Gabriele D′Annunzio

Primo Vere

ed. Napoli 1907

Edizione di riferimento

Primo Vere, liriche di Gabriele D′Annunzio (Floro) Salvatore  Romano, Editore Piazza Cavour , 15 Napoli 1907 – Stab. Tip F. Lubrano Napoli

Note di Giuseppe Bonghi - 2012

Miki, Musis et paucis amicis

haec Calliope, non haec mihi dictat Apollo :

ingenium nobis ipso puella facit

Properz. lib. II. el. I. v. 3.

Praeludium

Cinto di fiori e d′erbe gemmanti di fresca rugiada

l′aprile noro mite a la terra ride.

Scossa da ′l vento molle la solva de′tigli frondosa

dolce sussurra come falange iblea,

mentre da ′l crine d′oro, da ′l volto di rosa l′Aurora

a ′l curvo aratro vigile, i bovi chiama.

Ecco: la notte fugge: su gli occhi per veglia nutanti

placido ′l Sonno passa le molli dita,

ed immortale e bella ne ′l vivo de ′l serto fulgoro

su tenue nube la Dea d′ Amor m′ appare.

Schiuso a ′l sorriso il labbro, benigna ne′ ceruli sguardi,

nude le bianche membra, sciolte le nere chiome,

parla, e si spande intomo di rose e di mirti profumo,

parla, e nell′aria libero il detto vola.

– Io son l′idalia Diva!..– dice ella, e la placida fronte

d′un tremulo s′accende lume color di neve –

– Io son l′eterea stella radiante pe′cieli d′amore !..,

Io son l′ardente foco de la tua vita, o Moro!...

Prendi, Floro, la cetra, l′eburnea cetra de′ vati,

tocca co ′l plettro molle l′aonie corde, e canta

non la pallente Morte che su l′ala trepida aranaa

torva agitando in aere la falce nera,

non il dolor che piange su′l gelido marmo d′un cippo,

non le tristi memorie, non le mordaci cure,

ma d′Imeneo le danze tra′mirti intrecciate e le rose,

ma ′l mio trionfo canta su ′l tuo core, o Floro:

canta i tramonti rosei, le brune fanciulle pe′ campi,

canta i risi di Lilia, le voluttà de′ baci...

Qui cessar, sa le labbra tremanti mi bacia la Dea,

e poi scompare, cinta di bianche nubi...

Fulgido intanto ′l sole da′ cernii gorghi s′innalza,

e ′l vago sogno rapido a me s′invola.

A Enotrio Romano
Autore delle « Odi Barbare.

Che forse il genio de l′antica Grecia

l′ala possente ti battea su ′l capo

quando le corde de la fida lira

lieve pulsasti ?

O pur la Musa ne′ suoi caldi baci

t′infuse il foco ch′animava Alceo

e ti ricinse d′un vapor soave

d′eolie ambrosie?

Volan le strofe da ′l tuo libro ardite

come saette: volano con suoni

molli, con risi d′ellenica vita,

dolci, balzanti :

volano, e l′alma innamorata cede

con disio lento a ′l fascino giocondo,

e va con elle per un mar di luce

a plaghe strane.

Tal ne′ fulgenti vesperi  su′ marmi

de ′l Partenone, tra le rose e i mirti,

in bianchi pepli le fanciulle argive

guidavan balli.

Nude ne′ giri guizzavan le forme

snelle, procaci: ridevan gli sguardi

di mille vézzi e mille : a l′aura effuse

fremean le chiome.

e intorno effluvi d′achemeni incensi,

ed inni sacri, e melodie divine

e plausi lieti a ′l numeroso coro,

e rosei lampi...

A la strofa  alcaica.

Quando ne′ campi sigei pugnavano

di Lesbo i figli tra ′l fiero strepito

fio Tarmi sanguigne lucenti

in un nugolo denso di polve ;

ed a ′l nitrito de le cocropidi

cavalle ′l  breve canto mesceasi

de′ gimnoti, e ′l suon de le tube

eccitanti i codardi a ′l valore,

tu risonasti come una folgore,

novella strofe !... Gradita a i militi

te gridava ′l giovine Alceo

trascorrendo su ′l bianco destriero.

Poi tra′ civili tumulti fervida

tu prorompesti, sfogo d′ un esule,

armata di liberi strali,

tu, tremendo a′ tiranni flagello.

Poi, smessa l′ira, tra′ verdi lauri

lieta volando pingesti l′ orgie

de ′l tirsigero Dio, e le danze

intrecciate tra′ mirti e le rose,

e l′arduo Olimpo che lunge innalzasi

fin ne le nubi, l′innocuo palmite,

e ne′ bianchi pepli le molli

da′ neri occhi fanciullo di Lesbo...

Oh come atroci su te fremettero

a′ fiacchi figli de la Romulea

languente tra ludi e banchetti

le fatali di Flacco rampogne !

Come superbe su te sonarono

de ′l primo Rege l′inclite glorie,

fuggente le cieche paludi

su′ nigranti cavalli di Marte !...

Talor servile, da ′l campo reduce

e da ′l trïonfo cantasti ′l massimo,

il divo di Giulio nepote

quale nume datore di pace.

Talor fastosa ne la vittoria

Druse pingesti contro le brèune [1]

caterve pugnante com′aquila

che s′ avventa su ′l diro dragone.

Ma pòi lasciva, canora, vigile,

fiera ti slanci ne la vertigine

de l′oscena jonica danza

agitando ′l pampineo tirso ;

e mentre l′alto cachinno a ′l rauco

suon de le tibie strependo mescesi,

com′ ebra baccante tu clami :

– Evoè, tracio –Nume ! Evoè !...

Ed oggi bella ti fai de ′l pallido

viso di Lidia da′ ricci floridi,

e d′un vago raggio t′infiori

sorridendo a la bionda Regina:

o pure invochi l′ alma Vittoria

tra diroccate colonne e cuspidi,

e: – Salve, dea Roma!. –  tu gridi

sfolgorando d′ellenica luce...

Alcaica strofe canora, vigile,

che vai fremendo su l′ali rosee

de l′aura vagante tra gl′ itali

verdi lauri e mirteti, salute!

A Lilia

Bella è la notte. Ne gli oscuri platani

l′ aure spiranti da la riva fremono;

surge tra i monti la pia luna, e illumina

le floree valli placida.

Bella è la notte. Un tenue rio biancheggia

tra′ sacri mirti, e co ′l diffuso murmure

rompe i silenzi: – in mille giri rapidi

i pipistrelli volano.

Erra per l′ aere da′ cavi antri un alito

di biancospino e di verbena, brillano

giù per le siepi le solinghe lucciole,

la rauca rana gracida,

e i tetri glifi l′infausto grido vibrano

ne l′ombra fosca tra′ muscosi ruderi,

e li usignoli tra le fronde cantano,

e i grilli arguti trillano...

Io ti guardo ne gli occhi, o bionda Lilia,

né gli occhi azzurri ove l′amore sbendasi

e tu sorridi a ′l tuo poeta, e trepida

una parola mormori...

O bionda Lilia, o caro fior de l′anima,

no ′l tuo profumo di vïola chiudimi !

o vaga stella, o vaga stella tremula,

de ′l raggio tuo recingimi!

Solleva, o Lilia, il bianco vel virgineo,

apri le braccia ed in un bacio, donati :

io voglio... voglio sul tuo seno turgido

morir morire, o Lilia !...

Suavia
(Fantasia).
                     A Giulio Palma.

Poi che tra lauri sacri ad Apolline

colsi da′ rosei labbri di Lilia

mille trepidi baci

olezzanti d′ ambrosia,

ne le glauche papille accendersi

vidi e rifulgere d′amor gl′incendii

con un riso di gioja

soavemente languido,

non più la stridula voce de l′odio

mi strazia l′anima: sento, o mio Giulio

un desiderio vago

di librarmi su l′aure.

E volo: e placidi prati d′anémoni

veggo a ′l purpureo lume de ′l vespero,

e silenziose valli,

e immensi mari fulgidi...

E volo: e in rapida lieta vertigine

intorno danzano le caro immagini

luccicanti di sole

de ′l morto paganesimo...

Da lunge gli ardui di marmo délubri

suonano d′ilari cori di vergini,

e presso l′ara geme

la pia vittima e sanguina.

In giù fra′ taciti boschi di platani

le bianche Driadi veloci inseguonsi,

e co′ bicorni Fauni

lascive danze intrecciano.

Delia con l′ auree freccie gli alipedi

corvi perseguita lieve tra gli alberi

ed i cani furenti

a lei d′ intorno latrano.

Emergon trepide da′ flutti vitrei

l′ ude [2] Nereidi  ne ′l vol di porpora,

 e canti armonïosi

giù pe′ declivi mescono:

– Cintio precipita, gli alcioni gemono:

noi siam l′equoree figlie di Doride :

cantiam, dolci sorelle,

i trïonfi di Venere!...

– I cieli ridono, l′onde lampeggiano:

noi siam le fulgide perle oceanidi :

cantiam, dolci sorelle,

gli strani amor di Totide !...

Alma Cimótoe da ′l crin castaneo,

gentil Limnória da′ ricci floridi,

occhi–bovina Toe,

deh! accorrete a ′l cantico !...–

E volo: e i villici, su l′ unco [3] vomere

poggiati, frangono le glebe, attoniti

co′ grandi occhi guatando

a gli avvoltoi che passano.

Va la nubivaga turba con rabido

di penne strepito lungo, e gli Aruspici

in que′ diversi moti

i futuri tempi scrutano.

E forse i fulgidi scutati [4] eserciti

da le romulee porte a manipoli

usciranno domani

tra′ clamori de ′l popolo:

forse′ la vittima pingue co ′l fumido

sangue e co′ gemiti l′ira de ′l Massimo

Dio placherà morendo

a ′l suono de le cetere...

Dinanzi a un délubro [5] sacro a ′l capripede [6]

Nume le semplici figlie d′Eleusi [7],

cinte di spicei serti [8],

piccoli doni portano ;

portano un pendulo corimbo d′ ellera

misto di candide rose di maggio,

un calamo silvestre,

una faginea patera...

E poi co′ giovani pastori guidano

al suon de′ flauti la danza bacchea :

o le furtive occhiate

o i molli risi mesconsi…

Ancor per l′auro vien da l′Oceano

il lieto cantico de le Nereidi :

– Scherziam, dolci sorelle,

a i fulgori de l′espero !...

E passo: e il vigile Licisca a guardia

veggo de ′l claustro: veggo la pavida

Galatea, più del timo

dolce, fuggir tra i corili [9]:

veggo lo nivee greggi di Titiro

pe′ pingui pascoli carpire i citisi [10]

veggo i plaustri [11] dipinti,

i riluttanti tauri,

od anche Lilia nel peplo candido

veggo, fra un alacre stuolo femmineo,

co ′l fronte redimito [12]

di cari fior purpurei...

E grido : O splendida figlia di Venere,

a cui lo Grazie sì liete arrisero,

a cui sì dolci i lumi

d′ amor su ′l volto brillano,

lascia i sacrifici cori, e tra′ lauri

Sacri ad Apolline deh vieni, e donami

i tuoi trepidi baci

olezzanti d′ ambrosia ! ..

Hellas
(Fantasia)
                                  Ad Alfredo Farace

Da lunge a l′ alba che ne ′l cielo splende

nitida e  bianca tra′ fecondi zefiri

di primavera, bello d′ acque e d′ erbe

l′Imetto ride.

Per le muscose balze dove ondeggia

il verdo busso e odora il mirto sacro

a l′dalia Dea, cerulo spumante

scende l'Ilisso.

Brillano intanto le marmoree vette

de ′l Pentelico: lieta di fiorenti

colli e cittadi, da l′Egea marina

Enopia sorge.

Ecco ! Radiante di marmi, di templi,

d ardue colonne, di portici fuggenti,

secura a l′ombra de le sacre statue

Atene posa.

Alto biancheggia su le jonie pile

il Partenone : la spirante imago

de la tritenia Dea co l′elmo e l′asta

guarda l′Acropoli.

Ma ′l sol già spunta: la fuggevol onda

de ′l rio scintilla e tremula di luci

che ripercosse su le sacre moli

sembrano lampi.

Da lunge, a ′l Sunio, la vittrice armata

bianca di vele appare ; e un alto grido

da 1 forte petto a′ naviganti erompe ;

– Atena ! Atena –

Mentre le brune vergini, ne′ bianchi

pepli ravvolte, da le Mura Lunghe

scendono liete, e portano corone

a quegli eroi.

Connubii vespertini.
                               Ad Antonino Liberi.

Pallida rosa, che da ′l verde cespite

ridi con disio placido

a ′l bel vale d′amor de ′l sole occiduo

e gli mandi i tuoi balsami,

senti tu tra le foglie i dolci fremiti

ch′ or la natura scuotono?

intendi la canzon che canta Zefiro

tra′ rami di que′ salici ?

Ecco, il tuo stelo trema a ′l bacio languido

d′ un′ amante libellula,

e le vïole invidïando guardano

i tuoi divini gaudii :

da l′oriente la stella di Venere

ti vibra il raggio pronubo,

mentre le gaie rondini cinguettano

por te l′epitalamio.

Le petulanti passere rispondono

da le pampinee pergole

con trilli e con garriti di letizia

e piluccando i grappoli.

La cascatella i piccoli echi suscita

per li verdi silenzii,

simile a suon di chitarrino e flauto

in nuzïal corteggio...

Deh, com′ è lieta l′ armonia de l′etere

in questa solitudine!

Come son belli questi tuoi connubii,

o cara terra vergine !

Io chiedo un′onda di celesti effluvii

a ′l sacro fior di Venere;

chiedo che un raggio de′ suoi caldi vesperi

doni a′ miei carmi Apolline.

Palude.
Da Terracina.
                                        Ad Enrico Seccia.

Pigra, limosa, fetente, coperta di dense gramigne,

la vasta palude sogghigna in faccia a ′l sole.

Il sole rifulge cocente tra candide nubi :

sol pochi alberi in cerchio stendono un′ombra ignava.

A stormi innumeri su′ turpi carcami marciti

con larghe ruote calan gracchiando i corvi:

il bufalo guata muggendo a′ nebbiosi orizzonti:

ne ′l volo audace toccan le nubi i falchi.

Unica dea, la Febbre, su l′ali giallastre gravando.

Va lenta lenta giù pe′ lugubri piani.

Su da le livide acque per entro a le fosse ed assolchi

pregno di veleno sale un vapore e fuma,

fuma e s′ annida ne′ bronchi, s′infiltra ne ′l sangue,

il cerebro schiaccia, metto ne l′ossa il gelo.

I mietitori curvi su la mortifera terra,

falcian le pingui messi, stringon le grosse biche.

Con strazi orrendi la fame, la fame li sprona

a l′aere maligno, a le fatiche dure...

Lasciano i vecchi adusti, le madri cadenti, le mogli,

i bimbi che piangono tra le carezze e i baci :

lascian le tenui case lassù fra le libere balze,

u′ co′ selvaggi fiori la primavera ride :

lascian la lieta vista de ′l cerulo mare tra′ pini

ne l′albe gelide, ne′ rutilanti vespri;

O traggono, o traggono qui co ′la falce e co ′l ronco

a mille a mille per guadagnarsi un pane !...

Quivi non dolce canto di lieto augello a ′l tramonto

rompe ′l silenzio lungo, rallegra i mesti cuori;

i patrii stornelli non balzano quivi da ′l petto

con i giocondi suoni d′amore e di speranza,

e se una giovin voce lontana solleva una nota

che rimémbri le gioie presso al materno lare,

in quella nota stanca tu senti tremare il disio

d′una soave speme che a poco a poco muore.

Qui tra l′erbaccia densa, tra i pallidi fiori, su l′acque

le serpi strisciano, s′ attorgon sibilando;

e, maligno qual serpo, da′ petti immiti trabocca

l′odio gigante: le bestemmie scoppiano,

mentre l′augure vento tra l′arse alborelle e le spiche

– Sorgete o genti ! – sembra talor che frema.

A i bagni.
                                 Ad A*** C***

Con tenue murmure l′Adria velivolo

da ′l lido torrido di fulvo sabbio

lunge lunge sfumava

in un colore glauco.

Sovra le candide tende che ascondono

a gli occhi cupidi l′ignude veneri

con un sorriso d′ oro .

da ciel guardava Apolline:

e su pe′ vitrei flutti fremeano

risate amabili, vocine tremule,

ed i piedini bianchi

ad ora ad or mostravansi...

Fra i larghi lintei [13] scossi da l′aure

intravedeansi candori nivei:

sol le fanciulle ardite

fuor de′ coperti usciano.

E c′era Dalia ne ′l velo roseo,

c′ era Valeria da ′l viso pallido,

c′ era Lille la bruna,

Ida, Matilde, Giulia.

Ma tu, mia Lilia, fra quel femmineo

stuolo tutt′ ilare scherzavi, e nitido

parevi astro che asconda

l′altre luci co ′l raggio.

Com′eri splendida !.. Le trecce madide,

a′ nodi indocili, cadean su gli omeri :

da la negletta veste

bianche beltà sfuggivano.

I risi e gl′ incliti vezzi di Venere

da gli occhi ceruli ti traluceano :

melodiosi accenti

da′ tuoi labbri volavano...

Ed ora un piccolo grido di gioia

mettevi, e rapide l′altro accorrevano,

e tu mostravi ad esse

una bella conchiglia.

Ed or gli aligeri che s′inseguiano

pe ′l sereno aere guatavi: od ilare

palma battevi a palma

verso le cimbe [14] ondívaghe...

Tal pel fluttisono mare la cipria

Diva e le Grazie lievi scorreano:

un profumo d′elisie [15]

rose molcea quell′aure:

e l′occhi–glauche figlie [16] di Dòride

a stuol seguivano l′ aureo cocchio,

spargendo intorno perle

lucenti e alati cantici...

Ma io con estasi dolce guardàvati,

e un foco ardeami le vene e l′anima,

e da quel dì t′amai,

o mia divina Lilia.

Soave effluvio mi parve l′ aere;

la terra parvemi fiorente e giovine ;

l′ acque intorno frementi

e mi parvero musiche...

Al mio cavallo Silvano.

T′amo, o Silvano ! M′ è dolce l′acuto nitrito,

il crin che ondeggia su l′arcuato collo

l′unghia che sona, lo sguardo vivace di foco,

e l′impeto altero de la fierezza tua.

Tu sei ′l fido compagno de′ gaudii e de gli estri bizzarri,

de′ miei giorni dolenti tu sei l′ amico;

e su ′l tuo niveo dorso, pe′ campi e pe′ colli fuggendo,

m′esulta l′anima, forte mi batte il core.

Quando a sera ti palpo l′ansante fianco fumoso

co′ la benigna mano, chiamandoti por nome.

Co ′l placido giro de gli occhi tu mi rispondi,

sì co ′l tremulo nitrito in suon d′amore.

Quando a casa ritorno co ′l duro tedio ne l′alma

o co ′l disgusto de le miserie umane,

dimentico tutto per te, mio bell′ arabo bianco,

pe′ tuoi begli occhi neri lucenti di gioia.

E d′or innanzi non voglio lusinghe d′amici,

d′amanti venali non voglio i freddi amplessi:

dirò che tutti mi danno fastidi e dolori,

che tu soltanto m′arai davver, Silvano.

A una vite.

Gioconda Vite, amor de ′l divo Bromio,

che lasciva ti stringi a l′ olmo erculeo

e custodisci i tuoi rubenti grappoli

co ′l verde onor de′ pampini,

come sei bella tra′ baci d′Apolline

che ti feconda il vin ne′ turgid′acini !

Fra le tue chiome il vento par che mormori

procace un inno fallico:

a torme strepitando i lievi aligeri

discondono su te con desiderio,

e intorno un nugoletto di caleidi

batte l′alette splendide.

Che cara scena! com′esulta l′anima

in braccio a quest′ elisio carezzevòle !

Tranquillo per le vene io sento scorrermi,

o vite, il sangue giovine,

Ma poi diman le villanelle amabili

con lieti cori ti terranno i grappoli,

e i dolci mosti sotto il piè de ′l villico

spumeggeran purpurei.

Tra cento amici a genïal convivio

il tuo licor scintillerà ne′ calici:

por te io chiederò a l′alme Pieridi

il foco di Bacchilide.

Fantasia Pagana.
                             Ad A*** P***

Per il disteso piano ondeggiavano

le messi d′oro con lieve fremito:

su gli alberi verdi danzava

una ebrezza di solo giuliva.

Da′ molli prati, da gli orti roridi

ivan gli effluvî nel topid′aere:

passavano a stormi gli augelli

pe′ puri azzurri de ′l cielo cantando,

e giù da ′l colle scendeano placidi

i bovi: su pe′ declivii

carpivan le capre lascive

il lento citiso [17] e ′l salico amaro.

In groppa a ′l vento venia da ′l placido

bosco vicino un suon di flauto:

era forse il rustico Pane

modulante sotto l′ombre un carme ?

Dicea di Bacco, l′ etemo giovine,

e quanto amore d′ Arianna vinselo;

di Venere i vezzi dicea

trasvolanto in mezzo affiori via...

E tu, fanciulla, co ′l crin volubile

donato a l′ aura, co ′l seno turgido

ansante tra ilfacile bisso,

per la sponda de ′l lago fuggivi.

In candor pario nude mostravansi,

a l′agitarti, le forme nitide;

i lombi ricurvi moveansi

ne la corsa con onda procace.

Io t′ inseguia tra′ fiori e i salici

e il cor batteami di desiderio:

ne ′l giovine sangue sentivo

la satanica febbre del senso

E alfin ti giunsi!... Con trepida ansia

su′ molli fiori ti stesi, e un bacio

co ′l labbro convulso t′impressi,

– Or sei mia !...– gridando – Sei mia!...–

Tu tra le fervide strette i begli agili

fianchi torcevi mettendo gemiti...

ma quando un′ arcana parola

co′ la voce tremante ti dissi,

tu con tal atto d′ amore il cerulo

sguardo girasti ver′ me, che parvemi

ne gli occhi e ne ′l roseo volto

ti ridesse una luce d′ eliso.

Oh allor qual estasi !... Con lunghi fremiti

e labbra e volti si confondeano;

un vortice lieto d′ebrezza

n′avvolgeano le sue dolci spire.

Ed in quel nodo di foco l′anime

come due fiamme insiem si unìano:

ne parea che il cielo e la terra

plaudissero a ′l delirio sublime.

A l′Etna.
                 ai cari genitori
                 FRANCESCO E LUISA
                 questo povero fiore di poesia
                 offre
                 il figlio amoroso.

Su l′ ale ardenti di quest′aura estiva

che da le sacre fonti d′Aretusa

muove  soavo, e i tuoi dodi vi lambe

Etna nevoso,

a te il mio carme volitando frema!

a te la cetra una bizzarra nenia

di risi e baci, di sospiri o pianti

tremando vibri !...

Salve, Etna grande! Pe′ tuoi giochi io veggo

di secoli una danza glorïosa,

e su′ tuoi fianchi nereggianti ed irti

d′arida lava

esculte io leggo mille istorie arcane

di prenci, e glorie di plebi, e trionfi

vasti di Numi, e dolcezze d′ idilli

tra Fauni e ninfe...

Or tu mi svela, testimon de′ tempi,

or tu mi svela i tuoi misteri antichi:

dimmi i tuoi risi, le fragranze dimmi

e l′ire tue...

Oh ! quante volte su′ tuoi massi assiso

mirai tramonti ed orti, e vidi ′l Sole

molcere i colli ′ntorno d′una ebrezza

di rosea luce !

Ob ! quante volte pe′ tuoi clivi aulenti

vagai pensoso, o mi ricinsi ′l crine

d′ un floreo serto e la mia bionda Lilia

baciai giulivo !...

Ed a la mente inebrïata allora,

come in arcana visïon, fulgea

una vicenda alterna od un tumulto

fiero d′ eventi.

Qui fosti, o Grecia ! Una gagliarda

stirpe di prodi qui stette, e di canti

armonïosi e suoni d′arpa empia

l′etnèe convalli;

arcano danze ninfe scoteano

quest′ alti gioghi a ′l bianco lume; i laghi

e i boschi dolce albergo eran di dive

intelligenze;

fumavan l′are di perenni fochi;

superbi cocchi scorrean per l′aere

imbalsamata, od i favoni venti

rapiano olezzi...

Spesso piaceansi visitar la terra

i Numi allora: su candide nubi

da ′l vasto Olimpo venivan fragranti

d′elisie ambrosie

a gli stupiti occhi mortali; e i templi

invigilati molcean d′ incensi

il lor passaggio, e di giocondi cori

le giovinette...

Ma quando il grido fiero di Gradivo [18]

tonò pe′ monti, e le sicane trombe

indisser guerra con clangore orrendo

d′Africa a′ figli.

l′impazïente gioventù correa

fulgida d′ armi a le libere pugne,

piantando i segni gloriosi, e V aste

in mezzo a′ campi...

Odi lontano strepito di ferri,

e suon di canti bellicosi, e scalpito

di spumeggianti alipedi cavalli:

ascolta gl′ inni

de′ sacri vati trascorrenti al piano :

mira la terra rosseggiante e fumida

qual mar di sangue... La Vittoria scuote

la potente ala

su l′olmo chino de′ prodi: risplende

il Sol su ′l fiero volto de′ caduti:

l′ira è un tripudio... Avanti ! avanti ! avanti!

Bello è morire !...

E tu guardavi, Etna nevoso, l′acre

ira de′ figli, con lieve pennacchio

di bianco fumo il limpidissimo aere

contaminando.

Ma qual terrore le sopposte valli

corse e ricorse allor che un piceo immenso

fiume di foco sgorgò da ′l tuo capo

con tuoni orrendi

a divorar le biondeggianti messi

e di Cerere diva ogni altro dono !

Andavan rotte pe ′l torbido cielo

immense rupi :

cadea su′ piani una tempesta spessa

di sibilanti sassi: un tetro odore

stendeasi ′ntorno di solfureo fumo

e di bitumi:

e ovunque nembi di cenere, globi

rossi di fiamma, flutti d′acque ardenti,

ululi lunghi e mugghii forsennati

e grida e pianti !...

Qui fosti, o Grecia! Qui Empedocle eterno,

allor che il vile Trasideo [19] regnava

in Agrigento, qui venne solingo

ad inspirarsi;

e de ′l suo sfero l′armonio sublimi

qui divinava, e ne ′l lucente riso

de′ firmamenti bevea le melòdi

de l′Universo.

Vate immortal ! Qual forza mai traeva

il tuo sereno spirto a insublimarsi?

Che nume arcano t′irraggiò la mente

a i santi veri

quando dottavi le solenni pagine

de′ tuoi poemi?... Tu guerriere invitto

di Libertà, cittadin glorioso,

sofo possente,

tu rivelavi con profonda vena

i novi acquisti a′ figli desïosi,

e meraviglie opravi, onde nomârti

colisa nenia...

Era una notte. Ei fulgeano gli astri

in molle danza; un profumo d′aranci

per l′aure fresche errava ed un′arcana

dolce melòde;

dormiano i fiori intorno un lieve sonno;

dentro i pomari sacri li usignuoli

mettean lamenti; e sommesso là giù

l′Etna fremea.

Profferta a′ baci di notturne Ornitie

la fronte ardente e ne l′effuse pieghe

de ′l pallio avvolto, qui venne quel genio

in sua ultim′ora.

Co ′l poderoso piè premea le zolle

aspre de ′l monte, e allor che a ′l sommo giunse,

converso a ′l cielo ove ridea Diana,

disciolse un carme.

Avea gemiti quel carme eguali a′ rantoli

de ′l moribondo: avea fremiti e murmuri

la vecchia lira, e rispondeva a ′l rombo

aspro de ′l monte.

Poi, radïante in volto, spezzò il fido

plettro e le corde, e di divino in atto

precipitossi ne ′l profondo abisso

che in lui si chiuse !...

Tutto era bello in quell′ età beata !

Zancle opulenta di gioconde viti

il piè tuffava ne ′l recurvo freto

presso Cariddi;

splendida o altera per munito porto

sorgea Panormo; Agrigento famosa

per generosi cavalli, ricinta

di lunghe mura

e di delubri adorna, offria l′incenso

a i deprecati altari di Lacinia

e di Giove (onde i giorni prosperanti

e la dovizia):

e Siracusa, bella d′ ampli circhi

e d′acquedotti e loggie incontro a ′l mare,

sporgea davanti a l′isola d′Ortigia

sorella a Pelo,

Quivi Archimede su la vitrea sfera

passava i giorni meditando, e mille

strumenti novi di guerra a difesa

de la sua patria

ei ricercava, onde i romani legni

arse in incendi. In ardimenti arcani

quivi rapito, martire sublime

de ′l suo pensiero,

ne′ forti gaudii di Sofia converso,′

ei non si scosse allor che l′empio ferro

gli spense in cor la vita, e ne la mente

il divo raggio.

Sotto que′ mirti e a ′l mormorio fluente

de′ sacri fonti il figlio di Filinne

l′aure molcea co ′l suon de la sua cetra

e co l′ incanto

de la sua voce. Scorrean gl′idilli

intorno dolci come il mele ibleo,

ed a ′l poeta facean corona

le verginette

siracusane. Com′ erano belle

Bianche le braccia al pari de la foglia

d′un albente ligustro, gli occhi neri

come la notte,

i bei capegli effusi in lucida onda

su ′l latteo collo, il sen molle pulsante,

e un tal soàve reclinar di teste,

e un flessuoso

mover di membra, ed un nitor di sguardi,

che parean dive Nereïdi allora

sorte da l′acque ad ascoltare i carmi

de ′l dolce vate...

Or tutto è muto! Non più Ninfe eterne

scorron que′ piani e guidan balli a sera:

non più i delùbri invigilati suonano

di lieti cori

e di testudiui. Ora tutto è muto

Ed il sicano agricoltor frangendo

quest′ aspre glebe ritrova elmi e scudi

e funebri urne...

Ma fino a quando questi colli ′l Sole

rallegrerà d′ un amoroso riso,

e l′albe estive ingemmeran que′ fiori

di bianche perle;

fin che di molli rose e di vïole

l′ennee convalli molceranno i venti,

e il niveo cigno nuoterà di tergo

su′ vaghi flutti:

fin che il pollente salcio su ′l Simeto

la lunga pioggia spargerà de′ rami,

e i melograni schiuderan da ′l seno

bei rubini:

fin che i tuoi figli ne ′l capace petto

avranno il nume e ne le vene il foco,

Etna fumante, a te l′ inno possente,

a te la lode !

Ora tetra.
                                  A Giovanni Cucchiari.

Perchè su le labbra non brilla sereno il sorriso ?

Perchè la mia fronte più non si leva altera ?

Un lungo tedio gelato su ′l core mi pesa,

E l′anima in un letto di spine giace...

Ahi! la speranza fugge co′ sogni beati di prima,

E ne ′l suo posto grave il dolore scende.

Ahi ! la fragrante rosa che pure dïanzi fioria

or su l′arente [20] stelo sfogliata langue;

e dove lucenti di sole danzavan fantasmi

or tenebrose piomban lo caligini,

Su le vegliate carte la povera penna mi cade,

e indarno o amico, sopra i miei carmi sudo.

Co′ l′ali veloci, la gloria, la gloria mi fugge

come una meteora con rosei lampi via.

Oh! se nessuno almeno su questa terra m′amasse

in un tramonto mesto vorrei morire!...

Allor non più strazi, nè dubbi che uccidono l′ali

allor non più gli odi ch′empion d′amaro il core…

O mio Giovanni, i sogni perchè si dileguano presto?

Guarda in poco tempo quale mutanza strana:

Jeri la vita rise benigna com′ alito d′ alba,

oggi m′appare fosca come piovosa sera.

Ora gioconda.
                                A Vittorio Garbaglia.

Come rifulge il Sole!.. Ne ′l limpido azzurro de ′l cielo

con lieti canti volano le rondini.

E le farfalle bianche su′ fiori vivaci di giugno

con un disio d′ amore battono l′ale.

Il mare! Oh il mare è bello co′ verdi flutti spumanti,

il mare è la mia patria, la patria de′ liberi

O mio Vittorio, sento ne ′l sangue una fervida fiamma,

ed ho ne gli occhi vivo di giovinezza il lume:

sento qui dentro a ′l core dolcezze ed ardenze infinite

e gaudii secreti d′ una speranza nova...

Iridi ha il cielo: la terra ha fiori e connubii :

han voli gli augelli: spume e scintille le onde

e a me sono i carmi ridenti, di gioie gentili,

a me i fremiti che per l′ossa scorrono.

In questi oceani di rosee luci mi beo :

mi beo in queste danze di visioni arcane.

e mentre respiro quest′ aure portanti profumi

una trepida voce suona d′ intorno e dice :

– È un riso la vita: l′amore è un raggio fecondo

godi, Floro, la vita; godi l′ amore, o Floro!...

Ora soave.
                                        A Lilia.

Co′ le nitide treccie diffuse su ′l petto e su ′l collo

ne ′l vespero placido, fanciulla, a me tu vieni:

e sembri Ebe divina scendente da ′l florido Olimpo,

d′ambrosio vapore cinte le membra lievi...

Il tuo sguardo m′infonde ne ′l seno un dolce languore

O Lilia bionda, solo disio de l′alma:

i tuoi baci mi dànno pe′ nervi un fremito lungo,

e d′un etereo foco m′empion le vene..

Odi gli. augelli che parlan d′ amore fra i rami

Parlan di te, mio fiore, de le bellezze tue.

Vedi que′ crocei raggi là giù che si frangon su ′l mare ?

Que′ raggi, o Lilia, ti dàn l′estremo vale...

Com′ è bella quest′ora!... Mi sento la mente serena,

e il cor mi palpita di desiderii strani.

Vedi: s′ io fossi una bella farfalla fulgida d′oro,

su la tua fronte bianca vorrei batter l′ali.

Se fossi un lume d′aurora e di sole morente,

ne′ tuoi capelli biondi vorrei risplendere.

Se fossi una rosa di maggio appena sbocciata,

su ′l tuo seno vergine vorrei languire...

Ora satanica.
                            A Raffaello Reali.

No! più non voglio dolcezze d′amori ideali,

pregni di latte e mele non voglio i carmi :

non più caròle gentili tra′ fiori a ′l tramonto,

non più femminee nenie, non più languori...

Vola, Satana, vola su la grand′ala di foco:

stammi a fianco e ispirami: son tutto tuo!

Voglio l′ ebrezze che prostrano l′ anima e i sensi,

gl′ inni ribelli che fan tremare i proti :

voglio ridde infernali con strepiti e grida insensate,

seni d′etère su cui passar le notti:

voglio orgie lunghe con canti d′amore bizzarri:

tra baci e bicchieri voglio insanire....

Vola, Satana, vola su la grand′ala di foco:

stammi a fianco e ispirami: son tutto tuo!

Tema il vile il futuro su′ gelidi lini de ′l letto,

come una donnaccola [21], con pentimenti e lai.

Per lui ragli un requiem co ′l viso compunto il curato

o la beghina pia due lagrimette sparga;

un abatino ponzi per lui un sonetto morale

e un santo padre scriva il panegirico...

Ma io con la spada ne ′l pugno e di fronte a′ nemici,

con lo scherno su′ labbri morrò da forte:

morrò tra′ gridi feroci de′ vati compagni,

tra gli strilli canini de′ vinti che fuggono.

E l′estrema parola sarà una sfida superba,

una minaccia atroce sarà il mio moto estremo.

Su questo corpo esangue gli amici porranno corone,

O fremeran su l′ arca liberi carmi...

Vola, Satana, vola su la grand′ ala di foco:

stammi a fianco o ispirami: son tutto tuo

Fa freddo.

Siamo a dicembre′... Le vie biancheggiano

di neve, e i tetti le torri l′agili

aguglie de′ templi ravvolti

stanno in turbine denso di fiocchi.

Lunghesso i muri, come fantasime,

gl′ intabarrati passanti strisciano;

de′ carri le ruote su ′l molle

strato corrono senza romore.

Sola una nube di color plumbeo

su l′atmosfera gelata gravita,

e dovunque un′ombra diffonde

di tristezza che a l′ anima pesa.

Per gli angiporti lugubre ′l sibilo

de ′l vento s′ ode, che in mille vortici

la neve fioccante ravvolge

e tintinna molesto ne′ vetri...

Muta, invecchiata, pien di caligine

è la natura! pare che l′ultimo

respiro, l′ estrema agonia

de la misera terra sia questa...

O rimembranza cupa e terribile

che in cor mi parli, che ′l cor mi laceri,

deh taci un momento! Non farmi

maledir l′ingiustizia di Dio !...

Era una notte d′ inverno lùgubre

al par di questa, quando tra spasimi

e pianti la povera nonna

su ′l guanciale di morte posava.

Come ora il vento tra′ vetri gemere

forte s′udiva, quando la misera

per l′ultima volta mi strinse

a ′l suo petto e poi cadde stecchita...

Come ora... – Cessa, poeta stupido,

cessa i lamenti !... Siedi a la tavola,

ti cingi la fronte di rose,

ed il bacchico tirso impugnato,

un inno intuona, mentre? ne′ calici

il vin di Chianti ride purpureo,

e i turgidi seni pulsando

fanno invito ad un fervido amplesso ! ... –

Oceano.
                             A G. Sisti

E quando su l′immenso azzurro speglio

de l′onde tue rinfrangesi

in mille tremule scintille ′l roseo

raggio de ′l sole occiduo;

e quando i lampi lividi rischiarano

il nereggiante cumulo

d′ acque che lottano tra loro e ruggono

cupo, od a ′l ciel s′avventano;

e quando placido rifletti ′l fulgido

splendor de ′l cielo, o sfolgori

di fosforiche spume che lambiscono

la riva fatta argentea,

sempre sublime sei.... Oh come rapido

su te ′l pensiero naviga

ardimentoso, e poi s′ arresta attonito

in tanta solitudine!

Oh come l′anima invan sotto l′ incubo

arcano de l′ incognito

ti si dibatte avanti, immenso Oceano,

abisso inaccessibile !...

Su l′ora melanconica de vespero

co′ la mia bionda Lilia

vengo a la sponda tua, e ′l lene murmure

odo, che pare un gemito.

Quel murmure che freme su le sabbie,

e langue tra le pallide

foglie de la ginestra, per me è fascino

che mi rapisce l′anima....

Tal la divina melodia che spàndesi

ne l′aria allor che Lilia

scorre co l′agili dita su l′ ebano

sonante, e le metalliche

note, e gli arpeggi armonïosi, e i morbidi

accordi a ′l core volano...

Vedi quel flutto che a la sponda reflua

limpido e verde affrettasi ?

Che forze ignote da lunge l′incalzano ?

È la piroga fragile

Che da l′Amazzone a Blanquilla naviga

sospinta da ′l selvaggio?

O son le navi che, fendendo rapide

il seno de l′Atlantico,

a l′ingorda Inghilterra d′India portano

le gemme e gli ori innumeri

Vedi ′l morente vespero che folgora

su ′l mar l′ ultimo raggio ?

Là giù, là giù ne le regioni antipode

l′aurora sorge vigile.

ed anch′ essa ne ′l mar la fronte gemmea

si guarda .. Ah ! dolce è ′l fascino

Ma in mezzo a gli stridori de le folgori,

a le fulgide striscie,

a la caligine; ma quando il Genio

de le tempeste slanciasi

tremendo e bello, o i neri flutti concita

a l′orrida battaglia,

ma allor che tra′ graniti e i massi ripidi

l′ululo de la raffica

simile a ′l riso di Satana echeggia,

ferocemente esultano

l′anima e i sensi, e le pupille cercano

ne l′orizzonte nubilo

i vividi bagliori, e strani fremiti

tutte le membra scuotono.

Salve ! tre volte salve, immenso Oceano !

′Ne le procelle orribili

e ne′ lucenti risi, de ′l mio giovine

spirto tu sei l′immagine.

Salve! tre volte salve!... Io voglio vivere

accanto a l′onda cerula !

Io voglio riposare ′l corpo esanime

tra l′alghe e le millepore [22] !

Paesaggio.
                        A Clementina Coccolini

Dietro a′ colli virenti Sol precipita

tra i′ lieti canti d′ un volo di rondini,

e indora l′olimpiche vette

e le valli di gigli fiorite.

Il rio là giù di roseo lume Accendesi,

e ride placido a ′l tramonto mormora

tra gli alberi verdi di maggio

qual sospiro d′amante soave.

Per le chete ombre de′ tigli e su pe′ taciti

csetelli antichi li usignuoli piangono:

e l′ape lucente ronzando

a le tremule rose sorvola.

Le bianche greggi e ′l fresco fonte scendono

lente, innalzando nugoli di polvere,

e il suon de la tibia si mesce

a′ belati ed a ′l mugghio de′ bovi.

Fuma da lunge la capanna povera

a l′ombra d′una querce, e suona d′ ilari

vagiti, e di risi infantili,

e di voci di donna soavi.

Grave il ciociaro vien giù pe ′l declivio

dolce de ′l monte, e co ′l stridente fischio

un′Eco dormente risveglia

tra′ silvestri mirteti od i timi.

E lieta folleggiando tra gli anemoni,

l′azzurra veste abbandonata a l′aura,

la bruna fanciulla ripete

una molle canzone d′amore.

Su ′l Nilo
(fantasia)
                        A Filippo de Titta,

Tra′ rami floridi lento dileguasi

il Nilo argenteo con dolce murmure

l′ecatómpila Tebe

fosca ne l′aria scorgesi.

Menfi, la splendida città marmorea,

su ′l colle libico giace tra l′ardue

piramidi e le sfingi,

di rosei raggi fulgida.

Su l′ali tremule del vento arrivano

le note flebili del sistro isíaco [23]

e i cantici d′amore

de le vergini farie:

l′azzurra antilope che bevo placida

a l′onda limpida, arresta attonita

a l′insolito suono,

e slanciasi tra′ dattili.

Sotto l′arboree chiome svolazzano

colombe nivee da gli occhi rosei:

intorno a′ tumuli i corvi

crocidano e volteggiano.

Un′ aura tepida canta ne′ floridi

palmizi e cèspiti: l′etere limpido

tingesi vagamente

di crocea luce pallida.

Su ′l fiume cerulo striscia un naviglio,

ed ha purpuree le vele ed auree,

e di nettare spira

e di liquida ambrosia.

Tra′ molli cantici di nere vergini,

sopra uno splendido tappeto tirio

le candide bellezze

di Clëopatra fulgono...

Di nardo stillano Lo chiome nitide:

negli occhi lunguidi l′amore tremula:

su le turgide labbra

fulgidi ri risi volano.

il seno latteo nudo risveglia

i desiderii; sotto la cerula

clamide tumideggia

l′eterea forma», e palpita.

Vanno per l′aria procaci fremiti:

il sole rosso corre a l′Oceano;

l′aura tepida canta:

gli alberi verdi ondeggiano.

Naviga, naviga, regina splendida,

naviga il cerulo Nilo ta′ cantici

de le vergini farie,

de ′l sistro isiaco al sonito!...

Naviga, naviga  Ne ′l dolce pelago

di rose immergiti. Vedi ? Scintillano

l′acque, ridono i monti,

l′ubere terra plaude

Per nozze.

Mentre  d′autunno le foglie volano,

e il sol freddo folgore irradia

la terra addormita, e sfavilla

ne le gocce di pioggia fra′ rami,

voi fortunati saluto, o giovani,

che sorridendo tra ′l novo giubilo

co ′l raggio d′ amore ne l′alma

e negli occhi movete a l′altare.

Tra′ sesti acuti de ′l tempio gotico

a voi dorati fantasmi svelansi,

ondeggiano arcane armonie,

corron fremiti d′ali invisibili,

e innanzi agli occhi lampeggiano iridi

misterïose, prati d′ Elisio

sonanti di cetre e di canti,

tutt′ un mondo di gioie sublimi.

Non mai la vita sì bella e fulgida

vi rise a′ sogni di puerizia:

non mai così ricca e serena

vi fiorì primavera ne′ cuori.

Oh benedetta luce dell′anima,

Amore, amore che le caligini

de ′l dubbio disperdi, ed i fiori

de la speme e de ′l disio fecondi!

Oh verginali gioie fra′ trepidi

baci libate! sguardi che piovono

su ′l cuore! carezze divine

che dàn fremiti a l′ ossa! sospiri !

deh non fuggite giammai da ′l talamo

di questa coppia !... Dolci fluiscano,

o sposi, a voi l′ore su ′l capo

come in danza fanciulle giulive;

a voi fremendo la strofe alcaica

intorno aleggi, di fasti nunzia,

e, bella di riso, vi posi

le ghirlande di mirto su ′l crine.

A Bacco Dionisio
Nel Museo archeologico della Marciana
in Venezia.

Guidasti, splendido Nume, lo fervide

ridde pe′ gli ardui monti di Tracia

de l′irte Menadi tra i lunghi ululi,

a ′l fragore de′ cembali ?

o pure a ′l mormure róco de′ rivoli,

a ′l dolce fremito de′ mirti dorici

godesti un languido sonno su ′l turgido

sen de la gnossia [24] vergine ?

Or da un arboreo tronco la nebride [25]

pendo: a te i pampini verdi ricingono

la chioma: e placido guardi da ′l lucido

fulcro le statue immobili.

Intanto un rigido britanno il tumido

naso purpureo solleva attonito,

e con la nitida lente ti sbircia

mostrando i denti sordidi;

la donna isterica ti fa la smorfia;

ed il pacifico crasso canonico

vede le candide nudità e volgesi

con un rossore ipocrita...

Evoe, Libero!... Tu sei lo Spirito

lieto degli uomini; sei ′l fausto Genio

in mezzo a fulgidi lampi di gioia

traversante pe′ secoli.

Evoè, Libero !... Dagli ampli délubri [26]

lungi eran l′algide preci e i misterii;

tra le marmoree pile brillavano

rosseggianti le fiaccole,

liete per l′aere sacra inalzavano

festivi cantici l′ismenie [27] vergini

mesceva il cembalo sue note stridule,

i pingui incensi olivano [28],

e giù da gli orridi boschi di frassini,

da′ colli floridi, da′ campi spicei

ratte scendeano mille Bassaridi

con strepiti e con ululi:

portavan fluide vesti purpuree,

a ′l capo aveano serti di pampini,

tigrate ed ispide pelli su gli omeri

in man spade fulminee.

e intorno a ′l tempio pulsavan timpani,

guidavan rapide carole in cerchio,

e insiem cogl′ ilari cori di Satiri

rudi carmi cantavano :

– Evoe, Libero ! eterno giovine

a cui su ′l nobile capo virgineo

due corna brillano ! Evoe, Bromio,

dator di gioia agli uomini !

Gloria a l′ indomito figlio di Semele

che vien su ′l fulgido carro d′avorio !

A ′l sole ei simile per noi rifolgora:

incoroniam le patere !... –

E Febo Apolline cingeva il délubro

di fuochi rosei: spirava l′ aere

di molli balsami : lunge gli strepiti

insiem co′ venti andavano,

e sopra l′asino venia l′amabile

Silen tra′ lepidi giochi de′ Fauni,

venia su ′l pineo baston reggendosi,

ed agitando il calice :

– Mescete, o Menadi, l′umor de ′l Libero

Dentro una patera di vino lesbio

morire io voglio! Mescete, o Menadi,

fino a l′ultima gocciola !... –

Or da un arboreo tronco la nèbride

pende: a te i pampini verdi ricingono

la chioma: e placido guardi da ′l lucido

fulcro le statue immobili !

Sera d′estate
Su ′l « Lungarno Nuovo » a Firenze.
                         A Cesare Fontana.

Surge ne ′l vesporo bruno tra gli alberi

Fiorenza, o placida riguarda il limpido

fiume che si dilegua

ed i colli di Fiesole.

Sale ne ′l nitido cielo e rifolgora

con raggio candido l′astro di Venere,

e li effluvi de′ fiori

per le fresc′aure volano.

Le case s′ alzano bigie ne l′aria

belle di splendide loggie marmoree:

lunghesso l′ Arno in fila

i fanali scintillano.

S′ odono garruli risi di femmine:

intorno gl′ilari monelli ruzzano:

ne le frequenti piazze

suonano allegre musiche.

Passano in rapidi cocchi e dileguonsi

le beltà pallide da ′l guardo languido

con onde di profumi,

svegliando disii fervidi;

passano, e i rigidi cocchier, mirabili

per aureo fregio, la frusta schioccano

girando a torno gli occhi

con posa aristocratica...

Qua e là le facili modiste ridono

liete, e saettano co′ sguardi tremuli

i dolci damerini

da l′occhialetto lucido:

gli amanti cercansi con ansia vigile

scambiando trepide spinte ne ′l gomito:

colori e visi rosei

gentilmente si mescono.

E l′Arno fràngesi con risi e strepiti,

con pianti e gemiti a i ponti immobili:

spiran ne l′aria ebrezze

di desiderii e musiche...

O bionda Lilia, come sei fulgida!

come ti brillano quegli occhi ceruli!

come hai dolce il sorriso !...

Ti sei vista allo specchio?

Vaghi ti cadono su ′l fronte i riccioli,

su ′l labbro tremola un desiderio...

Ah ! così non guardarmi !...

Il tuo sguardo m′affascina.

Dammi la candida mano: abbandónati

qui su ′l mio braccio: parliam di gioie. .

Non senti ?... Tutta l′aria

è una melode e un balsamo.

Hoc erat in votis.

A José de la Puerta,

Una villetta pulita e candida

ricinta tutta di verdi pampini

ramoggianti a guisa di serto

su per l′alto in flessuosi amori:

o ′l mar davanti lucente e placido

co′ gli esultanti flutti, cerulei

al par de le grandi pupille

d′ una vaga sorella di Teti.

Una graziosa cimba velìvola

che avesse il blando nome di Glàuca,

ne ′l cui seno ondante godere

le dolcezze d′ un chiaro di luna:

od un sonoro eburneo cembalo

che riempisse le rosee camere

d′ un′ onda di note giulive

e di care melodie soavi.

Talora il Chianti ne l′ampio calice

come rubino splendente a′ rosei

fulgori de ′l vespero estivo

con un inno sonante a l′iseo:

e infine i molli baci di Lilia,

i lunghi sguardi, gli sdegni amabili,

le notti in ebrezza d′ amore...

O José, questo m′era ne′ voti.

CONGEDO.

A la Musa»

Ed ora mi lasci? Non più i tuoi fervidi baci

mi sentirò su ′l labbro, mia dolce Musa?

Non più su ′l tuo petto ricolmo l′ore felici

io passerò sognando ?... Davvero mi lasci ?

Oh! dammi almeno un′altra scintilla de ′l solito foco!

rendimi un bacio ancora, mia bianca Diva !

Co ′l placido volto di giglio e co′ veli fluenti

tu fuggi su l′aure senza un sospiro via:

e non prometti, crudele, un vicino ritorno ?

nè pure una volta rivolgi indietro il capo ?...

Deh torna a temprarmi le corde de ′l bàrbite stanche:

fra′ tuoi profumi lascia ch′io sogni un altro poco!

Torna in un mesto tramonto o in un′alba fiorente,

co ′l sorriso ne gli occhi, mia molle fata !...

Oh torna, torna! rispondi a gl′ inviti gentili !

Ho sedici anni, regina bella, e t′ amo.

APPENDICE

imitazioni DA Orazio.

Per Gliceria.

LA Madre di Cupidine,

e il roseo figlio de la bella Sémele,

e le molli lascivie

mi fanno a′ primi amor rivolger l′ anima.

M′ incendo di Glicoria

la beltà bianca più de ′l marmo pario,

e la grata protervia,

e il dolce volto che i desii risveglia...

Abbandonò Afrodite

Cipri beata e de ′l suo ardor ricinsemi,

ne vuol ch′io canti ′l bellico

Scita e i fuggenti Parti ′n su gli alipedi,

nè cho l′arguta citara

abbia altre corde che d′amor non vibrino...

O giovinetti, alzatemi

qui un verde cespite: portate olibani [29]:

mirti cogliete e lauri :

spumeggi ′l vin ne la fulgente patera...

Compito il sacrifizio,

più mite a noi si mostrerà Gliceria. –

A Lide

O strenua Lide, il vecchio

Cecubo parta, e rompi la tua rigida

virtù... Che far di meglio

ne ′l giorno sacro a ′l Dio da l′aurea cuspide?

Oh guarda !... Il biondo Apolline

precipita a l′occaso, e tu non scarichi

da la dispensa l′anfora

che là riposa da i tempi di Bibulo...

L′ore fluenti volano,

e tu ti stai co′ le manine a cintola,

quasi che i giorni immobili

su ′l ciel perpetuamente rimanessero...

Via !... Canterem l′equoreo

Giove e il virente crin de le Nereidi :

tu su la curva citara

Latona e i dardi de l′alacre Cintia:

nè lascerem la candida

Iddia che Gnido e le fulgenti Cicladi

impera, e a Pafo affrettasi

co′ cigni soggiogati a ′l carro gemmeo;

nè lascerem le tenebre;

chè tra′ silenzi de la notte placidi,

uniti insieme i barbiti,

discioglieremo un canto lamentevolo.

A Fauno.

O Fauno amante di fuggiasche Ninfe,

per le mie terre e per i campi aprichi

placido incedi, e ne ′l partire i molli

parti rispetta,

se per te cade su ′l morir de l′anno

mite un capretto, nè a la tazza amica

de l′alma Diva il vino manca, e l′ara

d′incensi fuma.

Scherzan le greggi su l′ erboso campo

quando il Decembre co′ le feste torna:

lieto pe′ prati il paësan co ′l bove

oziando corre.

E il lupo vaga tra l′ agnelle audaci :

per te la selva agresti foglie sparge :

gode il villan co ′l piè la terra odiosa

urtar tro volte.

Per Plozio Numida.

Con cetre e con olibani

e co ′l debito sangue d′una vittima

giova placare i Superi

custodi di Numida; il qual da l′ ultima

ispania terra incolume

baci or dispensa a i cari: a niun più fervidi

che a ′l dolce Lamia, memore

de gli anni primi che in amor passarono

e de l′età consimile

Or tra′ felici questo giorno ascrivasi,

nè si risparmi l′anfora,

nè, a mo′ de′ Salii, allegre danze manchino,

nè Dàmale ne ′l bevere

superi Basso con ricolmi amistidi,

nè manchino a convivio

le rose e l′appio verde e il breve giglio.

Tutti porran su Dàmale

il turpe nè da ′l novo adùltero

si scioglierà la femmina

a lui più stretta che flessibil edera.

Fine.

 

INDICE

Praeludium .

A Enotrio Bomano

A la strofa alcaica

A Lilia.

Suavia .

Hellas .

Coconnubii Vespertini

Palude.

Ai bagni

Al mio cavallo silvano

A una vite.

Fantasia pagana

A l′Etna

Ora tetra

Ora gioconda

Ora soave .

Ora satanica

Fa freddo .

Oceano .

Paesaggio .

Su ′l Nilo

Per nozze

A Bacco Dionisio

Sera crostato

Hoc erat in votis

Concilio

Appendice – Imitazioni da Orazio.

Per Gliceria

A Lide

A Fauno . . .

Per Piozio Numida.

Note

________________________

[1] breune caterve: il mumeroso esercito dei Breuni (tribù retica a sud di Innsbruch)

[2] ude: bagnate

[3] unco: uncino. Uncinato vomere.

[4] scutati: armati di scudo

[5] délubro: tempio

[6] capripede: dai piedi di capra: il dio Pan.

[7] Eleusi: località a due miglia daAtene ove si celebravano le Eleusinie, feste in onore di Demetra.

[8] spicei serti: mazzi di spighe di grano

[9] corili: nocciòli

[10] citiso: specie di trifoglio (usato anche come medicamento)

[11] plaustri: carrette

[12] redimito: cinto, incoronato.

[13]      lintei: panni di lino

[14] cimbe: barche.

[15] il profumo che si respira nell′Eliso, la sede delle anime buone.

[16] le Nereidi, figlie di Doride e di Nèreo

[17] citiso: pianta delle leguminacee.

[18] Gradivo: Marte.

[19] Trasideo: Figlio (sec. 5º a. C.) di Terone, tiranno di Agrigento; dopo il 480 a. C. fu preposto al governo di Imera dal padre. Gli Imeresi invocarono l'aiuto di Siracusa il cui tiranno Gerone sconfisse T. succeduto frattanto al padre anche ad Agrigento (472). La rivolta, scoppiata contemporaneamente ad Agrigento e a Imera, costrinse T. a recarsi in esilio. (Treccani)

 

[20] arente: arido

[21] donnaccola: donnicciuola (in termini spregiativi)

[22] millepora: pianta marina petrosa presente nei fondali dei mari caldi

[23] dedicato a Iside il sistro, un antico strumento musicale egizio simile al sonaglio, usato durante le feste in onore della dea.

[24] gnossia: cretese

[25] nebride: pelle di belva che indossavano le baccanti

[26] dèlubri: templi, santuari

[27] ismenie: ninfe di Diana

[28] olivano: odoravano

[29] olibani: arnesi di metallo, legno o coccio per tenere le ampolle

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Ultimo aggiornamento: 10 gennaio 2012