Alfredo  Gargiulo

Gabriele D′Annunzio

(Studio critico)

edizione di riferimento

Alfredo Gargiulo, Gabriele D′Annunzio, (Studio critico), Francesco Perrella & C, Società Editrice Napoli 1912  - Stab. Tip. della Casa Editrice Pietrocola suoc. Molina — Napoli

Il giovane D′Annunzio

II.

L′ESPLOSIONE NATURALISTICA

 

(IL CANTO NOVO)

 

La prima affermazione dell′ ingegno poetico del D′Annunzio fu esplosiva. Il Canto novo, pubblicato nell′ 82, scritto nell′ 81, si può dire che rappresenta già tutto il D′Annunzio posteriore, sebbene in una forma immediata e violenta. Il nostro poeta fu precoce. Già nel Primo vere era precoce la padronanza formale della poesia; ma dal Primo vere al Canto novo si fa un salto impreveduto. Nel Primo vere il poeta, in decorosa attitudine, si presentava tutto pervaso da un′educazione alta, nobile, talora severa: raccolto in un mondo di ideali visioni; malgrado qualche « fremito » o « delirio » ingenuamente prorompente. Aveva il senso della vita preso in prestito al Carducci; e se in lui, come abbiam detto, non vi era tutto il poeta delle Odi barbare, ve n′era sempre tanto da bastare a dargli un contenuto vitale tutto impregnato di pensiero, di storia, vorrei dire, e di quell′ultima forma di modernità dell′anima italiana. Invece, nella parte sostanziale e più significativa del Canto novo, a pochissima distanza di tempo, il poeta si liberava d′ogni vincolo per cantar solo una sua nota originale, che appariva come qualcosa di selvaggio e di primitivo. Se la vita fisica nel Primo vere era assorbita dalla vita ideale , nel Canto novo si mostrava per sé, indipendente e sfacciata, col suo diritto arrogante e prepotente; se in quello la sensualità era nobilitata dal predominio spirituale, in questo si affermava da sola, senza impacci, e senza intermediarii tra il desiderio e l′oggetto desiderato.

Il Canto novo nacque in terra d′ Abruzzo. Luigi Capuana, tra quelli che più simpatizzarono con l′esuberante naturalità di quella poesia, vi trovava il paesaggio meridionale « col selvaggio rigoglio dei suoi boschi, coi bagliori delle sue marine, cogli incendii dei suoi tramonti, con la cantilena dei suoi stornelli che muore dolcemente sotto l′ombra dei rami fioriti o per l′immensa distesa delle acque cullanti le paranze dalle vele rosse e gialle, rincorse dagli alcioni ». Ad esprimere il potente effetto fisico, tutto sensazioni, del Canto novo, rassomigliava la poesia naturalistica del D′Annunzio ad una sinfonia alla Wagner, dall′orchestra potentemente colorita: i rossi e i gialli sono rantoli ed urli da ottoni, il verde e l′azzurro cantano come violini e corni inglesi, il bianco, l′opalino, il violetto, il verde mare, mormorano e sospirano da flauti e da viole ».

Nel Canto novo l′anima del poeta diventa natura. Il corpo del «poeta è tutto il poeta:

Ignudo le membra agilissime a ′l sole ed a l′acqua

liberamente, come un bianco cefalo

nuota, fiutando ne l′aure lascivia di muschio

che da′ salci a onde spargon le ceràmbici [1].

Anima e corpo sono una cosa sola, assorbita dalla gioia dell′acqua, del sole e del moto, dalla lascivia di un odore. Il poeta è agile, giovine, forte:

agile io sono, è forte la giovinezza mia!

Non altro egli sente che la sua corporalità, e quindi il suo stato è solo un prolungamento della vita della natura dentro di lui: pei tronchi degli alberi sale la linfa, « qual per le vene il sangue vivo a li umani, sale ». Se c′ è un dio, questo dio è la natura, da cui egli si sente invasato:

E non è il dio in me? non rinfrangesi il palpito eterno

de la materia ne′ miei nervi, e vibrane

Il cérebro, vibrane il sangue, fin l′ ima fibrilla

ne vibra, zampillane forte una vita nuova?

Il « cérebro » vibra anch′esso, dunque, di questa esuberanza di vita fisica, tutt′uno col sangue. Le strofe, difatti, germogliano « dal sangue»! Vengono le strofe dalla natura, attraverso i nervi: il mare tempra « nervi e canzoni »! Ecco la fonte della poesia:

fremiti novi de li alberi su le colline

a l′alitar largo de ′l maestrale,

vi sento ne ′l cuor palpitante, ne i nervi, ne ′l sangue,

e una strofe è ogni fremito, una divina strofe

che vola a l′ immenso poema di tutte le cose.

Io – grida entro una voce – non son io dunque un nume ?

 

Le strofe, i versi , il ritmo devono immedesimarsi perciò con la natura. Il poeta vuole un ritmo ove rida « l′immensa pace della campagna in fiore »:

ove ridon li azzurri de ′l cielo latino ed i soli

flavi e le nugole come in un terso rio !

Dalla natura vengono, alla natura ritornino le strofe: i selvatici idillii sian lanciati nel sole fra l′odor delle macchie; le strofe volino pel mare coi gabbiani selvaggi. E non basta: i versi e le strofe sono anche più materializzati. I baci della fanciulla al poeta romperanno « il dattilo in bocca »: le strofe gli balzeranno intorno, mentre egli nuota, « come pesci » . Che sono i suoi distici ?

Ecco, e le strofe distiche, vipere alate in amore,

armoniche vipere, balzino al sol di maggio

Sogna, il giovane innamorato della natura, di esser diventato una pianta: i nervi sono radici, i capelli un cespuglietto; mette rami, foglie, fiori, chiede amore. Quello stesso amore che pervade la terra, le piante, gli uccelli, i pesci; quelle stesse nozze, che corrono, in fondo al mare, per le selve dei coralli.

Sicché, abbracciato dall′amante, egli può gridare :

Arridi, o Sole ! Noi anche il numine

tuo sacro invase per ogni arteria :

noi Siam due vergini tronchi

da le conserte floride rame.

La sua fanciulla sarà più bella, sarà più desiderabile, quando egli sentirà qualcosa di più « naturale » in lei, che non le sue labbra:

Tu ridi, ridi: sotto la giovine

forza de′ denti, Lalla, ti sprizzano

infrante le turgide frutta,

e l′ umidore voluttuoso,

io, Lalla, e il sano odor selvatico,

ecco, io ne′ baci sento... oh lascivia

di labbra che succhiano rossi

àcini e labbra più rosse ancora !

Tutta la natura partecipa al suo amore :

O pantera flessibile da li occhi ove brucia il desio,

ei t′avvinghii pe′ fianchi. là, come un gladiatore ;

e su l′erba t′ inchiodi. Plaudite, plaudite, plaudite,

come un popolo al circo, piante, colline, mare !

Egli era un cefalo, ella è (in verità, con maggiore evidenza poetica) una pantera. E ciò non deve meravigliare, se la vita degli uomini è la stessa di quella degli animali ; se le piante stesse sentono ed amano come noi; se i tronchi rabbrividiscono sotto la pioggia « dall′ime radici »; se le forme si confondono, e le piante sembrano animali, o uomini, ch′è lo stesso :

Nuota il giovine ignudo fra′ pioppi che guardano in riga

come cinerei boa su le code eretti;

e poi :

I tronchi de′ vetrici somiglian najadi rosse

prese a la chioma, penduie sovra l′acque...

È un solo, un unico intrico inestricabile di vita esuberante e lussuriosa, calda e avvincente, che abbraccia uomini, animali e piante, la terra, il sole, il mare; e tutto agguaglia, sicché invano si chiederebbe, fuori della naturalità, contro la naturalità, un accento dello spirito, per sé, libero, rivolto su sè stesso. Il D′Annunzio, che in tutta la sua posteriore produzione anelerà sempre, come vedremo, a tali accenti d′intimità, fuori di ciò che è corpo e sensazione, qui ingenuamente, spontaneamente, invoca la sola natura:

Diritto su ′l monte io t′ invoco t′ invoco e ti canto,

o Natura, immensa sfinge, mio folle amore !

Francesco Fiorentino, in una sua curiosa critica del Canto novo, scriveva quest′osservazione: « Ho letto attentamente il Canto novo, e m′ è parso d′averne scoperto i fonti. Quali sono? Non i lirici antichi, non i moderni, ma un libro scritto in prosa, la Storia naturale di Aloisio Pokorny, adattata all′uso dei nostri ginnasi dal Lessona e dal Salvadori » . Si riferiva alla nomenclatura « tecnica », abbondantissima, delle piante e degli animali. La sua osservazione era estrinseca: non si può giudicare della poesia dal vocabolario che vi è adoperato; ma nel caso particolare il critico aveva ragione di additare, in forma ironica, i fonti strani da lui scoperti. La ricchezza dei nomi speciali, tolti alla botanica e alla zoologia, e che non si possiedono senza uno studio di proposito, suscitava il dubbio che nel poeta vi fosse un procedimento a freddo, il quale è poi confennato dall′esame intrinseco delle composizioni. Nessuno potrebbe segnare con rigore i limiti della lingua comune, in cui un poeta dovrebbe mantenersi: un poeta, che rappresenta un ambiente storico remoto, adopererà probabilmente vocaboli, all′ intendimento dei quali il lettore dovrà prepararsi: ed è una preparazione, questa, che si estende a tutto il patrimonio di cultura necessario per intendere il poema. I limiti dell′uso linguistico oscillano all′infinito. Ma, d′altra parte, stando al nostro caso, in cui si tratta di « paesaggi » , noi sappiamo che la visione poetica del paesaggio è, per così dire, a macchie di colori: i particolari vi sono assorbiti, e, in generale, i nomi che esorbitano dal vocabolario comune vi appaiono di rado. Potrebbero anche abbondare: non si nega; ma l′atteggiamento del D′ Annunzio nel Canto novo non è di quelli che consentono e spiegano l′ indugio sui particolari e sui nomi tecnici. Vi è anzi una discordanza stridente tra lo spirito che egli infonde nel paesaggio e la precisione del suo vocabolario. Mi sembra che non sia stato mai notato che la furia sensuale, il desiderio sfrenato di vita fisica, la rispondenza simpatica del poeta all′ esistenza esuberante e rigogliosa della natura, non sopportano, nella loro violenza, una visione tanto esatta e minuziosa. Si noti anche che il D′Annunzio non si contenta, per esempio, di nominare tecnicamente le piante meno note; ma ricorre ad altri nomi tecnici per trovar belle similitudini: e ciò pare anche più riflesso e voluto.

Dato il suo atteggiamento, i suoi paesaggi dovevano forse riuscire a macchie di colori più grosse e più vistose di quelle che ci hanno dato altri poeti paesisti. Il procedimento è dunque a freddo; ed è a freddo, vorrei dire con un necessario giuoco di parole, per eccesso di calore. Nel poeta non si determina appieno l′immagine del proprio sentimento; egli non riesce a vederlo chiaro, a plasmarlo tutto, a tradurlo interamente nell′espressione: non ha la serenità necessaria per contemplarlo. E quindi effonde il suo slancio in moti incomposti, come chi cerchi di afferrare in ogni modo qualcosa che gli sfugge. I particolari del paesaggio troppo amati per sé stessi fanno pensare alla minuta idolatria di certi amori morbosi, pei quali l′oggetto totale della passione si perde dietro i piccoli segni, una ciocca di capelli, un neo, la piega di una veste, o la punta di una scarpina. Anche per la natura, – non si esclude, – si può avere un amore di tal sorta, e un poeta può cantarlo. Ma deve cantarlo ! Invece il D′Annunzio vuol cantare altro: un amore sereno e sano, vale a dire « sintetico »; il quale poi gli sfugge, gli si confonde alla vista, e cade nell′ eccesso dell′analisi. Si può affermare che egli ebbe realmente tra mano dei libri di zoologia e di botanica ai quali ricorse con ansia per arricchire il suo sentimento.

Ma la ricchezza si trova altrove !

C′è qualcosa di esagerato e di eccessivo in tutto il Canto novo, e specialmente nelle poesie, che abbiamo citate, dove si esprime l′amore della natura rigogliosa e il desiderio del poeta d′ immedesimarsi con essa. Che il poeta, nuotando ignudo, somigli ad un « bianco cefalo », ci pare eccessivo: è voluta la violenza dell′immagine animalesca. Così non arriviamo a vedere i suoi distici come « vipere alate in amore »; o tutt′al più arriviamo a scorgere l′impeto del poeta a farli diventar tali: non l′effettiva, sentita, similitudine dei versi e dei serpi. È eccessiva l′immagine dei due amanti, simili a « vergini tronchi da le conserte floride rame » ; giacché noi non sappiamo ritrovarvi l′affinità visiva, che d′altra parte esigiamo, fra i tronchi e le rame da un lato, i corpi dei due giovani dall′ altro. Ci riesce dubbia la somiglianza dei pioppi con i boa, e quella dei vetrici con le najadi rosse prese alla chioma. I fremiti degli alberi sulle colline diventano strofe, divine strofe? Certo così il poeta voleva che fosse; ma il dirlo, l′enunciarlo è un segno d′impotenza: l′enunciato sta in luogo di una poesia in cui effettivamente ogni fremito degli alberi doveva tradursi in una strofa. Gli enunciati, perciò, abbondano, insieme con la descrizione dei processi da cui dovrebbe nascere la poesia; il « palpito eterno della materia » si rinfrange nei nervi del poeta, ne vibrano il suo cervello, il sangue, « fin l′ ima fibrilla ». – L′anima ardente e il sentimento esuberante, che il poeta diceva di avere quando scrisse il Primo vere, sono ancora presenti nel Canto novo. L′amore della natura esplode in queste poesie. Il canto sgorga come l′acqua da una bottiglia capovolta e dal collo stretto, tumultuosa, con un gorgoglio singhiozzante ed irregolare, violento. Troppo desiderio, potenza non adeguata ! E quindi l′idolatria dei nomi e dei minuti particolari, le similitudini volute ad ogni costo, le relazioni tra uomo e natura, e tra natura e natura, non sentite, ma escogitate. Quindi quell′intrico inestricabile, di cui parlavamo innanzi, reso per forza, con furia, più stretto ed inestricabile.

Non voglio dire, con le osservazioni precedenti, che il sentimento poetico naturalistico del D′Annunzio resti sempre e del tutto strozzato nella sua espressione dal suo eccesso medesimo. Ma ho notato un difetto organico della poesia, il quale appare ove più ove meno; ed ognuno può rintracciarlo e valutarlo, poesia per poesia. Esso, del resto, si mostrerà meglio, quando si ponga mente alle poesie che ne sono immuni, o quasi. Quali sono? Il motivo d′ispirazione, che abbiam trovato finora nel Canto novo, è l′amore della natura bella, rigogliosa e violenta, di cui il poeta vuol vivere la medesima vita. Ma ve ne sono altri, sempre naturalistici, che vorrei chiamare i motivi dell′« arsura » e del « languore » . I motivi dell′arsura sono quelli stessi che hanno la loro prima apparizione nel Primo vere. Eccone uno:

È mezzogiorno. La strada allungasi

diritta innanzi, larga, bianchissima ;

da′ Iati le stoppie bruciate,

non una pianta là ne ′1 giallore.

Non una voce turba l′ inerzia

de l′afa; ardente come un incendio

sta l′afa. Silenzio. Ai cavalli

pende la lingua ne ′l trotto stanco.

Dove bisogna osservare la forza delle immagini, compenetrantisi in una sola visione, la quale, direi, opprime il poeta: i versi piani delle due strofe rendono il respiro affannoso e pesante, sincopato, della terribile ora solare. Ed ecco un altro esempio :

Stagna l′azzurra caldura: stendonsi

incendïate da ′l sole, a perdita

di vista, le sabbie; deserto,

triste, metallico bolle il mare.

Non altro che sabbie e mare, all′ infinito; e le due parole sdrucciole « sperdonsi » e « perdita » danno questo senso di vastità, come l′insistente u del primo verso dà il peso dell′arsura; le « sabbie », al posto ove son messe, in fine della proposizione, hanno un forte valore fonetico, con un senso di asciuttezza e di assorbimento; « metallico », pel mare, è di un′atroce efficacissima durezza, anche nel suono; « bolle il mare », in fine, ha quasi fra i due accenti tonici il significato del gorgoglio. Il poeta si è versato nella visione con un completo consenso corporale, giacché sembra che egli stesso sia arso e bruciante. –

Ma non v′è traccia, in questi motivi d′ispirazione, dei difetti notati nel motivo della « forte e bella natura » . Non vocaboli scelti con preziosa cura nei libri scientifici, non attinenze forzate tra natura ed uomo, tra natura e natura, non, insomma, quella specie di « panteismo » che là ci si voleva imporre. Qui c′è la semplice impressione naturalistica fortemente resa.

E il perchè s′intravede facilmente. Qui non c′è nel poeta la preoccupazione di far sentire che egli è tutt′uno con la natura: non è, quest′aspetto della natura, un aspetto che lo lusinghi. Ove la natura è forte ed è giovane, il poeta grida che è forte ed è giovine anch′egli: la natura è bella, rigogliosa, amante, ed il poeta fa sentire ch′egli è fatto ad immagine di lei, anzi è parte di lei. Quindi calca la mano sulle attinenze, e va a ricercare, a freddo, tutti i nomi coi quali può decorare la sua amata natura, quasi potesse meglio possederla nominando tutti i particolari di lei. Ma nessuna vanità, diciamo così, lo spinge a convincersi e convincere altrui che egli è arso come un paesaggio canicolare; o languido e stanco e molle come un effetto di luna.

Come esempio di languore ricorderò la bella poesia, che è nella memoria di tutti:

 O falce di luna calante

che brilli su l′acque deserte,

o falce d′argento, qual messe di sogni

ondeggia a ′l tuo mite chiaror qua giù !

Aneliti brevi di foglie

di fiori di flutti da ′l bosco

esalano a ′l mare : non canto non grido

non suono pe ′l vasto silenzio va.

Oppresso d′amor, di piacere,

il popol de′ vivi s′addorme...

o falce calante, qual messe di sogni

ondeggia a ′l tuo mite chiarore qua giù !

È una delle più belle del Canto novo, malgrado l′inutile ripetizione finale, e alcune ridondanze della seconda strofa: dà l′immagine altamente poetica di un tramonto lunare a notte alta, sulle acque del mare, al limite d′un bosco: tutto il fascino è già nei primi due versi, e quella luna che, essendo una falce, miete i sogni degli umani, rivela nel D′Annunzio un potere di trasfigurazione poetica, di idealizzamento della realtà, di spiritualizzamento della natura, che diventerà poi la migliore espressione del suo temperamento d′artista. E il paesaggio lunare, come si vede, è reso semplicemente per sé stesso, senza estranee preoccupazioni. Quest′ altra non è propriamente una poesia di languore, ma di dolcissima, soave serenità, e di calmo riposo :

La luna nova ne ′l tenero ciel d′ametista

pende su Montecorno, come una falce d′oro.

La Dea s′addorme in un molle vapore azzurrino

che da le membra immani par salïente; a lei

son talamo i colli felici che tendono a ′l mare,

vitiferi colli, grati a l′eterno sole;

tede li astri arridenti qua e là pe ′l profondo zaffiro...

Anche qui si nota lo stesso potere di trasfigurazione, poiché la luna nova, la «falce d′oro», nella tenerezza di quel « ciel d′ametista», che pende sul monte immane, da cui sale a lei un azzurrino vapore, è bene una dea; e bene son talamo a lei i colli felici « che tendono al mare »; veramente son tede gli astri, che nell′ultimo verso danno un′impressione singolarmente efficace di quell′indicibile senso di misteriosa, superumana gioia che ha il trapunto stellare nelle notti di luna nova. Eppure c′è un verso, il pentametro del terzo distico, che è appiccicato; non si pensa alla virtù vitifera dei colli, in quell′ora, e tanto meno all′«eterno sole». Il poeta si è lasciato trascinare, per un momento, da una relazione tra natura e natura, che non è punto sentita, ma escogitata.

Della suggestione carducciana non resta nulla nel Canto novo: nulla c′è del Carducci nell′esuberanza naturalistica e nella sensualità della maggior parte delle poesie; e se vuol dirsi che la trasfigurazione spirituale del paesaggio, quale qui appare per la prima volta nel D′Annunzio, fu anche propria, talvolta, del Carducci, bisogna aggiungere che si tratta allora di affinità, non d′imitazione; e tanto più fortemente si deve insistere su ciò, in quanto, come vedremo sempre in seguito, quella caratteristica è la più spiccata facoltà del nostro poeta. Ad ogni modo il D′Annunzio del Canto novo è già un artista indipendente e libero, che produce della poesia originale, dandone qualche saggio quasi perfetto.

Certamente, però, l′ influsso carducciano gli servì a qualche cosa: ad impadronirsi, cioè, della forma barbara, in cui così naturalmente dovevano adagiarsi i suoi motivi d′ispirazione. Difatti, nelle poesie di altra forma, nei sonetti del Canto novo, il D′Annunzio non si trovava a suo agio; e ne è riprova il fatto che in esse pose un altro contenuto, non sentito: qualche reminiscenza romantica, qualche suggestione dell′interesse umanitario e sociale alla Carducci e alla Stecchetti.

Il momento dell′« esplosione naturalistica » rappresentato dal Canto novo fu un bel momento nella produzione del D′Annunzio: originalissimo nella sua violenza, sincero pur nelle falsità derivanti dalla stessa esuberanza; e tutto ciò spiega, in parte, quel senso nostalgico che esso lasciò in taluno dei primi ammiratori del poeta, i quali non seppero rassegnarsi ad altre manifestazioni dell′ingegno di lui, nella lirica. Ma quel momento non potè riviverlo il D′Annunzio stesso, quando attese all′edizione definitiva del suo primo saggio poetico originale. Salvo l′espulsione delle poesie immeritevoli e troppo ripugnanti all′ indole generale dell′ ispirazione, quant′altro egli fece intorno al Canto novo, tagliando e correggendo, in genere, non fu ben fatto. Sopratutto non furono rispettati l′impeto giovanile, l′ardore esuberante del primo getto, che non dovevano esser traditi. L′edizione definitiva è togata, quanto la prima è ingenua nella sua nudità. Un raffronto sarebbe interessante, e lo faremmo volentieri, se non temessimo di allontanarci dalla linea direttiva della nostra critica [2].

Il Canto novo è la più schietta poesia giovanile del D′Annunzio, ed è perciò necessario tener ferme le osservazionio cui dà luogo per adoperarle utilmente in seguito. Non v′è alcun dubbio che il d′Annunzio dimostri qui di essere un « visivo » : c′è qualche poesia, come già nel Primo vere, che non si riduce ad altro che a un quadretto, con molti tocchi di colore. Che cosa è un « visivo?» È certamente colui che « vede » molto l′esterno come visibile, come forma e colore: è colui, in sostanza, che ha la facoltà più elementare del pittore o dello scultore, o di tutt′e due insieme. A mettersi nelle condizioni opportune per intendere il mondo interno di un visivo, giova pensare quanto poco sono visivi gli uomini in generale: pensiamo quanto poco noi vediamo chiaramente del mondo esterno, assorbiti come siamo d′ordinario nella riflessione interiore. C′è qualcuno che, dopo una lunga e lenta passeggiata in vie frequentate, non ricorda alcuna fisonomia umana che l′abbia colpito; oppure, dopo una gita in campagna, non saprebbe dire se il paesaggio è stato sempre soleggiato, o in qualche momento offuscato dalle nuvole. Al visivo tali cose non sfuggono, ed egli le ritiene; e tutte vanno a costituire un suo speciale patrimonio psicologico, accumulandosi e combinandosi. È una questione di psicologia, che ci riguarda fino ad un certo punto, se il visivo sia anche un « sensuale » , nel senso più ampio di questa parola, cioè subisca molto ed intensamente le impressioni dei sensi : è una questione di più e di meno. È indubitabile questo: che ogni nostra immagine, ogni nostra rappresentazione è accompagnata da emozioni (piacere, dolore, appetizione, ripulsa); e quindi il visivo ha molte emozioni dalla vista, ed è, in tali limiti almeno, sempre un sensuale. Quello che c′importa è che il D′Annunzio ci si riveli, fin dal Canto novo, un sensuale schietto.

Non soltanto egli « vede » molto, ma « sente » molto ciò che « vede ». Le ispirazioni del Canto novo, quali noi le abbiamo viste, si raggruppano sotto tre tipi: di rigoglio ed esuberanza vitale, di arsura, di languore. Sono tre stati sensualissimi, come quelli che abbracciano tutto il senso corporale, lo stato generale dell′organismo; ed anzi il primo e l′ultimo, si badi, sono i gradi estremi della sensualità, corrispondenti alla potenza e alla stanchezza, al desiderio e all′appagamento. Nella poesia « falce di luna calante » c′è una dissonanza, di proposito non notata innanzi, che è rivelatrice:

Oppresso d′amor, di piacere,

il popol de′ vivi s′ addorme...

Ora, non è proprio all′amore e al piacere che noi pensiamo davanti al silenzio dei « vivi » riposanti, nella visione di quel paesaggio; ma piuttosto alla stanchezza in generale, se non addirittura, dato il senso più ordinario che abbiamo della vita, alla stanchezza del travaglio quotidiano. Tanto meno poi arriviamo a supporre nei dormienti tanto amore e tanto piacere, che essi ne siano « oppressi ». Il poeta scambia la causa (quella che è causa « per lui ») con l′effetto, e, ove occorreva dire stanchezza o qualcosa di simile, dice amore e piacere. Il che rivela l′origine prevalentemente sensuale, in questo caso addirittura sessuale, della sua ispirazione di languore.

Vedendo molto, e sentendo intensamente la vita fisica, il D′Annunzio è tratto a rappresentare, nel Canto novo, non qualche suo contenuto interno, come interno, ma delle visioni impregnate della sua usualità: paesaggi rigogliosi, o brucianti ed accecanti, languidi e molli. In quest′opera, giovanile ed esuberante, quella sensualità si esprime a preferenza nei suoi estremi, fino al punto, come abbiam visto, che nelle visioni di forza e di vita rigogliosa, il poeta, per eccesso d′impeto nella rappresentazione della sua esistenza fisica all′unisono con quella della natura, si lascia trascinare ad analogie e rispondenze non veramente sentite. Talvolta, di rado però, il sentimento che anima il suo paesaggio trascende la corporalità e il senso, diciamo così, organico: l′arsura per esempio, o il languore: e si anima di un contenuto assai più spiritualmente ricco, come nella luna, che diventa davvero una dea, o nelle nubi, che portano un amplesso di numi.

Note

________________________

[1] cerambici: Latreille, 1802, comunemente detti Cerambicidi o Cerambici, sono una famiglia di insetti dell'ordine dei Coleotteri...

[2] Basti qualche esempio :

pantera flessibile da li occhi ove brucia il desio,

ei t′avvinghii pe′ fianchi, là, come un gladiatore;

e su l′erba t′ inchiodi. Plaudite, plaudite, plaudite,

come un popolo a ′1 circo, piante colline, mare !

(pr. ed.) -

Vibra come una fiamma terribile mentre io la piego :

sembrami che s′accenda Terba dov′ella cade.

Meravigliosa lotta. Plaudite, plaudite, plaudite

come un popolo al circo, piante, colline, mare !

(ed. def.)

La verità cruda e realistica (nel miglior senso della parola) della prima edizione sparisce del tutto nell′altra: la bella siornellatrice dai lombi stupendi, che è là, nel momento supremo, una pantera flessibile, ardenti gli occhi di desio, qui diventa una fiamma che vibra, cioè qualcosa di astratto e che non si vede più; e tanto meno poi s′intende quell′insistenza sulla similitudine, fino al punto che l′erba sembra accendersi. «Meravigliosa lotta» è poi un′esclamazione fredda, estrinseca, quasi di uno statuario che stia a guardare. – Ed ecco un altro esempio, meno appariscente ma non meno significativo:

Passano a torme candide le nugole

sì come portanti ne ′l grembo un amplesso di numi

voluttuosamente dileguandosi.

(pr. ed.)

 

Silenti passan le nubi

ne la sovrana luce dileguandosi.

 

Recano le nubi in grembo gli amplessi dei numi

voluttuosamente dileguandosi.

(ed. def.)

 

Lasciamo stare quella « sovrana luce » (del plenilunio), che sta in luogo di « candide »; lasciamo stare quelle « torme » che nell′edizione definitiva sono soppresse; e lasciamo stare anche, in questa, la ripetizione del « dileguandosi », alla fine dei due distici, che è un « effetto » senza effetto; ma si noti dove avviene il maggiore raffreddamento. Nella prima redazione l′impressione che le nubi portino gli amplessi dei numi è data, appunto, come una « impressione »: « sì come portanti ne ′l grembo... »; e così è rappresentato con la massima evidenza il passar lento e voluttuoso delle nuvole candide nell′alto plenilunio, quel senso di irraggiungibile altezza serena, profonda e gioconda, che giustifica gli «amplessi dei numi», con l′ immedesimazione, quasi, dei numi con le nuvole stesse, Nella seconda redazione l′« impressione » diventa un fatto: «Recano le nubi in grembo...»; vale a dire, la fredda riflessione ha dato contorno netto, reciso, materiale, ad un effetto che doveva restare evanescente.

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29 febbraio 2012