Gabriele D'Annunzio

Meriggio

 

Edizione di riferimento

Gabriele D′Annunzio, Versi d'amore e di gloria, libro terzo Alcyone (1903) edizione diretta da Luciano Anceschi a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini. Arnoldo  Mondadori Editore, Milano 1984,

MERIGGIO

A mezzo il giorno

sul Mare etrusco

pallido verdicante

come il dissepolto

bronzo dagli ipogei, grava                                        5

la bonaccia. Non bava

di vento intorno

alita. Non trema canna

su la solitaria

spiaggia aspra di rusco,                                             10

di ginepri arsi. Non suona

voce, se ascolto.

Riga di vele in panna

verso Livorno

biancica. Pel chiaro                                                     15

silenzio il Capo Corvo

l'isola del Faro

scorgo; e piii lontane,

forme d'aria nell'aria,

l'isole del tuo sdegno,                                                 20

o padre Dante,

la Capraia e la Gorgóna.

Marmorea corona

di minaccevoli punte,

le grandi Alpi Apuane                                               25

regnano il regno amaro,

dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso

stagno. Del marin colore,

per mezzo alle capanne,                                            30

per entro alle reti

che pendono dalla croce

degli staggi, si tace.

Come il bronzo sepolcrale

pallida verdica in pace                                              35

quella che sorridea.

Quasi letèa,

obliviosa, eguale,

segno non mostra

di corrente, non ruga                                                  40

d'aura. La fuga

delle due rive

si chiude come in un cerchio

di canne, che circonscrive

l'oblìo silente; e le canne                                            45

non han susurri. Più foschi

i boschi di San Rossore

fan di sé cupa chiostra;

ma i più lontani,

verso il Gombo, verso il Serchio,                             50

son quasi azzurri.

Dormono i Monti Pisani

coperti da inerti

cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,                                                         55

per ovunque silenzio.

L'Estate si matura

sul mio capo come un pomo

che promesso mi sia,

che cogliere io debba                                                 60

con la mia mano,

che suggere io debba

con le mie labbra solo.

Perduta è ogni traccia

dell'uomo. Voce non suona.                                     65

se ascolto. Ogni duolo

umano m'abbandona.

Non ho più nome.

E sento che il mio vólto

s'indora dell'oro                                                          70

meridiano,

e che la mia bionda

barba riluce

come la paglia marina;

sento che il lido rigato                                               75

con sì delicato

lavoro dall'onda

e dal vento è come

il mio palato, è come

il cavo della mia mano                                              80

ove il tatto s'affina.

E la mia forza supina

si stampa nell'arena,

diffondesi nel mare;

e il fiume è la mia vena,                                             85

il monte è la mia fronte,

la selva è la mia pube,

la nube è il mio sudore.

E io sono nel fiore

della stiancia, nella scaglia                                      90

della pina, nella bacca

del ginepro: io son nel fuco,

nella paglia marina,

in ogni cosa esigua,

in ogni cosa immane,                                                 95

nella sabbia contigua,

nelle vette lontane.

Ardo, riluco.

E non ho pivi nome.

E l'alpi e l'isole e i golfi                                              100

e i capi e i fari e i boschi

e le foci ch'io nomai

non han più l'usato nome

che suona in labbra umane.

Non ho più nome né sorte                                         105

tra gli uomini; ma il mio nome

è Meriggio. In tutto io vivo

tacito come la Morte.

E la mia vita è divina.

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Ultimo aggiornamento: 10 gennaio 2012