Alfredo  Gargiulo

Gabriele D′Annunzio

(Studio critico)

edizione di riferimento

Alfredo Gargiulo, Gabriele D′Annunzio, (Studio critico), Francesco Perrella & C, Società Editrice Napoli 1912  - Stab. Tip. della Casa Editrice Pietrocola suoc. Molina — Napoli

Il giovane D′Annunzio

I.

L′IMITAZIONE CARDUCCIANA

(PRIMO VERE)

Nel 1879, stando ancora al Collegio Cicognini di Prato, Gabriele D′Annunzio, che aveva allora sedici anni, pubblicò i suoi primi versi : – All′Augusto Sovrano d′Italici Umberto I di Savoia nel XIV Marzo MDCCCLXXIX suo giorno Tiatalizio. Augurii e voti dei giovani Vittorio Garbaglia e Gabriele D′Annunzio. – È una esercitazione scolastica su reminiscenze carducciane. L′anno seguente dava in luce un altro opuscolo di versi, In memoriam, per la morte della nonna. In questo, forse per la tenuità del tema del tutto familiare, non appariva influsso del Carducci: era scritto in un certo toscano prezioso (la lingua che il poeta trovò a portata di mano, per un soggetto intimo), e conteneva, invece, ricordi stecchettiani. Ma il D′Annunzio, allora, aveva già scritto il Primo vere ; e da questo si deve partire per ravvisare il primo atteggiamento del suo ingegno poetico.

Gli altri due saggi della sua musa giovanetta son cosa troppo tenue ed insignificante. Nel Primo vere il poeta originale, in verità, non si vede ancora; ma c′è in quella raccolta di versi qualcosa che anche serve per l′illustrazione dell′opera d′annunziana della maturità. Ebbe due edizioni, una nel ′79 e 1′ altra nell′80, molto diverse per il numero delle composizioni; giacché la prima ne conteneva trenta, la seconda settantatre, di cui solo quattordici già apparse nella prima. Il numero molto grande dei componimenti nella seconda edizione si spiega col fatto che in essa furono compresi i Paesaggi e profili (all′acquerello), già annunziati dal giovane autore come una raccolta a parte.

Che cosa era il Primo vere secondo il poeta stesso? Lo sappiamo da una lettera ch′egli scriveva all′ amico Cesare Fontana, il primo di settembre 1879 : « Son poca cosa! Sono lampi rosei di vita giovanile, delirii pieni di fremiti e di parole insensate, febbri ed ebbrezze, serenità cerulee e caligini fosche... C′è dentro tutta la mia anima ardente: un′esuberanza di sentimento, che si espande in inni procaci, in elegie soavi, in immagini folgoranti, in suoni bizzarri, convulsi o languenti; ma non vi cercare la scintilla del genio che tuona e lampeggia, che colpisce e trascina... oh, quel genio io non l′ho: la scintillami manca !... ». Aveva il D′Annunzio, come si vede, un′idea molto romantica del genio, quale si conveniva alla sua età giovanile. E romantiche erano le parole (è proprio il caso di dir « parole »), che adoperava per caratterizzare la sua poesia: lampi rosei, delirii, fremiti, parole insensate, febbri, ebbrezze, serenità cerulee, caligini fosche, immagini folgoranti, suoni bizzarri, convulsi, languenti. Tutte cose estreme, in tutti i sensi! Un′altra definizione del romanticismo non potrebbe essere questa: è il tumulto delle adolescenze immaginose ? L′anima del poeta era ardente, glielo crediamo subito, e il suo sentimento era esuberante: molto ardore, grande esuberanza. Il giovanetto di sedici anni, dalla « selva di capelli ricciuti e due occhi da spiritato » , come si dipingeva egli stesso al Fontana, accatastava parole su parole per spiegare all′amico, per fargli intendere per forza, furiosamente, ciò che gli stava nell′animo e pensava in buona fede di aver tradotto nelle poesie.

È quello il periodo della prima gioventù poetica: periodo di fermento, angoscioso, convulsivo ; e quindi, inutile dirlo, oscuro. C′è allora il desiderio, non la potenza della poesia: l′emozione viva e pungente, il sogno balenante o fluttuante, non l′immagine artistica determinata e placata. Se la vita del poeta, nel periodo della maturità, della serenità e della calma, è vita d′immagini perfette, tutte svolte e chiuse in sé; senza alcun dubbio la prima gioventù del poeta è, invece, un contesto discorde di frammenti d′ immagini, che sorgono l′un dopo l′altra, si urtano e si opprimono a vicenda. Il poeta ne è vittima straziata e sanguinante. Si comprende quindi perchè il poeta « intante » debba essere imitatore, quasi di necessità. Egli vuole uscire in un modo qualunque dal suo stato di angoscia; e, trovata una forma in cui versare la propria materia caotica, ve la versa senz′altro, corrivo, in pieno abbandono, allontanando ogni velleità di un controllo, che sarebbe tanto doloroso. Sarebbe, d′ordinario, addirittura impossibile; perchè egli imita più propriamente per questo: essendo disgregato per suo conto, muto o balbettante davanti agli spettacoli della natura e della vita, si trova aperto ad accogliere e a far sue le voci, per lo più affini, che da quegli spettacoli seppero trarre altri spiriti nel pieno dominio della loro forza. Non imita nel vero senso della parola, perchè l′imitazione lascia supporre una determinazione volontaria; ma ripete per suggestione, talvolta per completa ossessione.

Il D′Annunzio, dunque, dall′anima ardente e dal sentimento esuberante, nel Primo vere non fece quasi altro che imitare. Imitò propriamente, cioè tradusse, Catullo, Tibullo, Orazio ; e, data la sua età, tradusse benissimo. Imitò poi (nel senso che ne subì la suggestione), in quasi tutte le poesie, il Carducci delle Odi barbare; lo imitò tanto, che Giuseppe Chiarini, critico benevolissimo in quel primo momento, fu costretto ad infliggergli la penitenza di stare un anno intero senza leggere il Carducci (e lo Stecchetti). La suggestione carducciana è palese anche nel segno esteriore che tutte le poesie della raccolta, nella prima edizione, sono « barbare ». Anzi su questa particolarità il piccolo d′Annunzio, con una freddezza calcolatrice un po′ intempestiva, fondava le sue speranze per il successo editoriale ; scrivendo al Fontana : « Credo che se ne venderebbero molte copie, non per la bontà del lavoro, ma per la curiosità che in questi giorni destano le Odi barbare nella repubblica letteraria ». E così fu.

L′ imitazione dal Carducci non ha bisogno di dimostrazione: basta che ognuno sfogli il volumetto, lo apra ad una pagina qualunque, e legga. Ecco, per esempio, che cosa io trovo (Suavia. Fantasia) :

 

Poi che tra lauri sacri ad Apolline

colsi da′ rosei labbri di Lilia

mille trepidi baci

olezzanti d′ambrosia,

e ne le glauche pupille accendersi

vidi e rifulgere d′amor gì′ incendii

con un riso di gioia

soavemente languido,

non più la stridula voce de l′odio

mi strazia l′anima: sento, mio Giulio,

un desiderio vago

di librarmi su l′aure...

E così continua per altre ventidue strofe, pur senza qualche stonatura troppo forte. È dunque, questa, una delle migliori , nell′imitazione: atteggiamenti formali (poi che... non più...), immagini, perfino le parole del poeta delle Odi barbare, vi sono ripetuti; e la suggestione è piena. Qualcuno può anche credere, a prima vista, che la poesia esprima qualcosa. Senonchè la poesia ad orecchio si distingue dalla poesia vera come un frutto di cera si distingue da un frutto spiccato dall′albero: se non alla vista, al tatto e al sapore. Che cos′è quell′odio dalla voce stridula? odio di che o di chi ? Il Carducci, nel suo mondo poetico, ci spiega il suo odio. E perchè il poeta colse i trepidi baci tra i lauri? tra i lauri sacri ad Apolline? Perchè i baci olezzavan d′ambrosia? Sono colori retorici, ingredienti mitologici, tolti in prestito ad un artista, che talvolta aveva ridato vita alla mitologia, come doveva fare, tanto più tardi, il D′Annunzio stesso, nelle Laudi. E poi: quel « riso di gioia soavemente languido », e quel « desiderio vero di librarsi su l′aure », sono mollezze senza alcun senso preciso, mollezze di parole. Per entro alle forme carducciane di tutta la poesia, così riccamente imitativa, si accumula il vuoto.

Ma la derivazione appare sfacciata, dove il giovane poeta perde il freno della suggestione, esce in accenti suoi, smarrisce il tono accattato. Lilia, in Ora soave, gli sembra « Ebe divina scendente da ′l florido Olimpo, d′ambrosio vapore cinte le membra lievi »; e a lei, collocata a tanta altezza, si rivolge poi con un ritornello, che ha della romanza per musica, e insieme qualcosa d′ infantile :

Vedi: s′io fossi una bella farfalla fulgida d′oro,

su la tua fronte bianca vorrei batter l′ali.

Se fossi un lume d′aurora o di sole morente,

ne′ tuoi capelli biondi vorrei risplendere.

Se fossi una rosa di maggio appena sbocciata,

su ′l tuo seno vergine vorrei languire...

Il Carducci , con un afflato lirico poderoso, aveva sollevato talora ad un′intonazione altissima la visione di oggetti e fatti molto comuni e prosaici: in ciò, il giovanetto D′Annunzio non aveva ali sufficienti neppure per imitarne il volo. Questa Sera d′estate è « prosa  bell′ e buona, non scevra del tutto di volgarità, in metro barbaro:

e i rigidi cocchier, mirabili

per aureo fregio, la frusta schioccano

girando a torno gli occhi

con posa aristocratica.

Qua e là le facili modiste ridono

liete, e saettano co′ sguardi tremuli

i dolci damerini

da l′occhialetto lucido...

Così si notino le stridenti stonature di quest′altra, A Bacco Dionisio:

la donna isterica ti fa la smorfia;

ed il pacifico crasso canonico

vede le candide nudità e volgesi

con un rossore ipocrita...

 

Evoe, Libero!... Tu sei lo spirito

lieto degli uomini...

Non di rado di sotto il paludamento dell′alta poesia spunta addirittura il fanciullo; ingenuamente simpatico, il fanciullo dagli «occhi spiritati»: spiritati, vorrei dire, per la meraviglia dell′ abbigliamento; come nella Sera d′estate:

bionda Lilia, come sei fulgida!

come ti brillano quegli occhi ceruli!

come hai dolce il sorriso!...

Ti sei vista allo specchio ?

 

Tuttavia non può dirsi che in questa primissima produzione del D′Annunzio manchi assolutamente quella che doveva poi essere la sua personalità. È un brutto segno, quando anche nei primi tentativi di un artista non si scorge proprio nulla di personale, sia pure nei difetti. Già è un fatto degno di attenzione che il D′Annunzio non imiti, nel Primo vere, il tale poeta, il tal altro, e tutti indifferentemente; ma solo il Carducci. Il Chiarini, come abbiam veduto, notava anche la derivazione dallo Stecchetti; ma da quale Stecchetti? È vero che la bella del poeta esclama una volta: – Dio bono ! quelle giuggiole m′hanno fatto venire il mal di pancia! – ; il D′Annunzio però si tiene sempre lontano dal verismo, anzi trivialisimo poetico stecchettiano. « Dallo Stecchetti toglie ancor meno, — notava il Croce, – salvo che nelle rime puerili dell′ In memoriam, e in qualche accento di democraticismo e socialismo alla romagnola, che si fonde con simili accenti del Carducci. » Sempre il Carducci ! Lo stesso Chiarini scriveva: « In una poesia intitolata Palude, che rammenta qua e là il Chiarone del Carducci, il poeta descrive i poveri mietitori che cacciati dalla fame scendono dai monti a lavorare nella maremma :

Lasciano i vecchi adusti, le madri cadenti, le mogli,

i bimbi che piangon tra le carezze e i baci :

lascian le tenui case lassù fra le libere balze

   .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     . 

lascian la lieta vista de ′1 cerulo mare, tra′ pini,

   .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     . 

e traggono, e traggono qui co la falce e col ronco

a mille a mille per guadagnarsi un pane ! »

E continua la citazione, conchiudendo che questi versi attestano « luminosamente attitudini alla poesia non comuni ». Orbene, se nel Primo vero c′è dello Stecchetti, è appunto dello Stecchetti di questa specie (salvo qualche breve accento diverso, ma puramente occasionale): c′è, vale a dire, del Carducci e non dello Stecchetti. Oltre di che, è da notarsi che nel volume di poesie seguito immediatamente al Primo vere, cioè nel Canto novo, si trovavano ancora di tali accenti misti (tra il Carducci e lo Stecchetti) di democraticismo e interessamento sociale; ma il D′Annunzio, nell′edizione definitiva del ′96, li soppresse tutti, come estranei alla sua personalità. Non era quello il lato del Carducci che esercitava su di lui maggiore attrazione. Poiché non solo la derivazione carducciana è predominante, quasi esclusiva, nel Primo vere; ma non è l′intero Carducci quello da cui il D′Annunzio deriva. È un Carducci già, in certo modo, «suo»: sono alcuni lati del Carducci, quelli di cui egli subisce la suggestione. Il Croce vi ritrovava di carducciano « l′esuberante sentimento di sé, qualche atteggiamento di ribelle e di lottatore », la « predilezione da letterato per la letteratura »; ed io vi aggiungerei: l′amore e lo spiritualizzamento della natura, il desiderio dell′amore libero ed alto, serenamente voluttuoso, e quindi il senso pagano della vita. Erano gli atteggiamenti a lui più affini, e nei quali venivano quasi interamente assorbiti i « delirii », i « fremiti », le « febbri », le « ebbrezze », che il giovane poeta s′illudeva di avere espressi. La stessa tendenza a quegli atteggiamenti, in luogo di Persio o Giovenale, gli faceva tradurre Catullo, Tibullo, Orazio. Erano le inconsce predilezioni del suo spirito poetico, che solo in seguito potevano e dovevano chiarirsi e giustificarsi. Era l′assorbimento del tutto naturale e spontaneo, da parte dell′« embrione » D′Annunzio, dei primi succhi vitali omogenei alla sua natura.

Un′altra manifestazione di quella che doveva poi essere la personalità artistica del D′Annunzio è, nel Primo vere, una certa sensualità esuberante, che eccede di molto il semplice senso pagano della vita, quale è nel Carducci: si tratta, come sappiamo, di « delirii », di « fremiti » , di « febbri », di « ebrezze », di « inni procaci », ecc. ; ma sappiamo anche che tutto ciò resta allo stato, diciamo così, di aspirazione. Un altro segno ancora: una spiccata facoltà visiva, la quale anch′essa, però, non arriva a costituire poesia. Ecco un quadretto. Ottobrata, tutto macchie di colori, ma privo di animazione lirica :

Ridono tutte in fila le linde casette ne ′l dolce

sole ottobrino, quale colore di rosa, qual bianca,

come tante comari vestile de ′l novo bucato

a festa. Su le tegole brune riposano enormi

zucche gialle e verdastre, sembianti a de′cranii spelati,

e sbadiglian da qualche fessura uno stupido riso

a ′l meriggio.

Siamo, dunque, sempre di fronte a manifestazioni puramente psicologiche, non ancora artistiche, del nostro poeta. C′è però qualche rara eccezione. Per esempio, in Preludio :

Va il bruno cammelliere pe′ vasti deserti d′Arabia:

stendonsi l′arene fulve ondulale innanzi.

Il sole gli saetta le fiamme maligne su ′1 capo,

gli brucia a′ polsi ′1 sangue, gli empie di giallo gli occhi.

In Pellegrinaggio :

Sta il meriggio fiammante su l′aride stoppie, ed i poggi

umili digradano là giù co′ filari d′ ulivi,

con le tinte giallastre qua e là, con le creste ondulate

ed i gruppi di case che fuman tranquille ne ′l sole.

Da l′aje solitarie si chiamano i cani latrando,

ed il suono propagasi triste per l′afa via lungi

rotto come a singulti... che dicon que′ poveri cani?

Si lagnan de la fame che batte a′ lor fianchi scheltriti,

poveri vecchi cani da l′aride lingue pendenti ?

In questi paesaggi brucianti l′afflato lirico si annunzia. Non sono descrizioni esteriori: la visione nasce dall′affannoso senso di arsura che è nel poeta. L′immaginazione dei deserti arabici ha qualcosa d′intimo. Alcuni tratti, in ispecie, rivelano una profonda e diretta impressione: le « fiamme maligne », il « giallo » degli occhi, i « fianchi scheltriti »

le « aride lingue pendenti » . — Troveremo, di fatti, in seguito, che tali paesaggi animati da una sensualità dolorosa sono nell′ intima sostanza poetica del D′ Annunzio.

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Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2012