Gabriele D′Annunzio

TERRA VERGINE

 Edizione di riferimento:

G. d′Annunzio Terra Vergine Casa Editrice Madella Sesto S. Giovanni 1908.

G. d′Annunzio, Tutte le novelle, a cura di Annamaria Andreoli e Marina de Marco, introduzione di Annamaria Andreoli, Arnoldo Mondadori editore, I Meridiani, Milano 1992

 A GIOVANNI CHIARINI

ABRUZZESE

CHE GIACE LONTANO

SOTTO UNA CAPANNA DI BAMBUSA

NEL CUORE dell′Africa

TERRA VERGINE

La strada si slanciava innanzi, sotto la rabbia del sole di luglio, bianca e vampante e soffocante di polvere tra le fratte arsicce piene di bacche rosse, fra i melagrani intristiti e qualche agave in tutto fiore.

Il branco dei porci irrompendo per quella bianchezza sollevava nugoli enormi; Tulespre dietro con la canna su quell′accavallamento di dorsi nerastri, da cui uscivano grugniti sordi e grufolìi e lezzi aspri di carne riscaldata; Talespre dietro, gittando urlacci dalla strozza secca, rosso in faccia e tutto in sudore; Jozzo, un mastino chiazzato di nero, con tanto di lingua fuori, a testa bassa, gli zoppicava accanto. E andavano alle querci della Fara, i porci a saziarsi di ghiande, Tulespre fare all′amore.

Andavano. Lì da San Clemente Casauria c′era un mucchio di ciociari addormentati all′ombra degli archi di pietra; era un mucchio di corpi sfiniti: volti abbruciacchiati, gambe e braccia nude tatuate di turchino; russavano forte, e da quel carname vivo. esalava un odore di selvaggina grossa. Al passaggio del branco, qualcuno si rizzò sui gomiti. Jozzo fiutava: poi fermo sulle tre gambe cominciò a latrare furiosamente: i porci sbandavano di qua e di là, con grugniti acutissimi sotto i colpi di canna; i ciociari all′assalto improvviso balzarono in piè tra la paura, mentre la luce acuta li feriva ne gli occhi torpidi  sonno; e il polverone copriva tutto quel tumulto di bestie e d′uomini in faccia alla maestà della basilica gloriata dal sole.

– Per Sant′Antonio! – mugghiava Tulespre affannandosi a riunire il branco, fra le imprecazioni rabbiose de′ ciociari. – Anime dannate!

E si rimise in via, di corsa, tempestando con la canna, con i sassi, verso il querceto che verdeggiava in distanza, ove c′erano le ghiande, e le ombre fitte e gli stornelli di Fiora.

* *

Fiora cantava a squarciagola, seduta sotto a una siepe di rovo, mentre le capre intorno brucavano arrampicandosi pel rialto; cantava innanzi alle farnie [1] gigantesche che si rizzavano su con la gran possa del tronco e allargavano le braccia fronzute, gremite, di frutti, in quella gioia odorosa di aria e di luce. Il vento della montagna vi alitava per entro: uno stormire ampio, un ondeggiare di frasche, un luccicare di ghiande correva per tutto quel popolo vegetale: sotto, le ombre rotte da occhiate vive di sole. I porci si sparpagliavano rivoltolandosi per quell′abbondanza, con grugniti di piacere; e Fiora cantava uno stornello di garofani [2]; e Tulespre trafelato beveva il fresco, la canzone; e su tutta quella sanità forte serena giovine di piante, di bestie, d′uomini, s′apriva il cielo oltremarato [3].

Tulespre s′era immerso nell′umidore dell′erba che qua e là era ancóra intatta: sentiva il sangue bollire, fermentare, come mosto vergine, dentro le vene. A poco a poco in quel refrigerio l′arsura gli svampava dai pori; dai mucchi di fieno intorno vaporante gli saliva su per le narici calde una voluttà di profumo; in fondo all′erba udiva brulichìi d′insetti, provava su la pelle, ne′ capelli vellicamenti di corpuscoli strani;  e il cuore gli palpitava al ritmo selvaggio dello stornello di Fiora...

Stette in ascolto. Poi si mise a strisciare sul terreno, come un giaguaro contro la preda.

– Ah! – gridò d′un tratto balzandole dinanzi in piè, con uno scroscio di risa: tozzo, tutto muscoli, di pelo rossiccio, con due occhi sprizzanti salute coraggio amore.

La capraia non ebbe paura; fece con la bocca una smorfia di scherno, indescrivibile.

O che ti credevi? – disse, sfidando.

Niente.

E tacquero; e la Pescara mugghiava di lontano, dietro al rialto, nella profonda boscaglia, sotto la montagna nuda.

Ma Tulespre aveva tutta l′anima nelle pupille e le pupille fitte su quella superba femmina dalla carne colore di rame.

Canta! – ruppe finalmente con un fremito di passione nella voce.

Fiora si voltò, nel sorriso della bocca sanguigna mostrando le due file bianchissime dei denti mandorlati; e svelse una manata di erba fresca, e gliela gittò in faccia con un impeto di desiderio, come gli avrebbe gittato un bacio. Tulespre rabbrividì: sentì l′odore della femmina, più acuto, più inebriante che l′odore del fieno.

Iozzo abbaiava avventandosi di qua, di là, aizzato dal padrone, contro i porci spersi.

Era il vespero, pieno di fumi caldi intorno alle vette: le fronde delle farnie [4] prendevano luccichii metallici agli aliti languidi del rezzo; frotte di uccelli salvatici attraversavano in alto l′aria rossa perdendosi; e dalla parte delle cave di Manoppello [5] giungevano buffi pregni di asfalto, a tratti; e a tratti giungeva anche la cantilena ultima della Capraia là fra mezzo ai ginepri d′una bassura.

I porci strascicavano la pinguedine de′ ventri giù per la discesa tutta invermigliata di lupinella in fiore; Tulespre dietro, ricanticchiando lo stornello dei garofani, tendendo a volte l′orecchio se gli giungesse anche un palpito di voce femminile. Era silenzio; ma dal silenzio nascevano mille suoni indefinibili, ma le avemarie si propagavano di chiesa in chiesa con un ondeggiamento fievole di malinconia. E come gli alberi intorno fiorivano  effluvii di donna per Tulespre innamorato!

Uscirono alla strada maestra: da′ lati le fratte si addormentavano sotto la polvere, e un biancicore dubbio stendevasi innanzi nella chiarità plenilunare; dalla macchia scura del branco qualche grugnito sommesso, poi le peste monotone, monotono il cantilenare dei carrettieri, lo scampanellare delle alfane [6] stanche, in quella immensa calma di frescura, di fragranza e di luce.

Ma il bosco fu traditore. Alla Fara quella mattina c′era un fischiettio di merli, un′allegria di frascheggiamenti, sotto il cielo tenero di turchesia ricamato dai fogliami; nelle gocciole della pioggia recente si rinfrangevano mille iridi vive.

E d′intorno, in lontananza, dalle alture di Petranico  agli oliveti di Tocco, la campagna selvaggia fumigava riamata dal sole.

– O Fiora! gridò Tulespre vedendola venire dietro le capre giù pe ′l viottolo tra due spalliere di melagrani, balda come una giovenca.

– Vo′ al fiume – rispose ella perdendosi con il branco nelle scorciatoie. E Tulespre udì i crepitìi dei rami stroncati, i belati brevi nella discesa, le voci, poi uno sprazzo, uno squillo, uno zampillo di canto.... Lasciò i porci al pascolo, e si cacciò per la china, là, come una belva in fregola.

Dall′umidità estuosa del terreno pullulava, scoppiava una forza giovine ed aspra di tronchi, di virgulti, di steli, simili a colonne di malachite, striscianti in basso, attorcigliantisi con spire di rettili, abbracciantisi in impeti di lotta per un′ occhiata di sole. Le orchidee gialle turchine vermiglie, i rosolacci sanguigni, i ranuncoli aurei screziavano tutta quella vivente verzura avida di umore; le edere, i caprifogli si slanciavano tra fusto e fusto, si stringevano in volute inestricabili d′intorno alle scorze; dai frutici chiusi le bacche pendevano a corimbi; ed era al vento una tempesta immensa, era come un respirare, un alenare di petti umani; e un effluvio agro di linfe si spandeva per l′ ombre; e in mezzo a quel trionfo di vita vegetativa squillavano altre due giovinezze, fremevano altri amori, passavano Fiora e Tulespre inseguendosi a precipizio verso la Pescara.

Giunsero in fondo, per mezzo alle fratte, ai bronchi, alle ortiche, ai canneti, con le vesti lacere, con mani e piedi sanguinanti, con i polmoni dilatati, tutti in sudore: un buffo di polviscolo acqueo li spruzzò d′improvviso. Il fiume là innanzi si frangeva contro i massi in un nembo di schiuma, in un meraviglioso nembo di bianchezza e di freschezza, sotto l′aridità disperata della montagna battuta dal solleone; l′acqua irrompente si apriva mille vie attraverso la pietra, tumultuava contro gli argini, spariva sotto a uno strato d′erbe secche facendolo, palpitare come il ventre di un anfibio sommerso, riappariva gorgogliante fra i giunchi, tumultuava ancora. Nelle rocce di sopra, a picco, non un filo di verde, non un lembo di ombra: erto, come solcate da arterie di argento, terribilmente belle ed ignude incontro al cielo.

Fiora si accostò avida e bevve. China su ′l greto, con il seno balzante, con la lingua all′acqua, nella curva della schiena e de′ lombi rassomigliava una pantera; Tulespre la involse tutta d′uno sguardo torbido di libidine.

– Baciami! – e il desiderio gli strozzava la voce in gola.

– No.

– Baciami...

Le prese la testa fra le palme, l′attirò a sé, e con li occhi socchiusi stette a sentirsi correre per le vene la voluttà di quella bocca umida premuta all′arida bocca sua.

– No – ripetè Fiora sguizzando in dietro, passandosi la mano sulle labbra come per toglierne il bacio. Ma tremava più d′una vetrice, ma nella carne turgida pel calore della corsa aveva le prurigini, ma la lascivia c′era nell′aria, c′era nel sole, c′era negli odori.

Una testa nera di capra sbucò sopra tra il fogliame guardando con le miti iridi gialle quel groppo vivo di membra umane. E la Pescara cantava.

 

DALFINO

Nella spiaggia lo chiamavano Dalfino; e il nomignolo gli stava a capello, perché dentro l′acqua pareva proprio un delfino, con quella schiena curvata dal remo e annerita dalla canicola, con quella grossa testa lanosa, con quel vigore sovrumano di gambe e di braccia che gli facea far guizzi e salti e tonfi da raccapriccire. Bisognava vederlo buttarsi giù con un urlo dallo scoglio de′ Forroni, come un aquilastro ferito all′ala, e poi ricomparire venti braccia più in là, fuor dell′acqua verde, con tanto d′occhiacci aperti contro il sole: bisognava vederlo! Ma forse era più bello su la paranza, aggrappato all′albero, mentre lo scirocco sibilava a traverso le funi e la vela rossa stava lì lì per stracciarsi e la tempesta mugghiava sotto che pareva se lo volesse ingoiare.

Non aveva né babbo né mamma: la mamma anzi l′aveva ammazzata lui, nascendo, in una notte d′autunno, vent′anni addietro; il babbo se l′era mangiato il mare; se l′era mangiato, una sera che il libeccio urlava come cento lupi e il cielo a ponente sembrava sangue. Da allora quella immensa distesa d′acqua ebbe per lui un fascino strano; ascoltava il fiotto come se c′intendesse qualche cosa, e gli parlava come un giorno parlava al padre, con impeti d′amore, con tenerezze infantili, che si espandevano in canzoni selvagge gridate a squarciagola o in lunghe cantilene piene di malinconia.

Lui è là giù a dormire – disse una volta alla Zarra – e ci vo′ andare anch′io. M′aspetta; lo so che m′aspetta, l′ho visto ieri...

L′hai visto? – disse la Zarra sgranando que′ due occhioni neri come la chiglia della paranza.

– Sì, là dietro la punta delle Seppie, che il mare pareva olio; e m′ha guardato, m′ha.

La ragazza ebbe un brivido di paura giù per le reni.

Ma che superba fiera era quella Zarra! Alta e diritta come un albero di trinchetto, con certe flessuosità da pantera, certi denti viperini, due labbra scarlatte, un petto che ficcava nel sangue la smania de′ morsi e faceva increspar la pelle delle dita, per San Francesco protettore !

Lei e Dalfino s′eran sempre voluti bene, fin da quando giocavan con la rena o davan noia a′ granchi o sguazzavan nell′acqua turchina; s′eran baciati mille volte in faccia al sole e al mare; e al sole e al mare avevan gittata mille volte la canzone della loro giovinezza.... Oh bella forte audace giovinezza temprata nell′acqua salsa, come una lama di acciaro !

 

La Zarra aspettava lui che tornassse, tutte le sere quando il cielo dietro la Majella si avvinazzava e l′acqua prendeva dei riflesssi violetti qua e là.

Le paranze apparivano a frotte, come uccellacci, alla punta delle Seppie, lontane lontane; ma quella di Dalfino filava innanzi, giù diritta, snella, con la vela rossa piena di vento, ch′era un amore: e Dalfino stava a prua fermo come una colonna di granito.

– Ohe! – gridava la Zarra. – Buona pesca?

Lui le rimandava la voce; i gabbiani si alzavano a stormi su dalle scogliere gridando; e da per tutta la spiaggia si spandeva il rumorio dei pescatori e l′odore del mare.

Ma l′odore del mare li ubriacava quei due. A volte stavano a guardarsi dentro gli occhi lungamente, come ammaliati, lei seduta su l′orlo della barca, lui disteso su le tavole del fondo a′ suoi piedi; mentre il flutto li cullava e cantava per loro, il flutto verde come un immenso prato a maggio mosso dal vento.

– O che ci hai negli occhi, Zarra, stasera? – susurrava Dalfino. – Lo giurerei, guarda; tu devi essere una di quelle maghe che stanno in alto mare, lontano, lontano, e sono metà, femmina e metà pesce, devi essere, che quando cantano si resta lì di sasso, e hanno i capelli vivi come le serpi, hanno.

Qualche giorno tu ridiventi maga, e salti nell′acqua, e mi lasci qui incantato.....

– Pazzo! – diceva lei co′ denti stretti e le labbra aperte, cacciandogli le mani dentro a′ capelli e tenendolo lì prostrato e fremente come un Leopardo in catene.

Il fiotto odorava più. che mai.

 

* *

 

Un′alba di giugno ci andò anche la Zarra alla pesca. Nell′aria bianca alitava una freschezza che metteva de′ brividi piacevoli nel sangue; tutta la spiaggia era nascosta da′ vapori. Ad un tratto un raggio forò la nebbia, come una saetta d′oro di un dio, poi altri raggi, un fascio di luce; e là filoni di scarlatto, chiazze di viola, falde tremolanti di roseo, sfiocchi scialbi di arancio, svolazzi di azzurro si fondevano in una stupenda sinfonia di colore. I vapori, come spazzati da una folata di vento, sparirono; e il sole folgorò, pari ad un grande occhio sanguigno, su ′l mare paonazzo da′ larghi e placidi ondeggiamenti. Folate di gabbiani gittavan gridi che parevano scrosci di risa umane, radendo l′acqua co ′l cenerino chiaro del loro volo.

La paranza andava bordeggiando, a spina –pesce, con delle guizzate improvvise, come fosse viva; a Levante, verso lo scoglio de′ Forroni, c′erano ancora de′ cirri color di carmino che parevano triglie. – Guarda – disse la Zarra a Dalfino che stava alla manovra con Ciatté guercio e col figliuolo di Pachiò, due ragazzacci neri e forti come il ferro – guarda le case li piccole piccole su lo spiaggione; somiglian quelle del presepio di comare « Gnese » a Natale.

– Già ! – mormorò il guercio ridendo.

Ma lui stette zitto: guardava i sugheri tondi sopra l′acqua turchina: si movevano appena.

– Che bel figliuolo ci ha comare « Gnese » eh? Zarra – disse finalmente con una leggera inflessione ironica nella voce, piantandole in viso que′ due occhiacci da pescecane.

La ragazza sostenne impavidamente lo sguardo arroventato, ma si morse il labbro di sotto.

– Sarà – disse con l′aria sbadata, volgendosi a guardare una frotta di gabbiani in cielo.

 

– È, via, è. E poi, che bel vestito da finanziere, con le striscie gialle e la penna al cappello e la daga !... Si me....

La Zarra s′era arrovesciata all′indietro voluttuosamente con erto il petto e le labbra semichiuse, mentre i capelli le svolazzavano al maestrale.

– San Francesco protettore! – mormorò fra i denti il povero Dalfino sentendosi rimescolare. – Vira, guercio, vira !

 

* *

Ma quel finanziere voleva proprio buscarsi una coltellata alla gola. Quando passava la Zarra, le diceva sempre una parolina galante arricciandosi i piccoli baffi biondi e mettendo il pugno su l′elsa della daga. Lei rideva; una volta si rivoltò indietro, anche.

– Il sangue è rosso! – diceva Dalfino con un′aria cupa di mistero, quando il figliolo di comare « Gnese » passeggiava superbamente con lo schioppo dietro la schiena, dinanzi alle paranze ancorate in fila.

E una sera, proprio l′ultima di luglio, una sera si vide davvero se il sangue era rosso, si vide.

Tramontava il sole in un′incendio di nuvoli; e l′afa stava sopra alla spiaggia come una cappa di metallo rovente; e venivano buffate di scirocco su ′l viso a tratti come lingue di foco, mentre la marea picchiava su le scogliere spumeggiando e sonando che pareva bastemmiasse. Lì di faccia alla Dogana spalmavano la barca nova di padrone Cardillo: l′odore del rame si propagava per tutta la sponda.

– L′ho rivisto, sai? Zarra – diceva Dalfino amaramente, sotto sotto il fianco della paranza che giaceva lì in secco come un capodoglio sventrato. – M′ha detto un′altra volta che aspetta; e io ci andrò. Tanto qui che ci faccio?

Contrasse la bocca ad un brutto sorriso; poi si ficcò la mano dentro a′ capelli, e ripetè:

– Tanto qui che ci faccio?

Nel cuore ci aveva la burrasca, povero Dalfino; in quel suo cuore forte come il granito degli scogli e largo quanto il mare. Era un misto di superstizione, d′odio, d′amore; l′onda paonazza l′attirava irresistibilmente, fatalmente, ma gli pareva che anche là sotto non avrebbe avuto pace senza la vendetta.

Oh Zarra, Zarra, anche Zarra gli avevano rubato !...

Stettero in silenzio ad ascoltare il fiotto e a fiutar l′odore del catrame; lei non aveva coraggio di dir una parola: era con l′occhio fosco, avvilita, immobile come una statua.

Povera paranzella mia! – mormorò Dalfino palpando al legno il nero fianco che aveva sfidate con lui cento tempeste senza rompersi mai. E negli occhi gli luccicavano le lacrime come a un bambino.

– Addio, Zarra; vado.

La baciò su la bocca; poi si diede a correre per la rena verso la Dogana, e il sangue gli s′era inferocito. Incontrò il finanziere proprio sotto la lanterna; gli si fece addosso come una tigre e lo sgozzò d′un colpo senza fargli dire neppur Gesummaria.

Poi mentre la gente accorreva, si gittò in mare contro i cavalloni furibondi, sparì, ricomparve lottante con quel suo vigore sovrumano; e lo videro ancora su la cima bianca de′ marosi, come un delfino, ricomparire, sparire, perdersi per sempre nel crepuscolo incerto, tra i fischi dello scirocco e le grida disperate di comare « Gnese »

FIORE FIURELLE

Che rosseggiare lussurioso di peperoni e di pomidori, al sole di luglio, tra la verzura folta, mentre Nara abbeverava i solchi arsicci cantilenando! L′acqua fresca spariva con un gorgoglìo di schiume dentro la terra arida: tutta quella plebe di piante, oppressa dall′afa enorme del meriggio, rilucente di riflessi metallici, bruciacchiata qua e là, rabbrividiva di piacere sentendo ascendere per tutte le fibre, dalle radici alle ultime cime, il succo trionfale; la canzone pigra di Nara vi si sperdeva dentro, sotto le larghe foglie flosce, tra le zucche simili a mostruosi teschi gialli, tra i poponi verdastri e i cocomeri lucidi come di smalto.

Nara, china, con la schiena al solleone, colla gonna bianca, pareva una pecora, da lontano; ma quando si rizzò su, tutta, parve una bella femmina fiorente di salute in mezzo alla rifioritura violetta dei ramolacci. Cantava più forte: il petto pregno di latte le ondeggiava in un alenare largo e profondo; rossa nella faccia, ombrata dalla pezzuola sgargiante, e su il rossore due grandi occhi grigi, sereni più di quelle infinite lontananze estive, sereni più di quelle immense azzurrità adriatiche dove le vele arance sciamavano. Il canto fluiva limpidamente per la calma meridiana: era una scaturigine selvatica e fresca di note...

Fiore de line,

lu line ca le fa lu fiore chiare;

la donne ci ji tesse lu panne fine.

Tutto l′orto d′intorno e il campo di fave e l′aia accanto risonavano; il grecale alitante dal mare invadeva quell′altro piccolo mare verde, con un fruscio odoroso; più sopra, Francavilla dal gentile profilo moresco, candida, in una gloria di sole, intarsiata sul fondo azzurro del cielo.

Malamore, che era a mietere sotto l′arsura crudele, riconobbe la voce della sua donna, e stette in ascolto: pensava al refrigerio di una bella fetta di cocomero diaccio, a un′allegria di risa là nell′aia fra le ruote de′ tacchini, al borbottìo del bimbo brancicante in un canestro di ciliege mature...

E il canto:

Fiore de mende,

senza la mende nen ze po ′mmendare;

senza l′amande n′nzepo fa′ l′amore!

Cincinnato

Non era alto di statura; smilzo, flessibile come un giunco; con una testa leonina leggermente inclinata a sinistra, coperta da una selva selvaggia′ di capelli castagni che gli scendevano fin sulle spalle a riccioli, a bioccoli, talora ondeggianti al vento come una criniera. Portava la barba alla nazarena, incolta anch′essa, piena di pagliuzze; gli occhi li teneva sempre a terra: si guardava la punta dei piedi scalzi. Quando li sgranava in viso a qualcuno, sgomentavano: c′era dentro qualche cosa di strano, indefinibile; fissi, alle volte parevano quelli di un ebete: in certi battiti improvvisi parevan quelli di un febricitante; a volte facevano pensare all′acqua verdastra di un fossato, inerte, senza riflessi; a volte, al guizzo lucido di una lama di Toledo.

Portava una vecchia giacca rossiccia su la spalla, come un mantelletto spagnuolo, con un′aria spavalda che aveva però un non so che di elegante e di signorile. Lo chiamavano Cincinnato; dicevano pure che gli mancasse pivi di un venerdì; poi parlavano vagamente di un amore tradito, di una coltellata, di una fuga...

Quando lo conobbi, nel settantasei, io aveva tredici anni;^ mi piaceva. Nelle ore calde di estate, quando la gran piazza deserta era inondata dal sole, e su le lastre roventi non si vedevano che due o tre cani randagi, e solo giungeva monotono, uggioso, stridente il rumore della rota di Bastiano arrotino, io dietro la persiana socchiusa stavo delle mezz′ore a guardarlo. Egli passeggiava lentamente sotto il meriggio, con un′aria di gran signore annoiato; a volte si avvicinava ai cani adagino adagino, come per non farsi scorgere; raccoglieva un sasso e lo gittava leggermente tra loro; poi si voltava dall′altra parte facendo l′indiano. I cani allora gli si accostavano scodinzolando; lui rideva di un riso infantile a piccoli scoppii, tutto felice. E ridevo anch′io.

Un giorno mi feci coraggio; quando fu sotto la mia finestra, misi fuori il capo e gridai:

– Cincinnato! – Egli si voltò rapidamente, mi vide, e sorrise: allora colsi un garofano da un vaso e glielo gittai. Da quel giorno fummo amici.

Mi chiamava il ricciutino. Una sera di sabato stavo solo sul ponte a veder rientrar le barche pescherecce. Era un magnifico tramonto di luglio, pieno di nuvole scarlatte e dorate; il fiume verso il mare aveva dei lampeggiamenti e dei tremolìi vivissimi; dalla parte dei colli le rive lo facevano verde gettandovi entro i loro alberi: selvette di canne, mucchi di giunchi, tende di pioppi altissimi le cui cime parevano dormire nell′aria infocata. Le barche si avanzavano alla foce lentamente con le grandi vele arance, rosse, a strisce, a rabeschi neri; due erano già ancorate e scaricavano la pesca; giungeva a buffi un vocìo di marinai e un odor fresco di scoglio.

A un tratto nel voltarmi mi vidi dinanzi Cincinnato tutto in sudore, che aveva la destra dietro la schiena come per nascondermi qualcosa, e sulle grosse labbra accese il suo solito risolino di ragazzo burlone.

– Oh, Cincinnato!... – diss′io stendendogli la mia manina bianca, in festa.

Egli si avanzò di un passo e mi porse un bel mazzo di papaveri fiammanti e di spighe d′oro. [7]– Grazie, grazie! Come son belli! – esclamai prendendoli. Lui si asciugò con la mano il sudore che gli colava giù per la fronte; poi si guardò le dita bagnate; poi guardò me, e rise.

^ I papaveri sono rossi e stanno in mezzo al grano giallo, lì nel campo; e io li ho visti, e li ho presi, e te li ho portati, e tu hai detto: Belli!... E Cincinnato li ha presi nel campo... e c′era il sole, c′era′... come il foco...

Parlava così, sommessamente, a pause. Faceva uno sforzo a seguire il filo dell′idea; gli comparivano nella mente cento imagini confuse; ne afferrava due, tre, le meno leggere, le più colorite; poi le altre volavano.^ Questo gli si vedeva negli occhi. Io lo guardavo curiosamente: mi pareva bello. Se ne accorse sùbito e voltò il capo dall′altra parte, verso le barche.

– La vela!... – disse pensieroso. – Sono due: una sopra e una sotto, nell′acqua...

Pareva non capisse che quella di sotto era il riflesso. Cercai di spiegarglielo alla meglio; lui mi stava a sentire incantato, ma probabilmente non intese. Mi rammento che lo colpì la parola diafano.^

– Diafano!... – mormorò stranamente, e sorrise; poi tornò a guardar le vele.

Una foglia di papavero cadde nel fiume. La seguì con lo sguardo fin che potè.

– Quella va lontano lontano lontano!... – disse malinconicamente con un accento indescrivibile, come se quella foglia gli fosse stata cara.

– Di che paese sei? – gli domandai dopo un momento di silenzio.

Si voltò dalla parte opposta dove il cielo era diventato di berillo, purissimo. Le montagne violacee si disegnavano sull′orizzonte proprio come "un ciclope supino". Più in là, sul fiume, s′allungava il ponte di ferro tagliando il cielo a piccoli quadri; in fondo, sotto il ponte, il verde degli alberi s′era oscurato. Dalle caserme veniva un rumorìo confuso di gridi, di risa e di squilli.

– Avevo la casa bianca, avevo; e accanto l′orto grande, e c′erano i peschi dentro; e veniva Tresa a veglia, veniva... Bella!... gli occhi... Bella Tresa! Ma lui...

Si fermò bruscamente; di certo un pensiero buio gli iivcva attraversato il cervello; i suoi occhi erano diventati cupi. Poi si rasserenò, mi fece un inchino profondo, e allontanandosi canterellava:

Amor′ amor′ acctùccheme ′ssa rame..}

Dopo lo rividi spessissimo; quando passava nella via lo chiamavo sempre per dargli del pane.^ Una volta gli offersi certi soldarelli che m′avea dati la mamma: lui si fece serio, li respinse con un gesto sdegnoso, e mi voltò le spalle. La sera l′incontrai fuori di Porta Nuova;^ mi avvicinai; gli dissi: – Cincinnato, perdonami! – Si mise a fuggire come un orsacchiotto inseguito, perdendosi tra gli alberi.

Ma la mattina dopo aspettò alla porta di casa ch′io uscissi, e mi porse tutto sorridente e peritoso un bel mazzo di margheritone. Aveva gli occhi umidi e gli tremavano le labbra, povero Cincinnato!

Un′altra volta, sugli ultimi di agosto, stavamo seduti tutti e due in fondo al viale, e il sole era già morto dietro i monti. Per la vasta campagna addormentata si sentivano a tratti delle voci lontane lontane, dei rumori indistinti; verso il mare si stendeva il lembo cupo della pineta; la luna color di rame saliva nel cielo fra le nubi fantastiche, lentamente.

Egli guardava la luna mormorando con un accento infantile: – Ecco, ora si vede ora non si vede; ora si vede ora non si vede.

Poi pensò un momento.

– La luna!... Ha gli occhi e il naso e la bocca come un cristiano; e ci guarda; e chi sa che pensa, chi sa...

Si mise a canterellare una canzonetta castellammarese dalle lunghe cadenze malinconiche, una di quelle canzoni che risuonano su pe′ nostri colli nei vespri fiammanti d′autunno, dopo la vendemmia. In lontananza si vedevano avvicinarsi rapidamente i due fanali del vapore, nell′ombra, come due grandi pupille sbarrate di un mostro. Il treno passò rumoreggiando e fumando; si udì il fischio acutissimo sul ponte di ferro; poi la calma tornò nella immensa campagna scura.

Cincinnato s′era alzato da sedere.

– Va va va – esclamò – lontano lontano, nero, lungo come il drago, e ha il fuoco dentro che ce l′ha messo il demonio, ce l′ha messo!...

Ho sempre vivo nella fantasia l′atteggiamento della sua persona in quell′istante.

L′apparizione improvvisa del vapore in quel silenzio profondo della natura lo aveva colpito. Restò pensieroso per tutta la via.

Un bel pomeriggio di settembre andammo al mare. L′acqua infinita d′un azzurro carico staccava magnificamente sull′orizzonte opalino aggraziato da un po′ di lacca; le barche pescherecce andavano a coppie; parevano grandi uccelli ignoti, dalle ali gialle e vermiglie. Poi dietro a noi e lungo la riva le dune fulve; poi, in fondo, la macchia glauca del saliceto.

– Il mare grande, turchino! – diceva lui sommessamente, quasi parlando a sé stesso, con un accento in cui si sentiva l′ammirazione e il terrore. – Grande grande grande, e ci sono i pesci che mangiano gli uomini; e c′è l′Orco dentro la cassa di ferro, c′è, che grida sempre e nessuno lo sente e non può uscire; e di notte passa la barca nera che chi la vede muore...

Poi si fermò; si accostò alla riva per modo che le piccole onde bianche venivano a lambirgli i piedi. Chi sa che passava per quella povera mente malata! Vedeva dei lembi di mondi lontani e luminosi, vedeva dei viluppi di colori, qualche cosa di vasto, di sterminato, di misterioso; e la ragione gli si perdeva dietro quei fantasmi vani.

Le sue frasi sconnesse, ma quasi sempre pittoresche, lo lasciavano indovinare.

Al ritorno, per un buon tratto di strada non pronunziò parola: io lo guardavo, lo guardavo, e il cuore mi diceva tante cose strane.

– Tu hai la mamma, a casa, che t′aspetta e ti bacia susurrò finalmente con un filo di voce, e mi prese la mano.′

Il sole tramontava limpidamente dietro i monti; il fiume era pieno di riflessi.

– E la tua dove l′hai? – gli chiesi io che quasi mi scappavano le lacrime dagli occhi.

Egli vide due passeri posati sulla via; raccolse un sasso, fece l′atto di prender la mira, come se avesse avuto un fucile tra le mani, e lo scagliò lontano. I passeri volarono via come saette.

– Vola! vola! – esclamava egli seguendoli con l′occhio nel cielo di perla e ridendo forte. – Vola! vola!...

Ma da parecchi giorni avevo notato in lui un cambiamento; pareva avesse continuamente la febbre addosso; correva pei campi come un puledro, finché non cadeva sfinito anelante sul terreno; stava delle ore intere accoccolato per terra, immobile, con gli occhi senza sguardo, in faccia al sole rovente di mezzogiorno. Poi, verso sera, si gittava su la spalla la vecchia giacca rossiccia e passeggiava in piazza con l′aria di un grande di Spagna, a passi lunghi, lentamente. Mi sfuggiva, non mi portava più né i papaveri, né le margheritone; ed io soffrivo. Dicevano bene le donnaccole:^ quell′uomo lì mi aveva stregato. Ma una mattina gli andai incontro risolutamente; egli non alzò gli occhi e si fece rosso come il fuoco.

– Che hai? – chiesi io eccitato.

– Nulla.

– Non è vero.

– Nulla.

– Non è vero.

Mi accorsi che guardava dietro di me con le fiamme negli occhi. Mi voltai: ferma su la soglia di una bottega stava un bel pezzo di ragazza popolana.

– Tresa!... – mormorò Cincinnato impallidendo. Capii tutto: il poveretto credeva di rivedere in quella donna la sirena del suo paese, che gli aveva sconvolta la mente!

Due giorni dopo s′incontrarono in piazza. Lui le si avvicinò sorridendo e le susurrò: – Sei bella più del sole! – Lei gli avventò uno schiaffo.

C′eran de′ monelli intorno, che cominciarono a sghignazzare e a dar la baia a Cincinnato rimasto lì solo, sbalordito, bianco come un cencio lavato. Volaron de′ torsoli: uno lo colse nella faccia. Si avventò ai ragazzacci mugghiando come un toro ferito; ne afferrò uno, e lo sbatacchiò a terra come un sacco di cenci.

Io lo vidi passare sotto la mia finestra ammanettato, tra due carabinieri, con il sangue che gli colava a fiotti dal naso giù per la barba, curvo, annichilito, tremante, sotto gli insulti del popolino. Lo seguii con gli occhi pieni di lacrime.

Ma il monellaccio fortunatamente se l′era cavata con i|ualche ammaccatura; ed egli uscì di prigione di lì a due giorni.

Povero Cincinnato! non si riconosceva più. Era diventato cupo, diffidente, rabbioso. Lo vedevo qualche volta, la sera, scantonare lesto lesto, come un mastino, per certe viuzze sudice e buie.

Poi, una bella mattina di ottobre, piena di cobalto e di sole, lo trovarono sul binario vicino al ponte, sfracellato che pareva un mucchio di carname sanguinoso. Una gamba tagliata di netto era stata trascinata dalle ruote della locomotiva venti passi più in là; la testa senza mento, con il sangue aggrumato ne′ capelli, aveva i due occhi verdastri sbarrati che facevano paura.

Povero Cincinnato! Avea voluto veder più da vicino il mostro che va va va – diceva lui – lontano lontano, nero, lungo come il drago, e ha il fuoco dentro che ce l′ha messo il demonio.

Lazzaro

Stava lì ritto fuori della baracca, mezzo inebetito, insaccato nella maglia sudicia che gli faceva le grinze giù per gli stinchi sottili; guardava la campagna squallida, taciturna, rattristata da qualche scheletro d′albero erto fuori delle nebbie basse, sotto l′umidità angosciosa del cielo; guardava, e dentro gli occhi ci aveva un brutto luccicore di fame: la baracca coperta di tendoni molli di pioggia, lì accanto nella penombra, sembrava una bestia enorme tutta d′ossa e di pelle rientrata.

Non aveva mangiato da un giorno; gli ultimi bocconi di pane se li era ingoiati la mattina il figliolo, quel mostriciattolo umano dal cranio calvo e rigonfio come una zucca enorme; lui il ventre l′avea vuoto più della grancassa su cui picchiava disperatamente perché la canaglia accorresse a pagargli un soldo per quel miracolo di figliolo. Ma non si vedeva anima viva; e il bimbo se ne stava là dentro gittato su un mucchio di panni cenciosi, con le piccole gambe raggricchiate, tutto testa, battendo i denti nel ribrezzo della febbre, mentre i rimbombi gli davano spasimi alle tempie.

Dal cielo scuro veniva giù un′acquerugiola fine, incessante, rabbiosa, che s′infiltrava da per tutto, che arrivava alle midolle, che metteva il malessere nel sangue.

I colpi della grancassa per quella immensa tristezza di crepuscolo autunnale si perdevano senza eco, e Lazzaro picchiava picchiava, lì, ritto, livido, irrigidito, ficcando nell′ombra gli occhi come per divorarvi qualche cosa, tendendo l′orecchio fra un colpo e l′altro se mai gli giungesse anche un urlo d′ubriaco. Si voltò due o tre volte a guardare quell′ignobile straccio di carne vivente, che alenava [8] là per terra, e s′incontrò in uno sguardo supremo di dolore.

Non si vedeva nessuno. Da un vicolo scuro sbucò l′ombra di un cane; passò lesto dinanzi, a coda bassa; poi si fermò dietro la baracca a rosicchiare un osso trovato chi sa dove. La grancassa taceva; folate di vento mulinavano le foglie morte, sotto la querce: poi silenzio, e nel silenzio il rosicchiamento del cane, lo sgocciolare dell′acqua, a tratti il rantolo chiuso del bimbo, rantolo come di una strozza [9] tagliata.

Campane

Marzo gli aveva dato il mal d′amore, a Biasce! [10] Da due o tre notti non gli riusciva di chiuder occhio: provava formicolìi, ardori, punture per tutto il corpo, come se fuor della pelle da un momento all′altro gli dovessero irrompere germogli e rampolli e bocciòli di rose salvatiche a migliaia. In quel fondo di cuccia [11] ci entrava, non si sa da che parte, un odore nuovo, un odore fresco ed aspro di linfe in fermentazione, di marruche [12] giovini, di mandorli fioriti... Per Santa Barbara protettrice, l′ultima volta che l′avea veduta se ne stava proprio abbracciata a un mandorlo Zolfina, e guardava due ali di paranze in alto mare, e sopra il capo ci aveva quell′allegria di biancicore odoroso pispigliante nel sole, e d′intorno ci aveva la fioritura cilestra del lino a onde e negli occhi ci aveva due belle pervinche aperte, e ci doveva avere i fiori anche dentro al cuore!

Biasce, lì nella cuccia, ripensava a tutta quella luce e a tutto quello zampillìo di vita primaverile smaniando; e laggiù la linea estrema dell′Adriatico si illustrava timidamente alle prime occhiate dell′alba, quando egli si alzò e si arrampicò per la scala di legno fino ai nidi delle rondini, in vetta al campanile.

Nell′aria fluttuavano delle voci strane, indistinte, come degli aneliti fuggevoli, dei respiri di foglie, dei crepitìi di rame vive, dei frulli d′ale; le case accovacciate dormivano ancóra, la pianura era ancóra nel dormiveglia sotto una cortina di nebbie leggiere e qua, là, sopra quell′immenso lago stagnante, si dondolavano gli alberi alla brezza: in fondo, le colline violacee attenuantisi in una sfumatura tenerissima, fuse con l′orizzonte cinereo; dinanzi, il mare come una striscia di acciaio luccicante, con qualche vela scura nell′ombra; e poi su tutto una serenità fresca e diafana di firmamento ove gli astri impallidivano ad uno ad uno.′

Le tre campane immobili, con i loro vacui ventri di bronzo rabescato, aspettavano che il braccio di Biasce le facesse vibrare trionfalmente all′aure mattutine.

E Biasce prese le funi. Al primo rintocco la campana maggiore, la Lupa, ebbe un fremito profondo; la larga bocca si dilatò, si restrinse, si dilatò ancóra: un′ondata di suono metallico, seguita come da un lungo ululo, si rovesciò su′ tetti, si propagò col vento per tutto il piano, per tutta la marina. E i rintocchi s′incalzavano, s′incalzavano: il bronzo pareva animato, pareva un mostro pazzo di collera o d′amore, oscillava spaventosamente affacciandosi a destra, a sinistra, fra un′apertura e l′altra, gittando due note cupe, ampie, legate da un rimbombo continuo, rompendo ritmo a un tratto, accelerando il moto sino a fondersi in un tremolìo armonico di cristalli, allargandosi a distesa solenne. I campi sotto si svegliavano ai fiotti sonori, ai fiotti crescenti della luce; le nebbie fumavano, s′indoravano dileguandosi a poco a poco nella chiarità mattinale; le colline si facevano color di rame... Ed ecco un altro suono, il rintocco della Strega, stridulo, rauco, fesso come un latrato rabbioso contro l′ululo di una belva; ed ecco il martellìo celere della Canterina, un martellìo gaio, schietto, squillante, petulante, come una grandinata sur una cupola di cristallo; e poi ancóra gli echeggiamenti lontani degli altri campanili destati: il campanile di San Rocco, laggiù, quello rossiccio, nascosto tra le querci; il campanile di Santa Teresa, quell′immane pan di zucchero traforato; il campanile di San Franco; il campanile del convento... dieci, quindici bocche metalliche vibranti il varissimo, giocondo, sano inno domenicale su la campagna trionfante di luce.

Biasce quei frastuoni lo ubriacavano. Bisognava vederlo quel monellacdo ossuto e nervoso con quella gran cicatrice rossastra su la fronte, anelante, dimenar le braccia, aggrapparsi alle funi come una scimmia, farsi sollevare dalla forza prepotente della sua Lupa, arrampicarsi fin su la loggetta per dar gli ultimi tocchi alla Canterina tra il fremito cupo degli altri due mostri domati.

Lassù egli era re. Le edere rigerminanti salivano pel vecchio muro scrostato con un impeto di giovinezza; si attorcigliavano alle travi della tettoia come a tronchi vivi; coprivano i mattoni vermigli d′una tenda di piccole foglie cuoiose, lucide, simili a laminette di smalto; pendevano giù per le larghe aperture come sottilissimi rettili in germoglio; assaltavano le tegole allegre di nidi: vecchi e nuovi nidi già cinguettanti di rondini in amore. Lo chiamavano matto, Biasce; ma lassù egli era re e poeta. Quando il cielo sereno si incurvava su la campagna fiorente, e l′Adriatico s′empiva d′occhi di sole e di vele arance, e le vie tumultuavano di lavoro, egli se ne stava lì in cima al suo campanile, come un falcacelo [13] selvatico, nell′ozio, con l′orecchio appoggiato a un fianco della Lupa, della sua bella e terribile fiera che una notte gli avea spezzato la fronte; e la percoteva a tratti con le nocche, ascoltandone le lunghe vibrazioni deliziose. La Canterina lì accanto luccicava ch′era una galanteria, tutta a rabeschi e a cifre, con l′imagine di Sant′Antonio in rilievo; la Strega, più in dentro, mostrava il vecchissimo ventre solcato per il lungo da un crepaccio e i labbri sgretolati.

 Che fantasticherie, che ghirigori di sogni bizzarri su quelle tre campane! che liriche piene di passione e di desiderii! e come l′imagine di Zolfina emergeva bella e gentile fuor da quel mare d′onde sonore nei mezzogiorni fiammanti, o si dileguava nei vespri quando la Lupa prendeva quel tono di malinconia stanca e rallentava le squille languidamente fino a morire!

Un pomeriggio d′aprile s′incontrarono nella bassura verde piena di margheritone, lì dietro ai noci della Monna, che il cielo era d′opale in alto e a ponente violetto a chiazze. Lei segava l′erba per la vacca pregna, canterellando: l′odore della primavera le saliva alla testa dandole la vertigine come il fumo del mosto in ottobre. Una volta, nel chinarsi, la gonna le strisciò sulla carne nuda, lievemente; pareva una carezza: eOa socchiuse gli occhi dal piacere.

Biasce veniva avanti dondolandosi, con il berretto all′indietro e un mazzolino di garofani su l′orecchio. Non era brutto Biasce: aveva due occhi grandi, neri, pieni di una tristezza selvaggia, quasi di nostalgia, occhi che rammentavano quelli delle belve in schiavitìi; e poi nella voce aveva un incanto, qualche cosa di profondo, come di non umano: certe modulazioni, certe flessibilità, certe morbidezze a lui erano sconosciute; là, tra le sue campane, in quella grande aria, in quella gran luce, in quella gran solitudine aveva appreso un linguaggio pieno di sonorità, pieno di note metalliche, di asprezze improvvise, di cupezze gutturali.

– O Zolfina, che fate?

– Faccio fieno per la mucca di compare Mecchele, faccio – rispose la bionda ancóra china, col seno palpitante, a raccoglier l′erba segata.

– O Zolfina, e quest′odore lo sentite? io ero in cima al campanile, ero, a guardar le paranze, che tira vento di greco a mare; e voi siete passata di sotto, che cantavate fiore d′erbette... cantavate.

Si fermò perché si sentì la gola chiusa a un tratto; stettero in silenzio tutt′e due ad ascoltare il fruscio vasto dei noci e la maretta lontana.

– Volete che vi aiuti? – ruppe finalmente Biasce pallido pallido, chinandosi anche lui su l′erba, cercando livido tra quella freschezza voluttuosa di vegetazione le mani di Zolfina ch′era diventata di bragia.

Due bei lucertoloni in caldo traversarono il prato a saetta, nascondendosi fra le marruche [14] della siepe.

Biasce le afferrò un braccio.

– Lasciami! – mormorò la povera bionda con la voce che le veniva meno. – Lasciami, Biasce!

Poi gli si strinse addosso, e si lasciò baciare, e rispose ai baci, e diceva:

– No! no! – porgendogli le labbra, quelle due labbra rosse ed umide come drupe [15] di corniolo.′

Il loro amore cresceva col fieno, e il fieno s′alzava, s′alzava, ondoso: e tra mezzo a quella marea verde, Zolfina, ritta, con la pezzuola rossa legata alle tempie, pareva un bel rosolaccio [16] lussureggiante. Che gioia di stornelli sotto i filari bassi di meli e di mori bianchi, lungo i frutici densi di nespoli e di caprifogli, in mezzo ai campi gialli di cavoli in fiore, mentre la Canterina lì da Sant′Antonio faceva delle variazioni così allegre che sembrava una gazza innamorata!

Ma una mattina che Biasce aspettava alla Fontaccia con un bel mazzo di violacciocche còlte allora, Zolfina non venne, perché s′era messa a letto con la febbre del vaiolo nero.

Povero Biasce, quando lo seppe si sentì diacciare il sangue, barcollò peggio di quella notte ch′ebbe la fronte spaccata dalla Lupa. Eppure dovette salire sul campanile e stroncarsi le braccia a tirar le funi, lui, con la disperazione nel cuore, lui, fra i clamori della domenica delle Palme, fra un′allegria insultante di sole, di rami d′olivo, di drappi vistosi, di nuvoli d′incenso, di canzoni e di preghiere, mentre la sua povera bionda chi sa che spasimi, Vergine benedetta, chi sa!

Furono giorni tremendi. Quando si faceva buio, egli gironzava intorno alla casa della malata, come uno sciacallo d′intorno a un cimitero; si fermava a tratti sotto la finestra chiusa, illuminata dentro, con gli occhi gonfi di lacrime, guardando le ombre passare sui vetri, tendendo l′orecchio, reprimendosi forte con la mano il petto rotto dagli aneliti; poi seguitava i giri come fuor di sé, o correva a rifugiarsi su la loggetta. Là le lunghe ore della notte, accanto alle campane immobili, prostrato dall′ambascia enorme, bianco più di un cadavere: non un′anima viva nelle strade sotto, piene di luna e di silenzio; il mare tristo biancicante in distanza, rompente con un romorio monotono alle spiagge deserte; sopra, l′azzurro crudele.

E Zolfina era in agonia sotto quel tetto laggiù che si vedeva appena appena, distesa sul letto, muta, col viso nerastro da cui colavano grumi di materie marciose, muta, mentre il lume impallidiva nell′albore crepuscolare e il bisbiglio delle preghiere rompeva in uno scoppio di singulti. Sollevò il capo biondo due o tre volte, penosamente, come se volesse parlare, ma le parole le restavano nella gola, ma l′aria le fuggiva, ma le fuggiva la luce; boccheggiò co′ rantoli fiochi di un agnello sgozzato; poi lì, diaccia.

Biasce l′andò a vedere, la sua povera morta. Guardò istupidito con occhi vitrei la bara tutta olezzante di fiori freschi tra cui si allungava quello sfacelo di carni giovini, quel putridume di umori fermentanti già sotto la candidezza del lino. Guardò per un istante, confuso nella folla; poi uscì, poi tornò al covile, salì a mezzo la scala di legno, prese la corda della Canterina, fece un nodo scorsoio, ci ficcò dentro il collo e si abbandonò penzoloni nel vuoto.

Agli sguizzi dell′impiccato, pel silenzio del Venerdì Santo, la Canterina vibrò cinque o sei squille improvvise, gaie, argentine, con un luccichio vivo, suscitando un volo di rondini dalla tettoia nel sole. 

Toto

Quest′altro era una specie d′orsacchiotto, forse disceso giù al piano da qualche forra [17] querciosa della Maiella, con quel viso sudicio, con quei capellacci neri ispidi sulla fronte, con que′ due occhiettini tondi, giallastri come il fiore dell′edera, che non istavano mai fermi.

Alla buona stagione scorrazzava pe′ campi rubando le frutta agli alberi, o cogliendo le more per le siepi, o tirando le sassate ai ramarri sopiti nel sole. Gittava certi piccoli gridi rauchi, strozzati, che rammentavano il mastino^ quando uggiola in catene nell′afa de′ meriggi d′agosto, o il borbottìo incomprensibile di un bimbo in fasce. Era muto, povero Toto!...

Gli avevan tagliata la lingua i briganti. Allora pascolava le mucche del padrone nelle bassure piene di trifogli rossi e di lupinella, sonando il suo piffero di canna′ e guardando le nuvole fumanti intorno alle vette′′ o il volo delle anitre salvatiche cacciate dalla bufera. Un vespro di estate, mentre lo scirocco tormentava le querci e la Maiella vaniva in mezzo ai vapori violacei fantasticamente, venne il Moro con due altri, e gli presero la mucca chiazzata, e a lui che gridava gli tagliarono un pezzo di lingua, e il Moro disse: – Va e racconta, figlio d′un boia!

Toto ritornò a casa barcollando, agitando le braccia, con il sangue che gli usciva dalla bocca a fiotti. Si salvò per miracolo; ma se ne ricordava sempre del Moro, e un giorno, quando lo vide per la strada ammanettato in mezzo ai soldati, gli tirò una sassata nella schiena e fuggì via sghignazzando.

Dopo lasciò quella vecchia di sua madre nella capanna gialla sotto il leccio, e fece il vagabondo, scalzo, sudicio, sbertato dai monelli, pieno di cenci e di fame. S′era fatto anche cattivo: alle volte, sdraiato al sole, godeva a far morire lentamente una lucertola presa ne′ campi o una bella cetonia [18] dorata. Quando i ragazzi gli davano noia, grugniva come un cinghialotto assediato da un branco di cani. Alla fine ne picchiò uno brutalmente; e da quel giorno lo lasciarono stare.

Ma c′era Ninnì che gli voleva bene, la sua buona, la sua bella Ninnì, una bambina magra, tutt′occhi, con il viso pieno di lentiggini e un ciuffo di capelli biondicci sulla fronte.

S′erano visti la prima volta lì sotto l′arco di San Rocco: Ninnì, accoccolata in un canto, divorava un tozzo di pane; Toto, che non n′aveva, stava a guardarla cupidamente e si leccava le labbra.

– Ne vuoi? – gli disse la bambina con un fil di voce, sollevando que′ suoi occhioni chiari come il ciel di settembre. – Ne ho qui un altro pezzo.

Toto s′accostò sorridendo e prese il tozzo. Mangiavano tutt′e due in silenzio; tre o quattro volte s′incontrarono a guardarsi, e sorrisero.

– Di dove sei, tu? – susurrò Ninnì.

Lui co′ segni le fece capire che non poteva parlare, e aprendo la bocca mostrò un mozzicone nerastro di lingua. La bambina volse gli occhi dall′altra parte con un atto indescrivibile di orrore. Toto le toccò il braccio leggermente e aveva le lacrime agli occhi, e forse voleva dirle: «Non far così; non andar via anche te; sii buona!...» Ma gli uscì dalla gola un suono strano che fece dare un balzo alla povera Ninnì.

– Addio – diss′ella fuggendo.

Poi si rividero, e parevano fratello e sorella.

Stavano insieme al sole, seduti. Toto posava la sua grossa testa bruna sulle ginocchia di Ninnì, e socchiudeva gli occhi dal piacere, come un gatto, quando la piccina gli cacciava le manine dentro ai capelli, raccontando sempre la novella del Mago e della figlia del Re.

– C′era una volta un regnante che aveva tre figlie; e la più piccola si chiamava Stellina e aveva i capelli d′oro e gli occhi di diamante, e quando passava tutti dicevano: Ecco la Madonna! e s′inginocchiavano. E un giorno, mentre coglieva i fiori nel giardino, vide un bel pappagallo verde sopra un albero...

Toto, cullato da quella voce carezzevole, chiudeva gli occhi e si addormentava sognando di Stellina; poi le parole uscivano dalla bocca di Ninnì più lente, più sommesse, e cessavano a poco a poco. Il sole involgeva quel mucchio di cenci in una ondata calda di luce.

Passarono così molti giorni spartendo le elemosine, dormicchiando stil lastrico, correndo per la campagna tra le vigne cariche d′uva a rischio di buscarsi una schioppettata da un contadino.

Toto pareva felice: alle volte si pigliava la bambina su le spalle a cavalluccio, e via a corsa freneticamente, saltando i fossatelli, i cespugli, i mucchi di concime, finché tutto rosso come la bragia si fermava sotto un albero o in mezzo ad un canneto, con uno scroscio di risa. Ninnì sbalordita rideva anche lei; ma se gli occhi le cadevan per caso sul mozzicone di lingua agitantesi dentro quella bocca nella convulsione del riso, sentiva un brivido di ribrezzo fin nelle midolle.

Spesso il povero muto se n′accorgeva e n′era afflitto per tutto il resto della giornata.

Ma com′è dolce ottobre!... Le montagne brune in lontananza staccavan nette sul fondo chiaro, tutto biacca e verde, velato da una lievissima sfumatura di viola che su su si andava perdendo con delle tenerezze indescrivibili per entro all′oltremare diffuso dell′alto. Ninnì dormiva colla bocchina aperta, sul fieno; e Toto le stava accanto, accoccolato, a guardarla. C′era lì a pochi passi una siepe di canne secche e due vecchi ulivi dai tronchi forati. Da quel lato com′era più bello il cielo visto a traverso le canne bianche e le foglie cineree degli ulivi!

Il povero muto pensava, pensava chi sa che strane cose. Forse a Stellina? Forse al Moro? Forse alla capanna gialla, sotto il leccio, dove una vecchia sta sola filando e aspetta invano? Chi sa!

L′odore del fieno gli dava una specie di ebrezza: sentiva nel sangue come dei formicolìi, dei piccoli fremiti, delle vampe che salivano fino al capo e vi accendevano imagini, fantasmi, profili luccicanti e dileguantisi in un momento. Avete visto mai bruciare un lembo di stoppia? I corti fili di paglia, appena li tocca la fiamma, brillano, rosseggiano, si torcono, scoppiettano, e restano lì cenere inerte, mentre l′occhio ne cerca ancóra il bagliore.

Ninnì respirava tranquillamente, con la testa rovesciata un po′ all′indietro. Toto prese una pagliuzza e le solleticò la gola; la bambina, sempre con gli occhi chiusi, fece l′atto di scacciare una mosca lamentandosi lievemente. Il muto s′era fatto indietro e rideva, con una mano su la bocca per non farsi sentire; poi s′alzò, corse Il cogliere certi fioracci bianchi lì dal ciglione, li sparse tl′intorno, e si chinò su Ninnì tanto da sentirsene l′alito caldo nel viso; si chinò ancóra più, ancóra più, ancóra più, lentamente, come affascinato; chiuse gli occhi e le baciò la bocca. La bambina a quel contatto gittò un grido svegliandosi, ma vide Toto che stava lì ancóra con gli occhi chiusi, tutto rosso in faccia, e rise.

– Matto! – disse con quella sua vocetta che alle volte aveva delle note di mandolino.

Poi stettero lì ancóra dell′altro a rivoltolarsi sul fieno.

Una domenica di novembre, sul mezzogiorno, stavano sotto l′arco di San Rocco. Dal turchino chiaro del cielo il sole inondava le case di una luce morbida, bionda; e nella luce le campane sonavano a festa; e veniva dalle strade interne un rumore confuso come di un immenso alveare. Stavano soli; da una parte la stradetta del Gatto deserta, dall′altra i campi arati. Toto guardava l′edera fiorita penzolante da un crepaccio nel muro vermiglio.

– Ora viene l′inverno – disse Ninnì pensierosa, guardandosi i piedini nudi e quel cencio di veste senza colore. – Viene la neve e per tutto imbianca; noi non abbiamo casa, non abbiamo fuoco... T′è morta la mamma, a te?

Il muto abbassò il capo; dopo un istante lo rialzò vivamente con gli occhietti scintillanti, segnando l′orizzonte lontano.

– Non t′è morta? T′aspetta?

Toto accennò di sì; poi fece degli altri segni.

Voleva dire: «Andiamo a casa mia, è lì sotto la montagna, e c′è il fuoco, c′è il latte, c′è il pane».

Camminavano, camminavano, fermandosi alle case e ai villaggi; pativano spesso la fame, spesso dormivano all′aperto, sotto un carro, contro l′uscio di una stalla. Ninnì soffriva, era diventata livida, con gli occhi spenti, con le labbra smorte, con i piedini gonfi e insanguinati. Toto, quando la guardava, si sentiva struggere dentro dalla passione; le aveva messo addosso anche la sua giacchetta bucherellata; la portava sulle braccia per un buon tratto di strada.

Una sera, dopo aver fatte più miglia, non si trovavano case: c′era la neve per terra alta un palmo e nevicava ancóra a grossi fiocchi, col rovaio. Ninnì, battendo i denti dalla febbre e dal freddo, gli si era avviticchiata addosso come una serpicina, e quei lamenti fiochi che parevano rantoli gli passavano il petto come tante stilettate, povero Toto!

Ma andava, andava, sentendo il cuore di Ninnì battere sul suo... Poi non senti più nulla; le piccole braccia della bimba gli stavano intorno al collo rigide come di acciaio, la testina penzolava da un lato. Gittò un grido che pareva gli si fosse spezzata una vena del petto; poi strinse più forte quel corpicciuolo inanimato, e andò, andò, nella bassura fonda, in mezzo ai turbini dei fiocchi, in mezzo agli ululi della raffica, ferocemente, come un lupo digiuno; andò, andò, fin che non gli s′irrigidirono i muscoli, fin che non gli si ghiacciarono le vene. Allora cadde di stianto, sempre col cadaverino al petto. E li ricoperse la neve.

Fra′ Lucerta

Il convento s′intravedeva dietro una cortina fitta di pioppi cipressini e salici bianchi, fuor de′ quali il campanile traforato slanciavasi alto mettendo la sua stridula nota rossiccia sul turchino cupo del cielo. Le rondini empivano le tettoie di una gaia musica: eran frulli, eran trilli, eran garriti, pigolìi, cinguettamenti voluttuosi, duettini d′amore. Fra′ Lucerta a volte lasciando cadere la zappa rimaneva lì estatico ad ascoltare, con gli occhi socchiusi. Ma quando li sbarrava, quegli occhi! parevano rubati a un gatto salvatico; e lui, tutto intero, pareva un figura balzata fuori da una delle terribili tele di Gerolamo Bosch [19], lungo, magro, rigido, nella tonaca grigia su cui si ergeva la grossa testa calva, contornata dalla barba bruna.

Ma bisognava vederlo a vespro sotto il portico nel cortile silenzioso: quello lì era, per così dire, il suo fondo. Sui muri l′edere vittoriose portavano i toni cupi del loro verde, pendendo a corimbi tra gl′intercolunnii, slanciandosi audacemente sino alla finestrella di lassù, formando dei festoni, delle ghirlande, dei capitelli di foglie tremolanti al più lieve soffio di vento; nel mezzo, il pozzo. Lui, seduto nella grande ombra del portico, pareva meditasse su l′acqua pontica o sul grande elisir... [20]

Eppure, s′ei fosse vissuto al tempo di Nicola Flamel o di Paracelso, non gli avrebbero turbati i sonni gl′inarrivabili splendori della pietra filosofale, ma i volti transumani raggianti dalle tavole di Giotto o dell′Angelico.

Fra′ Lucetta amava i fiori: e che cure, che carezze prodigava a quelle sue grandi cinque aiuole dietro la chiesa! Ai vecchi tempi in quel pezzo di terra si scavavan le fosse i fraticelli; non ci crescevano che le celidonie gialle qua e là tra l′ortica e la vena [21] salvatica. Ma sotto la mano amorosa di Fra′ Lucerta era venuto su un intero popolo di fiori: macchie, strisce di geranii, di peonie, di ranuncoli orientali che coprivano con le sonorità superbe della loro gamma rossa le note tenere delle clematidi, dei gigli, dei mughetti; ciocche di lilla che confondevano il loro gridellino′ chiaro con il turchino pallido dei «iacinti; e poi cespiti di rose, ciuffetti di vaniglia, mazzi di amorini, tulipani crocei, narcisi dorati, una sinfonia varia e possente di colori e di profumi che vibrava al gran sole di messidoro [22].

Il frate, disteso per terra bocconi, pareva quasi far parte del terreno stesso; così egli si sentiva perduto come un atomo nel grembo della immensa natura; quei formicolìi, quei fremiti, quei susurri, quei fruscìi indistinti gli vellicavano i sensi e lo sopivano; gli sembrava di esser trascinato come una pagliuzza ne′ turbini irresistibili, nelle profonde correnti della materia; gli sembrava che il sangue scorrendo non gli tornasse al cuore, ma seguitasse, seguitasse ancóra a fluire lontanamente, armoniosamente all′infinito: egli se lo sentiva nelle arterie, sempre nuovo, sempre nuovo, quel sangue, come scaturisse da una fonte remota cui un bel dio dell′Ellade avesse circonfuso de′ vapori della sua ambrosia immortale.

Stava lì assopito, con le braccia stese nell′erba; gli pareva d′esser diventato egli stesso humus fecondatore; si sentiva rampollar su dalle vive membra tutta una giovinezza di virgulti e di fiori.

Erano ubriacature di sole. Poi tornava barcollando a rinserrarsi nella cella, via per que′ corridoi bui, silenziosi, interminabili, che facevano pensare all′Escurial.

Su quell′ora ripassava la Mena con le compagne. Cantavano sempre la stessa canzone, la canzone che dice:

Tutte le fundanelle se so′ sseccate;

Pover′amore mi′! more de sete!^

Il frate tendeva l′orecchio. Quelle cadenze molli, strascicate con una tenerezza di nota cristallina, si allungavano per l′aria rossa, a onde come l′acqua d′un lago se ci si butta dentro un sasso; su la fine avevano dei tremolìi leggeri che facevano pensare al fremito dell′organo nella chiesa di Santa Lucia quando mastro Tavitte smette di sonare; ci si sentiva il cuore della Mena, di quella ragazzona bruna che s′inebriava di una nota come dell′odor del fieno fresco. La sua voce era sempre l′ultima a morire; le compagne finivano stanche, ma lei no: pareva che le dispiacesse di lasciarlo andare quel bel mi finale, lo strascicava con un dondolamento voluttuoso del capo, l′accarezzava con l′ultimo alito, gli dava sfumature e delicatezze leggerissime, fin che poi rimaneva lì con le labbra socchiuse e gli occhi fissi come a vederlo allungarsi e dileguarsi nell′aria.

Avete fatto mai, da ragazzi, le bolle di sapone? La bolla spunta a poco a poco dalla cannuccia, si arrotonda, cresce, cresce, si colora, riflette poi la finestra, i vasi di fiori, le case di fronte, il cielo; e il bimbo prima di lanciarla al vento ci si specchia dentro, ci ride, la fa dondolare lievemente, poi la stacca: il globo diafano gli s′innalza, gli s′innalza sotto lo sguardo, brilla un istante al sole e sparisce.

Il frate ascoltava inebriato; quelle note gli giungevano lì nella cella buia come voci della Natura; quella melodia molle in tono minore gli risvegliava mille fantasmi dormenti entro il cervello; gli pareva d′averla udita già una volta, lontana, indistinta, nelle notti insonni della sua prima giovinezza... Oh la sua forte giovinezza bruciata dal sole, là, in mezzo alle vigne verdi di Spoltore, quando sfidava le cicale a cantare!

Mena e le compagne si allontanavano costeggiando il fiume tra i pioppi. Si sentì ancóra una ripresa balda, briosa:

Tromma larì lirà, vvivà ll′amore!

poi il mi finale, poi solo il rumorìo dell′acqua nelle pescaie vicine.

Fra′ Lucerta accese la lucerna, prese il vecchio libro delle preghiere, e s′inginocchiò davanti al Cristo inchiodato. Ma sentiva qualche cosa, lì tra il Cristo e lui, che lo rigettava indietro: si curvò ancóra più, quasi con ira; volle pregare:

«Signore Dio mio, non ti allontanare da me; Dio mio, volgiti per aiutarmi: poiché mi si son levati contro pensieri vani e gran paure...» Inutile: quel benedetto mi l′aveva ancóra nell′orecchio, lungo, insistente, sfumato.

Tromma larì lirà, vvivà ll′amore!

Si rizzò; prese la Bibbia, l′aperse al libro di Salomone; lesse il Cantico de′ Cantici con il fosforo negli occhi. Dalla finestretta aperta entravano onde di profumi.

«O sposa, le tue labbra stillano favi di mele, mele e latte è sotto la tua lingua...»

Nella sua carne di trentacinque anni, il povero frate sentì un brivido, che a lui parve un delitto.

– Mio Dio! mio Dio!...

Chiuse il vecchio libro, uscì dalla cella, attraversò i corridoi bui, venne fuori all′aperto.

Un magnifico plenilunio di giugno imbiancava l′ampia campagna dormente.

Passò così diversi giorni in agitazioni febrili, in sogni neri, in dubbii, in sconforti. Neanche là tra i suoi fiori trovava più quei momenti di oblio profondo; nelle sinfonie strapotenti della Natura cercava invano la nota umana, quel mi, quel mi che quando usciva dal petto baldanzoso di Mena gli sconvolgeva tutte le fibre e gli bruciava il sangue.

– Ma perché? ma perché? – chiedeva egli fremendo, genuflesso davanti al Cristo nel cuor della notte.

A volte, seduto sotto il portico nel cortile silenzioso rifaceva con il pensiero tutta la sua vita passata, fin da quando scorrazzava per i campi come un puledro selvaggio,′ cogliendo i rosolacci tra il grano per portarli a Maria, a quella ragazza che aveva i capelli rossicci come la barba delle pannocchie di granturco. Oh se ne ricordava, se ne ricordava di Maria! Quel tempo della sua giovinezza gli ricompariva ora dinanzi come una striscia di sereno fiammante; gli pareva di averli provati anche allora certi fremiti, certe vampe alla testa, certi brividi giù per la schiena. Ma com′erano dolci allora, lì dietro la siepe di rovo, quando Maria svoltava alle Tre querci e veniva avanti sola, con il fascio dell′erba sul capo. Lui le attraversava la strada gittando un urlaccio per farle paura e per vedere poi quel bel riso di denti bianchi tra due labbra rosse e fresche come fragole a maggio.

Dopo, il padre, per non tenerselo lì a vegetare, lo mandò a scuola al convento. Lì quei frati lo marchiarono nell′anima; diventò cupo, solitario, pensoso. Di lì a pochi mesi gli morì il padre di vaiolo, in una notte d′estate, che se lo ricordava come fosse ieri, quando lo chiamò con un lamento fioco dalla camera accanto, e gli strinse le mani come in due tanaglie, e lo guardò fiso con quegli occhi vitrei, senza poter parlare. Oh quegli occhi! restarono aperti anche dopo che il povero vecchio era spirato, e lui non ebbe il coraggio di chiuderglieli, non ebbe.

Si trovò solo. La mamma non l′aveva conosciuta neanche; la mamma dormiva da diciotto anni sotto il tasso del cimitero di San Donato. Si trovò solo, e si fece frate.

La fede per lui era una febbre, gli dava la vertigine e l′allucinazione. Egli s′inebriava dei fantasmi sovrumani prodotti dall′anima sua, come altre volte del sole biondo e dell′odor dell′erba medica. Quando il sangue e la carne gli si ribellavano sotto la tonaca, si gettava lì davanti a quel suo Cristo nero contorcendosi come una serpe rotta nella schiena; e chiedeva pietà, e versava certe lacrime ardenti come la lava, che gli scottavano le pupille e gli lasciavano il solco sulle gote. Poi aveva delle calme superbe, la serenità forte e fiera del sacrifizio; godeva posar sopra i vecchi travagli e le vecchie demenze, come un falco su la bufera. Ma eran calme brevi; la battaglia interiore ricominciava più dolorosa: egli la covava con una forza pertinace ed intensa; e negl′istanti supremi stringeva i denti come un soldato sotto i ferri del chirurgo.

Dopo circa quindici anni restò solo nel convento; gli lasciarono la sua cella e quel pezzo di terra dietro la chiesa. Allora furono suoi amici i fiori delle aiuole e le rondini delle tettoie. In un′alba di maggio, Dio gli si confuse con la buona Natura.

S′avvicinava l′Avemaria: verso i monti, il cielo era di un giallo d′oro con delle strisce, degli sprazzi, dei serpeggiamenti di violetto; più in su si allargava in una tinta d′acquamarina stupendamente diafana; in giù, verso l′Adriatico, vampate, zaffate di rosso che parevano erompere da un incendio.

Fra′ Lucetta stava seduto sotto un pioppo a prendere il fresco, e a guardare le righe delle rondini tra i vapori: le pescaie avevano crosci e mormorii carezzevoli.

A un tratto una buffata di vento portò fin lì dei canti lontani: parvero come susurri di mèssi, ma il frate riconobbe la Mena e il sangue gli diè un tuffo, e si fece bianco come un lenzuolo...

Venivano innanzi le tre villane con le gonne tirate su, e le pezzuole a fiori piegate sul capo a usanza delle ciociare. Mena, in mezzo all′altre due, aveva le braccia nude fino al gomito e il seno chiuso a fatica nel corpetto nero ricamato di seta gialla, che pulsava superbamente al mutare dei passi. Venivano innanzi tutt′e tre intrecciate: da un lato il fiume verde, dall′altro il grano giallo a ondate: facevano pensare a una stupenda terracotta del Barbella, alle Canzoni d′amore.

Quando s′accorsero del frate, si chetarono.

– Felice sera, padre – e via.

Egli guardò Mena con quegli occhi di gatto salvatico, come se la volesse mangiare.

– Che luna! – disse a bassa voce la Cecalina, quella ragazza bionda a destra, che faceva all′amore con il Caporaletto.

Le compagne intesero ch′ella alludeva alla testa calva del povero frate, e scoppiarono a ridere: le risa metalliche si confusero alle mille voci del vespro, sotto i pioppi. Fra′ Lucerta si sentì il cuore lacerato; pensò alle unghie della Mena, senza sapere perché.

Una febbre lenta gli bruciava il sangue e gli sconvolgeva l′intelletto. La carne ed il sangue martoriati per tanti anni ora insorgevano terribili ed imperiosi come due schiavi inferociti ad affermare il loro diritto.

Bisognava vederlo, povero frate! disteso lì su quelle tavole nude, mentre lo divorava il male, e il ribrezzo gli strisciava per l′ossa come una biscia sottile, e sotto il cranio ci si sentiva la fiamma viva! Bisognava guardarlo in quegli occhi immobili, riarsi, lucidi che parevan carboni accesi!... Lì, abbandonato, senza conforto, davanti a quel suo nero Cristo, mentre il gran sole di luglio rompeva nella cella come insultando, e le rondini trillavano e i fiori mandavan nembi di profumi nel sole!

Avea vaneggiamenti penosi; gli passavano rapidi davanti agli occhi mille fantasmi: le sue vigne verdi, la siepe di rovo, il padre muto nell′agonia, le larve paurose della fede, i volti impassibili dei vecchi compagni, e poi lì, circonfusa di luce come una madonna, la Mena, la Mena gittante ai tramonti le balde canzoni de′ suoi venti anni.

Sognava: gli pareva di camminare solo per una campagna immensa, gialla, desolata, mentre il solleone gli bruciava il cranio e la sete la gola. Andava, andava in quel silenzio terribile, in quel mare di fiamma, ostinatamente, ferocemente, come una iena affamata; e davanti sempre pianura, sempre pianura ed il fosco rossore degli orizzonti sterminati. Non vedeva più nulla fuor che una luce continua; si provò ad urlare e la sua voce si perse senza eco nell′afa inerte...

Si svegliò, cercò con la mano scheletrita il vaso dell′acqua, e il vaso era vuoto.

Dalla finestretta aperta veniva a buffi un canto lontano. Il povero frate tese l′orecchio, e il cuore gli picchiava nel petto come un martello.

Tutte le fundanelle se so′ sseccate;

Pover′amore mi′! more de sete!

Si rizzò su dalle tavole con uno sforzo sovrumano, si resse contro il muro; la luce del tramonto gli percoteva sul viso.

Il canto si avvicinava, si avvicinava con quel mi lungo, carezzevole, sfumato; l′infermo raccolse tutte le estreme forze, e tentò di sporger la testa fuori.

– Me... na!

Stramazzò sul pavimento, rigido come una spranga di acciaio; gli cessò il bàttito ai polsi, ricominciò, si fermò ancóra; egli si contorse, aprì gli occhi, li chiuse, li riaprì: c′era dentro una luce. Si sentì il brivido della morte correre per le vene fino al cuore: stese le membra e restò lì lungo stecchito.

Fuori il cielo era d′un bel verdechiaro di berillo; bruciavano le stoppie. Il vento portò ancóra un′ala di canto:

Tromma larì lirà, vvivà ll′amore!

LA GATTA

Quella sera l′Adriatico era violetto, d′un violetto carico e lucido come l′ametista,′ senza onde bianche, senza sbattimenti di vele. Di vele però ce n′era uno sciame^ lì su la linea estrema, ritte, acute, fiammanti di colore alla vampata ultima del sole, sopra un fondo argentino, sotto un ricamo agilissimo di vapori che parevano profili di case moresche e di minareti in fuga.

 Tora veniva giù per il lido, tra le dune coperte di alighe e di rottami rigettati dalla burrasca, canticchiando una canzone di FrancaviUa,^ una selvaggia canzone che non diceva d′amore. Dopo l′ultima nota lunga d′una strofe, andava innanzi per un tratto in silenzio,′* con la bocca socchiusa, bevendo il maestraletto pregno di sale, o ascoltando il mareggiare sommesso e il grido di qualche gabbiano solitario a volo nell′immensità. La cagna dietro, a coda bassa, fermandosi a fiutare le alighe.

– Qua, Vespa, qua! – vociava  Tora battendosi la coscia; e l′animale via di corsa a saetta per la sabbia fulva come il suo pelo.′

Ma quella voce la sentì anche Mingo che stava seduto dentro la sciàbica [23] in secco a tagliare un sughero: e il cuore gli diè un guizzo, perché gli occhi gialli di Tora, due occhi tondi di pesce morto, una mattina gliel′avevano trapassato. Oh, quella mattina! Se ne ricordava: era alla pesca delle telline, alta e diritta, con le gambe tuffate nell′acqua verde screziata di scintille d′oro, tutta nel sole... Lui passò proprio di lì su la paranza e le pescatrici gli gettarono un grido; Tora guardava senza pararsi il riverbero con le palme. Chi sa se la guardò più poi la punta rossa di quella vela che si perdeva gonfia di scirocco in alto mare!

– Qua, Vespa, qua! – ripetè la voce gaia squillante vicinissima, tra i latrati, mentre Mingo balzava fuori dalla sciàbica, scuotendosi via di su gli occhi i capelli, con un′aglità di giaguaro innamorato.′

– Dove andate, Tora? – le disse; e il viso pareva un rosolaccio salvatico.

 Tora non rispose, non si fermò neanche; egli la seguì a capo chino, con il cuore che gli batteva forte, con la gola serrata da un groppo di parole ardenti, ascoltando la canzone interrotta, sentendosi tutto rimescolare da certe note strane gittate là improvvisamente come schianti di fiotto in mezzo al romorìo monotono della marea.

Alla pineta,  Tora si arrestò: una folata di odore acuto fresco sanissimo le passò per la faccia insieme con gli ultimi bagliori crepuscolari filtranti nei rami.

– O Tora...

– Che volete?

– Vi voglio dire che i vostri occhi li vedo sempre la notte, e non posso dormire.

C′era nelle parole di quel fanciullo un accento di passione così selvaggio e nello sguardo un luccicore così disperato, che  Tora ne ebbe un fremito.

– Va, va... – soggiunse poi; e si perse con la cagna rossa fra le tortuosità dei pini.

Mingo udì ancóra i latrati laggiù al ponticello, mentre guardava tristamente sull′orizzonte le paranze ingolfarsi nell′ombra a poco a poco.

Eppure non era bella la Gatta: non aveva che quelle due iridi gialle, talora verdognole, immobili sul bianco largo dell′occhio, piene di fascino; e certi capelli corti, ricciuti, d′un colore di foglia secca, vivi di riflessi metallici alla luce.

Era sola al mondo, sola con quella cagnaccia rossa sottile famelica come uno sciacallo, sola con le sue canzoni e con il suo mare.

Nel mare ci stava dentro tutta la mattinata a pescar le telline [24], ci stava anche quando le onde crescenti le spumavan d′intorno spruzzandole la gonna succinta e la facevano traballare; e in quei momenti era una splendida figura anche ne′ cenci, mentre i gabbiani sentendo la bufera le turbinavano sul capo. Dopo la pesca conduceva al pascolo i tacchini per i prati e per le stoppie, stornellando, facendo dei lunghi discorsi con Vespa che stava lì a guardarla pazientemente, accoccolata.

Non era triste però: i suoi canti avevano una monotonia malinconica, ritmi bizzarri che facean pensare agl′incantatori egiziani; ma lei li diceva come inconscia, come se non le vibrasse nulla nell′orecchio, nulla nell′anima, li diceva guardando una nuvola, un uccello, una vela, con le pupille sbarrate, quasi attonite, affondando nella sabbia la piccola rete, senza stancarsi mai.

Le compagne cantavano anche loro; ma a volte erano vinte da un senso di sgomento, di solitudine, di angoscia, a quelle note, a quella voce; e tacevano e chinavano il capo scottato dal solleone, e provavano più gelidi i brividi su pe′ ginocchi, più doloroso nelle pupille il barbaglio di quell′incendio; e tendevano le braccia affrante, mentre la cantilena della Gatta perdevasi nella immensa afa accidiosa, come una imprecazione, come un singulto.

Le parole, gli sguardi di Mingo la turbarono un istante; non aveva compreso. Pure sentiva giù giù in fondo all′anima una inquietudine vaga, sentiva quasi ira contro quel ragazzaccio audace dai denti bianchi e dalle labbra grosse.

Si fermò agli ultimi pini, chiamò Vespa, le accarezzò il pelo ruvido; poi risollevandosi era fredda, serena, canterellava.

Ma in un pomeriggio di agosto alla pineta ci tornò con un branco di tacchini cercando ombra, e ci trovò l′amore.

Stava poggiata a un tronco; aveva le palpebre gravi di sonnolenza, gli occhi pieni di bagliori confusi. I tacchini pascolavano d′intorno affondando la testa paonazza nell′erba brulicante d′insetti, due stavano accoccolati sopra un cespuglio di mortella; il vento alitava per entro alle cupole verdi bisbigliando; poi fuori a distesa il lido riarso e la linea turchina del mare animato di vele.

Mingo comparve fra i fusti densi, e s′avvicinò a poco a poco, trattenendo il respiro, s′avvicinò, s′avvicinò: la sua maga era lì assopita, in piedi, abbracciata al tronco.

–  Tora!

Ella si scosse, si volse, gli aprì in faccia que′ due occhi tondi pieni di stupore.

–  Tora... – ripetè Mingo tremando.

– Che volete?

– Vi voglio dire che i vostri occhi li vedo sempre la notte, e non posso dormire.

Forse allora comprese: chinò il capo a terra, pareva stesse in ascolto o cercasse nella memoria qualche cosa: quelle parole le aveva udite anche un′altra volta, era la stessa voce; non si rammentava più dove, ma le aveva udite. Risollevò la fronte: il mozzo le stava dinanzi, lì incantato, col volto in fiamme, con le labbra semichiuse, giovine, forte; e il vento portava via buffi d′odore dall′erbe selvagge, e l′Adriatico era tutto un barbaglio di faville, fra i tronchi torti de′ pini.

– Ehi, Mingo! – urlò una voce aspra di lontano in quel momento.

Egli si scosse, afferrò a  Tora una mano, la strinse con tutta la sua forza, e poi via per l′arena di corsa, come un forsennato, verso la paranza che aspettava nell′acqua dondolando.

– Mingo! – susurrò la Gatta con un accento strano, figgendo lo sguardo nella vela latina che si allontanava rapidamente. E rise come una bimba; e al ritorno cantava una canzone dalla movenza vivace di tarantella, cacciandosi innanzi con la canna i tacchini sazii, mentre il sole tramontava sanguigno dietro Montecorno in mezzo ai nuvoli cacciati dal garbino [25] improvviso.

Ma col garbino quella notte venne burrasca, e il mare arrivava fino alle case con certi urli da far rabbrividire, e tutta quella povera gente della spiaggia stava rinchiusa ad ascoltare la raffica o a pregare la Vergine Santissima per i pescatori.

Soltanto la Gatta vagava nel buio come una fiera, a testa bassa, rompendo la furia del temporale, ficcando nel buio que′ suoi occhi gialli pieni d′angoscia, tendendo l′orecchio se le giungesse un grido umano... Nulla. Non si udiva nel frastuono che il latrato rabbioso di Vespa perduta là, in lontananza, chi sa dove!

Ed ella s′accostava, s′accostava al lido, abbarbagliata dai lampi che scoprivano tutto un tratto di mare sconvolto, tutto un lembo di spiaggia desolata. Si accostò troppo: un′onda la investì e la rovesciò bocconi, un′altra onda le passò sopra e la ghiacciò tutta, mentre, inferocita dall′istinto vitale, ella si contorceva come un delfino arenato,′ tra l′acqua incalzante che le empiva di amaro la bocca aperta all′urlo, su la sabbia che cedeva ad ogni aggrappo, disperatamente.

Si drizzò in ginocchio alla fine, si sottrasse carponi alla furia della bufera; e rientrò nel suo covile, grondante, diaccia, con i denti stretti, pazza di terrore e d′amore.

La mattina l′Adriatico era calmo, viscido come nafta, senza l′anima d′una vela, muto, spietato. Alla Gatta parve come di destarsi dalle angosce di un incubo, provò nell′anima un senso nuovo di solitudine, sentì paura del buio... Poi in que′ grandi occhi gialli tornò lo sguardo immobile di pesce morto. Ed ella va ancóra con le compagne a frangersi le braccia, a farsi ghiacciare i piedi dall′acqua, bruciare il cranio dal sole; e le sue cantilene seguitano a dileguarsi nell′aria splendida e triste, a scendere nel cuore di quella gente che spasima per un tozzo di pane, senza speranza, senza conforto, senza riposo, mentre i gabbiani passano e ripassano a folate gittando i loro liberi gridi alle tempeste ed ai sereni.

Bestiame

Il riverbero torbido del mezzogiorno batteva nel cortile suscitando dai muri, dai vetri, dalle pietre una lascivia di bagliori roventi che fastidivano l′occhio, illanguidivano il respiro. Era un mezzogiorno canicolare, pieno di vapori turbinosi: nel cielo biancastro non si vedeva il sole; scendevano sprazzi larghi di luce, sprazzi colore di rame. Nel cortile era spenta la vita: qualche tacchino se ne stava ritto immobile sulle zampe fra i tini vuoti, come impagliato; due scodelle rosseggianti di conserva fresca, in mezzo, sur una sedia di legno, rompevano quella monotonia triste di tufo grigio. Poi, fuori, la immensa campagna giallognola, piena di silenzio e di inerzia, da un lato; dall′altro una zona di mare, bianca più del cielo, in lontananza.

E Nora sotto la loggia lavava panni; affondava le grosse braccia nella freschezza di quell′acqua viscida, ritirandole coperte di sapone spumoso: le poppe sussultavano urtando nel busto a fiorami; tutta quella dovizia felice di carni sfuggiva di tra le vesti con effluvii acri di sudore. Ella a tratti soffiava sulla schiuma per veder riflessa dallo specchio azzurrognolo dell′acqua la larga faccia camusa e gli occhi caprini. Si voltò, ritta, passandosi le dita bagnate sulla fronte in fiamme, con un grande anelito di stanchezza.

– Non vi vien sonno, tata? – dimandò al suocero che stava lì dietro, seduto, a fumarsi la pipa.

L′uomo non rispose: si sentiva la lingua grossa e arida come nella febbre, e dentro si sentiva come uno sbigottimento, una inquietudine strana; pareva gli si fosse infiltrato nel sangue un umore cattivo, un tossico, qualche cosa che lo bruciava e lo prostrava peggio del solleone. Diede tre o quattro pipate rabbiose: il fumo lo avvolse tutto, come un velo; poi si disperse lentamente. E quella femmina era ancóra lì, china di nuovo sul tino, a strofinare i panni: l′afa greve incombeva; nell′afa non si udiva che il gorgoglìo dell′acqua e il fiato profondo della lavandaia, un fiato di giovenca sazia, che l′uomo seguiva con un abbandono molle di tutti i sensi, provandone vellicamenti e piccoli brividi lussuriosi. Egli aveva gli occhi fissi alle calze di Nora, ch′eran discese giù fino alla caviglia, lasciando scoperta la polpa viva: due occhi sporgenti, dalle iridi verdognole che a tratti sparivano sotto la palpebra come acini d′uva nell′acqua torba."

Nora nel voltarsi li incontrò, quegli occhi; e non n′ebbe ribrezzo. Ma si sentiva calare per tutte le vene un′ondata di sangue maligno, dinanzi alla figura ancor vegeta del suocero, in quella caldura che spossava le membra ed acuiva i desiderii.

– Dov′è Rocco? – chiese l′uomo, con la voce fioca, avvicinandosi.

– Laggiù, a mietere.

E Nora mostrò la campagna arsiccia che pareva un deserto senza confine.

Rocco mieteva, mieteva. Passava la falce al piede del grano alto con una frequenza eguale di colpi, come se la stanchezza non gli vincesse il braccio mai. La terra ardeva sotto, le mèssi mandavano vampate soffocanti; l′aria torpida opprimeva i bronchi, pesava nel cervello, come un vapore gravido di mefite [26]. Ed egli mieteva, con gli occhi abbarbagliati dal lampeggiare continuo della falce, con le mani gonfie che pareva gli volessero scoppiare, là, carponi, senza coscienza di sé, quasi divenuto insensibile a quella tortura, quasi immemore d′esser vivo. Il campo gli si stendeva dinanzi con ondeggiamenti larghi al vento: non finiva mai, quel campo; le spighe ricrescevano appena tagliate, ricrescevano. Gli altri mietitori, qua e là, si strascicavano innanzi taciturni, senza un canto, senza una parola. C′era il Corvo, però, che aveva sempre in bocca una cantilena, una cantilena di tre note malinconica, simile a un lamento di tiorba [27], una cantilena imparata chi sa da chi, chi sa dove...^ Somigliava un accompagnamento funebre; a quel suono, la vita di quegli uomini si logorava come il manico delle ronche, senza posa.

Quando il sole moriva tra i fumi violastri e scarlatti nella montagna′ e cominciavano ad abbaiare i cani in lontananza. Rocco tornava alla sua donna, sfinito, barcollando, con le carni che gli cocevano ancóra sullo scheletro, con gli occhi ancóra abbarbagliati. Vedeva dinanzi a sé, nell′aria, larghe chiazze gialle fluttuanti, non più.

E quand′era giunto, Nora gli metteva sotto il naso una scodella piena di zuppa ch′egli divorava, senza levare 0 capo, con l′avidità di un cane famelico.′′ Egli non la guardava quella femmina riboccante di giovinezza e di lussuria, quella femmina dal ventre fecondo e dalle poppe gonfie di latte; egli non fiutava l′odore sano di quelle carni in fermento. Aveva sempre le chiazze gialle negli occhi: si gettava là, in un canto, sullo strame, come una bestia stracca; e dormiva. Rossastro, d′un color di rame vecchio, con una pezzuola legata intorno alla faccia come se ci avesse delle piaghe, con ciocche lunghe di capelli pregni di grasso sfuggenti sulla fronte bassa e sul collo di testuggine; brutto. Puah!

Quella sera tornava su per la viottola dei nespoli salvatici, boccheggiando per bevere almeno un buffo d′aria marina. Nel cielo rasserenato, verdognolo, saliva il primo quarto della luna: era un sabato di luglio.

Incontrò il padre lì vicino, che stava ritto, con la pipa in bocca, ad aspettarlo, per portargli via il guadagno.

– Buona sera, tata.

– Buona sera. Dà qua.

Rocco si cacciò di tasca una manata di soldi. Poi seguitarono in silenzio fino al cortile, il padre innanzi fumando, il figlio dietro come un cane avvilito.

Quando Nora li vide venire insieme, si turbò tutta, sentì dentro come uno spavento, e impallidì. Rocco andava verso la tavola col passo incerto di un cieco, sbarrando gli occhi grigi, quasi per assorbire la luce fievole del crepuscolo. Era inebetito dalla fatica e dal sole: egli lavorava dall′alba al tramonto, come un bue sotto l′aratro, perché il padre impinguasse nell′ozio fumandosi e bevendosi que′ pochi: lavorava senza un lamento, senza un desiderio, senza una imprecazione, così, come un bue sotto l′aratro, nella campagna degli altri. Lui non aveva che la ronca e la vanga e due braccia che non si stroncavano mai.

Anche una figlia aveva, una bambina di tre anni, pingue, quasi soffocata dalla pinguedine, con i capelli biondi e radi, con due piccoli occhi che si aprivano tra la bianchezza della faccia come fiori azzurri nel latte, due occhi sempre attoniti quando si fisavano in lui.

Egli ingoiò la zuppa e si gittò sullo strame; ma quel po′ di cibo ingoiato gli dava nausea, lunghi brividi gli correvano dentro le ossa, e la sete gli bruciava la gola. Pure, stette lì, immobile, con le orbite sbarrate, senza vedere che de′ sùbiti fiammeggiamenti e de′ circoli di fuoco roteanti nel buio. In quel buio non scorse l′ombra del padre che traversava la stanza a piedi nudi, senza vesti, alenando e tremando di libidine, brancolando con le dita convulse per cercare la carne di Nora; non udì il grido della bimba che tra il sonno aveva sentito il contatto incerto di quelle mani...

La piccola finestra era aperta: entrava il romorìo lungo della marina e l′alito odoroso della notte novilunare.

All′alba Rocco si scosse da un letargo malsano. Durava fatica a levarsi in piedi: aveva nel capo uno stordimento, una gravezza irresistibile; e sul viso aveva delle piccole macchie rosse a fior di pelle. Prese le falci, e si strascicò verso il campo, mentre le ginocchia gli si piegavano sotto a ogni tratto.

La pianura intorno si perdeva nel biancicore fresco del mattino; il mare dileguava in un color lieve d′indaco. Tra i nespoli selvatici qualche uccello salvatico trillava.

Egli giunse al suo solco, snudò la ronca; ma le forze gli mancarono tutte d′improvviso e stramazzò bocconi.

– E uno! – disse il Corvo tra′ denti, interrompendo la cantilena.

Erano i sintomi terribili del tifo. Stava là, allungato sul giaciglio del padre, disfatto, con le carni flaccide stillanti un sudor grasso, con il ventre disteso come un otre, con la faccia terrea, le narici secche, gli occhi coperti di un velo mucoso, simili a quelli d′una pecora morta. Nella bocca nerastra gli gorgogliava un borbottìo incomprensibile.

– Nora! – mormorò una volta.

Ma nessuno si avvicinava. In quella stanza buia, bassa, soffocante di miasmi umani, egli sentiva dissolversi a poco a poco, egli sentiva il fetore del cadavere suo, come in una tomba.

Che notti, che lunghe notti di agonia!... Nella stanza accanto, la moglie vegliava atterrita, stringendosi le coperte addosso, con la gola chiusa da un singulto, rabbrividendo se le giungeva un lamento rauco, un rantolo, un grido. Il rimorso del peccato la mordeva dentro; eppure, quando il suocero con le dita aggricciate le tentava il petto, ella si abbandonava a quell′amplesso, senza resistere, con un anelito di libidine indomabile, come una cagna in amore.

Soltanto una volta si ribellò.

– Che vuoi da me? – chiese a quell′uomo, con la voce stridula che pareva uscita da una canna di gola lacerata, rizzandosi sul letto e respingendolo coi pugni chiusi. – Che vuoi? Sei il demonio tu?

Egli non rispose, non fece violenza; volle fuggir via. Attraversò la stanza di Rocco, con i capelli ritti sul capo; uscì fuori, pazzo di paura; si perse nella viottola, si perse nella campagna che dormiva alla calma lunare. I miagolli delle gatte innamorate gli facevano agghiacciare le vene.

Si rividero però. Si rividero al fienile della Truva il giorno dopo, che tirava libeccio nel vespro puro, sotto la grande chiarità metallica del cielo. Stavano lì come dentro una tana: il fieno ribolliva intorno sprigionando zaffate di calore e di odore violento, quasi fosse materia viva in fermentazione; si udivano rumorìi, scoppiettìi continui; pareva che un incendio interno cominciasse a distruggere quei cumuli o che in fondo fervesse un brulicame enorme d′insetti divoratori. A tratti il vento entrava come una vampa invisibile.

– Che t′ha detto? – le chiese il suocero, a bassa voce.

– Nulla m′ha detto. Gli ho portata la canfora, proprio accanto... Guardava nel buco della luce, guardava, con le palle degli occhi uscite...

E le corse un brivido lungo di ribrezzo per tutte l′ossa, e la nausea le prese la gola.

Pure, quella femmina non comprendeva ancóra tutto: era in lei una inquietudine vaga, erano terrori inconsapevoli, rimorsi fugaci. Ella non si sentiva stretta da nessun legame a quel moribondo, ella non ne sentiva pietà. Una prurigine bestiale le pungeva la carne: si dava al suocero con impeti ciechi di desiderio, senza guardarlo in faccia, senza gettargli una parola d′amore.

– Vieni! – disse, arrovesciandosi sul fieno verde, con le braccia chiuse d′intorno al capo, le labbra vibranti come per nitrire.

L′uomo titubava; dinanzi a quella insaziabilità terribile che gli aveva rotta la schiena, a quel superbo sprez7a del pericolo, egli era vecchio, egli era vile. Pensò alla morte con un tremito involontario: il lezzo del tifo non anche gli usciva dalle narici.

– Senti qualcuno? – chiese Nora, sollevando la testa.

E stettero in silenzio, con lo sguardo alla campagnanericcia, ad ascoltare.

– Non è niente: vieni! – ruppe ella, gittandosi di nuovo supina, mentre il suocero le si accostava livido in volto, rabbioso nell′impotenza.

Nora ebbe per lui una smorfia indefinibile e una parola che sembrò un taglio di rasoio. Poi si rizzò convulsamente tra il fieno che cedeva, con le braccia strette, con gli occhi torbidi, portando nel sangue tutto il veleno della lussuria insoddisfatta; e discese alla strada, mentre le stelle apparivano qua e là sul suo capo, nella serenità glauca del crepuscolo.

Da lontano, dalle stoppie arse, giungeva la cantilena lunghissima delle falciatrici.

Rocco morì il giorno di Sant′Anna: era un pomeriggio afoso, pieno di silenzio. Per lo spiraglio filtravano i raggi del sole aprendo nell′ombra una zona brulicante di corpuscoli d′oro. Da quel mucchio d′ossa e di pelle putrefatta, ancóra animato da aneliti di dolore, ancóra palpitante nei brividi ultimi della morte, esalava un lezzo micidiale, si sollevavano a onde i germi maligni per avvelenare altro sangue.

Nessuno intorno. Sulla soglia dell′uscio apparve la bimba, seminuda; aveva una ciocca di ciliege rosse fra le mani: la zona dei raggi le passava sul capo sfiorandole i capelli biondi con bagliori sottilissimi. Ella guardò curiosamente verso n giaciglio ove il padre stava lungo, inerte. Non comprese, non ebbe paura; se ne tornò cheta al cortile, quasi carponi, come una cagnolina gravida, mugolando.

Ecloga fluviale

Egli era disteso a prora, sopra un mucchio di cordami vecchi, come un gatto sonnacchioso; ma a traverso gli occhi della paranza [28] guardava la luna nuova tramontare su Montecorno, ed ascoltava il crepitìo delle acque correnti sotto la chiglia, un crepitìo come di lingue avide a bere. Il primo quarto vermiglio tra l′umidità nebbiosa si rifletteva mobile in mezzo alla Pescara sparpagliando faville su le zone cupe presso alle rive: dalle rive pel rossore salivano i fusti de′ pioppi in fondo, poi le antenne rigidamente scintillanti di zinco.

Verso la foce la serenità dello stellato proteggeva il sonno grande e pacifico del mare.

Iori vegliava: a lui tra la lascivia segreta del novilunio appariva erta l′imagine di Mila, ridente dalle iridi violacee, tutta discinta nei cenci, tutta calda in quella sua pelle colorita d′arancio e abbronzita all′amor del sole, Così prima la vide nel pomeriggio di settembre, sulla sponda sinistra, accanto alla tenda degli zingari, mentre le poledre incolte mordevano l′erba intorno e i fuochi fumavano sotto le caldaie di rame. Così prima la vide: ella aveva il grembo colmo di mele acerbe e ficcava i denti in quella polpa verde con una cupidigia di scoiattolo famelico; la testa era immersa nell′ombra; il petto libero fioriva di giovinezza. Ella divorava le frutta, così, tutta bella nella pace pomeridiana.

Ma quando si volse a guardar la gente curiosa aguruppata in distanza, la testa sorse d′un tratto nel sole come fusa in oro antico, tra i due dischi metallici che pendevano dagli orecchi, con una serenità d′idolo barbaro: i capelli neri le inondavano il collo, le si accendevano ai raggi, le s′intrecciavano sul viso; nello sguardo obliquo gli occhi spiccavano bianchi da quel color caldo, smaltati.

Ed un poledro rossiccio venne a passarle da canto; ella gli diede un piccolo grido. L′animale si fermò su le gambe esili e lunghe, lasciandosi palpare il collo e i fianchi, con un nitrito fievole di piacere: le froge gli fremevano, il collo gli s′inarcava sotto la mano carezzevole della zingara, le gengive rosse gli si scoprivano nel desiderio delle mele. La zingara gli strofinava i torsi ai denti, rompendo in risa, con la faccia erta al sole; i dischi d′argento scintillavano su le guance, la gola gonfia di giubilo faceva tintinnare gli amuleti...

Iori così prima la vide.

Ora fioriva così Mila, come una pianta, come un tronco tutto felice di germini, così, nella benignità dell′aria, nella benignità del sole, sentendo le scaturigini della vita gorgogliare all′imo [29]. La vita per quel corpo di femmina si effondeva con un fluore [30] vittorioso di umori sani; e da quella sanità emergeva un senso vergine e lucido delle cose, naturalmente. Tutta la pompa [31] delle forze muliebri aveva già trionfato nell′essere: ora Mila in quella pompa si adagiava con la serenità semplice di chi non pensa, di chi non teme, di chi non sa.

Ma spesso, negli albori della sua giovinezza, un vapor torbido l′aveva intristita: in quel lungo errare a traverso terre ignote, a traverso genti ignote, cavalcando i poledri e bevendo il vento; in quel lungo fuggir d′uomini e di luoghi per lontananze senza confine; in quell′incalzar vario di vicende, di malvagità, di astuzie, di delitti, spesso una tristezza intensa l′assaliva. Era un sentimento indistinto, forse un desiderio di pace, un desiderio come di pianta che sente in sé a poco a poco le forze vegetali addormentarsi e cerca i risvegli del sole. Perché qualche cosa dormiva in quell′essere, e nel sonno interiore un′opera lenta si compieva, e dal lavorìo segreto pareva a tratti sfuggissero fili di calore, di odore, a turbar l′anima inconsapevole. Ella si chiudeva allora in un′austerità cupa: le viole delle iridi languivano come sfiorite. Ella passava le ore muta, guardando la campagna, in un atteggiamento sacro, come un grande idolo di rame dagli occhi di smalto, fra il biancheggiare delle tende silenziose. Non s′immergeva però nel pensiero, né dal pensiero era avvinta: in quelle ore il senso arcano della vita l′affaticava tutta, qualche cosa d′ignoto l′attraeva e le fuggiva senza aprirsi...

Poi agli antichi barbari amori; ed era dei poledri, ed era del gran sole, delle belle canzoni, dei belli pendenti. Godeva d′afferrarsi alle criniere incolte, mentre la torma trottava sotto i colpi della canna di Ziza, incontro al vento e alla polvere. Ziza le era un piccolo schiavo olivastro che per lei rubava le galline alle aie e addolciva le note alla tiorba. Quando gli zingari andavano per le strade bianche accese dal sole, tra il sonno afoso delle fratte, su gli animali che piegavano il collo oppressi dall′arsura, Ziza spariva all′improvviso e tornava poco dopo anelante, con le mani piene di more e di frutta verdi.

– Tieni, Mila – diceva, ridendo. Ed ella divorava le frutta, gittandone al fanciullo qualcuna mezzo addentata, ridendo. Ma ella non l′amava.

Un giorno fuggirono insieme dalle tende, in caccia di prede. Era un pomeriggio clemente di marzo, e il buon sole proteggeva i campi di lino in fiore e le punte del grano s′intenerivano nei più dolci toni del giallo alla bontà del sole. Passavano chini sotto le siepi umide, l′una dietro l′altro, senza parlare: fulgori molli ridevano fra le frasche ancóra morte, quasi un respiro saliva dai ciuffi di erbe. Mila era allegra; a un albero di mandorlo Ziza d′improvviso scosse forte lo stelo: una gloria odorosa di fiori piovve su le due teste e fra la pioggia brillarono limpide le risa. Poi, in silenzio, a una fratta che cingeva un′aia. Le galline, senza sospetto, razzolavano tra la paglia quetamente, sotto un muro di creta screpolato; il cane sonnecchiava, disteso sur un mucchio di canne secche, a godere il tepore: non si udiva che il tentennare eguale di una culla e l′ondeggiare di una cantilena, dentro nella casa bassa.

Ziza si levò dalla camicia una lunga filza di acini di granturco, strisciò fino all′estremità della fratta, come una volpe, rimanendo là, fermo, ad agitare con una mano la filza sul terreno. Al muoversi degli acini una gallina avida accorse. L′insidiatore non si mosse, non diede un respiro; aveva tutta la cupidigia ladra nelle pupille aperte sulla preda. E quando la preda ebbe ingoiati i primi acini, egli tirò a sé il filo con uno scatto di gioia e nei pugni represse i battiti ultimi dell′ale.

– Tieni, Mila – susurrò alla zingara che stava acquattata mentre il riso le scintillava in bocca, ne′ dischi d′argento il sole.

Ella raccolse l′animale soffocato, tutto caldo, a cui su i piccoli occhi s′era disteso un velo, a cui dal becco aperto gemeva il sangue a stille.

– Ancóra, Ziza, ancóra! – disse, appressandosi carponi a lui.

Ed egli riprese il gioco. Una gallina bianca, dalla gran cima cadente, veniva all′esca: si fermò una volta, in ascolto; si fermò, prima di beccare, alzando il capo verso il tradimento nascosto. Non un moto, non un alito svelò l′insidia.

– Tieni!

Ella raccolse; e nel giubilo della conquista si erse tutta, fuor della siepe.

– Corri, corri, Mila! – le gridò il fanciullo atterrito, fra gli abbaiamenti furiosi del cane slanciato ad inseguire. – Corri!

E la prese per mano traendola nella corsa, a traverso un campo d′orzo, senza guardarsi indietro, mentre stormi di passeri a quell′irrompere prendevano il volo. Si fermarono, in salvo, ansanti, infiammati nella faccia, senza che il groppo sonoro delle risa potesse balzar dalla gola. In lontananza i latrati si perdevano; il sole basso feriva sprazzi obliqui su la fumana [32] ove la campagna annegava, e nella chiara solitudine nembi d′oro fluttuavano. La coppia sotto quei nembi scendeva lentamente, cantando: Mila cingeva col braccio le spalle del predatore, e le due voci nuotavano confuse per entro all′umidità del vespro.

Ma ella non l′amava. Un′altra volta stavano fuor della tenda, all′ombra; il mezzogiorno turchino di giugno dilagava sul loro capo; e nella calura oziosa il grano s′abbatteva, gli alberi lontani parevano di metallo. Ziza, seduto su gli stinchi, toccava la tiorba e cantava, con la nuca poggiata all′omero, gli occhi verso Mila mareggianti tra il fascino della bellezza e l′onda dei suoni. Ella diritta, da presso, dondolava la testa al ritmo piano, impigriva lo sguardo nel puro letargo della luce: dal verde fosco della gonna le gambe uscivano nude; sotto la tela crespa il seno viveva con una mollezza di fiore dormente. Ziza sonando e cantando. E i poledri intorno erravano a lascivire; e la canzone veniva a morire sotto le acacie; e dalle grandi acacie fiorite pioveva un silenzio strano, qualche cosa di animale, qualche cosa di vergine e di molle, come un alito infantile, da quei bianchi grappoli che parevano corimbi di farfalle penduli al sole.

Ziza sonando e cantando, e quel suo muto idolo vivo bevendo la dolcezza; era un ruscellìo naturale di arie; donde a tratti emergevano parole fuggevolmente. Sorgeva la vena così, perché Mila era bella, perché il cielo luceva; così.

D′improvviso Mila si chinò sul fanciullo in un impeto di desìo, gli strinse le tempie lanose fra le mani, e stette sospesa, con le labbra semiaperte fra cui i denti aguzzi brillavano ferinamente, come per mordere o per linciare. Il fanciullo, sotto, attonito e fremente guardava, senza resistere, quella faccia d′oro bruno a cui su le guance i larghi dischi battevano; sentì l′alena calda che sapeva di un odore novo: nella tiorba le corde gemettero in un ronzìo lungo, sotto i nervi delle dita.

Mila non scoccò il bacio. Ella si erse lentamente, con gli occhi torbidi, il petto affannoso; e uno stupore di sé stessa la invase, e un malessere insolito la corse.

Le pareva che in quel momento un vapore intenso le avesse tolto la vista e un fascio di brividi le si fosse sparso per tutte le fibre con un senso dubbio di piacere e di dolore.

– Perché, Mila? – chiese Ziza turbato, guardandola ancóra.

Ella non sapeva perché; non rispose: fece per rientrare nella tenda, senza rivolgersi. Ma Ziza la trattenne per una gamba, e la gamba era ignuda.

– Vieni qui.

– Via, Ziza, amore, lasciami andare – susurrò la zingara, supplichevole.

– Vieni; ti canto.

Gli effluvii delle acacie s′allungavano per l′aria tranquilla a nuoto.

– No, Ziza.

– Va.

Egli aprì le dita. E rimase solo, con la tiorba su la coscia, tutto pensoso.

Ora Mila fioriva, si espandeva intera, alla virtù di un uomo; perché ella amava Iori, amava quel bel pescatore frescamente odorante di frutti marini, frescamente ridente tra la barba di rame.

Stavano insieme, la sera, quando le lunghe ombre cineree scendevano da Montecorno sulla Pescara e il fanale rosso in cima al ponte feriva il pallore del cielo. Egli dal mare tornava tutto impregnato di sali, col mare anche negli occhi larghi, con l′odore acre del tabacco nel respiro; e la zingara lo fiutava nell′aria, prima ch′egli le giungesse vicino.

I pioppi, sul loro capo, biancicavano in pispiglio, grandi e buoni, nella trasparenza crepuscolare: era un argine solingo, di là, verso i canneti, ove gli zingari non vedevano, ove non passava che qualche branco di pecore sazie.

– O Iori! – diceva Mila, bella, tesa le braccia, abbandonata indietro il capo. E gli si stringeva sul petto con una voluta di edera vivente, tutta gentile, sogguardando dagli occhi spersi in un tremolìo di languore, sorridendo tremulamente. Ella voleva essere gentile, voleva essere debole, per lui: voleva fargli il sacrifizio di tutta lu sua forza, sentirsi prendere e cullare. Gli restava sul petto ad ascoltarne i battiti profondi, a nuotar col senso in quella fragranza di corallina emanante dal vestito; si piegava sulle ginocchia per parer meno alta accanto a lui. E quando Iori le stringeva le tempie fra le mani a sollevarle il capo, ella resisteva dolcemente, smarrita nello sguardo, e nascondeva ancóra la faccia con una movenza di gatta dormigliosa.

– Via, così, lasciami così... ancóra.

Egli la lasciava, accarezzandole i capelli, chiamandola con nomi soavi; egli era mite, egli aveva il cuore grande come il mare.

Poi stavano lungo tempo seduti sull′erba, mentre la luna effondeva un′alba nella solitudine e all′altra riva le piante parevano come ramificazioni di diaspro su la madreperla del cielo.

– Mila! – susurrava lori, a tratti, come a sé stesso, con un tremito nella voce. E guardava quella vergine alta, color d′oro opaco, che aveva quel bel nome strano.

Ed ella parlava: era un rivo melodioso di suoni, interrotto da accenti aspri, da parole nuove che Iori non capiva; era come un ondeggiamento musicale, come un ricordo di quelle piane cantilene barbare al ritmo della ribeba.

– Tu vai nel mare, mio bello, tu vai lontano lontano, nel mare che ha il colore dei tuoi occhi. Ieri la barca ti portava e il mio cuore ti veniva dietro... Mi vuoi tu su la barca? L′acqua turchina odora, lo sento. Prendimi con te, Iori!

E l′amante taceva; nelle vene il sangue gli si era intorpidito, non più il tremito gli correva pe′ nervi; un languore lento gli vinceva la forza dell′essere a quella voce feminea. Egli taceva: voleva sentirsi su per la pelle tutte le carezze di quella voce, voleva sentirsi incantare da quei lunghi occhi.

– O mio bello, e perché mi guardi? Il sole mi ha violata; io vo sotto il sole come i poledri; e i poledri sono i miei amori. Sai tu gli aranci? Il mio viso è come un arancio, dice Ziza nella canzone. Ma io non voglio Ziza; io te voglio, te che hai la barba lucente più del rame, e sei forte, e sei mite. Prendimi con te, Iori!...

Ella cantava. Ed ella gli cinse al collo le braccia ignude con un piccolo balzo di gatta lasciva, appressandogli la faccia ridente fra il tintinno e il luccichio dei dischi metallici. Poi si rovesciò, s′immerse nell′erba fredda, si bagnò tutta nella luce lunare; e rimase supina, tutta felice, tutta ebra, mentre fra le ciglia le tremolavano le iridi per un istante, perdendosi nel bianco, sotto la palpebra, come due stille nere nel latte.

– O Mila, che hai? che hai? – susurrava egli, quasi atterrito da quei lunghi aneliti, cercando con la bocca avida l′umidore di quell′altra bocca e il calore molle della gola.

Sopra gli amanti i pioppi si addormentavano nella mansuetudine della luna, erti su′ tronchi dalle fini corazze d′argento, vaporosi alle cime.

– O Mila, che hai?

Ella non rispose: le iridi si schiusero fra il bianco simili a due fiori, mollemente risommergendosi nel desiderio, con un baleno di riso.

All′alba i nitriti dei poledri vibravano limpidamente nella bassura. Una nebbia fresca saliva dal fiume per la pallidezza dell′aria, tra le lunghe rive malinconiche, impigliandosi alle aste dei canneti, alle verghe dei salci, come lembi di velo. Il pulviscolo aureo del sole imminente fluttuava su la bella verginità opalina del mare.

– I poledri hanno sete. Non vieni al fiume, Ziza? gridò la zingara, diritta in mezzo alla torma, mentre con le braccia alte si rannodava i capelli dietro la nuca.

Il fanciullo udì; egli era disteso ancóra sotto la tenda negli ultimi sopori, e la voce di Mila gli sonò come uno squillo tra l′ondeggiare florido dei sogni. Erse la testa, in ascolto.

– Ziza, non vieni?

Diè un balzo; e quando la vide così bella e superba e felice tra le bestie nitrenti, nella clemenza del mattino, si sentì fiorire il cuore.

– O Mila, io dormivo sognando i tuoi occhi che sono come due viole – disse egli avvicinandosi, con quella sua voce sonora, con quella frase di adolescente innamorato della tiorba e delle canzoni.

Ma la zingara d′un salto fu in groppa, ridendo: dalla gonna succinta le gambe le uscivano ignude percotenti i fianchi del poledro, e il poledro ricalcitrava ai colpi drrizzandosi in alto con una furia di ribellione; ella aggrappata ai crini dava le risa squillanti all′aria, dava la gola all′aria, i capelli indietro all′aria: gli amuleti e i dischi tintinnavano luccicando, una mammella dalla punta rossa era balzata fuori del busto con una violenza di germoglio; ed ella rideva, ed ella rideva; e su quel viluppo muliebre ed equino ferivano le prime saette del dio sole.

– Batti con la canna, Ziza – gridò ansante la cavalcatrice.

L′animale percosso si slanciò nella strada bianca, tra la polvere, seguito dalla torma rumorosa; traversò la radura, internandosi tra i salici densi della riva. I poledri si sparpagliarono per quell′umida vegetazione fluviale: all′irrompere, i virgulti si curvavano, si spezzavano crepitando, gemivano sotto l′urto delle unghie; i vimini gialli si richiudevano al passaggio frustando le groppe; su da quella selva chiusa emergevano soltanto le teste brune fra il biancheggiamento, poi anche le teste si chinarono al suolo erboso.

E Ziza, strisciando come un leopardo, s′appressò alla zingara che dall′alto del poledro dominava nella vittoria del sole. Stettero in silenzio: alla foce il mare verdastro con un mormorare eguale placava la forza della correntìa.

– Tu stanotte non hai dormito nella tenda – ruppe egli d′un tratto, alzando il capo e ficcandole in faccia i grandi occhi ardenti di gelosia e di desiderio. – Tu sei stata fuori... con un altro... Non lo negare.

Mila si sentì il sangue divampare pel volto; strinse i ginocchi, e il poledro levò il muso dal pascolo drizzando gli orecchi.

– Come lo sai? – chiese ella dolcemente, girando le iridi violette, con un sorriso.

– Lo so: Doca m′ha fermato, là, mentre correvo dietro alla torma, e me l′ha detto; e sghignazzava quand′io son fuggito. Mila, non lo negare.

Ma la zingara, senza rispondere, si chinò verso di lui, lo prese per i capelli, ridendo, e gli diede un piccolo morso alla nuca. Poi via col poledro in mezzo all′acqua, ridendo, tra gli sprazzi freddi, tra il gorgogliare della creta smossa, tra il balenìo de′ riflessi: i nitriti rispondevano per tutto il saliceto; la torma in tumulto discendeva nel fiume con un frastuono immane, seguendo l′esempio. Ziza seminudo si cacciò in quella battaglia di bestie e d′acque, dietro la zingara fuggiasca, dietro il turbine delle risa, dietro il barbaro amore.

– O strega! o strega! – gridava egli attossicato da quel morso lascivo. E la raggiunse quando l′acqua saliva a mezzo il petto del poledro, e d′un salto montò in groppa anche lui. L′animale, sentendo il nuovo peso, tempestava in furia; Ziza vincitore aveva intrecciate le gambe ignude a quelle ignude di Mila e stringeva tra le braccia il corpo della bella atterrita; i capelli di lei gl′irritavano il viso, il petto di lei gli palpitava pieno sotto le dita, l′odore di lei gli empiva le narici. D′intorno la torma sguazzava con una foga di piacere; le acque gelide spumeggiavano, sotto il sole, sotto il grande e puro sole di settembre; una vela rossa entrava alla foce squarciando il fulgore perlato, protendendo nella Pescara il riflesso come un fiotto di sangue vivo.′

– T′ho vinta! T′ho vinta!

E Ziza copriva di baci le spalle della prigioniera, ebro di conquista come un falco su la preda.

– T′ho vinta!

– No.

Era un′allegra pugna di forti: egli sano, aspro, guizzante in quel fermento di pubertà con una bramosia torbida di godere; ella sana, ricca, quasi inconsapevole in quella dovizia lussuriosa di verginità. Il poledro reluttava ed alenava con le froge in fiamme, con il collo gonfio di vene, con la coda tesa nel terrore, sotto le tanaglie vive.

– No! – bramì la zingara svincolandosi alfine in uno sforzo supremo. Ed all′urto Ziza vacillò su la groppa lubrica, stese le braccia, poi cadde nell′acqua riverso, tra le risa sonore della schernitrice.

– Bevi, Ziza! bevi!

Il vinto s′era drizzato a mezzo il petto, scotendo le ciocche grondanti, affannoso pel gran freddo del tuffo; ed emergeva lucido dal riflesso della vela vicina, come da un incendio. Il sole e la vergogna gli toglievano la vista, gli sbattimenti spezzati dell′acqua lo ferivano da tutte le parti, mentre la torma dietro l′esempio rimontava alla riva con un frastuono immane.

In un momento la boscaglia fu invasa: le bestie salivano sbuffando, con i colli tesi, con le narici inquiete, come punte dall′estro, e si arrestavano per scuotere il guazzo dai crini, al buon tepore mattinale. Una fragranza di agreste, un alito caldo di salute emanava da quei corpi; c′era nell′aria come l′impressione di una grande riviera abbandonata ove pachidermi giganteschi avessero vissuto un dì.

Ziza, all′ombra della tenda, canticchiava una canzone della patria, lunga, triste, modulata su certi striduli strappi metallici della tiorba, in tono minore. La sua bella lietezza di fanciullo era caduta tra i salici salvatici della Pescara, su gli ultimi trifogli fioriti, in quel mattino di settembre. Ora egli si distendeva in un letargo malsano, in un abbattimento come di fiera tolta agli amori delle selve e costretta nella solitudine e nelle catene. Il narcotico delle note gli fluiva pel corpo lentamente: sotto la tranquillità del mezzogiorno tutte le cose tacevano oziando; il fiume pareva fermo, un canale chiuso, di uno splendore eguale che respingeva i riflessi; sotto lo slancio del ponte la riva si perdeva in una fuga verde di pioppi e di canneti, fra cui i trabacchi [33] pendevano come ragnateli enormi. Era la morte calma e silenziosa dell′estate; una frescura dolce alitava nel sole.

Ma la canzone moriva a poco a poco su la bocca del cantore; il verso naufragava nel suono, affievolendosi in un gorgoglìo della gola indistinto; le corde toccate debolmente ronzavano: non erano più che tre, non erano più che due; l′ultima aveva un gemito sottile allo sfiorare del pollice, fremeva comunicando il vellicamento ai nervi della mano e del braccio. Un formicolìo tenue saliva allora pel sangue, si propagava per tutte le vene, si arrestava con un sussulto a sommo del petto, giungeva al capo girando in vertigini; e quel formicolìo pareva che conservasse ancóra la nota, ancóra il metallo della corda, a traverso il corpo vivente. Era come un′eco della canzone, un′ultima eco interiore, vibrante nel senso e suscitante dall′anima i fantasmi addormentati. I fantasmi per quel calor vermiglio si levavano con un volo pigro di farfalle uscenti dalla crisalide, si sparpagliavano fiorendo, fuggivano lasciando il solco luminoso nella fuga. Una lascivia inquieta correva le membra; pareva che il sangue irradiandosi incontrasse dei nodi, e intorno a quei nodi stagnasse con un fermento nascosto, come la linfa su per un tronco d′albero giovine: in quei punti cominciavano le prurigini, si diffondevano tormentose a fior della pelle. Poi d′un tratto un senso di benessere vinceva; un fluire tepido ed eguale inondava la carne, le visioni si facevano chiare, più pure, più umane; U torpore s′addensava in una inerzia di sonno... Ecco, e di nuovo i sussulti. Un intorbidamento improvviso sconvolgeva i fantasmi; il miasma della lussuria montava dall′imo attossicando quella bella e forte adolescenza d′uomo.

Era una forma muliebre guizzante, piegante, provocante in tutti gli atteggiamenti più vivi della voluttà: fuor del turbine luminoso quelle membra ignude s′inarcavano con una vivacità di serpi, come impazienti di allacciare di avviticchiare di bruciare; le carni prendevano i toni più alti dell′arancio e dell′oro; la bocca s′apriva come una ferita fresca e fremeva nell′avidità di suggere; le punte del seno rosse ed erte si dilatavano; tutto era falso, spasmodico, in quella eccitazione, in quella frenesia dei sensi. E Ziza vi s′inoltrava cupidamente, Ziza afferrava la larva della sua zingara con le mani quasi irrigidite dal piacere, cercava con gli occhi arsi le parti più lascive, fiutava l′odore... Ma, ecco, una grande ansia gli toglieva il respiro; pareva che il sangue gli si arrestasse; la larva illanguidiva, le linee tremolavano confondendosi, i colori sfiorivano con la vita. Allora un′angoscia crudele l′opprimeva tutto. Ella non era sua, ella non voleva essere sua, ella gli gettava in faccia quei turbini di risa metalliche con uno sprezzo da regina. Perché? Chi era quell′altro? chi era quell′uomo con gli occhi turchini e con la barba rossiccia di fil di rame?

D′un tratto, innanzi a questa nuova imagine, un tremito gli correva le fibre; un′onda di odio e di collera gli saliva amara alla gola. Egli si sentiva debole però, egli si sentiva vincere da quello sguardo limpido e sicuro, da quel calmo sorriso di lottatore. Tentava sottrarsi all′incubo. Invano: a poco a poco, quasi furtivamente, fra la marea torbida dell′ira una vena di tenerezza s′insinuò, si diramò sottile per l′anima: egli non vide più nulla fuor che un luccichio dubbio, fuor che un tremolìo indistinto come di lacrime; e un abbandono, e uno sconforto l′invase, un terrore inconsapevole di fanciullo. Per un momento tutti gli abbattimenti, tutti gli sbigottimenti vani della puerizia tornarono ad opprimerlo; gli pareva di morire... Aperse gli occhi; e due stille calde gli rigarono le gote. Intorno era una grande chiarità nivea: dal velame dei vapori scendeva una sonnolenza strana ove le cime degli alberi s′intorpidivano, ove l′acqua bianca perdeva ogni brivido, ove i rumori e le voci s′attenuavano sommergendosi.

Quando Iori disse alla zingara che l′avrebbe portata pel fiume nella barca, ella gli gittò le braccia al collo impetuosamente e dai belli occhi violetti sprizzò la gioia.

– Con te? nel fiume? – chiese ella ansante, mentre il piacere su la faccia le si apriva come un fior vermiglio e il desiderio le gonfiava il seno.

Andarono. Già nella pura soavità del pomeriggio i rossori e gli odori del vespro si effondevano a lente onde, vincendo. Sul mare l′azzurro impallidiva nella trasparenza verdognola del berillo, si attenuava in un tono eguale d′ardesia per l′alto, si perdeva su Montecorno in un fluttuamento polveroso di oro. Da quel fluttuamento le nuvole emergevano come un gruppo di aguglie, come una immane selva di stalagmiti, riflesse in fondo alla chiarità delle acque; e in fondo alle acque parevano una rovina di città antica, ruderi sommersi d′una pagoda di topazio, frammenti di grandi idoli barbarici su i quali da tempo scorressero gli oblìi del fiume. La canoa sfiorava quelle sommità fulgide, rompendo la correntìa col taglio della prora: i remi, sotto le braccia di Iori, percotevano suscitando sprazzi vivi di luce.

– Voga, voga, amore! – diceva Mila, distesa a poppa, data la testa indietro, date le mani alla scia. Il sole caldo di arancio la prendeva tutta con una violenza d′incendio, le viveva tra i capelli, le viveva su la gola; i bei dischi d′argento balenavano su le guance, i belli occhi si aprivano come fiori luminosi. Ella era felice; una tenerezza di gaudio le saliva dall′anima, in quella dolce pugna del giorno ove le cose vibravano l′ultima nota.

– Voga, amore!

La canoa rompeva innanzi, presso alla riva, tra un fruscio fresco e odorante di virgulti abbattuti; le radici dei vecchi salici abbarbicate all′argine sembravano viluppi di colubri, i tronchi avevano strani atteggiamenti di corpi umani tòrti dal dolore, e da quei tronchi una germinazione infantile di rami sorgeva a fior d′acqua timidamente. Mandre grasse e verdi di foglie galleggiavano a torno, cedevano disperdendosi alla furia dei remi; sopra, era il sonno dei canneti in fiore, erano selve leggere di pennacchi che non alito di vento moveva, che non fremito d′ali turbava; sopra, era il triste sonno degli alberi che non volevano morire. Su quelle canne, su quegli alberi i velami insensibili del crepuscolo scendevano a poco a poco. Dalla montagna violacea gli obelischi delle nuvole si slanciavano vermigli per l′alto e in fondo alle acque la città antica pareva in fiamme; ma i velami scendevano, ma il silenzio saliva dai campi già immersi qua e là nelle ombre basse, ma il fascino della solitudine invadeva il fiume.

Non più il tonfo de′ remi. La canoa, libera, seguiva la forza della corrente, senza fruscio.

– Tu sei stanco, povero amore – susurrò Mila, china sul giovine, insinuandogli le dita fra le ciocche dei capelli sudanti, insinuandogli il piacere nelle vene.

– No, vedi – rispose egli levando gli occhi glauchi di sorriso, e stringendola nel cerchio delle braccia, con un impeto di desìo.

– Bella, bella, bella! – ripeteva poi fra i tremiti, pallido, avido, mentre la stendeva dolcemente al sacrificio. – Bella, bella!

Erano in un seno curvo, dove le rive dinanzi pareva si congiungessero in una chiostra di verdura. Nella tranquillità lacustre gli alti tronchi si allungavano come un ordine di colonne sotto una volta di cristallo e di metallo; e fra gli intercolunnii il cielo venato d′agata si addolciva sotto il fogliame cupo. Dal fogliame intorno, dal cielo una pace immensa si estendeva su le acque; qualche cosa di latteo e di aureo fluttuava nell′aria, come uno sfinimento di tenerezza in cui si assopivano tutti gli esseri, in cui tutti gli esseri perdevano il senso della vita. Ma da quei sopori un′armonia saliva, inconsapevolmente; un′onda ampia e tenue di suono si effondeva dalla terra per le solitudini crepuscolari, dalla terra adagiata quasi in una stanchezza di parto augusto.

– Bella, bella, bella!

Le rive si riaprirono dinanzi, fugaci. Ora il fiume dinanzi trionfava, nella tristezza di quel muto fluire freddo al mare, di quel fluire muto recante le prime agonie degli alberi che non volevano morire.

– O Mila, senti? – chiese d′un tratto Iori, ergendosi dal fondo, in ascolto.

All′argine sinistro, a traverso i canneti, un crepitìo ruinoso propagavasi d′improvviso come se una fiera vi si slanciasse in caccia; e dalla ruina un viluppo d′uomo e di cavallo con un impeto pazzo balzava nell′acqua che fece gorgo spumando.

– Ziza, Ziza... – urlò la zingara, diritta su i ginocchi, impietrita dal terrore, con le braccia tese verso il gorgo ove il forsennato si dibatteva sul poledro spingendosi alla canoa, invano.

In quell′istante tutta la forte e generosa natura del marinaio si destò.

– Taci, Mila – diss′egli, afferrati i remi, inconscio del nemico. E stese al nemico il braccio sicuro.

Ma Ziza con un supremo anelito di odio e di vendetta gli si avvinghiò al collo, ficcandogli le unghie nella viva carne, traendolo alla lotta nella gelidità avida del fiume. Fu una breve lotta umana in quel silenzio del crepuscolo, in quel mansueto albore ove il plenilunio di rame saliva alla vittoria benignamente.

Presa dalla correntìa, la canoa si allontanava, si allontanava. Mila, abbattuta, non ebbe un grido, non un singulto: ella era lì, come di bronzo, con le pupille fisse al tumulto incerto delle acque, sola, mentre il poledro nuotava faticosamente da presso guardandola con i grossi occhi a cui lo spasimo della morte dava l′ultima luce. Sola, spersa nella immensità della sera, nella pura immensità della sera.

Note

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[7] papaveri… spighe d′oro: i papaveri crescono bene nei campi di grano, formando un abbinamento di colori caldi molto armonico.

[8] alenava: ansava, respirava con affanno.

[9] strozza: gola

[10] Biasce: Biagio..

[11] cuccia: la casa come una cuccia, con un sentimento di protezione vhe ripara dalle difficolta create dal mondo che resta sempre fuori dalla cuccia come dalla casa.

[12] marruche: specie di biancospini

[13] falcacelo: falchetto di rapina diurno dalle vaste ali, con becco adunco ed acuti artigli

[14] marruche: arbusto molto ramificato con piccoli fiori gialli e frutti rossastri, comyne nell′area mediterranea, usato per siepi.

[15] drupa: nome generico per frutti come la pesca o l′albicocca o l′oliva con una parte esterna succosa e un nocciolo duro.

[16] rosolaccio: papavero selvatico che col suo colore rosso spicca nei campi di gramo fra le galle spighe.

[17] forra: burrone, apertura stretta e scoscesa del terreno formata da acque correnti.

[18] cetonia: scarabeo dai riflessi dorati sui rosai, detto anche moscon d′oro.

[19] Gerolamo Bosch, grande pittore fiammingo (1450-1516) ha dipinto visioni di incubo e di follia

[20] acqua pontica - grande elisir: bevande magiche cui si attribuivano virtù straordinarie

[21] vena: avena, pianta erbacea da cui si ricava uno dei foraggi più diffusi per cibare gli animali.

[22] messidoro: decimo mese dell′anno nel calendario istituito durante la Riv. Francese.

[23] sciàbica: la rete impiegata a poca distanza dalla costa e la barca con cui si pratica tale pesca

 

[24] telline: piccoli molluschi commestibili.

[25] garbino: parola dialettale ad indicare il vento di libeccio

[26] mefite: odore sgradevole di acque solforose o inquinate: ma qui indica semplicemente il cattivo odore d′un′aria irrespirabile per il caldo che la corrompe facendola diventare malsana.

[27] tiorba: strumento musicale a corda, simile al liuto, diffuso nei secoli XVI e XVII, con 14 o 16 corde da pizzicare con un plettro, ma spesso semplicemente con le dita callose.

[28] paranza: imbarcazione da pesca a un solo albero, chiamata così perché navigava sempre in coppia a pari (da cui paranza) con un′altra barca

[29] all′imo: fin nel profondo, profondamente.

[30] fluore: flusso

[31] pompa: ostentazione, trionfo.

[32] fumana: vapore

[33] trabacchi: le tende bianche degli zingari.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 02 marzo 2012