « Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non posso morire». Ma si contenne. Rispose:

– Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu voglia fare. Vana.

– Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.

– Non debbo lasciarti.

– Bisogna. La mia via non è più la tua via.

– Perché?

– Dimmelo tu, Aldo.

Allora un′ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.

– Vuoi gettarti giù? Vuoi ch′io mi getti con te, ora, sùbito? Eccomi. Sono pronto.

Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi, col fianco e con l′omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti alla loro giovinezza miserabile.

Tuono d′infiniti guai udivano nella valle?

d′abisso. Lo sterpeto era deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l′altura munita di scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la Città di vento e di macigno drizzava conti′o l′incursione delle nuvole le sue torri, i suoi campanili, il suo Mastio feroce, lo sprone formidabile della Rocca vecchia, le mura gigantesche costruite dagli scavatori di sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la fellonìa del conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro : « Sacco, sacco! »

– Non così, dunque, come facevo – disse Vana con un sorriso dubbio. – Tu m′hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a giacere bocconi su l′orlo.

Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell′ombra il bianco degli occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un′astuzia lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell′angoscia mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo, sotto la scure sospesa d′un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.

– Che vuoi fare? – disse il fratello senza udire la sua propria voce.

– Provare.

– Allora dammi la mano.

Ella glie la diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro, indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano annientandosi. Dall′uno passò all′altra il terrore. Il terrore, non la volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l′arsa erba dell′orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.

Da quella proda, più che dall′altra di laggiù, la voragine era spaventevole. Dalla profonda erosione centrale, si creava un golfo d′ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell′Inferno nel punto dell′estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti, e i cipressi e gli elei dalle radici inespugnabili. Come grofi [39] di sale, come gromme di tartaro, come coaguli di sangue, biancheggiavano rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri, i pianti, le strida si rinnovellavano.

– Fratello! Fratello! – gridò una voce disperata.

E Vana s′abbalté su la faccia, come se il vento la schiantasse.

Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli sterpi.

– No, no, Vana! – le diceva, prendendole il capo, guardandola nella faccia sfigurata. – Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all′orribile fàscino. Ci siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà incontro. No, no, Vana, piccola piccola sorella, ah per questo caro viso!

Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti, accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori, la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d′una nuvola sul colosso di San Giusto; e l′inconsapevole gioia della giovinezza respirò in lui dall′intimo. Egli viveva: dilatava i suoi polmoni sani nel suo petto, adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole del mondo, risuscitava il sapore dell′acqua nella sua bocca che aveva turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l′arte di conciliare l′inconciliabile. Egli, viveva, era incolume con tutti i suoi mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell′agonia e la potenza dell′abisso.

Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancóra carezzevole, ché una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il cuore. Le asciugò le lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i frantumi della zolla.

– Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? Sei Vanina? Sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?

Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste, simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il dèmone era uscito da lei, l′aveva lasciata vuota di forze e immemore. Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto. S′abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore desolato.

– Guarda! – egli le disse volgendole il capo verso la collina.

La luna insensibile saliva spandendo l′antico incanto, quel medesimo che nelle notti d′Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite sepolcrale.

– E il tuo cappello?

Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la ghirlanda era scomparsa nel baratro.

La luna insensibile, d′una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d′un ardore così forte che sùbito s′inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la linea dell′acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile. Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.

– Aini, se di quella seta potessi vestirmi!

Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l′ora seguente le era parsa sempre più bella; ma quell′ora era più bella d′ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie della rosa folta, l′una su l′altra, calcate. Ella desiderò di aerarle, d′indurre fra l′una e l′altra l′aria spirabile.

– Aspetta – disse. – Non ti muovere.

Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La luna perse la sua levità di corolla; si riempì d′oro nuovo, spiccandosi dai monti. L′immensa veste marina perse il mai veduto colore che la rendeva ineffabile.

– Che porto? Indovina – disse ella riapparendo.

Sembrava ch′ella si fosse partita per compiere un′opera d′incanti. Con l′arte della maga colchica [40], aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.

– Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?

– No.

Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose dei suoi vagelli [41] rimosse col pilo di legno ora da un Silfo ora da uno Gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co′ suoi mille bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla sciarpa d′Isabella Inghirami egli aveva dato l′impiumo [42] con un po′ di roseo rapito dal suo Silfo a una luna nascente.

– La lanterna di Aladino?

– No.

Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a quella delle foglie e dei frutti.

– L′uccellin Belverde?

– Credi che sia tanto pesante!

– Dicono, quand′è morto.

– Credi che possa morire!

– Per rinascere.

– Non muore mai: va e viene, fugge e torna.

– Mi do per vinto. Che porti dunque?

– Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.

– Questo?

– No, quello di Bokhara.

Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto amarantino, variato d′azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso come l′antico velluto di Lucca.

– Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.

– Senza il flauto di Amar?

– Taci e guarda.

Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l′arnese ignoto, lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al velame. Un ronzio cupo, come quel d′un calabrone in un orciuolo, sonò per qualche attimo.

– Un nido di vespe?

– Taci.

Ella lasciò le babbucce all′orlo del tappeto, che vi stettero come una coppia di tortore col capo sotto l′ascella. I talloni apparvero coloriti di cinabro, simili alle due metà d′una melagrana. Guardandola, Paolo s′accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la segnava in mezzo alla fronte d′un segno magico.

Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un concerto di sistri, incominciò la danza.

La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo vibra nell′estremità orbicolare della medusa marina. Talora la danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l′abbandonava; e quella proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia rosea; poi s′afflosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta nell′aurora.

Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fisso come a un′allucinazione dei suoi propri sensi, l′amante mirava la danzatrice in un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri, egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano anch′esse una figura di danza, una catena di alte vergini, forse inchinate verso l′Oriente dal ritmo del coro.

Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce i varii fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione d′istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei, quelle che si disponevano secondo il cerchio dell′orizzonte e quelle che s′inalzavano secondo l′asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d′invenzioni.

Ella così viveva la vita vespertina, quale s′era rivelata alla sua anima in un solo attimo quando dal davanzale della finestra aveva steso la mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva compiersi quel ch′era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un respiro armonioso. La luce ambigua, ove l′oro lunare cominciava a diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l′esiguo istmo invisibile che separa il diurno dal notturno mare.

Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi gesti orizontali; mostrò d′esser ferita dallo sguardo dell′uomo. Si coprì il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell′anca, e una spalla sollevata, sùbito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa delle almée: il pudore, il timore, la resistenza, la languidezza, l′abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua perfidia: la lusinga, l′offerta, il rifiuto, la disfida, la lotta, la paura temeraria, il sospiro nella violenza, l′annientamento nel piacere.

– L′ape! – disse all′improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.

Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell′affascinato. Ella imitava con la sua danza lo spavento puerile, i guizzi, i balzi, le fughe, le difese, come se il pungolo dell′importuna la perseguitasse e la minacciasse ancóra. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava, strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.

– Ahi! Ahi!

Ella gemette, s′arrestò, congiungendo le gambe in un′attitudine che rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni, riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di dolore, ma l′altro imitò quello ch′ella soleva quando il suo amico posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti l′assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore degli aromi e trascolorata nell′ombra dei cortinaggi.

– Ahi!

Egli tremò di desiderio: ché quel gemito era il noto richiamo, triste e selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:

– M′ha punta qui.

E le labbra dell′amato la medicavano. E ogni volta gemeva:

– M′ha punta qui, e poi qui, e anche qui. E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta

l′estate, tutta l′estate della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della val di Magra, quella intiera ch′essi ogni giorno sorvolavano con l′ali di lino e fiutavano nella sua castità concentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo [43], quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i pensieri, tutti disegni, tutti i rimpianti, tutte le inquietudini. E nessuno dei paesi ch′egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. Ed egli sapeva l′ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico possiede d′improviso con uno sguardo l′inopinata magnificenza l′una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere! Placata, stropicciata d′essenza ristoratrice per utti i muscoli, avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche. Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.

Il tintinno dei sistri taceva, in queir angolo della terrazza, sotto il quadro di seta. Ed egli sorrise e disse:

– Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancóra quel che c′è, là sotto.

– Una stregheria.

– Una malinconia.

Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Nell′aria, ch′ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l′alba lunare si diffondeva per l′ombra composta d′una vena violetta e d′una vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su u tizzo fioco e col soffio ne suscita vive favile sonore, ella aveva ravvivato e moltiplicato con l′agitazione dei suoi incanti le note interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.

– Guarda.

Ci si vedeva ancóra. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da presso. Era una vecchia scatola armonica, con l′anima di metallo costrutta d′un pettine d′acciaio i cui denti vibravano al girare d′un cilindro irto di punte.

– Dove hai scavato questo scarabattolo?

– Non scarabattolo ma scarabillo.

– Sembra il modellino d′uno strumento di tortura.

– Si chiama scarabillo, dall′infanzia.

Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.

– Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. Se tu sapessi quante volte m′insanguinavo le dita contro queste punte, quando il cilindro s′incantava [44]! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di Nonna Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può dire perchè una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi in qualche fibra della nostra vita intima e non possiamo mai separarcene senza temere di far morire un po′ di noi stessi? Vedi: qui c′è una specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a girare vertiginosamente e ha quel ronzìo di vespaio, prima che la sonatina incominci. Era l′aura dei miei sogni puerili. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà cone per questo scarabillo (è il nome che gli diedi, non so perché). L′ho difeso contro Vana, contro Aldo, contro tutti. L′ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta la mia fancliulezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non somiglia a nessun′altra voce. Chi ha composta la sua musica? Chi può riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo ci sul coperchio c′era ancóra un frammento d′ cartello che portava la lista delle sonatine. S perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva soltanto: La pavane lacrymée.

Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S′udì il ronzio del calabrone ne l′orciuolo. Ella accostò la imano per sentire l′aura della doppia aletta girante. Poi richiuse coperchio, lo ricoprì col quadro di seta ch′era un conopeo di ciborio.

– L′ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio dormire in fond a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo risveglio. E m′incanta e mi culla ancóra. A ricordo che quando ero bimba facevo gighe [45] volte e sarrabande, sola sola, intorno alla sccatola posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?

Ella rigò d′un riso esiguo la sua malinconia poi tacque, ascoltando la voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscio, con qualche sciacquìo raro, con qualche pallido pianeta, con qualche pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il plenilunio, ma appena.

Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d′un pino toccava l′inferriata, movendosi nell′ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee.

– Quanto mi piaci stasera, Aini! – disse Isabella a bassa voce, nel fumo e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi, facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz′anelli. – Ti prego, fa ancóra così.

Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattura che dalla radice del naso, ov′era incisa la grande ruga verticale, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.

– Ti burli di me?

Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente, s′affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un′acuità assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: « Fa ancóra così ! »

– Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? – disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. – Un certo riso, una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto suj viso senza che tu te n′avveda, sei tutto tu.

– Ah, ma chi dirà come sei?

Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilucevano su la mensa.

– Come sono? Come sono?

– Dove hai preso quest′odore di gelsomino? Stordisce.

– Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?

– A Volterra?

– Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti!

Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l′un braccio poi con l′altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco d′arterie, dal gomito all′ascella ove pochi fili d′oro s′inanellavano.

– Senti, – diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l′increato – sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore d′ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma d′essenza, d′essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di me, ora, molto malate di me, povero Aini!

Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la Voce e la carne erano una cosa sola.

– Senti, senti! La pioggia cresce. È ancóra una carezza per le rose, ma i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del Divano, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un colle Volterrano, poco discosto dalla Reggia della Follia. E ho anche una gazzella.

Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell′arte di aderire e di avviluppare ch′era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio.

– Conosci gli amori di Leila e di Madschnuii? Madschnun significa il Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una gazzella s′era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l′imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l′ho io, proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché, se si alza dal trono, chi sa dove batte l′aureola, quell′aureola d′oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale, rossa broccata a garofani d′oro, che dev′essere una veste di Leila.

Ancóra una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto che era una follia artificiata. Pareva ch′egli non l′ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.

– Che mi fai, Madschnun?

Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua sedia. Accese un′altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una macchia rosea.

– Non hai mai fumato l′oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche porto oleoso?

– Non amo i veleni.

– E me, dunque?

– Te soltanto.

Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che pareva interrompere la vita esterna su l′intimo spettacolo. E la mensa era sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.

– L′anima è il veleno più potente – ella disse.

I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d′un lume dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.

Ella disse, all′improvviso, lacerando l′incanto.

– Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?

Egli la interrogò, attonito.

– Oh, non abbiate paura. Fidanzati per ridere, o per piangere.

– Non comprendo.

– Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all′Arco. Non pensate che io tema d′essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.

– Il gioco solo? – disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.

– Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! – gridò ella in uno scoppio d′ilarità. – Sono sicura che temete un tranello.

Egli protestava.

– Sono sicura che pensate ch′io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio, su cui non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l′uno e su l′altro, ecco. C′è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazzella e con tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo. Codicillo, scarabillo! È troppo crudele.

Turbato, egli protestava ancora, non senza un′ombra di gofferia.

– Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!

Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava posa.

– Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po′ di tempo –- ella disse. –- Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù, abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.

Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto; riviveva l′angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue dell′adolescente gli riapparivano.

– Non posso – disse.

E guardò con ansia le labbra dell′amata, temendo le parole ch′erano per uscirne.′

– Perché?

Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d′ombra. Ora aveva il suo viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua più nociva alchìmia.

Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno dei grandi garofani color d′ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l′anima era per divenirle « il veleno più potente ».

– Per Vana?

Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di parole. Attese, con lo sguardo diritto. Ella ben gli conosceva quell′attitudine, quell′armatura di silenzio, ed era anche abile ed acre nell′arte di smagliarla.

– Che cosa c′è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?

– Nulla più di quel che sai.

– Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.

– Credo che t′inganni, spero che t′inganni.

– Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni, quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.

– Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportimo. Stanotte voglio andare con l′Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.

– Non le parlasti mai d′amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate soli. Non una parola tinta d′amore? nulla?

– Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.

– Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai, che t′ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.

– Sei folle.

-- Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta.

Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli.

-- Forse era già là da qualche temipo, e teneva que′ suoi occhi fissi su noi mentre tu mi bevevi, mentre io gemevo: «Non più!», mentre tu rispondevi : « Ancóra ! »

– Ah, perché sei così?

– Non la udimmo, io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così feroce. E Vana mi vide quella bocca.

Ella parlava basso con un crescente ànsito che le sollevava il seno bianco a traverso l′oro della trina, con una specie di voluttà nemica che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza.

– Ti ricordi? Ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il sangue nei denti, i piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s′accendesse non di pudore ma di ardore?

Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso, ove l′impudicizia dell′anima ardeva come un′insana tristezza, ove gli occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d′essere così nudati, ove il respiro era come un′esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i pensieri.

– Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un tratto mi disse «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E m′asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi guardai: c′era la macchiolina rossa. Poi premetti ancóra. Tu eri attento? Di tutto mi ricordo e non di questo: c′è una pausa nella mia memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo ri prese? Puoi dirmelo?

Egli scosse il capo.

– Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene. Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non l′avevo più. Forse Vana me l′aveva ripreso nel momento in cui tutti eravamo con gli occhi levati verso il Labirinto. Forse che sì forse che no....

Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la porta, ella si volse con uno strano sussulto. L′imagine della sorella era così viva in lei ch′ella credeva fosse per apparirle un′altra volta all′improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come l′ascella.

– Ora so. L′ha serbato, con la macchiolina di sangue; l′ha nascosto, e non osa ritrovarlo. O forse l′ha inzuppato di lacrime, l′ha lavato col pianto.

Egli l′ascoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una repulsione.

– Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell′aria. Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri.... Il tuo amore è ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?

Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri, sogguardava l′uomo.

– Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele, e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con urli di belva.... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera, là sotto la terrazza, e ti richiami?

Ella lo irrise con la luce nei denti, rovesciando indietro il piccolo capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si salda la chiusura d′una fiala piena d′essenza volatile.

– Saresti capace di rispondere arditamente se io ti domandassi di ravvivare in te una sensazione oscura e fuggevole?

Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una cattiva ebrezza Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col garofano l′orlo della tavola, e s′attendeva che la corolla si spiccasse dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito, egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue.... Io non son nulla, non sono nulla per voi.... Ascoltatemi! Ho l′orrore dentro di me ». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore, chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era separato da lui per un′infinita notte.

– Ti ricordi – gli diceva la tentatrice, con un′espressione di ardore così folle che sembrava un rapimento – ti ricordi quando nella prima stanza del Paradiso io era presso il davanzale e mio fratello mi cingeva col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt′e quattro nel vano della finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?

– Ah, taci!

– Sono orribile?

Ella aveva ancóra quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato, quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale attesa del martirio, ch′era quasi luce.

– Mi ricordo – disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa – !mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall′ombra di un letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in silenzio....

– Aldo e Vana!

– Noi stessi, nello specchio cupo.

– Aldo e Vana e noi stessi.

– E la follia.

– Ciascuno in uno specchio ha una follìa che l′atterrisce e l′attira. Vuoi andartene da me? Vuoi che ci separiamo domani? Vuoi che non ci rivediamo più?

Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d′ogni forza. Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carnale.

– Domani risalgo a Volterra.

Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d′agosto, come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. Correvano verso l′inferno di Volterra.

Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli, non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.

– Vedi? vedi? – ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi contro la gota scarna. – Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?

Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s′aprivano nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro [46], d′un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme.

– È così la tua passione? Tutto è riarso in te?

I crepacci di color d′ocra intersecati erano simili a una immensa rete di corda falba [47], dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su le biancane di mattaione cinericcio.

– Vedi dove io ti trascino?

Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli su le vie delle caravane, splendevano d′una bianchezza acuta come un grido breve. Splendevano, dileguavano.

–- Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come faremo per superarlo?

Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.

– Non mi ami ancóra. Forse anch′io non ti amo ancóra. Ancóra non soffri assai di me; non soffro ancóra di te come voglio. Che l′amore mi sia come questa desolazione! Vedi? Vedi? Una desolazione che nessuna abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le foreste di rèsina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le mie crete!

Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita moltiphcarsi.

– Guarda!

Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura dell′incendio quel grande. Come l′arena dello spazzo infernale, la creta s′accendeva « a doppiar lo dolore », si faceva brace, si risolveva in cenere. L′infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l′azzurro. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là, su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l′ardore ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si diffondeva per la solitudine dolorosa come se ogni crepa esalasse un sospiro o un gemito.

– Ah, Paolo, su questa via non c′è il carro carico di tronchi né tu mi minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancóra ripetere: « Non temo ». E tu?

Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un′angoscia ben più fiera di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch′era per trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto all′imposizione dell′amante insensata; ma già così intimamente l′aveva corrotto il contagio, che in fondo alla sua riluttanza era l′ansietà d′esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa arcana, della promiscua pena, era il fascino dell′inferno.

– « Se un giorno voi non poteste piìi dormire né sorridere né piangere! » Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle? Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda!

La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca, dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco [48] d′alluvioni bibliche le quali avessero trasportato quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era adempita: « Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal Mezzodì fino al Settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella conca del ranno. Non v′era albero, né verde né secco; né pur le spine e i pruni d′Isaia vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria ombra.

– Mi ami? mi ami? – chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell′altro amore che ardeva lassù, nella Città di vento e di macigno, e che poteva vincere il suo. – Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c′è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre inotti ; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati che cento volte abbiamo agonizzato l′uno nell′altra, che cento volte abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d′ogni carezza e d′ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo, patiremo una sete peggiore di questa, saremo com′eravamo prima del bacio sanguinoso.

Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l′essere intatta, per colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana ed estranea agli occhi dell′uomo. Ella conosceva quell′attitudine feminile che sembra all′improvviso togliere ogni realità alla più supina dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite della gonna, creare il distacco insuperabile. « Diménticati! » ella diceva; e si sentiva già ridivenuta l′Isabella dell′indugio perverso, ch′era per donarsi e si ratteneva, ch′era per concedersi e si negava. Ma ora non più una volontà di gioco, sì bene una volontà di martirio imperversava nel suo corpo ancor maculato dall′orgia. Raffigurandosi le lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino, ella già pregustava il supplizio dell′astinenza come una voluttà più acre d′ogni altra. E imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena d′insonnio in ascolto.

– Volterra!

Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come su l′orlo d′un girone dantesco, all′improvviso era apparso il lungo lineamento murato e turrito. Entrambi vi s′affisarono, rallentando la corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli zoccoli. E la città disparve.

Vana era salita sul ripiano del Castello, dietro il Leccione, e dal parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella ne creava in sé l′imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della vedetta: quel prato solitario su cui s′allunga l′ombra del Mastio che emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due torrioni angolari, e l′albero degli Inghirami che di quivi appare senza tronco, simile a una cupola posata su l′erba, vasta come quella del Battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l′Aquila su la Ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elei abbarbicati nell′erta, l′incessante mugghio che affatica la fronda bruna.

Non era forse là in quell′ora, china a scoprire una nube di polvere, la stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita d′odio e d′amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella indomabile? Quale era su la tempesta degli elei la tempesta di quella vita?

Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa pensando che quella passione poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle settimane d′assenza e d′attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l′altra, la creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella Città di vento e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a combattere, pronta a morire.

«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta dall′ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all′assalto dell′erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.

Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d′un poggio nudo, appesa tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testàcei e le làmine di talco. Su una pendice da monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cecina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete roteò nell′aria incandescente. L′esecrazione d′Isaia divorò la terra etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli squarci, dalle crepe, dalle rosure, dalle frane, dai botri, dall′immoto travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la lamentazione del vento cominciò, d′altura in altura, ad elevarsi.

– Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d′un′anima? Guarda le Balze!

Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge, levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall′istessa fucina ond′escì quella a cui Flegiàs tragittò l′Etrusco pellegrino e il duca suo.

– Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle? M′è parso di leggere questo timore ne′ tuoi occhi, qualche volta. Rispondimi!

Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch′ella aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo « più e men caldi ». Sul culmine d′un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l′agitazione sonora d′un immenso vampo.

– Ah, voglio tornare indietro.

Il pànico le afferrava la vita, su quell′erta spaventosa, e la rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. Ed ella voleva dire- « Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le oche. I dottori hanno lunghi càmici, e l′aria indifferente.... Bisogna passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c′è un telaio di legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un pollaio. Ah, tutto m′è presente. Poi s′entra fra due muri, e di là dal muro si rivede la Casa, si rivede il tetto.... E poi San Girolamo, la loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami, quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto, lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Gaterina non è quella che somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del martirio le è caduta ai piedi.... Fabbricano, fabbricano sempre, essi stessi; perché non c′è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi stessi portano la calcina, portano le pietre. S′intravede un muro fresco che s′alza. C′è l′odore di quella cosa nell′aria. Qualche volta s′incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti e ride ride, sotto un povero berretto bianco, con un′aria dolce.... E il giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i cipressi, dietro i lecci. È chiuso, e tutto murato, con una porta stretta.... » Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma parevano scoppiare come bolle, all′altezza del cervello, prima di formarsi nella parola.

– Voglio tornare indietro.

– Vuoi? – disse il compagno, strozzato dall′ambascia, con la mano su l′impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo aveva toccato a dentro.

– Voglio tornare indietro. Arresta!

Egli frenò inconsideratamente su l′erta troppo ripida, e sentì che le ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L′aria non più rotta divenne un′afa soffocante; l′alito di mille fornaci s′addensò nel riverbero. Con una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente riassaltò l′erta, con un fragore di collera, con l′acredine di tutti i suoi gas aperti, in im nembo di fetore e di polvere.

– È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare – disse egli affrontando la tortuosità repente. – Bisogna andare avanti.

– Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m′ha presa? Sono stata vile. Andiamo. È destino.

Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d′un azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana.

– Vedi la cortina della Rocca? vedi l′ultimo torrione a ponente? Vedi, accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci, sotto lo spiazzo del Castello. Dal parapetto, in alto, si scopre tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie braccia.

Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii, cumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su la cenere.

E la notte era venuta.

Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere meraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosìa e d′annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche, le vive bocche troppo nude, avevano tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema contrattura d′uno spasimo in mezzo ai muscoli dominali.

Ed era alfine venuta la notte. Ciascuno ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo demone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.

– Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli – diceva Isabella a Chiaretta che la svestiva.

Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E l′uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno, non s′udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la finestra aperta saliva l′odore dei gelsomini, l′odore delle tuberose, l′umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola [49] gemeva sul colmigno [50], per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo mugolìo che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si generasse dai sepolcreti.

– È la notte di San Lorenzo – sussurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le dita l′uncinello, a un sobbalzo della signora.

Nel vano della finestra, una stella fatua aveva solcato l′azzurro d′un solco abbagliante.

– Faceva un bel pensiero?

Senza rispondere Isabella s′accostò al davanzale, seguitando la donna a spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le sue braccia nude, su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall′Era, su i Monti Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie [51] lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un′altra, e un′altra ancóra. Il fiato notturno dei gelsomini struggeva l′anima frale. Ignote forze si precipitavano dall′alto sopra di lei come per predarla.

– Sbrigati: sono stanca – disse.

Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai.

– Lascia, un momento. M′è parso di udire un sospiro. Forse Lunella....

Ascoltò, inclinata verso l′uscio aperto. S′udì soltanto il ferro stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d′indefinito ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando, chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano, scorrevano come un′acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita informi, oscure, labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel fluire, sembrava che le pareti si serrassero, massicce, minacciose, inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento. Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube d′angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava dentro di sé la risposta, tutto ancóra si difformava, si dissolveva, fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s′allontanava s′allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo, e non era più il suo viso.

Ella si levò, sbigottita.

– Ho ancóra da annodare il nastro – disse Ghiaretta.

– Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.

– E domattina?

– Chiamerò.

Rimasta sola, ella fu presa da un′agitazione così violenta che si premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all′altro della grande stanza; e la sua ombra s′inalzava e s′allargava su le pareti. S′arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua. E si chiedeva : « Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la risposta, ma un male ancora più sordo. Contenne l′ansito, fece un passo. Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della capellatura.

S′appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva supina.

Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli occhi spalancati.

– Piccola, non dormi?

– Non ho sonno.

– T′ho svegliata io?

– No. Stavo così.

– Da quando?

– Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».

– Ma da quando sei sveglia?

– Da sempre.

– Non hai dormito punto?

– Punto.

– E perché?

– Perché sono infelice.

– Oh, no, no, no, piccola mia!

Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto lacerato. La gravità di quella voce infantile, che senza pianto proferiva quella parola di donna, le diede un rimorso intollerabile. Ora ella credeva d′esser pronta a ogni sacrificio, purché la sorellina sorridesse.

– No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?

– Perché tu sei tanto cattiva.

– Cattiva?

– Ah sì.

– Che ho fatto?

– Non vuoi più bene a Forbicicchia.

– Sei la mia tenerezza.

– E neppure a Morìccica.

– Come puoi dirlo?

– E neppure a Duccio. A nessuno più.

– Come puoi dir questo? che ho fatto?

– Nessuno lo sa.

– Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?

– Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina.

– Io?

Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile, cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in se un tonfo sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.

– La fai piangere.

– Come lo sai? Raccontami.

Stretta dall′angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a sedere sul capezzale, contilo la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.

– È caduta Tiapa – gridò Lunella sporgendosi, inquieta.

– Eccola, eccola. Non è nulla, cara – disse Isabella raccogliendo la bambola, che aperse gli occhi.

La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco, con infinita cautela, come se omai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.

– Raccontami. Vanina ha pianto?

– Ah sì.

Davanti a te?

– Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani....

– Stamani? Racconta.

– Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S′è seduta accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva: « Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino, e andare coi nostri piedi, chi sa dove.... » Era come una novella, e non pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m′ha serrata forte, e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via. » E singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia....

L′affanno serrò la gola della creatura: e il tremito scoteva tutta la sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l′uragano su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta sempre a prorompere e a travolgere.

-- Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! – gridò gettandosi perdutamente al collo della sorella e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava, come atterrita dall′apparizione subitanea d′un fantasma.

- Chi? Chi?

– L′uomo.

- Chi?

Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!

Al primo urlo. Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse apparito, che qualcosa d′imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. Ma quel brivido d′incerto terrore, suscitatogli dal grido e dall′atto, accompagnò l′imagine dell′amante evocata dalle altre parole di Lunella. E l′ombra della sciagura le scese sul cuore in tumulto.

– Càlmati, piccola! Calmati! Perché sei così agitata? Vana t′ha messo nella testina qualche brutto pensiero?

La bimba scoteva la sua fosca foresta; e gli aneliti le rompevano il petto.

– Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.

Ostinata, la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore.

Anche tu gli vorrai bene se gli t′accosti, se non fuggi come oggi.

Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.

– Prendilo! Tienilo! – proruppe, dislacciandosi dalla sorella, respingendola. – Mandaci via, manda via noi.

Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in lacrime accanto a quello di Tiapa.

– Ce n′andremo, ce n′andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi nostri piedi....

Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza, s′addormentava. Una lacrima le luceva ancora all′angolo dei cigli, il singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna nanna, senza la minaccia dell′Orco. Le forbici d′acciaio e d′oro lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. « O stanchezza, stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa. Era in lei come una vicenda d′annientamento e d′insurrezione. Una parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne s′addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace in cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli ch′ella aveva veduti innumerevoli nell′orrenda via; e cresceva, e diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non rimaneva se non l′incoerenza delle visioni che non dissipava il battito volontario delle palpebre. Una di quelle femmine, ch′ella aveva veduto contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo, le apparve; posò anch′ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella penombra, con l′odore sinistro nel grembiule rigato.

L′insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l′atto ch′ella compiva le fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che mutavano di natura quando l′orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di simile a un passo vi s′iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma assidua, onde sorgeva l′imagine indistinta della fiera che senza posa percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.

« Chi cammina? dove?» Nell′allucinazione del senso, nel romorìo che le riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare l′origine del suono. L′aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa dove.... » Il terrore di nuovo l′agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e che quel passo continuo fosse già un fantasma della sua demenza, e ch′ella dovesse udirlo sino alla morte, ch′ella dovesse fino alla morte essere abitata da quell′essere estraneo che camminava camminava senza posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. « Andare, andare.... »

Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.

E una smania irresistibile l′assalì. «Bisogna che io salga da lei, bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi una imaginazione insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide l′imagine di Paolo. « Certo divento folle». E tutto le parve ch′ella potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch′ella non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a viva forza dalle mani che la serravano.

Si riawicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d′un sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera ma addentrata nell′oblio. « Povera cara! Fino a domani non si sveglierà, non chiamerà, E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non fossi là? Che penserebbe? Ah sorellina, sorellina ardente e amara, sdegnosa e tirannica, anche per te l′anima sarà il tuo veleno, come per Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei gelsomini, riudì il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò, colò, si consunse.

Una musculatura leonina, i tendini d′un leone balzante aveva il dolore di Vana. Era una potenza irrefrenabile, che la sopraffaceva e la traeva senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo. Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera preparata pel gioco circense.

Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete all′altra, dall′uno all′altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non sentiva quel dolore, ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso, ove le mani non sapevano giungere. E, nel ripetere gli urti, più s′adirava contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava l′impeto, che le risparmiava la ferita.

« Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù. Sono vile ». E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il lenzuolo. Imaginava d′avere la faccia conficcata nella terra molle, la bocca piena di melina. I dirupi tenarii [52] delle Balze pendevano sopra lei.

« Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: – Pace, pace, piccola buona. – E non si può rinascere da una parola, come si può morire d′una parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l′anima, non lasciavano luogo ad alcun′altra imagine, dal sopore simulato alla fuga anelante, dall′arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall′orrore del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per «un′ora, per un′ora sola gli fui cara, per un′ora sola mi tenne presso il cuore; ma quell′ora non gli vale una vita intera? Mai mai l′altra gli potrà dare quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza ch′era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto. Che vale la bocca insanguinata dell′altra, se tra due creature un tale sguardo può congiungere la morte e la vita ? » Allora il suo amore le gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L′amato le appariva come la vittima di un sortilegio, il prigioniero d′un malefizio, che s′attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l′inferma dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello sforzo di vomire [53], quando la bile e il sangue empiono la bocca e freddo il sudore cola e l′intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.

«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.

E d′improvviso la porta s′aprì, spinta da una mano impetuosa; e la disperazione si volse, si torse come un turbine. E l′altra insonne era là! E l′una stette di fronte all′altra, non come una vita contro un′altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.

Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e nell′alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d′ogni ingombro, libere d′ogni costringimento, senz′altra testimonianza che il loro sangue, senz′altra misura che la loro passione.

Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.

– T′ho sentita – cominciò Isabella. – Di giù t′ho sentita camminare. Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale. T′ho sentita. Sono venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch′io soffro come non so dire.

– Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un′altra stanza? Mi stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un′altra volta? Vieni per mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele a tavola iersera?

L′acredine dell′odio era tale in ciascuna di quelle domande, che Isabella vacillò come sotto ipercosse iterate.

– Non essere così dura contro di me. Vana. Non mi avevi abituata a questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi tanto esperti per distinguere la natura di certi segni....

Anch′ella subitamente ridiveniva ferina; che la mancanza di pudore nel modo e nell′accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo. Gli occhi scrutatori la bruciavano.

– Ah, non sapevi. Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che spettacoli non m′hai , tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che linguaggio? Non t′ho servita di coperchio più d′una volta? Non ti sei eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non aprire le porte senza battere e a non passare per quelle aperte senza tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m′hai abituata. Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi?, per asciugarti la bocca giunsi ad offrirti il mio fazzoletto.... Non ti basta? No, non ti basta. M′avevi già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia, assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m′attirasti, mi serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva sotto le tue unghie, palparla, irritarla.... Ah perversa, perversa!

Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui lo smagrimento aveva alterato la purità dell′ovale, con quella capellatura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Limella, con quel bianco degli occhi intenso come l′incorruttibile smalto. E l′accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come scelleratezza.

– Non ti basta, no. Non, ti basta d′avere esasperata la mia pena, d′avere spiata ogni contrattura del mio spasimo, d′avere simulata la pietà per umiliarmi; non ti basta d′essertene andata al tuo piacere e d′avermi relegata in una casa che è sotto l′ombra dell′Ergastolo, e d′avermi tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d′avermi lasciata a faccia a faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata conducendo con te il tuo amante....

– Il mio fidanzato.

Un riso atroce stridette nella gola dell′accusatrice.

– Ali, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l′indulgenza del gaio mondo e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.

– Vana!

Pallidissima sotto l′irrisione, ferita a dentro, ella guardava con sgomento l′avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura inaspettatamente maturata dall′odio, una rivale pronta a nuocere, audace fino all′impudenza.

– Ti cuoce, quel che ti dico? Ti meravigli di ritrovarmi in questo aspetto? Ma non sono io l′opera tua? non sono la tua alunna? non m′hai fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz′accorgertene, senza badarci, m′hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi contro te. L′ho tenuta nascosta, l′ho coperta di malinconia per non lasciarla trasparire, l′ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un′arme. Tu m′incalzi, mi serri non mi dai quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l′anima con una tortura che sembra una libidine....

– Taci, taci ! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto questo.

Sotto l′impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la sbigottiva la violenza, sì bene quell′imagine di sé ch′ella vedeva foggiata dalle parole di Vana, ch′ella vedeva là, esternata, come una creatura che vivesse in lei ed ora fosse escita da lei e palpitasse là nella vergogna.

Ripeteva, curvata sul letto della sorella, coi gli occhi smarriti:

– No, non ho fatto questo.

E non v′era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il risentimento, non lo sdegno ma qualcosa di pauroso e di supplichevole, qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione tremante.

– Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere con l′offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei un′intrusa, dopo giorni e giorni d′un silenzio ch′era pesante come un dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo....

– Ah, non è vero. Non ho fatto questo.

– Questo hai fatto, questo sai fare. E ch′io non ti sembri ingrata. Tu m′hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu mi adorni e mi inghirlandi; e tu giuochi con la mia vita come se la mia vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s′ammacca la fronte; piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c′è dentro.

– Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una tenerezza più attenta della mia.

– Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me e il mio bene, fra me e l′ombra del mio bene? Era non so che smania, non so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s′accostasse a me, che la più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho colto più d′un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle. Ma che m′importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d′adontarsi né di rammaricarsi e tanto meno di lottare, di resistere. Che m′importava delle mie disfatte! Non c′era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo trionfo. Questa volta....

S′interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti. L′altra, ch′era curva, si sollevò verso l′apparizione dell′amore con un′ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che le ingombravano la faccia.

– Questa volta.... – sollecitò con suono d′anelito, tendendosi, quasi appendendosi alle labbra che prolungavano l′intervallo.

Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l′aveva fatta simile a un fantasma su la soglia del Laberinto sospeso.

– Questa volta – disse con la voce bassa che penetrava più del grido, più della fiamma – quello che tu m′hai tolto è più del mio sogno e più della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo d′esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo petto e di piangere ancóra un poco e di addormentarmi e di non svegliarmi più.

Era di gelo perché riviveva il momento dell′alba di giugno, perché le stelle tremolavano ancóra alla sua anima sotto la prima onda argentina, perché in quell′atto s′era compiuta l′intera sua vita, perché era orribile che la sorte l′avesse costretta a trascinarsi nell′inutile martirio. «Pace, pace, piccola buona».

– Tanto l′ami?

– Come tu non saprai amarlo mai.

– Credi che tu l′ami di più?

– Non di più. L′amo io sola.

– Io no?

– Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la tua perfidia. È il tuo castigo.

– L′amore più forte non è quello che vince?

– È il mio quello che vince.

– Su chi?

– Su te e su lui.

– Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.

– Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l′amore, sei attirata dal mio amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia del mio cuore.

– Fa dunque ch′egli t′ami.

– Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non avevi più oblio, che sempre io t′ero presente, che mi vedevi apparire su ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.

– Fa dunque ch′egli t′ami.

– Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed eravate soffocati entrambi dall′angustia, costretti a ripetere sempre gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta, ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.

– Fa dunque ch′egli t′ami.

– E se mi amasse già?

Parlavano a viso a viso, l′una ancóra piegata contro la proda del letto, l′altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva, entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la fame nel loro modo di mangiarsi l′anima, con qualcosa di simile alla voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel ch′è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo spavento era sotto l′audacia provocatrice della più giovine; ma uno spavento ben più profondo era nell′altra che sentiva percosso il suo cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della tormentosa orgia dubitava d′avere amato.

– Se mi amasse? – ripetè Vana, meglio segnando l′accento che fa supporre quel che non si esprime.

Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue reni, magnifica e formidabile, si scrollò come per riporre nel serrarne delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori. Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno petto. L′odore dei gelsomini, l′odore delle tuberose, l′umidore del grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall′Era, sui Monti Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un′altra, e un′altra ancóra. Ella risentì al suo collo alle sue spalle aggrapparsi l′amante con lo sforzo supremo di chi sia per piombare nell′abisso, e riudì il SUO grido di dannato, la sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si volse e disse:

– Se t′amasse per pietà?

Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:

– Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch′io sola ebbi in un′ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né egli dimenticherà fino alla morte e oltre.

Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.

– E quale fu la sua ora?

– L′ora funebre.

Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli ch′ella aveva veduti lampeggiare sul Monte Baldo.

– Quale?

Il mento d′Isabella tremava.

– Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo vegliò la salma del suo amico?

Ancóra le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui s′impigliassero stelle.

– Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m′accompagni, io vado?» Non andasti, io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di rose e il mio segreto.

Innumerevoli le stelle rigavano l′azzurro. Su la terra senza dolcezza, nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte piangeva il suo pianto di luce.

E nessun′ altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.

Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini, essi sapevano dove la terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia. Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute, non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano. Tutt′e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un medesimo ardore. Due d′essi teneva la tentazione d′uccidere, che senz′atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d′una vita nemica all′ansia dell′altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure, nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell′acqua cupa, che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura di bronzo. E taluna creava all′improvviso una commozione così insolita o così inumana ch′essi guardavano chi l′aveva proferita pronti a perdersi, dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al minimo gesto sospetto e s′apprestavano a versare il sangue.

La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l′Era viva e l′Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo alle biancane sitibonde: ma l′invisibile Reggia della Follia sembrava mutare il colore dell′aria, là dove gli ulivi nodosi e involti somigliavano gli alberi strani che l′Etrusco pellegrino udì lagnarsi. Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia inviolate. L′onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera come l′istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la corda è tesa fra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della lunga vena canora traversasse l′intero corpo.

Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo e girava nel tallone occhiuto dell′arco la vite di tensione con un orgasmo palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva meravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi sensitivi dell′accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d′Isa aveva veduto nello stipo della Estense, colorato di quel colore rossobruno ch′ella invidiava pe′ suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco più trasparenti dell′ambra, con nel mezzo della cassa quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebber potuto incoronarsene l′Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il Cherubo austero di Sebastiano Bach.

Paolo si ritraeva nell′ombra, poggiava il capo alle due palme, per ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana ma pur l′occupava come se l′ombra di quell′angolo fosse la stessa ombra di lei, che l′avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel ch′ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e poggiava lo strumento e deponeva l′arco, e nel silenzio musicale tutto l′essere alfine s′allentava come dopo l′amplesso, ella con un sùbito moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l′arco che deposto pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe, come l′inflessione della parola, come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli spartiti, toccavano l′estremità fasciata d′argento, il tallone d′ebano ove l′occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l′odore della colofònia [54], caloroso come l′odore della ragia nelle pinete pisane.

Si spegneva la luce su la fronte dell′adolescente; e vi sottentrava un pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella grande ruga verticale ond′era inciso alla radice del naso il taciturno. Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava con l′odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.

– Paolo, – gli disse un giorno sorridendo vuoi venire con me oggi in fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Imagina Malebolge. Andremo a cavallo. Io conosco la strada.

È tutt′altro che buona; ma Vana ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.

– Vengo – rispose Paolo.

– Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello, della tua ghirlanda di rose gialle.

– In fondo alle Balze? – fece Isabella, che aveva dato l′orecchio vigile a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa in un filo di seta verde cercando d′imitare le collane di zàgare.

– Ah, non sai – disse Aldo ridendo, con un′aria frivola, velato dal fumo della sua sigaretta – non sai che, in una sera di disperazione e di libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapì e portò giù il cappello inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.

Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia; e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel sorriso in una pietra.

– È vero, Vanina? – domandò Isabella, legando le due estremità del filo su la collana aulentissima.

– Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda? Forse un poco sfatta.

– Prendi intanto questa – disse Isabella accostandosi alla sorridente che si lasciò toccare senza mutarsi.

Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte, le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le riadagiò il capo su la spalliera supino. E battè le palpebre per dissipare l′imagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.

– Vana, il viaggio equestre agli Inferi! – disse il fratello con una voce più bassa ma con un riso più strano.

E, dopo, egli s′allontanò in compagnia dell′ospite. Subitamente, quando i due erano già a cavallo e in cammino, un′ansietà arcana occupò le sorelle e le travagliò fino a sera. L′una e l′altra cercarono la loro dolce artefice di sogni bianchi; e s′inginocchiarono davanti a lei scontrosa che rimaneva chiusa e muta e chiesero qualche attimo d′oblio.

– Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi?

Lunella non rispondeva. Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d′animali.

– Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? – le diceva Isa, con la sua voce più carezzevole, per illuderla. – Vuoi che ne faccia una anche per te, di gelsomini?

Lunella non rispondeva: non credeva ai segni di tenerezza che le due inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei cingendosi col braccio e accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel grembo dell′una e dell′altra l′imagine compiuta, con due o tre colpi rapidi delle stesse forbici le distrusse.

– Fino a quando dunque mi terrai broncio? – si lamentava l′una.

Dimandava l′altra:

– E a me fino a quando?

E Lunella rispondeva, con un barlume di sorriso:

– Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi !

Ancóra, l′ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel tufo cavo ch′era la volta d′un vasto ipogeo. Un′afa di tempesta aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle, accosciate su l′erba, s′indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne proferite dinanzi alle urne sepolcrali.

Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione [55], tra gli zolloni di tufo pieni di nicchi [56], su pei lastroni pietrosi, per le scappie [57] d′alberese [58], per le sterpaie di tignàmica [59] e di spigo [60] selvatico, nelle ghiare, negli acquitrini, nelle genghe [61], Aldo Lunati e Paolo Tarsis cavalcavano in silenzio, attenti al terreno difficile, conducendo al passo i cavalli che di tratto in tratto affondavano nella creta sdrucciolavano nel galestro [62] inciampicavano nello scarico. Per discendere i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo zoccolo si spiccava dalla pésta e la frana ruinava di sotto nel tempo medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo severo, e i loro fianchi battevano.

– Assra! – gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla apparire su una cresta d′ocra rancia.

Nel punto di montare in sella, egli aveva ordinato al palafreniere di trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento flessuoso d′una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e l′onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.

– Perché la gridi? – disse Paolo.

– Non volevo che venisse perché teme l′acqua limacciosa e, quando non la può saltare si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e di rigagni.

Il cielo era un solo faticoso manto; la terra sordido ceneraccio.

– Non mi sono mai ritrovato in un luogo più tristo di questo. Chi è passato per qui prima di noi ?

Apparivano nella biancana impronte profonde. S′udiva a quando a quando nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.

– Chi sa!

– Sono péste fresche di cavallo.

Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.

– Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella ha lo stampo del ferro.

– È vero.

– Non sei forse passato di qui tu stesso?

– No.

– È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo ci vuole un certo grado di demenza, dev′essere uno dei pazzi di San Girolamo fuggito sul ronzino del dottore

– O lo spettro di Neri Maltragi.

– Chi era Neri Maltragi?

– Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da quattro balzò nelle Balze.

– Credi agli spettri?

– Io sì.

– Allora ci precede.

– Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!

Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l′ombra, tra gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San Giusto e della Badia, l′una ferrigna l′altra ferrugigna, pareva fossero per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell′immenso e inesorabile orrore.

– Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, – disse Aldo con un accento singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. – Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un mucchio di sassuoli.

Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica visione.

– Vuoi che la cerchiamo? – soggiunse l′adolescente, con la sua dolcezza ambigua.

S′udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.

– Certo la cagna è al guado – disse Aldo impazientito.

E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancóra. Il mugolìo esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là dall′acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio, il comando, la minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le sue zampe delicate, implorando da′ suoi dolci occhi di cortigiana seducente.

– Paolo! Paolo! – gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che nascondeva il nemico. – Paolo!

Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d′una donna. Esplorò con l′occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e, più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d′ogni altra. Fiutò l′aria, e vi colse un leggero nidore [63]. Segnò con lo sguardo un cammino parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.

– Paolo!

Il nemico mirava ancóra le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per quell′aria senza tempo tinta [64]. La sua destra accarezzava il collo di Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore irremeabili come quell′emblema sotto i cui segni egli aveva veduto straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolio della cagna supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva a orientarsi in quel vallone travaglioso.

– Assra non guada?

– Andiamo lungo l′acquitrino, che laggiù finisce.

Cavalcarono l′uno dietro l′altro per un tratto. L′uno non vedeva il viso dell′altro. Gli zoccoli s′affondavaijo sino al nodello nel ceneraccio. La cagna era inquieta, di là dal pantano. D′improvviso partì a saetta, si perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.

– Deve aver veduta una volpe – disse Aldo. – Peccato che non si possa galoppare.

– Senti quest′odore di solfo?

– Viene da qualche mofeta [65].

Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta sbiancata più pallida d′ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.

– Guarda là su la ripa le péste di Neri Maltragi!

Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d′arenaria sfarinata dai gemitivi [66].

– Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra!

Egli pareva eccitato come al principio d′una caccia. L′odore sulfureo gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli scoppiava d′orribile tumulto. La cagna non squittiva più.

– Aldo! AldoI

Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l′attimo fu eterno, il silenzio fu di morte su tutta la valle d′abisso.

– Aldo !

La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancóra? Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di pietra. Scelse con l′occhio per la ripa una crosta resistente e vi spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall′alto il nemico che si salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello spiazzo della mofeta.

– La cagna e là morta! – gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando su la cresta il cavallo ansante. – L′ho vista cadere come fulminata.

– C′è la putizza [67]? – disse Aldo, pallidissimo, coi segni della costernazione. – Anche tu stavi per entrarci?

Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L′adolescente guardò ancóra la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.

– Povera Assral Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo belli, oggi.

Discese anch′egli. Il nemico andava pensoso manzi, seguendo le tracce ch′essi avevano lasciate. Riguadarono l′acquitrino; cavalcarono di nuovo tra i nudi tumuli, tra il tufo e il marone, per le sterpaie, per le ghiare, pel dolente eserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava ercorso dagli spiriti frenati dell′uragano. A onente, tra il suol marino e l′orlo della cappa guale, il sole sanguinava come per i labbri ′un lunghissimo taglio.

Paolo si volse a riguardare le Balze che ora ombravano i crolli e gli squarci delle meschite ermiglie. Incontrò gli occhi audaci del giovinetto.

– Sai? – gli disse col suo possente sorriso. - Laggiù, dove finivano le péste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo racconteremo.

– Non lo racconteremo – assentì quegli, enza batter ciglio. – Ma la ghirlanda?

Le sorelle guardavano, ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni istante se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina. Tuttavia le serrava l′angoscia inesplicabile e il lento tormento della sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.

D′attesa in attesa crebbe l′affanno. E nell′una e nell′altra i pensieri le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e senza tregua s′agitò tra muro e muro, tra finestra e porta.

Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si cercarono, s′abbracciarono come per lottare, urtarono l′un contro l′altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde; piansero, si baciarono, si morsero.

Il desiderio coceva così forte il volto d′Isabella Inghirami ch′ella ne aveva onta; e all′aria aperta lo velava d′un velo, o lo inclinava in attitudini sfuggenti come s′inclina una fiaccola or a seconda or a contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s′appicchi. Ma negli scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore d′ognuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s′incontravano, egli scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancóra una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria anima e gittato leggermente il resto.

– Non posso più! – ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell′alito che non era il suo ma del fuoco che s′era appreso a lei come s′apprende al mucchio di legna e d′aromi per divorarlo.

Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente « candidata in foco di dolore » come quel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna senese di Taddeo di Bartolo, ch′ella teneva sul suo capezzale, cinta dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell′incendio. Quante volte aveva detto al suo supplizio : « Ora mi levo, ora vado. Vado perché egli non muoia. Sento che muore d′attesa e d′aridezza». Quante volte s′era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinìo di faville, cercando di ascoltare il respiro di Lunella e non potendo intendere se non il fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante! Ma riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse, irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle atroci pugna di ferro per gli stendardi.

Ora come il Passo del Signore, come il Libro dell′Ardore, ch′ella aveva ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza stelo, ella implorava l′alleviamento del suo voluttuoso martirio.

Di fiori e frutti

m′è fornito il core.

Di amorosi lutti

E d′ardore si more.

Li miei sensi tutti

Languono in fervore.

Tèmperisi l′amore,

Ch′io nol posso portare.

La passione di quei cantici, quella « Pazzia non conosciuta», quella «Pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica. Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle, spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima di estinguersi. L′Amatore « dall′anima dilatata » cantava in lei per l′amore dell′amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con essi non canti l′intero Universo. Il sonno dell′alba le veniva come su la vittoria d′una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né dalla doglia né dalla voluttà. D′improvviso, ella si svegliava al «novo tempo d′ardore » con la figura del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità sollevata nel suo corpo come la fame d′una moltitudine.

– Non posso più.

Ritrovava le parole anelate nell′ora quando perduta era dentro di sé e fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei primi sorsi.

Anch′egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.

– Stanotte? – fece soffocatamente, non osanlo guardarla per non cedere alla violenza che gli torceva tutto l′essere.

– No. Parti. Torna laggiù. Verrò.

– Attendere ancóra?

– Bisogna.

– È impossibile, impossibile.

– Bisogna.

Vedendolo impallidire e tremare, ella ridiveniva forte e crudele contro lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d′una profonda carezza.

– Parto stasera?

– Domani.

– Un′altra notte cosi?

– La più bella!

– Mi accompagnerai domani?

– No. Ti raggiungerò.

– Non posso più. Ho voglia d′ucciderti.

Egli diceva le parole d′agonia e di minaccia, debole e tremante, in preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o un′alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz′ombra. L′impeto e l′ebrezza del volo risorsero dal loro desiderio constretto. Essi riudirono il sibilo dell′elica, riebbero sul viso il vento della rapidità, sentirono nell′azzurro la bianchezza della grande Àrdea come il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno. Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra; ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il tappeto della danza, i cuscini delle carezze.

– Isa! – chiamò Aldo dall′ombra dei lecci.

La sorella si volse. Per l′opacità verdastra ove cadeva l′oro solare crivellato dalla fronda, ella lo vide venire svelto e pieghevole con in pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.

– Vuoi che scendiamo? – disse egli avvicinandosi e guardando i due trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio sembrava crepitare come la ragia nella torcia.

– Sì, eccoci – rispose la sorella, accesa d′un rossore subitaneo che sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello sforzo vano di dissimularlo.

Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando l′erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo nella Cavalcata fidiaca.

– Paolo, – disse – non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?

– Sì, a Tarquinia.

– Ah, ti ricordi nella grotta del Convito quegli uomini tutti rossi, quelle donne tutte bianche.... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che ornamento!

– E chi sa quanti pipistrelli! – disse Isa rabbrividendo. – Forbicicchia, non hai paura?

La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di tratto in tratto un′occhiata torva all′ospite, di sotto il lustro nero blu della sua capellatura.

– Mi farai cadere – fece Vana sotto voce vacillando giù pei sassi della viottola.

– Quest′anno non dev′esserci entrato nessuno – disse Aldo. – Il caprifoglio ha quasi ricoperta l′imboccatura del cunicolo.

– Sai, Aldo, – disse Isa, rapida – Paolo se ne va domani.

– Di già?

Vana s′arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.

– Duccio, tu ci affumichi! – si lagnò Lunella

– Paolo, e non vedrai i bulicami di Monte Gèrboli dopo le bolge di San Giusto.

– Sì, sì, – fece Isa – domani l′accompagneremo fino ai Lagoni: è un tratto di strada.

– Lungo la Cècina perfida, forse t′apparirà un altro cavaliere avventuroso che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da Volterra Michele Marullo.

Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d′ambiguità la voce dell′adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una così penosa inquietudine ch′ella s′affrettava a coprirla col suo tono gaio, come se l′ultima sillaba lasciasse nell′aria uno strascico d′odio.

– E non lo racconteremo – disse Paolo Tarsis sorridendo male.

– Che cosa? che cosa? – domandò Isabella.

– Abbiamo un segreto – disse l′amato.

– Il segreto di Neri Maltragi – disse il portatore di fiaccola ridendo su l′ingresso dell′ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra l′ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. – Oggi io sono il savio duca.

E disparve nel profondo corridoio mortuario.

– Che segreto? che segreto? – ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.

Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo.

– Lunella, hai freddo? hai paura?

La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L′orrore della tenebra la percosse. Ella s′arrestò di sùbito. Pontando i piedi, tentava di trascinare indietro la sorella.

– No, no, non voglio andare!

– Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.

– Non voglio.

– Vieni. Guarda com′è bello!

Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le tavolette. Ma su per i pilastri, ma su per la volta, ma su per le pareti una misteriosa vita serpeggiava s′intricava s′aggrovigliava, una vita di silenzio e di ribrezzo, vegetale e animale, tòrtile e pénsile, informe e multiforme, a cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d′ali, moto indistinto di palpito e di respiro.

– Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! – gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano.

Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise, si rappigliò, si raggricchiò, ma non venne a terra.

– I pipistrelli! I pipistrelli!

E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt′e tre, gridarono, si serrarono, si scansarono.
 

– Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.

– Non si staccano. Muoiono, ma non si staccano.

Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l′umidità accagliata sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano ovunque l′umore dell′ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta, ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli orecchi tra la commettitura dell′ali. E tanto eran tenaci che parevan fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v′incominciassero a formare gli occhi per guatare, nel sepolcro.

– Non si staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare, ma non si staccano – bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. – Muoiono, ma non si staccano.

Morivano dibattendo l′ali, stridendo. Si raggruppavano, si raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato [68], con un sibilo di vessiche sgonfie, ma restavano appesi pe′ loro uncini alle radiche.

– Givi, giù, uno almeno, uno almeno!

Vana, Lunella, Isabella non più parevano sbigottite ma s′erano disgiunte per seguire quel folle gioco; e, prese dal contagio, accompagnavano la distruzione con le loro voci rotte. Per arrivare alla volta, l′affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava coi moti involontarii l′insania del fratello.

– Non uno ! Non uno !

Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il sepolcro fu nero.

Lunella gittò mi grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita per alcuni attimi.

– Vanina! Vanina!

La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva che l′insania roteasse nella tenebra.

– Vanina! Isa!

A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu premuta da due labbra fredde, perdutamente.

– Isa!

Come nel più lungo giorno, come sotto l′azzurro e l′oro intersecati dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio selvaggio. Aveva sentito all′improvviso le dita tremanti palparla, prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante, nella cecità della brama, avviluppata dall′irresistibile fiamma, aveva ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più occulto.

Non era il bacio dell′amante! Era un bacio di frode e di perdizione. Se n′accorse essa, si dibatté, respinse la violenza, con un fremito che i pianti disperati di Lunella copersero.

E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.

Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere, la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno [69].

Paolo Tarsis la guardò mormorando:

– Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.

Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch′egli conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. S′erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano, diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.

– Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?

Novamente l′orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un′ambascia appena udibile.

– Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto? Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest′inferno.

Ella disse, non creatura di carne ma spirito d′angoscia abbrancato all′amore:

– Tutto è preferibile all′assenza, all′esservi lontana, all′essere dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò quest′inferno.

Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano ch′ella aveva premuta nel sepolcro.

– Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio coraggio?

Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella prendeva il suo cuore e l′opponeva allo spazio, l′opponeva al tempo; prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l′orizzonte, serrava ogni varco.

– Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell′attimo di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla, dopo. Ero certa. Pensavo: « Ecco, tutto il male che porto sta per cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà più. Non vedrò più nessun viso terribile ». Vi giuro che questo avevo nell′anima, in quell′attimo, che questa era la mia demenza. E non so dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di queste pozzanghere, con la faccia nel fango.

Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse e risollevasse dal fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte, con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che colava sotto quella voce senza inumidirla, gli pareva quello ch′ella aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto gli era stato dolce nell′arido lutto. Una commozione dileguata gli si riadunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga dell′intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue, le ossa del suo petto, gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero, seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della vista, già scomparsi nella caligine.

– È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita, che mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella che tace e s′immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se non in colui che amo? Lasciatemi, lasciatemi dire questa parola, lasciatemela dire, per la prima volta, per l′ullima volta, senza speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore, a un tratto, e sia salita, e sia uscita. Vi amo, vi amo.

Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell′anima come con le due branche, non l′abbandona, non lo lenta, sinché non ne sia uccisa, non ne muoia.

– Vi amo.

Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a un′incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un suono ma si foggiava come un′effigie, si stampava come un′impronta, si faceva figura umana in sigillo d′eternità. E la medesima parola gli apparve impressa nell′altro volto, nel volto consanguineo, ch′egli aveva avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami? mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c′è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati.... » E seppe quel ch′egli perdeva, ma non temette quel che l′attendeva. Un presentimento gli ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte.

– Come risponderò? – disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. – Come potrò io separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?

Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un′altra volta, fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. –- Qual′era, qual′era quella sola parola? la medesima ch′ella aveva osato proferire? – Il baléno dell′illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte. Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.

– Addio? – gridò allora ella senza grido. – È questa la parola? Addio?

– Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di quell′ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso, quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò pur contro me stesso. « Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita. » Come potrei violare il mistero di quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell′ultimo sorriso che voi raccoglieste.

Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma soltanto sentiva com′egli la separasse da lui, com′egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell′Ombra.

– Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli, ho sempre l′ansia di vedere apparire l′arcobaleno, quello che al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro e che per me è anche l′ultimo suo. Voi siete l′imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m′aveva data e poi m′ha tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello vigilante e distante!

Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure [70] dell′acqua si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le cose s′addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una inimicizia inerte. « È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosai. E, sapendo che la crudeltà può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già insostenibile.

« Distante! » Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo sul suolo molliccio. Attese ch′egli parlasse ancóra. L′intervallo si prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse l′orizzonte, fu lo spazio, fu l′immensità, fu ogni cosa lontana e inaccessa. L′ululo della sirena lacerò l′aria grigia. Entrambi sobbalzarono e si volsero.

– Il meccanico avverte che la macchina è pronta – egli disse.

E s′accorsero che, invece di discendere a valle erano risaliti a monte.

– Siamo tornati verso Volterra – egli disse.

Ella disse, amara e violenta:

– Verso la maledizione, verso la dannazione.

Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de′ cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l′aria era morta, lei percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte, che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell′arsione e della strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l′immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore [71] Gualtieri fatto tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all′Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d′Inghiramo Inghirami e infunato [72] come belva; la porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d′ingiustizia e di dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d′eccidio, di rapina o di tradimento. « Sacco! Sacco! » Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della Città funesta: « Sacco! Sacco! »

– Addio, Volterra – sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di passione e di destinazione ch′esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite.

– Chi sa! Chi sa! -- disse Vana, ridivenuta intorta [73] e nascosta. – Forse ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose gialle.

Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la via aspettando di riprendere la corsa.

Forse che sì forse che no – soggiunse, piano, con un sorriso che poteva anche esser l′ultimo, la fidanzata dell′Ombra.

Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento aali iftnoti disegni che gli nascevano dall′angoscia e scomparivano pel cammino ov′egli s′affrettava piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l′enigma delle Pause.

Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate s′avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d′arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. L′odore sulfureo, la nebbia del bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.

– Come hanno corso! – disse Vana discendendo nello spiazzo. – Sono già entrati nell′inferno.

Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani, non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano, scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti d′acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi rugginosi e ruggenti.

– È l′inferno.

Giravano per la lorda pozza. L′acqua, simile a una broda bigia, viscosa, untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta, che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse l′ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi s′agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di unaa scaturigine [74]: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.

–- È l′inferno. Dove sono? si sono perduti?

Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su l′alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di croste. Non un filo d′erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva, con l′anelito d′un torace immane che il macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d′uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta. Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva nella nebbia crassa.

– Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!

Allora, l′una contro l′altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgóglio dei bulicami, il rugghio dell′ira sommersa. Di là da un ripùtido bollente, di là da un turbine di vapori che s′avvallava per una lacca smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.

Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, si audirono parole interrotte.

Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. Lo trattenne con un guizzo di forza.

– Addio – gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.

Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.

– È svenuta?

Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano. Gittavano un clamore confuso intorno al corpo inerte. Tutta l′ira sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.

Per trarla fuori da quell′inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva se non una parola impressa sul suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda sacra

La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si ri versò sul bollore che parve fumigar più forte Essi credettero andare verso nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d′oltre mondo. Più forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti fangose doloravano.

– Vana! Vana!

La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia il viso esangue.

– Vana!

Curvandosi fin su la gota, a quando a quando ella gridava il nome, con uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva che le lunghe ciglia ripalpitassero.

Note

________________________

[1] vaie: colore screziato con conalità marrone.

[2] gromma: incrostazione che per il colore richiama quella formata dal vino sulle pareti delle botti.

[3] murielle: piccole piastrelle colle quali giocavano i ragazzi lanciandole in modo da arrivare il più vicino possibile a un punto prestabilito che si chiamava sussi.

[4] leccione: accrescitivo di leccio, albero sempreverde, dal legno durissimo e resistente.

[5] pedano: pedale.

[6] sghembe: storte, distorte.

[7] biancane: distese di suolo brullo e biancastro

[8]

[9] scheggioni: macigni

[10]

[11] raffaccio: l′azione del rinfacciare qualcosa a qualcuno

[12] sovatto: legaccio con cui si legava il pacco di fogli del libro alla "copertina".

[13] irremeabile: da cui non si può tornare indietro, irrimediabile.

[14] scalèo: doppia scala (di legno o metallo) che aprendosi forma una V rovesciata.

[15] arnese: armatura

[16] fùsolo: tibia, parte della gamba fra il polpaccio e la cviglia.

[17] futa: (da una voce araba che significa grembiule) veste cadente con ampio scollo e larghe maniche indossata da alcuni popoli dell′Africa nordorientale

[18] marezzi: luccichii: gioci di sole sull′acqua o nell′aria.

[19] fiosso: parte mediana del piede

[20] cordace: danza di carattere burlesco e licenzioso

[21] buttero: custode a cavallo di mandrie di bestiame che vive allo stato brado.

[22] merca: marchiatura del bestiame ; il "giorno della merca". varia a seconda delle località.

[23] fràmea: asta con una corta punta di ferro usata come arma dagli antichi Germani.

[24] alenava: anelava, ansava, respirava con affanno.

[25] aremme: arem, residenza in cui vivono le mogli del sultano.

[26] micenica: micenea.

[27] vètrici:  Altro nome del salice o vinco.

[28] fulvido: luminoso, splendente, fulgido.

[29] remolo: mulinello di vento o d′acqua.

[30] ostro: austro, vento da sud

[31] bandita: terreno sul quale è proibito cacciare o pescare senza il permesso del proprietario.

[32] cuora: aggallato, cioè terreno erboso dei paduli che sembra una prateria galleggiante.

[33] bircia: di vista corta.

[34] lusca: che non vede quasi nulla.

[35] lacca: cavità.

[36] adusta: riarsa dal sole

[37] carpento: antico carro a due ruote di origine gallica.

[38] botri: fosso scosceso con acqua corrente o stagnante.

[39] grofi: tartaro di sale che resta nelle caldaie.

[40] maga colchica: Medea

[41] vagelli: caldaie usate dai tintori

[42] impiumo: da impiumare, mettere le penne (in questo caso: sggiungere le penne alla sciarpa).

[43] nardo: lavanda.

[44] s′incantava: restava bloccato.

[45] gighe: sorta di ballo.

[46] gabbro: pietra usata in costruzioni di case ed era lavorata al tornio.

[47] falba: di colore giallo chiaro

[48] risecco: rinsecchito per improvvisa elimnazione di acqua o semplicemente di umidità

[49] ventarola: banderuola di latta che segna la direzione del vento sui tetti o sull′arco di ferro che regge la carrucola del pozzo.

[50] colmigno: comignolo (voce lucchese)

[51] gramaglie: abito da lutto stretto, da vedova, e drappi con cui si coprono i catafalchi mortuari o con cui si addobbano a lutto le chiese per un funerale.

[52] tenarii: tenarii: infernali (simili ai dirupi infernali descritti da Dante)

[53] vomire: vomitare.

[54] colofonia: rèsina ottenuta dalla distillazione della trementina, una resina ricavata dal terebinto, arbusto o alberello simile al pistacchio, presente nell′Italia meridionale.

[55] mattaione: composto di argilla e calcare (o nicchi marini calcinati, che indurisce come il mattone.

[56] nicchi: nicchia: conchiglia commestibile

[57] scappie: scaglie, rottami di pietre.

[58] alberese: pietra viva dal colore tendente al bianco, dalla quale si ricava la calcina.

[59] tignàmica: erba odorosa che produce fiori gialli.

[60] spigo: nome popolare della lavandula spiga dalla quale si ricava un olio odoroso.

[61] genghe: distese di tufo calcareo

[62] galestro: varietà di roccia scistosa.

[63] nidore: odore simile a quello delle uova marce.

[64] aria senza tempo tinta: Dante, Inf. III., 31.

[65] mofeta: emissione spontanea di anidride carbonica e per estensione: aria irrespirabile per il cattivo odore.

[66] gemitivi: trasudazioni del terreno umido.

[67] putizza: fenomeno secondario di vulcanismo con esalazioni da un anfratto del suolo.

[68] strinato: è il puzzo che si sente quando viene esposto alla fiamma viva la carcassa di un pollo o volatile per bruciare i residui di penne prima di arrostirlo alla brace.

[69] piorno: pregno d′acqua.

[70] rosure: erosioni.

[71] smugnitore: colui che aveva particolari poteri di natura giudiziaria atti a evitare sommosse e illegittime prese di potere da parte di qualche cittadino. - colui che nelle provincie approfittava del proprio potere per arraffare soldi e ricchezze e e conquistare un dominio sempre più alto.

[72] infunato: chi viene fermato e impossibilitato ad agire costretto all′immobilità dall′essere legato e immobilizzato con l′uso di una fune.

[73] intorta: piegata (dagli eventi)

[74] scaturigine: sorgente.

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Ultimo aggiornamento: 19 giugno 2012