Gabriele D'Annunzio

Forse che sì forse che no

Edizione 1932

Edizione di riferimento

Gabriele  D'Annunzio, Forse che sì forse che no, Milano, A. Mondadori, 1959. (Biblioteca moderna Mondadori). (Riproduce l′edizione del 1932, riveduta dall′autore)

Edizione elettronica di riferimento: http://www.liberliber.it/libri/d/d_annunzio/index.htm

LIBRO PRIMO

‒ Forse ‒ rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio ora argentino come i salici della pianura fuggente.

‒ Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate, Isabella: non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi brutale, un'offesa atroce al corpo e all'anima, un disconoscimento inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore, Isabella. Che volete voi fare di me? Volete rendermi ancor più disperato e più folle?

‒ Forse ‒ rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo pareva confondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo cappello a guisa d'elmetto intessuto d'una paglia larga e forte come trucioli di frassino.

‒ Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste voi guardarlo senza vergognarvi?

‒ Non lo guardo.

‒ Mi amate?

‒ Non so.

‒ Vi prendete gioco di me?

‒ Tutto è gioco.

Il furore gonfiò, il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa macchina precipitosa, che correva l'antica strada romana con un rombo guerresco simile al rullo d'un vasto tamburo metallico.

‒ Siete capace di metter la vita per ultima posta?

‒ Capace di tutto.

Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del sorriso formidabile come il baleno di un'arme a doppio taglio. Con la destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore d'una gara mortale, sentì pulsare nel suo proprio cuore la violenza del congegno esatto. Il vento gli mozzava le parole su le labbra arsicce.

‒ Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio.

‒ Sì.

‒ Posso distruggerla.

‒ Sì.

‒ Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le pietre, fare di voi e di me un solo mucchio sanguinoso.

‒ Sì.

Protesa, ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e di voluttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si rinforzavano, balzavano; l'uno contro l'altro parevano ardere ed esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo cofano.

‒ La morte, la morte!

Non sbigottita ma ebra ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano, ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava nella spera convessa del rame il capo rimpicciolito; ingrossato il basso del corpo, la mano sinistra enorme su la guida dello sterzo. Percotendo il sole nella spera, il fuoco divorava la faccia; e dell'imagine allora non appariva a lei se non il mostruoso torace decapitato e il pugno gigantesco nel guanto rossastro.

‒ Mi tenterai e mi deluderai ancora?

‒ Forse.

‒ Vedi quel carro, laggiù?

‒ Lo vedo.

Le parole erano come faville fulminee, che si partissero non dalla bocca senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa. Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.

‒ Chiudi gli occhi, dammi le labbra.

‒ No.

‒ Mordimi, e chiudi gli occhi.

‒ No.

‒ Moriamo.

‒ Eccomi.

Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la distruzione la voluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si confusero. La donna era separata sul suo sedile, né sfiorava pur col gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pugni dominatori non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli omeri squassa ndola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il palpito della creatura agognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda, avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido.

‒ Non temi?

‒ Non temo.

Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse, divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il guizzo delle rondini vive che schivavano il cofano pieno di fremito. E non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non mai nel suo letto non mai nel suo bagno non mai davanti al suo specchio; le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari crocifissi d'argento levigate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo talare; le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde, che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti fiosci le magre mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle palme; e tutto il calore diffuso sotto la pelle come una stagione dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odore profondo.

«No, non moriamo. Il cuore ti trema. Il tuo furore è vano. Godi e soffri di me. Non sono mai stata così forte e così desiderabile.»

I suoi pensieri nascevano dal suo brivido. Ed ella portava sotto le due ali basse il suo viso di dèmone non come una maschera di carne ma come la sommità stessa della sua anima accesa nel vento sonoro e velata di fallacia.

‒ Isabella! Isabella!

Simile al cavallo nervoso che sente dinanzi all'ostacolo mancare il coraggio del cavaliere ed è certo che non andrà dall'altra parte, ella sentiva l'esitazione nei pugni del guidatore; e già misurava con l'occhio lo spazio tra il carro e il canale ove le ninfee biancheggiavano. Un grido involontario le sfuggì quando una rondine urtò contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi.

‒ Paura?

‒ Per la rondine.

‒ Vuoi?

‒ Sia.

‒ Isabella!

Allora ella guardò il viso raso del compagno, non nella spera di rame ma nel rombo del pericolo al suo fianco: il viso bronzino, disseccato e indurito su le ossa evidenti, chiuso fino al mento come da una sorta di camaglio, onde sporgeva carnosa la bocca quasi fosse gonfia di sete e di disperazione. Poi guardò innanzi a sé. Subitamente l'orrore le arrestò il palpito; ché il carro era là, carico di tronchi immani che si protendevano oltre le corna delle due coppie di buoi aggiogate. L'ultimo battito delle palpebre afferrò netta la forma degli strati legnosi nel taglio dei fusti. Poi ella chiuse gli occhi: fu scossa dalla violenza dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lugubre come se la macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate.. Aprì gli occhi: qualcosa di verde di candido di fresco le entrò nelle pupille. La macchina correva, muggendo dalla sua sirena, lungo il margine erboso del canale ove le ninfee galleggiavano innumerevoli. Dietro, il vortice della polvere nascondeva il passo della morte. E un repentino riso stridette per entro l'ondeggiamento del velo, sotto le ali dell'elmetto, su la faccia incolume e invitta.

Era un riso involontario, un convulso riso femineo, che le riempiva di lacrime il cavo degli occhi, la piegava a mezzo del corpo e pareva fosse per spezzarla in ogni sussulto. Ma ella diede alla sua debolezza e al suo male l'apparenza dello scherno vittorioso.

‒ La morte! La morte! ‒ singhiozzò nella gola stridula. ‒ L'ultima posta! Avete ucciso una rondine e prestato un muggito di spavento a quattro buoi troppo placidi.

Ella non poteva domare quel riso che le si partiva dalle viscere, dal più profondo di sé, dall'ignoto abisso della sua sostanza, con un suono inimitabile che pur sembrava falso alla sua anima e a quella di chi l'udiva. E il compagno taceva, senza guardarla, oppresso da un'angoscia annodata come un rancore inerte, che gli impediva di raccogliere l'irrisione e di volgerla in lieve allegrezza.

‒ Tutto è gioco ‒ disse.

Moderava la corsa. Ora la strada era solitaria; e tutta la pianura in quel punto era una solitudine lontana come una ricordanza musicale, fatta di segni e d'intervalli costanti; ché gli argini verdi e sovr'essi le pallide vie diritte, e i canali molli, i filari di salci di pioppi di gelsi, tutte le linee consentivano a quella dell'orizzonte, in concorde lentezza si prolungavano verso l'infinito. E il regno era del cielo inoccupato; ché qualcosa d'aereo, per tante quiete acque specchianti, alleviava la terra come i grandi occhi alleviano il volto umano.

Sopra la pulsazione del motore e sopra il riso della donna, che parevan salire dalla stessa meccanica inconsapevolezza, egli percepiva il silenzio senza confine. E da quella chiara libertà del cielo sgombro, e da tutte quelle bianche liste ricorrenti per la verdura, e dal balenare delle rondini sul fiso sguardo degli stagni, gli si compose l'imagine del suo volo. E imaginò di condurre non la rapidità che striscia ma quella che si solleva; imaginò di ritrovarsi nella lunga fusoliera che formava il corpo del suo congegno dedàleo tra i due vasti trapezii costrutti di frassino di acciaio e di tela, dietro il ventaglio tremendo dei cilindri irti d'alette, di là dai quali girava una forza indicibile come l'aria: l'elica dalle curvature divine.

La donna aveva soffocato il riso, che di tratto in tratto rinasceva come un singulto infantile.

‒ Credo che siamo folli, Paolo ‒ disse con una voce che si posò sul cuore dell'uomo come una mano cauta in atto d'imprigionare qualcosa che sia per fuggirsi.

Egli rivide in un lampo Isabella Inghirani sotto la tettoia che crepitava alla pioggia primaverile, là, fra i rotoli dei fili d'acciaio, fra le lunghe verghe di legno, fra i mucchi dei trucioli, negli stridori della sega, nei gemiti della lima, nei colpi del martello, mentre una tacita febbre umana pareva quasi raggiare intorno al grande airone inanimato che aveva già la tela tesa su le cèntine delle sue ali. Ah, perché d'improvviso quell'opera delicata e misteriosa come il lavoro dei liutai, fatta di pazienza di passione di coraggio, e di eterno sogno e di antica favola, perché era divenuta una incerta carcassa al paragone della somma di vita accorsa da tutti i punti dell'Universo e adunata maravigliosamente su quel volto quasi esangue i cui subiti rossori commovevano come gli accenti sublimi dell'eloquenza e come le grida dei fanciulli? Quanto ingegno teso e ostinato quanta accortezza e destrezza quante prove e riprove nel trovare i modi delle legature, delle giunture, degli innesti! E per qual segreto, a un tratto, ecco, le fragili falangi di quelle dita ripiegate all'angolo di quella bocca socchiusa potevano assumere un valore che aboliva tutto l'acume della ricerca e tutta la gioia dell'invenzione? Egli rivide la visitatrice, poggiata senza peso il gomito contro una costa della fusoliera, presso il timone verticale, sotto una sàrtia rigida d'acciaio, con la mano senza guanto fra la gota e il mento a reggere il viso chino nell'attitudine dell'ascolto, sembrando l'ombra del cappello alato raccogliere l'astuzia molteplice e la seduzione sagace di Mercurio imberbe.

‒ Ancora pensate male di me, Paolo? O sognate il volo di domani?

Gli parve che in lei corresse un lieve fremito.

‒ Penso ‒ rispose ‒ a quel giorno che entraste per la prima volta nel mio piccolo cantiere sul prato di Settefonti.

‒ Me ne ricordo.

Ella risentì gli sguardi timidi e diffidenti degli artieri, il fresco d'una larga gocciola caduta dalla tettoia su la sua mano ignuda, il fruscio dei trucioli all'orlo della sua gonna, il dolore alla caviglia impigliata in un filo d'acciaio, l'odore della vernice e della pioggia, l'ansia dissimulata del suo cuore sotto il suo artificio.

‒ Entraste come chi apre una porta e comanda a un estraneo: «Lascia tutto e vieni con me». E non dubita dell'obbedienza.

‒ Sapevo ‒ ella disse ‒ una parola bella e strana come un nome di maga, che significa: «Vieni‒con‒me». E non me ne ricordo più.

‒ Il vostro vero nome.

‒ Per voi o per tutti?

Subitamente egli patì la bruciatura profonda, senza comprendere, senza riflettere. Or come con una qualunque parola quella voce poteva far tanto male? Come poteva con un solo accento rimescolare tante cose torbide, rappresentare l'oscurità del passato inesplorabile e l'incertezza del domani impuro?

In una carne ch'egli desiderava si converse per lui tutto il desiderio del mondo; e l'immensità della vita e del sogno fu ristretta in un grembo caldo.

Egli la guardò. Così con un colpo di stecca iroso il modellatore scancella nella creta l'effigie, la ragguaglia alla massa informe. Egli agognò ch'ella più non avesse quelle palpebre quella bocca quella gola, ch'ella più non fosse qual era. E rievocò il duro carro i lunghi tronchi protesi all'urto senza scampo.

‒ Ah, se l'amore, che offendete e abbassate così forsennatamente, si vendicasse di voi e vi torturasse come mi torturate! Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!

‒ L'amore, l'amore! ‒ sospirò ella abbandonando indietro il capo, socchiudendo i cigli, rilasciando le braccia e le mani come chi illanguidisce, con la bocca avida, quasi a bere tutto il filtro dell'estate dalla tazza riversa del cielo coronata di foglie. ‒ Se sapeste come amo l'amore, Paolo!

Proferì queste parole inchinando il viso velato verso il compagno, con un accento ch'era simile a un sapore e a un sentore segreti, quasi che la voce per giungere alle labbra avesse attraversato la più profonda sensualità. Egli impallidì. Fu diminuito; fu rotto come un sermento che debba esser gettato nella fiamma con altri mille. Per lui il desiderio era quell'elezione irrevocabile, che di quelle due braccia faceva il luogo unico della luce e del respiro. Ma il desiderio di lei era senza cerchio senza limite senza tempo come il male dell'essere e la malinconia della terra.

‒ L'amore è il dono ‒ disse egli.

‒ È l'attesa ‒ disse ella.

‒ Non l'indugio perverso. A ogni ora voi siete per donarvi e vi rattenete, siete per concedervi e vi negate. Fin da quel giorno, sotto la tettoia, girando intorno alle ali morte, simulaste nel passo i movimenti della voluttà.

‒ I vostri occhi sono malati.

Egli la rivedeva ondoleggiare intorno al grande apparecchio aereo, con la pieghevolezza quasi fluida delle malvage murene prigioniere nell'acquario.

‒ Perché vi lamentate sempre come un bambino capriccioso, voi che mi piaceste soltanto come l'amico del pericolo? Pensate che io sono il vostro più gran pericolo, Tarsis. L'amore che io amo è quello che non si stanca di ripetere: «Fammi più male, fammi sempre più male». Non eviterò mai nessuna pena, né a voi né a me. Fuggite, giacché avete le ali, giacché studiate il vento.

Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro. E gli stridi delle rondini su per gli stagni le fendevano l'anima come il diamante fende il vetro, e dubbio è qual dei due strida.

‒ Amico, amico, ‒ ella proruppe, di subito invasa da uno scoraggiamento ansioso, quasi che la corsa rallentata e il giorno declinante le diminuissero il respiro ‒ no, non m'ascoltate, non mi rispondete. Non parlate più, non voglio più parlare. Non vi farò mai tanto male quanto ne fa a me la più piccola di quelle foglie, e tutto questo cielo!

Divine erano la dolcezza e la tristezza del giorno su la pace della pianura ove le ombre e le acque e l'arte agreste avean composta una ordinanza tanto semplice, che pareva condotta secondo il flauto di tre note tagliato nella canna palustre. I salci spogli, con una lieve ghirlanda di frondi in sommo, miravano negli stagni riflesso un aspetto tanto socievole, che pareva si fosser già tenuti per mano e allora allor disgiunti dopo una danza serena. E tanto eran fresche le ninfee nei canali, che la donna credeva sentirne l'umidità intorno ai suoi propri occhi arsi.

‒ Aldo e Vana saranno ancora molto indietro? ‒ domandò ella con un'ansia oscura che non si placava.

‒ Ci raggiungeranno.

‒ Andiamo! Andiamo!

Paolo Tarsis accelerò la corsa. Il vortice di polvere, il rombo guerresco, l'ululo della sirena respinsero la mite e straziante melodia. Apparivano in lontananza le mura rossastre, i baluardi salienti, le torri quadrangolari della città forte.

‒ Mia sorella non vi piaceva più di me, prima? ‒ disse ella ancora, con un tono acre di provocazione, sollevando gli angoli della bocca a fiore delle gengive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di sangue roseo.

‒ Non volevate più parlare, Isabella.

Una inquietudine intollerabile agitava la donna, come s'ella dovesse dire e fare qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e al tutto ma non potesse né dire né far quella, anzi la contrariasse con ogni pensiero con ogni parola con ogni movimento e perfino col polso col respiro. E stava curva come sotto la tempesta, come per comprimere la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde, ch'ella non sapeva se recassero il bisogno di ridere o di piangere. E, provando un dolor sordo alle scapole, propagava ella medesima quel dolore fino alle dita dei suoi piedi e delle sue mani, con la pietà d'esso dolore. Ed ecco, la stanchezza la occupava come il nero peso d'un sonnifero, e le dava una voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di dimenticarsi in un letargo senza fine. Ed ecco, tutte le forze del suo desiderio con tutte le imagini della voluttà le balzavano dentro e rotavano in una vertigine di delirio.

‒ È il più lungo giorno ‒ esclamò, come chi si risvegli nel sussulto del ricordarsi. ‒ Oggi è il più lungo giorno, è il solstizio d'estate. Non lo sapete?

E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse il volante e la toccasse, nella speranza impetuosa che una novità nascesse da quel tocco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese in una rete sola e nel terrore si rompessero le penne.

Contratto egli taceva, intento a dominare sé stesso, la sua macchina fida e infida. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale; e più parole crudeli trovò per ferirlo, e non ne scelse alcuna ma le contenne e n'accrebbe il suo rancore. E cercò qualche altra cosa da opporre a quel male, da gettare a quella specie d'insana fame, che distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le lasciava su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere.

Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.

‒ Avanti! Non vi fermate! Avanti!

La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina fragorosa: lunghe criniere, lunghe code arrossate dall'intemperie; teste montonine con la favilla bianca dello spavento nell'angolo dell'occchio; poledri villosi come orsatti, su le alte gambe gracili; e l'urto degli zoccoli, e l'onda delle groppe, e l'odor selvaggio nel soffocante nuvolo.

‒ Muoio di sete ‒ ella disse, quando il tumulto e il clamore furono superati. ‒ Ho sete di quell'acqua verde; ho voglia d'inginocchiarmi sul margine e di tuffare il viso tra due ninfee.

Ella sollevò il velo, mostrò il viso nudo. Egli si volse a guardarla, con qualcosa di cavo nel petto, ch'era come l'impronta di quella nudità sempre nuova. Ella si prendeva le labbra tra i denti alternamente, inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della gola. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla, erano senza centro, pieni d'un tremolio chiaro di forze che scaturivano dal buio come il gorgoglio delle dure polle nel letto delle fontane; e il segno nero nell'orlo della palpebra inferiore, segnato dall'arte mattutina, persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle indi, allargando la larga orbita, appassionando la bellezza per la volontà di farsi più acuta.

‒ Ah, che cielo! Non lo vedete?

Era pallido il cielo, quasi candido, con un'apparenza eguale, eppure per ovunque variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero dalla terra e scendessero dal sommo, come una fluttuazione continua di cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli e con un battito di cigli rimandasse fino ai limiti del silenzio.

‒ Che faremo?

La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più lungo giorno. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità riversa come la sua faccia nell'atto di mordere il dolore simile a un frutto maturo che la bagnasse di succo vermiglio. E non sapeva se volesse continuare senza termine quella corsa o se volesse fare una sosta in una solitudine sconosciuta. Il pensiero involontario incurvava la sua spalla secondo la forma del braccio maschile.

‒ Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta?

Appariva un'esèdra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano i cavalli bai. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie.

‒ Paolo, Paolo, ‒ disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia ch'ella non dominava più ‒ vi prego, fermiamoci a vedere la reggia. Bisogna ch'io la veda. È la reggia d'Isabella. Sarà ancora aperta a quest'ora? Voglio, voglio entrare a qualunque costo. Vi prego. Bisogna che oggi io la veda. Fatemi questo dono!

L'ambiguo suo tormento e il suo furore di voluttà e la sua riluttanza e il suo orgoglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un tratto si dissolvevano e si confondevano in una visione allucinante dell'amore su la ruina. Ella guardò l'inchinato sole per fermarlo col suo voto.

‒ È la reggia d'Isabella. Bisogna ch'io la veda.

‒ Forse è tardi.

‒ Non è tardi.

‒ Son passate le sei.

‒ Il giorno dura fino alle nove, oggi.

‒ Il custode non ci aprirà.

‒ Bisogna che apra. Voglio.

‒ Proviamo.

‒ Sono certa. Voglio.

La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.

‒ Dov'è la reggia?

Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.

‒ E Vana? E Aldo?

‒ Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.

‒ Domanderanno? Ecco la piazza!

La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un clamore quasi deliro. La reggia era chiusa. E parve alla creatura febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza, si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.

‒ Ma che furia! Isabella, vi farete male alle dita. Certo, così spaventerete il custode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una piccola folle polverosa.

Paolo rideva, rapito tuttavia da quella vitalità volubile, da quella diversità d'aspetti e d'accenti, da quell'ardore e da quel tumulto che del luogo ov'ella era sembravano fare il punto più sensibile dell'Universo.

‒ C'è il campanello ‒ disse una voce timida. Ed entrambi soltanto allora si accorsero che dietro i due sedili emergeva, di mezzo a un cumulo di cerchioni sovrapposti, il meccanico trasfigurato dalla polvere in un busto di gesso parlante.

L'impaziente si maravigliò, poi rise. Cercò il campanello, tirò con tutta la forza. Il tintinno si propagò nell'ignoto. S'udì un passo, un borbottio, uno scrocco di chiave; l'imposta s'aprì; il custode apparve su la soglia. Barbuto e canuto, era la figura volgare del Tempo senza clessidra né falce. Non gli diede agio d'aprir bocca ella, ma subito lo avvolse nella sua implorazione irresistibile.

‒ Lasciateci entrare! Siamo di passaggio. Ripartiamo prima di notte. Non torneremo forse mai più. Vi prego, vi prego! Nessuno vede, nulla può accadere. Lasciate che entriamo, per un'occhiata almeno! Mi chiamo Isabella.

Più di quella grazia infantile e di quella calda voce supplichevole e di quel nome dominante valse l'offerta del compagno. Il Tempo sorrise nella barba gialliccia, e si scansò.

Allora ella si tolse il velo, si tolse il mantello; e tanta fu la luce de' suoi giovani occhi, che per qualche attimo ella sembrò vestita di quella sola. Ma, quando ella si mise per la vasta scala, Paolo Tarsis udì in sé i colpi sordi del suo cuore come se la portasse su le sue braccia: pesante? leggera? Anche il corpo di lei era ingannevole, quasi duplice, come dissimulato e rivelato in una perpetua vicenda. Ecco, ella saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva allungarle ancor più le gambe, attenuarle i fianchi, assottigliarle la cintura; era magra snella veloce come un giovinetto allenato alla corsa. Ecco, ella si soffermava sul ripiano traendo un gran respiro; e l'occhio a un tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle, la profondità del suo torace, la potenza delle sue reni, la rettitudine della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli della Libica michelangiolesca.

Si soffermò ella; poi fece qualche passo verso la prima sala. Il gioco dei suoi ginocchi creava nella sua gonna una specie di eleganza interiore, una grazia alterna che di dentro animava ogni piega. Ancora si soffermò, senza più traccia di sorriso e d'allegrezza, come oppressa da un presentimento troppo grave, con le palpebre basse. L'amico era poco discosto, occupato da un'angoscia che pareva tutto abolire in lui e non lasciargli se non la possibilità d'un sol gesto nelle braccia pendenti ove si addensava l'attesa. Non lo guardava ella ma assisteva nel suo proprio corpo al fluire e all'adunarsi d'un mistero ch'ella non dominava e che pure le apparteneva più dell'intima sua midolla.

E all'improvviso dal suo corpo, dalla sua grazia, dalla sua potenza, dalle pieghe della sua veste, da tutte le linee della sua persona, da quel ch'era la sua vita e da quel ch'era apposto alla sua vita ‒ con la fatalità dell'acqua che va alla china, del vapore che tende all'alto ‒ si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E si presero per mano, trascolorati, senza parola, vinti da un amore ch'era più grande del loro amore, come per entrare nella casa della loro unica anima o delle loro ombre congiunte. La lor felicità terribile non più si tendeva a mordere il dolore ma ad ascoltare il grido della bellezza dilaniata e derelitta. Pareti e volte decrepite; vecchie tele sfondate; tavole e seggiole sgangherate dalle gambe d'oro misere; tappezzerie lacere accanto a intonachi che si scrostavano, a mattoni che si sgretolavano; vasti letti pomposi riflessi da specchi foschi; impalcature alzate a reggere i soffitti; e l'odore della muffa risecca e l'odore della calcina fresca; e pel vano d'una finestra due torri rosse nel cielo, un cigolio di passeri, uno schiamazzo di monelli; e pel vano d'un'altra una strada deserta, una chiesa senza preghiere, il picchierellare di due stampelle; e appeso un lampadario a gocciole di cristallo, e obliqua una striscia di sole sul pavimento; e un altro lampadario e un'altra striscia, e più triste la cosa lucida che l'estinta; e ancora lampadarii in fila, guasti, pencolanti, simili a fragili scheletri congelati. O desolazione, desolazione senza bellezza! «Che faremo noi dell'anima nostra?»

‒ Un giardino! ‒ gridò la visitatrice traendo verso la finestra il compagno, per una sala ampliata dalle imagini dei Fiumi.

Ed entrambi s'affacciarono. Non disgiunsero le mani; stettero in ascolto come per cogliere vaghe onde di musica.

Era un giardino pensile, chiuso da un gentile portico palladiano a colonne bine; le quali apparivano più quiete perché quivi duravano in coppie costanti e, avendo tra i loro fusti un intervallo eguale, potevano ravvicinarsi nella fedeltà delle lor lunghe ombre. Piante varie v'erano confuse, arbusti e cespi vi s'affoltavano; ma tutto il verde non valeva se non per sostenere il languore appassionato di qualche rosa bianca.

Quando Paolo accostò il suo viso a quello desiderato, così che l'alito si mescolò all'alito, l'amica si ritrasse e si rivolse e guardò dietro di sé. Poi fece, sommessa, con la bocca molle:

‒ No. Ce n'è un altro, più bello.

Credeva di udire il preludio indistinto d'una musica che tra breve fosse per irrompere con la veemenza del torrente.

Varcarono una soglia; e li coperse il cupo azzurro d'un cielo notturno ove i segni zodiacali scintillarono riflettendosi nell'acqua stagnante degli specchi. Per la finestra saliva il profumo cocente e possente della magnolia, ebrezza delle costellazioni.

‒ Un altro giardino?

Era un triste cortile abbandonato. E i lampadarii di pallido vetro riapparvero in sale pompose e vuote; e riapparvero i letti insonni; e le vecchie tele cieche rossicarono e nereggiarono su le mura delle lunghe gallerie, simili alle pelli bovine tese e appese dai conciatori; e il coro dei passeri dagli émbrici rotti cigolò giù per le armature sconnesse delle travi, giù pei travicelli attraversati, giù pei graticci sfondati dei palchi in ruina; e tutto fu ancora desolazione senza bellezza.

‒ Vana! Aldo e Vana!

Lo sbigottimento spegneva il grido d'Isabella. Vedeva ella venirle incontro, pel silenzio d'una stanza occupata dall'ombra di un tetto lugubre come un feretro, due creature silenziose e fisse come quelle che senza pianto dal fondo della loro stessa vita vanno incontro al destino lacrimabile.

‒ Aldo, Vana, siete voi? siete voi?

‒ No, Isabella. Siamo noi, nello specchio. Perché tremate così?

‒ Noi!

Era un alto cristallo che, in bilico tra due colonnette, rasentava il pavimento specchiando l'intera persona diritta in piedi. Il fascino n'emanava come da un parallelogrammo magico.

‒ Perché tremate così?

Vinta e riluttante, ella si appressava all'imagine traendo per la mano il compagno inquieto; entrava nell'ombra funerea del letto; fisa, non riconosceva il suo sguardo in quegli occhi che la guardavano quasi nudati, quasi privi di cigli, privi di battito, immensi, più misteriosi della tomba, misteriosi come la follia.

‒ No, no! Ho paura.

Ella balzò lontano, fuggì per le stanze contigue, sotto cieli d'oro e d'oltremare, sotto cieli dolci come le turchine malate e le dorature sdorate, sotto pallide ricchezze diffuse e sospese, sotto un silenzio scolpito e inevitabile.

‒ Isabella!

La desolazione si trasfigurava. Si mutavano ora in lembi di melodia patetici come i gridi del desiderio e dello spasimo le vaghe onde di musica ondeggianti intorno alle rose bianche dell'orto pensile. La ruina, liberata dai vestigi della vanità e della miseria intruse, respirava nell'antica grandezza per tutte le bocche delle sue ferite, respirava e soffriva e moriva anelante verso il più lungo giorno. Tutti i segni erano eloquenti, tutti i fantasmi cantavano. Le Vittorie mostravano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati, e non più la corona fronzuta tendevano ma il cerchio di rugginoso ferro. Le Aquile sublimi abbrancavano i festoni di frutti putrefatti e caduchi.

‒ Isabella!

Ella andava andava, esitando tra l'una e l'altra stanza, non sapendo in quale l'anima sua fosse per trarre un più profondo sospiro. E le stanze si moltiplicavano; e la bellezza si avvicendava con la ruina, e la ruina era più bella della bellezza. E gli occhi si dilatavano per tutto vedere, per tutto accogliere; e l'intero viso viveva la vita dello sguardo. E l'anima si ricordava; ché le forme scomparse rinascevano e si ricomponevano in lei musicalmente, e traeva essa la gioia della perfezione da ciò ch'era imperfetto, la gioia della pienezza da ciò ch'era menomato. E il giorno era protratto dal prodigio ma nessun indugio era concesso; e su ogni soglia il piede si posava temendo il divieto ma lontana era tuttavia la soglia della sera.

‒ C'è in là un altro giardino, ‒ diceva ella errando ‒ un altro giardino.

E attraverso una grata apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi; e oltre le mura una zona di palude rifulse, e riudito fu lo stridio delle rondini, e traudito fu il gracidio delle rane nel cielo nell'acqua in un solo ardore indistinto. E la straziante Estate chiamò, tra l'una e l'altra voce.

‒ Non è questo.

Ella vacillava sul pavimento sconnesso, ancor qua e là inverdito dallo stillicidio; e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari azzurri del soffitto ove un coro più nobile e più solido di tutti gli ori s'ammassava in volute in rosoni in pigne scolpite con robustezza romana. Le Sirene s'incurvavano, tra i fogliami sporgenti come le mammelle dei bei mostri marini, in un fregio di così forte rilievo che eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. Lungo gli stipiti delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i cerchi di ferro rugginoso.

‒ No, Paolo, no! Non qui, non qui! Vi supplico. Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Gli mostrava un viso che pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e dell'ebrezza. Ed entrambi, da una soglia all'altra, dalla luce all'ombra, dall'ombra alla luce, perseguitavano la loro angoscia senza fine.

‒ È questo? ‒ disse Paolo chinandosi a un davanzale.

Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile, ingombro di ortiche di rottami di vecchie docce contorte. Un Tritone sonava la buccina su una parete forata e maculata; qualche papavero ardeva qua e là come una fiammella spersa. Più nere parevano le rondini in un cielo più lontano.

‒ Ci può essere una cosa più triste in terra? disse la donna ritraendosi.

Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo; una serie di finestre murate; un corridoio cosparso di calcinacci; un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei tramezzi sovrapposti; una scala di pietra consunta; e un altro corridoio simile alla corsia d'un ospedale evacuato; e poi un'altra scala immensa, discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi sconnesse e di travi traverse, che pur pareva più inespugnabile del triplice bronzo, inchiodata sopra un varco senza nome.

‒ Isabella!

‒ Ho paura, ho paura.

Ella aveva in sommo della gola l'atroce pulsazione della sua vita. Perduta era entro di sé, fuori di sé.

‒ Dove siamo? Si fa sera?

Egli l'aveva ancora presa per la mano come per condurla; e dentro di sé e fuori di sé era perduto. Camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillante.

‒ Ah, non posso più.

Chi dei due aveva esalato quell'anelito? Ancor due erano le bocche ma una era l'ambascia, e le loro due forze confuse non la sostenevano.

‒ Non posso più.

D'improvviso rientravano nell'azzurro e nell'oro, riudivano la melodia dominante, rivedevano splendere il più lungo giorno.

‒ Forse forse forse...

Verso l'oro e l'azzurro ella aveva levato la faccia; e la sua stessa anima era diffusa sul suo capo ricca e inestricabile, effigiata nelle sue mille ambagi. Ella leggeva con gli occhi torbidi la parola spaventosa inscritta innumerevoli volte, tra le vie dedàlee, nei campi oltremarini.

‒ Forse forse forse...

Gli disse quella parola entro la bocca, sotto la lingua; gliela disse entro la gola, alla sommità del cuore; ché egli le aveva preso con le dita il mento e con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni i pensieri.

Allora furono due creature che allucinate e riarse per un deserto di mobili dune giungono col medesimo anelito alla cisterna occulta e insieme vi discendono, vi si precipitano, si protendono verso l'acqua che non vedono, nell'angustia si urtano, si dibattono; e ciascuna vuol bere prima e di più, e sente dietro le sue labbra molli crescere la rabbia mordace, e l'ombra e l'acqua e il sangue sono al suo delirio un solo sapore notturno.

Egli bevve il primo sorso, ché un succo divino riempì d'un tratto sino ai margini il calice nudo; e, per non perderne una stilla, egli reggendo con le dita il mento pose l'altra mano dietro la nuca, di sotto alle ali, e tenne il bel capo come si tiene un vaso senza anse. E teneva forte, serrava troppo forte, inspirando l'istinto alla sua bramosia l'atto di spremere, il primissimo gesto insorto dalla cecità del nato d'uomo; ché gli sembrava di nutrire per la prima volta la sua più profonda innocenza.

Ella si vuotò di dolcezza, si fece tutta vacua e lieve come se un'aria calda circolasse nella concavità delle sue ossa prive della midolla insensibile; e un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono, accompagnava quel miracolo. Ma, quando si sentì distrutta sino al fondo, volle rinascere; e scosse un poco il capo per allentare la presa e liberò dalle labbra le labbra e le riattaccò sovrapposte per avere quel che aveva donato. E la vicenda si fece cruda come una lotta di feritori; ché l'una e l'altro cercavano giungere qualcosa d'ancor più vivo e segreto, i precordii, gli spiriti balzanti dell'intima vita. Ed entrambi sentivano la durezza dei denti nelle gengive che sanguinavano. E arrossato da una sola piccola goccia era tutto il fiume carnale che fluiva sul mondo.

Un lento fiume si partiva da loro, generato da quella congiunzione, da quell'immensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto inconsapevoli. Inondava la reggia, passava per le innumerevoli soglie ov'era passata la loro angoscia, traeva seco tutti i resti della bellezza, sboccava nei giardini ch'essi avevano contemplato e in quelli ch'eran rimasti invisibili, traversava la palude, solcava la pianura, si perdeva senza foce nell'estate senza confine. E il gemito sommesso, debole come il fiotto d'un bambino infermo, accompagnava il miracolo; ché, pur mordendo, la donna non cessò da quella implorazione quasi senza suono, onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il combattimento.

‒ Non più.

‒ Ancóra! Ancóra!

‒ Non più.

Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. E le sue palpebre gravi battevano per respingere la nube addensata, per riacquistare il lume, per distinguere il fantasma dalla presenza certa. Era ancora l'imagine nello specchio? era ancora lo sguardo della follia negli occhi suoi divenuti estranei? era il pallore stesso della sua perdizione, quello? Ah, non credeva di poter essere tanto livida!

Era Vana, Vana nel colore della morte ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli. Era la sua piccola sorella.

E la voce di Vana era quella che parlava, se bene irriconoscibile. Con affannosa rapidità Vana, senza potere anco muoversi, disse:

‒ Ora viene Aldo.

S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. Lo sforzo della dissimulazione fu concorde. L'adolescente apparve su la soglia corrucciato.

‒ Ah, siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci, o almeno degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla.

‒ Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci ‒ rispose Isabella, domato il turbamento. ‒ C'era parso di udire la tua cornetta, Aldo. E abbiamo pur lasciato il custode giù.

‒ Sorte che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che mangiar polvere.

‒ Al momento di partire non t'ho io proposto d'andare avanti? ‒ disse Paolo Tarsis.

‒ Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.

‒ Ottima per questo paese, dunque.

Paolo desiderò di scomparire, di ritrovarsi in qualsiasi parte ma lontano. In quella falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora.

‒ Piccolo, via, non mi tener broncio. Sei sempre scontento ‒ disse Isabella, morbida, lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del fratello velati come di cipria.

‒ Isa, promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi Morìccica con Paolo.

‒ Sì, se vuoi.

‒ Voglio, voglio.

‒ Ah, come ti vizio! Che hai nei denti?

‒ Che ho?

Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la lingua.

‒ Anche nel labbro.

‒ Che ho?

‒ Un po' di sangue.

‒ Sangue?

Ella cercava il fazzoletto; e si traeva indietro con moti quasi coperti, chinando sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. Con una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole, il fratello insisteva da presso; stendeva la mano verso di lei; le prendeva tra il pollice e l'indice il labbro inferiore; diceva:

‒ Hai un piccolo taglio.

Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte, con l'atto di guardare sul camino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda di amorini alati, stretto dall'ansia, temendo che su lui apparisse la medesima traccia. Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. Con un colpo sordo nel cuore, udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna. Conobbe la nuova qualità di quella voce, che diceva:

‒ Ah, sì, forse, quando son caduta dianzi, laggiù, mettendo il piede in una buca dell'ammattonato...

Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca, come se le fosse tutta una ferita cocente.

‒ Tieni ‒ disse Vana porgendole il suo.

Era rimasta col capo levato verso il soffitto, come assorta, come attenta a udire il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga, che illustrava l'emblema parlante; ma non aveva mai distolto dalla sorella lo sguardo obliquo, quell'iride chiara sì duramente torta nell'angolo delle palpebre. E Paolo vide nel fascio di luce il risalto del bianco, intenso come smalto, su la stretta faccia olivastra; vide quella mano tesa. E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e d'illuminazione, ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra e ciascuno dei suoi rilievi s'addentra nell'anima di chi mira e vi s'eterna.

Forse che sì forse che no ‒ disse l'adolescente con una voce ch'era già velata dalla malinconia, leggendo il motto inscritto negli intervalli dello scolpito errore. ‒ Perché, Isa, tra l'uno e l'altro Forse c'è un ramoscello e non un'ala, non la tua ala, Tarsis? L'ala di Dedalo o il filo di Arianna. Perché dunque un ramoscello?

‒ Non so ‒ rispose la bocca baciata.

‒ Non so ‒ rispose il costruttore d'ali incatenato alla terra.

‒ Perché, Morìccica?

‒ Non so ‒ rispose la vergine oscura che aveva voluto esser macchiata dalla goccia del sangue voluttuoso.

‒ Non so ‒ rispose a sé medesimo l'adolescente oppresso dai suoi anni così pochi e così carichi d'ignota pena.

E non sapevano; e in ciascuno era una strana esitanza a uscire da quel luogo, a volgersi altrove, ad andare avanti o a tornare indietro, come se dall'alto le liste d'oro si prolungassero in una zona pieghevole che invisibilmente li circuisse e li annodasse di continuo.

‒ Andiamo ‒ disse Aldo ponendo il braccio sotto quello d'Isabella. ‒ Io voglio vedere il Paradiso, e nulla più.

Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli scrigni della principessa estense, quando riudirono la rondine stridere nella perla sospesa del giorno, la potenza chimerica della vita li percosse tutti nel mezzo del cuore, quivi fece più crudamente dolere i mali e i sogni inconfessabili. E l'uomo nel rigoglio della virilità esperto d'ogni rischio e d'ogni meta, immune da ogni paura e da ogni abitudine, armato di diffidenza e di dispregio, che aveva conosciuto giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le due calcagna gli bastava a vivere, guardò il periglioso ingombro del corpo omai promesso e oppose al presentimento della sciagura l'imagine dell'orgia liberatrice, memore del marinaio disceso nel porto per ripartir più leggero domani verso l'oceano; e gli gonfiò le vene l'impazienza di saziarsi. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire soffrendo, smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più ripide, con un cuore temente e temerario, soave e spietato, la donna aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo dell'uragano; e non formava alcun disegno, non si preparava contro l'impreveduto; pesava sul ritmo de' suoi ginocchi la divina bestialità del suo corpo, covava la sua astuzia e la sua lussuria nel suo calore più profondo. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contro lo strazio, non contro il profumo della magnolia, non contro la pallidezza della palude, né contro l'estasi dell'aria, pieni entrambi di forze discordi che facevano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a ogni soffio intorno un'ombra, che forse aveva una sembianza da non poter essere guardata fisamente senza terrore.

‒ Ecco il mio giardino ‒ disse Isabella piegandosi sul davanzale, con l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione impetuosa: «Ecco la mia colpa, ecco la mia gloria».

Un'ebrezza perversa si partiva da lei, mista di spontaneità e d'artifizio, espressa ora col viso nudo ora con la maschera, ora con l'affettazione dell'attrice sapiente ora con la più ignara grazia animale.

‒ Te l'imaginavi così, Aldo?

Al fianco di lei si piegava il fratello, cingendole col braccio la cintura, su la pietra calda.

‒ Guarda, Morìccica. Guardate, Tarsis.

Vana e Paolo s'appressarono; ed ella si scansò perché giungessero a scoprire i rosai. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere; e sul capo chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante, uno sguardo che non era un baleno ma qualcosa che pesava, che colava come una materia fusa. E stavano là tutt'e quattro in un gruppo, nel calore, nell'odore, invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un incantesimo.

Anche il giardino era intorpidito, quasi imbiutato d'un silenzio pingue come il miele come la cera come la gomma. Era un abbandono e una tristezza che si consumavano in profumo tardo. Gli spiriti dell'olio si sprigionavano dal cociore dello spigo e del rosmarino; le albicocche pendevano mézze nella fronda floscia, qualcuna sfatta, aperta sul nòcciolo, stillante; i rosai non potati avevano sprocchi tanto lunghi e teneri, che s'incurvavano sotto una rosa scempia; e la pallida palude vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di polline che n'eran lordi.

‒ Quando io vivevo ‒ disse piano l'incantatrice, col volto quasi vaporato dalla squisitezza del sorriso ‒ il mio giardino era pieno di pecchie e di camaleonti.

Un'ape entrò, sonora. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una maraviglia che rese straordinario il volo. Tutt'e quattro, raccolti nello strombo della finestra, ascoltarono il lungo errante ronzo. Poi si guardarono tra loro fuggevolmente, e videro che tutt'e quattro avevano gli occhi chiari ma diversi, attoniti come se questa simiglianza dissimile scoprissero per la prima volta.

‒ Ah, come sapevo vivere! ‒ soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco stesso. ‒ Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri, possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e le bianche...

E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsiglia; e quelle che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia Alessandria.

‒ Isa, Isa, ‒ sospirava l'adolescente ‒ perché non siamo stanotte nella vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga storia che noi s'ascolti e non s'intenda?

‒ Taci, taci ‒ ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi lievemente verso l'altra soglia. ‒ Ascolta l'ape.

L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola armonica, simulando il vibrare della corda bassa.

‒ Ascolta, che musica!

‒ Suona la viola bordona ‒ disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi della sorella.

Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore.

Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii miracolosi dell'arpa di santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata; ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii.

‒ Isabella! Isabella! ‒ ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per ovunque il nome della divina estense.

E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione».

‒ Quando io vivevo ‒ disse piano ‒ qui si faceva musica, verso quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?

‒ Io me ne ricordo ‒ disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra come usava lungo il manico del suo violoncello. ‒ Forse la mia viola da gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.

Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per significare i luoghi inesistenti, a cui sul fiume della melodia l'anima anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno stendardetto era intarsiato il nome soave.

‒ Certo è là, la tua viola ‒ assentì l'incantatrice, con gli occhi fisi. ‒ La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore rossobruno, per i miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più trasparenti dell'ambra! E dietro nel mezzo della cassa, quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale! Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.

‒ Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! ‒ disse l'adolescente inebriandosi. ‒ La cassa era costruita come la carena dei navigli a liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.

Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza: ancora i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco d'ombra.

‒ Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti in una dedica d'un libro di cantante, forse dedicato a me quando vivevo. Te ne ricordi?

‒ Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia testimonio...»

‒ Autore della Musica!

‒ Era un libro di cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una per oggi, una per quest'ora: «Ove con pie' d'argento». Era rilegato in pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro dev'essere nello stipo.

Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.

‒ Vanina, ‒ ella disse ‒ perché non prendi il tuo liuto e non ci canti sotto voce una canzone?

‒ La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «Amors me fait commencier une chanson novelle...» ‒ disse Aldo. ‒ Oppure quella d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella che finisce: «O so whyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is shee!». A che pensi?

Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi rispose:

‒ Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo poeta: «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di cantare... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!». Domandiamo una pausa alle rondini, intanto.

‒ È vero ‒ disse Isabella.

Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come saettamenti disperati.

‒ Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! ‒ disse Aldo.

‒ Anche a me ‒ disse Isabella.

Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che masticate forzano i muscoli del sorriso.

‒ Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? ‒ disse Aldo. ‒ È una santa Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita di verde, che posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che sembra tocchino i tasti d'un arpicordo».

‒ È vero.

‒ Così è Vana oggi.

Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica.

‒ Quanto mi piace questo! ‒ disse Isabella dopo una pausa, come una che abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze dell'intelligenza.

‒ Rimaniamo qui? ‒ disse Aldo. ‒ Riprendi possesso del tuo Paradiso? Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire. Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in arte armonica.

‒ È la notte più breve.

‒ Io non voglio dormire.

Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio, seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello, che avanzava di bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de' suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza delle sue movenze.

‒ Bisogna dunque andare? ‒ disse Isabella.

E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla intrecciata, il mazzo di polizze bianche.

Nec spe nec metu. Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.

‒ E per te ‒ disse Aldo ‒ quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che Vana ti canterà: «L'onde de' miei pensier portano il core hor ai lidi di speme hor di paura...».

E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari s'incontrarono fuggevolmente.

‒ Che vuol significare il numero ventisette? ‒ chiese Vana, che nella confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso gli indizii e i presagi.

‒ Non me ne rammento ‒ rispose Isabella.‒. Ma è un numero che forse non dimenticherò più.

E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data prossima della gara suprema nella festa dedàlea. E lo sguardo impose l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe fiamme in cima alle aste delle mete aeree.

E il fascio di cartelline? chiese Vana.

‒ Sono le polizzette del gioco di ventura, ‒ rispose Aldo ‒ quelle che si traggono dall'urna cieca della sorte.

‒ Bianche?

‒ Sì, bianche.

‒ Cedimi questa impresa, Isabella ‒ disse Vana.

‒ O non piuttosto quella delle Pause? ‒ disse Aldo.

‒ Che è l'impresa delle Pause?

‒ Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più cara a Isabella.

‒ Tu che decifri le intavolature, la sai leggere?

L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo.

‒ Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore descrescente: due, una; mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio.

Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il cartiglio.

‒ È la notazione del silenzio ‒ fece Vana.

‒ La canzone che non canterai, Morìccica ‒ fece il fratello ancor seduto sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. ‒ Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni altra, tanto che alla corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia Borgia comparisti vestita di una camòra «recamata di quella invenzione di tempi e di pause».

‒ M'è sempre cara ‒ fece l'incantatrice. ‒ È il valore di quel che non dissi non dico non dirò mai.

Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.

‒ Riassumo da oggi l'impresa delle Pause ‒ ella soggiunse. ‒ Ora andiamo.

Si volse per passare nel camerino attiguo.

‒ Ma come non l'abbiamo veduta? ‒ fece con un grido di meraviglia, e s'arrestò.

Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle «pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio umano?

‒ Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause ‒ disse Aldo inginocchiandosi per indagare l'imagine. ‒ Tu stessa l'ispirasti a Tullo Lombardo?

Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.

‒ Ti somiglia ‒ soggiunse sottovoce il fratello.

‒ È vero ‒ ella assentì sommessa.

Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse il cuore del taciturno.

La figura, scolpita a guisa di un cammeo, aveva anch'essa le lunghe gambe lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della giovine signora e, distendendo la stretta gonna, palesava nel gioco alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo sparente.

‒ Aldo, Aldo, scacciala!

Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzio dell'ape presso la sua gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani s'agitavano alla difesa puerile.

‒ Ahi! M'ha punta.

In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla mano manca, nel polpaccio del pollice.

‒ Mi fa male. Bisogna suggere forte, Aldo!

Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le labbra su la puntura per medicarla.

‒ Sì, così.

Egli suggeva più forte.

‒ Basta!

Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del carro carico di tronchi.

‒ Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto.

L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e d'oro come il pavone apre la sua ruota siderea.

‒ Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle vesti? Non erano tappezzati di velluto cremisi i miei stipi?

Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del prezioso drappo.

‒ Non li ho lasciati qui i miei broccati i miei rasi i miei tabì?

‒ Isabella! Isabella!

Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.

‒ Eri anche allora la più elegante dama d'Italia ‒ disse egli adulando la giovane donna come soleva.

‒ Oggi hai per rivali Luisa Casati, Ottavia Sanseverino, Doretta Rudinì; allora gareggiavi con Beatrice Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore. S'era fatti ottantaquattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando andò sposa ad Alfonso, aveva con sé duecento camicie maravigliose! Tu superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia a Milano a Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli collane cinture bottoni braccialetti catene frange sigilli. Il tuo orefice prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del marchese di Mantova, ch'è al Louvre.

Egli pareva aver bevuto il vino di quattrocent'anni in uno di quei vasi di calcedonio o di diaspro forniti d'oro, che la estense aveva raccolti innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte vecchia. Era ebro di passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici.

‒ Ricordami ancora! ‒ ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria.

‒ La duchessa di Camerino Caterina Cibo faceva fare a Mantova i suoi vestiti sotto la tua sorveglianza, come ora Giacinta Cesi non va dalla sarta se tu non l'accompagni.

‒ Ricordami!

‒ Nel tuo viaggio di Francia l'ammirazione per le tue guise fu unanime, come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco.

‒ Avevo i capelli che ho, castagni?

‒ Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più.

‒ Belle mani?

‒ Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il carpo. Per curarle facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo.

‒ Perché amavo anche allora i profumi.

‒ N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile. Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re a regine a cardinali a principi a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia, non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi, e tanto spesso gli uni, credo, quanto gli altri.

‒ Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco.

Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi splendidi.

‒ Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena di debiti.

‒ Oh, no.

‒ Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi.

‒ Federico!

‒ Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva; e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti.

‒ Non è vero.

Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi... So tutto. C'è la lettera al Trissino: «miseria extrema di dinari...

‒ Mi smungeva Federico.

‒ …per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito...»

‒ Federico!

‒ E mettevi le gioie in pegno.

Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a una scena di mimi.

‒ E le maschere, le maschere!

‒ Quali maschere?

‒ Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia.

‒ Quanto mi piace questo! ‒ disse Isabella con un subito mutamento di tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed era di nuovo pronta a far soffrire. ‒ Se ne ritrovassi qualcuna dentro gli armadii?

‒ Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri, apri.

Ella aperse. Le ributtò il triste odore.

‒ È pieno di ragnateli ‒ disse, e richiuse.

‒ Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti da Costanza d'Avalos.

E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza parole, l'ardore senza concento.

‒ Andiamo, andiamo.

Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini. La seguivano gli altri, in silenzio. I passi risonarono per un lungo andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra di un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo, come se i due lembi del ragnatelo si fossero di subito animati.

‒ Sempre si rinnova l'incanto?

Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.

‒ La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?

Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace sul petto in tumulto.

‒ Il giorno senza fine.

Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte senza asciugarsi.

‒ Che faremo? Che faremo?

Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino al culmine del cristallo empireo.

‒ Sorella, sorella, non vedi? non vedi?

Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di subito lo gonfiava uno smisurato impeto, come se moltitudini di ferrei cavalieri gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.

‒ Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!

Maravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera, levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di timore, di promessa, con due mani di statua.

‒ La puntura ti duole ancora?

‒ Mi brucia soltanto.

‒ Ti sei ferita due volte. Aspettati la terza ferita.

La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della candida sera; poi col dorso appena appena toccò il labbro che non sanguinava più. Il saettio disperato delle rondini stridì su l'immobile argento. Il capo del fratello s'inclinò verso la spalla diletta. Egli aspettava un dono che non gli era dato, e non sapeva quale; e la voce della sua anima era un alto lamento, se bene si esalasse in piccole parole.

‒ Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo, fra poco? Io non voglio dormire.

Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che travagliavano così torbidamente gli affanni umani; e il rancore dei suoi trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella grazia inquieta come una convalescenza febrile. E ogni attitudine dell'adolescente verso la sorella gli moveva un malessere indefinibile.

‒ Vieni con me su la brughiera ‒ disse.

‒ A vegliare la veglia d'Icaro?

‒ Ad aspettare l'alba.

‒ Sotto un'ala del tuo grande airone?

‒ Alla diana farò un volo di prova. Le prime stelle e le ultime sono propizie a quest'arte.

‒ Espero è il tuo buon genio?

Aldo non guardava il costruttore d'ali ma, col capo presso l'omero della sorella, era fiso nel cielo di Vergilio. Tutto era puro come nella più divina delle ecloghe. Non un soffio moveva le cime delle canne le vermene dei giunchi le fiammelle dei papaveri lo specchio delle acque. Solo il coro delle rane diffondeva il senso del moto in forma di ritmo, simile alla vibrazione della bianchezza.

‒ Quale altro cielo, se non questo, si chiamerà firmamento? Stasera potresti volare all'infinito. Ah, insegnami!

Trasognato egli si volse, e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della volontà temeraria, la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere, la pupilla fulminea del predatore, quegli angoli vivi che parevano fatti per fendere come i conii la resistenza, quelle dure mascelle che per contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in una tenaglia d'acciaio. E uno sgomento subitaneo lo invase, ché non era quegli il suo compagno né il suo maestro.

‒ T'insegnerò ‒ disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza, come chi risponda a un bimbo che domandi un balocco; e sorrise.

L'ombra cadde su le ciglia del trasognato, e gli riempì l'orecchio un confuso rombo, e il cuore gli pulsò contro la gola; ché egli aveva scorto, tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva, un filo di sangue, un sottilissimo grumo, e un lieve gonfiore lividiccio nel labbro rilevato dal sorriso.

‒ Aldo, che hai? ‒ gli domandò Vana. ‒ Come sei divenuto pallido!

L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione.

‒ Sembro pallido? È questa luce. Non ho nulla. Anche voi sembrate così.

Non dominava il suo sgomento cieco. Le giunture gli si scioglievano come nel pànico. Si chinò su la ringhiera, e credette che il battito del suo polso risonasse sul ferro come il martello su l'incudine. Lo stormo frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della palude, ed egli l'udì tornare verso la loggia come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco. Negli attimi d'attesa rivide le cose più lontane della sua infanzia. Poi lo scagliamento disperato gli trapassò tutta l'anima tramortita.

«Addio, addio!» ripeteva in sé, ma senza sapere come la parola gli si formasse dentro e gli si staccasse dal cuore; ché non era se non suono interno di gemito, simile a quello inarticolato che la tortura strappa alla carne vile. «Addio, addio!»

E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso, per dissimulare l'ambascia; si sollevò, si volse come a guardare la desolazione del cortile erboso; fece qualche passo furtivo verso la porta che s'empieva d'ombra. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. Il bisogno folle di sfuggire lo prese, lo cacciò tra le pareti ignote, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina. Da prima corse anelante, con un velo su gli occhi, come chi abbia il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. Poi le figure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e l'assalirono, e s'ingigantirono del suo dolore; e i contorcimenti dei grandi corpi rossastri nelle mura piene di battaglia furono come l'agitazione della sua demenza; e gli squarci e le fenditure e i mucchi furono come i resti del suo crollo; e tutto l'oro scolpito e sospeso e infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. Ed egli andava andava, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina. E a tratti, come se soffiasse la raffica, gli giungeva l'alto canto palustre, lo stridore del saettamento ostinato, la squilla della salutazione angelica, e il gemito stesso della sua propria anima. «Addio, addio!»

Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro, ma sorgeva da ogni cavità, occupava i luoghi profondi, s'accumulava come una cenere fosca, s'addensava come una moltitudine tacita. Una porta fu piena di minaccia; una scala fu piena di terrore; un corridoio fu come un abisso.

‒ Isabella! Isabella!

Il nome echeggiò come in una caverna; ma, dopo, la vita del silenzio si moltiplicò, ebbe mille volti sparenti.

‒ Isabella!

Il nome cadde senza risonanza, come qualcosa che s'afflosci. Un chiarore violaceo appariva pel tetto squarciato. Nell'ombra era un aliare molle di nottole. Vene di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse l'acqua degli stagni.

‒ Isabella!

Smarrito nell'intrico della ruina, egli barcollava su i pavimenti sconnessi, urtava contro le travature cadute, varcava gli usci palpando gli stipiti freddi, rabbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle forme ignote. E sopra il terrore l'imagine del bacio selvaggio, l'imagine della voluttà sanguigna, si apriva dentro le sue pupille con l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi infermi; ché forse egli era passato, ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le bocche crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto fragile, a sommo dell'anima senza limite; e per ricacciare il singhiozzo egli ripeteva quel nome che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli acini balzanti d'una collana disciolta.

‒ Isabella!

‒ Aldo, Aldo, dove sei? dove sei? Ti sei perduto?

Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile angoscia; e si volse; e in fondo all'andito lugubre scorse un'ombra nell'ombra.

‒ O Vana!

E si corsero incontro; e non parlarono, perché entrambi traboccavano di pianto. E furono soli; e non s'udì alcun altro passo fuorché quello cauto del vecchio. E non si guardarono ma s'abbracciarono disperatamente.

Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta sul Mediterraneo, dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano con l'omento secco del bue con le penne maestre degli uccelli rapaci. «Un'ala sul Mare è solitaria» aveva gridato il poeta della stirpe, alle vedette.

Chi la raccoglierà? Chi con più forte

lega saprà rigiugnere le penne

sparse per ritentare il folle volo?

 D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio, che visitò in culla il nuovo Dedalo creatore d'imagini e di macchine, il Prometeo senza supplizio, colui ch'ebbe in sé «la radice e il fiore della volontà perfetta»; e quella culla era ardua come il nido stesso del desiderio sovrumano sospeso nell'Ignoto. E riapparivano per baleni di gloria, su piani su colli su laghi d'Italia bella, altre ali d'uomo invermigliate di sangue temerario, rotte come le ossa, lacere come la carne, immote come la morte, immortali come nell'animo l'avidità del volo.

Un barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro, aveva anch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita, aveva coperto l'armatura lieve d'un tessuto più lieve, aveva studiato il vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: «Non gli manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima bisogna che sia contraffatta dall'anima dell'omo». Ben egli l'aveva contraffatta librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile, volando ogni giorno più a lungo, ogni giorno più in alto, precipitando infine e stampando nell'aspro suolo germanico l'impronta del suo cadavere, come l'Ateniese aveva legato all'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome.

Discepoli eran sorti, avevan raccolto il rottame, avevan ricostruito e raddoppiato il congegno; avevan celato la loro favola in lande solitarie, in contrade di sabbie e di tumuli; avevano ancor macchiato di vermiglio le verghe connesse e la tela tesa. Alla vasta brezza costante dell'Atlantico, non al chiaro ponente meridiano del Mediterraneo, s'era rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un rigido mattino d'inverno, sopra dune ignude in vista d'una baia aperta verso l'oceano, s'era alfine compiuto il prodigio. Due fratelli silenziosi, figli del placido Ohio, infaticabili nel provare e nel riprovare, per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di due eliche all'ostinazione dei due cuori.

Ora i Latini venivano alla riscossa. Il novo strumento pareva esaltare l'uomo sopra il suo fato, dotarlo non soltanto d'un novo dominio ma d'un sesto senso. Come il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva divorato il tempo e lo spazio, l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e del peso. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. Contro la maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. Il dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci abissi. La morte era una Circe conversa, donna solare che trasfigurava i bruti in eroi con la ebrezza dei suoi beveraggi. Come quando tutta l'Ellade si moveva per la corona d'oleastro, l'Estate ridiveniva sacra agli agonisti. L'inno aveva principio in ogni grido di moltitudine ma il croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba.

L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria, non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. Il cielo incurvato su la pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi dai monti dai boschi. La folla trasse allo spettacolo come a una assunzione della sua specie. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. Tutte le fronti dovettero alzarsi.

Il concorso era come a una dieta di guerra. Il luogo aveva l'aspetto dell'arsenale e della cittadella. In lungo ordine le tettoie di travi e di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a ricovero di galere disarmate o racconce. In cima ai pennoni, in cima alle alte mete piramidali, in cima alle torri di vedetta le bandiere e le fiamme multicolori sventolavano come nelle pavesate di gala. E, come gli antichi pavesi delle fanterie di comune, le fronti delle coperture erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni, con gli emblemi delle officine, coi nomi dei timonieri celesti.

Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario, forma di perfetta bellezza sopra quelle linee senz'arte, fra tutto quel legno polito materia insigne colorata dai segreti dei secoli e dagli spiriti della terra, nel mezzo del campo sorgeva alla sommità d'una colonna romana la statua della Vittoria. Liberata dal carcere astruso, fuor del triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti gradi di pietra invasi dall'erba, era venuta non con la sua quadriga trionfale ma con un carro rustico, col plaustro dei coloni di Roma, tratto da sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di Vergilio. Le aveva fatto corteggio il popolo prode. Imposta al capitello corinzio involto di acanti corrosi, ora viveva nel cielo come quando il giovanissimo capo e l'omero potente e l'apice dell'ala aquilina coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio Vespasiano fondatore di anfiteatri. Verde come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro, su la svelta colonna dalle scannellature cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesareo.

Non la riconobbero i nuovi agonisti, non la venerarono; ma la temettero come un ostacolo da evitare. Ognun di loro non aveva occhi se non per l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli.

‒ Che dice il segnale del vento? ‒ domandò Paolo Tarsis chino presso la sua macchina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio, mentre il capo dei suoi meccanici finiva d'intonare il motore ed egli prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza.

‒ Più di dieci metri al secondo ‒ rispose Giulio Cambiaso scorgendo su la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al rosso. ‒ Non si vola.

S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati.

‒ Tentiamo? ‒ disse Paolo Tarsis.

E venne al limitare della tettoia; guardò la palpitazione delle fiamme in cima delle aste, scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del marinaio. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e ostro, in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi. Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azzurro dei monti verso il Garda, in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare, s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della campagna di Ghedi. La vastità dell'aria era deserta e muta, non interrotta né da un volo né da un richiamo d'uccelli. Attendeva l'uomo.

‒ Il vento sta per cadere ‒ disse Paolo. ‒ Tenterò oggi di battere Edgard Howland nella durata nella velocità e nell'altezza.

‒ Anch'io ‒ disse Giulio Cambiaso.

Si guardarono negli occhi leali sorridendo, emuli e fratelli. La loro fraternità vigeva già dalla prima giovinezza, nata sul ponte d'una nave da guerra, nei primi anni del servizio, quando a ogni primavera credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri corazzate contro un bersaglio che non fosse quello delle gare di tiro nella rada di Gaeta. S'era cementata nell'inferno dei battelli sottomarini, entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che il posto di manovra o di combattimento, tra i fumi dell'olio bruciato, tra i vapori della benzina, tra miscugli d'idrogeno e d'ossigeno svolti dagli accumulatori elettrici, nel pericolo assiduo dello scoppio, nella tenebra improvvisa causata dal corto circuito, nella lotta costante dell'attenzione contro il tossico sonnifero dell'anidride carbonica, nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni con l'occhio fisso ai quadranti indicatori, con l'orecchio teso al linguaggio metallico degli apparecchi di misura e di governo. Ben quivi entrambi avevano cominciato ad acquistare il senso della terza dimensione, manovrando i timoni orizzontali e correggendo per innumerevoli esperienze l'instabilità nel verso dell'asse, che a ogni più lieve causa drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel fondo.

Insofferenti di disciplina esterna, aspiranti a un'azione più libera, insieme avevano rinunziato il servizio. Insieme avevano intrapreso un lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente, attraversato la Corea, la China, la Mongolia, girando la Muraglia, ascendendo monti, risalendo fiumi, valicando steppe, soggiornando alla ventura nelle città dell'interno e della costa; poi per le Filippine, per l'arcipelago di Sulu, per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello Stretto di Torres studiando gli Aborigeni; poi per la Tasmania, per l'India, per l'Arabia, raggiunto l'Egitto. Avevano domandato all'animo e al corpo tutto quel che potevano dare e oltre: la risolutezza era divenuta in entrambi un istinto servito dalla rapidità del pensiero; la resistenza era divenuta come l'osso del dorso. Avevano fatto la pelle al freddo e al caldo, usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto sotto le fiamme tropicali di Mindanao. Avevano sopportato quattro giorni di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'Altai deserto; percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi, nell'isola di Negros, per raggiungere in tempo su la costa una lancia spagnuola che, partita, non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo. Avevano cavalcato nelle steppe diciotto ore su le ventiquattro, e continuato così per settimane senza stancarsi. D'avventura in avventura, di lotta in lotta, avevano acquistato la destrezza che moltiplica le forze con la sagacia nell'adoperarle, soccorsa dalla scienza anatomica del corpo animale nell'assestare i colpi. Uno di loro in un tempio indico aveva potuto alzare una gravissima pietra, sol per un certo suo modo di equilibrarla. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto pieghevoli, che, essendo incatenato in Luzon, era riuscito a farle scorrere per gli anelli di ferro; e tanto forti, che la pressione delle dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel misuratore e spezzare l'ulna più robusta.

Ma quante volte, sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure vie terrestri, avevano risognato il sogno sottomarino, rivissuta la vita silenziosa nell'elemento profondo! Quante volte, dinanzi agli spettacoli più nuovi, avevano ripensato gli attimi incomparabili della manovra di battaglia: il battello emerso, lo scroscio dell'onda in coperta, lo strepito dei motori a scoppio e le subite vampe fra le pareti metalliche; poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior d'acqua, in vedetta; poi emersa la sola sommità della torre coi suoi cristalli più alti, in agguato; poi tutto lo scafo immerso, con solo fuor d'acqua il lungo tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio vitreo; alfine, l'immersione totale, accertata la rotta, corretta la mira, pronto il siluro nella camera di prua; la corsa fatale nel silenzio subacqueo, il lancio segreto contro la carena gigantesca!

Un giorno per caso, al Cairo, in vicinanza d'un ammazzatoio publico, s'erano abbattuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda leggera di lino; il quale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi immuni dal barbaglio, quasi fossero forniti della terza palpebra, per osservare il volo dei corvi, dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a grande altezza. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. Si chiamava Léon Dorne.

Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della loro nuova ricerca. I due manovratori di battelli sommergibili avevan rivolto il senso statico delle tre dimensioni verso il cielo.

Alis non tarsis ‒ diceva l'ornitologo implume, facendo il bisticcio sul cognome di Paolo.

Posatoi rupestri del Mokattam, pregni di splendore come gli alabastri delle meschite, dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte, e curano i fusti teneri delle penne nascenti e a quando a quando starnazzano per esercitar le giunture e, nel sentire il soffio, di subito si gettano giù, abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali, e partono, di primo volo e salgono al sommo e poi discendono col becco al vento e s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria immobili e poi risalgono e poi ridiscendono, senza mai batter l'ali! Specchi della Palude Mareotide, coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni; e sono i pellicani dall'occhio scarlatto, i gravi pellicani dal sacco gutturale venato come le dalie; e s'ode il loro grido rauco simile al raglio, e lo schiocco delle larghe palme che si posano su l'isolotto di melma, e di nuovo lo strepito più forte pel più alto volo, quand'essi ripiegano il collo tra gli omeri come gli aironi e, alzandosi contro il vento, cangiano la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano sopra le nubi! Immense lande liquide dei Barari, folte di canne e di tamerici sul pattume salmastro, interrotte da cumuli di mattoni e di cocci, che sono le ruine obliate delle città regie senza nome divenute nido innumerevole alle dinastie delle meropi; ove su le grandi assemblee degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe, se qualche carogna di bufalo vi approdi portata dai canali, mentre a quando a quando capovaccai e corvi trapassano in volo veementi con ombre di morte, come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai limiti del deserto! Passione del deserto, palpitazione visibile della vampa su l'aridità commossa, odore elettrico dello spazio in attesa, quando la grande aquila sola su i rossi torrioni del Khamsin valica in un attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa metropoli di sabbia e di angoscia si dilegua per sempre!

Alis non tarsis.

I due compagni avevano vissuto lunghi e lunghi giorni, assorti in questi spettacoli e in un sogno d'avventure celesti. Tornati in patria, s'erano messi con ardentissima pazienza all'impresa. Da principio avevano costruito apparecchi semplici, veramente dedàlei, privi di forza motrice, simili a quelli usati dai primi esperimentatori nelle prime prove, non affidati se non alla resistenza dell'aria, non equilibrati se non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso; e, per addestrarsi al veleggio, avevano scelto nel Lazio il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, l'arce italica di Turno nomata dal nome dell'uccello altovolante. Qual posatoio più atto all'esperimento periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della prisca città fondata da una schiera d'Argivi spinti alla spiaggia dal vento di mezzodì. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi; la chiostra dei monti, dagli Aricini ai Lanuvini, dagli Albani ai Veliterni, è come un ciclo di miti impietrati; nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti delle stirpi; i massi squadrati hanno per eterno cemento la parola di Vergilio: et nunc magnum manet Ardea nomen.

I due compagni avevano quivi sentito, meglio che in qualunque altro luogo della terra, come la morte sia un'operaia gioiosa.

Dopo prove e riprove, avevano compiuta una macchina leggera e potente la cui ombra somigliava l'ombra dell'airone. E le era rimasto il bel nome italico: Àrdea; e nel nome il proposito di volare sopra la nube.

Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue aspettando la volontà conduttrice.

‒ Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame ‒ disse Paolo Tarsis, alludendo ai molti trabiccoli strepitosi che non riescivano mai a distaccarsi dal suolo.

‒ Sai? ‒ disse Giulio Cambiaso ridendo ‒ sai che perfino il re negro dei pugilatori Sam Mac Vea si propone di volare?

‒ E il fantino O' Nell.

‒ E il maratoneta Shrubb.

‒ E il ciclista Mazan.

‒ E il nuotatore Geo Read.

‒ E il pattinatore De Koning

‒ E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo!

Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le soste all'addiaccio o sotto la tenda, di quel riso ch'essi non ridevano con altri, essendo un modo della loro concordanza, un'espressione duale della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini. Era già vivace in loro il sentimento sdegnoso della piccola aristocrazia che s'andava formando dall'accozzaglia della novissima gente volatrice.

‒ Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado?

‒ E il multiplano di Guido Longhi?

Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù, partorite dalla mania pertinace o dalla presunzione ignara, condannate irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in cardini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte, simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino natante; congegnature di aste e di ventole in guisa di quegli arnesi mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride; difficilissimi intrichi di sàrtie, di traverse, di longherine, di tubi, di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo, del tessuto intese all'impossibile volo.

E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo ragno, indissolubile. Sotto o sopra le ali, tra due serbatoi a forma di obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buon astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnio o dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo, sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu non ti moverai, nè io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato. Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti a riempire le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il tragico e il buffonesco si avvicendavano, come nelle corsie dei manicomii. L'ombra monocola di Zoroastro da Peretola si chinava a commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio d'inestinguibile riso.

‒ Eppure ‒ disse Giulio Cambiaso ‒ questi Icarotti con troppe ali, che son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della temerità.

Erano costoro i pratici del volano, vincitori di corse in circuito, che consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera, il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabalé.

‒ Che guardi, Paolo?

‒ Nulla.

‒ Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii.

‒ Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a dieci metri. È issata la fiamma bianca.

‒ Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle tettoie, per divertire dame e damigelle!

Diventi misogino?

‒ Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici.

‒ Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife.

‒ Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio! Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi in Sicilia, immune dalla strutta figliale. Ammirabile esempio!

‒ Vuoi ammonirmi?

‒ Nè anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina di «chez Callot».

Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il polverio che il vento dell'elica sollevata dal suolo rossastro, fra gli scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che squisitamente vivevano su lei, come le sue ciglia come le sue unghie come la pelurie della sua nuca come i lobi delle sue orecchie; liscia odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta ‒ spremetti la dolcezza del frutto ‒ ch'era mortifero, onde non resta ‒ se non la semenza di morte». Simili a lei, altre creature apparivano là dove gli uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le loro teste, coperte dai larghi cappelli, sorgevano su i lunghi foderi dei corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.

Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle floride figliolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia palpitante vigilava il portentoso uccello concépito nel suo seno, asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo e l'incostanza degli stantuffi.

‒ Il vento gira. Quarta a ponente ‒ disse Paolo Tarsis. ‒ Soffia per colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu?

Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza indagare la causa, voleva ancora evitare, come aveva fino allora evitato, l'incontro della sua amica col suo amico.

‒ E tu, Giulio?

‒ Subito dopo di te.

‒ Hai mutata l'elica?

‒ L'ho mutata.

‒ Sei pronto?

‒ Pronto.

‒ A rivederci in alto.

‒ Spero che ti raggiungerò.

Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo compito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso. Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una volta.

Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona, l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia, imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato pel dormente un destino più profondo.

Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?»

Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua risposta: «Ti ricordi, tu, di quel buttero che per bravata, il giorno della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e ti do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il capo.

Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta; a volta a volta squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico, offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e sbigottiti.

‒ Si guardi, La prego, signorina! ‒ egli gridò, con un gesto brusco. ‒ Non rimanga là!

Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano.

‒ C'è pericolo?

‒ Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più piccolo frammento scagliato è incalcolabile.

Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli del motore bianco giallo rosso bruno.

‒ Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola?

Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana.

‒ Preghi il Cielo che questo non m'accada mai ‒ rispose il timoniere celeste.

Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile all'indeterminato ricordarsi.

‒ La morte dunque è sempre là?

‒ Là e dovunque.

‒ Là più che dovunque.

‒ È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.

‒ È orribile.

A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi, quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un fiasco vuoto.

‒ Sia prudente ‒ disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula, quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.

‒ La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.

‒ Il Suo amico...

Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.

‒ Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?

‒ I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio.

‒ È troppo ardito.

‒ Non bisogna mai tremare per lui.

‒ Perché?

‒ Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni.

‒ Crede questo?

‒ Certo.

‒ Anche per sé?

‒ Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Visnù, un indovino dalla testa rasa masticando le foglie chiare del betel ci presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa morte.

‒ Crede al presagio?

‒ Certo.

‒ E perché sorride?

‒ Perché ora mi ricordo...

‒ Di che si ricorda?

S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera.

‒ Giovanni, è pieno? ‒ domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava l'essenza nel serbatoio.

Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo d'iddii di dèmoni di mostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, bordato dagli escrementi dei pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo.

‒ Manca poco ‒ rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel foro del serbatoio per misurare la quantità.

‒ Sia pieno, fino al tappo.

L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando.

‒ Di che si ricorda? Dica! ‒ soggiunse Vana con timida insistenza, arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.

‒ Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il banco di un mercante; e si volse verso di noi.

Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.

‒ Olivigna, se bene lisciata con la radice della cùrcuma, aveva quella purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature indoperse, dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino balzano da tre. Come Le somigliava!

‒ Oh, no.

‒ Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li riapro, la rivedo più viva.

‒ Oh, no.

‒ Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra. Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'arèca ridotta in polvere, la ghirlanda di rose gialle.

‒ Oh no! Quelle che porto?

Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla cintura.

‒ Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la devota fu più lesta di me.

‒ Eccola ‒ disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.

E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».

E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella, come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era forse più dissimile a quella alzata presso il banco del mercante nella pagoda di Visnu che a quella alzata presso il congegno dedàleo nella tettoia piena di rombo?

I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore, come si sfogliava lungo le pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno. Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi! Sono lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa. È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa si sfoglia, le foglie cadono chi sa dove; e tutto finisce, tutto è dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature... Ah, forse Paolo è già partito! Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no. Che mi importa? che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura, con l'indovino che mastica le foglie di betel... Ah, non è vero! Il mio cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi cercherà? mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male. Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con un libro di miniature... Vanina, vana, piccola Indiana impastoiata!»

Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi! Sono lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura fortunosa che forse era per trarla più lungi ancora. E tra la sua pena e la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere vendicativo, quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua giovinezza come una immortalità.

‒ Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in alto. Le prometto che lo porterò oggi a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.

‒ Oh, no.

‒ Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra? Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.

Egli era animato da un'ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante risvegliasse in lui una musica di gloria, onde il mondo sorgeva splendido fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui quella creatura, ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in virtù di quale armonia segreta?

‒ Pronti pel campo! ‒ comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a sommo del suo petto.

Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore, ché l'elica aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.

‒ Pronti ‒ rispose al comando una voce fedele. E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e le cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; un'opulenta luce bionda fluì, come venuta dall'oro delle più lontane messi italiche. Un cumulo di nubi apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo, fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone, disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo riconobbero.

Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne, si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi, sinché sembrano appena scaifire la sabbia, e l'ultima traccia è invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggere correndo nel fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero sotto, lasciava la terra.

Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone di altura beccheggiò fuggendo i mulinelli, che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa. S'inchinò verso la prima meta nella virata; si raddrizzò; diritta e veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi; sorpassò i casali, contrastando ai rifoli, orzeggiando di continuo; entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi egizii, tutt'ala.

Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo; quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio roteante, per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a inflettere la velatura estrema; quando nell'andare all'orza manteneva l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di stabilità, e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi, che aveva veduto piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha.

«Fratello, fratello, siamo solitarli, siamo liberi, siamo lontani dalla terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo.. «Non voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!»

Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo silenzio il suo deserto il suo compito.

‒ Àrdea!

Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune, dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada di Montichiari, su i crocicchi aelle strade candide, dai grappoli umani appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie divine, dall'innumerabile maraviglia saliva il clamore come un tuono o come un fiotto intermessi.

‒ Àrdea!

Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano, mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno all'asta della meta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel rombo?

‒ Àrdea!

La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo, lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due cicogne prima della cova, librate su le lunghe ali rettilinee; poi si persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo. Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose, rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velivoli partivano l'un dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci, strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.

E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di quei sublimi cieli d'Italia, che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza, conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa dei Buonarroti. Le nuvole erano un architettura e una stirpe, una materia foggiata dallo statuario e dal figulo, una gerarchia di angeli, una genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue improvviso; poi subito si coprivano di macchie smorticce come le squame caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo mito.

Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra, risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo, restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano sanguinante, e sorrise.

Allora fu visto un altro velivolo, come quei rapaci notturni che abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono, precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi, tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante. La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi.

Pallidissimo, vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittoriòso passò su la sua disperazione.

Allora fu visto di subito apprendersi ad altre ali il fuoco senza colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio, scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano.

E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia, che il suo cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del gioco mortale. Un altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancora s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente, si sporse alquanto per riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta. Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio:

‒ Tarsis! Tarsis!

Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso, coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte, atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti. Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.

Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei precordii ansiosi. Un subito aumento di vita estuò sotto l'imminenza della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze naturali sottomesse; le divinità constrette erano pronti sempre a insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante, il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili, fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.

‒ Tarsis! Tarsis!

L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mete nel decimoquinto giro. Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la rapidità. Gli comandarono di vincere.

‒ Tarsis!

Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi.

‒ Tarsis!

Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i velivoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia. L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mete, delle travi, delle antenne s'allungavano.

Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso dell'elica; non udiva più nulla, se non il palpito eguale del motore, la settupla consonanza. ‒ Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto? quale cagione l'aveva costretto a discendere? ‒ Percepì una pausa in un cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie si vuotassero nei tubi metallici. ‒ La sorte lo tradiva d'improvviso? ‒ Orzò di punta, contro un rifolo; manovrò di gran forza, radendo contro strettamente quanto più poteva; girò la meta penultima virando a pochi pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli poté udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono, il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno fosse là, modulò la voce gutturale; ch'era il segno del contento nel loro gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John Howland. Gli tornò alla memoria lo strano riso dell'ornitologo amico degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le cicogne: «Alis non tarsis». Vagò per pensieri involontarii e informi, come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fascino e di periglio sotto la larga falda ornata dall'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta. Ancora un giorno d'attesa!

Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose. Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che l'ossatura delle ali, simile all'omero tubulare dell'uccello, era penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui.

‒ Àrdea! Tarsis!

Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata per girare la meta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio, sonante di fremito: messaggero della più vasta vita.

Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la gara del più alto volo.

Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce, per cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia era ancora aspettante: L'annunzio della nuova prova era una promessa magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò nel silenzio.

«La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda, forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancora un pretesto per tenermi lontano... La rosa gialla di Madura! La porterò in alto in alto.»

Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio. Uno spirito misterioso inspirava le figure informi, che su i fastigi s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna romana era grandissima.

«La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.» E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno senza lira. Incominciava per lui una atroce gioia.

A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni, fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere udito se non da quel solo.

La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un sentimento della lontananza così profondo, che la sua vista n'era illusa. L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento dell'ignoto incavò tutti i petti.

«Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancora! Ancora!» diceva lo spasimo avido d'un altro spasimo.

«Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine.»

«Ancora! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube.»

«Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una scintilla che s'interrompe.»

«Ancora! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo.»

«Non più! Ecco, precipiti.»

«Ancora! La morte ti ammira.»

E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo nuovo.

«Non più! Hai vinto.»

«Ancora! Stravinci!»

Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.

«Ancora! Ancora!»

Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per risplendere una nuova costellazione.

‒ Discende! Discende!

Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con clamore ineguale.

‒ Discende!

Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato. Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichio lieve e ombra indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta dall'omero d'Icaro sul mare.

Una voce di terrore gridò:

‒ L'elica! Una pala dell'elica!

E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò, irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.

‒ Cade!

Le voci i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma nell'anima.

‒ Cade! Cade!

E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un rullio folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi, beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo dell'anima parve un tuono.

Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto, tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.

Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo testimoniarono per le ali di lino.

‒ È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le gambe? rotta la schiena?

Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli, s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.

Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele, apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del motore per modo, che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla, senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di rosa.

‒ Tarsis! Tarsis!

Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata, quasi che la doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto, nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore infaticabile che girava la meta.

La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione del fuoco e del sangue nel gioco eroico aveva esaltato anche le più umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare inciso dal novilunio.

Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lugubri delle sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve, quasi perdute su i mostri ruinanti.

‒ Ah, orribile, troppo orribile! ‒ lamentò Isabella Inghirami, tutta chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva i denti come nel ribrezzo della febbre. ‒ Non s'arriva mai. Aldo, passa innanzi, passa, passa!

Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e nell'orrore, pareva senza termine.

‒ C'è il fosso a destra.

‒ Non importa!

‒ Ecco, si va.

La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi contro il sole.

‒ Vana, batti i denti?

‒ Ho freddo

‒ Tanto freddo?

‒ Sì.

‒ Hai forse un poco di febbre?

‒ Non so.

Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana teneva su le ginocchia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto era oltranza audacia constrizione, dentro di lei.

‒ Ti senti ancora svenire?

‒ No.

‒ Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo.

‒ Sì. Ma tu puoi andare, forse.

Vana aveva già il suo proposito occulto.

‒ Credi?

Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette, mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle, il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel che le faceva soffrire e nascondere.

‒ Ah, Vana, non battere i denti così!

‒ Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.

Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in alto...» Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?

Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.

‒ Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Calmati.

‒ Abbi pazienza, Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.

‒ Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!

Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose gialle.

‒ Povera povera piccola!

E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio. S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava, ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di vivere? Vedrai, vedrai.»

Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.

‒ Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti addormenterò.

Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro, ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata, la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo, le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.

‒ Aldo, ‒ disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda ruota, a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte ‒ Aldo, tu dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per chiedergli se abbia bisogno di te...

‒ Bisogno di me?

‒ Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.

‒ Credi che questo lo consolerebbe?

‒ Non so se lo consolerebbe, ma mi sembra che tu debba fare questo passo.

‒ Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai mandato una volta. Se tu lo avessi veduto, ora penseresti che è meglio lasciarlo solo.

Un aspro affanno travagliava l'adolescente, una sorta d'invidia ascetica verso la potenza di quel dolore, un'aspirazione tumultuosa verso l'inaccessibile solitudine di quello spirito. Egli voleva tutto dalla vita. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. Ogni spettacolo dell'altrui passione o dell'altrui piacere gli suscitava il rancore, come per un privilegio che gli fosse tolto. Egli soffriva di ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di bauli, piena dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque, dai veli, dalle piume, dai guanti, dalle tante squisite cose vane; mentre laggiù, nella brughiera selvaggia, sotto il nudo ricovero, un vincitore vegliava il cadavere del suo compagno avvolto nel vessillo della gara e disteso sul letto da campo, con un dolore magnanimo che agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro alla trabacca d'abete e di paglia costrutta dai Mirmidoni, ove portarono gli Achei la spoglia di Patroclo Actòride.

‒ Vuol esser solo. Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la veglia d'onore per turno. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. Ha fatto calare la barra. Quando io gli parlavo, mi guardava come se non mi avesse mai conosciuto.

Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. Né mai gli era apparso tanto estraneo, tanto diverso, d'una razza tanto distante dalla sua, d'una statura tanto più fiera. Né mai aveva egli mirato da presso un dolore umano che somigliasse a quello, che ingrandisse così straordinariamente un mortale, che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e d'impenetrabile, una sorta di armatura senza fallo, una mole solida e intera scolpita in effigie d'uomo.

‒ Se m'accompagni, io vado ‒ disse repente la donna, guardando negli occhi il fratello con uno spasimato ardire.

Il cuore di Vana balzò. Ella era distesa sul letto, supina, con le palpebre socchiuse, con gli orecchi intenti; e lo sforzo dei suoi pensieri sollevava pesi enormi che le ripiombavano sopra.

‒ Sei pazza ‒ rispose Aldo con una pronta asprezza. ‒ Credi ch'egli abbia bisogno di te?

‒ E se io avessi bisogno di lui? ‒ disse Isabella con una voce sommessa e pure imperiosa, ch'era come un colpo coperto.

Il fratello impallidì. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla forma bianca e immobile. L'amore turbinò dentro di lei, travolse tutto, esasperato dall'impedimento, infiammato da una gelosia insana contro quel grande dolore che usurpava il suo dominio. Perché Paolo non l'aveva cercata? non aveva tentato di vederla almeno per un minuto? non le aveva dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi nascosta quell'amicizia, s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non mostrarlo, come per una diffidenza oscura, come per una precauzione istintiva contro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più cara del suo amore? E l'amore era vinto dal lutto? forse offerto in sacrificio all'Ombra fraterna?

La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato del numero XXVII; riebbe sotto le palpebre lo sguardo che aveva imposto la nuova attesa, consentito il termine memorabile.

«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà? accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»

Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti. «Entraste come chi apre una porta e comanda a un estraneo: ‒ Lascia tutto e vieni con me. ‒ E non dubita dell'obbedienza.» Le si riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo; m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto, viene con me, nella notte, nell'alba».

Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre diversa, quel viso d'anima e d'arte, a cui un pensiero disegnava il mento il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo con una curva più dolce con un'ombra più eloquente con un rilievo più fiero. «Perché mi ferisci? perché mi ardi?» Ora quello era il viso stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della magia, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»

Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina. «Addio, addio!»

S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di voci violente. La città era insonne.

‒ È viva la madre di Giulio Cambiaso? ‒ domandò Isabella, con molta dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. ‒ Aldo, non sai?

‒ Non so.

‒ Se vive, chi le dirà la sua sciagura?

‒ Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà ancora quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite. Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno entrare per le fessure...

‒ Ah, perché imagini quest'orrore?

Vana si levò a sedere sul letto, palpitante.

‒ Vana, t'abbiamo svegliata? T'eri assopita?

‒ Sì ‒ rispose la piccola sorella, dopo un indugio, simulando la voce assonnata.

‒ Sognavi?

‒ Sognavo.

‒ Non vuoi coricarti?

Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile.

‒ Lasciami dormire così ancora! ‒ mormorò con un profondo sospiro.

‒ Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza. Ora ti mando Chiara a spogliarti.

‒ Dopo, dopo. Tu prima...

Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli addormentati. Si ritrasse.

‒ Va', riposati anche tu, Aldo ‒ disse teneramente al fratello, porgendogli la gota. ‒ Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.

Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.

‒ Il broncio? ‒ disse ella con un sorriso penoso.

Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare perdutamente il viso stesso dell'amore.

‒ Aldo! ‒ chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.

Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai, mirò attonita la sua bellezza, che le parve maravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come sotto un tremolio di rivi.

Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava. Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro, all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.

Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da Chiaretta?» l'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno; bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo voto funebre era come il voto d'una fidanzata segreta. Ella aveva sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è dimenticato...» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della rosa sfogliata, che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la spoglia sanguinosa; ma una sola creatura ‒ dopo colui e dopo la madre ‒ aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano incontro lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro. E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole l'ultimo sorriso l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo, ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene, che non sapevo andarmene, come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo viso... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa col suo segreto.

Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il voto? «Andrò a piedi, sola; ritroverò la via; mi proteggerà la mia disperata volontà di giungere. E che dirò a colui che veglia?» Tutto fu tumulto entro di lei, ancora una volta.

Chiara entrò pianamente, s'accostò al letto.

‒ Vuole che La spogli?

Vana aveva gli occhi chiusi, il viso affondato nel guanciale. Si smosse con un sospiro lungo come un gemito.

‒ Sono io, sono Chiara. Vuole che La spogli?

Vana parve lottare contro un sopore invincibile.

‒ Ah, sei tu, Chiaretta? Isabella s'è già coricata? ‒ chiese con una voce fioca di bimba sonnacchiosa.

‒ Sì, signorina.

‒ L'hai spogliata?

‒ Ho fatto tutto. Sono qui per Lei.

Vana non parlò più. Parve ripiombata nel sonno. Come sentì su la nuca la mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto, mormorò lamentosa:

‒ No, lascia. Sono troppo insonnita. Lasciami così ancora. Mi spoglierò da me. Va' a letto.

‒ Rimanga pure distesa. Cercherò di spogliarla senza che si levi.

‒ No, no. Lasciami, lasciami.

Ella s'agitò infastidita; si rivoltò; riaffondò il viso nel guanciale, fiottando. Chiara obbedì. Poco dopo, si fece un gran silenzio. Un'ora dalla mezza notte era già passata. Bisognava osare senza indugio: bisognava escire dalla stanza, scendere a svegliar Filippo il meccanico, dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza, partire con la vettura non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. La più piccola contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. «Isabella dorme? Aldo è forse andato fuori. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per le scale! Mi crederebbe impazzita?» Il rischio eccitava la sua audacia febrile.

Fu pronta, col cappello, col mantello, col velo. Prese la cintura azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un nastro, l'avvolse intorno agli steli delle rose.

Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno, nella notte breve: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita, distrutta la più generosa parte di sé, menomata per lui la bellezza della guerra. Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo sforzo, la sicurezza della sua fede, la celerità della sua risoluzione. Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d'un cuore virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde, il dolce orgoglio nel proteggere il riposo del suo pari. Egli non vegliava più il sonno della stanchezza, sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento e dell'eccidio; ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un misero corpo spezzato e dissanguato, una spoglia più lacera che s'egli l'avesse ritolta ai becchi ingordi degli avvoltoi.

Non aveva pianto, non piangeva. Il grande dolore è come una congelazione repentina di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la trasparenza del più alto ghiacciaio, e lo rischiara di quel lume adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. Egli era lucido e libero come non mai. Nulla d'estraneo rimaneva in lui; non lo turbava alcun desiderio. Stava nel mondo come una forza funesta. Considerava gli atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti.

A quando a quando si levava per guardare il buio, per indagare il piano verso la colonna, là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto della caduta. Vedeva talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro cavalieri che custodivano la Vittoria. Era una notte umida ed elettrica. Lampeggiava senza tuono dietro il Montebaldo. Passavano soffii come aneliti; nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle; gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio, poi cessavano. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere, quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e più fiera sotto il drappo lugubre, che dava imagine della berretta di panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal Doria, insegna degli antichi almiranti.

Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto. Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.

‒ Chi viene? ‒ si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta e il rombo energico approssimarsi.

Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori discreti d'un lavorio cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello s'attenuavano nella reverenza della morte.

‒ Chi viene a quest'ora? Va' e vedi, Cingria ‒ disse egli, aspro, udendo la vettura fermarsi davanti ai cancelli.

Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo funebre. E ripensò il commiato, ch'egli aveva dato al compagno nel riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la misteriosa tristezza.

‒ Una persona velata domanda di Lei ‒ disse a bassa voce il marinaio rientrando.

«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò, nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era? Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.

‒ Sono Paolo Tarsis, eccomi ‒ egli le disse inchinandosi, con quella strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. ‒ Che posso fare, signora?

‒ Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.

Soffocatamente aveva parlato ella, sollevando il velo di sopra la faccia come di sopra a una piaga viva; ché la vita batteva in quel poco di nudità come là dove il male imperversa.

‒ Voi, qui sola? e come? Che mai accade?

Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna, ella lo scorgeva sul fondo illuminato delle tende chiuse, lo vedeva bene; lo divorava, si saziava di lui come se fosse giunta ad essergli vicina dopo un'attesa interminabile. Tutto quel che era dietro, nella notte, ora le pareva sogno confuso; s'esalava il fervore del voto; la volontà, tesa così terribilmente fino a quel punto, s'allentava, s'annientava. Ella aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliele, e poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse sopra.

‒ Vi' dirò... Lasciatemi respirare.

Alenava come se fosse venuta trascinandosi per la via.

Che cosa era per dirgli? Tante parole le erano nate nell'anima, durante la corsa, ed ella le aveva custodite per proferirle. Ma non le ritrovava.

‒ Come siete venuta qui, sola? Qualcuno è là, che v'ha accompagnata?

‒ No, nessuno: Filippo.

‒ Ma che accade mai? Parlate dunque.

‒ Vi dirò, vi dirò.

Ella voleva dirgli: «Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora senz'aver guardato quel che il dolore è nella vostra faccia». Ella cercò le altre parole, quelle del sogno dileguato, quelle che bisognava ritrovare e proferire, quelle che i fiori tra le sue mani sapevano e volevano.

Ella ebbe una voce sconosciuta, come quei flutti del fondo che portano al lido le cose obliate della Sirena scomparsa.

‒ Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.

Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo. Credette che quella fosse la voce della follia; e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Egli si chinò a guardare più da presso il povero viso insensato. Tutta la notte gli parve piena di sciagura.

‒ Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. Per ciò sono venuta.

Lampeggiava senza tuono dietro il Montebaldo.

‒ Oggi le avevo alla mia cintura. Sono entrata là, mentre mia sorella era con voi; sono entrata all'improvviso, non so perché, nel vento dell'elica.

Passavano soffii come aneliti.

‒ Parlavamo di voi, ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura aveva presagito: a entrambi la stessa morte.

Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

‒ E poi s'è ricordato di me, s'e ricordato della giovine Indiana ch'era presso il banco del mercante e che si volse verso voi due mentre comperava la ghirlanda di rose gialle.

Gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio.

‒ Ha detto che quella mi somigliava. È vero? Ha chiuso gli occhi per rivederla viva; li ha riaperti per rivederla più viva. Io ero dinanzi ai suoi occhi. E m'ha detto che, quando quella si mosse, una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro. È vero?

Le gocciole cessavano.

‒ E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì. «Eccola» io gli ho gridato allora, spiccando una rosa dalla mia cintola azzurra.

Gli assioli cantavano su i pioppi.

‒ Ed egli l'ha presa e m'ha detto: «Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in alto».

Un cane uggiolava in un casale.

‒ E poi l'orrore, e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle vostre braccia, portava ancora sul petto insanguinato la rosa di Madura, la mia rosa? Ditemi, ditemi!

Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con quell'incantamento, ella ora lo vedeva ansioso e attonito. Ed ecco, il fervore che s'era esalato si riaccendeva in lei; il sogno che s'era dileguato la rioccupava tutta; ché quel fervore e quel sogno la avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amore, la vestivano di fatalità, la rendevano misteriosa e potente.

‒ Ditemi, Paolo!

‒ Non so, non ho veduto; non era possibile.

Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore, e ignote figure nascevano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini, dove egli aveva camminato col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar solo. E straordinarii disegni si componevano dentro di lui, senza ch'egli vi consentisse; e poi si dissolvevano. E un presentimento ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino all'estremo fondo della vita. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

‒ Almeno lo stelo è ancora là, forse ‒ disse la vergine oscura sommessamente. ‒ Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui!

E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante.

‒ Volete entrare? ‒ le chiese il trasognato.

Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose.

Camminarono l'una a fianco dell'altro. Come furono sul limite e Paolo fece l'atto di scostare i lembi, ella si strinse contro di lui con un sussulto di terrore. Egli la sorresse e la sospinse. Entrarono.

Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in un'ombra vacua. La tettoia, ch'ella ricordava occupata dall'apertura delle ali bianche, le sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come quella d'una catacomba. ‒ Dov'era il grande angelo abbagliante che si dibatteva sotto le travi? ‒ Chiuse gli occhi, vacillò come le fiammelle, abbandonata dalla forza, incapace di dominare il suo sgomento. E sentiva le mani di Paolo che la reggevano; e desiderava di non più rinvenire ma di perdersi in lui.

‒ Vana! Vana!

Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza tanto divina, che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità, come se il pianto fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»

Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava; e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.

La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.

Disse, estinguendo lo spirito della voce:

‒ Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.

L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma; esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante, ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte, ch'ella appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite, per trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento dell'elica.

La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.

Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio, con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle, laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa del cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.

‒ Che fanno? ‒ chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto nelle cose inesplicabili.

‒ Riparano un'ala.

‒ Quale?

‒ La mia.

Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei candelabri con un gemito sordo. L'aria si faceva più scura e più grave, tra sbattimenti rossastri.

‒ Perché la vostra?

‒ L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo rapida.

Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso di luce. Ella bisbigliava, trepida.

‒ Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la polvere.

Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a, sopraggitto. Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la remigante del rondone scorciata o rotta si raccorcia e si raddrizza da sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore, operoso nella notte breve.

‒ E perché tanta febbre? Fanno la nottata, perché? ‒ chiese Vana guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già supplichevoli.

‒ Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.

S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume miserabile.

‒ Perché? ‒ chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza:

Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così atroce, che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose parola.

‒ Perché? ‒ chiese ella ancora, non creatura di carne ma spirito d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento, simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge ventose.

Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.

‒ Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?

Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non risvegliarlo.

‒ Ah no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno detto addio. Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi. Io non son nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.

L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.

Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che consola le pene puerili.

‒ No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla accadrà... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta... Pace, pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?

Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza, trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancora lottare, ancora ingannare, ancora vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore, mio amore!» diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancora qui, tenetemi con voi ancora un poco, ancora un poco! Ch'io resti qui nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela, quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi non mi svegliate, mio mio amore.»

Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo, la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il segno della croce.

Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.

Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some con le loro armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti fuochi vulcanii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle, e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno. Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei fiori.

Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono accennare. L'enigma delle Pause inscritte nell'oro e nell'azzurro dello scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò, dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e quella dell'attenzione.

Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli Spagnuoli chiamano juramentados, missionarii selvaggi che vengono a traverso l'Asia, partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan, valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano. E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso. Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che s'intraversò s'impennò ricevette nel petto la lama acuta. Giulio Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.

Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda, il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»

L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore ch'egli non indagava, ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di attesa, come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se non un solo pensiero aquilino.

Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco. Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella notte scortato la salma fino al cimitero di Staglieno.

Quando l'Àrdea con l'ala ricostrutta esci dalla tettoia, la folla ammutolì come il giorno innanzi: uno straordinario brivido la corse in un attimo tutta quanta, come un sol corpo vertebrato d'una sola spina.

Era un pomeriggio nemboso. La giovine Estate combatteva nel cielo come un'Amazone maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi, scagliando le sue saette d'argento e d'oro. Le nuvole si scomponevano e si ricomponevano, si diradavano e s'incalzavano, come nella zuffa le torme della cavalleria peltata. All'improvviso una pioggia chiara e sonora dardeggiava brevemente, tra sprazzi diritti di raggi. Il tuono rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Uno squarcio d'azzurro s'apriva come una tregua.

Bagnata dagli scrosci, la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro. Molte corone pendevano intorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal corpo infranto dell'eroe icario; più altre, coprendo in giro l'erba che aveva bevuto il buon sangue, formavano un'aiuola gloriosa.

L'elica rombò nel silenzio, come già quella funesta. Il volatore intese l'orecchio all'unisono delle sette voci. Il tono era eguale e possente. Rapita dalla veemenza, l'Àrdea si levò nel nembo, piena di fato come l'airone di cui portava il nome, sorto dal lutto della rocca in ruina.

Subito conquistò la solitudine, fu aerea nell'aria, lucida nella luce. «Riconosco la sua via?» chiedeva a sé stesso il superstite, credendo sentire sparsa nello spazio la santità che gli s'adunava nel cuore. «Riconosco il solco del suo fuoco?»

Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva sollevato il capo del compagno già grave di grumi, non quando aveva preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere orribilmente, non quando lo aveva avvolto nella ruvida porpora e composto sul letto di guerra, né quando per tutta la notte aveva contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita, né quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine oscura, non mai, non mai l'Ombra gli era stata presente come in quell'ora. Egli la sentiva tra l'una e l'altra ala, simile a uno spirito del vento, simile a un pilota invisibile che gli segnasse la rotta e gli mostrasse l'altura.

Ma, quanto più egli saliva, quanto più egli lottava, tanto più gli si rivelava quella presenza animosa. «Dove giungesti? dove fermasti il volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancora più in alto? Tutto è scomparso. La terra è una nuvola più opaca. È nostro il cielo.» Vivido e torbido come una gioventù impaziente era il cielo. Un riso indocile vi correva, or sì or no, a scrosci, a sprazzi. Le righe della pioggia v'eran tiepide come i raggi; gli sprazzi del sole v'eran freschi come la pioggia, a volta a volta; i vapori vi si laceravano come gli orli delle tuniche sotto i piedi che danzano. Il nembo danzava con proterva allegrezza fra i tuoni. La nuvola immobile della terra era piena di delirio, era piena d'un clamore che non s'udiva nel cielo. La potenza eroica crosciava su la moltitudine remota, come un nembo mille volte più forte. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe era alzata su la colonna di Roma. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anche una volta su l'albero il segno del limite superato!

«Ancora più in alto?» chiedeva l'eroe al suo Pilota invisibile. Di là dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere umano.

Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo? Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo il tuo punto? Ancora tu volevi ascendere, ancor più in alto volevi portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo.»

E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre.

«Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una sovrana ansietà attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe egli voluto andare più oltre, se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva sopra sé la presenza raggiante; una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più oltre.

E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola. «È il tuo segno?»

E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone.

Era l'iride.

E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del dolore, salì di là dalla vittoria.

LIBRO SECONDO

— O Lunella, mia Lunella,

oggi di che ti sovviene?

Che dái tu alla sorella

che ti fa la cantilena?

Che le dái per la sua pena?

Qual de' sogni tuoi le porti,

che ti nevicano dal cuore?

Oh, raccontami le tue storie

con le forbici tue lucenti,

fin che tu ti rammenti,

fin che io non mi scordi!

 Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciola le rimanevano serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale, nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi émbrici chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano l'azzurro tra il duomo e la rocca.

‒ Se tu mi canti ancora, ti fo una gatta coi suoi gattini ‒ disse la bimba, distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. ‒ Se no, smetto.

‒ O Lunella, o tirannella,

aquiletta senz'artiglio,

se tu semini il bianco,

io raccoglierò il vermiglio.

Se tu sei come il giglio,

sarò come l'amaranto.

Accompagnami il mio canto

coi tuoi bianchi sogni lenti,

coi tuoi torvi occhi assorti,

fin che tu ti rammenti,

fin che io non mi scordi!

Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare, come le murielle, dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su l'ombra del vero.

Oh, come sei brava! ‒ esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole sul fondo dell'erba corta.

La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei vecchi pittori dell'Estremo Oriente, che con l'esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale.

Se tu mi canti ancora, ‒ disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine ‒ ti fo la chioccia d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.

‒ Tirannella, tirannella,

fammi un'ala per volare,

ch'io m'involi da Volterra,

dalle Balze fino al mare!

Ma se l'ala non puoi fare,

fammi un altro incantamento

con le tue dita di fata,

per la pallida contrada

ch'io somigli ai dolci Morti,

fin che tu ti rammenti,

fin che io non mi scordi!

 L'artefice puerile ancora seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo, ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come quella d'un angelo di Melozzo, violetta come un penzolo d'uva rinaldesca. Sopra lei stormiva il leccione al maestrale del pomeriggio, movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si protendevano dal tronco intégro. I nocchi le giunture le screpolature le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione, e il suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza della Torre del Podestà.

‒ Se tu mi canti ancora... ‒ riprese a dire Lunella.

‒ Ah, non più!

‒ Perché?

‒ Non so più.

‒ Perché?

‒ Non trovo più le mie rime sghembe.

‒ Perché?

‒ Perché me le beccano a volo i balestrucci.

‒ Non è vero.

‒ Ora lascia cantare il leccione. Ascolta.

Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata, sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo, quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.

‒ Isa quando ritorna? ‒ chiese malcontenta Lunella.

‒ Non so.

‒ Dov'è andata?

‒ Non me l'ha detto.

‒ Tu certo lo sai, Morìccica.

‒ Ti dico che non so.

‒ Quest'anno non ci conduce al mare?

‒ Sembra.

‒ Rimarremo qui tutta l'estate?

‒ Forse.

‒ Ma non sai nulla?

‒ Non so.

‒ S'è corrucciata con te.

‒ T'inganni.

‒ S'è fatta cattiva, molto cattiva.

‒ Credi?

‒ Ecco la chioccia di Monte Voltraio!

E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana l'imaginetta compiuta: una falda di neve l'ardore.

Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante, che a un tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del legnaiuolo di Nazaret.

‒ Oggi fai maraviglie ‒ disse Vana. ‒ Le metto nel libro.

Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un libro bianco e nero come la faccia del battistero, come gli archetti di San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.

 

Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il mastio mediceo. La magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte contro il grand'elce austero, tutta molle nella sua cerea carne. Già nel palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno.

«Chi sa come gli usignuoli cantano, alla Porta di Docciòla!» pensava Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla badia!»

Imaginò sotto la badia le smisurate masse delle ombre per entro agli scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili alla crosta d'un pianeta estinto.

«Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancora? Culla il suo bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome della dolce martire, la placida custode della badia diroccata; e s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine; volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso, che declina sotto il muro ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fascino; ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.

«Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la schiena, inchinarsi un poco... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità, sino al cuore della terra. Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena chiuso il sepolcro? non dimenticano tutto, non calpestano tutto?» L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla rocca il suono fioco della campana che tien deste le sentinelle sul cammino di ronda, eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa estranea non erano come in un ergastolo addolcito?

Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore, rimasta vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna, li aveva raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano, ma in una specie di sottomissione larvata, che ogni atto libero e ogni libera parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi, alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio di non vederla aprire.

Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza scampo, come quei forzati all'ombra del mastio, costretti di bruciare nella galera se invasa dal fuoco.

«Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore... Domattina voglio andare alla badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite, come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze! Non io le porterò questa volta; le porterà un'altra messaggera...» Cantando lontano un assiolo ‒ dove? su le mura della rocca vecchia? più lontano, laggiù verso la Porta all'Arco? ‒ Vana stava per rompere in pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all'uscio della stanza. Sobbalzò.

‒ Chi è?

‒ Sono io, Morìccica. Sei già a letto?

‒ Non ancora.

‒ Posso entrare?

‒ Entra, Aldo.

Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto. Esalava l'odore della sigaretta oppiata e dell'abluzione recente.

‒ Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica?

‒ Nulla. Stavo alla finestra.

‒ Non ho voglia di andare a letto. Ho ancora voglia di musica.

‒ Ancora?

‒ Come hai cantato oggi!

‒ Bene?

‒ Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.

Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi lo lasciò.

‒ Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la strada non facesti che gridare in tal maniera che con quel petto di cardellino pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.

Ella tentò di ridere.

‒ Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere appreso un poco d'arte!

‒ Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai cantato quel tremendo Vom Tode di Beethoven come se, abbandonando la carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che potrebbe essere il Säume nicht, denn Eins ist Noth se tu lo cantassi sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti risponderebbe di giù!

Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti, e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri.

‒ Forse io stessa a me.

Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza patetica che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.

‒ Che viso hai fatto, Morìccica! ‒ disse, dandole quel nomignolo di selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. ‒ Non eri ancora compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni volta che ti guardo.

Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito, ma non così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.

‒ Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa ‒ disse ella abbassando le palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli.

Egli distolse lo sguardo.

‒ Quanti libri su la tua tavola confusi! C'è un dolore che ammucchia intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.

Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.

‒ Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Iacopone. Dove hai preso questo?

Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo.

‒ L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella.

‒ Lasciami vedere.

‒ No, Aldo.

‒ Perché?

‒ Non so: perché sono sciocca.

Ella tentava ancora di ridere; e rideva come se potesse il suo riso essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del rossore.

‒ Quando Messer Iaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano, resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il cilicio segreto alle carni.

‒ Resisto per il cilicio?

‒ Non so.

‒ Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come l'allodola.

Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli dislacciava i legaccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio rossastro, ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo distico:

Dal folle sapientia

e da la spina rosa.

Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie ‒ diceva Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. ‒ Ne ho trovati nel campo della Piscina quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato: Iesu benigne a cuius igne...

Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi batta forte le palpebre per dissipare un allucinazione che si formi. Le pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola, s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto.

‒ Questo l'hai trovato oggi stesso.

‒ Si.

Era un grande trifoglio della buona sorte ancor fresco, che copriva la prima strofa della prima satira.

Udite nova pazzia

che mi viene in fantasia.

Viemmi voglia d'esser morto...

 ‒ Morìccica, Morìccica, ‒ disse Aldo posando il libro e prendendo la sorella fra le sue braccia ‒ pensi molto alla morte?

Oh, no.

‒ Oggi l'hai veduta da per tutto.

‒ L'ho veduta cantando.

‒ Era bella.

‒ Sì, era bella.

‒ Due cose belle ha il mondo.

‒ Due cose belle.

‒ E una sola importa.

‒ Eins ist Noth.

Io so quale.

‒ Anch'io so.

Ella aveva socchiuso gli occhi, ma vedeva per la lunga fenditura il bellissimo viso dell'adolescente inebriato di dolore. E dall'una giovinezza s'apprendeva all'altra il fascino del Buio, e ciascuna sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno, presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito nella ruina irremeabile della reggia estense, quando s'erano stretti senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile la notte della città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra le mura della rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di demenza.

‒ Ma dimmi che non andrai sola.

‒ Tu vuoi venire con me?

‒ Giurami che me lo dirai.

‒ Vuoi venire con me?

‒ Giurami, Vana.

‒ Soffri molto?

‒ Sì.

‒ Da non poter più resistere?

‒ Sì.

‒ E di che, Aldo?

Parlavano sommessi smorti come due feriti nella stessa barella, i quali s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che cola dalle ferite ch'essi non sanno.

‒ Di che? ‒ ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova che le prendeva le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava alla sua coscienza.

Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui; perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante, con un fiato con un calore con un odore.

‒ Di che? ‒ ripeté Vana per la terza volta.

‒ Ah, non dimandare! Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?

Schermendosi egli l'assaliva.

‒ Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello.

Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo.

‒ Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro. Che dice il cantico quinto?

Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza.

Egli lesse:

O Amore muto,

che non vuoi parlare,

che non sie conosciuto.

Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.

‒ Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero?

Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla notte, una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte.

‒ Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? ‒ balbettò la creatura smorta, come se il fratello a un tratto l'avesse percossa. ‒ Non merito che tu mi risparmi?

‒ V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o il tuo rossore, Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua? Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri vicini dell'ergastolo?

‒ Perché domandi a me, se sai?

‒ Sento la tempesta fra te e l'altra. Prima del commiato palese, che vi diceste, là, nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e udii le vostre voci nemiche.

‒ T'ingannasti.

‒ A me fu mentito. A te fu detta la verità?

‒ Perché mi torturi?

‒ Tarsis l'aspettava a Cècina.

‒ Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi torturi?

‒ Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori?

Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra, entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché vedessero, perché guardassero.

‒ Te l'ha tolto? ‒ chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata.

Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano. L'adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà.

‒ Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo?

Ella era curva, annodata in sé stessa.

‒ Non era nato un sogno in te?

Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del labirinto.

‒ Avevi udito una parola d'amore?

Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso.

‒ Speravi; è vero? Speravi.

Ella sentiva su sé le lagrime della veglia funebre.

‒ Te l'ha tolto.

Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli.

‒ Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta.

Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancora, parlami di lui. Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La odio. Vuoi che t'aiuti a odiarla?»

Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce.

‒ Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola?

Ella sussultò, ma non levò il capo.

‒ Non parli. Ah! s'io potessi vendicarti! Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si sporse: bevve la frescura l'ombra violetta il profumo della magnolia.

Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di mausolei; laggiù perfidamente luccicava la Cècina serpigna; laggiù laggiù fra Montescudaio e Guardistallo il suol marino era una profondità eterea come la dimora dei Mani.

Dov'erano gli amanti nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi di pino?

 

S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi le sere le notti nei colloquii degli strumenti nei soliloquii del canto nei concerti a quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito, con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.

La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani ma nella parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte, ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del leccione giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico. Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e di grandezza».

Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata. V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio, vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani riflesse dall'ebano come da un nero specchio.

Vana gli stava al fianco alzata per cantare, nella sua attitudine immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fisa, pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.

Ripetiamo ancora questo ‒ pregava Aldo insaziato di gaudio e di strazio.

Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupido sbracato che danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodia di Cristoforo Gluck, simile a una pura nudità dolorante, nel suo proprio fulgore. Era una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo in un grido irrevocabile, con una bocca severa con uno sguardo forsennato.

‒ Non posso ‒ rispondeva ella talvolta. ‒ Ho dato tutto.

Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione chiudendosi gli occhi con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta tragedia; poi si sedeva in disparte senza distogliere lo sguardo.

‒ Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? – le diceva il fratello. ‒ Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue braccia nude e guarda il crine della Maddalena attorno come un groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? senti come singhiozza il Prediletto?

Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo erano come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi erano come presi nella violenza d'un vento fatale. La forza s'agitava nei loro muscoli come un'angoscia. In quel corpo, ch'eglino traevano giù dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d'Arimatea aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di mirra e d'aloe. Già il vento della resurrezione soffiava intorno al legno sublime. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre che aveva portato il frutto di dolore. «La luce m'è sparita» aveva detto ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salom, tra le due femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna.

‒ Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? ‒ diceva Aldo, svegliando nella profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. ‒ Non sembra armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le grida gli aneliti la luce non penetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro opaco sordo eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia forse quella regione della vita ove «una sola cosa importa».

Era Vana allora, che pregava:

‒ Da capo! Ricomincia.

Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le cose, confluendo nella doglia universa.

‒ Due cose belle ha il mondo ‒ diceva l'adolescente ‒ ma una terza è la loro divina sorella.

‒ Ah, non dire due e una, non separarle! ‒ rispondeva la cantatrice. ‒ Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza di cui le due sono fatte.

‒ È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli dinanzi alla nave d'Ulisse.

Andarono a rivederle lassù, nelle piccole sale rosse e nere del museo.

‒ Guarda ‒ diceva l'adolescente pieno di sogni.

‒ Guarda. Tutt'e tre sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; e ora è senza lira e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quella che soffia i suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'uccello. Guardala: è intatta.

‒ Ma vedi? ‒ rispondeva la cantatrice. ‒ Due sono le ombre dietro di loro, due sole.

In fatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due sole ombre.

Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri.

‒ Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il dosso, come tu suoli quando canti! ma un eroe non può essere legato come uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione non ha significato alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine.

‒ Furse ‒ ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine.

E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s'imbarca colui che deve trapassare, e il commiato è senza lacrime.

‒ Che alto silenzio in così piccole stanze! ‒ diceva il fratello, camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere. ‒ Chi parte non piange; chi resta non piange. Si guardano fissi con la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza; perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le vie dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di vasi e l'ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere, di quel nero metallico che hanno certi fittili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani scolpiti in questi alabastri?

I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento in lettiga in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il collo così che la criniera toccava la terra come quella del sauro d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino senza ritorno.

‒ Non è questa l'imagine mia? ‒ diceva l'adolescente indugiandosi. ‒ Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l'equestre.

S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la patera il flabello le tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le sentissero premere su i loro cuori.

‒ Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo cavallo sopra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione s'arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si rifiuterebbe?

‒ E Pergolese?

‒ Pergolese ha poco cuore.

‒ Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi.

‒ C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora il terreno è solcato.

‒ In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i rottami del macigno nascondono il vuoto. Se la bestia è spinta con risolutezza come a un ostacolo comune, certo s'inganna e salta...

Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, cun una mutua eccitazione d'energia, lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la bruciatura intollerabile.

‒ Andremo a esplorare domani. Vuoi?

‒ Voglio.

‒ Prima ch'ella torni, sarà.

‒ Sì, prima che torni.

‒ Oggi è il decimo giorno.

‒ E non una parola!

‒ La credevi tu tanto feroce?

Il giardino del museo era dinanzi a loro, coi suoi cippi in forma di pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta inverditi, con la sua pergola di pampini al sole trasparenti, con i rari suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato dai turiboli.

‒ Dove sono? dove sono?

Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno, simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa estense, ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma, che in arnese cavalca il Danubio azzurro, è Algeri che porta un cipresso per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne accarezzandosi.

‒ Dove siamo? ‒ diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo dalla gola al pollice del piede scalzo. ‒ A El‒Bahadja? E quella è la bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli che brucano l'erba salma su quella lama di sabbia.

Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in guisa di mezze ghirlande.

‒ Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di Si‒Mohammed‒el‒Scheriff, sai? dalla parte della Kasbah. Là, quasi dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffè moresco che frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini.

Egli non guardava le spiagge nè i boschi nè le montagne; non sentiva l'odore della resina e della salsedine. Non poteva nè volgere il capo nè distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».

‒ Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice. Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah, come suona il flauto di canna quando è in vena!

Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò le rendeva più ambigue.

‒ Gli Arabi, dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei: grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra si sieno appressate per ascoltarlo... Ah, va', cercalo, e conducimelo, Aini! Danzerò per te.

Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba, senza più scorrere; ché il suo piacere s'avvelenava. Il suo amore era aizzato come la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli faceva male come se una malvagia droga glielo eccitasse affocandogli le reni. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio intorno, la purità del vento, l'incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell'estate; ed era come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua tormentatrice; e sorrise. L'odio insorto in lui diceva: «L'ora era deliziosa, l'ora del tuo breve sopore qundo tu ti lasci addormentare dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giochi puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte. So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch'io pensi che l'effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di muschio questa pelle ch'io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla è ignoto?»

Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto:

‒ Quando fosti in Algeri? con chi?

‒ L'anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva. Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra due giardini! I miei piedi sono d'avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l'abitudine di farmeli miniare con l'henné; e i calcagni arrossati dal minio somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi!

‒ Chi te li tingeva?

‒ Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e di nero, acconciata all'egiziana, coi bottoni d'argento e di smalto sul corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un lino bagnato e aderente. S'innamorò di Aldo; e rise molto più di rado, ma gli occhi carezzevoli le divennero più belli. Il pianto le fece l'effetto del koheul.

‒ E Aldo non aveva gusto per la Venere nera?

‒ Veramente, non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. Omai si sa ch'egli è un giovine dio in esilio. Ma gli piaceva di udirla raccontare lunghe storie senza intenderla. Yasmina aveva una parlatura melodiosa come il linguaggio d'un uccello silvano. Deliziava anche me. Ho preso da lei qualche gruppo di note. Credo che, sotto il pretesto di raccontargli una storia, ella gli faceva un discorso d'amore. Troppe volte ripeteva «Aini», occhio mio, e «Ro'hadiali», mia anima. Una notte si coricò a traverso la porta perché egli le passasse sopra. Egli la saltò, ridendo. Ella non si mosse fino alla mattina. La casa s'impregnava d'amore. L'aria v'era irrespirabile; anche perché portavamo sempre di quelle collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei, avvolte al collo in due o tre giri. Odoravano così forte che io vivevo in una continua vertigine.

Ella spirava la voluttà parlando, sorridendo; e vedeva posato su le sue chiare ginocchia quel viso bronzino che le pareva d'aver già intravisto in una fantasia alzato su un grande stallone arabo dal mantello di raso bianco, tra lo sventolare del haik e il roteare del fucile in una nube acre di polvere e di fumo, laggiù, nella Mitidja, una sera di festa, prima della gozzoviglia preparata sotto le tende coniche della razza guernera.

‒ In una vertigine di castità? ‒ disse l'uomo, un poco roco, sorridendo anch'egli, d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.

‒ Forse che sì forse che no, Aini ‒ ella susurrò socchiudendo le palpebre orlate di nero dall'antimonio come quelle delle donne maure.

E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua carne all'irruzione preveduta del desiderio micidiale.

‒ Ti piacque Amar?

‒ Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia di Amar era una grazia tra d'istrione e di mezzano. Veniva dal deserto, in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare, con le gualdrappe con le criniere con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al colombo nell'ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i marezzi nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il cavallo o il cavaliere?

Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto segretamente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità d'agguato. Il cuore le tremava d'un delizioso terrore; perché l'amante aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com'ella supina aveva il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse dalla parola la perlagione della gengiva e dei denti in una umidità di conchiglia frescamente dischiusa.

‒ Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un giovinetto o una vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare, se non avesse veduto quell'estrema delicatezza dominare con tanta facilità lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto, seguivano la coda strascicante. Chi era l'inviato del deserto? Come fu presso di noi, egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i quattro zoccoli, eseguendo quell'aria che in vecchio termine di cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi indietro contro l'arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe. Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli appartenessi...

Ella gridò come allora; ché l'amante in un movimento impreveduto, quasi strisciandole sopra, l'aveva afferrata agli omeri con le mani dure.

‒ Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato alla caccia... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due slughi... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a brani, fa' di me quello che vuoi. Sì, ancora più forte! Sono tua, sono la tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.

Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo nell'ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche menzogne con l'arte rapida ond'eran composte quelle collane mattutine di zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa all'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v'inscriva la sua legge; e spesso l'ingenua frode avvolge il credulo. Ma ella invece sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico senza termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive ch'ella non cercava di coprire ma di equilibrare, come quei ritrattisti che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno. Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch'ella amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare, e talvolta insanguinava di non natio cinabro la bocca. Ma la sua alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben altre maraviglie. Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia d'un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba. Un qualunque atto dell'esistenza cotidiana ‒ il togliersi il guanto lentamente facendone strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino al poco oro crespo dell'ascella ‒ un qualunque atto comune prendeva da lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di non poterlo fermare in perpetuo.

Per ciò, pur così fragile così elastica e così lasciva, ella s'apparentava con le grandi creature di Michelangelo. La contradizione non era se non apparente pel contemplatore acuto. Certo, quando ella s'adagiava sul divano e il suo corpo s'annegava sotto il flutto piegoso della mussolina o del tulle, non somigliava alla Libica se non forse pel fiosso arcuato del piede emergente dal flutto. Ma, se a un tratto con un colpo di reni da danzatrice di cordace ella si risollevava protendendosi dall'ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un dibattito appassionato, la virtù del suo rilievo era tanta che i prossimi ne avevano il sentimento d'una creazione e d'una apparizione geniali. All'occhio dell'artista ella era il genio stesso del rilievo, quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fuoco del cervello michelangiolesco. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé medesima dal suo masso e occupare l'aria come il ginocchio come l'omero come il cubito come il seno dell'Aurora la occupano; i quali fanno violenza allo spazio, spostano quasi visibilmente le masse aeree, prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre forme, e si contornano di solitudine.

Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. Le sue vesti vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Gli oggetti intorno rientravano nell'ombra, le comuni apparenze erano abolite; la luce si trasmutava su lei. Non era più la luce del giorno né quella della lampada; ma era la fiamma fortunosa che dal cominciamento del mondo rischiara le lotte i lutti i fasti dell'uomo. Ella dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una follia provocata con arte; ma ciascuno allora, nel cerchio di quella follia, sentiva ch'ella era promessa a un destino severo.

Così nell'amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la strada polverosa quando ella, dopo il passaggio dei cavalli bradi, aveva sollevato il suo velo mostrando il viso nudo ed egli s'era volto a guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch'era come l'impronta di quella nudità sempre nuova. Veramente ella, per vivere in lui, gli scavava il petto, glielo scerpava, glielo rodeva, senza dargli tregua; e pareva talora incastrarvisi, serrarvi e schiacciarvi ogni altra cosa ancor viva, distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono, e dal più nero dolore volgere la più chiara delle voluttà.

Dov'era mai la muta promessa fatta al compagno nell'incerto commiato che doveva esser l'ultimo? la prodezza del buttero nel giorno della merca? la bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù? il duro scrollo? Sì, certo, quando più forte lo rimordeva il ricordo del fratello scomparso, quando più gli ridoleva il segno di quel virile vincolo troncato, egli iroso cercava di afferrare la bestia oscura e di tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. «Dunque, tu sei l'amore,» le diceva «quell'amore a cui la mia semplicità dava la bellezza e la gentilezza, e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe potuto guardare senza vergognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l'amore, diverso dunque da quello che conoscemmo nell'avventura pel vasto mondo, quando sbarcavamo nei porti, quando sostavamo nei bivacchi, quando il grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del fossato bastava alla nostra breve foia. Sei certo l'amore, poiché ti nutri e cresci della mia vita più calorosa, poiché non posso colpirti senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite, poiché tu sei più me che tutto me intiero. E ora che credo di tenerti e di staccarti da me un poco per guardarti meglio, sento che tu non mi lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mia forza e mi fai più male. Ma ti guardo; e non ho mai avuto a caccia nella mira della mia carabina una fiera tanto nemica. Soffrivo di te nell'indugio perverso, quando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva, era per concedersi e si negava. Mille volte più soffro, ora che la posseggo, ora che non un grano della sua pelle m'è sconosciuto. Avevo serbate intatte le profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. Ella vi discende; e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qualche notte d'orgia esotica, quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versare il seme o il sangue. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei l'amore!); perché non nell'approdo non nella scorreria non dopo la lunga navigazione non dopo la cavalcata senza sosta io ho conosciuto la furia originaria e selvaggia del desiderio come qui tra due braccia più fresche e più odorose del gelsomino dopo la pioggia. Su la strada ardente, non te ne ricordi? nel vortice della polvere, io le desiderai spezzate dall'urto; imaginai tutto il corpo della tormentatrice ridotto su le pietre un mucchio sanguinoso; agognai ch'ella più non avesse quelle palpebre quella bocca quella gola, ch'ella più non fosse qual era. E il carro era là, coi lunghi tronchi protesi all'urto senza scampo. Or bisogna che io ti guardi bene per scoprire se tu sii l'amore o se tu sii l'odio, o se tu sii biforme; perché ella m ama e vuole ch'io l'ami così che ancora e sempre quell'imagine di morte accompagna il mio delirio, e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellare la bellezza di cui non si sazia.»

Egli non s'illudeva sul suo pericolo. Lo fisava, come già nello scafo sommerso o nella fusoliera librata, con occhio diritto; sapeva tuttavia di non poter nulla per superarlo. E questa consapevolezza non gli sbigottiva ma gli esaltava l'animo. Egli era entrato nella più misteriosa regione del suo viaggio umano, in una specie d'ombra venefica che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo compagno nell'interno dell'isola di Mindanao; dove vive nella tenebra verde fra l'intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della camelia bianca e dai grandi occhi più neri del nero velluto, fabbricando le sue case come nidi d'uccelli, scivolando nel fogliame come cigni nell'acqua. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili esseri che gli parevano nutriti di veleni, il fascino di quegli occhi notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle; riaveva in sé il senso di quel colore morbido e umido, di quel fermento occulto e malsano, di quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi.

Come allora, non poteva tornare indietro. Come allora, l'ignoto l'attraeva fuor d'ogni salute. Come allora, egli vedeva in agguato per l'ombra mille creature che avevano i medesimi occhi, i fantasmi d'innumerevoli inganni affascinanti, gli aspetti d'inafferrabili tentazioni, e quei fiori troppo grandi per essere colti, e quei frutti troppo grandi per essere addentati.

Confessava a sé stesso il suo male. Riconosceva che l'alchìmia della menzogna tramutava anche il suo valore. Da quanti giorni aveva egli lasciato il suo compagno sul limitare del Buio? Eppure quanto già gli sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune, sostenuto dalla lealtà e dalla fedeltà, dall'eguaglianza e dalla sicurezza! In pochi giorni, come per una di quelle infezioni che si manifestano con una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le vene, il suo sentimento della convivenza s'era pervertito in acredine e in inquietudine, in angoscia e in terrore, in tirannide e in crudeltà. Allora egli era col suo compagno verso l'ignoto; ora egli era nell'ignoto contro la sua compagna, e questa contro lui, in un combattimento palese e coperto, di tutti gli attimi, per stabilire una signoria e un servaggio. Ma l'avrebbe egli amata diversa? Quali doni l'attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti, quel potere di trasfigurazioni, quella stupenda arte di mentire mista a quella tremenda voglia di soffrire, quelle maschere tragiche alternate con quelle grazie puerili, quelle maniere d'imperatrice e di schiava, quel furore armato e quella fragilità inerme, tutti quei, contrasti e quei dissidii che la rendevano innumerevole come la concordia discorde degli elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non una veloce vittoria, un piacere breve, un disgusto vanito, un confuso ricordo; e, s'egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia, non l'avrebbe riconosciuta a un bagliore d'anima ma all'odore singolare, simile a quei mercanti di schiave che col fiuto riconoscevano la stirpe. Una grande amicizia militante preserva dall'indugio negli amori vani, affranca dai vincoli vili, difende la mutua libertà. I primi indizii della passione soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e quasi di rimorso verso l'amico, e un bisogno istintivo di celarglieli, e una illusoria volontà di soffocarli. Ma, come nel fresco taglio del tronco s'incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo ricongiungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la pianta innestata sparga le vene con l'altra, così ora l'amore interamente riempiva la fenditura dolorosa e s'allignava per tutto, se bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.

Ah, di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava secondo, le linee della rimembranza e dei presentimento? Forse le amanti della figura anteriore appena disegnate nell'oscurità della memoria, forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma sognate un'ora sola nella malinconia del mondo, forse anche quelle ch'erano per sopraggiungere senza richiamo e senz'annunzio, tutte s'adunavano nella sua ansia e nella sua bellezza?

Egli esplorava sé stesso, in silenzio, seduto presso la parete, nella stanza fatta violacea dal crepuscolo. Era solo. E pareva che il ritrovarsi alfine solo, sopra una sedia addossata a un muro nudo, con la faccia rivolta alla finestra aperta pel cui vano appariva il mare senza vele e il cielo senza nuvole, solo coi suoi pensieri e con la sua perspicacia, gli fosse di sollievo. Ma qualcuno in lui, a un tempo, era in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi; qualcuno in lui era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore, che imagina una presenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla, la vede più reale delle sue proprie mani ch'egli tiene smorte su le sue ginocchia, e resta immobile, e non volge il capo, e vive nel filo di gelo che nasce dal mezzo della sua schiena curva.

Qualcosa d'argenteo lustrò nell'ombra, come se fosse quivi giunta e spirasse la voluttà d'una di quelle onde rare che si levavano dalla dolcezza del mar cinerino. Era entrata Isabella, senza romore, coi sandali ch'ella usava per camminare su la sabbia.

‒ Paolo ‒ chiamò ella sommessa.

Egli non rispose né si mosse. Ella ancora abbagliata non lo scorgeva.

‒ Paolo!

Ascoltò, aspettò per qualche attimo, chinò la testa. Scontenta e attonita mormorò:

‒ Non c'è.

E un cinguettare improvviso la sorprese. Si avvicinò alla finestra. E il cinguettio era così vivo che pareva fosse dentro la stanza, di qua dal davanzale. Ancor più s'avvicinò, guardinga, con l'occhio teso, cercando d'indovinare l'origine del suono. Egli ora le vedeva il collo nudo, i capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine per modo che aderivano alla forma del piccolo capo. E uno straordinario turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vita, che viveva dinanzi a lui testimone occulto. Desiderava ch'ella si volgesse; perché credeva che, sapendosi non guardata e sola, ella dovesse avere il suo volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo volto di Medusa pietrificante.

‒ Ma che è? ‒ parlava ella da sé, chinandosi sul tappeto.

La voce era bassa, tutta fra gola e labbra, come ancora appresa alla carne, fresca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.

‒ Ah, è una rondinetta!

Ed ella ebbe un moto infantile d'esitazione, prima di raccoglierla. Poi la prese nelle sue mani palpitante; la tenne chiusa nel cavo delle due palme sovrapposte, prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un sorriso che scendeva dalle ciglia alle labbra, troppo fievole per muoverle. Sentiva palpitare la tiepida piuma. Così gran palpito in così piccolo cuore!

‒ Come sei venuta? Sei caduta dal nido?

Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e l'indice arrotondati.

‒ Ah, sei già forte!

Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda, ma non v'era nido. Il cielo le toccò la faccia supina con un chiarore tra d'argento e di viola. Dietro il suo busto sfondava il mare penato. Ella fu come l'imagine della giovine sera a cui sta per brillare in fronte il primo pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo delle sue mani azzurrine la rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistrello.

‒ Dunque volavi?

Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco perché era fasciato di silenzio che l'attutiva. Aveva scoperto tra il suo dito e l'ala un insetto vivo. Lo scosse via.

Forse inseguendolo, la rondinetta inesperta aveva urtato contro la cortina della finestra ed era caduta sul tappeto.

‒ La tua prima preda?

Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color rugginoso. E sentiva il gran battito del piccolo cuore, e l'acume degli unghielli nei piedini rattratti, e quella tepidezza tenera e selvaggia, quello spirito di libertà pulsante nella piuma soave.

‒ Se ti rilascio, saprai volare? fin dove?

E, come tocca da un avviso magnetico, ella alzò gli occhi, scorse d'improvviso nell'ombra gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un grido di spavento, non più fioco: e lasciò cadere dalle mani tremanti la prigioniera.

‒ Ah, Paolo! Sei tu? eri là? Mi guardavi? mi guardavi? No, no, non mi guardare così!

Ella indietreggiava, con un riso convulso che pareva fosse per rompersi in singulti.

‒ Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura?

Egli s'era alzato, e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora.

‒ Ah, che occhi! No, no, non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura, mi fai paura.

Ella rideva e singhiozzava insieme, con un sussulto del petto profondo; gli comunicava quel pazzo sgomento. Levandosi dall'immobilità, egli aveva sentito le fitte nelle reni; e ora alzato sentiva la fiacchezza delle ginocchia intormentite, le contratture nei muscoli delle gambe, una pesante tristezza corporea per ovunque sparsa, le tracce della voluttà letale, e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue occhiaie cupe.

‒ Via, via, Isabella! Che fanciullaggine!

‒ Ma che occhi hai!

‒ Bambina!

‒ Chiudili.

‒ Sì, li chiudo.

Ella gli si gettò addosso; gli pose su le ciglia le palme che avevano serrata la piuma palpitante. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma s'addolciva. Ella lo baciò in bocca.

‒ Hai le labbra fredde.

Il brivido ch'egli ebbe gli fu dato dall'accento di quelle parole. Un terrore indistinto vagava in fondo alla sua carne. E il silenzio si fece in loro e nella stanza. Ed essi riudirono il cinguettio sotto il davanzale.

‒ Chiama aiuto ‒ disse Isabella sotto voce.

E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il cruccio dal cuore che si sgonfia. Poi si chinò sul tappeto, ginocchioni, e cercò pianamente nell'ombra la desolata. La trovò, la prese; si rialzò.

‒ Eccola. Le diamo la via?

‒ Sì, lasciala andare.

‒ Vieni vicino.

Erano entrambi al davanzale. La sera portava la sua più bella collana d'ametiste. Espero tremolava sul delicato mare.

‒ Credi che volerà?

‒ Prova.

‒ È piccola ma ha il cuore forte. Vuoi sentire?

Ella accostò il suo pugno alla gota dell'amato.

‒ Non è troppo tardi? Certo s'incontrerà con un pipistrello; e la paura le farà smarrire la sua via, povera rondinetta!

‒ Bambina! Deve abitare vicino, lungo il fiume, tra le cannucce. Son finite le cove.

‒ Non credi che potrei darle l'ospitalità per questa notte?

‒ Sarà molto infelice.

Ella esitava come se, trattenendo nella sua mano la calda prigioniera, comunicasse con la vita misteriosa che saliva d'ogni parte nella purità della sera.

‒ Allora la lascio.

‒ Prova.

Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa in una umidità violetta. Qualche pozza d'acqua riluceva, divina come un'imagine del cielo di sopra. Oltr'Arno le selve di San Rossore nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del deserto. Su la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava l'amore come una spada di fuoco.

‒ Baciami, prima ‒ ella disse traboccante d'angoscia voluttuosa.

E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal mastio; e al canto notturno del vento fra torre e torre fra porta e porta fra sepolcreto e sepolcreto.

Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel cuore.

‒ Addio, rondinetta!

E subito la sua mano fu vuota.

‒ Aini, che hai?

Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto gli scrutava il fondo delle pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era fiso.

‒ Parla. Che hai oggi, Aini?

Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la parola.

‒ Ah, che grinta dura tu hai oggi! Tutt'osso.

«Un teschio con le labbra» pensò ma non disse, ché le ribalenò alla memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa nella saletta mantovana delle Pause, dinanzi a cui Aldo s'era inginocchiato.

‒ Se ti bacio, mi faccio male.

Egli non s'era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo, gli schiacciava le costole. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra tortura: il becco dell'avvoltoio invisibile, che gli lacerava il fegato. Non udiva le ciance della lusingatrice, ma dentro di sé una estranea voce virile. «La mia macchina è a ordine, di tutto punto. Il sopraccarico del cilindro d'aria. appena appena ne diminuisce la potenza Ho un'elica nuova che rende a maraviglia. Sento con gioia un soffio che viene dalla terra, un vento di marea che mi spingerà verso lo stretto.»

Guarda le mie braccia pomellate d'azzurro e di viola! Mi fai vergognare davanti a Chiaretta, che è una pia francescana nata e cresciuta all'ombra della Porziuncola.

Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie delle braccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella li aveva inondati d'essenza. Egli era insensibile alla carezza; e i suoi lineamenti divenivano sempre più ermetici. «Tutto è pronto. Attendo il levare del sole. Il mio amico, agitando un guidone su la duna, mi fa segno che il disco è apparso. Tutto è già in moto, tutto vibra e romba. Al comando, i meccanici abbandonano. Eccomi nell'aria. Filo dritto verso il mare; mi sollevo a grado a grado; supero la duna, odo l'augurio amichevole; vedo le acque sotto di me; lascio alla mia destra la torpediniera che col suo fumo denso mi oscura il sole. Nessun turbamento, nessun mutamento. Tutto è tranquillo in me, intorno a me. Non una bava di vento, e per ciò non una manovra di governo o d'inflessione. Le mani oziose, inerti. Non ho il senso del volo. Mi sembra d'essere immobile. Vedo l'onda, sempre la medesima onda...»

‒ Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai.

Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva, qualcosa di simile all'impazienza ond'era presa talvolta quando una delle sue scatole tonde d'avorio per solito agevoli resisteva all'improvviso così che per nessuno sforzo riesciva ella a girarne il coperchio, né pur le valeva il sacrifizio iroso d'un'unghia aguzzata e polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste verginali, simili a quelle che la Martire porta come due coppette riverse nel vassoio d'argento.

‒ Ora vedrai.

Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. Vedeva il Canale color d'acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro l'astro dell'elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l'eroe solo, con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d'artiere su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha abbassato la fràmea, parato la bocca dai baffi come da una baviera. Si ricordava d'averlo veduto a Montichiari, d'avergli parlato. Si ricordava della mascella robusta, dei pomelli salienti, della ciocca ritrosa sul mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di distribuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse fonde. «La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono solo, perduto nell'immensità delle acque cupe, non veggo all'orizzonte né una linea di terra né un fumo di piroscafo né un albero di veliero. Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell'immobilità; sempre la medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese. Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso. Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di me; è verde, è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m'aggira. Impaziente, spengo l'accensione; accelero la discesa; m'atterro con un urto che mi torce l'asse delle ruote e mi scheggia l'elica. Metto il piede su l'erba del regno. Ho traversata la Manica. Ho l'ali intatte.» Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi successivi del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di cose già vedute. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta quell'impresa, d'aver valicato il mare, d'aver sorvolato le navi, d'aver mirato lo scoscendimento biancastro, d'essere entrato nell'ombra del vallone, d'essersi posato su l'erba; ma in un viaggio assai più lungo, in un volo infinito, sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre diversa, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù.

E sentì su la faccia l'odore dell'amante, l'odore caloroso dell'ascella; sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava nello scroscio soffocato del riso. L'insofferenza fu aspra come uno scoppio di collera.

‒ Basta ‒ proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i gomiti e respingendola. ‒ Basta!

La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa; e aveva su le braccia l'impronta delle tenaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra un fianco, alenava seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come all'approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice, un'ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s'oscurava a volta a volta nel bel viso di dèmone.

Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l'angustia della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch'ella fosse per piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là dall'Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d'avvoltoi.

E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon compagno che determinava la rotta: «Ponente una quarta a libeccio!» E rivide il ripiano di Àrdea la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell'Incastro, la chiostra dei Monti Laziali. E rivisse i giorni della gran febbre operosa, e l'ardore delle speranze, e l'audacia dei sogni, e la grandezza del sogno più disperato. «Ponente una quarta a libeccio!»Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'ingresso del Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la brughiera interrotti dall'orribile schianto.

E il mondo era pieno d'un'altra gloria, e d'ogni parte salivano gli inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano le ali dell'Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli ondeggiando fra il terrore dell'annientamento e il desiderio sempre più arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'amante che gli aveva porto la mammella perché, come il languido sonatore algerino dalle palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.

Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata la tenda che ricoverava l'Àrdea inerte. Cedendo all'impazienza chiamò:

‒ Giovanni!

Era l'artiere prediletto da Giulio Cambiaso, quello che per l'ultima volta aveva riempito d'essenza il serbatoio.

‒ Giovanni!

Nessuno rispose. La tenda era chiusa e muta. Anche i meccanici forse erano ai loro ozii e ai loro piaceri.

‒ Perché chiami? ‒ chiese Isabella con una voce dolcissima, quasi umile, balzando anch'ella e andando verso lui maravigliosamente splendida di amore.

‒ Voglio destare l'Àrdea.

‒ Veramente?

L'allegrezza le folgorava nel viso, le scrollava tutta la persona e pareva sollevarla su i pollici dei piedi elastici. Come aveva indosso una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe, stampate da un rinnovatore ingegnoso coi motivi marini dell'arte micenica, pareva che il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all'orlo. Le nuvole bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d'un riverbero argenteo, che le si diffondeva su la pelle nuda e le s'insinuava su ogni piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle massime rose.

‒ Sì, bisogna che tu la desti. Non osavo dirtelo. E mi prenderai con te, mi prenderai con te, Aini!

Ella gli s'era accostata ancor più, con uno di quei suoi movimenti ariosi che parevano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare la luce agitandola. Egli la mirava attonito, posseduto sino all'infima delle sue vene.

‒ Senza paura?

‒ Ricordati della strada bianca tra i canali delle ninfee.

‒ Veramente verrai con me?

‒ Dovunque.

‒ Sul mare sul fiume su i boschi, e anche laggiù, su la città, intorno alle cupole, intorno alle torri?

‒ Dovunque, sopra le nuvole, di là dall'arcobaleno.

Anch'egli allora fu invaso da un'allegrezza impetuosa. All'improvviso la sollevò su le sue braccia. Ella cedette tutte le membra, fu fresca e leggera come una bracciata di foglie.

‒ Quanto poco pesa la grande Isabella!

E, così reggendola, sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda della leonessa.

Allora entrarono in una felicità inaudita. Deposero le armi, guarirono d'ogni male, dimenticarono la scienza del tormento. Ebbero la tregua celeste.

Ogni giorno, prima del tramonto o prima dell'aurora, l'Àrdea li rapiva nei più alti sogni. L'incanto teneva l'incantatrice. Sorridendo ella aveva sentito nascere nel suo petto il cuore selvaggio di quel giovanissimo vento condottiere di uccelli migratori chiamato Ornìtio, che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato su un banco di sabbia in mezzo a uno stormo di rondini stanche.

‒ Io sono Ornìtio ‒ diceva al volatore con un'aria di mistero che pareva inazzurrarle il viso e porle qualche filo d'erba o qualche grano di semenza nella bocca gonfia.

‒ Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele d'Annunzio? Ebbene io sono Ornìtio. Quando la testa di Dardi Seguso cadde sotto la scure dell'uomo rosso, io la raccolsi sanguinante e m'involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. La portai fino al Tènaro, alla soglia di Dite, nel territorio della Serenissima tuttavia, perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruita con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi. Piegai gli asfodeli. Trovai Euridice. Le lasciai cadere il teschio nel grembo per ingannarla...

Ella parlava con quell'accento che faceva spalancare gli occhi alla sua Lunella quando le raccontava una novelletta.

‒ Son tornato. Più d'una volta ho dormito là, alla foce, su la lama di sabbia; ma non m'hanno sorpreso i marinai, non m'hanno legato coi vimini. In memoria del maestro vetraio son tornato spontaneamente all'amore dell'uomo. Hai anche tu intorno al collo un filo di scarlatto, che non si vede, Paolo Tarsis.

Parlava all'ombra del suo cappello bianco, tessuto d'una paglia fine trasparente e un poco rigida come il vetro filato di Murano, munito di due grandi ali bianche tolte all'airone maggiore, che prendevano leggerezza dall'esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e dell'occipite.

‒ Non sospettasti di nulla, l'altra sera, là, nella stanza, al davanzale, quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi, senza fiatare. Ma certo non sapevi perché fosse entrata e non capivi quel che mi cinguettasse...

Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le rimanessero aderenti alle gambe, nel sedile arduo.

‒ Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene errando ad libitum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa dei Venti.

Veramente ella aveva l'aspetto di un fanciullo malizioso, sfavillante di allegrezza e di audacia.

‒ Andiamo dunque, Ornìtio!

Scoppiava il tuono settemplice. L'elica azzurra diveniva un astro d'aria nell'aria. Affumicando un tratto di erbe arsicce, rapida, l'Àrdea lasciava la spiaggia. Salendo traversava la foce, poi s'abbassava con una virata a ponente, sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia di Ornìtio, verso la lama di sabbia ove si vedeva biancheggiare un biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano il Gombo. O maraviglia! Nel turbine dell'elica il mucchio compatto si rompeva si disgregava s'involava: era un immenso fremito d'ali, un balenio di penne, un grido chioccio, una fuga di candore e di ombra su l'acqua crespa, uno sbigottimento sonoro contro la vasta canape, un che di cinericcio un che di nero nel candido. I gabbiani!

‒ Ornìtio! Ornìtio!

Il volatore non si volgeva, chiamando il nome gioioso. S'alzava sul mare, superato lo stormo disperso. Sentiva presso di sé la creatura vibrare come una sàrtia. Tutte le forze della sua vita erano un solo acume intento.

‒ Ornìtio!

Ella sì lo guardava senza saziarsi, attonita ed ebra di una novità impensata, sicura di lui pari a un dio sagace. Sovrumano le appariva quel capo scoperto, libero d'ogni ingombro, ossa e carni trasmutate come i legni dell'elica in una forza aerosa: quel viso fatto quasi di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli palesi.

‒ Portami più su! Inàlzati ancora! Non temo.

Egli manovrò il timone d'altura. L'Àrdea fu simile alla chiglia che monta in sommo d'una smisurata onda oceanica. Per qualche attimo il petto della compagna parve vuotarsi; le mani si contrassero come per aggrapparsi al timoniere; le palpebre si chiusero. Lo spavento cessò. L'Àrdea si librava su l'ali adeguate descrivendo un ampio cerchio tranquillo fra cielo e mare. Le vele latine ardevano come fiammelle su i gusci bruni delle paranze. Erano le vele rosse della colonia picena immigrata a Bocca di Magra. Gli occhi riaperti le riconobbero.

‒ Ornìtio, una punta sul Serchio ‒ disse il timoniere virando a greco levante e filando a discesa verso la spiaggia selvosa.

Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. Il dolce fiume di Lucchesia divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore dai boschi di Migliarino, il dominio regio dal dominio ducale. Si scorgeva il forte quadrato, il ponte della Sterpaia, la Torre dei Riccardi. Si scorgeva su la foce sabbiosa e bionda nereggiare un nerume simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libecciate spingono sotto le dune.

‒ Ornìtio! Ornìtio!

In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo vivo dai margini palpitanti, pieno d'un gracidio roco, dilatandosi in fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle chiome dei pini, addensandone l'ombra, riempiendole come d'un lembo notturno. Le cornacchie!

L'umidità fluviale attirava l'Àrdea come in un risucchio. Nella corrente pigra si specchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici, lungo le ripe di belletta arenosa e di radiche scalzate, l'uccello gigantesco visse per qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro, quasi rasente l'acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume Morto, come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell'Elisio e dell'Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto fu melodia e visione.

Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile, con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall'illusione della trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade, prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene più azzurre L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti, riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il ritorno del suo più remoto destino.

Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve s'oscuravano e vaporavano all'orizzonte. L'odore della cuora, della resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.

«Ah férmati!» voleva ella pregare.

Ed ecco, sotto le innumerevoli cupole dei pini un bagliore d'incendio, un profondo fuoco misterioso ove mille e mille colonne embricate in portici di piropo fiammeggiarono.

«La selva arde? Per ciò esala tanto incenso.» Era il sole basso nel mare, il disco di rame rovente tra la zona delle nubi e il limite delle acque, che percorreva coi raggi obliqui i fusti lasciando le chiome nell'ombra. Tutto ne rosseggiava come bragia il suolo coperto di aghi aridi. Una frotta fulva di daini fuggiva per l'ardore, appariva e spariva per gli intervalli dei rami, selvaggina alipede inseguita dai cani di Atteone e dalle saette del Centauro.

«Ah! férmati!»

Il fiume di Dante era trasfigurato, fulvido di fulgore come la riviera accesa dal riso di Beatrice, colmo fino all'orlo come una plenitudine sempiterna che non avesse foce ma origine nel mare e tutta si versasse nel cuore della città pietosa inginocchiata presso l'urna quadrilunga ov'ella custodisce pei secoli un pugno di tetra santa.

‒ Madonna Pisa!

Obbedì a quel sospiro il grande airone sormontando la fiumana rosea.

‒ Madonna Pisa della Spina Ardente!

Una chiara pace era nell'aria; ma il petto dell'amante si gonfiava d'un fervore grave come un affanno. In tutta quella luce di gaudio pareva ch'ella sentisse la spina di passione custodita nel tabernacolo di marmo e di preghiera sospeso su la ripa, e che il suo sangue ravvivasse la reliquia. Ella non poteva più tenere l'anima nel serrame delle sue ossa, tanto il rapimento era forte. S'avvicinava all'estasi della città con le ali di un arcangelo folgorante. Il rombo stesso del volo si faceva remoto nel suo orecchio come nel meandro d'una conca marina. L'émpito della poesia nel suo cuore era sì veemente ch'ella ebbe volontà di piangere.

E nella miracolosa dolcezza il grido del Pazzo di Cristo sorse dalla sua memoria, sorse dalla pagina di quel medesimo volume a cui le dita febrili di Vana erano per apprendere il color bruno che «procede innnanzi dall'ardore».

Amor amore, che sì m'hai ferita,

altro che amore non posso gridare;

Amore amore, teco sono unita,

altro non posso che te abbracciare.

Amore amore, forte m'hai rapita:

lo cor sempre si spande per amare.

Per te voglio spasmare,

Amor, ch'io teco sia!

Inginocchiata veramente e affocata d'amore era la città ai piedi del suo santuario. Soli grandeggiavano sul fiume di luce i marmi radiosi come i topazii danteschi, gli ordini delle colonne salienti come i cerchi delle bianche stole. E l'Adorante stava umile e prona, coperta dei suoi émbrici, innanzi all'erma bellezza, come nel basso delle tavole d'oro ove splende la gloria della divina Imagine sta il Donatore a mani giunte vestito di scuro lucco.

L'Àrdea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli. Sorvolò le cinque navi concluse del duomo, l'implicito serto del campanile inclinato sotto il fremito dei suoi bronzi, la tiara del battistero così lieve che pareva fosse per involarsi gonfia di echeggiamenti. Come più si estingueva il fulgore paradisiaco del vespero convertendosi in cerulea cenere, più s'impregnavano di luce mistica i marmi; e la serbavano nella lor pia sostanza bionda così lungamente contro l'ombra, che pareva vi trasparissero per vene alabastrine dall'interno le luminarie degli altari.

‒ Il camposanto! ‒ pregò Isabella nell'orecchio del timoniere celeste. ‒ Ora scendi verso il camposanto!

L'Àrdea rasentò le lastre di piombo. Con tutte le preghiere del silenzio la donna implorò che l'ala rimanesse sospesa nella visione di vita e di morte.

«Ah férmati!»

Non fu se non un attimo scoccato all'apice dell'anima. Fu come un'urna scoperchiata e richiusa: la grande urna quadrilunga ove la forza della città dorme fra un cipresso e un roseto, con i piedi congiunti, con le mani in croce sul petto, ben profonda nella terra del Calvario recata dalle galèe dell'Arcivescovo Ubaldo.

«Ave Maria.» La salutazione angelica inchinava lo stelo del campanile a ostro.

Il volo s'allontanò: lasciò sul prato in disparte, incontro alla muraglia ghibellina e alla porta bruna come il sangue cagliato, l'albore della santità marmorea non anche estinto; lasciò i tetti già lambiti dalla notte il fiume ancor pallido tra due righe di faville d'oro, il canale ingombro dal nero sonno dei navicelli. Volse a scirocco su la rasa pianura ove qua e là lucevano i fossi, passò gli acquitrini e i pascoli di Coltano, valicò la bandita dì Arno Vecchio dove sembra vivere pur sempre l'umido spirito del fiume deviato, si librò su l'amara selva del Tombolo ove‒ forse la lonza si aggira. E ancora la bellezza dell'Ade vaporò nell'estremo crepuscolo. E ancora vi si diffuse l'odore doglioso della cuora, della resina, del legno arso.

Larve tacite si movevano nella nebbietta rischiarata dal novilunio, ondeggiavano, dileguavano: erano le mandre dei cavalli bradi. Un grande occhio rotondo guardava dall'oscurità del forteto: era una piscina per gli armenti. Tumuli cupi fumigavano nella radura fenduti di fiamma come gli avelli roventi del Sesto Cerchio: erano le carbonaie. Ma quei vasti letti di silenzio e d'ombra separati da lunghe zone di selvaggia notte, quegli alvei senza corso e senza foce tra argini che ruppe un tempo la piena del duolo, non erano i fiumi mariditi delle valli averne? non erano l'Erebo e lo Stige, il Lete e l'Acheronte?

E Lunella pregava:

‒ Non te n'andare, Vanina, non te n'andare ancora! Resta un altro poco, Duccio! Conducimi anche me alla badia. Ti prego, ti prego!

‒ No, Lunella, no. È l'ora del tuo pranzo. Sii buona. Miss Imogen è già là. Troppe cose in un giorno. Oggi hai avuto tanta musica. E vedi come ti riduci? Hai ancora il singulto.

‒ No, Vanina. Se bevo un sorso d'acqua, mi passa.

‒ Ma non ti passa l'angoscia, e poi stenti a dormire.

‒ Tutto mi passa.

Ella supplicava con gli occhi ancor venati di rosso dalle lacrime, tenendo tra le braccia Tiapa, la bambola prediletta; e il minuscolo viso di porcellana dalle gote rubiconde stava contro quella gota ancor umida che già pareva lievemente ondeggiata dalla sensibilità precoce e ombrata non soltanto dall'ombra dei capelli. Ma ella aveva sparso il suo pianto subitaneo anche su la gonnellina di Tiapa tutta quanta merlettata e increspata a falpalà, così a dentro il lamento del violoncello le aveva tocco la piccola anima inquieta. E ora l'anelito le risaliva alla gota di tratto in tratto, scotendola.

‒ Via, Lunella, andiamo. Sii buona. Ti accompagno.

‒ Duccio, Duccio, perché non dici nulla? perché non mi difendi?

Il fratello la trasse a sé con uno di quei gesti quasi violenti ch'egli usava verso la salvatichetta pel vezzo di aizzarla come una cucciola permalosa che nel gioco imbizzisce e mordeggia. La imprigionò fra le sue ginocchia e le rovesciò la testa folta. Ma una tenerezza accorata era nel suo sorriso.

‒ Che vuoi da me, Forbicicchia?

‒ Ahi, mi tiri i capelli, mi fai piangere un'altra volta.

‒ Perché hai pianto?

‒ Perché guardavo le tue dita.

‒ Quali dita?

‒ Sul manico.

‒ Ebbene?

‒ Erano tanto malate.

‒ Malate?

‒ Sì, come il Salonico.

‒ Ah, Forbicicchia stramba!

Il Salonico era un vagabondo a cui ella aveva messo il nome di quei predoni spaventosi che stavano sul Monte Voltraio dalla chioccia d'oro. Ella lo aveva veduto una volta cadere di schianto in convulsioni sul lastrico, e non l'aveva dimenticato più.

‒ Mi conduci dunque alla badia?

‒ No. Oggi no.

‒ Perché?

‒ Non vedi che Tiapa ha sonno?

La bambola inclinata sul braccio socchiudeva gli occhi di vetro turchini come lo zaffiro.

‒ Ed è più malata del Salonico e delle mie dita.

‒ Perché?

‒ Non vedi che ha una gamba rotta?

Ella subito tirò giù la gonnelletta per ricoprirla.

‒ Ma da questa gambina non ci sente.

‒ E il naso schiacciato.

‒ Oh, un pochettino.

‒ E mi pare che da un occhio sia guercia.

‒ No, questo no.

‒ Guercia bircia orba e lusca.

Ella rise d'un breve riso che sembrò venuto su dall'anelito; e Vana e Aldo ne tremarono, e si guardarono.

‒ Ma sarà il sonno. Portala dunque a dormire.

‒ Bene, la porto se Morìccica le canta la ninna nanna.

‒ No, ‒ disse Vana ‒ non ho voglia. Non me ne ricordo più.

Ma, come indovinò su la bella bocca imbronciata un nuovo scoppio di pena, soggiunse:

‒ Bene, canto la ninna nanna a Tiapa.

Era quella di Modesto Mussorgski «per ninnare la bambola», una cantilena lene e lamentevole, minacciosa e persuasiva, che sembra illuminata dagli ultimi guizzi del ceppo riflessi nel metallo dell'icona e misurata su la voce del vento nella steppa deserta.

‒ Su, Aldo, diamo vinta anche questa alla Forbicicchia prepotente.

Si guardarono con una indicibile malinconia. Aldo pose le mani su la tastiera; Vana s'appressò al pianoforte ma si accinse a cantare verso Lunella, che aveva sorriso appena appena. Aveva sorriso e poi s'era fatta grave, tenendo su le braccia Tiapa inclinata in modo che non chiudesse ancora gli occhi. Stava in piedi su le sue gambe di paggio snelle e nervose, pendendo dalle labbra della cantatrice; e le forbici sottili dalle punte d'acciaio e dalle branche d'oro, artefici delle imagini bianche, le brillavano sul fianco legate a una catenina interrotta di pietruzze d'ogni colore come quelle infilate in certi monili egizii.

Oe, ninna nanna, Tiapa.

Tiapa, non chiudi gli occhi?

Se tu non dormi, bada

che l'Orco non ti crocchi.

 Ti crocchia se t'azzanna,

t'ingolla: ha un gozzo enorme.

Ma Tiapa è a nanna, è a nanna.

Già dorme Tiapa, dorme.

Con un atto precipitato, ov'era forse un poco di spavento vero, Lunella abbassò il braccio che reggeva la testina di Tiapa; e gli occhi di vetro in bilico si chiusero, ma i suoi rimasero aperti smisuratamente verso il fascino del canto, perché Vana non cantava soltanto con la gola ma con tutta l'espressione della faccia china verso la bimba e la bambola a disegnare l'orrore del mostro famelico.

Se mi dici il tuo sogno

io ti canto una fiaba,

domani. Ora c'è l'Orco

Oe, ninna nanna, Tiapa!

Un pan tondo in un pozzo,

in un pozzo di panna,

domani. Ora c'è l'Orco.

Oe, Tiapa, ninna nanna!

Le ultime note spirarono come un soffio su la bambola addormentata. Lunella cercava di tenere le braccia immobili sotto quel sonno supino, invasa da un vago sbigottimento. Nel viso di porcellana ambe le palpebre erano chiuse ma una, quella dell'occhio guercio, lasciava scorgere in un angolo un poco di bianco azzurrognolo.

‒ Gridagli che Tiapa dorme ‒ susurrò ella alzandosi su le punte dei piedi per andarsene cautamente. ‒ Il covo dell'Orco è in fondo alle Balze.

E uscì trattenendo il respiro, col viso atteggiato a una sollecitudine e a una inquietudine materne sotto la sua chioma d'angelo magnifico.

Le Balze erano piene di luce e d'ombra, percosse dal sole occidente; e la luce era gialla come se percotesse nell'ocra, e la sua ombra era quasi fulva. Il colore del deserto e del leone colorava in quell'ora il primo cerchio che cinghia l'abisso; ma il cerchio secondo era cinerognolo e grommato d'una muffa verdastra, il terzo era livido e sbavato di colaticci. Giù per gli scheggioni per le rosure per le grotte s'ingolfava il vento, e riempiva di compianto tutta la rovina. Sul cupo tumulto delle sue favelle i falchi gittavano le strida acute roteando.

‒ È orribile ‒ disse Aldo.

‒ Ti fa paura? ‒ chiese la sorella.

Un fascino rapinoso pareva turbinare intorno alla fossa in arco torta; una specie di perpetua bufera avvolgente come quella che mena la schiera ov'è Dido. Nessun piede umano si sentiva fermo su la proda, nessun'anima si sentiva diritta. La vertigine vuotava le tempie ai più intrepidi.

‒ Mi fa orrore ‒ rispose l'adolescente. ‒ Quando penso alle Balze, mi sembra che non vi sia in terra solitudine più sola. Quando le guardo e le ascolto, sento che qualcuno le abita, non so quale vita avviluppata e aspettante. Se io cadessi, credi tu che il mio corpo sarebbe ricevuto dalla creta e dal sabbione? Chi ha mai guardato veramente sino al fondo? La pupilla non resiste.

‒ Perché forse nel fondo c'è una luce allucinante.

‒ Credi?

‒ Voglio guardare.

‒ Non così, Vana. Così è impossibile.

Egli l'afferrò mentre ella faceva l'atto d'appressarsi all'orlo e d'inchinarsi; la trasse indietro, la tenne per qualche attimo stretta. Ed ella lo sentì tremare nelle intime ossa.

‒ Come tremi! ‒ disse ella, con una voce severa e tranquilla, dopo una pausa in cui parlò il vento parole di dolore accenti d'ira giù per la rotta lacca.

Il cuore le diveniva adamantino, sentendo il tremito fraterno. Glielo rinsaldava un coraggio orgoglioso, per contrasto. Il disdegno rigò quella subitanea durezza e stridette nel breve riso.

‒ Pensi all'Orco di Lunella?

Egli ebbe in sé un terrore più profondo del primo tremito, perché quella irrisione gli rinfacciava il patto di morte. Ed era simile a colui che per tentare un gioco terribile si serve d'un istrumento micidiale e a un tratto s'accorge che questo lo trascina con una volontà cieca assai più potente della sua, e che la sorte s'inverte, perché egli non è omai se non una misera cosa trepidante avvinta a una veemenza indomabile. Bisognava dunque veramente morire? Non era più tempo d'indietreggiare? Bisognava adempiere il proposito e il patto?

‒ Andiamo ‒ disse Vana. ‒ Andiamo alla badia.

Egli non le lasciò la mano ma la tenne nella sua ancora convulsa. Non egli ma la giovine vita delle sue vene, più forte della sua angoscia e della sua onta, si attaccava con tanta tenacia alla vita di quelle vene e si confortava nel calore persistente. Respirava, sottraendosi al fascino tetro.

Disse, e la voce aveva un suono sordo e falso come per una fenditura del metallo:

‒ Era forse per oggi? Ma la vertigine poteva prenderti su l'orlo. Perché lasciare al caso quel che è premeditato?

Il disdegno riapparve nel lievissimo sorriso di lei. Ella non rispose. Ora un dèmone spavaldo la trascinava, quasi che dalla debolezza del fratello venisse a lei qualcosa di virile, una superiorità inaschia. Camminava con la testa alta, con un passo franco e spedito, lungo il filo di ferro irto di punte come un rovo da piegare in corone di spine, che teso fra le stele rozze di pietra chiudeva l'orto innanzi al grande edifizio di color tra di ruggine e di piaga. Il fratello la teneva per la mano; ma ella aveva l'aria di condurlo come un fanciullo, come se a un tratto i due anni scarsi di differenza fra le loro età fossero divenuti dieci.

‒ A ciascuno la sua ora e la sua scelta ‒ disse alfine, senza gravità ma con una sprezzatura quasi lieta.

‒ Lasciamo i compagni di viaggio imaginarii su le urne etrusche.

Egli sentì ch'ella lo umiliava. E si formò in lui, sul suo terrore istintivo, uno di quei sentimenti fittizii che a un tratto occupano e deformano l'anima giovenile.

‒ Vana, ti insegnerò una cosa ‒ disse soffermandosi. ‒ Una volta, per guardare bene in fondo, mi misi a giacere bocconi su l'orlo, col viso sporgente nel vuoto. Per ciò dianzi t'ho detto: non così.

‒ Ah!

«Non è vero» fece ella dentro di sé. E sciolse la mano da quella del fratello; e sembrò ch'ella riprendesse anche la parte di dolore che aveva lasciato scorrere in lui. E, come la gora si ringofia e colma gli argini se il varco sia occluso, quel dolore le rifluì su tutta l'anima e s'aumentò. Ella riebbe intero il sentimento della sua solitudine. Pareva lo contenesse dietro le sue labbra serrate, dietro la sua fronte contratta, nella fermezza di tutto il suo viso smagrito. Camminava sola, innanzi, su per il pendio erboso, tra i lunghi cipressi schiomati, tra i piccoli olivi distorti. Portava il cappello tessalico dalla ghirlanda di rose gialle, ch'era la sua ghirlanda funebre; e il vento le scoteva le larghe falde intorno ai pensieri, le sconvolgeva i fiori di seta, come s'ella fosse di nuovo entrata nel turbine dell'elica. E di nuovo le pareva che la paglia risonasse come il bronzo d'una campana, e che nel rombo le parlasse il fantasma. E ripeteva a sé stessa: «Io sono la fidanzata segreta d'un'Ombra». Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli d'un bimbo; credeva che nessuna creatura umana fosse stata per lei tanto dolce e nessuna le fosse ora tanto vicina. Gli diceva: «Fra poco, fra poco verrò». Lo riamava d'un amore sublime, come quando era coricata sul letto nella notte di Brescia aspettando l'ora di sciogliere il voto.

‒ Perché corri così? dove vuoi andare? ‒ disse il fratello che la seguiva ansioso, come s'ella lo traesse a un immediato destino.

‒ Corro?

Non s'accorgeva di correre; ché tutte le cose intorno avevano l'atteggiamento dell'assalto o della fuga. Le nuvole inseguendosi parevano rasentare le muraglie diroccate, lacerarsi agli spigoli della torre mozza. Tutta la campagna gibbosa era sonora come se ogni monticello fosse un timpano rovescio. Simili ai sassi scagliati dalle frombole, i rondoni fendevano l'aria con acutissimo strido e sparivano come se colpissero il segno incastrandosi nel nemico percosso.

‒ Vedi? vedi questa piccola porta, Aldo? È stretta come quella di Mantova, come quella delle Pause, dove dicesti: «La canzone che non canterai, Morìccica». Te ne ricordi? Non ha i dischi di marmo nero; ma hai tu mai veduto un'edera più nera di questa?

Era una porticella di pietra, con l'architrave carico di nera edera. Quando ella pose il piede su la soglia rotta, Aldo ebbe il cuore in sussulto come se la vedesse sparire per sempre. Egli non riusciva a dominare la sua paura cieca. Ogni pietra era alla sua imaginazione come nelle urne il limite sepolcrale ove i congiunti arrivano e si accomiatano. Né poteva egli rimanere di qua. Ma passò anch'egli la soglia e non entrò nel buio: vide oltre il murello e gli sterpi, le maligne piagge nello sprazzo del sole colcato, i meandri delle vie dubbie, qua e là un luccichio di acque sinistre.

‒ La canzone che non canterai! La canzone che non canterai! ‒ ripeteva la moritura sorridendo e guardando il giovinetto con uno sguardo che lo agghiacciava come fosse il suo medesimo veduto di notte in uno specchio quando l'imagine specchiata non è la nostra ma quella dell'intruso che abita in noi e usurpa la nostra sostanza.

‒ Perché, sorella, ti sei sciolta dalla mia mano? ‒ egli le disse. ‒ Perché ora mi separi da te?

Ella non distolse da lui lo sguardo intollerabile. Disse:

‒ Di che soffri?

E aspettò, senza crollo nell'agitazione del vento.

L'orrore s'accumulò in quel breve spazio, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie che serbavano il vampo canicolare. Pareva ch'ella dovesse chinarsi, raccogliere una pietra e scagliarla.

‒ Ah, che importa ‒ rispose egli cupamente ‒ se voglio morire?

‒ Lasciami sola! Lasciami sola! ‒ ella proruppe con una violenza repentina. ‒ Non ti conosco più.

‒ Sei folle, Vana.

Ella scansò il gesto del fratello, rivalicò la soglia, entrò nel chiostro; camminò lungo i gialli pilastri quadrangolari, tra le fascine di sermenti, tra le mannelle di paglia. Il cigolio incessante dei passeri era triste come il rumore della gran falce invisibile il cui taglio fosse da taluno assottigliato su le lastre disgiunte intorno il pozzo cinto di ferro al pari d'una cripta o d'una muda.

‒ Attinia! Attinia!

Ella chiamava la custode della badia, che la riconobbe alla voce e accorse festosa. Ossuta, adusta, con le labbra sottili, con gli zigomi forti, con le orecchie discoste, somigliava quell'Etrusca della gente Caecina adagiata su l'urna ov'è scolpito il viaggio in carpento. Portava su i capelli lisci il grigio feltro volterrano. Parlava della sua annata, del suo uomo, della sua figliolanza, del suo asilo scosceso con una bontà paziente, con una pazienza serena.

‒ Attinia, lasciami rivedere il cavallo bianco.

‒ Ah, se ne ricorda sempre? Ora prendo le chiavi.

Una bambina seminuda tirò la donna pel grembiule e barbugliò:

‒ Mamma, c'è il pazzo.

La donna soggiunse:

‒ Venga, venga. Non abbia tema. È buono.

E s'avviò pel chiostro; che aveva su ciascuna parete interna piccole porte cieche di pietra murate di mattoni, ove nessuno entrava più, onde nessuno usciva più.

‒ Ne hai preso uno anche tu, quest'anno, Attinia?

‒ Che vuole? Bisogna campare. Ma è tanto docile.

Anch'ella s'era adattata alla nuova industria del contado. Aveva ricevuto in custodia dalle case di San Girolamo un demente, e l'ospitava e accudiva ai suoi bisogni e alle sue miserie, e ogni settimana lo riconduceva laggiù per mostrarlo ai medici; poi, fatta la visita, lo riprendeva in casa, lo mescolava alla vita familiare, con la tranquillità della gente semplice dinanzi all'uomo vivo divenuto più misterioso del cadavere.

‒ Come si chiama?

‒ Viviano.

‒ Di dove?

‒ Della Maremma trista, della terra di Soana.

Aldo rivide la morta città degli Aldobrandeschi scolpita nel tufo come un sepolcreto fra i due lordi fossi febricosi.

‒ È giovine?

‒ Di mezza età. Ma buono, poveretto. Vuole di molto bene ai bambini. Porta al pascolo la mucca. Parla poco. Sempre sorride.

S'erano soffermati su la soglia del refettorio. Il cigolio dei passeri non si quetava mai, ma ben lasciava udire il profondo gemito del vento nelle vuote mura. La porta era socchiusa; la chiave era nella serratura e le altre in fascio pendevano da quella, rugginose.

‒ Passi passi pure ‒ diceva la donna spingendo l'imposta.

‒ Vana, Vana, non entriamo ‒ pregò Aldo all'orecchio della sorella. ‒ Non facciamo questo! Andiamo via.

Vana entrò con risolutezza, come superando un impedimento; e rapida guardò intorno, guardò in tutti gli angoli, scrutò tutta l'ombra. Il gelo le colava giù per le spalle. Il refettorio era deserto. Ella rivide su la parete il gran cavallo bianco cavalcato dal cavaliere portatore dell'Aquila; e, lì presso, i Santi spettrali dalle lunghe cappe bianche. Il vento scoteva le assi inchiodate alle finestre, che scricchiolavano. Una sala era aperta; e v'apparivano le Balze, e sul ciglio la nuda mole di San Giusto simile a un colosso di ghisa, e la strada curva su la collina magra, e il pallore tormentoso dell'uliveto.

Non eri mai entrato qui, Aldo. Eppure te ne ricordi. Sono certa che te ne ricordi. Siamo ancora nella reggia d'Isabella, siamo nel Paradiso. La voragine ha inghiottito i giardini, la canicola ha prosciugato la palude, l'oro e l'azzurro sono distrutti. Sono rimasti i ragnateli, si sono moltiplicati, non vedi?, tremano dovunque. Un ragno ha presa l'ape.

Ella gli parlava sommessamente, con un aspro ardore in cui l'ironia strideva come il sale sul carbone rosso.

‒ Guarda là: è rimasta la cappa del camino squarciata, è rimasto il nero della fuliggine, il mattone sgretolato, il calcinaccio, l'odore della muffa, l'odore della morte, e nulla più. Nulla più, fuorché il nostro orrore nascosto. E andiamo, andiamo ancora, di soglia in soglia, di stanza in stanza, andiamo dunque, cerchiamoci, chiamiamoci ancora. «Aldo, dove sei? Ti sei perduto?»

Ella lo teneva pel braccio, e lo stringeva; e gli parlava come dentro l'anima; e pareva che avesse smarrita la ragione, e pur pareva che nella più remota profondità tutto vedesse. E quelle parole ch'ella aveva gridate nell'ombra della ruina irremeabile, ora le ripeteva con una voce segreta che scavava il petto al fratello non confessato e glielo empiva di sgomento.

‒ Ma non ci ritroveremo, ma non ci abbracceremo come allora, non piangeremo insieme senza lacrime. Tutto è nudo, non c'è più traccia di bellezza, non c'è più nulla per sognare.

Ella s'arrestò e sobbalzò; poi fu tutta di gelo.

‒ Guarda quella porta. Guarda chi c'è, nella reggia d'Isabella!

Una larva smorticcia era apparita su la soglia, venuta dal fondo d'un muro cieco, dal fondo dell'opaco silenzio, come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serrava presso il grande cavallo bianco.

‒ Viviano, salutate ‒ disse la mite Attinia ch'era indietro riguardosa.

La larva fece un gesto vago, si scoperse il capo. S'avanzò. Non era un uomo, era un sorriso, era come un sorriso in una pietra. Da quale recesso dell'ombra veniva egli? che aveva veduto? che aveva ascoltato? quale suono era per uscire dalle sue labbra scolpite come quelle dei vecchi idoli dipinti che sorridono all'inconoscibile in eterno?

Vana e Aldo, l'una presso l'altro, mentre egli s'avanzava, con un moto involontario si ritrassero. La finestra era dietro di loro; e gli stormi passavano come saettamenti disperati, come quelli che nel più lungo giorno avevano ferito il cielo di Vergilio.

‒ Viviano, che facevate qui solo? ‒ disse la mite Attinia.

Il demente sorrideva. Il sorriso impietrava la sua bocca e impediva che la parola si formasse. Portava egli una specie di sacco grigio che gli giungeva alle ginocchia; aveva il colore della parete derelitta, sembrava una falda dell'intonaco scrostato; e la sua faccia glabra era come la lampada fioca della casa deserta.

‒ Non rispondete, Viviano?

Il sorriso tremolò appena, quasi fosse il riflesso lontanissimo d'un movimento avvenuto nell'infinito gorgo della vita. E Aldo, che riviveva in un ritorno spaventoso l'ora della sua perdizione, pensò a un tenue bagliore ch'egli aveva veduto tremolare laggiù, nella reggia d'Isabella, su pel graticcio sfondato d'un palco, ed era il riverbero di chi sa quale acqua solitaria salito a traverso i vetri coperti di polvere e di ragne.

‒ Andiamo, Vana. È tardi ‒ disse egli, sospingendo la sorella; perché riudiva dietro di sé lo stormo frenetico tornare come una forza ruinosa e strepitosa che fosse per trascinarlo seco un'altra volta.

Ma li seguiva pel chiostro il passo della larva, molle come di chi strascichi nella belletta. E si ritrovarono davanti a una porta socchiusa, donde alitava un odore amaro. Su l'architrave di pietra era scritto in lettere corrose: Domus mea. Vana spinse l'imposta, entrò.

‒ La casa mia! La casa mia! ‒ ella disse avanzandosi fra le erbe amare, su le macerie sacre.

La vasta chiesa era smantellata, le mura erano pericolanti, tutti gli altari erano distrutti; i rocchi delle colonne erano abbattuti fra il pietrisco; altri erano ritti, e sopra vi riposavano i rudi capitelli dalle tre foglie e dai tre grappoli. Nell'abside dall'arco fatto di cunei neri e bianchi, nella sacrestia irta di rovi, qua e là nelle scaglie di scialbo rimaste su la panchina fulva, rosseggiavano vestigi di affreschi, simili a chiazze di sangue indelebile. Ogni imagine era vanita; soltanto il rosso persisteva come il testimonio d'un martirio insigne. E superstiti erano anche i due piedi trafitti del Crocifisso accanto a una cupa tunica color di grumo. E la testa mozza di San Giusto, la testa quadra e barbata, lebbrosa di lichene, giaceva tra le céppite gialle.

‒ La casa mia!

E il sorriso del demente era là, era il sorriso d'una pietra, era il sorriso di tutte quelle pietre che o prima o poi dovevano finire inghiottite dalla voragine, dovevano rotolare in fondo ai botri, trovare laggiù l'ultima pace, riseppellirsi nella terra.

‒ Addio, addio, Attinia!

Anch'ella, Vana, ora credeva di sorridere così; credeva di sentirsi suggellare nei muscoli della faccia quella medesima contrattura infinita. Due o tre volte fece con la mano su la bocca il gesto di chi scaccia, di chi cancella.

‒ Dove vai? dove vuoi andare? Non correre! ‒ pregava Aldo seguendola perdutamente nel sibilo della raffica.

Discesero per la china; rividero il ciglio erboso di sotto il muro, gli elci nani simili ai mendicanti monchi e storpii, il girone oscurato, la valle d'abisso; riudirono le voci alte e fioche, i sospiri gli ululi i guai. Ripresero la via verso la Guerruccia, a piedi. Avevano ordinato che la vettura li aspettasse' presso la Porta Menseri.

‒ Ah, férmati, Vana! Sei ansante. Respira. Lasciami respirare. Che furore ti prende?

Il selvaggio masso di Mandringa dominava la via.

‒ Ardo dalla sete. Lasciami bere. Bevi anche tu un sorso d'acqua.

La fonte pullulava sotto un arco chiomato di caprifogli e di pruni.

‒ Non voglio bere ‒ disse la sorella. Nell'ombra umida era un cicaleccio di femmine un luccichio di mezzine un chioccolio di cannelle.

‒ Aspettami un minuto.

Egli scese alla fonte; si scoprì il capo, tergendosi; domandò di dissetarsi. Tutte le acquaiuole si volsero a un tempo verso il bellissimo adolescente. E gli occhi brillarono nella frescura verdastra, sotto i cappelli di feltro; i gomiti si urtarono; parole susurrate, lievi risa corsero.

‒ Senza bicchiere?

‒ Alla mezzina?

‒ Alla cannella?

‒ Qui è l'acqua bona.

‒ Meglio che al pozzo degli Inghirami.

‒ Chi sciacqua le lenzuola

alla Docciòla,

convien che l'acqua attinga

alla Mandringa.

‒ Ecco la mia brocca.

‒ È più lustra la mia.

‒ Questa ha il becco più stretto.

‒ Questa! Questa!

Sotto l'arco sonoro le voci chiare echeggiavano, le braccia nude sollevavano le mezzine colme e le tendevano. Egli sentiva intorno a sé fremere la gentilezza popolana, scorgeva nella frotta la grazia di qualche viso più giovine. Porse le labbra al sorso, abile nel non toccare il rame, nell'evitare il troppo.

‒ Come sa bere a garganella!

‒ No, a zinzini.

‒ E come netto!

‒ È un vero bacio!

‒ Fa venir l'acqua in bocca a chi non beve.

‒ Beata la sua dama!

‒ Fiore d'acacia! ‒ stornellò la più ardita, fra l'ilare brusio, fra il lampeggio delle pupille, fra l'urteggiar dei gomiti, mentr'egli lesto raggiungeva su la via l'impaziente. ‒ Fiore d'acacia! E chi bene sorseggia, meglio bacia.

Si ritrovò nel vento, nella forza implacabile che lo trascinava verso l'altro aspetto del mostro. Le nuvole andavano a oste contro Volterra, come un dì le genti del Montefeltro. Riarsa era la campagna come dopo il guasto degli Approvvigionati. Di tratto in tratto qualche rudere della cerchia antica sporgeva dal dosso cretoso, come una vertebra disgiunta.

‒ Sai che torna? ‒ disse Vana all'improvviso.

Camminava con la testa bassa.

‒ Torna?

‒ Ha scritto al maestro di casa che prepari la villa. È fidanzata.

‒ Che vuoi dire, Vana?

‒ Isabella s'è fidanzata a Paolo Tarsis.

La campagna pareva piena di grida.

‒ L'ha scritto?

‒ L'ha scritto.

‒ E perché me lo dici ora soltanto?

‒ Perché l'ho saputo oggi.

‒ E torna con lui?

‒ Con lui.

La campagna pareva che girasse tutta in un sol vortice.

Dunque non c'era scampo. Si preparava il legame legittimo. Isabella diveniva il possesso di un uomo. Tutto nella sua e nell'altrui vita era per trasmutarsi. Tutto crollava..

‒ Sei certa? Hai veduta la lettera?

‒ L'ho veduta.

Aldo si soffermò perché temette di stramazzare, come se il vento gli fosse passato a traverso e lo avesse vuotato di tutto.

Anche Vana si soffermò alenante. E disse:

‒ Comprendi? La mia casa non è quella che abbiamo visitata dianzi? e non è anche la tua, omai?

Ella si volse a guardare verso la badia scoscesa che disegnava la sua massa di mattone e di panchina sul chiarore di ponente.

‒ Il tetto è scoperchiato.

Egli vide veramente scoperchiato il suo tetto, egli considerò veramente la spoliazione inevitabile, l'abbandono di tutte le cose che gli facevano bella e molle la vita; e non guardò dietro a sé quel mucchio di pietre rischiarato dal sorriso della larva smorticcia, ma guardò dinanzi a sé Volterra come una città condannata al saccheggio, come una signoria perduta. Ebbe lo sguardo del venturiere. E le parole brutali gli sfuggirono.

‒ Rinunzia così a tutta la sostanza di Casa Inghirami.

‒ Bisogna.

Era per essi il ritorno alla povertà, la separazione,. la dispersione, la vita di lotta e di strettezza, forse il ricovero nella casa odiosa del padre e della matrigna, forse il lavoro umiliante, tutto l'orrore dell'avvenire incerto. Ognun d'essi era due volte colpito, due volte tradito. Nel fratello il furore sopraffaceva lo sgomento, e dalla sua natura tirannica sorgevano in confuso disegni di rappresaglia e di perfidia, imagini impure che lo bruciavano, e pensieri perigliosi che gli moltiplicavano la brama di vivere e di gioire.

‒ Siamo alla Guerruccia ‒ disse Vana sordamente, afferrandogli il braccio.

D'improvviso furono ripresi nel fascino delle Balze. In lui tutta l'anima repugnò, tutto il sangue si ritrasse.

‒ La vettura ci aspetta là, alla Porta Menseri ‒ disse. ‒ È tardi.

‒ Io non rientro.

Ella lasciò il braccio del fratello e camminò per le zolle del campo inculto, nella sterpaia sparsa di fiori gialli, verso i macigni della muraglia etrusca superstiti su la proda infida. Il terrore sciolse le ginocchia dell'adolescente.

‒ Vana! Vana! ‒ egli chiamò.

Ella non si volse.

‒ Vana!

Ella seguitava a camminare col suo passo vacillante ma ostinato, su le zolle su i sassi su gli sterpi. Allora egli vinse l'orribile fiacchezza e si mise a correre per raggiungerla, col cuore alla gola, con l'impeto di gettarsi a terra innanzi a lei, di abbracciarle le ginocchia, di supplicarla, di piangere. Sentendolo vicino ella s'arrestò e lo guardò.

‒ Hai tanta paura? ‒ disse.

Egli era per rispondere: «Sì, ho paura. Non voglio che tu muoia, non posso morire». Ma si contenne. Rispose:

‒ Non ti comprendo. Non so che cosa tu abbia risoluto, che cosa tu voglia fare, Vana.

‒ Nulla. Ma lasciami sola. Voglio pensare a me stessa.

‒ Non debbo lasciarti.

‒ Bisogna. La mia via non è più la tua via.

‒ Perché?

‒ Dimmelo tu, Aldo.

Allora un'ira selvaggia gli proruppe dal cuore compresso.

‒ Vuoi gettarti giù? Vuoi ch'io mi getti con te, ora, subito? Eccomi. Sono pronto.

Egli era più pallido della morte. Ella era presso la muraglia, in piedi, col fianco e con l'omero contro quella. Tacque, ma qualcosa di spietato era nel suo profilo che si rilevava dal piano del masso fulvo, qualcosa di spietato e di serrato. Entrambi stettero in silenzio, sospesi nella vertigine, con tutte le potenze e tutte le fatalità della vita imminenti alla loro giovinezza miserabile.

Tuono d'infiniti guai udivano nella valle d'abisso. Lo sterpeto era deserto. La mole ferrigna di San Giusto si levava su l'altura munita di scarpate e di contrafforti come uno spalto. Dietro il colle la città di vento e di macigno drizzava contro l'incursione delle nuvole le sue torri i suoi campanili il suo mastio feroce, lo sprone formidabile della rocca vecchia le mura gigantesche costruite dagli scavatori di sepolcri e quelle cementate dal sangue civico. Le campane sonavano a doppio. A quando a quando la raffica simulava più alto quel clamore che perpetuo suona dentro la cerchia e sotto le porte dal giorno che la fellonia dei conestabile chiamò al bottino i fanti del Montefeltro: «Sacco, sacco!»

‒ Non così, dunque, come facevo ‒ disse Vana con un sorriso dubbio. ‒ Tu m'hai insegnato che, per guardare bene in fondo, bisogna mettersi a giacere bocconi su l'orlo.

Egli le vedeva straordinariamente rilucere nell'ombra il bianco degli occhi; e tra quel bianco e il sorriso esiguo credeva scoprire un'astuzia lugubre. La voragine era là, a due passi: con un guizzo rapido ella poteva lanciarsi nel vuoto. Egli era nella tenaglia dell'angoscia mortale, ma non osava levare la mano per tema di provocare il salto. Il cuore gli si fermò, quando ella alzò le braccia per togliersi gli spilli che configgevano la paglia. Egli si sentiva come col capo sul ceppo, sotto la scure sospesa d'un carnefice lento. Ella si tolse la ghirlanda di rose, appese il cappello tessalico a una sporgenza del masso.

‒ Che vuoi fare? ‒ disse il fratello senza udire la sua propria voce.

‒ Provare.

‒ Allora dammi la mano.

Ella gliela diede; perché un maleficio mutuo emanava da loro, indicibilmente, e le loro due vite si ricongiungevano e si confondevano annientandosi. Dall'uno passò all'altra il terrore. Il terrore, non la volontà, piegò le loro ginocchia. Con la mano nella mano, sentendo il sudor gelido tra palma e palma, restarono inginocchiati su l'arsa erba dell'orlo. La vita in entrambi palpitava come quelle fiammelle che il soffio iterato sembra rapire a ogni attimo e non ispegne.

Da quella proda, più che dall'altra di laggiù, la voragine era spaventevole. Dalla profonda erosione centrale si creava un golfo d'ombra ove un dirupo irto di croste e di schegge si protendeva a piombo, smisurato come la ruina prodotta dal tremor dell'Inferno nel punto dell'estremo sospiro di Cristo. Quivi era la fauce inestinta che aveva già inghiottito le case degli uomini e di Dio, i borghi i monasteri le basiliche, e gli ipogei e le mura delle antichissime genti, e i cipressi e gli elci dalle radici inespugnabili. Come grofi di sale come gromme di tartaro come coaguli di sangue biancheggiavano rosseggiavano le crete e i tufi giù per le ripe e per le lacche. Era la riviera del bollor vermiglio quella che fumigava a valle della vecchia roccia? Quella che luceva tra le grotte allamate era la lorda pozza ove Dante vide fitti nel limo gli iracondi? I sospiri i pianti le strida si rinnovellavano.

‒ Fratello! Fratello! ‒ gridò una voce disperata.

E Vana s'abbatté su la faccia, come se il vento la schiantasse.

Allora una repentina forza entrò nel giovinetto. Egli afferrò la sorella per la cintola, la sollevò, la trascinò indietro, ricadde con lei su gli sterpi.

‒ No, no, Vana! ‒ le diceva, prendendole il capo, guardandola nella faccia sfigurata. ‒ Non morire! Non morire! Io non voglio morire. Voglio patire, voglio lottare, voglio tentare. Non sei perduta, non sono perduto. La pazzia ci travolge. Resisteremo all'orribile fascino. Ci siamo avvelenati. Guariremo. Qualcosa accadrà, qualcuno ci verrà incontro. No, no, Vana, piccola piccola sorella, ah, per questo caro viso!

Egli le accarezzava i capelli le gote il mento con le dita tremanti, accosciato negli sterpi accanto a lei. E, mentre le sue dita si bagnavano, mentre la creatura estenuata gli singhiozzava presso il cuore, guardò la proda discosta, guardò la sterpaia costellata di fiori, la luna rosea sospesa su la collina di viola, il fuoco morente d'una nuvola sul colosso di San Giusto; e l'inconsapevole gioia della giovinezza respirò in lui dall'intimo. Egli viveva: dilatava i suoi polmoni sani nel suo petto; adunava nei suoi occhi la bellezza mutevole del mondo, risuscitava il sapore dell'acqua nella sua bocca che aveva turbato le donne alla fontana, celava nella sua anima l'arte di conciliare l'inconciliabile. Egli viveva, era incolume con tutti i suoi mali ma con tutte le sue armi. E conosceva il brivido dell'agonia e la potenza dell'abisso.

Si sollevò, aiutò la sorella a sollevarsi. Fu ancora carezzevole, ché una tenerezza quasi voluttuosa gli gonfiava il. cuore. Le asciugò le lacrime; le scosse dalle pieghe della gonna gli steli secchi e i frantumi della zolla.

‒ Ah, piccola cara, che sogno angoscioso abbiamo sognato! Sei tu? sei Vanina? sei la mia Morìccica? Dove sei stata? Di dove ritorniamo?

Ella aveva un viso di convalescente, una dolcezza sommessa e triste, simile a una creatura che si svegli dopo una lunga convulsione. Il dèmone era uscito da lei, l'aveva lasciata vuota di forze e immemore. Ella non si ricordava se non del sorriso di Viviano: le pareva che fosse ora in lei qualcosa di quel sorriso fatto di nulla e di tutto. S'abbandonava alla nuova tenerezza del fratello con un languore desolato.

‒ Guarda ‒ egli le disse volgendole il capo verso la collina.

La luna insensibile saliva spandendo l'antico incanto, quel medesimo che nelle notti d'Etruria aveva ammollito le donne adorne giacenti su i coperchi delle urne, i giovini cavalieri in sosta presso il limite sepolcrale.

‒ E il tuo cappello?

Guardarono entrambi verso la muraglia dolorosa. Ma rapita dal vento la ghirlanda era scomparsa nel baratro.

La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, nata di quaggiù, simile a un grande fiore palustre, emergeva dalla torpida trasparenza dei Monti Pisani, mentre non maggiore di lei sul limite del Tirreno il sole ardeva d'un ardore così forte che subito s'inceneriva. Le nuvole basse e raccolte gli erano sopra come falde di cenere; che crollavano e si riformavano. Quando la linea dell'acqua tagliò il disco, parve che solo un cumulo di bragia rimanesse, covato, e fosse per estinguersi. Tutto fu cenere ineffabile. Allora il mare divenne il divino peplo della Sera, una veste dalle pieghe tanto soavi che Isabella ne desiderò un lembo.

‒ Aini, se di quella seta potessi vestirmi!

Ella aveva prolungato la voluttà per tutto il pomeriggio. E l'ora seguente le era parsa sempre più bella; ma quell'ora era più bella d'ogni altra e voleva da lei qualche segno di predilezione, qualche pegno di grazia. Tutte le carezze erano sul suo corpo come le foglie della rosa folta, l'una su l'altra, calcate. Ella desiderò di aerarle, d'indurre fra l'una e l'altra l'aria spirabile.

‒ Aspetta ‒ disse. ‒ Non ti muovere.

Si partì, lasciando su la terrazza il suo amico. Sembrò a lui che il momentaneo fiore di tutte le cose sfiorisse, in quella breve assenza. La luna perse la sua levità di corolla; si riempì d'oro nuovo, spiccandosi dai monti. L'immensa veste marina perse il mai veduto colore che la rendeva ineffabile.

‒ Che porto? Indovina ‒ disse ella riapparendo.

Sembrava ch'ella si fosse partita per compiere un'opera d'incanti. Con l'arte della maga colchica aveva dedotto dalla luna quel primo aspetto spoglio di raggi? Su i Monti Pisani il plenilunio era già chiaro; ed ella rievocava la vita senza fuoco, il grande fiore palustre.

‒ Una serpe incantata in un cofanetto di cipresso?

‒ No.

Ella era avvolta in una di quelle lunghissime sciarpe di garza orientale che il tintore alchimista Mariano Fortuny immerge nelle conce misteriose dei suoi vagelli rimosse col pilo di legno ora da un silfo ora da uno gnomo e le ritrae tinte di strani sogni e poi vi stampa co' suoi mille bussetti nuove generazioni di astri, di piante, di animali. Certo alla sciarpa d'Isabella Inghirami egli aveva dato l'impiumo con un po' di roseo rapito dal suo silfo a una luna nascente.

‒ La lanterna di Aladino?

‒ No.

Che mai portava ella inviluppato in quel pezzo di stoffa? Lo reggeva con le due mani, sorridendo; e mirabili erano nelle sue braccia i rilievi leggeri dei muscoli, le strie glauche delle vene, la peluria simile a quella delle foglie e dei frutti.

‒ L'uccellin Belverde?

‒ Credi che sia tanto pesante?

‒ Dicono, quand'è morto.

‒ Credi che possa morire?

‒ Per rinascere.

‒ Non muore mai: va e viene, fugge e torna.

‒ Mi do per vinto. Che porti dunque?

‒ Stendi là, in mezzo alla terrazza, il tappeto più largo.

‒ Questo?

‒ No, quello di Bokhara.

Egli trascinò e stese su le mattonelle di maiolica il bel tappeto amarantino, variato d'azzurro cupo e di bianco avorio, morbido e intenso come l'antico velluto di Lucca.

‒ Ora siediti su quei cuscini. Danzerò per te.

‒ Senza il flauto di Amar?

‒ Taci e guarda.

Ella aveva deposto in un angolo della terrazza l'arnese ignoto, lasciandolo coperto col quadro di seta. Si chinò e lo toccò di sotto al velame. Un ronzio cupo, come quel d'un calabrone in un orciuolo, sonò per qualche attimo.

‒ Un nido di vespe?

‒ Taci.

Ella lasciò le babbucce all'orlo del tappeto, che vi stettero come una coppia di tortore col capo sotto l'ascella. I talloni apparvero coloriti di cinabro, simili alle due metà d'una melagrana. Guardandola, Paolo s'accorse che una piccola stella cilestrina, del colore delle vene, la segnava in mezzo alla fronte d'un segno magico.

Ed ecco, il ronzio mutandosi in una musica di tintinni simile a un concerto di sistri, incominciò la danza.

La prima percussione del ritmo parve trasmutare in cosa vivente la lunga zona tenue intorno al corpo nudo. Le mani abili, avvolgendola e svolgendola, comunicavano agli orli quella vita natante che di continuo vibra nell'estremità orbicolare della medusa marina. Talora la danzatrice, avendole impresso un moto spirale, l'abbandonava; e quella proseguiva la sua spira alzata sul lembo come un mulinello di sabbia rosea; poi s'affiosciava ed era per cadere ai piedi, quando i tocchi rapidi delle dita la rianimavano, la suscitavano, le davano una nuova attitudine, un nuovo giro. Talvolta, con le sue indistinte imagini bestiali, era simile alla larva labile dello zodiaco intraveduta nell'aurora.

Seduto su i cuscini, addossato al muro bianco, fiso come a un'allucinazione dei suoi proprii sensi, l'amante mirava la danzatrice in un rapimento senza termine. Dietro di lei, tra i rami degli oleandri, egli vedeva lo sfondo delle coste falcate, le rive pinose della Versilia e della terra di Luni, le Alpi di Carrara così aeree che figuravano anch'esse una figura di danza, una catena di alte vergini forse inchinate verso l'Oriente dal ritmo del coro.

Come colei che dalle matasse numerose con gesti alterni elegge e deduce i vani fili al suo ricamo, ella sembrava trarre dalle circostanze e dalle lontananze le linee più belle per comporle in quella creazione di istantanea bellezza; ella sembrava attenuarle e prolungarle fino a sé e mescolarle alla sua musica muta, e rivelare nel suo movimento fugace lo spirito di ciò che era immobile e duraturo. Tutte consentivano a lei, quelle che si disponevano secondo il cerchio dell'orizzonte e quelle che s'inalzavano secondo l'asse del polo. Dal vertice della rupe statuaria sino alla punta della bassa penisola arenosa, tutte convergevano in quel gioco di apparenze e si esprimevano in quella vicenda d'invenzioni.

Ella così viveva la vita vespertina, quale s'era rivelata alla sua anima in un solo attimo, quando dal davanzale della finestra aveva steso la mano esitante per liberare la rondine prigioniera. Ella sentiva compiersi quel ch'era appena apparito; cangiava quel breve anelito in un respiro armonioso. La luce ambigua, ove l'oro lunare cominciava a diffondersi nel chiarore occiduo, pareva farla mediatrice fra il giorno e la notte. Ella pareva muovere i suoi piedi scalzi su l'esiguo istmo invisibile che separa il diurno dal notturno mare.

Ma, quando i suoi occhi dati alle cose si riaffisarono in quelli che la miravano, ella cangiò i suoi modi. Raccolse a un tratto i suoi larghi gesti orizontali; mostrò d'esser ferita dallo sguardo dell'uomo. Si copri il volto con un lembo del velo, si nascose tutta nelle volute, fu simile a una metamorfosi imperfetta che mostrasse tutte le membra converse in nube e i piedi ancora umani. Poi sembrò che la primitiva natura ribalenasse e vibrasse per entro alla nube; ed ecco, la metà del volto riapparve sbigottita, e una mano timida, e la punta dell'anca, e una spalla sollevata, subito ricoperte. Ella imitava la danza amorosa delle almee: il pudore il timore la resistenza la languidezza l'abbandono. Ella imitava con la danza il gioco stesso della sua perfidia: la lusinga l'offerta il rifiuto la disfida la lotta, la paura temeraria, il sospiro della violenza, l'annientamento nel piacere.

‒ L'ape! ‒ disse all'improvviso con un piccolo grido, schermendosi, come aveva fatto dinanzi alla porta di marmo nel Paradiso mantovano.

Il ricordo si drizzò vivo agli occhi dell'affascinato.

Ella imitava con la sua danza lo spavento puerile, i guizzi i balzi le fughe le difese, come se il pungolo dell'importuna la perseguitasse e la minacciasse ancora. La zona si curvava in arco sul capo, svolazzava, strascicava, ora floscia, ora gonfia, ora distesa.

‒ Ahi! Ahi!

Ella gemette, s'arrestò, congiungendo le gambe in un'attitudine che rendeva al suo corpo tutta la sua divina lunghezza, falcando le reni, riversando il capo dalle trecce quasi disfatte. Il primo gemito fu di dolore, ma l'altro imitò quello ch'ella soleva quando il suo amico posava su lei la mano del possesso ed ella sentiva spandersi in tutte le vene il languore senza scampo. Il viso madido fra le ciocche lisce e dense aveva quella improvvisa maturità che in certi momenti l'assomigliava a una giovinezza troppo a lungo macerata nel fortore degli aromi e trascolorata nell'ombra dei cortinaggi.

‒ Ahi!

Egli tremò di desiderio; ché quel gemito era il noto richiamo, triste e selvaggio. Ella scivolò contro di lui nei cuscini. E gemeva:

‒ M'ha punta qui.

E le labbra dell'amato la medicavano.

E ogni volta gemeva:

‒ M'ha punta qui, e poi qui, e anche qui.

E ogni volta le labbra la medicavano. E tutta l'estate, tutta l'estate della spiaggia pisana e della Versilia verdebionda e della Val di Magra, quella intiera ch'essi ogni giorno sorvolavano con l'ali di lino e fiutavano nella sua vastità concentrata dal volo come si fiuta un sacchetto di nardo, quella medesima odorava per lui nella pelle calorosa. E una stilla di quel sudore bastava a dissolvere tutti i pensieri tutti i disegni tutti i rimpianti tutte le inquietudini. E nessuno dei paesi ch'egli aveva percorsi era profondo come quel corpo sensibile. Ed egli sapeva l'ebrezza di chi entra in una gola di monti e al termine del valico possiede d'improvviso con uno sguardo l'inopinata magnificenza d'una terra senza confine; ma quanto più acre ebrezza era il penetrare perdutamente in quel mistero che due braccia potevano scuotere!

Placata, stropicciata d'essenza ristoratrice per tutti i muscoli, avvolta in un doppio cafetano di mussolina senza maniche, Isabella godeva il vento serale che soffiava a traverso le pinete ancor tiepide.

Il tintinno dei sistri taceva, in quell'angolo della terrazza, sotto il quadro di seta. Ed ella sorrise e disse:

‒ Aini, ti piaceva la musica della mia danza? Ma non sai ancora quel che c'è, là sotto.

‒ Una stregheria.

‒ Una malinconia.

Ella si levò, prese la cosa nascosta e la portò presso i cuscini. Nell'aria, ch'ella aveva abbellita di tanta vita bella, ora l'alba lunare si diffondeva per l'ombra composta d'una vena violetta e d'una vena verdiccia che si mescevano tacitamente. Come taluno si china su un tizzo fioco e col soffio ne suscita vive faville sonore, ella aveva ravvivato e moltiplicato con l'agitazione dei suoi incanti le note interrotte. Ora scopriva una piccola cosa morta, una specie di cassetta funebre per Tiapa, per la bambola di Lunella.

‒ Guarda.

Ci si vedeva ancora. Ella aprì il coperchio. Egli si chinò a guardare da presso. Era una vecchia scatola armonica, con l'anima di metallo costrutta d'un pettine d'acciaio i cui denti vibravano al girare d'un cilindro irto di punte.

‒ Dove hai scavato questo scarabattolo?

‒ Non scarabattolo ma scarabillo.

‒ Sembra il modellino d'uno strumento di tortura.

‒ Si chiama scarabillo, dall'infanzia.

Ella rise; poi velò di malinconia il suo riso parlato.

‒ Vedi: il pettine è un poco rugginoso e al cilindro manca qualche punta. Se tu sapessi quante volte m'insanguinavo le dita contro queste punte quando il cilindro s'incantava! Avevo sei anni quando trovai questa scatola in un ripostiglio. Doveva esser là dal tempo di nonna Diana, fabbricata a Vienna verso il mille ottocento cinquanta. Chi può dire perché una vecchia cosa meccanica ci diventi amica, si leghi a qualche fibra della nostra vita intima, e non possiamo mai separarcene senza temere di far morire un po' di noi stessi? Vedi: qui c'è una specie di doppia aletta imperniata che, quando si carica, si mette a girare vertiginosamente e fa quel ronzio di vespaio, prima che la sonatina incominci. Era l'aura dei miei sogni puerili. Anche ora non posso udirla senza un certo ondeggiamento del cuore. Per nessuna cosa ho avuto il sentimento della proprietà come per questo scarabillo (è il nome che gli diedi, non so perché). L'ho difeso contro Vana, contro Aldo, contro tutti. L'ho preferito a qualunque altro giocattolo. Tutta la mia fanciullezza è stata cullata dalla sua voce tintinnante, che non somiglia a nessun'altra voce. Chi ha composta la sua musica? chi può riconoscere una di queste piccole danze? Mi ricordo che sul coperchio c'era ancora un frammento del cartello che portava la lista delle sonatine. S'è perduto. Ci rimase per qualche anno. Ci si leggeva soltanto: La pavane lacrymée.

Ella si chinò, prese la chiave e caricò il cilindro ispido. S'udì il ronzio del calabrone nell'orciuolo. Ella accostò la mano per sentire l'aura della doppia aletta girante. Poi richiuse il coperchio, lo ricoprì col quadro di seta ch'era un conopeo di ciborio.

‒ L'ho portato sempre con me, il mio scarabillo. Qualche volta lo lascio dormire in fondo a un baule o a un tiretto per mesi e mesi. Poi lo risveglio. E m'incanta e mi culla ancora. Mi ricordo che quando ero bimba facevo gighe e volte e sarrabande, sola sola, intorno alla scatola posata per terra. Ma come mai stasera lo scarabillo della mia innocenza ha accompagnato la danza della mia perdizione, Aini?

Ella rigò d'un riso esiguo la sua malinconia; poi tacque, ascoltando la voce piccola e infinita. Era un gran silenzio, con qualche fruscio, con qualche sciacquio raro, con qualche pallido pianeta, con qualche pipistrello aliante. Le cose cominciavano a segnare le ombre, sotto il plenilunio, ma appena.

Erano a tavola, presso il balcone. La chioma d'un pino toccava l'inferriata, movendosi nell'ombra con quel moto lento e animale che hanno le piante subacquee.

Quanto mi piaci stasera, Aini! ‒ disse Isabella a bassa voce, nel fumo e nel profumo della sigaretta, tenendo su la tovaglia i due gomiti nudi, facendo intorno al suo viso continui gesti con le lunghe mani senz'anelli. ‒ Ti prego, fa' ancora così.

Ella imitò un piccolo moto nervoso che gli era involontario: una rapida contrattura che dalla radice del naso, ov'era incisa la grande ruga verticàle, scendeva a serrare le nari e a muovere il labbro superiore: una specie di baleno muscolare, indefinibile, un nulla. Egli sorrise.

‒ Ti burli di me?

Era tutto perduto in lei. La guardava, la divorava insaziabilmente, s'affannava a possederla in tutti gli attimi, vigilava con un'acuità assidua perché nulla di lei gli sfuggisse. Ben egli mille volte avrebbe voluto ripetere quella parola: «Fa' ancora così!»

‒ Chi può dire quel che più ci attragga nella creatura che amiamo? ‒ disse ella, guardando lui con lo stesso ardore avido. ‒ Un certo riso, una piega lievissima della bocca, un modo di socchiudere le ciglia, un nulla; ed è tutto. In quel non so che guizzo che ti passa ogni tanto sul viso senza che tu te n'avveda, sei tutto tu.

‒ Ah, ma chi dirà come sei?

Ella allungò verso di lui le braccia più lisce e più fredde delle porcellane che rilucevano su la mensa.

‒ Come sono? come sono?

Dove hai preso quest'odore di gelsomino? Stordisce.

‒ Non sai che io ho un giardino di gelsomini, tra due sepolcreti?

‒ A Volterra?

‒ Un giardino chiuso in quattro muri folti di gelsomini, e non so se più odori quello di levante o quello di mezzodì. Senti.

Inchinandosi, ella strisciò la bocca di lui prima con l'un braccio poi con l'altro, mollemente, dal polso al cavo della piegatura glauco d'arterie, dal gomito all'ascella ove pochi fili d'oro s'inanellavano.

‒ Senti, ‒ diceva ella con quella voce che attenuandosi creava l'increato ‒ sono freschi? Piove piano su i gelsomini, contro il muro che conserva il calore del sole. Una gocciola basta a riempire il cuore d'ogni fioretto bianco; e non è più una gocciola di pioggia ma d'essenza, d'essenza forte come quella che i profumieri estraggono in Chiraz, in Ispahan, nei paesi che tu hai veduti, che tu hai in fondo a questi occhi che per ciò sono come due turchesi, due turchesi malate di me, ora, molto malate di me, povero Aini!

Egli entrava come in un torpore magnetico, in cui il profumo la voce e la carne erano una cosa sola.

‒ Senti, senti! La pioggia cresce. È ancora una carezza per le rose, ma i gelsomini sono troppo delicati. Un rametto cade a terra. Chi dice che somiglia a un uccellino disteso, con le zampe rotte? Il poeta del Divano, che Aldo mi legge. Pensa! Ho un giardino cantato a gara da Nizami, da Dschami, da Hafiz, fra due sepolcreti etruschi, sopra un colle volterrano, poco discosto dalla reggia della Follia. E ho anche una gazella.

Era scivolata quasi su le ginocchia di lui, con quell'arte di aderire e di avviluppare ch'era istintiva nelle sue membra come nei viticci del tralcio.

‒ Conosci gli amori di Leila e di Madschnun? Madschnun significa il Folle, folle in estasi di passione. Vuoi che ti chiami così? Una gazella s'era impigliata nelle reti. Madschnun la vide, accorse, la coprì di baci, le medicò le ferite, la trasse dai lacci, la accarezzò dal capo ai piedi, perché lo sguardo di quei grandi occhi teneri gli suscitava l'imagine di Leila; e le diede la libertà. Ora l'ho io, proprio la stessa, ma trasfigurata in Vergine da un pittore senese che si chiama Priamo di Piero. Te la mostrerò. Guarda con gli stessi occhi con cui ella guardava Madschnun. Ha un collo lungo lungo, un viso fine fine, un mento stretto come il muso del suo tempo selvaggio, le mani come le mie, con le dita disgiunte. Ma certo mi vince in gambe; perché, se si alza dal trono, chi sa dove batte l'aureola, quell'aureola d'oro che è come la beatitudine che il cielo persiano le poneva un tempo fra le due corna in forma di piccola lira. E porta una veste orientale, rossa broccata a garofani d'oro, che dev'essere una veste di Leila.

Ancora una volta con la musica delle sue imaginazioni ella faceva un incanto che era una follia artificiata. Pareva ch'egli non l'ascoltasse con gli orecchi ma con le labbra, con le labbra premute sul collo.

‒ Che mi fai, Madschnun?

Ella gli guizzò, gli scivolò di su le ginocchia; si ritrasse su la sua sedia. Accese un'altra sigaretta, sorridendo. Aveva sul collo una macchia rosea.

‒ Non hai mai fumato l'oppio o la foglia di canape, laggiù, in qualche porto oleoso?

‒ Non amo i veleni.

‒ E me, dunque?

‒ Te soltanto.

Ella stette per qualche attimo assorta, con quel sorriso sospeso che pareva interrompere la vita esterna su l'intimo spettacolo. E la mensa era sparsa di frutti, dì confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. La cenere e un rimasuglio di tabacco biondo galleggiavano in una coppa, e il vino vi ferveva intorno senza spuma.

‒ L'anima è il veleno più potente ‒ ella disse.

I piccoli paralumi gialli in cima ai candelieri la coloravano d'un lume dorato. Qualche farfalla notturna aliava intorno alle fiammelle. A quando a quando, pel vano del balcone, il pino susurrava sotto la luna.

Ella disse all'improvviso lacerando l'incanto:

‒ Sapete, Paolo, che noi siamo fidanzati?

Egli la interrogò, attonito.

‒ Oh, non abbiate paura! Fidanzati per ridere, o per piangere.

‒ Non comprendo.

‒ Omai, dopo i nostri voli, il segreto non è più chiuso tra queste mura. Credo che viaggi pel mondo mondano e che sia entrato nella città degli Inghirami, per la porta più solenne, per la Porta all'Arco. Non pensate che io tema d'essermi compromessa. Ma è utile che noi giochiamo il gioco dei promessi sposi, utile non tanto per le solite convenienze quanto perché io vi possa condurre nel giardino dei gelsomini.

‒ Il gioco solo? ‒ disse egli turbato, dubitante, con una intenzione di rammarico e di rimprovero gentile, incertamente espressa.

‒ Paolo, Paolo, il vostro impaccio è delizioso! ‒ gridò ella in uno scoppio d'ilarità. ‒ Sono sicura che temete un tranello.

Egli protestava.

‒ Sono sicura che pensate ch'io vi abbia detto questo per tastarvi il polso. Ma no, ma no! È un fidanzamento non di sequestro ma di comodità. Morirò vedova, morirò Isabella Inghirami, morirò nel mio doppio I su cui non ho mai messo il punto. Lo metto ora, su l'uno e su l'altro, ecco. C'è un benedetto codicillo nel testamento maritale. Se mi lasciassi sposare da voi, perderei il giardino dei gelsomini con la gazella e con tutto il resto. Non mi rimarrebbe che lo scarabillo, Codicillo, scarabillo! È troppo crudele.

Turbato, egli protestava ancora, non senza un'ombra di gofferia.

‒ Via, Paolo. Vi dispenso da ogni onesta dichiarazione. Resteremo promessi sposi in eterno, se volete. Ma sarà più facile trovare un pretesto per rompere, molto più facile, ahimè!

Cessò di ridere. Riprese tra le labbra la sigaretta, e con qualche boccata si velò tutta di fumo. Egli era in un malessere che non trovava posa.

‒ Bisogna che io ritorni a Volterra, almeno per un po' di tempo ‒ ella disse. ‒ Non posso più lasciare le mie sorelle e mio fratello lassù, abbandonati, dimenticati. Ho già annunziato il mio ritorno e il nostro fidanzamento. È necessario che io sembri in regola, o quasi, davanti a Aldo, a Vana. Voglio che tu mi accompagni.

Egli ripugnava a quella finzione penosa. Rivedeva in sé la faccia febrile della vergine olivastra, se la sentiva piangere contro il petto; riviveva l'angoscia della veglia funebre. E le maniere ambigue dell'adolescente gli riapparivano.

‒ Non posso ‒ disse.

E guardò con ansia le labbra dell'amata, temendo le parole ch'erano per uscirne.

‒ Perché?

Ella aveva parlato con una voce bassa, coperta d'ombra. Ora aveva il suo viso di dèmone, la sua più perigliosa bellezza, quella emanata dalla sua più nociva alchimia.

Gettò nella coppa la sigaretta accesa che spegnendosi frisse. Prese uno dei grandi garofani color d'ardesia che ornavano la mensa, e lo gualcì fra palma e palma. Pareva che le occhiaie le divenissero più larghe e più cave, piene di un azzurro violetto simile a quello del cielo sul pino, ove le pupille fosforeggiavano come quando l'anima era per divenirle «il veleno più potente».

‒ Per Vana?

Egli non rispose. Non aveva mai avuto paura di maneggiare francamente anche le armi ignote, ma sentiva una repulsione invincibile contro le schermaglie di parole; Attese, con lo sguardo diritto. Ella ben gli conosceva quell'attitudine, quell'armatura di silenzio, ed era anche abile ed acre nell'arte di smagliarla.

‒ Che cosa c'è, o almeno che cosa ci fu fra te e Vana?

‒ Nulla più di quel che sai.

‒ Non so nulla. So che Vana è perdutamente innamorata di te.

‒ Credo che t'inganni, spero che t'inganni.

‒ Sono certa. Parlami con franchezza. Non sono gelosa: voglio dire che la mia gelosia non è tale che tu possa comprenderla. Nei primi giorni, quando eri assiduo presso di lei, avevi una più o meno vaga intenzione di un più o meno lontano matrimonio? Confessa.

‒ Isabella, non so a che giovi questo interrogatorio inopportuno. Stanotte voglio andare con l'Àrdea su le mura di Lucca, risalendo il Serchio, voglio passare su la torre dei Guinigi.

‒ Non le parlasti mai d'amore in quei primi giorni? Qualche volta rimanevate soli. Non una parola tinta d'amore? nulla?

‒ Non ricominciare il tuo gioco perverso, Isabella.

‒ Sì, qualcosa ci fu. Se no, come sarebbe così accesa di te? Lo sai che t'ama. Dimmi che lo sai e che ci pensi.

‒ Sei folle.

‒ Non ti ricordi, a Mantova, quando apparve su la porta mentre mi baciavi? Era come una morta.

Entrambi la rividero livida ma respirante, appoggiata contro lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non possa più serrarli.

‒ Forse era già là da qualche tempo, e teneva que' suoi occhi fisi su noi mentre tu mi bevevi mentre io gemevo: «Non più!» mentre tu rispondevi: «Ancora!»

‒ Ah, perché sei così?

‒ Non la udimmo. Io non la udii, ché gli orecchi mi rombavano. Ma certo era là, e vide. Io non ci vedevo; avevo la vista annebbiata, quando mi distaccai. Ma mi parve che dietro di me ci fosse un fantasma, e mi volsi. E avevo la bocca tutta gonfia di quel bacio così lungo e così feroce. E Vana mi vide quella bocca.

Ella parlava basso con un crescente ansito che le sollevava il seno bianco a traverso l'oro della trina, con una specie di voluttà nemica che le contraeva i muscoli del viso, che le atteggiava di nuovo le labbra a quella gonfiezza.

‒ Ti ricordi? ti ricordi? E Aldo sopravvenne. E Aldo mi scoperse il sangue nei denti, il piccolo taglio nel labbro. Ah, perché allora tutto il desiderio mi rifluì nelle vene, mentre chinandomi cercavo di far ombra sul mio viso che temevo mi s'accendesse non di pudore ma di ardore?

Come con un tizzo ella lo affocava col suo viso sfrontato e convulso, ove l'impudicizia dell'anima ardeva come un insana tristezza, ove gli occhi sembravano perdere i cigli e soffrire d'essere così nudati, ove il respiro era come un'esalazione morbosa che attossicasse e decomponesse i pensieri.

Ti ricordi? E cercavo il fazzoletto per coprirmi la bocca, e Vana a un tratto mi disse: «Tieni». Vana mi diede il suo, con una mano secca, con una mano di febbre e di rancore. La rivedi come io la rivedo? E m'asciugai quel poco sangue del bacio. La prima volta premetti e poi guardai: c'era la macchiolina rossa. Poi premetti ancora. Tu eri attento? Di tutto mi ricordo e non di questo: c'è una pausa nella mia memoria. Le resi il fazzoletto? Ella me lo riprese? Puoi dirmelo?

Egli scosse il capo.

‒ Neanche tu lo sai? Per quanto io ci pensi, non riesco a rammentarmene. Era un piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, del gelsomino di Volterra. Certo, quando entrammo nel Paradiso, io non l'avevo più. Forse Vana me l'aveva ripreso nel momento in cui tutti eravamo con gli occhi levati verso il labirinto. Forse che sì forse che no...

Come la corrente del riscontro agitò la leggera tenda indiana su la porta, ella si volse con uno strano sussulto. L'imagine della sorella era così viva in lei, ch'ella credeva fosse per apparirle un'altra volta all'improvviso come nella camera di Vincenzo Gonzaga. Abbassò ancor più la voce, le diede una torbida intimità, la fece calda ascosa e acre come l'ascella.

‒ Ora so. L'ha serbato, con la macchiolina di sangue; l'ha nascosto, e non osa ritrovarlo. O forse l'ha inzuppato di lacrime, l'ha lavato col pianto.

Egli l'àscoltava, con sordi tonfi nel petto, con una repulsione che bruciava come un desiderio, con un desiderio che si torceva come una repulsione.

‒ Tu non sei ardito quando voli dentro di te come quando voli nell'aria. Ci sono cose che tu non comprendi, che tu aborri... Il tuo amore è ancor quello a cui tu davi occhi tanto puri e tanto severi che io non avrei potuto guardarlo senza vergognarmi?

Ella si abbandonò indietro, su la spalliera della sedia. Tenendo nella mano il gambo del garofano gualcito, percoteva col fiore la sponda della mensa; e, con tutto il volto dorato dal riflesso dei candelieri, sogguardava l'uomo.

‒ Eppure tu serri tanti istinti atroci in te, puoi essere tanto crudele, e sai come la voluttà non sia se non un martirio divino che urla con urli di belva... Ma quel tuo amore, quello che non ero degna di rimirare, è un pastore decrepito che conduce le solite coppie timidette al solito pascolo della moderazione. Ti sembra che passi qualche sera, là sotto la terrazza, e ti richiami?

Ella lo irrise con la luce dei denti, rovesciando indietro il piccolo capo stretto ermeticamente fra le trecce dense così come si lega e si salda la chiusura d'una fiala piena d'essenza volatile.

‒ Saresti capace di rispondere arditamente, se io ti domandassi di ravvisare in te una sensazione oscura e fuggevole?

Egli sentiva il suo malessere incupirsi e fasciargli le tempie come una cattiva ebrezza. Guardava la mano lunga della tentatrice percuotere col garofano l'orlo della tavola, e s'attendeva che la corolla si spiccasse dallo stelo. Come se un vento interrotto gli attraversasse lo spirito, egli riudiva lembi della voce di Vana: «Ah no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue... Io non son nulla, non sono nulla per voi... Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me». Rivedeva lo spavento di quella povera faccia estenuata. Rivedeva sé medesimo sotto la tettoia, laggiù, nella brughiera deserta, dinanzi al cadavere del compagno composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone; e quel vegliatore, chiuso nel suo lutto come nel diamante, non gli somigliava più. Egli era separato da lui per un'infinita notte.

‒ Ti ricordi ‒ gli diceva la tentatrice, con un'espressione di ardore così folle che sembrava un ràpimento ‒ ti ricordi quando nella prima stanza del Paradiso io era presso il davanzale, e mio fratello mi cingeva col braccio la cintura su la pietra calda, e io chiamai te, chiamai Vana, e vi avvicinaste, e restammo tutt'e quattro nel vano della finestra, e Vana fremeva contro il mio petto, e io lasciai passare sul suo capo il mio sguardo che ti versò nel cuore la mia voluttà nuova?

‒ Ah, taci!

‒ Sono orribile?

Ella aveva ancora quel viso sfrontato e convulso, quello sguardo nudato, quel respiro bruciante; e in tutta la sua carne triste quella sensuale attesa del martirio, ch'era quasi luce.

‒ Mi ricordo ‒ disse egli con una voce sorda che a lei parve minacciosa ‒ mi ricordo quando tremavi in quella stanza occupata dall'ombra di un letto, quando tremavi di paura vedendo verso noi venire due figure in silenzio...

‒ Aldo e Vana!

‒ Noi stessi, nello specchio cupo.

‒ Aldo e Vana e noi stessi.

‒ E la follia.

‒ Ciascuno in uno specchio ha una follia che l'atterrisce e l'attira. Vuoi andartene da me? vuoi che ci separiamo domani? vuoi che non ci vediamo più?

Uno spavento repentino turbinò dentro di lui e lo vuotò d'ogni forza. Ella parve entrare tutta quanta in quel vuoto, sola e nuda pesarvi con tutto il suo peso carnale.

‒ Domani risalgo a Volterra.

Correvano su la rossa macchina precipitosa, nel pomeriggio d'agosto, come in quel già tanto lontano vespro di giugno per la via di Mantova. Correvano verso l'inferno di Volterra.

Non gli argini verdi, non le pallide vie diritte, non i canali molli, non i filari di salci di pioppi di gelsi; non acque, non ombre, non arte agreste di festoni e di ghirlande; ma una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere.

‒ Vedi? vedi? ‒ ella diceva al suo compagno disperato, chinandoglisi contro la gota scarna. ‒ Sono io così, dentro di te? è così la tua arsura?

Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque s'aprivano nelle crete sitibonde. Qua e là nei campi abbandonati rosseggiava il gabbro, d'un rosso di fegato; le pietre laminose rilucevano come frantumi di spade; tanto brillavano gli schisti che parevano quasi crepitare come le stoppie in fiamme.

‒ È così la tua passione? Tutto è riarso in te?

I crepacci di color d'ocra intersecati erano simili a una immensa rete di corda falba, dalle maglie larghe e ineguali, distesa per insidia su le biancane di mattaione cinericcio.

‒ Vedi dove io ti trascino?

Letti aridi di torrenti, ghiare calcinate come le carcasse dei cammelli su le vie delle caravane, splendevano d'una bianchezza acuta come un grido breve. Splendevano, dileguavano.

‒ Come farai tu, come faremo noi per essere pari a questo ardore? come faremo per superarlo?

Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra corta.

‒ Non mi ami ancora. Forse anch'io non ti amo ancora. Ancora non soffri assai di me; non soffro ancora di te come voglio. Che l'amore mi sia come questa desolazione! Vedi? vedi? Una desolazione che nessuna abondanza eguaglia. Tutto il resto è fiacco. Che sono dietro di noi le foreste di resina, le sabbie marine, i falaschi degli stagni? Guarda le mie crete! Ella parlava in una specie di delirio solare. Egli si ricordava delle sue febbri tropicali, delle grandi allucinazioni luminose. In quei luoghi onde la vita era esclusa, entrambi sentivano la loro vita moltiplicarsi.

‒ Guarda!

Il fuoco del solleone sembrava piovere a dilatate falde come sopra il sabbione ove Dante vide star supini e immobili i rei di violenza contro Dio, di continuo correre le greggi delle anime nude, la tresca delle misere mani senza riposo scuotere le vampe, e solo giacere senza cura dell'incendio quel grande. Come l'arena dello spazzo infernale, la creta s'accendeva «a doppiar lo dolore», si faceva brace, si risolveva in cenere. L'infinito riverbero trascolorava il cielo, struggeva l'azzurro. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là, su pei dossi, su pei gibbi, la fioritura salma luceva come il tritume del vetro, come la limatura del ferro. A quando a quando tutto l'ardore ripalpitava e si rinfocava nel vento. Un lungo e cupo compianto si diffondeva per la solitudine dolorosa, come se ogni crepa esalasse un sospiro o un gemito.

‒ Ah, Paolo, su questa via non c'è il carro carico di tronchi, né tu mi minacci di schiacciarmi contro un mucchio di sassi; ma facciamo un viaggio ben più dubbio. Lo sai? Eppure io posso ancora ripetere: «Non temo». E tu?

Egli non rispondeva. Con i pugni al volano, con gli occhi fisi alla via sparsa di selci taglienti, egli pativa in sé un angoscia ben più fiera di quella che aveva patito. Gli accadeva ciò che un tempo gli sarebbe parso impossibile come il respirare senza polmoni. Egli si sentiva disarmato della sua volontà, in balia a una forza estranea ch'era per trascinarlo verso eventi cui già la sua infausta veggenza dava gli aspetti del vizio, del delitto e della tortura. Aveva ceduto all'imposizione dell'amante insensata; ma già così intimamente l'aveva corrotto il contagio che in fondo alla sua riluttanza era l'ansietà d'esperimentare il nuovo, era una curiosità amara e ardente della colpa arcana, della promiscua pena, era il fascino dell'inferno.

‒ «Se un giorno voi non poteste più dormire né sorridere né piangere!» Ti ricordi di queste parole? Che mai valevano in quella campagna molle? Ma allora io pensai al mio deserto di cenere. Guarda.

La desolazione si faceva sempre più tremenda. A destra, a manca, dinanzi, ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco d'alluvioni bibliche le quali avessero trasportato quivi le braci delle città maledette, i residui degli incendii espiatorii, la polvere delle tribù punite. Le sorti annunziate dai Profeti erano quivi compiute. La parola pronunziata dal Signore era adempita: «Ecco, io accendo in te un fuoco, che consumerà in te ogni albero verde, ed ogni albero secco; la fiamma del suo incendio non si spegnerà, e ogni faccia ne sarà divampata, dal mezzodì fino al settentrione». Tutta la terra era come il ceneraccio che rimane nella conca del ranno. Non v'era albero, né verde né secco; né pur le spine e i pruni d'Isaia vi crescevano. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e scolorata vi languiva, abbandonata anche dalla sua propria ombra.

‒ Mi ami? mi ami? ‒ chiese ella, chinandosi ancor più verso la gota scarna, assalita da uno sgomento subitaneo al pensiero di quell'altro amore che ardeva lassù, nella città di vento e di macigno, e che poteva vincere il suo. ‒ Mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati dei nostri giorni e delle nostre notti; diménticati dei nostri rantoli e delle nostre grida; diménticati che cento volte abbiamo agonizzato l'uno nell'altra, che cento volte abbiamo domandato pietà senza ottenerla. Diménticati d'ogni carezza e d'ogni violenza; perché lassù non ci toccheremo neppure con lo sguardo, patiremo una sete peggiore di questa, saremo com'eravamo prima del bacio sanguinoso.

Inspirata da un istinto profondo ella sopprimeva la voluttà, sottraeva la sua carne, riprendeva il dono del suo corpo, imponeva di nuovo il divieto crudo; ché ella sentiva qual forza fosse l'essere intatta, per colei che lassù era sola col suo amore e col suo dolore. Un profondo istinto la inspirava a eguagliare la condizione di colei, a ridivenire un giardino chiuso, più desiderabile forse per chi ne fu espulso che per chi non mai vi penetrò. Ed ella ben sapeva come facilmente e rapidamente la donna, pur dopo la più lasciva mescolanza, possa ridivenire lontana ed estranea agli occhi dell'uomo. Ella conosceva quell'attitudine femminile che sembra all'improvviso togliere ogni realità alla più supina dedizione e, con quelle dita stesse che rinfrescano le pieghe gualcite della gonna, creare il distacco insuperabile. «Diménticati!» ella diceva; e si sentiva già ridivenuta l'Isabella dell'indugio perverso, ch'era per donarsi e si ratteneva, ch'era per concedersi e si negava. Ma ora non più una volontà di gioco sì bene una volontà di martirio imperversava nel suo corpo ancor maculato dall'orgia. Raffigurandosi le lividure su la sua pelle intrisa di gelsomino ella già pregustava il supplizio dell'astinenza come una voluttà più acre d'ogni altra. E imaginava con ansia la sua prima notte nella villa volterrana piena d'insonnio in ascolto.

‒ Volterra!

Dietro una calva collina di marna gessosa, su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco, all'improvviso era apparso il lungo lineamento murato e turrito. Entrambi vi s'affisarono, rallentando la corsa. La macchina rombò, ansò. Tre cavalli neri, impastoiati, con lunghe code, con lunghe chiome, saltabellavano su per un pascolo di sterpi, rilucendo nel sole, mentre il galestro si sfaldava sotto gli zoccoli. E la città disparve.

Vana era salita sul ripiano del castello, dietro il leccione, e dal parapetto guardava verso la valle, spiava la via terribile? Ora Isabella ne creava in sé l'imagine viva, e si rappresentava il tristo luogo della vedetta: quel prato solitario su cui s'allunga l'ombra del mastio che emerge dalla cintola in su dominando il cammino di ronda fra i due torrioni angolari, e l'albero degli Inghirami che di quivi appare senza tronco, simile a una cupola posata su l'erba, vasta come quella del battistero a riscontro emergente di là dal tetto del palagio, di là dalle banderuole di ferro che in perpetuo stridono portando l'aquila su la ruota; e sotto il parapetto la perpetua tempesta degli elci abbarbicati nell'erta, l'incessante mugghio che affatica la fronda bruna.

Non era forse là in quell'ora, china a scoprire una nube di polvere, la stretta faccia olivigna? Non era là sotto il sole, con tutta la sua vita d'odio e d'amore protesa verso la via bianca, la piccola sorella indomabile? Quale era su la tempesta degli elci la tempesta di quella vita?

Ed ella tremò di sgomento per tutte le ossa, pensando che quella passione poteva essere più grande e più selvaggia della sua passione. Di quelle settimane d'assenza e d'attesa ella ignorava tutto, e la fantasia le si sollevava su quella ignoranza. Vedeva sé nella dolce marina pisana, sé distesa nei cuscini dei piaceri, sé voluttuosa e obliosa; e l'altra, la creatura chiusa e tenace, audace e nascosta, lassù, nella città di vento e di macigno, tra spettacoli di duolo e di morte, col suo canto e col suo amore intenta di continuo a esaltare la sua disperazione. E la invidiò, e la temette; e la imaginò carica di forze accumulate, pronta a combattere, pronta a morire.

«Torniamo indietro, torniamo indietro!» voleva pregare, sopraffatta dall'ansietà. E, udendo il fragore della macchina sforzata all'assalto dell'erta, desiderò che qualcosa scoppiasse, che qualcosa si spezzasse.

Una greggia era ammassata sul cocuzzolo d'un poggio nudo, appesa tristamente come a una mammella arida, smorticcia come il mattaione ove qua e là lustravano gli ammassi di testacei e le lamine di talco. Su una pendice del monte di Caporciano, arrossato dai filoni di gabbro che serrano la vena del rame, Montecatini di Val di Cècina mostrò il torrione quadrangolare dei Belforti. Un astore cinerino come le crete roteò nell'aria incandescente. L'esecrazione d'Isaìa divorò la terra etrusca. Tutto nel crudele riverbero delle biancane moriva. Dagli squarci dalle crepe dalle rosure dalle frane dai botri dall'immoto travaglio della sterilità esalava la doglia non mitigabile. E la lamentazione del vento cominciò, d'altura in altura, ad elevarsi.

‒ Vedi? vedi dove ho relegato mia sorella, mio fratello, la mia tenera Lunella? Come hanno vissuto? che leggerò nei loro occhi? Imagini tu quel che questa terra può fare d'un'anima? Guarda le Balze!

Su dal riverbero di tanta cenere rovente sorgeva il monte lunato con le corna volte a Borea, scosceso di dirupi, irto di ronchioni e di schegge, levando contro il torrido biancore del cielo una città di ferro rugginoso escita dall'istessa fucina ond'escì quella a cui Flegiàs tragittò l'Etrusco pellegrino e il duca suo.

‒ Dove ti attiro? dove porto il mio amore? Non alla felicità, non alla felicità; ma a qualche cosa di più terribile. Lo so. E perché faccio questo? Una demenza è in me, più antica di me, che non mi dà requie. La sento, la soffro, e non la conosco. Credi che io potrei diventar folle? M'è parso di leggere questo timore ne' tuoi occhi, qualche volta. Rispondimi.

Ora la terra era tutta occupata da tumuli in forma di quelli ch'ella aveva intraveduti nella selva pisana, simili ai monimenti del castigo «più e men caldi». Sul culmine d'un poggio cretoso tre cipressi eran fitti come i tre patiboli sul Calvario. Il vento era come l'agitazione sonora d'un immenso vampo.

‒ Ah! voglio tornare indietro!

Il pànico le afferrava la vita, su quell'erta spaventosa, e la rivoltava. Un terrore cieco e subitaneo la faceva più bianca delle biancane sterili. Ed ella voleva dire:

«Contro un muro scialbo le pazze sono sedute a cucire i ferzi delle lenzuola; e intorno gracidano le oche. I dottori hanno lunghi camici, e l'aria indifferente... Bisogna passare di là. Prima di giungere sul sagrato di San Girolamo si vede la Casa, di là dalla rete di ferro. Invece del cancello, c'è un telaio di legno, dipinto di rosso, con la rete di ferro, come davanti a un pollaio. Ah, tutto m'è presente! Poi s'entra fra due muri, e di là dal muro si rivede la Casa, si rivede il tetto... E poi San Girolamo, la loggia, il convento, la mia cappella, la cappella degli Inghirami, quella del mio sposalizio. Le mie mani sono nella tavola di Benvenuto, lunghe, con un piccolo libro rosso. Ma Santa Caterina non è quella che somiglia alla malinconia di Vana, no: ha il manto rosso, e la ruota del martirio le è caduta ai piedi... Fabbricano, fabbricano sempre, essi stessi; perché non c'è più posto. Il numero cresce ogni anno. Essi stessi portano la calcina, portano le pietre. S'intravede un muro fresco che s'alza. C'è l'odore di quella cosa nell'aria. Qualche volta s'incontra per un sentiere, tra gli ulivi, uno che si ferma a guardarti e ride, ride, sotto un povero berretto bianco, con un'aria, dolce... E il giardino dei gelsomini è là, sul poggio di sotto, nascosto dietro i cipressi, dietro i lecci. È chiuso, è tutto murato, con una porta stretta...» Imagini le balenavano incoerenti sul sangue congesto; ma parevano scoppiare come bolle all'altezza del cervello, prima di formarsi nella parola.

‒ Voglio tornare indietro.

‒ Vuoi? ‒ disse il compagno, strozzato dall'ambascia, con la mano su l'impugnatura della leva, senza riflettere, tanto la voce della donna lo aveva toccato a dentro.

‒ Voglio tornare indietro. Arresta!

Egli frenò inconsideratamente su l'erta troppo ripida, e sentì che le ruote arrestate cominciavano a retrocedere. L'aria non più rotta divenne un'afa soffocante; l'alito di mille fornaci s'addensò nel riverbero. Con una manovra energica egli contrastò il pericolo. La macchina possente riassaltò l'erta, con un fragore di collera, con l'acredine di tutti i suoi gas aperti, in un nèmbo di fetore e di polvere.

‒ È impossibile arrestarsi qui, impossibile voltare ‒ disse egli affrontando la tortuosità repente. ‒ Bisogna andare avanti.

‒ Sì, andiamo, andiamo. Che terrore m'ha presa? Sono stata vile. Andiamo. È destino.

Intorno era un mare di fango inaridito, giallastro, qua e là trasfigurato dalla luce in onde di velluto lionato, in ombre d'un azzurro acqueo, così misteriose che somigliavano gli inganni della Fata Morgana.

‒ Vedi la cortina della rocca? vedi l'ultimo tornone a ponente? Vedi, accanto, una macchia nera di lecci su la scarpata? Quelli sono i miei lecci, sotto lo spiazzo del castello. Dal parapetto, in alto, si scopre tutta la distesa fino al mare e la strada con tutte le sue svolte. Son certa che Vana è là, e spia. Ti trema il cuore? Tutto arde, e sono certa che nessuna cosa arde come lei. Pensa! Fra poco la prenderò fra le mie braccia.

Smilzi cipressi intristiti, pagliai nerastri, fornaci di laterizii, tumuli di mattoni crudi, mucchi di fascine secche, miseri olivi contorti accompagnavano il cammino. Tutto pareva prossimo a incendiarsi nel vento come una stoppia di maremma, a divampare in un attimo, a consumarsi in un attimo, a disperdersi per la desolazione, fuoco nel fuoco, cenere su la cenere.

E la notte era venuta.

Le forze inverisimili della vita avevano giocato un gioco di maschere maraviglioso. Le passioni ebre di dolore di vendetta di bramosia e d'annientamento avevano sorriso negli occhi chiari. Soltanto le bocche, le vive bocche troppo nude, avevan tradito a quando a quando la volontà dissimulatrice: eran parse talora piagare i volti, muovere la suprema contrattura d'uno spasimo in mezzo ai muscoli dominati.

Ed era alfine venuta la notte. Ciascun ora si ritrovava solo con sé stesso e col suo dèmone, nella stanza quieta, dinanzi al letto ignavo.

‒ Parla piano, non far rumore, che la bimba non si svegli ‒ diceva Isabella a Chiaretta che la svestiva.

Ella aveva disposto che la stanza di Lunella fosse attigua alla sua. E l'uscio comune era aperto. Ma non giungeva di quel sonno alcun segno, non s'udiva respiro. Tutto era silenzio nella villa murata. Per la finestra aperta saliva l'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio. A quando a quando la ventarola gemeva sul colmigno, per un soffio improvviso, e seguiva il gemito quel lungo mugolio che sempre ha il vento nella campagna di Volterra, come se si generasse dai sepolcreti.

‒ È la notte di San Lorenzo ‒ susurrò Chiaretta, sfuggendole di tra le dita l'uncinello, a un sobbalzo della signora.

Nel vano della finestra una stella fatua aveva solcato l'azzurro d'un solco abbagliante.

‒ Faceva un bel pensiero?

Senza rispondere Isabella s'accostò al davanzale, seguitando la donna a spogliarla. Guardò il cielo, ricevette il fresco su le braccia nude, su le sue spalle, sul suo petto. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti Pisani, lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su, la faccia della notte; e poi un'altra, e un'altra ancora. Il fiato notturno dei gelsomini struggeva l'anima frale. Ignote forze si precipitavano dall'alto sopra di lei come per predarla.

‒ Sbrigati, sono stanca ‒ disse.

Le ginocchia non la reggevano. Si volse; sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai.

‒ Lascia, un momento. M'è parso di udire un sospiro. Forse Lunella...

Ascoltò, inclinata verso l'uscio aperto. S'udì soltanto il ferro stridere sul colmigno, e poi nulla più. Le mani silenziose la pettinarono. La sua anima inquieta entrò in uno stato d'indefinito ricordo. Le pareva che quella notte fosse incominciata chi sa quando chi sa quando, come in una favola confusa. I suoi capelli scorrevano scorrevano come un'acqua lenta, e con essi mille cose della sua vita informi oscure labili, tra oblio e ritorno. E a un tratto, sopra quel fluire, sembrava che le pareti si serrassero massicce minacciose inesorabili. E la realtà era in loro come il mattone, come il cemento. Ed ella sentiva vivere nella casa le creature che soffrivano di lei, che soffrivano per lei. Sentiva su sé tutta la casa pesante come una nube d'angoscia. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E, mentre cercava dentro di sé la risposta, tutto ancora si difformava, si dissolveva, fluiva. Il passaggio iterato del pettine nella massa dei suoi capelli era come un incantesimo che da tempo durasse, che fosse per continuare senza fine. Il suo viso in fondo allo specchio s'allontanava s'allontanava senza lineamento, poi si ravvicinava ritornando dal fondo, e non era più il suo viso.

Ella si levò, sbigottita.

‒ Ho ancora da annodare il nastro ‒ disse Chiaretta.

‒ Non importa. Lascia così. Dammi la veste da camera. Puoi andare.

‒ E domattina?

‒ Chiamerò.

Rimasta sola, ella fu presa da un'agitazione così violenta che si premette il pugno su la bocca per reprimere le grida. Temendo di far rumore, camminava sul tappeto scalza, da un angolo all'altro della grande stanza; e la sua ombra s'inalzava e s'allargava su le pareti. S'arrestò, soffocata dal cuore, presso il limitare della stanza attigua. E si chiedeva: «Perché ho fatto questo?» E dal suo male non le veniva la risposta ma un male ancora più sordo. Contenne l'ansito, fece un passo. Vide il lettino bianco, e sul guanciale la macchia fosca della capellatura. S'appressò, a poco a poco, temendo di svegliare la sorellina col suo palpito. Alla luce fievole della lampada, la scorgeva supina.

Si chinò a guardare la sua dolce dormente. Sussultò. Lunella aveva gli occhi spalancati.

‒ Piccola, non dormi?

‒ Non ho sonno.

‒ T'ho svegliata io?

‒ No. Stavo così.

‒ Da quando?

‒ Ho sentito che tu hai detto a Chiaretta: «Parla piano».

‒ Ma da quando sei sveglia?

‒ Da sempre.

‒ Non hai dormito punto?

‒ Punto.

‒ E perché?

‒ Perché sono infelice.

‒ Oh, no, no, no, piccola mia!

Ella la prese fra le sue braccia, la strinse contro il suo petto lacerato. La gravità di quella voce infantile che senza pianto proferiva quella parola di donna le diede un rimorso intollerabile. Ora ella credeva di esser pronta a ogni sacrificio purché la sorellina sorridesse.

‒ No, piccola. Che hai detto? Perché sei infelice?

‒ Perché tu sei tanto cattiva.

‒ Cattiva?

‒ Ah, sì!

‒ Che ho fatto?

‒ Non vuoi più bene a Forbicicchia.

‒ Sei la mia tenerezza.

‒ E neppure a Morìccica.

‒ Come puoi dirlo?

‒ E neppure a Duccio. A nessuno più.

‒ Come puoi dir questo? che ho fatto?

‒ Nessuno lo sa.

‒ Dio mio! Sono stata per qualche giorno lontana. Non volevi?

‒ Certo, hai fatto una cosa brutta contro Vanina

‒ Io?

Ella avrebbe voluto volgere a riso e a gioco il corruccio puerile, cacciarlo con le carezze e con le parolette; ma il cuore le tremava profondamente sotto quello sguardo tanto severo, quasi torvo, in quel viso di tristezza precoce. A ogni accusa, ella sentiva in sé un tonfo sordo, come se le piombasse giù un gomitolo di sangue.

‒ La fai piangere.

‒ Come lo sai? Raccontami.

Stretta dall'angoscia, ella sollevò sul letto la sorellina, la pose a sedere sul capezzale, contro la testiera. Qualcosa cadde sul pavimento.

‒ È caduta Tiapa ‒ gridò Lunella sporgendosi, inquieta.

‒ Eccola, eccola. Non è nulla, cara ‒ disse Isabella raccogliendo la bambola che aperse gli occhi.

La bimba la prese, la cullò un poco su le sue braccia, tastandole la gambina sbilenca; poi la riadagiò al suo fianco con infinita cautela, come se ormai al mondo non avesse altro bene. Ella comunicava una strana vita a quella figuretta di porcellana, di legno e di cencio.

‒ Raccontami. Vanina ha pianto?

‒ Ah, sì!

‒ Davanti a te?

‒ Sempre si nascondeva ma io lo sapevo. Però stamani...

‒ Stamani? Racconta.

‒ Stamani è venuta prima che Miss Imogen mi facesse il bagno. S'è seduta accanto; ed era come quando mi racconta una novella, perché diceva: «Forbicicchia, povera Forbicicchia, sai che ci mandano via? sai che non possiamo più stare con Isa? Bisogna andare andare, prendere Tiapa e le forbici e un foglio bianco e niente altro, e mettersi in cammino e andare coi piedi scalzi, chi sa dove...» Era come una novella, e non pareva che dovesse finire in pianto. Ma a un tratto m'ha serrata forte, e ha gridato: «No, non posso, non posso. Ti porto via, ti porto via». E singhiozzava, e mi bagnava i capelli, la faccia...

L'affanno serrò la gola della creatura; e il tremito scoteva tutta la sua gracilità penosa; e la pena nel suo tenue petto era come l'uragano su la canna, come il torrente sul vimine. Una forza precoce di sogno e di dolore giaceva in fondo a quel delicato e selvaggio essere, pronta sempre a prorompere e a travolgere.

‒ Isa, Isa, mandalo via, mandalo via! ‒ gridò gettandosi perdutamente al collo della sorella, e stringendola in una stretta convulsa che la soffocava, come atterrita dall'apparizione subitanea d'un fantasma.

‒ Chi? chi?

‒ L'uomo.

‒ Chi?

‒ Quello, quello che è venuto con te. Mandalo via!

Al primo urto Isabella sgomenta aveva volto gli occhi per scorgere chi fosse apparito, ché qualcosa di imprevedibile era sempre imminente alla sua inquietudine. Ma quel brivido d'incerto terrore, suscitatole dal grido e dall'atto, accompagnò l'imagine dell'amante evocata dalle altre parole di Lunella. E l'ombra della sciagura le scese sul cuore in tumulto.

‒ Calmati, piccola! Calmati! Perché sei così agitata? Vana t'ha messo nella testina qualche brutto pensiero?

La bimba scoteva la sua fosca foresta e gli aneliti le rompevano il petto.

‒ Quello è un amico, un buon amico, che ti vuol bene.

Ostinata la bimba scoteva la chioma intorno al suo viso indurito dal rancore.

‒ Anche tu gli vorrai bene se gli t'accosti, se non fuggi come oggi.

Ostinata la bimba diniegava, con la bocca gonfia di violenza.

‒ Prendilo! Tienilo! ‒ proruppe, dislacciandosi dalla sorella, respingendola. ‒ Mandaci via, manda via noi.

Si rivoltò bocconi sul letto, contratta, singhiozzando, col viso in lacrime accanto a quello di Tiapa.

‒ Ce n'andremo, ce n'andremo, laggiù, laggiù, chi sa dove, soli, coi piedi nudi...

Consolata dalle promesse, accarezzata, cullata, cedeva alla stanchezza, s'addormentava. Una lacrima le luceva ancora all'angolo dei cigli, il singulto sempre più fievole le risaliva di quando in quando alla bocca socchiusa. Anche Tiapa dormiva, sul medesimo origliere, senza ninna nanna, senza la minaccia dell'Orco. Le forbici d'acciaio e d'oro lucevano sospese per la catenina, sul capezzale. «O stanchezza, stanchezza, addormenta anche me!» sospirava nel cuore Isabella, posando il capo su la proda del piccolo letto candido, estenuata e affannosa. Era in lei come una vicenda d'annientamento e d'insurrezione. Una parvenza di sonno le veniva incontro; e il bisogno di tutta la sua carne s'addensava, ne faceva qualcosa di materiale come una creta tenace, in cui volesse ella ficcare la sua fronte e suggellare i suoi occhi. E nella densità una fenditura si apriva, un crepaccio simile a quelli ch'ella aveva veduti innumerevoli nell'orrenda via; e cresceva, e diventava un antro, una voragine, un abisso mobile per ove risalivano tutti i pensieri tutte le paure tutte le angosce. E del sonno non rimaneva se non l'incoerenza delle visioni che non dissipava il battito volontario delle palpebre. Una di quelle femmine che ella aveva veduto contro il muro scialbo cucire i ferzi del lenzuolo le apparve; posò anch'ella il capo su la proda, stette con gli occhi stravolti nella penombra, con l'odore sinistro nel grembiule rigato.

L'insonne levò la fronte bagnata di sudore; e l'atto ch'ella compiva le fu presente come in uno specchio. Una sensazione confusa di duplicità era nel suo corpo. Ella stessa pareva trarre sé fuori di sé. Poi dalla sua sostanza si foggiavano cose mostruose, come quelle malattie che ci deformano nei sogni e che talvolta sono un indizio latente. E il silenzio viveva ingannevole, inafferrabile, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. Qualcosa di simile a un passo vi s'iterava, qualcosa di simile a una pesta lieve ma assidua, onde sorgeva l'imagine indistinta della fiera che senza posa percorre su e giù la gabbia con le sue zampe elastiche e concitate.

«Chi cammina? dove?» Nell'allucinazione del senso, nel romorio che le riempiva le tempie dolenti, ella non riusciva ancora a determinare l'origine del suono. L'aveva ella in sé? nella sua mente malata? Le parole di Lunella le ritornarono: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, a piedi, a piedi, chi sa dove...» Il terrore di nuovo l'agghiacciò. Ella temette che la sua ragione fosse per decomporsi, e che quel passo continuo fosse già, un fantasma della sua demenza, e ch'ella dovesse udirlo sino alla morte, che ella dovesse fino alla morte essere abitata da quell'essere estraneo che camminava camminava senza posa. Le riapparve la femmina dal grembiule rigato, dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini. «Andare, andare...»

Balzò in piedi, si prese il capo fra le palme. Il passo diveniva più forte: era sopra di lei. Allora ella guardò la volta, dove ondeggiavano le ombre mosse dalla fiammella oscillante della lampada. E a un tratto si ricordò, comprese. La stanza superiore era quella di Vana. Il passo era il passo di Vana. Era Vana, lassù, che non aveva requie.

E una smania irresistibile l'assalì. «Bisogna che io salga da lei, bisogna che io la veda. Sarà sola? sarà con Aldo?» Poi, una imaginazione insana la sconvolse, una gelosia furente la squassò. Ella travide l'imagine di Paolo. «Certo divento folle.» E tutto le parve ch'ella potesse affrontare e patire, fuorché rimanere più a lungo con sé medesima in quella disgregazione della sua coscienza. Le parve ch'ella non potesse recuperare una parte della sua anima se non strappandola a viva forza dalle mani che la serravano.

Si riavvicinò al piccolo letto, si chinò, ascoltò. Lunella dormiva d'un sonno tanto profondo che pareva doloroso, come una pena rimasta intera ma addentrata nell'oblio. «Povera cara! Fino a domani non si sveglierà, non chiamerà. E se si svegliasse di soprassalto e mi chiamasse, e io non fossi là? Che penserebbe? Ah, sorellina, sorellina ardente e amara, sdegnosa e tirannica, anche per te l'anima sarà il tuo veleno, come per Isa!» Esitò. Passò la soglia, rientrò nella sua stanza. Per la finestra aperta rivide in fondo alla notte i muti baleni, respirò il fiato dei gelsomini, nudi il ferro stridere sul colmigno. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò, colò, si consunse.

Una musculatura leonina, i tendini d'un leone balzante aveva il dolore di Vana. Era una potenza irrefrenabile che la sopraffaceva e la traeva senza scampo, la scoteva e la sbatteva senza pietà. Né ella tentava di resistere, né pensava che in una tregua potesse ella trovare sollievo. Tale forse la vergine cristiana che il bestiario legava alla fiera preparata pel gioco circense.

Non aveva alcuna consapevolezza dei suoi moti. Si lanciava da una parete all'altra, dall'uno all'altro angolo; e, nella rapidità, si stupiva di ritrovarsi dinanzi agli occhi sempre lo stesso quadro, lo stesso armadio, la sedia stessa, immutati, fermi, indifferenti. Un bisogno iroso di farsi male la spingeva a urtare contro il muro i pugni; e non sentiva quel dolore ma soltanto lo spasimo del cuore chiuso ove le mani non sapevano giungere. E nel ripetere gli urti più s'adirava contro il ritegno istintivo che le rompeva il gesto, che le contrastava l'impeto, che le risparmiava la ferita.

«Sono vile, sono vile. Potevo già esser morta, potevo già essere laggiù. Sono vile.» E, spossata, piombava di traverso sul letto, mordeva il lenzuolo. Imaginava d'avere la faccia conficcata nella terra molle, la bocca piena di melma. I dirupi tenarii delle Balze pendevano sopra lei.

«Così, così, tutto il male è finito. Non ho più nulla, non sento più nulla. Ecco, ora viene; e mi rivolta e mi solleva e mi prende su le sue braccia; e mi dice, come quella notte, mi dice: ‒ Pace, pace, piccola buona! ‒ E non si può rinascere da una parola come si può morire d'una parola?» Tutti i ricordi della notte di giugno le colmavano l'anima, non lasciavano luogo ad alcun'altra imagine, dal sopore simulato alla fuga anelante, dall'arrivo su la brughiera alla visita funebre, dall'orrore del presagio al pianto mattutino. E pensava: «Per un'ora, per un ora sola gli fui cara, per un'ora sola mi tenne presso il cuore; ma quell'ora non gli vale una vita intera? Mai mai l'altra gli potrà dare quel che io gli ho dato. Io lo so, egli lo sa. Dinanzi alla spoglia del suo compagno egli non poteva piangere, e io ho pianto dentro di lui; e quali lacrime! Stasera due volte mi ha guardato, con una tristezza che era come quella tristezza, con un segreto che era come quel segreto. Che vale la bocca insanguinata dell'altra se tra due creature un tale sguardo può congiungere la morte e la vita?» Allora il suo amore le gonfiava le vene come un orgoglio onnipotente. L'amato le appariva come la vittima di un sortilegio, il prigioniero d'un malefizio, che s'attendesse la liberazione. Ella si sentiva armata di armi infallibili pel combattimento supremo. Una impazienza feroce la risollevava dalla giacitura. E si rimetteva in piedi; ed era tutta rotta come l'inferma dopo la lunga febbre; e i crampi le serravano lo stomaco come nello sforzo di vomire, quando la bile e il sangue empiono la bocca, e freddo il sudore cola e l'intera vita umana non è se non un sussulto ignobile.

«Morire senza morire!» La disperazione la riafferrava; squassava quel corpo estenuato, lo trascinava seco, lo scagliava qua e là per lo spazio chiuso, con la musculatura leonina, coi tendini della fiera balzante.

E d'improvviso la porta s'aprì, spinta da una mano impetuosa; e la disperazione si volse, si torse come un turbine; E l'altra insonne era là! E l'una stette di fronte all'altra, non come una vita contro un'altra vita ma come due apparizioni evocate da una medesima agonia.

Non parlarono; si guardarono. Quel che era indomato dolore e furore imbelle e orrore attonito, si restrinse, si concentrò nello sguardo e nell'alito, divenne angusto e attivo. Entrambe avevano i capelli sciolti, una semplice veste, le braccia nude. Erano quali una stessa madre le aveva fatte, la maggiore e la minore sorella, spoglie d'ogni ingombro, libere d'ogni costringimento, senz'altra testimonianza che il loro sangue, senz'altra misura che la loro passione.

Quando parlarono non domarono se non il gesto e la voce.

‒ T'ho sentita ‒ cominciò Isabella. ‒ Di giù t'ho sentita camminare. Avevo addormentata Lunella; stavo al suo capezzale T'ho sentita. Sono venuta su. Non potevo più resistere. Soffri? Anch'io soffro come non so dire.

‒ Eri da Lunella? non eri altrove? Non vieni da un'altra stanza? Mi stupisco. Vieni perché io ti asciughi la bocca un'altra volta? Vieni per mostrarmi su le braccia quelle lividure, non avendo osato di mostrarmele a tavola iersera?

L'acredine dell'odio era tale in ciascuna di quelle domande che Isabella vacillò come sotto percosse iterate.

‒ Non essere così dura contro di me, Vana. Non mi avevi abituata a questo esame crudo della mia persona. E non sapevo che tu avessi occhi tanto esperti per distinguere la natura di certi segni..

Anch'ella subitamente ridiveniva ferma; ché la mancanza di pudore nel modo e nell'accento della sorella riagitava il suo più torbido fondo. Gli occhi scrutatori la bruciavano.

‒ Ah, non sapevi! Ora ti scandalizzi della mia sfrontatezza! Ma a che spettacoli non m'hai tu abituata, a che contatti, a che allusioni, a che linguaggio? Non t'ho servita di coperchio più d'una volta? Non ti sei eccitata sopra la mia ingenuità? Certo, in casa tua ho imparato a non aprire le porte senza battere, e a non passare per quelle aperte senza tossire. A tutte le prudenze e a tutte le compiacenze tu m'hai abituata. Laggiù, a Mantova, non te ne ricordi, per asciugarti la bocca giunsi ad offrirti il mio fazzoletto... Non ti basta? No, non ti basta. M'avevi già costretta a farti da testimone e da avvisatrice perché Aldo non ti cogliesse. Pochi minuti dopo, ridevi, recitavi la tua commedia, assottigliavi la tua grazia per ferirmi. A un tratto m'attirasti, mi serrasti contro di te, giocasti con la mia pena, volesti sentirla viva sotto le tue unghie, palparla, irritarla... Ah, perversa, perversa!

Era stupenda di furore e di onta, con quel suo stretto viso fosco a cui lo smagrimento aveva alterato la purità dell'ovale, con quella capellura di viola che diffusa la faceva rassomigliare a Lunella, con quel bianco degli occhi intenso come l'incorruttibile smalto. E l'accusata la mirava senza opporle difesa, senza interromperla, sentendo nel suo segreto nascere uno strano sorriso e temendo che non le salisse fino alle labbra; perché, contro ogni sua volontà e contro ogni suo pentimento, ella si compiaceva di ciò che le era rinfacciato come scelleratezza.

‒ Non ti basta, no. Non ti basta d'avere esasperata la mia pena, d'avere spiata ogni contrattura del mio spasimo, d'avere simulata la pietà per umiliarmi; non ti basta d'essertene andata al tuo piacere e d'avermi relegata in una casa che è sotto l'ombra dell'ergastolo, e d'avermi tolta brutalmente ogni ragione di vivere, e d'avermi lasciata a faccia a faccia con la più orrida morte. Tutto questo non ti basta. Sei tornata conducendo con te il tuo amante.

‒ Il mio fidanzato.

Un riso atroce stridette nella gola dell'accusatrice.

‒ Ah, ridi, ridi anche tu! Non ti contenere, non ti frenare. Si vede che ti sforzi di non ridere. Il tuo fidanzato! Ma è il terzo dei tuoi fidanzati onorarii, se non sbaglio. Potevi trovare questa volta qualcosa di più nuovo, di meno risaputo, per ottenere l'indulgenza del gaio mondo e per ospitare il peccato sotto il tetto vedovile senza troppo scandalo.

‒ Vana!

Pallidissima sotto l'irrisione, ferita a dentro, ella guardava con sgomento l'avversaria adoperare le armi avvelenate. Non aveva più dinanzi a sé la fanciulla inquieta e inerme ma una creatura inaspettatamente maturata dall'odio, una rivale pronta a nuocere, audace fino all'impudenza.

‒ Ti cuoce quel che ti dico? Ti maravigli di trovarmi in questo aspetto? Ma non sono io l'opera tua? non sono la tua alunna? non m'hai fatta così tu stessa, alla tua scuola, per anni? Senz'accorgertene, senza badarci, m'hai riempita di scienza. Ma non credevi che questa scienza potesse un giorno diventare tanto amara e potesse ritorcersi contro di te. L'ho tenuta nascosta, l'ho coperta di malinconia per non lasciarla trasparire, l'ho sopita col mio canto. Ora, a un tratto, lo vedi, mi diventa un veleno, mi diventa un'arme. Tu m'incalzi, mi serri, non mi dài quartiere, mi sei sopra come una nemica che non si contenta di vincere ma vuol martoriare, vuol profanare il corpo e l'anima con una tortura che sembra una libidine...

‒ Taci, taci! Sei fuori di te. Non sai quel che dici. Io non ho fatto questo.

Sotto l'impeto ostile ella si curvava come sotto la burrasca; ma non la sbigottiva la violenza, sì bene quell'imagine di sé ch'ella vedeva foggiata dalle parole di Vana, ch'ella vedeva là, esternata, come una creatura che vivesse in lei, ed ora fosse escita da lei e palpitasse là nella vergogna.

Ripeteva, curvata sul letto della sorella, con gli occhi smarriti:

‒ No, non ho fatto questo.

E non v'era nella sua voce il contrasto del ribattere, non il risentimento, non lo sdegno, ma qualcosa di pauroso e di supplichevole, qualcosa che era come un raccapriccio confuso e come una interrogazione tremante.

‒ Hai fatto quel che soltanto la malvagità obliqua ordisce per offendere con l'offesa che umilia: obliqua e forse volgare. Quando io e mio fratello più ci sentivamo intrusi, in una casa dove tu stessa sei un intrusa, dopo giorni e giorni d'un silenzio ch'era pesante come un dispregio, non da te sapemmo che tu ritornavi con la tua avventura ridipinta di falso decoro, non da te lo sapemmo...

‒ Ah, non è vero! Non ho fatto questo.

‒ Questo hai fatto, questo sai fare. E ch'io non ti sembri ingrata. Tu m'hai presa nella tua casa, tu mi tieni con te; tu mi colmi di doni, tu mi adorni e mi inghirlandi; e tu giochi con la mia vita, come se la mia vita più profonda non valesse il più fugace dei tuoi piaceri. Io non sono per te più di quel che Tiapa sia per Lunella. Ma Lunella piange se Tiapa cade sul pavimento e si spezza il piede o s'ammacca la fronte; piange e si dispera, e la veglia, e cerca di guarirla. Tu sei della razza feroce. Tu mi apri il petto per vedere quel che c'è dentro.

‒ Ingiusta! Ingiusta! Nostra madre non avrebbe potuto avere per te una tenerezza più attenta della mia.

‒ Sì, attenta a recidere tutto quel che di vivo nascesse da me, attenta a impedirmi di vivere. È forse la prima volta che tu ti frapponi fra me e il mio bene, fra me e l'ombra del mio bene? Era non so che smania, non so che capriccio geloso. Bastava che qualcuno s'accostasse a me, che la più vaga delle simpatie si disegnasse, perché tu intervenissi a esercitare un tuo strano diritto di prelazione. Mostrare di far la corte alla minore era il mezzo quasi sicuro per giungere alla maggiore. Ah, ho colto più d'un epigramma crudele, dietro le mie e le tue spalle! Ma che m'importava del tuo gioco! Non valeva mai la pena d'adontarsi né di rammaricarsi e tanto meno di lottare,di resistere. Che m'importava delle mie disfatte! Non c'era nulla di comune fra il mio sogno e il tuo trionfo. Questa volta...

S'interruppe, come se un brandello del cuore le facesse groppo alla gola, ed ella per continuare dovesse gettarlo via di tra i suoi denti. L'altra, ch'era curva, si sollevò verso l'apparizione dell'amore con un'ansia quasi luminosa; e la sua mano ricacciò indietro i capelli che le ingombravano la faccia.

‒ Questa volta... ‒ sollecitò con suono d'anelito, tendendosi, quasi appendendosi alle labbra che prolungavano l'intervallo.

Vana fu tutta di gelo, fu tutta di quel colore che l'aveva fatta simile a un fantasma su la soglia del labirinto sospeso.

‒ Questa volta ‒ disse con la voce bassa che penetrava più del grido, più della fiamma, ‒ quello che tu m'hai tolto è più del mio sogno e più della mia vita; perché, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata e per perdonarti, ora mi basterebbe di appoggiarmi sul suo petto, e di piangere ancora un poco e di addormentarmi e di non svegliarmi più.

Era di gelo perché riviveva il momento dell'alba di giugno, perché le stelle tremolavano ancora alla sua anima sotto la prima onda argentina, perché in quell'atto s'era compiuta l'intera sua vita, perché era orribile che la sorte l'avesse costretta a trascinarsi nell'inutile martirio. «Pace, pace, piccola buona!»

‒ Tanto l'ami?

‒ Come tu non saprai amarlo mai.

‒ Credi che tu l'ami di più?

‒ Non di più. L'amo io sola.

‒ Io no?

‒ Tu non puoi amare se non te stessa, se non il tuo piacere, se non la tua perfidia. È il tuo castigo.

‒ L'amore più forte non è quello che vince?

‒ È il mio quello che vince.

‒ Su chi?

‒ Su te e su lui.

‒ Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.

‒ Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri di poterlo amare a traverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia del mio cuore.

‒ Fa' dunque ch'egli t'ami.

‒ Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non avevi più oblio; che sempre io t'ero presente; che mi vedevi apparire su ogni soglia come su quella; che la tua voluttà invidiava il mio dolore.

‒ Fa' dunque ch'egli t'ami.

‒ Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre gli stessi gesti come nelle manie. Ma io quassù ero sola, ero intatta, ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.

‒ Fa' dunque ch'egli t'ami.

‒ E se mi amasse già?

Parlavano a viso a viso, l'una ancora piegata contro la proda del letto, l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva, entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovane; ma uno spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo cuore da quella condanna di sterilità, e veramente sotto le imagini della tormentosa orgia dubitava d'avere amato.

‒ Se mi amasse? ‒ ripeté Vana, meglio segnando l'accento che fa supporre quel che non si esprime.

Isabella si raddrizzò, scosse indietro la sua capellatura, inarcò le sue reni, magnifica e formidabile, si scrollò, come per riporre nel serrame delle sue ossa e nel viluppo della sua carne la sua anima tratta fuori. Andò verso la finestra, si sporse dal davanzale, respirò dal pieno petto. L'odore dei gelsomini, l'odore delle tuberose, l'umidore del grande vivaio salivano dal chiuso. Laggiù, di là dall'Era, su i Monti Pisani lampeggiava senza tuono. Nuvole come gramaglie lacere qua e là velavano la Via Lattea. Una lacrima di fuoco bianco sgorgò e colò su la faccia della notte; e poi un'altra, un'altra ancora. Ella risenti al suo collo alle sue spalle aggrapparsi l'amante con lo sforzo supremo di chi sia per piombare nell'abisso, e riudì il suo grido di dannato, la sua implorazione orrida e divina dietro il getto violento della vita. Si volse e disse:

‒ Se t'amasse per pietà?

Vana le si avvicinava, un poco ondeggiando, con le mani tessute dietro la schiena come quando era in atto di cantare. Si fermò e disse:

‒ Tutto quel che hai avuto ed hai ed avrai da lui non vale quel ch'io sola ebbi in un'ora senza pari. O prima o poi non ti rimarrà nulla. Egli potrà dimenticarti, tu potrai dimenticarlo. Ma io non dimenticherò né egli dimenticherà fino alla morte e oltre.

Ella non poteva più tenere il suo segreto. Le si versava dagli occhi.

‒ E quale fu la sua ora?

‒ L'ora funebre.

Ella guardava dietro il capo della rivale i muti lampi, simili a quelli ch'ella aveva veduti lampeggiare sul Montebaldo.

‒ Quale?

Il mento d'Isabella tremava.

‒ Non ti ricordi della notte di giugno, della notte in cui egli solo vegliò la salma del suo amico?

Ancora le nuvole per la Via Lattea erano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

‒ Non ti ricordi quando tu dicesti a Aldo: «Se m'accompagni, io vado»? Non andasti. Io andai. Nessuno mi accompagnò fuorché il mio mazzo di rose e il mio segreto.

Innumerevoli le stelle rigavano l'azzurro. Su la terra senza dolcezza, nel paese di sterilità e di sete, sul deserto di cenere, la notte piangeva il suo pianto di luce.

E nessun'altra parola fu detta. E non vi fu saluto fra le due sorelle quando la maggiore uscì, quando la minore si fece al davanzale.

Quel che era inconciliabile fu conciliato; quel che era impatibile fu patito. Come il paese etrusco aveva la sua città sotterranea abitata dai morti, così ebbero essi la loro città interiore abitata dagli spiriti violenti. Camminando pel giardino dei gelsomini essi sapevano dove la terra fosse cava perché la sentivano talvolta risonare sotto la traccia. Guardandosi con i loro occhi chiari, parlandosi con le loro voci caute, non erano intesi se non al tumulto nascosto delle loro passioni, ai volti dolosi delle loro brame, ai vóti esiziali dei loro odii, alle occulte onde di voluttà che uno sguardo un gesto un passo generavano. Tutt'e quattro teneva la seduzione del fuoco che non sceglie la materia di cui si nutre ma quel che è puro e quel che è impuro converte in un medesimo ardore. Due d'essi teneva la tentazione d'uccidere, che senz'atto ha la virtù di aggiungere la forza e il mistero d'una vita nemica all'ansia dell'altra vita nemica. Evitavano di toccarsi; eppure, nella instabilità e nella celerità perpetua dei loro esseri, nulla avrebbero essi potuto afferrare se non con le loro mani tristi; e ciò sapevano. La più comune delle loro parole aveva un senso indefinito, e scendeva rapidamente al fondo come quelle pietre cadute nell'acqua cupa, che forse non vi sono ancor posate quando a fiore i cerchi sono già scomparsi. Ma taluna risonava come la pietra scagliata contro la figura di bronzo. E taluna creava all'improvviso una commozione così insolita o così inumana ch'essi guardavano chi l'aveva proferita pronti a perdersi, dimentichi dei ritegni, simili a quegli infidi che nei tempi delle fazioni sedendo a ragionare pacati nella loggia balzavano in piedi al minimo gesto sospetto e s'apprestavano a versare il sangue.

La musica, che già aveva esaltata la disperazione dei due nella vertigine sonora, li aggirò tutti in avversi delirii. Per il balcone aperto non apparivano le case di San Girolamo, nascoste da una ruga del colle: sfondava a valle il Monte Voltraio solitario tra l'Era viva e l'Era morta, spesso di querci e di leggende, ombrato e fosco, in mezzo alle biancane sitibonde; ma l'invisibile reggia della Follia sembrava mutare il colore dell'aria là dove gli ulivi nodosi e involti somigliavano gli alberi strani che l'Etrusco pellegrino udì lagnarsi. Ebra e perduta si sentiva allora Isabella, ché tutto era domato dal canto di Vana e tutta la passione andava a lei come nella favola il liocorno indocile va alla vergine e posa il capo su le ginocchia inviolate. L'onda vocale sembrava talvolta palpitare su la cantatrice come il calore del meriggio su le crete riarse. Ella risonava intera come l'istrumento risona per tutte le fibre del legno. La vena del collo nudo si perdeva nella veste e sembrava giungere fino al calcagno come la corda è tesa tra manico e cordiera. Poiché nelle grandi note il fianco la coscia la gamba tremavano, veramente pareva che la vibrazione della lunga vena canora traversasse l'intero corpo.

Quando Aldo sedeva stringendo il violoncello come per possederlo, e girava nel tallone occhiuto dell'arco la vite di tensione con un orgasmo palese, quasi che non tendesse il crino bianco ma il fascio dei suoi nervi più delicati, Isabella non osava guardarlo. Ella soffriva maravigliosamente, con la vicenda della vampa e del gelo nel solco delle sue spalle. Vicino al pianoforte di lucido palissandro dai cupi riflessi violetti (di sotto apparivano a traverso la lira dei pedali i piedi sensitivi dell'accompagnatrice) egli inchinava un viso di strazio e di estasi lungo il manico trascorso dalla mano che aveva fatto piangere di pietà Lunella. Il suo strumento era ben quello che il sogno d'Isa aveva veduto nello stipo della estense, colorato di quel colore rossobruno ch'ella invidiava pe' suoi capelli, con quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco più trasparenti dell'ambra, con nel mezzo della cassa quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale. E il suo arco pareva divenuto quasi igneo. E tanto la sua fronte imperlata di luce era bella che a volta a volta avrebbe potuto incoronarsene l'Arcangelo combattente di Ludwig Beethoven e il Cherubo austero di Sebastiano Bach.

Paolo si ritraeva nell'ombra, poggiava il capo alle due palme, per ascoltare; e in disparte beveva la sua malinconia a lunghi sorsi, come un esule inconsolato. Isabella gli rimaneva lontana, ma pur l'occupava come se l'ombra di quell'angolo fosse la stessa ombra di lei, che l'avviluppasse. China, col respiro sospeso, con un ginocchio sollevato e sorretto dalle dita intessute, piena di forze funeste e senza nome, ella era intentissima a distinguere nel dialogo dei due strumenti quel ch'ella sola doveva comprendere. Quando il fratello si levava anelante e poggiava lo strumento e deponeva l'arco, e nel silenzio musicale tutto l'essere alfine s'allentava come dopo l'amplesso, ella con un subito moto nascondeva il suo volto. Soleva inclinarlo su l'arco che deposto pareva seguitasse a vivere la sua vita elettrica, pareva conservasse lo spirito igneo nelle fibre della bacchetta ottagonale dalla curva misteriosa di virtù come la cartilagine della laringe come l'inflessione della parola come ogni cosa inimitabile. Le mani, che un tempo avrebbero asciugato le tempie stillanti e accarezzato i capelli spartiti, toccavano l'estremità fasciata d'argento, il tallone d'ebano ove l'occhio di madreperla era espressivo. Le nari aspiravano l'odore della colofonia caloroso come l'odore della ragia nelle pinete pisane.

Si spegneva la luce su la fronte dell'adolescente; e vi sottentrava un pensiero così forte che pareva talvolta lasciarvi il segno di quella grande ruga verticale ond'era inciso alla radice del naso il taciturno. Egli, quando Paolo Tarsis non era volto verso di lui, lo perseguitava con l'odio vorace delle pupille. Quegli volgendosi, egli divergeva lo sguardo infesto. Poi gli si riavvicinava con una dolcezza ambigua.

‒ Paolo ‒ gli disse un giorno sorridendo ‒ vuoi venire con me oggi in fondo alle Balze? Di giù, lo spettacolo è dantesco. Immagina Malebolge. Andremo a cavallo. Io conosco la strada. È tutt'altro che buona, ma Vana ti lascerà montare Pergolese che è ottimo nei passaggi difficili.

‒ Vengo ‒ rispose Paolo.

‒ Morìccica, andremo in cerca del tuo cappello: della tua ghirlanda di rose gialle.

‒ In fondo alle Balze? ‒ fece Isabella, che aveva dato l'orecchio vigile a tutte le modulazioni di Aldo, mentre infilava i fiori della tuberosa in un filo di seta verde cercando d'imitare le collane di zàgare.

‒ Ah, non sai ‒ disse Aldo ridendo, con un'aria frivola, velato dal fumo dela sua sigaretta ‒ non sai che in una sera di disperazione e di libeccio, dopo una ubriacatura di musica, io e Vana alla Guerruccia pensammo di gettarci giù? Invece il vento rapì e portò giù il cappello inghirlandato che Vana aveva sospeso a un macigno del muro etrusco.

Vana aveva il capo rovesciato su la spalliera della sua sedia di paglia; e sorrideva immobilmente, ricordandosi del sorriso di Viviano, di quel sorriso in una pietra.

‒ È vero, Vanina? ‒ domandò Isabella legando le due estremità del filo su la collana aulentissima.

‒ Morìccica, vuoi scommettere che stasera ti riporto la tua ghirlanda? Forse un poco sfatta.

‒ Prendi intanto questa ‒ disse Isabella accostandosi alla sorridente che si lasciò toccare senza mutarsi.

Le pose una mano dietro la nuca, le sollevò il capo che rimaneva inerte, le cinse la collana avvolgendola in tre giri intorno al collo; poi le riadagiò il capo su la spalliera supino. E batté le palpebre per dissipare l'immagine che nasceva da quella immobilità e da quel sorriso fisso e da quei fiori sul petto non mosso dal respiro.

‒ Vana, il viaggio equestre agli Inferi! ‒ disse il fratello con una voce più bassa ma con un riso più strano.

E, dopo, egli s'allontanò in compagnia dell'ospite. Subitamente, quando i due erano già a cavallo e in cammino, un'ansietà arcana occupò le sorelle e le travagliò fino a sera. L'una e l'altra cercarono la loro dolce artefice di sogni bianchi; e s'inginocchiarono davanti a lei scontrosa che rimaneva chiusa e muta, chiesero qualche attimo d'oblio.

‒ Siamo qui, Forbicicchia. Non ci guardi?

Lunella non rispondeva. Intagliava con la punta delle sue forbici le sue favole d'animali.

‒ Vedi la bella collana che io ho data a Vanina? ‒ le diceva Isa, con la sua voce più carezzevole per illuderla. ‒ Vuoi che ne faccia una anche per te, di gelsomini?

Lunella non rispondeva; non credeva ai segni di tenerezza che le due inginocchiate si scambiavano dinanzi a lei, cingendosi col braccio e accostando le gote. Le sentiva nemiche. E, invece di lasciar cadere nel grembo dell'una e dell'altra l'imagine compiuta, con due o tre colpi rapidi delle stesse forbici la distrusse.

‒ Fino a quando dunque mi terrai il broncio? ‒ si lamentava l'una.

Dimandava l'altra:

‒ E a me fino a quando?

E Lunella rispondeva con un barlume di sorriso:

‒ Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!

Ancora, l'ombra di un leccio cadeva su quella cadenza di cantilena. Il grande lecceto simmetrico ombreggiava lo sprone del poggio, radicato nel tufo cavo ch'era la volta d'un vasto ipogeo. Un'afa di tempesta aggravava il pomeriggio caliginoso. E le due sorelle accosciate su l'erba s'indugiavano, non parlavano più, si dislacciavano a poco a poco ma restavano nella nube della medesima angoscia. A qual punto del cammino erano giunti i cavalieri? Cavalcavano in silenzio? Qual era il loro testimone invisibile? Vana ripensava taluna delle parole fraterne proferite dinanzi alle urne sepolcrali.

Laggiù, verso ponente, tra i dorsi nudi di marna e di mattaione, fra gli zolloni di tufo pieni di nicchi, su pei lastroni pietrosi, per le scappie d'albarese, per le sterpaie di tignàmica e di spigo selvatico, nelle ghiare negli acquitrini nelle genghe, Aldo Lunati e Paolo Tarsis cavalcavano in silenzio attenti al terreno difficile, conducendo al passo i cavalli, che di tratto in tratto affondavano nella creta sdrucciolavano nel galestro inciampicavano nello scarico. Per discendere i pendii franosi le buone bestie si lasciavano scivolare su le zampe anteriori tese strisciando con le natiche. Affrontavano le erte brevi e ripide con grandi falcate, come andando a una banchina cedevole: lo Zoccolo si spiccava dalla pesta e la frana ruinava di sotto nel tempo medesimo. Già si coprivano di schiuma bianca, come dopo un galoppo severo; e i loro fianchi battevano.

‒ Assra! ‒ gridò Aldo incollerito scorgendo la sua cagna color di perla apparire su una cresta d'ocra rancia.

Nel punto di montare in sella egli aveva ordinato al palafreniere di trattenere Assra che voleva seguirlo. Certo essa era fuggita e aveva ritrovato le tracce. La cagna si avvicinava simulando il movimento flessuoso d'una piccola onda, per vincere la collera con la grazia; e l'onda aveva due dolci occhi di cortigiana cerchiati di bistro.

‒ Perché la sgridi? ‒ disse Paolo.

‒ Non volevo che venisse perché teme l'acqua limacciosa, e, quando non la può saltare, si rifiuta di passare a guado. E qui è pieno di marazzi e di rigagni.

Il cielo era un solo faticoso manto; la terra, sordido ceneraccio.

‒ Non mi sono mai trovato in un luogo più tristo di questo. Chi è passato per qui prima di noi?

Apparivano nella biancana impronte profonde. Si udiva a quando a quando nel silenzio un rombo fugace, di natura indistinta.

‒ Chi sa!

‒ Sono peste fresche di cavallo.

‒ Come scopri che sono di cavallo se non hanno forma? Sembrano buchi.

‒ Diciamo: di quadrupede. Ma guarda quella: ha lo stampo del ferro.

‒ È vero.

‒ Non sei forse passato di qui tu stesso?

‒ No.

‒ È strano. Chi può mai essere? Siccome per scendere quaggiù a cavallo ci vuole un certo grado di demenza, dev'essere uno dei pazzi di San Girolamo fuggito sul ronzino del dottore.

‒ O lo spettro di Neri Maltragi.

‒ Chi era Neri Maltragi?

‒ Un volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da quattro balzò nelle Balze.

‒ Credi agli spettri?

‒ Io sì.

‒ Allora ci precede.

‒ Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi. Guarda.

Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede si ritrovò scosso dalla schiena di Gerione quel grande Etrusco colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra tra gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il borgo, e la città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.

‒ Di lassù cadde la ghirlanda di Vana ‒ disse Aldo con un accento singolare che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. ‒ Vedi? proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un mucchio di sassuoli.

Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica visione.

‒ Vuoi che la cerchiamo? ‒ soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza ambigua.

S'udì il latrato. di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.

‒ Certo la cagna è al guado ‒ disse Aldo impazientito.

E fischiò. Il latrato gli rispose. Egli fischiò ancora.

Il mugolio esprimeva la distretta, troppo lugubre per quelle morte biancane. Egli voltò il cavallo verso il richiamo. Assra mugolava di là dall'acquitrino, disperata di passarlo. Il fischio il comando la minaccia non valsero. La bella creatura color di perla ondeggiava su le sue zampe delicate, implorando da suoi dolci occhi di cortigiana seducente.

‒ Paolo! Paolo! ‒ gridò il cavaliere verso il tumulo color di cenere che nascondeva il nemico. ‒ Paolo!

Il cuore terribile gli saliva alla gola col grido; ed egli per comprimerlo contraeva la sua volontà tortuosa come quella d'una donna. Esplorò con l'occhio veloce il deserto. Riconobbe un filone inclinato di pietra arenaria giallastra ove lucevano miste scagliette di talco; e, più lontano, una cresta sbiancata, più pallida d'ogni altra. Fiutò l'aria, e vi colse un leggero nidore Segnò con lo sguardo un cammino parallelo a quello seguito dalle impronte del duca misterioso.

‒ Paolo!

Il nemico mirava ancora le alte lavine su cui ora le nubi fumigavano per quell'aria senza tempo tinta. La sua destra accarezzava il collo di Pergolese e la sua anima si smarriva in una tristezza e in un orrore irremeabili come quell'emblema sotto i cui segni egli aveva veduto straordinariamente illuminarsi la faccia alzata e la mano tesa della vergine olivastra. Udì il grido distinto sul mugolio della cagna supplichevole e sul rombo intermesso che rombava per le alture della Valdera. Voltò il cavallo e raggiunse il fratello di Vana. Non riesciva a orientarsi in quel vallone travaglioso.

‒ Assra non guada?

‒ Andiamo lungo l'acquitrino, che laggiù finisce.

Cavalcarono l'uno dietro l'altro per un tratto. L'uno non vedeva il viso dell'altro. Gli zoccoli s'affondavano sino al nodello nel ceneraccio. La cagna era inquieta, di là dal pantano. D'improvviso partì a saetta, si perse tra le gobbe e le groppe del mattaione, squittì.

‒ Deve aver veduta una volpe ‒ disse Aldo. ‒ Peccato che non si possa galoppare!

‒ Senti quest'odore di solfo?

‒ Viene da qualche mofeta.

Egli rispondeva senza volgere il capo, andando verso quella cresta sbiancata più pallida d'ogni altra. Si udì lo squittire della cagna.

‒ Guarda là su la ripa le peste di Neri Maltragi. Ed egli spinse al trotto Caracalla su una zona d'arenana sfarinata dai gemitivi.

‒ Tu passa per là; io giro il poggio. Assra! Assra! Egli pareva eccitato come al principio d'una caccia. L'odore sulfureo gli entrava nella gola. Si volse a guardare il nemico che scompariva di là dalla cresta bianca come di salgemma e di gesso. Il cuore gli scoppiava d'orribile tumulto. La cagna non squittiva più.

‒ Aldo! Aldo!

Udì il grido. Arrestò il cavallo. Attese; e l'attimo fu eterno, il silenzio fu di morte su tutta la valle d'abisso.

‒ Aldo!

La voce era forte, era viva. Bisognava accorrere o attendere ancora? Egli udì nettamente gli zoccoli di Pergolese risonare su un filone di pietra. Scelse con l'occhio per la ripa una crosta resistente e vi spinse la sua bestia al galoppo. Scorse dall'alto il nemico che si salvava su pel filone, travide qualcosa di biancastro giacente nello spiazzo della mofeta.

‒ La cagna è là, morta! ‒ gli gridò Paolo arrivandogli addosso, fermando su la cresta il cavallo ansante. ‒ L'ho vista cadere come fulminata.

‒ C'è la putizza? ‒ disse Aldo pallidissimo, coi segni della costernazione. ‒ Anche tu stavi per entrarci?

Paolo Tarsis scrollò le spalle e corrugò un poco le sopracciglia; poi drizzò Pergolese giù per il pendio, senza rispondere. L'adolescente guardò ancora la carogna biancastra su lo spiazzo mortifero.

‒ Povera Assra! Sembra che abbia voluto morire. Aveva gli occhi troppo belli, oggi.

Discese anch'egli. Il nemico andava pensoso innanzi, seguendo le tracce ch'essi avevano lasciate. Riguadarono l'acquitrino; cavalcarono di nuovo tra i nudi tumuli, tra il tufo e il margone, per le sterpaie per le ghiare pel dolente deserto di cenere, in silenzio. Il giorno declinava percorso dagli spiriti frenati dell'uragano. A ponente, tra il suol marino e l'orlo della cappa eguale, il sole sanguinava come per i labbri d'un lunghissimo taglio.

Paolo si volse a riguardare le Balze che ora sembravano i crolli e gli squarci delle meschite vermiglie. Incontrò gli occhi audaci del giovinetto.

‒ Sai? ‒ gli disse col suo possente sorriso. ‒ Laggiù, dove finivano le peste, ho veduto lo spettro di Neri Maltragi. Però stasera non lo racconteremo.

‒ Non lo racconteremo ‒ assentì quegli senza batter ciglio. ‒ Ma la ghirlanda?

Le sorelle guatavano; ciascuna dal suo davanzale; e ascoltavano a ogni istanté se udissero il passo dei cavalli per gli ulivi della collina. Tuttavia le serrava l'angoscia inesplicabile. E il lento tormento della sospesa tempesta affaticava sopra tutte le cose vive i loro cuori.

D'attesa in attesa crebbe l'affanno. E nell'una e nell'altra i pensieri le imagini ripresero a balzare armati subitamente di musculature leonine. E ciascuna nella sua stanza ridivenne la fiera incarcerata; e senza tregua s'agitò tra muro e muro tra finestra e porta.

Rimbombando il tuono giù per le ambagi sterili della Valdera, crosciando le prime larghe gocciole su i lecci aspri, non più resistettero. Si cercarono, s'abbracciarono come per lottare, urtarono l'un contro l'altro i loro cuori selvaggi in una stretta discorde e concorde. Piansero, si baciarono, si morsero.

Il desiderio coceva così forte il volto d'Isabella Inghirami ch'ella ne aveva onta; e all'aria aperta lo velava d'un velo, e lo inclinava in attitudini sfuggenti come s'inclina una fiaccola or a seconda or a contrasto dei soffii per evitare che il fuoco s'appicchi. Ma negli scorci irrequieti la sua bellezza si faceva tanto acuta che il cuore d'ugnuno vi si feriva come contro una lama presentata di punta e di taglio. Paolo Tarsis non poteva guardarla senza che la vista gli vacillasse nella vertigine. Quando le loro pupille s'incontravano, egli scopriva tra i cigli di lei uno sguardo ben più remoto dello sguardo umano, che sembrava espresso dalla terribilità di un istinto più antico degli astri. Allora quella carne frale assumeva una grandezza insormontabile, gli appariva come un confine della vita, gli limitava il destino come un monte limita un regno. E sentiva che, per tenerla ancora una volta fra le sue braccia, avrebbe mille volte tradito la sua propria anima e gittato leggermente il resto.

‒ Non posso più ‒ ella gli disse sotto voce, accosto accosto, con quelle labbra che erano malate di quelle parole, con quell'alito che non era il suo ma del fuoco che s'era appreso a lei come s'apprende al mucchio di legna e d'aromi per divorarlo.

Ella aveva mantenuto il divieto fino a quel giorno, veramente «candidata in foco di dolore» come nel cantico del Pazzo di Cristo. Aveva consunto le notti nel suo letto fasciata di fiamme, simile a quella madonna senese di Taddeo di Bartolo, ch'ella teneva al suo capezzale, cinta dalle ali degli angeli rossi come dalle lingue dell'incendio. Quante volte aveva detto al suo supplizio: «Ora mi levo, ora vado. Vado perché egli non muoia. Sento che muore d'attesa e d'aridezza». Quante volte s'era levata, era andata alla porta, era rimasta a piedi nudi su la soglia, vedendo nel corridoio buio un turbinio di faville, cercando di ascoltare il respiro di Lunella, e non potendo intendere se non il fragore del suo sangue imperversato su la sua volontà vacillante. Ma riafferrava la sua anima, la teneva ferma nelle sue mani convulse, irrigidendosi contro la tentazione, quasi impietrandosi nella sua durezza, simile alla pietra cruda del Palagio onde sporgono quelle atroci pugna di ferro per gli stendardi.

Ora come il Pazzo del Signore, come il Libro dell'Ardore ch'ella aveva ripreso a Vana e vuotato dei quadrifogli e riempito di gelsomini senza stelo, ella implorava l'alleviamento del suo voluttuoso martirio.

Di fiori e frutti

m'è fornito il core.

Di amorosi lutti

e d'ardore si more. Li miei sensi tutti

Languono in fervore.

Temperisi l'amore,

ch'io nol posso portare!

La passione di quei cantici, quella «pazzia non conosciuta», quella «pazzia illuminata», rinnovava nelle sue notti i delirii della musica. Il battito della sua anima propagava il suo male fino alle stelle, spandeva il suo fuoco senza raggi verso le cose eterne in travaglio onde colavano a quando a quando quelle lacrime labili come per toccarla prima di estinguersi. L'Amatore «dall'anima dilatata» cantava in lei per l'amore dell'amore, come gli usignuoli indomiti che cantano finché con essi non canti l'intero universo. Il sonno dell'alba le veniva come su la vittoria d'una vita tanto tenace da non poter essere sradicata né dalla doglia né dalla voluttà.

D'improvviso ella si svegliava al «novo tempo d'ardore» con la figura del bacio connaturata alle sue labbra, con tutta la sua sensualità sollevata nel suo corpo come la fame d'una moltitudine.

‒ Non posso più.

Ritrovava le parole anelate nell'ora quando perduta era dentro di sé fuori di sé ed entrambi camminavano sul loro stesso tremito come su una corda tesa e oscillante. Ritrovava quelle parole, e il terrore di quei primi sorsi.

Anch'egli, come in quel punto, e dentro di sé e fuori di sé era perduto.

‒ Stanotte? ‒ fece soffocatamente, non osando guardarla per non cedere alla violenza che gli torceva tutto l'essere.

‒ No. Parti. Torna laggiù. Verrò.

‒ Attendere ancora?

‒ Bisogna.

‒ È impossibile, impossibile.

‒ Bisogna.

Vedendolo impallidire e tremare ella ridiveniva forte e crudele contro di lui, contro sé stessa. Gioiva di quella tortura come d'una profonda carezza.

‒ Parto stasera?

‒ Domani.

‒ Un'altra notte così?

‒ La più bella!

‒ Mi accompagnerai domani?

‒ No. Ti raggiungerò.

‒ Non posso più. Ho voglia d'ucciderti.

Egli diceva le parole d'agonia e di minaccia, debole e tremante, in preda al gorgo elementare che aggirava la sua vita come un rottame o un'alga. Erano essi in fondo al lecceto, su lo sprone della collina proteso come un promontorio verso le maligne piagge grige, verso le crete gibbose e scagliose, verso le immense biancane senz'ombra. L'impeto e l'ebrezza del volo risolsero dal loro desiderio constretto. Essi riudirono il sibilo dell'elica, riebbero sul viso il vento della rapidità, sentirono nell'azzurro la bianchezza della grande Àrdea come il colore stesso della loro gioia aerea. Imaginarono di varcare lo spazio in un solo veleggio fino al Tirreno che luceva laggiù, di là dalla Valdera, di là dai Monti Pisani, tra Migliarino e Boccadarno. Sorvolarono la pineta del Tombolo, scesero su la prateria salmastra; ritrovarono la villa solitaria, la terrazza lastricata di maiolica, il tappeto della danza, i cuscini delle carezze.

‒ Isa! ‒ chiamò Aldo dall'ombra dei lecci.

La sorella si volse. Per l'opacità verdastra ove cadeva l'oro solare crivellato dalla fronda ella lo vide venire svelto e pieghevole con in pugno una fiaccola fumante. Vana e Lunella lo seguivano.

‒ Vuoi che scendiamo? ‒ disse egli avvicinandosi e guardando i due trasognati con quel suo sguardo intollerabile ove il fosforo grigio sembrava crepitare come la ragia nella torcia.

‒ Sì, eccoci ‒ rispose la sorella, accesa d'un rossore subitaneo che sgomenta aveva sentito salire alla sua faccia e più divampare nello sforzo vano di dissimularlo.

Il giovinetto teneva la fiaccola discosta e riversa bruciacchiando l'erba. Era vestito di tela bianca, aveva il capo scoperto, portava i sandali; e pareva che dalla sua negligente eleganza si rivelasse la proporzione del suo corpo degna di quella che segna il ritmo della cavalcata fidiaca.

‒ Paolo ‒ disse ‒ non sei mai disceso in un sepolcro etrusco?

‒ Sì, a Tarquinia.

‒ Ah, ti ricordi nella grotta del convito quegli uomini tutti rossi, quelle donne tutte bianche... Qui non ci sono pitture; ma vedrai che ornamento!

‒ E chi sa quanti pipistrelli! ‒ disse Isa rabbrividendo. ‒ Forbicicchia, non hai paura?

La salvatichetta si stringeva contro il braccio di Vana, lanciando di tratto in tratto un'occhiata torva all'ospite, di sotto il lustro nero blu della sua capellatura.

‒ Mi farai cadere ‒ fece Vana sotto voce, vacillando giù pei sassi della viottola.

‒ Quest'anno non dev'esserci entrato nessuno ‒ disse Aldo. ‒ Il caprifoglio ha quasi ricoperta l'imboccatura del cunicolo.

‒ Sai, Aldo? ‒ disse Isa, rapida. ‒ Paolo se ne va domani.

‒ Di già?

Vana s'arrestò, soffocata dal fumo della torcia che la investiva.

‒ Duccio, tu ci affumichi ‒ si lagnò Lunella.

‒ Paolo, e non vedrai i bulicani di Monte Cèrboli dopo le bolge di San Giusto?

‒ Sì, sì ‒ fece Isa ‒ domani l'accompagneremo fino ai Lagoni: è un tratto di strada.

‒ Lungo la Cècina perfida, forse t'apparirà un altro cavaliere avventuroso, che fece il viaggio equestre agli Inferi uscendo da Volterra: Michele Marullo.

Non era acre di sarcasmo, non era dubbia d'ambiguità la voce dell'adolescente quando si volgeva al nemico; eppure dava a Isabella una così penosa inquietudine ch'ella s'affrettava a coprirla col suo tono gaio, come se l'ultima sillaba lasciasse nell'aria uno strascico d'odio.

‒ E non lo racconteremo ‒ disse Paolo Tarsis sorridendo male.

‒ Che cosa? che cosa? ‒ domandò Isabella.

‒ Abbiamo un segreto ‒ disse l'amato.

‒ Il segreto di Neri Maltragi ‒ disse il portatore di fiaccola ridendo su l'ingresso dell'ipogeo, sotto i festoni di caprifoglio, tra l'ondeggiare degli ultimi papaveri e delle alte avene. ‒ Oggi io sono il savio duca.

E disparve nel profondo corridoio mortuario.

‒ Che segreto? che segreto? ‒ ripeteva Isabella sbigottita, entrando nel buio dietro i guizzi rossastri della torcia fumosa.

Tutti rabbrividivano, ché il gelo sotterraneo si faceva sempre più crudo.

‒ Lunella, hai freddo? hai paura?

La bimba si stringeva sempre più al braccio di Vana. L'orrore della tenebra la percosse. Ella s'arrestò di subito. Pontando i piedi, tentava di trascinare indietro la sorella.

‒ No, no, non voglio andare!

‒ Vieni, vieni, piccola. Non aver paura.

‒ Non voglio.

‒ Vieni. Guarda com'è bello!

Erano nella vasta tomba partita in quattro tribune e sorretta da immani pilastri tagliati nel medesimo tufo che cavato formava la volta. Le casse cinerarie biancicavano su lo zoccolo intorno sporgente; e le figure adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro semiaperto erano in pace, con nella destra la pàtera il flabello le tavolette. Ma su per i pilastri ma su per la volta ma su per le pareti una misteriosa vita serpeggiava s'intricava s'aggrovigliava, una vita di silenzio e di ribrezzo, vegetale e animale, tortile e pensile, informe e multiforme, a cui gli sbattimenti intermessi della fiaccola parevan dare aspetto innumerevole di scaglie e d'ali, moto indistinto di palpito e di respiro.

‒ Forbicicchia, Forbicicchia, non aver paura. Guarda! ‒ gridò Aldo sollevando il braccio con tutta la sua forza e percotendo con la torcia il viluppo strano.

Due ali aguzze sbatterono, una cosa floscia strise si rappigliò si raggricchiò, ma non venne a terra.

‒ I pipistrelli! I pipistrelli!

E Forbicicchia e Morìccica e Isa, tutt'e tre gridarono si serrarono si scansarono.

‒ Lasciali! Lasciali! Non li aizzare! Se volano, ci tagliano.

‒ Non si staccano. Muoiono ma non si staccano. Aldo teneva la torcia levata. E appariva, per tutto, il prodigio di sotterra. Dalle fenditure e dalle crepe le radiche degli antichi lecci eran penetrate diramandosi e moltiplicandosi; avevano occupato con le lor mille e mille barbe e barbucole tutta quanta la volta, rigirato i pilastri, conquistato gli spartimenti fino allo zoccolo, in guisa di reti e di graticci tessuti di corde strambe; e per l'umidità accagliata sul tufo inserendo le minutissime fibre dentro gli screpoli cercavano ovunque l'umore dell'ombra. Spessi come i ragnateli in una soffitta ciondolavano dalle radiche i pipistrelli nerastri, attaccati coi piedi di dietro, fasciati dalle membrane grinze, solo sporgendo il muso e gli orecchi tra la commettitura dell'ali. E tanto eran tenaci che parevan fare con le radiche una sola vita mostruosa, come se gli alberi fogliassero sotterra quel fogliame floscio e v'incominciassero a formare gli occhi per guatare nel sepolcro.

‒ Non si staccano. Si lasciano schiacciare, si lasciano sbruciacchiare, ma non si staccano ‒ bramiva Aldo seguitando a percuotere con la torcia gli ostinati, invaso da una specie di frenesia crudele. ‒ Muoiono, ma non si staccano.

Morivano dibattendo l'ali, stridendo. Si raggruppavano, si raggrinzivano, pesti, arsi, con un puzzo di strinato con un sibilo di vessiche sgonfie; ma restavano appesi pe' loro uncini alle radiche.

‒ Giù, giù, uno almeno, uno almeno!

Vana Lunella Isabella non più parevano sbigottite ma s'erano disgiunte per seguire quel folle gioco; e prese dal contagio accompagnavano la distruzione con le lor voci rotte. Per arrivare alla volta l'affocatore si drizzava con tutta la persona, sobbalzava e trasaltava come in una danza incomposta. Le faville crosciavano intorno al suo capo veemente. Egli sapeva evitarle. I suoi occhi lampeggiavano a quando a quando, nella luce rossa e fumosa, verso Isa che per istinto secondava coi moti involontarii l'insania del fratello.

‒ Non uno! Non uno!

Subitamente, a una percossa più cruda, la fiaccola si spense. Tutto il sepolcro fu nero.

Lunella gittò un grido acutissimo di terrore, senza muoversi, impietrita per alcuni attimi.

‒ Vanina! Vanina!

La fiaccola era a terra, accusata dalla moccolaia ancor rossa. Pareva che l'insania roteasse nella tenebra.

‒ Vanina! Isa!

A un tratto, Paolo si sentì toccare. La sua mano fu afferrata, fu premuta da due labbra fredde, Perdutamente.

‒ Isa!

Come nel più lungo giorno, come sotto l'azzurro e l'oro intersecati dalla parola spaventosa, Isabella aveva ceduto intera la bocca al bacio selvaggio. Aveva sentito all'improvviso le dita tremanti palparla, prenderla pel mento e per la nuca, tenerla forte. Aveva sentito una sete mortale aspirarle il più profondo fiato, come allora. Nel primo istante, nella cecità della brama, avviluppata dall'irresistibile fiamma, aveva ceduto intera la bocca, quel che nella bocca aveva di più nudo e di più occulto.

Non era il bacio dell'amante. Era un bacio di frode e di perdizione. Se n'accorse, respinse la violenza, con un fremito che i pianti disperati di Lunella copersero.

E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.

Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere, la città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno.

Paolo Tarsis la guardò mormorando:

‒ Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.

Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano, diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.

‒ Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?

Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile.

‒ Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto? Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest'inferno.

Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato all'amore:

‒ Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò quest'inferno.

Egli avrebbe voluto chiuderle la bocca, porle su la bocca la mano ch'ella aveva premuta nel sepolcro.

‒ Vana, Vana, che farò io se mi parlate così? dove ritroverò il mio coraggio?

Ella volgeva il suo sguardo di supplicazione a tutte le cose; ella prendeva il suo cuore e l'opponeva allo spazio, l'opponeva al tempo; prendeva il suo dolore e sbarrava la strada, murava l'orizzonte, serrava ogni varco.

‒ Perché mi avete tratta fuori da quel buio? Ora tutta la terra è vuota sotto di me, e non ho se non la volontà di sprofondarmi. In quell'attimo di demenza, quando cercavo la vostra mano, la cercavo come si cerca qualcosa che ci farà morire. Ero certa che non poteva esserci più nulla, dopo. Ero certa. Pensavo: «Ecco, tutto il male che porto sta per cessare. Ora tutto finisce. Non ci sarà più nulla. La luce non tornerà più. Non vedrò più nessun viso terribile». Vi giuro che questo avevo nell'anima, in quell'attimo; che questa era la mia demenza. E non so dire, non so dire; ma ieri mi sembrò che la luce mi profanasse, che qualcuno mi avesse disseppellita e rigettata nella vita come in una di queste pozzanghere, con la faccia nel fango.

Ella parlava con bassissima voce, come allora là dove il silenzio era suggellato. Egli riceveva ogni parola come un aumento di dolore, come una pena che entrasse nella sua pena e la dilatasse, e risollevasse dal fondo qualcuna delle forze che un tempo avevano fatta la bellezza della sua guerra. Gli pareva di riudirla nella sua solitudine di quella notte, con qualcosa di quella sua potenza e di quella sua pietà. Il pianto che colava sotto quella voce senza inumidirla gli pareva quello ch'ella aveva pianto dentro di lui innanzi al compagno esanime, quello che tanto gli era stato dolce nell'arido lutto. Una commozione dileguata gli si radunava dentro: egli la sentiva crescere fino alla pienezza. E, come per una fenditura irreparabile, una fuga era in lui continua, una fuga dell'intima sua sostanza, quasi che di continuo il suo sangue le ossa del suo petto gli organi stessi del suo respiro divenuti un solo miscuglio fluido e affannoso lo abbandonassero, se ne andassero, seguissero una traccia, un cammino: la corsa di quei due già fuori della vista, già scomparsi nella caligine.

‒ È la seconda volta che io sopravvivo a quel punto della mia vita che mi pareva il supremo. E non so morire, come non ho saputo essere quella che tace e s'immola accanto a colui che ignora e non cura. Non so morire e non so vivere, e neppur so più dove io sia. Ma dove posso essere se non in colui che amo? Lasciatemi lasciatemi dire questa parola, lasciatemela dire, per la prima volta, per l'ultima volta, senza speranza e senza vergogna. Non so come si sia separata dal mio cuore a un tratto e sia salita e sia uscita. Vi amo, vi amo.

Ella chiudeva gli occhi, come se le ciglia prendessero fuoco da quella parola; chiudeva gli occhi, levava il mento, alzava il suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda; mostrava un viso di cieca e di sorda, un viso di creatura chiusa in sé stessa, che non vede e non ode e non abbandona quel che ha afferrato con tutta la forza dell'anima come con le due branche, non l'abbandona, non lo lenta, sinché non ne sia uccisa non ne muoia.

‒ Vi amo.

Egli la guardò con uno sgomento che lo rapiva come dinanzi a un'incarnazione mistica; guardò quella parola che non sonava come un suono ma si foggiava come un'effigie, si stampava come un'impronta, si faceva figura umana in sigillo d'eternità. E la medesima parola gli apparve impressa nell'altro volto, nel volto consanguineo, ch'egli aveva avuto accosto su per la medesima erta nella vampa del solleone. «Mi ami? mi ami? Sei bruciato così anche tu? Non c'è più nulla in te se non il tuo desiderio? Diménticati, diménticati...» E seppe quel ch'egli perdeva ma non temette quel che l'attendeva. Un presentimento gli ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse potuto fermano e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua sorte.

‒ Come risponderò? ‒ disse egli; e Vana sentì nella voce maschia un tremito che per lei tremò sopra tutta la solitudine. ‒ Come potrò io separare dal mio cuore la sola parola che dovrebbe esser detta?

Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. ‒ Qual era, qual era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire? ‒ Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte. Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.

‒ Addio, ‒ gridò allora ella senza grido. ‒ questa la parola? addio?

‒ Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso, quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che voi raccoglieste.

Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra

‒ Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha tolta: siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello vigilante e distante!

Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta, ove le rosure dell'acqua si disponevano come le nervature nelle foglie macere, o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già insostenibile.

«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancora. L'intervallo si prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi sobbalzarono e si volsero.

‒ Il meccanico avverte che la macchina è pronta ‒ egli disse.

E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.

‒ Siamo tornati verso Volterra ‒ egli disse.

Ella disse, amara e violenta:

‒ Verso la maledizione, verso la dannazione.

Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la città funesta de' cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro e col fuoco con la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la rocca svettavano, i lecci di sotto il castello tumultuavano. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte, che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della strage. La torre del pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto tiranno; la Porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenari di Federico Montefeltro; la Porta all'Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo Inghirami e infunato come belva; la Porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di Docciòla ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spiedi lunghi; il mastio fortificato d'ingiustizia e di dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio; le case munite dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa ogni torre ogni muro ogni porta issava un fantasma di virtù, di eccidio, di rapina o di tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la raffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della città funesta: «Sacco! Sacco!»

‒ Addio, Volterra ‒ sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite.

‒ Chi sa! Chi sa! ‒ disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. ‒ Forse ci tornerete, a cercare ancora una volta invano la ghirlanda di rose gialle.

Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la via, aspettando di riprendere la corsa.

‒ Forse che sì forse che no ‒ soggiunse, piano, con un sorriso che poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.

Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del labirinto e l'enigma delle Pause.

Alle Moie i fumaioli rossi e neri fumigavano tra i cipressi. La Cécina luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.

‒ Come hanno corso! ‒ disse Vana discendendo nello spiazzo. ‒ Sono già entrati nell'inferno.

Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò li accecò li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani, non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento abbattevano i nugoli di vapore, li sparpagliavano, li spazzavano, scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai tubi di ferro per ovunque diramati ora proni ora irti in intrichi rugginosi e ruggenti.

‒ È l'inferno.

Giravano per la lorda pozza. L'acqua simile a una broda bigia viscosa untuosa bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta, che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse l'ansito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.

‒ È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?

Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di croste. Non un filo d'erba non uno sterpo non uno stecco su le ripe dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta. Una raffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva nella nebbia crassa.

‒ Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!

Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi chiamavano chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgoglio dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un riputido bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.

Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole interrotte.

Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. Lo trattenne con un guizzo di forza.

‒ Addio ‒ gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.

Aldo era là, Isabella era là, spinti esciti dalla bufera infernale.

‒ È svenuta.

Non intendevano quel che dicevano. Il vento li fasciava di fumo, empiva di fumo i loro occhi, le loro bocche. Per farsi intendere gridavano. Gittavano un clamore confuso, intorno al corpo inerte. Tutta l'ira sommersa soffiava e rugghiava intorno a loro.

Per trarla fuori da quell'inferno, Aldo e Paolo sollevarono di peso la creatura che non vedeva più, che non udiva più, che non aveva sé non una parola impressa sul suo stretto viso olivigno fasciato dal velo come da una benda sacra.

La portarono a traverso la nebbia, di proda in proda, di bulicame in bulicame, giù per la lorda pozza. Una pioggia fredda e greve si riversò sul bollore che parve fumigar più forte. Essi credettero andare verso nuovi tormenti e nuovi tormentati, come in un sogno d'oltremondo. Più forte rimbombava il fragore dietro i loro passi incerti. Tutte le genti fangose doloravano.

‒ Vana! Vana!

La sorella accosto accosto seguiva il trasporto. Con le sue mani e col lembo del suo velo, curvandosi, ella cercava di difendere dalla pioggia il viso esangue.

‒ Vana!

Curvandosi fin sulla gota, a quando a quando ella gridava il nome, con uno spavento che le cresceva di traccia in traccia. E curva attendeva che le lunghe ciglia ripalpitassero.

LIBRO TERZO

‒ Che orrore! Che orrore! ‒ disse Orietta Malispini ritraendo graziosamente la sua bocca piccola rotonda e rossa come una corbezzola dietro il gran mazzo di mammole doppie ch'ella portava appuntato molto in alto, a sinistra del collo, contro la gola, quasi grande come la sua faccia. ‒ Io non ho dormito tutta la notte.

‒ Ah, io confesso che mi piacerebbe d'essere amata così ‒ disse Adimara Adimari, con un lungo brivido che parve correre anche su per la sua giacca di chinchilla tanto squisitamente accordata alle due perle grige e tiepide del suo sguardo.

‒ Compresa la catastrofe? ‒ chiese Dorothy Hamilton, con quell'accento strambo che dava qualcosa di buffo a ogni sua parola, accavalciando una gamba su l'altra mascolinamente e scotendo la cenere della sua sigaretta di tabacco bruno.

‒ La catastrofe ma con salvazione.

‒ Con Salvatore... Serra di Lubriano, dei Lancieri di Novara.

‒ Dolly, sei insopportabile.

‒ Io son certa che se Driade potesse risuscitare dalle sue ceneri si metterebbe a riamare disperatamente il suo assassino ‒ disse Novella Aldobrandeschi senza cessare di toccar sé stessa con quei suoi gesti carezzevoli, ora strisciandosi il manicotto di martora sotto il mento, ora premendosi su le labbra qualcuno degli amuleti che portava in fascio appesi alla lunga catena, ora lisciandosi con le dita il ginocchio che tondeggiava sotto il velluto della gonna color tanè come i suoi caldissimi occhi. ‒ Non ho ragione, Vana?

‒ Ma non so di chi parli ‒ disse Vana Lunati, che s'era scossa udendo il suo nome.

‒ Tu caschi sempre dalle nuvole, Vanina ‒ fece Simonetta Cesi ridendo con quella sua larga bocca dagli angoli rilevati, che all'ombra della capellatura fulva e indocile l'assomigliava a una faunella coronata di pino.

‒ Passione nascosta. Tutti i segni.

‒ Per chi? per chi?

‒ Passione non corrisposta. Ahi! Ahi!

‒ Come quella del pastore di Fondi?

‒ Non vedete che è diventata uno stecco?

‒ E ogni giorno più scura.

‒ Con nessuna di voi si confida?

‒ Con me no.

‒ E neppure con me.

‒ Con me, niente.

‒ E con me, niente affatto.

‒ Quanto siete sciocche! ‒ disse Vana con un riso impaziente. ‒ Non sono stata sempre così?

‒ La Vergine del Cilizio.

Tutto era odio e oltranza e constrizione, dentro di lei. Ella era là, seduta nella poltrona bassa, accanto alla sua tazza di tè, accanto alle paste e alle confetture che l'ospite le aveva accumulate sopra un deschetto, nella fragranza dei fiori sparsi per ovunque, nel tepore blando, nel suo grazioso abito di casimir nero a cui un poco d'oro un poco di blu e una striscia sottile di zibellino davano un'impronta che rivelava il gusto d'Isabella Inghirami; ma la sua anima nascosta non respirava se non nel più arido orrore. Turbini di forza nascevano dentro di lei, roteavano, si dissolvevano. Una certezza le sovrastava evidente come le cose che vedeva, come le cose che poteva toccare. «Dunque, è vero. Non c'è dubbio. È vero, è proprio vero» ripeteva dentro di sé con la continuità di chi nel primo urto della sciagura spera tuttavia che una voce risponda: «No, non è vero. Hai sognato. Rientra in te». Ed ella medesima, infatti, si sforzava di sfuggire a quella certezza; piegava la sua attenzione verso le lievi amiche, verso la futilità della vita; beveva un sorso di tè, sorrideva a Simonetta; imaginava di essere come una di loro, contenta del suo bel vestito, occupata specialmente nell'attesa del gran ballo ch'era per dare Ortensia Serristori, con un peccato di gola per i pistacchi tostati e salati, con un fidanzato molto ricco o con un amoretto molto dispettoso. E pensava: «Come siete felici, come siete felici! Ci vuole così poco per essere felice! Se io ora potessi levarmi quest'orribile male, se potessi prendere una cartina di qualche cosa come quando ho l'emicrania e liberarmene, se potessi scrollare da me quest'incubo, sarei felice anch'io. Stasera canterei, domani ballerei. Ridiventerei bella come nella miniatura persiana. Proprio stamani ho ricevuto un vestito da ballo, delizioso. Volete che ve lo descriva, per farvi un poco di rabbia? Mia sorella non è stata mai tanto generosa con me...» Irresistibile come la frana, una massa compatta di dolore si rovesciava sopra i suoi pensieri incoerenti, schiacciava tutto, seppelliva tutto. Una volontà disperata di nuocere vi risorgeva per entro, accompagnata da un balenio d'imagini violente. «Ah no, no, non posso tacere! Accada qualunque cosa, bisogna che io gli dica tutto, bisogna ch'egli sappia l'infamia. E se li uccide?» Ella volgeva su le amiche quegli occhi subitamente sbarrati che le faceva ridere o maravigliare. Era tutta chiara e gaia in quel pomeriggio di marzo la stanza ove Simonetta Cesi le aveva radunate a prendere il tè per la festa del suo nome. Era parata con quelle tappezzerie d'Olanda, in velluto di lino, ove l'arte di Agata Wegerif imita la varietà dei marmi venati e vergolati come i broccatelli i cipollini i pavonazzetti, e sopra vi compone con le vecchie figure geometriche novissimi ritmi di fregi. Ovunque, su i mobili di lacca precisi e nervuti, le rose i garofani i giacinti le orchidee sorgevano da snelli vasi di maiolica ricchi di colature intense come smalti. E, in quell'acuta armonia moderna, le piccole sfingi nubili avevano una grazia di gatte che sieno per diventare tigri, una dolcezza di giovini fiere pronte a ruzzare e a graffiare, una golosità di tutto nelle bocche zuccherine che parlavano della passione selvaggia.

‒ Non conosci dunque il fatto di Fondi, Vana? ‒ insistette Novella Aldobrandeschi, curiosa di scoprire il sentimento della sua amica olivastra su quella vendetta d'amore che eccitava il suo vecchissimo sangue maremmano. ‒ No?

‒ Racconta, racconta! ‒ fece Orietta, piegando la gota su le sue mammole intiepidite e disponendosi alla delizia di sbigottirsi un'altra volta, quasi con due facce gemelle, con una di carne e una di fiori.

‒ Ah, le parole di lui! ‒ fece l'Adimari in rapimento. ‒ «Se mi schiacci le ossa dentro ci trovi te sola; se mi tagli le vene, te sola; se mi spacchi il cervello, te sola; se mi apri il cuore, te, te sola, sempre te, in tutto me, a vita e a morte!»

‒ Mi maraviglio che ragazze «per bene» stieno a sentire di queste enormità nefande! ‒ disse Dolly hamilton imitando la smorfia e il tono d'un catone da circo equestre, mentre soffiava il fumo dal suo nasino volto all'in su. ‒ Volete voi perdere diffinitivamente il vostro «reputation»?

Ella pronunziò l'ultima parola, nella sua lingua, con una buffoneria così seria che le altre non poterono trattenersi dal ridere.

‒ Simonetta, ‒ gridò Novella irritata ‒ mandala via, che vada a pattinare.

Dolly tracannò d'un fiato una tazza di tè già fredda e mise un'altra sigaretta nel bocchino d'ambra, imperturbabile.

‒ Che fondo di tragedia è Fondi! ‒ disse Bianca Nerli. ‒ Mio padre ci fu quando cacciava nelle Paludi Pontine. Un piano di fossi e di macchie pantanose, un lago morticcio, una città bassa con due cinte di muraglie, la miseria e la febbre alle porte...

‒ Il pastore feroce aveva ventidue anni ‒ disse Novella. ‒ La vittima ne aveva ventuno. Si chiamava Driade di Sarro.

‒ Che nome strano!

‒ Era bellissima e intrepida.

‒ Imagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d'una rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri.

‒ Non passava giorno ch'egli non la perseguitasse e non la minacciasse.

‒ Era un ossesso d'amore. Si faceva esorcizzare dagli stregoni. Beveva filtri d'erbe, che non lo guarivano. Chiara t'ha ripetuto le parole del suo male. Perduta ogni speranza, non potendo più vivere, egli pensò a vendicarsi.

‒ Ascolta, ascolta.

‒ L'altra sera, la Driade con una sorellina di undici anni, con un piccolo cugino di tredici e con la zia ottantenne, dormiva in una capanna del suo campo, distante da Fondi alcune miglia. Era tardi quando arrivò a cavallo un fratello di lei, un giovinetto, che scorse un'ombra presso la porta e riconobbe il pastore. Questi gli tirò due colpi di fucile per freddarlo: il primo andò a vuoto, il secondo uccise il cane.

‒ Imagina ch'egli aveva assicurata la porta di fuori con funi e con traverse, perché di dentro non si potesse aprire; e la capanna, fatta di fascine e di falasco, non aveva se non quell'apertura, poco più larga d'una feritoia.

‒ Il fratello illeso fuggì di galoppo per andare a chiamare in aiuto certi suoi parenti che dormivano in un'altra capanna distante due miglia.

‒ Allora il pastore nella notte chiamò a gran voce l'amata. «Driade, svegliati! Sono io. Fuoco per fuoco!»

‒ E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna.

‒ Fu un attimo, tutto arse, tutto fu una sola vampa.

‒ E il pastore cantò!

‒ Si mise a cantare una canzone d'amore, una disperata, e a saltare intorno al rogo ardente, mentre veniva per la macchia troppo tardi il soccorso.

‒ Tra il pianto dei bambini e il rantolo della vecchia, riconosceva il grido della giovine contro la porta sbarrata; e rispondeva col canto.

‒ Poi cantò al rugghio delle fiamme, perché nessuno più pianse, nessuno più gridò. Le quattro vittime caddero ai piedi della porta e ci restarono, a incarbornirsi, in un mucchio.

‒ Orribile! Orribile!

Vana aveva piegato il viso fin sul braccio convulsamente. Le narratrici eccitate e inorridite si protendevano verso di lei, un poco anelanti nella gara dell'atrocità, con gli occhi lustri, con le gote accese in sommo come dal riflesso dell'incendio; ma Dolly tendeva il capo commiserandole dai suoi occhi beffardi, lunghi e stretti come quelli che guardano di dietro le fessure della bautta.

‒ All'alba le ossa calcinate furono raccolte tra la cenere e avvolte in un pannolino, poi furono trasportate a Fondi, per la macchia, dalla scorta.

‒ A mezza macchia, il pastore si fece innanzi solo, con la sua doppietta, e intimò che il fardello gli fosse consegnato.

‒ Ah, sono certa, sono certa che avrebbe riconosciuto, che avrebbe sentito nel mucchio le ossa della sua Driade!

‒ Gli furono puntate al petto le canne delle carabine.

‒ Allora si gettò sul giumento che portava la soma, funebre, riuscì ad abbrancarla; e, senza una parola né un grido, stramazzò su quella crivellato dal piombo, su quella spirò, restò.

‒ Vana, Vana, che ti sembra?

Le fanciulle palpitavano, a quell'apparizione ferina dell'amore implacabile, come un roseto all'annunzio dell'uragano, inconsapevoli del loro mistero che portava in sé tutte le sorti. Ciascuna credeva sentire su la sua morbidezza una mano cruda, ciascuna era una preda e una vittima. E palpitavano, offerte alla passione che doveva devastarle.

Vana disse, alzandosi, con un viso di morta:

‒ C'è un'aria che soffoca, qui. Apri una finestra, Simonetta.

L'odore più acuto era quello dei rami di lilla bianchi. Per la finestra aperta apparve un cielo di primavera, verde come l'acquamarina, sparso di bioccoli rosei.

‒ Son tornate le rondini! ‒ gridò Simonetta.

‒ Dove? dove?

‒ Le vedi?

‒ N'è passato un branchetto.

Tutte accorsero, col fremito della primavera nel cuore turbato. Si sporsero dal davanzale, urtando fra loro le falde e le piume dei cappelli.

‒ Io non vedo nulla.

Era un tempo umido e dolco. Il calore s'esalava dalle gote accese. Ciascuna sentiva a traverso la gonna le gambe dell'altra.

‒ La luna nuova! ‒ gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un miracolo. ‒ È a sinistra. Fortuna a tutte!

‒ Dov'è? dov'è?

Si scorgeva appena nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a un'armilla spezzata.

‒ Ecco le rondini! ‒ gridò Simonetta. Ripassano. Attente!

Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami di mandorlo.

‒ Le vedo, le vedo ‒ disse Adimara.

‒ Le vedo ‒ disse Novella.

Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nuova avidità di vivere. Ma per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto si e no rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima che, addossata allo stipo della estense, con la testa appoggiata alle tarsie, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine, sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo consunto... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché io non mi scordi!» Le parole del poeta ritornavano.

E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e accostandola al suo viso di mammole:

‒ Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne andiamo?

‒ Oh, sì, cantaci, cantaci!

Ella scoteva il capo, lasciandosi sorreggere.

‒ Una cosa sola!

‒ Una cosa breve breve!

‒ T'accompagna Novella.

‒ Perché tuo fratello non è venuto?

‒ Aveva promesso di venire.

‒ S'è fatto preziosissimo il bell'Aldo.

‒ Via, sii buona, Vanina!

‒ Una sola cosa!

‒ Un piccolo lied di Schumann.

Frühlingslied, Vanina.

Frühlingslust, Vanina.

Frühlingsgruss, Vanina.

Frühlingsfahrt, Vanina.

Frühlingsbotschaft, Vanina.

Ella si lasciava sorreggere e sospingere da tutte quelle mani carezzevoli e supplichevoli verso il pianoforte. Tutte quelle bocche di vergini, forse già baciate, forse non baciate ancora, le facevano intorno una specie di litania primaverile ripetendo il suo dolce nome accanto alla parola barbarica. Come la voglia di ruzzare era sempre pronta a svegliarsi, la litania divenne un coro bizzarro appoggiato sul frullo della prima sillaba.

Frühlingsnacht, Vanina.

Ella si lasciava cullare e biandire con un'aria di bambina malata e pietosa di sé, che a un tratto le ammollì il viso olivastro. Pareva dicesse: «Tenetemi così, non mi lasciate più andare, cullatemi finché questo male non mi lasci, finché io non ridivenga fresca come voi, finché io non vi rassomigli!»

‒ Novella, siediti.

Esse ora si agitavano, intorno alla lunga coda del pianoforte di lacca bianca su cui erano dipinti leggeri festoni di edera legati con nodi d'oro. Sfogliavano i quaderni delle canzoni, cercavano.

‒ Questa.

‒ No, questa.

‒ Questa è più appassionata.

‒ Questa è più triste.

‒ Oh, questa quanto mi piace!

‒ Non ho voce oggi ‒ diceva la cantatrice, con un languore compiacente, mentre le dita di Novella scorrevano su la tastiera intente a legare ad annodare le note con la stessa grazia ond'ella usava in continui gesti toccare sé stessa.

‒ Canta sotto voce.

Tutte tacquero, percorse da un lieve fremito, quando videro disegnarsi in lei l'attitudine nota, quando la videro intessere le mani dietro il dorso, portare il peso del corpo su la gamba destra, avanzare un poco la sinistra, piegare appena il ginocchio, sollevare lo scarno viso da cui il canto sembrava erompere come la polla che balza più in alto quanto più è costretta. «Ueber'm Garten...»

Fievoli furono le prime note, come un'esca che con pena s'accenda. Poi subitamente la voce divampò, tutto il petto ne arse. Il canto fu come la sonorità stessa dell'anima palesata fuori della bocca dolorosa. Ella cantava come se cantasse per l'ultima volta, come se si accomiatasse da quella corona di giovinezze e dalla sua propria giovinezza abbrancata dal destino. Cantava come la martire prima del supplizio, come quella a cui l'aveva assomigliata il fratello, prima d'esser legata alla ruota lacerante. Diceva addio alle sue eguali, addio alla dolce vita, addio alla primavera ricondotta nel cielo dalle rondini. Diceva: «Vedete come sono! Sono come voi, sono giovinetta come voi: quando eravate nella vostra culla, anch'io ero nella mia. Mia madre era dolce per me. Siamo cresciute insieme, abbiamo mescolato i nostri giuochi, i nostri gridi, le nostre risa, anche i nostri pianti. Vedete com'è puro il bianco dei miei occhi, come i capelli son fitti intorno alla mia fronte, su la mia nuca. Una purità era in me, una forza era in me, tutt'e due grandi. Questa voce era in me per cantare alla vita la mia melodia. Vedete come sono. Intatta. Nessuno mi ha toccata ancora, nessuno mi ha baciata. Non ho avuta la mia parte né d'amore né di gioia. Quando m'inginocchiavo davanti a Lunella per chiederle una delle sue imagini bianche, mi sentivo simile a lei. E una cosa orribile fu svelata a me che non ero se non una creatura ignara e inoffensiva. Qualcuno m'ha afferrata per i capelli, e mi ha sbattuta, e mi ha costretta a guardare quel che non si può guardare senza perdere le palpebre, senza che gli occhi rimangano nudi per sempre. Vedete come sono. Sono come voi, e non saprete mai tutte insieme, se vivrete cent'anni, tante cose quante io ne ho sapute in un giorno, in una notte, in un'ora, in un attimo. Uno sguardo mi ha maturata, una parola mi ha invecchiata, un silenzio mi ha fatta decrepita. Non sono più buona a vivere. Quando scenderò le scale, non saprò dove andrò, quel che farò. Vorrei cantare così forte che la grande vena mi scoppiasse e io cadessi tra le vostre braccia e fossi portata da voi là sopra il letto bianco di Simonetta, e ricoperta di questi fiori; perché c'è un male in me, che non mi perdona, e non so quel che io farò ma so che non potrò fare se non qualcosa di male. Non mi lasciate al mio demonio! Perché, perché m'avete raccontata la vendetta del pastore? Come l'invidio! Non soffre più. Non ha lasciato nulla del suo amore e del suo furore in terra, null'altro che un po' di cenere. Non soffre più. È in pace. Vedete come sono. E forse io canto come lui per l'ultima volta, intorno a un fuoco spaventoso. Ah, non mi lasciate uscire di qui, non mi lasciate tornare in quella casa, dove tutto brucia tutto avvelena tutto macchia! Tenetemi con voi, tra queste cose bianche. Credevo che non ce ne fossero più, nel mondo. Circondatemi come dianzi, serratemi in mezzo a voi, rifatemi quale ero, fate che io non sappia quello che so, toglietemi dall'orrore! Se mi lasciate andare, non mi vedrete più. Se me ne vado, qualcosa di male accadrà. Debbo dirvi addio? Vi do questo canto come il commiato? Ah, e sono come voi tanto giovine, e nessuno m'ha toccata ancora, e avrei potuto essere tanto dolce, tanto fedele; e ho baciato il mio amore una sola volta, ma su la mano, ma nel buio di sotterra...» Altre parole correvano nel suo canto, queste erano dentro di lei, da lei non dette né udite: queste erano il silenzio in cui risonava il suo canto, erano lo spirito delle Pause. E inconsapevolmente le ascoltatrici commosse lo respiravano.

Non più esse chiedevano, non più sceglievano le canzoni. Ella medesima sfogliava con la mano febrile il quaderno sospeso su la tastiera, indicava a Novella la pagina, senza intervallo passava da un grido di amore a un grido di dolore, da un anelito per la vita a una invocazione della morte. Esse tutte s'abbandonavano al rapimento, si protendevano verso la potenza, in attitudini che sembravano palesare il rilievo della loro verità nascosto fino a quel punto dalla grazia fallace. Poggiavano la gota su la palma, il cubito sul ginocchio, annodavano le due mani e le ponevano presso il mento, col gesto di chi supplica, rovesciavano indietro il capo e schiudevano all'aria le labbra come chi ha il petto scavato dall'ambascia. I loro volti erano mutati, come spogli di ciò che li adornava, non ricchi se non di ciò che esprimevano: volti di angeli neutri, sospesi tra l'inquietudine della lor natura incompiuta e la divinazione di tutte le possibilità. Sentivano esse in confuso che quella voce era la voce d'una vita simile alla loro ma giunta con uno sforzo di pena in un cammino ignoto al culmine dell'erta per ove esse salivano e tentata di precipitarsi dalla parte dell'ombra. Sentivano in confuso lo strazio del commiato, alenando nel silenzio delle parole non dette. E quell'oceano amaro che ondeggia in tutte le creature viventi fra culla e tomba e in tutte s'adegua all'altezza del ciglio, lo sentivano presso a traboccare, e lo contenevano.

Ma la cantatrice voltò la pagina con un atto quasi rude; e, come la pagina si rialzava, la calcò sul quaderno col pollice prono. Disse:

‒ L'ultima.

Un poco si scrollò, marcando le reni: parve più diritta. S'asciugò col fazzoletto la bocca ch'era ardente come quella ove schiuma l'ansia sibillina dei vaticinii. Poi riprese la sua attitudine. S'era fatta l'ombra nella stanza. Le candele del leggio la rischiaravano sotto il mento. Un gran ramo bianco di lilla alzato da un lungo stelo di vetro opalino le sovrastava come il gonfalone della sua primavera. La sua persona pareva la figura inversa dell'arte di Lunella, nera sul bianco della cassa armonica. Tali la videro le eguali, per non più dimenticarla.

E l'ultima canzone fu la più breve: una melodia composta su le piccole parole d'un grande dolore, larga e grave come un corale; la cui brevità pareva prolungarsi in una infinita eco. «Anfangs wollt' ich fast verzagen...»

«Ah, ma solamente non mi domandate come, non mi domandate come!» diceva anche il silenzio delle Pause.

Tutte erano fise in lei. Ed ella, che sino a quel punto aveva fisato il suo demonio, le guardò; a una a una le guardò, lasciò impressa in ciascuna la sua imagine. E un lieve tremito salì nella sua voce. «Aber fragt mich nur nicht wie...»

Allora il pianto traboccò all'improvviso perché il pianto era già all'altezza del ciglio. Fu Adimara quella che prima pianse; e la seconda fu Simonetta; e le altre subito s'abbandonarono. E l'ultima nota restò nella gola formata dal groppo, perché un singhiozzo soffocato aveva rotto il silenzio delle lacrime. E tutte allora si levarono e s'appressarono a Vana, e la strinsero, e piansero sopra di lei; e non sapevano perché piangessero.

‒ Vanina, Vanina, perché ci fai piangere?

Ella sentì che l'abbandonavano, che il commiato era dato, che ciascuna aveva le sue forze e le sue sorti, che laggiù c'era una scala da scendere, poi c'era la strada la casa la notte ignota.

‒ Perfino tu, Dolly! ‒ fece Orietta Malispini asciugandosi la gota presso quell'altro suo viso di mammole già affloscite.

‒ Oh, io no! ‒ disse Dorothy Hamilton voltandosi per accendere una sigaretta a una candela del leggio ove la pagina dell'ultima canzone portava il segno del pollice che l'aveva calcata. ‒ È tardi, vergini folli, è tardi. E certo io sarò tanto picchiata che il mio naso diventerà camuso o aquilino, con grande rammarico del mio fiebile Willie Willow. Dovevo scortare a pranzo le famose spalle della genitrice, dagli Aieta!

‒ E io in Casa Rucellai per le otto! ‒ disse Novella Aldobrandeschi riprendendo i guanti e il manicotto frettolosa.

E ciascuna allora si ricordò della sua sera.

‒ Addio, Simonetta.

‒ Addio, amore.

‒ Grazie ancora dei tuoi giacinti, Mara. Grazie delle tue orchidee, Novella.

‒ Scendi con noi, Vanina?

‒ Io ho giù la mia Fräulein che m'aspetta in vettura dalle sei!

‒ Andiamo, andiamo.

Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le ciglia ancora umide.

‒ Addio, Simonetta ‒ disse anche Vana all'ospite abbracciandola.

La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una gentilezza infantile.

‒ Baciami Isa; e sgridami Aldo.

Giù per le scale, Adimara tenne il braccio di Vana che portava il rametto. Sul lastrico umido i cavalli delle carozze scalpitavano, gli sportelli sbattevano chiudendosi; sonavano gli ultimi saluti. E tutta quella giovinezza inquieta si sparpagliò per vie diverse, nella sera di marzo che anch'essa piangeva di gocciole e rideva di stelle.

‒ Vana! Sei tu?

Ella sobbalzò, pel corridoio scuro. Era la voce d'Isabella che l'aveva udita passare nell'aprir l'uscio della stanza. Entrambe ora nel sorvegliarsi avevano acquistata una strana acuità. A vicenda, prima di udire, prima di vedere, si sentivano.

‒ Dove vai?

‒ Esco.

‒ Prendi con te Lunella?

‒ No.

‒ La prenderò io.

‒ Vado da Simonetta.

‒ Entra un momento. C'è Aldo.

Dall'interno della stanza la voce del fratello disse:

‒ Morìccica, ho incontrato Adimara stamani. Ho saputo che ieri la festa delle compiute donzelle andò a finire in lacrime. Cantasti, sembra, con la più straziante soavità.

Ella contrasse i muscoli del sorriso, apparendo su la soglia. Aldo era disteso sul divano. La sensazione d'inesistenza e di lontananza, in cui ella da qualche tempo si smarriva così spesso, le si rinnovò. Le parve che quelle parole in quei modi non appartenessero a quegli che pure le aveva proferite. Ella lo vedeva là, in un'attitudine pigra, ma guardingo, ritenuto, col suo segreto ben chiuso nella sua fronte luminosa. Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato laggiù, tra il fumo dei bulicami, su la ripa maledetta; di lui non vedeva se non l'aspetto ch'ella gli aveva veduto laggiù, oltrepassata la piccola porta di pietra carica di nera edera, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie ancor calde del vampo canicolare, in una sera di demenza.

‒ Parlavamo dello Sciacallo ‒ disse Isabella.

Con quel nome sinistro ella designava la matrigna, la seconda moglie di Curzio Lunati.

‒ Non lascia mai di darmi fastidio, quando sono qui. Mi pento di esser venuta via da Roma. Passa la sua vita a congiurare contro di noi, da quella cameriera licenziata che è. E tutte le cattiverie che mi fa mio padre sono aizzate da lei.

Vana non udiva se non a intervalli, come a traverso una porta che si aprisse e si richiudesse di continuo. La sorella camminava su e giù per la stanza discorrendo. E ogni movimento di lei la urtava nel fianco, la urtava nel petto, la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale d'un avversario accanito.

‒ Sai? ‒ disse quella soffermandosi e guardandola, con qualcosa di falso e d'ambiguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo. ‒ Sai l'ultima? Mi rimproverano che io ti permetta di uscire sola!

‒ Ah! ‒ fece Vana; e non poté parlare, soffocata dall'odio, dubitando della verità di quel biasimo, giudicandolo un assaggio scaltro, presentendo un tentativo insidioso.

L'altra parve divinare l'insurrezione ostile, perché soggiunse:

‒ Naturalmente, ne ho riso.

E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo ondeggiante, con quel gioco dei ginocchi, con quella maniera di soppesare il suo corpo su i suoi malleoli come uno che soppesi nella mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la ponga sotto gli occhi ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia, a una perpetua cupidigia. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza, di sotto alle palpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava.

‒ Vado ‒ disse Vana voltandosi verso l'uscio, non sostenendo l'orrore delle visioni. ‒ Sono aspettata.

Uscì come di fuga. Di fuga traversò il corridoio, l'anticamera; scese la scala, per l'androne si trovò all'aria aperta, sul lastrico. Respirò come per sentire che i suoi polmoni erano ancora dentro le sue costole, che la sua vita le apparteneva ancora. Andò diritta innanzi a sé, provando sotto i suoi tacchi la via dura, con la fronte corrugata quasi a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza, piantata là come un cuneo. Non guardava né a destra né a manca, ma costantemente innanzi a sé, cercando di non vedere i passanti, risoluta a non arrestarsi anche se l'avversità del caso la portasse all'incontro d'una persona familiare. Né guardava dentro di sé; perché voleva sfuggire alla riflessione, all'esitazione, all'abominazione del suo atto. Pensava soltanto: «Mi aspetta. È l'ora. Debbo andare. Vado». Riconobbe l'imboccatura della via. L'odore delle roselline, che imbiancavano i cancelli d'un giardino, le fece mancare il cuore. Sentì sopra di sé il pianto che avevano pianto, le sue eguali. «Chi m'ha fatta così? chi m'ha fatta così?»

La porta era là. Si volse, gittò un'occhiata da un capo all'altro della via ch'era quasi deserta. Entrò.

Paolo Tarsis l'aspettava. La condusse in una larga stanza, scura di legni e di cuoi, dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame rosso. Egli non dissimulava la sua ansietà.

‒ Che accade? ‒ le chiese, prima ch'ella si sedesse, prima ch'ella sollevasse il suo velo.

Allora ella si sentì perduta. Tutto il coraggio le si dilegnò, il cuneo della volontà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli, come una cosa da nulla. Di tutta la sua forza non le rimase se non un orribile tremolio nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella bocca.

‒ Datemi da bere ‒ ella disse.

‒ Tè?

‒ No, acqua.

Strane imagini le balenavano, strani ricordi; e la prendeva una smania bizzarra di divagare, di dire cose incoerenti e inattese. Ripensava a quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo dell'avvoltoio, che il rapace vomita quando è assalito dal nemico, prima di spiccare il volo. Perché ci ripensava? Guardò intorno smarritamente. Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavano la struttura dei volatori di grande specie. Riconobbe sopra una tavola ingombra di libri e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano. S'appressò, si chinò a guardare, col petto in tumulto. Nell'effigie muta e immobile sotto il cristallo, vide dischiudersi il sorriso su i piccoli denti di fanciullo. «S'egli ora fosse vivo, la mia sorte sarebbe diversa?»

‒ Forse egli mi manda ‒ disse, e subito si pentì d'aver detto.

Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore che egli era già convulso nell'aspettazione.

‒ Sedete qui, Vana; sedete.

‒ Qualcuno m'avrà veduta entrare? ‒ disse ella, avvicinandosi a una finestra, con un accento singolare di donna prudente, come se quello fosse un colloquio d'amore colpevole.

‒ No, non temete. Di rado passa qualcuno per qui.

‒ E se Isabella m'avesse seguita o m'avesse fatta seguire?

‒ Non pensate a questo.

‒ Ma non potrebbe arrivare qui all'improvviso?

‒ Non potrebbe.

‒ Perché? Oggi non dovete vederla?

‒ Sì, debbo vederla, più tardi.

‒ Qui?

‒ Ma perché mi domandate questo, Vana?

‒ So dove, so dove.

‒ Che avete oggi? Non siete buona.

‒ Non sono buona. Non sono venuta qui per essere buona.

‒ Ma sedete, ma parlate dunque!

‒ Voglio andar via. Lasciatemi andare. Non dirò nulla.

Per la prima volta egli la vedeva di contro a sé così aspra e selvaggia. Ella aveva parlato come in uno scoppio d'ira. Il viso di lei era come il viso della creatura che del suo cuore ha fatto una selce da scagliare in faccia al destino.

‒ Per questo egli vi manda? ‒ disse Paolo dominando la sua impazienza spasimosa.

‒ Chi, egli?

Lo sguardo di lui segnò l'imagine del compagno solo nella custodia di lutto.

‒ Ah, la fidanzata ‒ proruppe ella con una voce che era stridula come un'irrisione maligna ‒ la fidanzata dell'Ombra! Non sono se non quella, per voi. Ogni volta che vi vedo, ogni volta che vi parlo, sempre sono quella? M'avete esclusa dalla vita, m'avete messa a fianco del morto che v'è caro, avete posto una pietra anche sopra di me che pure ero viva, avevo un'anima, avevo una forza e una purità e un orgoglio da portare su qualche cima. M'avete esclusa dalla vita di sangue e di luce, per non lasciarmi vivere se non nel silenzio funebre... Ah, mi ricordo, mi ricordo delle vostre parole là su la strada di Volterra; mi ricordo come m'avete discostata da voi, con quanta dolcezza. Desideraste che io divenissi un sorriso, che io fossi la memoria immobile di un sorriso... Forse diventerò, forse sarò; già sono. Già riesco a simulare un sorriso che vidi scolpito in un sasso che un giorno era stato un uomo, laggiù, alla badia, su le Balze, la sera in cui il mio male era più grande della voragine. Dianzi ho sorriso così davanti a mia sorella, a mio fratello... Mi avete esclusa, mi avete sepolta, e la vita si vendica su me, su voi, su quella che vi tiene, su tutti i miei carnefici. Tutto è impuro e tutto si corrompe.

Una ribellione indomabile fiammeggiava nello stretto viso senza carne. Ella pose le sue dita intorno al suo collo perché la sua anima la strangolava. Si tolse i lunghi spilli del cappello col gesto violento di chi sguama il pugnale. Si scoprì il capo come già quella sera su l'orlo dell'abisso. Ma ora il fascino della perdizione era ben più letale, e nessuno le impediva di gettarvisi.

‒ Di che m'accusate? ‒ disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a quell'energia minacciosa. ‒ Di avervi tenuta alta su l'altare d'una memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere?

‒ Non accuso, non accuso. Grido, perché tutte le mie ossa gridano come su la ruota, perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e bisogna che l'esaurisca per annientarmi. Non so perché, dianzi, mi sia venuto in mente quel che una sera diceste dell'avvoltoio che rigetta il suo cibo orribile, quando è assalito, e quando è ferito a morte, e dopo che è spirato anche. L'odore atroce fa impallidire e mancare chiunque gli s'avvicini. Non so perché mi sia venuto in mente questo, non so. Ma io ho tanta ignominia sul cuore, ho tanta abominazione dentro di me, che non posso più reggerla. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu profanata, fu bruttata più di me? A Volterra, in un piccolo oratorio di campagna, c'è quell'Imagine che porta i segni delle tre pietre scagliate dal viandante malvagio. Era il mio rifugio, era il luogo del mio voto. Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore se il mio amore non ha potuto nulla?

‒ E che mai avrei potuto io? che posso io per voi?

‒ Che mai, se non m'amate, se amate l'altra? Nulla, certo. Volete ragionare? volete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non accuso, e forse neppure comprendo. Ve l'ho detto: mi sfogo, grido. Fate conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile. Non mi ribello contro di voi; finisco come vuole la mia sorte. Tre indugi sono concessi, tre avvertimenti, tre prove, a qualunque scellerato. Dopo la terza volta, la tolleranza ha termine. Questa è la mia terza volta. Tolleratemi ancora. Pensate ancora per un momento che sono viva, che sono una creatura di carne e d'anima, che sono una pena respirante. «Bisogna dar tutto» comanda una parola divina. Io ho dato tutto. Non chiedo nulla in cambio; ma mi sia concesso di testimoniare che ho dato tutto, prima di andarmene. La prima volta, su la brughiera, non parlai del mio amore; piansi soltanto. La seconda volta, su la strada fangosa di Volterra, parlai; e mi fu risposto. Questa è la terza. Invoco forse un diritto? No; la tolleranza che si concede al più miserabile. Tento d'imporvi la mia pena? No. Voi siete estraneo, incolpevole: amate l'altra. Ma, giacché professate il culto delle memorie, umilmente vi domando di ricordarvi che un giorno, un giorno omai troppo remoto, voi veniste incontro al mio amore, voi lo prendeste per la mano e lo avvicinaste a voi... Oh, lo so, lo so: non fu se non un gesto interrotto.

‒ Chi può rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio?

‒ Non accuso. Invoco l'indulgenza, cerco di farmi perdonare l'ostinazione. Tutto può esser dato, qualche volta, per rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio. Lasciatemi parlare del mio amore!

Ben era viva, uno stretto nesso di vita ella era; un tenace nodo di potenza; e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte era come quel torsello che è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.

‒ Non temo di mostrarvi la mia verità. A chi mi confesserò se non a colui che amo? Questo è un sacramento. «Che cosa hai tu fatto dell'anima tua?» E bisogna rispondere. Non si perdona a chi abbia vissuto invano. Io ho dato tutto. La mia anima disperata io l'ho sostenuta con la speranza, per l'amore dell'amore. Udite questo. La notte che seguì il vostro arrivo a Volterra, io e mia sorella fummo l'una di fronte all'altra così come nostra madre ci fece, senza freno e senza maschera. Ella era smarrita, ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore poteva. Tre volte disse: «Fa' dunque ch'egli t'ami». Era una sfida superba? La raccolsi? M'illusi di poter vincere? E che ho mai fatto io per vincere? Di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancora. Quella notte, nel combattimento, ella mi domandò: «Credi che tu l'ami di più?» Io risposi: «Non di più. L'amo io sola». Avevo già guardato la morte, mi ero già inclinata verso l'abisso. E volli vivere. Non io volli vivere, ma il mio amore volle vivere in me. Non ero nata se non per portarlo. Tutto in me, dalla fronte al piede, era congegnato per portarlo. E che cosa ho io fatto per attirarvi a me? Vi dissi addio, laggiù, su gli stagni bollenti. E fino a oggi son rimasta distante come chi ha detto addio. Ma in certi giorni ho conosciuto la santità di ardere, d'essere sola e di ardere per ardere. Qualcuno ha detto che la fiamma è di natura animale. Ah, come l'ho compreso, come l'ho sentito! Giorni d'ardore, senz'altro sollievo che il sospiro; giorni d'olocausto, in cui nulla avanzava non consumato...

Egli temeva di guardarla. Teneva il suo capo fra le palme, e guardava il fuoco semispento nel camino.

‒ Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: «L'amore più forte non è quello che vince?» Ah, non è vero! Ho dato tutto, per saper questo. Ella aveva detto a disfida: «Egli è folle di me» Sì, una cosa torbida e trista vi rendeva folle, vi rende folle. Vi amavo io sola, vi amo io sola. Ma non avevate occhi per me, come ora; non per me, non per l'inganno...

Egli si volse di subito. Ella s'arrestò si smarrì. E sul pallore e sul silenzio parve balenare un gran baleno.

Egli la guardò, la considerò, con quel modo ch'egli aveva di prendere la materia umana e di porla davanti a sé e di dominarla. La parola poteva essere una rivelazione e poteva essere un trascorso, poteva valere e poteva non valere; ma egli riconobbe nell'aspetto di lei quel che era la volontà prima, quel che era la cagione della visita segreta, del colloquio richiesto. Tenne afferrata la realtà per non più lasciarla: la sorella era venuta per accusare la sorella. Ma egli stesso fu afferrato da una tanaglia che non più lo lentò. Tutto il resto vanì, fu abolito. Il martirio confessato di quella creatura non valse più del tizzo semispento su gli alari. L'istinto fermo del maschio s'impadronì di quell'uomo attossicato. Vana credette che le pupille chiare di una fiera nascosta la spiassero di sotto a quelle palpebre umane.

Egli si conteneva, per non sbigottirla. Ella aveva perduto il suo coraggio ostile, il vigore della rampogna. Era omai allo sbaraglio, non buona se non a divincolarsi.

‒ Continuate, Vana ‒ egli disse, con la voce sommessa per menomarne il tremito.

‒ Non so più.

‒ Una reticenza? Vi disonora.

‒ Perché? Che ho detto?

‒ Avete parlato d'inganno.

‒ Di quale inganno?

Ella balbettava, sempre più smarrita sotto le pupille chiare di quella fiera nascosta. Egli si levò, di scatto; le prese le mani. Non le strinse, non le scosse; ma tutta la persona di lui spirava tanta violenza, ch'ella si sentì come stritolare.

‒ Parlate, Vana. Bisogna.

‒ Ah, non fate di me qualcosa di male!

‒ Perché dunque siete venuta?

‒ Perché anch'io sono folle.

‒ Non vi schermite, non vi schermite. Non l'avete già detto?

‒ Che ho detto?

‒ Non siete venuta per provarmi che mi amate voi sola?

Egli parlava a bassa voce, tenendole le mani ch'erano fredde e umidicce, guardandola da presso. Ed ella vide uscire da quelle labbra le parole ultime, le sentì scendere nel più profondo di sé, come un sorso inatteso d'ebrezza.

‒ Sì, io sola ‒ rispose, invasa da un languore mortale.

Egli ormai l'aveva in suo potere. L'istinto fermo gli suggeriva l'astuzia. Tutto poteva egli trarre da quel turbamento. Egli diede un ardore ambiguo alla sua voce, per turbarla più a dentro; intrecciò le sue dita alle dita di lei, per meglio tenerla; accostò ancor più il suo viso, abbassò ancor più la sua voce, per creare il cerchio del segreto.

‒ Voi sola, voi sola.

‒ Sì, io sola.

Ella vacillò, ché le giunture le si scioglievano. Egli la sospinse, lasciò ch'ella sedesse, si chinò, le s'inginocchiò ai piedi. Ella era come in una intermittenza di sogno e di veglia, era come chi si assopisce in viaggio e a ogni sobbalzo del legno si scrolla e si ridesta.

‒ Ditemi, ditemi, Vana.

‒ Non è male, non è male?

‒ No, non esitate. La sorte vi manda a slegarmi.

‒ Ah, troppo l'amate!

‒ Non è più l'amore.

‒ Mai nessun dubbio?

Un gran sussulto la scosse.

‒ No, no. È orribile. Come può esser vero? Come si può far questo?

Ella spalancò gli occhi. Vide ai suoi piedi un'angoscia bianca come un pannolino attorto e spremuto da due pugna rudi.

‒ Dite, Vana; dite!

Egli sentiva le mani di lei divenir sempre più gelide e madide.

‒ Giuratemi ‒ supplicò ella nell'orrore ‒ giuratemi che, quando saprete, non farete nulla contro di lei, nulla contro nessuno.

‒ Sì.

‒ Giuratemi che stasera non la vedrete, che non cercherete più di vederla, che andrete lontano...

‒ Sì, sì.

‒ ...che non cercherete di lui né ora ne mai.

Egli aveva la lingua arida come una scheggia di esca; era tutto disseccato, dalle labbra ai precordii.

‒ Lui ‒ accennò con la convulsione delle labbra

‒ lui...

‒ No. È orribile. È la cosa mostruosa...

‒ Aldo?

Ed ella gli s'abbatté su la spalla. Egli la respinse, balzò in piedi. E per qualche attimo tutta la sua vita girò e rombò come una fionda intorno al suo capo in fiamma.

Quasi in un sogno cupo rotto dai sobbalzi delle ossa, ma con un languore d'amante pur sotto l'orrore, ma con un abbandono avido al potere che l'avviluppava, ma col presentimento d'una mutazione miracolosa che fosse per compiersi, ella era discesa a quel punto. «Non è più l'amore» egli le aveva detto. Nel tumulto e nell'oscurità, uno spirito d'ingenua giovinezza ancor superstite in fondo all'abominazione aveva risposto: «Ecco, ti slego. Ecco, sei libero. T'eri già volto verso di me; ora ritorni a me, ora mi riconosci. Forse m' amavi già, forse non hai mai cessato d'amarmi. Quell'altra cosa torbida e trista non più ti tiene, non più t'infetta. E, se io metto le dita sulle tue tempie, nulla più rimane in te, neppure il disgusto, neppure il dispregio. Ti guarisco, ti consolo, ti rinnovo. Non so se sei tu che mi porti via, che mi porti lontano, o se sono io che ti rapisco, che ti nascondo. Di tutte le rive, di tutte le isole che tu hai dentro gli occhi, qual è la più lontana, qual è la più bella?» Come nella notte di Volterra, l'amato le era apparso vittima di un sortilegio, prigioniero d'un malefizio, che da lei attendesse la liberazione. Egli aveva detto: «La sorte vi manda a slegarmi». Non aveva ripetuto: «Egli vi manda». Aveva scoperchiato la tomba, aveva tolto alfine di sopra lei la pietra sepolcrale.

Con che crudezza, a un tratto, la respingeva! Rovesciata dall'urto violento, ella era rimasta sul la spalliera come una cosa vile e inutile, come lo straccio strofinato nella bruttura e gittato via. Ma sentiva l'aria della stanza occupata da una enormità di furore e di dolore spaventosa. E, caduto il fascino, al suo accorgimento feminino gli atti e i detti di lui apparivano quali erano: un gioco perfido per indurla alla rivelazione, senza pietà senza bontà senza promessa.

Ella si raddrizzò come se l'odio e l'orgoglio le risaldassero le vertebre della schiena. Si raddrizzò; e con gli occhi sbarrati guardò la passione dell'uomo, lo spasimo della bestia.

Era come se invisibili branche se invisibili zanne fossero conficcate in quella dura carne, sin là dove la natura ha nascosto le fibre del dolore disumano. Era come una lacerazione incruenta che mettesse a nudo quanto di più occulto è nell'opaca massa destinata a fallire a patire e a ricordarsi.

Tanto l'amava? Tanto a dentro egli l'aveva lasciata penetrare nella radice della sua vita? Chi mai poteva estirparla?

Egli si riavvicinò, con qualcosa di feroce in tutto l'aspetto, tendendosi verso la creatura già in piedi e in arme.

‒ Non mi toccate ‒ gridò in lei d'improvviso l'istinto.

Egli ritrasse la mano. Roca era la sua voce.

‒ Non vi tocco. Ma parlate!

‒ Di che?

‒ Come avete scoperta l'infamia?

Di nuovo l'energia ribelle fiammeggiava nello stretto viso senza sangue. Nessuno aveva pietà di lei; ella non aveva pietà di nessuno.

‒ Non c'è un destino che sempre mi conduce a vedere quel che non dev'esser veduto? Voi ne sapete qualcosa.

‒ Avete veduto?

‒ Ho divinato, ho veduto, ho udito.

‒ Che cosa?

‒ Non mi toccate! ‒ gridò ella ancora, indietreggiando, con una selvaggia repulsione di tutto il suo essere.

Certo, nel martirio della sua scienza, non aveva veduto nulla di più crudo; fra tutte le miserie fra tutte le ignominie nessuna più atroce di quella che si rivelava nella convulsione di quella faccia ch'ella aveva amata, in cui ella aveva adunata tutta la luce della vita. In verità, in verità, omai ella poteva ripetere la parola divina: «È compiuto»; e nessun'altra.

‒ Che cosa? ‒ ripeté egli sordamente.

Ella non rispondeva. Era più facile trarre una voce da quella parete, da quel legno, da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse intorno come massi d'inimicizia, che disuggellare quelle labbra. Ella si rimetteva il cappello, il velo, senza fretta e senza fiacchezza. Egli aveva ripreso a vagare per la stanza, serrato dalle branche e dalle zanne invisibili. Ritornò verso di lei; le mostrò di nuovo quella faccia, che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e poi risollevata tutta contraffatta e lorda.

‒ Da quanto dura? ‒ chiese con la voce brutale.

Ella non rispose.

‒ Andatevene, dunque, andatevene! ‒ proruppe egli, forsennato, non respirando che l'ingiuria e la violenza.

Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto; abbassò il velo; andò verso l'uscio, l'aprì ella medesima. Egli la richiamò.

‒ Vana!

Ella non si volse, traversò l'andito. Un domestico la precedeva per accompagnarla fino alla scala. Ella aveva il passo fermo, un rigore quasi lapideo in tutta la persona, una tesa volontà di ripulsa, come per rendersi intangibile; poiché pensava che una mano potesse a un tratto prenderla per la spalla e trattenerla. Si ritrovò sul lastrico. «È compiuto.»

Camminò diritta lungo il muro; rasentò ancora i cancelli carichi di roselline. «Sono gialle» notò. Senza soffermarsi ne colse una che pendeva all'altezza della sua mano: era sfiorita; si sfogliò subito. Le pareva di sorridere, ma veramente non sorrideva. «Viviano, Viviano» pensò «credevo che t'avrei riveduto credevo che l'ultimo saluto sarebbe stato per te, buon compagno.»

Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra, ella rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù, alla badia, uscente dalla parete come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serra presso il grande cavallo bianco. «Un sorriso in una pietra. Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età. Io ho vent anni; e so troppe cose. Tu sei impietrato, sei scolpito, non ti muti più. La bestia orribile non si affaccerà all'improvviso fra la tua fronte e la tua gola.» Ella batteva le palpebre come per cacciare l'imagine della faccia bestiale dianzi veduta tra la fronte e la gola del suo amore; che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla. Quella ancora la sconvolgeva, la inorridiva. Ma, se fosse riuscita a cancellarla, le sarebbe quasi parso di non soffrir più; perché in quel punto aveva l'illusione d'essersi liberata da tutto il resto. Era come se le avessero capovolta l'anima, come se fossero andate al fondo tutte le cose infeste che la strangolavano, e fosse venuta nel luogo loro una parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema pace. «Tutto è compiuto. Tutto è consumato.»

Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura pubblica. Era d'un bianco qua e là giallastro, con la testa bassa tra due gran paraocchi, con un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate.

‒ Vuole? ‒ domandò il cocchiere, rubicondo e lustro.

Ella mise il piede sul predellino.

‒ Dove La porto?

Ella voleva rispondere: «Alla Badia». Diede l'indirizzo di Simonetta Cesi. Il cavallo bianco trotterellava zoppicando, e la sua lunga schiena stecchita si abbassava verso la spalla sinistra, a stratte. Per non guardarla, Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un palazzo, il lieve cielo come sparso di piume, un grande albero della Giudea fiorito in un giardino. Cercò anche una rondine a volo, un nido di rondine in una gronda: inutilmente. «Simonetta, Simonetta, che dirai domani? Piangerai un'altra volta? Ah, se tu sapessi quanto male fa l'amore, a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa, e anche la Driade. Dio ti guardi, sorella allegra!» Diede al cocchiere un altro indirizzo, il suo proprio. S'appoggiò indietro; e guardò il cielo, respirò la primavera, cercò una rondine in una gronda. L'ansietà la riprese; di nuovo il cuore le si torse; l'anima le si rivolse, e le cose crudeli la strangolarono. «Isabella è già uscita? va dov'egli l'aspetta? E che accadrà? S'egli la uccidesse..» Con un gran sobbalzo ella rivide quelle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano toccata, non avevano osato più toccarla. «Perché ho fatto questo? Per vendicarmi? La vendetta è una gioia. E qual è la mia gioia? L'ho fatto per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. L'ho fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel lordume della vita è una maniera di morire.» E la sua inconsapevolezza profonda, di sotto alla sua scienza funesta, si tendeva verso il mistero in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. «Isabella va ogni giorno laggiù dov'egli l'aspetta, e Aldo non lo ignora. Spesso ella s'indugia, non torna se non a tarda notte, qualche volta al mattino; e Aldo non lo ignora.» Senza comprendere, ella rimaneva come sotto un incubo deforme, con un misto di ribrezzo e d'ambascia. Scorse nella vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in mezzo a un fascio di capelvenere. Fece fermare la vettura; discese; entrò, comperò i fiori. Li tenne su le sue ginocchia, stringendo i gambi con le due mani. Nell'orrore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso l'Ombra. Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli di un bimbo; e sentiva che veramente nessuna creatura umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ebbe onta della sua ribellione insensata contro quella tutela funebre. Disse, come sul sentiero della badia: «Fra poco, fra poco verrò».

E allora le figure del caso ‒ quelle rose, il cavallo bianco, il muro scrostato, la disparizione delle rondini ‒ furono i segni che la conducevano verso il compimento. E tutto, da quel punto, fu segno e indizio e fatalità.

Scese davanti alla sua porta. Seppe dal portiere che Isabella era uscita, che Lunella era rientrata. Salì all'appartamento della sorellina. Udì la voce di Miss Imogen che recitava nel suo idioma il ritornello d'una vecchia leggenda. Si soffermò; spiò, non vista.

Lunella era seduta accanto alla finestra, simile a un gentile paggio, vestita di velluto fulvo, col suo largo collare di merletto, co' suoi fiocchi di nastro che le ritenevano il peso dei capelli alle tempie. Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. Ai suoi piedi Tiapa era seduta su la seggiolina dorata, in un abbigliamento suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne, tutta seta e ricami, come una minuscola Infanta. E Miss Imogen, smilza e biondiccia, con quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella, in piedi presso i vetri, leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio. «E quando tornerai tu dal viaggio, ‒ o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, ‒ e quando tornerai tu dal viaggio? ‒ E ben so che non ho altri che te.» ‒ «Quando l'alba si levi a tramontana, ‒ o cara madre.»

Vana tratteneva il respiro, spiando per mezzo ai lembi della tenda. La stanza era chiara e tranquilla, con la sua tavola, con il suo leggio, con la sua scansia di libri, con la sua lastra di lavagna ove restava disegnata dal gesso una figura geometrica. Lunella era intenta alla sua arte, sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le riusciva difficile, secondando con le dita abili l'arrendevolezza del foglio che le si volgeva per ogni verso. A ogni risposta del figlio ella s'interrompeva per un attimo, sollevava le palpebre ombrose e guardava il libro. Poiché stava ella di profilo contro la luce, Vana in quell'attimo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per traverso splendere come topazii. «Quando l'alba si leva a tramontana, ‒ o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, ‒ quando l'alba si leva a tramontana? ‒ E ben so che non ho altri che te.» ‒ «Quando le pietre nuotino nel mare, ‒ o cara madre.»

Nella breve interruzione il cuore di Vana pareva arrestarsi. Per un attimo la piccola sorella rimaneva attonita, come se subito non comprendesse quegli strani modi che dissimulavano la sentenza tremenda; poi reclinava il capo e riprendeva il sottile suo lavoro, inconsapevole di ciò ch'era sospeso su la sua chioma d'angelo magnifico.

«Quando le pietre nuotano nel mare, ‒ o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, ‒ quando le pietre nuotano nel mare? ‒ E ben so che non ho altri che te.» ‒ «Quando le piume sienvi come piombo, ‒ o cara madre.»

Non il pensiero dominante della morte ma il gelo stesso della morte allora fu nella misera che di dietro la tenda assisteva allo spettacolo di quella vita ignara. Ella s'agghiacciò tutta, dalla nuca alle calcagna. La figura dello spettro entrò nella sua immobilità. Le parve non d'essere sul punto di trapassare ma d'essere già simile al trapassato che ritorna nella sua casa come un testimone invisibile e guarda le creature familiari vivere senza terrore sotto le sciagure imminenti.

«Quando le piume sonvi come piombo, ‒ o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, ‒ quando le piume sonvi come piombo? ‒ E ben so che non ho altri che te.» ‒

«Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti, ‒ o cara madre.»

Ella fece un passo di là dai lembi della tenda. Lunella si volse, lasciò cadere la carta, balzò in piedi, le corse incontro, la cinse con le braccia e pose il suo viso nelle rose.

‒ Per me? per me? per Forbicicchia?

‒ No, queste no.

‒ Perché?

‒ Perché sono gialle.

‒ E che importa?

‒ Sono per me, sono per Morìccica.

‒ Tutte?

‒ Tutte.

‒ Dammene una!

‒ Lasciami sedere, ché sono tanto stanca.

‒ Perché sei stanca?

‒ La primavera affatica. Non la senti tu?

‒ Me m'assonna, mi mette tanta voglia di dormire. Dormo, anche con gli occhi aperti. Dammene una!

‒ Non si può.

‒ Perché non si può?

‒ Perché una... porta sfortuna.

‒ Chi l'ha detto?

‒ Te lo dico io.

‒ E perché lo dici?

‒ Perché lo so.

‒ E come lo sai?

‒ Sta a sentire. Una volta una bambina, che non si chiamava Lunella ma era dolce come Lunella, si partì di lontano lontano, dall'estremità della terra, da un paese che si chiamava Madura, dove c'era un Dio che si chiamava Visnù; si partì sola sola, a piedi nudi, per portare una rosa: una rosa gialla. E la portò e la diede: ma quello che l'ebbe, subito morì.

‒ Oh, no!

La forza misteriosa del sangue si rimescolò, a quell'accento. Era come un'eco ritornante, come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi profondi. Vana credette riudire sé medesima in quelle due sillabe esclamate, sé medesima nella remotissima ora. Quell'accento era sorto all'improvviso dal penetrale della stirpe, ove le geniture segnarono i più lievi segni del riconoscimento, lievi eppure più certi d'ogni altra affinità carnale, palesati a quando a quando con un'aria con un tono con un gesto con uno sguardo.

‒ Sorellina, sorellina, perché tanto mi somigli? ‒ disse Vana, invasa da una commozione che non poté nascondere.

E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante; e la tenne. E quella non si disciolse ma restò nella stretta, nella calda tenerezza; vi s'accomodò con piccoli moti dei muscoli come per meglio aderire, sentendo un calore materno esalare da quelle braccia e penetrarla, un calore materno, che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva carezzate entrambe nel tempo felice.

«E quando tornerai dal tuo viaggio, ‒ o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, ‒ e quando tornerai dal tuo viaggio? ‒ E ben so che non ho altri che te.» ‒ «Quando l'alba si levi a tramontana, ‒ o cara madre.» Il ritornello, non come verbo ma come melodia, ondeggiava nel cuore di Vana, forse anche nell'altro piccolo cuore. Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. «Quando le pietre nuotino nel mare, ‒ o cara madre.»

Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata; e l'anima le venne meno, di struggimento. Non si mosse, non diede il più lieve crollo. Come Miss Imogen apparve all'uscio, con gli occhi ella le accennò di non appressarsi. Quella si ritrasse. La bimba dormiva con la gota contro la spalla della sorella, abbandonata su le ginocchia che la reggevano. Vana sentiva l'odore e il tepore dei capelli, il respiro quieto, tutta la gracilità sensibile delle ossa. Ascoltava il silenzio: le cose vi catavano a fondo come in un mare. «Quando le piume sienvi come piombo, ‒ o cara madre.»

S'era fatto il vespro. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. Forse la stella già tremolava sul più alto cipresso del giardino. La prima squilla della salutazione angelica mosse un'onda che le inondò i precordii. «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti...» Ben era quell'onda stessa che le saliva alle ciglia, che traboccava. La contenne, la riversò dentro, per tema che le gocciole calde scorressero, cadessero sul viso di Lunella, la risvegliassero. «Ah, dormire, dormire, non saper più nulla, non ricordarsi più di nulla, entrare così nella pace, senza risveglio!» Ella pensò che un giorno, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata, parve le bastasse di appoggiare il capo sopra un petto crudele e di piangere un poco e di addormentarsi e di non svegliarsi più. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto, ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva rispondere per ambagi sempre la parola disperata.

Le campane sonavano; l'ombra s'incupiva; il respiro di Lunella era eguale. Il sopore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. «Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!» Le palpebre di Vana s'appesantivano; il suo respiro s'accompagnava al respiro innocente. Il tempo fluiva nella oscurità.

D'improvviso nell'oscurità un grido si levò, un grido di terrore; a cui un altro grido rispose, ché anche la misera nella confusione del sonno era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo e tutto il corpo sobbalzare convulso.

‒ Vanina! Vanina!

Gridava come se morisse o vedesse morire, gridava come nelle tenebre del sepolcreto.

Sbigottita Imogen accorse, fece la luce, vide le due sorelle aggrappate l'una all'altra e smorte.

‒ Mio Dio! Mio Dio! Che accade?

‒ Nulla, nulla. Lunella s'è svegliata e ha avuto paura del buio.

La piccola tremava ancor tutta, e Vana non riusciva a domare il suo proprio tremito.

‒ Quanto tempo è passato? È tardi? Che ora è?

‒ Sono quasi le nove ‒ disse Imogen.

‒ Così tardi? Bisogna che tu mangi, piccola cara, bisogna che tu ti faccia servire il tuo pranzo.

‒ Non te n'andare, Vanina, non te n'andare! Rimani con me stasera.

‒ Sono ancora così, vedi? Bisogna che mi svesta. Poi torno.

‒ Non te n'andare!

‒ Ti dico che torno.

Ella baciò l'inquieta. Prese il mazzo delle rose. Si volse per uscire.

‒ Vanina, torni?

‒ Torno.

La piccola la seguì fino alla soglia. Ella s'allontanò di corsa per l'andito. Il singhiozzo frenato le rompeva il petto.

Scese la scala, si diresse verso le sue stanze. Non incontrò nessuno. Tutta la casa le parve deserta e sinistra. Chiamò:

‒ Francesca.

La sua cameriera non rispose. Chiamò:

‒ Chiara.

Entrò. Posò i fiori sul suo capezzale. Non reggendo all'ansia, uscì; corse verso l'appartamento d'Isabella.

‒ Chiara!

La donna rispose. Era là, nella camera da letto.

‒ Isabella è tornata?

‒ No, signorina. Ha fatto sapere che non torna, che non s'aspetti.

‒ Come l'ha fatto sapere?

‒ Ha chiamata me al telefono.

‒ Di dove?

La donna chinò gli occhi, con un sorriso compunto.

‒ V'ha parlato ella stessa? avete udito la sua voce?

‒ Si, signorina.

‒ Verso che ora?

‒ Mezz'ora fa.

‒ Bene.

Un'amarezza così atroce le torse lo stomaco che la donna credette avesse riso. Era veramente più atroce che il vomito funebre dell'avvoltoio.

‒ E mio fratello è rientrato?

‒ È rientrato, s'è vestito ed è uscito di nuovo. Pranzava fuori.

‒ Francesca dov'è?

‒ Credo sia giù in guardaroba.

‒ Chiamatela, che venga su da me a spogliarmi.

‒ Vuole che la spogli io?

‒ No.

A un tratto le faceva ribrezzo. Era lo stesso modo, era la stessa voce della notte di Brescia. Come avrebbe potuto ella lasciarsi toccare da quelle mani?

‒ Che ordini ha per il pranzo?

‒ Nessuno.

‒ Non pranza?

‒ Non ho voglia.

‒ Si sente poco bene?

‒ Chiamate Francesca.

La donna uscì. Ella rimase nella vasta camera di damasco verde, che odorava di gelsomino come l'estate del giardino di Volterra. Il gran letto era preparato; la lunga camicia molle e trasparente era posata su la rimboccatura orlata di pizzo. Su la tavola della specchiera brillavano innumerevoli cristalli metalli avorii: fiale d'essenze, scatole di cosmetici, pettini e spazzole di varia densità, in bacili o in custodie arnesi più sottili e più diversi che quelli di qualsiasi altra arte, tutti gli strumenti e tutti i segreti addetti al culto del corpo trionfale.

Per l'ultima volta la potenza dell'odio creò di tutto rilievo la figura ondeggiante con la pieghevolezza delle malvage murene. ‒ Aveva vinto, aveva vinto ancora! Ancora una volta, certo, aveva inebriato di voluttà e di menzogna la bestia ruggente. Era incolume. L'ora del pericolo era trascorsa. Non schiacciata dall'ira, non gittata sul lastrico ma creduta ma temuta ma ripresa, a rabbia e a infamia della delatrice. ‒ Le imaginazioni vergognose assalivano la misera. Ella rivide la bestia orrenda affacciarsi tra la fronte e la gola di colui ch'ella aveva amato sopra la vita e sopra la morte. E dalla selvaggia repulsione risorse la forza; si raddrizzarono le vertebre nella schiena, un tenace nodo di potenza si riformò nell'anima; un sovrano dispregio fiammeggiò nello stretto viso senza carne, sotto la massa della chioma piantata intorno alla fronte come quel torsello ch'è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.

Subito pensò ch'era disarmata e che le bisognava l'arme sicura. Seguendo un ricordo ben distinto, cercò intorno, qua e lá. Vide luccicare quel che cercava: un pugnaletto turchesco dal manico di calcedonio, già appartenuto a quell'Andronica Inghirami il cui nome è scolpito nella pietra fessa d'un architrave, alla badia, insieme col nome d'Ugo Riccobaldi, sopra uno scudo a tre stelle. Lo prese, lo nascose, uscì. Tornò alle sue stanze.

Vigilò sé stessa come il guerriero il qual tema che un pensiero ignavo penetri per la fenditura del suo casco. Non ebbe pietà di sé, né di nessuno, fuorché di Lunella. Resistette alla tentazione di rivederla; resistette a un'altra tentazione disperata che l'afferrò un istante: quella di non lasciarla nella casa dell'ignominia, quella di portarla via con sé dove nessuna profanazione poteva giungere mai. «Dio ti guardi! Dio ti salvi! Se l'anima è immortale, io stessa ti guarderò come dianzi quando tu non mi vedevi.»

Ella sapeva come la salma si ponga in apparecchio di sepoltura: si ricordava di sua madre. Apprestò il suo giovine corpo, scarno e forte come quello d'una Martire indomabile. Lo purificò. Si lasciò pettinare pazientemente. Scelse la più bella delle sue vesti bianche. Evitò di guardarsi nello specchio per non essere indotta a commiserare la sua giovinezza. Ma era tanto bella nel suo rigore adamantino, che la donna non poté trattenere una parola di maraviglia.

‒ Andate con Dio, Francesca.

‒ Domattina chiamerà?

‒ Chiamerò.

Rimasta sola, chiuse le porte. Trasse il pugnaletto d'Andronica; lo sguainò, lo mirò, ne provò la punta su l'unghia del pollice. Un brivido le raccapricciava tutta la carne; ma il cuore le restò prode. Ella posò la lama presso il fascio delle rose, per consacrarla. Scacciò da sé le ultime imagini acri, che ancora tentavano di assalirla. Volle essere intenta a una sola. «Eccomi. Sono pronta.»

Rivide l'eroe supino, avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia. E la visione fu evidente come se il rude letto da campo fosse a fianco del letto verginale.

Andò alla finestra, l'aperse: la notte era stellata ma fredda su gli orti cupi di cipressi e di allori. Con gli occhi d'incorruttibile smalto salutò le giovani stelle nel cielo di primavera, riconobbe il Carro, le Guardie, le Pleiadi; mentre la mano sentiva battere la forza del cuore sotto il costato, cercando l'interstizio.

Non richiuse. Spense tutte le lampade, tranne una presso il capezzale. Si scalzò, salì su la proda, si distese, congiunse i piedi come offrendoli alle pastoie d'argento. Risollevò il busto per porre su i nudi piedi congiunti le rose, come ad osservare il rito del connubio funebre. Spense l'ultima lampada. Tenendo stretta l'elsa gemmea nel pugno, si riadagiò col capo su que' suoi capelli tanto fieri che sembravano nutrirsi del suo coraggio.

Allora si sentì bella di quella bellezza che a traverso le lacrime ella aveva veduta soltanto sul volto dell'eroe supino.

E il resto fu silenzio.

 

Paolo Tarsis era uscito dalla sua casa, poco dopo lo sciagurato dibattito. Aveva raccolto tutta la sua virtù per dominare il suo dolore e il suo furore. Aveva esitato, prima di dirigersi verso il nascondiglio dei suoi piaceri. Poi aveva risoluto di affrontare il rischio.

Contratto sul suo spasimo, aspettava la donna.

Ella giunse con uno di quei suoi movimenti aerosi che la facevano pur sempre assomigliare a Ornìtio, con la bocca splendida a traverso il velo, con l'impeto e con la grazia in ogni piega delle sue vesti.

‒ Aini, Aini, sono qui. Dormivi?

Egli non s'era levato, non le era andato incontro, non l'aveva di subito avviluppata nel suo desiderio inesausto, non le aveva sollevato il velo con la mano impaziente per divorarle le labbra, non l'aveva abbattuta sul tappeto ancora tutta anelante, come un violatore micidiale, rinnovandole quella paura che la faceva gioire più d'ogni dolcezza. Perché? S'era addormentato aspettandola? era stordito dal sonno?

Ancora col barbaglio dell'aria aperta, non lo vedeva bene sul divano immerso nell'ombra. Rapidamente si tolse il velo e il cappello; poi sfilandosi i guanti, si avvicinò, si chinò verso lui muto. Non più abbagliata, scorse d'improvviso gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un piccolo grido.

‒ Ah, Paolo! Mi vuoi spaventare?

Era come in quel giorno marino, come quando ella aveva raccolta presso il davanzale la rondinella loquace.

‒ No, no. Lo sai che ho paura. Non mi guardare così!

Ella indietreggiava, con un riso convulso, come quando aveva lasciato cadere dalle mani tremanti la tiepida prigioniera.

‒ Perché mi fai questo? Lo sai che non voglio. Non voglio che tu mi guardi così, Paolo.

E il riso già somigliava al singhiozzo, come allora. Ella indietreggiava, ma egli non si levò. Una parola vituperosa, quella che svergogna la femmina da conio, risonò cruda fra le quattro pareti. E poi si fece una pausa, come dopo un colpo che atterra.

‒ Che hai detto?

Atterrata ella non era ancora: ma certo qualcosa di lei era piombata a terra, se bene ella restasse in piedi. Le sue gambe s'agghiacciavano; il suo cuore pareva come retrocesso verso la schiena, come aderente alle vertebre, vuotato di sangue. Aveva traudito?

La parola di vituperio risonò la seconda volta, più cruda.

‒ Impazzisci?

‒ No. Nettamente dico quel che sei.

E per la terza volta l'ingiuria percosse la donna sul viso.

‒ Ora vattene.

Egli si levò, minaccioso.

‒ Impazzisci? ‒ ripeté ella, con la voce che le si rompeva tra le mascelle come sconnesse.

‒ Vattene, se non vuoi che io ti getti su la strada.

‒ Paolo! Paolo!

In un baleno ella aveva compreso. Aveva la colpa nelle midolle, che gridava contro di lei. La sua faccia pareva distrutta, simile a un pugno di cenere. Non una vena in lei, che non fosse vuota; non una giuntura, che non si snodasse; non un muscolo, che non tremasse sotto la pelle abbandonata dal calore. Era stroncata, era perduta, era un fasciume da gettare sul lastrico, veramente. E una forza pronta proruppe dal suo profondo per salvarla, una forza che le rimise il cuore nel mezzo del petto, che le riempì le vene, che le rannodò le giunture, che le rassodò i muscoli, che le ricolorò la faccia, che le concitò la voce; la forza viva e invitta della menzogna, più potente che i nervi i tendini il sangue. L'uomo, che l'aveva annientata, la vide moltiplicarsi come un mostro che schiacciato rinasca e si rigonfi e si dirami in più tentacoli tenaci.

‒ Che pazzia t'ha preso, così, a un tratto? di che t'hanno abbeverato per farti così bruto? Mi ingiurii, mi scacci; e credi che non sia necessario dire una qualunque ragione! Sei un insensato. Ho pietà di te.

Lo sdegno esalava dalla sua attitudine, ardeva nella sua parola.

Senza grido, quasi pacato, egli confermò:

‒ Ho detto quel che sei. E nessuna della tua specie ti eguaglia nell'impudenza. Non vale che io parli.

‒ Esigo che tu parli.

‒ Quel che hai fatto, lo sai bene.

‒ Mi sono data a te senza misura. È il mio torto.

Ella era là, discosta, in piedi; ed egli voleva ancor più separarla da sé, respingerla nell'abominazione, vederla scomparire. Ed ella era ancora là, per lui, come la sola cosa viva nell'Universo, la sola cosa alzata sul suo varco. E v'era per lui un solo varco un solo cammino un solo orizzonte; ed ella glielo serrava. E sentiva di non poterla abbattere se non per giacerle sopra, per distruggersi in lei.

Disse, con parole aride e rapide che gli passavan tra i denti, come i carboni accesi tra le dita di chi li raccoglie scottandosi per evitare l'incendio:

‒ Tanto la misura t'è ignota, che hai un amante perfino in casa tua, hai pervertito perfino chi ti vive accanto, sotto gli occhi delle tue piccole sorelle...

Ella balzò, gridò d'indignazione irrefrenabile.

‒ Ah, vile, folle e vile! Come osi di gettarmi in faccia questo dubbio mostruoso?

‒ Non è dubbio, è certezza.

‒ Folle e vile!

‒ Il dubbio tu stessa ti sei piaciuta di suscitarlo, di eccitarlo, per la frenesia malvagia delle torture, quante volte, con quanti modi ambigui! Tu lo sai. Io me ne ricordo. Porto le bruciature. Ma pensavo che tu ti eccitassi col fantasma della colpa, per una delle tue tante perversioni crudeli. Non credevo possibile la duplicità in una creatura che ogni giorno si torce urla agonizza nelle mie braccia e ogni giorno mi chiede di più e si dona con più furore...

‒ Tu stesso mi difendi. Con questo mi difendi tu stesso, dimostri tu stesso la tua demenza.

‒ «Capace di tutto!» Ti ricordi? ti ricordi su la via di Mantova? Questo mi rispondesti, questo mi dichiarasti. E promettevi il dolore e l'obbrobrio con le parole oscure, e minacciavi tutto il male. Ah, t'avessi scagliata nella polvere, avessi schiacciato me e te contro quei tronchi, avessi annientata la tua perfidia e la mia sciagura!

Ella era fisa. Qualcosa come un flutto dell'anima saliva di dentro e velava la sua sfrontatezza. La sua menzogna ora pesava alla sua passione. La necessità della discolpa la umiliava. Quell'uomo doloroso e iroso, simile a ogni altro uomo nella rampogna nel dispregio e nel castigo, le sembrava ottuso e tardo. Ella avrebbe voluto rispondere: «È vero. Mi ricordo. Anche dissi: ‒ L'amore che io amo è quello che non si stanca di ripetere: Fammi più male, fammi sempre più male. ‒ Ah, perché voi siete come tutti gli altri? perché la vostra gelosia è così cieca, è così ferma? Vi amo sino alla morte. Questo è certo. Se voi ora veramente aveste la forza di scacciarmi o di fuggire, io non saprei continuare a vivere. Quel che di me più vi brucia e vi crucia, la mia carne, si disseccherebbe, non si nutrendo se non della vostra. Eppure, la colpa di cui mi accusate, io l'ho commessa; e vorrei non discolparmi. L'ho commessa per amore dell'amore, perché non è vero che la perfezione dell'amore sia nella congiunzione di due; e questo gli uomini sanno ma non osano confessare. L'amore, come tutte le potenze divine, non si esalta veramente se non nella trinità. E questa non è una dottrina perversa, non è un gioco di perfidia, in me, ma è un verbo testimoniato col martirio, col più dolente sangue del petto. Un tale amore disdegna la felicità per un bene ignoto ma infinitamente più alto, verso cui l'anima si tende di continuo rapita dal più puro dei dolori, che è il dolore disperato; mentre la coppia richiede il giogo e n'è gravata sempre, e n'è curvata verso la polvere o verso la gleba, e forse è inevitabile che la guidi il bifolco avaro. Ah, quando finalmente l'amante non sarà più lo stupido nemico ma il fratello pensoso e voluttuoso? Lo so, lo so: voi non potrete mai comprendere. Vi sarà più facile toccare le stelle nel volo che avvicinarvi al mio mistero. Nessuna parola e nessuna lagrima varrà mai al persuadervi che non ho ceduto al vizio deforme ma a questo senso divino del patimento, ch'io porto in me. Non ho cercato né ho dato il piacere; ma ho presa nella mia mano tremante un'altra mano tremante per scendere a trovare il fondo dell'abisso, o forse del tempio sotterraneo. Non ho fatto opera di carne ma di triste iniziazione. E anche per voi, taciturno che non parlate se non ad offendere o a delirare, anche per voi io sono una scienza: non sono una felicità né sono una sciagura ma una scienza severa».

A capo chino, assorta, ella fece qualche passo verso il divano: vi si abbandonò quasi prona, e si coprì la faccia con le palme. Quella sua pallida nuca, pudenda come il sesso, e le sue spalle piane, l'incavo delle sue reni, la sua cintura, e il suo fianco e la sua lunga coscia obliqua e in parte fuor della gonna rappresa i fusoli delle gambe apparivano. Ella era assorta nelle sue penose ambagi in cui la sua anima avviluppava la sua novità invece di liberarla; ma turbava intanto con la sua groppa il maschio.

‒ Taci? ‒ diceva egli ottusamente, dominando la voglia orribile di gettarsi addosso a lei e di straziarla. ‒ Ora taci? Confessi?

La violenza contenuta di lui la affaticava, quelle domande roche la stancavano come un clamore importuno. Ella lasciava fuggire da sé la forza della menzogna. L'eloquenza della difesa le diveniva intollerabile. Prona, quasi in un'attitudine d'invito al desiderio, ella comprimeva l'enormità della sua vita segreta così cupa di onde cozzanti che di continuo si frangevano e schiumavano al limitare d'un antro in fondo a cui stava nascosta la Sirena dell'inaudito carme.

‒ Da quanto dura l'infamia?

Ella aveva commiserazione di lui che tanto in quel punto somigliava a un altro uomo, a un altro amante; il quale, credendosi ingannato, l'aveva assalita quasi con le stesse domande, quasi con gli stessi gesti.

‒ Forse già, prima d'incontrarmi e di tentarmi, tu l'avevi corrotto. Già a Mantova, quel giorno, c'era nelle sue affettazioni qualcosa di lubrico...

Ella non poteva sopportare quella rampogna acre non di collera ma di mal dissimulata bramosia, quella doglia angusta come ogni doglia carnale, come un bruciore come una slogatura come un taglio. Ancora una volta ella vedeva l'uomo diminuito, trasformato in noiosa belva; vedeva l'Amore chino su quattro piedi e privo della bella fronte. «Ah, non mi dire le ingiurie che tu diresti a qualunque altra donna per svergognarla! Ma dimmi una parola ch'entri in me qual sono, che tocchi me quale sono, e che mi agiti e che mi sconvolga e che tragga dal mio profondo questa mia forza ignota di cui sono inferma, questa mia novità nascosta di cui ho la febbre come d'un germe che sia per isvilupparsi e per cangiarmi. Dimmi quella parola; o taci, e flagellami!» E la fronte del fratello, e l'ardua malinconia di quelle pupille così perspicaci, e quelle labbra così cupide e così scontente, e tutte quelle linee di pensiero e di divinazione, e tutte quelle vampe di precocità terribile emergevano in contrasto con la brutale oppressura che le toglieva perfino l'energia di mentire. Ella non ascoltava più, ma udiva nella voce il ruggito soffocato del desiderio.

‒ Non rispondi?

Egli a un tratto l'aveva presa per le spalle e la squassava. Ella rimaneva inerte, aspettando. Egli la lasciò, indietreggiò, con un gran fremito:

‒ Vattene, ‒ disse ‒ vattene. Non voglio ucciderti.

Ella si levò e disse:

‒ Vado.

Erano l'una di fronte all'altro. Ella non lo guardava ma sapeva che tutta la vita di lui era protesa verso una fatalità a cui nessuna forza né umana né divina avrebbe potuto opporsi.

‒ Vado.

Si volse per raccogliere i guanti il cappello il velo.

‒ Addio.

L'addio le restò tra i denti. Il maschio già s'era precipitato sopra lei, l'aveva atterrata, era caduto in un viluppo. E col pugno la percoteva sul viso su le braccia sul petto, ruggendo la parola vituperosa.

Ella non gridava né si difendeva, ma a ogni colpo gemeva un gemito sommesso, quasi un'implorazione senza suono, che somigliava il gemito ond'ella aveva accompagnato il miracolo del primo bacio, debole come il fiotto d'un bambino infermo. Sentì il noto sapore dolciastro nella sua bocca, e non d'una sola stilla; e poi sentì l'altra bocca schiacciarla, più pesante del pugno, e i colpi cessare, e le mani passare a un'altra violenza, e la carne penetrare la carne come il ferro che sventra. E nella lividezza del crepuscolo, in fondo a quella stanza d'amore, tra le quattro pareti ch'erano quattro testimonii di silenzio e d'ombra, fu la mischia feroce di due nemici legati per il mezzo del corpo, fu l'ànsito crescente nel collo gonfio di arterie da recidere, fu lo squasso rabbioso di chi si sforza strappare dall'infimo le più rosse radici della vita e scagliarle di là dal limite imposto allo spasimo degli uomini.

L'uno urlò come se in lui si compisse lo strappo atrocissimo; si sollevò, poi ricadde. L'altra si scrollò, con un rantolo che si ruppe in un pianto più disumano dell'urlo. Ed entrambi rimasero abbattuti sul pavimento, nel barlume violaceo, sentendosi ancor vivi entrambi e lordi, ma con qualcosa di esanime fra loro, con i resti di un oscuro assassinio fra i loro corpi disgiunti. Ed ella non cessava di piangere.

Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. Ed ella non cessava di piangere.

Il suo pianto era come il pianto di Lunella, era come il torrente, strabocchevole, senza freno. I singulti precipitati parevano soffocarla; nelle lacrime tutto il suo viso pareva stemperarsi.

Ed egli si trascinò sul tappeto, carponi, per un tratto. La prima squilla della salutazione angelica giunse nell'ombra che s'incupiva. Ed egli s'arrestò, perché uno scroscio di pianto più alto gli ritolse la forza, lo rifece spoglia vuota e miserabile.

‒ Isabella! ‒ chiamò egli tremando in tutte le ossa.

Ella non cessava di piangere. Egli s'alzò in piedi, brancolò su la parete. Uno sprazzo di luce rischiarò la stanza. E allora egli vide la donna atterrata e devastata raggrupparsi in sé stessa, rannicchiarsi come una povera bestia sbigottita, incrociare le braccia sul volto, nascondersi. E il cuore gli si divise.

‒ Isabella!

Le s'inginocchiò accanto, cercò di sollevarla di sotto alle braccia ch'ella teneva ostinatamente incrociate sul volto, scoprì la bocca piena di sangue e di lacrime.

‒ Perdonami, perdonami! ‒ proruppe disperato. ‒ È vero, è vero: sono folle e sono vile. È vero. Perdonami, perdonami, Isabella!

Era folle di rimorso, di pietà e di passione. Tremando le disgiunse le braccia; e scoprì i segni delle percosse, scoprì tutto quel povero viso disfatto che impregnavano le lacrime come se dalla palpebra le si fossero diffuse sotto la pelle.

‒ Mi perdoni? mi perdoni?

Egli si torceva d'angoscia, tendendole le mani, premendo quelle mani su la sua voce supplichevole, che era l'anima sua stessa divelta.

‒ Mi perdoni?

E da quel dissolvimento nel pianto, da quelle povere gote solcate e peste, da quel mento che pareva smagrito nella lugubre ora, da tutta la persona menomata e come annodata nella doglia, anche una volta si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E rimasero prostrati, l'una contro l'altro, là dove avevano commesso l'oscuro assassinio, prostrati senza parola, vinti da un amore ch'era più grande del loro amore e che forse tornava dal luogo della bellezza dilaniata e derelitta.

‒ Mi ami? ‒ chiese egli, con un soffio in cui spirò l'intera sua vita.

Ella gli si piegò addosso con una di quelle sue dedizioni a cui nulla resisteva, con una di quelle sue fluidità ond'ella eguagliava la veste bagnata che aderisce alle membra, l'olio versato che assume la forma della lampada ove si acquieta e risplende.

‒ Alzati, ‒ egli pregò ‒ vieni. Lascia che io ti porti.

Più sommessamente egli pregò:

‒ Lascia che io ti spogli, che io ti lavi.

Ella disse:

‒ È tardi. Bisogna che vada.

Alzandosi, ebbe un lieve deliquio. Come rinvenne, guardò intorno stupefatta e sospettosa; scrutò tutti gli angoli. Poi, con un modo insolito, quasi ella fosse divenuta un'altra o trasognasse:

‒ Stasera bisogna che vada via presto. Bisogna che rientri presto a casa. Potrei rimaner chiusa fuori. Oggi è venerdì. Non avrei dovuto uscire. Troverò chiusa la porta. Rimarrò su la strada. Non mi lasceranno più rientrare. Certo mi spiano. Certo ora sanno che io sono qui. Non farò più in tempo. Mi lasceranno fuori...

Le sue parole divenivano incoerenti. Pareva che una paura occulta dissolvesse i suoi pensieri.

‒ Isabella, che dici? Come possono lasciarti fuori? Chi?

Rapidamente ella rispose:

‒ Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo!

Poi si scosse; batté più volte le palpebre, per fugare da sé un'aura che l'agitava; si premette col dorso della mano la bocca, e guardò il dorso su cui rimaneva una traccia sanguigna. Egli moriva d'angoscia, di vergogna e di tenerezza guardando il piccolo viso disfatto, le palpebre gonfie e rosse, la bocca ferita.

‒ Isabella! ‒ chiamò come si chiama per risvegliare qualcuno.

‒ Sono qui ‒ ella rispose.

‒ Mi pareva che dicessi cose strane.

‒ Che dicevo?

‒ Vieni. Lascia che io ti spogli, che io ti lavi. Rimani qui con me. Ti supplico! Riposati accanto a me. Non te n'andare. È impossibile che noi ci separiamo stasera.

‒ Bisogna che io vada. M'aspettano.

‒ Di qui puoi avvertire Chiaretta. Non te n'andare, non mi lasciare stasera, Isabella.

Egli l'accarezzava perdutamente. Ella si persuase, si lasciò trarre nella stanza attigua. E per qualche istante l'illusione li avvolse. Credettero di essere in una delle loro sere di festa segreta, quando le stanze erano piene di fiori, quando pranzavano a una piccola tavola coperta di delicatezze, quando ella si svestiva per rimaner nuda sotto una di quelle lunghissime sciarpe di garza colorate ora da uno gnomo ora da un silfo.

Egli uscì per dare gli ordini alla donna abile e discreta che accudiva al servizio. Rientrando, trovò Isabella che si guardava nello specchio minutamente i segui dei colpi nella faccia. Ella aveva su la fronte una lunga scalfittura rossa; un'altra scalfittura sul collo, sotto l'orecchio destro; un gonfiore nerastro al labbro di sopra, e qua e là lividure che cominciavano a scurirsi. Sorrise nello specchio, senza volgersi; e la contrattura le fece dolere il labbro.

‒ Che dirò, se mi domandano?

Poi si volse e soggiunse:

‒ Vana non mi domanderà. Indovinerà.

Si levò, ansiosa.

‒ Bisogna che avverta Chiaretta.

Dopo aver parlato, s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota inclinata sul nero imbuto, in ascolto. E sbarrava gli occhi fisa alla sua ansia. Disse:

‒ Ho fatto male a restare.

Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito.

‒ Ma perché sei tanto inquieta?

Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva, era un'altra; che si manifestava in cominciamenti di gesti, in piccoli guizzi di muscoli, in fuggevoli sguardi, i quali non le appartenevano Tra le linee del viso, già alterate dalla violenza e dal pianto, le si moveva a quando a quando una linea quasi impercettibile, apparente e sparente, che le era estranea. Egli la guardava, senza sapere perché, con un'attenzione infaticabile.

‒ Lascia che io ti aiuti a spogliarti.

Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse all'improvviso cou una gravità senz amarezza:

‒ Vana m'ha accusata a te.

‒ No. T'inganni.

‒ Vana è stata da te oggi.

‒ T'inganni.

‒ Povera piccola dolce!

Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.

Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele; l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una gravità rassegnata, pacata, e intenta.

‒ Vedi? ‒ ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come d'inchiostro. ‒ Il mio vero sangue è nero.

Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma salde, che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso aveva la tenuità e la perfezione d'un calice floreale, ingegnosi e preziosi di fibbie e di nodi erano i legaccioli che di là si partivano a rattenere le calze, tutti gli involucri partecipavano dell'intima grazia e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza. In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu tutta nuda, senza sorridere.

‒ Ora vattene ‒ disse.

Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo, si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi si insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.

‒ I garofani di Boccadarno? ‒ disse vedendo su la mensa angusta i grandi fiori scapigliati color d'ardesia.

S'era riacceso in lui il fuoco torbido.

Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea, qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore livido. E il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.

‒ Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti raccontavo la storia della gazella liberata, ti parlavo del mio giardino di gelsomini. Te ne ricordi?

‒ Sì ‒ egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore dell'osso in cui era sculto.

‒ Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva offerto a Mantova, nella stanza del labirinto, per asciugare il sangue del primo bacio. Te ne ricordi?

‒ Sì ‒ rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una raffica di tempesta.

‒ Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto, e non me l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato sotto il tuo pugno, Aini?

Senza sarcasmo, senz'amarezza, senza rancore ella parlava, e senza sorriso; ma con quella gravità rassegnata, pacata, e intenta. Egli non aveva fatto tanto sforzo quando in Luzon, stretto dalle catene e infiacchito dal digiuno, s'era proposto di fisare i suoi carnefici senza batter ciglio.

‒ Domattina non ci sarà più sangue; ma andrò, e le dirò: «Guardami la bocca, piccola sorella cara. Non è stato il bacio di colui che ami». E la bacerò, perché tu non potrai più baciarmi, Aini.

Egli non osava interromperla, se bene soffrisse un supplizio insoffribile. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel gambo, posato su la tovaglia sparsa di frutti, di confetture, di vini chiari, di cristalli, di argenti. E qualcosa come il rombo d'una fatalità ritornante era nell'aria chiusa. Ed egli rivedeva quel viso d'allora, il viso sfrontato e convulso, stretto ermeticamente fra le trecce dense, con la luce dorata nella gola e nell'irrisione, il viso della tentatrice frenetica. Ma ben più misterioso era quello che ora gli stava dinanzi, quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva potuto reprimere, quello ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né la percossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Fragile era tuttavia ma remoto, in finito, alto su una profondità dove non era dato discendere a lui ch'era disceso nel fondo del mare.

‒ Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo, quella sera, alla marina, ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. Ti ricondussi verso di lei, e le dissi: «Fa' dunque ch'egli t'ami». Ti parvi orribile. Ma chi può mai giudicare l'amore? e chi può dire il termine della voluttà e il termine del tormento, e dove il male cessi d'essere il male e dove il bene cessi d'essere il bene, e per che modo una nuova vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l'amore per piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore, e il sangue e le lacrime, e la fine di tutto; e neppure si sa quale sia il tempo di piangere. Ma forse c'è ancora da scoprire qualche dolore più lontano. Il mio lo conosci?

Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal suo masso e occupare l'aria come una creatura del Titano, come il ginocchio come l'omero come il cubito come il seno dell'Aurora la occupano.

‒ Ah, vieni! ‒ disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. ‒ Voglio ancora tenerti fra le braccia.

Lo trasse nell'altra stanza, verso il gran letto verde che sapeva i loro delirii e i loro sonni, voluttuosi come gli amplessi, e i loro risvegli balzanti di desiderio sempre novello.

‒ Vieni. Conoscimi, prima di lasciarmi. Respirami. Cercami. È la nostra caverna verde. Pensa che siamo sotto l'oceano, che l'oceano ci nasconde, che nessun'altra cosa ci tocca. Metti il tuo dolore contro il mio dolore. Ah, non senti, non senti che il mio è più grande? Non senti come il mio sangue aumenta, come le mie vene si gonfiano, come le mie ossa si rinforzano? Mi sembra che non so qual essere maraviglioso voglia nascere da me. Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah, non tu stanotte, non tu puoi tenermi fra le tue braccia; ma io ti terrò.

Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non potesse percorrerla. Veramente ella era come l'Aurora, scolpita nel masso della doglia umana e sol cinta sotto le mammelle dalla zona che è come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo, non vergine ma sterile e affaticata dall'ansia perpetua della maternità inespressa.

‒ Conoscimi, ‒ ella diceva ‒ conoscimi, prima che io mi separi da te, prima che tu mi lasci. Metti la tua pena contro la mia pena. Tenta di scuotermi e di sollevarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa più della mia carne. Fammi sanguinare ancora, se non sai ancora di che sa il mio sangue. Fammi ancora male, amor mio dolce, fammi sempre più male finché tu mi somigli; perché in nulla possiamo somigliarci se non nella crudeltà, ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi.

Una disperazione frenetica empiva l'uomo, a cui nessuna carezza valeva perché ella si sentisse conosciuta. Forse ella non gli diceva quelle parole se non per fargli sentire la sua solitudine. E di tratto in tratto nel silenzio notturno, come una implorazione di ciechi, saliva il clamore della folla rinchiusa.

‒ Eccomi. Prendimi quale sono, almeno una volta.

Prendi me, me e non la forma del tuo delirio. Che almeno una volta io sia tutta tua, che almeno una volta tu mi possegga!

Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce; egli le prese con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni i pensieri; egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la nuca, come la prima volta, e la tenne e bevve sinché non venne alla sua saliva il sapore dei precordii.

E delirarono, fuori del tempo, fuori del mondo. Tentarono di ritessere con le loro fibre vive una trama più stretta, tentarono di fare con le loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita. Non s'arrestarono se non per sentire l'anima spezzarsi a traverso la carne, credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé la metà dolorosa. Sperarono di assaporarla nella saliva nel sangue nelle lacrime nel sudore nella semenza. Ricaddero, si risollevarono.

Ella diceva:

‒ Conoscimi.

Ella diceva:

‒ Cercami. Raggiungimi.

Ella disse alfine:

‒ Uccidimi.

E invano. Ricaddero, estenuati.

Egli rimase giù, come esanime. Ella si risollevò sul gomito, implacabile; e guardò le mura, ascoltò la notte, palpitò d'aspettazione. Tutto era silenzio. Il clamore dell'anfiteatro era cessato. L'orecchio vigile percepì il gemitio d'una cannella nel piccolo giardino. Seguendo quel suono, il cuore si nempiva d'un'onda penosa, traboccava e poi si vuotava.

‒ Che ascolti? ‒ mormorò il giacente, senz'aprire gli occhi.

Ella lo guardò. Egli giaceva sul fianco sinistro, riverso il capo, sottoposto il pugno e il polso alla gota, piegato una gamba sotto l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla coscia nervosa, simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma ferale ma avesse provato la mammella e la branca della Sfinge. Non aveva le sue armi accanto a sé, era inerme e spoglio; appariva tuttavia della razza guerriera, della specie espedita, col ventre depresso tra le costole e il pube, con le clavicole risentite ond'emergeva il collo asciutto, con l'omero prominente e liscio come il ciottolo, col torace saldo come il corbame della carena, con i piedi magri che palesavano le cinque corde. Nessuna mollezza: abolito tutto ciò che è molle, fuorché il frutto della bocca; ma contrapposizione ed equilibrio di forze come nell'architettura dorica, proporzione nella solidità. Il teschio traspariva di sotto alle màcie ben modellato dal divino vasaio; l'occhio era incastrato sotto l'arco del sopracciglio, come una virtù inflessibile; la fronte non aveva se non una sola ruga ma verticale, nella linea delle cose confitte, ma fiera come una cicatrice inveterata; il naso di retto profilo era nettissimo, come le cose che separano.

Ella lo guardava disgiunto da sé, eppure ossa delle sue ossa, carne della sua carne; lo guardava solitario, serrato con tutto il congegno delle membra intorno al selvaggio dolore, eppure indissolubile.

Era l'ultima notte, l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre, chinandosi sul corpo vinto; e con la voce delle sue viscere anelò:

‒ Si muore?

E non seppe perché così dicesse; ed egli non rispose, ma si stirò come chi rende lo spirito.

E in lei lo spirito si confuse. Un senso confuso di duplicità era nel suo corpo. Ella si sforzava all'attenzione, ma non udiva più il rumore dell'acqua né altro rumore conoscibile. Il silenzio viveva ingannevole, traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per riconoscerli. A un tratto le parve di riudire il passo della notte di Volterra, quel passo continuo e indistinto che l'aveva empita di spavento.

Gittò un urlo:

‒ Vana!

Vide nell'ombra dell'uscio la figura bianca della sorella, coi capelli sciolti come in quella notte, col bianco degli occhi balenante come in quella notte; che la fisava, premendosi con una mano il costato.

‒ Vana! Come sei qui? Come sei entrata? Vana! Ella balzò dal letto, verso di lei che scompariva.

Passò la soglia, traversò la stanza attigua, chiamandola. Si trovò nel buio e nel terrore.

‒ Paolo!

Egli accorse. La raccolse, la portò su i guanciali, la tenne fra le braccia.

‒ Non l'hai veduta?

Le mascelle tanto le tremavano ch'ella formava a stento le parole.

‒ Sei allucinata. Isabella, Isabella, non aver paura, non tremare così.

Egli stesso non dominava il suo cieco sgomento.

‒ Era Vana, era proprio Vana. L'ho veduta. Stavo per toccarla. È fuggita. Va' a vedere... Forse è là.

‒ Tu deliri.

Egli le palpava le tempie per sentire se ardessero. Cercava di placarla.

Ella gemeva:

‒ Tienimi. Stringimi.

Non era più la grande creatura titanica, non era più l'Aurora. Era una povera creatura tremante che si rannicchiava contro il petto di lui bisognosa di rifugio e di protezione.

‒ Ho freddo.

Seguitava a battere i denti. Nella stanza, con l'avanzar della notte, il calore diminuiva.

‒ Coprimi. Ho freddo.

Egli la coperse. Ella gli si avviticchiava, aderiva tutta a lui così che parve fosse venuta nella sua carne la forza delle ventose e delle spire. Si lamentava talvolta, con quel suo fiotto di fanciullo infermo.

‒ Ahi ‒ gemeva, perché le lividure le dolevano, perché ora il suo dolore era fatto di tanti piccoli dolori.

Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come dall'innesto quando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con l'altra e un medesimo succo le addolcisce e nutre.

‒ Ahi ‒ ella gemeva; ma non era più il lamento puerile.

Era l'allarme del desiderio assalitore. E il sangue aumentava, e le vene si gonfiavano, e le ossa si rinforzavano. Ed ella ridiveniva grande e potente. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita.

Ella diceva:

‒ Si muore.

Ma non sapeva di ripetere una parola già detta, e forse detta verso un altro mistero.

E ricaddero, e si risollevarono. E la notte si consumava. E ricaddero come per non più rialzarsi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi schiumanti, li schiacciò. E per gli interstizii degli scuri entrava il giorno, prima pallido, poi raggiante. E i colpi all'improvviso battuti sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno, ch'era veramente il fratello del nero dèmone.

Sentendosi scuotere, la misera si svegliò con un sobbalzo; e urlò di nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi albini, la femmina che portava l'odore sinistro nel grembiule rigato, la cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trovato quel sonno.

Non era, ancora non era.

Era la donna discreta che, non udendo alcuna risposta al suo battere, aveva osato entrare per risvegliarla.

‒ Signora, signora, c'è Chiaretta. Dice che ha bisogno di vederla subito.

La misera non riesciva scrollare da sé il letargo.

‒ Chiaretta! ‒ balbettò ricadendo sul guanciale.

‒ Che vuoi?

‒ Si svegli, signora, si svegli! ‒ insisteva la donna.

Paolo aveva aperto gli occhi e nell'ombra incerta, ove ardeva ancora la lampada velata ed entravano per gli interstizii i raggi del mattino, aveva sentito quell'aura misteriosa che accompagna la sventura. Subito fu in piedi, indossò una veste, uscì nel corridoio, vide Chiaretta stravolta e singhiozzante.

‒ Che accade?

‒ La signorina...

‒ Vana?

Da prima ella non poté continuare ma fece il gesto orribile, il gesto che non lascia dubbio né scampo. Dopo, sotto le domande ansiose, trovò la forza di narrare con parole confuse e interrotte: la scoperta lugubre, la finestra spalancata, la salma irrigidita... La voce di nuovo le mancò perché scorse tra i lembi della tenda un viso ch'era come quello di laggiù. Isabella aveva traudito, aveva compreso.

Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così triste sforzo come fu per quel corpo vivente, ancor madido di sudore, ancora schiumoso di voluttà, vergognoso di macchie crudeli, rotto dal lungo martirio dell'orgia; che l'orrore squassava di continuo a modo di una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a finirla senza farla sanguinare.

Poi fu la luce spietata del giorno, fu il sole sul lastrico. Poi fu l'arrivo dinanzi la porta socchiusa a lutto, fu la scala salita quasi con le ginocchia, fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile. Più oltre fu l'incontro degli intrusi in nome della legge. Più oltre fu tutta l'abominazione e tutta la desolazione.

E non fu mai silenzio.

Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da un ubriaco rossa di furia e di onta. Ovunque la volontà del dolore cercò uno scampo, ovunque trovò una via senza uscita, una muraglia cieca, un'insidia coperta. Nella sera di Mantova il bisogno di sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ignote, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina: ogni porta, piena di minaccia; ogni scala, piena di terrore; ogni corridoio, come un abisso. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite, non nel Palagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli eventi e delle sorti, nella distretta degli impedimenti e delle necessità, nel segreto del suo proprio spirito e nella contingenza dei casi manifesti. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro di sé il fantasma d'un delitto.

E in un'ora più nera di qualunque altra, Paolo Tarsis credette ricevere il messaggio del compagno fedele oltre la morte. Da una lontananza infinita gli tornavano nel cuore antiche parole, ben note: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte». Non egli le rivolgeva al compagno; ma il compagno a lui le rivolgeva. Il voto della triste fidanzata divenne anche il suo voto: «Verrò, fra poco verrò».

S'avvicinava l'anniversario eroico. Già correva il nono mese dal giorno del lutto. Il popolo di Brescia, apprestandosi alla nuova festa dedàlea, aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto su la pianura sottoposta al suo immenso stadio azzurro. Dopo le gare la statua della Vittoria sul carro rustico, sul plaustro dei coloni di Roma tratto dai sei buoi lombardi, era tornata nella sua cella a piè del Cidneo; ma la colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta alzata nel mezzo del campo, col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi, vedova del simulacro. Per decreto del popolo prode una statua novissima, fusa nel bronzo fornito dall'erario civico, doveva sostituire l'antica e rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure.

Ora l'opera, allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci, era già pronta nella bottega del fonditore. L'artista aveva fatto di cera due esemplari, essendo l'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera bresciana e l'altro su la rupe di Àrdea per voto di tutti i comuni del Lazio. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché assistesse al getto.

Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava più ma ansava sotto l'incubo assiduo. Si preparò rapidamente alla corsa, con uno scrollo di sollievo, tanto era il bisogno di essere altrove, di fuggire i fantasmi, di respirare con violenza il mattino.

Era un mattino d'aprile, ma il viaggio fu lugubre. Le montagne s'infoscavano fasciate di nuvole. Soffiava per tutto l'Apennino un vento diaccio. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro, perplesso: due volte vinse il presentimento che lo mordeva.

A Bologna, tanto crebbe la sua angoscia, che non poté placarla se non tentando di riudire la voce della povera anima lontana. Attese lungamente nell'ufficio delle comunicazioni. Il rombo del suo cuore empiva la cabina ottusa. L'apparecchio era pieno d'un balbettio incomprensibile, ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà inutilmente.

Più tardi, andò nella bottega del fonditore. Piovigginava. Sotto la vasta tettoia il forno fusorio era già acceso. Il fumo si spandeva per le travature, strisciava su i cumuli di terra, su i mucchi di mattoni refrattarii, su le crepe le croste le buche delle muraglie. E il ricordo dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello spirito.

Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove si movevano i manovali taciturni. Di sotto alle catene alle funi agli uncini dei paranchi, per mezzo ai fasci di stipa, alle portantine dei crogiuoli alle corbe di metallo bruto, lo condusse verso quella delle due cere non ancora rivestita della tonaca di terra.

Il volatore palpitò e s'illuminò. Una forma possente s'ergeva dinanzi a lui con l'ali aperte. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle volo umano? Non era l'artefice ateniese, il fabro della falsa vacca, né era il suo figlio incauto; perché il corpo gagliardo, fra le due età, rivelava il vigore adulto, giunto alla perfezione del crescere, compiuto. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi, un di quei quattro che il Titano lasciò sbozzati nei massi e il nepote Lionardo offerse al duca Cosimo, alfine con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio si fosse sprigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due grandi clipei e con tutto lo scatto delle congiunte gambe pontando i piedi spiccasse il volo.

«Àrdea!» Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della moltitudine, riebbe un brivido dì quell'ebrezza quando una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui; rivisse gli attimi sublimi quando il Pilota invisibile gli era tra l'una e l'altra ala come uno spirito del vento, quando il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre, quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era alzata su la colonna di Roma.

Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro con più alto stile. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso; che anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti, con una testa camusa di Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da balestra.

Ma il metallo tardava a struggersi; la fornace ardeva con poco alito. Il bagno non era ancor pronto, né il canale; i manovali lavoravano ancora nella fossa fusoria. Il maestro di getto, guardando il cielo piovigginoso e fiutando il vento come un veleggiatore alla panna, determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. Paolo Tarsis uscì ma promise di ritornare.

Vagò nella sera sciroccosa, per la città malinconica, sotto i portici eguali. «Compagno, compagno, ti ritrovo!» diceva egli allo spirito della statua alata e all'imagine viva del fratel suo. Se bene una parte dell'anima gli fosse penosamente protesa verso l'orrore lontano, egli aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di libertà. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante sere torbide e inquiete. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo come quando insieme avevano osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il pollame testardo e irriso la millanteria bracata e fatto il proposito sorridendosi emuli dagli occhi leali. Egli lo sentiva in sé come nelle lor grandi ore di silenzio, quando l'uno e l'altro erano una sola armonia operosa; lo sentiva rivivere più frescamente che se gli camminasse al fianco per quel portico solitario; se ne sentiva occupato come se fino a quel punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni, soffrire e gioire coi suoi precordii, sognare con la sua tristezza, attendere con la sua pazienza, sperare con la sua fede. «Compagno, compagno, ti ritrovo. Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia perdizione? Credevi tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno quando ti venni sopravvento per raggiungerti, e nel vortice dell'elica ti gittai il nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci, io vinco. Se io vinco, tu vinci. Così pensavo io, così tu pensavi. Ora, vedi?, ci hanno fatto due statue gemelle, ci hanno dato il fuoco e il metallo; e saranno fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace, per la tua vittoria e per la mia vittoria, per la tua memoria e per la mia memoria. Come potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senza incidere il mio? Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più disperato, per te, per me, innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di delirio, io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo, t'ho lasciato sognare sotto il mio male. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il tuo respiro. E talvolta mi pareva intendere la tua voce che indicava la rotta. Te ne ricordi? Ponente una quarta a libeccio! ‒»

E vide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell'Incastro, la chiostra dei Monti Latini, e una colonna dorica rigettata dal mare di Circe e portata lassù a forza di buoi e piantata nella cittadella e sopravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. E imaginò un volo infinito, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù. «‒ Anch'io. ‒ Ti ricordi di quella parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano, è la parola del grande amore. Tu me la dicesti, con gli occhi negli occhi. Quanto ho dovuto patire e di quali mali, prima di potertela ripetere! Ma era necessario che così fosse. Per ciò non rimpiango l'immensa forza che ho consumata nella sterilità. Era necessario che così la consumassi perché io potessi riaverla da te nell'ora segnata dalla doppia sentenza. Siamo superstiziosi, come tutti quelli che giocano i giochi terribili. L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la rosa del presagio, tu lo sai, ha rifatto il suo viaggio. Tutte le rose della sua cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. E prima di rimettersi nel cammino del ritorno, tu lo sai, ha rinfrescato i suoi piedi nudi col fresco delle stesse rose! Ti amava. Era veramente la tua fidanzata segreta. Ma, quaggiù, dove avrebbe potuto ella cercarti se non in me che ti nascondevo? Ti amava. Lo sai. Avendo nel suo piccolo cuore una forza sovrumana, la sorte non le ha concesso se non di essere un presagio e un annunzio. È la nostra sorella dell'altra riva. È la rondine della nostra primavera.»

Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore per quell'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone fumigava con le sue torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza fine contigui. «E io? non sono più nulla per te, Aini?» disse allora una bocca sanguinosa. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi..» E il tormento ricominciò, più fiero.

Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo, sperando di trovare qualche notizia, un dispaccio di risposta. Nulla. Un carrozzone pomposo come un feretro entrava con rimbombo nell'atrio portando una sola viaggiatrice: una piccola vecchia grinza e adunca, che lo guardò con due occhi di gufo. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove s'era seduto con Isabella nella breve sosta, in quel pomeriggio di giugno. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio; le sedie di vimini vuote stavano intorno a guardarlo.

Dopo pranzo uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua ansia. Sotto un portico violentemente illuminato udì un clamore di folla, uno scroscio di applausi. Alle mura e alle colonne pendevano imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere, seminudi, coi pugni armati di guanti enormi. Entrò in una vasta sala gremita, afosa di mille petti anelanti. Sopra un palco recinto di corde un bianco e un negro combattevano assistiti dall'arbitro. Ma non era un combattimento, era una carneficina disgustosa. Il bianco, già ridotto un cencio sanguinante, aveva le labbra lacere, il naso pesto le palpebre gonfie tutto il ceffo disfatto; ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano, sputando nel sangue ingiurie atroci contro il suo carnefice. Il negro ghignava dalla larga fauce piena di denti d'oro, e senza pietà scagliava contro la mascella dell'avversario il pugno infallibile. Facilmente egli avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in modo che non si rialzasse più; ma pareva ch'egli avesse un vecchio rancore da sfogare, una lunga vendetta da compiere. Il bianco era ornai stremato di forze; ed egli lo teneva in piedi, come se giocasse con un fantoccio, rimettendolo a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. Tutto il palco era sparso di sangue. Le viscere della folla urlarono: ‒ Basta! Basta! ‒ I denti d'oro brillavano nel ghigno scimmiesco. Le guardie intervennero.

Paolo Tarsis, che pure tante volte s'era appassionato a quegli spettacoli, fuggì sconvolto, col cuore in gola. Si ricordava del giorno in cui egli e il compagno avevano assistito, in Sidney, dai gradi d'un immenso stadio capace di ventimila spettatori, sotto la giovine luce, al pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese, finito in carneficina anche quello. Come entrò nell'ombra, all'estremo del portico, due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Da un caffè fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridio di mandolini e di chitarre. Un chiarore verdognolo, dalla vetrina d'una farmacia, non rischiarava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. Ed era una notte d'aprile.

«Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota quando io abbia passato la linea.» Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le parole del poeta d'In memoriam care all'amico, mentre andava verso la bottega del fonditore.

Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno.

‒ Ebbene?

‒ Il metallo si comincia a muovere.

Rimasero l'uno accanto all'altro, taciturni. Lo statuario aveva tra le dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Il forno ruggiva da tutti i forami splendendo. Il mastro ficcò in una buca una lunga verga adunca e tentò il bacino. La verga ritratta ardeva incandescente nella mano quasi incombustibile, e tutta la persona s'avvampava al riverbero. Due manovali stillanti di sudore issarono l'ultima corba di metallo bruto, e a uno a uno fecero calare i masselli nell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Il forno crepitò e crosciò nelle sue armature ferrate, mentre per lo spiracolo del tirante si vide lampeggiare il migliaccio liquefatto.

‒ Pronti? ‒ chiese il Caracci, un poco pallido, lasciando cadere la cera ammollita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua irrequietudine.

Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la parete della fornace e l'entrata della forma per asciugar la terra fresca. Un di loro teneva già in pugno il mandriano che doveva percotere la spina e sprigionare il bronzo liquido. Il mastro era salito in piedi sul tavolone che attraversava la fossa fusoria.

‒ Do? ‒ chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro.

Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà religiosa come nell'attesa del miracolo. Egli respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Il primo urto del ferro gli risonò nell'osso del petto. Una vena furente e fulgente si precipitò nel varco, più divina delle divine meteore. E non era la colata del metallo strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo della statua bella, ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite in una subitanea purificazione. Quando la forma fu piena e la leva s'abbassò e il turo chiuse la bocca rigurgitante e il metallo superfluo s'incupì nel fermarsi, egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella del compagno: «Anch'io».

Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di polvere e di fuliggine; e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della fossa fusoria e che egli stesso portava le vestigia ignee sul viso.

‒ Quando la mia? ‒ domandò allo statuario.

Questi subito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.

‒ Fra due settimane.

‒ E il metallo?

‒ C'è già, e buono. Venga a vedere.

L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati.

‒ Io non so se potrò tornare ‒ gli disse Paolo Tarsis. ‒ Ma mi prometta che mi avvertirà.

‒ Sicuramente.

‒ Le affido un pegno che m'è preziosissimo. Le mani che hanno modellato una tale opera sono certo mani sicure.

Un fervore così virile riscaldava quella voce, che il costruttore di statue guardando il costruttore d'ali conobbe anche una volta come il dolore non sia se non creazione. Egli sentiva che in colui era per crearsi un grande evento. Parve che in quel punto il genio dell'amicizia toccasse entrambi. Disse con semplicità:.

‒ Do la mia fede.

‒ Non sorrida della mia superstizione. Le affido questo anello: non vale se non per la data che v'è incisa. Quando il bronzo dell'altra statua sarà liquefatto, lo getti nel bacino.

Era un povero cerchietto d'ottone, tolto alla martingala del cavallo che impennandosi aveva ricevuto in pieno petto il lungo coltello del juramentado nell'isola di Sulu.

‒ Sarà fatto ‒ disse il postremo discepolo di Michelangelo.

‒ Ora mi lasci rivedere la cera.

Andarono laggiù, in fondo, nel buio. Un giovinetto nero di fuliggine rischiarava il passo tra gli ingombri con un pezzo di torcia. Il ricordo di Aldo nel sepolcreto etrusco traversò lo spirito di Paolo Tarsis, con una raffica di cose torbide e crudeli.

‒ Alza la tua torcia! ‒ disse Iacopo Caracci al manovale.

E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo, pontata su i piedi dai tendini tesi per iscoccar di terra, con le due ali imbracciate come due vasti clipei, col volto ardentemente riverso a divorare il cielo.

S'accomiatarono, come due che legava una promessa misteriosa. Nel passare lungo la fossa fusoria, Paolo vide il metallo superfluo rimasto nel rigagnolo murato. Si chinò per raccogliere un colaticcio che sopravanzava all'orlo, di mattone, credendolo già freddo: ma si scottò le dita. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese con una tanaglia, lo tuffò in una secchia ove strise: poi l'offerse. Aveva la forma di una mano.

Era notte alta, ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche. La luna nascosta diffondeva un albore simile all'alba giù pei lunghi chiostri solitari. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il sonno. Né egli sperava di chiudere gli occhi.

Soltanto li chiuse al mattino. Gli sembrava d'aver vegliato il suo compagno una seconda volta. Non aveva pianto col pianto di Vana, ma aveva compiuto il rito del fuoco.

Quando si svegliò, era tardi: non era giunta notizia alcuna. Diede gli ordini al meccanico per la partenza. Uscì per andare all'ufficio delle comunicazioni. La piazza ancor umida di pioggia splendeva al sole di aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua fontana; la terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno, tingersi di rosa novella. Egli ebbe un desiderio disperato di riudire la voce che gli faceva tanto male.

Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere il clamore dei supplizii. Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un traino che si dilegui, poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.

‒ Isabella, sei tu?

‒ No, no, non sono.

‒ Sì, sei tu. Riconosco la voce. Mi senti?

‒ Oh, sempre quel passo.

‒ Quale passo? Che dici?

‒ Non so, non so. Ho la testa così debole! La testa mi va via... E poi viene quella donna, che me la prende.

‒ Isabella! Quale donna?

‒ Quella dal grembiule rigato.

Egli ebbe il gelo in tutte le ossa. A traverso la distanza, su da quella bocca nera e insensibile, il soffio della follia gli ventò sul viso e l'agghiacciò.

‒ Isabella, ascolta!

‒ Dove sei? Sei a Mantova? Ah, non dovevi andare!

‒ Non sai che sono qui? Aspettami. Parto subito.

‒ Non dovevi guardare in quello specchio. Ho paura, ho paura.

‒ Isabella, ascolta! Mi senti? Parto subito. Non vuoi vedermi?

‒ Ah, come potrei vederti ora, dopo che ho fatto questo?

Ella soggiunse debolmente, come se parlasse a sé:

‒ Dove sono stata stanotte?

Egli aveva creduto che, di là dalla miseria di quel risveglio improvviso nella stanza verde, non potesse la vita dargli nulla di peggio. Ma in tutto il passato nulla eguagliava d'atrocità quell'angoscia soffocata da quell'angustia, quegli impeti di soccorso troncati da quel novo strumento di tortura che avvicinava e separava a un tempo, che giocava con l'illusione della presenza e con la realtà dello spazio.

‒ Dove sei stata? Sei uscita? Quando?

‒ No, mai. Non sono uscita mai; ma...

‒ Parla!

‒ La senti che cammina sempre?

‒ Isabella, Isabella, parto subito. Fra tre ore sono con te. Vieni laggiù, da noi.

‒ Come posso? Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto...

Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione, fra uno scampanellio assordante. Quando egli uscì dalla cabina, tutti si volsero a guardarlo, tanto il suo aspetto era miserabile.

Non respirava più. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se non in quella bocca disseccata dall'aridità della follia. Sospingeva la macchina col suo cuore, su per l'erta, intentissimo ai ritmi di tutti i congegni, sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una scintilla, al distacco d'un filo. Era a pochi chilometri dal Covigliaio, nell'Apennino, quando s'accorse che il motore non pulsava più. Egli stesso non aveva più palpito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le sopracciglia, indovinando il guasto al magnete. Ogni tentativo fu vano. Rimasero fermi su la strada, nella solitudine.

Come passava una vettura di posta, Paolo si fece portare fino al Covigliaio per chiedere aiuto. Eran quasi le cinque, e la sua ansietà s'aggravava di presentimenti funesti. Tornò indietro con un meccanico addetto all'albergo. Dopo un'ora di lavoro la macchina ricominciò a camminare. Percorso un chilometro appena, si fermò: stette là, su la strada solitaria, ammasso pesante e inerte, con l'aspetto ottuso dei bruti caparbii, resistendo a ogni stimolo a ogni industria. E la disperazione prese l'uomo.

Il tempo era lentissimo. Il giorno si consumava. Una grande serenità pendeva su la montagna deserta. Tutte le cime si doravano e le ombre si facevano quasi rosee. La luna insensibile, d'una delicatezza quasi carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, saliva di dietro un culmine ch'era simile a un omero che ritenesse il lembo d'una tenue tunica violetta. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina pisana, la bianca terrazza coronata d'oleandri, la danza degli orizzonti, il mimo dell'ape. Dov'era, che faceva in quell'ora Isabella? andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso!

Il tempo fluiva, la luce diminuiva. Gli sforzi per sanare il congegno infermo erano vanissimi. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla città? Omai la speranza di riaccordare il motore era perduta. Stava in ascolto per distinguere un indizio lontano, per scoprire se qualche veicolo si avvicinasse; quando in fatti udì nel valico il rombo ben noto.

Si credette salvo. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica di donne velate e incappucciate. Era un'allegra compagnia. Com'egli domandò soccorso, da prima gli fu dato il meccanico perché col suo facesse un ultimo tentativo. Poi, come cadeva la sera, gli fu offerto d'incastrarsi fra i posti occupati.

Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inanime. Dal Covigliaio mandarono buoi a tirarla. Filarono su Firenze senz'altri indugi. La montagna era tutta violacea. Faceva freddo. La compagnia si rattristava, serrata e silenziosa. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza incalcolabile e ch'egli correva verso una catastrofe oscura. Certo, ogni minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti dieci per accendere i fanali mal pronti. Eran passate le otto quando entrarono in città. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore. Ringraziò breve: aprì il primo cancello, fece per entrare. Ma un domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo aspettasse e dovesse dirgli qualcosa.

Si scusò; poi su la soglia, a bassa voce, gli disse:

‒ Dianzi, potevan esser circa le otto, abbiamo sentito sonare il suo campanello e battere alla sua porta con insistenza. Poco dopo, un uomo è salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla nostra porta gridando: «Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l'uscio». E seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. La mia padrona sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi son fatto al finestrino, e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta, snella, che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui da lei. Un altro uomo era accanto alla signora, che sembrava impietrita. Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non si voleva aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è disceso con l'altro e ha ripreso lo strepito qui alla sua porta. Ho udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata: «Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella». Non potevo far nulla per soccorrerla perché Mrs. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. Ma nell'affacciarmi per un attimo alla finestra ho veduto la signora salire in una vettura publica che aspettava su la via, e andarsene accompagnata dai due uomini seduti l'uno a fianco e l'altro di fronte. Nell'oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma, un momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove avete presa quella signora?» e m'è parso ch'egli mi abbia risposto: «In Piazza d'Azeglio». Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura scomparire in fondo alla via. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima, l'avrebbe trovata ancora qui!

Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. Ma, dopo qualche passo, Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. Rientrò. Si precipitò al telefono. Non poté ottenere la comunicazione perché di laggiù nessuno rispondeva. Egli cercava di tenere in pugno la sua volontà e di non perdere la lucidezza; ma le più strane imaginazioni assalivano il suo cervello. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante per la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e, con quella brutalità pretendevano di entrare nella casa di Mrs. Culmer? O forse si trattava di una estorsione tentata da due sconosciuti che, per compierla, simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque portavano la misera? Che facevano di lei?

Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo: né l'estremo era pur quello, certo.

«Bisogna trovarla; bisogna sapere» diceva egli disperandosi sotto i lampi sinistri di tutte le imaginazioni. Il profumo del gelsomino di Volterra emanava dalla stanza verde, La tunica nerazzurra era sospesa alla lettiera, con le sue mille pieghe richiuse, come una corda attorta. Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva balbettate, l'ultima sera, prima di spogliarsi: «Non mi lasceranno più rientrare. Certo mi spiano. Certo ora sanno che io sono qui... Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo!» Poteva essere che quei due avessero tramato l'infamia?

Raccolse il suo coraggio; si dispose a uscire; si preparò a tutto. Prima d'ogni altra ricerca, bisognava andare alla questura, nel caso che i due uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta nell'asilo di vergogna. Andò. Sentì l'odore singolare che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Un affaccendamento misterioso agitava le sale, gli anditi; i campanelli tintinnavano di continuo; s'udiva qualcuno singhiozzare e implorare, dietro un uscio. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva pensare che veramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo più orrido.

Fu ricevuto da un ispettore cortese, quasi con unzione. La questura ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era pervenuto. Nessuna signora era stata condotta in camera di sicurezza. Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero veri agenti, considerato il contegno brutale d'una di loro. Gli agenti, come si sa, per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la violenza ma la scaltrezza, non la forza ma lo stratagemma. Ad ogni modo l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire il mistero.

Mancava un quarto d'ora alle undici. Cresceva la notte. Che fare? che pensare? come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona? compiuto da chi? per mandato di chi? a qual fine? E le parole della povera trasognante, balbettate di sotto il labbro gonfio, di sotto la gengiva sanguinolenta, gli sonavano sempre sul sospetto: «Lo Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo!»

Risolse di andare al Borgo degli Albizzi. Il palagio era chiuso, impenetrabile nelle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Non appariva nessun lume alle finestre. Nessun indizio di vita esciva da quel masso di solidità, di silenzio e d'ombra. Al suono del campanello, nessuno rispose. Egli persistette, risoluto a qualunque audacia. Finalmente nella finestra del mezzanino, sopra il portone, apparve il portinaio mormorando:

‒ Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

‒ La signora non è rientrata?

‒ Non c'è nessuno.

‒ Ma la signora oggi c'era.

‒ Ora non c'è.

‒ Dov'è andata?

‒ Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

La finestra si rabbuiò. La porta, con le sue formelle e i suoi chiodi, era incrollabile. La mole di pietra taceva deserta.

Egli tornò alla questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i posti della città, inutilmente. Tornò alla casa di Mrs. Culmer; svegliò il domestico; lo interrogò ancora, con più acume, con più pazienza. Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarlo.

Tentò di nuovo il telefono. Nessuno rispondeva. Gli parve di udire squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato. Dov'era ella? dov'era? dove la trascinavano?

Non pensò di coricarsi, d'aspettare il giorno nell'immobilità. Uscì di nuovo; per la terza volta vincendo la ripugnanza penetrò nell'antro poliziesco. Nessuna notizia. Come più cresceva la notte, il luogo diveniva più lugubre. Nel silenzio pareva che sola una pentola putrida bollisse.

Era stanco, era digiuno, ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli Albizzi, spiò le finestre, interrogò la pietra, sussultò a ogni rumore di ruote o di passi. Spinto dalla frenesia del tormento, andò vagando in quella Piazza d'Azeglio nominata dal domestico, intorno a quel giardino pubblico dove la sera si pongono in agguato le meretrici. Leggeri velli aerei scorrevano su le cime degli alberi, bianchi di luna. Nel silenzio non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore fermo su le sue quattro zampe indolenzite. Egli interrogò i due o tre vetturini che sonnecchiavano in serpe. Non seppero dirgli nulla; non seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza.

Alfine, non reggendo più alla nausea e alla fatica, rientrò nella sua vera casa, in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa: «Ho divinato, ho veduto, ho udito».

Non dormì. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. Ritornò nell'altra casa, àl mattino. L'ispettore cortese aveva promesso di mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la testimonianza del domestico di Mrs. Culmer. Egli era omai rassegnato a patire tutte le onte, come un supplizio che è inevitabile ma che deve avere la sua fine. «Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota quando io abbia passato la linea.»

Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua, lividiccia, viscida, con una fronte sfuggente, con un mento sfuggente, con occhi fuggevoli. Era la mutazione umana dell'anguilla d'Aristotele, né maschio né femmina, nata da quella sua gran madre universale Putredine.

Subito disse:

‒ La signora è in casa, è da ieri sera nel suo palazzo. L'ispettore stamani, appena aperto il portone, ha interrogato il portinaio e lo ha costretto a dire la verità. La signora fu ricondotta iersera verso le dieci da due uomini, dei quali uno si dichiarò agente di polizia e nel riconsegnare la signora stese un verbale. Nessun rapporto però è giunto e non si sa ancora quel che sia accaduto. Ora, s'Ella permette, interrogherò il domestico.

Il domestico scese e ripeté il racconto. Ma fu accertato che, avanti il suo accorrere, una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia il primo scambio di parole.

Venne la donna. Era grassa e placida, con piccoli occhi porcini. Mentre cianciava, ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio Isabella s'era abbandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le palme. Egli la rivedeva là, contro i cuscini, con la sua pallida nuca impudica, con le sue spalle piane, con le sue reni falcate, con la sua lunga coscia obliqua, con le gambe fuor della gonna nelle guaine lucide. E, come la donna cianciava, l'avventura si faceva più orribile; il dubbio crudelissimo diveniva certezza. E gli parve che la parola vituperosa a un tratto riecheggiasse nella stanza, ove sul tappeto brillava una lunga spada di sole.

Egli rifaceva il cammino. La vettura publica giunse con le tre persone. Uno dei due uomini, un giovine magro con un abito grigio a righe, dopo aver sonato e picchiato alla porta di giù, salì e cominciò a strepitare dinanzi alla porta di Mrs. Culmer. Dal suo contegno appariva che egli avesse sorpresa nella piazza quella sconosciuta e l'avesse creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo, egli l'aveva ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo galante. S'adirava e strepitava perché credeva che «la padrona» si rifiutasse di aprire per evitar perquisizioni pericolose. Per ciò gridava: «Questa donna non appartiene a questa casa? Chiamate la padrona. Fateci parlare con la padrona». Tutte maniere significative. E la donna dava un indizio ancor più grave. La guardia si rivolgeva alla sconosciuta e le domandava: «Ma che facevate voi, nel tal luogo, che facevate?» La testimone però non si ricordava del luogo nominato; ma anch'ella credeva fosse quella piazza.

Allora la bipede anguilla, evitando sempre di guardare gli occhi chiari, disse:

‒ Mi sembra che la cosa si vada illuminando. È probabile che si tratti veramente d'una guardia. Là guardia deve aver trovata la signora in Piazza d'Azeglio, che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra del giardino. Colpita dal contegno strano, ha commesso l'errore... Faremo le ricerche. Sapremo tutta la verità.

Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza, una volta, due volte, tre volte; e, dopo ciascuna volta, una pausa, come dopo un colpo che atterra. Rivedeva quella faccia distrutta, simile a un pugno di cenere. Poi risentiva soffiare su sé la feroce insania, rivedeva sé nell'atto di percuotere l'atterrata sul viso su le braccia sul petto ruggendo l'ingiuria.

Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più lurido? Quale invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo urto per abbattere quella ragione vacillante era stato dato dal caso con una sapienza degna della più lenta premeditazione. E l'ultima voce, udita a traverso la nera distanza, non pareva avere annunziato l'infamia? «Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto...» L'avevano presa per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Certo, nel terrore, ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore, sperando di trovare il rifugio e la difesa. E l'avevano ricondotta a quella casa come a un postribolo, come per essere restituita al luogo del suo mestiere immondo! E la porta era chiusa. Battuta dai pugni e dai calci, era rimasta chiusa.

Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto, attonito. La vita era veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa, l'altra notte, sotto il portico, tra la carneficina e l'oscenità, tra il caffè e la farmacia. Per giungere a questo egli aveva costruito le sue ali?

Uscì. Si soffermò a piè della scala; guardò il ferro della ringhiera e i gradini di marmo bianco. «Vale la pena di colare a picco, se non per altro, per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre della terra, più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la morte, o Vana beata, martire salva!»

Rientrò nella casa vera, in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era chiusa nella custodia di lutto.

«I minuti di Pratolino, la sosta per accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. Ma, dal momento in cui la vettura col triste carico si mosse, dove fu condotta la povera creatura? dove fu trascinata, sino al momento in cui forse disse il suo vero nome e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?»

Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. L'aveva incontrato poche volte, aveva scambiato con lui poche parole; ma aveva subito sentito, in quella struttura quadra, in quella mano larga, qualcosa di saldo, di leale, di generoso: una bontà lucida e virile, una energia misurata, un intelletto vigile. Lo cercò, lo trovò. Non lo trovò soltanto in presenza, lo trovò in anima.

Aveva già visitato la demente; appariva triste e perplesso, poiché non conosceva l'episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice accompagnata dai due sconosciuti e riconsegnata al portinaio. ‒ Né Paolo aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insania.

‒ L'ho trovata ‒ disse il dottore ‒ non nel suo appartamento ma in una piccola stanza del mezzanino, in una specie di sottoscala, dov'ella si rifugiò iersera come in una tana, risoluta a non più uscirne. Il fratello e la sorellina sono a Volterra. Ora la povera creatura sa che il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. Per aver soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo, ella ha gittato tali grida di terrore che dianzi la gente era assembrata sotto la finestra.

Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò.

‒ Continui ‒ disse egli, come se non fosse sotto la parola ma sotto il ferro operatorio. ‒ Continui, prego.

‒ Per quanto io abbia cercato di persuaderla, non m'è riuscito di trarla fuori dalla sua tana dove non c'è che il nudo muro, una vecchia branda e qualche sedia sconnessa. Il delirio è violento, e non so ancora determinarne tutte le cause. Dianzi, alle mie persuasioni rispondeva: «Non posso, non posso più uscire di qui. Le guardie mi arrestano, mi portano alle Murate. Sono scritta nel libro della questura. Non sa, dottore, chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo, che lo sapeva e lo diceva. Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel libro. Le guardie mi conoscono. Tutti mi conoscono. Come vuole che io esca di qui? Non mi chiamo più Isabella Inghirami. Sa, dottore, come mi chiamo io? Vada, scenda nella via, lo domandi al primo che passa. Come vuole che io esca di qui, con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una piccola goccia, una piccola piccola goccia. Vana la vide, Vanina la vide, e m'asciugò; con un piccolo fazzoletto m'asciugò, e poi lo serbò; serbò la macchiouna rossa, e aspettò. Ora, vede?, ora non faccio che leccare il mio sangue, e mai non stagna. Chi m'ha pestata così? Quello, sempre quello, quello che m'ha scritta nel libro...»

‒ Continui, prego.

‒ Ma, signore, Ella sta male.

‒ No, dottore. Continui.

‒ Ora, in realtà, l'inferma ha le stìmate nella bocca. Le gengive sanguinano intorno ai denti, le labbra sono arse e screpolate, tutti i muscoli del viso sono stravolti. E certo è questa la più intensa delle sue idee deliranti; ma ve n'è qualche altra, forse più tormentosa e di natura più grave, di cui non so scoprire l'origine.

‒ Dica, dica. Quale?

‒ Forse Ella può illuminarmi. L'inferma, a intervalli, crede di sentire qualcuno che cammina sotto il suo cranio, un passo concitato che suona dietro l'osso della sua fronte; e il suo terrore di quel supplizio e dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere all'accesso senza profondo strazio. Né gli intervalli le dànno riposo, perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il passo. Se parla, si arresta per ascoltare. Quando l'ode avvicinarsi, si curva tutta sopra sé stessa, e rompe in supplicazioni confuse che non son riuscito a intendere, così forte il terrore le fa tremare le mascelle. Ma una volta ha detto, sotto voce, con un accento infantile: «Bisogna andare andare, mettersi in cammino e andare, a piedi scalzi, chi sa dove...» E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la sorellina; perché a un certo punto è balzata in piedi, con un'eccitazione spaventosa, gridando: «Ah no, questo no! Mi porta via Lunella, mi si prende Lunella! Ah, questo no! Non me la togliere! Dove la porti? dove la trascini? Non vedi? è piccola, non può seguirti... Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più male. Tu mi cammini sopra, tu mi passi sopra. Sono diventata la tua via...»

Paolo si stringeva le tempie fra le mani, e accennava di non poter più udire. L'insonnio, il digiuno, la stanchezza, la violenza delle commozioni finalmente rompevano la sua forza. Le tempie gli si spezzavano. Lo spasimo corporale attutì l'altro dolore. Egli non poté fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'immobilità e nel buio.

E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.

Il secondo giorno, dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si alternarono, egli rivide il dottore. Il delirio della demente era cresciuto. Non era stato ancora possibile trarla dalla tana senza provocare una resistenza pericolosa. Il padre e lo Sciacallo, che a vicenda custodivano l'adito, avevano espresso il loro pensiero su la necessità di chiudere l'inferma in una casa di salute. D'entrambi, e della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine, il dottore fece un ritratto spietato. Il proposito fermo d'impedire il delitto, a qualunque costo, ridiede all'agitato la pacatezza esteriore.

‒ Che cosa posso io fare per salvarla? ‒ dimandò egli. ‒ Crede che le gioverebbe rivedermi?

Il medico rimase perplesso.

‒ Parli senz'alcun riguardo. Non mi risparmi, La prego.

‒ Quando l'inferma evita di dire il nome di quegli che la fa sanguinare, ‒ rispose con tristezza e con pietà l'uomo dalla larga mano ‒ qual nome essa tace?

‒ Il mio. È vero.

‒ Un silenzio penoso piombò su entrambi.

‒ Che accadde dall'ora in cui essa uscì sola all'ora in cui rientrò accompagnata dai due sconosciuti? ‒ chiese il medico guardando dirittamente gli occhi chiari. ‒ Può dirmelo?

Paolo raccontò quanto sapeva, senz'alcuna omissione.

‒ Ora comprendo molte cose ‒ disse il medico ‒ e tra le altre questa, la più grave. L'inferma è convinta che fu presa per vendetta di «quell'uno» e che, quando dagli uomini fu battuto alla porta, quegli era dentro e udiva gli oltraggi e godeva della vergogna, e non aprì.

Paolo balzò in piedi tremando per tutte le membra.

‒ Mi odia, dunque.

‒ Noto che d'ora in ora l'avversione diviene più acre e assume forme più crude. Stamani, nell'accesso, per la prima volta ha proferito sillaba per sillaba la parola infame che la marchiò, secondo essa dice.

Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano; né poteva gridare la sua discolpa. Ma accoglieva la fatalità del male che la misera gli faceva e nell'amore e nella demenza e nella morte. E tacque. E specchiò la sua solitudine nel suo duro silenzio come. in una lastra di marmo nero.

Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sguisciante dalla voce dolciastra e dagli occhi fuggevoli. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove pratiche.

Restò sempre in piedi, parlò sommesso.

‒ Nel pomeriggio di martedì, verso le sei, la signora fu vista su la scalinata di San Firenze. L'indicazione della Piazza d'Azeglio, data per errore del domestico o per inganno del vetturino, era falsa e forviò le ricerche. Tutta l'avventura si svolse su la Piazza di San Firenze fra le sei e le sette e mezzo circa. Dopo avere esitato, in preda a un'agitazione palese, la signora entrò nella piccola porta che mette nella cappella. Quando ne uscì, prese una vettura e diede l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare indietro. Si fermò di nuovo dinanzi alla chiesa, ed entrò per la stessa porta. Quando ne uscì la seconda volta, era già buio. Come dava in ismanie, un uomo alto e magro si avvicinò a parlarle. L'uomo chiamò un suo compagno, dichiarandosi agente di polizia. Ed entrambi fecero salire la signora in un'altra vettura, e la condussero là dove accadde la scena raccontata dal domestico di Mrs. Culmer. Pochi minuti prima delle otto e mezzo, i due uomini fecero salire di nuovo la signora nella vettura e la condussero in giro, senza meta, aspettando che si rivelasse e desse una indicazione certa. Come passavano per la Piazza Beccaria, si fermarono dinanzi al caffè. Discesero; si sedettero a una tavola. La signora bevve qualcosa; anch'essi bevvero. Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi, il magro, diceva: «Non la lascio se non la porto a casa, se non scopro chi sia e dove abiti». Sembra che finalmente, verso le dieci, la signora abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. I due ve la condussero. Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente fece firmare al portiere una carta, un piccolo pezzo qualunque di carta. La signora smaniosa disparve su per le scale. I due accompagnatori si allontanarono. Le ricerche minutissime, compiute per trovare tra gli agenti l'uomo indicato, son riuscite vane Nessun rapporto fu presentato al questore. Io penso che l'uomo sia un qualche malfattore temerario che abbia tentato un ricatto. Le ricerche tuttavia continueranno.

E il delegato se ne andò, con la solita aria cerimoniosa e strisciante.

Paolo Tarsis vide il caffè ignobile; vide Isabella Inghirami, ‒ la creatura di tutte le grazie e di tutte le eleganze, la grande farfalla crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'estate, quella medesima che aveva potuto d'improvviso estrarre sé dal suo masso come una statua severa, e assomigliarsi alla grande Aurora michelangiolesca ‒ la vide seduta tra i due ceffi, dinanzi a un bicchiere impuro dov'ella bagnava le labbra riarse...

E il quarto giorno fu il giorno di Tamar.

Prima il dottore domandò:

‒ Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato?

‒ Non comprendo.

‒ L'inferma a quando a quando vede una femmina rossiccia e albina con un grembiule rigato «che, odora di quell'odore». Rifiuta di coricarsi perché dice che le hanno messo nel letto il lenzuolo cucito da colei, il lenzuolo di tre ferzi. Non conosce nulla, degli ultimi tempi, che possa illuminarmi?

‒ Nulla.

Tacquero per un poco, pensosi.

‒ E l'odio? ‒ chiese Paolo Tarsis. ‒ Aumenta?

‒ «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande.»Ha una bibbia?

‒ L'ho.

E Paolo cercò. la bibbia e la diede al medico.

‒ Ogni giorno porta un nuovo atteggiamento misterioso ‒ disse il medico. ‒ Iersera essa ebbe una tregua fra due tempeste. La tremenda irrequietudine del corpo cessò per un tratto. Consentì a sedersi. Aveva rifiutato il cibo ostinatamente. Era d'un pallore e d'un'emaciazione mortali. I sussulti gli sguardi i sobbalzi erano placati. Solo persisteva il gesto perpetuo di premersi le stimate della bocca. Stette fisa alquanto; poi recitò con un accento inatteso un versetto della bibbia: questo.

Cercò nel secondo libro di Samuele, e lesse:

‒ «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande; perciocché l'odio che le portava era maggiore che l'amore che le aveva portato. Ed egli le disse: Levati, vattene via.» Io allora bruscamente le domandai: «Chi è Amnon?» Rispose: «Quegli che mi cacciò e serrò l'uscio dietro a me». Poi divagò oscuramente. C'è dentro di lei un travaglio così fiero che, per contenerlo, non le bastano le sue forze umane. Nella più torbida delle sue tempeste dà prova d'una incredibile potenza di constrizione. Sento di continuo il suo sforzo intorno a un nucleo profondo della sua coscienza, su cui essa poggia e preme con tutta sé come per impedirgli d'insorgere e di manifestarsi.

Restò in pensiero, col libro tra le mani, con l'indice intromesso tra le pagine, nel luogo di Samuele. Egli aveva la maniera dei grandi confessori, dei grandi maneggiatori d'anime: tentava il segreto, con una tentazione quasi inavvertita; poi aspettava in silenzio ma facendo imperiosamente pesare nel silenzio tutte le cose non espresse.

Dopo un lungo intervallo, Paolo domandò:

‒ Aldo, il fratello, non la vede? non ha cercato di vederla?

‒ Credo che sia malato a Volterra. Né, se venisse, lascerei che la vedesse. Per ora sono costretto a prescrivere il più rigoroso isolamento. La difendo così anche contro il padre, e contro quell'altra.

Successe una nuova pausa.

‒ E Isabella non ha mai chiesto di lui? ‒ domandò Paolo, con una voce ch'egli credeva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani arrossato dalla rùbrica dopo la pioggia dirotta.

‒ Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon ‒ rispose il medico riaprendo il libro. ‒ L'inferma delirava interrottamente, sotto un'imagine dominante. Non ho mai veduto le linee del volto umano decomporsi e ricomporsi come quelle. La sua forma espressiva sembrava una materia in fusione, una materia condannata a una metamorfosi che si travagli e non si compia. D'improvviso, dopo una specie di lungo soliloquio incompreso, con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel dire, disse: «Eppure, la colpa di cui mi accusate, io l'ho commessa; e non debbo discolparmi». Allora io ripetei la mia domanda guardandola nelle pupille: «Chi è Amnon?» Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra, assai più misterioso del raggio di luce che si vede nelle rappresentazioni delle stìmate sante. Poi recitò lenta un altro versetto, traendolo dalla sua memoria come dal fuoco: «E Amnon era in grande ansietà, fino a infermare, per amor di Tamar sua sorella». Allora io ripetei la mia domanda incalzandola: «Ma dunque Amnon chi è?» Balzò in piedi con uno di quegli impeti che la fanno somigliare a un turbine di cenere e di brace, gridando: «Mio fratello! Mio fratello!»

E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza.

La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal pettine d'acciaio: il suo scarabillo. Ella s'insanguinava le dita contro le punte del cilindro, come a sei anni. Stava accosciata e china a ricevere l'aura della doppia aletta, ad ascoltare la voce piccola e infinita che saliva dal fondo della sua infanzia.

‒ È strano ‒ disse il dottore a Paolo. ‒ Quel tintinno la placa, interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra. Stamani diceva: «Chiamatemi Lunella, rendetemi la mia Forbicicchia, che venga e porti con sé Tiapa e le sue forbici e stia qui e intagli per me qualche figuretta, e si viva insieme tutt'e tre, e lo scarabillo suoni sempre suoni sempre!»

Paolo la rivide apparire su la terrazza, seminuda nella sciarpa lunare, con la stella cilestrina in mezzo alla fronte, recando la cosa ignota avviluppata nel pezzo di stoffa.

‒ Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene e del suo desiderio di Lunella, son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre a Volterra.

‒ A Volterra?

‒ Ho ben considerato. È impossibile ch'essa rimanga qui, in queste condizioni. Deve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. La più assidua vigilanza non basta. Ora la villa murata di San Girolamo non soltanto è ottima per quiete e per solitudine, ma ha il vantaggio d'esser prossima a una casa di cura, che è diretta da un uomo d'alto ingegno e di profonda coscienza e di rigidissima disciplina, nel quale io posso pienamente confidare. Inoltre so che il padre non si oppone a questo trasporto. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è avvalorata dalla legge, e che conviene per ciò traccheggiare con lui. Non frappongo indugio. Preparo la partenza per domani.

Fino a quel punto Paolo non aveva ancora avuto il sentimento finale del distacco, dello strappo, della separazione ineluttabile. Quel trasporto gli parve il vero transito dell'anima. Non rivide il giardino di gelsomini cantato da Hafiz ma la reggia della Follia e il sepolcreto. Poi si ricordò dell'antilope ferita, dai grandi occhi teneri come gli occhi di Leila.

Per commiato, la sera volle tornare nel nascondiglio, entrare nella caverna verde. La scala era lugubre, rischiarata dalla fiammella giallastra accesa sul pianerottolo; era come quella ove rimasero le macchie del sangue non lavate, dopo il delitto; era deserta e tacita, ma per lui risonava dei colpi dati alla porta dallo sconosciuto. Nelle stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza ch'egli temette il contagio della demenza. Furono come Isabella, come la bellezza viva d'Isabella, come le sue trecce come la sua nuca come le sue braccia come le sue spalle come il suo petto come le sue ginocchia come le sue caviglie. Tutte si rianimarono, si umanarono, assunsero un aspetto patetico e consapevole. Isabella era per ovunque. s'egli si moveva, la sentiva, la toccava, aveva da lei nei precordii quei sordi tonfi, quei rossi terrori, onde l'approssimarsi della voluttà era come l'approssimarsi dell'annientamento. I ricordi in così breve spazio si fecero di carne e d'ossa, camminarono verso di lui su quattro branche, lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere. Poi combatterono, poi si divorarono tra loro; e rimasero vivi i più selvaggi, e infuriarono. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi.»

E il sesto giorno fu il giorno del vituperio.

L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune notizie da comunicargli, di natura molto delicata, intorno al mistero della notte orrenda. «Che c'e' di nuovo? che c'è ancora di più tristo?» si domandò il superstite che era già pronto al suo viaggio.

Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la città di vento e di macigno.

Come per accompagnarla fino ai tre cipressi, fino ai tre patiboli confitti sul poggio calvo, egli passò per la Piazza di San Firenze prima di andare al colloquio incerto. La piccola porta, per ove ella era entrata, si apriva sotto una finestra difesa da ferri robusti. L'andito era bianco, con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Appesa in alto era una lunga scala di legno; altre due lunghe scale eran poggiate sul pavimento, simili a quelle dei crocifissori. Un pergamo di legno scuro era abbandonato a fianco dell'uscio.

Tutte quelle cose, ch'egli vedeva per la prima volta, presero a vivere in lui come se anch'esse fossero impregnate della vita d'Isabella. Il cuore gli si gonfiò d'una pietà disperata quand'egli scoprì nell'ombra la piletta dell'acqua santa. Vi luceva poc'acqua, dove forse la povera folle aveva intinte le dita per segnarsi col gesto della consuetudine.

Camminò sopra una pietra sepolcrale, per un breve corridoio ingombro di armadii neri. Entrò nella cappella; guardò le lastre nere e bianche del pavimento ov'ella s'era inginocchiata, dinanzi ai balaustri di marmo che chiudono lo spazio dell'altare; guardò con occhi intentissimi. Gli aspetti delle cose gli si stampavano nel dolore, a uno a uno, senza sovrapporsi.

«Che fece nella lunga sosta? rimase in ginocchio? si sedette? pregò? sapeva ancora pregare? e quale fu la sua preghiera?» Egli guatava guatava; e gli occhi si dilatavano per tutto vedere per tutto accogliere, e l'intero viso viveva la vita dello sguardo, come nell'ora di Mantova, come là dove tutti i segni erano eloquenti e tutti i fantasmi cantavano.

Sotto la cupola, nell'altare dedicato alla Vergine, una corona di cuori votivi cingeva l'imagine santa.

Due lampade d'argento ardevano ai lati. E da un lato e dall'altro erano due porte chiuse, in mezzo a cui battenti splendevano due cuori d'oro in fiamma; e su l'una e su l'altra porta era l'iscrizione: Reliquiae sanctorum. Alla parete destra, un confessionale; un altro, alla sinistra; e presso, due panche. «Su quale restò seduta?»

Gli parve d'indovinare scegliendo, e sedette su quella. Sentiva l'ombra scendere dal lucernario. Vedeva a traverso il cancello la chiesa bianca sostenuta dagli alti pilastri di pietra serena. Vedeva di là dalla cappella gli anditi oscuri, ingombri di stalli di armadii di confessionali. Una donna quasi cenciosa passò, e lo guardò con due occhi di febbre, pieni d'infinita miseria. Gli tese la mano cava, senza dimanda. Prese l'elemosina senza grazie; e scomparve nell'ombra trascinandosi come se avesse le reni spezzate.

E sul passo della mendicante, mentre l'ombra scendeva più grave dal lucernario, gli apparve in un attimo Isabella, simile a un turbine di cenere e di brace, con le stimate nella bocca.

S'alzò, temendo le allucinazioni; attraversò il corridoio; escì su la piazza. I fanali erano già accesi. La massa petrosa del Bargello occupava il cielo argentino. Il campanile azzurro della Badia attendeva che alla sua punta si accendesse la prima stella. Una fila di vetture stava lungo il marciapiede, coi cavalli stanchi e tristi, coi vetturini sdraiati in attitudini di ubriachi o di mentecatti. «Quale di quelle portò la povera folle, seduta tra i due accompagnatori?»

Per la Via del Proconsolo, pel duomo, nel chiaro e tiepido argento della sera d'aprile, andò al luogo di vergogna. Risenti l'odore indefinibile che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Pensò all'ignota femmina dal grembiule rigato.

Entrando nella stanza dove l'ispettore cortese lo attendeva, fu come il torturato che passa da una muda in un'altra per l'estrema sevizia.

Di dietro il cristallo insensibile degli occhiali d'oro, l'uomo zelante disse con rapida precisione:

‒ Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei due sconosciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una vera coppia criminale. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce, ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato il Canonico, è un certo Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dante avrebbe messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de' Mozzi.

E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un sottile sorriso che traversò la visiera di cristallo.

‒ Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si trovavano su la piazza quella sera? La Piazza di San Firenze, la sera, è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si diramano dietro il tempio e dietro il tribunale. Là presso è anche una specie di caffè bordello. I due procaccianti vi hanno il loro recapito. Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fossero mossi dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima volta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora, o già lo conoscevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma?

L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato di tutte lettere, invero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi patetico, quando giunse all'ultima ch'egli gravò di un dubbio turpe:

‒ E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la partenza dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Albizzi? Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità.

Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi. Dispensò dalla ricerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una cloaca immensa. Ogni bellezza, ogni gentilezza era distrutta. Il volto dell'Amore era osceno come quello d'un pagliaccio vinoso. Egli vedeva la divina Isabella Inghirami seduta tra il ruffiano e il sodomita, dinanzi a un bicchiere sudicio, nel caffè male odorante. La parola di vituperio, il destino l'aveva raccolta per adempierla.

E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova.

E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse: «Cuore sopporta. Ben altro tu hai sopportato più cane!» E si scrollò, e prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola tempra.

Il dì venti aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il messaggio promesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del fonditore. Il metallo si struggeva nel bacino. La statua aspettava per tutte le sue vene avide il sangue rovente, vestita dalla tonaca di terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clipei. «Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, da' la buona stratta come la stratta della morte; che' il vento gira allargo e ridonda, e risona come il bronzo sonante, nel battito del mare.»

Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi. Tutto il giorno aveva lavorato intorno al grande airone, in silenzio, con i suoi meccanici, portando anch'egli la tunica azzurra, non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben celato il suo disegno e il suo proposito.

«Ponente una quarta a libeccio!» Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per ciò egli aveva atteso a rinforzare i suoi congegni; aveva mutato il motore il serbatoio l'elica; con molta industria aveva sospesa sul suo capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era segnata la giacitura degli atterraggi utili, costantemente orientata dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni artiere prediletto da Giulio Cambiaso: «Domattina, alla diana, farò un altro volo di prova». Sembrava che per lui su la rupe di Àrdea vigesse la conscia virtus di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa mortale munitissimo.

In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo compagno. «Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?» Il ricordo gli palpitava dentro assiduo come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo e presente come quando lassù, reduci dai peripli e dalle spedizioni, avevano costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e avevano tentato i primi voli.

Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi tra le ali leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre e imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a raggiungere per la prima volta, col bianco airone già quasi compiuto, che stava alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzarono il tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto dio Indigete dopo che il fiume con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e non lasciato se non l'ottima parte.

Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte, contemplando i luoghi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella sua ultima sera. Tutto era grande e dolce come se l'Indigete sorridesse nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Pareva che dal lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a cui s'appese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba degli uomini imbestiati ululare come quando sotto il monte dell'erbe veleggiarono in salvo le navi di Enea; ma sola cantava la figliuola di Giano il suo divino dolore, come il cigno canta i versi della morte, divenuta «vana ne' lievi venti».

Calava la sera. A una a una intorno a Espero le stelle sgorgavano. Un pastore conduceva la greggia non forse all'ovile ma all'oracolo di Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli delle pecore offerte, ancor dorme vaticinando per sogni nel silenzio notturno.

Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue vaste ali biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel medesimo ove egli aveva composto il corpo del compagno avvolto nella rascia rossa. Ricoverò i suoi meccanici nell'officina attigua; diede ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante.

Il silenzio era come quando la città guerriera dei Rutuli dormiva intorno alla reggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura apparivano opera d'uomo, covando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva se non il croscio dell'Incastro a valle, continuo come il tempo. Un cane uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada di Anzio. Su i Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto lontano.

Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo. Il monolito ancora giaceva al suolo, ma rialzato alquanto da fasci di frasca ch'erano come i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e, pensando all'opra che nell'ora ferveva intorno alla statua lontana, respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Aveva già lo statuario gittato nel bacino l'anello?

Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva dalla trave. L'airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi tutelari che Giulio Cambiaso amava e curava, nei giorni della gaiezza. Per gioco egli s'era piaciuto di deificarli coi nomi di due antenati mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Erano come i Penati nella casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e meditabondo sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia.

‒ Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me, povero solo! ‒ gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per parlare ai due vecchi Penati candidi dai piedi olivastri. ‒ Proteggi intanto il mio penultimo sonno breve. Domani dormirò assai più lungamente.

Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano sotto la tenda. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e alle necessità, era sparsa intorno, di metallo, d'osso, di bosso, di tela, di gomma.

‒ La mia statua è fusa ‒ disse, pensando che il rito del fuoco s'era compiuto.

Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca rigurgitante, il metallo incandescente fermarsi e subito incupirsi nella creta e nel mattone. S'addormentò.

Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici credettero che Giulio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente allegra la voce dei comandi. Subito la tettoia fu piena di rombo. Le tavole tremarono, la polvere si sparse, l'airone si sbatté.. Egli prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. I sette cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alette intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a maraviglia, astro d'aria nell'aria. I meccanici ancora una volta ne provarono la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.

‒ Pronti? ‒ chiese il superstite.

‒ Pronti ‒ rispose la voce fedele.

E l'elica s'arresto. L'Àrdea fu sciolta, fermo il battito del settemplice cuore raggiato.

‒ Dauno, ‒ disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove l'airone bianco era molto inquieto ‒ Dauno, voglio liberare anche te, in questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta.

Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla verso lo spiazzo. Posò la gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò della parola vergiliana di Niso.

Daune, ‒ disse ‒ nunc ipsa vocat res. Hac iter est.

Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era offerta.

Daune, hac iter est! ‒ gli gridò il liberatore incitandolo.

L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe nericcie; corse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con grazia il collo tra gli omeri e confondendo le lunghe piume dell'occipite con quelle della schiena, si librò a volo nel mattino.

Egli lo seguiva con lo sguardo.

‒ Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento? Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno!

Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare le spiagge le valli i poggi, i monti erano quali Canente li guardò con i suoi occhi limpidi e li incantò con i suoi carmi leni, prima del dolore, prima del pianto e del sangue, prima che la figlia crudele del Sole dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: «O bellissimo, e non ti riavrà colei che canta».

Hac iter est.

E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un giorno alcionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini con nessuna parola con nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le due pale e impresse il moto. Ascoltò il tono. Salì sul suo sedile; s'accomodò alla manovra tranquillo.

‒ Lascia!

Al modo dell'airone liberato, il velivolo corse per un tratto sul suo fumo azzurrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò verso il mare. «Ponente una quarta a libeccio!» Gli artieri e i pastori lo videro seguire dall'alto il corso dell'Incastro, oltrepassare la foce, salire salire ancora, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno, perdersi nell'immensità.

‒ Vedrete che va a finire in Sardegna ‒ disse ridendo il più giovine.

‒ Non mi maraviglierei.

Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando la gabbia vuota, scoteva il capo.

Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e chiara solitudine senza turbamento senza mutamento, in cui gli pareva esser sospeso e immobile su le sue ali adeguate. Era la grande serenità alcionia come nei giorni favolosi del solstizio iemale; era l'albàsia mattutina senza soffio senza flutto. Come quella quiete aboliva la rapidità così quel silenzio aboliva il romore. Il moto dei congegni non aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie, che l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. Il superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del trapassare. Non vedeva a faccia a faccia il suo Pilota, come già nell'apparire dell'arcobaleno, ma era egli medesimo quel pilota; e la sua anima era la guida della sua anima, e la sua mente era la luce della sua mente; e le sue mani, che nel lavoro avevano conservata la loro nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude, gli parevano anch'esse una forma della vita ideale; ed egli aveva persa la memoria della riva di giù ma non di quel viaggio, ché egli si ricordava di averlo compiuto.

Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare, come la bacchetta del musico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. Egli si volse, e la sua gota fu d'oro. Le ali risplendettero con tutte le nervature palesi; i metalli scintillarono; una via abbagliante segnò le acque. Era il Sole.

L'estasi letèa cessò. Le mani del timoniere si rinnervarono e riappresero l'arte. Egli scorse una nave che gli intersecava la rotta navigando a ostro levante; la raggiunse in calata verso il clamore che saliva dai marinai e dai passeggeri assembrati in coperta; sorpassò, si risollevò. Il tono della raggiera ignita era pieno ed eguale; l'astro mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente; l'equilibrio tra ala ed ala tra becco e coda era costante. La lieve brezza di ponente spirava senza colpi né salti né nodi; il mare mutava colore qua e là simile a un drappo broccato. Ma ora il silenzio era pieno del rombo che il volatore ascoltava di continuo nell'attesa della prima pausa. La solitudine era tutta d'acqua e d'aria, senza una vela senza un filo di fumo senza una linea di terra. Gli parve di percepire una pausa nella raggiera, poi un'altra, poi più altre intermesse. Vigilò il suo cuore, con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. «Che farei se l'Àrdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo? Dovrei attendere o cercare di colarla a fondo?» Il tono ridiveniva pieno. Il vento rinfrescava; il soffio intaccava l'acqua e la copriva di squame; appariva lontano una zona sempre più cupa. Egli cominciò a manovrare con attenzione più acuta. «Compagno, compagno, sarà una bella morte! Se calcolo il tempo e la velocità, ho già percorso circa settanta miglia marine. Sono in mezzo al Tirreno. Ho una bella tomba profonda. Ti ricordi, all'isola del Tino, alla Maddalena, quando chiusi nello scafandro scendevamo verso gli orti delle Sirene?» Gli ritornava in tutto il corpo quella gioia nuova, l'insolita leggerezza, come se il senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso. Gli ritornava singolarmente una strana divinità nelle mani, che sole rimanevan nude in contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere per entro alla tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiorite. «Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la Sirena che non trovò mai?»

E il tempo passava, e il tempo passava. E un'altra nave apparve, navigandogli incontro diretta a levante verso la costa d'Italia. E la vide sotto di sé come un chiaro guscio distinto da una piumetta di fumo. Il clamore gli giunse appena appena. Egli volava a grande altezza, e la rapidità gli sferzava il viso entro il camaglio.

E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava un'ansia confusa, che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora pareva terrore. L'astro mordace dell'elica trivellava l'aria salsa infaticabilmente. Egli aveva già percorso più di cento miglia marine. «La morte poteva divenire la vita? il giorno d'immolazione divenire giorno di trasfigurazione?»

Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra, le sue mani nude come quelle che sporgevano dallo scafandro; e gli pareva che vivessero con una straordinaria potenza. Erano là, infaticabili come le due pale dell'elica, senza tremare senza lentare senza fallire. Il tono della raggiera ignita era pieno e gagliardo. Il sole dietro di lui salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'ombra. La grande Àrdea di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra, come sparente, come inesistente, come cosa della riva di là, come segno spettrale. Ma in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a un'opera disperata di vita, erano furenti di vita come quelle che brandiscono l'arme alla suprema difesa, come quelle che s'aggrappano al bordo del battello o alla scheggia dello scoglio nel naufragio.

E il cuore gli tremò d'un tremito novo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere umano.

I minuti scoccavano, l'un dopo l'altro, come le scintille dell'accensione. La luce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo Quel ch'era insperato poteva esser raggiunto! Egli vedeva a faccia a faccia il suo Pilota come in quell'altro giorno funebre quando gli aveva chiesto: «Tu vuoi? Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere, la volontà di vivere per vincere.

Che poteva esser mai laggiù, in fondo alla linea dell'acqua, quella lunga nuvola azzurra? una catena di monti? la terra? Egli guardò le sue mani terribili. E sentì tutto il suo corpo proteso come per l'istinto di acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del dardo. E sentì le sue pupille appuntate all'apparizione lontana con una intensità che moltiplicava il senso per prodigio.

Era la terra. Era la terra!

E il suo amore del fratello e il. suo dolore e il suo ardore furono il sole dietro a sé, sopra a sé, furono una presenza raggiante, una immortalità incitatrice.

Era la vita. Era la vita!

Tale quel sogno sognato con tutto il peso della carne sanguigna, con la faccia addentrata nell'origliere come la fame nella mangiatoia, col sudore che stilla, con le pieghe dei lenzuoli che lasciano nella pelle impronte come di percosse; e tale il suo sogno, tale il prodigio sostenuto con la tensione di tutte le fibre, con la durezza di tutte le ossa. E il tempo passava; e la raggiera irta rombava in ritmo; e l'astro dell'elica trivellava il cielo.

Era la vittoria. Era la vittoria!

E come allora e assai più, di tutta la sua volontà egli fece un dardo inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro asta punta e cocca: un ferro che vedeva come nessuno mai vide, un ferro che udiva come nessuno mai udì.

Udì in basso un lieve scricchiolio, udì qualcosa cadere d'accanto al suo piede sinistro Al calore s'accorse che s'era spezzata o distaccata la tavoletta d'alluminio contrapposta al tubo di scarico, e che il getto dei gas infiammati lo investiva senza riparo. Ma vedeva la terra. La vedeva ingrandirsi, avvicinarsi di continuo, co' suoi monti co' suoi poggi con le sue macchie con le sue spiagge. Il vento ora l'assaliva a colpi a buffi a rifoli a raffiche.

Lottò, contrastò, assalto per assalto. Scorse per entro l'onda eguale, a proravia, una flottiglia di battelli sottomarini che navigavano con lo scafo immerso in manovra di battaglia. Comprese che Terranova, il Capo Figari, Porto Cervo, Caprera, la Maddalena gli erano a tramontana e ch'egli aveva tenuta la rotta più verso libeccio. Ma non virò, non la mutò.

Anche una volta egli aveva tracciato con l'animo una linea più diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia.

La costa era là, deserta sterile gialligna; nella sua bassura, propizia all'arrivata. Scorse una muraglia informe di fichidindia; scorse più lungi in un seno verdiccio un armento presso una capanna conica. Scoprì in una calanca una lista di sabbione, contro una macchia cupa forse di ginepri forse di lentischi. La scelse per atterrarsi.

S'atterrò nel sogno e nel prodigio, sicuro e lieve, dismemorato e inconsapevole, quasi al frangente dell'onda.

 

Non clamore, non tuono di trionfo; non moltitudine pallida di facce, irta di mani. Silenzio selvaggio, erma gloria;

e il mattino ancor fresco;

e il respiro del mare fanciullo che le braccia piegate della terra biandivano;

e la parola della segreta nutrice che sa la vita e la morte, e ciò che deve nascere e ciò che non può morire, e il tempo di tutto.

«Figlio, non v'è dio se non sei tu quello.»

Egli restò attonito e intento per alcuni istanti. Poi fece l'atto di balzare nella sabbia; ma lo spasimo della bruciatura perversa gli strappò un grido, lo contenne.

Allora discese cauto, cercando intorno un qualche sostegno.

Sedette sul lido solitario; e si pose a distaccare dal piede incotto i resti del cuoio incarbonito.

Come aveva esausta la lena e non sosteneva lo strazio, guardò l'onda: l'ascoltò.

Ecco che la sua carne ridiventava miserabile: non si poteva più esprimere se non col soffio lamentevole non udito da alcuno, chiedendo il sollievo d'un attimo a quella piaga empia che novamente costringeva e imbestiava in un punto angusto la volontà vittoriosa.

Fece l'estremo sforzo, con le coste contratte, con i denti stretti, con le palpebre chiuse, rispasimando nella sabbia attrita.

Allentò gomiti e polsi, rovesciandosi indietro, supino, nel toccare il gelo dell'acqua. Respirò dal profondo. Girò gli occhi verso la grande Àrdea immune. Fu certo dell'aver compiuto, primo e solo.

Allora al suo spirito parve che gli medicassero la piaga immersa gli spiriti del mare.

FINE

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2012