Gabriele D′Annunzio

Notturno

Edizione di riferimento

Gabriele d′Annunzio, Notturno Tip. Treves Milano 1921.

N o t t u r n o

Aegri somnia.

Ho gli occhi bendati.

Sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi.

Sollevo leggermente le ginocchia per dare inclinazione alla tavoletta che v′è posata.

Scrivo sopra una stretta lista di carta che contiene una riga. Ho tra le dita un lapis scorrevole. Il pollice e il medio della mano destra, poggiati su gli orli della lista, la fanno scorrere via via che la parola è scritta.

Sento con l′ultima falange del mignolo destro l′orlo di sotto e me ne servo come d′una guida per conservare la dirittura.

I gomiti sono fermi contro i miei fianchi. Cerco di dare al movimento delle mani una estrema leggerezza in modo che il loro giuoco non oltrepassi l′articolazione del polso, che nessun tremito si trasmetta al capo fasciato.

Sento in tutta la mia attitudine la rigidità di uno scriba egizio scolpito nel basalte.

La stanza è muta d′ogni luce. Scrivo nell′oscurità. Traccio i miei segni nella notte che è solida contro l′una e l′altra coscia come un′asse inchiodata.

Imparo un′arte nuova.

Quando la dura sentenza del medico mi rovesciò nel buio, m′assegnò nel buio lo stretto spazio che il mio corpo occuperà nel sepolcro, quando il vento dell′azione si freddò sul mio volto quasi cancellandolo e i fantasmi della battaglia furono d′un tratto esclusi dalla soglia nera, quando il silenzio fu fatto in me e intorno a me, quando ebbi abbandonata la mia carne e ritrovato il mio spirito, dalla prima ansia confusa risorse il bisogno di esprimere, di significare. E quasi sùbito mi misi a cercare un modo ingegnoso di eludere il rigore della cura e d′ingannare il medico severo senza trasgredire i suoi comandamenti.

M′era vietato il discorrere e in ispecie il discorrere scolpito; né m′era possibile vincere l′antica ripugnanza alla dettatura e il pudore segreto dell′arte che non vuole intermediarii o testimonii fra la materia e colui che la tratta. L′esperienza mi dissuadeva dal tentare a occhi chiusi la pagina. La difficoltà non è nella prima riga, ma nella seconda e nelle seguenti.

Allora mi venne nella memoria la maniera delle Sibille che scrivevano

la sentenza breve su le foglie disperse al vento del fato.

Sorrisi d′un sorriso che nessuno vide nell′ombra quando udii il suono della carta che la Sirenetta tagliava in liste per me, stesa sul tappeto della stanza attigua, al lume d′una lampada bassa.

Ella deve avere il mento rischiarato come dal riverbero della sabbia cocente quando eravamo distesi l′uno accanto all′altra su la spiaggia pisana, nel tempo lieto.

La carta fa un fruscio regolare che nella mia imaginazione evoca quello della risacca a piè delle tamerici e dei ginepri riarsi dal libeccio.

Sotto la benda il fondo del mio occhio ferito fiammeggia come il meriggio estivo di Bocca d′Arno.

Vedo la sabbia corrugata dal vento, rigata dall′onda.

Posso noverare i granelli, affondarvi la mano, riempirmene la palma, lasciarli scorrere fra le dita.

La fiamma cresce, la canicola infuria. La sabbia brilla nella mia visione come mica e quarzo. Mi abbarbaglia, mi dà la vertigine e il terrore, come il deserto libico quando quella mattina cavalcavo solo verso le tombe di Sakkarah.

Non ho difesa di palpebre né altro schermo. Il tremendo ardore è sotto la mia fronte, inevitabile.

Il giallo s′arrossa, il piano si travaglia. Tutto diventa irto e tagliente. Poi, come una mano creatrice foggia le figure nella creta cedevole, un soffio misterioso alza dalla distesa abbagliante rilievi di forme umane e bestiali.

Ora il fuoco solido è trattato come la pietra a scarpello.

Ho davanti a me una parete rigida di roccia rovente scolpita d′uomini e di mostri. A quando a quando sbatte come una immensa vela, e le apparizioni si agitano. Poi tutto fugge, portato via dal turbine rosso, come un mucchio di tende nel deserto.

L′orlo della retina strappata brucia accartocciandosi come il papiro dantesco; e il bruno cancella via via le parole che vi sono scritte.

Leggo : « Perché due volte m′hai tu deluso?»

Il sudore salso mi cola fin nella bocca misto alle lacrime delle ciglia compresse.

Ho sete. Domando un sorso d′acqua.

L′infermiera me lo nega, perché m′è vietato di bevere.

«Tu ti disseterai nel tuo sudore e nel tuo pianto. »

Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l′annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio.

Quando la Sirenetta s′accosta al mio capezzale col suo passo cauto e mi porta il primo fascio di liste eguali, tolgo pianamente le mie mani che da tempo riposavano lungo le mie anche. Sento che sono divenute più sensibili, con nelle ultime falangi qualcosa d′insolito, che somiglia a un chiarore affluito.

Tutto è buio. Sono in fondo a un ipogeo.

Sono nella mia cassa di legno dipinto, stretta e adatta al mio corpo come una guaina.

Agli altri morti i familiari hanno portato frutti e focacce. A me scriba la pietosa reca gli strumenti dell′officio mio.

Se mi levassi, il mio capo non urterebbe il coperchio dov′è dipinta all′esterno la mia imagine di prima coi grandi e limpidi occhi aperti verso la bellezza e l′orrore della vita?

Il mio capo resta immobile, stretto nelle sue bende. Dalle anche alla nuca una volontà d′inerzia mi rende fisso come se veramente l′imbalsamatore avesse compiuta su me la sua opera.

Subito le mie mani trovano i gesti, con quell′istinto infallibile che è nelle membrane delle nottole quando sfiorano le asperità delle caverne tenebrose.

Prendo una lista, la palpo, la misuro. Riconosco la qualità della carta dal lieve suono.

Non è quella consueta che mi fabbricavano a mano pagina per pagina gli artieri di Fabriano ponendovi la filigrana della mia impresa che ora mi sembra tremenda come un supplizio perpetuo. È liscia, un poco dura, tagliente ai margini e agli spigoli. È simile a un cartiglio non arrotolato, simile a uno di quei cartigli sacri che i pittori mettevano nelle loro tavole.

V′è un che di religioso nelle mie mani che lo tengono. Un sentimento vergine rinnova in me il mistero della scrittura, del segno scritto.

Odo crepitare il cartiglio fra le mie dita che tremano.

Sembra che la mia ansia soffi sul tizzo ardente che ho in fondo all′occhio. Vampe e faville s′involano nel turbine dell′anima.

Sento su le mie ginocchia la mano della pietosa. Le sollevo leggermente per ricevere la tavoletta. È, per me oscurato, come una tavoletta votiva. La lista ve distesa. Fra il pollice, l′indice e il medio prendo il cannello. Il medio ha tuttora il solco del lavoro ostinato. Nulla dies sine linea.

E tremo davanti a questa prima linea che sto per tracciare nelle tenebre.

O arte, arte inseguita con tanta passione e intraveduta con tanto desiderio !

Disperato amore della parola incisa per i secoli!

Mistica ebrietà che talvolta della mia stessa carne e del mio sangue stesso faceva il verbo !

Fuoco dell′ispirazione che improvviso fondeva l′antico e il nuovo in una lega incognita!

La mano soppesava la materia. La materia aveva colore, rilievo, timbro.

La penna era come il pennello, come lo scarpello, come l′arco del sonatore. Temperarla era un piacere glorioso.

Lo spirito umile e superbo tremava nel considerare la risma compatta e intatta da trasmutare in libro vivente.

La qualità dell olio per la lampada era eletta come per un offerta a un dio severo.

E nelle ore di creazione felice la sedia dura diveniva un inginocchiatoio scricchiolante sotto le ginocchia che sopportavano la violenza del corpo inarcato.

Ora il mio corpo è in una cassa, disteso e costretto.

Ieri il mio spirito si squassava come una grande aquila presa in una tagliuola. Oggi è raccolto, attento, sagace.

Ma il cuore batte senza misura.

Palpo la carta. La mano che tiene la matita è convulsa, quasi dolorosa.

A un tratto, nel campo ardente dell′occhio m′apparisce la figura di Vincenzo Gemito, quale la vidi nei primi tempi della sua follia, salendo alla sua prigione su per un′erta petrosa e abbagliante ove branchi demoniaci di capre mordicchiavano l′erbe arsicce.

Lo vedo, in una stanza angusta come una cella, agitarsi tra porta e finestra col movimento continuo della fiera in gabbia.

Una gran testa chiomata e barbata di profeta impazzito al vento del deserto, mal sostenuta da un corpo esile e curvo su due gambe rotte dalla fatica e tenute in piedi da una resistenza invitta, quali dovevano essere quelle di Michelangelo su le impalcature della Sistina.

Egli ha la mano destra in tasca, mentre gestisce con l′altra, e non distoglie mai quella, quasi fosse impedita.

Mi stringono ora la medesima pietà e la medesima angoscia che mi assalirono quando seppi come da anni, fin dal principio della sua demenza, egli avesse nella mano nascosta un pezzo di cera rossa da modellare e ripetesse di continuo col pollice e l′indice il movimento che fa il modellatore per ammollirla e assottigliarla.

Percosso nella fronte, destituito della potenza di creare, egli non aveva conservato se non quell′atto istintivo, quel movimento plastico, quella consuetudine tecnica d′artiere celliniano, di fonditore a cera persa.

Ora è là, nell′inferno del mio occhio bendato, vivente d′una vita terribile.

Mi guarda dal profondo della tristezza disperata.

È divenuto vecchio. La criniera e la barba sono bianche, incolte, sconvolte dalla tempesta e dal destino come quelle regali del padre di Cordelia.

La sua mano non è più nascosta: ha il frammento di cera rossa tra il pollice e l′indice. Scarnita, tutta nervi e ossa, simile a una radice malviva dell′anima, ripete il movimento senza fine.

Ora il suo capo scompare, il suo corpo scompare, divorati dal fuoco che arde sotto la mia palpebra come sotto il coperchio d′un forno fusorio.

Resta la mano, la mano sola, come d′un naufrago dell′incendio.

E lacera non si fonde: è là, color di grumo sanguigno, tra il pollice e l′indice che non s′arrestano mai.

La visione assume un′intensità così cruda che faccio uno sforzo per non gridare di spavento e di dolore.

Folgori di follia mi traversano il cervello.

Ho l′impeto di strapparmi l′occhio dall′orbita per non più vedere.

Sono nella notte, ma la mia notte è di fiamme in travaglio.

La pietosa s′è allontanata. Odo venire dalla stanza attigna il lieve stridore della carta ch′ella taglia.

Dominando il tremito, pongo la punta della matita sul margine della lista.

Ho per un attimo la sensazione confusa di non stringere il cannello di legno ma il pezzo di cera rossa e tiepida. È un attimo d′indefinito orrore.

Finalmente scrivo sul cartiglio invisibile.

Scrivo queste parole :

« O sorella, perché due volte m′hai deluso? »

Ansioso chiamo la creatura vigilante, che accorre.

Le dico: « Prendi, guarda se puoi leggere quel che ho scritto ».

Ella porta via la lista che suona come una foglia di palma.

Silenzio.

Gli istanti mi sembrano eterni, battuti dal cuore sbigottito.

Ascolto.

Dall′altra stanza, la voce melodiosa legge senza pause le parole che certo le sembrano sibilline: «O sorella, perché due volte m′hai delùso?»

La prima volta ella di poco sopravanzò la gloria nell′uccidere il mio compagno che s′era con me giurato pel viaggio senza ritorno.

La seconda volta, con un gioco fatale di ore, ella donò a un altro la bella sorte a cui quegli medesimo m′aveva designato riconoscendomene degno per diritto divino.

Un angelo o un demone della notte soffia su l′incendio chiuso del mio occhio perduto.

Le faville innumerevoli sprizzano nel vento.

Ho il capo arrovesciato indietro, ho il capo abbandonato, penzoloni nel vuoto.

Non sento più il guanciale, non sento più il letto.

Odo un rombo confuso, odo il fragore del volo, odo il crepitio del combattimento.

Una mano pietosa e rude m′ha discostato, m′ha sospinto. Il mio capo è forato: penzola nel vuoto, dal bordo della carlinga che vibra.

L′ombra dell′ala destra m′è sopra: l′astro arioso dell′elica mi corona.

Non è più fuoco, ma sangue che sprizza. Non più faville ma stille. Il pilota eroico riconduce alla patria il poeta sacrificato.

O gloria immensa!

Qual pugno divino o umano gittò ai solchi della terra una semenza più augusta?

Nella rapidità guerriera il sangue inesausto si sparpaglia come il grano ventilato.

Ogni fiotto si divide in miriadi, come la polvere della cascata scrosciante ove si crea l′arcobaleno. Non cola ma vola, non cade ma s′alza.

Al paragone di questo aspersorio sublime, che è mai il teschio d′Orfeo fluttuante sopra la lira?

Il nuovo mito è il più bello.

Guardo il mio viso trasfigurato nei secoli prossimi della grandezza.

L′anima non fugge ma è tuttora appresa alla ferita come alla face lo splendore che nella raffica si spicca e si rappicca, cessa e si riattiva, si piega e si risolleva, non tenuto se non da un legame invisibile che la volontà di ardere rende più forte della tempesta.

Lungo dolore convertito in giubilo subitaneo, lunga miseria trasmutata in apice di purità, l′anima guarda il meraviglioso viso che ora è veramente il suo viso, quello che tanto desiderò ella avere e non potette.

Ella sapeva la morte essere una vittoria, ma non così grande.

Immortale, ella è tuttavia radiosa nella morte, e il vento del volo funebre non la svelle.

La carne era il suo peso, ed ora è il suo rapimento.

Il sangue era la sua turbolenza, ed ora è il suo miracolo.

La vita era il suo limite, ed ora è la sua libertà.

Ella è portata dal corpo come dall′impeto d′una bellezza creatrice.

Nessun capo di confessore e di martire sul ceppo fu mai bello come questo capo su quest′orlo fragile dell′abisso mattutino.

Nessun′aquila colpita fu così fiera nell′insanguinare la luce col battito delle sue penne.

Questo sangue sfavilla in eterno come il latte dell′iddia biancheggia in eterno per la notte.

Ecco la terra, ecco la meta.

L′ultima stilla s′è diffusa nel rombo del volo.

Su le ali incolumi il pilota eroico riconduce alla patria il corpo esangue del poeta sacrificato.

L′annunzio è presente come una folgore e remoto come la memoria d′una gesta.

Tutti i lidi d′Italia fremono come i lembi delle sue bandiere.

La gloria s′inginocchia e bacia la polvere.

Chi ha rappresentato i ciechi come veggenti rivolti verso il futuro? come rivelatori dell′avvenire?

Quale Tiresia metteva la sua bocca d′indovino nel sangue dell′ariete nero sgozzato sopra la fossa, tale da più notti io bevo il mio sacrificio; e non vedo il futuro, né vivo nel presente.

Ma solo il passato esiste, solo il passato è reale come la benda che mi fascia, è palpabile come il mio corpo in croce.

Sento il fiato e il calore delle mie visioni.

Nel mio occhio piagato si rifucina tutta la materia della mia vita, tutta la somma della mia conoscenza. Esso è abitato da un fuoco evocatore, continuamente in travaglio.

Chi s′accosta al mio letto è men vivo del trapassato che mi fissa col volto di bragia, come sorgendo da un avello rovente dell′Inferno.

Non scrivo su la sabbia, scrivo su l′acqua.

Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d′una corrente scura.

A traverso la punta dell′indice e del medio mi sembra di vedere la forma della sillaba che incido.

È un attimo, accompagnato da un luccicore come di fosforescenza.

La sillaba si spegne, si cancella, si perde nella fluida notte.

Il pensiero sembra correre sopra un ponte che dietro lui precipiti. L′arco poggiato alla riva è distrutto, siìbito crolla l′arco mediano. L′ansia raggiunge la riva opposta con uno sgomento di scampo, mentre il terzo arco cede e sparisce.

Scrivo come chi caluma l′àncora, e la gomena scorre sempre più rapida, e il mare sembra senza fondo, e la marra non giunge mai a mordere né la gomena a tesarsi.

Come il rapimento di una melodia che sorge improvvisa da un′orchestra profonda; come la rivelazione d′un verso che sveglia il suono segreto dell′anima; come il messaggio del vento che è la rapidità dell′infinito in cammino ; con uno spirito senza riva, con un corpo senza forma, con un gaudio che sembra terrore, io sento l′idealità del mondo.

Il mio compagno è nell′isola dei trapassati, laggi, dietro il muro salso di mattone, dietro la cortina lugubre dei cipressi. È nel quadrilatero di terra dove sono sepolti i marinai, esattamente collocato nella cassa di piombo che vidi suggellare con la fiamma sibilante.

Sta sotto il cippo di pietra istriana che fu confitto a capo del tumulo di zolla.

E il suo cippo è come un quadrante solare, dove il braccio teso d′Icaro è come lo stilo di bronzo che sopra il nome scolpito segna l′unica ora : l′ora dell′estremo coraggio.

Il mio compagno è morto, è sepolto, è disciolto.

Io sono vivo, ma esattamente collocato nel mio buio com′egli nel suo. Respiro ma sento che il mio respiro passa per labbra violacee com′erano le sue nelle prime ore, dischiude una bocca divenuta quasi insensibile, indurita dal sapore metallico dell′iodio che circola nel mio corpo.

Gli somiglio anche nella ferita: rivedo la falda di cotone che copriva la sua orbita destra spezzata dall′urto.

Così la sua morte e la mia vita sono una medesima cosa.

Dalla sua immobilità di laggiù viene a me quel che di lui seppi amare; da questa mia immobilità gli va incontro quanto in me fu degno ch′egli l′amasse.

Se bene io soffra, se bene egli non soffra più, per l′uno e per l′altro la carne è abolita mentre gli spiriti si ricongiungono.

L′ultima sua parola da me udita su la riva fuggente, la sua mano livida e gelida sfiorata da me con le labbra un attimo prima che il coperchio me la nascondesse: tra quella voce e quel gelo vissi con lui o morii con lui?

V′è un luogo dell′anima, là dove il nero fiume e il fiume chiaro confluiscono.

il luogo della nostra amicizia superstite. Le nostre imagini vi si rispecchiano e vi si confondono.

Non è più un′apparizione; è una presenza continua che respinge chi si accosta.

Ma la prima apparizione mi ritorna con un′aura di terrore.

È la vigilia del seppellimento.

Il mio dolore è tuttavia impigliato nella sua carne disfatta.

È la sera di santo Stefano. Il suo fuoco è acceso. Sono seduto là dov′egli soleva sedere. Di tratto in tratto egli mi annienta. Mi perdo in lui.

Non odo più quel che presso di me dicono i vivi.

Cinerina è là, con quel suo strano viso geniale che mi fa pensare al giovinetto Beethoven, con quei suoi occhi più grandi del solito a cui arricchiscono lo sguardo la malinconia e l′ironia mescolate come un misterioso collirio. Anche Manfredi Gravina è là, per consolarmi, per farmi credere che vi sono ancora amici nel mondo, che vi sono ancora compagni giurati alla guerra.

26 decembre 1915. –che tempo fa, fuori :

Cinerina dice che alle sette, quando è venuta, c′era un cielo limpido e stellato. Manfredi dice che ora c′è una nebbia fitta.

Sono le dieci. È tempo di andare. Renata ha sonno.

Metto il mio gran mantello grigio sopra la mia grossa maglia d′aviatore. Tutti gli atti, nell′anticamera, si ripetono come quando egli era là. Ma il suo piccolo mantello nero non è appiccato alla pàtera dorata, né si ode la sua voce graziosa e ironica.

Usciamo. Mastichiamo la nebbia.

La città è piena di fantasmi.

Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligine.

I canali fumigano.

Dei ponti non si vede se non l′orlo di pietra bianca per ciascun gradino.

Qualche canto d′ubriaco, qualche vocìo, qualche schiamazzo.

I fanali azzurri nella fumea.

Il grido delle vedette aeree arrochito dalla nebbia.

Una città di sogno, una città d′oltre mondo, una città bagnata dal Lete o dall′Averno.

I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano.

Renata cammina davanti a me come allora, e Manfredi le va al fianco. Parlano come Renata e il mio compagno parlavano. Di quando in quando la nebbia si frappone fra me e loro.

Passiamo i ponti. Le lampadine lucono come i fuochi fatui in un camposanto.

La Piazza è piena di nebbia, come una vasca è piena d′acqua opalina.

Le Procuratie vecchie sono quasi invisibili. La cima del campanile si dilegua nel vapore.

La Basilica è come uno scoglio in un mare brumoso.

Le due colonne della Piazzetta sono simili a due colonne di fumo escite da due mucchi eguali di cenere.

Alla Riva degli Schiavoni i fanali dei battelli accostati.

La musica leggera nel Caffè Orientale, dietro le porte opache: un′aria di danza.

Il canto degli ubriachi.

I fantasmi errabondi.

I morti passeggiano stanotte, come nella notte tra Ognissanti e il Due novembre.

Ci accommiatiamo nel vestibolo dell′Albergo Danieli. Spero che Renata dorma stanotte.

Ritorno verso la Casa rossa, solo. Il mio amico è con me, in ispirito. Un rimpianto profondo mi stilla dal cuore.

Guardo la riva dove approdava il suo canotto, dove ogni sera ci stringevamo la mano e ci dicevamo : Arrivederci.

Nella Piazzetta un uomo si volta al rumore del mio passo.

Si volta ancóra, si allontana, diventa un′ombra fumida, si perde.

Entro sotto le Procuratie rischiarate dalle lampade azzurre. Mi stupisco udendo una famiglia numerosa parlare delle cose usuali, con la stupidità pesante di chi viene dalla gozzoviglia. Sono vivi? Sono morti? Li sorpasso. Diventano ombre.

Di là dal ponte di San Moisé, mentre penso, con un brivido, che dovrò passare davanti al vicolo della Corte Michiel, scorgo qualcuno che cammina al mio fianco senza rumore, come se avesse i piedi nudi.

E qualcuno che ha la statura del mio compagno, la sua corporatura stessa, la sua andatura.

Ha un vestito neutro, indefinibile,

di color grigiastro, con un berretto anche grigiastro.

E silenzioso, d′un silenzio singolare, come se non abitasse in lui alcuna voce né alcun soffio.

Cammina senza tacchi, senza scarpe, senza sandali.

Ho una sensazione istintiva di terrore. Rallento il passo. Lo vedo dinanzi a me.

L′andatura è quella del mio compagno. Dopo un poco egli si ritrova al mio fianco, là, dinanzi al passaggio che mette nella Corte Michiel. La via è deserta.

Accendo la lampadina alla voltata, e rallento il passo. Riesco a tenere due o tre metri di distanza. Egli non si volge mai.

Il suo passo è così tacito e così strano che i rari passanti lo guardano arrestandosi un poco.

Siamo a Santa Maria del Giglio. La nebbia entra in bocca, occupa i polmoni. Verso il Canalazzo fluttua e s′accumula.

Lo sconosciuto diventa più grigio, più lieve; si fa ombra.

Allora affretto il passo per non perderlo.

Sotto la casa dove a sera si ode sempre un pianoforte, sotto la casa dov′è l′antiquario, egli scompare all′improvviso.

Non è caduto nel canale, non ha passato il ponte, non è entrato in una porta. Porte e botteghe sono chiuse. Le esploro con la mia lampada. Ritorno indietro per accertarmene.

Poi corro su pel ponte e faccio di corsa la calle, per accertarmi che non mi sono ingannato e ch′egli non è tuttavia davanti a me.

La calle è deserta. Deserto è il campo di San Maurizio.

Lo ritroverò forse nella calle strettissima che conduce alla Casa rossa? Il cuore mi trema. Una falda di nebbia mi striscia su la gota. Una frotta di ubriachi urla laggiù, in fondo al traghetto.

Ho messo la bocca nella pienezza della morte. Il mio dolore s′è saziato nella bara come in una mangiatoia. Non ho poi potuto sopportare altro nutrimento.

Rivivo i giorni funebri, ora per ora, attimo per attimo. Con gli occhi bendati, cerco di vedere. Con la fronte che mi duole, cerco di comprendere.

Quel che è accaduto sembra iniquo.

La più dura necessità può apparir bella. Ma questo evento improvviso non ha altra bellezza se non questa che gli dà la mia passione.

Noi conoscevamo il pericolo a cui ci eravamo votati con una libertà che non si rivelava se non a noi stessi in qualche sorriso fugace. Sapevamo che la nostra impresa era disperata, e non desideravamo di sfuggire alla bella sorte.

Negli ultimi giorni le figure della nostra esistenza si disegnavano ingrandite sul cupo orizzonte marino. La malinconia energica del commiato inalzava il pregio d′ogni ora trascorsa.

Costanza nell′azione viva, nell′inerzia di Venezia, nella caligine della città sparente che la guerra sembrava aver vuotata perfino degli ultimi rimasugli vitali.

Doppio taglio dell′azione ogni giorno affilato, che pareva fendere la massa opaca e pigra della tristezza circostante.

La coppia virile, la coppia da battaglia, rinata nella creazione dell′ala umana, conduttore e feritore, arma d′altezza, arma celeste, maneggiata da una sola volontà, come la duplice lancia del giovine greco.

Il compagno è il compagno.

Non v′ha oggi al mondo legame più nobile di questo patto tacito che fa di due vite e di due ali una sola rapidità, una sola prodezza, una sola morte.

Il più segreto brivido dell′amore non espresso è nulla al paragone di certi sguardi che, nelle ore leggère, riconfermano tra i due la fedeltà all′idea, la gravità del proposito, il sacrifìcio taciturno di domani.

Ora la morte che doveva prendere i due, ne prese uno, un solo, contro il patto, contro l′offerta, contro la giustizia, contro la gloria.

Alla cima della gloria, per la coppia alata, è l′olocausto: il sacrificio in cui è arsa tutta la vittima.

La sorte del fuoco è la lor vera sorte.

La loro ala rombante diviene il lor rogo fiammeggiante.

Come nell′ottava bolgia, essi sono due « dentro ad un fuoco », ma il fuoco non è diviso. Non parlarono in alto; non ebbero bisogno dell′orazion pìccola per essere acuti; né parleranno nei crolli della fiamma.

Come il volo era un silenzio ceruleo misurato dal canto ritmico della combustione, così l′olocausto si risolve in nero silenzio.

La necessità eroica della coppia alata, quando sìa sopraffatta, è l′arsione totale.

Chi si rende prigione, e cede la sua ala, si può dire veramente che pecchi contro la patria, contro l′anima e contro il cielo. Sventurato o svergognato, perde ogni diritto alla gloria.

Portato dal fuoco, il combattente aereo è un incendiario in vita e in morte.

Beati i due compagni eroi le cui ossa irriconoscibili sono mescolate nella barella come tizzoni fumanti!

I giorni d′angoscia, le notti di veglia ritornano.

Il passato è presente, con tutti i suoi aspetti, con tutte le sue vicende.

Risoffro il mio dolore, ripiango il mio pianto.

L′amico mio è dissepolto e poi riseppellito.

Un gesto, una parola, un odore, una luce, il rombo di un′elica, il guizzo d′una baionetta, la piega d′una bandiera, il gocciolio d′un torchio, il lividore crescente d′una mano intorno alle unghie quasi bianche, la macchia indistinta sul pavimento, il rugghio della fiamma dardeggiata contro la commessura del piombo, il rimbombo della prima palata di terra sopra la cassa ripercosso dall′eternità: tutto l′orrore funebre con tutti i suoi aspetti sì rispecchia nella mia lucidità implacabile.

E talvolta vedo me stesso com′egli avrebbe potuto vedermi dalla sua bara.

Sono talvolta il cadavere e colui che lo contempla.

I grandi sprazzi di luce sì succedono con una rapidità spasimosa come in quella notte d′agosto quando andavamo insieme, simili a due ciechi, stretti l′uno contro l′altro, per la riva inondata dall′acquazzone, feriti dal taglio dei lampi incessanti ogni volta che aprivamo le palpebre.

Domando una tregua per fissare la sua faccia quale io la vidi l′ultima volta. Voglio ritrovare in me quella parte remota di me che forse sapeva quella essere l′ultima volta, mentre io non lo seppi.

In che modo mi svegliai quella mattina? Quale fu il sogno che accompagnò l′anima al limitare della luce?

Come gli alberi di fronte al sole obliquo, gli atti hanno dietro di loro un′ombra lunga che nessuno misura.

Ecco, sono alzato, sono vestito, ho il mio mantello, ho il mio coraggio d′ogni mattina. Nulla mi lega alla casa. Questa casa è meno che una tenda passeggera. Sono libero, col mio disegno; e il mio disegno m′è tutto.

La vita non ha se non il pregio dell′arme da lancio che il pugno.brandisce aspettando di scagliarla. Così le ossa sembrano diminuite di peso. Di tutta la carne non vive se non il cuore.

Esco. Questa piccola casa ha una porta di ferro che si richiude di colpo.

Bora. Pioggia. Il canale ulula.

20 decembre.

II motoscafo di Sant′Andrea romba alla riva. Porto con me le valige e il sacco dei messaggi.

La laguna agitata.

L′acqua che spruzza.

Il motorista siciliano con cui converso.

Egli mi racconta i suoi naufragi nell′Oceano Pacifico e su la costa di Trieste.

Arrivo a Sant′Andrea. Beppino mi attende. Ha il suo vestito nuovo con giacca blu e bottoni d′oro e pantaloni corti nei gambali. Strana sensazione. Il mio sguardo di miope non lo riconosce sùbito. Qualcosa d′indefinibile fluttua in quell′attimo fra me e lui.

Scendo a terra traversando i barconi. Egli mi accompagna, con quella gentilezza quasi deferente ch′egli ha sempre conservata anche nella nostra familiarità, lungo la riva fangosa dove la bora soffia più violenta.

Entriamo nella casa di legno.

Il corridoio caldissimo.

La stufa che arde, rossa.

Mi conduce nel suo studiolo, mi mostra il visco che ha ricevuto e che vuol portare nel velivolo perla buona fortuna. Fa mettere in serbo le valige e il sacco.

È l′ora della colazione.

I tre ufficiali francesi vengono alla nostra tavola.

Fiori, piatti speciali, ricercatezza, tutto in mio onore!

Seggo accanto al mio compagno.

Conversazione generale. Si parla del mistero, del mondo occulto, e poi della fortuna, dei talismani, dei feticci, dei malefizii. Beppino ascolta; dice di tratto in tratto qualche parola fresca, originale, profonda.

Ci alziamo per prendere il caffè. Egli mi mostra alcune stampe allegre che devono decorare il corridoio. Si parla di libri da porre in uno scaffale, nel « quadrato »; si parla di Sant′Andrea, delle nuove costruzioni, della primavera prossima...

Sono con noi Manfredi Gravina, Gigi Bresciani, Alberto Blanc.

Si parla dell′apparecchio inventato da Gigi Bresciani.

L′avaria «utile».

Il tipo di questo giovine veronese: biondo, mingherlino, pallido, con le basette, con la bocca sottile, con gli occhi chiari, con un′aria di piccolo ufficiale inglese del tempo di Orazio Nelson.

Beppino si diverte ad aizzare Alberto Blanc costruttore di bombe incendiarie e di telemetri.

Qualcuno descrive il furore di Miraglia quando gli fu annunziata la commissione giapponese. Si parla della «psiche» giapponese, poi di quella cinese. Manfredi parla con acume del gran signore cinese, dell′impossibilità di entrare nella sua intimità, della sua cortesia impenetrabile.

Sono le due. Bisogna partire. Il motoscafo è pronto.

Il gatto nero si nasconde sotto il divano. Durante la colazione, mangiava in una scodella, con tal piacere che la coda si moveva come quando i gatti sono in amore.

La tavola vicino a una finestra e a una stufa.

La finestra è socchiusa perché il calore è troppo vivo. Si apre a ogni ventata.

La luce grigia e fredda su la mensa, su i fiori.

La bora era così forte che il marinaio del motoscafo pensava dovesse durare almeno una settimana!

Quel marinaio è di Siracusa. Parlavamo dei sole, del caldo, degli iiranci, dei mandorli in fiore, di Taormina. Rivedevo le Latomie, il Teatro, la Venere, l′Ariete...

Ci alziamo per andarcene. Beppino mi accompagna. La sera egli è di guardia. Parliamo della solitudine, del riposo che è nella solitudine.

Andrà a letto presto, dormirà molto. Anche noi, io e Renata, saremo soli ; perché non accettiamo l′invito di Alberto alla trattoria, non potendo l′amico nostro venire.

A traverso i barconi, accompagnato sempre da lui, scendo nel motoscafo con Manfredi, con Alberto, con Gigi Bresciani, che sembra pensieroso.

Beppino è contento di venire domani a pranzo con me, all′ultima cena, prima del volo senza ritorno...

« Or ceniamo e trinchiamo, compagno. Domani sareni pasto di pesci.»

Gli occhi gli ridono d′un′allegrezza infantile.

Ci accommiatiamo. Egli è sul bordo del barcone e mi guarda.

Mi volto due o tre volte a salutarlo con la mano. Sparisce.

Fa freddo, pioviggina, tira vento. Sono inviluppato nel mio gran mantello grigio.

La laguna è giallastra, agitata. Passa un barcone nero con una vela rossiccia.

Resto in silenzio, mentre i miei amici parlano. Parlano di lui. Manfredi propone una beffa: propone, pel carnevale (ci sarà dunque un carnevale di carneficina? un giovedì grasso di sterminata grassezza?) propone di travestire alcuni marinai da ufficiali serbi laceri luridi ispidi e di mandarli sotto specie di « missione serba » a visitare Sant′Andrea, per godersi il furore del comandante...

Vampata di gaiezza quasi tenera, tanto lo amiamo, tanto gustiamo la sua grazia bizzarra. L′umidità cinericcia smorza il riso e il motto.

Grandi mura. Ordegni enormi.

Entriamo nell′Arsenale. Luigi Bresciani va a lavorare intorno al suo velivolo di combattimento. Manfredi Gravina torna all′Ammiragliato. La volontà brilla a traverso la malinconia dell′attimo che non è più.

Separandomi da Alberto, che insiste pel pranzo, gli dico che venga da me alle sette, e che a quell′ora, secondo l′umore, deciderò se mi sia meglio uscire oppure restare a casa.

Tristezza ottusa. La vita si rompe all′improvviso come una corda tesa. Difficoltà di riannodarla.

Anche Renata è triste. Decido di andare a pranzo con Alberto per distrarla. Anch′ella si rammarica dell′assenza del nostro amico. Sembra che per noi non ci sia omai più piacere senza di lui.

Scrivo a Cinerina per dirle di venire.

Renata va a vestirsi.

Usciamo verso le otto, nel buio, tenendoci per mano.

Timidità e disgusto davanti alla porta vetrata della trattoria, di dove si vede la gente che mangia e fuma. Voglia di tornare indietro.

Qualcuno m′incoraggia, mi viene incontro, mi conduce nell′altra sala, più tranquilla, dove mi aspettano Alberto e Manfredi.

Pessimo pranzo, conversazione svogliata. Renata è triste. Alberto è di umor nero, parla poco. Fa uno sforzo: si sente scoraggiato, si sente vecchio! Deve partire in licenza domani mattina o domani sera.

Portano frutti insipidi. La vita a un tratto perde ogni sapore. Quella stanza è fredda e bianca come un ospedale. Un estraneo è seduto nella tavola accanto: guarda e ascolta, con un′espressione di stupidità curiosa.

Rinunziamo al cafte per andarlo a prendere nella bottega dei Baretteri. Ci avviamo nel buio, malinconicamente. Manfredi racconta come ogni volta che Miraglia esce dalla trattoria su la fondamenta, batta il naso nel muro.

Dopo qualche attimo, cominciamo a vedere il chiarore della luna. Dal sottoportico sbocchiamo in Piazza, entriamo nell′incantesimo.

La luna è quasi piena. L′aria è fredda.

La Merceria s′abbuia, stretta e ingombra. Prima di giungere al ponte dei Baretteri, sentiamo il profumo animoso del cafl′è, come si sente in vicinanza di certi piccoli caffè arabi.

Saliamo i gradini, entriamo. La ragazza rossa sembra cercare con gli occhi Beppino, il compagno abituale, che non c′è.

Prendiamo il caffè in piedi. Alberto prende l′acqua di doppio cedro, che sembra esilararlo.

Nell′uscire, Manfredi e Renata vanno innanzi. Da qualche parola che mi giunge, sento che egli le racconta gli anni d′Accademia passati con l′amico nostro a Livorno.

Quando siamo sul ponte della Paglia, Renata dichiara di non voler andare a casa così presto.

La Riva degli Schiavoni è bianca di luna. Dal CafiFè Orientale, a traverso le porte chiuse, viene un suono di strumenti a corda.

Accompagnamo Manfredi Gravina all′Arsenale. Andiamo a guardare i Leoni mandati in dono alla Patria da Francesco Morosini conquistatore della Morea. C′indugiamo a riconoscere quale sia il piìà bello.

Ci separiamo. Ripassiamo il ponte.

Riaccompagno Renata all′albergo. Siamo tristi come d′una serata perduta. (La sera innanzi avevamo ricondotto Beppino alla riva, dove l′aspettava il canotto; ma egli aveva voluto tornare indietro per ricondurre Renata fino alla porta.)

Torno a casa solo.

Mi soffermo, come sempre, davanti a Santa Maria del Giglio e tocco il bassorilievo di Zara.

Penso all′amico che è solo, laggiù, dì guardia a Sant′Andrea.

21 decembre.

Una notte agitata. Sveglio alle tre, non ho potuto riprender sonno. Ho letto fino alle cinque. Poi mi sono riaddormentato senza profondità.

Aperte le finestre, vedo il sole che mi batte sul guanciale.

Una giornata chiara e senza vento: mirabile per intraprendere il gran volo.

Ho un′angoscia oscura nel cuore. Mi rodo di perdere questa giornata improvvisa. Il mio pensiero si volge di continuo a Sant′Andrea. Vorrei andare a far colazione là, per interrogare il mio compagno ; ma Manfredi mi disse ieri ch′egli sarebbe rimasto in città.

Comincio a scrivergli una lettera per pregarlo di telefonare a Sant′Andrea. La interrompo. Viene Renata.

Sono così angosciato e taciturno ch′ella mi domanda: «Che hai?» Non so rispondere.

Mancano pochi minuti a mezzogiorno. Il cielo è azzurro. Guardo le piante del giardino: il vento è debolissimo. Odo il rombo d′un velivolo che passa sul Canalazzo.

Perché tanta ombra mi s′addensa nel cuore? Sono malato?

Scendiamo per far colazione. Non parlo. Ho un pensiero fisso. Mangio macchinalmente.

Renata ha disposto i fiori nei vasi : rose rosse, giunchiglie, violette, garofani. Stasera viene a pranzo Beppino, secondo la promessa. Ella sorride. Saremo noi tre, secondo la dolce consuetudine.

Non ho nessuna voglia di andare a posare pel mio ritratto nello studio delle Zattere ; ma Cinerina m′attende. È forse l′ultima imagine. Renata vuole accompagnarmi. Usciamo.

Tepore primaverile su la riva chiara.

Le torpediniere grige ormeggiate.

I tre numeri scritti col gesso su la porta rossa della casa dov′è lo studio: 41, 5, 9.

Renata mi lascia là e torna indietro. Salgo.

Non so dissimulare il mio umor nero. Cinerina è là, tutt′occhi, tutta mento, non più donna ma volontà d′arte, con la sua tunica di tela bianca, coi suoi sobrii pennelli in mano. Prendo l′attitudine, trasognato. Non ascolto le cose ch′ella dice pel gusto della chiacchiera. Passa un tempo indefinito, certo breve.

Sentiamo qualcuno salire le scale di legno e picchiare alla porta chiamandomi.

È la voce di Renata. Apro.

Renata è pallida e sconvolta.

« Vieni, è successa una disgrazia. »

«Che disgrazia? Miraglia ? »

Sùbito penso a lui.

« Scendi, Genua è giù. Ti dirà. »

Scendo, col cuore palpitante. Trovo Memmo Genua su la soglia, commosso. Mi racconta di aver saputo, dai telefoni delle altane di difesa, che il velivolo montato da Giuseppe Miraglia è precipitato in mare e che il pilota è in gravi condizioni. Il meccanico, Giorgio Fracassini, il nostro Fracassini, non si ritrova! Forse è andato a fondo.

Risalgo di corsa, mi accommiato da Cinerina che si agita. Ridiscendo.

Io, Genua e Renata ci mettiamo a correre per le Zattere in cerca di una gondola, di una qualunque barca.

Miraglia è stato portato all′ospedale della Marina. Interrogo di continuo Genua per sapere la verità vera.

Le ginocchia mi vacillano. La lingua mi s′impiglia. Lascio Renata nel campo di San Maurizio. Proseguo per Via XXII Marzo. Passo davanti alla casa di Beppino, all′ingresso della Corte Michiel. La gente mi guarda. Non so dominare la mia orribile ansia.

Incontriamo un marinaio che cammina in fretta. Genua lo ferma. Non odo quel che gli dice. Mi avvicino. Il marinaio era diretto alla mia casa. Comprendo che il corpo è stato trasportato all′ospedale di Sant′Anna. Il corpo! E morto. Genua mi sorregge. Mi metto a correre in cerca d′un modo qualunque di arrivare alla meta e di sfuggire alla curiosità dei passanti. II marinaio ci raggiunge e ci offre un motoscafo che attende a Santa Maria del Giglio. Si va.

Il bacino di San Marco, azzurro.

Il cielo da per tutto.

Stupore, disperazione.

Il velo immobile delle lacrime.

Silenzio.

Il battito del motore. Ecco i Giardini. Si volta nel canale.

A destra la ripa con gli alberi nudi, qualcosa di funebre e di remoto.

Davanti a noi, nel cielo basso, in prossimità del suo rifugio, la forma stupida e oscena di un pallone frenato, color d′argento.

Sono le tre del pomeriggio, circa.

Arriviamo. Salto su l′imbarcatoio. Entro.

Chiedo di Giuseppe Miraglia all′uficiale di guardia. M′è indicata una porta. Entro.

Sopra un lettuccio a ruote è disteso il cadavere.

La testa fasciata.

La bocca serrata.

L′occhio destro offeso, livido.

La mascella destra spezzata : comincia il gonfiore.

Il viso olivastro: una serenità insolita nell′espressione.

Il labbro superiore un poco sporgente, un po′ gonfio.

Batuffoli di cotone nelle narici.

L′aspetto di un principe indiano col turbante bianco.

Le mani conserte sul petto, giallastre.

I due piedi fasciati di garza bianca.

Il piede destro è rotto. Il pollice di una mano è rotto. Una gamba è rotta. Alcune costole son rotte.

Ha la giacca azzurra coi bottoni d′oro, quella di ieri.

Vogliono trascinarmi via. Mi rifiuto. Resto in ginocchio. Prego di lasciarmi solo.

Quando sono solo, mi chino sopra il morto, lo chiamo più volte. Le lacrime gli piovono sul viso. Non risponde, non si muove.

Ricado in ginocchio.

I romori del giorno.

Il pulsare dei motoscafi nel canale.

Il tonfo dei passi sul tavolato.

Un marinaio entra con un fascio di ceri: mette i quattro ceri agli angoli del lettuccio.

Entra Luigi Bologna; entra Carlo della Rocca. Non posso muovermi, non posso alzarmi.

Qualcuno mette ai piedi del cadavere un mazzo di fiori. Credo di riconoscere Silvio Montanarella, il più giovine aviatore.

Entrano due marinai, con le baionette in canna, e si mettono a capo del lettuccio, restano immobili.

Un altro marinaio attacca alla parete del fondo, contro la finestra, una grande bandiera di nave da guerra.

Una bandiera è stesa al capezzale.

Dopo un tempo che non so, un marinaio viene con un altro fascio di ceri e apre la porta nella parete di contro a me.

La porta era chiusa.

Odo uno scalpiccio. Due marinai portano su una barella il corpo di Giorgio Fracassini, ritrovato dopo due ore, tra le tele lacere e i fili attorti, nel trasportare a Sant′Andrea i rottami dell′apparecchio.

Passano la soglia, lo depongono nell′altra cameretta.

Mi alzo per andarlo a vedere. Mi chino su lui.

I ricordi della giornata di Trieste, le sue raccomandazioni per la pompa della benzina, la sua astuzia nel nascondere il ventunesimo sacchetto tricolore...

Sembra che dorma. Ha il viso composto, severo. Ha il suo vestito di pelle fosca.

Sembra un monaco che s′è beato nel transito. Quel suo viso maschio, quasi sempre lucido e grondante di sudore, con gli occhi chiari e arditi, con la fronte rada, col naso adunco, s′è pacificato e annobilito. Veramente riposa.

Rientro nella stanza attigua, e trovo il corpo del mio compagno ricoperto con la coltre nera dalla croce d′oro.

Il suo viso anche è coperto di garza.

Un marinaio è in punto di togliere la bandiera dal capezzale per sostituirvi una bandierina della Croce rossa. Glie lo impedisco. Egli la prendeva per tenderla nella parete dell′altra stanza.

Dispongo a destra e a sinistra, su la coltre nera, il rosso e il verde.

La vita magnetica del tricolore navale da battaglia.

La ralinga bianca [1], il cappio...

Per Giorgio vanno a cercare un′altra bandiera.

Entra Umberto Cagni, accompagnato da altri ufficiali. Lo intravedo, a traverso gli occhi bruciati. Si accosta, scopre il volto del morto, mormora non so che parola. Va a guardare anche il meccanico. Poi si avvicina a me che sono addossato al muro e mi sforzo di dominare l′orrore. Mi prende la mano, me la stringe, dicendo con una voce rude, soldatesca, quasi violenta: «Buongiorno ! » Se ne va.

Gli scoppii del motoscafo. La lancia che sallontana.

Ecco Manfredi Gravina, ecco Alberto Blanc. Non mi muovo. Un marinaio mette sotto le mie ginocchia un cuscino nero, il cuscino dell′inginocchiatoio.

È venuta la notte. Sento il primo grido delle altane: «Per l′aria buona guardia!» Penso a Renata, penso ai fiori ch′ella ha messo nei nostri vasi per lui.

Mi levo. Esco sul pontile.

La luna d′oro splende nel cielo, bassa, di contro a me.

Scendo nel canotto, ripasso pel canale.

Il muro dei Giardini, la ripa con gli alberi brulli, la nera navata del pallone.

Genua mi accompagna, per prendere i pacchi che avevo preparati e per consegnarli ad Alberto Blanc che doveva portarli a Roma.

Ho con me la morte, l′odore della morte. Renata mi aspetta: sa tutto. Ci abbracciamo piangendo. Vuol venire a vederlo.

Entro nella sala da pranzo per prendere i fiori. Ci sono tre posti! Raccolgo tutti i fiori da tutti i vasi. Li porto con me in un fascio.

Rientro nella camera mortuaria.

I ceri ardono. Le fiammelle vacillano specchiate dalle lame delle baionette. I due marinai sono di guardia, immobili.

Dispongo i fiori ai lati del cadavere: sento la forma dei suoi fianchi, delle sue gambe.

Pongo le giunchiglie bianche sul rosso e sul verde della bandiera.

Scopro la povera faccia. La gota destra si gonfia e si annerisce. La bocca sembra chiusa.

La realità di tratto in tratto mi sfugge. Rifletto. Chiudo gli occhi. Me lo imagino vivo come ieri ; poi lo guardo e lo vedo inerte, esangue. È vero?

La veglia comincia.

Di contro a me è la porta dell′altra camera mortuaria dove giace Giorgio Fracassini, illuminata, con un tremolìo d′ombre.

I due marinai immobili ; il luccichio rigido delle baionette nude.

Lo sciacquìo del canale, sotto la finestra.

Il grido delle altane.

Un′aria singolare, come un masso di cristallo impenetrabile, intorno al cadavere.

Verso le dieci arriva il Comandante in capo. Entra con passo energico. Domina la commozione. S′inginocchia, prega. Si rialza. Entra nella camera dove giace Giorgio Fracassini. Mi stringe la mano in silenzio, parte.

S′ode pulsare il motore del canotto. Poi tutto ritorna in silenzio.

Verso mezzanotte arriva il comandante Giulio Valli. Si siede accanto a me. Mi parla del morto.

Rammarichi, rimorsi affettuosi.

Confessa che fu domandato alle forze di Giuseppe Miraglia tutto quel che potevano dare, e oltre.

Nei primi giorni della guerra, solo, con un apparecchiuccio miserabile, con una vecchia pistola Mauser, volava contro il nemico, difendeva Venezia, esplorava Pola!

Mi parla della fiducia che l′aviatore aveva in me e di quella ch′egli stesso m′inspirava. Giuseppe Miraglia, due giorni prima, gli aveva detto: « Se proponessi a Gabriele d′Annunzio di volare su Vienna, risponderebbe semplicemente: – Andiamo –, si sederebbe sul seggiolino e non si volterebbe più indietro ».

Il comandante esprime il suo rammarico per questa coppia distrutta, che aveva così grandi disegni ed era capace di attuarli. Poi parla della bontà dell′uomo.

Il mio dolore riceve, aggira e rapisce come un vortice le sue parole misurate.

Giulio Valli è un uomo fine, filosofico, temprato d′ironia, indulgente, forte e flessibile, fatto per comprendere e per pregiare una natura come quella di Giuseppe Miraglia.

Verso le due del mattino se ne va. Mando Luigi Bologna e Carlo della Rocca a riposarsi. Silvio Montanarella deve venire alle quattro.

Nuova nozione del tempo. Lotta fra l′imagine viva, continuamente creata dal ricordo, e il corpo immobile.

Quando l′angoscia si fa insostenibile e la coltre nera mi sembra vuota e il mio amore crede che il mio compagno sia laggiù addormentato placidamente nel suo letto a Sant′Andrea, mi alzo e sollevo la garza bianca. Il viso tumefatto mi appare. La bocca si chiude sempre più; si suggella sempre più fortemente. Il colore bronzino s′infosca.

Sono sfinito. Carlo discende, nel suo gabbano nero, e mi prega di andare a prendere un po′ di riposo. Resisto.

La guardia dei marinai si cambia, ogni due ore. Essi sono quasi tutti belli, grandi, severi, con un′espressione nobilissima di dolore. Hanno la cintura di cuoio, la cartucciera. Sono vestiti di blu scuro, col collare azzurro chiaro, col berretto di panno.

Scoccano le cinque. L′altana prossima grida, le altane lontane rispondono.

Lo sciacquìo continua.

Ho i piedi gelati sul pavimento nudo. Ho il gelo in tutte le ossa.

Mi alzo; vado a gettarmi sopra un letto in una camera del primo piano.

Un marinaio mi accompagna per i corridoi pieni d′ombra. Davanti alla porta della stanza un timoniere dorme, seduto, col braccio sul dossale della sedia e la faccia nella piegatura del gomito.

Entro. La stanza è bianca. Il letto è bianco.

Una lampada elettrica è accesa sopra il letto. Non oso spegnerla, se bene sia accecante.

Mi servo del gran mantello grigio come d′una coltre. Mi copro il capo, per non vedere la luce. Sono morto di stanchezza, ma non posso dormire.

Quando chiudo gli occhi e il sopore m′invade, vedo il mio amico vivo, che mi viene incontro. Sobbalzo.

Sogno ch′egli entra nella Casa rossa e che io gli dico: «Sei tu? Sei tornato ? »

Si scopre, si disviluppa dal mantello nero. Non è lui : è una maschera, una di quelle maschere bianche ingessate che i Veneziani portavano con la bauta.

Passa un tempo che non so.

Odo passi nel corridoio.. Odo il suono delle trombe mattutine nelle caserme prossime.

Il capo mi duole. Ho nella nuca e nell′occipite una pulsazione dolorosissima.

Odo lo scalpiccio dei marinai che fanno la pulizia nei corridoi dell′Ospedale.

È il giorno? Di nuovo la realità mi sfugge.

È vero? Balzo dal letto, mi bagno gli occhi con un fazzoletto inzuppato nell′acqua della brocca. Discendo.

Mi perdo nei corridoi e nelle scale. Ritrovo la stanza mortuaria. Entro.

L′afa dei fiori e della cera.

La coltre nera, immutata. La forma del cadavere, immutata.

I due marinai di guardia.

Il romore del giorno, di fuori. Le trombe, le campane, il risveglio della città, il ricominciamento inevitabile.

È là il buon Silvio, con gli occhi rossi.

Il mio dolore al capo diventa così crudele che non resisto più. Ordino il canotto. Esco su l′imbarcatoio. Guardo il mattino freddo e cinereo.

Torno a casa, sfinito. Mi spoglio.

L′uniforme ha un odore di morte, mi sembra. Lo stesso odore è nella mia biancheria. Mi spoglio di tutto. Entro nel bagno caldo. Qualcosa del cadavere è in me? Penso sùbito se abbiano lavato il corpo ferito, prima di rivestirlo.

Sentimento di deserto, di desolazione, nella casa.

Ricordi della vita lieve.

Il suo piacere delicato davanti al mio piccolo Watteau, il suo sorriso di Mandarino quando gli dicevo un′imagine concisa d′un poeta dell′Estremo Oriente.

Renata viene. È pallida. Non ha dormito. M′interroga. Le racconto.

Bisogna che io torni a Sant′Anna per mezzogiorno. Ordino una corona, alcuni mazzi di rose.

Renata vuol venire con me.

Non mangiamo quasi nulla. Il canotto è alla riva. Partiamo.

Venezia in cenere. La morte per tutto.

I gabbiani a stormi nel bacino. Il lor ridere basso, a fior dell′acqua tetra.

Renata porta un mazzo di rose rosse legato con un nastro cilestro.

Silenzio.

Le raccomando di contenersi. Mi guarda con due occhi coraggiosi.

Siamo all′imbarcatoio. Scendiamo. Non c′è nessun ufficiale di guardia.

Renata posa ai piedi del cadavere le rose, s′inginocchia, prega, col viso tra le mani chiuse. Non piange.

Dopo alcuni minuti angosciosi, la scuoto, la riconduco. Riparte sola. Io rimango.

Ventiquattr′ore sono trascorse dall′ora della morte.

Guardo il viso: è più gonfio, più scuro, con un po′ di sangue alle narici, agli angoli della bocca.

Il tempo passa. La guardia si muta. E sempre in me la stessa interrogazione: Perché?

Entra Luigi Bresciani, uno degli amici più devoti di Giuseppe Miraglia, il suo maestro d′aviazione, se bene più giovine di lui. Ci guardiamo, e non sappiamo frenare il pianto. Piangiamo, stringendoci.

Poi le parole rotte, la spiegazione della catastrofe, la discussione tecnica, i particolari nuovi, le scoperte; e gli sguardi muti che toccano il fondo dell′anima.

Due marinai portano la mia corona di rose bianche e rosse. La pongo presso il suo capo. Pongo anche presso la sua guancia destra (quella che è pesta) il mazzo di Renata.

II tempo passa, nel medesimo orrore. Vado a guardare il viso di Giorgio. È cereo ma tranquillo. Una profonda pace Io beatifica.

E notte. Esco. Torno a casa per la fondamenta di Sant′Anna, a piedi.

La luna è già alta, dietro il tetto dei dieci camini. Fa freddo, un freddo secco. La via Garibaldi è piena di popolo. A ogni momento ho un′allucinazione: vedo Beppino che mi cammina davanti, col suo mantelletto nero, col suo andare spedito.

Passo per la Riva degli Schiavoni, per la Piazzetta, per la Piazza.

Passo davanti alla sua casa. Entro nel budello che va alla Corte Michiel. Le mura dei palazzi mi serrano come in pareti di ghiaccio.

Scarso lume nel vestibolo. Salgo nella scala cupa, tremando. Una voce di donna chiede: «Chi è?»

« Amici ! »

In capo della scala è la padrona. Mi dice che la stanza è chiusa a chiave, chiusa da Gigi Bologna che è venuto a prendere la spada, la feluca, le medaglie. Ridiscendo, con una tristezza così pesante che vorrei non arrivare in fondo alla scala.

Fuggo. Ho la schiena ghiacciata dai brividi.

Santa Maria del Giglio: il bassorilievo di Zara.

I ponti.

La calle stretta.

La Casa rossa. Renata ansiosa e bianca.

Ci sediamo a tavola. Non si mangia quasi niente. L′amico è là. I dolci ch′egli amava, come un bambino goloso, sono là. Ma non ci sono fiori. Rimangono sul vassoio d′argento le due maschere di vetro: Arlecchino e Pantalon. Le tolgo, le metto sul caminetto. Si parla, si parla di lui: ci si sazia di disperazione.

Dormo qualche ora con incubi. Mi levo alle tre di notte. Porto con me il tubo, pieno di caffè caldo, che usavo portare nei voli.

Esco.

Notte di luna, adamantina.

Venezia defunta e chiusa nel diamante perenne.

Le calli e i campielli deserti. Il suono del mio passo quasi spaventoso.

Mi scocca l′ora sul Ponte della Paglia; e il grido delle altane si propaga nella chiarità sonora.

Lungo la fondamenta di Sant′Anna, vedo sul muro di una casa illuminata dalla luna l′ombra del soldato che veglia sopra un′altana in arme.

23 decembre.

È il mattino stabilito pel gran volo: un mattino glorioso. Non una bava di vento. La laguna è senza una ruga. Il cielo è immacolato.

S′egli fosse vivo! A quest′ora ci prepareremmo, ci vestiremmo delle nostre pellicce, proveremmo le nostre armi, metteremmo i nostri camauri [2] lanuti, i nostri calzari di pelle. Saremmo allegri, agili, fidenti. Giorgio sarebbe là a preparar tutto nei nostri sedili. Il sacco dei messaggi sarebbe già riposto sotto il cofano del motore, come quello di Trieste...

Entro nella camera mortuaria.

Angelo Belloni è là. Testa triangolare, fronte ampia, occhi grandi, intensi come quelli dei falchi, senza battito.

Ci stringiamo le mani.

Vedo sùbito che la coltre è stata smossa, perché i fiori, già da me composti intorno al corpo, sono scomposti. Il medico ha fatto le iniezioni per conservare il corpo più a lungo.

Non si hanno notizie dei parenti. Non si sa se il fratello venga da Valona dove la notizia fulminea lo ha raggiunto.

I due marinai non sono più dalla parte della testa ma dei piedi. La stanza è già riempita di corone posate su cavalietti.

Forme senza bellezza.

La forma pura della corona è pervertita.

Stupidità delle corone funebri composte dai fiorai vanitosi. Ce n′è una finta, di porcellana e di zinco.

Le ombre delle corone tremano su la parete. Le fiammelle dei ceri vacillano specchiandosi nelle baionette.

Vedo gli altri due marinai di guardia, pel vano della porta che va nella stanza del meccanico.

Angelo Belloni si siede accanto a me. È un poco sordo. Parla, parla.

Per rispondergli devo mettere la mia bocca accanto al suo orecchio destro.

È un grande e sincero amico del morto. Parla di lui. Come lo conosce !

Tenerezza delle amicizie giovenili.

Rifò qualcuno dei suoi modi, racconta qualcuna delle sue piccole manìe.

Loda specialmente la sua bontà profonda, nascosta, pudica. Adduce esempi su esempi.

Mi dice, anch′egli, quanto mi amasse, qual beneficio egli avesse tratto dall′avermi incontrato.

Si parla, si parla. L′anima dell′amico è viva, presente, operante. Ci leviamo quasi insieme, di sùbito, con uno stesso pensiero.

Scopro il viso del morto. Ahimè !

Il naso è gonfio, sanguinolento, con le narici piene di cotone. Un orribile bavaglio di cotone gli nasconde la bocca. La tinta bronzina è ancor più cupa, senz′oro.

Ci sentiamo soffocare dall′afa dei fiori, dei ceri, della morte. Il sapore atroce è nella lingua. Usciamo, vediamo per la porta vetrata che è giorno chiarissimo! Quante ore sono passate?

È il giorno, il giorno del gran volo. Sono quasi le otto. A quest′ora saremmo già in volo verso Ancona. Saremmo già di là dalla Punta Maestra, di là da ogni miseria, di là dalla vita, di là da noi stessi.

Esco su l′imbarcatoio.

Il sole vermiglio a fior d′acqua. Il cielo puro. Il sole giovine e forte, il sole che balza, che aspira al meriggio.

La laguna è di seta cangiante come l′opale. Il campanile inclinato di San Pietro sembra di madreperla.

Un motore di canotto ha un palpito energico. Giorgio non l′ode più come il battito del suo cuore d′acciaio.

Ansia, rimpianto, fine di tutto.

Rientro nella stanza.

Mi offendono le forme stupide delle corone su i trabiccoli di canna, i larghi nastri inerti, penzoloni, con le lettere dorate. Soltanto le rose bianche di Renata sembrano vive e sensibili. Soltanto i grandi mazzi di violette scure sembrano degne della morte.

Non resisto più oltre. Me ne vado, a piedi, per la fondamenta. Nel rio si specchia la casa rossa dei dieci camini. La vita già si spande, misera e ciarliera. La gente guarda il mio viso pallido di superstite.

Vado all′Arsenale. L′Ammiraglio mi riceve subito. Ho una fitta nel cuore. Lo stile di guerra comandava di sostituire il caduto e di tentare l′impresa, stamani, nel giorno stabilito.

Era la miglior maniera di onorare l′eroe morto.

Dinanzi a quell′alta e severa coscienza espongo in breve la necessità di non rinunziare al gran volo. Egli comprende, consente. Mi dichiara che appoggerà la spedizione, come ha promesso. Mi consiglia d′intendermi con quel pilota che mi sembri degno di subentrare nel posto del caduto. È semplice, rude, schietto. Già lo ammiravo. Da quest′ora lo amo. Si parla della chiusura del corpo nella cassa, dei funerali. Mi dice che il padre, vecchio e malato, non verrà. Fra poco quarantotto ore saranno trascorse. Si stabilisce che il cadavere sia suggellato oggi alle quattro del pomeriggio.

Mi accommiato. Torno a casa. Il giorno è così bello che mi sembra di non averne mai veduto uno più bello. Il 23 di decembre, il nostro giorno !

Il destino non soltanto ha ucciso d′un colpo il mio compagno, ma, per ischerno, ha levato dal fondo del mare un mattino di gloria. Il sole monta, con non so che insolito vigore, il quale forse sembra straordinario alla mia estrema stanchezza.

Rientro nella casa, rotto in mezzo alla schiena, curvo. Faccio chiudere le imposte.

Mi tolgo gli abiti che sono impregnati di morte. Il fazzoletto, che levo dalla tasca, ha l′odore dei fiori appassiti e della cera strutta.

Renata prepara un altro mazzo di rose. Vuol tornare con me laggiù a Sant′Anna.

Prendiamo una gondola.

Acqua azzurra, felicità dell′aria dorata, stormi di gabbiani che ridono del loro riso chioccio.

Approdiamo ai Giardini per camminare un poco.

Suolo duro e sonante. Alberi spogli e disperati. Se guardo i rami, mi sembra che sieno essi per spezzarsi di dolore, del mio medesimo dolore.

Ridiscendiamo nella gondola, voltiamo pel canale, lungo la ripa degli alberi secchi. Il pallone frenato si dondola stupidamente nell′aria, sopra la sua gabbia nerastra.

La stanza è ingombra di nuove corone. L′afa è più spessa.

Renata s′inginocchia, depone le rose, prega. Esce, parte. Se ne torna in gondola, sola, col suo segreto.

E comincia la peggiore delle torture.

Sono le quattro, ma le casse non sono ancora pronte e il saldatore non è ancora venuto.

Tra le cinque e le sei, l′odore della morte nella stanza comincia a farsi intollerabile. Esco, rientro, esco di nuovo.

M′incontro con un nostro buon compagno, con un giovine pilota che ha già dato belle prove di prodezza. Lo prendo in disparte, lo conduco sul tavolato dell′imbarcatoio e gli parlo. Gli domando se vuole sostituirsi al caduto, nell′impresa dalmatica.

Esita. Finisce col dire ch′egli crede fermamente non esservi alcuna speranza di buon successo, ma che, da buon soldato, obbedirà se riceverà un comando netto.

Soggiunge: « Un solo motore. Un apparecchio infido. Circa nove ore di volo. Certo cadremo e rimarremo in mare. Non c′è da far conto sul soccorso delle torpediniere. Ma io, del resto, sono abituato a passare ore e ore in acqua ».

« E io mi abituo a tutto rapidamente » gli rispondo, ritrovando per un attimo il mio sorriso.

L′ardore dissimulato del mio compagno perduto mi avviluppa. Rivedo le sue mani al volante, gli occhi verdastri dietro i vetri della maschera. E sento che forse mai più ritroverò il mio pari nell′amore del fato.

Stabiliamo di parlarne al comandante Valli. Davanti al mio viso fisso, il giovine si riprende e mi assicura che sarà felice di tentare con me il volo se si riconosca la necessità di tentarlo. Ma un suo compagno sopraggiunto riaccende il dibattito opinando che compiere il volo è offendere la memoria dell′estinto...

La sera è di opale, d′oro, d′ambra. L′orizzonte è gemmato come un lungo ordine di troni.

Poi la dovizia si vela e si fredda. Il cielo e la laguna sono due soavità gelide.

V′è una dolcezza che taglia? È questa.

L′uomo nella bara è adeguato all′orizzonte, anello dell′Universo.

Rientro. Vedo portar via le corone. I marinai vuotano la stanza funebre. A fianco del tettuccio vedo la cassa scoperchiata in terra. Il coperchio è poggiato al muro verticalmente.

Il cuore mi trema così forte che mi appoggio alla spalla di Luigi Bresciani ; ma mi pare che anch′egli abbia bisogno di essere sorretto.

Riafferro il mio coraggio, discosto da me chi fa l′atto di trascinarmi fuori. Sono risoluto a non abbandonare il mio amico, fino all′ultimo. Rimango in piedi, silenzioso.

La camera è ormai vuota. I marinai l′hanno sgombrata di tutte le corone. I ceri sono spostati. Dei miei fiori, ch′erano sopra la coltre, lascio portar via i primi e i recenti, fuorché il mazzo di rose bianche col nastro bianco.

La coltre è tolta. Appare l′armatura del lettuccio, appaiono le ruote. E intravedo, a un guizzo di fiammella, una macchia scura sotto il lettuccio, rabbrividendo.

La bandiera è tolta dal capezzale; la garza è tolta dal viso irriconoscibile. Quattro marinai prendono il lenzuolo per i quattro lembi.

La cassa aperta sta sul pavimento, parallela al lettuccio. È foderata di piombo; riposa su piedi dorati.

Mi tengo il mento per impedire che i miei denti battano.

I quattro marinai sollevano il lenzuolo.

La spoglia si scompone. Vedo le mani congiunte disgiungersi, i piedi fasciati vacillare, la testa tendersi al peso inerte, le braccia dei marinai contrarsi, i due uomini della cassa, i due operai mortuarii, da capo e da piede, regolare la deposizione, indifferenti, come si trattasse di una derrata.

Per qualche attimo i corpi curvi dei marinai mi impediscono la vista del cadavere.

I due uomini guidano il gruppo con parole sommesse. « Più qua, più là. Così. Ora giù. Così. La misura è giusta, per l′appunto ! »

La misura è giusta : il corpo entra nella cassa esattamente. I piedi fasciati stanno contro l′asse del fondo, il capo tocca l′altra asse.

C′è una specie di orrore impietrato, intorno a me.

Sento contro la mia l′anima di Luigi Bresciani, la più tenera, la più devota, la più pura.

Io solo mi avanzo, m′inginocchio, guardo il cadavere, depongo il mazzo di rose su i suoi poveri piedi rotti e fasciati.

Le mani sono gialle, il viso è quasi nero, come quello d′un mulatto. La bocca è coperta dal bavaglio di cotone.

Ho il coraggio di sfiorare le mani con le mie labbra.

Mi rialzo, soffocato ; mi volto, vado verso Luigi che non ha più colore, che ha una bocca convulsa di bambino. Piego la faccia su la sua spalla, singhiozzando.

Odo il lettuccio passare accanto a me, su le sue ruote, spinto verso la porta del fondo aperta sul chiostro.

L′aria di fuori entra e rinfresca l′afa irrespirabile ove rimaneva l′odore dei fiori, della cera, del dissolvimento.

Riapro gli occhi.

La cassa è coperta dal coperchio di piombo. Il saldatore tiene in pugno la lampada ove la lingua di fiamma, azzurra con la punta gialla, rugge e riempie del suo rugghio il silenzio.

Dei due uomini uno tiene la lampada attiva, l′altro tiene un moccolo e rischiara l′opera.

La porta è lasciata aperta sul portico. Entra l′aria fredda e fa struggere i ceri che lacrimano. Il nerofumo entra nelle narici.

L′uomo della fiamma è un giovine bruno, dal viso impassibile, grande, membruto. L′altro è un uomo su la cinquantina, con un viso travagliato, penoso, con baffi e capelli brizzolati. Stanno curvi, l′uno accanto all′altro, col cannello, col saldatoio, con la verga di stagno fusibile ; e lavorano intorno alla commettitura del piombo.

S′ode il rugghio della fiamma che il saldatore dirige.

Ogni altro rumore è abolito.

Non v′è che il silenzio e quella voce.

Diventa ritmica, talvolta : rammenta il battito di un motore.

Il fuoco dardeggiato suggella l′eternità. Il tempo è infinito.

A ogni breve sosta del saldatore, si pensa : « Ecco, è fatto ». Ma il rugghio non s′arresta.

L′uomo si asciuga il sudore col dorso della mano, e prosegue. L′altro esamina il lato già saldato, chinando la guancia su la commettitura, guardando di sghembo. Trova il fallo: avverte il compagno, che si riavvicina e sfrega.

È il secondo stadio dell′allontanamento.

Il cadavere è omai separato da me, è chiuso, è solo, è già della tomba. Fra poco sarà della chiesa. Domani sarà portato al cimitero, deposto nel deposito, in una stanza estranea, incognita. Tre volte lontano.

Un prossimo giorno sarà sprofondato nella terra, calato nella fossa, sepolto. Quattro volte remoto.

Mi pareva ancor mio, dianzi, se bene disfatto, se bene difformato. Ora è prigione.

Ha con sé le rose su i suoi piedi rotti.

Non si potrebbe levare, neppure se il Cristo lo chiamasse.

La piastra di piombo lo grava. La saldatura è compiuta, il suggello è perfetto.

Ora è là, non più con la nostra aria, con l′aria che io respiro, ma con la sua aria, con l′aria della tomba, con l′aria dell′eternità, che non consumano i suoi polmoni entro le sue costole infrante.

L′uomo grigio fa l′esame della saldatura, rischiarandosi col moccolo che quasi gli brucia le unghie. Trova ancora qualche fallo. E la lampada ruggente, ch′era posata in un angolo, è ripresa. La fiamma è dardeggiata di nuovo; tutta la commettitura è sfregata, lisciata.

Una voce dice, squallida, senza umanità: «La segatura».

Mi volto. E un medico dell′Ospedale, un medico della Marina, piccolo, canuto, diligente, preciso. Ripete : « Ora la segatura ».

Non comprendo, e il mio sguardo osserva tutto il pavimento.

Vedo, poco lontano dai miei piedi, qualcosa di bianco che sembra ai miei occhi stanchi foglie di rose, delle rose di Renata.

Mi chino un poco. Sono falde di cotone.

Più in là, nel mezzo della stanza, rivedo quella macchia oscura che avevo scoperta sotto il lettuccio.

È sangue, è sangue e siero colati a traverso il materasso.... Mi pare che il cuore mi cada giù, sotto il calcagno.

Un marinaio porta la segatura, e vedo che i due saldatori la spargono sul coperchio di piombo. Perché?

Per l′umidità, per proteggere il metallo dall′umidità.

Affinché la segatura entri bene nell′interstizio fra la cassa di legno e quella di piombo, i due uomini cominciano a sbattere le palme delle mani aperte contro il fianco del legno rapidamente, come fanno certi manipolatori di muscoli. So che questo modo, in quell′arte, ha un nome speciale. Il legno rimbomba. Chiudo gli occhi.

Imagino che il mio amico supino si svegli e dia di dentro quei colpi. Sento come il mio spirito stremato sia prossimo al delirio e all′allucinazione.

«Basta! Basta!» grido dentro di me, ma il grido non esce.

Quegli uomini seguitano meticolosamente, sinché l′interstizio non è pieno.

Poi spargono sul coperchio la restante segatura.

Poi prendono il coperchio di legno che è poggiato alla parete.

La fiamma rugge tuttavia, posata a terra, presso la finestra nascosta dalla bandiera tesa.

Il coperchio di legno è collocato nel suo luogo, premuto, calettato. Uno degli uomini conficca e gira le viti.

Sul coperchio è una croce dorata e una targhetta d′ottone incisa.

Un marinaio, intanto, con una strofinaccio legato a un′asta, pulisce sul pavimento la macchia di sangue. Quando ha finito, passa accanto a me, quasi mi tocca, con l′asta in alto e lo strofinaccio penzoloni.

La cassa finalmente è pronta. Sono circa le sette di sera. S′ode il grido dell′altana.

Quattro marinai sollevano la cassa con due fasce di canape. Io m′avvicino, metto le mie mani sotto il fondo e sostengo il peso.

Sono sbattuto contro lo stipite della porta, al passaggio.

Usciamo nel chiostro. Mettiamo la cassa sul lettuccio a ruote. Operazione lunga, perché la cassa traballa, non trovando il suo assetto.

Mi chino a leggere la targhetta incisa: il nome e due date. Egli nacque nel solstizio d′estate: 21 giugno 1883; morì nel solstizio d′inverno: 21 decembre 1915: a trentadue anni e sei mesi.

Il lettuccio cammina su le ruote verso la Cappella.

La Cappella è senza bellezza. L′altare è spento.

Non so più vedere, non so più sentire. Un′ottusità orribile mi fascia.

La coltre nera e oro è posta a coprire la cassa. Un marinaio è accanto a me coi miei fiori e aspetta che io li prenda e li disponga di nuovo su la coltre.

I due saldatori lavorano alla cassa di Giorgio il meccanico.

Il rugghio della fiamma giunge alle mie orecchie mentre rasento la porta della prima stanza vuota. Affretto il passo.

La nausea dei fiori e della cera mi travaglia. Esco.

Oscurità. Ombre erranti. Chiacchiericcio. Odore di cucina, odore di miseria.

Di tratto in tratto, ho un sussulto. Vedo ondeggiare dinanzi a me il piccolo mantello nero. Le ginocchia mi si piegano, rotte. Mi sembra che non arriverò mai nel mio rifugio.

24 decembre

Su la fondamenta di Sant′Anna una cernile, folla di donne del popolo che s′accalca ai cancelli dell′ospedale.

Visi dolorosi di Marie, visi travagliati dalla fatica e dalla sventura, visi di pietà.

Bambini macilenti, tuttocchi, sucidi, tristi.

L′acqua del rio malata.

La casa rossastra coi dieci camini a imbuto.

Un cielo grigio, umido, freddo.

Quando passo la soglia della Cappella, non vedo più nulla, se non i due feretri in mezzo a muraglie di corone.

L′altare ha i ceri accesi.

Uno mi dice: «Ecco il fratello». Vedo il fratello, piccolo come lui, con un viso ossuto ed energico, con una corta barba nera. Ha un continuo moto convulso nella mascella, come se masticasse qualcosa d′atrocemente amaro.

Viene da Valona, dal comando d′una squadriglia di torpediniere. Ha lasciato la crociera notturna e diurna, per accorrere. Trova la cassa chiusa, il feretro ammantato. Porta seco il soffio della guerra, l′odore verde del basso Adriatico, qualcosa del ponte d′una torpediniera in caccia, qualcosa della scia d′un siluro ben diretto. E un uomo.

Non ho voglia di dire una parola. Ho i denti serrati. Passo davanti a uno stuolo di ufficiali. Vado a inginocchiarmi solo, a fianco della cassa, presso il luogo dove il suo capo riposa.

Il suo capo, invisibile, è discosto da me due palmi. È là. Lo vedo a traverso la coltre e il legno. Iersera era infoscato, fumoso, gonfio. Un′altra notte è passata. E il terzo giorno. Lo sfacelo continua.

Ho nelle ossa un freddo orribile. Toccare la morte, imprimersi nella morte, avendo un cuore vivo!

Eppure siamo anche una volta soli, noi due, soli come nella carlinga in volo. Tutti gli altri mi sembrano estranei, anche il fratello. Siamo soli.

Il prete dice la messa funebre. Dal fondo della Cappella sale una preghiera mormorata dai marinai, un coro sommesso e roco.

Sento l′immobilità del mio corpo. Le ginocchia mi dolgono, e non posso muovermi.

Il prete ora s′accosta alla cassa, con un libro, tra due ceri; e legge le preghiere dei morti.

Tuttavia il mio amico è là. Quando la cerimonia finisce, sento che v′è ancóra più gradi da superare nella separazione.

Ora è là, ancóra mio. Sento la sua carne disfatta. Vedo le rose bianche su i suoi piedi fasciati.

Ma quattro marinai s′avanzano per sollevare la cassa, con larghe cinghie. Essi lo portano via.

Il cuore si serra e spasima. Il morto s′allontana un poco di più.

Con un movimento istintivo, mi accosto e metto le mie mani sotto la cassa: ne sento il peso. La coltre mi copre le braccia fino al gomito.

Cammino, senza vedere niente altro che il nero e l′oro e i fiori. I fiori di Renata son là, col nastro cilestrino, insieme ai miei.

Si va, si va. Sento la presenza dell′acqua. Camminiamo sopra un tavolato. Dietro di me è l′altra cassa, che incalza.

La lancia parata di nero e argento, col timone coperto di drappo, è contro l′imbarcatoio. Sono su l′orlo. La cassa vacilla, mi sfugge. Non la tocco più. Chiudo gli occhi.

I marinai la calano nella lancia, la pongono là, coi piedi volti a prua. L′altra cassa è collocata accanto.

Poi corone corone corone, una sopra l′altra. È come un sogno, è come uno spettacolo, è come una figura di danza.

Sotto il cielo bigio, il giallo grida, il rosso squilla. Passano, passano di continuo, portate dai marinai, corone senza numero.

Passano, s′imbarcano, riempiono la lancia funeraria, riempiono due altre barche.

Sembra la festa di giugno, quando le peate vengono dalle isole col carico dei fiori e dei frutti.

Ancóra, ancóra ghirlande!

E come un movimento circolare, quasi una figura di danza, quasi una teoria sacra: qualcosa di antico e di pagano. La meraviglia arresta il dolore.

Le barche sono colme. I motori scoppiettano. Il corteo marino si muove, passa sotto il ponte di legno folto di gente che guarda e compiange.

Il popolo fa la sua ghirlanda pietosa sul ponte curvo, in silenzio.

La lancia con le due casse è presa a rimorchio.

Una barca carica di fiori è a sinistra, contro il bordo.

Una gondola nera, col felze dove s′intravede il prete e l′accolito, sta a destra, contro il bordo.

Si naviga lentamente, per le lagune scolorate che fende la scia pallida, la scia della morte, lungo il canale segnato dai pali.

Le acque son basse, le barene appariscono.

Ecco le mura rossastre che cingono l′isola dei morti.

Mi volto a guardare laggiù il Casino degli Spiriti, gli orti di Tomaso Centanni, i luoghi delle nostre delizie. (Sere d′estate, sere di luna; gondole piene di donne che non eran nostre; malinconia e disdegno.)

Siamo alla riva, siamo sotto un muro di mattoni corrosi, sovrastato dai cipressi.

Si approda.

E come un sogno d′oltremare, d′oltremondo.

Mi ritrovo su lastre di pietra.

Cammino di nuovo dietro la cassa, di nuovo la tocco, la riprendo.

Entriamo nel chiostro, sotto il portico. Andiamo verso una porta, verso il deposito mortuario, dove le due salme attenderanno fino a lunedì per essere seppellite.

Non mi distacco dal mio feretro. Entro nella stanza fredda, imbiancata.

La cassa è posta su due cavalletti. È ancora coperta dalla coltre e dai miei fiori.

Mentre mi raccolgo e dico anche una volta addio al compagno (il suo corpo è scosso da questo continuo moto, dalle prove e riprove per la collocazione stabile), ecco che cominciano a entrare le corone.

Sono enormi, talune. I portatori le dispongono contro le pareti, l′una su l′altra. Sono cento, sono più di cento.

Un′afa irrespirabile. Fiori ancor vivi, fiori morti. Tutta la stanza è ingombra. Per far posto, bisogna premere le ghirlande, calcarle, pestarle.... Mi sento venir meno. Mi portano fuori all′aria.

Credo che non potrò più amare i fiori. Sono avvelenato da questo lezzo di sepolcro.

Ho la testa vanita. Trasogno. Dimentico la sosta nel cortile dell′Ospedale.

All′uscire dalla Cappella, il regolatore della cerimonia, il comandante Valli, arresta i due feretri in mezzo alla corte.

Vedo un quadrato d′uomini. Gli accompagnatori si dispongono a torno. Vedo gli Ammiragli, i Generali, gli ufficiali, a capo scoperto. Il fratello è accanto a me. C′è un gran silenzio. Che si aspetta?

Mi guardo intorno, e vedo occhi che mi guardano. Che si deve fare?

Il comandante Valli mi s′avvicina e mi domanda se io voglia parlare.

Credo che sono divenuto ancóra più pallido, perché premurosamente mi dice: «No, no, se non può, se non si sente di parlare... »

E c′è intorno un silenzio spaventevole.

Il cielo grigio si abbassa sul mio capo, come una cappa di ferro.

E il silenzio sembra eterno.

Devo strappare le parole dal mio cuore stretto. Il fratello mi guarda. Tutti sono intenti a me. V′è un′attesa angosciosa, che cresce d′attimo in attimo.

Faccio un passo innanzi; poi mi volgo al feretro.

Non vedo l′altro feretro, dimentico l′altro morto.

Parlo con una voce che mi fa tremare in tutte le fibre e che quasi non riconosco.

Vedo sopra un viso colare le lacrime. E la parola mi si rompe.

Quando la camera di deposito è piena e pigiata di fiori, i custodi la chiudono. La sento chiudere dietro di me.

Andiamo verso la riva, dove sono le barche.

Qualcuno mi s′accosta e mi mostra un biglietto che un rematore in sandalo gli ha recato dal Casino degli Spiriti.

Rosalinda è là, è arrivata stamani, all′improvviso. E andata al Casino per assistere al passaggio della barca mortuaria, all′approdo. Desidera vedermi, parlarmi. Mi prega di raggiungerla.

Non posso. Non ho più forze. L′aspetterò alla Casa rossa, s′ella potrà venire prima della partenza. Deve ripartire alle due. È già mezzogiorno.

La mia barca, al ritorno, costeggia i muri di San Michele, rossi di mattone con la base di pietra chiara.

Ricordo una notte d′estate, una notte d′agosto. Eravamo andati a Murano in gondola. Rosalinda era con noi. La laguna era così fosforescente che ogni colpo di remo levava lunghe fiamme bianche. E ci chinavamo a guardare. Il mento delle donne ne appariva rischiarato.

Lungo i muri del cimitero cessammo di ridere e di motteggiare.

S′udiva il tonfo misurato dei remi. E sotto i muri funebri la fosforescenza creava anella e ghirlande di luce.

Una melodia luminosa cingeva l′isola dei morti.

Egli la udiva, la vedeva. Egli aveva là il suo luogo profondo.

Una tregua. Egli è del camposanto ma non è ancóra della terra. La sua fossa è scavata ma non sarà riempita se non dopo il giorno santo.

La pena s′è ottusa. Ora sono in una specie di torpore cupo, stanchissimo.

Renata è in silenzio, chiusa nel suo segreto, con sotto le ciglia folte quei suoi occhi fissi intagliati come gli occhi invitti delle Aquile romane.

La casa è in una quiete sepolcrale, è cinta d′acque morte come l′isola dove ho lasciato il mio compagno.

Il palazzo dei Leoni è là, sul Canale, con le sue erbe disseccate, col suo aspetto di abbandono selvaggio, come una dimora leggendaria. I pavoni bianchi non gridano su la scalinata di marmo inverdito; ma i gabbiani tessono e ritessono voli su l′acqua livida, galleggiano, poi si levano, più silenziosi delle falde di neve senza vento.

Qualcuno suona alla porta.

Non posso più udire il campanello senza sussultare.

È Rosalinda, ansante, velata, con le mani tese. Non l′aspettavo più.

La sera cade rapidamente.

Debbo ricondurla alla stazione.

Chiedo la gondola.

Entriamo nella bara oscura. Tutto il canale è buio. Nel felze non la vedo. C′è l′oscurità stessa che dev′essere entro la cassa, laggiù, tra tutte quelle corone che si sfanno.

La sera che cala su l′isola dei morti.

il chiostro deserto, le lastre sconnesse, il pozzo tristo come sepolcro fra sepolcri, la porta chiusa della camera di deposito, la fossa scavata nell′erba fangosa, le croci fitte e irte come stecchi nello sterpeto, le campane di sott′acqua, le sirene dei vaporetti che passano...

La lascio bruscamente su la riva abbuiata, dove vagolano fantasmi. Rientro nel felze.

Il mio amico è laggiù nel suo piombo, così com′io sono in questa prigione vacillante che puzza di muffa e di cose putrefatte, sopra la marca bassa.

D′improvviso, ho paura. Qualcuno e con me. Rimango immobile, con gli occhi fìssi allo sportello.

Mentre scrivo nel buio, il pensiero mi si rompe e la mano si arresta. Allora la lista che ho voltata si rialza e ricade sopra le mie dita, senza rumore.

Ho un brivido di spavento. E rimango immobile, con tutto il corpo rigido, non osando più tracciare un solo segno nelle tenebre.

 

 

 

Stanotte il letto oscilla e vibra come l′ala doppia tesa tra mare e cielo. Per bere il vigore dell′Adriatico apro la bocca, ma nessun sorso fresco m′entra nella gola.

L′iodio mi fa una bocca di metallo, una gola d′acciaio. L′acciaio è arroventato nella fucina del mio occhio ardente e temperato nella pozza del mio sangue spesso.

Grido e non odo il mio grido.

 

La faccia smorta di Alfredo Barbieri è su la proda del letto, come sul bordo della carlinga, ma senza la maschera e senza la celata di

CUOIO. Il gesto del pilota mi passa nel braccio intorpidito, ma non me lo muove.

Vedo il guanto nerastro di Oreste Salomone nell′atto di scansare il corpo greve caduto contro il volante che Luigi Bàilo ha abbandonato per rizzarsi in piedi a far fuoco da poppa contro l′avversario mentre roteando gli passa nella mira.

Il corpo ripiomba a destra. La testa penzola. La celata si riempie come una tazza rotonda. La spruzzaglia incomincia, simile allo sfavillìo del tizzo che si consuma nella rapina del vento.

Luigi Bàilo ritorna a proravia per la passerella tra i due serbatoi. Non ha più l′arma in mano. Con la mano si regge il braccio stroncato.

Resta un solo pilota valido al governo. È necessario ch′egli sia protetto, perché riconduca alla Patria l′ala e la soma.

Il ferito si china sul compagno, per fargli scudo, egli invalido e disarmato.

Vedo, a traverso la maschera, a traverso le lane e le pelli, la trasfigurazione sovrana d′uno stretto viso d′uomo: il dio nel ciborio.

Ecco che più a dentro è ferito il ferito, dalla terza raffica. Trapassato è lo scudo magnanimo. La volontà risfavilla nello sfavillìo della porpora.

Barcolla, si piega indietro, si appoggia al serbatoio, cerca di riannodare le ginocchia che gli si slegano. Non vuol cedere. Può servire tuttavia da scudo. E necessario.

Oreste si volta di tratto in tratto a guardarlo. Distoglie una mano dal volante per toccare il fratello con un gesto di conforto.

Si volta ancóra; e lo vede disteso nella passerella, tra rame e rame, supino: un sacco di sangue.

Era il superstite una vita; ora è tre vite, e tutto l′amore indomabile.

Ho il petto pieno di grido, e non odo la mia voce.

Il letto oscilla, sbanda, e poi precipita. Un deserto di sasso, sgretolato e forato, viene precipitosamente incontro al mio occhio che non si chiude. Gli attimi sono eterni. La caduta non ha fine.

Ecco il Carso, pallido. Ecco la selva di Tarnova, nera. Ecco l′Isonzo, ceruleo.

Ora mi sembra di percepire nella caduta lo splendore bianco delle mie ossa. La mia bocca è aperta e arida come una di quelle fenditure nel calcare scarnito.

Brucio. Il sudore stilla come un pianto che non trovi più la via del ciglio.

È mezzogiorno. Le vie di Pordenone sono deserte e tristi. Intravedo, in una fuga d′alberi spogli, laggiù, i monti di sublime zaffiro. Un cane randagio si getta contro la macchina e fa sguizzare le ruote. Arrivo alla porta del Comando. È socchiusa. La spingo; salgo. Non so perché, pavento nell′ombra il tonfo del mio passo sul legno. La casa è deserta. Nessuno apparisce. Chiamo.

Un fantaccino biondiccio si mostra dietro un banco da negozio, balbettando, con un boccone di pane che non gli passa ancóra pel gozzo.

Inconsapevole, gli chiedo: « Il colonnello Barbieri è al campo?»

Sembra ch′egli non comprenda. Si sforza d′ingoiare il suo boccone faticoso.

« Mi aspettava » soggiungo. « Dov′è?»

Egli non risponde. Si volta e va nella stanza contigua.

Il silenzio è così perfetto che dal mio luogo odo il suo biasciare. Un colpo di vento fa tintinnire i vetri ove distinguo le allumacature della pioggia. Noto le linee verticali nella carta della parete, i nodi nella tavola del banco. V′è nell′aria qualcosa che inclina il mio spirito a interpretare i minimi segni.

Il fante ritorna a me con un fascio di pellicce macchiate di bruno, chiazzate di sangue risecco. Depone sul banco il fardello truce come il mercante scarica la balla di panno da misurare a braccia.

Sono le spoglie di Alfredo Barbieri reduce dall′impresa di Lubiana.

L′aria s′è fatta di cristallo gelidissimo. Ha la medesima qualità di quello spirituale masso di ghiaccio che serra la testa del cadavere nella prima ora. La mia corsa diritta la fende come il diamante riga il vetro. E lo stridore mi divide il cervello.

Giungo alla Comina. La strage non turba i cuori agguerriti. L′accoglienza dei miei compagni non è senza sorriso. Sento che la fame di mezzodì travaglia la giovinezza, più d′ogni altra cura.

Salgo ancóra una scala di croce. Entro nella piccola stanza dove Oreste Salomone e coricato in un lettuccio da campo. Da prima non vedo se non la benda che gli fascia il capo; Slìbito dopo, non vedo se non gli occhi della sua magnanimità fissi nei due solchi del suo pallore.

Sembra che anch′egli abbia perduto tutto il suo sangue nel vento e nel rombo, come gli altri due, se bene la mitraglia non gli abbia portato via dal capo se non una lista di cuoio e una ciocca di capelli attraverso la cuffia dura.

È d′avorio senza vene, santamente scolpito. La forza l′ha abbandonato. La sovrumana forza del suo esempio s′è sparsa nell′universo, e non è più in lui. Il suo fatto è alzato come una colonna perenne sopra lui giacente e paziente.

Tutto è compiuto. Tutto è consumato. La stanza è fra quattro pareti come la cassa è fra quattro tavole.

La magnanimità ha un premio non più largo d′una moneta. Presso il capezzale, fra le ampolle dei farmachi, riluce la medaglia nuova battuta in un conio senza bellezza.

La mano dell′eroe è debole come quella d′un fanciullo. La tengo stretta nella mia, come per partecipare della sua gloria, con quella divina angoscia che è l′aspirazione al sacrificio eroico: in me ammenda d′ogni miseria e d′ogni fallo.

Prima ch′egli parli, dentro mi rode l′ingiuria della sorte. Il posto a prua m′era destinato, nella rappresaglia di Lubiana: il posto di combattimento e di condotta, presso l′arma nerazzurra.

« Ti abbiamo atteso fino a mezzanotte » dice l′asceta d′avorio,

Imagino l′aspettazione vana in quella bottega da caffè mal rischiarata, su la piazza deserta. Un così gran dado doveva esser tratto dal destino sopra una tavola di pietra ignobile, tra il fondiglio dei liquori e la cenere dei sigari !

« Non viene » aveva detto Alfredo Barbieri a mezzanotte. « Mi rincresce. Era il Segnale per le squadriglie. » E aveva ripetuto un mio verso del libro d′Elettra.

Dopo un breve silenzio, quasi in ascolto della notte lontana, aveva soggiunto: « Ebbene, prenderò io il suo posto. »

Luigi Bailo aveva tentato di dissuaderlo. « S′egli non arriva a tempo, aumenteremo del suo peso il carico delle bombe. »

« Ci vuole un Segnale » aveva risposto il generoso. « Verrà con voi il vostro Comandante. »

La triste bottega s′era spenta. Il destino aveva scambiato i dadi nel buio. La morte aveva cancellato dalla tessera il mio nome e prestamente scritto quell′altro.

Non è vero che la morte sia per tutti eguale.

Il superstite parla basso, non dal fondo del letto ma dalla profondità del sacrificio, dall′intimo di non so qual cripta piena di quella presenza potente che sorge dalle reliquie venerate. Ho tuttora la sua mano nella mia, e mi curvo verso il suo alito penoso.

Il petto mi si scava, per ogni parola che rappresenta a me vivo la mia morte, a me deluso la mia gloria. Sembra che il petto mi si vuoti delle cose carnali che respirano e palpitano, per riempirsi soltanto di quel sentimento inesprimibile che non è rammarico e non rimorso né rancore né dolore né furore, e non maraviglia né estasi né ricordanza, ma tutte insieme queste passioni senza scampo.

« Dimmi, dimmi. » L′eroe trascolorato s′affievolisce sempre più. Le sue pause sono sempre più lunghe. Non ho pietà. Incito la sua stanchezza. « Dimmi ! »

Non mi parla dell′altro, mi parla di me: di me poeta alla mia poesia, di me combattente alla mia prodezza. Sono un′ombra che torna dalla via sanguigna del cielo. Sono un′ombra alata che ascolta il suo mito.

La testa gloriosa aveva due fóri. Dall′uno il sangue aspergeva i compagni, dall′altro sfavillava nel vento mattutino...

Ma vedo a un tratto su i larghi occhi bruni abbassarsi le palpebre, e le lacrime riempiere le occhiaie cave.

Silenzio. Pongo la mia gota sul lembo del guanciale; e rimango immobile, estatico, di là dalla mia coscienza, col mio dolore che è più forte di noi due, col mio dolore che ha la struttura e l′aspetto di un essere vittorioso.

Ecco che novamente siamo tre, come su la prora aerea di battaglia.

Per un′altra dipartita? verso quale altro cielo?

L′aria ridiventa di cristallo gelido sotto l′acuto diamante della rapidità. Riprendo la mia corsa. Mi sembra di essere semivivo. La metà dell′anima è transita, l′altra metà è in via, è curiosa della materia di quaggiù, osserva la macchina della sua tragedia.

Penso gli strumenti della Passione appesi al legno che non porta più la soma del corpo suppliziato. Penso le grandi croci erette su l′esitazione dei crocicchi, le croci senza crocifisso, alla cui cima è il gallo vigile che non ha cantato la terza volta.

Quattro essenze di legni componevano la croce del sacrificio: il cedro, il cipresso, il palmizio, l′ulivo. Nel nostro Occidente, al palmizio e al cedro non vogliamo noi sostituire il frassino e il pioppo dell′ala eroica ?

Il campo di Gonàrs è squallido come un calvario spianato. « L′Aquila romana » è sola, in disparte, lontana dalla riga dei velivoli leggeri, a due braccia dal canaletto evitato per miracolo nella discesa funerea. Le sue doppie ali traverse, fra la prua e i timoni, formano la croce cruenta.

È nel piano ed è sopra un culmine. Appare come una struttura solida di legni di tele di metalli, ed è una sostanza spirituale. Sembra esanime, ed è tutta tesa dall′anima come il veliero è gonfio di fortuna. Sembra muta; e nell′una e nell′altra cellula, tra cèntina e cèntina, tra motore e motore, tra fusoliera e fusoliera, per mezzo ai fili d′acciaio, nella carlinga piena di congegni, lungo il bordo levigato, il silenzio è un silenzio che a chi l′ascolta parla una parola indimenticabile. E il testamento de! sangue.

Non v′è parte che non sia aspersa.

Il sangue è ornai fisso; e pure gronda sul mio capo quando mi curvo tra le ruote del carrello, non osando inginocchiarmi davanti ai testimoni estranei. Le stille a miriadi si riscaldano si ravvivano e si rinvermigliano, come la reliquia bruna che di sùbito rifiammeggia liquefatta nell′ampolla.

Salgo su per la costola di prua, salgo su pel mio stesso brivido, con le mani nudate; e le stille si stampano nelle mie palme.

Rivivo la mia morte; ripatisco la prova della mia morte. Ecco che sono al mio posto, di contro alla mitragliatrice nerazzurra, dando la schiena ai due volanti. Il cuore mi batte nella gola, mi pulsa nel palato, mi urta nei denti. La realtà squarcia il mio sogno; il mio sogno taglia la realtà.

Odo il rombo dei velivoli leggeri che s′alzano dal campo a regolare il tiro delle artiglierie passando sopra la stazione dei messaggi aerei.

Dietro la canna dell′arme avversaria, che mi manda la prima ràffica, distinguo il bianco atroce dell′occhio.

Scorgo sul campo giallastro una riga di bombe grige allineate, coi governali che luccicano.

Mi penetra la sensibilità del cielo commosso dalle onde che recano i messaggi della battaglia carsica lontana.

Vedo il gesto accorto del nemico roteante, che invita alla discesa e alla resa.

Mi volto, con un gran sussulto, come se qualcuno mi tocchi. A destra del volante abbandonato da Luigi Bàilo, lungo il bordo della carlinga, su, la linea dell′apparecchio di mira, vedo il luogo preciso dove s′appoggia il mio collo: preciso come il luogo acconcio che indicava alla vittima inginocchiata dinanzi al ceppo l′uomo della mannaia.

Quale mano imperiosa mi spinge e mi piega?

La mia testa s′abbatte, si sporge, penzola. Le mie ossa si ghiacciano.

La cupa striscia perpendicolare di sangue sembra che si parta dal mio occhio affascinato.

Vólti vólti vólti, tutte le passioni di tutti i vólti, scorrono attraverso il mio occhio piagato, innumerabilmente, come la sabbia calda attraverso il pugno. Nessuno s′arresta. Ma li riconosco.

Non è la folla romana di maggio, nella sera del Campidoglio? Enorme, fluttuante, urlante.

Sento il mio pallore ardere come una fiamma bianca. Non v′è più nulla di me in me. Sono come il demone del tumulto, sono come il genio del popolo libero.

La mia costanza di trent′anni, il mio amore e la mia carità dell′Italia bella, il coraggio della mia solitudine, il mio canto nel deserto, il mio dispregio del disconoscimento e del vituperio, la pazienza della mia aspettazione, l′inquietudine del mio esilio mi si trasformano in una sola massa di forza rovente. Tutto il passato confluisce verso tutto l′avvenire. Vivo alfine il mio Credo, in ispirito e in sangue. Non sono più ebro di me ma di tutta la mia stirpe.

Vólti vólti vólti, formati nella bragia carnale, stampati nel fuoco sanguigno.

Il tumulto ha il fiato di una fornace, l′ànsito di un cratere vorace, il croscio di un incendio selvaggio.

Trascino e sono trascinato. Salgo per incoronare e salgo per incoronarmi.

Una primavera epica mi solleva e mi rapisce, come se tutta quest′antica pietra trionfale fosse dispietrata da un succo purpureo.

Le risse delle rondini rasentano il cavallo verde di Marco Aurelio, che a ogni strido sembra sia per scavalcare l′Imperatore e per impennarsi verso il fato novissimo.

Il delirio confuso della moltitudine si fa voce chiara in me.

Parlo. Ogni mia parola rintrona sotto il mio cranio come ripercossa dal metallo concavo. Ogni sofiio mi sforza il cerchio del petto. Ne soffro e sono altero che la mia gioia sia mista di patimento.

È come il dolore di una creazione, è come l′angoscia di una nascita. La folla urla in travaglio. La folla urla e si torce per generare il suo destino.

Di là dal davanzale coperto di piombo, vedo mille e mille e mille vólti, e un vólto solo: un vólto di passione e di aspettazione, di volontà e di riscossa, che mi brucia nel mezzo dei petto come una piaga generosa.

Simile a una improvvisa canzone di gesta, il mio dire si divide in larghe lasse che il clamore compie e trasporta.

Sopraffatto da un grido più alto d′ogni altro, smarrisco nella pausa la mia voce. Sembra che l′imperioso grido domandi più che la parola.

Una mano sconosciuta mi pone innanzi, sul davanzale di piombo, una grande spada ricurva come una scimitarra.

La prendo e la sguaino. Quel grido domandava quel gesto. Sembra che il guizzo d′una folgore passi su tutto il tumulto,

È la spada di Nino Bixio, l′arme dell′eroe tagliente, con i nomi delle vittorie inscritti nella lama forbita.

Premo le labbra contro la spada sguainata. Non sento che è fredda, perché le labbra non hanno più sangue. Tutto il sangue brucia nel cuore.

Il nuovo silenzio della folla è come un vortice che m′attira e m′aggira, è come un gorgo che sugge e distrugge la mia vita.

Getto la mia vita, abbandono la mia anima al delirio. Le ultime parole sono come quei colpi che il fonditore dà col mandriano nella spina arditamente perché coli nella forma il metallo liquefatto.

La folla è come una colata incandescente. Tutte le bocche della forma sono aperte. Una statua gigantesca si fonde.

Mi volto. Discendo. Vacillo in una leggera vertigine. La sete mi divora. Chiedo in grazia un sorso d′acqua. Le donne del popolo accalcate mi circondano di pietà, mentre attendo. Una mano rude mi porge il bicchiere dell′acqua lustrale. Mi disseto e mi purifico. Bevo, e faccio la libazione che precede il sacrifizio.

Discendo. Non so chi mi porti. Tutto è ardore e clamore, creazione ed ebrezza, minaccia e vittoria, sotto un cielo afoso di battaglia ove stride il saettìo delle rondini.

Soffriamo d′essere inermi. Soffriamo di non combattere, di non essere trasmutati in un impeto di legioni veloci che trapassino il confine ingiusto.

Giovinetti scarmigliati, dal viso folle, grondanti di sudore come dopo la lotta, si gettano contro le ruote come per infrangersi.

Operai infoscati dalle scorie della fatica, curvati dall′attenzione, contorti dallo sforzo, operai d′ogni opera, che a me sembrano aver tutti maneggiato il martello, battuto su l′incudine il ferro bollente, mi tendono le mani forti come per afferrarmi e per stritolarmi nel loro amore subitaneo.

Popolane, potentemente scolpite come la madre dei due Tribuni, col medesimo gesto mi gettano un fiore e danno un figlio alla guerra.

Il lembo d′una bandiera mi benda. È la bandiera rossa di Trieste. L′ho di continuo sul capo. A tratti ondeggia, s′abbassa e mi copre. Riempio le sue pieghe col mio affanno.

Odo nell′ombra rossa delle sue pieghe il primo rintocco della campana capitolina. Il cuore si fende. Mi alzo. Le ruote si arrestano. La folla ammutolisce. Non è se non una catena di vertebre attraversata dal medesimo brivido.

La campana suona a stormo. Il rombo del bronzo penetra in tutte le midolle. Un urlo immenso lo supera. La guerra! La guerra!

Suona dal fondo dei secoli morti? suona dal fondo dei secoli avvenire?

Siamo portati dalla ventesima onda dei secoli – dieci e dieci –, dal secondo flutto decumano.

Bandisce la guerra la campana del popolo. Non è più una squilla di bronzo. È una squilla di fuoco rosso alla sommità del cielo latino. L′ode tutta la Patria, e balza.

La guerra! La guerra! Lo splendore del vespro è vinto da queste miriadi d′occhi fiammeggianti, da quest′agitazione di bandiere e di minacce, da questa sublimazione del

popolo libero riposseduto dal suo dio vero.

Vólti vólti vólti, tutte le passioni di tutti i vólti, scorrono attraverso il mio occhio piagato, innumerabilmente, come la sabbia calda attraverso il pugno chiuso.

Avessi una tregua, come in quella notte dopo lo stormo!

Ero quasi arso come ora. Ero come uno di quei fabbri che tutto il giorno travagliano alla fucina, in colloquio col fuoco trattabile; e n′escono avvampati e abbronzati per la taverna.

Ricercando me stesso, non ritrovavo se non la mìa malinconia. Ricercando il mio silenzio, non ritrovavo se non la mia musica.

In quella notte di vittoria m′incamminai solo verso l′Aventino, verso il colle della Libertà, solo come un solitario amante. Mi teneva un amore sensuale di Roma, un amore voluttuoso della mia Roma, simile a quello che consumò le forze della mia giovinezza. Avevo respirato l′odore della moltitudine, ed ero avido di respirare il respiro della mia Roma segreto, dopo tanti anni di lontananza, dopo tante stagioni di desiderio e di rimpianto.

Su per la via di Santa Sabina, sostavo a tratti, sotto il carico della mia vita cresciuto di là dalle mie forze. L′ombra era come il velo che ricopre la polpa vietata della bellezza. Si sollevava per me temente di toccarla. Ogni passo m′accostava alla mia felicità straziante. I cinque anni perduti in terra lontana mi pesavano su l′anima, mi dolevano nel cuore ; ma il mio rammarico pareva aumentare senza limite la mia potenza di possesso.

La via deserta m′apparteneva. Ero signore del colle. Non alzavo gli occhi al cielo per non disperdere il mio amore di quaggiù. Non volevo conoscere della notte se non quel lembo che era la veste cupa di Roma, la veste senza stelle.

Ma, come entrai nel breve spiazzo che è davanti al Priorato di Malta, d′improvviso una stella silenziosa vacillò davanti a me, guizzò all′altezza delle mie palpebre.

Il cuore mi balzava di meraviglia. V′era lungo le mura un tepore sensibile, che il guizzo di luce misteriosamente commoveva ogni volta, tra pausa e pausa.

Il cuore mi batteva come nella puerizia, quando la vergine vista scopre per la prima volta una grazia misteriosa della terra. V′era nella porta che chiude il giardino dei Cavalieri, nella porta forata dove tante pupille si fissano a mirare la Cupola aerea tra le palme, v′era non so che veggenza, forse per non so quali ciglia amate che dolci nella memoria vi ripalpitarono. E il bagliore della stella terrestre lungo la porta rianimava per un attimo lo sguardo che un tempo aveva volto verso me l′imagine del casto giardino specchiata nell′amore nascente.

Il cuore mi batteva di disperata gioventù. Ero solo nel silenzio e nell′ombra, tra mura che vivevano della loro pallidezza come d′un ricordo lunare, solo con quel bagliore vagante che traeva seco il filo della mia intima vita. Mi pareva di non sapere che fosse, di non rammentarmene, dopo le cinque estati ambigue dell′estremo Occidente (Italia! Italia!). Lo seguivo come un segnale della mia nuova stagione, immemore attonito e rapito.

Era la prima lucciola.

Tocco un altro silenzio.

La sera dell′accusa aperta, contro il tradimento che tentava di ripetere il colpo oscuro, è dominata da un silenzio che non somiglia ad alcun altro.

Ritrovo l′accento delle mie prime parole. « Udite. Udite. Gravissime cose io vi dirò, da voi non conosciute. State in silenzio. Ascoltatemi. Poi balzerete in piedi, tutti. »

Il teatro è come una profonda fossa fusoria.

Vedo il metallo freddarsi. La statua bollente della folla si fa solida, si stabilisce in un rilievo minaccioso, sta come una massa che schiaccia.

Non grida più. Ascolta. Non respira più. Ascolta. Ogni sillaba penetra nell′osso forato del cranio e ci resta infissa.

E un lavoro atroce di martello sopra un silenzio che resiste.

Un colpo, un altro colpo, un altro colpo ancóra.

La massa formidabile è in piedi. Il colosso fuso è di nuovo umanato dal suo urlo.

Mi pare d′aver patito anche allora quest′arsione volontaria. Ero come voltato e rivoltato nel fuoco acceso da me stesso. Ero come il tizzo dei mito d′Etolia. E quando la mia madre mi riporrà nel suo focolare per consumarmi?

Anche allora soffrivo la sete. Avevo voglia d′inginocchiarmi contro le tazze delle fontane di Roma per dissetarmi con tutta la faccia.

Ora perché non mi lasciate bere un sorso freddo?

Allora il caso mi dava talvolta il modo inaspettato di placare la mia febbre.

Quella sera, nell′uscire dal teatro rovente, vidi nel cielo nuvole rossastre come se la passione degli uomini le percotesse del suo riverbero sanguigno. La prima barricata era già fatta.

I cavalleggeri guardavano i bivii e i crocicchi. Mi salutavano al passaggio. Scorgevo il bianco degli occhi sotto il ciuffo selvaggio dei cavalli maremmani, con non so che memore tenerezza. Toccavo una groppa, toccavo una criniera, al passaggio, con un piacere subitamente giovenile. I soldati sorridevano.

Sorrisi in volti stanchi di ventanni, vaghi come quelli che preludono al riposo.

Ricordavo l′odore della scuderia di Faenza, la posta del mio maremmano morello che cercava di mordermi quando gli passavo la brusca sotto la pancia, la biada che rubavo accortamente alle altre mangiatoie per riempirgli la sua, l′abbeverata all′alba quando nel barlume i cavalli bianchi dei trombettieri mi parevano discesi da una luna di leggenda.

Così la mia febbre scemava, cadeva.

Oh, portatemi uno dei miei cani, posatemelo sul letto contro i miei piedi congiunti, lasciate che stanotte resti con me!

Stanotte il demone prende il mio occhio acceso nella palma della mano e ci soffia sopra con tutta la forza delle gote gonfie.

Tutte le imagini si affocano.

Ecco che la battaglia lontana della Mosa entra nel mio incendio. I battaglioni ubriachi di etere vengono innanzi come quelle zone di pineta ardenti, chiamate « controfuoco » nella mia Landa d′esilio, quasi mandre di fiamme animali, che vidi spingere innanzi dai resinieri con le battiture delle grandi frasche verdi.

Si avvicinano di corsa. S′ingrandiscono. Li vedo attraverso i pali e gli spini dei reticolati. Distinguo a una a una le facce dei Bavari convulse dal furore e dal terrore. S′avvampano come fasci di stipa.

I carnai diventano roghi. Non si consumano, non s′inceneriscono. Bruciano a lungo senza fiammeggiare, come la torba.

Rimango tutta la notte disteso contro un reticolato che sbarra la collina. Conto i cadaveri.

S′impigliano nei roveti di ferro, si serrano negli attorcigliamenti dei fili rotti, penzolano tra palo e palo come i ladroni male inchiodati alle croci, si torcono come le bestie incappate nei lacci.

Non hanno palpebre, non hanno labbra. Vedo gli occhi fissi e nudi; vedo i denti fissi e nudi.

Vedo il sangue colare giù pel legno e pel ferro, aggrumarsi, annerarsi, viscoso come la pania che impiastra le verghe.

Non c′è più rugiada, non c′è più alba sul mondo.

Piove a dirotto, nella sera delie Ceneri. È un acquazzone di marzo. Origlio lo scroscio.

Ora io ho – mi sembra – un orecchio più sensìbile di quello che musicò « la pioggia nel pineto ».

Nella grande arpa della meteora distinguo tutte le corde, e quasi le tento.

Potessi fare due buchi nella parete, verso il giardino, e metter fuori le mani disseccate!

Il rovescio non è troppo violento per la lanugine delle fogliette nuove?

Nerissa mi manda la sua fanticella a portarmi sotto la pioggia un fascio di fiori ch′ella ha trovati a Padova in questo pomeriggio.

L′umidità entra nella mia stanza, la freschezza si sparge nelle mie lenzuola.

Parlando della fante, l′infermiera mi dice vividamente: « È venuta senza ombrello! Gocciola come una grondaia. I fiori sono tutti fradici. Bisogna aspettare che s′asciughino. »

La mia continua sete fiuta l′odore umido che sùbito impregna il mio buio. Il cuore mi batte. Prego la pietosa che si avvicini, che mi lasci toccare il fastello. Supplico. Minaccio di strapparmi la benda, di gettarmi giù dal letto. Ottengo.

I fiori sono posati su la rimboccatura. Li ho sotto le mie dita veggenti. Li palpo, li separo, li riconosco.

C′è il giacinto. È legato col filo in fascetti. Gli steli sono ineguali. Insieme formano un grappolo folto. Il profumo al fiuto aumenta come il dolore in una scalfittura.

C′è la zàgara. E il nome arabico che dà al fiore d′arancio la Sicilia saracena. L′appresi, adolescente, su la mia riva, dal mozzo d′una goletta. Tanto mi piace che, se nomino il nome, sento il profumo.

C′è la zàgara di serra: un gruppo di foglie che al tocco risuonano, e nel mezzo i bocciuoli duri. A uno a uno li sento. Qualcuno è chiuso, qualcuno è fenduto, qualcuno è mezzo aperto. Qualcuno è delicato e sensitivo come un capezzolo che teme la carezza. L′odore è candido, acerbo, infantile. Ma bisogna cercarlo con le narici in mezzo alle foglie diacce e stillanti che m′inumidiscono il mento e mi entrano in bocca.

C′è l′amorino. È il più fradicio di pioggia, è tutto pregno d′acqua di nubi. Più odora all′apice, come l′ultima falange delle dita che lavorano i belletti. C′è in fondo al suo odore un che del fico latteggiante, del pìccolo fico verdino. C′è pure, se insisto, un che della susina Claudia matura. Odore di erba più che di fiore, di frutto più che di fiore.

Meglio mi piace la zàgara, nome e cosa. È più tenue, più rara: non nuziale ma virginea. La cerco ancóra dentro la fronda. Mi sbianca il fuoco dell′occhio. È dura e bianca come la sclera.

Mi ricordo dei grandi boschi d′aranci a Villacidro, nell′isola dei Sardi. Ero una bestia pieghevole. Avevo due caviglie sottili. Mi scalzavo per camminare coi miei piedi giovani sul fiore nevoso che giuncava il terreno.

Mi ricordo di un aranceto murato, a Massa, verso la riviera d′Amalfi, se non m′inganna la memoria. Ero mal guarito d′un filtro malvagio. Ero sbigottito come se fossi penetrato in un labirinto inimaginabile. I tronchi parevano scolpiti nella pietra delle grotte segrete. Il fiore era come la spuma da cui nasce la carne immortale. L′ombra era quasi acquatile, modulata dal canto morente di non so qual sirena bandita dal mare.

La pioggia non cessa. La odo scrosciare sul giardino, su la riva, nel campiello, nella calle. La donatrice non avrà l′ardire di traversare, come la sua fante, il diluvio che sommerge Venezia tenebrosa. Ma pareva che i fiori l′annunziassero.

Il tedio dell′immobilità mi opprime. La collera sorda mi tende dalla nuca al tallone. Ora mi alzo, getto via le bende, e cammino lungo le gronde.

Il mio piacere malinconico è già esausto. La nuca mi batte. Dagli steli del giacinto cola un umore fastidioso che m′invesca le dita.

Ma di dove viene quest′odore di mammole? Ci sono violette nella stanza? Chi me le ha nascoste?

Allungo le mani caute per cercare intorno a me. Trovo un mazzo ch′era scivolato dalla rimboccatura verso la proda. Il cuore mi batte. Per un nulla il cuore mi balza!

E un mazzo di mammole. Bagnato, non aveva profumo. Il calore del letto lo rianima. E una sorpresa squisita. Ne gioisco come se le avessi colte io medesimo sul margine di un prato strano.

Non sono le violette di Padova; sono per me le violette scempie di Pisa la dorata.

Mi ricordo d′un acquazzone di marzo a Pisa. Eravamo su la piazza del Duomo. Ci rifugiammo sotto l′architrave della porta maggiore, scrollando le gocciole. Là c′indugiammo ad aspettare che spiovesse. « Imbres effugio » diceva nella porta l′emblema parlante.

La pioggia annaffiava l′erba corta, con un crepitìo eguale che ci pareva intimo come il rornore della conchiglia accostata all′orecchio. Premuti contro il bronzo dei battenti, incominciammo a possederlo, a mescolarci con esso.

L′umidità pareva accrescere il pregio della materia. Come fanciulli curiosi, mettevamo le dita nel fogliame di metallo, palpavamo le piccole teste inghirlandate che s′affacciavano di tra le olive e la fronda. Sopra di noi parlavano i simboli: « Fons signatus, Hortus conclusus ».

Attoniti, tra il fogliame andavamo scoprendo le lucertole le lumache le rane gli uccelli i frutti, senza numero. Avevamo nelle dita il piacere dell′artista che aveva modellate le forme, la sua sapienza e il suo capriccio. Quanto più miravamo il bronzo, tanto più la sua pàtina diveniva ricca, possente, profonda. S′arricchiva dei nostri occhi affettuosi, e ci rendeva amore per amore. Sopra di noi parlavano i simboli: Onustior humilior, Tantummodo fulcimentum ».

Il croscio andava sminuendo. Ci pareva giungesse fino a noi e in noi si spegnesse come l′armonia che fa l′eco interna del Battistero. Il prato deserto aveva non so che derelitta dolcezza, lungh′esse le mura della vecchia città di parte. Il Camposanto dell′arcivescovo Ubaldo era chiuso e raccolto intorno alle sue cinquantatre stive di terra del Calvario.

Allora scendemmo dalla soglia liscia. Abbandonammo il bronzo e il marmo per l′erba. Imbruniva. Eravamo soli. E la vita ci conduceva per la mano indulgentemente.

Si diceva che dalle gore e dai canali, di là dal Camposanto, si levasse verso sera una febbre tacita e venisse a vagare pel prato pio. Ma non sentimmo se non il brivido della primavera molliccia.

Camminavamo tra il muro del Camposanto e il fianco del Duomo, dov′era uno spazio mistico per la nostra musica. Alla nostra fantasia gli affreschi interni trasparivano di fuori.

E la nostra musica aveva la faccia di quella donna vestita che si china con la gota sopra il suo salterio.

Ero vigile, e attento alla mia voglia.

Ero quel che sono quando la mia natura e la mia cultura, la mia sensualità e la mia intelligenza cessano di lottare e si conciliano compiutamente.

Ero un mistero musicale, con in bocca il sapore del mondo.

Quando mi soffermavo, la mia compagna, che per me aveva nome Ghisola, mi chiedeva : « Che cerchi ? »

Imbruniva. L′ombra del marmo era cerulea. E quello un marmo che a vespro fa il turchino come il lapislazzuli. Inazzurrava l′erba, quasi con una pennellata d′oltremare.

Il silenzio si apriva dinanzi a noi, si partiva a destra e a sinistra fluendo lungo i nostri fianchi come il fiume leviga il nuotatore. Il nostro sentimento era semplice e ineffabile. Eravamo poveri e leggeri, eravamo ricchi e leggeri. Eravamo come due mendicanti senza bisaccia e come due regnanti senza diadema.

«Che cerchi?» mi domandava la Ghisolabella, a intervalli, come in una cadenza.

Ero un cercatore magico di tesori o di sorgenti? Avevo in me tutte le mie sorgenti e tutti i miei tesori.

Cercavo la mia voglia. Ed ecco che avevo trovato !

Mi soffermai socchiudendo gli occhi per contenere sotto le palpebre la mia felicità. Più non ero se non un solo senso. Tutto il mio cervello palpitava con le mie nari sagaci.

Mi curvai nell′ombra umida, frugai destramente con le dita l′erba umida. Anche la mia faccia china si sentiva tinta d′oltremare; anche le mie mani si facevano azzurricce. « Ma che cerchi ? che cerchi ? »

Avevo scoperto un ciuffo di violette.

All′improvviso il volto dell′amore si offusca, si smarrisce. Un cerchio di solitudine separa il mio letto di miseria dal resto del mondo.

Le voci familiari sembrano divenute aride e estranee.

Di tutta la mia anima non rimane se non un sordo rancore contro me medesimo, nascosto nel mio corpo disseccato.

L′ombra ha lo squallore dell′abbandono.

Ripenso a quel ferito che ritrovammo in una stalla deserta abbandonato là da sei giorni, nell′orribile fetore delle sue gambe invase dalla cancrena gazosa, con in bocca qualche filo di paglia masticata.

Non lo assisteva se non una capezza logora penzolante da una campanella della mangiatoia vuota.

Gli orizzonti si sono avanzati come quattro barre, si sono chiusi come uno steccato. La città v′è rimasta dentro senza vita, senza respiro, esanime.

La casa, piena di sollecitudini, di voci sommesse, di cure, di rumori segreti, di piccoli iddii nascosti, s′è acquetata, s′è come dileguata, è diventata inesistente. Sole le quattro pareti della mia stanza esistono, e intorno è il vuoto senza fine.

Poi sole esistono le quattro colonne del mio letto che credo di sentire nel buio come quattro aste d′una tenda qliadrata nel deserto.

Poi sole esistono le mie ossa, solo esiste il mio scheletro fasciato di carne. E nello scheletro è come una coagulazione improvvisa della vita.

La vita s′aggruma, s′accaglia come il sangue che non scorre più. È un orribile peso.

Nel primo sgomento ho la tentazione di scuotermi, di sobbalzare, di agitarmi per impedire che il peso precipiti tutto in un punto, che prema tutto sul lato sinistro del petto.

È come se, dalla parte del cuore, contro il costato, si formasse e si maturasse in pochi attimi uno di quei tumori mostruosi che si nutrono e crescono in anni di tormento.

Resto immobile. Odo il ticchettio dell′orologio, che ora sembra un tarlo nel mio orecchio, ora lontano come il tremito d′una stella.

L′occhio è senza fuochi. Solo, di tratto in tratto, si forma l′anello fluttuante che galleggia e dilegua a occidente.

Lo spirito è colpito dalla stessa immobilità che tiene le ossa. Ogni moto della vita interna è abolito.

Ho interamente perduta la forza di muovere e di rimuovere le grandi masse incoerenti di sostanza lirica ond′ è formata la mia malinconia.

Ho un solo male radicato in un sol punto dell′essere: una specie di ascesso venuto a maturità, che non scoppia e non può essere da me tagliato né da altri, né estirpato, né alleviato. Vide cor meum.

Il male che ha devastato tanta parte della mia esistenza, che ha guastato tanta mia ricchezza, che ha avvilito tanta mia passione, che ha affievolito tanto mio impeto, difformato tanta mia opera, distrutto tanti germi, contaminato tanto desiderio, umiliato tanto dolore, il mio male originario, il mio male ereditario, ecco, forse per la prima volta, accumulato, isolato, concentrato in me; e mi duole come dolgono le infezioni mortali.

Non ho se non questo, non sento se non questo, non soffro se non di questo.

Se le mie mani non fossero inerti, potrei palparlo, misurarlo, riconoscerne la forma, la durezza, il calore.

Il mio patimento è vile e senza potere.

A un tratto un sentimento d′attesa sembra sciogliere il torpore dell′anima e quasi risollevare il tono vitale. Qualcuno è per venire nel buio, senza parola.

Ora s′accosta, si china, mi tocca, mi toglie dal fianco la pena, la prende con sé come un fardello, la porta via, s′allontana.

Non viene se non una stanchezza desolata.

E, nel primo principio del sopore, di subito si riaccende nell′occhio ferito una vita terribile. Non posso aprire le palpebre per sfuggire all′apparizione spaventosa.

La fasciatura mi preme. La compressa umida s′è disseccata e mi brucia. Il peso dal costato si spande per tutto il corpo irrigidito.

Prima di sprofondarmi nell′orrore delle trasformazioni, sento la mia bocca divenire di metallo nel respiro rallentato del sonno.

E la madre del re Lemuel dice: « Che, figliuol mio? che, figliuolo del ventre mio? e che, figliuolo dei miei voti ? »

E la madre del re Lemuel dice: « Non dar la tua forza a ciò che è per distruggere i re. »

Perché voglio guarire?

Non è ingiusta questa volontà di guarire? Davanti a chi mi può valere questo lungo tormento? davanti a chi mi può essere meritoria questa dura pazienza, per riacquistare quel che ho donato?

Se la mia carne consente, il mio spìrito repugna. Il corpo è impigliato nell′inganno, l′anima è fortificata nella verità.

Non era se non un avvertimento e un risentimento dell′anima quella esitazione ch′io ebbi, la sera del ritorno, prima di obbedire alla sentenza del medico, prima di coricarmi e di lasciarmi inchiodare in questo buio travagliato dalla fiamma inferma.

Ero rimasto in piedi e avevo limpidamente sorriso. L′occhio è perduto? «Io ho quel che ho donato. » Tale era l′attitudine, tale era la parola che conveniva alla natura dell′offerta e dell′offeritore.

Qualcuno nella stanza attigua legge non so che, ad alta voce. Ho inteso frusciare il foglio, ma non segno le parole se non a tratti.

Ho il capo più basso dei piedi, i piedi congiunti, i gomiti contro i fianchi, la bocca aperta e arida, il cuore ambasciato. Comincio a intorpidirmi nel mio sudore penoso.

Odo il nome di Patria ; e un gran brivido mi attraversa.

Odo di nuovo il nome di Patria; e il medesimo brivido mi passa per tutte le midolle.

Dal mio torpore, dal mio sudore, dal mio patimento, dal mio tedio, dalla mia disperazione nasce un bene che non si può significare.

«La pupilla dell′occhio destro non si dice della cosa più cara che alcuno abbia? Tu hai dato la pupilla dell′occhio destro a colei che ami: la tua pupilla di veggente, il tuo lume di poeta. »

L′alterezza è sempre pronta a insorgere, ahimé. Una mano dolce e severa la raumilia.

Vengono intorno al mio letto quei soldati ciechi che si accalcarono intorno alla mia branda in quell′ospedaletto da campo dove feci la prima sosta. C′è chi ha un solo occhio bendato; c′è chi ha una larga benda intorno al capo chiazzata di sangue. C′è chi mi guarda con l′occhio scoperto, e lacrima. C′è chi, non potendomi vedere, timidamente mi tocca, e trema. Mi sono fratelli. Nessuno mai mi fu tanto vicino come questi mi sono.

Era un mattino grigio e crudo. Il tuono dei mortai scoteva il giorno intorno al sole come il vento sfalda la cenere d′un ceppo che si consuma. Cumuli lustri di carbone sotto alberi spogli, su la riva dell′Ausa nericcia come una gora di gualchiere. Nulla più.

Alla soglia dell′ospedaletto il bianco delle fasce trapassate dal sangue, la povera carne messa fuori di combattimento, la bocca inquieta di chi non vede, l′odore tenace della trincea e della caverna, lo stupore della battaglia abbuiata. Nulla più.

I feriti mormorarono il mio nome e s′accalcarono nell′andito, commossi. Invece dell′elmetto di ferro portavano il turbante di cotone e di garza. Qualcuno si chinava in su, per cercare di scorgermi di sotto alla benda. Sorridevo, a testa alta, come nel camminamento battuto, dicendo: « Coraggio, figliuoli ! »

Uno, che aveva tutt′e due gli occhi fasciati, mi chiamò col mio nome di battesimo. Era un soldato della mia terra d′Abruzzi. Balbettava, voleva sapere che avessi.

Ero stanco e digiuno, allo stremo della mia forza. Prima di ammettermi nella camera oscura per esaminarmi, il medico mi fece distendere sopra una branda coperta d′un lenzuolo di bucato. Mi coricai supino. L′onda violacea palpitava nell′occhio perduto, e l′altro s′abbagliava nella vertigine. Socchiusi le palpebre. Con un tonfo di disperazione nel petto, udii passare su l′asilo il rombo d′un′ala da battaglia. Il rombo portò via il rimanente della mia forza. Mi diceva : « Non più I Non più ! Non più ! ».

Allora lo scalpiccio e il mormorio mi avvertirono che i feriti forzavano la soglia. Allora i feriti a un occhio si appressarono, e stettero accanto alla branda. I feriti a tutt′e due gli occhi vennero anch′essi, e rimasero intorno alla branda. Tacevano. Li udivo respirare, sospirare. Travedevo quelli del lato sinistro, l′inchinarsi pietoso dei loro turbanti di lino, le loro bocche meste, le loro mani rassegnate.

Avevo compassione di loro com′essi avevano compassione di me. Ero il loro compagno; erano la mia gente. Ero nudo di ogni privilegio, senza singolarità, senza rilievo, senz′altra gloria che il mio umile sacrifizio. Non soffrivo di me ma di non poter più combattere, ma di non aver più le mie ali, le mie armi, il mio compito. Ero messo fuori della guerra, allontanato dal fuoco, escluso dalla fucina dove si fondeva la sostanza nuova.

Com′era il mio viso? Toccavo in quel punto il fondo della tristezza e della dolcezza. Nulla mai nella vita m′aveva fatto tanto male e tanto bene. Qual era il mio aspetto paziente, su quel lenzuolo, su quella branda dove tanti altri semplici soldati avevano giaciuto? Mi sentivo mancare.

Allora un d′essi fece, piano, scotendo li capo bendato, con l′accento schietto del suo paese, con una pietà attonita, uno fece: «Questo è quell′uomo ! ».

E non dimenticherò mai la sua voce. E, se sapessi dove ritrovarla, dovunque la cercherei.

Un sussulto più profondo che l′abisso dei miei stessi mali, più cupo di tutta la mia sostanza e di tutta la mia doglia.

Uno squasso atroce che sradica me da me, e mi scaglia in un orrore incognito di sangue e di spirito, dove non so se io rinasca o rimuoia.

Uno schianto senza urlo, che è come uno sforzo sanguinoso di generare, che è come il tallone della madre sopra il figlio del suo strazio.

E mia madre! E mia madre! E mia madre, che s′appiglia alle mie ossa, si rivoltola nel mio buio, si rifà carne della mia carne, peso del mio calvario.

Era in me, dentro me, nel tempo della lotta e della furia. La portavo dentro me, com′ella mi portò, vivente in polso e in respiro.

Balzava col mio coraggio, regnava con me tutta l′altezza, si chinava con me su la rovina e l′incendio, si gonfiava con le vene del mio collo nel mio grido.

Gridava: « Me ! Me ! Eccomi ! » Era la voce della mia stessa offerta. Si offriva alle ferite, si tendeva alla mutilazione e alla morte.

S′oscurava nel mio sonno stracco, s′appesantiva su la terra dura, s′intormentiva nel mio braccio piegato sotto il mio capo, pazientava la mia notte.

Non la guardavo, non la chiamavo. Il suo sguardo era il mio sguardo, il suo nome era il mio nome. Arma non v′era in tutta la violenza del mondo, che potesse recidere il nodo materno.

Conobbe con me la trincea, conobbe con me la tana e la fossa, conobbe la servitù del fango e l′ebrezza del cielo, l′aroma del rogo votivo e l′ora ineffabile quando l′anima e l′ala sono un chèrubo assunto dal soffio dell′Eterno.

Diceva: « Me! Me! Eccomi! » Aveva la sete dell′immortalità per il suo figlio che proteso era a compire i suoi fati.

« Eccomi ! » E alla sorgente di sangue, che le scrosciava dal mezzo del petto, si dissetavano tutti i soldati.

Era un amore così folto che non mi lasciava scorgere s′io fossi la sua creatura o s′ella fosse la mia creatura.

Era un fuoco tanto splendente che non mi lasciava distinguere se imperfetto io ardessi di lei o se di me ella ardesse compiuta.

Era un sacrifizio tanto veemente che non sapevo s′ella fosse la mia madre o la mia patria, sospeso fra la culla e la tomba.

Né sapevo s′io le dessi la mia giovinezza rinata o s′ella riaprisse nelle mie ciglia rovesce i freschi occhi suoi di colomba.

Ah perché d′improvviso tu vuoi ch′io ti guardi? perché vuoi che di là dalle mie bende io fissi la tua pupilla che tanto mi duole?

Perché ti separi da me com′io mi sradicai da te cruentato, nella notte di marzo a\^′ersa, per piangere il pianto dell′uomo?

Toglietemi da questa ambascia. Non resisto più. Scioglietemi da questo terrore. Non posso più respirare.

Datemi un poco di luce. Aprite le finestre. Levatemi da questo buio spaventoso, dove non ho mai pace.

Interrompete almeno per un′ora questo supplizio delle visioni, questo martirio delle apparizioni orrende.

Non so più resistere.

Ho voglia di strapparmi le bende e di strapparmi gli occhi.

Voi mi bendate la fronte, mi fasciate le palpebre, mi lasciate nell′oscurità.

E io vedo, vedo, sempre vedo. E di giorno e di notte, sempre vedo.

Ecco quel che accade.

Il dottore m′inietta con un ago il cloruro di sodio nella sclera, m′intromette l′acqua salsa nell′occhio leso dove s′incupisce l′onda marina crestata di gialliccio.

Prima di rifasciarmi, con una crudeltà inconsapevole mi presenta il suo piccolo specchio rotondo, alla luce della lampada azzurra.

Guardo la borsa dell′acqua nell′occhio gonfio, il mio viso consunto e smorto, la mia bocca livida e piegata dalla tristezza, i nuovi fili bianchi nella mia barba negletta, il mio collo scarnito : una imagine di miserabile accoramento, che si fissa nella retina e vi rimane.

Il dottore mette la benda umida sopra la puntura; seppellisce l′imagine funebre sotto la tela fastidiosa; mi riabbassa il capo sul lenzuolo senza guanciale; spegne la lampada azzurra ; mi raccomanda la pazienza ; cauto esce.

Resto nel buio, supino e immobile come i dannati del terzo girone sotto la pioggia di fuoco. Le fiammelle sprizzano da me e mi ricadono addosso e mi bruciano e mi piagano. E non posso scuotere da me l′arsura come faceva «la tresca delle misere mani» laggiù nell′Inferno. I miei gomiti sono confitti contro le mie anche. Muovo appena appena l′articolazione del polso. Le mie reni sono spezzate.

Che è mai?

Dianzi il dottore, dopo avermi sbendato, roteava dinanzi a me in tutti i sensi una fiamma, per misurare il campo visivo.

Ora quella fiamma si moltiplica in falde di fuoco penose.

E l′occhio mi brucia e mi lacrima; e l′amaro mi cola nella bocca.

E le falde a poco a poco si diradano e si ammorzano.

E rimango solo davanti all′imagine della mia miseria.

E incomincia la trasformazione.

La tristezza umana è divenuta una materia plastica. Non so qual pollice misterioso la modelli incessantemente.

E il mio viso, come nello specchio, come nella luce vivida, ma carico di una vecchiaia quale non patì mai alcun essere perituro. Da qual fondo di dolori e di colpe mi ritorna? Quanti anni di servitù hanno solcato quella fronte? quanti anni di fatica hanno aggrinzito quella gota? quanti anni di stanchezza hanno avvizzito quelle labbra?

Ringiovanisco, d′un tratto, con un aspetto tirannico e folle. L′alito mi fumiga e luccica tra i denti taglienti, come se mi fossi intossicato di fosforo.

Rapidamente la materia si deforma, mostruosa, come in una successione di spere concave e convesse.

Sembra che una spatola la sbatta e rimescoli come creta da rendere più cedevole.

Le linee si ricompongono in una figura di spiritualità intenta e attonita.

È un viso di giovinetto. E il mio viso di sedici anni. Ecco che tutta la mia disperazione s′affoca e sfavilla come sotto un gran colpo di maglio.

La fronte è liscia sotto le masse dense dei capelli scuri. I sopraccigli sono disegnati con tanta purità che dànno qualche cosa d′indicibilmente virgineo alla malinconia dei grandi occhi. La bella bocca socchiusa lancia passare l′ansia, come quando il cuore si gonfia d′un sogno che minaccia di schiantarlo.

Férmati ancóra per un attimo, o annunziatore dell′Alba! Consolami.

La forza cieca della trasformazione è inarrestabile.

Il mio buio è scosso da tonfi sordi. Il cuore pulsa contro la nuca dolorosa. Tutto si traspone, nel corpo e nell′anima. Non sento più i confini del mio scheletro.

L′infanzia e la vecchiezza sono una sola sciagura?

Mi vedo bambino grinzuto ; mi vedo piccolo mostro decrepito, appeso alla mammella centenaria.

Eppure mi riconosco ; eppure nell′orridezza innaturale è un baleno della somiglianza, un′impronta della discendenza, un segno della genitura.

Che è questo terrore che, mi scioglie le ossa?

Il tuono del cannone mi scrolla dalle fondamenta la casa, e gli occhi nelle orbite.

O forse è il rombo della mia agonia ?

Non posso sfuggire. Non ho ciglia, non ho palpebre.

Il cieco è condannato a vedere sempre.

Voi lo sapete, voi lo sapete. Io non mi sono mai risparmiato. Io non ho mai domandato ad alcuno di risparmiarmi.

Ma questa volta domando, questa volta supplico.

Eccola! E fatta di me, è intrisa di quella mia tristezza che non mi montò mai fino al cuore perché pesava troppo.

E ora mi monta all′orlo degli occhi, là dove a tutti gli uomini arriva il mare del pianto.

È triste di me, è vecchia di me, è inferma di me.

E mia madre.

Per viatico del cammino verso la guerra ebbi un commiato più straziante di quello che dà con l′ultimo bagliore dell′anima il moribondo senza parola.

Non l′avevo più riveduta dall′ora della mia partenza per l′esilio volontario.

Era la settimana di marzo che sta tra il giorno della mia nascita e il giorno del mio nome, carica di amore e di ricordi e di rimpianti e di rimorsi.

Avevo cominciato a tremare di lei da lontano, come se il Tronto fosse l′orlo della sua vesta.

Avevo cominciato da lontano a sentirla nella terra, come si sente la stagione che sotterra si desta.

Il Tronto ghiaroso, con qualche filo d′acqua turchina sotto un ponte di mattone biondetto, mi salutò com′ella soleva salutare quando era contenta.

Le colline basse, le crete gialle, le more di selci erano sue. E suoi erano i piccoli alberi fioriti. E sua era la soavità del mare su quella spiaggia sottile con quella lunga fila di paranze brune a coppia tirate in secco. E di lei parlavano le donne rammendando le reti, poiché sorridevano.

Tutto rivedo.

E mi balza il cuore a quell′accenno della parlatura d′Abruzzi, là su quel binario ingombro di vetture brutali, in quella stazione formicolante di vita lucrosa, in vista di quel poggio sparso di olivi magri.

Tutto rivedo.

Un carro dipinto va lungo la riva tirato da un paio di bovi bianchi. Non è carico della mia puerizia agreste quasi fieno aromatico? E le bestie aggiogate campeggiano nel verdazzurro del mare splendendo come le vele laggiù gonfie di scirocco.

La sabbia è coltivata per solchi fin quasi al frangente. Riconosco le fave in lunghe bande verdi, e penso che sono veramente di natura animale. In un campo gli oppii scarni sembrano mani raggricchiate e torte che lega la fune arida della vite. La vanga ha lasciato nella zolla la parte forbita del suo ferro tagliandola ? Tanto il taglio riluce.

Un fiumicello è candido e schiumoso come il latte appena munto. Un pagliaio nerastro è tutt′oro là dove la paglia fu intaccata per la bisogna. Un seccume disperato di viti brune e torte patisce sopra la sabbia accecante e pare che si divincoli come minuzzame di serpi. Una fabbrica di mattoni sta presso una smotta d′argilla, con la sua tettoia rossa, col suo fumaiolo che fuma, con i suoi uomini dalle pugna di creta inginocchiati all′opra.

Per te, per te amo questa parsimonia, questa diligenza, questa tenacità. Per te tanto m′è cara questa terra umile e umiliata.

Ma d′improvviso, al porto d′Ascoli, in una insenatura delle colline modeste, appare la montagna grande. Cilestrina, aerea, nivale, confusa con le nuvole fulgide, mi rapisce nella tua altezza taciturna.

O ultimo ritorno infantile verso le tue braccia che nel tuo sogno costante non cessarono mai di sostenermi!

Voglio tutto rivedere, voglio tutto riconoscere.

Dappertutto tu sei come l′aria e l′acqua. Fai buona ogni cosa. Fai semplice ogni cosa.

Il paese m′è come una iniziazione alla tua bontà.

Ogni impronta dell′uomo nella terra sembra riconsacrata: la dirittura della via, il limite del campo, la casa di loto e di canne.

Talora alle foci solitarie dei piccoli fiumi è una greggia che splende come la ghiara ; e io guardo verso le montagne dove forse un′altra greggia s′abbevera alle sorgenti solitarie.

Un ampio greto discendendo dalle montagne è simile a un cammino di migrazione abbandonato, simile al tratturo dei miei padri sterilito. E odo dentro di me camminare i pastori defunti e i grandi armenti morti.

E un rammarico lungo mi punge, di non ritornare a te coi miei piedi scalzi, fratello del pellegrino che va verso il santuario dei miracoli, là per quella via litorale dove le persone e le cose mi appariscono in profilo come nelle ricamature delle nostre vecchie coperte. E il passo dell′uomo e l′incesso del bove e la foggia del carro e l′asinaio che guida il somiero carico d′un sacco di farina, tutte le forme si riducono a una semplicità primitiva nel mio sentimento ingenuo, come se io medesimo le interpretassi fanciullo con un pezzo d′ocra sopra un muro di calce.

Tu mi rendi gli occhi vergini prima che io li fissi nei tuoi.

Ora la spiaggia si fa tanto sottile che l′onda sembra sia per avanzarsi scorrendo su tutto il paese fino al piè dei poggi.

E qualcosa di me imita la spiaggia nativa. E tutto m′è dolcezza obbediente, nell′anima e nell′aria.

Te ne ricordi? Ti ricordi tu di quei verso che ti fece sorridere e piangere?

Come vien l′acqua al cavo della mano.

Non sono io sempre per te l′acqua che viene al cavo della tua mano?

Sempre raccogli la mia innocenza immacolata.

Ecco la casa. Ecco la soglia. Ecco la scala.

Tu sei in cima, sorretta dalle mie sorelle. Le mura tremano come le mie ossa. Le ginocchia si piegano. Il cuore monta, e si lacera alla tua felicità.

Perché dunque volli portare anche una volta lontano il mio cuore lacerato? Perché mi lasciai rapire anche una volta dalla smania del «folle volo»? Perché abbandonai anche una volta il focolare di tutte le fedeltà per la tenda esposta a tutte le tempeste? Perché il mio amore del destino vinse il mio amore filiale?

Né dolcezza di figlio...

Ella aveva ripreso con una divina levità sopra le sue ginocchia la mia testa che tanto è grave, e m′aveva rifatto fanciullo sonnolento. Io tacevo, ella taceva ; e intorno a noi tutte le cose famigliari sussurravano. E mi davano tanto bene e tanto male. E nessuna cosa al mondo mai mi aveva dato tanto bene e tanto male. E così chinato guardavo al limitare del balcone una cavità nella pietra consunta, già cara alla mia infanzia quando negli scrosci si riempiva d′acqua piovana e io attendevo palpitando che i passeri venissero a dissetarvisi come a un beverino senza sospetto. Era asciutta ; e ne soffrivo. E le dita di mia madre a quando a quando mi sfioravano la gota. E pensavo che così facesse per sentire se la bagnassero le lacrime. Ed ella forse non sapeva che con quel gesto me le moveva e traeva dal fondo.

Ah, perché mi riscossi invece di struggermi ?

Quante volte in quella dolce casa avevo udito scoppiare un grido terribile! Quante volte in quella vecchia casa quieta, tra la madia e l′arca, tra il forziere e il desco, avevo udito risonare sopra la mia ansia la voce eschilèa, vivente come la mia medesima voce! « Vengo. Chi mi chiama? »

L′ulisside senza remo e senza ala, ma con mille anime, si levò per partire verso l′esilio non come verso una rinunzia accorata ma come verso un aumento di potenza.

In cima alla scala fu anche il nuovo commiato.

Se il dolore materno potesse veramente impietrarsi, in cima a quella povera scala splenderebbe per la divozione degli uomini la più bella di tutte le statue sacre.

« Vengo. Chi mi chiama? » Cinque anni d′esilio nell′estremo Occidente, sul dosso pinoso di una duna oceanica: un lungo ordine di giorni e di opere, una lunga pazienza, una lunga attesa.

Come l′amore di mia madre non seppe mai scorgere nella mia faccia la lesione del tempo e della vita, così il mio amore serbava di lei una imagine spiritale e tutelare dove la luce attenuava le fattezze senza confonderle.

Anche la malattia non m′appariva se non come un modo mistico di affinamento, se non come un mezzo ascetico di santità. E non indovinavo da lontano quel che per compassione m′era celato.

Non ho mai avuto paura di soffrire. Di tanta resistenza mia madre mi diede l′esempio fin dai primissimi anni. Eppure, mentre mi preparavo a prendere da lei il commiato di guerra, il cuore non cessò mai di torcersi e di riluttare, oppresso da un presentimento di insostenibile pena.

O troppo lungo viaggio, corsa che l′ansia non poteva accelerare, attraverso il paese devastato, attraverso le rovine del Fùcino, attraverso la Màrsica piena di macerie e di mèssi, piena di vedove e d′orfani, piena di gramaglia e di pallore e di fatica dalle braccia contuse!

La mia devozione aveva già fatto patto con la morte, come un marinaio, come un fante, come un volatore senza nome. Nell′alba del 25 maggio avevo detto a compagni adunati : « Nessuno di voi, certo, sapeva di tanto amare questa Gran Madre. Ma chi di noi primo saprà per lei morire? C′è tra noi qualcuno già segnato, già eletto? Foss′io colui! Non mi mentisca il presagio, non mi mentisca il presentimento ».

Avevo detto : « Non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare; non possiamo essere misurati se non a livello del suolo conquiso. Ecco l′alba, o compagni, ecco la diana; e fra poco sarà l′aurora. Abbracciamoci e prendiamo commiato. Quel che abbiamo fatto è fatto. Ora bisogna che ci separiamo e che poi ci ritroviamo. Il nostro Dio ci conceda di ritrovarci, o vivi o morti, in un luogo di luce. »

Ma bisognava accomiatarsi dalla madre mortale prima di donarsi alla madre immortale.

Mi rappresentavo gli addii dei piccoli soldati, dei volontarii di sedici anni, degli anziani di cinquanta, là per quella campagna amara; e imaginavo le madri in piedi, su la soglia o in capo di strada, diritte nelle pieghe del grembiule bruno.

E la paura non cessava di serrarmi la gola. E la corsa non mi pareva abbastanza celere ma ogni sosta mi era un sollievo quasi vile. E, quando entravo nell′ombra dei monti, chiudevo gli occhi come per non uscirne più.

Mi s′è rotto il polso. La mano m′è caduta come una cosa disseccata.

Ho sete. Spasimo dalla sete. Dal pollice del piede, laggiù, tanto distante, alle fauci di metallo che non s′inumidiscono mai, tutto il corpo è sitibondo. E invano domando un sorso d′acqua.

La lacrimazione dell′occhio e il sudore delle tempie mi colano fin sul labbro. E lambisco le gocciole salse. E mi sembra di lambirle con la bocca di mia madre, con quella bocca deformata che pesa in me, che soffre in me contraffatto.

Ditemi se c′è un′agonia più crudele di questa.

È peggiore dell′altra. Il dolore che ritorna è come inviperito. Si rivolta per mordermi più a dentro.

Allora potevo, a tratti, distogliere gli occhi bruciati. Chinavo la faccia sino a terra. Ponevo la fronte su quei poveri piedi bendati di lana. Serravo il cuore con tutte le costole convulse. Mi pareva d′attanagliarlo e di reprimergli il battito o di mungergli qualche poco di sangue.

Ora non posso non vedere, non posso interrompere questa fissità di supplizio.

Non è un′imagine immobile. Si muove, si muta. È triste, e diventa più triste. È disfatta, e diventa più disfatta. Apre la bocca, e non può parlare la parola umana ; non può se non masticare l′anima, biasciare la desolazione.

E mi sembra che le stratte di corda date dal torturatore non sieno nulla in paragone di quel che soffro a ognuno di quei movimenti.

Ma che ho fatto? Che colpa sconto?

Le mura di Pescara, l′arco di mattone, la chiesa screpolata, la piazza coi suoi alberi patiti, l′angolo della mia casa negletta.

È la piccola patria. È sensibile qua e là come la mia pelle. Si ghiaccia in me, si scalda in me. Quel che è vecchio mi tocca, quel che è nuovo mi repugna. La mia angoscia porta tutta la sua gente e tutte le sue età.

La mia porta mi sembra più piccola. L′androne è umido e tacito come una cripta senza reliquie. Vacillo sul primo gradino della scala. Ho spavento del silenzio. Ho paura di vedere lassù le mie sorelle col capo velato. Un ragnatelo trema nell′inferriata che dà su la corte. Odo chiocciare. Odo stridere la carrucola del pozzo. Il passato mi piomba addosso col rombo delle valanghe; mi curva, mi calca. Soffro la mia casa fino al tetto, fino al colmigno, come se le avessi fatto le travature con le mie ossa, come se l′avessi scialbata col mio pallore.

Non c′è nessuno in cima alla scala. Comprendo. Quel silenzio è pietà e pudore. La sventura è su la seconda soglia, e sola mi accompagna per mano.

La prima stanza è deserta. La felicità d′una volta non vi lasciò se non coltelli affilati per dilaniarmi.

La seconda stanza è deserta. Ci sono i libri della mia puerizia e della mia adolescenza. C′è il leggìo musicale del mio fratello emigrato. C′è il ritratto di mio padre fanciullo col cardellino posato su l′indice teso.

Ho vissuto tant′anni nella dimenticanza di queste cose; e queste cose possono rivivere così terribilmente in me?

Nella terza stanza c′è il mio letto bianco; c′è il vecchio armadio dipinto, con i suoi specchi appannati e maculati; c′è l′inginocchiatoio di noce dove mi sedevo in corruccio e rimanevo ammutolito, con una ostinazione selvaggia, per non confessare che mi sentivo male.

Le ginocchia mi si rompono; e le pareti mi prendono, mi vincolano a loro, mi girano, come una ruota di tortura.

Nella quarta stanza c′è il piccolo Gesù di cera dentro la sua custodia di cristallo; c′è la Madonna dalle sette spade; ci sono le imagini dei santi e le reliquie raccolte dalla sorella di mio padre santamente morta ; e ci sono le mie prime preghiere, quelle del mattino così dolci, quelle della sera ancora più dolci, che per rientrare nel mio cuore mi sfondano il petto come se fossero divenute le armi dell′angelo implacabile.

Tre gradini salgono alla quinta stanza, come tre gradini d′altare.

È piena d′ombra, sotto la volta arcuata. Rimbomba. Il cuore batte le mura con l′urto cieco del destino. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato. Credo di udire dentro di me le grida di mia madre che, quando nacqui, non penetrarono le mie orecchie sigillate. L′odore indefinibile della malattia mi soffoca. Una mano mi tocca e mi fa trasalire. Una mano fredda mi piglia e mi trae verso la stanza sesta.

E la sesta stazione: il sudario della Veronica.

Una voce piana dice: « È là.» Mi agghiaccia. La riconosco. È quella della serva ammirabile, della creatura fedele, nata dalle nostre glebe, allevata nella nostra casa, chiamata Maria. « È là. »

È mia madre?

Una povera povera cosa curva, una cosa informe, una cosa di miseria e di pena, abbassata, umiliata, perduta.

È mia madre?

Mi trascino ai suoi piedi, striscio sul pavimento. Sono vuoto di tutto, fuorché del terrore. Alzo la testa spasimando came se mi si spezzasse una vertebra nel collo. Alzo la testa e guardo.

Guardo quel viso.

Bisognava che la sorte mi accecasse prima.

Non era così il viso del Salvatore quando egli ebbe preso sopra di sé tutti i peccati del mondo?

Orribile e sublime, veramente, con uno sguardo che non mi vede, che non mi riconosce, oscurato e fisso, dove l′amore non è se non tristezza senza nome, tristezza sino alla morte e di là dalla morte.

Mia madre !

Una povera creatura avvilita, percossa, sfigurata; e non so che spaventosa grandezza in cui entro come in un luogo pio e tremendo, come nel mio sacrifizio stesso.

Sono come il suo prigioniero atterrito. Imprigionata in lei la mia anima mi fissa dalla profondità di quelle ignote pupille.

E l′umile donna della terra nomina il mio nome, ripete il mio nome a quell′orecchio sempre più inclinato.

E allora le due mani si levano di su le ginocchia. Tutta la vita s′arresta, perde colore, non è più niente.

C′è dunque qualcosa che può farmi più male di quello sguardo senza lume?

C′è la bocca, che non ha più bellezza, che non ha più dolcezza, che non ha più forma umana, che non ha più suono umano.

Le due palme s′abbattono sul mio capo pesanti come se fossero esangui ed esanimi. E la bocca vuol dire il mio nome, ma non ha se non un mugolìo fioco.

E io son vuoto anche del mio terrore. Non ho più senso. Conosco una morte che forse nessun altro figliuolo di donna potrà mai conoscere.

12 marzo 1916

E come puoi ora, come puoi tu farmi così rimorire?

Oggi è il giorno mio natalizio.

Dico al dottore che m′interroga: « Imagini che io abbia una farfalla viva imprigionata nella gota, e che le sue ali brune sopravanzino la mia palpebra inferiore e palpitino di continuo nell′orlo dell′occhio».

Egli non sorride, s′acciglia.

Io sorrido e soggiungo: «Non bisogna ucciderla, bisogna liberarla. »

Dico al dottore: « Imagini ora ch′io abbia nell′occhio una piccola foglia di felce, d′una di quelle felci aride che sembrano intagliate in una làmina di rame ».

Egli risponde: « Sa che quando si taglia a sghembo lo stelo di una felce, ci si vede la figura dell′Aquila bicipite? »

La Sirenetta dice: «Il glicine è già fiorito a tutte le finestre. »

Ho nel mio occhio triste qualcosa come una cristallizzazione di ametista chiara, che talvolta di minerale si converte in vegetale e somiglia i fiori chiusi del glicine simili a leggiere scaglie oscillanti.

La Sirenetta ha una voce che lenisce, che sopisce.

Quando parla, il mio cuore si placa, il mio polso si rallenta.

Mi ricorda la voce giovenile di mia madre, che ogni sera nel mio piccolo letto di bambino mi addormentava con una favola.

Legge i poeti, e il fiume dei sogni mi trasporta nell′ombra dei lauri.

Gessa di leggere, e sùbito la pena mi rimorde.

Ha una parlatura toscana, di purità senese. Così parlava Santa Caterina giovinetta quando coltivava il suo giardino.

Un′ape le ha lasciato in bocca il miele votivo.

Per la sua bocca i sonetti della Vita nuova mi toccano a dentro come quando, a sedici anni, li leggevo lungo l′argine dell′Affrico erboso, verso il tempo del Resurressi.

E stando io con amarissima pena « come coloro che non si possono muovere », apparvero anche a me certi visi di donne scapigliate che mi dicevano : « La tua giovinezza è morta! »

E anche, dopo queste donne, m′apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, i quali mi diceano : « Tu se′ morto ».

Avendo una bella voce, la cara creatura è sensibile alle voci belle.

Mi dice quale più ama tra quelle dei nostri familiari. Ne parla come del sapore che hanno le acque delle fontane diverse.

Poi mi racconta che una sera di plenilunio, quando era alunna al Poggio Imperiale, fu condotta con alcune sue compagne a visitare l′osservatorio di Arcetri.

Nel suo ricordo ella vede grandi terrazze bianche di luna, grandi terrazze sovrapposte che si avvicinano agli astri come nella dimora d′un astrologo inventata in un poema di cavalleria.

E là ella udì la più bella voce del mondo.

Era quella del modesto assistente, che presso il telescopio parlava delle montagne e delle valli lunari, parlava degli anelli di Saturno c del rossore di Marte.

Tutte le fanciulle pendevano dal suo labbro, rapite dall′incanto del plenilunio.

La voce pura era come un tono dell′armonia celeste.

E la corona virginea palpitava come una costellazione umanata, intorno al dottore di stelle.

La mia figlia ha due occhi bruni d′Oriente, di quelli occhi saracini che fiorivano in Sicilia al tempo del soldano svevo.

Talvolta, quando si china all′improvviso verso me, mi sembrano collocati nelle sue tempie come quelli dei palafreni che guatano dalle miniature asiatiche.

Una testa bianca o piuttosto come il fiore del pesco, con una criniera crespa e bruna, difficile a esser divisa in trecce.

Talvolta, quando è seduta sopra un cuscino basso e taglia per me le liste di carta che stridono alquanto come le foglie secche di palma, mi viene in mente « la fiore di Soria ».

Ella aveva colto i ramoscelli d′ulivo nell′orto di Gethsemani; e li intrecciava con quell′arte che orna la Domenica delle Palme, appresa nel nostro contado.

Ella ne faceva una stoia, lunga come il mio corpo, perché io vi giacessi supino.

« Sono arrivate le rondini » dice la Sirenetta entrando nell′ombra, con un accento dominato che par l′ombra del grido.

Penso, non so perché, al suono dell′antica mia voce quando, fanciullo, sollevavo il coperchio ferrato del pozzo e, sporgendomi dalla sponda di pietra solcata dalla corda, gittavo un grido verso il fondo ove intravedevo il mio viso nell′acqua che luceva.

Ho negli occhi quel suono d′argento assordito, in cui tremava la levità del capelvenere.

Richiudevo il coperchio con cautela, perché l′urto del ferramento non ricoprisse il mio grido segreto.

E mi pareva d′aver imprigionato nel pozzo fresco e cupo qualcosa di vivo come un uccello che seguitasse a svolazzare e a cantare sbattendo le ali contro l′umido mattone.

Dice la Sirenetta, ricordandosi che una sera io la condussi a vedere la scala del Bòvolo e per prepararla all′incanto le bendai i belli occhi con le mie due mani, nella calle stretta, prima di sboccare nella corte Gontarina; la Sirenetta dice: « Non credi che nella scala del Bòvolo sia appeso qualche nido? Voglio andare a rivederla per sapere se le rondini ci vanno ad abitare, come io farei se fossi una di loro ! »

O piccola, schiodami di qui e portami teco.

Sono fisso con due chiodi nelle ascelle e due nei piedi.

Resto silenzioso. Ma un istinto balzante della mia carne stanca imita la rondine veloce.

I suoi minuti occhi selvaggi s′aprono sotto la mia benda.

Entra nella corte Contarina. Un grido, due gridi.

Viene dalla riva degli Schiavoni.

Passò sopra Chioggia.

Volò a San Francesco del Deserto.

Girò intorno al campanile orientale nell′isola degli Armeni.

Si posò un istante nella bocca del Leone su la colonna della Piazzetta, tentata di mettervi il suo nido novello.

Entra nella corte Contarina. Un grido aguzzo, un guizzo bianco.

S′abbassa verso i pozzi aridi raccolti entro le inferriate.

Poi sfiora le logge a chiocciola sovrapposte, con la rapidità musicale di una mano che fa un arpeggio su per le corde di un′arpa scolpita.

Brilla e svolazza intorno agli ultimi balaustri.

Poi la vedo sparire, la sento stridere sotto la volticella.

Poi la vedo partirsi a saetta, valicare i tetti, trafiggere l′azzurro.

La odo gridare di dolore, gridare al sole il mio dolore.

Mentre il mio corpo è lavato e profumato a parte a parte da mani pietose, come quello dei morti, mi prende un lieve sopore.

Tutte le apparizioni della notte insonne si sono dileguate nella luce del mattino.

E concesso al mio occhio sinistro di vedere un poco di luce.

L′imposta è socchiusa in modo che non entri il sole, ma laggiù la vecchia seta rosata della parete s′indora.

Ricevo il chiarore su la palpebra nuda insieme con un tepore che non è se non la soavità di quello.

Sento stropicciare le mie ginocchia dimagrite. Le sento levigate come quelle delle statue sepolcrali.

Il sonno che l′equinozio di primavera mi porta è come il sonno di Ilaria nella tomba di Lucca. Questa luce somiglia quella della vetrata che laggiù nel duomo toscano illumina la statua giacente.

Questo tono musicale della stanchezza riconduce ai miei piedi congiunti l′amore del più bello fra i miei giovani levrieri.

Cedo lentissimamente al sonno, e so che potrei non più risvegliarmi.

Le mani pietose mi ricoprono d′un lenzuolo fresco che dà la visione del bianco al mio occhio cieco.

Sono sfuggito alla notte.

L′anima triste sembra candidata, come direbbe il Mistico.

Il mio sonno non è più un fìammeggiamento di fantasmi formidabili, ma è un chiarore queto ed uguale.

L′infermiera ha detto: « La facciata della casa è già tutta vestita di verde come Ornella.

Il muro si dissolve senza polvere, e le piccole foglie nuove tremano quasi sul mio volto. Il mio fiato le muove.

Quanto ho dormito? Sento sùbito la lacrimazione dell′occhio malato sotto la benda. Una lacrima è giunta alla commessura delle labbra.

Le lacrime che esprime l′anima e quelle che versa la palpebra irritata sono amare dello stesso sale?

Indovino il pomeriggio. M′è rimasta nel corpo meschino qualcosa come una doratura del sonno diurno dormito nella luce.

Chiamo. Sono le tre del pomeriggio. Ho dormito lungamente.

L′infermiera sorride e dice che sono giunti i sonatori per far musica.

Odo venire dalla stanzetta attigua gli accordi del violoncello e del violino.

La Sirenetta appare su la soglia. Ha una veste rigata e il suo bel capo bruno si leva da un gran collare bianco movendosi sul collo nudo con quella grazia che è sola degli uccelli e sembra perciò regolata dall′istinto del canto.

È un angelo tunicato che si distacca da una cantoria fiorentina.

Precede la musica c l′annunzia.

Le prime note del quinto Trio del fiammingo Beethoven mi toccano il cuore veramente, corporalmente, come le bacchette battono il timpano nel marmo vivente di Luca.

È il trio detto degli Spiriti.

Lo ascolto come dopo la morte.

I musici sono nascosti, sono di là. La piccola stanza chiusa è come una cassa armonica.

Il cembalo, il violino, il violoncello sono tre voci che parlano come in un dramma religioso, come in un mistero sacro.

Ho abbassata la benda anche su l′occhio vivo.

Quando, dopo la pausa, gli strumenti cominciano il Largo, vedo una zona gialla compenetrare una zona violetta.

Poi vedo un drappo violetto orlato di giallo coprire un rilievo che è quello del crocifisso.

Le sporgenze dei ginocchi straziati sollevano il drappo nel centro; e, quando il violino riprende il tema, il drappo nel centro s′imporpora.

E allora sento ogni volta come uno strazio profondo.

Ogni nota sospinge di vena in vena sino al cuore il fondo del calice di vita, quello che non ho assaporato ancora, quello che pregai fosse tenuto lontano dalle mie labbra.

Ogni nota più lo sospinge verso il cuore, e il cuore non s′apre a riceverlo, ma si torce e repugna.

Ecco è all′orlo, è prossimo. Il cuore s′arresta, poi è subitamente posseduto, rempiuto, ricolmo.

Travedo l′ombra della mia creatura che si china sul mio viso.

Le sue dita lievi toccano la mia gota, di sotto alle bende, e si bagnano.

Sopra le lacrime raffreddate e invescate, dall′occhio perduto sgorga un pianto caldo e fluido.

La vita dell′anima riempie le bende.

Non m′illudo. Son certo che l′onda è sgorgata dal ciglio cieco prima che dall′altro.

Ora tutt′e due gli occhi vivono d′una stessa vita sublime. Sono due fonti vive.

Non so più dove sia il mio male. Il mio male è un bene che non si conosce.

Il pianto trabocca. La mia creatura v′ha immerso le dita ma non osa asciugarle.

Sento il suo capo presso il guanciale.

E la mia figlia, la figlia della mia carne, a me sul limitare della vecchiezza dice una parola materna, la parola tenera che le madri dicono ai fanciulli!

Sento che con quella parola ella mi prende su le sue ginocchia come l′antica Pietà, e sopporta le mie piaghe.

Inebriatemi di musica.

Fatemi piangere ancóra lacrime d′anima.

Toccate con la melodia il fondo della mia piaga, a suscitarvi i colori indicibili che non appariscono se non nello spettro luminoso delle stelle.

Ecco che io sono come all′inizio del dissolvimento. Sono pieno di sostanze che si disgregano e di succhi che fermentano. Odo in me i gorgógli che udii già nell′alta notte vegliando le salme tra le corone funerarie.

E io vivo tuttavia maravigliosamente. Il mio spirito è il cristallo di tutti i misteri. L′immenso flutto lirico della creazione lo attraversa per salire dalle radici del mondo al triplice solco della mia fronte d′uomo.

Oggi contemplo la morte vestita di non so che celeste pudore, quale me la mostrarono lassù, nel paese gotico, certe tombe terragne del dugento. Gli occhi sono aperti come le corolle alla prima ora della luce; e le mani conserte sembrano già partecipare della vita eterna.

Penso all′arte di quel dio che, nel dì novissimo, rimodellerà i volti dei suoi eletti a simiglianza della sua bellezza recòndita.

Nel mio volto supino la lesione del tempo e della vita, a un tratto, sarà cancellata.

Ridiventerò giovine nel marmo del mio sepolcro, come i trapassati nelle stele funerarie degli Elleni.

Scolpito in piedi, terrò per la briglia un gran cavallo alato, non simigliante né all′Ippogrifo né a Pègaso.

La morte non mi appare se non come la forma della mia perfezione.

Eternerà tutti gli elementi che la vita commuove e commuta in me con una perpetua alchìmia.

Quale « inno senza lira » accompagnerà il mio transito ?

I giorni passano, le ore precipitano; e ogni giorno senz′alba e ogni ora senza mutazione mi ritrova inchiodato.

Non voglio guarire. Mi basta cicatrizzarmi e saldarmi. Voglio rimettermi in piedi, voglio risorgere.

I miei compagni mi chiamano, i miei emuli mi aspettano. Laggiù, su la linea del fuoco, lassù, nel cielo della battaglia, ogni giorno sembra che il sommo dell′eroismo sia toccato; e, il giorno dopo, v′è un eroe sconosciuto che lo sormonta.

Non mi leverò se non con la volontà di superarlo.

Sento che, quando mi rimetterò in piedi, saprò meglio combattere.

Di quali accorgimenti, di quali scaltrimenti, di quali astuzie animali userò per sopperire alla diminuzione della vista! Avrò il nemico sempre a manca o di fronte, se Dio mi aiuti. Come il mio selvaggio Malatestino, dirò; «Io vedo pur con l′uno.»

L′ardore sarà il medesimo; ma l′ardire sarà istrutto dall′ esperienza, aguzzato dalla pazienza.

Nulla oggi ha misura, il coraggio dell′uomo non ha misura. L′eroismo è senza limiti.

Al vertice della potenza lirica è il poeta eroe.

Pindaro ha troncato le sue corde, ha mutilato la sua cètera, perché sa quanto sia più bello pugnare e osare.

Il pericolo opera liricamente su me. La mia poesia è sostenuta dal mio coraggio; e non soltanto nella guerra ma – se considero le grandi ore della mia vita trascorsa – anche nella pace, anche nel tempo di già, durante il culto dell′aspettazione, quando foggiavo le mie ali e le mie armi.

Non mi sono mai sentito tanto pieno di musica come nelle pause della battaglia.

Ripenso il ritorno dall′incursione aerea su Canale, con Ermanno Beltramo; il passaggio pel cielo di Gorizia, sotto cupole di scoppii bicolori; la discesa involontaria da tremila metri a mille e duecento, inebriante come l′ascesa; il mutuo cenno irridente verso il nemico che non correggeva il tiro; l′incuranza del dolore nella mano destra mezzo congelata; l′impeto musicale contrapposto al tono affievolito del motore; la folle smania del canto.

«Accensione lirica, radiatori freddi» feci balzando dalla fusoliera su l′erba di Campofòrmido. E avevo fame.

Il 27 dicembre, dopo la morte di Giuseppe Miraglia, venne a visitarmi Giacomo Boni.

Ricevuta la notizia in viaggio, era accorso, senza sostare a Grado dove appunto doveva ritrovarsi con Beppino, se fossimo tornati dall′impresa di Zara, per eseguire dall′alto ritratti del paese battuto dalle antiche invasioni barbariche.

Lo rivedo accanto al camino vivace, seduto nella poltrona dove soleva sedere il compagno scomparso. Lo rivedo con quel suo viso dolce eppure accigliato, con quel colorito acceso tra il pelo grigio, come certi Procuratori del Tintoretto. Rivedo quel suo ciuffo selvatico di capelli sa la fronte carica di sapienza e di divinazione.

Tornava dall′Alpe, dov′era salito a distribuire le sue vestimenta bianche, i suoi calzari costrutti a simiglianza di quelli che portavano i cacciatori ′di cinghiali al tempo di Orazio, costretti a passare la notte su la neve ocreati.

Mi raccontava che gli Alpini, con le gambe congelate, cercavano di levarsi al suo passaggio e sorridevano. O gentilezza d′Italia! In un sol giorno il chirurgo aveva mozzo i piedi a duecento cinquanta uomini.

Mi raccontava che nel Carso era anche peggio. Le trincee s′empivano d′acqua, e i fanti stavano con le gambe nell′acqua motosa fino alle ginocchia, per giorni e giorni. Le loro scarpe erano di qualità pessima, scarpe di cartone, fornite dai frodatori che godevano di tutte le indulgenze invece di esser fucilati in massa o forzati a rimaner tre giorni nella morta gora della trincea con quelle loro stesse scarpe ai piedi. Tre giorni – diceva egli – bastano a finire un uomo anche ladro.

E, d′improvviso, interrompendo l′orrore e l′abominio, mi raccontò che nel settembre scorso, conversando con Giuseppe Miraglia, gli avvenne di citare una invocazione orientale all′allodola : « O allodola, ai tuoi trilli non basta il giorno intero ! »

Allora il buon pilota gli confidò non senza timidezza che una mattina, essendo partito per Pola prima della levata del sole ed essendo giunto nel mezzo mare, vide il disco rovente sorgere nella nebbietta lontana e tutte le acque giubilare «a quel primo colpo di timpano». Egli lasciò le leve e incrociò le braccia. E, mentre l′Albatro abbandonato a sé stesso ondeggiava nell′ aria tranquilla, si mise a cantare inventando le parole e la musica del suo canto. E soltanto così comprese l′ebrezza di San Francesco nel Cantico delle Creature. Né poi ebbe più memoria di quelle parole e di quella musica.

« O allodola, ai tuoi trilli non basta il giorno intero ! »

La parola del poeta orientale mi torna nel cuore come una melodia straziante. E penso all′inno sconosciuto del mio compagno sepolto.

Non so se io abbia più sete di acqua o più sete di musica o più sete di libertà.

Sento il sole dietro le imposte. Sento che c′è un′afa di marzo chiara e languida sul canale. Sento che è bassa marea.

La primavera entra in me come un nuovo tossico. Ho le reni dolenti, in una sonnolenza rotta di sussulti e di tremori.

Ascolto.

Lo sciacquìo alla riva lasciato dal battello che passa.

I colpi sordi dell′onda contro la pietra grommosa.

Le grida rauche dei gabbiani, i loro scrosci chiocci, le loro risse stridenti, le loro pause galleggianti.

Il battito di un motore marino.

Il chioccolìo sciocco del merlo.

Il ronzìo lùgubre d′una mosca che si leva e si posa.

Il ticchettio del pendolo che lega tutti gli intervalli.

La gocciola che cade nella vasca del bagno.

Il gemito del remo nello scalmo.

Le voci umane nel traghetto.

Il rastrello su la ghiaia del giardino.

Il pianto d′un bimbo non racconsolato.

Una voce di donna che parla e non s′intende.

Un′altra voce di donna che dice: « A che ora ? a che ora ? »

A volte i suoni e i frammenti dei suoni e le pause diseguali si confondono in una sola armonia che si porta con sé la mia tristezza e qualcosa di ancor più triste che la mia tristezza.

A volte la mia attenzione li separa, li scerne, li distingue a uno a uno.

E alternamente mi fanno soffrire.

Ecco quella stilla continua nella vasca del bagno, quella stilla di caverna paurosa! Mi doventa intollerabile. Mi corrode, mi buca, mi trapassa.

Chiamo l′infermiera. Mi lagno.

A lungo ella si sforza di serrare il mastio della cannella; ma non riesce. La stilla è ostinata contro il mio male.

La donna sospira e dice: «Non si può. »

Prende un batùfolo di cotone, e lo introduce nella bocca della cannella. Crede di averla ammutolita

La tregua mi dà un gran sollievo. Sono così attento al silenzio, dalla parte del bagno, che più non odo gli altri rumori.

Ahimè, la stilla ricomincia. Traversa il cotone, come lo traversa la lacrimazione fastidiosa del mio occhio fasciato.

Oggi il dèmone ha spento i fuochi, e ha inventato un nuovo supplizio.

L′infermiera entra e dice: «Tutti i giacinti sono caduti sotto l′acquazzone. Son tutti per terra. » Mi rammarico.

Ella soggiunge: « A raccogliere i più belli mi si sono invescate le dita. Dai gambi rotti fila un umore che si attacca alle mani. »

Soggiunse ancóra : « Ma ci sono altri bulbi che gìttano. Ce ne sono molti. Saranno anche più belli. Ne ho visto uno che ha messo fuori il capo d′un fiore doppio, violetto, così scuro che sembra nero. E le pecchie ronzano. M′inseguivano, dianzi. Perché i giacinti più scuri odorano più forte?»

Un nulla mi turba e mi sconvolge. In certe ore sembra che tutte le relazioni e tutti i rapporti cèssino nel mio spirito senza lasciare ombra di vestigio. Divento una materia non governata da nessuna legge stabile, soggetta a trasmutamenti subitanei che spossano o esaltano il corpo quasi direi transustanziato. Sento circolare nella sfera dell′occhio le forze più varie e più discordi. Il flusso e il riflusso primaverile mi attraversano come una vicenda di maree cariche di orrori e di tesori innaturalmente accelerata.

La donna s′accosta. Odora di giardino grondante.

Le chiedo se abbia tuttavia fra le dita il vischio dei giacinti.

« Oh no ! » risponde con una voce sùbita e vivida come il rossore.

E lievemente mi sfascia e mi cambia la compressa che s′è disseccata sopra la bolla d′acqua salsa.

Poi s′allontana. Richiude l′uscio. La sento discendere la scala.

Un′angoscia misteriosa si gonfia dentro me; si deforma a poco a poco, e affluisce verso l′occhio che sembra urtato dal battito atroce della mia nuca.

Dove sono i giacinti rotti e raccolti ?

La stanza si empie d′un profumo delirante. L′angoscia divampa come la follia.

Dal bulbo dell′occhio, con una fitta improvvisa, rompe il giacinto violetto.

Serro i denti. Sento le barbe aggrovigliate nel cervello. Sento distinte le membrane e le squame carnose.

II gambo s′allunga. Il fiore si compisce, s′infoltisce, s′appesantisce. È cupo, è quasi nero. Lo vedo.

Chi me l′ha scerpato?

Ho paura del mio grido folle.

L′umore vischioso impiastra la compressa, mi cola giù per la gota.

Il nero rispunta, con una fitta più acuta. Rinasce e si stronca e m′invesca. E io grido.

Rigitta ancóra, si spezza ancóra.

Oggi non ho più nell′occhio il giacinto cupo. Oggi ho nell′occhio non so che fiore villoso, tra rossigno e gialligno, simile all′orecchio di un cuccioletto.

Ho nell′occhio quella creta cocente che s′abbevera sotto il rovescio d′acqua. Ho nell′occhio quella creta gialla che abbaglia laggiù in quel greto deserto della Versilia.

Sento il succhio della sua arsura sotto lo scroscio del nembo.

Ecco, ho nell′occhio il fanciullo etrusco di bronzo, che tocca la terra con la mano destra.

È d′un rossore cupo, come escito dalla fornace, ancor rovente.

Non si rialza mai.

La lacrimazione dell′occhio infiammato mi cola sino alla commessura delle labbra. L′amaro si mescola al sapore metallico.

Penso ai pescatori della Pescara che partono con le belle paranze dipinte, prima dell′alba, nel vento di maestro, e hanno il gusto del sale in bocca.

Una rondine grida disperatamente sopra un′armonia cupa di cannone e di campana.

È verso sera.

Il mio carnefice notturno è dietro la porta.

Come può la pioggia di marzo avere questo suono argentino, questo clangore che brilla?

Slegatemi i piedi.

Come può la pioggia di marzo aver rapito gli spiriti del tripudio alla baccante che dorme?

Slegatemi i piedi.

Per i capelli, per i lunghi lunghi capelli afferrerò la pioggia di marzo sonatrice di cròtalo.

Ecco che la grazia della mia giovinezza entra, senza toccare il pavimento, sollevando piano piano l′arcobaleno.

È la mia magia, questa? Davvero dunque la malattia è d′essenza magica?

Tutto è presente. Il passato è presente. Il futuro è presente.

Questa è la mia magia. Nel dolore e nelle tenebre, invece di diventar più vecchio, io divento sempre più giovine.

Eco di antichi e di futuri tempi.

L′occhio è il punto magico in cui si mescolano l′anima e i corpi, i tempi e l′eternità.

Che debbo terminare?

Che debbo incominciare?

Scopro nelle cose una qualità fisica nuova. Sento in tutto quel che tocco, in tutto quel che odo, una novità ammirabile.

Quali nomi darò alle costellazioni che tremano nelle lontananze del mio dolore?

La parola che scrivo nel buio, ecco, perde la sua lettera e il suo senso. È musica.

« O allodola, ai tuoi trilli non basta l′intero giorno!»

Risogno l′inno mattutino del mio compagno perduto. M′incalza il cuore veloce non so che smania di canto.

Il giardino è pieno di pecchie sonore. Se tendo l′orecchio mi par di udire il bombo.

Mi torna nello spirito, quasi disegno di melodia, un ricordo delizioso della « Diana caucasea ».

Ella aveva latifondi nel Governo di Kiel. Presso lo stagno, tutto smeraldato d′anitre salvatiche, era un grande frutteto, un bel frutteto di ciliegi soli.

Lo guardava un vecchio barbato come Carlomagno dalla barba fiorita. E questo vecchio solo aveva cura dell′alveare. E le pecchie docili gli si adunavano nella barba bianca. E la barba a volte gli doventava un lungo sciame d′oro. Ed egli, addossato al tronco di un ciliegio prediletto, non dava crollo. Respirava piano. Socchiusi gli occhi, cantava piano una cantilena della culla.

Mi torna il ricordo di un altro canto.

Ero nella casa d′Use, in una notte della invernale Parigi chimerica.

La stanza era piena del fumo che il vento di fuori respingeva per la canna del camino acceso. E la fata freddolosa vietava di aprire le finestre.

Intorno a un liocorno di legno dorato, proveniente da quell′ impero birmano che è amico della musica, Alastair vestito d′una tunica azzurra broccata d′oro aveva danzato le sue danze gotiche. Tra cervi di bronzo e antilopi e altri svelti animali dell′Estremo Oriente che sembravano pascolare il tappeto, aveva officiato in rima un rimatore vestito da vescovo violetto, con i capelli tagliati in tondo nello stile della santa chiericìa di Frate Angelico. Coricata su i cuscini bassi, la dama del luogo pareva una figura di cera dagli occhi di smalto; ma rivelava la vita movendo leggermente la gamba dalla caviglia sottilissima, come la serpe batte la coda nell′amore o nella collera.

Era una di quelle ore arteficiate che la follia la fantasia e la nostalgia lavorano insieme come tre streghe intorno a un beveraggio sospetto.

Ma in mezzo a tanta falsità e morbidezza c′era una coppia di forze rudi: il fumo risoffiato dal vento e Isnayat-Khan cantore indiano.

Il fumo di tizzo uccideva i profumi perfidi. La bocca dischiusa d′Isnayat fece tacere le civette e gli assioli. Il liocorno cercò invano un grembo di donzella vergine, dove potesse riposare la testa altiera e addormentarsi nella dolcezza dell′umiliamento. Ma parve contribuire alla perfezione del silenzio col suo mistero favoloso.

Il cantore era seduto con pacatezza, come se quel fumo gli venisse dai roghi del fiume padre e non gli potesse offendere la voce. Portava una tunica d′un color giallo rosato e una gran collana d′ambra. Teneva stese su le ginocchia le mani brune. Una corta barba nera compiva l′ovale del suo volto bronzino. Il bianco degli occhi era più puro che un guscio d′uovo di tortora. Ed egli cantava sempre a bocca aperta, modulando le note nella gola.

Conosceva più di cinquecento modi.

Era un uomo fragile, era un petto d′uomo scarno; e il suo canto pareva sorgere dalla profondità del tempio, venire di più giù che la pietra, di più giù che lo spazio di sotterra, fondere in sé le aspirazioni di tutta la stirpe, raccogliere in sé il travaglio di tutte le radici.

Non c′erano più pareti, non c′era più il camino angusto; non c′erano più fantasmi né maschere né frodi.

C′era il fumo del rogo, e il sudore che ingemmava la fronte del cantore sacro.

Nella pausa nessuno più osava parlare o esclamare.

Isnayat mi guardava a ogni principio di canto. Voleva significarmi che cantava per me solo.

Per me solo cantò il canto antelucano, il canto d′innanzi l′alba, misterioso come il messaggio del vento inviato sopra l′affanno della terra da Colui « che è intento ad accrescere la luce ».

Le quattro assi sembrano più strette intorno al corpo.

Le sento contro le anche : ne sento una contro le piante dei piedi, una contro il cranio.

E il coperchio è inchiodato.

Nessuna allucinazione, nessuna apparizione.

Tutto è nero, come in fondo a un vaso dove il liquido sì rappiglia in falde pallidissime che calano al fondo e si posano.

Se sospiro, la sollevazione del petto sembra sollevare quel fondiglio che risale e ondeggia nell′olio nero. E ogni sospiro cresce l′angoscia.

Chiamo. Prego che la finestra sia aperta, che l′aria fresca entri.

Sento l′aria entrare nella mia bocca come un′acqua viva.

Mi tendo fino all′estremità dell′orizzonte dove l′aria deve essere già rischiarata dall′alba, per prenderne un sorso.

D′un tratto ho un corpo immenso.

La mia oscurità non è limitata dall′oscurità ma è tutto il buio.

Le quattro assi sono cadute. Tutto il mio corpo sembra aerarsi.

Il cerchio luminoso si riforma e passa. Saturno ha perduto uno dei suoi anelli che viaggia sospeso nella notte.

È un′aureola che cerca un capo da cingere.

Odo l′infermiera che dice, presso la finestra : « Basta così ?» – « No. Ancóra ».

Ella dice: «Che notte chiara! La luna è alta. Si potrebbe leggere!»

Allora perdo la mia immensità. Ridivento un corpo nero fra quattro assi.

Non ho i confini della notte ma quelli della mia miseria.

Non sento più il sapore dell′aria notturna, ma quello della mia bocca di metallo.

La finestra si chiude come un coperchio su me.

Ho l′impeto di strappare le bende e di balzare in piedi.

La volontà sorge dal cuore disperato e mi rinchioda.

Lo sforzo mi produce il calore d′una febbre subitanea.

Brucio. Il sudore stilla come un pianto che non trovi più la via degli occhi.

Ho un desiderio così disperato dì rivedere il cielo che per pietà mi portano presso la finestra.

Il sole è tramontato. Anche la luce crepuscolare s′è affievolita. Nulla mi può ferire.

Sono quasi supino. Fisso il cielo col mio occhio illeso, e il cielo entra in me come se io fossi trasparente.

Sono come un′acqua che trema, uno di quei piccoli stagni salsi che restavano su la spiaggia sabbiosa davanti alla mia casa d′esilio laggiù nella Landa.

La Sirenetta è accosciata ai miei piedi. Intravedo un mazzo di giaggiuoli foschi dietro la sua testa.

Sembra che il suo gonfio cuore di vergine entri in me. Certo il mio batte per due in questo momento. Ne sono pieno dalla nuca al pollice del piede.

L′agitazione offusca l′acqua, e il cielo s′allontana. Alzo la benda, e lo guardo anche col mio occhio malato.

Nel mio occhio malato guizza un riflesso di stelle e si frange come in un prisma.

«Vedi la prima stella nel cielo?» domando alla Sirenetta.

« Non ancóra » risponde.

Lo spettro sidereo è nel mio occhio infermo.

Chiedo : « Si può vedere di qui la luna novella ? »

Ella si alza in piedi. La sua figura s′intaglia su la vetrata. Mi sembra ingrandita da un sospiro represso.

« Non la scopro » ella risponde. « Vuoi che vada nel giardino per cercarla?»

Le do la mia ansia. La mia ansia le dà un′ala che riempie l′ombra della stanza.

Ella discende. L′ombra s′incupisce. Il cielo è cinerino. Diventa opaco e inerte.

La Sirenetta riappare. Odo la sua leggerezza per la scala come una melodia saliente.

Porta ella sotto i piedi la falce della luna?

Porta ella il diadema dalla luna su la sua fronte?

Ella dice : « La lunetta è dietro la casa. Non puoi vederla. ».

Sono deluso, come un fanciullo a cui non sia tenuta una promessa. Mi rimettono sul letto odioso. Del cielo non rimane in me che il deserto di cenere.

Giorgio mi suona un′aria di Gerolamo Frescobaldi detta la Frescobalda.

Il cielo grande di Ferrara s′inarca su la mia malinconia.

Rivedo i carri carichi di lino, carichi di tutta la canizie del mondo, passare per le strade larghe e diritte.

Rivedo nel palagio di Marfisa la sala d′un antico teatro piena di lino accumulato, ingombra della bianca vecchiezza tonduta del Tempo.

Rivedo una figura magica di donna dipinta sopra una porta sconnessa su cui pendono i ragnateli polverosi.

Sono solo, preso d′una malinconia sbigottita. E gli occhi magici mi guardano. E non ho cuore di spingere quella porta per ripassare la soglia.

Lo stridore del ganghero rugginoso romperebbe la musica che m′incanta.

Nell′insonnio il preludio di Alessandro Scriàbine mi passa e ripassa su la fronte che mi sembra leggiera e trasparente come una visiera di vetro in un elmo di ferro.

Tutto il capo mi pesa profondato nel guanciale.

Ho quell′armatura del capo che i fanti chiamavano cervelliera. Ma la fronte è di vetro, piena d′incrinature e di bolle, calda come una coppa soffiata di recente dal vetraio.

È la sola parte lievemente luminosa de! mio corpo insonne, di sopra la benda.

Il preludio di Scriàbine è di colore cupo, violaceo, simile a una stoffa marezzata che si divincoli al vento della sera.

Mi ricorda il velo funebre che ondeggiava nel mio occhio perduto e che non mi lasciava vedere nello specchio se non la sommità pallida della fronte calva.

Le ore passano. La musica è come il sogno del silenzio.

Non dormo, eppure la vita s′abbassa in me a poco a poco come la marea. Il polso è fievole. La mano sul petto non sente il cuore.

La musica si allontana e poi ritorna cangiando di colore come un flutto sotto un crepuscolo mutevole.

II verde il violetto e l′azzurro cupo sono i colori di questa notte.

A un tratto vedo le stelle, le stelle dell′ Equinozio larghe come i loro riflessi nell′acqua.

Poi sento l′alba contro il davanzale, appoggiata al davanzale coi due gomiti, con gli occhi allungati fin dove i capelli s′appiccano alle tempie.

Oso volgere un poco verso lei la mia gota. E tutta la mia disperazione chiede di respirare.

Ma nessuno è là per aprire la finestra. La casa dorme, le mura dormono.

Il sonno intorno a me è spesso, duro, incrollabile.

La follia è chiusa nella mia fronte come in una ampolla. Se grido, la mascella scuote nell′occhio il mio male.

Il capo inchinato ridiventa supino. Il silenzio non sogna più la musica: è compatto, immobile, nemico.

Attendo il suono dell′Angelus come una salvazione.

A un tratto odo qualcosa che somiglia al canto di un gallo, fioco, lontanissimo – non grido di svegliatore ma gemito di prigioniero – chi sa su qual canale putrido, in quale corte sordida ancóra illuminata dalla lanterna violetta.

alexander skrjabjn

« Eravamo là, cinquanta fanciulli,

cinquanta eredi del folle volo,

i figli d′icaro e delle Sirene,

i nepoti di Dedalo dal Labirinto.

Generati negli antri glauchi

del Mare icario,

nel gineceo marino

delle cantatrici profonde,

dalla voluttà dell′eroe pennuto

converso in demone d′abisso.

Fuor del purpureo gorgo

eravam noi emersi all′aurora,

su l′orlo dell′isola scabra,

in un circo di rupi deserto.

Scossa la salsedine dalle penne,

le asciugavamo al meriggio,

dispiegandole a prova,

con alzate le braccia,

verso il cielo ceruleo

come la mammella materna.

Ala urtava contr′ala

nella latomia troppo angusta.

A ogni battito il fratello rompeva

contro il fratello le penne.

Il cuore si gonfiava d′altezza

come l′ala lieve al remeggio.

Arcato era sul pollice il piede.

Tenevamo pel pollice il sasso,

e il rimanente di noi

cerulei della cuna marina

s′incielava nell′ansia del volo.

Allora udimmo sonare la bùccina.

E il fremito fu contenuto.

Origliammo verso lo scoglio,

se non sopravenisse l′eroe

a sprigionarci

pietoso di tanta angoscia inesperta,

egli ch′era sommerso in eterno!

Ma un′ombra s′allungò sopra noi.

E tutti ci voltammo e gridammo,

e scorgemmo contro il cielo il nemico.

Enorme, tutto pugno e mascella.

tutto fauce senza parola

brandiva un′ascia grande,

l′ascia inventata da Dedalo,

che nel tronco intagliò il primo dio.

Disceso, entrava nel folto dell′ali frementi.

Ghermiva l′un di noi, e l′altro e poi l′altro.

A colpi d′ascia iterati

mozzava dalla spalla le penne.

Sprizzava sangue dal taglio,

che non per legami dedalei

ma per nodi di tendini vivi

eran giunte al nostro sogno le penne.

Calpestavamo, sfuggendo, stridendo,

la straziata messe di penne.

Non restava l′ascia crudele.

Abbattuti, dal dolore convulsi,

sanguinavamo sopra le penne.

E un solo scampò nell′altezza.

Pontato su l′orrore fraterno,

 prese lo spazio fatto dall′ascia,

per aprire i vanni e levarsi.

L′ala sua ci parve più grande.

Tinti del nostro sangue salso

vedemmo i suoi piedi contratti.

Guatava in su, ringhiando, la belva.

E tutti i nostri occhi eran pieni di cielo,

resupini su le penne tarpate.

E la stirpe era invitta nel volo.

Poi non dìttamo avemmo al dolore.

Niuno medicò le nostre piaghe,

se non la rugiada silente.

Bevve il pianto delle Sirene,

bevve la melodia delle Pleiadi,

 con la silente rugiada,

 la nostra angoscia notturna. »

AL SAKR

Lo zoppo dai piedi di bronzo

s′attarda nel passo discorde.

E la danzatrice

intorno gli danza

misurata e aerea come la voce puerile

che solfeggia nella cantoria a mattutino.

Penosa nel calle del mondo

l′impronta va dietro l′impronta.

E la danzatrice

intorno gli danza

ventilata e tenue come la paglia d′avena

che svola senza polvere brillando nel turbine repentino.

Il tonfo s′alterna col tonfo sul suolo sonoro di tombe.

E la danzatrice

intorno gli danza

graduata e fluida come l′acqua

che versano gli orci salendo e scendendo

per la ruota della nòria a irrigare il giardino.

AL SAKR.

Un pugno d′uomini

sul ponte della nave guerriera,

diritto lo sprone

alla mèta tremenda,

nella notte senza luna e senza stelle.

Da poppa a prua, congegni ed armi,

tènebra e silenzio.

E v′è una sola costellazione

per l′anima sola:

la Buona Causa.

« Io sollevo le braccia

per sciogliere i capelli.

E sotto le mie braccia

il sacchetto di mirra

che fa ebro l′amato.

Ma io sono distante. »

Un pugno d′uomini

devoti alla notte e alla morte.

 I marinai con in capo le cuffie

s′accosciano presso i cannoni.

Scuote lo scafo un fremito grande.

Sui coraggio degli uomini il cielo

è fortuna fumo e faville.

 E v′è una sola costellazione per l′anima sola:

la Buona Causa.

« Io mi stendo sul fianco

e sono una collina

che sbarra l′orizzonte

alla forza del forte:

una collina dove

non è se non un′ombra. »

Un pugno d′uomini

dati alla vittoria e alla gloria.

Stanno in agguato

i lunghi siluri dal muso di bronzo.

Le torpedini in gabbie di ferro

riposano sopra le selle

sporgenti verso l′acqua che è nera,

E v′è una sola costellazione

per l′anima sola:

la Buona Causa.

« Io non so se sia sonno

o languore, o se sia

la lampada soave

che dentro mi rischiara.

Chi terrà fra le braccia

me così trasparente ? »

Donna, resta con me, perché si fa sera.

Un grande evento silenzioso sembra che sia là, dietro quella stretta porta. Ora entra.

Mi riapparisce il dio di passione incatenato col ferro delle cose avverse ch′egli spezza e trascina. Io non l′ho seguito.

Mi ricordo di te quando venisti. Tutta la spiaggia era dorata e soffice come il fiore della gaggìa. Un naufrago era uscito a riva, gonfio e bianchiccio come un otre macero. Nella mia stanza chiara c′era un profumo di lauro. Lo sento ancóra.

Conosco un demone sognante, che cammina sopra un non formato mondo, la cui molle creta gli s′appicca al calcagno. Ora mi chiama.

Più lontanamente mi ricordo di te quando approdasti in quel porto d′Irlanda fosco con mille e mille cumuli di carbone fumiganti, minacciato da un sole disastroso. L′attesa senza volto ventilava un che di candido in mezzo al fumo. Mi pareva di vederti oscillare lassù, a bordo della nave enorme, come la penna d′una freccia infissa nel corpo d′un colosso che non muore. Ignoravo il tuo nome. Ma all′improvviso udii cantare, dall′albero di quella nave senza vele, la vedetta d′Isotta. «Sventura, ahi sventura , donna d′Irlanda, amor selvaggio! »

Ecco che di nuovo io prendo una forma appropriata all′ignoto e alla melodia.

Ho pur sempre una bocca di metallo, e da tempo non so altro sapore che quello dell′acciaio temperato nel mio sangue spesso.

Resta con me. Serra la porta. Nascondi la chiave. Scioglimi la benda, rompi le mie fasce. Spalanca la finestra.

Fa che io ribeva con te il filtro, in una coppa d′aria, questa sera.

Questa sera Scriàbine danza,

con la forza d′un arciere del principe Igor,

sul suo cuore immortale

che canta la melodia duplice

del desiderio e del dolore.

A ogni urto

il suo calcagno insanguinato

rompe il canto e lo difforma.

Ma, quando il piede s′alza

nel ritmo ineguale,

il desiderio e il dolore

ritrovano le note

eterne che un nuovo urto infrange.

Egli le ode, col capo riverso,

pallido di rapimento ;

e il suo viso è come una lampada sublime

che rischiara la danza ma non la conduce.

Tutta l′anima vi s′aduna e vi splende

come in un alabastro sensibile.

E l′ombra

cade dal bosco dei lauri,

dal bosco dei mirti,

dal bosco dei cipressi.

E solo rimane illuminato quel volto

sopra la saltazione frenetica e misteriosa.

Tutto il corpo,

dal sommo del petto al calcagno,

appartiene a un altro dio.

Egli vuole che quel cuore

nudato e gettato

si mescoli con la terra,

s′intrida con la zolla,

come un grappolo sfuggito alla vendemmia

e restituito al suolo sitibondo.

Egli danza, danza,

con una ebrezza disperata,

chiarore di sé stesso.

finché non senta

sotto l′urto sempre più crudo

il cuore premuto nella terra,

divenuto una cosa della terra,

finché non oda le note rotte del nero

e vermiglio canto avvenire,

la melodia dell′eternità,

l′inno profondo, sempre più profondo,

della doglia infinita.

Veggo visi attentissimi di musici che danno il delicato orecchio al minimo intervallo di suono, alla minima ondulazione dell′aria sonante.

M′appariscono di una estrema esiguità, con qualcosa di graziosamente animale che mi fa pensare ai furetti alle donnole agli ermellini.

Si trasfigurano.

Ora sono come belli angeli consumati dalla passione dei cieli. Questa loro bellezza sembra fatta di nervi sensibili che sieno fissi a un giogo interno e tesi da dentro sino al limite dello spezzamento.

D′attimo in attimo, di nota in nota, di pausa in pausa, la sinfonia inaudita accresce l′acume di questa lor bellezza e la discarna.

A un tratto, come in una folata umida e calda, mi giunge il lembo d′un crescendo accompagnato da grandi colpi di timpano.

I colpi si ripercotono nella mia nuca e nel mio petto, con un dolore che mi fa gemere e stridere.

I visi acuti si chinano su me per ascoltare il mio sangue che sibila e che romba.

Ora sono dall′attenzione così affilati che mi tagliano.

È buio. È notte fosca.

Gli anelli di Saturno, gli anelli di tutti i pianeti inanellati, ròtano nell′immensità del mio occhio morto.

Entra una creatura viva.

Non so chi sia.

Si ferma presso la sponda del letto. Non parla.

Dal suo respiro sento che ha la testa china.

Aspetta che uno dei miei anelli funesti la cinga?

Quanto pesa raureola!

Questo fiotto verde, che sgorga a quando a quando dal fondo dell′occhio e si spande in larghi cerchi molli, mi rammenta il mio orto della Versilia arenoso.

Scendeva la sera dall′Alpe apuana, camminando coi piedi nudi su la polvere del marmo segato e inazzurrando la pesta.

Ero stanco, dopo un intero giorno di lavoro difficile. M′ero steso nella mia branda disciplinare. La prima falda di cenere già copriva il fuoco del mio cervello chiuso.

Non sapevo di dove pendesse quella pausa divina che precede sul Tirreno il levarsi della brezza ; e m′avveniva di confonderla col mio medesimo sollievo.

Non udivo più il respiro virgineo del mare, né quello della mia poesia.

Ma, profittando del silenzio, una raganella prese un filo d′avena e montò sopra una saggina; e lì si mise a far le sue prove.

Vedevo tra i cigli socchiusi la finestra a poco a poco verdicare come se l′orto sottoposto vi si rispecchiasse.

E la voce della raganella si assicurò e afforzò, così che la saggina brandiva sotto la cadenza del pieno canto.

E il mare s′avvicinava scivolando senza rumore sopra la spiaggia sottile.

E vedevo di sotto le pàlpebre gravi la finestra inverdirsi come l′acqua dei fondi.

E la raganella beveva con quel filo d′avena tutto il verde della Versilia, e lo rendeva in canto al mio sopore.

E il mare scorreva senza schiuma su la sabbia levigata. S′approssimava. Era già sotto la siepe di canne.

Penetrava per gli interstizii e si lasciava pettinare, come una capellatura liscia, da quel pettine di canne argute.

E il canto della raganella, giunto al più alto grado del verde, si ruppe in garrito e tacque di sùbito, senza oscillazione.

Allora la finestra cominciò a impallidire.

Una forma indistinta e tacita, simile alla seppia con il suo sacco e i suoi tentoni, apparve nel vano e versò un gran fiotto verde che si diffuse fino al fondo della mia stanchezza addormentandola.

Mi pare di scrivere con quell′ inchiostro il mio sogno che torna.

È venuto Guido Po. Pareva che avesse tuttora dietro di sé i filoni della grande scia.

E venuto da Chioggia con la sua torpediniera, a una velocità di trenta miglia. Aveva al traverso il mare lungo di scirocco. La silurante suscitava una schiuma mille volte più splendida di quella da cui nacque la Voluttà dei mortali e degli immortali. Dal vertice, al tagliamare nel centro della prodiera, nasceva in ogni attimo qualcosa di più bello e di più giovine: un cuore d′eroe marino.

« Quattro, tre, zero ! »

Chi ha parlato nel portavoce?

Riconosco l′accento toscano di Piero Orsini.

« A dritta un po′! Uno, zero, zero. »

Ho nell′orecchio il soffio vivo. I comandi mi risuonano nel cranio come nella canna del portavoce.

«Il Fuciliere è di prua per rombo settantaquattro magnetico. »

Lasciatemi respirare! Lasciatemi bevere il vento, fiutare il rischio, spegnere nella mia ansia le faville e le stelle! Lasciatemi rivivere il silenzio la vittoria e la notte!

Non sono rovescio sul mio letto di miseria. Sono diritto sul ponte dell′Impavido; e io e il cacciatorpediniere e tutto l′equipaggio abbiamo il medesimo nome verace.

Il mare s′incupisce; ma nella sua palpitazione accelerata si sente già la fosforescenza notturna.

L′increspamento luccica qua e là, d′una luce interiore, come una pàlpebra che batta e lasci sfuggire uno sguardo misterioso.

La luna nuova è come un pugno di solfo che bruci. A tratti a tratti la nuvola nera del fumaiolo la nasconde, oppure sembra trasportarla come una favilla fugace nella sua voluta.

La vita non è un′astrazione di aspetti e di eventi, ma è una specie di sensualità diffusa, una conoscenza offerta a tutti i sensi, una sostanza buona da fiutare, da palpare, da mangiare.

Io sento tutte le cose prossime ai miei sensi, come il pescatore che va a piedi nudi sul lido scoperto dal riflusso e si china a ogni tratto per riconoscere e raccogliere quel che gli si muove sotto le piante.

Nulla sfugge agli occhi senza tregua attentissimi che la natura mi ha dati, e tutto m′è alimento e aumento. Una tal sete di vivere è simile al bisogno di morire e di eternarsi.

La morte è infatti presente come la vita, è calda come la vita, è bella come la vita, inebriante, promettitrice, trasfiguratrice.

Sto diritto, sopra i miei due piedi calzati di scarpe leggère che facilmente si slacciano, sto diritto sopra il ponte di questa piccola nave da battaglia, dove non c′è posto che per l′arme e per il combattente.

Le macchine sono già sotto pressione. Il nuvolo nero dei tre fumaiuoli monta verso la dolce luna novella, che vi splende gialla per entro bruciando come un pugno di solfo.

I marinai hanno già intorno al torace il salvagente e hanno già gonfiato il collare che deve sostenere la testa nell′agonia del naufragio.

Odo la voce del secondo che ordina di mettere nei due soli canotti di salvataggio la galletta e la carne in conserva.

Un giovine ufficiale, nervoso e pieghevole come un leopardo, che ha gli occhi stessi dell′audacia, per aver compiuta una manovra ammirabile nel condurre il cacciatorpediniere dall′Arsenale al luogo d′ormeggio, paga lo sciampagna ai suoi camerati.

Beviamo una coppa nel quadrato, seduti intorno alla tavola dov′è stesa la carta marina, mentre il comandante della squadriglia in piedi detta al dattilografo l′ordine dell′operazione notturna, per rimetterlo ai comandi delle altre navi.

Un′allegrezza contenuta brilla in tutti gli occhi. L′operazione è pericolosa, difficilissima; e quella può essere l′ultima coppa.

Andiamo a sbarrare con sessanta torpedini la baia di Panzano, tra la Punta Sdobba e Santa Croce. Ognuna delle sei siluranti porta dieci torpedini regolate per tre metri e mezzo. Ognuna ha contro la sua sorte i proiettori e le batterie della costa nemica, l′attacco delle navi nemiche, l′urto su le mine, le mine impigliate nell′elica, l′investimento nel bassofondo.

Un guardiamarina che è quasi un fanciullo, un siciliano che sembra un adolescente arabo educato alla Corte di Federico di Svevia, stropiccia fra le sue dita brune una foglia odorosa, una foglia d′una di quelle erbe che crescono in un vaso di terracotta su i davanzali delle finestre nei campielli solitarii. L′odore è così forte che ciascuno di noi lo fiuta, con le nari palpitanti.

Quella sola foglia, su quella tremenda nave di battaglia dove tutto è ferro e fuoco, quella foglia d′amore ci sembra infinitamente preziosa ed evoca nel nostro spirito i giardini abbandonati della Giudecca e delle Fondamente nuove.

Il comandante séguita a dettare l′ordine dell′operazione, con la sua bella pronunzia toscana, con la sua schietta lingua che è quella stessa dell′epistola che Ramondo d′Amaretto Mannelli mandò a Lionardo Strozzi quando i Genovesi furono rotti dall′Armata dei Veneziani e dei Fiorentini.

Si tratta d′un meraviglioso gioco, che durerà fino all′alba.

Il guardiamarina ha messo tra i suoi denti bianchi la sua foglia odorosa, mentre si lega intorno al collo il collare nero che poi gonfierà col suo fiato.

Siamo pronti. Si salpa.

Il cielo sul nostro capo è pieno di fumo e di faville.

Lungo il bordo, dall′una e dall′altra banda, le enormi torpedini nelle loro gabbie di ferro riposano sopra le selle sporgenti verso l′acqua.

I lunghi siluri sono volti all′offesa, protetti dai loro tubi, con le loro teste di bronzo cariche di tritòlo, simili a bestie in agguato.

I marinai con in capo le cuffie stanno aggruppati presso i cannoni dalla culatta aperta.

Tutto lo spazio è ingombro d′armi, di congegni e d′uomini vigilanti. Per andare da poppa a prua, bisogna strisciare, curvarsi, passare sotto un siluro untuoso, scavalcare un marinaio disteso, urtare lo stinco contro il legamento d′una torpedine, schiacciarsi contro un fumaiolo scottante, impigliarsi in una corda, ricevere uno spruzzo di schiuma nell′appoggiarsi a una battagìiuola.

Salgo sul ponte di comando. Siamo già usciti dall′ancoraggio. È notte. La luna tramonta sul mare. Fra un′ora sarà scomparsa.

Il grande fremito delle macchine scuote tutta la nave, i fumaioli danno ancóra troppo fumo e troppe faville. A bordo sono spente tutte le luci, anche le sigarette. Da poppa a prua l′oscurità è eguale. Il silenzio è imposto. L′equipaggio è taciturno.

Gli ultimi comandi dati col megafono risuonano in un azzurro cosparso di faville, e di stelle che sono faville inestinguibili.

Una leggera foschìa sale dalle immense acque. La scìa biancheggia, e l′onda prodiera si riversa in due filoni pei fianchi, dando di tratto in tratto strani bagliori. Nel solco si vede nereggiare il cacciatorpediniere che segue, e via via tutti gli altri in linea.

Quando si fa un′accostata, dalla grande scìa mediana si partono le scìe oblique e danno imagine d′uno smisurato rastrello d′argento.

Piero Orsini è contro il parapetto, proteso verso la notte, con tutta l′anima negli occhi scrutatori. Volge a quando a quando il suo viso rossastro, ove il bianco degli occhi lionati è venato di sangue; e trasmette il suo comando con un accento preciso e reciso.

Il timoniere sta alla rota del timone, senza mai distogliere lo sguardo dalla bussola illuminata dalla lampadina nella sua chiesuola; ed è certo un uomo della più pura stirpe tirrena, un vero compagno d′Ulisse, con un viso che par modellato dal vento di fortuna.

Presso di lui stanno i telegrafi di macchina coi cristalli rischiarati: Mezza forza! Tutta forza! Adagio! Ferma !

il portavoce trasmette il comando alle macchine.

«Quattro, tre, zero!»

Andiamo a ventitrè miglia. Il fervore della grande scìa riluce sotto i fanaletti di poppa.

« A dritta un po′! »

L′ufficiale di rotta è curvo su la carta fermata da pesi di piombo foderati di tela, intentissimo a misurare, a calcolare, col rapportatore, con la parallela, col compasso, con la gomma, nella luce violetta della lampadina coperchiata.

Una grande stella filante traversa il cielo d′agosto e si spegne all′altezza della Capella.

L′impazienza mi morde il cuore.

Aguzzo la vista per scoprire in fondo all′oscurità il segnale di terra che fu convenuto. Non si vede ancora nulla.

Scendo per le due scalette, e vado verso poppa, lungo la fila delle torpedini, scavalcando i marinai accosciati. Da poppa si scorgono le masse cupe degli altri cacciatorpediniere in linea.

Ecco, a un tratto, il segnale, in direzione di prua. Ci avviciniamo al luogo dell′azione. Tutte le volontà si tendono. Ci dev′essere stanotte Luigi Rizzo alla Mula di Muggia.

« Di prua si vede il fanaletto di Muggia. Lo vedete ? »

« Sì » rispondono i megafoni neri nel nero.

E, dove quel sì suona, tutto il mare è di Dante.

« Proseguite secondo le rotte e gli intervalli stabiliti, a miglia otto sino al traverso del canale, e poi a miglia sei. »

Le prue mi fendono il cuore stellato.

« Uno, due, zero ! »

Si riduce la velocità a sei sole miglia.

I fumaioli gettano troppo fumo, troppe faville. Piero Orsini si arrovella.

I comandi sono tuttavia dati col megafono. Ogni parola gridata sembra addensare il pericolo nell′aria avventurosa.

La manovra è eseguita con una specie di esattezza ritmica. Tutte le navi, a una a una, conservando la distanza, passano a tribordo della nostra, nere sopra la scìa che biancheggia e a quando a quando arde di fosforescenza improvvisa.

« Raggiunta la rotta di sbarramento per levante, spegnere il fanaletto di poppa ! » grida il megafono.

Si vede la costa rischiarata dai proiettori del nemico. Si naviga in acque basse, riducendo ancor più la velocità.

« Uno, zero, zero! » Si striscia quasi sul fondo, si naviga quasi a tastoni; si scandaglia continuamente per evitare di arrenarsi. Le navi sembrano ansare, soffiare, angosciate come i grandi cetacei in pericolo di dare in secco. « Macchina indietro! Tutta forza ! » Il Fuciliere sente di non manovrar più, di avere investito nella melma ; e cerca di disincagliarsi.

È di prua, a portata di voce. Vediamo l′acqua luccicare al lume azzurro dei suoi fanaletti di poppa. Ci sembra che tutte ora sieno in pericolo e in angoscia. Il cielo è velato. Lunghe capigliature medusée di nubi traggono le costellazioni come le reti traggono la pésca argentina. Le macchine ansano. Siamo a tocca e non tocca.

Piero Orsini è là, vigile, tutt′anima, occhio che vince la notte. Se in quel momento ci avvistasse il nemico, con qual sorte accetteremmo la battaglia?

« Il Fuciliere è di prua, per rombo magnetico settantaquattro ! »

I suoi comandi netti, di manovra in manovra, riconducono la squadriglia nella buona rotta, fuor della seccagna.

Vedo i proiettori nemici incrociarsi, laggiù, nella terra ferma, come lunghe spade di luce bianca. Sul chiarore la costa si disegna così vicina che sembra andiamo a ormeggiarci.

Siamo tutti tesi nell′attenzione e nell′aspettazione. Fra pochi minuti saremo nel punto destinato allo sbarramento. E i minuti sembrano ore.

Abbiamo levato i turaccioli di gomma dai pulsanti. Le torpedini, su le loro selle, sono pronte a scendere in mare. I marinai in piedi attendono il comando.

Gli ultimi minuti non passano mai. Possiamo essere scoperti d′attimo in attimo. La costa non è distante più d′un miglio. Sempre i fumaioli sono la nostra disperazione: fanno troppo fumo e troppe scintille.

Finalmente si ode l′avviso, dal ponte di comando.

« Attenti ! »

Il tenente guarda l′orologio rischiarando il quadrante con la lampadina nascosta nella palma della mano da cui traspare un bagliore sanguigno.

Le enormi torpedini, dalla testa carica di distruzione, grigiastre come gigantesche meduse marine solidificate, sono là, silenziose, immobili. Il doppio dente di ciascuna sella sporge sul filone dell′onda prodiera.

« Attenti ! »

» Fondo ! »

La prima torpedine rotola con un rumore di botte che si sfasci; e piomba nel mare schiumante, sparisce.

« Attenti ! »

« Fondo ! »

Sono passati diciotto secondi; e l′altra torpedine precipita anch′essa, poi la terza, poi la quarta, e via via tutte le altre, da tutte le navi che obliquano in un′accostata sapiente.

In tre minuti l′operazione è compiuta, lo sbarramento è fatto, nel precìso luogo assegnato.

I denti dei marinai brillano nel sorriso selvaggio. Ciascuno d′essi vede nel suo cuore squarciarsi la corazzata nemica.

« Quattro, tre, zero ! »

Riprendiamo la testa di linea, ritornando su la rotta con la velocità iniziale. Le navi sembrano palpitanti d′allegrezza guerriera.

Lontano, su la terra ferma, le spade bianche dei proiettori continuano a incrociarsi. Qualche razzo scoppia. La nostra scìa è così bella che sembra una Via lattea tumultuosa.

Un marinaio sale al ponte di comando, e mi porta una tazza di caffé caldissimo, che già col profumo mi delizia le nari e i precordii. È il nepente navale.

Accendiamo le sigarette. Sembra che nel fumo ritorni l′odore di quella foglia stropicciata dal giovinetto saraceno fra le sue dita brunicce e si svolga il sogno dei giardini abbandonati su le rive corrose della Giudecca e delle Fondamente nuove.

Arriva un radiotelegramma di Umberto Cagni dall′incrociatore Pisa.

« Attenzione ! Due sottomarini sono in agguato su la rotta di sicurezza. » E respiriamo di nuovo il pericolo e la morte a pieni polmoni, nel primo brivido dell′alba.

Lasciatemi vedere l′alba! Non mi farà male. Spalancate la finestra! Soffoco.

Il sole nella foschìa era di color d′arancia, simile al plenilunio sul nascere. Le sei navi manovravano per rapide accostate. Le scìe parevano disegnare su l′acqua strumenti vasti per le mie nuove musiche.

Scomparso era il mistero notturno con le faville e con le stelle. Appariva il rude cacciatorpediniere di battaglia, con i suoi tre fumaioli, con i suoi quattro siluri, con le sue selle vuote sporgenti da bordo, con i suoi marinai distesi in riposo a occhi aperti.

Andammo alla fonda in Malamocco.

A Malamocco incontrammo un convoglio carico di feriti. Così fu per noi celebrata la messa. Il sacerdote invisibile innalzò l′ostia e il calice.

E tutto il mattino ebbe il colore delle piaghe e il sapore del sangue.

È venuto Umberto Cagni.

Di dove? Dal ponte del suo snello incrociatore? da quella camera balconata di poppa dove andavo tante volte con Giuseppe Miraglia per studiare su le carte marine la rotta della scorta mentre nell′occhio acciarito dell′eroe libico brillava la tentazione del « colpo di soprassalto » alla costa dalmatica?

O mi torna egli dal fondo d′una canzone della Gesta d′oltremare? o mi risorge egli dall′acredine di quella mia lontana invidia disperata?

E come non renderò io grazie al mio dio ?

Il mio eroe celebrato nella mia terza rima è al mio capezzale. È vivente. Si china su me. Mi sfiora con la mano a cui manca la falange congelata nel Deserto artico. Non visita il poeta ma l′uomo di guerra, non l′encomiaste ma il compagno.

L′aquila immortale della canzone mi rimorde il fegato intossicato.

« Siediti, Cagni. Pensa che ritrovi qui il buio che c′era ai pozzi di BuMeliana, in quella notte d′ottobre. T′aspettavo. Ho perduto anch′io l′occhio destro, come il tuo Lazaro Mocenigo alla battaglia nelle acque di Scio contro il bassà Kenaan. Ma, se nel buio io vedo luccicare i tuoi occhi ferini, tu certo vedi ora splendere la mia benda. Tu mi porti un′altra vista. Spero che anche a me l′occhio manco mi divenga «il freddo astro di tutti gli ardimenti ». Mi leverò e ricombatterò. Così voglio. Ci mettesti due ore a tagliarti l′osso del dito con quel paio di forbici atroci che fecero scappare fuori della tenda Simone Canepa. Ebbene, io l′ho qui sotto il mio guanciale, quel tuo paio di forbici. »

La sua presenza è leggera. Il suo passo è leggero, i suoi gesti sono leggeri. La sua gentilezza affettuosa è intenta a non turbare l′aria quieta intorno alla mia inquietudine. La mia stessa infermiera non è cauta come questo brusco uomo di guerra. Penso al mio modo di trattare i marinai feriti, nell′Isola Morosina, che sembrava non sentissero male quando io li movevo sopra le tavole fangose che servivano di barelle.

Tuttavia questa sua gentilezza mi fortifica, simile a certe bevande leni che accendono il sangue.

Fabbrico dentro di me quell′acciaio che avrei voluto martellare quando traevo le mie dieci canzoni dalla «fornace imperterrita».

Su, fuoco, travaglia! – Gloria, fiammeggiai Su, cantar di genti, – con la vittoria a gara!

Lo scontento e il corruccio degli anni imbelli, degli anni d′onta, mi s′illuminano come una aspettazione necessaria alla pienezza del compimento.

Rivivo in un attimo il compatto dolore dell′Ultima canzone. Riodo latrare nel sogno della duna oceanica i cani sardeschi, i mastini di Fonni, i veltri del Monte Spada. Rivedo la « schiera quadrata », che ha seppellito a Tobras i suoi morti, salire senza di me su pel sabbione impervio, senza di me andare verso « l′alba certa », andare incontro al certo destino senza colui che aveva creduto « essere il messo della nova vita e della nova gloria il primo nato ».

Tutto è sogno.

Come e dove ho io raggiunto la schiera quadrata, e me ne son fatto capo, e irresistibilmente l′ho condotta « all′acquisto supremo » ?

Ed è oggi dietro di me o è davanti a me l′ombra lunga dall′ Eroe primogenito ?
 

E non è vero dunque che sul limite della vecchiezza io sia rinato Principe della Gioventù eletto dai miei compagni della razza di Mario Bianco?

E non è vero che, per guidarli, « d′un più alto e puro fuoco » io mi sia riacceso in me stesso?

E non è vero che io li abbia guidati, non è vero che io sia per guidarli nel cielo nel mare e nella terra e in ogni più gran rischio obbedienti?

Ave, Giovine. Gloria a te nei cieli, – gloria nei mari, gloria su la terra !

Tutto è sogno, e fato occulto, e predisposizione di volontà.

L′urgenza dell′intima forza mi slega. Gli urti del cuore mi sfondano il petto. Gli urti della nuca mi stirano la benda.

Con un sobbalzo repentino mi sollevo sul letto, mi strappo le fasce, ansando d′un affanno aspro come il singulto.

« Non posso più stare qui. Non voglio. Aiutami, Cagni. Portami fuori. Salvami.»

Sgomento egli mi sostiene col suo braccio, mi regge il capo con una mano; cerca di persuadermi, di placarmi, di riadagiarmi nella mia miseria.

« Ti prego! Ti prego, amico mio, compagno mio! Non posso guarire. Non debbo guarire. Toglimi da questo supplizio inutile. Aiutami a liberarmi da questo inganno, da questa congiura. Salvami. »

Egli è sbigottito. Entra in lui la mia angoscia e lo confonde.

Brancolo. Riesco ad accendere la lampada azzurra a capo del letto. Vedo illividito dalla luce lùgubre il mio fratello della mia medesima età. Ed egli mi vede sbendato, con l′occhio gonfio e lacrimante, con quella faccia contraffatta che l′altro giorno conobbi nel piccolo specchio rotondo del dottore.

L′infermiera sopraggiunge. La volontà di rivolta mi si fiacca sotto le mani pietose che troppo tremano. Tutta la forza mi si scioglie in sudore perfido. Il sudore le lacrime e l′umidità della compressa ammolliscono il mio cruccio, afflosciscono la mia tristezza e tutto me. Non chiedo più nulla, non valgo più nulla.

Dove sono le forbici della feroce pazienza? Lassù, lassù, in una lontananza insuperabile, sotto la tenda polare, fra i resti del povero cane scoiato.

L′Ammiraglio mi parla dell′Isola Morosina come d′una grande nave da battaglia ancorata davanti alla costa nemica. Egli sa quel che io feci, coi marinai, nell′ottobre del 1915.

E anche una volta tutto diviene presente e vivente, tutto palpita e sanguina. Si partono dalla sponda del mio letto le passerelle di tavole posate sul fango; e mettono il muso nel mio guanciale come nella sacchetta da biada i maremmani villosi dei due cavalleggeri che guardano i fili del telefono.

Vedo risfavillare gli occhi felini dei giovani tenenti di vascello che divorano la minestra grossa, mentre nella baracca della mensa io porto l′ordine di cominciare il tiro a mezzogiorno.

Ora cammino con quell′ardente allegrezza per la viottola, sopra i mattoni messi a far ponte nella belletta.

Ora salgo per la torre di legno simile a quella di una pagoda, nascosta nella gran fronda della quercia.

I marinai gridano da tutti i loro denti abbaglianti.

Vedo la Sdobba e il Quaranta cerulei, la corona nevata dei monti, un lembo del Bosco Cappuccio, e Ronchi, e Doberdò, e la macchia di Monfalcone, e i fumaioli, e la Rocca, e Duino, e la smotta rossa di Sistiana, e Miramar, e Barcola, e Trieste laggiù come una forma di luce, come mi apparve la prima volta dall′alto fra i tiranti dell′ala, tutta lieve e raccolta, quasi pudica.

Una libellula trasparente si posa sopra una foglia di quercia. Un′allodola si spazia cantando e non si sazia.

Odo tra gli alberi già malati d′autunno le voci dei marinai e delle cornacchie.

Un gabbiano brilla nell′aria come un idròttero da caccia.

I pioppi d′oro digradanti mi rapiscono musicalmente come uno sminuire di arpa.

« Pezzo uno, attenti ! Castagnola, fuoco! »

E il primo colpo. La sinfonia comincia. Tutte le valli rombano.

La batteria Gazzola tira sul castello di Duino, dove nel tempo degli ozii e dei giochi vissi nei giorni di delizia.

Gazzola spara dal ponte che sta contro la riva sinistra nascosto da fascine e da frasche.

Vedo la granata scoppiare al limite del bosco.

Che è questo clamore?

Per tutta la riva il megafono trasmette l′ordine del giorno che il Duca d′Aosta invia ai marinai.

La sinfonia cresce. Gazzola tira. Buraggi tira. Il sole mangia il fumo giallastro. Il clamore si propaga per tutte le batterie. Ogni pausa è riempita dal trillo ebro dell′allodola. Ma a poco a poco anche l′aria doventa di metallo.

« Pezzo quattro, attenti ! Castagnola, fuoco! Pezzo quattro, fuoco ! »

Piccolo, biondiccio, coi baffi tagliati a spazzola sul labbro sporgente, l′ufficiale calcola sopra un quaderno i dati di puntamento.

« Pezzo uno, direzione 1454, elevazione 345. »

Gli sta accanto un timoniere dalle quadrate spalle, sempre col microfono all′orecchio. Ha due larghi occhi bruni venati di sangue come quelli di un corsiere soriano. Ha barba corta e focosa, narici aperte, soffio veemente. Par stampato nel vecchio stampo nostro del partigiano furibondo di parte nera o bianca. E male origlia chino a quel vano arnese.

Dice : « Sdobba domanda se è B1 o B2. »

Meglio direbbe : « Togli, Dio, che a te le squadro. »

La grande bùccina di metallo, sporcata di verde, è appesa al ramo. Uomini e cose, siamo tutti inverditi come la quercia che ci nasconde.

« Pezzo due, direzione 1402, elevazione 230. »

Il colpo va in mare, corto. Di là dalla linea d′acqua le case di San Giovanni appaiono tranquille nel sole d′ottobre, intorno al campanile.

Buraggi spara su le case di San Giovanni per regolare il tiro. Anche il quarto colpo è corto. È finita la serie.

Il marinaio Uroni ha il polmone traforato da una scheggia mentre sta riallacciando un filo telefonico. Non si lascia cadere indietro. Rimane ritto su le due gambe, e contiene coi denti serrati il vomito di sangue. Quando il compito è fatto, stramazza, mentre pel filo riallacciato passa il comando.

Ricomincia la serie.

Marinai ! Marinai !

È la mia voce, la mia voce di compagno, che squilla nell′ombra degli alberi folti e bassi dove la sera fluviale blandisce le baracchette di legno come se fossero le capanne della felicità.

Ora questo fiume è fatto più misterioso che il Timavo fulminato, laggiù, dove si lavò il cavallo schiumante del Dioscuro. Una banda di luce rossa arresta le nuvole fuggiasche. I cannoni sono roventi, sporcati di verde anch′essi, sopra i pontoni coperti di frasche. Mi scottano la mano.

Dentro questo pontone ridormirò stanotte con un occhio solo, tra le munizioni e i sacchi, nella cuccetta stretta come le quattro assi del nero falegname.

Bruciatemi il mio letto d′ospedale!

Chiamatemi i marinai, che vengano a formare le righe in questo spiazzo che pare una velma di laguna ed è a centomila cùbiti sopra la vita di ieri.

Marinai! Marinai!

Tutta l′ombra è una conca ritorta per ingrandire la mia voce.

Mi sembra di distribuire una bevanda cordiale alla fatica e alla febbre.

Sento nella mia pelle d′uomo i cannoni che si freddano a poco a poco.

Nell′ombra la forza compatta è grigia come il ferro nuovo; ma la gentilezza mostra nel sorriso i denti puerili.

Chi mai è stanco?

Andiamo al rifornimento delle munizioni, figliuoli. Il tiro è finito. E ricomincia il tiro.

I pontoni stanno acquattati come il bévero « eh′è bestia e pesce ». Nel silenzio che sa d′acqua, si freddano i cannoni e respirano dalla culatta aperta.

I marinai passano in fila, con la granata su l′omero, nella bella sera belli come i portatori attici di vasi sacri.

Chi non teme la morte, non muore, E la morte non vuole chi la cerca. Stavo addossato al parapetto del Pezzo tre. Mi sono mosso per allontanarmi dalla batteria e risalire all′osservatorio arboreo.

Una granata austriaca scoppia sui parapetto del Pezzo tre. Quattro feriti.

M′aveva preso per mano mia madre?

Accorro. Mi pare ch′ella non mi lasci la mano. Sa che sta per udire dal sangue l′accento di Ortona, l′accento del suo paese.

Incontriamo un marinaio che porta una manica del sottocapo cannoniere listata di rosso e l′orologio del polso con la sua stringa di cuoio in brandelli. Un rugghio lungo riga l′azzurro sul nostro capo. La passerella è spruzzata di sangue. È una tavola? È un tizzo che sfavilla.

Ma le barelle non sono se non tavole, non sono se non tavole fangose. E dove pigliamo le fasce? e dove pigliamo i medicinali ?

L′eroe nudato si leva novamente dalla creta umana. Si rifoggia nel fango dell′origine.

« Perché la batteria non tira più ? »

Quale ansia sgorga così dal corpo squarciato ?

C′è un corpo convulso e sanguinoso; e in tutto quello strazio palpitante c′è un orecchio vigile, c′è un apice d′anima che ascolta e anela.

Giuseppe Maggiora non pensa se non all′arme sua. Vuole udire il tuono dell′arme sua. Il sangue gli cola dal naso nella bocca smaniosa.

« Or è quattr′anni, il 18 d′ottobre, comandante, eravamo a Bengasi. Se ne ricorda?»

Questa è la prima parola ch′egli dice a Buraggi quando lo vede: ricordo di guerra, ricordo di vittoria, scorcio eroico del tempo e dell′animo tra due sorti.

E ricomincia a smaniare per il suo pezzo che s′è ammutolito. Vuol ritornare al pezzo. Stroncato, vuole rialzarsi per ricombattere. Tenta di levare la mano intrisa, per minacciar vendetta.

« La batteria non tira più! »

O mio Maggiora, dove sei? Sei alla Mandria? sei alla Veneria reale ? Ricominci a vivere e ad ardere?

E perché stasera non sei al mio capezzale come io ero al tuo, in quella notte di ottobre, in quell′ospedale numero 71 dell′Isola Morosina?

Te ne ricordi?

Non volevi mai cessare di dirmi ia tua gratitudine, a me che mi sforzavo di non cadere in ginocchio e di non baciarti le mani.

E c′era, lì accanto, il sottocapo Gorsani; che anch′egli, come te, pensava sempre ai suoi pezzi. E gli avevano portato via l′occhio destro dall′orbita. Ed era bendato come sono io ora. Ed era così sereno e così dolce che ora mi fa vergognare.

Te ne ricordi?

E c′era anche Uroni, quello del filo; ed era in pericolo, e non pensava che alla batteria, e si raccomandava e supplicava per ritornarci; e piangeva di rammarico, e prometteva d′essere migliore, e non sapeva d′essere sublime.

E non lo sapevi neppur tu, di te, o mio Maggiora.

E, quando escii da quell′ospedaletto da campo su l′Ausa, col mio occhio destro perduto, pensai nella mia tristezza selvaggia a quei pochi che avrebbero pianto. Pensai a Corsani, che avrebbe pianto. Pensai a te, che avresti pianto.

E stasera quanto mi sarebbe dolce avervi tutt′e due, uno da una parte e uno dall′altra, al mio capezzale!

Anche un altro avrebbe pianto, forse di più: Giovanni Federico, il marinaio della terra di mia madre, il marinaio di Ortona.

Ma non ha più se non le sue occhiaie d′osso, là nel piccolo cimitero dell′Isola, dove avevo promesso di porgli una pietra scolpita in memoria e non gliel′ho posta ancora.

Stasera io lo raccolgo un′altra volta, lo stendo un′altra volta su quella tavola rozza ricoperta dal mio mantello di cavaliere. E anche stasera mia madre è con me, e m′aiuta.

Il più bel sorriso umano è il sorriso che luccica su i lembi lacerati del dolore inumano.

E quale Maria ebbe mai il viso di costei che si china?

Giovanni è ferito all′addome, è ferito alle reni, è ferito al costato. E da che banda lo poseremo noi?

Se lo mettiamo bocconi, non grida. Se lo mettiamo supino, non grida. Eppure il suo strazio fende anche la tavola morta. Sono inginocchiato nel fango. E nello spasimo silenzioso egli punta i piedi contro la mia coscia. E io serro le mascelle.

Ha i piedi nudi. È mezzo denudato. Ritorna alla culla. Ritorna alla razza.

Sono della sua razza; e soffro il suo dolore con una vastità smisurata che non so dire, da tutta quanta l′infanzia a tutta quanta la vecchiezza, e per tutti i fiumi dalle sorgenti alle foci, e per tutte le montagne dalle radici ai vertici.

La sua povera carne è la mia povera carne. La sua costanza nel patire è la costanza di mia madre e della mia gente.

È là bocconi. È stroncato. Ha vent′anni.

È là steso come quegli animali che il beccaio squarta sul banco del macello. Tanto la sua anima è divina quanto il suo corpo è bruto. Non è coperto se non dai brandelli della sua camicia rozza; e le pudende palesate, i segni del sesso, aumentano il ribrezzo e la miseria e l′innocenza e la compassione e il sentimento sacro della genitura che si spezza.

Ha la faccia imberbe rivolta dalla mia parte, e da me non distoglie mai

Io sguardo. Mi beve. Beve da me una pietà che gli torna dall′altare della chiesa dove fu battezzato e cresimato.

Mia madre per la mia bocca gli parla come gli parlava sua madre.

E il più lieve dei suoi sorrisi infantili appare all′estremità del suo strazio.

Musiche incomparabili della guerra divina !

L′eroismo, il sangue, la morte, la carità, la speranza mi avevano messo in stato di grazia per ricevere e prolungare la melodia inaudita.

Che m′era mai, al paragone, il sentimento musicale che nel quadro di Tiziano digrada le canne dell′organo portatile e gli alberi nobili del giardino in distanze simmetriche misti alle fonti ?

Nessun organo massimo di cattedrale riempì dei suoi tuoni la navata come quel gran viale di pioppi silenzioso riempiva la mia anima.

Altri nervi e tendini e fibre s′erano rotti nel separarmi dai feriti e dal moribondo. M′ero mal lavato, e avevo ancóra il sangue dentro le unghie come l′avevo su i panni.

O Isola Morosina, tutta flava d′erbe e cèsia di stagni, eguale alla più chiara figliuola di San Marco, supina verso il vespero di ottobre, io ho lasciato in te il più profondo mistero della mia passione, ho lasciato in te il più segreto polso della mia musica.

Invidio l′umile eroe ventenne della mia stirpe che ha pace in te sotto la sua piccola croce di legno grezzo. Egli forse non ode; ma, se io fossi coricato in quel tumulo di terra fresca che gli feci con la zappa del becchino senza nome, certo udrei perpetuarsi nella mia eternità la melodia dorata dei tuoi pioppi.

C′era un angelo che li numerava? e c′era un angelo che li temperava ? e c′era un angelo che li concordava ?

Tutt′e tre avevano pel mio amore il volto del moribondo sorridente.

Quanta vita, quanta rossa vita è ancóra in me!

Il mio dolore è pieno di sangue. I miei sogni sono pieni di sangue. Ogni mio pensiero ha un peso di sangue.

Talvolta in me repugnante il mio passato sanguina come un macello ingombro di bestie squartate e appese.

Scrivo la mia passione col sangue. Come il modellatore ha la creta sotto le unghie, io ho sotto le unghie il sangue risecco.

C′è là, su la piccola tavola dei farmachi, tra la fiala gialla dell′atropina e il rotolo delle fasce, la bacinella che rosseggia; e nel rosso brilla un sottile strumento d′acciaio.

Le imposte dell′ultima finestra, laggiù, sono socchiuse.

È il tocco dopo mezzogiorno. Sono solo. La mia gente è al pasto. L′ora trafigge i miei piedi con un chiodo più aguzzo.

Di tratto in tratto un soffio d′aria giunge alla mia benda cieca.

Ho sete. Dianzi Renata aveva nel bianco degli occhi un tremolìo di ruscelli.

La mia gente mangia. Si riconforta.

Un filo vietato di sole entra per le imposte socchiuse. Fa risplendere la bacinella. Entro i margini di porcellana il sangue fresco ha la vivacità d′una rosa di porpora.

Un′ombra lieve passa e ripassa. Un′ombra labile sfiora il catino; si dilegua; ritorna.

La seguo intento. Basta ad agitare la mia malinconia e ad esasperare la mia inquietudine.

È un′ombra di farfalla.

Il buio si raddensa, mentre il cratère dell′occhio riscoppia.

È come una insurrezione subitanea di nuvole affocate, che solleva e inebria un ritmo epico.

È una materia solida e ricca atteggiata come un dolore e un furore di rupi in metamorfosi.

È uno sfondo per un gran gesto che non so.

Tutto riarde. L′alba non ha più rugiade ma faville.

Ecco che incomincia il mattutino degli uccelli.

Da principio è come un cigolìo di tizzi verdi.

Il fuoco s′appiglia, si dilata, divampa.

Il fuoco trilla, cinguetta, garrisce.

Distinguo nel coro acceso un altro suono.

Il suono estraneo cresce di forza. Il canto sembra che ceda.

Indovino la pioggia.

La pioggia scroscia sul canto come sopra un incendio basso di sermenti.

Il canto si divide in strette lingue di fiamma.

A poco a poco la pioggia l′opprime, lo fiacca, lo spegne.

Lo scroscio eguale domina.

La Notte ritorna; poggia i gomiti alla lettiera; si pone su la bocca il suo dito nero, e mi fissa.

Ho sempre sete. I torturatori mi vietano di bere, e continuano ad acciaiarmi con l′iodio la bocca.

Oggi una parola, nel cervello vacuo, il suono d′una parola insistente m′incrudelisce il supplizio, tra imagini liquide e fredde: aloscia.

Credo che fosse una bevanda estiva di limone, di miele e di spezie.

Il dèmone ha riacceso in fondo al mio occhio tutti i fuochi; e soffia sul tristo rogo con tutta la sua follia, come nelle più disperate ore di questo martirizzamento senza remissione.

L′arsura mi riduce tutto il corpo misero in un fastello di stipa al margine della vampa.

Si moltiplica la foglia di felce che m′ho dentro l′occhio; s′alza, s′infolta.

Ecco che sono come quella macchia di felci, color di rame e d′oro, che nella foresta incendiata della Landa vidi non tocca al limite dell′incendio.

La vampa l′aveva sfiorata senza bruciarla. Ed ero pieno di meraviglia e di superstizione nel vedere quella cosa accendibile e lieve su l′orlo del fuoco, intatta. Era pronta a infiammarsi in un attimo, a incenerirsi in un attimo; e la voracità del fuoco l′aveva risparmiata a miracolo.

Chi mi fascia di cenere cocente? L′apice del cuore sfavilla, e traversa la cenere.

Sono la mia cenere e sono la mia fenice. Sono opaco e risfolgoro.

Sopravvivo al rogo, ebro d′immortalità.

Chi m′ha issato sul mio cavallo con una mano tanto imperiosa?

Lo spirito dell′attenzione entra in me come un dio armato di mille occhi.

L′attenzione crea quel ch′ella rimira.

Creo l′ardore.

Il mio intimo fato è questo.

O selva dell′Estremo Occidente! O foresta delle piaghe opime! O esilio della mia virtù lacrimata come la rèsina!

Cavalco attraverso le pinete già arse.

Vo errando per le giovani pinete senza avvenire, sacrificate come i fanciulli di prima scelta nel bronzo arroventato dell′idolo.

Il terreno è caldo e qua e là fumido, nerastro, striato di cenere bianchiccia.

I pini sono foschi, avvampati fino alla cima, senza aghi, con i soli rami nudi ; ma tutti in piedi come i martiri invitti.

Qualcuno è incarbonito; e il fuoco lavora tuttavia nel tronco mozzo, cerca le radici, mangia sotterra.

Qualcuno ha la sua nerezza coperta da lievi falde di cenere per tutto ii fusto scabro.

In ogni tronco vuoto lo zoccolo della mia bestia può affondarsi come in un fodero arroventato. Non allento mai la vigilanza. Sono tutt′occhi e tutto acume. Gli stecchi neri minacciano di forare la suola sparsi come quei triboli di ferro che spedavano le cavallate avversarie.

La cinigia scotta. Sento l′odore dell′unghia abbruciaticcia, come alla porta del maniscalco. Respiro la vampa. Odo un soffiare, un crocchiare, uno sgrigliare intermessi. Grondo e anso.

Chi è quell′uomo, col volto arsicciato, coi panni in fiamme, che si voltola nella sabbia del guardafuoco e urla?

M′avanzo per la landa cenerosa.

Cavalco per la selva fosca, tra cenere e sabbia.

Di quando in quando un turbine tacito solleva la cenere a grande altezza.

Vedo nel cielo muto alzarsi la lunga tromba esile che ondeggia.

M′incanta.

Volgo verso quella il cavallo per osservarla da vicino.

Come mi accosto, si dilegua.

E un′altra sorge più lontano.

E m′incanta.

E m′accosto. E svanisce.

E un′altra sorge ancor più lontano; e un′altra ancóra; e ancóra un′altra.

Vacillano taciturne per l′aria ardente; accennano; si disciolgono, si disperdono.

Sono come le larve degli olocausti.

Varco i fossi; trapasso le larghe vie sabbiose, chiamate guardafuochi nella Landa, che non valsero a preservare le selve contigue. La sabbia v′è mescolata di cenerume e di carbonella trita.

Sotto una frana un groppo di radiche brucia e fuma cigolando, sibilando, crepitando.

Qua e là, in mezzo all′incarbonimento e all′incenerimento, scorgo un filo d′erba secca intatto, una foglia intatta di felce.

Scopro qua e là, su i cigli dei fossi, dov′è giunto l′incendio, un ciuffo d′erba verde, uno stelo carico di piccoli fiori rosei o violetti.

L′anima attonita allude a sé stessa.

Non più larve di cenere, ma colonne di fumo tetre.

E un rombo sinistro, che sembra salire dal cuore della terra.

Per mezzo ai pini arsi incito il cavallo come verso la voragine espiatoria.

Il fàscino serpentino del pericolo mi cerchia il petto.

Il suolo fumiga e sgrìgliola sotto gli zoccoli.

La nube grassa del fumo ingoia le fiamme discoste.

L′agrore della resina mi morde la gola.

Il rombo cresce, mi percote, m′assorda.

Dall′intimo un canto mi scoppia a contrasto quando fra tronco e tronco subitamente appariscono le fiamme vive.

Bellezza del fuoco, mi sei più nuova della primavera, ogni volta.

La moltitudine delle fiamme è schierata in campo, dinanzi a me, come un esercito impenetrabile.

Sopra la stroscia della ragia, sopra il friggìo della resina, sopra gli schianti e gli scoppii, cantano.

Sono schierate in una linea sola che s′avanza, voracissimamente.

Mi mangiano gli occhi, mi mangiano la faccia.

Sono di colore aranciato, che riceve a quando a quando una mescolanza di azzurrognolo, di verdigno, di grigiastro.

S′incupiscono talora come la bragia; abbarbagliano talora come la folgore.

Ogni lor diversità mi turba, come gli sguardi che màgano.

Hanno lasciato dietro di sé la foresta incarbonita e fumigante. Si avanzano in lunghissima catena. Spiegano una fronte di battaglia che si perde nella lontananza addentrandosi nel nuvolo del fumo nero.

La lor violenza è tale che non sembra nascere a fior di terra, là dove lo sterpeto si radica, ma irrompere dal profondo, insorgere dall′abisso, come il vòmito dei cratèri aperti.

Hanno la violenza e la pertinacia, l′impeto e la costanza.

Insegnano a combattere.

Ecco i modi dell′arte ignea.

Assalgono i tronchi tentando prima le radici palesi, le barbe esterne.

Poi strisciano su per le scaglie.

Sembra che pàlpino, sembra che cérchino dove meglio possano mordere.

Si appiccano là dove un ramo fu potato, là dov′è una ferita resinosa, una piaga aromatica; e persistono.

In una pausa del vento, si abbassano.

Ma quella che ha addentato il tronco nel punto vivo, quella non lascia. Resta sola, sospesa, intenta a mordere, intenta a divorare, distaccata dalle altre, sola con la sua fame e con la sua furia, ostinatissima.

Penso, non so perché, a quei combattimenti navali, a quegli abbordaggi e arrembaggi disperati, quando i pugni e le mascelle si afferrano ai bordi delle navi, e le scuri avverse troncano i polsi, mozzano le collòttole; e le mani terribili restano tuttavia abbrancate al legno, le dentature restano conficcate nel legno, mentre i corpi piombano giti e si sommergono.

Così le branche rosse della fiamma.

Così le fauci rosse della fiamma restano apprese al tronco, separate dal corpo che s′abbassa.

O combattente inerte, ricòrdati del fratello di Eschilo.

Certi tronchi ardono da una sola banda, come se il fuoco rompa da dentro per l′incisione verticale praticata dal resiniere.

Il fuoco è come una bandiera lacera ghindata all′albero.

Ecco, il vento rinforza.

Tutte le bandiere vittoriose sbattono e garriscono, e si lacerano in lembi che svolano.

Una grande raffica salsa giunge dal largo.

Il fuoco balza e rimbalza, sorpassa le cime, investe i pini intieri, li arrossa dalla radice alla vetta, con un fragore di tempesta.

Scaglie di scorza infiammate e pigne ardenti schizzano a gran distanza come i lapilli dei vulcani.

I nidi innumerevoli filati dalle larve dei bruchi infiammandosi volano a distanza ancor più grande e propagano l′incendio laggiù nella selva sicura.

La resina frigge, sgrigiola, stroscia. I vaselli d′argilla, bollenti, roventi, traboccanti, saltano, ricascano, scoppiano come le bombe manesche. Ogni raffica dardeggia miriadi d′aghi rossi.

Per entro al fragore una melodia misteriosa si disegna, si allunga, fluisce.

Cantano le Salamandre?

Le fiamme s′involano col fumo sino al cielo. Un turbine di fumo fosco occupa l′aria, assalta il sole.

Vedo il sole attraverso, simile a un disco rossastro che sia per freddarsi.

Non lo vedo più. È ingoiato.

Il vento fa tregua. Il fumo si dirada.

Rivedo il disco. A poco a poco, da rosso diventa fulvo, da fulvo diventa biondo.

Ma nell′ombra l′incendio è più splendido di lui.

Ecco che tutto l′orlo del nuvolo fumido s′imbionda, splendidissimo.

Il sole vince?

Per un attimo risfolgora nell′azzurro, mentre la grande fiamma s′abbatte e striscia.

Ma lassù, in quei nodi alti dei tronchi, la piccola fiamma vige e rode.

Ma lassù, nei tronchi spossati, già abbandonati alla morte, la piccola fiamma pervicace ricerca l′ultima stilla.

E la melodia misteriosa nella pausa dell′assalto si fa più distinta. È chiara come un canto soprano. Mi rapisce di là da ogni ardore.

Cantano le Salamandre?

L′Oceano risoffia le sue raffiche fra duna e duna gagliarde.

Il rombo e lo stroscio soverchiano la voce fatata che scioglie dal male chi arde.

Il rombo e lo stroscio si mutano in mugghio di bùfale, in rugghio di leonesse.

Rinfuriate le fiamme s′avanzano in ordine di battaglia più alte e più spesse.

« A me la selva ! » grida il condottiere implacabile che porta il mio viso di guerra. « A me tutta la selva e tutto l′aroma! »

E primo all′assalto; e primo con la sua mano rossa afferra all′irsuto la chioma.

« Uomini, a me! A me, gente della foresta ! » grida l′avversario audace che porta il mio viso di guerra.

li fuoco abbatterà il fuoco, la fiamma ucciderà la fiamma, perché dalle due ceneri ostili sia rifecondata la terra.

Chi è quell′uomo, col volto scottato, con i vestimenti accesi, che si getta contro la sabbia e vi s′addentra come per seppellirsi?

Né si spegne.

A me, uomini! Vecchi, donne, fanciulli, a me! A me tutta la gente della Landa, che ha mani e soffio!

Io guido il controfuoco.

Alla catena delle fiamme è opposta la catena umana. Alla fronte dell′incendio è opposta una fronte contraria.

Il controfuoco divampa.

Con lunghi rami freschi di pino i giovani i vecchi le donne i fanciulli battono la belva rossa per forzarla ad avanzare contro l′altra belva che s′avanza.

Aiuta aiuta!

La fiamma fustigata si ritorce. Le folate del vento rovesciano il fumo su i battitori. Il riverbero sempre più forte arsiccia i cigli i sopraccigli le barbe le vesti. La gola si dissecca, gli occhi lacrimano.

Aiuta aiuta!

Il controfuoco avanza. Il nemico s′approssima. S′ingialla e s′arrossa a volta a volta. Si frange in miriadi; si ricompone; si dissolve; si disgrega. Stroscia, stride, crocchia, cigola, sibila, schianta.

Aiuta aiuta!

Da quali viscere sorge questo urlo di dolore e di terrore, che mi spacca l′anima?

Non è più la voce dell′elemento. È la voce della creatura.

Prese tra il fuoco e il controfuoco le bestie impazzate cercano lo scampo.

Il fuoco le incalza, il controfuoco le serra.

Accecate dal barbaglio còzzano i tronchi già crepitanti nell′afa che cresce.

Per il lungo corridoio torrido del laberinto senza uscita si precipitano mugghiando; e il mugghio lugubre rompe la soffocazione della fuliggine, in un turbine di scaglie accese e di pigne ardenti.

Aiuta aiuta!

Calpestiamo la bragia, calchiamo i tizzi, inghiottiamo le faville.

Questi battitori ostinati sono una falange di martiri costretti a combattere il fuoco del Signore?

Ciascuno ha di contro a sé dritto un angelo fiammeggiante e mille spade tortuose.

I fanciulli piangono; i vecchi cadono su le ginocchia; le donne ululano come nel parto maligno.

E chi è il Signore di questa battaglia corrusca?

E quale dei secoli profondi questa lotta di fiamme arrossa?

Veggo la grandeva [3] Cibele senza torri e senza leoni.

Veggo la sua veste variegata d′aria d′acqua di terra e di fuoco.

Veggo i suoi portatori di pini, le schiere irsute dei suoi dendròfori [4] somiglianti all′albero sacro.

Chi ulula? Chi rugge? Chi chiama dall′abisso e dal sommo?

Il sole è oscurato.

Il tuono dei Novissimi è questo che domina l′urto dei due avversarii ruggenti ?

Dove si scontrano, tutto è già divorato. Tutto è nero tizzo e bragia e cenere calda. Non v′è più esca.

Il fuoco muore.

Il fuoco è morto!

Attonito è il dolore, e il terrore ammutisce.

Ma, ecco, un turbine tacito prende la cenere che tuttora sfavilla, e la solleva al nuvolo tetro che si dirada.

Veggo la lunga tromba esile montare, vacillare, lontanare.

È la larva dell′olocausto.

Olocausto, la fresca vittima

biancovestita e altocinta

tende verso il tuo splendore

la mano colma di rugiada

come il calice solitario del vilucchio

che l′alba riempie fino all′orlo.

Olocausto, Olocausto,

ti fu sottratto il cuor dell′uomo,

dove il sangue lottava bogliente

come nella pensile argilla

la rèsina d′oro gemuta.

Ma la mano del rapitore

fu arsa fino all′osso del polso ;

e fu espiato l′ardire

e testimoniato il futuro.

Olocausto, Olocausto,

non spegnere nella tua cenere

l′astro dell′immortalità,

ch′era favilla in vetta ai precordii.

È ancóra il turbine fùnebre

che risolleva la cenere morta?

E quel che non muore.

Le tacite larve risalgono

il silenzio del cielo mondato?

Il silenzio attende.

Da quali acque soffia lo spirito

che commove l′esangue deserto?

Son placate le acque.

Che è questo fremito d′ali?

Che è questo baleno di penne?

La specie del Sole.

Che è questo miracolo d′oro

più bello di tutte le fiamme?

L′inno redivivo, o re Lemuel.

Odo cantare le Fenici!

L′ebrietà si precipita

 in me come fiumana celeste.

Sento in me il mio dio.

Odo cantare le Fenici

un canto che ha l′odore della mirra

e il giubilo dell′amarezza.

Sento in me il mio dio.

Tutta la cenere è seme,

tutti gli sterpi son germogli,

tutto il deserto è primavera.

Sento in me il mio dio.

Tutta la selva è rinata di palme,

tutta la selva è alta nell′etere, immune

dalla servitù d′ogni peso.

Sento in me il mio dio.

Cantano in vetta alle palme idumèe,

senza piegarle né crollarle,

cantano le Fenici rinate.

Sento in me il mio dio.

O Fenici degli Olocausti,

non dirò la vostra porpora oriente

né il vostro cimiero d′astri ignoti.

Vedo in me il mio dio.

O Fenici degli Olocausti,

non rivelerò la parola votiva

che apre e chiude ogni giro dell′inno.

Servo in me il mio dio.

 

Sonnolenza di calen d′aprile. Pioggia meridiana che s′attenua sul fogliame e finisce.

Il mio sopore mi accorda col giardino che non vedo.

Sento che è l′alta marea e che la riva è immersa.

La melodia degli uccelli mi risuona in tutto il torace, come un canto dei miei spiriti consolati.

Tregua divina. È un sopore che somiglia all′estasi, trasparente e liscio come un ruscello del piano.

Non sono vegliato dalla Sirenetta, ma da suor Acqua, dalla creatura «humele, pretiosa et casta» del Cantico.

Con le sue lunghe mani argentee ella cerca nella mia magrezza le mie vene, le districa, le separa, le allunga, le conduce nel senso della terra e della pace.

Mi sembra di sentirne una discendere dall′omero per il braccio con una limpidità virginale e fluire di là dalle dita, allungandosi di tra le dita come un arco di cristallo per sonare uno strumento fatto con le corde della pioggia primaverile.

Odo la pioggia che ricomincia, dopo la pausa.

Il mio udito galleggia su la sonnolenza, come quelle foglie natanti che hanno la forma d′un′orecchia intenta.

La melodia degli uccelli e degli spiriti va mancando.

Sento a un tratto la bocca riseccarsi. La làmina d′acciaio riveste la mia lingua e il mio palato.

Alzo la mano verso quella che mi veglia.

«Suor Acqua!» mormora il glicine molle. « Suor Acqua ! » gridano i rosai ansietati di fiorire. Le viole del pensiero, chinando i loro visi lacrimosi, sospirano : « Suor Acqua ! »

Sono come una di quelle colline coniche dipinte nei fondi dei quadri umbri, con una vetta di calvario adusta e i fianchi rigati di ruscelli.

Essere un bel pino italico sopra un colle romano, quando la luna è colma; e sentire il vento della notte muovere le tenere cime che rinascono in mezzo ai vecchi aghi in sommo dei vecchi rami rosee come dita di pargoli.

Essere il più alto e il più fosco cipresso della villa d′Este, dopo il crepuscolo, quando la fontana rimuove il velo del capelvenere dalla sua orecchia stillante per ispiare il romore remoto della cascata tiburtina; e palpare la grazia della sera con il chiaro verde sensibile che orla il fogliame funerario.

Essere nel Fòro

lo spirito di una cieca erba

e penare paziente

per iscoprire la fenditura della pietra veneranda

su cui scalpitarono i Trionfi; e alfine trovarla, e far forza con l′esile capo, e spuntare, e inverdire, e gioire del sole

che mai vide alcuna cosa più grande di Roma.

Tregua breve. Di nuovo l′ansia mi sforza il cuore, l′ambascia mi vuota il petto.

Luigi Bresciani e Roberto Prunas vengono a visitarmi ; e m′annunziano che domattina faranno la prova di lungo volo e che quella prova sarà finalmente ritenuta còme la collaudazione del grande apparecchio marino in cui tutti noi combattenti adriatici abbiamo riposto le nostre speranze di predominio e di vittoria.

Il cuore mi batte così rapido che mi par di morire. Il rombo m′impedisce di udire le parole. Sento che Gino si piega su me e mi pone la sua mano sul petto. Perdo il senso del tempo e del luogo. Siamo come quando ci appoggiammo l′un contro l′altro per sostenerci, mentre i quattro marinai prendevano ii lenzuolo funebre per i quattro lembi e portavano il cadavere del nostro Miraglia verso la cassa aperta che stava sul pavimento parallela al lettuccio.

L′orrore improvviso m′imprigiona il corpo come in un masso di ghiaccio; e mi sembra che nel masso medesimo resti imprigionato il mio compagno.

Quanto tempo passa?

Il cuore s′è rallentato, ma muoio di tristezza.

Gino e Roberto se ne sono andati verso la notte. Saranno domattina l′uno a fianco dell′altro nel grande scafo alato, com′eravamo io e il mio pilota che un giorno rincontrerò a faccia a faccia.

Ho rotto il divieto. Mi sono levato sui gomiti per gettare dietro di loro l′ultimo saluto e l′ultimo augurio.

Non ho mai avuto una smania di levarmi più violenta.

« Prendetemi con voi! Salvatemi ! E io vi salverò. Chi mi porta, porta la mia fortuna. »

Non mi odono più. Se ne vanno per la calle, se ne vanno per il campo, se ne vanno giù per il ponte.

Certo hanno compassione di me imprigionato. Ma non possono non essere ebri, come noi eravamo alla vigilia di ogni prova.

Ed è la seconda notte d′aprile. È l′interlunio. Vedo, attraverso il tetto, il cielo stellato. Le stelle di primavera sembrano nuove come i fiori del mandorlo. Profumano l′azzurro il vento e l′ansia della giovinezza.

Voglio respirare le stelle d′aprile.

Perché vi siete partiti da me così presto? Perché, Gino, te ne sei andato così presto?

Dianzi mi parevi saldato a me come in quella sera di decembre, in quella sera del 23 decembre, quando mi rialzai dall′aver sfiorato con le labbra il cadavere di tre giorni e ti vidi senza colore, ti vidi con quella tua bocca convulsa di bambino, e piegai la faccia su la tua spalla e singhiozzai con te.

Se tu fossi rimasto ancóra, se tu avessi lasciato andar via Roberto Prunas e fossi rimasto ancóra un poco, solo con me, certo avremmo veduto riapparire colui che amammo a gara; ed egli sarebbe stato in piedi fra il mio capezzale e la tua sedia.

Perché avevi tanta fretta?

Ti aspettava la tua piccola amica che io non ho mai conosciuta, in quella tua casa del sottoportico Barbarigo dove io non son mai venuto?

Ti aspettavano i tuoi cani, che una sera di decembre ti annunziarono a me e a Beppino mentre eravamo tutt′e due soffermati dinanzi al bassorilievo di Zara in Santa Maria del Giglio?

Ti aspettava la tua musica, che sembra ti aiuti a liberare dalla legge del peso le tue costruzioni esatte?

Non so perché stasera tu m′abbia lasciato tanto rammarico. Mi sembra d′aver sul petto affannoso l′impronta della tua mano.

Tu hai qualche volta il viso d′un bambino; e parlavi a me come a un bambino, nel promettermi che avresti aspettato me per condurre la prima volta il tuo apparecchio sopra il nemico.

Avevi l′aria di volermi illudere.

Ma io mi leverò. Fra pochi giorni io mi leverò. E ricomincerò. E ti dico che nessuna impresa temeraria potrà esser fatta senza la mia fortuna.

Io mi sono vergognato di voler guarire. Ma ora so che mi son lasciato martirizzare inutilmente. Il mio occhio è perduto. La farfalla prigioniera non c′è più, e non c′è più la felce. Un orribile ragno nero ha collocato nel centro il suo addome d′un sol pezzo. E non lo caccerà nessuno.

I miei dottori pareva avessero paura del miracolo. Ora non hanno più paura. Si compie il fato sinistro. Sappilo.

Avrai un ciclope attentissimo per compagno.

Dove sei ? Sei nella tua casa, con la tua donna e col tuo cane? O sei tornato all′Arsenale, al ricovero della tua Aquila marina, dove forse i tuoi meccanici lavorano di notte all′ultimo finimento?

Questo che io scrivo nel buio, su queste liste di carta poco dissimili a quelle di bordo con cui nel rombo assordante del motore comunicavo l′osservazione e l′ordine, questo che scrivo io vorrei mandartelo stanotte. Vorrei che tu sapessi stanotte, nella tua vigilia, come io pensi a te e quanto in te io confidi.

Ma forse tu non riusciresti a leggere questi segni.

Anche stanotte il letto oscilla e vibra come l′ala doppia tesa tra mare e cielo.

Non dormirò. Non posso dormire di notte.

E tu dormirai?

Tu devi dormire. Devi avere domattina la mano infallibile, l′occhio acuto, la mente pronta.

Sei per dare una nuova arma alla Patria.

Con te distruggeremo Pola, Non risparmieremo se non il Colosseo e le reliquie romane e le vestigia d′Italia.

Con te domineremo tutta la costa di Dalmazia. Minacceremo Cattaro e Durazzo,

Ho tanta smania di rivederti, di riparlarti.

Non senti che ti chiamo?

Se non dormi, perché non torni?

Il cuore ricomincia a battermi in gola. Che terribile motore ho nel petto !

E non so se muoio dall′attesa o se muoio dalla tristezza o se muoio dalla sete.

Lo sai? I miei carnefici non mi lasciano bere.

Mi sono severi come tu fosti severo a Luigi Bologna quando cadeste in mare con l′apparecchio e rimaneste nel mare nemico, e dopo ore ed ore di tentativi egli non poteva più tollerare il tormento della sete e voleva dissetarsi con l′acqua del tuo radiatore, e tu gli puntasti la pistola alla tempia e gli dicesti : « Se mi togli una goccia, ti sparo. »

Quanto mi piacque di te questo atto eroico verso un compagno eroico, per la salvezza dell′arma e di due combattenti! Di te che hai un sorriso così timido, di te che porti inclinata verso la spalla sinistra quella tua testa imberbe e bionda di guardia marina.

Ma stanotte, compagno, lasciami bere un sorso d′acqua del tuo radiatore.

Non dormo. Non posso dormire. Di notte meno che di giorno.

Ora che il mio occhio sinistro può vedere un poco di luce, un′angoscia inquieta mi assale quando su i vetri della finestra socchiusa s′illividisce il crepuscolo.

È l′ora dell′oscurazione per tutta la città, e io supplico di non chiudere la finestra. Bevo l′ultima luce con l′ansia d′un moribondo.

Quando gli scuri sono sbarrati, la stanza diventa una bara. Le quattro pareti serrano il corpo come quattro assi. I chiarori erranti nel fondo dell′occhio bendato formano la figura spettrale dell′insonnio.

Dorme Gino Bresciani?

Riodo il Largo del Trio degli spiriti. La piccola stanza attigua, sonora come una cassa armonica, l′ha ritenuto come un cofano ritiene un aroma.

Stanotte il dialogo del violino e del violoncello non è se non un′implorazione che sale dalle profondità della morte.

Mi ritorna la sera di decembre quando misi la bocca nella pienezza della morte, nell′abete pieno della carne disfatta, come il giumento stracco alla mangiatoia.

Non mi sono assopito se non a giorno chiaro, quando ho veduto la luce trasparire per gli interstizii degli scuri e ho udito il canale risvegliarsi con le voci note e con i noti suoni.

Sentivo di continuo nel sopore oscillare il letto e dentro di me battere il motore malato.

È tardi. Il sopore non mi lascia alcun sollievo. Mi sento stanco e rotto. La bocca è così arida che non riesco a formare le parole. Il cuore disordinato sobbalza e si accelera, con violenze folli. L′infermiera mi cambia la compressa e le fasce. Le sue mani tremano.

« Chi approda alla riva ? » le domando.

Un motoscafo strepita nella manovra dell′accostare. È uno strepito assordante. I vetri tintinnano e le mura vacillano.

«Vado a vedere» ella risponde.

Esce. Ritorna.

« Due ufficiali di marina sono discesi dal motoscafo e vanno verso San Maurizio.»

Il rombo continua. Ne soffro in ogni fibra. Sono pieno di gridi che non varcano i miei denti.

Ascolto. Distinguo un rumore di passi nella calle.

« E ora ? »

La donna esce. Si affaccia alla finestra della camera attigua. Rientra.

« I due ufficiali accompagnano una signora velata. La fanno salire a bordo. Ripartono. »

Sono passate due ore. Un motoscafo s′arresta di nuovo alla riva, e scuote la casa col suo rombo.

Interrogo l′infermiera. Ella esce e rientra. « I due ufficiali riaccompagnano la signora velata. Sembra sfinita. La sostengono. »

Mi sembra che non ho più stanza, che non ho più letto.

Sono steso nella calle, presso la piccola riva che odora di putredine nella bassa marea.

Sono là come un mendicante invalido.

Ho il capo fasciato da non so quanto tempo. Ho una piaga che nessuno scopre più e nessuno cura.

Non v′è nulla al mondo che sia più triste di questa piccola riva ove la povera compagna del morto è venuta a imbarcarsi per andare a vedere il cadavere, dove è venuta a sbarcare dopo averlo veduto per l′ultima volta.

Ha dovuto abbandonare le stanze dove viveva con lui e coi suoi cani. È diventata un′intrusa, è ricoverata in non so quale casa del Campo di San Maurizio, qui presso. È sola, povera, senza più nulla.

Che fa in quest′ora? Non può vegliare il suo amico. Il cadavere è a Sant′Anna, nella stessa camera mortuaria dove io vegliai per tre notti Giuseppe Miraglia.

I marinai fanno la guardia come allora.

La grande bandiera navale copre la parete.

Chi mi ha detto che il viso non è scoperto perché tutto bruciato dallo scoppio dei serbatoi?

Come Giuseppe Miraglia, come me, ha l′occhio destro ferito.

Tutto il lato destro è contuso, rotto.

I ceri oscillano e si struggono nel mio cervello, come allora.

Vedo là povera creatura vedova scivolare di continuo per la calle della rivetta, lungo il muro corroso del giardino.

Non finisce mai di andarsene.

È uno straccio che palpita sul mattone cupo come il sangue aggrumato.

Ho sempre veduto qualcosa di sinistro in questa piccola riva verdastra, dalla sera in cui una vecchia gondola sbatté lungamente contro i gradini scoperti dalla bassa marea, putridi come l′orlo della fogna. Il gradino era diventato così alto che il piede non ci arrivava per discendere.

Un mattino della fine di gennaio, grigio e umido, uscendo dalla casa udii voci di donne chine sul canale. Chiesi che facessero.

Annegavano cinque gattini nati nella notte. Li portavano nel grembiule, li gettavano a uno a uno nell′acqua. La calle stretta, il campiello deserto col suo pozzo murato, sapevano di assassinio.

L′ombra della sciagurata non abbandonerà mai più il muro. La pietra è bagnata dal pianto, da un riflusso di pianto.

Dov′è Roberto Prunas nell′alta notte? Fin dove la corrente voltola il suo cadavere?

Ecco che la corrente notturna viene verso di me e me lo porta fra due acque.

Vedo il suo viso olivastro invecchiato da due profondi solchi che gli contornano la bocca sottile.

Aveva la faccia d′un pastore sardo scavata dal tedio e dalla riflessione. Usava l′ironia, talvolta l′arguzia, ma la sua maschera era come quei paesi solcati da torrenti aridi in attesa di piene subitanee. I solchi delle lacrime erano scolpiti nelle gote fin giù al mento. E pareva che da un attimo all′altro dovessero riempirsi.

Stanotte è solo nel mare, sperduto nell′immensità sorda.

Forse una torpediniera a fuochi spenti gli passa sopra.

È gonfio. Il sale gli macera le bruciature.

Vedo quella misera larva lungo il muro e quel corpo freddo voltolato dalla corrente.

Luigi Bresciani riposa nel letto funebre, sotto la coltre.

Il mio fascio di fiori gli sta sopra i piedi congiunti.

Lo sciacquio contro il pontile, che ascoltavamo vegliando il nostro povero compagno, egli non l′ode più.

Mi sono svegliato all′urto del cuore scoppiante e ho sentito contro il mio gomito destro un′asse dura.

Chi ha portato qui la bara del mio compagno? Muovo l′altro gomito, e sento lo stesso ingombro, e non può essere se non la bara dell′altro mio compagno, che è sempre dalla parte del cuore.

Sono tra l′una e l′altra, scoperchiato. E, quando il rombo del cuore si placa, odo il canto del gallo. Un brivido mi cerchia il petto.

Ascolto. Non è il canto modulato di quattro note. È un lamento d′una nota sola, ora lungo, ora breve. L′orecchio stenta a riconoscerlo.

Il gallo del rio è più triste del gallo della Landa, che ascoltava Desiderio Moriar su le sabbie dell′Estremo Occidente.

Odo un urto sordo che non è più quello del mio cuore.

E un corpo che batte contro il gradino della riva, quasi a paro delle pietre che lastricano la calle.

Alta marea.

Iersera l′uomo che portava all′ospedale di Sant′Anna la corona funebre, vide tornare all′Arsenale la barca del palombaro che non aveva ritrovato il cadavere.

Ecco che il corpo di Roberto Prunas viene a battere contro la riva.

Sono tutto di gelo.

Egli vuole essere con noi tre. Egli vuole che io l′ami come questi altri due.

La finestra è aperta. V′è qualcosa di sordo nell′aria.

Attraverso le bende vedo un albore fioco su cui passano ombre scure come donne ammantate che vadano carpone.

Sono piccole imagini, e hanno non so che grandezza.

Penso alle Supplici nell′atrio di una reggia eroica.

Ho nel profondo un dolore che segue il ritmo di questa processione incurvata da destra a sinistra.

Mi sembra che a poco a poco il mio petto s′incavi penoso e non ho la forza di sollevarlo col respiro.

Metto una mano sul cuore e non lo sento battere. Il polso è lento, quasi smarrito.

Una campana suona in mezzo al cielo, avvolta in una nuvola violetta.

Il suono colora la mia visione che sembra discendere come se s′abbassasse al livello del pianto.

Un passo leggero esita su la soglia come se il mio silenzio fosse sopore.

Chiedo : « È bassa marea ? »

La Sirenetta s′accosta alla finestra e forse guarda i gradini di pietra che salgono al giardino di Corè. Certo gli ultimi cinque sono verdi.

« Sì » ella risponde.

E un odore verdastro di tomba umida passa sul suo capo prima di giungere al mio cuore senza battito.

Quanti giorni al giovedì santo? Quando s′ammutoliranno queste campane senza pietà?

Non suonano per me se non gli addii, se non i commiati, se non le separazioni, se non le rinunzie, se non le condanne.

Mi portano via tutto quel che di dolce può ancor nascere in me, tutto quel che in me può ancóra somigliare a un bene segreto.

M′indugio in un sogno, e il suono delle campane me lo rapisce e disperde.

M′indugio in una speranza, e il suono delle campane me la toglie e distrugge.

« Io farò questo. » « Tu non lo farai. » « Io riescirò a questo. » « Tu non riescirai. » « Riavrò la forza la volontà il coraggio. »

« T′illudi, t′inganni. La tua favola è compiuta. »

« Allora voglio morire. »

« Morrai vivendo. »

Ed ecco che il suono eguale, senza fine, calca e stende la mia tristezza come della pasta fa lo spianatoio, come del mattone fa il mòdano.

Ora sono spianato, in questo letto, anima e corpo. Non ho più profondità. Non ho più rilievo. Sono senza ieri e senza domani. Muoio vivendo.

Ho sognato che ripiegavo la mia carne come un mantello senza colore.

Poi ho sognato che la spiegavo e l′appendevo a un chiodo sporgente da una parete senza colore.

In punto di assopirmi stamani ho sentito scorrere fra le mie dita i fili d′oro che tesse Tiziano nella pelle dell′Amor sacro e nella veste dell′Amor profano.

Avevo all′estremità delle falangi non so che bagliore di veggenza.

Renata e Venier si stendono sul tappeto, ai lati del mio letto, supini.

Ciascuno pone il braccio sotto il capo, imitando la mia attitudine consueta nel dormire.

Restano in silenzio; ma io li ascolto.

Odo un sospiro represso della Sirenetta.

La finestra è socchiusa. La pausa è in tutto lo spazio e in tutte le creature.

La mia vita trabocca. Si versa in entrambi, da una banda e dall′altra, come l′acqua delle fontane che cade e ricade dall′una all′altra statua.

Veggo le circonvoluzioni del mio cervello, nette come in una tavola fisiologica per gli studiosi.

Distinguo tutte le ramificazioni dell′albero vascolare.

Il mio corpo è diafano. Lo scheletro mi si mostra esatto come in un disegno macabro di Alberto Duro.

Conto le costole e le vertebre. La rete esigua dei nervi è color di ruggine.

Il sangue sempre più s′ispessisce Mi vien voglia di sbatterlo, come il latte nella zangola, col menatoio; o con gli ossi consunti delle mie mani stesse.

Ritornano le apparizioni violette.

Ho nell′occhio una selva di ametista. Da ogni parte vengono uccelli a stormi, e si posano su i rami rigidi.

I primi sono gialli come i canàrii. Poi le specie e le tinte si moltiplicano senza fine.

Mi ricordo d′un episodio grazioso che mi raccontò, alla vigilia della battaglia su la Marna, la moglie del capoposto Thévenin, mentre inchiodavo le bandiere ai pali del mio canile.

Nel porto di Marsiglia erano giunti alcuni piroscafi che portavano uccelli delle Isole in grandissimo numero, destinati ai mercati d′Europa.

Gli importatori, disperando di poterli conservare, aprirono tutte le gabbie. E per alcuni giorni la città fu abbarbagliata da quella moltitudine diversissima di gemme volanti, e vide di sbarco in sbarco le truppe coloniali traversare le vie volgendo in alto le facce fosche rifatte infantili dalla maraviglia nuova.

Dall′Alpe e dal Carso i fanti mi mandano i fioretti colti nella trincea o nella dolina, le foglie di lauro colte al passaggio nei giardini devastati.

Dalla mia terra d′Abruzzi le donne superstiziose mi mandano sacchetti di erbe salutari e vaselli d′unguento.

I veterani della Marna e di Verdun mi mandano, nel gergo di guerra, quelle parole di fraternità rudi che confortano più d′ogni balsamo falso.

Talismani di tutte le materie e di tutte le forme s′accumulano sopra la sponda del mio letto ; e ciascuno contiene il miracolo occulto che non può essere rivelato se non dalla fede.

All′alba ho sognato che mia madre si chinava su me con un viso ringiovanito, e mi toglieva la benda, e mi scopriva la pàlpebra, a me l′addolciva prima con l′alito e poi me la premeva con le labbra.

Ero guarito. Avevo riacquistato la vista intiera. L′occhio m′era ridivenuto fresco e limpido come in un risveglio dell′adolescenza.

Tanto vivace era l′illusione che mi son levato sul gomito palpitando. Ho sollevato la fascia lenta, la compressa risecca. Ho chiuso l′occhio sinistro. Ho riveduto il ragno nero e immoto.

Mia madre non sa, non comprende. Anch′ella è nel suo buio.

Ma da qualche giorno mi visita con un volto meno contraffatto, col volto che le vidi prima dell′esilio.

Mi porta lembi della vita lontana così vividi che posso palparli. Mi conduce talora alcuno dei nostri familiari.

M′ha condotto Rafaele, il fattore che sapeva imitare i versi degli uccelli di passo e con l′osso con la canna con la pelle costruire ogni sorta di richiami.

Rafaele mi porta una quaglia viva, e il ricordo della compassione che mi facevano le quaglie imprigionate in certe gabbie basse di stecchi contro cui si spellavano il capo e a forza di urti se lo consumavano fino all′osso.

Riodo quell′agitazione incessante. Rivedo quei piccoli cranii nudi, quei becchi sanguinanti. Le quattro pareti e le quattro assi si riempiono di quella medesima tristezza che allora per me riempiva tutta la nostra casa vecchia e mi dava certe improvvise voglie di fuggire o di uccidermi.

Di uccidermi avevo voglia quando tutta la casa risonava degli urli che mettevano nella corte i maiali grassi scannati riempiendo di sangue i bacini sottoposti. L′orrore mi cacciava di stanza in stanza. La vita mi faceva paura come se mi incalzasse con l′accoratoio [5] nel pugno. Mi rifugiavo in un angolo, con la faccia contro il muro, con la mano nella bocca convulsa. Il singulto mi scoteva tutta la notte. La mattina dopo ero smorto come se mi avessero aperta una vena del collo.

Perché mi torna da tanto lontano questa tentazione di balzare a un tratto fuor d′ogni crudeltà e d′ogni orrore ?

Munito del suo disco forato e del suo specchietto riflettore, l′oculista dianzi mi leggeva nell′occhio spento o nel cervello acceso?

Aveva un duro cipiglio.

È una giornata di vento.

Odo le gondole sbattere contro il traghetto e cigolare. Odo il lungo ululato del canale. Odo le voci rotte e rapite in lembi.

Il soffio penetra anche nella stanza chiusa. L′uscio geme di continuo.

« Vengo. Chi mi chiama ? »

Nella piccola stanza dove ieri il mio quintetto di guerra sonava le vecchie e nuove musiche, oggi disputa un quintetto di medici.

Sono cinque, come le dita della mano che brancola.

Odo le loro voci attraverso l′uscio ove il mio destino origlia ansando.

Non ho mai sofferto della voce umana come in questa ora. La disputa confusa è come uno strumento di tortura che operi a distanza. Il mio corpo vivo è contorto e trafitto in vario modo, con lentezza o con violenza, secondo gli accenti.

Ma v′è una voce, la più acuta e la più spietata, che mi sega le costole a una a una e mi scarpella lo sterno.

Un′altra, quando s′introduce nell′orribile concerto, sembra uno strumento affilato che ogni volta intraprenda la « enucleazione» dell′occhio e poi la tralasci.

Quando questo supplizio avrà fine?

Ecco che odo il quintetto funebre ridere d′un riso chioccio, quasi all′unisono.

Il mio occhio triste è là, sopra il tavolino, accanto a un posacenere, come uno di quei pezzi anatomici arteficiati e dipinti che da anni il bidello spolvera e il professore maneggia facendo la lezione agli studenti svogliati.

Un raggio furtivo di sole traversa la fiala gialla dell′atropina, rischiara il cotone avvolto come un enorme bozzolo, i rotoli delle fasce, un bicchiere dove la Sirenetta ha posto la più bella rosa di stamani.

Il merlo chioccola così forte che sembra posato sul davanzale.

Quel merlo sciocco, quanto m′infastidisce !

Canta tutto il giorno senza mai variare il suo sgraziato verso.

Sembra uno degli innumerevoli miei giudici.

E chi mai al mondo fu più giudicato e più condannato di me ?

Vedo un concilio di giudici vermi sopra la mia salma non composta.

Un mio amaro compagno di guerra mi disse un giorno dello scorso ottobre, su la passerella dell′Isonzo a Gradisca: « La sorte mi conceda di morire in modo che gli uomini non possano più giudicarmi. »

L′altra notte sognai che lo scoppio di una granata mi aveva portato via le gambe e le braccia e l′altro occhio. Ero un tronco sanguinoso che abbeverava di sé qualche sasso del Carso. « Giudicatemi. »

Quando l′anima è bella non ha gioia se non nel donarsi grandemente.

Ma quando l′amore non mi farà più male?

Vidi, in non so qual giorno della mia puerizia, laggiù nella mia terra di Pescara, lungo la proda di non so qual campo, un pezzo di pane posato sopra un termine di pietra.

Nessuno passando lo prendeva.

Né pur io lo presi.

Sono di nuovo immobile, con qualche cosa di molliccio in me e intorno a me, come supino nella belletta in fondo a un padule limaccioso.

L′umidità della compressa, che ho su l′occhio, si infiltra a poco a poco in tutte le fasce che mi avvolgono il capo.

Dev′esser tempo di levante. Odo la pioggia eguale sul lucernario del bagno, e di tratto in tratto la goccia cadente misurare la monotonia.

Mi sembra di scorgere le bolle della pioggia a fiore dell′acqua stagnante ove giaccio.

Tutto è grigio, freddo, tardo.

Il tedio è nel guanciale, nei lenzuoli, nelle mie ossa, nei rumori che odo, nei chiarori che intravedo.

I pensieri, la tristezza, la pazienza, il disgusto, lo scoramento, l′attesa, tutto ha la qualità di questa fasciatura umidiccia che s′intepidisce del mio tepore.

La vita terribile dell′occhio è spenta. Il demone del fuoco non abita più la coppa retinica. Il mio cervello non vede se non la bolla azzurrigna prodotta dall′ago, quale me la mostrò anche ieri il dottore nel suo specchietto rotondo.

La bolla è rigonfia intorno all′iride scolorita ove si dilata la pupilla insensibile. Un filo di sangue e di lacrime cola dalla commessura delle palpebre affloscite.

L′anima vorrebbe soffiare sul male come si soffia sopra un tizzo per riaccenderlo.

Rimpiango la cecità fiammeggiante e sfavillante.

Rivolgo la mia attenzione al mio corpo giacente. Lo percorro dalla nuca ai piedi, per cercarvi qualche succo di vita che vi sia rimasto, qualche nodo ancor vegeto da cui possa uscire un germoglio.

I piedi sono laggiù, lontani, estranei, come quelli d′un mutilato per congelazione, simili a quelli che vedemmo appaiati negli ospedaletti alpini quando il ferro del chirurgo lavorava senza riposo.

Ora mi sembra che la mia volontà non possa trasmettere il movimento ai tendini dei pollici congiunti.

L′infermiera dice che tutti i rosai del giardino hanno fogliato e messo le bocce.

La pioggia lava la verzura tenera.

I giacinti s′inchinano a terra, qualche gambo si rompe, e l′umore fila.

Mi pare d′averlo fra dito e dito, appiccicaticcio come un filo di vischio fresco. ′

Dopo il supplizio di quella sera, l′imagine di quel fiore si svolge stranamente nella mia sensibilità.

La pioggia porta via il terriccio intorno alla pianta e il bulbo si scopre, perlato come la sclera.

Odo un passo salire per la scala. Odo la voce della Sirenetta.

La sento avvicinarsi come l′acqua sente il volo d′un uccello bruno, che in lei si riflette, verso sera.

Mi conduce un giovine aviatore di Sant′Andrea, un gentile compagno, quello medesimo che solevo chiamare il mio scudiere perché mi aiutava a indossare le pellicce, i calzari, i guanti, il cuffiotto, prima del volo.

Si avvicina al mio letto con infinita cautela.

Forse i suoi occhi non mi scorgono, venendo dalla luce.

E vicino al capezzale. Sento che trema. S′inginocchia.

Volgo un poco verso di lui l′occhio non bendato.

Il suo viso è quasi all′altezza del mio.

Distinguo su la sua spalla la corona e le stelle d′oro.

Distinguo i suoi capelli tagliati su la fronte chiara.

È commosso. Deve aver veduto prima d′ogni altra cosa le mie bende bianche.

Mi prende la mano e mormora qualche parola.

Fiuto su lui il mare, il vento dell′altezza, l′odore che si respira contro il cofano quando l′elica gira a prua.

Torna da un volo? Le sue mani lunghe hanno da poco lasciato le leve?

Mi racconta che ieri tentò di andare su Pola. A circa trenta miglia dalla costa, un guasto a un cilindro lo costrinse a calarsi in mare. Non essendogli riuscito di ripararlo in modo da riprendere il volo, cercò di avvicinarsi alla costa correndo su l′acqua.

Il mare era appena increspato. Da ogni parte l′orizzonte appariva deserto.

A un tratto nella scìa dei galleggianti balzò qualcosa di nero e di lucido. Qua e là in prossimità delle ali altri guizzi brillarono. Un dorso arcuato tagliò la rotta a prua. Una danza marina accompagnò il velivolo strisciante.

Era una torma di delfini. I loro guizzi e i loro salti non soltanto seguivano la scìa ma radevano a quando a quando i timoni e le ali, minacciavano d′infrangere la fragile struttura.

Il giovine china il capo verso di me per vedere il mio sorriso, avvicina il suo fresco sorriso al mio che fende il metallo arido della mia bocca.

Si crea un nuovo mito. I delfini amici dell′uomo non danzano intorno alla nave d′Arione, non intorno al cadavere d′Icaro sostenuto dalle armature delle ali spennate. Icaro sfiora l′acqua con un volo radente come quello del gabbiano che insegua la preda natante.

– « Per difenderci dovemmo ricorrere alla mitragliatrice» – soggiunge l′aviatore ridendo. – «A un tratto l′elica si spezzò.. Un fiotto d′acqua calda mi colpì la faccia. Un delfino con un balzo aveva urtato una delle pale. Non potevamo ùvanzare ma la costa era in vista. Un delfino con un altro salto ruppe l′estremità dell′ala sinistra. Una torpediniera venne al soccorso. Ci rimorchiò pel passo di Malamocco. »

Nel mio sogno il letto ha le oscillazioni del velivolo su l′onda lunga.

Mi ritorna nella memoria il ribrezzo improvviso ch′ebbi un giorno della mia adolescenza, mentre nuotavo nell′Adriatico, vedendo emergere dall′onda il dorso scuro d′un delfino a poche braccia del mio petto nudo.

Gli occhi mi bruciano come quando la schiuma della maretta batte contro il viso.

Ho un sapore di sale in bocca, più forte del sapore d′acciaio.

Sono rimasto solo.

La compressa s′è disseccata e la fasciatura non tiene. L′occhio lacrima, la palpebra ferita mi cuoce.

Un calore senza fiamma mi prende tutto il capo. Un′ ira sorda contro il mio corpo dal tallone alla gola.

La mia mano si leva per strappare le bende, per gettare da parte il lenzuolo.

La pazienza si torce come una bestia castigata.

Il sopracciglio è fatto di spine. Lacrime senz′anima scendono alle mie labbra secche.

Sento la mia volontà non in me ma sopra di me, quasi lama affilata, lunga esattamente come il mio corpo sottomesso.

Con non so che malessere, penso al pozzo roseo di marmo veronese che è in mezzo al mio campiello.

V′era in fondo un′acqua malsana e il coperchio di tavola era marcio, cadeva in pezzi. L′autorità pubblica gli ha turato la bocca con la calce. Ora il campiello non respira più. Il suo silenzio non ha le labbra socchiuse ma suggellate. Di qui lo sento soffrire.

La Sirenetta mi riconduce un′imagine dell′Estremo Oriente, cara ai miei morti.

Una donna esce dalla casa mattutina per attingere acqua, e vede che un vilucchio prestamente nella notte s′è attorcigliato alla corda umida della secchia ed è fiorito. Rientra nella casa e dice: «Il vilucchio ha preso la corda. Chi mi dà acqua?»

Io sono là, in un canto, seduto sopra una stoia, quando ella rientra.

Odo il rumore che fa l′orciuolo vuoto posato sul pavimento.

Poi la voce delicata della fante, ancóra china nell′atto, mi rinfresca la gola come acqua attinta nell′ombra più misteriosa.

Ero anche là, presso la soglia, nella sera serena, quando la donna esci dalla casa per gettare l′acqua del secchio dove aveva lavato panni. Se bene il secchio le pesasse, ella camminava leggera a piedi nudi sul prato, e la sua gonna non faceva fruscio ondeggiando.

In mezzo all′erba ella s′arrestò. La melodia roca degli insetti saliva dalla terra. Tutta l′erba era viva di suoni e di luccicori.

Scorsi il tallone d′uno dei piedi nudi rischiarato da un focherello notturno.

La donna restava immobile in ascolto, col suo secchio sul capo.

Si volse, e tornò verso la soglia, con un passo ancor più cauto e più lieve.

Rientrò nella casa. Depose il secchio non vuotato, silenziosamente.

Per settimane e settimane hanno condannato il mio corpo al sudore angoscioso, l′hanno disseccato, l′hanno assetato, vena per vena, fibra per fibra.

Soffrivo la siccità come certe plaghe della campagna romana quando il suolo si fende ed esala la febbre.

La mia bocca sempre aperta era come uno di quei crepacci, dura e secca come una terra vulcanica. Inasprita dal sapore metallico dell′iodio, senza più qualità umana, vera fauce della desolazione, che pareva screpolarsi dolorosamente a ogni sforzo della gola contratta per inumidirla.

Il sangue ispessito, carico di tossici, ingombrava il cuore che s′affannava a respingerlo con uno sgomento mortale.

Percepivo lo splendore bianco delle mie ossa come quello di uno scheletro abbandonato su la sabbia del deserto.

Pensavo a quelle piccole piante del deserto d′Arabia che avevano bevuta la rugiada della notte e fiorivano nell′alba brevemente, prima che le ferisse il sole uccisore, quando toglievo le pastoie al mio cavallo El-Nar che ne cimava qualcuna con le sue labbra delicate.

Ora, ecco, ho la voluttà breve di quelle piante, il gaudio antelucano.

Ho bevuto. M′è concesso di bere.

L′acqua mi penetra per tutte le fibre, m′invade tutto il corpo come la nuova linfa invade l′albero intristito.

Sono irrigato.

La freschezza discende alle radici.

Ogni cosa di me rivive nel profondo.

Sollevo la testa come se il collo fosse uno stelo ravvivato.

Ma una mano dolce e tirannica me la riabbassa.

El-Nar, ardore pieghevole del deserto, compagno della mia libertà senza vie !

Sporge verso il mio guanciale le sue froge sensibili e mi fiuta.

Mi cerca la palma della mano con quelle sue labbra tanto sottili che potrebbero bere in una coppa da mensa.

Mi chiede, come soleva, il suo pugno d′orzomondo.

Vedo rilucere nell′ombra il bianco dei suoi grandi occhi di principessa fatimita allungati dal kohol.

Pieghevole, e maravigliosamente accordato con la mia pieghevolezza. In tutte le andature, eravamo un animale compiuto. Quando per gioco, al passo o da fermo, io gli frugacchiavo appena appena con lo sprone il fianco, piegava la bella incollatura volgendo il suo gran ciuffo verso la staffa e alzava all′altezza della staffa il piè di dietro cercando di togliersi il fastidio, con la movenza del levriere che si gratta. E aveva tanta grazia infantile in quella difesa che io non sapevo tenermi dal ripetere il gioco.

Potessi riudire il suo nitrito e sentirmi a miracolo rifluire quel vigore flessibile in questo misero corpo stremato! Quando lo impastoiavo con le belle pastoie intrecciate di rosso di blu e d′argento, alla porta d′un qualche fondaco di tappeti, metteva un nitrito in un certo tono minore per dirmi che si annoiava e ch′era tempo di rimontare in sella. Ma come dirò il clangore argentino del suo nitrito quando tornavamo verso il Cairo dal deserto con l′ultimo galoppo e scorgevamo di lontano nella sera di perla le luminarie del beiram?

Era sauro affocato, di quel grado che i nostri vecchi chiamavano metallino. Quando lo chiazzava il sudore, passando dall′ombra al sole sembrava fuso d′un caldo bronzo abbondante di rame. Ma l′inquietudine della sua vita nervosa e la pulsazione delle sue vene palesi non s′accordavano con la similitudine del metallo.

O El-Nar, folgore docile della mia fantasia, portatore della mia felicità solitaria, non sei più altro che polvere? polvere ardente e tenue come quella che tùrbina nel soffio del Khamsin ?

Nell′ora della partenza ebbi cuore di abbandonarti perché, avendoti amato perfetto nel deserto senza vie, non volevo che tu finissi azzoppato dalla durezza dell′Occidente e rinserrato in una stalla squallida.

Ti baciai su la fronte stellata e tra le due froge calde dei tuoi spiriti.

Inclinasti il bel collo; e la tua criniera non toccò il suolo come la chioma del corsiere di Achille.

Ma, se anche a te la deità avesse dato la voce dell′uomo, forse m′avresti rivelato il tuo dolore e m′avresti presagito la mia sorte.

O roseti della terra d′Azlyeh, rifioritemi !

Sono giovine ancóra; e non temo il deserto.

Mi strappo le bende, mi slego i ginocchi, mi svìncolo i piedi.

L′alba mi ama. Bevo la rugiada per purificarmi il sangue da ogni tossico.

L′aurora mi ama. Mastico l′erba del grano che si leva, per restituire al mio cuore il ritmo della forza intégra.

Ho pettinato io medesimo il ciuffo la criniera e la coda del mio cavallo. Gli ho dato io medesimo l′orzo intriso con la crusca, e l′ho abbeverato.

Balzo in sella. El-Nar nitrisce verso il sole.

Me lo invidierebbe quell′Alessandro che, sùbito dopo l′approdo, andai a cercare laggiù nella lingua di terra giacente tra il Lago Mareòtide e il Mediterraneo.

Ecco che io e il mio fedele siamo una creatura sola. E il cuore mi grida che andiamo verso una straordinaria allegrezza.

Passo il ponte di Qasr-en-Nil, traverso l′isola di Gezireh, varco il secondo braccio del fiume, volto a sinistra, seguo la riva, rasento i giardini di Gizeh. Giunto in capo del ponte di Roda, volto a destra, prendo la via delle Piramidi sul grande argine arborato. Incomincio a respirare il vento del deserto.

Chi va verso il deserto va verso la tentazione.

Passato Aziyeh, dall′alto della scarpata vedo a sinistra un campo di rose. Vedo, quasi in sogno, un vasto roseto dagli alti steli carnale e fiammeggiante come doveva esser quello della mortificazione dopo che San Francesco ebbe finito di voltolarsi nelle spine.

Sorrido in me all′imagine del Serafico improvvisamente rinvenuta in una via d′Egitto con un corteo roseo d′ibi evangelizzate.

Mi chino su la criniera e dico: « El-Nar, che facciamo ? »

Giardinieri dalla lunga tunica azzurra tagliano le rose e le coricano in cesti di sparto.

Il cuore mi palpita nella più fresca poesia; e non sa né vuol sapere se sia per obbedire allo spirito di tentazione o allo spirito di mortificazione.

« El-Nar, dolce compagno, se non son io ad abbandonarti la briglia, credo che non avrai mai più la ventura di galoppare attraverso un bel roseto al margine del deserto. » Detto, fatto. Spingo il cavallo giù per la scarpata. Salto il rigagno. Entro nel folto. Odo l′urlo degli uomini furibondi. Li vedo lasciare il taglio, raccogliere le lunghe mazze e precipitarsi urlando ad inseguirmi.

Certo contano sui primi impacci di El-Nar che già sanguina contro le spine robuste ed esita per qualche attimo, prima di fendere col petto i cespi che non può sorvolare.

Ma basta la mia voce incitante che gli entra giù per la criniera. Non sente più le punture, non più considera gli intrichi. Una follia di fanciullo eroico omai lo possiede e lo rapisce. Ritrova il suo galoppo alato delle sere di beiram. Distende il suo galoppo come sul piano di sabbia. Lascia dietro di sé, nel suo solco stupendo, una divina devastazione.

Ma c′è là il canale; ma ci sono là gli stagni creati dall′alluvione. I furibondi non restano. Mi volto di su la sella e li vedo brandire le lunghe mazze minacciose. Se non scampo, m′ammazzano; o mi lasciano stroncato a terra.

« El-Nar ! EI-Nar ! Ecco l′acqua. Vola! Hai il mio cuore nel tuo cuore! »

Non misuriamo il canale se non a misura di coraggio.

Come in sogno, sollevati dalla forza del sogno, siamo di là; siamo al margine del deserto, siamo nella regione degli iddii e dei re.

«El-Nar! El-Nar! Voglio adorarti. Non hai il mio cuore nel tuo ma il cuore di Rakush immortale. »

Vedo la grande piramide di Cheope. Non mi volto più indietro. Gli stagni mi abbagliano come frammenti d′un cielo che crolli. Il vento è il palpito dello splendore. La poesia è la mia sostanza aerata. Il mio respiro è un canto immune dalla sillaba angusta.

Vedo sorgere dalle sabbie solari la faccia camusa della Sfinge che s′accoscia.

Arresto il galoppo davanti alla figura inaccessibile dell′Orizzonte. La parola dell′enimma è nella mia felicità che sembra in punto di spiccarsi dalla terra quando il cavallo su l′arresto s′impenna.

Balzo di sella. Sento affondare nella sabbia calda i miei duè piedi umani mentre la felicità s′invola nello splendore senza limite.

« El-Nar, El-Nar, come ti hanno spronato le rose crudeli ! »

Mi getto al collo del mio fratello sanguinante e schiumante. La sua criniera bipartita m′inonda. Sento tutte le sue vene e tutti i suoi muscoli tremare sotto le lacerature del suo bel manto lionato.

« Fratello mio dolce, mi vien voglia di piangere. »

Lo conduco all′ombra. Mi bagno le dita nel suo sangue e nel suo sudore. Dal petto, dalla groppa gli tolgo le spine che vi son rimaste confitte. Per togliergli le spine dalle zampe, mi curvo, m′inginocchio, nell′atto dell′adorazione.

Egli piega la testa verso di me, e segue tutti i movimenti delle mie mani fraterne con i suoi grandi occhi ove l′anima arde e si dona.

L′allucinazione prende un rilievo di realtà così forte che, nel confronto, le persone presenti e parlanti sono fantasmi vani. Né posso interromperla.

Dianzi, mentre ero allungato nel bagno quasi scottante, con il capo sorretto da una zona tesa, i cavalli venivano come all′abbeveratoio. Udivo il sibilo dell′acqua tra le loro labbra molli. Quando i musi s′alzavano, vedevo l′acqua colare dalla commessura. Nella piccola camera di marmo liscio gli sbuffi suscitavano una risonanza quasi di cìmbali.

Il maremmano irsuto, che aveva strappato l′orecchio a quel caporale butteroso di Girgenti quando io ero cavalleggiere, torna a guardarmi bieco.

E troppo m′attrista lo sguardo di Malatesta, del mio bel saltatore d′Irlanda storno codimozzo, che su un ponte d′Arno morì sventrato dalla stanga tronca del baroccio a cui avevano condannata la sua vecchiezza i miei persecutori.

Cavalli, cavalli senza numero, come a Versaglia nel primo ferragosto della guerra di Francia.

Stanno legati a una corda tra fusto e fusto, sotto gli alberi che tuttora mostrano l′arte delle cesoie; e il fieno la paglia il fimo sconciano la politezza dei nobili viali.

Ma quel ferito ha su la spalla fracassata un gran mazzo di rose; e quell′altro, che mostrava le gambe in sfacelo nere di sangue e di mosche, è ricoperto da una mantiglia di pizzo di Fiandra.

La città regale è trasformata in città equina.

Veggo i cavalli intorno ai bacini in abbandono verdastri di putridume galleggiante. Il palazzo è una cosa morta, indicibilmente morta. La prospettiva del gran canale sfonda, come uno Stige costretto a non si torcere, nella malinconia di un Ade infinito.

Veggo altri cavalli intorno a uno stagno ancor più triste. Nitriscono verso l′acqua cupa e torva che mi ricorda la faccia del mio lago di Nemi sotto il nuvolo. I loro abbeveratoi posticci stanno all′ombra degli olmi, in forma di battelli neri. Un odore accorante di stabbio occupa le delizie del Re.

Ora sono morti, sono tutti uccisi, macellati a masse.

La battaglia della Marna li lascia dietro di sé coricati nell′erba cosparsa di bottiglie vuote e di proiettili non esplosi. Hanno tutti la stessa attitudine, fanno tutti il medesimo gesto lùgubre fino all′orizzonte, col ventre gonfio, con la zampa di dietro rigida in aria.

Per le dolci praterie d′erba medica, ventri enfiati, zampe levate, gengive giallastre, occhi bianchicci, stormi di corvi, turbini di mosche.

E nei villaggi e nei campi, e nelle strade e da per tutto, cavalli uccisi; e l′orrore di quel gesto sempre eguale; e il luccichio dei ferri in quella selva stecchita, sotto uno sprazzo di sole straziante.

In un campo di barbabietole, dietro uno sfasciume di affusti e di cassoni, scopro un cavallo superstite.

È solo. Non può camminare. Ha un nodello schiantato, e una profonda ferita nella natica, e un′altra al garrese.

Ma è quieto. Ha l′occhio tranquillo. È cessato il fragore. È finito l′inferno. Tutto è silenzio. Gli uccelli non cantano. Qualche uomo passa laggiù, nel sentiero, sotto la piovigginata, con in sul capo una tela ripiegata di sacco. Presso una casa in rovina una trebbiatrice sta riversa con le gambe in aria come le carogne. Il poggio erboso ha un′inflessione tanto soave che sembra esprimere non so qual tenerezza della terra. Il gallo del campanile regna il silenzio che la pioggia fine lenisce. Di rado il vento manda una folata umida. L′odore della morte gli mozza il soffio.

Il superstite cerca di pascolare intorno, allungando il collo. E solo. Fra poco annotta. Una rondine spersa gli sfiora la groppa, senza strido.

O malinconia malinconia,

di tanto lontano mi riporti

quel che già tanto ti pesò?

Ecco che mi riconduci anche quello che fu il prediletto della mia infanzia nell′agio della mia casa, quando mia madre era il fiore pensoso della più sana giovinezza nella mia terra di Pescara.

Viene a me traversando il folto delle mie memorie come quando divideva col petto gli alti fieni non ancor falciati.

Solca la mia vita, che si piega dall′una parte e dall′altra toccando con le sue cime riverse il buon terreno.

Era un piccolo cavallo sardo. Era baio focato, balzan da uno, bevente in bianco. Aveva lunghe e fornite la criniera e la coda. Si chiamava Aquilino.

Nella stalla, tra la sua posta e quella della pariglia, ce n′era una vuota, dove io avrei voluto mettere il mio lettuccio di ferro. Quando potevo sfuggire alla vigilanza, scendevo col cuore palpitante ed entravo dalla parte del cortile. Aquilino, riconoscendo il mio piccolo passo, nitriva leggero come per evitare che altri udisse e s′accorgesse. Ogni volta il mio piacere era tanto che lasciavo andare le cocche del grembiule.

Allora il nitrito tremolava d′impazienza; e, mentre raccoglievo il pane le mele lo zucchero e tutto quello ch′era la mia merenda e tutto quello che avevo potuto arraffare alla dispensa pel mio compagnino goloso, mi saziavo del mio sorriso che era di non so che specie nutriente non assaporata più mai.

Una porta della stalla dava nella rimessa. La rimessa restava quasi sempre nell′ombra, rischiarata dalla luce di cappella che scendeva dai vetri colorati della rosta. C′era la gran carrozza degli sponsali coperta, foderata di panno blu, con le tendine di seta ai vetri, con le maniglie d′argento agli sportelli. C′era un calesse col mantice e una cesta a due ruote. E c′erano i finimenti da tiro appesi, che non mi stancavo mai di rimirare: collari, pettorali, groppiere, cinghie, tirelle, redini, fìbbie ciappe anelli sempre lustri, e le lunghe fruste della mia bramosia.

Quel bambino chinato sul pavimento a raccogliere nell′ombra quel pane e quei frutti che s′è tolti di bocca pel suo amore, quel bambino già avido di vita singolare e di comunioni misteriose, ammaliato da quel nitrito come da una voce d′incanto, illuminato dal suo medesimo sorriso come da una lampada di sotterra, lasciatemelo qui sotto la mano. Lasciatemi riconoscere in quel suo atto e in quel suo piacere un′imagine di felicità fugace che m′è propria e che di tratto in tratto mi rilampeggia anche su questo letto di pena.

M′abitava già il dèmone lirico che tutto m′esalta e trasfigura?

Si svegliava già in me il senso magico della vita?

Come Aquilino m′annitriva sommesso, così io gli parlavo sottovoce. Come egli m′intendeva, così io l′intendevo, contento di tenere i miei due piedi nella paglia a paro co′ suoi quattro zoccoli.

Mi prendeva dalla palma della mano i pezzi di pane, gli spicchi di mela, i tocchetti di zucchero con una leggerezza accorta che era come il solletico e mi faceva ridere talvolta risa convulse e soffocate o sguittire senza ritegno. Ma avevo soggezione dei due grossi cavalli da tiro che facevano sonare di continuo le palle di legno attaccate alle corde della capezza ; e mi studiavo di non lasciarmi scorgere.

E quel timore e quella cautela e quell′intendimento a poco a poco creavano nella stalla chiusa non so che fantastica lontananza. E quello sguardo nero che Aquilino teneva sempre fìsso su me masticando, e quella sua figura sfacciata dalla macchia bianca e rosea del labbro mobile come il muso del lepratto, e quel suo dimandare con un fremito delle froge bramoso quando aveva finito, e quel suo mordicchiarmi dispettoso all′òmero quando io per aizzarlo nascondevo il resto dietro il dosso, e tutti quei suoi modi di duplice grazia a poco a poco confondevano in me la mia specie con la sua e mi fatavano.

« Ti do anche questo, se mi ti lasci prendere un crino, se mi ti lasci prendere due crini, se me ne lasci prendere tre. »

Mi ricordo che dovetti vincere un poco di vergogna e un poco di rimorso nel punto di strapparglieli. Sentiva male? Sapeva che mi servivano a fare il cappio per le rondini della gronda?

A strapparglieli m′aveva istigato mia sorella Ernesta. Ed ecco che il cuore mi doleva, forse per aver dato a patto e a scambio, forse per aver pensato a mettere in lutto il nido di fango.

Nel tirare, me n′eran restati in pugno assai più di tre.

Entrò il garzone di stalla, ch′era il complice delle mie scorrerie nascoste. E m′alzò e mi mise a cavallo sul « sardignòlo ».

Mi piaceva di cavalcare da fermo in sogno. Ma non mi piaceva d′esser guardato.

Dicevo al garzone : « Vattene e poi torna. »

Chiudevo gli occhi. Ero fatato. La porta s′apriva al margine della foresta. Annottava. Non si vedeva mai la fine del sentiero.

Ma quella volta la mangiatoia restò contro il muro, e il muro non si sfondò; e il cavallo non camminò, se bene io gli parlassi sottovoce.

Avevo tuttavia quei crini nel pugno e il tormento indistinto nel cuore.

Uno strido improvviso, un lampo bianco.

Dal vetro rotto dallo spiraglio era entrata una rondine?

C′era un nido nella volta della stalla ?

Da quanto tempo?

Palpitavo attonito.

Una piuma leggera discese per l′aria fatata ondeggiando : quella da mettere nel cappio a inganno.

Non aspettai che il garzone venisse a togliermi di groppa. Scavalcai una gamba e mi lasciai scivolare sopra la paglia.

« Torno, Aquilino. Prima di sera torno. »

E andai diritto verso il focolare, con una fronte dove già cominciava a segnarsi il solco verticale della volontà.

E gettai quel pugno di crini nel fuoco fatato.

O malinconia, malinconia,

di tanto lontano mi riporti

quel che già tanto ti pesò?

Io, mio fratello, le mie tre sorelle, eravamo discesi nella rimessa, eravamo saliti nella vecchia carrozza degli sponsali, dove il panno blu sapeva di pioggia rasciugata e un cuscino era tiepido del gatto che ci aveva dormito.

La porta della stalla era aperta. Aquilino agonizzava su la paglia. Mio padre era inginocchiato accanto al moribondo, tra il cocchiere e il garzone che teneva la tazza della medicina e il cucchiaio di bosso piagnucolando.

Dallo sportello, stretti nello sbigottimento, noi guardavamo senza piangere, con un cuore serrato che non lasciava passare né una goccia di sangue né una lacrima di dolore. Guardavamo per la prima volta la morte, noi che non ci avevamo mai pensato se non nella notte dopo Ognissanti per aspettare che ci portasse i suoi doni.

Scorgevo i moti convulsi delle zampe, e quella balzana mi faceva più male; e il tremito del povero muso bianco mi faceva ancor più male.

Ma non piangevo; e solo dominavo la pena di tutt′e cinque.

Il garzone ruppe in singhiozzi. Ricacciai in gola i miei con non so che sdegno. Vidi che le povere zampe s′erano stecchite.

Ci stringemmo ancor più e ci agghiacciammo insieme, sotto quel cielo di carrozza cupo, in quella luce fioca della rosta [6]. E per la prima volta con dieci occhi fissi guardavamo la morte. Ma io ne serbavo per tutti l′impronta.

Allora mio padre s′alzò, ripassò la soglia, si soffermò volgendosi verso noi sbigottiti; e, sul silenzio gelido che avevo dentro il mio petto, egli disse, con un accento che ora ho vivo ed esatto nell′orecchio e nell′anima : « Gabriele. »

O malinconia, malinconia,

di tanto lontano mi riporti

quel che già tanto ti pesò?

O cessate di piagarmi.

Chi mi ha mandato questa interprete dei responsi che la mia sibilla bendata tralascia di scrivere nelle foglie errabonde?

Ella canta; e il canto prende la mia doglia e le dà la fluidezza, e la illimpidisce, e ne fa una corrente piena e soave che mi trasporta là donde vorrei non più ritornare.

La sua voce tocca le note basse del contralto quando canta il secondo lamento:

O lasciatemi morir.

La corrente è come un vortice tardo che non segue più la linea dell′orizzonte ma declina verso la profondità colorata dalla porpora violetta.

Si fa salsa.

Mi depone nella tenebra marina del mio sepolcro icàrio.

Non so più cosa son cosa faccio...

Ella sembra un giovinetto, ma non è vestita come Cherubino. È vestita all′italiana, all′uso degli antichi abiti italiani di due colori. Porta un gran berretto di velluto che mi fa pensare a Pisanello; e non le manca se non una bella daga dietro le reni falcate, e l′arte di ferire.

È verso sera. La luce si fa mite. Quella pietà senza peso, che porta il nome di Aelis, ha aperto la finestra più lontana e mi ha concesso un bicchiere d′acqua con l′orlo d′oro.

Ho nell′occhio una bolla di forma ovale, come un altro occhio di fuoco labile. Ma vedo laggiù riflesso nello specchio il gran muro di glicini; e dal fondo del mio cervello il mio glicine tristo ricomincia a fiorire.

Entra l′aria. Indovino che conosce

la prima falce della luna, come il fieno sotto il taglio più odora. Per tutto il corpo consunto ella mi tocca come le dita che imbalsamano.

Ogni mia delizia è straziante.

Ora ho più sete che prima d′aver bevuto.

Sento per tutti i muscoli il battito delle fibrille, come se fossi tutto pieno di crisalidi in punto di rompere.

Soffro. L′odore delle rose monta. Indovino che monta la marea.

Soffro. Datemi un rimedio che mi stordisca, che mi stupisca, che mi annienti.

Fate tacere quel canto.

Ecco un′altra mina che scoppia in deriva, verso Chioggia. Mi scuote il male nell′orbita.

Può l′atrocità di questa mia primavera gorgheggiare nella gola di Cherubino?

Con una delle mie fasce in tre doppii strangolatelo.

La luna crescente è a sommo del cielo. I canti hanno lasciato non so che languore nella stanza silenziosa. Il sospiro di Cherubino è rimasto tra le pieghe delle cortine scolorite.

Ho fatto aprire gli scuri. Sono disteso presso la vetrata. Il chiarore piove su le mie mani e le fa anche più esangui.

Alzo la benda e intravedo la faccia della luna a traverso le zampe villose del ragno che sta in agguato al centro dell′occhio destro.

Il vento della sera è caduto. Il giardino è immobile, ma la luce è tanta che si distingue la verzura più recente da quella che già s′è incupita.

Contro il ferro del davanzale vedo luccicare le fogliette che sembrano spalmate di cera.

La balaustrata, i vasi, i putti dì pietra biancheggiano come la neve.

Di là dal canale i palazzi delle donne belle e famose tacciono abbandonati. Tutte le finestre del palazzo Da Mula sono chiuse, la casa mozza di Corè ha più che mai un′apparenza di rovina incantata. I cipressi sopravanzano le grandi bugne su cui pendono i tappeti della vite vergine.

Da quella scala che ora è un′ombra di velluto, in un plenilunio d′estate che sembra remotissimo, esciva la mascherata condotta dall′Arlecchino bianco che portava sopra l′òmero un pappagallo azzurro e a guinzaglio una di quelle piccole pantere che sul Citerone, nell′orgia notturna, popparono le mammelle delle Menadi gonfie d′un latte subitamente affluito.

O Fantasia, che dei tempi e delle distanze fai il tuo giuoco audace!

Mi par di vedere su la scala del palazzo tronco l′Arlecchino bianco, disegnato con l′arte del Longhi pervertita e acuita, sollevar l′orlo della maschera per mangiare i tre acini della melagrana di Persefone nell′Ade.

Un clamore confuso viene dal bacino di San Marco.

È la mascherata che ritorna coi suoi mantelli, coi suoi tricorni, con le sue bautte? I servi in parrucca stanno per apparire in capo della scala con le lanterne dorate?

Ascolto. Attendo.

Alzo la benda e l′occhio fisso alla luna mi sembra più malato.

Il cuore mi sobbalza. Il clamore s′avvicina. Riconosco una canzone di guerra.

Ora tutto il canale echeggia. Chiudo le palpebre. Il coro è rosso nella mia visione coperta.

Mi sollevo, mi chino verso la vetrata.

Vedo tre grandi peate rimorchiate da una barca a vapore. Sono cariche di reclute che gridano e cantano andando verso la trincea lontana.

È il carico della Patria, il carico di carne e di sangue, più bello che i frutti dei lidi e delle isole sbarcati al ponte di Rialto coi profondi canestri.

Il grido dei soldati nuovi fa tremare la casa come il rombo del mortaio.

Una forza subitanea contrae i miei nervi. Mi levo, m′appoggio contro le imposte, metto la fronte contro il vetro freddo. Un grave brivido mi traversa. .

Alzo la benda e guardo coi miei due occhi, e più con l′occhio ferito, il carico di sangue che passa lasciando nell′acqua morta una scia di splendore.

L′infermiera mi ha sorpreso. Mi ha riadagiato su i cuscini.

La luna brilla nella visiera di cristallo che mi fanno le lacrime, forse, fastìdio delle palpebre irritate, o simili forse a quelle che conobbi dalla musica sublime.

Il clamore è dileguato. Il silenzio e l′albore sono un solo sentimento funebre.

L′odore dei giaggioli, che qualcuno ha colti per me negli orti della Giudecca, mi diventa a un tratto intollerabile.

Per sfuggire all′imagine orrenda, evoco i muri toscani lungo le strade bianche coronati de′ bei fiori violetti quando il barocciaio passa addormentato nel sonno d′aprile.

L′odore mi soffoca. Vedo le corone marcite sul tumulo del mio compagno perduto.

Vedo i suoi dolci capelli biondi rilucere là dove tutto è forse già informe.

Vedo, presso il tumulo, il cippo romano fitto sul teschio dell′altro mio diletto. L′oro dell′ala d′Icaro luccica nella cavità, sotto il braccio teso dalla volontà immortale.

Il cadavere di Roberto Prunas, gonfio e bianchiccio, s′è arrestato contro uno sbarramento di torpedini. Sta sospeso e oscilla, macerandosi nel suo gabbano come in un sacco slegato.

Nessuno scriverà su quella tomba marina il suo nome.

La marea sale, la marea scende. La luna cresce e poi si logora.

Ma il sonno anche stanotte è un dio inconciliabile come il suo fratello nero.

Se bene il rigore della disciplina orizzontale sia allentato, le cure fastidiose non cessano. Il dottore con l′indice e col medio congiunti esamina la tensione palpandomi le due pàlpebre chiuse. A volta a volta il suo cipiglio si spiana o s′incrudisce. C′è tuttora pericolo che, per salvare in tempo l′altro occhio minacciato, egli mi debba cavar questo coi ferri.

Continua intanto a immetterci col suo ago l′acqua salsa come se alimentasse un acquario. Ignora i portenti ch′egli promuove.

Oggi nel fondo la vita marina è meravigliosa. Mi si scava nella coppa retinica un abisso oceanico, non so che gorgo d′oceano siderale dove m′appariscono contorni della forma sconosciuti e modi del colore non anche rivelati da alcuno spettro.

Che son mai le sirene i tritoni le nereidi e tutte le invenzioni del mito nettunio al confronto di queste creature indicibili che popolano gli immensi miei orti di coralli, le chiostre dei miei giganteschi polipai petrosi ?

Che son mai le reggie inflesse e i labirinti intorti della favola al paragone di queste rupi d′ambra e di berillo curvate in circo, dove fioriscono a miriadi le costellazioni viventi delle attìnie?

« Dal primo plasticatore Iddio, della terra vergine elementaria da sé creata, fu fatta la plastica del primo uomo. »

Fiuto la creta umida e grassa in queste parole che mi tornano alla memoria da non so più qual volume polveroso.

C′è in fondo al mio occhio un dio plasticatore, e c′è una massa plastica inesausta : la terra elementaria.

Col medesimo pollice invisibile l′onnipotente forma di rilievo e cancella, figura e trasfigura, crea dall′ignoto e nell′ignoto annichila.

Gli artieri senza nome e senza numero dell′Egitto e dell′India, i collegi dei figuli ornatori di vasi e di mura còttili, le maestranze corali degli edifizii gotici non inventarono e non perpetuarono nei secoli tante imagini quante ne assomma in una notte la piccola sfera del mio occhio infermo.

La massa plastica è rischiarata a quando a quando dai lampeggiamenti della divinazione, è levigata a quando a quando da una sinuosa melodia fluviale.

Ghe scopre il dottore attraverso il suo disco forato quando mi fissa la pupilla dischiusa dalla virtù di una goccia ?

Rivelazioni sublimi si celano nell′occhio umano, come le forme espressive dei cristalli sensibili nella miniera inesplorata.

L′occhio dell′Indo, dell′Egizio, del Caldeo, del Perso, dell′Etrusco, dell′Elleno, l′occhio stesso di Mosé credeva di leggere nei segni dell′universo le origini dell′universo.

Ma la nuova cosmogonia sarà letta dall′occhio nell′occhio che è lo spiracolo mistico del cervello creatore.

Et remotissima prope.

Che sono queste apparizioni titaniche in sfondi d′architetture fatte di rupi squadrate e sovrapposte ?

Mi ritorna Eschilo con quella sua perduta tragedia del Prometeo di fuoco ?

Voleva che fosse rappresentata sul primo annottarsi, in onore e in letizia degli adolescenti agitatori di fiaccole.

Le remote imaginazioni e meditazioni su le tragedie perdute di Eschilo mi tornano in vicende e in catastrofi raffigurate con una grandezza che mi strappa grida di meraviglia e di rapimento.

Ecco Glauco marino.

Ecco la trilogia niobea.

Ecco la trilogìa tebana.

Ecco il Pastore di anime.

Ecco il fato d′Issione, il fato di Sisifo.

Eschilo era ignoto a Dante. Se il magnificatore di Capaneo avesse conosciuto il tragedo delle feroci Erine, dove lo avrebbe egli collocato, nel suo Inferno?

Il ponte di travi di tavole e di ruote, dove Michelangelo saliva per dipingere la volta della Sistina, mi s′è ricomposto nel sogno.

Ho sfiorato il prodigio con le ciglia, ho toccato il prodigio con la mano.

« Questa è una bella materia » fece Francesco Francia palpando la statua di Papa Giulio. E il Buonarroti si sdegnò.

L′opera titanica è bella come un′ala di farfalla.

Veduta da vicino, in ogni parte e nel tutto ha la perfezione compatta d′un guscio d′ovo, una continuità simile alla politezza d′un dente d′elefante. È una tra le più belle materie del mondo, nata intiera da un cervello maschio come certe gemme virtuose che gli antichi lapidarii credevano generate nel capo di certi animali solinghi.

O chiome delle potenti sibille!

Sembra che la lentezza dei secoli non basti a formare il pregio d′un sol frammento di questo intonaco; e questo intonaco Michelangelo lo preparava da sé ed era costretto a dipingerlo in un paio d′ore, dopo aver macinato da sé i colori, dopo aver fatto ogni mestiere da sé.

Le spatolate sono visibili. Mi commuovono a dentro come se fossero le tracce lasciate da un combattimento vinto a furia di lampi mentali.

La volta era scarsamente rischiarata. In qual penosa attitudine il pittore dipingesse si sa dal suo crudo sonetto a Giovanni da Pistoia. Non aveva egli la guida dei cartoni. E con che s′aiutava egli dunque ?

Ecco questa mano di Domineddio, gigantesca. E come faceva egli a proporzionare con questa il resto della grandezza, mentre il pennello gli gocciolava sopra il viso e il ventre gli s′appiccava sotto il mento?

Quando dipingeva questa testa di Adamo, i piedi della figura erano laggiù, lontani come i miei se nel travaglio dei tossici smarrisco il senso del corpo e mi difformo a dismisura.

Non credo che ci sia nel numero dei drammi mentali un fuoco di cervello da paragonare a questo.

L′istinto di divinazione accompagnava continuo l′opera. Se è vero che nella Sistina egli non fosse in buon luogo, è pur vero ch′egli non faceva il pittore, come confessò egli stesso in rima al suo Giovanni.

Aveva nel suo « petto d′arpìa » l′afflato dei suoi profeti e delle sue sibille, e nella fronte rugosa il balenìo continuo del Monte Tabor, questo manovale disperato, questo macinatore e intonacatore ansante. Non lavorava se non d′ispirazione e di miracolo. E il manico del suo pennello non era se non una verga divinatoria.

Ho rapito con le unghie un frammento della materia preziosa, un pezzetto del guscio; e ora lo voglio incastonare in un anello di ferro per farne un dono eroico al mio spirito che non dorme.

Dov′è la gemma tagliata che l′eguagli ?

Non ebbi mai tanto rammarico nello svegliarmi.

Certo questo sogno me l′ha mandato l′arcangelo del mio nome.

L′estasi discende dall′alto nei beati o sale in loro dal profondo?

Quel che ho sentito non lo so assimigliare né significare, neppure se penso a un′aurora che d′improvviso nasca dal flutto dello spirito e irradii il sommo della carne.

Ero il giovinetto di Prato, ero l′amico del Bisenzio.

Era l′aprile, come ora; era il tempo di Pasqua.

Camminavo su per l′argine erboso dell′Affrico tenendo per mano la « compiuta donzella » che aveva i miei sedici anni eguale e portava come una ghirlandetta il suo bel nome toscano non svelato in quella strofe alcaica del Canto novo tutta argentina di vétrici [7].

Ogni passo era un aumento di gioia silenziosa.

Ma ella scorse di lontano la madre che veniva in cerca di noi camminando in contro a noi; e me lo disse.

Allora ci soffermammo, e tremammo tutt′e due come le vétrici; e ci parve che la fiamma subitanea del rossore ci montasse alla faccia dalle calcagna e di più giù che le calcagna: dalla verecondia della stessa primavera.

Ora come può il sogno ricondurre da tanto lontano il rossore e mutarlo in un così glorioso giubilo di sangue ?

E perché mi sono svegliato?

Prego uno dei sonatori che mi lasci vedere il suo violoncello. Egli me lo porta delicatamente, con un sorriso modesto.

Questo Alberghini è un sagacissimo cacciatore di strumenti, per monti e per valli. Quando ha notizia di un violino o di una viola che si nasconda in qualche parte, come altri d′un cignale o d′una lepre, si parte e non lascia di cercare se non abbia trovato.

Questo suo violoncello è di Andrea Guarneri. Egli ebbe la ventura di trovarlo in Egitto, al Cairo. Sorrido pensando che ho sotto la mano un purosangue come El-Nar e che somiglia al mio sauro anche nel mantello.

La vernice è intatta e ricca, d′un bel colore rossobruno che lascia trasparire l′oro del fondo. Più trasparisce nel dosso l′oro, a strisce, a chiazze, e qua e là su le fasce che sentono dell′ambra. Di dietro, il manico è pallido, levigato dalla mano che scorre. Ma nel mezzo del dosso è il portento di grazia : una paradisea ha specchiato là il tesoro breve della sua gola e l′imagine v′è rimasta presa nella vernice perenne.

Il sonatore mi racconta che al Cairo fece il cambio con un suo compagno dalla mano corta, dandogli un Gagliano piccolo.

Costui l′aveva comperato nel Cremonese. Un violoncellista rustico lo sonava nella cantoria d′una chiesa di campagna. Durante una funzione solenne, la cantoria crollò con l′organo col violoncello con i sonatori e con i cantori. Il violoncellista si ruppe una gamba. Lo strumento fu danneggiato nel fondo ma non nell′anima. Dopo alcuni giorni, fu sottratto al restauro d′un riparatore inesperto.

« Con il suo ponticello e con le sue effe dalle gocciole grosse non sembra una bella faccia dalla bella voce? È vivo. Non c′è bisogno dell′arco. Suona da sé, canta da sé. Nella città del Messico le donne si avvicinavano affascinate dal timbro angelico e venivano a toccargli questa pelle più preziosa e più sensibile della loro. »

Così parla l′artigliere emiliano vestito di grigioverde.

« La pelle della donna mangia la vernice. Ho veduto a Nizza uno Stradivario spoglio in gran parte dal braccio nudo e dalla scollatura della violinista.

Invece a Ferrara ho veduto un altro Stradivario dentro una campana di cristallo. È uno dei primi, amatizzato. Quasi tutto il suo legno è in polvere, ma la sola forza della vernice lo tiene insieme. E mi ricordo che avevo paura di respirare, davanti alla reliquia.

Chi può dir qualcosa di sicuro in materia di vernici? La rossa? la gialla? Per essere tanto invitta, quella deve avere in sé polvere di diamante. » Io ho la mano su la spalla del violoncello mentre l′artigliere lo regge per la tastatura seduto. E quel ch′egli dice sembra che, per giungermi all′orecchio, passi attraverso la sensibilità delle corde e del legno.

« C′è una comunanza misteriosa fra la struttura dell′uomo e quella dello strumento. C′è una relazione certa fra la sanità del sonatore e la qualità del suono.

Prima si sonava senza il puntale, tenendo il violoncello su le caviglie congiunte. Il gioco delle gambe moderava quella vibrazione che fosse per giungere troppo forte al piano armonico.

L′osso è musicale. Sembra che l′osso d′un buon sonatore debba essere rempiuto d′aria piuttosto che di midolla. La tibia e il femore hanno un′influenza continua sul suono. Ogni nota può esser corretta dalla pressione sapiente. Per esempio, il mi bemolle nella quarta posizione trilla. Il sonatore accorto può con la gamba sopperire.

Molta importanza ha anche l′arco. Secondo la specie dell′arco il suono è più nutrito o men nutrito. Tra il legno dell′arco e quello dello strumento non ci può non essere una rispondenza vitale. La fibra del legno, non piegato a fuoco, trasmette immediatamente l′intenzione della mano. Ecco un « Tourte » nervoso, con la bacchetta ottagonale, col tallone d′ebano, con l′occhio di madreperla. Eccone un altro con la bacchetta tonda fasciata di cuoio nero impresso a piccoli ferri, col tallone di tartaruga scura, con l′occhio d′oro.

Ecco un « Dodd », inglese, che ha un′altra grazia o forse non ne ha, con la sua fasciatura di balena, col suo tallone d′avorio, col suo pometto ottagono d′avorio e argento.

Ed eccone uno senza nome e disadorno, anzi poverello, un vero arco francescano da Cantico delle creature, che di buono non ha se non il colore rossobruno del suo legno intonato col mio Guarneri.

E solo questo, non si sa perché, conviene al mio violoncello: e solo questo, non si sa perché, riesce a cavargli dall′anima tutta la voce.

S′intendono. A ben considerare i due legni, c′è da credere che quest′arco gli sia stato tratto fuori dalla fascia come Eva dalla costola di Adamo.»

L′artigliere si mette a ridere d′un buon riso infantile e pizzica il cantino.

Io gli dico: « Può essere. Gli strumenti sono di natura demoniaca. I maestri vecchi nell′alto del manico, invece del riccio, mettevano qualche volta la figura del bellissimo Nemico. Ho visto una viola bordona con un manico che finisce in testa cornuta. Nel mio paese d′Abruzzi ho visto una viola d′amore con nel manico una specie di strige [8] dal lungo collo che si ripiega verso il sonatore a tentarlo e gli insinua nel cuore il suo fàscino perfido ».

L′artigliere non celia più. « Non c′è dubbio » soggiunge. « II grande liutaio è mago. Nella scelta dei legni non può illuminarlo se non la magia. Perché un Testore ti sceglie l′alberaccio soffice che s′imbeve subito di suono, e il suono gli circola dentro continuo come una linfa arida? E perché invece un Guarneri del Gesù non dà grande importanza alla scelta, sentendosi capace di mutare qualunque legno con la sua influenza misteriosa? Ecco un vero poeta occulto. Non lavora se non per ispirazione. Ti taglia nella faccia del violino due effe imperiose, due effe prepotenti; e la faccia vive, esprime, favella, è impaziente di cantare.

Quale è dunque l′influenza delle effe sul piano armonico? Le effe del Gesù non somigliano né a quelle dell′Amati, né a quelle dello Stradivario, né ad altre. Come fece a trovarle?

E non è mago quel Gennaro Gagliano il Trasparente, che scaglia alla gola della Musica le sue piccole tigri striate ? »

Mi piace la passione di questo squisito violoncellista addetto all′artiglieria pesante, che sente ed esprime con questa intensità quasi lirica la vita delle cose viventi.

Dice : « Non c′era un violoncello sordino, da studio. M′è venuto in mente di costruirne uno, con una strettissima cassa armonica adatta all′estensione della cordiera. Per caso n′è nato uno strumento nuovo, che ha un suono delizioso di corno inglese, ottimo per le arie di danza».

Gli dico : « Chiamiamolo l′alberghina ».

Egli va a prendere la sua alberghina. Torna. E mi suona una giga, una corrente, una gagliarda. A mezzo della gagliarda udiamo l′ululo lugubre della sirena seguito dal colpo di cannone.

La Sirenetta mi porta uno strano libro di musica e non mi vuol dire dove l′ha trovato.

È scritto a mano, è scritto da una mano leggera e volante, rilegato in una cartapecora giallastra che sembra pastiglia impressa. Ma non debbo leggere.

Sul rovescio della legatura è scritta a mano questa sentenza : « Ignavia est iacere ubi possis surgere. »

È una rampogna al giacente, che prende suono da una bocca pietosa?

Palpo le pagine. La carta è fine e molle, simile a una foglia che cominci a consumarsi per i margini.

La Sirenetta mi dice che è una intavolatura di liuto, una raccolta di arie per liuto; e mi legge i titoli:

Passomezo di Vincenzio Galilei, Intrada anglicana, Volta ursina. Pavana lacrimata, Gagliarda passionata. Gagliarda di Diomede...

Mi riapparisce Arnold Dolmetsch, e quella sua piccola compagna, olandese di origine spagnuola, giacinto di Harlem bruno come il rosario di Filippo II dipinto da Juan Pantoja, chiamata Melodia.

A Zurigo, andavamo in un′abetina solitaria rischiarata dalla luce delle navate gotiche. Arnoldo portava seco un suo liuto costrutto in Venezia da Magno Steger, simile alla carena della galèa, fasciata di doghe alterne, chiare e scure, straordinariamente leggero. Gol liuto accompagnava il canto della sua compagna graziosa, dopo aver detto : « Non sa cantare. È il suo più gran merito. »

Egli teneva davanti a sé la custodia dello strumento in guisa di leggìo, con l′intavolatura sopra. Appoggiata al tronco di un abete vestito di muschi, Melodia cantava dondolandosi un poco, disegnando nell′aria qualche vago gesto di sogno, talvolta interrompendosi per cercare le parole dimenticate della vecchia canzone.

Cantava le vecchie canzoni dei trovadori, come quella di Tibaldo di Sciampagna re di Navarra che dice: « Amors me fait commencier », come quell′altra che incomincia « L′autrier par la matinée», e come quella che s′intona « J′aloie l′autrier errant sans compagnon ».

Cantava le vecchie canzoni inglesi del tempo dei Tragici, come quella di Desdemona « O willo, o zuillo, shall be my garland», e come quella bellissima su parole di Ben Jonson « Have you seen but a whyte Lillie ».

I piccoli gesti ingenui filavano fra tronco e tronco, entro quel chiarore d′alabastro, i ragnateli degli amori morti.

Il sopore m′ha preso mentre continuavo a lasciar passare fra le dita le pagine molli del libro di musica.

Ho fatto un sogno delizioso come quello del rossore. Ho bevuto la più bella canzone del mondo.

Ero nella sala d′un grande castello di Scozia. O di quale contea senza nome e senza clima?

La sala era una indicibile meraviglia di colore, addobbata dall′arte umana così come l′uccello di paradiso fu abbigliato dall′arte divina. Nei damaschi nei broccati nei velluti il verde di smeraldo, il giallo di paglia, il rosso di porpora, il nero di corvo, il neroverde misto d′oro componevano accordi inauditi, con la medesima sapienza vivente che è nelle piume della paradisèa. E le carnagioni delle donne e dei ragazzi vi risplendevano assai più che nelle più belle tele di Sir Joshua e di Gainsborough. E certe donne e certi ragazzi accarezzavano sopra i sofà il morbido pelame degli « spaniels » dalle ampie orecchie pezzati di grigio e di castagno, di bianco e di arancione.

E una voce cantava come se l′uccello di paradiso avesse rapito l′arte notturna all′usignuolo di giugno e avesse potuto renderla solare o sublimarla e colorarla dei colori delle sue piume.

E tutta quella gioia degli occhi era modulata da quel canto, ora sommersa, ora emersa, ora rifluita, ora confluita...

Ah, che son mai queste note ch′io tento di ritrovare, o canzone visibile della paradisèa non vista?

Ogni volta che mi sveglio perdo una terra promessa.

La sensualità mi turba nella veglia e m′insidia nel torpore. Accessus morbi. Ripatisco gli assalti ed i travagli di quel male ereditario che faceva tanto soffrire Giorgio Aurispa umiliato e degradato.

La madre del re Lemuel dice dolente: « Che, figliuol mio ? »

Un′ahra voce s′insinua e dice indulgente: « Che ti vale sfuggire la giovine donna disarmata, e i roseti che sono in lei più profondi del giardino d′Aziyeh già posseduto, e i grandi occhi patetici come quelli del tuo arabo martirizzato dalle spine, e la sovrannaturale vicenda dei volti tragici che le màscherano il teschio quando ella delira? Che ti giova sottrarti a queste cose, o asceta troppo vigile, se soltanto queste cose possono aiutarti ad approfondire il mistero che non mai rischiararono le tue virtù né le tue rinunzie?

Come può esserne lesa la tua volontà di dedizione e di perfezione? E, se il tuo dispregio è doloroso, come può menomarti? E, se la tua malinconia prese di continuo forza e ala dal discordo continuo fra la tua sensualità e la tua intelligenza, come puoi tu pensare di sopprimere in te il più attivo levame lirico della tua vita interna ? »

Chi ha parlato così?

Mi tolgo la benda, mi levo sul letto; e crudelmente guardo quella striscia di sole che s′allunga laggiù a poco a poco, su le miniature della parete, su i cuscini sbiaditi del sofà, sul delicato arpicordo.

Torna Melodia, in gonna larga di taffettà, alla tastiera d′ebano per ricantarmi la vecchia canzone di William Lawes? « O my Clarissa! »

Così scendeva il sole giusto e forte nella dolina contornata di pini grami sottomessi alla bora di Trieste.

C′era una baracca coperta di stuoie, per gli ufficiali della batteria.

In un tiro di sbarramento la batteria aveva fatto strage dei nostri.

II mucchio sanguinoso era lontano ma pareva approssimarsi con uno strisciare di viscere. Io lo sentivo, come in ascolto si sente l′avanzare di una compagnia carponi tra sassaie e cespugli.

Gli uomini erano là, davanti al capo accigliato.

La voce del capo scrosciò. Il sole in quel momento scendeva a dorare il pallore degli uomini.

Si disputava di carne cristiana, di carne paesana, di povera carne nostra.

Il sole toccò le tavole, che avevano un aspetto quasi animale, diverse l′una dall′altra, con le loro macchie, con le loro fenditure, con i loro nodi, con i loro chiodi, con i loro contrassegni.

Il capitano smorto non riesciva a dominare il tremito miserevole della sua bocca. Gli luccicavano nelle dita troppi anelli.

Il sole toccò le camicie e le calze dei soldati appese alla corda.

Si dichiarava la persistenza dell′errore, il numero dei cadaveri, il basso tentativo della discolpa.

Il sole toccò una fila di gavette lustre.

Passavano sopra la dolina le pentole stanche, imitando il cigolìo delle vecchie vetture nelle rotaie malferme.

Il sole toccò una pala, una mazzaferrata, un pistoletto, un barile, una cassa di calce.

La voce del capo non cessava di condannare, implacabile. Un sottotenente imberbe scoppiò in singhiozzi. Insieme con una pentola stridula passò nell′aria un uccello sperso gittando un baleno dal ventre bianco.

Il sole toccò la riserva delle granate dall′ogiva tinta di rosso chiuse nelle loro gabbie di legno greggio.

Il capitano all′improvviso stramazzò e rotolò nel fondo della dolina, preso da una convulsione di femmina.

Arrivava il carnaio in marcia?

Vidi la dolina carsica, simile a un occhio delle pàlpebre rovesce, arrossarsi di carne maciullata, per tutto l′orlo.

Sono disteso davanti alla finestra. La luna è colma. Non v′è bava di vento.

La casa di Corè è abitata dai pavoni bianchi. Non vedo se non la vasta base di pietra e gli alberi del giardino nascosto e una striscia d′acqua luminosa.

Una grandezza solitaria e mistica come in una città morta della Persia o dell′India.

Il canale è come un fiume santo ove al tramonto sieno state sparse le ceneri dei roghi.

Non s′ode voce, né tonfo di remo, né romore alcuno. La vita sembra esalata da secoli.

La luna insensibile contempla una bellezza esanime come quella di Angkor e di Anuradhapura.

A un tratto l′ululo della sirena d′allarme lacera il silenzio.

Un colpo di cannone rimbomba dal Lido fino a San Giorgio, da San Giorgio fino alle Fondamente nuove. S′annunzia all′improvviso l′incursione notturna dei distruttori alati.

Ed ecco, sotto la minaccia, la città tutta quanta rivive meravigliosamente nella mia carne, nelle mie ossa, in ognuna delle mie vene.

Le cupole i campanili i portici, le logge le statue sono le mie membra, sono il mio dolore.

E mi contraggo sui miei guanciali, col viso rivolto al cielo di luce, non sapendo da qual parte sarò per essere mutilato.

La mia vita umana si sperde. Ho in me la vita dei marmi e la potenza della storia scolpita, in attesa dello sfregio senza nome.

Bellezza della notte, quante volte t′ho perduta!

Di vedere, di guardare, di conoscere ero avido sempre, insaziabile ero sempre. Eppure, o mie pupille erranti, non avete veduto abbastanza, non avete guardato abbastanza, non avete potuto accogliere in voi tutte le facce della deità manifesta.

E una di voi è già spenta, e l′altra s′intorbida e si affatica e forse è destinata a oscurarsi. « Guarda ! Guarda ! » Nel plenilunio risuona quella voce che sapeva accordarsi con ogni tono della sventura e con ogni tono della felicità: la voce di Ghìsola. « Guarda ! Guarda ! » Ella mi riscoteva dal sonno. Ero annegato nel sonno come in un fiume nero. Mi pareva ch′ella mi prendesse di sotto alle ascelle e si sforzasse di trarmi su dal gorgo torpido.

« Guarda ! Guarda ! »

Così mi trascinò alla finestra. E io sollevai le pàlpebre gravate; e intravidi i grandi picchi di zaffiro, i vertici soprannaturali di un pianeta senza uomini.

« Guarda ! »

Era la trasfigurazione dell′alpe apuana in una notte lunare venuta dal fondo della memoria millenaria di chi sa qual dio estatico.

Richiusi le pàlpebre, premuto dal sonno inerte.

« Guarda ! »

Le riapersi e le richiusi. Lo spettacolo divino fu cancellato dall′onda del fiume immemore.

E perché, ad Atene, quel giorno, non fui abbastanza veloce nella mia corsa per giungere all′Acropoli prima che la subitanea concitazione orgiastica del tramonto d′agosto declinasse.

E perché, quel giorno, in vicinanza di Tebe dalle cento porte, sotto i grandi alberi di gaggìa, non mi scalzai per camminare a piedi nudi sul tappeto giallo dei fiori caduti ma me ne volli tornare a bordo del battello pigro?

« Guarda ! Guarda ! »

Chi sa com′è bella la notte laggiù nel Vallone del sangue, fra baracca e baracca, fra tenda e tenda!

E chi sa come biancheggia l′incantesimo delle pietre a Campolongo mentre la nebbia sale dalla Val d′Astico! Chi sa come grandeggiano stanotte le muraglie ciclopiche e i torrioni di roccia a Bosco Agro, in quella batteria dove sul far della sera vidi tra due pezzi arroventati dal tiro affacciarsi un capriolo!

« Guarda ! Guarda ! »

Tutta la mia notte la passerò a noverare i miei rammarichi?

E il giovedì santo.

Una giornata tórbida. Spio le vicissitudini della luce nello specchio di contro.

Una nuvola passa. Uua nuvola si dirada in bioccoli come un vello tra le mani di uno scardassatore.

II sole vien meno, e pare che tutto si freddi. Lo specchio si congela come una pozza quadrangolare.

Sotto le lane la mia pelle rabbrividisce.

Il silenzio ha la qualità del silenzio antelucano.

I campanili non hanno più voce. I bronzi, affaticati dalle vibrazioni, riposano con la bocca in giù piena d′ombra. Le corde penzolano lisciate e unte in due luoghi dalle pugna del campanaio.

Quanta tristezza sparsero su ogni ora dei miei giorni passati !

Tuttavia questo silenzio insolito non mi dà pace. La tristezza non mi viene più per l′aria, non più mi viene dall′alto. Oggi è accosciata ai miei piedi, senz′ali. Dorme, e nel sonno sussulta.

Nell′occhio bendato gli albori violetti si formano in nuclei, poi vaniscono, poi si riformano. Tenui macchie dello stesso colore appaiono e scompaiono nel campo dell′occhio sano. È il colore del giovedì santo.

I glicini fioriscono tutte le finestre, fioriscono a destra il muro, a manca il pergolato. La casa di Corè è tutta coronata di glicini, lungo la pietra mozza. Il cielo dev′essere come l′ametista dei vescovi.

Mi ritorna nello spinto il tema che domina il Largo del primo Trio, con l′imagine che gli è legata. I santi ginocchi sanguinano. La rotula scoperta biancheggia nel sangue.
Ho una gamba sovrapposta all′altra, e quest′attitudine mi riconduce nell′imaginazione una movenza ch′io so di Giuda.

Quando nella cena dell′ultima pasqua, Gesù disse, mentre i discepoli seco mangiavano: « Io vi dico in verità, che l′un di voi, il qual mangia meco, è per tradirmi », Giuda Iscariot era seduto con una gamba accavallata su l′altra. All′udire la parola del Maestro, egli tolse la gamba di su l′altra, come per levarsi.

« Era Giuda seduto con le gambe a cavalcioni...»

L′importanza di quell′attimo, di quel movimento. Egli era tuttavia seduto ma in punto di levarsi. Egli era per dire : « Maestro, sono io desso? »

Era presso di lui, a mensa, Giacomo il figliuolo di Zebedeo, il pescatore galileo. Ed egli s′accorse che Giuda aveva tolto la gamba di sull′altra in quel punto. E si voltò a guardarlo.

Non v′è Avemaria stasera. La grazia s′è partita dalla Donna del Paradiso. La Madre piange, con una mano sopra la sua fronte, con l′altra sotto il suo mento, come nella cripta d′Aquileia dove oggi forse i soldati la guardano con una pena nel cuore.

Renata ritorna dalla visita dei sepolcri. Entra nella mia stanza con un sospiro di stanchezza. Si lascia cadere sopra una sedia. Inarcando le braccia si toglie il cappello che ha la forma tessalica, ornato di due piccole rose rotonde. È stanca. Ha camminato per calli fondamente campi e campielli, di chiesa in chiesa.

La stanza è piena di crepuscolo violaceo. Il suo viso nudo è bianchissimo, quasi fosforescente. Su la sua veste bruna, mi sembra di fiutare un odore di ceri, un odore di erbe scolorate e di violacciocche.

Qual è stata la settima chiesa? San Giovanni e Paolo presso l′Ospedale di marmo dove sono i miei dottori.

Che fa il Colleoni sul suo piedestallo? È coperto di sacchi. Ma le rondini gridano per lui su la piazza solitaria, ostinate come in un combattimento senza quartiere.

« Come sono stanca ! » dice la Sirenetta.

E la sua voce di bambina ebra d′aria salmastra e rotta dallo sforzo del nuoto, la sua voce di Bocca d′Arno, mi tocca il cuore d′allora.

Scivola sul cuscino che sta ai miei piedi. Posa il viso su le mie ginocchia.

Il viso è più stretto, il mento è più affilato. Le mie mani toccandola la vedono come se io fossi interamente cieco.

È piccola, stasera. È una povera piccola stanca, affaticata dalle tenebre e dal profumo funebre, bisognosa di riposarsi.

Le mie dita trovano il nodo dei suoi capelli e lo sciolgono, con infinita cautela, come se ella già si assopisse e io volessi rapirle un tesoro avviluppato.

Ella non si muove, ma io la sento sorridere fino alla cima dei suoi capelli sensitivi, che si spandono come se quel sorriso medesimo li avesse aperti, simile al soffio della primavera che improvviso apre un gran fiore sul far della notte.

Attimo misterioso come quello in cui il credente comunica col suo dio sotto una specie tangibile.

Un viso umano è di carne e d′ossa, forato dalla vigilanza dei sensi. Una capellatura è una massa viva che riempie la mano e pesa.

Ma questo viso non è se non un frutto aereo della mia anima, e questa chioma è simile a uno di quei sentimenti straordinarii in cui l′anima resta sospesa liberandosi dall′errore del tempo.

Queste ciocche odorano d′infanzia, come le ciocche del fiore di lilla odorano di annunziazione. Tante già ella ne aveva a cinque anni.

Allora, in una casa bianca sul mare, ella soleva apparire alla soglia della mia stanza per interrompere il mio troppo prolungato lavoro, quando il mio spirito era una lingua infaticabile di fuoco perpetuo, e la mia arte era per me l′essenza stessa dell′amore amato.

Appariva senza rumore, come uno di quegli uccelli che si posano sopra un ramo leggiero e aspettano che esso cessi di oscillare per intraprendere il loro canto.

La sua grazia mi toccava l′angolo dell′occhio chino su la carta.

Talvolta, per non lasciarmi sfuggire un′imagine repentina, non mi volgevo sùbito, ma la ritenevo tuttavia nella commessura delle palpebre come si ritiene una lacrima di dolcezza per prolungare la voluttà dell′istante in cui l′anima trabocca.

Ella sorrideva nella sua veste lunga come quella delle Infanti, e fin d′allora il suo sorriso traversava le onde de′ suoi capelli e ne divideva in due le cime, come il sorriso fende la bocca.

Quando il Soldano era fra le braccia della più bella fra le sue belle, se scoppiasse un incendio nella città di legno, una muta messaggera vestita di vermiglio appariva alla soglia della camera segreta.

Più cara che la più bella tra le belle m′era la mia arte. L′abbracciavo con un amore immemore d′ogni altro bene. Ma quella piccola messaggera senza parola m′annunziava un evento meraviglioso e lontano in cui io fossi per entrare come in una regione inesplorata di me. Memento vivere.

Le dita lasciavano la penna e palpavano la chioma infantile che pareva gonfiarsi di canto come la piuma dell′usignuolo.

Ecco, non ho più l′ansia del tempo.

Le mie mani non sono se non forme della mia spiritualità, come allora.

Il mio tocco è musicale e corrisponde con qualcosa di più profondo che la mia coscienza.

Il sorriso della creatura stanca e felice sembra immortale.

Come allora, conosco dove i suoi capelli qua e là si rischiarano; sento su gli òmeri le punte bifide, le cime bipartite.

Renata ha chiuso gli occhi. Le sue lunghe ciglia mi hanno sfiorato il cuore.

Io le dico: «Piccola, dormi?»

Ella si scuote e si solleva. Il suo viso nella capellatura profonda è come un Ave.

Ho ai miei piedi il più chiomato tra gli angeli di Melozzo, che mi porta la benedizione della sera.

Ella divide con me il pasto breve. Entrambi mangiamo con avidità gli aranci della fine già mondati, liberati della pelle e dei semi, tutta polpa sugosa. Ci dissetiamo.

Ora ella piega la testa, con quell′atto degli uccelli che stanno per nasconderla sotto l′ala. « Hai sonno, piccola ? » « Tanto sonno. »

Il cuore mi trema. Fino a oggi ella ha preso cura di me. Ed ora, ecco, io prendo cura di lei.

«Stenditi sul mio letto, e dormi un poco. »

«Se m′addormento, non mi sveglio più.»

« Io ti sveglierò. » Ella si alza a fatica, con tutto il corpo cedevole, e si appressa al letto abbandonatamente.

Si stende nel luogo che la mia sofferenza ha incavato, posa il capo sul guanciale delle mie notti insonni.

E un guanciale esiguo, men rilevato che il braccio dell′uomo quando fa sostegno al sonno su la terra nuda.

«Come puoi dormire così basso?» ella dice con la voce velata.

È il guanciale di pena, su cui per settimane e settimane ho tenuto il mio occhio nell′immobilità come su un mucchietto di cenere un tizzo vivo sotto il soffio continuo di un demone intento a levarne vampe e faville.

Io sono in piedi, ed ella è coricata. Sono presso al capezzale come ella era, ed ella è supina come ero io.

Ella dice: « Io non potrei dormire così. »

Non posso chinarmi su lei perché debbo sempre tenere la testa un poco rovesciata indietro quando resto in piedi.

«Vuoi un altro guanciale?»

Vado con passi cauti là dove dianzi ero adagiato presso la finestra. Prendo un cuscino, torno verso il letto.

Il cuore m′è gonfio d′una dolcezza così pura che mi sembra vi affluiscano insieme l′infanzia della mia creatura e la mia.

« Eccolo. »

Ella solleva la testa e io metto il secondo guanciale su l′altro. Mi sembra d′imitare il medesimo suo gesto pietoso.

« Va bene così? »

« Tanto bene. Grazie. »

La bontà è invertita. La sua bontà e la sua pietà riempiono il mio cuore. Ella ha ripetute le mie stesse parole, ha preso l′accento della mia gratitudine!

Di subito ella s′addorme, si rilascia. Non ode più. Respira appena.

È supina, ma il viso è volto a destra posato sui capelli, i piedi sono l′uno su l′altro, come quelli che un sol chiodo configge; e vedo la fibbia brillare.

Le braccia sono ripiegate verso l′alto come quelle delle vergini in attesa delle stimmate; ma le mani sono chiuse.

Ella dorme coi pugni chiusi, come quando era infante; dorme sul mio letto di pena come nella sua culla d′innocenza.

La veglio camminando piano da un canto della stanza all′altro.

Il mio passo è tacito. Ho i calzari di lana.

Ritrovo un poco della mia pieghevolezza dalla cintola in giù.

Tengo il torso rigido, il collo eretto, la testa riversa indietro.

Porto il mio occhio infermo sul mio viso incavato, come sul piatto della martire Lucia.

Se il piatto fosse pieno di sangue, o di lacrime, non ne cadrebbe una stilla, tanto è abile la mia cautela.

A ogni volta, passando davanti allo specchio, scorgo nell′ombra un estraneo dal capo bendato.

Quando m′accosto al letto, il mio piede si fa più lieve sul tappeto, come la zampa di un animale notturno che traversi una prateria.

I dottori m′hanno permesso di fare le volte fra le quattro mura, per conciliarmi il sonno che m′è nemico.

Mi arresto. La dormente sembra che non respiri.

È immobile nella sua veste bruna. Di qua e di là dalla faccia sono le sue pugna chiuse.

Un mazzo di rose rosse odora di serra in un vetro dorato: le rose di domani. Il silenzio è perfetto, eguale nella luce e nell′ombra.

Dove ho sofferto, dove ho sperato, dove ho disperato, dove ho lottato coi mostri, dove ho parlato con gli angeli, dove ho sanguinato, dove ho pianto, ecco, la mia creatura riposa.

Com′è piccola, stasera! Non pesa più della bambina moribonda che tenni su le mie braccia una notte intera.

È un ricordo che viene di lontano, come un′onda che il petto non basti a contenere.

La pietà, la disperazione, il terrore, il desiderio di dare il sangue e il soffio, l′attesa del miracolo, lo splendore fatale dell′Orsa, la Via Lattea prossima come un cammino che si biforchi dalla strada terrestre per salire a un altro dolore; e il movimento alterno delle forze sconosciute tra il monte e il mare, e il passaggio di un dio rapido che non ode la preghiera né guarda l′offerta, e il tremito invincibile della carne, e la volontà armata contro la morte.

Camminavo come ora, per una stanza più vasta, col medesimo passo cauto e pieghevole.

Da una porta aperta verso l′ombra, ove biancheggiavano un letto e una culla, andavo a una finestra spalancata verso le stelle.

Avevo su le braccia la creatura di pochi mesi, estenuata dal male, più pallida dei suoi lini, con intorno alle narici qualcosa di fosco che mi atterriva.

Incontravo la morte tra i due stipiti, incontravo la morte presso il davanzale. Fissavo contro di lei gli occhi duri e selvaggi di chi combatte.

Era una casa nella campagna di Resina, solitaria.

Era una notte di giugno.

Il vulcano da più giorni ardeva; e per la finestra apparivano i fuochi del cratere, le larghe fenditure infiammate, le lunghe colature roventi, la soprastante nube rossa di riverberi.

Il medico era partito, riponendo l′ultima speranza nel sonno come in un farmaco divino. La piccola aveva cessato di piangere e s′era assopita quando io l′avevo presa su le mie braccia e avevo incominciato a camminare piano.

Non sentivo il mio corpo se non in forma di cadenza.

Non mormoravo, non cantavo, quasi non respiravo, ma il mio passo imitava la cantilena, ma la piegatura de′ miei gomiti imitava la culla ondeggiante, ma tutte le mie membra obbedivano a una musica persuasiva.

I ritornelli della mia nutrice mi risalivano dal profondo e mi guidavano.

La mia bocca si ricordava d′aver succhiato una testa di papavero involta in una pezzuola molle.

I miei pensieri ondeggiavano senza fine tra l′ombra e il sonno, tra la vita e la morte, tra il lume del cielo e il fuoco della terra.

Andando verso la finestra udivo il canto dei grilli, udivo la bassa melodia notturna. Andando verso la porta udivo un battito cupo che mi pareva ignoto come le voci dell′ infinita vigilia.

E, per qualche tempo, nel rivolgermi, quel battito si faceva misura della melodia terrestre ; cosicché le onde del mio sgomento si disperdevano.

Ma alfine, giunto tra i due stipiti ove stava alzata la morte, udii il battito crescere e divenire terribile.

Lo spavento mi accelerò il cuore. Mi soffermai, perduto.

Mi parve che quei palpito orrendo si comunicasse a me dal corpo gracile della creatura morente.

Imaginai una febbre estrema, l′atrocità d′un′agonia subitanea che serrasse la piccola gola e non lasciasse più uscire né grido né gemito.

Mi chinai a guardare il viso estenuato, misi il mio respiro su quella bocca socchiusa.

Il viso era in pace, la bocca era tranquilla, la dolcezza del sonno riempiva le sue pugna chiuse.

II prodigio della natura si rivelò al mio cuore sospeso. A un tratto riconobbi il battito delle vene che gonfiavano le mie braccia stanche.

La più lieve insofferenza poteva interrompere il sonno miracoloso. Accettai il supplizio. Seguitai a camminare col mio passo tacito, portando la vita della mia vita.

La nutrivo della mia volontà, l′alimentavo del mio patimento.

Tutta la mia anima potente era tesa a sorreggere le mie braccia deboli, eppure sentivo la bellezza della notte come nel ratto di una ispirazione apollinea.

La cantilena paziente per tutto il mio corpo si mutava in ebrezza di canto. Il cratere affocato mi rappresentava il mito dell′Eterna Madre che tempra nel fuoco ruggente la carne mortale.

Il mio polso penoso misurava la poesia dell′universo.

E non ho mai più veduto con tanta ansia di felicità le stelle tremare e trascolorare al primo fiato dell′alba né ho mai riavuto in me la misura di quell′inespresso canto, fino a quest′ora che il mistero della bontà mi riconduce.

21 aprile 1916

È il venerdì santo. È il natale di Roma.

Tutti quelli che sono morti nella battaglia, tutti hanno dato la vita come prezzo del mondo.

Tutti quelli che travagliano e ansano per alimentare la battaglia, tutti danno la loro pena come prezzo del mondo.

Tutti quelli che patiranno combatteranno e morranno nella giustissima guerra, tutti patiranno combatteranno e morranno per il prezzo del mondo.

Su qual calvario è oggi sacrificato il Figliuol d′uomo?

Il Figliuol d′uomo è oggi per noi suppliziato sul monte selvaggio che ha nome da San Michele portaspada, sul monte delle quattro cime e delle quattro ire, nel Carso senza ombra e senza acqua. E per noi la bocca arsa dal fiele risoffia lo spirito e la speranza.

I fanti vi s′eternano. Li rivedo assalire le creste, soli con il baleno dell′acciaio e con lo sguardo della Patria. Li rivedo insorti contro il cielo tonante. Sembrano da prima sterpi e trìboli squassati dalla bufera. Poi diventano uomini irti. Poi diventano denti della roccia irosa. Mordono l′eternità.

Io ho le mie quattro croci fraterne.

Giuseppe Miraglia è crocifisso alla sua ala.

Luigi Bàilo è crocifisso alla sua ala.

Alfredo Barbieri è crocifisso alla sua ala.

Luigi Bresciani è crocifisso alla sua ala.

Io non posseggo i lini del discepolo da Arimatea né i balsami di Nicodemo. Ma ho dato a essi un monumento nuovo « dove niuno era stato ancóra posto ».

Il volto santo dell′amore e del dolore di mia madre è oggi velato dall′angelo col drappo violetto, per misericordia di me.

È il sabato santo.

D′improvviso il suono delle campane commuove in grandi onde il silenzio funerario, mentre io sono disteso sul letto, avvolto strettamente nel lino, fasciato come Lazaro, con un sudario sul capo.

Dopo aver tanto agitato la mia tristezza, ecco che le campane agitano la mia speranza.

Si compie oggi la nona settimana dal mio ritorno, dalla mia condanna, dall′inchiodamento del mio corpo nel buio. Un presagio della Sirenetta m′ha illuso. E nell′aria della Resurrezione e nell′aria dell′Ascensione non ci sembra tuttavia di sentir passare il soffio del prodigio?

Nessuna voce mi chiama perché io venga fuori, perché io sorga. Rimango immobile, dominando l′impeto di levarmi.

Il mio corpo si consuma stillante, straziato dalle trafitture degli aghi salutari.

Qua e là nei muscoli il battito intermesso delle fibrille mi dà non so che ribrezzo, quasi io sia abitato da una piccola bestia veloce che scorra perdutamente per le mie membra tentando con le zampe e col muso di aprirsi una via.

Il cuore sregolato mi pulsa nella gola, mi rimbomba nella nuca.

Pace, pace, pace. Ma il santo annunzio non placa i miei mali.

Non posso difendermi dalla tentazione di fare la prova. Libero a poco a poco il braccio dalle fasce, alzo l′orlo della benda che copre l′occhio leso, apro la palpebra.

L′ombra ostinata è là, senza mutamento. Il buon presagio è vano.

Per la prima volta m′è concesso di scendere nel giardino.

Un vigore fittizio mi solleva. Con un′allegrezza fanciullesca abbandono i vestimenti senili dell′invalido. Ridivento un Lanciere bianco.

Le mie brache di cavaliere, così bene aggiustate al ginocchio, ora fanno qualche piega. Con un palpito di speranza rivedo su le maniche della giubba le insegne del volatore, le ali d′oro arrossate dalla salsedine dell′Adriatico. Mi sembra di fiutare l′odore dell′altezza. Questi panni grigi conobbero l′azzurro di là dalle nuvole, rimasero sospesi a quattromila metri nel deserto dell′aria, contennero l′estasi di dedizione che parve fermar l′ala nel cielo di Trento ingombrato dalla tempesta e squarciato dai fulmini di due ire. I talismani erano nella tasca dalla parte del cuore: il vecchio anello di mia madre, che porta per gemma un piccolo teschio consunto fra due tibie, e la palla esplosiva che il 7 agosto si conficcò nel legno della carlinga in prossimità del mio gomito.

Sorrido udendo tintinnire gli speroni sfregati l′un contro l′altro da chi si curva ai miei piedi per affibbiarmeli. Non me li lascio mettere. Il cavallo non scalpita alla porta; né, ahimè, il velivolo marino romba alla riva sul punto d′involarsi. Sono un convalescente in pericolo.

Le ginocchia mi vacillano. Il cuore mi batte perdutamente. Sto per passare la soglia così a lungo vietata.

Discendo la scala con infinita cautela, portando l′occhio nel reliquiario del mio capo sollevato.

La Sirenetta è là pronta a sostenermi.

Ecco l′ultimo gradino.

Ecco la stanza terrena.

Ecco il bagliore verde dietro le vetrate coperte di merletti.

Ecco l′aria viva che, come una bevanda insolita, mi empie del suo sapore nuovo la bocca anelante.

Ecco il giardino, ecco le foglie, ecco i fiori.

La mia mano va alla benda. È una benda più severa del consueto. Non è bianca ma fosca. Non è di lino ma di seta. Il mio occhio è vestito a lutto, porta le gramaglie.

Con la sua grazia infantile la Sirenetta mi prende la mano folle, mi trae verso un rosaio educato su un alto stelo e mi dice: « Guarda questa piccola rosa. »

Mistero di un accento che può fare d′una fanciulla e d′un rosaio una medesima creatura!

Tenendo ella tra l′anulare e il medio lo stelo, la piccola rosa sembra nata nel cavo della sua mano, come nel principio di una metamorfosi primaverile.

Ella ha una veste rigata, bianca e verde, che sembra fatta a imagine d′uno di quei gattici argentini che da tutti i loro freschi ramoscelli tremano al vento dell′argine.

La piccola rosa è innestata in lei, è il fiore della sua tenerezza.

È così pura, così fragile, così delicatamente costrutta che non le si può paragonare una cosa corporea ma sol forse un pensiero casto e ineffabile.

Non v′è forma d′infanzia che l′agguagli.

Bisogna piegare i ginocchi e adorarla.

La sua perfezione è fugacissima.

Mi sembra di vedere i suoi petali schiudersi d′attimo in attimo.

In su la prima notte sarà già aperta e vana.

L′inerzia di tanti giorni m′aveva imprigionato nel senso della mia sola caducità tra cose inanimate. Ecco che riacquisto l′orecchio del poeta seduto in riva al fiume del tempo: riodo la melodia del perpetuo fluire.

La Sirenetta conosce minutamente la favola breve del giardino. Sa dov′è il bruco, dove la pecchia, dove il ragno, dove la cetonia, e quel che fanno.

Sa i rami malati, il numero dei bocciuoli ; quale sia in ritardo, quale sia per aprirsi.

Si lamenta del giardiniere pigro. Prende un manticetto e soffia una polvere salutare sopra un rosaio brulicante d′insetti verdicci.

Mi conduce con pietà incerta presso una grande rosa bianca a cui una cetonia divora il cuore profondo.

« Perché non la scuoti, non la scacci?» le domando.

« Oramai la rosa è perduta » ella risponde. « E se la cetonia non si Sazia di questa, va in cerca d′un′altra. »

Sento che la sua pietà si partisce tra l′insetto e il fiore, come quella del Serafico comprendeva l′uccello vorace e il verme beccato, il fuoco ardente e il vestimento arso, la carne inferma e l′erbe per guarirla premute.

Mi soffermo davanti a questo spettacolo di passione devastatrice.

L′insetto è confitto nella dolcezza del fiore con una fame che somiglia al perdimento e al rapimento.

È splendido come una lamina d′oro che trasparisca a traverso uno smeraldo levigato.

È una gemma stupenda e una forza selvaggia.

È immemore di tutto, oblioso d′ogni rischio, d′ogni sorpresa, d′ogni minaccia, profondato nel suo gaudio come in un delitto che non tema castigo.

Di nuovo sento, come nella prima giovinezza, quel che v′è di divino nella fame e nella sete.

Tutto il cuore della rosa è guasto e, tra una corona di petali ancora intatti, appare gialliccio come un resto di miele.

La piaga è nettarea, l′eccidio è soave.

L′amore insaziato ignora la colpa.

Chi si nutre di bellezza cresce in bellezza.

Vorrei indugiarmi per sorprendere l′attimo in cui la cetonia aprirà le ali fuori della sua armatura dorata e s′involerà lungo un raggio.

Il pomeriggio declina. Non v′è più bava di vento. Le foglie nuove respirano e sperano, le vecchie meditano e rammentano.

Una vasta fioritura di glicini, che copre tutto il muro sino al tetto partendosi da un ceppo simile a un groviglio di corde, mi dà imagine d′una rete ch′io vidi trarre al lido dell′Atlantico piena di vane meduse quasi violette.

Le rondini rissano e strìdono con furore, e soffro delle antiche trafitture come se mi passassero fuor fuore a saetta.

Vedo in un angolo due annaffiatoi capovolti; e, non so perché, mi danno il senso del silenzio, fanno una pausa negli stridi laceranti.

« Ecco il tuo lauro che parla » dice la Sirenetta.

È un alloro arrotondato sopra uno svelto stelo nudo, alto come un uomo.

Ha non so che aria allegorica ; sembra trapiantato da un verziere del sogno di Polifilo.

Non gli manca se non lo svolazzo d′un cartiglio avvolto a mezzo fusto.

La sua fronda è cupa, dura, fìtta, così che la Musa non potrebbe introdurvi la mano senza essere offesa dai margini taglienti.

E dalla fronda perenne sorgono a intervalli ritmici le fogliette nuove, così vivaci che sembrano lingueggiare simili a piccole lingue impazienti che abbiano « volontà di dire ».

L′anima fresca della Sirenetta ha subito sentito il ritmo senza suono.

Il lauro parla. Dice: « Per non dormire » ? o dice : « Per non morire » ?

Non mai tanto mi fu alieno il sonno, né mai in tanta morte ebbi tanta ansia d′immortalità.

Ho tuttavia un profondo canto nel cuore temprato.

Il sole tramonta di là dalla curva del canale che ora è verde come l′alloro parlante.

Le campane tacciono, ma l′aria sembra fremere nell′attesa del loro suono angelico.

Il mio occhio coperto è pieno di glicini luminosi; ma l′altro, disabituato, trasogna.

Fuori del tempo un′armonia lenta si svolge.

La casa di Corè non è se non una vasta ghirlanda sostenuta dalle teste dei. leoni chine su l′acqua.

Dal palazzo Dario alla Chiesa della Salute, il cotto e la pietra nel lume roseo si fanno quasi carnali.

Le facciate si appoggiano l′una all′altra, come donne reclinate l′una verso l′altra per non cadere, invase dal sùbito languore d′aprile.

Una grande barca nera, carica di solfo splendente, sospinta da lunghi remi, passa come un′apparizione di là dai millennii e dalla memoria.

Ha il timone antico dal largo assero, dalla lunga barra in pugno a un uomo che somiglia un timoniere fenicio.

Il solfo assume un tono indicibile entrando nell′ombra.

Quel giallo ha la potenza d′un tema inatteso che a un tratto sollevi fino al sublime una sinfonia decrescente.

Si fa in me uno strano silenzio.

Non odo più le rondini.

E il cuore mi batte nel timore che un rintocco interrompa questa tacita musica.

23 aprile 1916.

È la Pasqua di Resurrezione. È il Resurressi.

Un compagno di guerra m′ha mandato in dono una stampa del disegno sublime che Michelangelo fece per la Resurrezione con una penna strappata all′aquila di Giovanni il Prediletto. Resurgit et insurgit. Il Cristo titanico, avendo sforzato il pesante coperchio del sepolcro, tiene tuttora un piede nel sasso cavo. Ma con il capo levato, con levate le braccia, con l′impeto e con la rapina di tutta la sua passione, si scaglia verso il cielo.

Non era dunque abbastanza folle il mio cuore? Non era abbastanza precipitoso il mio battito?

Ci voleva questa imagine appassionata della potenza perché io sentissi più miseramente la mia meschinità ?

A me nessun discepolo ha dato un monumento nuovo. Son qui nei medesimi lenzuoli, nelle medesime fasce, nel medesimo sudore e tremore. Non sorgo.

Sconto l′indulgenza di ieri. Mi sento ancor più fiaccato, come dal colpo di grazia. Questa carne stracca non è tenuta insieme dalla carcassa ma dall′ira.

Vedo verde. Vedo nell′ombra le mie mani verdi. Tutta la stanza è verde come una pergola folta. E come se avessi la testa avviluppata nel lauro tondo che mi fosse divenuto tutto di vetro screpoloso.

È uscito dal sepolcro Oreste Salomone per venire oggi al mio capezzale?

E venuto all′improvviso, senza avvertirmi. Dalla soglia in calle fino a qui, su per le scale, di gradino in gradino, ha calpestato il mio cuore vuoto. È entrato come io entrai nella piccola stanza della Comina.

Che mi porta?

Mi getta su le ginocchia la testa forata di Alfredo Barbieri?

È più emaciato che allora sul lettuccio da campo. Gli occhi neri, ancor più larghi, gli mangiano la macie. La mia visione lo inverdisce come se fosse morto da quattro giorni.

Perché è venuto a spaventarmi?

Che è questo fardello che mi pesa su i piedi freddi?

Pellicciotto e casco e braconi e guanti.

Me lo riporta qui quel fante che non ha potuto ancóra ingoiare quel boccone di pan méscolo?

Plàcati, cuore. Lascia che io distingua i vivi dai morti.

Lascia che io riconosca quella voce che in quel meriggio di febbraio non mi parlava dal fondo del letto ma dalla profondità del sacrifizio.

Parlava basso. Anche oggi parla basso.

Son passate nove settimane o nove secoli?

Questo eroe ignora le sue trasfigurazioni in me incendiato. Se io gli dessi a leggere quel mio primo cartiglio sibillino, non comprenderebbe.

« O sorella, perché due volte m′hai deluso ? »

Viene dal riposo. Viene dalla convalescenza. Capua gli ha dato i suoi ozii e i suoi onori. Non è ancor guarito. L′angoscia di Gonàrs gli scava tuttavia lo stomaco. Nelle occhiaie cave gli occhi sono come oliati e mandano un lucore assiduo, quasi che si rifletta tuttavia in essi la rapidità della via celeste accesa dalle faville di sangue. E sono solitarii, fissi tra le ciglia senza battito. Sono solitarii come quelli che si allungano fra tempia e tempia dei martiri allineati nell′oro musivo della basilica di Ravenna. Tutto il rimanente è opaco e ritornato alla terra.

Ci sono azioni eroiche da cui l′eroe attonito è imprigionato per sempre.

Ecco un′aquila che porta ai piedi la catena e la palla di piombo.

Non so perché, sento che egli è per rimanere oppresso dalla necessità di superarsi.

E mi viene voglia di piangere con lui.

E lo vedo laggiù, esule nella sua terra, coi piedi confitti nella gleba non seminata, concentrare la disperazione dei suoi occhi di volatore nella vetta del Vùlture.

« Tornerò alla Comina fra due o tre giorni. Non son passato da Venezia se non per abbracciarti. »

« E potrai già ricominciare la guerra ? »

« Non ancóra. Ma comanderò il campo, aspettando. E tu ? »

Nelle mie imaginazioni egli guarda il suo Vùlture. E io sono alla foce del mio fiume, sono con mezzo corpo nel sabbione del mio fiume; e mia madre è là, accosciata, che pare vi prenda radice, che pare vi si abbàrbichi per sostenere tutta la sventura della sua gente e della sua contrada.

O madre, da che oscurità debbo io rinascere ?

I suoi occhi immobili sono senza risposta. La sua fronte china è remota come l′ultima neve della Maiella che sporge laggiù in forma di mamma.

Sono sfinito come se riavessi i due fóri nel capo e ripenzolassi nel vuoto, dal bordo della carlinga che vibra.

So che deliro, e dòmino il mio delirio.

Ho sete. Sono tutto sete e orgasmo. L′imagine del fiume mi supera, mi sommerge, mi corre sopra.

Dico all′eroe intristito che porta sul petto la zona di cielo gloriosa tra Lubiana e Gonàrs ridotta a una lista esigua di seta azzurra, gli dico: « Certe volte dispero di riprendere le forze, tanto mi sento esausto, come ora. L′occhio è perduto. Non importa. Basta uno. Il ciclope è prode in qualunque fucina. Ma se rimanessi invalido? se la devastazione del lungo supplizio fosse irreparabile? se fossi spezzato in due, come mi pareva d′essere iersera quando i miei cari aguzzini mi ricoricavano su questa graticola?

Dimmi tu se noi possiamo più vivere senza una ragione eroica di vivere. Dimmi tu se noi possiamo continuare ad essere uomini senza aver la certezza che l′ora di trasumanare ritornerà, Oreste. »

La parola mi si spezza contro il palato metallico. Rimastico l′acciaio. La sete mi urla dentro senza suono. L′imagine del fiume rifluisce, mi voltola, mi scroscia intorno.

« Invecchiato, curvato, spezzato, orbo, con le ginocchia vacillanti, con le gomita cigolanti, ecco che attendo fermo su la ripa del mio fiume. E quale è il mio fiume ?

Questo di cui ti parlo è il fiume eterno, Oreste.

L′ispirazione dell′eroismo soffia anche su gli invalidi, soffia anche su i tronconi umani, soffia anche su le carcasse impotenti.

Ti racconto una cosa grande, a te che dovevi ricondurre in patria il mio corpo sacrificato.

Siamo senz′ali. C′è una gloria dell′alto e c′è una gloria del profondo. C′è una morte bella e c′è una morte ancor più bella.

Questo che ti racconto è vero, ma lo voglio mettere fuori del tempo e fuori del limite.

Non possiamo più combattere? Io sono un contadino della Pescara, tu sei un contadino del Vulture.

Un contadino senza nome vanga dolorosamente il suo terreno povero su la riva del fiume. Il suo paese è in guerra. Il suo paese è invaso. Egli seminerà per la fame dei combattenti.

Fin dal mattino egli vede i suoi passare il guado, cercare lo scampo dall′altra banda per radunarsi e riordinarsi e riarmarsi alla resistenza.

Sopraggiungono gli inseguitori. Sopraggiungono i cavalieri minacciosi, e domandano al contadino che indichi il guado.

Egli si china su la sua vanga. Non risponde.

Rinnovano essi il comando.

Taglia la gleba. Non fa motto.

Allora lo pigliano, e gli legano le braccia dietro la schiena, e lo spingono alla riva, e gli dicono : « Passerai tu primo l′acqua, davanti a noi. »

Il punto del guado è quello.

Egli entra nell′acqua. Incomincia a piegare i ginocchi per mostrare che cresce l′altezza. Poi cammina coi ginocchi sul fondo. Poi s′accoscia e scompare. Sommerso resta. Lascia che sul suo sacrifizio oscuro e silenzioso passi il fiume della Patria.»

Di dove a noi viene questo silenzio ?

Scorre come quel fiume dove quell′uomo si prosterna.

A poco a poco il mio cuore si placa.

La mano del mio compagno è nella mia mano, posata su la proda.

« Che sono tutte queste liste di carta a fasci? » egli chiede vedendo sparse sul letto le foglie sibilline.

« Mi servono a scrivere nel buio i miei sogni, linea per linea. »

Egli si meraviglia : e nella meraviglia il suo sorriso trova una freschezza inattesa.

« E come scrivi ? »

« Così. »

Prendo la tavoletta, e la poso in declivio su le ginocchia leggermente sollevate. Prendo un cartiglio bianco, lo distendo, e scrivo, ripalpitando come quando feci la prima prova.

Seguono la mia mano gli occhi che videro Luigi Bàilo morente distendersi nella passerella tra i due serbatoi di rame e dalla celata di Alfredo Barbieri prono sul bordo partirsi la spruzzaglia miracolosa nella rapina del vento.

« Prèndi. Guarda se ti riesce di leggere quel che ho scritto. »

L′eroe prende il cartiglio, si alza, si accosta alla finestra socchiusa, fa l′atto di decifrare. Esita.

Da quali fosse, da quali tombe a noi viene questo silenzio?

Le sue mani tremano un poco, di sotto al suo profilo aquilino.

Legge, con la stessa voce velata che aveva su quel lettuccio da campo.

«Ma se ci fosse una morte anche più bella? »

O liberazione, liberazione, t′invoco nella mia sera senza Espero, t′invoco nella mia notte senza Orsa, t′invoco nel mio mattino senza Diana; e tu non mi sciogli ancóra!

O liberazione, liberazione, a te consacro queste mie bende intrise di sangue impoverito e di lacrime fredde, a te consacro questa mia pupilla che più non vede né veder vuole se non la cupa che in me suscito aurora.

O liberazione, liberazione, allontana da me la pietà di chi mi ama e l′amore di chi mi compiange, e questa musica, e questo vaneggiamento, e tutta questa mollezza che non vale il mio letto di paglia.

O liberazione, liberazione, vieni e scioglimi; vieni e rinsaldami le rotelle dei ginocchi e gomiti e i polsi; vieni e rinfondimi sale e ferro nel sangue; vieni e rifammi solo col mio fegato arido; e riscagliami nella battaglia.

 

 

 

 

PRIMA OFFERTA.

Ho gli occhi bendati.

Quando la Sirenetta s′accosta al mio capezzale

Un angelo o un dèmone della notte soffia su l′incendio chiuso del mio occhio perduto.

Chi ha rappresentato i ciechi come veggenti rivolti verso il futuro?

Non scrivo su la sabbia, scrivo su l′acqua.

Come il rapimento d′una melodia »

Il mio compagno è nell′isola dei trapassati, laggiù         »

Non è più un′apparizione; è una presenza continua

Ho messo la bocca nella pienezza della morte.

I giorni d′angoscia, le notti di veglia ritornano.

I grandi sprazzi di luce si succedono con una rapidità spasimosa

Una notte agitata.»

Entra Luigi Bresciani, uno degli amici più devoti di Giuseppe Miraglia

È il mattino stabilito pel gran volo

Renata prepara un altro mazzo di rose.

Su la fondamenta di Sant′Anna una folla di donne del popolo

Mentre scrivo nel buio, il pensiero mi si rompe

SECONDA OFFERTA,

Stanotte il letto oscilla e vibra come l′ala doppia tesa tra mare e cielo.

L′aria ridiventa di cristallo gelido »

Vólti vólti vólti, tutte le passioni di tutti i vólti

Avessi una tregua, come in quella notte dopo lo stormo

Tocco un altro silenzio.

Stanotte il dèmone prende il mio occhio acceso nella palma della mano e ci soffia sopra

Piove a dirotto, nella sera delle Ceneri.

La pioggia non cessa. La odo scrosciare sul giardino, su la riva, nel campiello, nella calle.

All′improvviso il vólto dell′amore si offusca, si smarrisce.

Gli orizzonti si sono avanzati come quattro barre

Perché voglio guarire? »

 Qualcuno nella stanza attigua legge         

Un sussulto più profondo che l′abisso dei miei stessi mali

Toglietemi da questa ambascia

Per viatico del cammino verso la guerra

Perché dunque volli portare anche una volta lontano il mio cuore lacerato?

Non ho mai avuto paura di soffrire.

Mi s′è rotto il polso.

Le mura di Pescara

Dico al dottore che m′interroga

La Sirenetta ha una voce che lenisce, che sopisce

« Sono arrivate le rondini » dice la Sirenetta

Mentre il mio corpo è lavato

Inebriatemi di musica.          

Ecco che io sono come all′inizio del dissolvimento.

I giorni passano, le ore precipitano

Il 27 dicembre, dopo la morte di Giuseppe Miraglia, venne a visitarmi Giacomo Boni.

Non so se io abbia più sete di acqua o più sete di musica

Oggi il dèmone ha spento i fuochi, e ha inventato un nuovo supplizio.

Oggi non ho più .nell′occhio il giacinto cupo.

È la mia magìa, questa?

Mi torna il ricordo di un altro canto

Ero nella casa d′Ilse, in una notte della invernale Parigi chime rica.

Le quattro assi sembrano più strette intorno al corpo.

Ho un desiderio così disperato di rivedere il cielo

Giorgio mi suona un′aria di Gerolamo Frescobaldi detta la Frescobalda.

Nell′insonnio il preludio di Alessandro Scriàbine mi passa e ripassa su la fronte

Eravamo là, cinquanta fanciulli (Alexander Skrjabin)

Lo zoppo dai piedi di bronzo (Al. Skr.)  249

Un pugno d′uomini (Al. Skr.)

Donna, resta con me, perché si fa sera.

Questa sera Scriàbine danza

Veggo visi attentissimi          »

È buio. È notte fosca.

Questo fiotto verde, che sgorga a quando a quando dal fondo dell′occhio

È venuto Guido Po.

Siamo pronti. Si salpa.

Lasciatemi vedere l′alba! Non mi farà male. Spalancate la finestra!

È venuto Umberto Cagni

L′urgenza dell′intima forza mi slega.

L′ammiraglio mi parla dell′ Isola

Morosina

Marinai! Marinai!

Chi non teme la morte, non muore.

O mio Maggiora, dove sei?

Anche un altro avrebbe pianto, forse di più : Giovanni Federico, il marinaio della terra di mia madre

Musiche incomparabili della guerra divina!

Quanta vita, quanta rossa vita è ancóra in me!

Tutto riarde. L′alba non ha più rugiade ma faville.

Il dèmone ha riacceso in fondo al mio occhio tutti i fuochi;

Cavalco attraverso le pinete già arse.

La moltitudine delle fiamme è schierata in campo

L′Oceano risoffia le sue raffiche fra duna e duna gagliarde.

Olocausto, la fresca vittima biancovestita e altocinta

Olocausto, Olocausto, ti fu sottratto il cuor dell′uomo

È ancóra il turbine funebre che risolleva la cenere morta?

Odo cantare le Fenici

TERZA OFFERTA.

Sonnolenza di calen d′aprile.

Essere un bel pino italico sopra un colle romano,quando la luna è colma

Tregua breve.

Non dormo. Non posso dormire.

Non mi sono assopito se non a giorno chiaro,

Mi sembra che non ho più stanza,

Mi sono svegliato all′urto del cuore scoppiante

La finestra è aperta

Quanti giorni al giovedì santo? »

Ritornano le apparizioni violette.

Dall′Alpe e dal Carso i fanti mi mandano i fioretti colti nella trincea

Nella piccola stanza dove ieri il mio quintetto di guerra sonava le vecchie e nuove musiche, oggi disputa un quintetto di medici.

Sono di nuovo immobile

Con non so che malessere, penso al pozzo roseo di marmo veronese

El-Nar, ardore pieghevole del deserto

L′allucinazione prende un rilievo di realtà

O malinconia, malinconia, di tanto lontano mi riporti quel che già tanto ti pesò?

O cessate di piagarmi...

La luna crescente è a sommo del cielo.

Se bene il rigore della disciplina orizzontale sia allentato

Che sono queste apparizioni titaniche in sfondi d′architetture fatte di rupi squadrate e sovrapposte?

Non ebbi mai tanto rammarico nello svegliarmi.

Prego uno dei sonatori che mi lasci vedere il suo violoncello.

Sono disteso davanti alla finestra.

Bellezza della notte, quante volte t′ho perduta!

È il giovedì santo.

È il venerdì santo.

È il sabato santo.

È la Pasqua di Resurrezione.

O liberazione, liberazione, t′invoco nella mia sera senza Espero

ANNOTAZIONE.

Questo comentario delle tènebre fu scritto, riga per riga, su più che diecimila cartigli. La scrittura è più o meno difforme, secondo la sofferenza del male, secondo la qualità, delle visioni incalzanti.

Nei mesi di maggio e di giugno dell′anno 1916 mia figlia Renata lavorò a interpretare gran parte delle liste, mentre in una luce modesta io scrivevo la Licenza aggiunta alla Leda senza cigno servendomi del medesimo accorgimento ma potendo di tratto in tratto con un′occhiata soccorrere alla dirittura.

L′interpretazione mi fu letta e poi – non senza mia riluttanza – fu data al mio editore che la stampò nell′autunno del medesimo anno. Comprendeva il testo di questo libro fino all′episodio dei soldati ciechi nell′ospedaletto da campo, alcuni altri frammenti della seconda parte e tutta la passione della settimana santa, sino alla fine.

Per il resto le difficoltà del decifrare e dell′ordinare si presentavano così gravi che scoraggiarono la pazientissima copiatrice. Le liste, sfuggite ai fermagli, s′erano confuse. Molte, scritte nelle ore della peggiore ambascia, contenevano due e perfino tre righe intersecate o sovrapposte. Altre – come, ad esempio, quelle che figurano le apparizioni del volto di mia madre erano state consegnate di nascosto alla mia fedele infermiera con l′ordine di custodirle a parte e di non mostrarle ad alcuno.

Io stesso oggi stento a rappresentarmi le vicende di quel mio sforzo: le ispirazioni subitanee, le interruzioni brusche, le riprese agitate. Il getto era distrutto dalla minima pausa. Se per un attimo la mano s′arrestava, le masse mentali incandescenti crollavano, e sùbito nuova materia e nuovi aspetti subentravano impadronendosi della mia attenzione.

Per più settimane,, mentre stavo supino in veglia, mentre soffrivo senza tregua l′insonnio, io ebbi dentro l′occhio leso una fucina di sogni che la volontà non poteva né condurre né rompere. Il nervo ottico attingeva a tutti gli strati della mia cultura e della mia vita anteriore proiettando nella mia visione figure innumerevoli con una rapidità di trapassi ignota al mio più ardimentoso lirismo. Il passato diveniva presente, con un rilievo di forme e con un′acredine di particolari che ne aumentavano a dismisura l′intensità patetica. Si comprende come il pericolo della follia fosse di continuo sospeso snl mio capo bendato. E si comprende come la volontà di esternare tanto tumulto fosse per me un tentativo di salvazione.

Quando le insistenze della mia gente si fecero ancor più vivaci per indurmi a trascrivere le liste che io soltanto potevo decifrare o divinare, crebbe la mia ripugnanza a mettere in balìa degli estranei una parte di me tanto oscura. Né avrebbe retto a una fatica così minuziosa l′occhio che mi rimaneva, turbato e tormentato tuttavia dall′infermità dell′altro non compita.

Inoltre la mia tristezza si faceva più selvaggia come più le notizie della guerra mi giungevano frequenti recate dai miei compagni anelanti che odoravano di battaglia come il beccaio sa di sangue e il falciatore sa di fieno.

Le giornate di Santa Gorizia mutarono ogni ansia e ogni impazienza in una disperazione risoluta. Seppi allora quel che significassero le parole di Michelangelo: «Non nasce in me pensiero che non vi sia dentro scolpita la morte. »

Non riescii a dominare me medesimo se non promettendo a me di vincere tutti gli impedimenti per restituire alla mia volontà l′ala che gli era propria.

Stavano contro di me i pronostici della sapienza e le apprensioni dell′affetto. Dichiaro con orgoglio e con gratitudine, dinanzi alle figliuole alle sorelle alle madri dei combattenti, che nella lotta ebbi alleata intrepida la creatura del mio sangue. Ella conosceva la mia necessità vitale; e sapeva come il pericolo che io portavo in me fosse più certo di quello ch′ero per incoutrare. Insorse contro i divieti, e dell′altrui stupore seppe sorridere.

O giornata di Parenzo, pomeriggio di settembre e torbo e chiaro, con qual segno ti segnerò nella mia tavola votiva ?

Conducevo il secondo gruppo dei bombardieri navali. Luigi Bologna, che era di nuovo il mio pilota, conosceva la mia prova e la secondava maschiamente, con un cuore senza fenditure. Il bordo della carlinga, su la mia destra, era libero a disegno. Avevo preso tra le mie gambe una giunta di quattro bombe in gabbia, da lanciare a mano: e avevo messo contro l′altimetro il pronostico della cecità subitanea.

A partire dai duemila metri di quota, feci alternativamente l′osservazione oftalmica e la fumata per tenere il gruppo riunito dietro la mia fiamma blu.

A tremila metri, il monòcolo vedeva. A tremila e duecento metri, vedeva. A tremila e quattrocento metri, vedeva,pur con l′uno ».

Il pilota si voltava a ogni tratto verso di me con un cenno. Con un cenno gli davo il risultato dell′osservazione. Dialogo indimenticabile dell′amicizia guerriera nella grande altezza dove non può sopravvivere nulla che sia meschino o timido.

Il gruppo di testa nella foschia aveva deviato verso Bovigno. Arrivai primo su la piazzuola della batteria antiaerea. Ridussi la quota d′attacco. Luigi Bologna calò a mille e seicento metri, con una manovra della più ardita eleganza fra zona e zona di tiro. Nel brusco cangiamento di pressione, vedevo ancóra. Tolsi le spine dalle mie bombe da gamba, e cercai di ridurre al silenzio il nemico e la mia sorte. In quell′epoca non avevo ancor ritrovato il grido primitivo della mia razza che ha sostituito agli schinieri di bronzo le gambiere di lana; ma il mio braccio levato avrebbe potuto cogliere una stella dall′empireo, tanto lo trasumanava l′allegrezza.          

Quando calammo nel canale di Sant′Andrea e rimontammo lo scvolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all′apice delle loro ali.

Ero rinato.

La data della mia rinascita è il 13 di settembre 1916. E fui ben ribattezzato nel mare di bile.

Intumuit mascula bilis. E poi vennero le giornate del Vallone, di Doberdò, della quota 265, del Veliki, del Faiti. La necessità di portare la benda m′era ingombrante e fastidiosissima nel servizio aereo. Mi tenni per qualche mese alla terra. Nel Carso scabro calcolavo male le ineguaglianze del terreno. Nelle petraie affilate, nella mota rossa delle trincee e dei cammini coperti, mentre mi sforzavo di ristabilire continuamente l′equilibrio laterale su le mie grosse scarpe chiodate, ripensavo a un vecchio motto italiano che pareva convenisse alla mia fatica: « Senz′ali non può ». Cadevo e mi rialzavo. Una sera giunsi dal Faiti al Vallone con l′anca e le ginocchia insanguinate. Ripartii con un piccolo fante ignoto che mi teneva per la mano. E colui che nel tempo della viltà aveva cantato gli eroi, quel medesimo nel tempo della virtù, fu celebrato da un eroe con un canto vendicatore.

Lugubre era la macchia giallastra che occupava il mento la bocca il naso di un qualunque volto da me fissato. Quando nell′imminenza dell′azione mi accomiatavo da un compagno che andasse al pericolo per un′altra via, vedevo nella sua faccia il giallume foriero del dissolvimento; e non sapevo difendermi dal presagio sinistro. Ma sul far della notte la macchia si cangiava in anelli di luce, in aureole fluttuanti. Così una volta m′avvenne di chinarmi a sera verso un ferito che avevo salutato il mattino soffrendo di quel tristo segno. Mi tolsi l′elmetto e gli vidi il mio nimbo intorno al capo glorioso.

Quel nimbo è rimasto per sempre intorno al capo di mia madre, intorno alla sua santificata bellezza.

Ella non cessava di apparirmi all′inizio di ogni azione e al colmo. Non aveva più quel viso di tremenda desolazione che m′aveva fatto tanto soffrire nel supplizio supino. Aveva il viso fermo e coraggioso dei suoi anni adulti di sventura e di lotta.

Una sera di novembre, la sera di San Carlo, dopo le due vittorie su i due calvarii, nella dolina della Bandiera, nel cenacolo della cavema dove a mensa eravamo per celebrare in ritardo la pasqua dei morti, dal colonnello Perris fiore di prodezza e di gentilezza ebbi in dono un mazzo di rose rosse che un fante ignoto gli aveva portato di non so dove, attraverso i carnai e i deserti, per la festa del suo nome. Fu come il miracolo del sangue. Stavamo attoniti e muti, quasi che non avessirno mai veduto una rosa fresca. Allora nel fondo buio della caverna mi apparve mia madre ridivenuta spiritualmente bella come di là dalla morte.

Era una sera di gennaio – il 27 gennaio 1917 – Quando un mésso di Luigi Cadorna mi recò l annunzio fùnebre al letto dove m′aveva coricato una gran febbre. Mi alzai. Mi avvolsi nelle mie pellicce d′aviatore. Partii. Rifeci nella neve nel ghiaccio e nella febbre il viaggio di Quel marzo d′esilio. Rivalicai il Tronto. Rividi le foci dei piccoli fiumi. Rividi per la strada litorale i bovi, i carri, l′asinaio dietro il suo somiere. Ripassai sotto l′arco di mattone. Spinsi la mia porta socchiusa. Fiutai l′orribile odore dei fiori. La scala n′era piena. La prima stanza n′era piena. Là era la bara.

Nelle mie notti di espiazione non avevo contemplato « la morte vestita di non che celeste pudore », non avevo pensato all′arte di quel dio che nel dì novissimo a rimodellerà i volti dei suoi eletti a simiglianza della sua bellezza recòndita

Ella era anche più bella che la sua apparizione nella caverna, più bella che qualunque creatura umana da me conosciuta nei miei anni. La sua faccia era rimodellata secondo i lineamenti della sua anima. La sua anima non poteva essersi partita. Era tuttora accesa alla sommità del suo corpo consunto, come quelle fiammelle in cima a quei ceri. E la sua consunzione non era disfacimento. Dopo più di tre giorni, non dava alcun segno o sentore d′impurità. Era conservata dall′aroma del suo cuore.

Il popolo inginocchiato credeva alla santita, credeva al prodigio.

Su la fine del quinto giorno, la salma esposta nella chiesa, tuttora scoperta agli occhi del popolo che non si saziava di rimirarla, appariva immune dal fato carnale. L′« amore senza figura » e la « bontà senza figura » del Mistico avevano assunto quell′aspetto al limite dell′eterno. Così la morte non era più un passaggio oscuro tra due luci, ma era la congiunzione chiara di due luci. Tale fu poi per me, da quel punto.

La chiusura della cassa, la discesa nella fossa, il rito del seppellimento non mi parvero se non una imposizione della consuetudine. Drizzammo sopra il tumulo di zolle una rozza croce fatta con la rosta maestra e col baglio di un nostro vecchio trabàccolo: una rozza e nera croce incatramata.

Ma taglieremo nella pietra delle nostre montagne le statue atlantiche delle nove Muse ammantate, che sotto le grandi pieghe colonnari soffrano la passione della bellezza futura; e le drizzeremo a sostenere il sacrario rotondo ove sarà traslatata l′umile eroina. Ed ella mi prenderà nella medesima area. Ecco prenderà quel che di me perisce e quel che di me non muore.

Le debbo, nella più dura guerra, altissime ore di perfetta pace. Abolito il trànsito oscuro tra le due luci, la dipartita verso ogni più disperata impresa era il principio di un′estasi non paragonabile se non a quella dei rarissimi spiriti che si lanciarono e arrivarono all′apice mistico della vita.

O rotta notturna di Pola! O notte francescana di Cattaro! Passaggi d′oltremare a sciogliere un vóto di continuo rinnovato!

È scritto in uno dei mici libri di bordo: «Ho in me tanta pienezza di vita che, quando mi sporgo dalla prua, mi sembra di traboccare ».

Venne il vasto sforzo d′ali, nel maggio seguente, sopra l′assalto delle fanterie; e il dominio acquistato nel cielo dell′Hermada, e la Pentecoste luttuosa del Timavo. E vennero poi gli altri nomi incisi nella tavola votiva: Cielo dell′Alto Adriatico, Cielo carsico. Bocche di Cattaro, Baia di Buccari, Bombardamenti diurni di Pola, Cielo di Vienna, Cielo del Piave, Marcia di Ronchi, Presa di Fiume, spedizione di Zara, Difesa di Fiume, Ritorno al silenzio e alla solitudine.

Avevamo ripreso le armi dopo l′armistizio ingiusto. Solo col fiore dei combattenti, avevo cacciato dalla città del Carnaro la ladrerìa dei Serbi e l′insolenza degli Alleati. Nel luogo della città di traffico avevo fondato una città di vita per riaccendervi i fuochi che s′erano estinti su gli altari della Patria e per risollevarvi le imagini della Vittoria e della Grandezza ch′erano state abbattute nel fango pingue di Roma.

Perché la città di vita non fosse disfatta nello spazio spirituale dove io avevo alzato le sue torri e i suoi fari, era necessario che il sangue fraterno fosse versato. Era necessario che tra l′Italia nuova e la vecchia Italia fosse posto il delitto inespiabile, fosse scavata la fossa insuperabile. Era necessario testimoniare, con le ferite con le morti con le rovine, che l′Italia nuova respingeva per sempre ogni conciliazione e ogni contaminazione.

Così volli e così feci. Questa tragica volontà di sacrifizio mi varrà sopra le generazioni che verranno. Il dramma del Carnaro non è se non il dramma di tutta la Patria.

Nel tumulto aperto non ho mai pensato meno altamente che dentro il mio spirito chiuso. Un Bonaparte ben sapeva che «il coraggio viene dal pensiero ».

Perciò ho potuto vincere le mie ripugnanze e consentire a compiere l′interpretazione di queste foglie sibilline, benché io non abbia del tutto risolto in me il dubbio se non fosse stato meglio abbandonarle al vento disperditore.

« Queste foglie poneva in su l′altare; e, se ′l vento le spargeva, i suoi detti non avevano virtù né efficacia; ma, quando stavano immobili, avevano virtù ed efficacia. »

Io non le pongo su l′altare frequentato. Rientro nella mia casa deserta dove mia madre, da che s′ebbe tolto il suo calzare bianco di sposa, non lasciò mai che il fuoco si spegnesse nel focolare ma ogni notte rinnovò l′arte di disporvi sotto la cenere un tizzo che durasse fino al nuovo giorno. E questo sapeva tutto il popolo, e tutto il popolo ne ha memoria.

Rientro nella mia casa; passo di stanza in stanza; salgo i tre gradini, e penetro nella quinta. Il vasto letto la occupa, dove fui concepito e generato, dove ben nacqui. Sopra il capezzale che tenne il santo volto di mia madre trasfigurato in perpetua bellezza, pongo le foglie della mia passione e della mia devozione perché vi rimangano immobili.

Dolorosissimo fu il mio sforzo d′interprete e di trascrittore. Troppo spesso mi pareva di riaprire le mie intime piaghe e di lavorarci dentro coi ferri esatti. Troppo spesso mi pareva che i potenti fantasmi mi saltassero alla gola e mi soffocassero. E, per non poter vincere un orrore quasi corporale, ho tralasciato e abbandonato più d′un fascio di liste.

Ma come qui l′aspirazione è illuminata dalla divinazione! Inerme lo spirito sembra già osare quel che poi oserà armato. Sorgono dal silenzio parole che poi m′avverrà di sentir risalire alle vive labbra esortando compagni e seguaci.. E in una delle mie imaginazioni musicali non vibrano le « tre tavole di ponte » dove poi si serreranno i Trenta di Buccari! E nel giro della strofe notturna non ritorna quella cadenza che sarà la legge ideale del combattente rientrato nella « fucina dove si fonde la sostanza nuova ».

E v′è una sola costellazione

per l′anima sola:

la Buona Causa.

E in quella invenzione del fiume e del guado, condotta a consolare me stesso e l′eroe ribadito alla terra, non è quasi un presentimento di quella riva dove poi piantammo la vittoria a mutilata e sanguinosa contro l′invasore

Non vana era la tristezza di quel colloquio pasquale tra l′eletto della gloria e il deluso della morte. Rividi Oreste Salomone laggiù, sul campo di Puglia, alla vigilia del bombardamento di Cattaro. Era venuto seguendo la sua ansia di ridonarsi, perseguitato e attraversato dai sedentarii. Mi chiese ch′io lo prendessi nel mio equipaggio, anche in luogo del mitragliere su la torretta di poppa. Non riesca a superare gli impedimenti opposti. Rimase crucciato e umiliato a terra.

Poi, una notte, in una prova di volo a lume di stelle, appunto con uno dei miei fedeli di Cattaro, col lanciere bianco Mariano d′Ayala, scendendo al campo di Padova, per un errore manuale perse la vita. E con la sua vita restò mozza la cima di un bell′albero.

Accendetegli ogni anno un fuoco sul Vùlture!

A una a una cadono le ultime aquile della inattaglia. Nel medesimo fondo di laguna dov′era precipitato Giuseppe Miraglia, in un mattino placido dello scorso settembre anche Luigi Bologna si spezzò le ali e le ossa. Nella medesima camera funeraria, all′ospedale di Sant′Anna, dove insieme avevamo vegliato il nostro compagno della prima guerra, io sollevai il lembo della bandiera per riconoscere quel viso forte che nella giornata di Parenzo s′era voltato verso di me con un cenno non dissimile a quello dell′addio.

E l′altrieri il mio pilota degli estremi ardimenti, il pilota della prima squadriglia navale di Siluranti aeree, il pilota della squadra di San Marco, quello del mio bel SIA 9 B sparvierato. Luigi Garrone, cadde in vista di quell′Isonzo che più non trascina al mare corpi d′uccisi ma speranze disfatte.

E non rivedrò quel suo pallido viso malaticcio sotto i capelli lisci e quei suoi pallidi occhi riflessivi e tutta quella sua fragilità quasi feminea che chiudeva come in una guaina di vetro la lama della sua energia. Ma ben lo rivedo in quella grande impennata repentina contro il sole, nel cielo del Grappa, fra le quattro granate esplodenti in capo in coda e alle ali del nostto « sparviero ». Ma lo rivedo nel ritomo dai bombardamenti e dalle esplorazioni lungo il Piave, quella sera che sul campo di San Nicolò non erano ancóra accesi i proiettori, quando ci schiantammo in perdizione contro la pista di cemento e restammo incolumi nello sfasciume. Lo rivedo, nell′offensiva d′ottobre, in una delle nostre due partenze cotidiane, quando l′apparecchio carico di bombe impazzato su la pista perfida non obbedì al richiamo e andò con tutto il carico a urtare contro il terrapieno d′una batteria e si sfasciò miracolosamente senza esplosione, e io pur nell′urto udii l′urlo spaventoso dei miei uomini di manovra adunati per l′alalà e volgendomi li colsi tutti con le mani su gli occhi in un gesto d′orrore, e mi ritrovai nel cerchio della mia mitragliatrice intatto accanto al compagno che sorridendo si toglieva dalla gota magra un briciolo di terra e un filo d′erba.

Nel medesimo giorno, tre anni dopo, forse alla medesima ora, lo abbandonava la fortuna. E in un luogo di memoria eroica svanita, in un luogo senza genio, s′abbatteva il suo sprezzante eroismo.

Di méta in méta, di morte in morte. E più oltre.

Mentre in tristezza io trascrivevo l′esempio del contadino innominato che entra nel guado e s′inginocchia in mezzo alla correntia e sacrificandosi incide il suo sacrifizio nell′acqua, dentro la basilica di Aquileia una madre dolorosa sceglieua tra le undici bare innominate quella che sta per discendere nel monumento.

Nella mia imaginazione la vedevo simile a quella Maria della cripta che con le divine mani scarne regge il dolore di tutte le creature acceso nel suo capo come in una lampada sempiterna. Quanti secoli di sventura nostra, quanti secoli italiani di patimento e di pazienza, quanti secoli d′iniquità e di servaggio in lei piangevano?

E perché il feretro del Grande Offeso non era ammantato dalla bandiera del Timavo, da quella che io custodisco, da quella ohe fu chiamata « il sudario del sacrifizio » e «il labaro del fante », da quella che fu distesa sopra le casse dei miei morti di Fiume allineate in terra!

Prima v′era rimasta effigiata l′imagine di un solo eroe morto; ma ora v′è l′imagine di tutti i morti, ché tutti quelli che sono morti per la Patria e nella Patria si somigliano come Giovanni Randaccio nella sua arca di macigno somiglia al fante ignoto raccolto fra quattro assi.

Anzi egli oggi si toglie dal capo il suo cerchio di gloria e lo rinunzia al senzanome. Così, quando viveva in terra, per umiltà verso i mille e mille eroi ignorati volle un giorno togliersi i segni azzurri dal petto; e io l′imitai.

I miei stanotte li ho dati alla fiamma.

O Aquileia, il tuo antiste, quell′uomo puro che il Signore pose alla tua guardia, non vide mia madre scendere sopra i tuoi cipressi in aspetto di colomba color di neve!

Me lo disse. Era il 15 maggio 1917.

Anche la basilica aveva avuto la sua ferita. Aveva veduto il cielo di Dio attraverso lo squarcio. Le schegge della travatura il calcinaccio il vetrame ingombravano il pavimento romano. E un altro dolore s′aggiungeva al dolore del Cristo scolpito da quel soldato ch′era rimasto quattro giorni sepolto sotto le macerie ed era risorto quatriduano come Lazaro.

Mi avviai al camposanto. L′arca di Giovanni stava lungo il battistero ancor vuota e negletta. Dietro gli antichi cipressi fogliavano i giovani allori; e nel muro di cinta, che guarda la campagna, ringiovaniva anche l′edera tenace.

Declinava il giorno. Tonava il cannone a Monfalcone e per tutta la chiostra. La caligine e il fumo celavano i monti dell′ira. A poche spanne dal muro, tra ripe erbose irte di salci, fluiva quella chiara Natissa dove furono annegate le quattro martiri di Cristo Eufemia Dorotea Tecla Erasma.

Le ripe erano dipinte di fioretti e bianchi e gialli. Lungh′essa la striscia d′erba era una banda di suolo arato; e i solchi seguivano il corso del fiumicello a paro a paro. Le rondini, volando basso, parevano imitare l′opera del vomero. dittavano un grido, si rivolgevano e celeri sema aratro aravano.

Dietro di me tacevano i sepolcri, come chi tace trattenendo il respiro. Allora un usignuolo del vespro intonò la sua ode sopra le ombre che s′allungavano.

E vidi allora venire per la ripa un soldato grigio, più povero del Poverello di Dio, coi piedi ignudi negli zoccoli, con i calzoni laceri ai ginocchi, con la giubba logora ai gomiti. Pareva d′un sol colore, tanto i suoi panni arieggiavano la sua macilenza. Bianco era il capo fasciato.

Portava egli una rezzuola appesa a una pertica con quattro staggi.

E scelse il suo luogo, e si fermò; e calò la rete nella Natissa; e stette col povero viso chinato verso l′acqua, senza fiatare, inconsapevole che quell′acqua fosse santificata da un martirio antichissimo.

Ma forse lo sapeva il suo cuore.

Tecla Erasma Eufemia Dorotea pregavano per lui.

L′acqua era chiara sotto la ripa destra ed era bronzina sotto la ripa sinistra, verde come il bronzo delle porte sacre. E gli oppii potati avevano su i rami tozzi le foglie nuove, simili a candelabri difformi che attendessero i ceri votivi per illuminare la corrente del martirio. E le rondini seguitavano ad arare; e, come la terra si faceva più bruna, la rischiaravano col baleno bianco dei petti.

Il pescatore stava là immobile, con la pertica in mano, fiso all′acqua, paziente; e non prendeva nulla.

Erasma Eufemia Dorotea Tecla pregavano per lui.

Si riscosse; tolse dall′acqua la rezzuola vuota: camminò a ritroso; scelse un altro luogo; abbassò gli staggi; rindossò la sua pazienza; e attese.

Nessuna voce divina gli aveva detto: « cala di nuovo la tua rete. Non disperare. »

A poco a poco tutti i romori si quetavano. Il rombo del cannone laggiù era come il mùgolo sordo del temporale. Da ciascuna tomba saliva una colonna di silenzio gloriosa incontro al primo lacrimare delle stelle.

L′ode dell′usignuolo accompagnava quell′ascensione con una forza di rapimento più impetuosa che il delirio solare dell′allodola.

Cantava la morte, cantava la vita. O mors, ero mors tua.

C′erano dietro di me due tombe di giovinetti a me familiari, due primizie dell′offerta: la tomba di Lapo Niccolini Alamanni e quella di Corradino Lanza d′Aieta. Colsi una foglia vecchia di lauro e una novella; e le ruppi come se seguissi un modo rituale. La vecchia aveva un profumo più forte; ma la novella, umida di linfa, prometteva l′acqua che disseta le alte ansie.

Non potevo più partirmi. Annottava. Le rondini avevano cessato di arare. Tra i cipressi neri la basilica latina s′era fatta di color ferrigno come vestita di tutt′arme, e della sua ferita diceva: « Non dolet. Non duole. »

Nulla della sua diceva il fante ignoto. Ma le braccia cominciavano a tremargli.

Levò la rete dall′acqua. Posò la pertica su l′erba. S′inginocchiò e si sporse per bagnarsi le mani.

Allora la campana della torre sonò l′avemaria. Per un poco la preghiera dominò l′inno. Poi parve che l′usignuolo raccogliesse l′ultimo tremore del bronzo solenne per assalire il cielo con una più veemente melodia

Il povero pescatore s′era segnato in croce; poi s′era tolto gli zoccoli e s′era messo a sedere sul coi poveri piedi penzoloni che sfioravano l′acqua del martirio.

Dorotea Tecla Erasma Eufemia pregavano per lui

Stava egli a capo chino; e aveva a sinistra il suo paio di zoccoli, a destra la sua rezzuola vuota. E gli strappi lasciavano scorgere l′osso de′ suoi ginocchi.

Alzò la faccia verso il canto della creatura di Dio.

Si prese tra le palme il capo fasciato, e alzò verso il canto una faccia scarnita che certo somigliava quella del Poverello di Dio nella grazia del ratto.

Quale angoscia gli sorse dalle sue viscere d′uomo e gli oscurò quel bene raggiante?

Di nuovo si prese tra le palme il capo fasciato, come se la piaga gli si fosse riaperta. E richinò la faccia verso l′acqua del martirio. E pareva che piangesse.

Allora vennero per l′acqua le quattro martiri, e gli baciarono i poveri piedi.

Stanotte quel fante senza nome e senza tomba era con noi nel trivio, dove gli avevamo acceso il suo fuoco,

Era d′un sol colore, quel Poverello d′Italia, come se il suo Dio l′avesse rimodellato nella creta del Piave. E d′un solo splendore era la fiamma.

Avevamo fatto un letto alla brace con cinque pietre m tondo. Un contadino del poggio e il suo figliuolo giovinetto aiutavano a mettere fastello su fastello. Bruciavamo l′ulivo il carpino e il cipresso Ma io avevo collocato nel cavo, tra le pietre, un buon tizzone di quercia, in commemorazione del mio focolare.

Stavamo intorno accosciati, in silenzio.

Solamente il soldato e la fiamma stavano in piedi.

La fiamma era bella, e il soldato era di là da ogni bellezza con la sua divina miseria.

La fiamma ruggiva, e il soldato serrava le labbra.

E tutti i fuochi della mia cecità inaridita e sterilita non mi diedero mai tanta passione quanta me ne dava quel fuoco in terra.

Come i fastelli si furono consumati ed ebbimo attorno attorno raccolti i sermenti e gli stecchi per tutto ardere, io presi la mia bracciata di lauri e la gettai su la brace.

Restammo là sospesi a guardare, ad ascoltare.

Il lauro minacciò qualche cosa. Poi divampò come un′ira magnanima.

Fummo tutti splendenti di lui, tutti abbagliati da lui, rapiti da lui.

Ora l′ignoto non aveva altro corpo se non quello.

E la voce che aveva chiamato Lazaro, quella medesima voce disse al misero che aveva gettato invano la sua rete nella corrente del martirio: « Non temere. Da ora innanzi tu sarai prenditore d′uomini vivi, o spirito. »

Poi, quando anche l′ardore del lauro fu consunto e la mia gente si fu allontanata e il trivio fu deserto, io ritrovai l′arte di mia madre nel porre sotto la brace il capo del tizzo.

 

«Suso in Italia bella» 4 novembre 1921.
G. d′A.

 

Disegni del piceno De Carolis 1917

Adolfo de Carolis Montefiore dell'Aso, 6 gennaio 1874 – Roma, 7 febbraio 1928

Note

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[1] ralinga: cavo di rinforzo cucito ai margini della vela.

[2] camauri: berretti di lana che coprono  la testa fin sotto le orecchie.

[3] grandeva: antenata che ha una lunga età. Cibele: antica divinità anatolica, venerata come Grande Madre, dea della natura, degli animali e degli uomini.

[4] dendrofori:coloro che portavano rami di alberi sacri durante le dendroforie, festività in onore di Cibele

[5] accoratoio: ferro di forma particolare che serviva per ammazzare i maiali.

[6] rosta: finestra a ventaglio sopra gli usci delle botteghe.

[7] vetrici: piante di luoghi acquitrinosi.

[8] strige: uccello notturno.

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Ultimo aggiornamento: 21 febbraio 2012