Giovanni Boccaccio

Alcyone

Edizione di riferimento

Gabriele D′Annunzio, Versi d′amore e di gloria, libro terzo Alcyone (1903) edizione diretta da Luciano Anceschi, a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini. Arnoldo  Mondadori Editore, Milano 1984,

Nota: Per avere ventisette anni darei il libro di Alcione.” così scriveva nella Leda senza Cigno; e questo non solo dimostra che la sua sensibilità critica era in lui piuttosto elevata, ma poneva quest′opera poetica in cima a tutta la sua produzione artistica. e dimostra anche un′altra cosa importante: l′avanzare della senilità rende un po′ cupo il suo spirito e lo fa entrare in uno stato in cui sembra fermarsi la sua attività e produttività frenetica. Ma Alcyone resta lì, come un punto di riferimento consolatorio e quasi appagante.

La tregua

Dèspota, andammo e combattemmo, sempre

fedeli al tuo comandamento. Vedi

che l′armi e i polsi eran di buone tempre.

O magnanimo Dèspota, concedi

al buon combattitor l′ombra del lauro,                    5

ch′ei senta l′erba sotto i nudi piedi,

ch′ai consacri il suo bel cavallo sauro

alla forza dei Fiumi e in su l′aurora

ei conosca la gioia del Centauro.

Dèspota, ei sarà giovine ancóra!                               10

Dàgli le rive i boschi i prati i monti

i cieli, ed ei sarà giovine ancóra!

Deterso d′ogni umano lezzo in fonti

gelidi, ei chiederà per la sua festa

sol l′anello degli ultimi orizzonti.                              15

I vènti e i raggi tesseran la vesta

nova, e la carne scevra d′ogni male

éntrovi balzerà leggera e presta.

Tu ′l sai: per t′obbedire, o Trionfale,

sì lungamente fummo a oste, franchi                      20

e duri; né il cor disse mai « Che vale? »

disperato di vincere; né stanchi

mai apparimmo, né mai tristi o incerti,

ché il tuo volere ci fasciava i fianchi.

O Maestro, tu ′l sai: fu per piacerti.                          25

Ma greve era l′umano lezzo ed era

vile talor come di mandre inerti;

e la turba faceva una Chimera

opaca e obesa che putiva forte

sì che stretta era all′afa la gorgiera.                          30

Gli aspetti della Vita e della Morte

invano balenavan sul carname

folto, e gli enimmi dell′oscura sorte.

Non era pane a quella bassa fame

la bellezza terribile; onde il tardo                              35

bruto mugghiava irato sul suo strame.

Pur, lieta maraviglia, se alcun dardo

tutt′oro gli giungea diritto insino

ai precordi!, oh il suo fremito gagliardo!

E tu dicevi in noi: « Quel ch′è divino                        40

si sveglierà nel faticoso mostro.

Bàttigli in fronte il novo suo destino. »

E noi perseverammo, col cuor nostro

ardente, per piacerti, o Imperatore;

e su noi non potè ugna né rostro.                             45

Ma ne sorse per mezzo al chiuso ardore

la vena inestinguibile e gioconda

del riso, che sonò come clangore.

E ad ogni ingiuria della bestia immonda

scaturiva più vivido e più schietto                          50

tal cristallo dall′anima profonda.

Erma allegrezza! Fin lo schiavo abietto,

sfamato con le miche del convito,

lungi rauco latrava il suo dispetto;

e l′obliquo lenone, imputridito                                55

nel vizio suo, dal lubrico angiporto

con abominio ci segnava a dito.

O Dèspota, tu dai questo conforto

al cuor possente, cui l′oltraggio è lode

e assillo di virtii ricever torto.                                  60

Ei nella solitudine si gode

sentendo sé come inesausto fonte.

Dedica l′opre al Tempo; e ciò non ode.

Ammonisti l′alunno: « Se hai man pronte,

non iscegliere i vermini nel fimo                             65

ma strozza i serpi di Laocoonte. »

Ed ei seguì l′ammonimento primo;

restò fedele ai tuoi comandamenti;

fiso fu ne′ tuoi segni a sommo e ad imo.

Dèspota, or tu concedigli che allenti                       70

il nervo ed abbandoni gli ebri spirti

alle voraci melodie dei vènti!

Assai si travagliò per obbedirti.

Scorse gli Eroi su i prati d′asfodelo.

Or ode i Fauni ridere tra i mirti,                               75

l′Estate ignuna ardendo a mezzo il cielo.

Il fanciullo
I

Figlio della Cicala e dell′Olivo,

nell′orto di qual Fauno

tu cogliesti la canna pel tuo flauto,

pel tuo sufolo doppio a sette fóri?

In quel che ha il nume agresto entro un′antica      5

villa di Camerata

deserta per la morte di Pampinea?

O forse lungo l′Affrico che riga

la pallida contrada

ove i campi il cipresso han per confine?                 10

Più presso, nella Mensola che ride

sotto il ponte selvaggia?

Più lungi, ove l′Ombron segue la traccia

d′Ambra e Lorenzo canta i vani ardori?

Ma il mio pensier mi finge che tu colta                   15

l′abbia tra quelle mura

che Arno parte, negli Orti Oricellari,

ove dalla barbarie fu sepolta,

ahi sì trista, la Musa

Fiorenza che cantò ne′ dì lontani                              20

ai lauri insigni, ai chiari

fonti, all′eco dell′inclite caverne,

quando di Grecia le Sirene eterne

venner con Plato alla Città dei Fiori.

Te certo vide Luca della Robbia,                              25

ti mirò Donatello,

operando le belle cantorìe.

Tutte le frutta della Cornucopia

per forza di scalpello

fecero onuste le ghirlande pie.                                  30

E tu danzavi le tue melodìe,

nudo fanciul pagano,

àlacre nel divin marmo apuano

come nell′aria, conducendo i cori.

Figlio della Cicala e dell′Olivo,                                 35

or col tuo sufoletto

incanti la lucertola verdognola

a cui sopra la selce il fianco vivo

palpita pel diletto

in misura seguendo il dolce suono.                        40

Non tu conosci il sogno

forse della silente creatura?

Ver lei ti pieghi: in lei non è paura:

tu moduli secondo i suoi colori.

Tu moduli secondo l′aura e l′ombra                       45

e l′acqua e il ramoscello

e la spica e la man dell′uom che falcia,

secondo il bianco voi della colomba,

la grazia del torello

che di repente pavido s′inarca,                                 50

la nuvola che varca

il colle qual pensier che seren vólto

muti, l′amore della vite all′olmo,

l′arte dell′ape, il flutto degli odori.

Ogni voce in tuo suono si ritrova                             55

e in ogni voce sei

sparso, quando apri e chiudi i fóri alterni.

Par quasi che tu sol le cose muova

mentre solo ti bei

nell′obbedire ai movimenti eterni.                          60

Tutto ignori, e discerni

tutte le verità che l′ombra asconde.

Se interroghi la terra, il del risponde;

se favelli con l′acque, odono i fiori.

O fiore innumerevole di tutta                                   65

la vita bella, umano

fiore della divina arte innocente,

preghiamo che la nostra anima nuda

si miri in te, preghiamo

che assempri te maravigliosamente!                      70

L′immensa plenitudine vivente

trema nel lieve suono

creato dal virgineo tuo soffio,

e l′uom co′ suoi fervori e i suoi dolori.

II

Or la tua melodìa                                                        75

tutta la valle come un bel pensiere

di pace crea, le due canne leggiere

versando una la luce ed una l′ombra.

La spiga che s′inclina

per offerirsi all′uomo                                                 80

e il monte che gli dà pietre del grembo,

se ben l′una vicina

e l′altro sia rimoto

e l′una esigua e l′altro ingente, sembra

si giungano per l′aere sereno                                    85

come i tuoi labbri e le tue dolci canne,

come su letto d′erbe amato e amante,

come i tuoi diti snelli e i sette fóri,

come il mare e le foci,

come nell′ala chiare e negre penne,                         90

come il fior del leandro e le tue tempie,

come il pampino e l′uva.

come la fonte e l′urna,

come la gronda e il nido della rondine,

come l′argilla e il pollice,                                           95

come ne′ fiari [1] tuoi la cera e il miele,

come il fuoco e la stipula stridente.

come il sentiere e l′orma,

come la luce ovunque tocca l′ombra.

III

Sopor mi colse presso la fontana.                           100

Lo sciame era discorde:

avea due re; pendea come due poppe

fulve. E il rame s′udìa come campana.

Ti vidi nel mio sogno, o lene aulete.

Lottato avevi ignudo                                                  105

contro il torrente folle di rapina.

Raccolto avevi piuma di sparviere

che a sommo del del muto

in sue rote feria l′aer di strida.

Ahi, lungi dalle tue musiche dita                            110

gittate avevi i calami forati.

Chino con sopraccigli corrugati

eri, fanciul pugnace,

intento a farti archi da saettare

col legno della flèssile avellana [2] .                         115

IV

Eleggere sapesti il re splendente

nello sciame diviso,

ridere d′ufi tuo bel selvaggio riso

spegnendo il fuco sterile e sonoro.

Con la man tinta in mele dì sosillo                          120

traesti fuor la troppa

signoria. Cauto e fermo la calcavi.

Sporgeva a modo d′uvero di poppa

il buon sire tranquillo

che fu re delle artefici soavi.                                     125

Poi franco te n′andavi

sonando per le prata di trifoglio,

incoronato d′ellera e d′orgoglio,

entro la nube delle pecchie d′oro.

V

L′acqua sorgiva fra i tuoi neri cigli                         130

fecesi occhio che vede e che sorride;

fecesi chioma su la tua cervice

il crespo capelvenere.

Fatto sei di segreto e di freschezza.

Fatte sono di làtice                                                      135

fluido e d′umide fibre le tue membra.

Il tuo spirto, dal fonte come il salice

ma senza l′amarezza

nato, le amiche naiadi rimembra;

tutte le polle sembra                                                  140

trarre per le invisibili sue stirpi.

E se gli occhi tuoi cesii han neri cigli,

ha neri gambi il verde capelvenere.

Converse le tue canne sono in chiari

vetri, onde lenti i suoni                                              145

stillano come gocce da clessidre.

S′appressano i colìibri maculosi,

gli aspidi i ceneri e gli angui

e le ceraste e le verdissime idre.

Taciti, senza spire,                                                      150

eretti i serpi bevono l′incanto.

Sol le bìfide lingue a quando a quando

tremano come trema il capelvenere.

Sino ai ginocchi immerso nella cupa

linfa, alla venenata                                                      155

greggia tu moduli il tuo lento carme.

Par che da′ piedi tuoi torta sia nata

radice e di natura

erbida par ti sien fatte le gambe.

Ma il fior della tua carne                                           160

suso come il nenvifaro s′ingiglia.

E se gli occhi tuoi cesii han nere ciglia,

neri ha gli steli il verde capelvenere.

VI

Se t′è l′acqua visibile negli occhi

e se il làtice nudre le tue carni,                                 165

viver puoi anco ne′ perfetti marmi

e la colonna dorica abitare.

Natura ed Arte sono un dio bifronte

che conduce il tuo passo armonioso

per tutti i campi della Terra pura.                           170

Tu non distingui l′un dall′altro vólto

ma pulsare odi il cuor che si nasconde

unico nella duplice figura.

O ignuda creatura,

teco salir la rupe veneranda                                      175

voglio, teco offerire una ghirlanda

del nostro ulivo a quell′eterno altare.

Torna con me nell′Eliade scolpita

ove la pietra è figlia della luce

e sostanza dell′aere è il pensiere.                             180

Navigando nell′alta notte illune,

noi vedremo rilucere la riva

del diurno fulgor ch′ella ritiene.

Stamperai nelle arene

del Fàlero orme ardenti. Ospiti soli                        185

presso Colòno udremo gli usignuoli

di Sofocle ad Antigone cantare.

Vedremo nei Propilei le porte

del Giorno aperte, nell′intercolunnio

tutto il cielo dell′Attica gioire;                                  190

nel tempio d′Erettèo, coro notturno

dai negricanti pepli le sopposte

vergini stare come urne votive;

la potenza sublime

della Città, transfusa in ogni vena                           195

del vital marmo ov′è presente Atena,

regnar col ritmo il ciel la terra il mare.

Alcun arbore mai non t′avrà dato

gioia sì come la colonna intatta

che serba i raggi ne′ suoi solchi eguali.                  200

All′ora quando l′ombra sua trapassa

i gradi, tu t′assiderai sul grado

più alto, co′ tuoi calami toscani.

La Vittoria senz′ali

forse t′udrà, spoglia d′avorio e d′oro;                     205

e quella alata che raffrèna il toro;

e quella che dislaccia il suo calzare.

Taci! La cima della gioia è attinta.

Guarda il Parnete [3] al ciel, come leggero!

Guarda l′Imetto roscido di miele!                            210

Flessibile m′appar come l′efebo,

vestito della clamide succinta,

che cavalcò nelle Panatenee.

Sorse dall′acque egee

il bel monte dell′api e fu vivente.                            215

Or tuttavia nella sua forma ei sente

la vita delle belle acque ondeggiare.

Seno d′Egina! Oh isola nutrice

di colombe e d′eroi! Pallida via

d′Eleusi coi vestigi di Demetra!                               220

Splendore della duplice ferita

nel fianco del Pentelico! Armonie

del glauco olivo e della bianca pietra!

Ogni golfo è una cetra.

Tu taci, aulete, e ascolti. Per l′Imetto                     225

l′ombra si spande. Il monte violetto

mormora e odora come un alveare.

VII

L′odo fuggir tra gli arcipressi foschi,

e l′ansia il cor mi punge.

Ei mi chiama di lunge                                                230

solo negli alti boschi, e s′allontana.

Mutato è il suon delle sue dolci canne.

Trèmane il cor che l′ode,

balza se sotto il piè strida l′arbusto;

pavido è fatto al rombo del suo sangue,                235

ed altro più non ode

il cor presago di remoto lutto.

Prego: « O fanciul venusto,

non esser sì veloce

ch′io non ti giunga! » È vana la mia voce.              240

Melodiosamente ei s′allontana.

Elei nereggian dopo gli arcipressi,

antiqui arbori cavi.

Pascono suso in del nuvole bianche.

A quando a quando tra gli intrichi spessi             245

le nuvole soavi

son come prede tra selvagge branche.

E sempre odo le canne

gemere d′ombra in ombra

roche quasi richiamo di colomba                            250

che va di ramo in ramo e s′allontana.

« O fanciullo fuggevole, t′arresta!

Tu non sai com′io t′ami,

intimo fiore dell′anima mia.

Una sol volta almen volgi la testa,                           255

se te la inghirlandai,

bel figlio della mia melancolla!

Con la tua melodìa

fugge quel che divino

era venuto in me, quasi improvviso                        260

ritorno dell′infanzia più lontana.

Fa che l′ultima volta io t′incoroni,

pur di negro cipresso,

e teco io sia nella dolente sera! »

Ei nell′onda volubile dei suoni                                 265

con un gentil suo gesto,

simile a un spirto della primavera,

volgesi; alla preghiera

sorride, e non l′esaude.

L′ansia mia vana odo sol tra le pause,                     270

mentre che d′ombra in ombra ei s′allontana.

Ad un fonte m′abbatto che s′accoglie

entro conca profonda

per aver pace, e un elee gli fa notte.

« O figlio, sosta! Imiterai le foglie                             275

e l′acque anche una volta

e i silenzii del dì con le tue note.

Sediamo in su le prode.

Fa ch′io veda l′imagine

puerile di te presso l′imagine                                    280

di me nel cupo speglio! » Ei s′allontana.

S′allontana melodiosamente

né più mi volge il viso,

emulo di Favonio ei nel suo volo.

Sol calando, la plaga d′occidente                             285

s′infiamma; e d′improvviso

tutta la selva è fatta un vasto rogo.

Le nuvole di foco

ardono gli elei forti,

aerie vergini al disio dei mostri.                              290

Giunge clangor di buccina lontana.

E un tempio ecco apparire, alte ruine

cui scindon le radici

errabonde. Gli antichi iddii son vinti.

Giaccion tronche le statue divine                             295

cadute dai fastigi;

dormono in bruni pepli di corimbi.

Lentischi e terebinti

l′odor dei timiami

fan loro intorno. « O figlio, se tu m′ami,                 300

sosta nel luogo santo! » Ei s′allontana.

« Rialzerò le candide colonne,

rialzerò l′altare

e tu l′abiterai unico dio.

M′odi: te l′ornerò con arti nuove.                              305

E non avrà l′eguale.

Maraviglioso artefice son io.

T′adorerò nel mio

petto e nel tempio. M′odi,

figlio! Che immortalmente io t′incoroni! »              310

Nel gran fuoco del vespro ei s′allontana.

Si dilegua ne′ flammei orizzonti.

Forse è fratei degli astri.

O forse nel mio sogno s′è converso?

« Ti cercherò, ti cercherò ne′ monti,                          315

ti cercherò per gli aspri

torrenti dove ti sarai deterso.

E ti vedrò diverso!

Gittato avrai le canne,

intento a farti archi da saettare                                 320

col legno della flèssile avellana. »

Lungo l′Affrico
nella sera di giugno
dopo la pioggia

Grazia del ciel, come soavemente

ti miri ne la terra abbeverata,

anima fatta bella dal suo pianto!

O in mille e mille specchi sorridente

grazia, che da la nuvola sei nata                              5

come la voluttà nasce dal pianto,

musica nel mio canto

ora t′effondi, che non è fugace,

per me trasfigurata in alta pace

a chi l′ascolti.                                                                10

Nascente Luna, in cielo esigua come

il sopracciglio de la giovinetta

e la midolla de la nova canna,

sì che il più lieve ramo ti nasconde

e l′occhio mio, se ti smarrisce, a pena                     15

ti ritrova, pel sogno che l′appanna.

Luna, il rio che s′avvalla

senza parola erboso anche ti vide;

e per ogni fil d′erba ti sorride,

solo a te sola.                                                                  20

 

O nere e bianche rondini, tra notte

e alba, tra vespro e notte, o bianche e nere

ospiti lungo l′Affrico notturno!

Volan elle sì basso che la molle

erba sfioran coi petti, e dal piacere                          25

il loro volo sembra fatto azzurro.

Sopra non ha susurro

l′arbore grande, se ben trema sempre.

Non tesse il volo intorno a le mie tempie

fresche ghirlande?                                                       30

E non promette ogni lor breve grido

un ben che forse il cuore ignora e forse

indovina se udendo ne trasale?

S′attardan quasi immemori del nido,

e sul margine dove son trascorse                             35

par si prolunghi il fremito dell′ale.

Tutta la terra pare

argilla offerta all′opera d′amore,

un nunzio il grido, e il vespero che muore

un′alba certa.                                                                 40

LA SERA FIESOLANA

Fresche le mie parole ne la sera

ti sien come il fruscio che fan le foglie

del gelso ne la man di chi le coglie

silenzioso e ancor s′attarda a l′opra lenta

su l′alta scala che s′annera                                         5

contro il fusto che s′inargenta

con le sue rame spoglie

mentre la Luna è prossima a le soglie

cerule e par che innanzi a sé distenda un velo

ove il nostro sogno si giace                                        10

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace

senza vederla.

Laudata sii pel tuo viso di perla,                               15

o Sera, e pe′ tuoi grandi umidi occhi ove si tace

l′acqua del cielo!

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva [4]

tepida e fuggitiva,                                                         20

commiato lacrimoso de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l′aura che si perde,

e su ′l grano che non è biondo ancóra                     25

e non è verde,

e su ′l fieno che già patì la falce

e trascolora [5] .

e su gli olivi, su i fratelli olivi

che fan di santità pallidi i clivi                                 30

e sorridenti.

Laudata sii per le tue vesti aulenti,

o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce

il fien che odora!

Io ti dirò verso quali reami                                       35

d′amor ci chiami il fiume, le cui fonti

eterne a l′ombra de gli antichi rami

parlano nel mistero sacro dei monti;

e ti dirò per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti                                40

s′incurvino come labbra che un divieto

chiuda, e perché la volontà di dire

le faccia belle

oltre ogni uman desire

e nel silenzio lor sempre novelle                             45

consolatrici, sì che pare

che ogni sera l′anima le possa amare

d′amor più forte.

Laudata sii per la tua pura morte,

o Sera, e per l′attesa che in te fa palpitare             50

le prime stelle!

L′ULIVO

Laudato sia l′ulivo nel mattino!

Una ghirlanda semplice, una bianca

tunica, una preghiera armoniosa

a noi son festa.

Chiaro leggero è l′arbore nell′aria.                            5

E perché l′imo cor la sua bellezza

ci tocchi, tu non sai, noi non sappiamo,

non sa l′ulivo.

Esili foglie, magri rami, cavo

tronco, distorte barbe, piccol frutto,                        10

ecco, e un nume ineffabile risplende

nel suo pallore!

O sorella, comandano gli Ellèni

quando piantar vuoisi l′ulivo, o córre,

che ′l facciano i fanciulli della terra                         15

vergini e mondi,

imperocché la castitate sia

prelata di quell′arbore palladio

e assai gli noccia mano impura e tristo

alito il perda.                                                                   20

Tu nel tuo sonno hai valicato l′acque

lustrali, inceduto hai su l′asfodelo

senza piegarlo; e degna al casto ulivo

ora t′appressi.

Biancovestita come la Vittoria,                                 25

alto raccolta intorno al capo il crine,

premendo con piede àlacre la gleba,

a lui t′appressi.

L′aura move la tunica fluente

che numerosa ferve, come schiume                         30

su la marina cui l′ulivo arride

senza vederla.

Nuda le braccia come la Vittoria,

sul flessibile sandalo ti levi

a giugnere il men folto ramoscello                           35

per la ghirlanda.

Tenue serto a noi, di poca fronda,

è bastevole: tal che d′alcun peso

non gravi i bei pensieri mattutini

e d′alcuna ombra.                                                         40

O dolce Luce, gioventù dell′aria,

giustizia incorruttibile, divina

nudità delle cose, o Animatrice,

in noi discendi!

Tocca l′anima nostra come tocchi                             45

il casto ulivo in tutte le sue foglie;

e non sia parte in lei che tu non veda,

Onniveggente!

LA SPIGA

Laudata sia la spica nel meriggio!

Ella s′inclina al Sole che la cuoce,

verso la terra onde umida erba nacque;

s′inclina e più s′inclinerà domane

verso la terra ove sarà colcata                                   5

col gioglio ch′è il malvagio suo fratello,

con la vena selvaggia

col ciano cilestro

col papavero ardente,

cui l′uom non seminò, in un mannello.                  10

È di tal purità che pare immune,

sol nata perché l′occhio uman la miri;

di sì bella ordinanza che par forte.

Le sue granella sono ripartite

con la bella ordinanza che c′insegna                       15

il velo della nostra madre Vesta.

Tre son per banda alterne;

minore è il granel medio;

ciascuno ha la sua pula;

d′una squammetta nasce la sua resta.                    20

Matura anco non è. Verde è la resta

dove ha il suo nascimento dalla squamma,

però tutt′oro ha la pungente cima.

E verdi lembi ha la già secca spoglia

ove il granello a poco a poco indura                         25

ed assume il color della focaia.

E verdeggia il fistuco

di pallido verdore

ma la stipula è bionda.

S′odon le bestie rassodare l′aia.                               30

Dice il veglio: « Ne′ luoghi maremmani

già gli uomini cominciano segare.

E in alcuna contrada hanno abbicato.

Tu non comincerai, se tu non veda

tutto il popolo eguale della mèsse                            35

egualmente risplender di rossore. »

E la spica s′arrossa.

Brilla il fil nella falce,

negreggia il rimanente,

di stoppia incenerita è il suo colore.                       40

E prirna la sudata mano e poi

il ferro sentirà nel suo fistuco

la spica; e in lei saran le sue granella,

in lei sarà la candida farina                                       45

che la pasta farà molto tegnente

e farà pane che molto ricresce.

Ma la vena selvaggia

ma il ciano cilestro

ma il papavero ardente                                              50

con lei cadranno, ahi, vani su le secce.

E la vena pilosa, or quasi bianca,

è tutta lume e levità di grazia;

e il ciano rassembra santamente

gli occhi cesii- di Palla madre nostra;                    55

e il papavero è come il giovanile

sangue che per ispada spiccia forte;

e tutti sono belli,

belli sono e felici

e nel giorno innocenti;                                                60

e l′uom non si dorrà di loro sorte.

E saranno calpesti e della dolce

suora, che tanto amarono vicina,

che sonar per le reste quasi esigua

dtara al vento udirono, disgiunti;

e sparsi moriran senza compianto                          65

perché non dànno il pane che nutrica.

Ma la vena selvaggia

e il ciano cilestro

e il papavero ardente

laudati sien da noi come la spica!                            70

L′OPERE E I GIORNI

O sposo della Terra venerando,

è bello a sera noverare l′opre

della dimane e misurar nel cuore

meditabondo la durabil forza.

Veglio, la tua parola su me piove                            5

candida come il fior del melo allora

che già comincia ad allegare il frutto.

Parlami, e dimmi quali sieno l′opre.

« Di questo mese m′apparecchio l′aia.

La mondo e sarchiellata lievemente                        10

la concio con la pula e con la morchia

sicché difenda la biada da topi

e da formiche e d′altra gente infesta.

E poi la piano con la pietra tonda,

o con legno; o pur suvvi spargo l′acqua                 15

e suvvi metto le mie bestie, e bene

co′ piedi lor la faccio rassodare;

e poi si secca al sole » il veglio dice.

E sta su la sua soglia rinnovata

di quella pietra ch′è detta serena                             20

(nasce del Monte Céceri in gran copia)

schietta pietra, pendente nell′azzurro

alquanto, di color d′acqua piovana

ove cotta la foglia sia del glastro.

E dietro la sua faccia, che la grande                        25

etade arò con ihvisibil vomere

sì che raggia di curvi e retti solchi

qual iugero già pronto alla sementa,

sale su per lo stipite di pietra

il bianco gelsomin grato alle pecchie.                     30

eguale di candore al crin canuto.

« Di questo mese nel solstizio, quando

il Sol non puote più salire, semino

le brasche; le qua′ poi di mezzo agosto

trapiantar mi bisogna in luogo irriguo.                  35

E la bietola e l′appio e il coriandro

e la lattuga semino, ed innacquo.

Colgo la veccia, e sego per pastura

il fien greco. La fava anzi la luce

vello, scemante la luna; la fava,                                40

anzi che compia lo scemar la luna,

batto; e refrigerata la ripongo.

Di questo mese inocchio il pesco, impiastro

il fico, vóto l′arnia, il condottiero

eleggo nel gomitolo dell′api.                                      45

E prossima si fa la mietitura

dell′orzo, la qual compiere mi giova

anzi che mi comincino a cascare

le spighe, imperocché non son vestite

sue granella di foglie, come il grano.                      50

Da giovine sei moggia il dì potei

segarne! » sorridendo il veglio dice.

Ancóra armata è la gengiva, salda

nel suo sorriso e nella sua favella.

E non pur gli vacillano i ginocchi,                           55

se ben la falce nell′oprare gli abbia

a simiglianza del suo ferro istesso

curve le gambe. E sopra il santo petto

il lin rude, che l′indaco fe′ quasi

celeste, crea misteriosamente                                   60

l′imagine di Pan duce degli astri,

cui nel torace si rispecchia il Cielo.

L′AEDO SENZA LIRA

Meco ragiona il veglio

d′una spezie di pomi.

E dice: « Nasce in arbore

di mezzana statura, e fior bianchetto.

La dolcezza del frutto                                                 5

è mista con asprezza.

Non ricusa qualunque terra. I luoghi

allegri ama bensì, dolce temperie.

Dilettasi del mare.

Il vento e il gelo teme.                                                 10

Innestar non si puote.

Piccola etade dura.

Serbansi i pomi in orci unti di pece.

Anco serbansi in cave

dell′oppio arbore; ovver tra la vinaccia                  15

in pentole, assai bene e lungamente. »

Così ragiona il veglio; ed in sue lente

parole il cor si spazia

come in un canto aonio.

Risplende un′antichissima virtude,                         20

come nel prisco aedo

che canta un fato illustre,

o Terra, nel tuo bianco testimonio.

Il soffio del suo petto

paterno è come la bontà dell′aria                            25

che fa buona ogni cosa.

La vita fruttuosa

dell′arbore s′agguaglia

alle sorti magnifiche dei regni.

Ei parla, e tra due legni                                             30

tesse la chiara paglia

come l′aedo tende le sue corde,

create co′ minugi degli agnelli,

tra i bracci della lira.

Vento asolando, spira                                                35

odor di meliloto il miei dall′ombra,

colato nei mondissimi vaselli

ove la man spremette i fiali pregni.

Ei ragiona e travaglia;

e il flavescente culmo non si spezza.                      40

A quando a quando mira

come chi attenda segni.

Ode sciame che romba.

Ei parla di battaglia

che han l′api in loro ostelli                                        45

per signorie lor nuove.

Gli luce nella barba e ne′ capelli

alcun filo di paglia

che il suo parlar commuove.

Al sole oro non è che tanto luca.                              50

Appesa alla sua bocca che s′immézza,

presso l′aroma della sua saggezza,

l′anima nostra è come la festuca.

BEATITUDINE

« Color di perla quasi informa, quale

conviene a donna aver, non fuor misura. »

Non è. Dante, tua donna che in figura

della rorida Sera a noi discende?

Non è non è dal cielo Beatrice                                   5

discesa in terra a noi

bagnata il viso di pianto d′amore?

Ella col lacrimar degli occhi suoi

tocca tutte le spiche

a una a una e cangia lor colore.                                10

Stanno come persone

inginocchiate elle dinanzi a lei,

a capo chino, umili; e par si bei

ciascuna del martire che l′attende.

Vince il silenzio i movimenti umani.                      15

Nell′aerea chiostra

dei poggi l′Arno pallido s′inciela.

Ascosa la Città di sé non mostra

se non due steli alzati,

torre d′imperio e torre di preghiera,                       20

a noi dolce com′era

al cittadin suo prima dell′esiglio

quand′ei tenendo nella mano un giglio

chinava il viso tra le rosse bende.

Color di perla per ovunque spazia                          25

e il ciel tanto è vicino

che ogni pensier vi nasce come un′ala.

La terra sciolta s′è nell′infinito

sorriso che la sazia,

e da noi lentamente s′allontana                                30

mentre l′Angelo chiama

e dice: « Sire, nel mondo si vede

meraviglia nell′atto, che procede

da un′anima, che fin quassù risplende. »

FVRIT AESTVS

Un falco stride nel color di perla:

tutto il cielo si squarcia come un velo.

O brivido su i mari taciturni,

o soffio, indizio del sùbito nembo!

O sangue mio come i mari d′estate!                        5

La forza annoda tutte le radici:

sotto la terra sta, nascosta e immensa.

La pietra brilla pivi d′ogni altra inerzia.

La luce copre abissi di silenzio,

simile ad occhio immobile che celi                          10

moltitudini folli di desiri.

L′Ignoto viene a me, l′Ignoto attendo!

Quel che mi fu da presso, ecco, è lontano.

Quel che vivo mi parve, ecco, ora è spento.

T′amo, o tagliente pietra che su l′erta                     15

brilli pronta a ferire il nudo piede.

Mia dira sete, tu mi sei piti cara

che tutte le dolci acque dei ruscelli.

Abita nella mia selvaggia pace

la febbre come dentro le paludi.                              20

Pieno di grida è il riposato petto.

L′ora è giunta, o mia Mèsse, l′ora è giuntai

Terribile nel cuore del meriggio

pesa, o Mèsse, la tua maturità.

DITIRAMBO I
ROMAE FRVGIFERAE DIC.

Ove sono i cavalli del Sole

criniti di furia e di fiamma?

le code prolisse

annodate con liste

di porpora, l′ugne                                                          5

adorne di lampi

su l′aride ariste?

Ove l′aie come circhi,

le trebbie come pugne,

come atleti la rustica prole?                                      10

Ove sono i cavalli del Sole

disgiunti dal carro celeste?

Ove le sferze sonanti,

le rèdine lunghe sbandite,

il tinnir dei metalli,                                                      15

il brillar delle madide groppe?

Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?

Ove la femmina bella

coperta di loppe e di reste

come d′ori e di gemme?                                             20

Ove gli scherni, le risse,

le nude coltella,

il sangue che fuma e che bolle,

il giovine ucciso che cade

nelle sue biade                                                             25

asperse del suo ricco sangue

e del via suo vermiglio?

Ove il tuo nume, o Dioniso,

e il tuo riso e il tuo furore

e il tuo periglio?                                                           30

Qui scarsa mèsse

per piccole vite,

aia angusta, fatica molle,

mani prudenti, fievoli gole.

O Maremme, o Maremme,                                        35

bellezza immite

nata dalla Febbre e dal Sole,

o regni diurni di Dite,

voi l′anima mia sogna!

O Roma, o Roma, la prima                                       40

davanti alla faccia del Sole,

incombustibile forza,

semenza di gloria,

unica nata dal solco

del violento                                                                  45

ardua spica opima,

te l′anima mia sogna ed agogna

in un mar di frumento,

dal Cimino solitario

ai vitiferi colli dei Volsci,                                          50

fino a Minturno ov′erra

nel limo l′ombra di Mario,

fino a Sinuessa

ebra di Massico forte,

fino alle auree porte                                                   55

della Campania promessa,

in un mar di frumento

innumerevole

come le trionfate stirpi

dalla tua guerra!                                                          60

O arce della Terra,

nel dipartirmi

da te, al conspetto dell′Agro

ebbi presagio cruento

che m′infiammò d′amore                                           65

più novo e gagliardo

per tutte le tue are

e per tutte le tue tombe.

Vidi campo di rossi

papaveri vasto al mio sguardo                                 70

come letto di strage,

come flutto ancor caldo

sgorgato da una ecatombe.

Non mai più fervente rossore

veduto avean gli occhi miei grandi,                        75

e tutta la mia vita tremava

dalle radici

come s′io mi svenassi

sul sacro tuo suolo

con vene giganti.                                                          80

E l′anima, che si dipartiva,

impetuosamente

verso di te si rivolse, incesa

da dolor rovente

ch′ella udì stridere come                                           85

tizzo in piaga viva;

e tutta verso di te protesa

era, gridando il tuo nome

al fulgor vermiglio,

dal carro strepitoso                                                    90

che la traeva in esiglio.

E intollerabile male

tra tutti i suoi mali

a lei parve la sua dipartita;

sentì la sua vita                                                           95

spoglia d′ogni forza e senz′ali,

pallida e senza riposo

piegata su l′acre ferita,

ahi, mirò sé stessa lontana.

O Toscana, o Toscana,                                             100

dolce tu sei ne′ tuoi orti

che lo spino ti chiude

e il cipresso ti guarda;

dolce sei nelle tue colline

che il ruscello ti riga                                                105

e l′ulivo t′inghirlanda.

E una dura virtude

certo nelle tue torri commise

e murò per la guerra civile

le pietre forti;

e carca di grandi morti                                            110

tu sei ne′ tuoi sculti sepolcri,

o Fiorenza, o Fiorenza,

giglio di potenza,

virgulto primaverile;

e certo non è grazia alcuna                                    115

che vinca tua grazia d′aprile

quando la valle è una cuna

di fiori di sogni e di pace

ove Simonetta si giace.

Ma cuna dell′anima mia                                         120

è il solco del carro stridente

nella pietra dell′Appia via.

A piè del Celio infrequente,

sotto la Porta Capena

gemere udì l′Acqua Marcia                                    125

che abbevera l′Urbe affocata.

Si mosse di là fra le tombe

e i lauri, fra la Morte che guata

e la Gloria che perde le frondi,

ai colli d′Alba giocondi.                                          130

Lasciò dietro sé le molli ombre;

più non vide la lunga catena

rosseggiar degli acquedutti;

non vide la fresca Preneste;

sdegnò di Tuscolo i frutti,                                      135

d′Aricia la selva serena;

s′affrettò alla spiaggia tirrena

ove dura fervente

la bava delle tempeste,                                           140

alle reggie di Circe funeste

ove urtò d′Odisseo la carena.

Anelante al deserto di luce

ove fuma vapor che avvelena

e rapisce gli spirti errabondi,                                 145

scoperse la candida rupe

onde Anxur pendente

nella truce canicola incombe

allo stagno mortifero e al Mare.

Appia via, cammino solare                                     150

incontro all′Austro rapido-ardente,

Appia via, dalla Porta Capena

cui la recondita vena

geme l′assidua stilla,

ove condurrai tu la mia                                             155

anima impaziente

che d′avidità risfavilla?

Non qui la mia mèsse è mietuta.

A mietere l′alta mia mèsse

mille falci indefesse                                                    160

travagliarono solco per solco,

dall′aurora al tramonto,

per nove aurore

e per nove tramonti,

in terra sconosciuta.                                                   165

E s′udiva in ogni meriggio

venir dagli orizzonti

infiammati la voce

e il tuono di Pan sopra a noi.

E ululava la torma feroce:                                         170

« O Pan, aiuta, aiuta! »

.E per la stoppia i buoi

candidi, aggiogati ai plaustri

contra le biche manomesse,

mugghiavano di spavento.                                       175

O Pan, dammi il mio frumento,

dammi l′oro della mia mèsse

australe e la furia degli Austri

libici e la furia dei cavalli

dall′ugne adorne di lampi!                                       180

Non qui non qui ebbi i miei campi,

non qui ebbi i miei plaustri,

ma nel grande Lazio tirreno,

fino a Minturno,

fino a Sinuessa,                                                            185

nella terra ebra di Massico

nella terra ebra di Cècubo,

a Fondi lacustre,

ad Amicle marina,

ad Ardea danaèia                                                        190

ov′arde il sangue di Turno,

e su la curva spiaggia nomata

dalla nutrice eneia,

di qua dal rapace Volturno,

e presso lo stagno taciturno                                      195

pingue di calami e d′ulve

ove di Latino il lauro vige

tra le spiche fatte più fulve,

e ad Anzio amor del pirata

e della Fortuna crudeli                                               200

e del crudele Imperatore,

e a Ostia, nella sacra bocca

del Tevere irta di prore

gonfia di vele

ingombra de′ lunghi granai.                                    205

Ovunque falciai e trebbiai

nel grande Lazio tirreno,

alle porte dell′Urbe e al confine

estremo, fra il Tevere e il Liri,

in ogni più fertile plaga.                                            210

Ma a te vanno i miei sospiri.

a te, ombra del Monte Circèo

letifera come il veleno

e il carme dell′avida maga

che tenne l′insonne                                                     215

piloto re d′Itaca Odisseo

nel letto dall′alte colonne.

Quivi ancor regna nel Monte

l′Iddia callida, figlia del Sole;

e spia dal palagio rupestro,                                      220

tra sue stellate pantere

e sue tazze attoscate di suchi.

Gemon prigioni i suoi drudi,

bestiame del suo piacere,

cui ella tocca la fronte                                                225

con verga e susurra parole.

E i suoi pastori astati, prole

dell′Evia e del Centauro

generata nell′ora dell′estro,

di bronzea pelle, di pél sauro,                                  230

prole furibonda,

quivi sotto gettano rauco

ululo su la palude

e pungono il negro armento

dalle code nude,                                                           235

i bufali, irosi mostri

profondati nel lutulento [6]

pascolo che s′inselva di corna.

E, quando aggiorna,

tutta la palude ansa e soffia                                     240

per le froge e per le fauci emerse,

occhiuta di mille occhi torvi;

e l′acqua putre gorgoglia

e bulica [7] occlusa dall′erbe

cui sradica il piè bisulco [8] ,                                     245

mentre nube di corvi

sinistra offusca e assorda l′aria

ove passa in silenzio mortale

la Febbre velata di nebbia.

Quivi io farò la mia trebbia,                                    250

quivi batterò la mia mèsse

in un′area vasta

come campo per oste schierata.

Ove sono i cavalli del Sole

criniti di furia e di fiamma?                                    255

le code prolisse

annodate con liste

di porpora, l′ugne

adorne di lampi

su l′aride ariste?                                                        260

Ove le sferze sonanti,

le rèdine lunghe sbandite,

il tinnir dei metalli,

il brillar delle madide [9] groppe?

Ove gli urli, ove i canti, ove i balli?                       265

Ecco, al tripudio, ecco i cavalli!

Chi li conduce?

Ecco le sferze, ecco i crotali [10] ,

i cimbali cavi-sonori

che vince il rombo dei cuori                                    270

le femmine scalze-succinte [11]

ebre di luce,

i giovini possa-di-tori [12]

ebri di strepito.

Ecco il fiore del sangue latino.                                275

Ecco gli otri gonfi di vino.

Ecco la sapa [13] dolce a mescere.

Ecco l′arido pane che asseta.

Ecco la tazza di creta,

foggia antica e ne′ secoli bella,                                280

ampia come bucranio [14] ,

rosea come mammella.

Ecco tutto il tripudio!

Versate i manipoli

sul suol vulcanio,                                                       285

versate dal plaustro [15]

accline [16] i manipoli

come da cornucopia [17] .

Tutta la terra è roggia

più che sinopia                                                            290

agli occhi torbidi.

Il vento turbina,

suscita polvere in vortici.

Versano i plaustri

nell′aia l′oro stridulo [18] .                                          295

L′oro s′accumula,

Dispare il suolo igneo

sotto la congerie

innumerevole.

Sola una bica [19] , solo un aureo                             300

monte è la grande area.

Tutto il Lazio è una stoppia

che arde e solvesi in cenere,

da Sinuessa massica [20]

fino a Roma romulea.                                                 305

Sola una bica, solo un aureo

monte è la grande area;

e i cavalli l′ascendono.

Scalpita, scalpita!

O Roma, questo è il monte di Cerere                      310

madre di Prosèrpina,

questo è il monte della Magna Madre

che navigò pel Tevere.

I cavalli terribili

erti su l′unghia solida                                                315

l′ascendono, l′assaltano.

Scalpita, scalpita!

Crollano i manipoli

sotto l′urto, si spezzano

i culmi, si sgranano                                                    320

le spiche, le ariste stridono,

le loppe volano.

Scalpita, scalpita!

Le sferze schioccano,

per l′aere guizzano                                                     325

come le folgori.

Come le gómene

della nave in pericolo

sotto la ràffica,

si tendono le rèdine.                                                   330

Gli umani polsi battono,

tremano i muscoli,

si gonfiano le arterie.

Chi osa reggere

la forza degli Alipedi?                                               335

 

Balzano, s′impennano

le fiere, vèrberano

l′aere, col ferro quadruplice

i cumuli dirompono.

Le code intonse inarcansi,                                         340

le criniere svèntolano

come vessilli vividi,

le nari spirano

fiamma, gli occhi si rigano

di sangue, i fianchi pulsano,                                     345

le vene si palesano,

per l′ampie groppe rivoli

di sudore fluiscono,

nella schiuma dei difficili

freni brilla l′iride.                                                        350

Scalpita, scalpita!

Tutto il fuoco dell′anima

ferina esalasi

nell′impeto e nell′ansito,

par circonfondere                                                        355

gli acri corpi madidi,

sul sudor fremere

come un′ala invisibile.

Svegliasi nei rapidi

cuori l′anelito di Pègaso                                            360

verso il cammin sidereo?

Scalpita, scalpita!

Il vento turbina,

agita in nugoli

vani le spoglie spìcee [21] .                                        365

Tutto l′aere è volatile

oro, per ove le candide

e negre e saure

e maculate groppe splendono,

per ove passano                                                          370

i gridi rauchi,

gli schiocchi, i sibili,

l′urto dei crotali,

il tintinnìo dei cimbali,

il mugghio delle bufale,                                            375

il riso delle femmine

umane che Libero èccita.

Ma il cielo dilatasi

muto e solenne sul tripudio;

lungi si tace il Mare Infero                                        380

ove il figlio di Venere

dall′alta prora iliaca

gridò: « Italia! Italia! »

E l′ombra del re d′Itaca,

l′ombra dell′antico nauta                                          385

esperto degli uomini e dei pelaghi,

guata dalla magica

rupe se il Fato ferreo

lui anco chiami a vincere

un più grande pericolo.                                             390

O Forza, o Abondanza, o Vittoria,

voi all′opera terrestre auspici

siete e testimonii!

Tutto di voi s′illumina

il grande Lazio. In purpureo                                    395

lume il giorno cangiasi.

Il vento chiude i suoi turbini.

L′aere la terra pènetra.

Par nelle cose nascere

una vita indicibile,                                                      400

però che i prischi numi italici,

subitamente reduci

dall′Ombra delle Origini,

nella gleba rivivano,

nell′acqua nell′erba nella silice,                               405

e laggiù, entro la reggia

del re Latino figlio

di Marica e di Fauno,

rinverdiscasi il Lauro

che fu sacro ad Apolline                                            410

Febo pria che il vedovo

di Creusa da Ilio

venisse per congiugnersi

con Lavinia vergine fertile.

O prodigio! O metamorfosi!                                     415

Su la grande area,

quadrata come la saturnia

Urbe nel nascere,

la calpesta mèsse al par d′occidua

nuvola s′imporpora.                                                   420

Scalpita, scalpita!

E i cavalli son rosei

splendenti, come se nell′intimo

sangue una sùbita

aurora accendasi                                                         425

e per i fumidi

fianchi trasparir veggasi.

S′ergono e di roseo

fuoco il petto e il ventre splendono,

ove s′intrecciano le tumide                                       430

vene come d′edera

intrichi per arborei cottici.

Fiammei spiriti

dalle narici esalano.

Scalpita, scalpita!                                                        435

Or senton gli uomini

che un divin numero

modera l′impeto

dei solidunguli.

O prodigio! O metamorfosi!                                     440

Ecco, le ali titanie,

le solari penne, le lucifere

piume, infaticabili

flagelli dell′Etere

diurno, artefici                                                             445

della rapidità precìpite,

cui le trame dei muscoli

contro le dure scapule

parean constringere,

ecco, ecco, si liberano                                                 450

si spiegano s′allargano.

Nell′oro e nella porpora

aperte palpitano

le ali, le ali apollinee.

Il vento ch′elle muovono                                           455

solleva il cuor degli uomini

come un peàn [22] che cantino

per sacri intercolunnii

cetere a miriadi.

Io Peàn! Io Peàn! Gloria                                             460

al Maestro dell′Opere,

allo Specchio degli Uomini,

al Titan dalla rutila [23] chioma,

al Re delle alate parole,

al Duce dei cori eliconii!                                            465

O Forza, Abondanza, Vittoria,

e tu, Genio che mai non si doma,

voi siatemi qui testimonii.

Calpestano i cavalli del Sole

il rinato frumento di Roma.                                      470

PACE

Pace, pace! La bella Simonetta

adorna del fugace emerocàllide [24]

vagola senza scorta per le pallide

ripe cantando nova ballatetta.

Le colline s′incurvano leggiere                                    5

come le onde del vento nella sabbia

del mare e non fanno ombra, quasi d′aria.

L′Arno favella con la bianca ghiaia,

recando alle Nereidi tirrene

il vel che vi bagnò forse la Grazia,                           10

forse il velo onde fascia

la Grazia questa terra di Toscana

escita della casalinga lana

che fu l′arte sua prima.

Pace, pace! Richiama la tua rima                              15

nel cor tuo come l′ape nel tuo bugno.

Odi tenzon che in su l′estremo giugno

ha la cicala con la lodoletta!

LA TENZONE

O Marina di Pisa, quando folgora

il solleone!

Le lodolette cantan su le pratora

di San Rossore

e le cicale cantano su i platani                                     5

d′Arno a tenzone.

Come l′Estate porta l′oro in bocca,

l′Arno porta il silenzio alla sua foce.

Tutto il mattino per la dolce landa

quinci è un cantare e quindi altro cantare;             10

tace l′acqua tra l′una e l′altra voce.

E l′Estate or si china da una banda

or dall′altra si piega ad ascoltare.

È lento il fiume, il naviglio è veloce.

La riva è pura come una ghirlanda.                         15

Tu ridi tuttavia co′ raggi in bocca,

come l′Estate a me, come l′Estate!

Sopra di noi sono le vele bianche,

sopra di noi le vele immacolate.

Il vento che le tocca                                                        20

tocca anche le tue pàlpebre un po′ stanche,

tocca anche le tue vene delicate;

e un divino sopor ti persuade,

fresco ne′ cigli tuoi come rugiade

in erbe all′albeggiare.                                                   25

S′inazzurra il tuo sangue come il mare.

L′anima tua di pace s′inghirlanda.

L′Arno porta il silenzio alla sua foce

come l′Estate porta l′oro in bocca.

Stormi d′augelli varcano la foce,                              30

poi tutte l′ali bagnano nel mare!

Ogni passato mal nell′oblìo cade.

S′estingue ogni desìo vano e feroce.

Quel che ieri mi nocque, or non mi nuoce;

quello che mi toccò, più non mi tocca.                    35

È paga nel mio cuore ogni dimanda,

come l′acqua tra l′una e l′altra voce.

Così discendo al mare;

così veleggio. E per la dolce landa

quinci è un cantare e quindi altro cantare.             40

Le lodolette cantan su le pratora

di San Rossore

e le cicale cantano su i platani

d′Arno a tenzone.

BOCCA D′ARNO

Bocca di donna mai mi fu di tanta

soavità nell′amorosa via

(se non la tua, se non la tua, presente)

come la bocca pallida e silente

del fiumicel che nasce in Falterona.                         5

Qual donna s′abbandona

(se non tu, se non tu) sì dolcemente

come questa placata correntìa?

Ella non canta,

e pur fluisce quasi melodìa                                       10

all′amarezza.

Qual sia la sua bellezza

io non so dire,

come colui che ode

suoni dormendo e virtudi ignote                             15

entran nel suo dormire.

Le saltano all′incontro i verdi flutti,

schiumanti di baldanza,

con la grazia dei giovini animali.

In catena di putti                                                         20

non mise tanta gioia Donatello,

fervendo il marmo sotto lo scalpello,

quando ornava le bianche cattedrali.

Sotto ghirlande di fiori e di frutti

svolgeasi intorno ai pergami la danza                    25

infantile, ma non sì fiera danza

come quest′una.

V′è creatura alcuna

che in tanta grazia

viva ed in sì perfetta                                                    30

gioia, se non quella lodoletta

che in aere si spazia?

Forse l′anima mia, quando profonda

sé nel suo canto e vede la sua gloria;

forse l′anima tua, quando profonda                        35

sé nell′amore e perde la memoria

degli inganni fugaci in che s′illuse

ed anela con me l′alta vittoria.

Forse conosceremo noi la piena

felicità dell′onda                                                          40

libera e delle forti ali dischiuse

e dell′inno selvaggio che si sfrena.

Adora e attendi!

Adora, adora, e attendi!

Vedi? I tuoi piedi                                                          45

nudi lascian vestigi

di luce, ed a′ tuoi occhi prodigi

sorgon dall′acque. Vedi?

Grandi calici sorgono dall′acque,

di non so qual leggiere oro intessuti.                      50

Le nubi i monti i boschi i lidi l′acque

trasparire per le corolle immani

vedi, lontani e vani

come in sogno paesi sconosciuti.

Farfalle d′oro come le tue mani                                55

volando a coppia scoprono su l′acque

con meraviglia i fiori grandi e strani,

mentre tu fiuti

l′odor salino.

Fa un suo gioco divino                                                60

l′Ora solare,

mutevole e gioconda

come la gola d′una colomba

alzata per cantare.

Sono le reti pensili. Talune                                        65

pendon come bilance dalle antenne

cui sostengono i ponti alti e protesi

ove l′uom veglia a volgere la fune;

altre pendono a prua dei palischermi [25]

trascorrendo il perenne                                              70

specchio che le rifrange; e quando il sole

batte a poppa i navigli, stando fermi

i remi, un gran fulgor le trasfigura:

grandi calici sorgono dall′acque,

gigli di foco.                                                                   75

Fa un suo divino gioco

la giovine Ora

che è breve come il canto

della colomba. Godi l′incanto,

anima nostra, e adora!                                               80

INTRA DU′ ARNI

Ecco l′isola di Progne

ove sorridi

ai gridi

della rondine trace

che per le molli crete                                                  5

ripete

le antiche rampogne

al re fallace,

e senza pace,

appena aggiorna,                                                       10

va e torna

vigile all′opra

nidace [26] ,

né si posa né si tace

se non si copra                                                           15

d′ombra la riviera

a sera

circa l′isola leggiera

di canne e di crete,

che all′aulete [27]                                                         20

dà flauti,

alla migrante nidi

e, se sorridi, lauti

giacigli all′amor folle.

Ecco l′isola molle.                                                       25

Ecco l′isola molle

intra du′ Arni,

cuna di carmi,

ove cantano l′Estate

le canne virenti                                                            30

ai vènti

in varii modi,

non odi?

quasi di nodi

prive e di midolle,                                                       35

quasi inspirate

da volubili bocche

e tocche

da dita sapienti,

quasi con arte elette                                                   40

e giunte insieme

a schiera,

su l′esempio divino,

con lino

attorto e con cera                                                         45

sapida di miele,

a sette a sette,

quasi perfette

sampogne.

Ecco l′isola di Progne.                                                50

LA PIOGGIA NEL PINETO

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove                                                        5

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici                                                   10

salmastre ed arse,

piove su i pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,                                                                           15

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole [28] aulenti,

piove su i nostri vólti                                               20

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,                                                                        25

su i freschi pensieri

che l′anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri                                                                          30

t′illuse, che oggi m′illude,

o Ermione.

Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura                                                                         35

con un crepitìo che dura

e varia nell′aria

secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde                                                     40

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il del cinerino.                                                        45

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancóra, stromenti

diversi                                                                           50

sotto innumerevoli dita.

E immersi

noi siam nello spirto

silvestre,

d′arborea vita viventi;                                              55

e il tuo vólto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come                                                           60

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.

Ascolta, ascolta. L′accordo                                      65

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce;                                                                    70

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall′umida ombra remota.

Più sordo e più fioco                                                  75

s′allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s′ode voce del mare.                                          80

Or s′ode su tutta la fronda

crosciare

l′argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia                                                      85

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell′aria

è muta; ma la figlia                                                     90

del limo lontana,

la rana,

canta nell′ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.                                                                        95

Piove su le tue ciglia nere

sì che par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.                                                100

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pèsca

intatta,

tra le pàlpebre gli occhi                                             105

son come polle tra l′erbe,

i denti negli alvèoli

son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti                                             110

(e il verde vigor rude

ci allaccia i mallèoli

c′intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri vólti                                             115

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,                                                                         120

su i freschi pensieri

che l′anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri                                                                          125

m′illuse, che oggi t′illude,

o Ermione.

LE STIRPI CANORE

I miei carmi son prole

delle foreste,

altri dell′onde,

altri delle arene,

altri del Sole,                                                                5

altri del vento Argeste.

Le mie parole

sono profonde

come le radici

terrene,                                                                          10

altre serene

come i firmamenti,

fervide come le vene

degli adolescenti,

ispide come i dumi,                                                   15

confuse come i fumi

confusi,

nette come i cristalli

del monte,

tremule come le fronde                                              20

del pioppo,

tumide come le narici

dei cavalli

a galoppo,

labili come i profumi                                                 25

diffusi,

vergini come i calici

appena schiusi,

notturne come le rugiade

dei cieli.                                                                          30

funebri come gli asfodeli

dell′Ade,

pieghevoli come i salici

dello stagno,

tenui come i teli                                                          35

che fra due steli

tesse il ragno.

IL NOME

Donna, ebbe il tuo nome

una città murata

della pulverulenta

Argolide. E quivi era,

dicesi, un sentier breve                                              5

per discendere all′Ade

avaro, alle tenarie

fauci; sì che i natii

non ponean nella bocca

dei loro morti il prezzo                                              10

del tragitto infernale,

l′obolo tenebroso

pel nocchier dello Stige.

Ed ebbe anco il tuo nome

la figlia della grande                                                  15

Elena, il fior di Sparta

bianco, il sangue di Leda

splendido come l′oro,

la nata di colei

che brillò su la terra                                                    20

come un′altra Stagione,

delizia innumerevole,

face e specchio di Venere,

piaga del combattente.

Ermione, Ermione                                                       25

dalla voce sorgevole [29]

e talora virente

quasi tra capelvenere

acqua ombrosa, dagli occhi

nutriti di bellezza                                                        30

e di frescura, nati

gemelli della Grazia

e del Sogno, Ermione

cara all′aedo, esperta

in tesser la ghirlanda                                                  35

e la lode pel fertile

aedo che ti sazia

di melodìa selvaggia,

il tuo nome mi piace

tuttavia come un grappolo,                                       40

come quel flauto roco

che a sera è nel cespuglio,

mi piace come un grappolo

d′uva nera il tuo nome,

come il fiore del croco                                                45

e la pioggia di luglio.

INNANZI L′ALBA

Coglierai sul nudo lito,

infinito

di notturna melodia,

il maritimo narcisso

per le tue nuove corone,                                              5

tramontando nell′abisso

le Vergilie,

le sorelle oceanine

che ancor piangono per Ia [30]

lacerato dal leone.                                                       10

Andrem pel lito silenti;

sentiremo la rugiada

lene e pura

piovere dagli occhi lenti

della notte moritura,                                                  15

tramontando nel pallore

le Vergilie [31] ,

le sorelle oceanine

minacciate dalla spada

del feroce cacciatore.                                                  20

Forse volgerò la faccia

in dietro talvolta io solo

per vedere la tua traccia

luminosa,

e starem muti in ascolto,                                            25

tramontando in tema e in duolo

le Vergilie,

le sorelle oceanine

a cui l′Alba asciuga il vólto

col suo bianco vel di sposa.                                       30

 

VERGILIA ANCEPS [32]

Nella pupilla tua,

nel disco

dell′occhio aurino

la prua,

l′acuta prua                                                                  5

del navil prisco,

come nella medaglia

della Tessaglia

risplende,

come nelle stupende                                                  10

monete del potere

marino,

come nello statère [33]

del porto licio

dal pirata fenicio                                                         15

nominato Fascia.

Alla vela! alla vela!

E nell′altra pupilla

scintilla

il grano a fiamma                                                        20

come nel tetradramma [34]

di Leontini

sul fiume Lisso

ubertà di Sicilia

dai frementi divini.                                                     25

E, s′io m′affisso

in te, la duplice arte [35]

il cor mi parte.

O duro suol discisso!

Lungo solco navale!                                                   30

E in una e in altra parte

la mia virtù si esilia,

o mia Vergilia

nautica e cereale.

I TRIBUTARII

Questa è la bella foce

che oggi ha il color del miele,

sì lene che l′Amore

te l′accosta alle labbra

come una tazza colma.                                                 5

Lodata io l′ho con arte.

Ma quante acque in quest′acqua,

ma quante acque correnti,

quanta forza rapace,

o Fluviale, in questa tarda pace!                              10

E non è dato a noi

votar la colma tazza,

distinguerne i sapori.

Chi loderà l′Ombrone

cui Lorenzo già vide                                                    15

rompere dallo speco

dietro le trecce d′Ambra?

Ancóra ei grida all′Arno:

« In te mia speme è sola.

Soccorri presto, ché la ninfa vola. »                        20

Chi loderà il Bisenzio

sì caro a quell′antico

favolatore [36] ornato

che lodò la bellezza

della donna perfetta?                                                 25

E chi la Pescia e l′Era?

E chi la Pesa e l′Elsa?

Chi la Greve e la Sieve?

e i rivi freddi e molli

del Casentino giù pe′ verdi colli?                            30

Strepiti freschi in sassi

politi, argille chiare,

argini d′erba, file

di pioppi alti, vivai

di salci giovinetti,                                                       35

cupe conche pescose,

ombre che il quadrel d′oro

fiede, ambigui meandri,

or chi di voi si gode

e tempra nel cor suo la vostra lode?                      40

Questa è la foce; e quanto

paese l′acqua corre,

che non godiamo immoti!

Le valli sono cave

come la man che beve,                                               45

i monti gonfii come

mammella non premuta.

Il gregge passa il guado.

Il mulino rintrona.

Solingo è un fonte nella Falterona [37] .                  50

Cade la sera. Nasce

la luna dalla Verna

cruda, roseo nimbo

di tal ch′effonde pace

senza parola dire.                                                         55

Pace hanno tutti i gioghi.

Si fa più dolce il lungo

dorso del Pratomagno

come se blandimento

d′amica man l′induca a sopor lento.                       60

Su i pianori selvosi

ardon le carbonaie,

solenni fuochi in vista.

L′Arno luce fra i pioppi.

Stormire grande, ad ogni                                           65

soffio, vince il corale

ploro de′ flauti alati

che la gramigna asconde.

E non s′ode altra voce.

Dai monti l′acqua corre a questa foce.                  70

I CAMELLI

Nostra spiaggia pisana,

amor di nostro sangue,

vita di sabbie e d′acque

silvana e litorana,

o ferma creatura                                                          5

nella qual si compiacque

un′arte che non langue

non trema e non s′offusca,

terra lieve e robusta

che lineata pare                                                           10

dalla mano sicura

del figulo [38] onde nacque

il purissimo vaso

che vale e non corusca [39]

né pesa, specie pura,                                                  15

l′orgoglio della mensa

e della tomba etrusca,

il fiore delle forme

nel cielo senza occaso [40] ,

or qual mai novo caso                                                20

fece che dall′immensa

Asia o dall′Africa usta [41]

sen venisse il deforme

somiero a stampar l′orme

su la tua levità                                                             25

divina e, come fa

il giumento crinito

dal tranquillo occhio amico

dell′uomo, a someggiare

con la sua gobba onusta                                            30

le spoglie dell′augusta

selva tra l′Arno e il Mare?

Passano per la macchia,

vanno verso la ripa,

tra i mucchi di legname,                                            35

tra i cumuli di stipa,

i camelli gibbuti,

carichi di fascine

di ramaglia e di strame,

sì gravi e tristi e muti!                                                40

Sotto i lor piè distorti

scricchiolano le pine

aride, gli aghi morti.

Rotea la mulacchia [42]

nel cielo ingombro d′afa;                                           45

e a quando a quando gracchia.

Cola e odora la ragia. [43]

S′odono su le Lame

di Fuore le cavalle

nitrire a quando a quando;                                        50

e più sottil nitrito

e più tremulo s′ode

rispondere e più fresco,

dei puledri novelli.

Passano per la macchia                                              55

gravi e tristi i camelli.

Non il lor Barberesco [44]

li guida ma il bifolco

toscano, con l′antica

voce che i padri suoi                                                  60

usarono pel solco

ad incitare i buoi

tardi nella fatica.

Vanno i callosi cuoi.

Giungono alla radura                                                65

per deporre i lor fasci.

Ecco, subitamente

ciascun par che s′accasci

per esalare il fiato,

per quivi infracidire.                                                  70

Si piegan su i ginocchi

con un grido sommesso.

Poi sbadigliano al sole.

Appar la gialla chiostra

dei denti aspri, il palato                                             75

violaceo. S′ode

salire nelle gole

serpentine e lanose

un gorgóglio intermesso.

Treman le labbra molli                                              80

e lacrimano i bruni occhi

esanimi, gli specchi

inerti dei deserti

e dei palmeti. Vecchi

sembran della vecchiezza                                          85

del Mondo questi grandi

esuli, oppressi e affranti

da tutta la stanchezza

che addolora la carne

viva sopra la faccia                                                     90

della Terra discorde.

S′alzano senza il peso.

Lunghe dal fianco spoglio

trascinano le corde

giù per la traccia. E s′ode                                          95

quel lor triste gorgóglio.

Tali forse li vide

in lor piagge natali,

e n′ebbe orrore, il buono

mercatante pisano                                                     100

che fu predato e tratto

prigione dai corsali [45]

in paese lontano.

Volle la mala sorte

ch′egli incappasse in una                                        105

fusta [46] di Barbereschi,

che armava ventidue

remi per banda, forte

e veloce a saetta.

E per le mani ladre                                                   110

perse le robe sue,

la cocca a vele quadre

e la mercatanzia.

E fu messo in ritorte.

E schiavo in Barberia                                                115

gran tempo si rimase.

E macinava il grano

a braccia, tratto tratto

udendo il grido vano

del camello percosso,                                                120

triste sino alla morte.

Poi tornò, per riscatto,

a Pisa, alle sue case.

E fecesi un palagio

novo a specchio dell′Arno.                                        125

Memore del malvagio

servire, alla giornata

scrisse nell′architrave.

E l′Arno era soave.                                                      130

MERIGGIO

A mezzo il giorno

sul Mare etrusco

pallido verdicante

come il dissepolto

bronzo dagli ipogei, grava                                          5

la bonaccia. Non bava

di vento intorno

alita. Non trema canna

su la solitaria

spiaggia aspra di rusco [47] ,                                     10

di ginepri arsi. Non suona

voce, se ascolto.

Riga di vele in panna

verso Livorno

biancica. Pel chiaro                                                     15

silenzio il Capo Corvo

l′isola del Faro

scorgo; e più lontane,

forme d′aria nell′aria,

l′isole del tuo sdegno,                                                 20

o padre Dante,

la Capraia e la Gorgóna.

Marmorea corona

di minaccevoli punte,

le grandi Alpi Apuane                                               25

regnano il regno amaro,

dal loro orgoglio assunte.

La foce è come salso

stagno. Del marin colore,

per mezzo alle capanne,                                            30

per entro alle reti

che pendono dalla croce

degli staggi, si tace.

Come il bronzo sepolcrale

pallida verdica in pace                                              35

quella che sorridea.

Quasi letèa,

obliviosa, eguale,

segno non mostra

di corrente, non ruga                                                  40

d′aura. La fuga

delle due rive

si chiude come in un cerchio

di canne, che circonscrive

l′oblìo silente; e le canne                                           45

non han susurri. Più foschi

i boschi di San Rossore

fan di sé cupa chiostra;

ma i più lontani,

verso il Gombo, verso il Serchio,                             50

son quasi azzurri.

Dormono i Monti Pisani

coperti da inerti

cumuli di vapore.

Bonaccia, calura,                                                         55

per ovunque silenzio.

L′Estate si matura

sul mio capo come un pomo

che promesso mi sia,

che cogliere io debba                                                 60

con la mia mano,

che suggere io debba

con le mie labbra solo.

Perduta è ogni traccia

dell′uomo. Voce non suona.                                     65

se ascolto. Ogni duolo

umano m′abbandona.

Non ho più nome.

E sento che il mio vólto

s′indora dell′oro                                                          70

meridiano,

e che la mia bionda

barba riluce

come la paglia marina;

sento che il lido rigato                                               75

con sì delicato

lavoro dall′onda

e dal vento è come

il mio palato, è come

il cavo della mia mano                                               80

ove il tatto s′affina.

E la mia forza supina

si stampa nell′arena,

diffondesi nel mare;

e il fiume è la mia vena,                                             85

il monte è la mia fronte,

la selva è la mia pube,

la nube è il mio sudore.

E io sono nel fiore

della stiancia, nella scaglia                                      90

della pina, nella bacca

del ginepro: io son nel fuco,

nella paglia marina,

in ogni cosa esigua,

in ogni cosa immane,                                                 95

nella sabbia contigua,

nelle vette lontane.

Ardo, riluco.

E non ho più nome.

E l′alpi e l′isole e i golfi                                             100

e i capi e i fari e i boschi

e le foci ch′io nomai

non han più l′usato nome

che suona in labbra umane.

Non ho più nome né sorte                                         105

tra gli uomini; ma il mio nome

è Meriggio. In tutto io vivo

tacito come la Morte.

E la mia vita è divina.

LE MADRI

Su le Lame di Fuore,

nel salso strame,

nelle brune giuncaie,

nell′erbe gialle,

oziano a branchi                                                            5

le saure e baie

cavalle

di San Rossore.

Altre su i banchi

di sabbia, altre nell′acqua                                          10

immerse fino al ventre,

s′ammusano; mentre

le groppe al sole

rilucono, chiare, scure,

d′oro, di rame.                                                               15

Su le Lame, cui adduce

anatre il verno,

oziano nella luce

pura le feconde,

coi gravidi fianchi                                                        20

immote in una massa

placida. Sole

su l′acqua bassa

le lunghe code

con moto alterno                                                         25

ondeggiano. S′ode

a quando a quando

fremito delle froge

umide, sbuffare

ansare leggero,                                                            30

tremulo nitrito

nella foce silente

cui dal lito risponde

firvole risucchio

del mare. Taluna                                                         35

esce del mucchio, annusa

l′acqua, s′abbevera lenta;

poi guata verso il monte

su cui s′aduna

fumoso il nembo;                                                        40

poi si rivolge e ammusa.

E ondeggiano le code

lente sul riposo

della mandra ferace.

Teco, o Luce pura,                                                       45

teco attendono in pace

la genitura [48]

le Madri.

Lunge per l′aria chiara

appar grande e soave                                                 50

cerula e bianca

l′Alpe di Carrara,

cerula d′ombre

bianca di cave.

Ma ingombre del muto                                              55

nembo che si prepara

son le cime ov′hanno

con l′aquile nido

le folgori corusche.

Odor di lunge acuto,                                                  60

dalle pinete

verdi e fulve, nelle bave

rare del vento giunge

alla quiete.

Ed ecco una nave,                                                       65

ecco le vele etrusche

partitesi dal lito

di Luni lunato

e niveo di marmi.

Ecco una nave in vista                                               70

tra il Sarchio e il Gombo.

È carica di marmi,

è carica di sogni

dormenti nel profondo

candore ignoti e soli.                                                  75

E il mio spirito evoca

il tuo folle Evangelista,

o Buonarroti,

il figlio della Terra

e del Genio che l′affoca;                                             80

vede la gran persona

che si torce nell′angoscia

del masso che lo serra,

onde si sprigiona a guerra

l′aspro ginocchio, e la coscia                                     85

d′osso e di muscoli enorme.

Nella carena dorme

l′incarco fecondo

di forme,

tratto dall′erme cave,                                                  90

rapito al grembo dell′Alpe.

Nel grembo della nave

dormono le bianche moli.

Attendon dai sogni soli

la genitura                                                                     95

le Madri.

ALBÀSIA

O mattin nuziale

tra il Mar pisano

e l′Alpe lunense!

O nozze immense

e brevi!                                                                            5

La nube formosa

disposa

il monte che a lei sale,

l′ombra d′entrambi il piano,

la dolce acqua il sale,                                                 10

la canna il tralcio,

il salcio

la florida stiancia,

l′argano la bilancia

su la foce pescosa,                                                      15

la mia rima il mio giòlito,

l′algosa

arena i tuoi piè lievi,

o Ermione.

E il cielo è nivale                                                         20

come su la tua guancia

ondata il velo

insolito.

Il mare è d′opale

con vene di crisòlito,                                                  25

come i mari dell′Asia,

immoto albore

di gemme fuse.

Brillano le meduse

a fiore                                                                            30

dell′emerso banco.

E tutto è bianco,

presso e lontano.

È grande albàsia

da lido a lido,                                                              35

come allor che fa il nido

sul Mar sicano

la sposa Alcyone.

L′ALPE SUBLIME

Svégliati, Ermione,

sorgi dal tuo letto d′ulva,

o donna dei liti.

Mira spettacolo novo,

gli Iddii appariti                                                           5

su l′Alpe di Luni

sublime!

Occidue nubi, corone

caduche su cime

eterne.                                                                            10

Ma par che s′aduni

concilio di numi

grande e solenne

tra il Sagro e il Giovo,

tra la Pania e la Tambura,                                        15

e che l′aquila fulva

del Tonante

su le sante

sedi apra tutte le penne.

Oh silenzi! tirrenii                                                      20

nel deserto Gombo!

Solitudine pura,

senz′orme!

Candore dei marmi lontani,

statua non nata,                                                          25

la più bella!

Dormono i Monti Pisani,

grevi, di cerulo piombo,

su la pianura

che dorme.                                                                   30

a fiore

dell′emerso banco.

E tutto è bianco,

presso e lontano.

È grande albàsia [49]                                                35

da lido a lido,

come allor che fa il nido

sul Mar sicano

la sposa Alcyone.

L′ALPE SUBLIME

Svégliati, Ermione,

sorgi dal tuo letto d′ulva [50] ,

o donna dei liti.

Mira spettacolo novo,

gli Iddii appariti                                                         5

su l′Alpe di Luni

sublime!

Occidue nubi, corone

caduche su cime

eterne.                                                                           10

Ma par che s′aduni

concilio di numi

grande e solenne

tra il Sagro e il Giovo,

tra la Pania e la Tambura,                                       15

e che l′aquila fulva

del Tonante

su le sante

sedi apra tutte le penne.

Oh silenzii tirrenii                                                      20

nel deserto Gombo!

Solitudine pura,

senz′orme!

Candore dei marmi lontani,

statua non nata,                                                         25

la più bella!

Dormono i Monti Pisani,

grevi, di cerulo piombo,

su la pianura

che dorme.                                                                   30

Altra stirpe di monti.

Non han numi, non genii,

non aruspici in lor caverne,

non impeti d′ardore

verso i tramonti,                                                         35

non insania, non dolore;

ma dormono su la pianura

che dorme.

Oh Alpe di Luni,

davanti alla faccia del Mare                                    40

la più bella,

rupe che s′infutura,

oh Segno che l′anima cerne,

grande anelito terrestro

verso il Maestro                                                          45

che crea,

materia prometèa,

altitudine insonne,

alata

Inno senza favella,                                                      50

carne delle statue chiare,

gloria dei templi immuni,

forza delle colonne

alzata,

sostanza delle forme                                                  55

eterne!

IL GOMBO

L′immensità del duolo,

del lutto immedicabile senza

fine, terrestre fatta

qual Niobe nell′umida rupe,

quivi abitare sembra                                                  5

nel lito deserto, nell′alpe

ardua, nella selva

che piange il suo pianto aromale.

Tutto è quivi alto e puro

e funebre come le plaghe                                          10

ove duran nel Tempo

i grandi castighi che inflisse

il rigor degli iddii

agli uomini obliosi del sacro

limite imposto all′ansia                                             15

del lor desiderio immortale.

Tre disse quivi immense

parole il Mistero del Mondo,

pel Mare pel Lito per l′Alpe,

visibile enigma divino                                               20

che inebria di spavento

e d′estasi l′anima umana

cui travagliano il peso

del corpo e lo sforzo dell′ale.

Poi che non vai la possa                                            25

della Vita a comprendere tanta

bellezza, ecco la Morte

che braccia più vaste possiede

e silenzii più intenti

e rapidità più sicura;                                                  30

ecco la Morte, e l′Arte

che è la sua sorella eternale:

quella che anco rapisce

la Vita e la toglie per sempre

all′inganno del Tempo                                               35

e nuda l′inalza tra l′Ombra

e la Luce, e le dona

col ritmo il novello respiro:

ecco la Morte e l′Arte

apparsemi nel cerchio fatale.                                   40

O Niobe, l′antico

tuo grido odo alzarsi repente

al conspetto del Mare,

e il tuo disperato dolore

chiamar le figlie e i figli                                             45

per l′inesorabile chiostra,

e stridere odo l′arco

forte e sibilare lo strale.

« Tera, Ftia, Cleodossa,

Astìoche, Pelòpia, Fedìmo! »                                   50

Tu chiami; e i dolci nomi,

i nomi che furono il miele

della tua bocca, o Madre,

si frangon nell′ululo crudo

come pel mìssile oro                                                  55

l′incolpevole fior filiale.

Procombono sul petto

sul fianco, procombono i corpi

floridi, i giovinetti

venusti, le vergini leni;                                              60

copron la sabbia amara,

mescono le chiome alle spume

non il sangue: incruenta

è la piaga dell′oro letale.

Procombono, stanno                                                   65

ai tuoi piedi, o Madre demente!

Poi tutto è marmo, immota

bellezza, effigiato silenzio.

L′immensità del duolo

è fatta terrestre e marina.                                          70

Il Mare il Lito l′Alpe

sono il tuo simulacro ferale.

O Tantalide audace,

io veggo il tuo bellissimo vólto

impietrato e il tuo pianto                                           75

nella solitudine esangue,

e il sacrilego orgoglio

che feceti chiedere altari

per la generatrice

virtù del tuo grembo mortale.                                  80

Tutto è quivi alto e puro

e funebre e ai cieli superbo,

memore dell′umane

grandezze e dei castighi divini.

Ed in nessuna plaga                                                   85

con più guerra, ahi, l′anima audace

travagliarono il peso

del corpo e lo sforzo dell′ale.

ANNIVERSARIO ORFICO
p. b. s. viii luglio mdcccxxii

Udimmo in sogno sul deserto Gombo

sonar la vasta bùccina tritonia

e da Luni diffondersi il rimbombo

a Populonia.

Dalle schiume canute ai gorghi intorti                    5

fremere udimmo tutto il Mare nostro

come quando lo vèrberan le forti

ale dell′Ostro.

E trasalendo « Odi, sorella » io dissi

« odi l′annuncio dell′enfiata conca?                         10

Forse per noi risale dagli abissi

la testa tronca,

la testa esangue del treicio Orfeo

che, rapita dal freddo Ebro alla furia

bassàrica, sen venne dell′Egeo                                 15

al mar d′Etruria. »

Quasi fucina il vespro ardea di cupi

fuochi; gridavan l′aquile nell′alto

cielo, brillando il crine delle rupi

qual roggio smalto.                                                     20

Come profusi fuor dell′urne infrante

parean ruggir nell′affocato cerchio

i fiumi, l′Arno del selvaggio Dante,

la Magra, il Serchio.

Ed ella disse: « Non l′Orfeo treicio,                         25

non su la lira la divina testa,

ma colui che si diede in sacrificio

alla Tempesta.

Oggi è il suo giorno. Il nàufrago risale,

che venne a noi dagli Angli fuggitivo,                    30

colui che amava Antigone immortale

e il nostro ulivo. »

Dissi: « O veggente, che faremo noi

per celebrar l′approdo spaventoso?

Invocheremo il coro degli Eroi?                                33

Tremo, non oso.

Questo nàufrago ha forse gli occhi aperti

e negli occhi l′imagine d′un mondo

ineffabile. Ei vide negli incerti

gorghi profondo.                                                          40

E tolto avea Promèteo dal rostro [51]

del vulture [52] , nel sen della Cagione

svegliato avea l′originario mostro

Demogorgóne! »

Disse ella: « Gli versavan le melodi                        45

i Vènti dai lor carri di cristallo,

il silenzio gli Spiriti custodi

bui del metallo,

il miei solare nella bocca schiusa

le musiche api che nudrito aveano                          50

Sofocle, il gelo gli occhi d′Aretusa

fiore d′Oceano. »

Dissi: « Ei ghermì la nuvola negli atrii

di Giove, su l′acroceraunio giogo

la folgore. Non odi i boschi patrii                            55

offrirgli il rogo?

Mira funebre letto che s′appresta,

estrutto rogo senza la bipenne!

Vengono i rami e i tronchi alla congesta

ara solenne.                                                                   60

E caduto dal ciel l′arde il divino

fuoco. Scrosciano e colano le gomme.

Spazia l′odor dal limite marino

all′Alpi somme. »

Ella disse: « A noi vien per aver pace                      65

il nàufrago che il Mar di gorgo in gorgo

travolse. Altra nel cielo che si tace

anima scorgo.

Placa te stesso e l′ospite! Il mortale,

ch′evocò la gran Niobe di pietra                              70

su dal silenzio e trarre udì lo strale

dalla faretra,

èvochi presso il nàufrago silente

la lacrimata figlia di Giocasta,

la regia virgo nelle pieghe lente                               75

del peplo casta,

Andgone dall′anima di luce,

Antigone dagli occhi di viola,

l′Ombra che solo nell′esilio truce

egli amò sola.                                                                 80

Ecco il giglio per quelle morte chiome,

il fiore inespugnabile del nudo

Gombo, il tirreno fior che ha il greco nome

del doppio ludo.

ecco il Pancrazio. » Io dissi: « No ′l corremo.         85

Intatto sia tra l′uno e l′altra il fiore.

Vegli con noi quest′Ombre ed il supremo

lor sacro amore. »

TERRA, VALE!

Tutto il Cielo precipita nel Mare.

S′intenebrano i liti e si fan cavi,

talami dell′Eumenidi avernali [53] .

Nubi opache sul limite marino

alzano in contro mura di basalte.                             5

Solo tra le due notti il Mar risplende.

Presa e constretta negli intorti gorghi,

come una preda pallida, è la luce.

La tempesta ha divelto con furore

i pascoli nettuni! dalle salse                                      10

valli ove agguatano i ritrosi mostri.

Alghe livide, fuchi [54] ferrugigni,

nere ulve di radici multiformi

fanno grande alla morta foce ingombro,

natante prato cui nessuna greggia                           15

morderà, calcherà nessun pastore.

Virtù si cela forse nelle fibre

sterili, che trasmuta il petto umano?

O mito del mortale fatto nume

cerulo, rinnovellati nel mio                                        20

desiderio del flutto infaticato!

Tutto il Cielo precipita nel Mare.

Preda è la luce dei viventi gorghi,

forse immolata per l′eternità.

DITIRAMBO II

Io fui Glauco, fui Glauco, quel d′Antèdone.

Trepidar ne′ precordii

sentii la deità, sentii nell′intime

midolle il freddo fremito

della potenza equorea trascorrere                           5

di repente, io terrìgena,

io mortal nato di sostanza efimera,

io prole della polvere!

Memore sono della metamorfosi.

L′anima si fa pelago                                                   10

nel rimembrare, s′inazzurra ed èstua,

e le foci vi sboccano

dei mille fiumi che mi confluirono

sul capo: nel rigùrgito

immenso novamente par dissolversi                    15

quest′ossea compagine.

O Iddii profondi, richiamate l′esule,

però ch′ei sia miserrimo

nella sua carne d′acro sangue irrigua,

lasso ne′ suoi piè debili                                             20

che per lotosi tramiti s′attardano,

dopo ch′ei fu l′indomita

forza del flutto convertita in muscoli

tòrtili per attorcere,

dopo che le correnti dell′Oceano                             25

gli furon gioco a tessere

le divine di sé vicissitudini

come su trama vitrea.

O Iddii profondi, richiamate l′esule

triste, purificatelo                                                       30

sotto i fiumi lustrali ìnferi e sùperi,

la deità rendetegli!

Memore sono. Era già fatto il vespero

su l′acque; ma i cieli ultimi

ardevano d′un foco inestinguibile,                         35

e i golfi e i promontorii

e l′isole di contro negreggiavano

come are senza vittime

già notturni, allorché sostai nel pascolo

nettunio, presso il limite                                           40

marino. Onusto di gran preda, sùbito

votai su l′erbe i nèssili

miei lini a noverar la mia dovizia.

Poi del confuso cumulo

feci schiere ordinate. E in cor godevami                 45

tante squame rilucere

veggendo per quel bruno intrico. « I nèssili

miei lini e i piombi e i sugheri

t′appenderò nel tempio, o dio propizio »

in cor disse il grato animo.                                        50

E allora vidi i pesci più risplendere,

vidi le pinne battere

e le branchie alitare e per le scaglie

lampi di forza correre.

E, come quando il nume di Dioniso                        55

invade le Bassaridi

e si disfrena giù pe′ monti il Tìaso,

la muta gente parvemi

infuriare, cedere a un′incognita

virtìi, di sacra fervere                                                 60

insania. « Qual prodigio è questo? Ahi misero

me! » gridai per grandissimo

spavento; che la preda mia fuggivasi

a gara con vipèrea

rapidità, balzando e dileguandosi.                          65

« Me misero! Un dio fecemi

questo? o nell′erba è la possanza? » Attonito

mi rimasi. Il silenzio

era divino nella solitudine.

Era già fatto il vespero,                                              70

ma lungamente i cieli ultimi ardevano.

Udir parvemi bùccina

cupa sonar lungh′essi i promontorii

selvosi; udire parvemi

canti fatali spandersi dall′isole.                              75

E quasi inconsapevole

la man correami per quell′erba strania,

meditando io nell′animo

il prodigio. Divelsi dalle radiche

gli steli foschi; e, simile                                              80

a capra di virgulti avida, mordere

incominciai, discerpere

e mordere. Rigavami le fauci

il suco, ne′ precordii

scendeami, tutto il petto conturbandomi.            85

« O terra! » gridai. Fumida

era la terra intorno come nuvola

che fosse per dissolversi

ne′ cieli, sotto i piedi miei fuggevole.

E un amore terribile                                                   90

sorgeva in me, dell′infinito pelago,

dell′amara salsedine,

degli abissi, dei vortici e dei turbini.

La mia carne era libera

della gravezza terrestre. Nascevami                      95

dall′imo cor l′imagine

d′un′onda ismisurata e per le pàlpebre

mi si svelava il cerulo

splendor del sangue novo, e il collo e gli òmeri

dilatarsi parevano                                                       100

e le ginocchia giugnersi, le scaglie

su per la pelle crescere,

gelidi guizzi correre pei muscoli.

« Terra, vale! » Precipite

caddi nel gorgo, mi sommersi, l′infima                 105

toccai valle oceanica,

uomo non più, non anco dio, ma immemore

della terra e degli uomini.

Fiumi correnti, odo il sublime sònito

di voi sempre nell′anima,                                          110

fiumi sgorganti d′ogni scaturigine,

leni di pace o rauchi

di violenza, caldi come l′aure

nove che v′arrecarono

l′alluvione copiosa o frigidi                                      115

come i nivali vertici

onde scendeste inviolati, d′auree

sabbie flavi o sanguinei

d′argille, pingui di limo o più limpidi

che l′etere sidereo!                                                      120

Cento e cento passarono passarono

sul mio capo. La fluida

vita dell′orbe mi fluì su gli òmeri

proni, con ineffabile

melodìa. L′Acheronte, il gran tartareo                  125

pianto, anche sentii volvere

su me nel cieco suo pallore i petali

rapiti al prato asfodelo.

Tutte l′acque rombarono crosciarono

su me sommerso, tolsero                                          130

ogni terrestrità dal corpo immemore

della sua dura nascita.

E mi risollevai dio verso l′etere

santo; spirai grande alito

che una nave d′eroi sospinse. Io auspice              135

apparvi agli Argonauti!

Di su la prora chino il cantor tracio

raccolse il vaticinio.

E presso lui, d′oro chiomato, florido

della prima lanugine,                                                 140

(sentendo l′immortalità, saltavagli

il cuore sotto il bàlteo [55]

splendido) presso Orfeo figlio d′Apolline

era il fratello d′Elena.

O Iddìi profondi, richiamate l′esule,                       145

la deità rendetegli!

Io fui Glauco, fui Glauco, quel d′Antèdone.

La terra m′è supplizio.

Ecco, tutta la luce è nel Mare Infero,

e per ovunque è tenebra.                                            150

O nunzia di prodigi Alba oceanica!

Nel gorgo mi precipito.

L′OLEANDRO
I

Erigone, Aretusa, Berenice,

quale di voi accompagnò la notte

d′estate con più dolce melodìa

tra gli oleandri lungo il bianco mare?

Sedean con noi le donne presso il mare                   5

e avea ciascuna la sua melodìa

entro il suo cuore per l′amica notte;

e ciascuna di lor parea contenta.

E sedevamo su la riva, esciti

dalle chiare acque, con beato il sangue                   10

dei fresco sale; e gli oleandri ambigui

intrecciavan le rose al regio alloro

sul nostro capo; e il giorno di sì grandi

beni ci avea ricolmi che noi paghi

sorridevamo di riconoscenza                                    15

indicibile al suo divin morire.

« Il Giorno » disse pianamente Erigone

verso la luce « non potrà morire.

Mai la sua faccia parve tanto pura,

non ebbe mai tanta soavità. »                                    20

Era la sua parola come il vento

d′estate quando ci disseta a sorsi

e nella pausa noi pensiamo i fonti

dei remoti giardini ov′egli errò.

L′udii come s′io fossi ancor sommerso                   25

e la sua voce avesse umido velo.

Ma reclinai la gota, e d′improvviso

tiepida come sangue dalla conca

dell′udito sgorgò l′acqua marina.

Pur, profondando nella sabbia i nudi                     30

piedi, io sentia partirsi lentamente

il buon caler del tramontato sole.

E chi recise all′oleandro un ramo?

Io non mi volsi, ma l′amarulenta

fragranza della linfa dalla fresca                              35

piaga mi giunse alle narici, vinse

l′odor muschiato dei vermigli fiori.

« O Glauco » disse Berenice « ho sete. »

Ed Aretusa disse: « O Derbe, quando

fiorì di rose il lauro trionfale? »                                40

Ella ben sapea quando, ma non Derbe

inesperto in foggiar lucidi miti.

Ed il cuore profondo mi tremò,

tremò della divina poesia.

Ond′io pregava: « O desiderii miei,                          45

stirpe vorace e vigile, dormite!

E voi lasciate che nel vostro sonno

io mi cinga del lauro trionfale! »

Tutto allora fu grande, anche il mio cuore.

Oh poesia, divina libertà!                                           50

Ergevasi con mille cime l′Alpe

grande, quasi con volo di mille aquile,

per il salir d′impetuosa forza

dalle sue dure viscere di marmo

onde l′uom che non volle umana prole                   55

trasse i suoi muti figli imperituri.

E le curve propaggini dell′Alpe

si protendeano ad abbracciare il mare;

ed il mare splendeva di candore

meraviglioso nel lunato golfo                                   60

con la bellezza delle donne nostre.

E quella luce un rinascente mito

fece di voi su l′irraggiato mondo,

Erigone, Aretusa, Berenice!

Così ci parve riudire il canto                                     65

delle Sirene, dalla nave concava

di prora azzurra, fornita di ponti,

veloce, in un doloroso ritorno

spinta dal vento al frangente del mare,

né ci difese Odisseo dal periglio                              70

con la sua cera; ma il cuore, non più

libero, novellamente anelava.

II

« O Glauco », disse Berenice « ho sete.

Dov′è la fonte? dove sono i frutti?

Dov′è Cyane azzurra come l′aria?                           75

Dove coglierai tu con le tue mani

l′arancia aurata nella cupa fronda?

Come ci dissetammo! Quante volte

ci dissetammo! E tanto era soave

il dissetarsi che desiderammo                                  80

l′ardente sete. Al par di noi chi seppe

distinguere il sapore d′ogni frutto

e la maturità dal suo colore?

distinguere d′ogni acqua la freschezza

e ritrovar la sua più fredda vena?                            85

e regolar le labbra al vario bere

e il sorso modular come una nota?

L′imagine di me nell′acque amavi.

Dell′amore di me arsi inclinata,

sì bella nel ninfale specchio fui.                               90

Io fui Cyane azzurra come l′aria.

Tu mi ghermisti fra natanti foglie.

L′ombra divina mi trasfigurò.

Un fiore subitaneo s′aperse

tra i miei ginocchi. Vincolata fui                              95

da verdi intrichi, fra radici pallide

come i miei piedi, con segreto gelo.

Il sol divino mi trasfigurò.

Anelli innumerevoli alle dita

furonmi i raggi, pettini ai capelli,                            100

monili al collo, e veste tutta d′oro.

O Aretusa, perché non ho il tuo nome?

Nascesti tu nell′isola d′Ortigia

come l′amor del violento fiume?

La Sirena scagliosa abbeveravi,                              105

già fatto il vespero, al tacer dei flauti.

Diedi io le canne ai flauti dei pastori.

Io fui Cyane azzurra come l′aria.

L′acqua sorgiva mi restò negli occhi;

la lenta correntìa mi levigò.                                      110

O Glauco, ti sovvien della Sicilia

bella? » Ed io pivi non vidi la grande Alpe,

il bianco mare. Io dissi: « Andiamo, andiamo! »

« Ti sovvien della bella Doriese

nomata Siracusa nell′effigie                                      115

d′oro co′ suoi delfini e i suoi cavalli,

serto del mare? Noi scoprimmo un giorno,

stando su l′Acradina, la triere

che recava da Geo l′Ode novella

di Bacchilide al re vittorioso.                                    120

Udivasi nel vento il suon del flauto

che regolava l′impeto dei remi,

or sì or no s′udiva il canto roco

del celeùste; ma silenziosa

l′Ode, foggiata di parole eterne,                              125

più lieve che corona d′oleastro,

onerava di gloria la carena.

Scendemmo al porto. Ti sovvien dell′ora?

Un rogo era l′Acropoli in Ortigia;

ardevano le nubi sul Plemmirio                              130

belle come le statue sul fronte

dei templi; parca teso dalla forza

di Siracusa il grande arco marino.

E noi gridammo, e un sùbito clamore

corse lungo le stoe quando la nave                         135

piena d′eternità giunse all′approdo.

Portatrice di gloria, ella vivea

magnanima, sublime. Giù pe′ trasti

anelava l′anelito servile;

s′intravedean su′ banchi sovrapposti                      140

i remiganti ignudi unti d′oliva:

la lor fatica ansava dai portelli;

il giglione del remo ai raggi obliqui

lucea come la scapula; un ferigno

odore si spandea, quasi di belve.                              145

E non di quell′anelito servile

era viva la nave, non del sangue

e dell′ossa pesanti ne′ suoi fianchi;

ma sì vivea divinamente d′una

cosa ch′ella recava d′oltremare                                 150

al re Ierone vincitor col carro;

ma la facea magnanima e sublime

una cosa recata d′oltremare,

più lieve che corona d′oleastro:

l′Ode, foggiata di parole eterne. »                             155

« È vero, è vero! » io dissi. « Mi sovviene. »

Ed il cuore profondo mi tremò,

tremò della divina poesia.

« Mi sovviene. Era l′Ode trionfale:

′Canta Demetra che regna i feraci                            160

campi siciliani, e la sua figlia

cinta di violette! Canta, o Clio,

dispensatrice della dolce fama,

la corsa dei cavalli di lerone!

Nike ed Aglaia eran con essi quando                      165

trasvolavano...′ E l′anima invelata

di sogni andava per le lontananze

dei tempi verso i gloriosi approdi

piena d′eternità come la nave

di Geo. Passammo gli ellesponti, i golfi,                 170

l′isole, gli arcipelaghi, le sirti:

riverimmo le foci dei paterni

fiumi, pregammo i promontorii sacri,

salutammo le bianche cittadelle

custodite da Pallade rupestri;                                   175

varcammo l′Istmo pel dioico. Quivi

eroi vedemmo e Pindaro con loro.

Ed obliammo l′usignuol di Geo

per l′aquila tebana. Era la tua

mitica luce sul Tirreno, o madre                               180

Eliade, ed era bella come i tuoi

monti la nuda Alpe di Luni, o madre

Eliade, come i tuoi monti bellissima

era, onde a te discesero le stirpi

degli Immortali che incedeano al fianco                 185

degli Efimeri sopra il dominato

dolore, e quelli e questi erano eguali,

e tutti erano Ellèni ed una lingua

parlavano divina, uomini e iddii.

In silenzio guardammo i grandi miti                      190

come le nubi sorgere dall′Alpe

ed inclinarsi verso il bianco mare.

Io vidi allora Pègaso pontare

su gli altissimi marmi i piè di vento

e balzar nell′azzurro con aperte                               195

le immense penne, senza cavaliere;

e per il petto e per il ventre vasti

trasparia come fiamma palpitante

la potenza del sangue gorgonèo.

Ardi gridò: Ecco il teschio d′Orfeo,                        200

che vien dall′Ebro! Ed il solenne lido

parve attendere il fato dopo il grido.

La sua bellezza s′aggrandì d′orrore.

Il flutto nell′insolito splendore

era meravigliosamente puro.                                    205

Splendea sul mondo un giorno imperituro.

III

Ma non sostenne il nostro cuor mortale

quel silenzio sublime. Si piegò

verso il sorriso delle donne nostre.

E Derbe disse ad Aretusa: « Quando                      210

fiorì di rose il lauro trionfale? »

Era la donna giovinetta alzata,

mutevole onda con un viso d′oro,

tra gli oleandri; ed il reciso ramo

per la capellatura umida effusa,                              215

che fingevale intorno al chiaro viso

l′avvolgimento dell′antica fonte,

intrecciava le rose al regio alloro.

Disse Aretusa: « Bene io te ′l dirò »

mutevole onda con un viso d′oro.                            220

Disse: « Inseguiva il re Apollo Dafne

lungh′esso il fiume, come si racconta.

La figlia di Penèo correva ansante

chiamando il padre suo dall′erma sponda.

Correva, e ad ora ad or le snelle gambe                225

le s′intricavan nella chioma bionda.

Ben così la poledra di Tessaglia

galoppa nella sua criniera falba

che fino a terra la corsa le ingombra.

Rapido il re Apollo più l′incalza,                             230

infiammato desìo, per lei predare.

All′alito del dio doventa fiamma

la chioma della ninfa fluviale.

O padre, o padre grida tu mi scampa!

Chiama ella il padre suo con grida vane.               235

"Padre, un veloce fuoco mi ghermisce!"

E corre, ed ansa, e le sue gambe lisce

crescon la furia del desìo predace.

"O gran padre Penèo, perduta sono,

ché mi si rompono i ginocchi. Salva-                       240

mi dalla brama del veloce fuoco

che ora mi giunge, ecco, ecco, ora m′abbranca!"

Ma il dolce sangue suo in altro suono,

la sua bellezza in altro suono parla.

Balzale il cuor, si piegano i ginocchi.                      245

Ed ecco ella s′arresta, chiude gli occhi

e trema e dice: Or ecco m′abbandono.

Una gioia s′aggiunge al suo terrore

ignota che il divin periglio affretta.

Tremante e nuda dentro la chioma ode                  250

la vergine il tinnir della faretra,

sente la forza del perseguitore,

vede l′ardor pe′ chiusi cigli e aspetta

d′esser ghermita, e più non chiama il padre.

Ma il dio la chiama: Dafne, Dafne! Dafne!         255

lid ella non udì voce più bella.

Il dio la chiama: Dafne, Dafne! Ed osa

olla aprir gli occhi: la rutila faccia

vede da presso e la bocca bramosa

mentre il dio con le due braccia l′allaccia.             260

Rapita dalla forza luminosa

gitta ella un grido che per la selvaggia

sponda ultimo risuona, e l′ode il padre.

Avido il dio districa la soave

nudità dalla chioma che la fascia.                            265

Bianca midolla in còrtice lucente,

in folti pampini uva delicata!

Tenera e nuda il dio la piega, e sente

ch′ella resiste come se combatta.

Tenera cede il seno; ma dal ventre                          270

in giuso, quasi fosse radicata,

ella sta rigida ed immota in terra.

Attonito l′amante la disserra.

Ahi lassa, Dafne, ch′arbore sei fatta!

Subitamente Dafne s′impaura:                                 275

le copre il vólto e il seno un pallor verde.

Ella sembra cader; ma la giuntura

dei ginocchi riman dura ed inerte.

S′agita invano. L′atto della fuga

invan le torce il fianco. Si disperde                          280

il senso di sua vita nella terra.

E l′amante deluso ancor la serra.

Ahi lassa, Dafne, chi ti trasfigura?

Ma non il suo melodioso duolo

giova a trarre colei dalla sua sorte.                          285

Nell′umidore del selvaggio suolo

i piedi farsi radiche contorte

ella sente e da lor sorgere un tronco

che le gambe su su fino alle cosce

include e della pelle scorza fa                                  290

e dov′è il fiore di verginità

un nodo inviolabile compone.

"O Apollo" geme tal novo dolore

"prendimi! Dov′è dunque il tuo desìo?

O Febo, non sei tu figlio di Giove?                            295

Arco-d′-argento, non sei dunque un dio?

Prendimi, strappami alla terra atroce

che mi si prende e beve il sangue mio!

Tutto furente m′hai perseguitata

ed or più non mi vuoi? Me sciagurata!                   300

Salva mio grembo per lo tuo desìo!

Salvami, Cintio, per la tua pietà!

Se i miei capelli, che m′avvinsero, ami,

de′ miei capelli corda all′arco fa!

Prendimi, Apollo!" E tendegli le mani,                   305

che son fogliute; e il verde sale; e già

le braccia sino ai cubiti son rami;

e il verde e il bruno salgon per la pelle;

e su per l′ombelico alle mammelle

già il duro tronco arriva; e i lai son vani.                310

Aita, aita! Il cuore mi si serra.

Vedi atra scorza che il petto m′opprime!

O Apollo Febo, strappami da terra!

Tanto furente, non sai più ghermire?

Nuda mi prenderai su la dolce erba,                       315

su la dolce erba e su ′l mio dolce crine.

Ardo di te come tu di me ardi.

O Apollo, o re Apollo, perché tardi?

Già tutta quanta sentomi inverdire.

Il dolce crine è già novella fronda                             320

intorno al viso che si trascolora.

La figlia di Penèo non è più bionda;

non è più ninfa e non è lauro ancóra.

Sola è rossa la bocca gemebonda

che del novello aroma s′insapora.                            325

Escon parole e lacrime odorate

dall′ultima doglianza. O fior d′estate,

prima rosa del lauro che s′infiora!

Tutto è già verde linfa, e sola è sangue

la bocca che querelasi interrotta-                              330

mente. In pallide fibre il cor si sface

ma il suo rossore è in sommo della bocca.

Desioso dolor preme l′amante.

Guarda ei l′arbore sua ma non la tocca;

l′ode implorare ma non ha virtù.                               335

E chiama: Dafne! Dafne! Ella non pivi

implora, non più geme. Dafne! Dafne!

Ella non più risponde: è senza voce.

Pur la gola sonora è fatta legno.

Le pàlpebre son due tremule foglie;                         340

li occhi gocciole son d′umor silvestre;

bruni margini inasprano le gote;

delle tenui nari è appena il segno.

Ma nell′ombra la bocca è ancóra sangue,

sola nel lauro la bocca di Dafne                                 345

arde e al dio s′offre, virginal mistero.

Curvasi Apollo verso quella ardente,

la bacia con impetuosa brama.

Ne freme tutta l′arbore; s′accende

l′ombra intorno alla fronte sovrana;                        350

ogni ramo in corona si protende,

e la fronte d′Apollo è laureata.

Pean! O gloria! Ma sotto i suoi baci

or più non sente che foglie vivaci,

amare bacche. E Dafne Dafne chiama.                     355

Ahi lassa, Dafne, ch′arbore sei tutta!

Ahi chi ti fece al mio desìo diversa?

In durissimo tronco e in fronda cupa

la dolce carne tua or s′è conversa.

La tua bocca vermiglia s′è distrutta,                         360

che pareva di fiamma ardere eterna.

Come leggieri i piedi tuoi su l′erba,

or radicati nella negra terra!

M′odi tu? M′odi tu? Dafne, sei muta?

Rispondi!" Abbrividiscono le frondi                         365

sino alla vetta. Nel silenzio un breve

murmure spira. "M′odi tu? Rispondi!"

Move la vetta un fremito più lieve.

Poi tutto tace e sta. Sotto i profondi

cieli le rive alto silenzio tiene.                                     370

Il bellissimo lauro è senza pianto;

il dolore del dio s′inalza in canto.

Odono i monti e le valli serene.

Odono i monti e le valli e le selve

e i fonti e i fiumi e l′isole del mare.                           375

Spandesi il canto dall′anima ardente

e par tutte le cose generare.

La bellezza di Dafne ecco riveste

la terra; le sue membra delicate

son monti e valli e selve e fiumi e fonti,                  380

il suo sguardo inzaffira gli orizzonti,

la sua chioma fa l′oro dell′estate.

O Dafne, sempre il dio e l′uom cantando

non vorranno altro onor che un ramoscello

di te! Così l′Arco-d′-argento, quando                       385

ha placato il suo cuore nell′immenso

inno, pago si giace sotto il sacro

lauro ad attendere il suo dì novello.

Cade la notte. Sul sonno divino

l′arbore luce d′un baglior sanguigno,                      390

qual bronzo che si vada arroventando.

Scorre la notte. Tra l′Olimpo e l′Ossa

una stella tramonta e l′altra sale.

Misteriosa l′arbore s′arrossa

ma sul suo fuoco piovon le rugiade.                         395

Sogna il Cintio la desiata bocca

di Dafne, e balza il suo cuore immortale.

È l′alba, è l′alba. Il dio si desta: un grido

di meraviglia irraggia tutto il lido.

Brilla di rose il lauro trionfale! »                               400

IV

E così della rosa e dell′alloro

parlò queirAretusa fiorentina,

mutevole onda con un viso d′oro,

La sua voce era come acqua argentina

che recasse lavandula o pur menta                          405

o salvia o altra fresca erba mattutina.

Tutto rigato dalla schietta vena

« Sol d′oleandro voglio laurearmi »

io dissi. Ed Aretusa era contenta;

e recise per me altri due rami                                   410

e fe′ l′atto di cingermi le tempie

dicendomi: « Pe′ tuoi novelli carmi!

Che la cerula e fulva Estate sempre

abbia tu nel tuo cuore e in te le rime

nascano come le sue rose scempie! »                       415

E il giorno estivo non potea morire,

ma sorrideva sopra il bianco mare

silenziosamente senza fine;

e la notte, che avea parte ineguale,

spiava il bel nemico dalle chiostre                          420

dei monti azzurra come te, Cyane.

Ebri e tristi d′aver bevuto a troppe

fonti e incantato il cor per tutte guise,

cercammo il grembo delle donne nostre.

Ma la Melancolìa venne e s′assise                           425

in mezzo a noi tra gli oleandri, muta

guatando noi con le pupille fise.

Ed Erigone, ch′ebbe conosciuta

la taciturna amica del pensiero,

chinò la fronte come chi saluta.                                430

E poi disse la Notte e il suo mistero.

V

« Il Giorno » disse « non potrà morire.

Il suo sangue non tinge il bianco mare.

Mai la sua faccia parve tanto pura,

non ebbe mai tanta soavità.                                       435

Giace supino sopra il bianco mare,

sorride al cielo ch′ei regnava, attende

ei non sa quale morte o voluttà.

Pur tanto è dolce che la Notte oscura

non già lo spegne ma di lui s′accende,                   440

e lui aurato nelle braccia prende,

lui cela nella sua capellatura,

ma non così che quelle membra d′oro

non veggansi pel fosco trasparire

e illuminare la serenità.                                             445

Caldi soffiano i vènti al bianco mare,

calde passano e lente le riviere

in cuore alle terribili città,

passano e vanno per ignoti piani,

cingono ignoti boschi: i cervi a bere                        450

scendono ansanti nella gran caldura;

lunghi bramiti ascoltano lontani;

bevono: in qualche tacita radura

poi fino a morte si combatterà.

O Notte, o Notte, invano tu nascondi                      455

ne′ tuoi capelli il dolce tuo nemico!

Non sono i tuoi capelli si profondi

che non veggasi dai nostri occhi umani

fiammeggiarvi per entro il tuo piacere.

La terra oppressa respiro non ha.                            460

Arde l′ombra. La vigna è come il vino:

il grappolo sul tralcio si matura

poi che il raggio nell′uva è prigioniere.

La terra soffre nell′ebrietà.

Arde come una glauca vampa l′ombra.                  465

Aduna e vita e morte il bianco mare,

immensa cuna il mare, immensa tomba.

A lui dal monte la sorgente va.

Impallidisce sotto il pianto il coro

delle Pleiadi e l′una d′elle è occulta,                         470

l′una che seppe la felicità.

Orione si slaccia l′armatura,

e Boote si volge, e Cinosura

vacilla; e l′Orsa anche impallidirà.

Oblia la Notte tutte le sue stelle                               475

e il duolo antico degli amanti umani.

Che con lei piangeremo ella non sa.

O Notte, piangi tutte le tue stelle!

Il grido dell′allodola domani

dall′amor nostro ci disgiungerà. »                           480

Un′altra era con noi, ma restò muta,

tra gli oleandri lungo il bianco mare.

BOCCA DI SERCHIO

                                ardi

Glauco, Glauco, ove sei? Più non ti veggo.

Ho perduto il sentiere, e il mio cavallo

s′arresta. I pini, i pini d′ogni parte

mi serrano. Agrio affonda nella massa

degli aghi, come nella sabbia, fino                          5

ai garetti. Ove sei, Glauco? Mi vedi?

Ho le gambe che sanguinano. Folli

fummo entrando nel bosco ignudi come

nel mare. I rovi, le schegge, le scaglie

feriscono, e i ginepri aspri. Non sanguini              10

anche tu? Oh profumo! Sale a un tratto

come una vampa. Il vino dell′Estate!

N′ho bevuto una piena coppa, e un′altra

ne bevo, e un′altra anche più calda, e un′altra

bollente che mi brucia il cuore e fino                      15

alla gola mi sazia, fino agli occhi.

O Glauco, Glauco, il vino dell′Estate

misto di oro di rèsina e di miele!

                                 glauco

Fo ti veggo, ti veggo. Ardi. Sei bello

sul tuo cavallo bianco. Tu non puoi                        20

portar clamide, come i cavalieri

d′Atene, ma ti giova essere ignudo.

Su, spingi Agrio! Non v′è sentiere. I fusti

sono fragili come aride canne.

Odi? Polo li rompe col suo petto.                             25

Dunque or teme le scaglie e i rovi il marmo

tlclle tue gambe? È splendido il tuo sangue,

Ardi. Poiché ciascuna cosa in torno

le più ricche virtudi e più segrete

esprime per farti ebro, non ti dolga                         30

di sanguinare come il pino stilla,

come il ginepro odora. Avanti, avanti

per la boscaglia che rosseggia e cede!

Vedesti mai più fulva chioma e spessa?

I bei sogni vi restano come api                                 35

prese nella criniera d′un leone.

                              ardi

Preso per i capegli sono. Ah, il ramo

si rompe e gli aghi piovonmi sul collo,

su gli omeri, già coprono la groppa

d′Agrio. Vedi? A miriadi, a miriadi!                       40

Carichi tutti i rami biforcuti.

In ogni congiuntura accumulati

a fasci gli aghi morti. Morta sembra

tutta la selva, inaridita e cieca.

Rompesi come vetro. Il verde è al sommo,            45

invisibile, e fa prigioni i raggi

nell′intrico; ma l′ombra sua mi cuoce

la fronte e mi dissecca la narice.

Entreremo nel fiume coi cavalli!

Diguazzeremo in mezzo alla corrente!                    50

È ancor lontano il Serchio? Tutta l′ombra

respira aridità. L′acqua è lontana.

E sento che lo zòccolo a traverso

gli aghi morti non trova se non sabbia

torrida. I coni vacui son neri                                     55

come carboni spenti, come tizzi

consunti. O Glauco, dove mi conduci?

                               glauco

Chiudi gli. occhi. Odi il vento? Navigare

ti sembra, veleggiar per il deserto

mare. Odi il vento tra le sàrtie? Odi                        60

il gemito degli alberi allo sforzo

delle vele? Si naviga per acque

infide verso l′isola di Circe.

Negli orciuoli d′argilla non rimane

goccia di fonte. Deveremo il sale.                            65

Apri gli occhi! Ecco l′atrio della maga

tutto riscintillante di prodigi.

Larve di stelle adornano la reggia

della donna solare, vedi?, simili

a foglie macerate dagli autunni                                70

che serban lor sottili nervature

con la tenuità dei bissi intesti

d′aria e di lume. Fili palpitanti

le congiungono, l′iride le cangia,

indicibile tremito le muove.                                     75

Circe incantò le stelle eccelse, e l′ebbe,

e le votò di lor sostanza ignita;

e qui raduna le lor dolci larve.

                 ardi

Opre di ragni, arte divina, tele

stellari! O Glauco, io n′ho già lacerata                    80

una col viso, e un′altra ancóra. Guarda!

Per ovunque tessute son le stelle.

Siam presi in una rete innumerevole.

Fermati! Non distruggere l′incanto.

                    glauco

La radura è vicina. Il sole pènetra                            85

fra i rami. Tutto tremola e scintilla.

La rèsina sul tronco è come l′ambra.

Di polito metallo è il mirto chiuso.

La tamerice sembra quasi azzurra

tra i rossi pini. E il tuo vólto s′imperla.                   90

                        ardi

Oh com′è bello Folo che dall′ombra

trapassa, maculato di sudore.

nella banda del sole! Anche tu sànguini.

Non vedesti le vipere fuggire?

Qual nome hanno quei lunghi fili d′erba                95

che portano una spiga nera in cima?

                     glauco

Il nome che le labbra ti diletta.

Abbandona le rèdini sul collo

d′Agrio. Ascolta il cavalla nel silenzio

sbuffare. Vola la sua bava e imbianca                     100

il mentastro. Perché, Ardi, sol questo

empie il mio petto di felicità?

                           ardi

Forse già fummo i figli della Nuvola.

Già l′erba calpestammo con gli zòccoli,

cogliemmo il fiore con le dita umane.                     105

Un dì, volgendo indietro il torso ignudo,

con la concava scorza detergemmo

dal pelo della groppa calorosa

il sudore che in rivoli colava.

Lo spazio immenso era la nostra ebrezza.              110

Senz′ansia il nostro fianco infaticato

vinse in numero i palpiti del vento.

Tanto di terra in un sol dì varcammo

quanto varcava Pègaso di cielo.

                      glauco

Rapidità, Rapidità, gioiosa                                         115

vittoria sopra il triste peso, aerea

febbre, sete di vento e di splendore,

moltiplicato spirito nell′ossea

mole, Rapidità, la prima nata

dall′arco teso che si chiama Vita!                             120

Vivere noi vogliamo. Ardi, correndo:

passare tutti i fiumi, discoprirli

dalle fonti alle foci, lungo i lidi

marini l′orma imprimere nel segno

sinuoso, nell′argentina traccia                                  125

che di sé lascia il flutto più recente.

                       ardi

Dato ci fosse correre senz′ansia

l′Universo! Ma troppo il nostro petto

è angusto pel respiro della nostra

anima. O Glauco, a chi t′ascolta, sei                        130

come l′estro implacabile che incita

i tori. E l′orizzonte è come anello

vitreo che tu spezzi per disdegno.

                       glauco

Taci. Beviamo il vino dell′Estate,

sol dediti all′amore del bel fiume.                            135

Verso tutte le selve della Terra

sospiro; ma, se in una solitario

viver dovessi, in questa, Ardi, vorrei

vivere, in questa calda selva australe,

in quest′aridità d′ombre estuose.                             140

                  ardi

È come un rogo pronto a conflagrare.

La potenza del fuoco in lei si chiude.

Soavemente mormora nell′aura,

ma la sua voce vera in lei si tace.

Parlerà con le lingue dell′incendio                           145

quando la nube nata dal Tirreno

le scaglierà la folgore notturna.

                      glauco

Il respiro non passa per le fauci

ma per tutte le membra, fino al pollice

del piede scalzo; e passano gli aromi                       150

per tutti i pori. E sento respirare

il mio cavallo, e sento la ferina

sua allegrezza, come se nel duplice

corpo fervesse l′unico mio cuore.

                        ardi

Ecco l′erba, ecco il verde, ecco una canna.              155

Ecco un sentiere erboso. Guarda, al fondo,

guarda i Monti Pisani corrucciati

sotto le vaste nuvole di nembo.

                      glauco

Ardi, non odi gracidio di corvi

là verso il mare? Scendono alla foce                        160

del Serchio a branchi, e tesa v′è la rete,

dissemi il cacciatore di Vecchiano.

ardi Il Serchio è presso? Volgiti all′indizio.

Ecco la sabbia tra i ginepri rari,

vergine d′orme come nei deserti.                               165

Si nasconde la foce intra i canneti?

La scopriremo forse all′improvviso?

Ci parrà bella? No, non t′affrettare!

Lascia il cavallo al passo. È dolce l′ansia,

e viene a noi dal piti remoto oblìo,                            175

vien dall′antica santità dell′acque.

Liberi siamo nella selva, ignudi

su i corsieri pieghevoli, in attesa

che il dio ci sveli una bellezza eterna.

Non t′affrettare, poi che il cuore è colmo.               175

                           glauco

Bocche delle fiumane venerande!

Lungo le pietre d′Ostia è più divino

il Tevere. Soave è nei miei modi

l′Arno. Il natale Aterno, imporporato

di vele, splende come sangue ostile.                        180

E l′Erìdano vidi, e l′Achelòo,

e il gran Delta, e le foci senza nome

ove attardarsi volle invano il sogno

del pellegrino. Ma che questa, o Ardi,

sia la più bella mi conceda il dio;                            185

perché non mai fu tanto armonioso

il mio petto, né mai tanto fu degno

di rispecchiare una bellezza eterna.

                          ardi

Oh mistero! La verde chiostra accoglie

i vóti, qual vestibolo di tempio                                190

silvano. I pini alzan colonne d′ombra

intorno al sacro stagno liminare

che ha per suo letto un prato di smeraldi.

Nel silenzio l′imagine del cielo

si profonda: non ride né sorride,                              195

ma dal profondo intentamente guarda.

                         glauco

Odi la melodìa del Mar Tirreno?

Tra le voci dei più lontani mari,

nell′estrema vecchiezza, nell′orrore

del gelo, il sangue mio l′imiterà.                             200

E la cernia e fulva Estate sempre

io m′avrò nel mio cuore. Odi sommesso

carme che ci accompagna per l′esiguo

istmo sembiante al giogo d′una lira.

                         ardi

Tutto è divina musica e strumento                         205

docile all′infinito soffio. Guarda

per la sabbia le rotte canne, guarda

le radici divelle, ancor frementi

di labbra curve e di leggiere dita!

I musici fuggevoli con elle                                        210

modulavano il carme fluviale.

                           glauco

Scendi dal tuo cavallo, Ardi. Ecco il fiume,

ecco il nato dei monti. Oh meraviglia!

Ei porta in bocca l′adunata sabbia

fatta come la foglia dell′alloro.                                215

T′offriamo questi giovini cavalli,

o Serchio, anche t′offriamo i nostri corpi

ov′è chiuso il calor meridiano.

                            ardi

Anelammo d′amore per trovarti!

Sgorgar parca che tu dovessi, o fiume,                   220

dal nostro petto come un subito inno.

                   glauco

Dio tu sei, dio tu sei; noi siam mortali.

Ma fenderemo la tua forza pura.

La più gran gioia è sempre all′altra riva.

IL CERVO

Non odi cupi bramiti interrotti

di là dal Serchio? Il cervo d′unghia nera

si sèpara dal branco delle femmine

e si rinselva. Dormirà fra breve

nel letto verde, entro la macchia folta,                     5

soffiando dalle crespe froge il fiato

violento che di mentastro odora.

Le vestigia ch′ei lascia hanno la forma,

sai tu?, del cor purpureo balzante.

Ei di tal forma stampa il terren grasso;                   10

e la stampata zolla, ch′ei solleva

con ciascun piede, lascia poi cadere.

Ben questa chiama « gran sigillo » il cauto

cacciatore che lèggevi per entro

i segni; e mai giudizio non gli falla,                          15

oh beato che capo di gran sangue

persegue al tramontare delle stelle,

e l′uccide in sul nascere del sole,

e vede palpitare il vasto corpo

azzannato dai cani e gli alti palchi                           20

della fronte agitar l′estrema lite!

Ma invano invano udiamo i cupi bràmìti

noi tra le canne fluviali assisi.

Tu non ti scaglierai nel Serchio a nuoto

per seguitar la pesta, o Derbe; e il freddo              25

fiume non solcherà duplice solco

del tuo braccio e del tuo predace riso,

fieri guizzando i muscoli nel gelo.

Inermi siamo e sazii di bellezza.

chini a spiare il cuor nostro ove rugge,                   30

più lontano che il bràmito del cervo,

l′antico desiderio delle prede.

Or lascia quello il branco e si rinselva.

Forse è d′insigni lombi, e assai ramoso.

Ei più non vessa col nascente corno                        35

le scorze. Già la sua corona è dura;

e il suo collo s′infosca e mette barba,

e fra breve sarà gonfio dal molto

bramire. Udremo a notte le sue lunghe

muglia, udremo la voce sua di toro;                         40

sorgere il grido della sua lussuria

udremo nei silenzii della Luna.

L′ippocampo

Vimine svelto,

pieghevole Musa

furtivamente

fuggita del Coro

lasciando l′alloro                                                         5

pel leandro crinale,

mutevole Aretusa

dal viso d′oro,

offri in ristoro

il tuo sai lucente                                                          10

al mio cavallo Folo

dagli occhi d′elettro,

dal ventre di veltro,

ch′è solo l′eguale

del sangue di Medusa                                               15

ahi ma senz′ale!

Offrigli il sale,

sonoro al dente,

o Aretusa,

nella palma dischiusa                                                20

e nuda, senza spavento

che, per prendere il dono,

ha labbra più leggiere

delle sue gambe

di vento.                                                                         25

Appena ti lambe,

come per bere!

Del suo piacere

ti bagna; e la tua palma

appena sente, dietro                                                   30

le labbra, il fresco

suo dente di puledro,

che brucar l′erba calma

può sì dolcemente

e rodere il ferro                                                            35

difficile quando serro

la rapidità focace

pe′ solitarii

lidi io senza pace.

Come per te, furace                                                    40

fauna dei pomarii,

un bugno

di miei redolente

non vale

simiana acerba,                                                            45

così per lui biada opima

non vale un pugno

di sale mordace.

Troppo gli piace,

Aretusa. Ingordo                                                         50

n′è come capra sima.

Forse ha un ricordo

marino il sangue di Folo.

Egli è forse figliuolo

degli Ippocampi                                                           55

dalla coda di squamme.

Ora è fiamme e lampi,

ma prima

era forse argentino

o cerulo o verdastro                                                   60

come il flutto, gagliardo

come il flutto decumano.

E nel vespero tardo,

all′apparir dell′astro

che cresce,                                                                    65

al levar della brezza,

tutto acquoso e salmastro

venuto in su la proda,

mansuefatto,

battendo con la coda                                                  70

di pesce l′arena

per la dolcezza,

sogguardando in atto

d′amore, gocciando bava,

prono la schiena,                                                         75

mangiava piano

l′aliga nella mano

cava della Sirena.

LONDA

Nella cala tranquilla

scintilla,

intesto di scaglia

come l´antica

lorica                                                                              5

del catafratto,

il Mare.

Sembra trascolorare.

S´argenta? s´oscura?

A un tratto                                                                    10

come colpo dismaglia

l´arme, la forza

del vento l´intacca.

Non dura.

Nasce l´onda fiacca,                                                    15

sùbito s´ammorza.

Il vento rinforza.

Altra onda nasce,

si perde,

come agnello che pasce                                             20

pel verde:

un fiocco di spuma

che balza!

Ma il vento riviene,

rincalza, ridonda.                                                        25

Altra onda s´alza,

nel suo nascimento

più lene

che ventre virginale!

Palpita, sale.                                                                30

si gonfia, s´incurva,

s´alluma, propende.

Il dorso ampio splende

come cristallo;

la cima leggiera                                                           35

s´arruffa

come criniera

nivea di cavallo.

Il vento la scavezza.

L´onda si spezza,                                                        40

precipita nel cavo

del solco sonora;

spumeggia, biancheggia,

s´infiora, odora,

travolge la cuora,                                                        45

trae l´alga e l´ulva;

s´allunga,

rotola, galoppa;

intoppa

in altra cui ´l vento                                                      50

diè tempra diversa;

l´avversa,

l´assalta, la sormonta,

vi si mesce, s´accresce.

Di spruzzi, di sprazzi,                                                55

di fiocchi, d´iridi

ferve nella risacca;

par che di crisopazzi

scintilli

e di berilli                                                                     60

viridi a sacca.

O sua favella!

Sciacqua, sciaborda,

scroscia, schiocca, schianta,

romba, ride, canta,                                                     65

accorda, discorda,

tutte accoglie e fonde

le dissonanze acute

nelle sue volute

profonde,                                                                      70

libera e bella,

numerosa e folle,

possente e molle,

creatura viva

che gode                                                                       75

del suo mistero

fugace.

E per la riva l´ode

la sua sorella scalza

dal passo leggero                                                        80

e dalle gambe lisce,

Aretusa rapace

che rapisce le frutta

ond´ha colmo suo grembo.

Sùbito le balza                                                             85

il cor, le raggia

il viso d´oro.

Lascia ella il lembo,

s´inclina

al richiamo canoro;                                                     90

e la selvaggia

rapina,

l´acerbo suo tesoro

oblia nella melode.

E anch´ella si gode                                                      95

come l´onda, l´asciutta

fura, quasi che tutta

la freschezza marina

a nembo

entro le giunga!                                                           100

Musa, cantai la lode

della mia Strofe Lunga.

LA CORONA DI GLAUCO

                     mélitta

Fulge, dai maculosi leopardi

vigilata, una rupe bianca e sola

onde il miele silentemente cola

quasi fontana pingue che s´attardi.

Quivi in segreto sono i miei lavacri                           5

dove il mio corpo ignudo s´insapora

e di rosarii e di pomarii odora

e si colora come i marmi sacri.

Io son flava, dal pollice del piede

alla cervice. Inganno l´ape artefice.                          10

Porto negli occhi miei le arene lidie.

Per entro i variati ori la lieve

anima mia sta come un fiore semplice.

Melitta è il nome della mia flavizie.

                     l´acerba

Non io del grasso fiale mi nutrico.

Lascio la cera e il miele nel lor bugno.

Ma spicco la susina afra dal prugno

semiano, e mi piace l´orichico.

E il latte agresto piacemi del fico                             5

primaticcio che nérica nel giugno.

Ti do due labbra fresche per un pugno

di verdi fave, e il picciol cuore amico!

Vieni, monta pe´ rami. Eccoti il braccio.

Odoro come il cedro bergamotto                             10

se tu mi strizzi un poco la cintura.

Quanto soffii! Tropp´alto? Non ti piaccio?

Ah, ah, mi sembri quel volpone ghiotto

che disse all´uva: Tu non sei matura.

                          Nico

I tuoi piè bianchi sono i miei trastulli                     15

nella gracile sabbia ove t´accosci,

bianchi e piccoli come gli aliossi

levigati dal gioco dei fanciulli.

– Ahi, ahi, misera Nico, i miei piè brulli!                5

Su la sabbia di foco i piè mi cossi.

Tu ridi costassù, tu ridi a scrosci!

Ma, s´io ti giungo, vedi come frulli.

– Ingrata, ingrata, con che arte il foco

ti rilieva le vene in pelle in pelle                               10

e il pollice t´imporpora e il tallone!

– Bada. Non aliòssi pel tuo gioco

ma ho in serbo per te, schiavo ribelle,

una sferza di cuoio paflagone. [56]

                         Nicarete

Glauco di Serchio, m´odi. Io Nicarete

le canne con le lenze e gli ami sgombri

che non preser già mai barbi né scombri

t´appendo alla tua candida parete.

E t´appendo le nasse anco, e la rete                         5

fallace con suoi sugheri e suoi piombi

che non pescò già mai muUi né rombi

ma qualche fuco e l´alghe consuete.

Amaro e avaro è il sale. O Glauco, m´odi.

Prendimi teco. Evvi una bocca, parmi,                   10

sinuosa nell´ombra de´ miei bùccoli.

Teco andare vorrei tra lenti biodi

e coglier teco per incoronarmi

l´ibisco che fiorisce a Massaciùccoli.

                   A Nicarete

Nicarete, dal monte di Quiesa

a Montramito i colli sono lenti

come i tuoi biodi, all´aria obbedienti,

fatti anch´elli d´un oro che non pesa.

E quella lor soavità, sospesa                                     5

tra i chiari cieli e l´acque trasparenti,

tu non la vedi quasi ma la senti

come una gioia che non si palesa.

Sorge, splendore del silenzio, il disco

lunare. O Nicarete, ecco, e s´adempie                     10

mentre nel lago la ninfea si chiude.

Prima è rosato come il fior d´ibisco

che t´inghirlanda le tue dolci tempie

ma dopo assempra le tue spalle ignude.

                       Gorgo

Ospite sempre memore, io son Gorgo

e l´odor delle Cicladi vien meco.

Tutte l´uve e le spezie, ecco, ti reco

in questo lino aereo d´Amorgo.

Glauco, e ti reco il vin di Chio nell´otro,                 5

quel che bevesti un dì sul tuo fasèlo [57] ,

quel che in argilla si facea di gelo

pendula a soffio di ponente o d´ostro.

E una corona d´ellera e di gàttice [58]

ti reco, per un´ode che mi piacque                          10

di te, che canta l´isola di Progne.

Io voglio, nuda nell´odor del màstice,

danzar per te sul limite dell´acque

l´ode fiumale al suon delle sampogne.

                         A Gorgo

Gorgo, più nuda sei nel lin seguace.

La tua veste ti segue e non ti chiude.

Fra l´ombelico e il depilato pube

Il ventre appare quasi onda che nasce.

Ombra non è su le tue membra caste:

dall´inguine all´ascella albeggi immune.

Polita come il ciòttolo del fiume

sei, snella come l´ode che ti piacque.

Danzami la tua molle danza ionia

mentre che l´Apuana Alpe s´inostra [59]

e il Mar Tirreno palpita e corusca.

L´Eliade sta fra Luni e Populonia!

E il cor mi gode come se tu m´offra

il vin tuo greco in una tazza etrusca.

                      l′auletride [60]

Io rinvenni la pelle dell´incauto

Frigio nomato Marsia appesa a un pino,

sul suol roggio il coltello del divino

castigatore e, presso, il doppio flauto.

Questo raccolsi trepidando, o Glauco.                    5

E, immemore del flebile destino,

io son osa talor nel mio giardino

chiuso carmi dedurre sotto il lauro.

Rivolgomi sovente e guardo s´Egli

non apparisca a un tratto, l´Immortale.                   10

Ma non mi trema il mio labbro fasciato.

Vivon nell´orror sacro i miei capagli

ma per l´angustia del mio petto sale

il superbo di Marsia antico afflato.

                          Baccha

Ah, chi mi chiama? Ah, chi m´afferra? Un tirso

Io sono, un tirso crinito di fronda,

squassato da una forza furibonda.

Mi scapiglio, mi scalzo, mi discingo.

Trascinami alla nube o nell´abisso!

Sii tu dio, sii tu mostro, eccomi pronta.

Centauro, son la tua cavalla bionda.

Fammi pregna di te. Schiumo, nitrisco.

Tritone, son la tua femmina azzurra:

salsa com´alga è la mia lingua; entrambe

le gambe squamma sonora mi serra.

Chi mi chiama? La bùccina [61] notturna?

il nitrito del Tessalo? il tonante

Pan? Son nuda. Ardo, gelo. Ah, chi m´afferra?

                       STABAT NVDA AESTAS

Primamente intravidi il suo piè stretto

scorrere su per gli aghi arsi dei pini

ove estuava l´aere con grande

tremito, quasi bianca vampa effusa.

Le cicale si tacquero. Più rechi                                 5

si fecero i ruscelli. Copiosa

la resina gemette giù pe´ fusti.

Riconobbi il colùbro dal sentore.

Nel bosco degli ulivi la raggiunsi.

Scorsi l´ombre cerulee dei rami                                10

su la schiena falcata, e i capei fulvi

nell´argento pallàdio trasvolare

senza suono. Più lungi, nella stoppia,

l´allodola balzò dal solco raso,

la chiamò, la chiamò per nome in cielo.                  15

Allora anch´io per nome la chiamai.

Tra i leandri la vidi che si volse.

Come in bronzea mèsse nel falasco

entrò, che richiudeasi strepitoso.

Piti lungi, verso il lido, tra la paglia                        20

marina il piede le si torse in fallo.

Distesa cadde tra le sabbie e l´acque.

Il ponente schiumò ne´ suoi capegli.

Immensa apparve, immensa nudità.

                 DITIRAMBO III

(Composta al Secco Motrone in Versilia il 20 luglio 1900)

O grande Estate, delizia grande tra l´alpe e il mare,

tra così candidi marmi ed acque così soavi

nuda le aeree membra che riga il tuo sangue d´oro

odorate di aliga di résina e di alloro,

laudata sii,                                                                                 5

o voluttà grande nel cielo nella terra e nel mare

e nei fianchi del fauno, o Estate, e nel mio cantare,

laudata sii

tu che colmasti de´ tuoi più ricchi doni il nostro giorno

e prolunghi su gli oleandri la luce del tramonto                10

a miracol mostrare!

Ardevi col tuo piede le silenti erbe marine,

struggevi col tuo respiro le piogge pellegrine,

tra così candidi marmi ed acque così soavi

alzata; e grande eri, e pur delle più tenui vite                     15

gioiva la tua gioia, e tutto vedeva la tua pupilla

grande: le frondi delle selve e i fusti delle navi,

e la ragia colare, maturarsi nelle pine

le chiuse mandorlette e la scaglia che le sigilla

pender nel fulvo, e l´orme degli uccelli nell´argilla           20

dei fiumi, l´ombre dei voli su le sabbie saline

vedea, le sabbie rigarsi come i palati cavi,

al vento e all´onda farsi dolci come l´inguine e il pube

amorosamente,

imitar l´opre dell´api,                                                               25

disporsi a mo´ dei favi

in alveoli senza miele,

e l´osso della seppia tra le brune carrube

biancheggiar sul lido, tra le meduse morte

brillar la lisca nitida, la valva                                                 30

tra il sughero ed il vimine variar la sua iri [62] ,

pallida di desiri la nube

languir di rupe in rupe

lungh´essi gli aspri capi

qual molle donna che si giaccia co´ suoi schiavi,                35

scorrere la gómena nella rossa

cubia [63] , sorgere la negossa [64]

viva di palpitanti pinne, curvarsi al peso vivo

la pertica, la possa [65]

dei muscoli gonfiarsi nelle braccia vellute,                          40

una man rude

tendere la scotta [66],

al garrir della vela forte

piegarsi il bordo come la gota del nuotatore,

la scìa mutar colore,                                                                 45

tutto il Tirreno in fiore

tremolar come alti paschi al fiato di ponente.

O Estate, Estate ardente,

quanto t´amammo noi per t´assomigliare,

per gioir teco nel cielo nella terra e nel mare,                      50

per teco ardere di gioia su la faccia del mondo,

selvaggia Estate

dal respiro profondo,

figlia di Pan diletta, amor del titan Sole,

armoniosa,                                                                                 55

melodiosa,

che accordi il curvo golfo sonoro

come la citareda

accorda la sua cetra,

dolore di Demetra                                                                    60

che di te si duole

ne´ solstizii sereni

per Proserpina sua perduta primavera!

O fulva fiera,

o infiammata leonessa dell´Etra,                                          65

grande Estate selvaggia,

libidinosa,

vertiginosa,

tu che affochi le reni,

che incrudisci la sete,                                                               70

che infurii gli estri,

Musa, Gorgóne,

tu che sciogli le zone,

che succingi le vesti,

che sfreni le danze,                                                                   75

Grazia, Baccante,

tu ch´esprimi gli aromi,

tu che afforzi i veleni,

tu che aguzzi le spine,

Esperide, Erine,                                                                         80

deità diversa,

innumerevole gioco dei vènti

dei flutti e delle sabbie,

bella nelle tue rabbie

siilenziose, acre ne´ tuoi torpori,                                            85

o tutta bella ed acre in mille nomi,

fatta per me dei sogni che dalla febbre del mondo

trae Pan quando su le canne sacre

ilrlira (delira il sogno umano),

divina nella schiuma del mare e dei cavalli,                        90

nel sudor dei piaceri,

nel pianto aulente delle selve assetate,

o Estate, Estate,

io ti dirò divina in mille nomi,

in mille laudi                                                                                 95

ti loderò se m´esaudi,

se soffri che un mortal ti domi,

che in carne io ti veda,

ch′io mortal ti goda sul letto dell´immensa piaggia

tra l´alpe e il mare,                                                                       100

nuda le fervide membra che riga il tuo sangue d´oro

odorate di aliga di resina e di alloro!

VERSILIA

Non temere, o uomo dagli occhi

glauchi! Erompo dalla corteccia

fragile io ninfa boschereccia

Versilia, perché tu mi tocchi.

Tu mondi la persica dolce                                         5

e della sua polpa ti godi.

Passò per le scaglie e pe´ nodi

l´odore che il cuore ti molce.

Mi giunse alle nari; e la mia

lingua come tenera foglia,                                         10

bagnata di sùbita voglia,

contra i denti forti languìa.

Sapevi tu tanto sagaci

nari, o uomo, in legno sì grezzo?

Inconsapevole eri, e del rezzo                                  15

gioivi e de´ frutti spiccaci

e dell´ombre cui fannoti gli aghi

del pino, seguendo il piacere

de′ vènti, su gli occhi leggiere

come ombre di voli su laghi.                                    20

Io ti spiava dal mio fusto

scaglioso; ma tu non sentivi,

o uomo, battere i miei vivi

cigli presso il tuo collo adusto.

Talora la scaglia del pino                                          25

è come una pàlpebra rude

che subitamente si schiude,

nell´ombra, a uno sguardo divino.

Io sono divina; e tu forse

mi piaci. Non piacquemi l´irto                                 30

Satiro sul letto di mirto,

e il Panisco in van mi rincorse.

Ma tu forse mi piaci. Aulisce

d´acqua marina la tua pelle

che il Sol feceti fosca. Snelle                                      35

hai gambe come bronzo lisce.

Offrimi il canestro di giunco

ricolmo di persiche bionde!

Poiché non mi giovano monde,

riponi il tuo coltello adunco.                                    40

10 so come si morda il pomo

senza perdere stilla di suco.

Poi co´ miei labbri umidi induco

Il miele nel cuore dell´uomo.

Riponi il ferro acre che attosca                                 45

ogni sapore. Tu non pregi

i tuoi frutti. I peschi, i ciriegi,

i peri, i fichi in terra tosca

son di dolcezza carchi, e i meli,

gli albricocchi, i nespoli ancóra!                               50

E tu li spogli in su l´aurora

velati dei notturni geli.

Da tempo in cuor mio non è gaudio

di tal copia. Ahimè, sono scarsi

i doni. E tu vedi curvarsi                                           55

i rami del susino Claudio!

Ma io non ho se non la tetra

pigna dal suggellato seme.

E a romper la scaglia che il preme

non giovami pur una pietra.                                     60

O uomo occhicèrulo, m´odi!

Lascia che alfine io mi satolli

di queste tue persiche molli

che hai nel cesto intesto di biodi.

Ti priego! La pigna malvagia                                   65

mi vale sol per iscagliarla

contro la ghiandaia che ciarla

rauca. Non s´inghiotte la ragia.

Ma se la mastichi negli ozii,

quantunque ha sapore amarogno,                           70

allor che il tuo cuore nel sogno

si bea lungi ai vili negozii,

certo ti piace, o uomo; ed io

te ne darò della più ricca.

Tu la persica che si spicca,                                        75

e ne cola il suco giulìo,

dammi, ch´io mi muoio di voglia

e da tempo non ebbi a provarne.

Non temere! Io sono di carne,

se ben fresca come una foglia.                                  80

Toccami. Non vello, non ugne

ricurve han le tue mani come

quelle ch´io so. Guarda: ho le chiome

violette come le prugne.

Guarda: ho i denti eguali, più bianchi                    85

che appena sbucciati pinocchi.

Non temere, o uomo dagli occhi

glauchi! Rido, se tu m´abbranchi.

Abbrancami come il bicorne

villoso. La frasca ci copra,                                         90

i mirti sien letto, di sopra

ci pendano l´albe viorne. [67]

Ma come, Occhiazzurro, sei cauto!

Forse amico sei di Diana?

Ora scende da Pietrapana                                         95

il lesto Settembre col flauto,

se cruenta nel corniole

rosseggi la cornia afra e lazza.

Odo tra il gridìo della gazza

il richiamo del cavriuolo.                                          100

Sei tu cacciatore? Sei destro

ad arco, esperto a cerbottana?

Ora scende da Pietrapana

Settembre. Tu dammi il canestro.

Eh, veduto n´ho del pél baio                                    105

verso il Serchio correre il bosco!

Tu dammi il canestro. Conosco

la pesta se ben non abbaio.

Accomanda il nervo alla cocca.

Ne avrai della preda, s´io t´amo!                              110

Imito qualunque richiamo

con un filo d´erba alla bocca.

LA MORTE DEL CERVO

Quasi era vespro. Atteso avea soverchio

alla posta del cervo, quatto quatto

fra le canne; e vinceami l´uggia. A un tratto

vidi l´uom che natava in mezzo al Serchio.

Un uomo egli era, e pur sentii la pelle                    5

aggricciarmisi come a odor ferigno.

Di capegli e di barba era rossigno

come saggina, folte avea le ascelle;

ma pél diverso da quel delle gote

sotto il ventre parea gli cominciasse,                      10

bestial pelo, e che le parti basse

fossero enormi, cosce gambe piote,

come di mostro, tanto era il volume

dell´acqua che moveva il natatore

se ben tenesse ambe le braccia fuore                       15

con tutto il busto eretto in su le spume.

Un uomo era. A una frotta d´anitroccoli

sbigottita egli rise. Intesi il croscio.

Repente si gittò su per lo scoscio

della ripa, saltò su quattro zoccoli!                          20

Lo conobbi tremando a foglia a foglia.

Ben era il generato dalla Nube

acro e bimembre, uomo fin quasi al pube,

stallone il resto dalla grossa coglia.

Il Centauro! Di manto sagginato                              25

era, ma nella groppa rabicano

e nella coda, di due piè balzano,

l´equine schiene e le virili arcato.

Ritondo il capo avea, tutto di ricci

folto come la vite di racimoli;                                   30

e l´inclinava a mordicare i cimoli

dei ramicelli, i teneri viticci

con la gran bocca usa alla vettovaglia

sanguinolenta, a tritar gli ossi, a bere

d´un fiato il vin fumoso nel cratère                         35

ampio, sopra le mense di Tessaglia.

Levava il braccio umano, dal bicipite

guizzante, a corre il ramicel d´un pioppo.

Repente trasaltò, di gran galoppo

sparì per mezzo agli arbori precipite.                     40

Il cor m´urtava il petto, in ogni nervo

io tremando. Ma, nella mia latèbra

umida verde, l´anima erami ebra

d´antiche forze. E udii bramire il cervo!

L´udii bramir di furia e di dolore                            45

come s´ei fosse lacero da zanne

leonine. Balzai di tra le canne,

vincendo a un tratto il corporale orrore,

agile divenuto come un veltro

pe´ gineprai, per gli sterpeti rossi,                           50

con silenzio veloce, quasi fossi

in sogno, quasi avessi i piè di feltro.

O Derbe, la potenza che desidero

è nei metalli che il gran fuoco ha vinto.

Eternato nel bronzo di Corinto                                 55

ti darò quel che i lucidi occhi videro?

Il Centauro afferrato avea pei palchi

delle corna il gran cervo nella zuffa,

come l´uom pe´ capei di retro acciuffa

il nemico e lo trae, finché lo calchi                           60

a terra per dirompergli la schiena

e la cervice sotto il suo tallone,

o come nella foia lo stallone

la sua giumenta assai per farla piena.

Erto alla presa della cornea chioma,                        55

con le due zampe attanagliava il dorso

cervino, superandolo del torso,

premendolo con tutta la sua soma.

Furente il cervo si divincolava

sotto, gli occhi riverso, il bruno collo                      70

gonfio d´ira e di mugghio, in ogni crollo

crudo spargendo al suol fiocchi di bava.

Era del più vetusto sangue regio,

di quelli che ammansiva il suon del sufolo,

vasto e robusto il corpo come bufolo,                     75

di vénti punte in ogni stanga egregio.

Quanti rivali, oh lune di Settembre,

cacciati avea da´ freschi suoi ricoveri

e infissi nella scorza delle roveri,

pria d´abbattersi al Tessalo bimembre!                   80

Si scrollò, si squassò, si svincolò.

E le muglia sonavan d´ogni intorno.

In pugno al mostro un ramo del suo corno

lasciando, corse un tratto; e si voltò.

Si voltò per combattere, le vampe                              85

dalle froge soffiando e le vendette.

Il Tessalo gittò la scheggia; e stette

guardingo, fermo su le quattro zampe.

Un fil di sangue gli colava giù

pel viril petto, givi per il pelame                                 90

cavallino il sudore. Come rame

gli brillava la groppa or meno or più

al sole obliquo che feria lontano

pe´ tronchi, variato dalle frondi.

S´era fatto silenzio nei profondi                                 95

boschi. Il soffio s´udìa ferino e umano.

Gli aghi dei pini ardere come bragia

parean sul campo del combattimento.

E l´aspro lezzo bestial nel vento

si mesceva all´odore della ragia.                              100

Pontata a terra la sua forza avversa,

il cervo, come fa nel cozzo il tauro,

basso l´arme. La coda del Centauro

tre volte batté l´aria come fersa.

Una rapidità fulva e ramosa                                     105

si scagliò con un bràmito di morte.

O Derbe, ancor ne freme per la sorte

del petto umano l´anima ansiosa.

Credetti udire il gemito dell´uomo

su l´impennarsi del caval selvaggio.                       110

Ma il Tessalo con inuman coraggio

il cervo avea pur quella volta dòmo!

Preso l´avea di fronte, alle radici

delle corna, e gli avea riverso il muso.

Entrambi inalberati, l´un confuso                            115

con l´altro in un viluppo, i due nemici,

tra luci ed ombre, sotto il muto cielo

saettato da sprazzi porporini,

lottavano; e su i due corpi ferini,

su le zampe le punte il fitto pelo                               120

il crino irsuto il prepotente sesso,

io vedea con angoscia il capo alzarsi

di mia specie, agitare i ricci sparsi

quel vento d´ira sul mio capo istesso.

E, gonfio il cor fraterno d´un antico                         125

rimorso, tesi l´arco dall´agguato.

Ma l´uom co´ pugni avea divaricato

e divelto le corna del nemico.

Udii lo schianto stridulo dell´osso

infranto, aperto sino alla mascella.                          130

Fumide giiì dal cranio le cervella

sgorgarono commiste al sangue rosso.

L´erto corpo piombò nel gran riposo

con urto sordo; sanguinò silente;

senza palpito stette; del cocente                               135

flutto bagnò l´arsiccio suol pinoso.

Rise il Centauro come a quella frotta

lieve natante giù pel verde Serchio.

Poi levò, grande nel silvano cerchio,

il duplice trofeo della sua lotta.                               140

Fiutò il vento. Ma prima di partirsi

colse tre rami carichi di pine;

e due n´avvolse intorno alle cervine

corna, e sì n´ebbe due notturni tirsi.

Del terzo incurvo fece un serto sacro                      145

e se ne inghirlandò le tempie umane

ove le vene, enfiate dall´immane

sforzo, ancor cupe ardeangli di sangue acro.

Precinto, armato dei due tirsi foschi,

sollevò la gran bocca a respirare                              150

verso il Cielo. S´udìa remoto il Mare

seguir col rombo il murmure dei boschi.

Sola una Nube era nell´alte zone

dell´Etere qual dea scinta che dorma.

Venerava il Nubìgena la forma                                155

cui fecondò l´audacia d´Issione.

Bellissimo m´apparve. In ogni muscolo

gli fremeva una vita inimitabile.

Repente s´impennò. Sparve Ombra labile

verso il Mito nell´ombre del crepuscolo.                160

LASFODELO
Glauco

O Derbe, approda un fiore d´asfodelo!

Chi mai lo colse e chi l´offerse al mare?

Vagò sul flutto come un fior salino.

O Derbe, quanti fiori fioriranno

che non vedremo, su pe´ fulvi monti!                     5

Quanti lungh´essi i curvi fiumi rochi!

Quanti per mille incognite contrade

che pur hanno lor nomi come i fiori,

selvaggi nomi ed aspri e freschi e molli

onde il cuore dell´esule s´appena                            10

poi che il suon noto par rendergli odore

come foglia di salvia a chi la morde!

Derbe

Io so dove fiorisce l´asfodelo.

Là nel chiaro Mugello, presso il Giogo

di Scarperia, lo vidi fiorir bianco.                            15

Anche lo vidi, o Glauco, anche lo colsi

in quell´Alpe che ha nome Catenaia,

e all´Uccellina presso l´Alberese

nella Maremma pallida ove forse

ei sorride all´imagine dell´Ade                                20

morendo sotto l´unghia dei cavalli.

Glauco

O Derbe, anch´io errando su i vestigi

della donna letèa, vidi fiorire

tra Populonia e l´Argentaro il fiore

della viorna. Tutte le sorelle                                     25

bianche il bosco aspro nelle delicate

braccia tenean tacendo, e i negri lecci

e i sóveri nocchiuti al sol di giugno

dormivan come venerandi eroi

entro veli di spose giovinette.                                  30

Derbe

In Populonia ricca di sambuchi

io conobbi il marrubbio che rapisce

l´odor muschiato al serpe maculoso

e l´ebbio che colora il vin novello

di sue bacche e lo scirpo che riveste                        35

il gonfio vetro dove il vin matura.

Glauco

La madreselva come la viorna

intenerire del suo fiato i tronchi

vidi a Tereglio lungo la Fegana,

e il giunco aggentilir la Marinella                            40

di Luni, e su pe´ monti della Verna

l´avornio tesser ghirlandette al maggio.

Derbe

I gigli rossi e crocei ne´ monti,

alla Frattetta sotto il Sagro, io vidi;

anche alla Cisa in Lunigiana, e all´Alpe                 45

di Mommio dove udii nel ciel remoto

gridar l´aquila. Spiriti immortali

pareano i gigli nell´eterna chiostra.

La bellezza dei luoghi era sì cruda

che come spada mi fendeva il petto.                       50

Con un giglio toccai la grande rupe,

che non s´aperse e non tremò. Mi parve

tuttavia che un prodigio si compiesse,

O Glauco, e andando mi sentii divino.

Glauco

Nella Bocca del Serchio, ove la piana                      55

sabbia vergano oscuramente l´orme

dei corvi come segni di sibille,

il narcisso marino io colsi, mentre

l´ostro premea le salse tamerici,

i cipressetti dell´amaro sale.                                     60

Lo smìlace conobbi attico; e al Gombo

anche conobbi il giglio ch´è nomato

Pancrazio, nome caro ai greci efèbi;

e tanto parve ai miei pensieri ardente

di purità, che ai Mani dell´Orfeo                              65

cerulo io lo sacrai, al Cuor dei cuori.

Derbe

O Glauco, noi facemmo della Terra

la nostra donna ed ogni più segreta

grazia n´avemmo per virtù d´amore.

Come il Sole entri nella Libra eguale,                     70

ti condurrò su i monti della Pieve

di Camaiore, e alla Tambura, e ai fonti

del Frigido, e lungh´essa la Freddana

dietro Ford, e nell´Alpe di Soraggio,

ché tu veda fiorir la genzïana.                                  75

Glauco

Bella è la Terra, o Derbe, e molto a noi

cara. Ma quanti fiori fioriranno

che non vedremo, nelle salse valli!

Le Oceanine ornavan di ghirlande

i lembi della tunica a Demetra                                 80

piangente per il colchico apparito.

Com´entri nello Scòrpio il Sole, o Derbe,

ti condurrò su i pascoli del Giovo

in mezzo ai greggi delle pingui nubi,

perché tu veda il colchico fiorire.                             85

MADRIGALI DELLESTATE
Implorazione

Estate, Estate mia, non declinare!

Fa che prima nel petto il cor mi scoppi

come pomo granato a troppo ardore.

Estate, Estate, indugia a maturare

i grappoli dei tralci su per gli oppi.                        5

Fa che il colchico dia più tardo il fiore.

Forte comprimi sul tuo sen rubesto

il fin Settembre, che non sia si lesto.

Soffoca, Estate, fra le tue mammelle

il fabro di canestre e di tinelle.                                 10

La sabbia del tempo

Come scorrea la calda sabbia lieve

per entro il cavo della mano in ozio,

il cor sentì che il giorno era più breve.

E un´ansia repentina il cor m´assalse

per l´appressar dell´umido equinozio                    5

che offusca l´oro delle piagge salse.

Alla sabbia del Tempo urna la mano

era, clessidra il cor mio palpitante,

l´ombra crescente d´ogni stelo vano

quasi ombra d´ago in tacito quadrante.                  10

Lorma

Sol calando, lungh´essa la marina

giurisi alla pigra foce del Motrone

e mi scalzai per trapassare a guado.

Da stuol migrante un suono di chiarina

venia per l´aria, e il mar tenea bordone.                 5

Nitrì di fra lo sparto un caval brado.

Ristetti. Strana era nel limo un´orma.

Però dall´alpe già scendeva l´ombra.

Allalba

All´alba ritrovai l´orma sul posto,

selvatica qual pesta di cerbiatto;

ma v´era il segno delle cinque dita.

Era il pollice alquanto più discosto

dall´altre dita e il mignolo rattratto                         5

come ugnello di gàzzera marina.

La foce ingombra di tritume negro

odorava di sale e di ginepro.

Seguitai l´orma esigua, come bracco

che tracci e fiuti il baio capriuolo.                            10

Giunsi al canneto e mi scontrai col riccio.

Livido si fuggi pel folto il biacco.

Si levarono due tre quattro a volo

migliarini già tinti di gialliccio.

Vidi un che bianco; e un velo era dell´alba.           15

Per guatar l´alba dismarrii la traccia.

A mezzodì

A mezzodì scopersi tra le canne

del Motrone argiglioso l´aspra ninfa

nericiglia, sorella di Siringa.

L´ebbi su´ miei ginocchi di silvano;

e nella sua saliva amarulenta                                   5

assaporai l´orìgano e la menta.

Per entro al rombo della nostra ardenza

udimmo crepitar sopra le canne

pioggia d´agosto calda come sangue.

Fremere udimmo nelle arsicce crete                        10

le mille bocche della nostra sete.

In sul vespero

In sul vespero, scendo alla radura.

Prendo col laccio la puledra brada

che ancor tra i denti ha schiuma di pastura.

Tanaglio il dorso nudo, alle difese;

e per le ascelle afferro la naiàda,                              5

la sollevo, la pianto sul garrese.

Schizzan di sotto all´ugne nel galoppo

gli aghi i rami le pigne le cortecce.

Di là dai fossi, ecco il triforme groppo

su per le vampe delle fulve secce!                           10

Lincanto circeo

Tra i due porti, tra l´uno e l´altro faro,

bonaccia senza vele e senza nubi

dolce venata come le tue tempie.

Assai lungi, di là dall´Argentaro,

assai lungi le rupi e le paludi

di Circe, dell´iddìa dalle molt´erbe.                        5

E c´incantò con una stilla d´erbe

tutto il Tirreno, come un suo lebete!

Il vento scrive

Su la docile sabbia il vento scrive

con le penne dell´ala; e in sua favella

parlano i segni per le bianche rive.

Ma, quando il sol declina, d´ogni nota

ombra lene si crea, d´ogni ondicella,                       5

quasi di ciglia su soave gota.

E par che nell´immenso arido viso

della piaggia s´immilli il tuo sorriso.

Le lampade marine

Lucono le meduse come stanche

lampade sul cammin della Sirena

sparso d´ulve e di pallide radici.

Bonaccia spira su le rive bianche

ove il nascente plenilunio appena                           5

segna l´ombra alle amare tamerici.

Sugger di labbra fievole fa l´acqua

ch´empie l´orma del piè tuo delicata.

Nella belletta

Nella belletta i giunchi hanno l´odore

delle persiche mézze e delle rose

passe, del miele guasto e della morte.

Or tutta la palude è come un fiore

lutulento che il sol d´agosto cuoce,                         5

con non so che dolcigna afa di morte.

Ammutisce la rana, se m´appresso.

Le bolle d´aria salgono in silenzio.

Luva greca

Or laggiù, nelle vigne dell´Acaia,

l´uva simile ai ricci di Giacinto

si cuoce; e già comincia a esser vaia.

Si cuoce al sole, e detta è passolina,

anche laggiù su l´istmo, anche a Corinto,               5

e nella bianca di colombe Egina.

In Onchesto il mio grappolo era azzurro

come forca di rondine che vola.

All´ombra della tomba di Nettuno

l´assaporai, guardando l´Elicona.                            10

Feria dagosto

Esperò sgorga, e tremola sul lento

vapor che fuma dalla Val di Magra.

Un vertice laggiù, nel cielo spento,

ultimo flagra.

Emulo della stella e della vetta,                               5

arde il Faro nell´isola del Tino.

Doppiano il Capo Corvo una goletta

e un brigantino.

Or sì or no la ragia con la cuora

si mescola nel vento diforàno [68] .                               10

Dell´agrore salmastro s´insapora

l´odor silvano.

Albica il mar, di cristalline strisce

varia, su i liti ansare odesi appena.

Ed ecco, il promontorio s´addolcisce                      15

come l´arena.

Ogni cosa più gran dolcezza impetra.

Tutto avvolve l´immensa pace urania.

Fin, nell´aere tenue, si spetra

la cruda Pania.                                                               20

O fanciullo, inghirlanda l´architrave;

salda la cera ai tuoi calami arguti;

rinfondi nella lampada il soave

olio di Buti [69] .

Fa grido e aduna i tuoi compagni auleti [70] ,         25

che rechino le fìstole [71] sonore

composte con le canne dei canneti

di Camaiore.

Sette di pino belle faci olenti

e sette di ginepro irsuto appresta,                           30

a rischiarare gli ospiti vegnenti

per la foresta.

Fresche delizie avranno elli da scerre [72]

bene accordate su la stoia monda:

l´uva sugosa delle Cinque Terre                              35

e nera e bionda,

l´uva con i suoi pampani e i suoi tralci,

le pèsche e i fichi su la chiara stoia,

e le ulive dolcissime di Calci

in salamoia.                                                                   40

Infra l´ombrina e il dèntice la triglia

grassa di scoglio veggan rosseggiare,

e il vino di Vernazza e di Corniglia

nelle inguistare [73] .

Anche avremo di miele e di friscello                       45

la focaccia che fu grata a Priapo,

e ghirlanda di cùnzia [74] e d´albarello

per ogni capo.

O fanciulli, e per voi saremo lauti.

Io farò sì che ognun di voi ricordi                            50

la mia feria d´agosto, ma se i flauti

non sien discordi.

Accendete le faci, e andiam nel bosco

a rischiarare l´ospite che viene.

Odo tinnire un riso ch´io conosco,                           55

ch´io mi so bene.

È di quella che fùstiga i miei spirti,

d´una che acerba ride e dolce parla.

Accendete le faci e andiam tra i mirti

ad incontrarla.                                                               60

Non vi stupite già che la crocòta

sia guisa d´oggidì tra Serchio e Magra.

Quest´ospite è d´origine beota,

vien di Tanagra.

Ma ben la grazia onde succinge il giallo                65

bisso e i sandali scopre è maraviglia

(porta anelli d´elettro e di cristallo

alla caviglia)

mentre il suo capo sottilmente ordito

piega, ove ferma un lungo ago l´intreccio,             70

fulvo come i ginepri che sul lito

morde il libeccio.

Rugge e odora il ginepro nella teda.

Or configgete in terra acceso il fusto,

riauti silvestri, e il nume vi conceda                       75

il tono giusto.

Fanciulli, attenti! Fate un bel concerto,

Pan vi guardi da nota roca o agra.

Quest´ospite che v´ode ha orecchio esperto;

vien di Tanagra.                                                            80

Il policefalo

Spezzate i flauti. Il lino che connette

le canne è quel medesmo degli astuti

lacci, e la cera troppo sa di miele.

Il suono puerile è breve oblìo

pel cor prestante che non ama il gioco                      5

facile né cattare il sonno lieve.

Né tu sei cittadino d´Agrigento

nomato Mida, vincitore in Delfo.

Né t´insegnò la Cèsia il grande carme.

Pallade Atena dai fermi occhi chiari                        10

prima inventò tal melodìa, nel giorno

in cui Medusa tronca fu dall´arpe.

Udì le grida e i pianti ch´Euriàle

mettea tra il sibilare dei serpenti

verso la strage; udì l´orrendo ploro [75] .                  15

I gemiti di Steno come dardi

fendeano l´etra, e tutti gli angui eretti

minacciavan l´eroe nato dall´oro.

Così la Melodìa di Mille Teste

nacque in giorno sanguigno; e la raccolse              20

Pallade Atena e modulò per l´uomo.

Le canne dei canneti d´Orcomèno

ella guarnì con làmine di bronzo

e sì ne fece più possente il tuono.

Spezzate i flauti esigui, auleti imberbi,                   25

poi che non han potenza al grande carme.

Cercatemi nel mare i nicchi intorti.

V´insegnerò davanti alle tempeste

dedurre dalle biiccine profonde

la melodìa delle mie mille sorti.                              30

Il tritone

Il Tritone squammoso mi fu mastro.

S´accoscia su la sabbia ove la schiuma

bulica; e al sole la sua squamma fuma.

Giùngogli ov´è tra il pesce e il dio l´incastro.        4

Ha il gran torace azzurro come il glastro [76]

ma l´argento sul dorso gli s´alluma.

Sceglie tra l´alghe la più verde, e ruma;

e gli cola il rigurgito salmastro.                                 8

Con la vasta sua man palmata afferra

la sua conca, v´insuffla ogni sua possa,

gonfio il collo le gote gli occhi istrambi.                 11

Va il rimbombo pel mare e per la terra.

L´Alpe di Luni crollasi percossa.

Balzano nel mio petto i ditirambi.                           14

Larca romana

Alpe di Luni, e dove son le statue?

I miei spirti desiati perpetuarsi

oggi sul cielo in grandi simulacri.

O antichi marmi in grandi orti romani!

Stan per logge e scalèe di balaustri,                        5

con le lor verdi tuniche di muschi.

Negreggiano i cipressi i lecci i bussi

intorno alla fontana ove il Silenzio

col dito su le labbra è chino a specchio.

Vede apparire dal profondo il teschio                   10

dell´eterna Medusa, la Gorgone;

vede sé fiso nel divino orrore.

Lamenta i fati il grido del paone.

Tutto è immobilità di pietra, vita

che fu, memoria grave, ombra infinita.                  15

Un sarcofago eleggo, ov´è scolpita

in tre facce una pugna d´Alessandro;

pieno è di terra, e porta un oleandro.

Quivi masticherò la foglia amara

del mio lauro, seduto su quell´arca.                        20

Quivi disfoglierò la rosa vana

dell´amor mio, seduto su quell´arca.

Lalloro oceanico

Oleandro d´Apollo, ambiguo arbusto

che d´ambra aulisci nell´ardente sera;

melagrano, e il tuo rosso balauste

quasi fiammella in calice di cera;                             4

nautico pino, e il tuo scagliono fusto

e i coni entro la chioma tua leggera;

olivo imorto da dolor vetusto,

e l´oliva tua dolce che s´annera;                               8

ginepro irsuto, mirto caloroso,

lentisco, terebinto, caprifoglio,

cento corone dell´Estate ausonia;                           11

ma te, sargasso, re del Marerboso,

vasto alloro del gorgo, anche te voglio,

che bacche fai come la fronda aonia.                     14

Il prigioniero

Ardi, sei triste come il Prigioniero

ignudo che il titano Buonarroto

cavò da quel che or splende àvio [77] e rimoto

Sagro, per il pontefice guerriero [78] .                        4

Constretto anche tu sei dal tuo mistero,

vittima consecrata al Mare Ignoto;

e la bocca tua bella grida a vóto

contra il fato che tolseti l´impero.                              8

Tiranno fosti in Gela, trionfale

nell´ode pitia re? Traesti schiavi

da Tespe uomini e marmi alla tua Tebe?                11

O sul cavallo bianco eri a Micale,

presso il padre di Pericle, e pugnavi

con l´altra gioventù nel nome d´Ebe?                      14

La vittoria navale

Se quella ch´arma di sue grandi penne

la prua della trière samotrace

venir dee verso me che senza pace

persèvero lo sforzo mio ventenne,                           4

non altrove ma fra le vive antenne

di questa selva nata dal focace [79]

lito, in vista dell´Alpe che si tace

gloriosa di suo candor perenne,                               8

l´attenderò dicendo: « Ben mi vieni

dalla piaggia che i Càbiri nutrica,

dall´isola che sta di contro all´Ebro.                      11

Io son l´ultimo figlio degli Elleni:

m´abbeverai alla mammella antica;

ma d´un igneo dèmone son ebro. »                         14

Il peplo rupestre

Mutila dea, tronca le braccia e il collo,

la cima dell´Altissimo t´è ligia.

È tua la rupe onde alla notte stigia

discese il bianco aruspice d´Apollo.                        4

La cruda rupe che non dà mai crollo,

o Nike, il tuo ventoso peplo effigia!

La violenza delle tue vestigia

eternalmente anima il sasso brollo.                         8

Quando sul mar di Luni arde la pompa

del vespro e la Ceràgiola è cruenta

sotto il monte maggior che la soggioga,                 11

sembra che dispetrata a volo irrompa

tu negli ardori e sul mio capo io senta

crosciar la gioia dell´immensa foga.                        14

Il vulture del sole

S´io pensi o sogni, se tal volta io veda

quasi vampa tremar l´aria salina,

se nel silenzio oda piombar la pina

sorda, strider la ragia nella teda,                              4

sonar sul loto la palustre auleda,

istrepire il falasco e la saggina,

subitamente del mio cor rapina

tu fai, di me che palpito fai preda,                           8

o Gloria, o Gloria, vulture del Sole,

che su me ti precipiti e m´artigli

sin nel focace lito ove m´ascondo!                          11

Levo la faccia, mentre il cor mi duole,

e pel rossore de´ miei chiusi cigli

veggo del sangue mio splendere il mondo.           14

Lala sul mare

Ardi, un´ala sul mare è solitaria.

Ondeggia come pallido rottame.

E le sue penne, senza più legame,

sparse tremano ad ogni soffio d´aria.                     4

Ardi, veggo la cera! È l´ala icaria,

quella che il fabro della vacca infame

foggiò quando fu servo nel reame

del re gnòssio per l´opera nefaria.                           8

Chi la raccoglierà? Chi con più forte

lega saprà rigiugnere le penne

sparse per ritentare il folle volo?                             11

Oh dèi figlio di Dedalo alta sorte!

Lungi dal medio limite si tenne

il prode, e ruinò nei gorghi solo.                              14

Altivs egit iter

L´ombra d´Icaro ancor pe´ caldi seni

dei Mar Mediterraneo si spazia.

Segue di nave solco che più ferva.

Ogni rapidità di vènti agguaglia.

Voce d´uom che comandi ama nel turbine.            5

Ode clamor di nàufraghi iterato

e n´ha disdegno, che silenzioso

fu quel rimoto suo precipitare.

Io la vidi laggiù, verso l´occaso.

Era nel palischermo io co´ miei due                        10

remi. A prora il mio Dèspota seduto

era, e guatava fiso la mia cura.

Tra quegli e me subitamente vidi

ignuda l´ombra d´Icaro apparire.

Quasi il color marino aveano assunto                    15

le sue membra, ma gli occhi eran solari.

Sul petto giovenile intraversate

ancor gli stavan le due rosse zone,

già per gli òmeri vincoli dell´ale,

simili a inermi bàltei di porpora.                             20

« O Dèspota, costui » dissi « è l´antico

fratel mio. Le sue prove amo innovare

io nell´ignoto. Indulgi, o Invitto, a questa

mia d´altezze e d´abissi avidità! »

Ditirambo IV

Icaro disse: « La figlia del Sole

a me poggiata come ad un virgulto

sul limite dei paschi

guatava il candido armento dei buoi

pascere lungo il Cèrato rupestro.                             5

Mi si piegava il destro

òmero sotto la mano regale

umida di sudor gelido; e, dentro

me, tremavano tutte le midolle,

negli orecchi fragore                                                   10

sonavami sì forte ch´io temeva

udir dal sacro Diete i Coribanti

atroci e il rombo del bronzo percosso.

E la città di Cnosso

splendea di mura cottili e di blocchi                       15

oltre l´irto canneto atto a far dardi.

O Pasife, che guardi?

chiese il Re sopraggiunto. Ed anelava

nella sua barba violetta come

l´uva cidònia; ché membruto egli era                      20

e gravato di giallo adipe il fianco.

Io guardo il toro bianco,

quello che tu non désti a Posidone

la figlia di Perseide rispose.

E le vette nevose                                                            25

dell´Ida biancheggiavan men del toro

niveo diniegato al dio profondo.

Perché sì tremebondo

sei tu, figlio di Dedalo? il Re chiese.

E allor Pasife: Questo ateniese                                30

giovinetto somiglia ad Androgèo

che non torna d´Atene;

e per ciò mi sostiene,

il cor triste mi folce;

per ciò tanto m´è dolce                                               35

le dita porre nel suo crin prolisso.

Io rividi l'Ilisso,

i platani gli allori gli oleandri

che l´adombrano, e il bosco degli ulivi

presso Colono caro all´usignuolo.                           40

Rividi il patrio suolo

entro l´anima mia subitamente,

come colui ch´è presso alla sua fine;

perocché nel mio crine

ponea le dita la donna solare,                                   45

e l´ossa mie flagrare

parean nel suo sorriso accosto accosto

siccome rami cui fiamma s´appicchi

quando i legni sien ricchi

d´aroma e inariditi dall´Estate.                                 50

E le navi lunate

coi rematori seduti agli scalmi

in fila a battere il flutto diviso,

e l´Eracleo, l´Amniso,

i due porti recurvi, e il fiume, e i monti                  55

e tutta quanta l´isola selvosa

con le vigne col dìttamo e col miele

ardere in quel sorriso

vidi per mezzo ai cigli miei morenti.

E il sire degli armenti                                                  60

udii mugghiare in quel foco sonoro,

mugghiare il bianco toro

diniegato al gran Padre enosigèo. »

Icaro disse: « Poi che l´ombra cadde

(il vertice dell´Ida solitario                                         65

nell´etra rosseggiava

come il fiore del dìttamo crinito)

nascostamente ritornai su´ paschi,

gonfio d´odio il cuor tacito; e scagliai

contra il toro le selci acuminate                                70

dall´alveo del Cèrato divulse

e imposte alla mia frombola cretese.

Il boaro m´intese

e mi rincorse ratto su per l´erbe

con la verga di còrilo a minaccia.                             75

Ma perse la mia traccia

nell´ombra che cadea; né mi conobbe,

né l´erbe verdi tenner le vestigia.

L´infanda cupidigia

per ovunque era sparsa! Palpitare                           80

parea pur anco nelle stelle vaghe!

Il vento parea piaghe

sùbite aprire nel mio corpo nudo

acerbe sì che non sarìami valso

a medicarle il dìttamo dell´Ida.                                85

E piena era di grida

compresse la mia gola nell´arsura,

quando giunsi alle mura

del Labirinto ove il mio padre aveva

ambage innumerevole di vie                                     90

riempiuta d´error laborioso.

Quivi ristetti ascoso

perocché vidi il duro fabro alzato

su la soglia difficile in silenzio

e la figlia del Sole in gran segreto                            95

favellare con lui senza sorriso,

marmorea nel viso,

come chi chieda all´arte del mortale

una cosa tremenda e non ne tremi. »

Icaro disse: « L´officina arcana                                100

era in un orto a vista del recurvo

porto Eracleo frequente

di ben costrutte navi dalla prora

dipinta; e gli utensìli erano acuti,

e la fronte del fabro era contratta.                          105

Sorgea la forma esatta

della falsa giovenca nella luce

del dì, quasi che sazia di pastura

spirasse dalle froge il fiato olente

di citiso, tranquilla su´ piè fessi.                             110

Con tale arte commessi

eran gli sculti legni e ricoperti

di fresca pelle, che parean felici

d´ubertà non fallibile i bei fianchi

e le mamme in sul punto di gonfiarsi                    115

all´affluir d´un latte repentino.

Furtiva nel giardino

venia Pasife senza le sue donne

a rimirare l´opera fabrile

ch´ella infiammava della sua lussuria                  120

impaziente; e seco avea l´irsuto

boaro come giudice perfetto.

Costui rise: il difetto

scorse nella giogaia. Il grande artiere

fu docile al consiglio dell´uom rude.                      125

Pasife con le nude

braccia premette gli òmeri miei nudi,

s´abbandonò su me come su fulcro

insensibile, assorta nel suo sogno

inumano, perduta nel portento.                               130

Saliva un violento

foco dal suolo ov´eran le radici

della mia forza, e tutto m´avvolgea,

e tutto come arbusto resinoso

parea vi crepitassi e vi splendessi.                          135

Oh giardino di spessi

aromi, carco di cera e di miele,

carco di gomma e d´ambra,

ove s´udìa scoppiar la melagrana

come un riso che scrosci e quasi mosto                  140

si liquefaccia in una bocca d´oro!

Recava l´Austro il coro

delle femmine ancelle dal palagio

remoto, che sedevano ai telai

o tingevan di porpora le lane                                     145

o i semplici isceglieano al beveraggio

o di carni ammannivan la vivanda

per la figlia del Sole,

ignare ch´ella fosse innanzi al Sole

preda schiumosa d´Afrodite infanda. »                  150

Icaro disse: « La figlia del Sole

amai, che per libidine soggiacque

alla bestia di nerbo più potente.

Splendea divinamente

la sua carne quand´ella penetrava                           155

nel simulacro per imbestiarsi.

Io chiuso in me riarsi.

Io, quando vidi il callido boaro

la prima volta addurre

alla falsa giovenca il toro bianco                              160

che si batteva il fianco

sonoro con la fersa della coda

adorno i corni brevi d´una lista

di porpora, balzai gridando: O Sole,

a te consacrerò, sopra la rupe                                   165

inconcussa, oggi un´aquila sublime!

E andai verso le cime

con la bipenne l´arco e le saette,

ben coturnato, a far le mie vendette. »

Disse: « Da prima vidi l´ombra vasta                    170

palpitar su la torrida petraia.

Fulvo il macigno, cerula era l´ombra.

E dopo udii la romba [80]

delle penne per l´aer verberato.

Gridò verso il suo fato                                               175

ella repente, ferma su le penne;

la corda mia nel tendersi stridette:

il grido parve lacerare il cielo

e lo strider fu lieve qual garrito

di rondine ma il tèlo                                                   180

che si partì fu forte e fu cruento.

Sentii sul viso il vento

del volo che fece impeto a salire,

poi si fiaccò, girò come in un turbo,

piombò verso lo scrìmolo [81] del monte.        185

Mi cadde su la fronte

una goccia di sangue larga e calda

come goccia di nuvolo d´agosto

quando lampeggia e tuona.

L´aquila s´abbattè sul sasso prona                       190

il petto, aperta l´ali

crude che strepitarono sul sasso,

erta sùbito il rostro alla difesa.

La roccia discoscesa

ardeva nel meriggio come il ferro                          195

nella fucina, sotto i miei coturni.

La fronda dei viburni

era come la scoria dei metalli

liquefatti, e la fronda degli avorni.

S´udìano i capricorni                                                 200

belare in mezzo al dìttamo crinito,

e l´odore dell´erba vulneraria

mescevasi nell´aria

tremula con l´odor dell´aquilino

sangue che d´ogni sangue è più vermiglio.           205

Col rostro e con l´artiglio

fu pronta la satellite [82] di Giove

a combattere contra il feditore

su la rupe inconcussa.

Allora io dissi: Augusta,                                            210

se tu sei senza volo, io sia senz´armi.

E disdegnai ritrarmi

qual uomo a saettarla di lontano.

Ma gittai l´arco; e mi fasciai la mano

con il corame [83] della mia faretra,                        215

mi fasciai la man destra

a difesa degli occhi minacciati

dal becco adunco. Feci impeto, entrai

in un selvaggio fremito di penne;

in un orrendo strepito di penne                               220

come in un nembo fulvo preso fui

dalla possa [84] grifagna;

sentii fuggirmi sotto le calcagna

la rupe e gridai forte.

Combattemmo nel rombo della morte.                  225

Io con la destra le afferrai la strozza

robusta come tronco di serpente,

e strinsi e strinsi; e con la manca trassi

dalla ferita fresca il dardo primo,

più volte e più nell´imo                                               230

fegato lo confissi.

Combattemmo sul ciglio degli abissi,

in conspetto del Sole, a mezzo il giorno.

Gloria d´Icaro! Intorno

alla zuffa ogni bàttito di penne                                235

sprizzava mille stille

di sangue come porpora in faville

accesa ed isvolata via per festa.

A gloria la mia testa

pareva di faville incoronarsi.                                    240

E le piume dei tarsi

e del petto e del collo e delle ascelle

isvolavan su l´Ostro.

E un rivolo purpureo dal rostro

colava sul mio braccio imporporato                       245

fino al cùbito. E làcera dai colpi

delle rampe la destra coscia m´era

sì che la messaggera

Nike, se mai sostò sul solitario

vertice andando verso Atene mia                            250

a recar le corone

dell´oleastro, fece il paragone

tra l´aquilino sangue e il sangue icario.

Ah, non temetti il suo giudicio, o Sole.

Parvemi, quando apersi il pugno ostile                 255

e la nemica ricoprì la rupe

alfine spenta, parvemi che tutta

la sua virtute aligera mi fosse

nelle braccia e negli òmeri trasfusa

e m´agitasse i fragili precordii                                  260

una immortale avidità di volo.

L´alto vertice solo

e l´esanime preda eran con meco,

e il dio dalla lucifera quadriga.

Pregai: "Divino auriga,                                                265

questa vittima t´offro in olocausto

perché tu mi sii fausto

se dato mi sarà tentar le vie

dove agiti le tue criniere bianche.

Il torace le viscere le branche                                    270

e il gran capo rostrato

in un fuoco di sterpi e d´erbe io t´ardo

e la canna del dardo.

Concedi, o dio magnifico, se m´odi,

concedimi che immuni dalla brace                          275

io dell´aquila serbi l´ali forti

e con meco le porti

perché le veda entrambe il padre mio

Dedalo d´Eupalàmo

ateniese, artefice sagace,                                             280

perché due me ne foggi a simiglianza

l´uomo di molti ingegni, ma piii forti,

ma con più grande numero di penne."

E tolsi la bipenne

che al cinto appesa avea dietro le reni:                    285

con ella diedi nelle congiunture,

di muscoli e di tendini gagliarde

così che resisteano al doppio, taglio.

Ahi che l´incude e il maglio

e l´industria paterna non varranno                          290

a radicarmi la virtiì dell´ala

nella scapula somma io mi pensai

considerando, come il citarista

inchino su le corde,

la tenacia del nesso tendinoso                                   295

che biancheggiava di color di perla

nel cruore. E la mente ne fu trista.

E trista fu la mozza ala, a vederla.

E, nel fuoco di sterpi fumigando

la residua carne offerta al Sole,                                 300

io mi pensai: Si duole

il dio solingo sul suo carro ardente

e non cura l´insolito libame.

La figlia sua nel simulacro infame

ei vede, onniveggente;                                                  305

e dell´arte di Dedalo si cruccia

e mi scopre nel cor la piaga acerba,

nel cor che non si lagna,

cui dìttamo né stebe non mi vale."

Mi gravai d´ambo l´ale                                               310

congiunte con la stringa del mio cinto;

e l´alta. volontà fu la compagna

della doglia fatale

quando, scorto dal dio, di sangue tinto,

scesi dal monte verso il Labirinto. »                        315

Icaro disse: « L´officina arcana

era in una caverna del dirupo,

dietro il porto d´Amniso,

a levante di Cnosso, erma sul mare.

S´udiva starnazzare                                                    320

e stridere d´uccelli senza tregua.

pe´ fóri dello scoglio ferrugigno.

Il suolo di macigno

consparso era d´antichi dolii [85] rotti

e di fimo biancastro.                                                   325

Rimbombavano al Giàpice [86] salmastro

le concave pareti

come le curve targhe dei Cureti

all´urto delle picche furibonde.

Sotto, il fragor dell´onde                                            330

avea lunga eco per ambagi ignote

quando l´Apeliote [87]

enfiava i verdazzurri otri del sale [88] .

Quivi all´innaturale

opera intento era il mio padre, quivi                      335

i congegni del volo

oprava senza incude e senza maglio.

Ben gli diedi travaglio

e affanno, che pareami troppo tarda

la sua fatica per il mio desìo                                     340

e sempre poche mi parean le penne

adunate dinanzi a lui che oprava.

Per lui la cera flava,

stretta in pani, col pollice e col fiato

ammollii; dispennai la copiosa                                345

cacciagione; sollecito le penne

separai dalle piume.

Il sangue onde imperlavasi l´acume

d´ogni fusto divulso

vertudioso parvemi; e mi piacque                           350

a stilla a stilla suggerlo, accosciato

presso il fabro mirabile che oprava

seduto su la pietra.

Quante volte votai la mia faretra,

infaticato sagittario errante                                      355

per le rupi lontane!

I falchi gli sparvieri e le poiane

caddero, e gli avvoltoi

calvi gravati di carni lugubri,

e gli astori co´ resti dei colùbri                                 360

ancor ne´ becchi adunchi, e i gru strimonii [89]

gambuti dai lunghi ossi

accomodi al tibìcine, ogni specie

pennipotente altivolante cadde

per la forza degli archi miei cidonii                        365

e de´ miei dardi gnossi.

E mi tornava io carico di preda

celeste alla caverna;

e pur sempre pareva al mio desìo

che fosse tarda l´opera paterna.                              370

Era quivi l´odore della cera

e della ragia, che l´operatore

mescolava le lacrime del pino

chiare al dono trattabile dell´ape,

acciocché questo fosse più tegnente.                     375

Escluso avea dall´opera i metalli

come gravi ch´ei sono; e l´armatura

composto avea con le vergelle ferme

del còrilo [90] e pieghevoli, congiunte

da bene intorto stame in ciechi nodi,                     380

e sópravi disteso avea l´omento,

la grassa rete che le interiora

degli animali include, ben dissecco.

E sul congegno solido e leggero

ei disponea per ordine le penne,                             385

dalla più breve alla più lunga elette

acutamente, come nella fistola

di Pan le avene dìspari digradano

per la natura dei diversi numeri.

E lino e cera usava a collegarle,                              390

cera immista di ragia, come dissi.

E le sapeva inflettere con tanta

arte, per imitar la curvatura

della vita, che l´ala su la pietra

inerte parea trepida e tepente [91]                          395

e penetrata d´aere, ventosa

come fosse per rompere dal nido

o per posarsi dopo lungo volo. »

Icaro disse: «Non veduto, vidi.

Misi gli occhi per entro ad un rosaio,                   400

ove all´alito mio silentemente

si sfogliarono due tre rose passe.

Parve che si sfogliasse

con elle e si sfacesse il cuor mio caro.

E senza fine amaro                                                      405

mi fu tutto che vidi non veduto,

in quel giardino muto

ove non più s´udìa la pingue gomma

gemere né scoppiar pomo granato

come riso punìceo che scrosci.                                 410

Fracidi i frutti, flosci

erano, grinzi come cuoi risecchi;

gli arbori, crudi stecchi;

le cellette soavi, aride spugne,

senza la melodìa laboriosa.                                       415

Rotta al suolo, corrosa,

informe fatta come vil carcame

era la vacca infame

offerta dalla frode al toro bianco

perché l´inclito fianco                                                 420

alla figlia del Sole

empiesse di semenza bestiale.

E la donna regale,

figlia del Sole e dell´Oceanina,

Pasife di Perseide, il cui vólto                                  425

m´era apparito come il penetrale

della luce nel tempio dell´iddio

splendido, la reina

dell´isola che fu cuna al Cronìde

ricca in dìttamo in uve in miele e in dardi,            430

l´adultera dei pascoli era quivi

sola col suo spavento.

Bocca anelante, nari acri, occhio intento

avea, pallido vólto come l´erbe

aride, consumato dai sudori                                     435

e dalle schiume della sua lussuria.

Discinta era, e l´incuria

della sua chioma la facea selvaggia

qual femmina del Tìaso tebano

che defessa dall´orgia ansi in un botro                  440

del Citerone, esangue

fra il tirso spoglio della fronda e l´otro

voto del vino, al gelo antelucano.

Sentiva nel suo ventre, abbrividendo,

vivere il mostro orrendo,                                           445

fremere il figlio suo bovino e umano. »

Icaro disse: « Era stellato il cielo,

era pacato il mare,

nella vigilia mia meravigliosa.

La roggia stella ascosa                                              450

nel mio cor vigile era la più grande.

Le cose miserande

eran lungi da me come da un dio

beverato di nèttare novello.

Parea dal corpo snello                                               455

dileguarmisi il triste peso come

dal cielo eòo si dileguava l´ombra,

e nella carne sgombra

un aereo sangue irradiarsi.

Nel cielo eòo comparsi                                              460

i pallidi crepuscoli, il messaggio

della Titània fece su per l´acque

un infinito tremito tremare.

Subitamente il giubilo del mare

si converse in desìo tumultuoso,                            465

irto le innumerevoli sue squamme.

Allor tutte le fiamme

del giorno dal mio cor parvero nate,

per sempre tramontate

dietro di me le stelle della notte,                             470

l´ali della mia sorte

già nel periglio glorioso aperte.

Ahi, su la pietra inerte

si giacevan gli esànimi congegni,

e le mie braccia, umane erano spoglie                    475

della virtù pennata

che la mia scure avea tronca sul monte

in giorno di vittoria.

E sùbito mi fu nella memoria

la tenacia del nesso tendinoso                                  480

che biancheggiava di color di perla

nel cruore vermiglio.

Aquila vinta dissi Icaro, figlio

di Dedalo d´Atene,

ai tuoi mani consacra i ligamenti                             485

arteficiati e fragili dell´ali

che sono opera d´uomo;

perché, come ti vinse combattendo

lungi e presso, così nel tuo dominio

vincerti vuole d´impeto e d´ardire.”                490

E il mio padre destai dal sonno. Dissi:

"Padre, è l´ora." Non altro dissi. Muto

stetti mentr´ei m´accomandava l´ali

agli òmeri, mentr´ei gli ammonimenti

iterava con voce mal sicura.                                      495

"Giova nel medio limite volare;

ché, se tu voli basso, l´acqua aggreva

le penne, se alto voli, te le incende

il fuoco. Tieni sempre il giusto mezzo.

Abbimi duce, seguita il mio solco.                          500

Deh, figliuol mio, non essere tropp´oso.

Io ti segno la via. Sii buon seguace.

E le mani perite gli tremavano.

Il mirabile artiere ebbi in dispregio

silenziosamente. "Al primo volo                              505

io con te lotterò, per superarti.

Fin dal battito primo, io sarò l´emulo

tuo, la mia forza intenderò per vincerti.

E la mia via sarà dovunque, ad imo,

a sommo, in acqua, in fuoco, in gorgo, in nuvola, 510

sarà dovunque e non nel medio limite,

non nel tuo solco, s´io pur debba perdermi"

risposegli il mio cor silenzioso.

E gli sovvenne della grande frode

(difficile all´oblìo questo mio cuore                        515

sì che l´acqua del Lete non ci valse:

furon pur tre le tazze tracannate)

e del dolo fabrile gli sovvenne.

Fra le mani perite che tremavano

riveder seppe gli utensìli acuti                                520

intesi a compiacer la trista voglia.

"Icaro figlio, m´odi? Io m´alzo primo.

Volerò senza foga, e tu mi segui."

Ma con l´arte dell´aquila io spiccai

dal limitar della caverna un volo                             525

sì veemente che diseparato

fui sùbito. Gli stormi isbigottirono

su per le rosse rupi, in fuga striduli

temendo la rapina dileguarono.

Oh libertà! Pel corpo nudo l´aere                             530

matutino sentii, crosciarmi, gelido

lutto rigarmi di chiarezza irrigua:

non i torrenti ove uso fui detergere

dopo le cacce la sanguigna polvere

m´avean rigato di sì grande giòlito [92] .                 535

Oh nel cor mio rapidità del palpito

ond´era impulso il volo, in egual numero!

Pareami già gli intraversati bàltei

esser conversi in vincoli tendìnei,

tutto l´azzurro entrar per gli spiracoli                    540

dei mio pulmone, il firmamento splendere

sul mio torace come sul terribile

petto di Pan. Gridava "Icaro! Icaro!"

il mio padre lontano. "Icaro! Icaro!"

Nel vento e nella romba or sì or no                         545

mi giungeva il suo grido, or sì or no

il mio nome nomato dal timore

giungeva alla mia gioia impetuosa.

"Icaro!" E fu più fievole il richiamo.

"Icaro!" E fu l´estrema volta. Solo                             550

fui, solo e alato nell´immensità.

Passai per entro al grembo d´una nuvola:

un tepore un odore dolce e strano

eravi, quasi l´alito di Nèfele

madre d´Elle che diede il nome al ponto.               555

Il vento del remeggio i veli tenui

sconvolse, un che di roseo svelò,

un che di biondo. Odore dolce e strano

m´illanguidiva, inumidiva l´ali.

Il voi decadde. Vidi undici navi                               560

di prora azzurra fornite di tolda,

che flagellavano il mar con la palma

dei remi in lunga eguaglianza concordi,

andando a impresa lontana. Sul ponte

pelte lunate luceano e di bronzo                              565

clìpei tondi, aste lunghe. Mi giunse

l´urlo dei nàuti. Veloce volai,

oltre passai. Qual fu dunque la mente

dei nàuti rudi mirando il prodigio?

Come di me favellarono? Dissero                            570

forse: "In un campo di strage la màscula

Nike, nell´ombra d´un cumulo grande

dai carri estrutto riversi e dirotti,

o a piè d´un grande trofeo d´armi illustri,

sul suol cruento cedette all´eroe                              575

che l´afferrò per la chioma; e fu pregna.

E quei che rema lassù con tant´ala

è certo il figlio di lei giovinetto."

Di queste l´alto cor mio si compiacque

imaginate parole, che stirpe                                      580

di Nike avrebbe ei voluto infierire.

E vidi poi sotto fulgere in Paro

iscalpellata il candor del Marpesso.

E vidi poi dall´erratica Delo

salir vapore di caste ecatombi.                                 585

Poi non vidi altro più, se non il Sole.

Poi non volli altro più, se non da presso

mirarlo eretto sul suo carro ignito,

giugnerlo, farmi ardito

di prendere pei freni il suo cavallo                         590

sinistro. Etonte dalle rosse nari.

Il pètaso e i talari

d´Erme Cillenio avea conquisi il mio

sogno meridiano, il mio delirio.

Congiunto era con Sirio                                             595

altissimo nel medio orbe, nell´arce

somma dei cieli Elio d´Eurifaessa.

E l´altezza inaccessa

e l´ardore terribile agognai

ed offerirgli l´ali che sul monte                                600

erètico escluse avea dall´olocausto.

Mi sembrava inesausto

il valor mio ché l´animo agitava

le morte penne, l´animo immortale

e non il braccio breve.                                                605

Ed ecco, vidi come un´ombra lieve

sotto di me nella profonda luce

ove non appariva segno alcuno

del mare cieco e dell´opaca terra;

ancóra un´ombra vidi, un´altra ancóra.                610

E dissi: Icaro, è l´ora.

Ma il cor non mi mancò. Non misi grido

verso il mio fato, come la devota

alla saetta aquila moritura;

né rimpiansi il paterno ammonimento.                 615

Guatai senza spavento

in giuso; e l´ombre lievi eran le penne

dell´ali, che cadeano tremolando

dalla cera ammollita.

Mi sollevai con impeto di vita                                   620

verso il Titano: udii rombar le ruote

del carro sul mio capo alzato; udii

lo scàlpito quadruplice; il baleno

scorsi dell´asse d´oro, il fuoco anelo

dei cavalli, Piròe dalla criniera                                 625

sublime. Etonte dalle rosse nari.

E i cavalli solari

annitrirono. Il ventre di Flegonte

brillò come crisòlito; la bava

d´Eòo fu come il velo d´Iri effuso.                            630

E vidi il pugno chiuso

che teneva le rèdini, la fersa

garrir sul fuoco udii. Tesi le braccia.

O Titano! E la faccia

indicibile, sotto la gran chioma                                635

ambrosia, verso me si volse china;

e i raggi le cingean mille corone.

Elio d´Iperione,

t´offre quest´ali d´uomo Icaro, t´offre

quest´ali d´uomo ignote                                            640

che seppero salire fino a Te!

Si disperse nel rombo delle ruote

la mia voce che non chiedea mercé

al dio ma lode eterna.

E roteando per la luce eterna                                    645

precipitai nel mio profondo Mare. »

Icaro, Icaro, anch´io nel profondo

Mare precipiti, anch´io v´inabissi

la mia virtù, ma in eterno in eterno

il nome mio resti al Mare Profondo!                        650

Tristezza

Tristezza, tu discendi oggi dal Sole.

La tua specie mutevole è la nube

del cielo, e son le spume

del mare gli orli del tuo lino lungo.

Sembri Ermione, sola come lei                                 5

che pel silenzio vienti incontro sola

traendo in guisa d´ala il bianco lembo.

Sì le somigli, ch´io m´ingannerei

se non vedessi ciocca di viola

su la sua gota umida ancor del nembo.                  10

Ha tante rose in grembo

che la spina dell´ultima le punge

il mento e glie l´ingemma d´un granato.

Come fauno barbato

accosto accosto mòrdica le rose                                15

il capricorno sordido e bisulco.

Le ore marine

Quale delle Ore

che mi conducesti

viventi e furon larve

cinerine

quando il sole disparve                                              5

nella triste sera,

o Ermione,

quale delle Ore marine

ch´ebbero il tuo vólto

e le tue mani e le tue vesti                                         10

e la tua movenza leggiera

e ciascuno de´ tuoi gesti

e ogni grazia che tu avesti,

o Ermione,

quale delle vergini Ore                                              15

che mansuefecero col solo

silenzio il mar selvaggio

quasi che accolto

se l´avessero in grembo

come un fanciullo torvo                                             20

per blandire il suo duolo

sorridendo,

o Ermione,

quale delle Ore divine,

con gli occulti beni                                                      25

che tu le désti,

t´accompagna nel viaggio

di là dai fiumi sereni,

di là dalle verdi colline,

di là dai monti cilestri?                                              30

Quella che raccoglie

su la sterile sabbia

le negre foglie

della querce sacra,

o Ermione,                                                                    35

creature dei monti

macere dal sale amaro,

cui rapì dalla balza

il vento e diede al flutto amaro

che le travaglia                                                            40

e le rifiuta?

Quella che guarda il faro

lontano su la rupe nuda

ove il flutto si frange,

o Ermione,                                                                    45

l´insonne occhio ardente

che già volge i suoi fochi

per il deserto specchio

infaticabilmente ?

Quella che inclina                                                       50

pensosa l´orecchio

su la conca marina

e ascolta la romba

della voluta

e odevi la tromba                                                        55

del Tritone che chiama

la Sirena perduta,

o Ermione,

e odevi il mar che piange

la sua Sirena perduta?                                              60

Quale delle Ore,

quale delle Ore marine,

con gli occulti beni

che tu le désti,

col segreto linguaggio                                               65

che le apprendesti,

o Ermione,

t´accompagna nel viaggio

di là dai fiumi sereni,

di là dalle verdi colline,                                             70

di là dai monti cilestri,

o Ermione,

di là dalle chiare cascine,

di là dai boschi di querci,

di là da´ bei monti cilestri?                                        75

Litorea dea

Estate, bella quando primamente

nella tua bocca il mite oro portavi

come l´Arno i silenzii soavi

porta seco alla foce sua silente!                                4

Ma più bella oggi mentre sei morente

e abbandonata ne´ tuoi cieli biavi,

che col cùbito languido t´aggravi

su la nuvola iiicesa all´occidente.                            8

T´arda Ermione sul tuo letto roggio

gli àcini d´ambra dove si sublima

il pianto delle tue pinete australi.                            11

Io della tua bellezza ultima foggio

una divinità che su la cima

del cuor mi danza: Undulna dai piè d´ali.             14

Undulna

Ai piedi ho quattro ali d´alcèdine,

ne ho due per mallèolo, azzurre

e verdi, che per la salsèdine

curvi sanno errori dedurre.                                       4

Pellùicide son le mie gambe

come la medusa errabonda,

che il puro pancrazio e la crambe [93]

difforme sorvolano e l´onda.                                    8

Io l´onda in misura conduco

perché su la riva si spanda

con l´alga con l´ulva e col fuco

che fànnole amara ghirlanda.                                  12

Io règolo il segno lucente

che lascian le spume degli orli:

l´antico il men novo e il recente

io so con bell´arte comporli.                                     16

I musici umani hanno modi

lor varii, dal dorico al frigio:

divine infinite melodi

io creo nell´esiguo vestigio.                                      20

Le tempre dell´onda trascrivo

su l´umida sabbia correndo;

nel tràmite mio fuggitivo

gli accordi e le pause avvicendo.                             24

O sabbia mia melodiosa,

non un tuo granello di sìlice

darei per la pómice ascosa

della fonte all´ombra dell´ilice.                                28

Brilli innumerevole e immensa

alla mia lunata scrittura;

e l´acqua che bevi t´addensa,

lo sterile sale t´indura.                                               32

Il rilievo t´è tanto sottile,

dedotto con arte sì parca,

che men gracile in puerile

fronte sopracciglio s´inarca.                                      36

A quando a quando orma trisulca

il lineamento intercide;

pesta umana, se ti conculca,

s´impregna di luce e sorride.                                    40

Figure di nèumi elle sono

in questa concordia discorde.

cètera curva ch´io suono,

né dito né plettro ti morde.                                       44

Io trascorro; e il grande concento

in me taciturna s´adempie,

dall´unghie de´ miei piè d´argento

alle vene delle mie tempie.                                       48

Scerno con orecchia tranquilla

toni dell´onda che viene,

indago con chiara pupilla

più oltre ogni segno più lene;                                  52

così che la musica traccia

m´è suono, e ne´ righi leggeri,

mentre oggi odo ansar la bonaccia,

leggo la tempesta di ieri.                                           56

Che è questo insolito albore

che per le piagge si spande?

Teti offre alla madre di Core

dogliosa le salse ghirlande?                                      60

L´albàsia de´ giorni alcionii

anzi il verno giunge precoce

e dagli arcipelaghi ionii

attinge del Serchio la foce?                                        64

Il molle Settembre, il tibicine

dei pomarii, che ha violetti

gli occhi come il fiore del glicine

tra i riccioli suoi giovinetti,                                       68

fa tanta chiaria con due ossi

di gru modulando un partènio

mentre sotto l´ombra dei rossi

corbézzoli indulge al suo genio.                              72

Respira securo il mar dolce

qual pargolo in grembo materno.

La pace alcionia lo molce

quasi aureo latte, anzi il verno.                                76

Onda non si leva; non s´ode

risucchio, non s´ode sciacquìo.

Di luce beata si gode

la riva su mare d´oblìo.                                              80

La sabbia scintilla infinita,

quasi in ogni granello gioisca.

Luccica la valva polita,

la morta medusa, la lisca.                                          84

In ogni sostanza si tace

la luce e il silenzio risplende.

La Pania di marmi ferace

alza in gloria le arci stupende.                                 88

Tra il Serchio e la Magra, su l´ozio

del mare deserto di vele,

sospeso è l´incanto. Equinozio

d´autunno, già sento il tuo miele.                            92

Già sento l´odore del mosto

fumar dalla vigna arenosa.

All´alba la luna d´agosto

era come una falce corrosa.                                       96

Di Vergine valica in llibra

l´amico dell´opere, il Sole;

e già le quadrella ch´ei vibra

han meno pennute asticciuole.                                100

Silenzio di morte divina

per le chiarità solitarie!

Trapassa l´Estate, supina

nel grande oro della cesarie.                                     104

Mi soffermo, intenta al trapasso.

Onda non si leva. L´albèdine

è immota. Odo fremere in basso,

a´ miei piedi, l´ali d´alcèdine.                                   108

Bianche si dilungan le rive,

tra l´acque e le sabbie dilegua

la zona che l´arte mia scrive

fugace. Sorrido alla tregua.                                      112

A´ miei piedi il segno d´un´onda

gravato di nero tritume

s´incurva, una màcera fronda

di rovere sta tra due piume,                                     116

un´arida pigna dischiusa

che pesò nel pino sonoro

sta tra l´orbe d´una medusa

dispersa e una bacca d´alloro.                                  120

Vengono farfalle di neve

tremolando a coppie ed a sciami:

nella luce assemprano lieve

spuma fatta alata che ami.                                         124

Azzurre son l´ombre sul mare

come sparti fiori d´acònito.

Il lor tremolìo fa tremare

l´Infinito al mio sguardo attonito.                            128

Il tessalo

Tra i fusti ove le radiche fan groppo

e già si gonfia venenato il fungo,

odo incognito piede solidungo

come bronzo sonar contra l´intoppo.                       4

Cavai brado non è; però che troppo

forte suoni lo scalpito ed a lungo

per la selva selvaggia ove no ´1 giungo

duri l´irrefrenabile galoppo.                                       8

Certo è l´ugna del Tessalo bimembre

contra i rigidi coni e l´aspre stirpi

sonante, l´ugna del Centauro illeso.                        11

Ei vuole, mentre il giovine Settembre

circa il fragile vetro in tesse scirpi,

bevete il nero vino all´otre obeso.                            14

Lotre
I

Pelle del becco sordido e bisulco [94]

fui, prima che mi traesser le coltella.

Deh come olente [95] alla stagion novella

egli era e tra le capre sue petulco [96] ,                     4

o uom che m´odi, e ben barbato e torvo

e di téttole dure ornato il gozzo

e d´aspre corna il fronte invitto al cozzo,

negli occhi sùlfure, atro come corvo!                       8

Sagliente [97] egli era, e mogli in abondanza

ebbe, e feroce fu nelle sue pugne;

ma al suon d´un sufoletto, erto su l´ugne

fésse, imitava il satiro che danza.                             12

Occiso penzolò sanguinolente

dall´uncino; e squarciato fumigava,

nudi ostentando in sua ventraia cava

l´argnon focoso e il fegato possente.                       16

Tratta gli fui di dosso umida e floscia.

Pelo e carniccio poi tolsemi il ferro.

Ghianda di gallonèa, scorza di cerro

fecermi bona concia nella troscia.                            20

 

Rasciutta nelle cieche stìe, premuta

dai macigni, distesa dall´orbello,

per sorte un dì cucita fui bel bello

con fil d´accia da femmina saputa.                          24

Otre divenni e principe degli otri

obeso appresso i pozzi e le cisterne.

Acqua di cieli, acqua di fonti eterne

contenni, acqua di rivoli e di botri,                          28

dolci acque e fresche ma di odor caprigno

sapide tuttavia, sì che talvolta

le femmine entro me chiusero molta

menta e il seme dell´anace fortigno.                        32

O uomo, l´otre invidia le tue seti!

Pianure arsicce, livide petraie,

pigre maremme febbricose, ghiaie

e sabbie in foco per deserti greti,                             36

stridor di carri, ànsito di giumenti

io conobbi, e il guatar del sitibondo.

Io valsi più che l´universo mondo

al desiderio delle fauci ardenti!                               40

O uomo, da benigni iddii tu hai

le tue seti. Il garòfolo e il papavero

non così vividi ardere mi parvero

come la bocca tua che dissetai.                                44

Non il capro, onde tratta fui sua spoglia,

mai si precipitò come chi volle

bere da me. Tutto lo feci molle.

Oh gaudio della gola che gorgoglia!                       48

Mani cupide premono i miei fianchi

turgidi (sembra che gli arsi occhi bevano

prima che i labbri) mani mi sollevano

su arsi vólti, di polvere bianchi.                               52

Va da me per le vene al cor profondo

la mia liquida gioia, al più remoto

viscere. Oh bene immenso! Eccomi vóto.

In dieci gole ho dissetato il mondo.                        56

II

E vóto fratel fui della bisaccia

grinzuta ch´ebbe la cipolla e il tozzo

in coniugio. E non più rempiuto al pozzo

fui, non udii crosciar la secchia diaccia,                60

ma dalla mamma copiosa udii

crosciare emunto il latte nel presepio

occluso. Per indulgere al mio tedio,

nova sorte mi fecero gli iddii.                                   64

Gonfio di latte, anch´io ubero [98] parvi

più capace e men roseo. Notturno

pendevo nel presepio taciturno,

come gli uberi sotto i materni alvi.                          68

Ma non mai tanto l´otre ebbesi amica

la pace come allor che, in su lo scorcio

dell´autunno, s´apparentò con l´orcio

per favore di Pallade pudica.                                     72

Pacifera è l´oliva e tarda e pingue.

Da poi che gemuto ha sotto la mola,

si raddolcisce e più non fa parola;

mentre la garrula acqua ha mille lingue.                76

Or pieno fui di castità palladia

e di silenzio. Tacito ascoltava

pulsar la tempia fievole dell´ava

e il pane lievitare nella madia.                                   80

D´improvviso, una notte, mentre vóto

giacea sul palco fra i minori otrelli.

venne un bifolco tutto irto di velli

e seco trassemi a un officio ignoto.                          84

Duro il suo pugno parvemi qual sasso

e l´ugna adunca qual branca di belva.

Tramontavano l´Orse. Ad una selva

orrida, in riva al fiume, arrestò il passo.                 88

Quivi nel sangue prono era disteso

il suo nimico. Gli troncò la testa

con una falce; e quella mozza testa

prese a´ capegli, e me carcò del peso.                      92

Subitamente mi rempiei del nero

sangue. E disse il falcato al teschio: « Avevi

tu sete? Orbè, se t´arde sete, bevi,

nell´otro che t´ho acconcio, il vin tuo mero. »        96

E il teschio e il sangue dentro ei mi serrò.

Gonfio ero fatto, ed ei mi sollevò.

Su la riva del fiume ei mi portò.

In mezzo alla corrente ei mi scagliò.                       100

Fervido era anco il buon licor doglioso.

O uom che m´odi, acqua di fonte, bianco

latte, olio lene, quanto ebbi nel fianco,

non vale il sangue tuo maraviglioso!                      104

Entro di me fu breve e immensa guerra,

ismisurata e rapida tempesta.

Non parvemi serrar la tronca testa

ma contenere l´orbe della Terra.                              108

Poi nel gel fluviale in grumo e in sanie [99]

si converse quel peso; e la corrente

mi voltò per le ripe, oscuramente

trassemi verso le contrade estranie.                         112

III

Era l´aurora quando in mezzo ai salici

mi rinvenne l´Egipane biforme.

Uom che m´odi, il tuo spirito che dorme

più non vede gli antichi numi italici!                      116

Vivon eglino pieni di possanza:

hanno il fiato dei boschi entro le nari;

i gioghi venerandi han per altari,

e di sé fanvi testimonianza.                                       120

Più non li vedi, o uomo. Nel tuo petto

il cor si sface come frutto putre.

E la Terra materna invan ti nutre

de´ suoi beni. Tu plori al suo conspetto!                124

Mi rinvenne l´Egipane divino.

Possentemente rise in suo pél falbo;

poi tolsemi per trarrai di fra gli àlbori

umidi: mi credea gonfio di vino.                               128

Dava schiocchi la lingua sua salace

mentr´ei m´aprìa. Ma pél non gli tremò

quando scoperse il teschio e il grumo. « To´ :

disse « nell´otro il capo del gran Trace! »               132

E sopra l´erba mi sgravò del reo

peso, mi scosse. Poi raccolse il teschio,

lo rotò, lo scagliò forte nel Serchio

gridando: « Tu non sei capo d´Orfeo! »                   136

Tal era il riso de´ suoi denti scabri

quale un rio lapidoso. Allor nell´acque

chiare mi terse; m´asciugò. Gli piacque

anco d´enfiarmi co´ suoi curvi labri.                      140

Pieno fui del divino afflato, pieno

fui del selvaggio spirito terrestre!

Venne allora il Panisco, che mal destro

era nel nuoto, al bel fiume sereno.                           144

E il nume padre a lui mi diede; ed io

tenerlo a galla seppi, io lo sorressi

nel nuoto quando i piccoli piè féssi

troppo agitava celere disio.                                       148

Molto l´amai. Dall´ombelico in giuso

di pél biondiccio qual cavriuoletto

era ma liscio il rimanente, eretto

il codìnzolo, un po´ lasco e camuso.                       152

Tenérmigli solea sotto l´ascella

ove appena fiorìa qualche peluzzo

rossigno; e avea del suo cornetto aguzzo              155

tema non mi bucasse per rovella,

sì rapido era il pueril corruccio

s´ei districava il piè dall´erba acquatica

o alzar vedeva l´anatra salvatica

o sentiva guizzar da presso il luccio.                      160

Viride Serchio in tra due selve basse!

Mattini estivi, quando il bel Panisco

biondetto sen venia, cinto d´ibisco

roseo, con suoi lacci e con sue nasse!                      164

Troppo, ahimè, destro erasi fatto al nuoto.

Omai fendeva le più rapide acque;

sì che più giorni e pù l´otre si giacque

solo nel limo, e alfin rimase vóto.                            168

IV

Ma gli alti iddii anco mi fur benigni.

Un bel pastore dalla barba d´oro

mi raccolse. Ed all´ombra d´un alloro

mi lavorò con suoi sottili ordigni.                           172

Quattro di bosso ei fecemi cannelle

ineguali, e assai bene le polì.

La più corta alla spalla m´inserì

e strinse con cerate funicelle.                                    176

In bocca tre l´artiere me ne messe,

l´una più lunga, l´altre due minori;

nella più lunga numerosi fóri

praticò, che diverse voci desse.                                180

Le due brevi, di largo cerchio e stretto,

aperte in giuso a mo´ di padiglione,

servir di grande e piccolo bordone

dovean come le frondi all´augelletto.                     184

Oh maraviglia, quando per la corta

canna egli enfiò la nova cornamusa!

Tutta di pia felicità soffusa

giovine donna venne in su la porta.                        188

nuda le belle braccia, e disse: « O caro

marito, o barbadoro, ecco che nasce

ricchezza ingente nelle nostre case;

ed i granai si rempiono di grano.                             192

gli alveari si rempiono di miele,

d´aurei pomi si rempiono i frutteti,

di rose citerèe tutti i verzieri,

e di cervi e di damme le mie selve;                          196

e avrò tra i muri miei variodipinti

un talamo con quattro alte colonne,

e vestimenta avrò d´ogni colore

e per cignermi d´ogni sorta cinti;                             200

e avrò e avrò nelle mie veglie ancóra

per filar la mia lana mille ancelle,

mariterò le mie dolci sorelle

ai satrapi dell´Asia spaziosa! »                                 204

Questo fecero grande incantamento

l´otre e il pastore con un poco d´aria,

O uom che m´odi, con un poco d´aria

e col nume di Cintio arco-d´argento [100] ;             208

però che il faretrato Citaredo,

il qual pur trasse Marsia di vagina,

sia largo della sua virtù divina

all´inculto pastore e al dotto aedo,                          212

al calamo forato e alla testudine

tricorde se lui prieghi un puro cuore.

Noi come greggi i vesperi e l´aurore

pascemmo nella verde solitudine.                           216

Il pino irsuto diede il molle fico,

i narcissi fioriron su i ginepri,

danzò il veltro armillato con le lepri,

e l´antico fu novo e il novo antico.                           220

Oh maraviglia! Come l´elitropio

al Sol, volgeasi al suono la soave

donna dalla sua porta. E l´architrave

parea sculto da Dedalo il Cecropio                         224

e lo stipite rozzo una colonna

del Palagio di Pelope l´Eburno,

quando il pastor dicea: « Come l´alburno,

intorno al cuore mi biancheggi, o donna! »            228

Divenuta più candida nel suono

ell´era, come il lin nell´acqua infuso.

Sorridea sempre. E la conocchia e il fuso,

la spola e i licci [101] erano in abbandono.             232

Pe´ capegli repente l´abbrancò,

pe´ suoi capegli come l´uva nera,

come il folto giacinto a primavera,

come dell´edera il corimbo forte,                             236

pe´ capegli repente l´abbrancò

la Morte, l´abbatté, pel calle oscuro

la trascinò: di là dal fiume curvo,

nel regno buio la portò la Morte.                             240

E nessuno e nessuno più la scorse.

Cupo silenzio fu dentro le case.

L´ombra lunga occupò la soglia, invase

il talamo. E l´aurora più non sorse.                         244

Ma pianto non sonò dentro le case:

erano il cuore e gli occhi opache selci.

E fuggì la lucertola dall´embrice,

anche fuggì la rondine, anche l´ape.                        248

Io pendea tristo, presso il focolare.

Ed alfine il pastore si sovvenne

dell´otre. Mi guatò gran tratto. Venne,

mi tolse, muto, senza lacrimare.                               252

Io mi credeva ancóra esser premuto

contra il fianco dal cubito leggero

e disciogliere in me, rivolto al nero

Ade, l´ingombro del dolore muto.                           256

« Sposa, ch´io venga su le tue vestigia!

E da me svelse i calami con cruda

mano, li infranse. L´anima sua nuda

e noi profferse alla gran Notte stigia.                      260

V

O uom che m´odi, fu laboriosa

la mia sorte. Non fecero grandi ozii

a me gli iddii. Solstizii ed equinozi!

passano; passa il colchico, e la rosa.                        264

Tutto ritorna; e la saggezza è vana.

La saggezza non val legno ficulno [102]

né zàccaro caprino. Io voglio, alunno

di Libero, finir di fine insana.                                    268

Se bene obeso, molto vidi e udii

però che amico fui de´ viatori

insonni, esperto di molti sapori,

a servigio di efimeri e d´iddii.                                   272

Molto contenni, puro o adulterato.

Il falso e il vero son le foglie alterne

d´un ramoscello: il savio non discerne

l´una dall´altra, l´un dall´altro lato.                       276

E la virtù si tigne come lana,

e la felicità come Vertunno

tramuta la sua specie. Io voglio, alunno

di Libero, finir di fine insana.                                   280

So nelle loro generazioni

diverse l´acqua, il latte, l´olio tacito;

so il sangue umano e so l´afflato pànico

e so le metamorfosi dei suoni.                                  284

Ma il licor rubicondo che ti rende

simile ai numi, o uom che m´odi, ignoro:

quello onde gonfio mi credette il buono

Egìpane, e il gran riso ancor mi splende!               288

Tu m´hai raccolto, o uomo, nello speco

ove per ruzzo trassemi il lupatto.

Che valgo? Vedi tu come son fatto!

Piacciati dunque d´insanire meco.                           292

Desìo d´altre fortune non mi tocca.

Più lungamente vivere non posso.

Ricucimi la spalla ov´ebbi il bosso

animato e ristringimi la bocca.                                 296

Tu vedi: sono vecchio e non ti giovo.

Ma è larga alla tua sete e alla tua fame

la Terra, e tu le devi il tuo libarne.

Nell´otre vecchio or poni il vino nuovo!                 300

Vendemmierai con cantici di gioia.

Farai del mosto mite il vin possente.

Della giovine forza, alla nascente

luna, tu m´empirai queste mie cuoia,                     304

che me le schianti almen la giovinezza

terribile! E coronami di fiori

selvaggi, ed al più folto degli allori

tuoi sospendimi. Oh ultima bellezza!                     308

Discisso tonerò nel gran meriggio.

Lungi s´udrà nell´alta luce il tuono.

E tu dirai, la pura fronte prono:

« Bevi l´offerta, o Terra. Io son tuo figlio. »            312

Gli indizii

Ahimè, la vigna è piena di languore

come una bella donna sul suo letto

di porpora, che attenda l´amadore.

Ahimè, di bacche il frùtice s´affoca,

la viorna s´incenera, pivi lieve

che la prima lanugine dell´oca.

Ahimè, già qualche canna ha la pannocchia,

nella belletta il cìpero si schiude,

fa sue querele antiche la ranocchia.

Ahimè, fiore travidi gridellino

che di gruogo salvatico mi parve,

e tinto di gialliccio il migliarino.

In uno m´abbattei lungo il canale

ove tra lente imagini di nubi

s´infràcida la dolce carne erbale.

Villoso egli era. Intento io lo guatai;

e la morte di quella che mi piacque

seppi negli occhi suoi distrambi e vai.

SOGNI DI TERRE LONTANE
I pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d´Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all´Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.                     5

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d´acqua natia

rimanga ne´ cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d´avellano.                         10

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!                             15

Ora lungh´esso il litoral cammina

la greggia. Senza mutamento è l´aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquìo, calpestìo, dolci romori.                          20

Ah perché non son io co´ miei pastori?

Le terme

Settembre, oggi veder vorrei l´azzurro

del tuo cielo riempiere la bocca

rotonda della maschera di pietra

in cima alla colonna che si sfalda

nei secoli, convolta dal rosaio                                    5

che si sfoglia nell´ora, entro quel chiostro

quadrato che di biondo travertino

chiarisce il cotto delle antiche Terme.

Forse d´Orfeo ragionerei con Erme

sul margine del fonte ove i delfini                           10

reggon la tazza in su le code erette;

o forse udrei l´ammonimento grave

dei due neri superstiti cipressi

ai due lor verdi cipressetti alunni

che crescono ove caddero i maggiori                      15

percossi dalla folgore di luglio.

O forse mi parrebbe, oltre il cespuglio

soave, udire l´ànsito del servo

alla stanga appaiato col giumento

circa la mola cònica di lava;                                      20

e più de´ nudi torsi, e più de´ busti

e più de´ cippi mi sarebbe cara

l´ombra delle farfalle su pe´ dolii

risarciti con piombo dal colono.

Settembre, là, sul fianco del bel Trono                    25

d´Afrodite, l´aulètride dagli occhi

a mandorla e dal seno di cotogna

sta, sovrapposta l´una all´altra coscia,

adagiata sonando le due tibie

con i frammenti dell´esperte dita;                            30

e il Re Pastore immoto nel basalte

figge all´Eternità gli occhi corrosi.

Ronzano l´api ne´ silenziosi

orti dei bianchi monaci defunti;

e nelle celle abitano gli iddii,                                      35

làcerano le Menadi la vittima,

Anassimandro medita, dal muro

svegliasi il carme dei fratelli Arvali.

« Enos Lases iuvate. » Un´ape or entra,

per la chioma di lulia che l´illude.                           40

Nell´alveo d´un ricciolo si chiude.

Lo stormo e il gregge

Settembre, teco io sia sul Loricino [103]

che fece blandi gli ozii del pretore:

in sabbia quasi rosea fluisce

scabra di rughe e sparsa di negrore

come il palato del mio dolce veltro.                        5

Sorvolano le rondini quel vetro

lieve cui godon rompere coi bianchi

petti: una piuma cade e corre al mare.

E di là dalle verdi canne i monti

di Cori son cilestri come il mare.                             10

Forza del Lazio quanto sei soave!

Obliate città dei re vetusti,

atrii del Citaredo imperiale,

un bel fanciullo vien con le sue capre

e regna i lidi, impube re latino!                                15

Il suo gregge è di numero divino,

nero e bianco a sembianza delle frotte

alate che sorvolano il bel rivo,

pari olocausto al Giorno ed alla Notte.

Quasi fiore l´esigua foce s´apre.                               20

Equa ride alle rondini e alle capre.

Lacus iuturnae

Settembre, chiare fresche e dolci l´acque

ove il tuo delicato viso miri;

e dolce m´è nella memoria il mio

natale Aterno in letto d´erbe lente,

e l´Amaseno quando muor domato                         5

presso l´Appia col fratel suo l´Uffente,

e la Cyane ascosa tra i papiri,

e la Velia sì cara alla vitalba.

E pien di deità dai colli d´Alba

lo specchio di Diana ancor mi luce.                         10

Ma un´altr´acqua al mio sogno è più divina.

Quella m´attingi e ne riempi l´urna.

Sotto la roggia mole palatina

presso il Tempio di Castore e Polluce,

occhio di Roma è il Fonte di Iuturna.                      15

Deh mio misterioso amor lontano!

Alte sul Fòro nel meridiano

silenzio stan le tre colonne parie

come d´argento cui salsezza infoschi.

Gli elei neri sul colle imperiale                                20

sembran ruine dei primevi boschi.

Di ferrigno basalte arde la Via

Sacra tra gli oleandri giovinetti

e i sepolcreti dei Latini prisci.

Si tace il Fonte ne´ suoi marmi lisci                         25

come quando Tarpeia la Vestale

vi discendea con l´anfora d´argilla.

Tremola il capelvenere sul tufo

e sul mattone, l´acqua è glauca, tinge

il suo letto lunense; una lucerta                               30

su l´ara dei Diòscuri tranquilla

gode in grembo alla dea di lunga face.

Ombre delle farfalle in quella pace!

Poc´acqua accolta, santità dell´Urbe!

Le custodi del Fuoco sempiterno                             35

scendono alla marmorea piscina?

o i Tindàridi rossi di latina

strage, per beverare i due cavalli?

Deh lauri nuovi! Presso il puteale

crescono, nel sacrario di Iuturna.                             40

Li veglia la Speranza taciturna.

La loggia

Settembre, il tuo minor fratello Aprile

fioriva le vestigia di San Marco

a Capodistria, quando navigammo

il patrio mare cui Trieste addenta

co´ i forti moli per tenace amore.                              5

Capodistria, succiso adriaco fiore!

Io vidi nella loggia d´un palagio

nidi di balestrucci appesi a travi

fosche, tra mazzi pendali di sorbe.

Cinericcio era il tempo, umido e dolco.                  10

Or laggiù, pel remeggio senza solco,

tu certo aduni i neribianchi stormi,

e quelli di Pirano e di Parenzo,

che si rincontreranno in alto mare

con l´altra compagnia che vien di Chioggia.          15

E son deserti i nidi nella loggia,

e dei mazzi di sorbe son rimase

forse le canne appese pel lor cappio.

S´ode nell´ombra quella parlatura

che ricorda Rialto e Cannaregio.                              20

Una colomba tuba dal bel fregio.

La muta

Settembre, ora nel pian di Lombardia

è già pronta la muta dei segugi,

de´ bei segugi falbi e maculati

dall´orecchie biondette e molli come

foglie del fiore di magnolia passe.                            5

La muta dei segugi a volpe e a damma

or già tracciando va per scope e sterpi.

Erta ogni coda in bianca punta splende.

Presso il gran ponte sta Sesto Calende.

Corre il Ticino tra selvette rare,                                10

verso diga di roseo granito

corre, spumeggia su la china eguale,

come labile tela su telaio

cèlere intesta di nevosi fiori.

Chiudon le grandi conche antichi ingegni,             15

opere del divino Leonardo.

Il sorriso tu sei del pian lombardo,

o Ticino, il sorriso onde fu pieno

l´artefice che t´ebbe in signoria;

e il diè constretto alle sue chiuse donne.                20

Oh radure tra l´oro che rosseggia

dello sterpame, tiepide e soavi

come grembi di donne desiate,

sì che al calcar repugna il cavaliere!

Vanno i cani tra l´èriche leggiere                             25

con alzate le code e i musi bassi,

davanti il capocaccia che gli allena

per mezz´ottobre ai lunghi inseguimenti.

S´ode chiaro squittire in que´ silenzii.

Il suon del corno chiama chi si sbanda                   30

e chi s´attarda e trae la lingua ed ansa.

Già la virtù si mostra del più prode.

Il buon mastro dell´arte sua si gode:

talor gli ultimi aneliti esalare

sembra l´Estate aulenti sotto Pugne                        35

del palafren che nel galoppo falca.

E, fornito il lavoro, ei torna al passo

per la carraia ingombra di fascine:

con la sua muta va verso il canile,

va verso Oleggio ricca di filande.                             40

Vapora il fiume le sterpose lande.

Le carrube

Settembre, son mature le carrube.

Or tu pel caldo mare di Cilicia

conduci dalla riva cipriota

la sàica a scafo tondo e a vele quadre.

Bonaccia, e nel saffiro non è nube.                            5

Germa con sue maggiori quattro vele,

garbo o schirazzo, legni levantini

carichi di baccelli dolci e bruni

conduci verso l´isola dei Sardi.

E vien teco un odor di tetro miele.                            10

La siliqua, che ingrassa la muletta

dall´ambio lene e in carestìa disfama

la plebe dalla bianca dentatura,

lustra come i capelli tuoi castagni

mentre stai su la coffa alla vedetta.                          15

Certo, d´olio di sèsamo son unte

quelle tue ciocche in forma di corimbi.

Certo, ritrovi or tu nel gran dolciore

del Mar Cilicio l´obliato carme

che alla Cipride piacque in Amatunte.                    20

Settembre, teco esser vorremmo ovunque!

Il novilunio

Novilunio di settembre!

Nell´aria lontana

il viso della creatura

celeste che ha nome

Luna, trasparente come                                             5

la medusa marina,

come la brina nell´alba,

labile come

la neve su l´acqua,

la schiuma su la sabbia,                                           10

pallido come

il piacere

su l´origliere,

pallido s´inclina

e smuore e langue

con una collana                                                           15

sotto il mento sì chiara

che l´oscura:

silenzioso viso esangue

della creatura                                                               20

celeste che ha nome Luna,

cui sotto il mento s´incurva

una collana

sì chiara che l´offusca,

nell´aria lontana                                                          25

ov´ebbe nome Diana

tra le ninfe eterne,

ov´ebbe nome Selene

dalle bianche braccia

quando amava quel pastore                                     30

giovinetto Endimione

che tra le bianche braccia

dormiva sempre.

Novilunio di settembre!

Sotto l´ambiguo lume,                                               35

tra il giorno senza fiamme

e la notte senza ombre,

il mare, più soave

del cielo nel suo volume

lento, più molle                                                            40

della nube

lattea che la montagna

esprime dalle sue mamme

delicate,

il mare accompagna                                                   45

la melodìa

della terra, la melodìa

che i flauti dei grilli

fan nei campi tranquilli

roca assiduamente,                                                     50

la melodìa

che le rane

fan nelle pantane

morte, nel fiume che stagna

tra i salci e le canne                                                     55

lutulente,

la melodìa

che fan tra i vinchi

che fan tra i giunchi

delle ripe rimote                                                          60

uomini solinghi

tessendo le vermene

in canestre,

con sì lunghi

indugi su quelle parole                                             65

che ritornano sempre.

Novilunio di settembre!

Tal chiaritate

il giorno e la notte commisti

sul letto del mare                                                        70

non lieti non tristi

effondono ancóra,

che tu vedi ancóra

nella sabbia le onde

del vento, le orme                                                       75

dei fanciulli, le conche

vacue, le alghe

argentine,

gli ossi delle seppie,

le guaine                                                                       80

delle carrube,

e vedi nella siepe

rosseggiar le nude

bacche delle rose canine

e nel campo la pannocchia                                      85

dalla barba d´oro

lucere, che al plenilunio

su l´aia il coro

agreste monderà con canti,

e nella vigna                                                                90

il grappolo d´oro

che già fu sonoro d´api,

e nel verziere il fico

che dall´ombelico stilla

il suo miele,                                                                 95

e su la soglia del tugurio

biancheggiar la conocchia

dell´antica madre che fila,

che fila sempre.

Novilunio di settembre,                                          100

dolce come il viso

della creatura

terrestre che ha nome

Ermione, tiepido come

le sue chiome,                                                            105

umido come il sorriso

della sua bocca

umida ancóra

della prima uva matura,

breve come la sua cintura                                      110

nel cielo verde

come la sua veste!

Ha tremato

nella sua veste

verde che odora                                                        115

ad ogni passo

come un cespo ad ogni fiato,

ha tremato

al primo gelo notturno

ella che a mezzo il giorno                                       120

dormì con la guancia

sul braccio curvo

e si svegliò con le tempie

madide, con imperlato

il labbro, nella calura,                                             125

vermiglia come un´aurora

aspersa di calda rugiada

e sorridente.

E io le dico: « O Ermione,

tu hai tremato.                                                          130

Anche agosto, anche agosto

andato è per sempre!

Guarda il cielo di settembre.

Nell´aria lontana

il viso della creatura                                                135

celeste che ha nome

Luna, con una collana

sotto il mento sì chiara

che l´oscura,

pallido s´inclina e muore... »                                 140

Ma dice Ermione,

non lieta non triste:

« T´inganni. Quella eh´è sì chiara

è la falce

dell´Estate, è la falce                                               145

che l´Estate abbandona

morendo, è la falce

che falciò le ariste

e il papavero e il ciano

quando fiorìano                                                       150

per la mia corona

vincendo in lume il cielo e il sangue;

ed è la faccia dell´Estate

quella che langue

nell´aria lontana, che muore                                  155

nella sua chiaritate

sopra le acque

tra il giorno senza fiamme

e la notte senza ombre,

dopo che tanto l´amammo,                                    160

dopo che tanto ci piacque;

e la sua canzone

di foglie di ali di aure di ombre

di aromi di silenzii e di acque

si tace per sempre;                                                   165

e la melodìa di settembre,

che fanno i flauti campestri

ed accompagna il mare

col suo lento ploro,

non s´ode lassii nell´aria                                         170

lontana ov´ella spira

solitaria

il suo spirto odorato

di alga di resina e di alloro;

e l´uomo che s´attarda                                             175

in tessere vermene

già fece del grano mannelle

ed or fa canestri

per l´uva, con un canto eguale,

e tutto è obliato;                                                        180

obliato anche agosto

sarà nell´odor del mosto,

nel murmure delle api d´oro;

per tutto sarà l´oblìo,                                               185

per tutto sarà l´oblìo;

e niuno più saprà

quanto sien dolci

l´ombre dei voli

su le sabbie saline,

l´orme degli uccelli                                                  190

nell´argilla dei fiumi,

se non io, se non io,

se non quella che andrà

di là dai fiumi sereni,

di là dalle verdi colline,                                          195

di là dai monti cilestri,

se non quella che andrà

che andrà lungi per sempre,

e non con le tue rondini, o Settembre!

Il commiato

L´Alpe di Mommio un pallido velame

d´ulivi effonde al cielo di giacinto,

come un colle dell´isola di Same

o di Zacinto.                                                                 4

Il Monte Magno di più cupo argento

fascia la sua piramide; il Matanna

è porpora e viola come il lento

fior della canna.                                                           8

O canneti lungh´essi i fiumicelli

di Camaiore, appreso ho il vostro carme.

Vedess´io rosseggiare gli albatrelli

sul Monte Darme!                                                       12

Dal Capo Corvo ricco di viburni

i pini vedess´io della Palmaria

che col lutto de´ marmi suoi notturni

sta solitaria!                                                                  16

Potess´io sostenerti nella mano,

terra di Luni, come un vaso etrusco!

In te amo il divin marmo apuano,

l´umile rusco;                                                                20

amo la tua materia prometèa,

la sabbia delle tue selve aromali,

l´aquila dei tuoi picchi, la ninfea

de´ tuoi canali.                                                             24

Potesse l´arte mia, da Val di Serchio

a Val di Magra e per le Pànie al Vara

e al Golfo, tutta stringerti in un cerchio

con l´alpe a gara!                                                         28

Troppo è grave al mio cor la dipartenza.

Come dal corpo, l´anima si esilia

dal marmo che biancheggia tra l´Avenza

e la Versilia.                                                                 32

Tempo è di morte. In qualche acqua torpente

or perisce la dolce carne erbale.

Strider non s´ode falce ma si sente

odor letale.                                                                   36

Dìruta la Ceràgiola rosseggia,

là dove Serravezza è co´ due fiumi,

quasi che fero sangue in ogni scheggia

grondi e s´aggrumi.                                                    40

Sta nella cruda nudità rupestre

il Gàbberi irto qual ferrato casco.

Ecco, e su i carri per le vie maestre

passa il falasco.                                                           44

Metuto fu dalla più grande falce

nella palude all´ombra del Quiesa,

ove raggiato di vermène il salce

par chioma accesa                                                       48

tra cannelle di stridulo oro secco,

tra pigro sparto di pallor bronzino.

Su l´acqua un lampo di smeraldo, e il becco

tuffa il piombino.                                                        52

Deh foss´io sopra un burchio per la cuora

navigando, e di tifa e di sparganio

carico ei fosse, e fèssevi alla prora

fitto un bucranio                                                         56

o un nibbio con aperte ali, e vi fosse

odore di garofalo nel mucchio

per qualche cunzia dalle barbe rosse

onde il suo succhio                                                     60

sì caro all´arte dell´aromatario

stillasse fra l´erbame; e resupino

vi giacessi io mirando il solitario

ciel iacintino;                                                               64

e scendessi così, tra l´acqua e il cielo

con l´alzaia la Fossa Burlamacca,

albicando qual prato d´asfodèlo

la morta lacca;                                                            68

e traesse il bardotto la sua fune

senza canto per l´argine; ed io, corco

sul mucchio, mi credessi andare immune

di morte all´Orco!                                                       72

Ma cade il vespro, e tempo è d´esulare;

e di sogni obliosi in van mi pasco.

Su i gravi carri lungo le vie chiare

passa il falasco.                                                           76

Sono sì vasti i cumuli spioventi

che il timone soperchiano dinnanzi

e il giogo cèlano e le corna e i lenti

corpi dei manzi,                                                          80

onde sembran di lungi per sé mossi

e tra la polve aspetto hanno di strani

animali dai gran lanosi dossi,

dai ventri immani.                                                      84

In fila vanno verso Pietrasanta,

strame ai presepi, ai campi aridi ingrasso.

L´un carrettiere vocia e l´altro canta

a passo a passo.                                                           88

E tutta la Versilia, ecco, s´indora

d´una soavità che il cor dilania.

Mai fosti bella, ahimè, come in quest´ora

ultima, o Pania!                                                           92

O Tirreno, Mare Infero, s´accende

sul tuo specchio l´insonne occhio del Faro;

ti veglia e guarda con le sue tremende

navi d´acciaro                                                              96

la Città Forte dietro il Caprione

sacro agli Itali come ai Greci il Sunio;

t´è scheggia della spada d´Orione

il novilunio;                                                                 100

come sia fatta l´ombra, alla tua pace

verseranno lor lacrime le Atlàntidi,

ti condurrà l´ignavo Artofilace

l´Orse erimàntidi;                                                       104

s´udrà pe´ curvi lidi il tuo respiro

solo nell´ombra senza mutamento;

solo rispecchierai l´immenso giro

del firmamento.                                                           108

O Mare, o Alpe, ed io sarò lontano

con nel mio cuor la torbida mia cura!

Splende la cima del mio cuore umano

nell´ode pura.                                                              112

Ode, innanzi ch´io parta per l´esilio,

risali il Serchio, ascendi la collina

ove l´ultimo figlio di Vergilio,

prole divina,                                                                116

quei che intende i linguaggi degli alati,

strida di falchi, pianti di colombe,

ch´eguale offre il cor candido ai rinati

fiori e alle tombe.                                                        120

quei che fiso guatare osò nel cèsio

occhio e nel nero l´aquila di Fella

e udì nova cantar sul vento etèsio

Saffo la bella,                                                               124

il figlio di Vergilio ad un cipresso

tacito siede, e non t´aspetta. Vola!

Te non reca la femmina d´Eresso,

ma va pur sola;                                                            128

che ben t´accoglierà nella man larga

ei che forse era intento al suono alterno

dei licci o all´ape o all´alta ora di Barga

o al verso eterno.                                                         132

Forse il libro del suo divin parente

sarà con lui, su´ suoi ginocchi (ei coglie

ora il trifoglio aruspice virente

di quattro foglie                                                          136

e ne fa segno del volume intonso,

dove Titiro canta? o dove Enea

pe´ meati del monte ode il responso

della Cumea?).                                                            140

Forse la suora dalle chiome lisce,

se i ferri ella abbandoni ora ch´è tardi

e chiuda nel forziere il lin che aulisce

di spicanardi,                                                               144

sarà con lui, trista perché concilio

vide folto di rondini su gronda.

E tu gli parla: « Figlio di Vergilio,

ecco la fronda.                                                             148

Ospite immacolato, a te mi manda

il fratel tuo diletto che si parte.

Pel tuo nobile capo una ghirlanda

curvò con arte.                                                             152

E chi coronerà oggi l´aedo

se non l´aedo re di solitudini?

Il crasso Scita ed il fucato Medo

la Gloria ha drudi;                                                      156

e, se barbarie genera nel vento

nuovi mostri, non più contra l´orrore

discende Febo Apollo arco-d´argento

castigatore.                                                                   160

Ma tu custode sei delle più pure

forme, Ospite. Con polso che non langue

il prisco vige nelle tue figure

gentile sangue.                                                            164

Gli uomini il tuo pensier nutre ed irradia,

come l´ulivo placido produce

agli uomini la sua bacca palladia

ch´è cibo e luce.                                                           168

Per ciò dal fratel tuo questa fraterna

ghirlanda ch´io ti reco messaggera

prendi: non pesa: ell´è di fronda eterna

ma sì leggera.                                                              172

Fatta è d´un ramo tenue che crebbe

tra l´Alpe e il Mare, ov´ebbe il Cuor de´ cuori

selvaggio rogo e il Buonarroti v´ebbe

i suoi furori.                                                                 176

L´artefice nel flettere lo stelo

vedea sul Sagro le ferite antiche

splendere e su l´Altissimo l´anelo

peplo di Nike.                                                             180

Altro è il Monte invisibile ch´ei sale

e che tu sali per l´opposta balza.

Soli e discosti, entrambi una immortale

ansia v´incalza.                                                          184

Or dove i cuori prodi hanno promesso

di rincontrarsi un dì, se non in cima?

Quel dì voi canterete un inno istesso

di su la cima. »                                                           188

Ode, così gli parla. Ed alla suora,

che vedrai di dolcezza lacrimare,

dà l´ultimo ch´io colsi in su l´aurora

figlio del mare.                                                            192

Note

_______________

[1] fiari: boccette da speziali, chimici, profumieri, ecc.

[2] flèssile avellana: flessibile nocciòla.

[3] Parnete: (Párnitha) : uno dei tre monti che delimitano la città di Atene (gli altri due sono il   Monte Pentelico, (Pendéli il monte dell′api),  e il Monte Imetto (Hymettos)

[4] bruire: provocare lievi rumori fruscianti o picchiettanti come fa la pioggia o il vento.

[5] trascolora: cambiare di colore in seguito a qualche emozione.

[6] lutulento: fangoso.

[7] bulica:così è detto il bollore di un liquido che fa bollicine

[8] unghia spaccata in due di alcuni animali

[9] madide: sudate

[10] crotali: strumento musicale a percussione: nacchere.

[11] scalze-succinte: senza  calzari e vestite in modo succinto.

[12] possa-di-tori: pettoruti e potenti come un toro.

[13] sapa: mostarda senza senape.

[14] bucranio: testa di bue (motivo ornamentale antico).

[15] plaustro: antico carretto agricolo con du e quattro ruote.

[16] accline: inclinato

[17] cornucopia: vaso a forma di corno riempito di frutta, simbolo di abbondanza.

[18] oro stridulo: le piantine di grano tagliate e raccolte in manipoli che quando vengono ammonticchiate producono un rumore stridulo

[19] bica: il cumulo formato dai manipoli

[20] Sinuessa massica: antica città ai piedi del monte Massico a nord di Napoli

[21] spoglie spicee: i resti delle spighe.

[22] pean: peana, inno in onore di Apollo

[23] rutila:rosseggiante

[24] emerocallide: Emerocallide, bella di giorno, pianta erbacea perenne comune in Europa e Asia appartenente alla famiglia delle Liliacee. Viene coltivata in vaso.

[25] palischermo: qualsiasi imbarcazione atta a trasportare persone.

[26] nidace: tutto ciò che riguarda il nido, dalla sua costruzione al mantenimento dei piccoli.

[27] aulete: auonatore d′aulo, flautista.

[28] coccole: frutti odorosi di ginepri, pini e simili.

[29] sorgevole: che sorge (dalla natura)

[30] Ia: la leggenda racconta che Ia fu sbranato da una leonessa alla quale voleva sottrarre i cuccioli: le sorelle (chiamate :Vergilie) che lo piansero furono dette Iadi.

[31] Vergilie: Le costellazioni delle delle Pleiadi e delle Iadi che, secondo il mito erano nipoti di Oceano.

[32] Vergilia Anceps: Vergilia bifronte, per essere la divinità protettrice dell′agricoltura e della pesca

[33] statère: moneta della città di Faselide, nella Licia, dove solitamente si rifugiavano i pirati fenici.

[34] tetradramma: moneta greca del valore di 4 dracme, in corso anche nelle colonie e nella Magna Grecia e quindi a Leontini (l′odierna Lentini).

[35] duplice arte: nautica e agricoltura, rappresentate dalla prora e dall′aratro, simboli della nuova potenza italica nascente dopo la prima guerra mondiale.

[36] antico favolatore: Agnolo Firenzuola.

[37] fonte nella Falterona: da cui nasce l′Arno

[38] figulo: vasaio

[39] corusca: da coruscare: balenare, splendere

[40] occaso: tramonto.

[41] usta: bruciata, calda.

[42] mulacchia: uccello simile al corvo

[43] ragia: resina della corteccia di pini e simili.

[44] barberesco: africano di Barberia

[45] corsali: corsari.

[46] fusta: specie di piccola galera, sottile e veloce sulle acque mediterranee

[47] rusco: pungitopo

[48] genitura: periodo della gestazione

[49] albàsia: calma di mare, bonaccia, assenza di vento

[50] ulva: alghe

[51] rostro: becco

[52] vulture: avvoltoio

[53] avernali: dell′Averno - Le Eumenidi, dette anche Erinni, sono le Furie della mitologia italica. Figlie di Acheronte e della Notte (o, secondo altri, di Gea), nate dal sangue di Urano (o di Ades), e di Persefone. Erano tre: Aletto, Megera e Tisifone

[54] fuchi: maschi delle api. - ferrugigno: del colore del ferro

[55] bàlteo: cintura del soldato romano (alla quale si attaccava la spada) disposta a tracolla (dalla spalla destra al fianco sinostro) spesso tempestata di pietre preziose e di bottoni d′oro.

[56] paflagone: Della Paflagònia, regione storica della Turchia (Anatolia settentr.)

[57] Faselo: secondo Strabone il faselo era una nave di piccolo cabotaggio ed aveva una forma mista, fra l′oneraria e la trireme e poteva andare sia a vela che a remi. Il suo nome ha un riferimento  alla forma del fagiolo.

[58] gàttice: specie di pioppo dalla corteccia biancastra.

[59] ostro: porpora; si inostra: si orna di color porporino.

[60] auletride: suonatrice di flauto (e di tibia, strumento simile al flauto)

[61] buccina: antico strumento musicale a fiato usato da militari

[62] iri: iride, arcobaleno

[63] cubia: foro sul fianco della nave che permette il passaggio in sicurezza della catena dell′ancora.

[64] negossa: sorta di rete da pesca.

[65] forza, potenza

[66] scotta: cima che serve a regolare la tesatura della vela

[67] Viorna: vitalba, clematide, pervinca.

[68] vento diforàno: vento d'alto mare

[69] Buti: località del Valdarno.

[70] auleti: suonatori di flauto

[71] fistola: sorta di flauto fatto con canna.

[72] scerre: scegliere

[73] inguistare: guastada, caraffa panciuta di vetro.

[74] cunzia: giunco odoroso.

[75] ploro: pianto.

[76] glastro: pianta delle crocifere, le cui foglie si bollivano e il succo azzurro scuro veniva usato soprattutto per tingere panni.

[77] àvio: impervio, impraticabile (letteralmente: senza vie) : è la zona delle Alpi Apuane donde fu tratto il marmo per la statua michelangiolesca il Prigione per il mausoleo di Giulio II e che ora si trova al Louvre parigino.

[78] pontefice guerriero: Giulio II

[79] focace: ardente, infuocato

[80] romba: vortice, turbine e il rumore che vi si accompagna.

[81] scrìmolo: orlo montuoso da cui comincia un precipizio

[82] satellite: al femminile indica l'aquila

[83] corame: cuoio.

[84] possa grifagna: forza, potenza tipica dell'uccello di rapina e dell'aquila in particolare.

[85] dolii: orci

[86] Giàpice: il maestrale, da Iapige re della Giapigia, regione dalla quale questi vento spira.

[87] Apeliote: vento di levante

[88] otri del sale: sono le onde del mare, gonfiate al vento e simili ad otri

[89] strimonii: dal fiume strimonio in Tracia.

[90] còrilo: nocciolo

[91] tepente: tiepida

[92] giòlito: piacere, godimento.

[93] crambe: cavolo marino.

[94] bisulco: diviso in due, come sono i piedi dei ruminanti

[95] olente: che emana odore (buono o cattivo).

[96] petulco: che cozza con le corna.

[97] sagliente: lascivo, pronto a saltare addosso …

[98] ubero: gonfio di latte

[99] sanie: materia sierosa che esce dalle ferite; pus.

[100] Cintio arco-d´argento: Apollo

[101] licci: fili torti dii spago usati nei telai per abbassare o alzare le fila dell'ordito

[102] legno ficulno: legno tratto da albero di fico, notoriamente fragile

[103] Loricino: fiume del Lazio

 

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Ultimo aggiornamento: 05 luglio 2012