Annibal Caro

Gli Straccioni

COMMEDIA

1543

Note di Giuseppe Bonghi

Edizione di riferimento:

Annibal Caro, Gli straccioni, Commento a La ficheide di Siceo, La statua della foia ovvero di Santa Nafissa, La nasea, Biblioteca rara vol. xii, G. Daelli e comp. Editori, Milano MDCCCLXIII

Avvertenza degli stampatori

Questa volta non val nulla al nostro editore l’essere stato alla scuola di Pietro Aretino, e aver tirato di scherma a tutt’andare sotto tanto maestro. Come difendere la ristampa della Ficheide? Sta bene che quel buon vecchio del Gamba, e quel puritano del Romagnoli, gli abbiano dato l’esempio; ma l’altrui colpa non lava la sua; e a noi vengono i rossori per lui, e ci veliamo ovolgiamo la faccia come faceva Agamennone in quel famoso quadro del sagriflcio d’Ifigenia.

Che il Molza, secolare, cantasse i Fichi, quando un monsignor della Gasa cantò poi il Forno, non è da meravigliare, chi ricordi la licenza de’ costumi al principio del secolo XVI, e precisamente dinnanzi che pigliassero forza le decisioni del Concilio di Trento, che riuscì a mettere la natura sotto lo staio o nel forziere, come gli amanti del Boccaccio. Che il Caro, giovine e futuro segretario di Pierluigi Farnese, si sbizzarrisse a far un Comento più Sconcio del capitolo del Padre Molza, se non altro perchè è il Rawlinson di questa scrittura cuneiforme, passi; ma che nell’anno della fruttifera incarnazione del figliuolo di Dio, 1863, si rimettano in luce queste sozzure, è cosa intollerabile, e di noi componendo si potea dire: La man va lenta innanzi e l’occhio indietro.

— Pertanto se è corso qualche errore di stampa se ne incolpi la nostra coscienza e non l’ Editore, che vi mise gli occhi e le reni.

Ma la lingua, ma lo stile! Ma quei puri e santi classici di Petronio, Marziale, Boccaccio, e Casti! Scuse magre, anzi perfide e più ree della stessa colpa. Nè sappiamo ora perchè i frati Domenicani abbiano dimenticato l’esempio del loro Savonarola, e si contentino d’un Indice, quando dovrebbero nelle pubbliche piazze, ardere i libri lascivi, e potendo arricchir il rogo coi loro autori, tanto meglio.

Con noi consente espressamente Fra Tedaldo degli Elisei, convertitore della moglie di Aldobrandino Palermini, secondo attesta il Boccaccio nel suo Decamerone; e diciamo altrettanto della Diceria di Santa Nafissa. Ma per far almeno, che gli empj sappiano come nacque quest’opera di demonio, accattiamo alcune parole che troviamo nella vita del Caro scritta da Anton Federigo Seghezzi. Eccole :

« Ma lo studio più dolce al Caro era quello delle buone lettere, e particolarmente della lingua toscana, sopra la quale avea principiato ad affaticarsi sin da’ primi anni della sua gioventù: vago oltremodo d’apprenderne la proprietà, e di saper perfettamente le più leggiadre e le più pure forme dello scrivere. Se ciò riuscito gli sia, oltre alle Lettere famigliari, che sono una delle più pregiate scritture di questo rarissimo spirito, ne fanno piena fede le altre sue opere, se non con eguale purità di stile dettate, piene così di gentilissimi tratti e di una felicissima copia di scelte parole, che non solamente e’ sembra e nato e allevato in Firenze, ma negli antichi scritti de’ soavi parlari interamente consumato. Ciò manifestamente si pare nel Comento che fece sotto il nome di Ser Agresto al Capitolo de’ Fichi di Francesco Maria Molza, suo grande amico, quivi da lui, tolta la denominazione della parola Greca [1], chiamato il Padre Siceo. Uscì questo libro [2] alla luce la prima volta appresso al Barbagrigia [3], cioè, se non erro, presso ad Antonio Biado d’Asola, stampatore in Roma; siccome io raccolgo dal carattere d’esso libro, che di certo è quello stesso con cui il Biado stampò molte cose, e dagli Straccioni, commedia del Caro, nella cui prima scena, che è in Roma, si fa menzione della bottega del Barbagrigia [4]. Dopo il Comento si legge l’argutissima Diceria de’ Nasi, scritta per Giovan Francesco Leoni anconitano, uomo di buone lettere, segretario del cardinale Alessandro Farnese, e Re allora nell’Accademia della Virtù, il quale era fornito d’un segnalatissimo naso) onde con molta bella grazia viene dileggiato da Annibale anche in parecchi luoghi delle sue Lettere [5]. Io credo che quel trattato sopra il naso rigoglioso e sperticato [6] del Leoni, sia quell’opera stessa che egli alcuna volta chiama Nasea [7], e non un diverso componimento di poesia, siccome dalle parole di lui sembra che piuttosto credersi deggia. Imperciocchè egli narra che trovandosi in Napoli con Gandolfo Porrino, questi lo fece conoscere a tutta la città e per poeta, e per autore della Nasea; il perchè non poteva passare per la strada che non si vedesse additare, o non sentisse dirsi dietro: Quegli è il poeta del Naso: soggiugnendo che chi non sapeva il fatto, cioè ch’egli avesse schernito il naso altrui, gli correa innanzi, pensandosi che avesse il naso grande: e gli facea una nasata intorno, che avrebbe voluto piuttosto portar la mitera [8].

Scrisse anche nella sua gioventù l’Orazione di Santa Nafissa, mentovata dal Doni nella Seconda Libreria [9], e da Jacopo Bonfadio in una lettera al conte Fortunato Martinengo, pubblicata da Venturino Buffinelli in Mantova.

Ed eccoci di nuovo alle Fiche. Il nostro Editore pare che dica al lettore: Togli, che a te le squadro. — E noi veliamo senz’altro la statua del pudore, che sta tra i busti di re e imperatori a insegna e decoro della nostra letteraria officina.

I Successori di Barbagrigia.

GLI STRACCIONI

COMMEDIA.

PERSONE DELLA COMEDIA

Giovanni, Battista, fratelli/Straccioni.

Giulietta, figliuola di uno di loro, detta altramente Agata.

Tindaro, innamorato di Giulietta, per altro nome Gisippo.

Demetrio, suo amico.

Satiro, suo servo.

Madonna Argentina, nipote degli Straccioni.

Il cavaliere Giordano, suo marito.

Barbagrigia, suo compare.

Marabeo, fattore.

Pilucca, servo.

Nuta, fantesca.

Messer Rossello, procuratore.

Mirandola, pazzo.

Giulio, Lispa, Fuligatto, furbi di Campo di Fiore.

PROLOGO.

Spettatori, voi dovete la più parte avere conosciuti gli Straccioni; quel Giovanni e quel Battista, o piuttosto quel Giovambattista, fratelli Sciolti, che erano due in uno o uno in due: voi m’intendete; quell’Avino Avolio de’nostri tempi, con quei palandrani lunghi, lavorati di toppe sopra toppe, e ricamati di refe riccio sopra riccio: quei zazzerati, con quei nasi torti, arcionati e pizzuti: quegli unti bisunti, che andavano per Roma sempre insieme, ch’erano di una medesima stampa, che facevano, che dicevano le medesime cose; che parlavano tutti due in una volta, o l’uno serviva per eco dell’altro. Non guardate che uno di essi sia morto, che neanco per morte si possono scompagnare. Il vivo è morto in quel di là, e il morto vive in questo di qua: così talvolta son morti tutti due, e talvolta son tutti due vivi; e, per segno di ciò, questo per certi giorni non si vede; e oggi vedrete qui l’uno e l’altro di loro. Voi avete inteso dire di quel Castore e di quel Polluce quelle belle faccende, che fecero non so che comunella di nascimento, di vita e di morte; e che diventarono anco immortali; che non son morti mai. Immaginatevi ohe questi siano dessi, perchè fanno delle medesime cose; e sono anco due bei giovini come erano quelli, salvochè, a dire il vero, sono un poco più sudici di loro. Voi gli avete per poveri e per pazzi; e l’Autore ha tolto a farli ricchi e savi. La cagion che lo muove è da ridere, e dirolla ancora a voi; ma tenetemi secreto. — Costoro, sapendo che il compositore di questa Comedia è servitore antico di Casa Farnese, e credendosi che, per aver sì gran padroni, egli sia qualche grande arcifanfano, per guadagnarsi il suo favore nella causa loro, gli hanno a piena bocca fatto un presente di cinquantamila scudi; di quelli però che domandano a’ Grimaldi. Egli, che non ha mai provato d’essere ricco se non in sogno, volendosi arricchire di promesse, n’ha fatto capitale, come di contanti; e a guisa di colui che, pasciuto di fumo d’arrosto, pagò di suon di quattrini, in cambio delli cinquantamila ricevuti da essi in parole, farà recuperar loro li trecentomila in Comedia. Il medesimo fa del senno; perchè, come è tenuto da loro per grande, così vuole che voi abbiate essi per savi. Queste due fantasime con tre cose hanno dato il nome e il soggetto a questa Comedia ; con una lite che fanno con i Grimaldi: con una figliuola che hanno lasciata a Scio; e con una nipote che non sapevano d’avere a Roma. Gli scompigli, gl’inganni, le gelosie, le quistioni, le paure, che vi nascono; come si scoprono, come si acquetano, si vedrà nel procedere. Bastivi per ora a sapere, che di questi tre semplici principali, si fanno molte varie e quasi incredibili mescolanze di diversi accidenti di fortuna, di diverse nature e consigli duomini: di morti che vivono; di vivi che son morti; di pazzi che son savi; di vedovi maritati; di mariti che hanno due mogli; di mogli che hanno due mariti. Vi sono spiriti che si veggono; parenti che non si conoscono; familiari inimici; prigioni liberi; e altre cose assai, tutte stravaganti e tutte nuove. Questo argomento, così interzato, moverà forse troppo la colera a questi stitichi; perchè scempio o doppio solamente è stato usato dagli Antichi nelle lor Comedie. Avvertite che, sebben non si trova anco divieto che non si possa fare; e anco s’è mosso a farlo con qualche ragione. La favola pecca di tre sorti umori; uno argomento non gli muove, due non gli risolvono; il terzo gli vaca ed è ristorativo, perchè è di materia piacevole; e non è fuor di proposito, perchè ciascuno di questi casi fa per sè stesso Comedia, ed ha le sue parti, e tutti tre sono intrecciati per modo che l’argomento è tutt’uno. Mancar di vizio e abbondar d’arte, merita lode; ma egli si contenta di non averne biasimo. Nelle altre cose ha seguitato l’uso degli Antichi; e se vi parrà che in qualche parte l’abbia alterato, considerate che sono alterati ancora i tempi e i costumi, i quali son quelli che fanno variar le operazioni e le leggi dell’operare. Chi vestisse ora di toga e di pretesta, per belli abiti che fossero, ci offenderebbe non meno che se portasse la berretta a taglieri e le calze a campanelle; perchè gli occhi, gli orecchi e il gusto degli uomini sono sempre acconci a quel che porta l’uso presente. L’autore vorrebbe ch’io vi dicessi ancora molte cose a sua giustificazione; ma questo avete a saper brevemente: che egli conosce d’aver dura impresa alle mani, e che per obbedienza s’è messo a farla, non per prosunzione. Tuttavolla s’è ingegnato, come meglio ha saputo, di piacervi. Ma la legge della Comedia non si trova in tutto stabilita; l’esempio è molto vario; ognuno ha il suo capo; ogni capo le sue opinioni; e ogni openion le sue ragioni. Per questo, piacere a tutti è difficile; e in tutte le cose, impossibile. Assai gli parrà d’aver bene spesa la sua fatica, se in qualche cosa piacerà a qualche parte di voi. Ma prestateci grata audienza e gustate bene; che, essendo il convito di molte vivande, spero che vi sarà pasto per ognuno.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA.

Demetrio, Pilucca, Barbagrigia.

Demetrio. Pilucca, poichè per mare ti sono stato compagno nella mala fortuna, non m’abbandonare in terra nella buona. Io non sono mai stato a Roma; di grazia, fammi il piloto fino a tanto ch’io trovi questo messer Tindaro ch’io t’ho detto.

Pilucca. Prima che si beva?

Demetrio. Oh, tu hai bevuto a Ripa in tanti luoghi.

Pilucca. Oh, oh, e da Ripa in qua?

Demetrio. Insegnaci almeno dove mi posso abbattere a vederlo.

Pilucca. In Ponte capita ognuno.

Demetrio. E dove è Ponte?

Pilucca. Dove siamo noi più tosto? che piazza è questa? questa strada non c’era ella; nè questa.

Demetrio. Ancora in terra avemo bisogno della bossola?

Pilucca. Dov’è il palazzo di Casa Farnese?

Demetrio. Se fosse un magazzin di vino, già l’avrebbe trovato.

Pilucca. È forse questo? Oh non era tanto alto.

Demetrio. Tu sei ben più alto di lui.

Pilucca. Mi par pur desso. Sì, è. E la casa della mia padrona, dov’è che era qui incontro?

Demetrio. Di quante botti ha bevuto, tante volte gli fa il cervello.

Pilucca. Era pur di qui.

Demetrio. Greco.

Pilucca. No, più là.

Demetrio. Corso.

Pilucca. Da questo altro lato.

Demetrio. Mazzacane.

Pilucca. Dove è Campodifiore? di qua? o di qua?

Demetrio. Almeno ci riconoscessi tu gli uomini!

Pilucca. Oh, ecco qui la bottega del Barbagrigia stampatore.

Demetrio. Non è poco.

Pilucca. Siate il ben trovato, Barbagrigia.

Barbagrigia. E tu ben venuto.

Pilucca. Come va?

Barbagrigia. Grassamente, come tu vedi.

Pilucca. Veggo bene che non potete più capir nella mostra; oh ve’ pancia onnipotente che avete fatta. Dio ve la benedica !

Barbagrigia. Costui mi dice villania molto familiarmente. Chi sei tu?

Pilucca. Son Pilucca.

Barbagrigia. Pilucca ; e che vuol dir che sei così spiluccato?

Demetrio. Botta, risposta.

Barbagrigia. Che abito è questo? Tu balzasti pur in una galera?... ah...!

Pilucca. Per disgrazia, non per maleficio.

Barbagrigia. Ci ritornerai dunque.

Demetrio. Vuol dir che ci sarai rimenato da’ birri.

Pilucca. La intendeva senza chiosa.

Barbagrigia. E come ci capitasti?

Pilucca. Voi sapete che il cavalier Giordano, vostro compare, volse andar in Levante, per valersi di non so che eredità della padrona.

Barbagrigia. Ben sai che lo so.

Pilucca. E che, dopo che si partì di qua, non se n’è saputa più nuova.

Barbagrigia. Sollo.

Pilucca. E che la padrona mi mandò che lo cercassi per tutto.

Barbagrigia. Bene.

Pilucca. Non ho trovato lui, e quasi che mi son perduto io.

Barbagrigia. Il maggior guadagno che potessimo fare. In man de’ Mori, eh?

Pilucca. Cinque maledetti anni.

Barbagrigia. Il resto mi so io. Un remo di trenta piedi.

Pilucca. Peggio!

Barbagrigia. Ferri di cinquanta libbre?

Pilucca. Peggio!

Barbagrigia. Grisanti a bizeffo?

Pilucca. Peggio, dico!

Barbagrigia. E che diavolo è peggio?

Pilucca. Acqua e biscotto.

Barbagrigia. Ah, ah...! E come ne sei scampato?

Pilucca. La galera, finalmente, quando il Diavolo volse, dètte attraverso; e così ne siamo usciti, questo galantuomo ed io.

Barbagrigia. Tantochè la disgrazia t’è stata ventura.

Pilucca. Basta, noi siamo qui. Anzi io non so dove mi sia. Mi pareva d’esser fuor di mare, e pur mi va il cervello a guazzo. E mi vergogno a dir, che non ritrovo la casa di madonna Argentina, mia padrona.

Barbagrigia. Ah, ah, ah!

Pilucca. Dove diavolo è questa casa?

Barbagrigia. Se l’ha ingoiata il Boccaccio.

Pilucca. Chi Boccaccio?

Barbagrigia. Il soprastante della fame; non lo conosci? Il locotenente del terremoto: quel che con una verga insanguinata e con un filo incantato, che mette sopra le case, le sconquassa e le tira tutte per terra.

Pilucca. Ah, sì, sì, quel dagli specchi. È molto amico della mia padrona.

Barbagrigia. E però le ha fatto favore di metterle la casa in piazza.

Pilucca. La casa in piazza? In questa non è.

Barbagrigia. Ah, ah, ah...!

Pilucca. Oh gran capocchio ch’io sono! Adesso la intendo. Oh, non poteva ruinar più gloriosamente, poichè la sua ruina è parte di tanta magnificenza.

Demetrio. Oh bel palazzo! Oh! bella piazza! Oh bella Roma!

Pilucca. Ma io che farò? La casa non c’è. La padrona non trovo. Ho una fame che la veggo; e, son tanto impaurito dell’acqua, che non mi tengo ancora sicuro finchè non sono in cantina della padrona.

Barbagrigia. Costì sì che porti pericolo d’affogare.

Pilucca. Intanto m’impiccate per la gola a farmi star tanto digiuno. Insegnatemi dove sta.

Barbagrigia. Dimmi! dove hai cercato del cavaliero?

Pilucca. Fin quasi nell’altro mondo.

Barbagrigia. Insomma non l’hai trovato?

Pilucca. E come? Se è morto!

Barbagrigia. Oh povero mio compare! E dove, e come è morto?

Pilucca. È cosa lunga, e son digiuno.

Barbagrigia. Di’ brevemente.

Pilucca. Mori di subito. Non v’ ho io detto che mi svengo dalla fame? Insegnatemi dove abita, se volete.

Barbagrigia. Orsù che t’ ho castigato abbastanza. Va’ là, che voglio venire ancor io alla comare per intendere il caso e condolermene con lei.

Demetrio. Pilucca , non volemo prima trovar quel mio amico?

Pilucca. Chi volete che trovi, se mi sono smarrito?

Barbagrigia. Chi cercate, uomo dabbene?

Demetrio. Un messer Tindaro Sciotto; il qual però non so che sia a Roma; penso nondimeno che non possa essere altrove.

Pilucca. Questo è come un cercare de’ funghi.

Barbagrigia. Io non lo conosco; ma questi dui Straccioni, che vengono di qua, sono Sciotti.

Demetrio. Guata coppia di compatriotti orrevoli! Andatevene a vostra posta, ohe io ne voglio domandar loro.

Pilucca. Or sì. A rivederci

SCENA SECONDA.

Battista Giovanni Straccioni; Demetrio.

Giovanni. Città bella. Città bella. Città brutta.

Battista. Città arcibrutta, poichè dòma.

Giovanni. Poveri e pazzi.

Battista. Sì, pazzi e poveri ci ha fatti noi.

Giovanni. Con la grazia degli uomini.

Demetrio. Che uccellacci son questi? ? litiganti o arche-misti debbon essere.

Giovanni. Da Scio a Genova.

Battista. Da Genova a Roma.

Giovanni. Da Erode a Pilato.

Battista. D’oggi in domane.

Demetrio. Sono Sciotti, vengono da Genova e litigano. Sta pur a vedere che saranno i Canali.

Giovanni. Non ci mancava altro che il dolore e il vituperio del paese; se è vero che Giulietta mia figliuola sia stata rubata da Tindaro.

Demetrio. Di Giulietta e di Tindaro dicono. Sono dessi certo; ma perchè vanno così diserti? Sono forse impazziti a Roma? Non sarebbe gran fatto. Mi voglio fare loro innanzi per intendere che stravaganza è questa, e per aver nuova di Tindaro, e delle cose come son passate tra loro. Ma dubito che non sappino che io ho tenute le mani con Tindaro alla rapina di Giulietta. Che più? a ogni modo non mi conoscono di vista per Demetrio.

Giovanni. Costui mi pare, all’abito, del paese.

Battista. D’onde venite, buon compagno?

Demetrio. Di Levante.

Giovanni. Di che parte?

Demetrio. Di Scio.

Battista. Sete Sciotto voi?

Demetrio. Al vostro comando. E voi?

Giovanni. Sciotti.

Demetrio. Come sete voi qua?

Battista. Per faccende. E voi?

Demetrio. Per fortuna. Ditemi, se vi piace, non sete voi de’ Canali?

Giovanni. Sì, siamo.

Demetrio. E che stracci son questi?

Battista. I trofei della nostra lite.

Demetrio. Un bell’onor vi fate, per dio!

Giovanni. A’ poveri e malcontenti, come noi siamo,non si conviene altro abito.

Battista. E finchè non’ci vendichiamo della superchieria che ci e stata fatta.

Demetrio. Da chi?

Giovanni. Se sete del paese, lo dovete sapere.

Demetrio. Ah, sì, sì, da Tindaro.

Battista. Da Tindaro e da Demetrio.

Demetrio. Perchè Demetrio? Non è egli vostro parente? Ciò che egli avrà fatto, credo che sia stato per ben vostro e della vostra figliuola; e ciò che ha fatto Tindaro, non si può dir che sia per altro che per troppo amore che porta alla Giulietta.

Giovanni. Un gran ben, per dio!

Battista. E un grande amore è stato il suo.

Giovanni. A disonorar lei.

Battista. E ingiuriar tutto il suo parentado.

Demetrio. Lei non hanno disonorata, perchè l’amore è legittimo, poichè si vuol per moglie; e voi non hanno ingiuriati, poichè non si son mossi per vostro dispregio; ma per desiderio d’ apparentare con voi.

Giovanni. A nostro dispetto.

Demetrio. Buona vostra grazia, se volete.

Battista. La licenza delle massare da Genova.

Demetrio. Oh, se voi non avete mai voluto consentirvi!

Giovanni. Per aver detto di no molte volte, non è però che non si possa una volta dir di sì, come all’ultimo avemo fatto.

Demetrio. Vi ricordo che la pazienza senza speranza negli innamorati diventa disperazione.

Battista. E negli ingiuriati si risolve in vendetta.

Demetrio. Se sete savi, vi contenterete di quello che è stato ordinato ed eseguito da loro, che, congiunti insieme, non possono essere disgiunti da voi; e così rimedierete ai disordini passati e a quelli da venire. E perchè non v’avete voi a contentare, che una vostra figliuola sia maritata al più nobile, al più ricco e al più dabben giovine di Scio?

Giovanni. Quel che meritava per l’altre sue qualità, l’ha demeritato per la sua insolenza.

Battista. E se procedeva con la debita modestia, senza rapirla era sua.

Demetrio. Sua è ella adesso; e non gliene potendo torre, come potrete ancor non dargliene?

Giovanni. Non l’arà di nostro consenso, perchè non può esser con nostro onore.

Demetrio. Anzi l’onor vostro non si può salvar per altra via. E come farete che non sia fatto?

Battista. E come faranno essi che non sia mal fatto?

Demetrio. Voi non sete per la via.

Giovanni. Dovete esser loro amico, al parlare che fate.

Demetrio. Sono anco vostro, ancorchè non mi conosciate.

Battista. Chi siete voi?

Demetrio. Lo saprete poi, perchè penso d’avervi a riparlare sopra ciò per beneficio dell’una parte e dell’altra.

Giovanni. Non ci accade altro parlamento per questo conto, ma volentieri sapremmo da voi quel che sia di loro.

Demetrio. Li vo cercando, e spero trovarli.

Battista. In Roma?

Demetrio. Basta ! Ma poichè sete in questa ostinazione, non ve ne dirò altro.

Giovanni. Sì pure, fate che il sappiamo; che per amor di quella povera figliuola ascolteremo quel che ne volete dire.

Demetrio. Colui che va là, mi par Satiro. Addio!

Giovanni. Dove andate?

Demetrio. Non accade altro.

Battista. Udite. Come vi domandate?

Giovanni. Dove vi troveremo?

Demetrio. Non posso più stare.

Giovanni. Parlateci, che qualche cosa sarà.

Demetrio. In buon’ora; lassatemi andare adesso. Dove sarete voi?

Giovanni. Andremo a sollecitar la nostra sentenza, e saremo tosto di qua.

Demetrio. Ritornate, che ci parleremo.

SCENA TERZA.

Demetrio, Gisippo, Satiro.

Demetrio. Per dio, che questo è Satiro. Oh, se messer Tindaro è qua, le cose si potriano facilmente rappattumare. È pur Tindaro davvero. Che ventura è questa mia oggi a ritrovarli tutti in una volta!

Gisippo. Moglie... moglie... Non me ne parlar più, se tu vuoi.

Demetrio. Sua moglie è Giulietta. Dice forse di lei? Voglio un poco stare a sentire.

Satiro. Un gran torto le fate a non renderle il cambio di tanto amore che vi porta.

Gisippo. Torto le farei di accettarlo, poichè ho l’animo volto tutto a quell’ altra.

Demetrio. Qual altra? Oh questa sarà bella, che non voglia più la Giulietta, quando l’avemo rapita per forza, quando siamo condannati, confinati, ruinati per averla.

Satiro. Padrone, ve ne pentirete.

Gisippo. Oh tu mi hai fradicio, a voler saper di me più che io medesimo. Basta che io t’ho per amorevole assai; ma tanto tanto ha poi del saccente e del fastidioso.

Demetrio. Ohe cosa sarà questa? Mi voglia scoprire.

Gisippo. Satiro, veggio io il mio messer Demetrio?

Demetrio. Demetrio vostro vedete.

Gisippo. Oh, messer Demetrio mio caro!

Satiro. Oh, padron mio!

Demetrio. Oh Satiro dabbene; oh messer Tindaro, io v’ho pur ritrovato una volta!

Satiro. Avvertite che non è più Tindaro.

Gisippo. Dice bene il vero che io non son più desso.

Demetrio. Perchè?

Satiro. Si fa chiamar Gisippo.

Demetrio. Oh, sì sì, mi par ben fatto per ogni rispetto.

Gisippo. Donde venite? e che andate facendo?

Demetrio. Vengo, si può dir, del Mondo; in tanti luoghi sono stato; vo’ cercando di voi; e portovi buone nuove.

Gisippo. Altro di buono non mi potrete portare che la vostra presenza.

Demetrio. So che questa v’è cara, ma più caro vi debbe essere il compimento di tutti i vostri desideri.

Gisippo. Dite cosa che non può essere.

Demetrio. Come non può essere, che la Giulietta è vostra?

Gisippo. Mia non è ella, e non può più essere.

Demetrio. Domine, che voi non la vogliate ora che i suoi se ne contentano! Avete a sapere che, tolta che noi l’avemmo, giunsero lettere del padre e del zio, di qua d’Italia, che vi fosse sposata; e un giorno di più che indugiavamo, non bisognava rapirla.

Gisippo. Ahi, Fortuna, Fortuna! questi sono de’ tuoi tratti; delle disgrazie, che tu mi mandi, non ne coglie una in fallo; le grazie, o non vengono mai, o non arrivano a tempo.

Demetrio. La povera madre, ricevute lettere di qua, fu molto dolente della vostra partita, e sentendo che vi faceva cercare, mi son mosso a cercar di voi per ricondurmi ancor io a correre una medesima fortuna con esso voi; perchè, scoperto che fu che io tenni le mani alla vostra rapina, la Corte m’ha sempre perseguitato, e la Fortuna maggiormente. All’ultimo, dopo molte disgrazie, uscito di man di Mori, or’ora son giunto qui, e mi sono abbattuto appunto nel padre e nel zio di Giulietta. Ho ragionato con essi, e fra quello che ho ritratto da loro e quel che so del paese, v’ assecuro che la Giulietta sarà vostra con buona grazia d’ognuno. Voi piangete, messer Gisippo?

Gisippo. Ohimè!

Demetrio. Satiro, che vuol dir questo?

Gisippo. Ohimè! Ohimè!

Satiro. Voi non dovete saper dunque, che la Giulietta è morta?

Demetrio. Morta? Giulietta? Oh che di’!», Satiro!

Gisippo. Quando io era in grazia a lei, era nimico dei suoi; or che i suoi mi vogliono, non ho più lei. Viva, mi si negava; morta, mi si concede.

Demetrio. Questa è veramente una gran perdita, e avete mille ragioni a dolervene; ma darsi in preda al dolore per cosa che è naturale e necessaria, e senza rimedio, non si conviene nè alla prudenza nè alla costanza d’un gentiluomo vostro pari.

Gisippo. E questo è il mio dolore, messer Demetrio, ch’ella non è morta quando e come muoiono le altre. Èstata uccisa fanciulla innocente, per man di cani, di morte crudelissima, in cospetto mio; e peggio, che io ne sono stato cagione. — Ahi Giulietta sventurata!

Demetrio. Io mi sento scoppiare il core. Oh, oh, fiero accidente è stato questo.

Satiro. Di grazia, non ne ragionate più con lui, che si morrebbe d’angoscia. Lasciamolo un poco da parte.

Demetrio. Oh Satiro, come è stata questa disgrazia?

Satiro. Vi dirò brevemente. — Rapita la Giulietta, navigavamo alla volta di Corfù. Giunti a vista del Zante, fummo assaliti e presi da cinque fuste [10] di Turchi Messer Gisippo, per la conoscenza che aveva nell’isola sperando di far ricatto, lasciata la Giulietta, la mattina avanti giorno ottenne di farsi mettere in terra solamente con me. Approdati che fummo, trovammo che appunto vi sopraggiungevano di Cefalonia le galere de’ Veneziani. Il capitano era suo caro amico. Si riconobbero; e tra loro risoluti di poter conquistare le fuste, ci mettemmo a seguitarle, ancorchè si fossero allargate. E già ci trovavamo lor presso, quando veggiamo che, per fermarci, mettono Giulietta legata in poppa minacciando d’ucciderla; e per questo incalzando noi maggiormente, in un tratto, a’ nostri occhi veggenti, le tagliano il capo e gittano il corpo in mare.

Demetrio. Oh cani traditori!

Satiro. Gisippo, per ripescare il corpo, fe’ ritenere le galere; e le fuste intanto, pigliando vantaggio, si salvarono.

Demetrio. Oh sfortunata giovinetta! Ma, che donna è quella di chi gli parlavi dinanzi, che egli dice di non la volere?

Satiro. Messer Demetrio, questa è una ventura che Dio gli manda in ricompensa di tanta disgrazia. Una vedova gentildonna ricchissima; la più gentil creatura di Roma (come suole avvenire che i sangui s’affrontano) non l’ha prima veduto, che s’è innamorata di lui e lo vuole per marito e per signore di tutta la sua roba; e che roba! e che donna arebbe egli! Un contado, si puol dire, e una Dea. Voi sapete lo stato nostro; se non vogliamo andare sempre raminghi, è necessario che lo faccia; io non gli ne posso metter in capo; poichè voi ci siete, vedete di persuadergliene.

Demetrio. Orsù, non è tempo ora da toccar questo tasto. Veggiamo di tòrlo da questo affanno; e quando sarà meglio disposto, gli ne parleremo.

Satiro. Intanto leviamci di qui, ch’io veggo uno che esce dalla vedova; dubito che non mandi a sollecitarmi di questo parentado, e io la voglio trattenere fin che non facciamo meglior risoluzione.

Demetrio. Messer Gisippo , andiancene a spasso, ch’ io voglio pur vedere Roma.

SCENA QUARTA.

Pilucca, Marabeo, Nuta.

Pilucca. Onesta mia padrona mi ha stracco con tante minuzie ch’ella mi domanda. Già quattro volte mi ha fatto richiamare di cantina, e più di mille ha voluto ch’io le replichi che il padrone è morto. Debbo forse aver paura che non resusciti; ma io non mi voglio morir intanto. E mentre che ragiona con Barbagrigia sarà bene che me ne vada a bevere un tratto col fattore, e a rinnovar la lega con lui di rubar la padrona. Lo veggo appunto alla finestra che fa l’amor con un fiasco. Addio, Marabeo, tu incanti la nebbia a mezzogiorno. Oh, Marabeo! Si è dimenticato in su quel bicchiero questo gaglioffo Marabeo.

Marabeo. Tondo e frizzante insieme; m’è ito fin in su le punte de’ piedi

Pilucca. Pensa se gli sarà ito in capo. Marabeo, che ti venga il canchero!

Marabeo. Chi è là?

Pilucca. Non mi conosci, briccone?

Marabeo. Non io. Bevo un tratto, e vengo abbasso.

Pilucca. Vattene a casa del Diavolo, poichè il Basco è vuoto. Che rombazzo è questo! Sarebbe mai caduto giù per le scale?

Marabeo. Ohi, ohi, ohimè!

Pilucca. E’ parla; poichè non ha rotto il collo, è poco male.

Marabeo. Ohimè, la testa!

Pilucca. Che cosa ci hai? Leva la mano; non è niente. Il manco male che tu abbi in capo è questo. Oh va, bevilo tutto tu.

Marabeo. Chi diavolo sei tu che sei venuto oggi a farmi rompere il collo.

Pilucca. Non mi riconosci ancora? Sono il tuo Pilucca.

Marabeo. Da Lucca?

Pilucca. Son Pilucca.

Marabeo. Oh Pilucca, e chi t’avrebbe riconosciuto così strutto! Sarebbe mai tornato il padrone?

Pilucca. Il padrone è tornato, sì.

Marabeo. Cosi sì che romperò il collo davvero.

Pilucca. Odi. Io ho commissione di rivederti i conti. Siamo d’accordo insieme; se non che tu m’intendi,

Marabeo. E che vuoi contare, che non s’è buscato, poi che tu ti partisti, un soldo?

Pilucca. Marabeo, tu sai che io ti conosco, e tu conosci me. Oltre all’esser io tristo di natura, ho imparata l’arte da te, e ultimamente mi sono addottorato in galera; sicchè risolviti, che io non ci sto forte. Avemo fatte tante tristizie insieme, che per ambidue fa di star cheti e di tenerci il sacco l’un l’altro. Voglio di quel che tu hai rubato la parte mia fino al finocchio, o guasteremo questa vendemmia ancora a te.

Marabeo. Infine, io ho tanta paura e tanto bisogno di un tuo pari, che son forzato a far ciò che tu vuoi.

Pilucca. Voglio participar dunque del passato e dell’avvenire.

Marabeo. E così sia: Modi vecchi e patti usati.

Pilucca. E danari alla mano.

Marabeo. E i conti siano saldi.

Pilucca. Sì, con i soldi.

Marabeo. Basta; ti contenterò.

Pilucca. Contanti, dico io; dammeli.

Marabeo. Te ne do la fede.

Pilucca. Non si spende.

Marabeo. Te li do certo.

Pilucca. Orsù, mi fido di te. Ma perchè mi fo coscienza di sgaglioffarteli, li voglio meritare con darti veramente la nuova che tu desideri delpadrone.

Marabeo. Dimmi dunque che non sia tornato;

Pilucca. Non è tornato.

Marabeo. E che non tornerà più.

Pilucca. Non tornerà più.

Marabeo. E che sia morto.

Pilucca. È morto.

Marabeo. Davvero?

Pilucca. Come! Si muore da motteggio?

Marabeo. Messer Giordano è morto?

Pilucca. Messer Giordano.

Marabeo. In mare?

Pilucca. In mare.

Marabeo. Mare viditte e non fuggitte. Giordano non è converso retroso; e forse che la Scrittura non lo diceva.

Pilucca. Se così è, ben gli stette.

Marabeo. Or sì che tu meriti li tuoi quattrini, Pilucca; e questa è una buona nuova; ma io te ne voglio dare una migliore.

Pilucca. E che può essere meglio, che il padrone sia morto?

Marabeo. Tel dirò io; la padrona è innamorata.

Pilucca. Buona! e t’intendo. Tu vuoi dire che la mia nuova serve per assicurarci di quello che s’è buscato fino a ora, e la tua a poter buscar per innanzi.

Marabeo. Oh madesì. La padrona all’ amore, e noi alla roba; sì, che questa fedeltà e queste coscienze son cose da morirsi di fame e di freddo. Della roba, Pilucca, della roba, se volemo esser galantuomini; e se i nostri non ce ne hanno lasciata, e costoro non hanno tanta discrezione che ce ne diano, se non abbiamo arte da guadagnarne, se la fatica non ci è sana, è così gran cosa che ci vagliamo delle nostre mani? A ogni modo manco male è morir di fune che di sterco; l’hai tu intesa, Pilucca?

Pilucca. Benissimo; e mi piace questa dottrina. Di chi è ella, de’ Peripóteci o di Stronzici?

Marabeo. Che vuoi fare di questi Alfabécochi? Bisogna altro che i lor sogni a viverci. Ma che vuol dir che la Nuta viene così infuriata?

Nuta. Ah traditoraccio poltrone! Perciò non volevi tu che io ti entrassi più in casa? Per questo, quando avevi le renelle, quando il fianco, e quando il canchero che ti venga!

Marabeo. Che cosa è questa, Nuta?

Nuta. Che cosa? ah, manigoldo!

Marabeo. Ohi la barba! ohi, ohi!

Pilucca. Ah, ah; ah!

Nuta. Roba fresca volevi? grimo [11] porco! Ma ti pentirai, ti so dir... Donne per forza? Ah!

Marabeo. Che donne?

Nuta. Si sa ben, sì, vecchio lussurioso.

Pilucca Ah, ah, ah!

Marabeo. Nuta mia.

Nuta. Per forza? ah!

Marabeo. Sta un pochetto, Nuta.

Nuta. Voglio che lo sappia ognuno.

Marabeo. Non gridar sì forte almanco.

Nuta. Donne per forza? per forza?

Pilucca. T’ha servito, per Dio!

Nuta. Per for....

Marabeo. Zitto!

Nuta. Mi turi la bocca, furfante! la voglio dire al tuo dispetto: una zittella per forza.

Pilucca. Se vuoi che taccia, dille che gridi.

Marabeo. Nuta mia.

Nuta. Tua! ah can puzzolente!

Marabeo. Pelami tutto, e non dir niente.

Nuta. Vecchiaccio di Susanna. [12]

Pilucca. Ah, ah, ah!

Nuta. Ma se non mi bisognasse tornare in casa ... se avessi tempo oggi di portar questa sua pòliza al Governatore...

Marabeo. Odi, Nuta, Nuta! — Falla un po’ fermare, Pilucca.

Pilucca. Nuta, aspetta, odi una parola, Nuta! Appunto, il diavolo se la porta.

SCENA QUINTA.

Marabeo, Pilucca.

Marabeo. Pilucca, minato sono.

Pilucca. Una buona scarmigliata hai tu tocca.

Marabeo. Di peggio ho paura.

Pilucca. Che baia è questa?

Marabeo. Baia? ah!... Una baia da tirare una capezza, o da balzare in una galera.

Pilucca. Canchero alla falla!

Marabeo. Tu burli, ed io son morto fino a ora di paura. Tu non sai l’error che io ho fatto, nè il pericolo che io porto.

Pilucca. Che grande errore è questo?

Marabeo. Tenere una donna per forza.

Pilucca. Ben, ben. Tu fai molto a sicurtà con le forche; che donna è questa?

Marabeo. Una fanciulla liberata da’ Turchi per opera delle galere del Papa.

Pilucca. E come lo sai?

Marabeo. Ti dirò: questa state passata le galere di Nostro Signore andarono verso Levante contra gl’Infedeli. Nel ritorno che fecero, si scontrarono con certo fuste di Turchi, che poco innanzi avevano avuta la caccia da quelle di Venezia; e combattute, e prese che le ebbero i Turchi furon posti alla catena, e i Cristiani che vi erano su prigioni, giunti a Civitavecchia, si misero in libertà, come è ordine di Sua Beatitudine, e decreto perpetuo, che i Cristiani in Roma non possono essere schiavi. Fra gli liberati fu questa Agata, che così si fa chiamare. Ma quel capitano che l’aveva prima nelle mani, la riprese secretamente. Io capitai in quel tempo a Civitavecchia, e tenendo amicizia con costui, mi mostrò questa figura per sua schiava. Piacquemi tanto quanto mi dispiacciono tutte le altre donne. Il capitano temea, come io so ora, di tenerla; trovossi bisognoso di danari; io gliene fei pala [13], e promisili, come volse, di non condurla a Roma; tanto che la comperai, e contra la promessa che gli feci, la menai pur qui, sperando di tenerla celata, o di far che si stesse volentieri meco, e d’esser ben fornito per lussuria. Ma per molta guardia veggo che non l’ho potuta tener secreta; e per molte carezze e minacce e strazj che le abbi fatti, mai non l’ho potuta disporre a guardarmi pur una volta di buon occhio.

Pilucca. È bella?

Marabeo. Bella e buona e savia a meraviglia, e, quel che importa, è cristiana e libera, e mostra d’esser nobile. Ondechè, stando per forza, fra la paura di tenerla, la disperazione di conquistarla, e il dolor di lassarla, stava tutto confuso di pigliarne qualche partito da non capitarci male; quand’ecco s’è pur saputo, e non so come. Ora l’ovo dell’Ascensione non camperebbe [14] me nè quel capitano, se il Governatore lo sa, che non siamo impiccati o messi in galera. E ora conoscerò, Pilucca, se tu mi vuoi bene.

Pilucca. Che vuoi ch’io faccia?

Marabeo. Che tu intenda, come questa spiona della Nuta l’ha saputo, e se l’ha detto a persona; e che provvegghi che non lo dica, se siamo a tempo; e soprattutto che non vada dal Governatore; e poi penseremo il modo di levarci da questo pericolo.

Pilucca. Orsù, fa buon animo. Voglio ire a parlarne con la Nuta.

Marabeo. E io con l’Agatina, se ne potessi ritrar qualche cosa.

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA.

Barbagrigia, Gisippo, Satiro, Demetrio, Nuta.

Barbagrigia. Oh benedetta sia questa mia comare; almanco la dice come la intende; e intendela benissimo, secondo me. Poichè Pilucca afferma che il marito è morto, dice di volerne un altro, e, senza consiglio di parenti, giovine, forestiero e povero, e, alle ragioni che assegna, mi pare una savia donna; e un gran pazzo mi parrebbe questo Gisippo, ch’ella dice d’aver già fatto tentare, se non la pigliasse. Mi si fa mille anni che passi qui da bottega, come suole ogni giorno, per fare questa senseria alla comare. — Eccolo qua con quel forestiero. Non ha cattivo gusto la comare, no; un copertoio appunto da vedove. — Uomo dabbene, avete trovato quel vostro amico?

Demetrio. Ho trovato qui messer Gisippo, che è quel medesimo.

Barbagrigia. Mi piace; ma, con vostra licenza, gli vorrei dir, appartato, parecchie parole.

Demetrio. Come vi piace.

Gisippo. Anzi non vi partite. — Dite pur liberamente, che questi è uno stesso con me.

Barbagrigia. Messer Gisippo, io so che v’è stato parlato da altri di quel che vi voglio dir ora; e se ci arete ben pensato, spero che non mi partirò da voi senza conchiudere.

Gisippo. Che sarà pur .... moglie?

Barbagrigia. Che moglie! moglie pigliano quelli che rompono il collo; ma questa, di che io vi voglio parlare, sarà la contentezza, la quiete e la felicità vostra. Voi non dovete saper forse chi sia Madonna Argentina,

Gisippo. Se non avete a parlar d’altro, non dite più oltre.

Satiro. Messer Demetrio, ragionano di quel parentado. Ora è tempo di batterlo.

Barbagrigia. Che! non ci avete il capo, o non vi pare il partito degno di voi?

Gisippo. Il partito è maggiore che non merita la mia condizione. Ho caro d’esser amato e desiderato da una gentildonna sua pari; non son sì amico della fortuna, che non abbi bisogno delle facultà; reputo, che questa sia la maggior ventura ch’io possi avere, conosco che la debbo accettare, e che fo male a non farlo; tutta volta mi risolvo di non potere. La sorte mi mette questo bene innanzi, perchè non lo posso usare.

Barbagrigia. Io non intendo questo vostro parlare, e non so perchè non possiate, quando vogliate; e voler dovreste, secondochè voi medesimo dite. Ohimè dio! Bellezza, onestà, ricchezza e amore insieme, e in una patria come Roma; e state in dubbio di farlo?

Demetrio. Acciocchè voi sappiate, qui messer Gisippo, per dolor di una sua donna morta, e per ricordanza di lei, è così alieno da questa pratica.

Barbagrigia. Per una morta dunque volete scontentare tanti vivi, e far contra di voi medesimo?

Gisippo. Morta è ella, quanto al mondo; ma nell’animo mio sarà sempre viva e immortale.

Demetrio. Messer Gisippo, la nebbia delle passioni oscura il lume della prudenza ancora ne’ savi. Se questo non avvenisse ora in voi, non ardirei di consigliarvi in questo caso, sapendo di quanto gran sentimento sete in tutte le cose. Ditemi, se ve lo persuade la ragione, la quale è una perpetua norma, delle cose che s’hanno a fare; volete voi non consentirvi per lo dolore, il quale voi sapete che è una alterazione a tempo dell’animo nostro? Il dolore passerà, che sarà passata l’occasione; e di qui nascerà un altro dolore, che sarà il pentimento di non l’aver fatto; perchè il procedere del tempo e le necessità della vita faranno mutar l’animo a voi, e lo sdegno lo farà mutar a lei. Così voi vorrete a ora che non potrete ch’ella non vorrà; perchè, dispregiata da voi, si getterà da qualcun altro. E delle sue simili, secondo che intendo, non arete a vostra posta.

Barbagrigia. Sì... che si trovano forse ad ogni uscio delle sue pari ?

Gisippo. Per rifiutar le sue nozze, io non dispregio lei, ma piuttosto manco a me stesso. Quanto ai bisogni della vita, io vi ricordo, che non hanno forza di muover quelli che desiderano di morire. Del tempo, so che è medicina di molte passioni; ma non può esser del mio dolore.

Demetrio. Perchè ?

Gisippo. Perchè è infinito.

Demetrio. Questo è impossibile; perchè sete finito voi.

Gisippo. Basta che non sia per finire avanti la mia fine.

Demetrio. Nè questo può essere, perchè non nasce mai sole, che non ci rechi qualche mutazione, così dell’ animo come del corpo.

Barbagrigia. Voi parlate in filosofia, e io vi voglio parlare in medicina. — Il dolore mi penso io che sia nell’animo, come una ventosità nel corpo. Una pittima solamente che vi facciate al core di quel masson d’argento della mia cornarozza, sete guarito. — È possibile che voi non aggiate considerata la bellezza e la grazia di quella vedovetta? Quel viso dolce.... quegli occhi ladri.... quella persona di man della natura? E come potrete voi stare addolorato a vederla solamente innanzi?

Gisippo. Ohimè, che la rammemorazione di queste bellezze mi porta amaritudine!

Barbagrigia. Oh perchè? non è bella?

Gisippo. È bellissima; e direi senza comparazione, se gli occhi miei non avessero veduta Giulietta.

Barbagrigia. Eccoci pure a Giulietta. — Quando vi comincerà a piacer costei, vi parrà più bella della Giulietta.

Demetrio. Dice il vero: Perchè la pratica fa l’amore, e l’amore genera il piacere; e il chiodo si caccia col chiodo.

Gisippo. Il mio è fitto e ribattuto di sorte, che, se l’asse non si rompe, non uscirà mai.

Barbagrigia. Voi sete giovine, figliol mio. Oh, guardate a questa mia barba bianca, e credete quel ch’io vi dico così alla materiale. Io ebbi un’altra moglie che, quando mi morì, credetti di non dovermi mai più racconsolare, nè che mai più si trovasse un’altra donna, che m’andasse così a pelo; ma non passò molto, che quel dolore mi calò nella schena, e per guarirne, andai alla volta della mia Paolina, la quale ora stimo più cento volte che quella morta, e vogliole meglio assai. E se oggi mi morisse ancor ella, ne torrei domane un’altra, e crederei che mi avvenisse il medesimo.

Gisippo. Io non potrei mai far questo torto a Giulietta.

Demetrio. Giulietta, o non sente, o non cura più queste vanità; e se le sentisse e se le curasse, dovremo credere che amasse piuttosto la quiete e l’utile e l’onor vostro, che il dispiacere e il danno e il biasimo che trarrete di questa vostra costanzia. Ma io conosco di non sollicitarvi a pena con queste ragioni: imperò mi risolvo a pungervi. A voi pare di meritar lode, facendo l’officio del costante innamorato, e non vedete di esser degno di riprensione, lassando quello del buono amico. Se voi non vi curate per conto vostro, nè di morire nè d’esser povero e disonorato; non dovreste però volere che morissero, o disonoratamente vivessero gli amici vostri, e per vostra colpa. Mi è lecito, in questo caso, a rimproverarvi che la mia vita è in questo termine di miseria per voi; poichè voi non vi curate di così lasciarla in abbandono. Io ho perduta la patria, gli amici e le facultà mie, per satisfare a un contento dell’animo vostro; e voi, per sovvenire al bisogno della mia e al disordine della vostra, rifiutate una sì gran gentildonna, un sì ricco stato, e una sì nobil patria, quale è Roma. Felice non volete esser per me, quando io son misero per voi. — Or fate quel che vi pare, ch’io troverò qualche altro compenso alla mia vita.

Satiro. Oh, questa sì che è la inchiodatura!

Gisippo. Messer Demetrio, non è meraviglia che un disperato non s’avvegga del bisogno dell’amico; perchè perde tutti i sentimenti del bene e del male suo proprio. Ma ora che voi dite così, del mal mio sento dolore, e del vostro, dolore e vergogna; poichè per mia colpa v’incontro, tuttavolta, come mi posso io addurre a far quel che mi dite, se il dolor non mi lascia, se il genio rabbonisce, se i sogni me ne spaventano, se l’immagine di lei mi tien siffattamente occupato, ch’io non potrò volgere il pensiero a verun’altra donna?

Demetrio. Io v’ho detto che il dolor passerà via; il genio vi detterà il contrario, allorachè non sarà corrotto da questa passione. I sogni, voi sapete che son sogni; e che una immagine si scancella col suggello d’un’altra immagine.

Gisippo. Queste sono parole; ed io so come mi sento.

Demetrio. Oh gran cosa, che un vostro pari dica di queste scempiezze! Vi concedo che di presente vi paia così; ma che voi solo vogliate torre al tempo e all’animo nostro quei privilegi che hanno avuto sempre, e con ognuno, è cosa da ridersene.

Gisippo. Ob, non sarebbe il maggior tradimento del mondo a pigliar una simil gentildonna, che tanto liberamente mi dona l’animo, la persona, la roba sua; e che io non l’amassi poi con tutto il cuore, come merita?

Demetrio. Voi l’amerete a vostro dispetto. Non udite voi che, alla giornata, la conversazione, la bellezza di lei, l’affezion che vi porta, le comodità e i piaceri che ne caverete, vi trasformeranno tutto nell’amor suo?

Gisippo. E credete che m’abbia a dimenticar di Giulietta?

Demetrio. Se non ve ne dimenticherete, la sua ricordanza vi si farà di giorno in giorno meno acerba, e a lungo andare non ne sentirete più passione. Or dite di sì, nella vostra buon’ora, e lasciate il pensier del restante, che non senza misterio vi si mette questa ventura per le mani.

Gisippo. Anima mia, tu sei in loco da poter chiaramente vedere la costanza dell’animo, la grandezza del mio dolore, e il desiderio di venir dove tu sei. Tu senti che il tuo nome m’è sempre in bocca. Tu vedi che la tua immagine mi sta continuamente nel cuore. Tu sai che d’altri che tuo non posso essere, quando bene ad altri sia dato. Conosci dall’altra parte le tentazioni, gli obblighi, le ragioni, che in parte mi muovono a rompere il mio proponimento. Ma, se di mia volontà in niuna parte ho mai violate le leggi dell’amore, non ti sdegnare che ora sforzatamente io adempia quelle dell’amicizia. Demetrio, cordialissimo nostro amico, fedelissimo ministro degli amor nostri, mi costrigne a legarmi con un’altra donna; per questo io da te non mi discioglio. L’animo mio sarà sempre tuo; il corpo, che tuo più non può essere, vendo per necessità all’amico. Se non fedele a te, piacciati che non sia ingrato a lui. Ma pochi in questa miseria saranno i miei giorni: questi pochi contentati che io gli spenda a beneficio di un tanto nostro amorevole. E perchè io esca dall’affanno ch’io sento a non esser teco, o a te mi richiama, o potendo in qualche parte mi consola. — Andate, messer Demetrio, e fate di me quel che vi pare, che io son già vinto dall’obbligo che vi tengo.

Demetrio. Accetto che d’obbligo lo facciate, non potendo persuadetelo per altra via; ma io ve ne gravo per l’utile e contento vostro, più che per mio.

Gisippo. Altro contento non ci arò mai che la satisfazion vostra e la speranza di averne presto a morire.

Demetrio. A questi rischi di morte vi potessi io mettere ogni giorno.

Barbagrigia. Guata rischi che son questi! Costui entra in un mar di felicità, e lo chiama andar a morire. Questa mi par quella del Giucca, che si mangiò un alberello di noci conce per attossicarsi.

Demetrio. Or, Barbagrigia, non accade che voi diciate questa mala contentezza a madonna Argentina. Egli è disposto fino a ora tanto che basta. Andate a darle la parola, e donatele questo gioiello da parte sua, e questa sera le metteremo l’anello.

Barbagrigia. Altro che anello bisogna metterle. Voglio che gli facciamo incarnar questa sera medesima.

Demetrio. Fate che la vedova sia a ordine, che gli farò fare ogni cosa.

Barbagrigia. Le donne sono a ordine sempre. Or io vi dico il pro; e voglio ire a dirlo ancora a lei.

Satiro. Non già prima di me, che la mancia voglio io. Io la veggio alla finestra con la serva.

Nuta. Che c’è, Satiro?

Satiro. Nozze! Nozze!

Nuta. Vien su, vien su,

SCENA SECONDA.

Marabeo, Nuta

Marabeo. E’ mi par già che il boia mi pesti in sulle spalle, perchè io trovo con effetto che l’Agatina ha parlato con la Nuta per un pertugio dietro al forno. Mi si fa mille anni di sapere quel che Pilucca ha cavato da lei. Ma eccola che esce di casa; non voglio che mi vegga.

Nuta. Tu t’appiatti? ah gaglioffaccio! Marabeo! — Padrona, non vuol venire... Marabeo!

Marabeo. Oh che il diavolo ti strangoli! stregaccia!

Nuta. Va’ su, che la padrona ti domanda... presto! che bisogna provveder per le nozze.

Marabeo. Come! Nozze?

Nuta. Nozze! sì.

Marabeo. Di chi?

Nuta. Della padrona. Di chi vuoi che siano ?

Marabeo. Che! la padrona è rimaritata?

Nuta. Si, sì, rimaritata.

Marabeo. Rimaritata la padrona?Oh, questa sarà l’altra! — Odi, Nuta, di grazia.

Nuta. Vieni alla padrona, ti dico.

Marabeo. Nuta mia.

Nuta. Tanto avessi tu fiato!

Marabeo. Odi.

Nuta. Non mi toccare.

Marabeo. Uh! serpentosa. Lassati almeno parlare; che nozze son queste?

Nuta. Della padrona. Non l’hai inteso ?

Marabeo. Con chi, ben mio?

Nuta. Col marito, con messer Gisippo; lo sai ora?

Marabeo. Come! con messer Gisippo che non la voleva?

Nuta. Basta che la vuole adesso. Va’ su, che s’hanno a far le nozze questa sera.

Marabeo. Come! questa sera?

Nuta. Perchè? ti sconcia le tue, forse, con l’Agatina?

Marabeo. Che Gattina ?

Nuta. Ancora lo niègbi, fagnonaccio [15]! non l’ho io veduta ? non le ho parlato ? non ha ella scritto al Governatore ogni cosa?

Marabeo. Il Governatore lo sa dunque?

Nuta. Lo saperà quando gli darò questa póliza.

Marabeo. Nuta mia, tu sarai cagione di farmi mal capitare.

Nuta. E che cerco io altro?

Marabeo. Vedi, che non faremo più quella piacevolezza insieme.

Nuta. Oh, mi curo assai de’ fatti tuoi!

Marabeo. So ben che, poi che Pilucca è tornato, tu non istimi più me.

Nuta. Nè te, nè lui, nè nessuno; tutti sete d’una buccia, voi altri uomini.

Marabeo. Dunque gli hai tutti provati. Odi, voglio che questa notte facciamo nozze ancora noi.

Nuta. In corte Savella le farai tu, poltroncine.

Marabeo. Ah, Nuta miaperchè tanto male? sta a udire; mostrami un poco questa póliza.

Nuta. Madonna, io vengo, io vengo.

SCENA TERZA.

Marabeo, Pilucca.

Marabeo. La neve si strugge, e lo stronzolo si scopre. Il Governatore saprà la violenza ch’io faccio a costei; e la padrona si rimarita. Tra le forche e la povertà son condotto. — Oh, ecco Pilucca. Ben, che facesti con la Nuta?

Pilucca. Che vuoi ch’io abbi fatto? Ci sono altre faccende che le tue. Co’ pollaiuoli, co’ pasticcieri, co’ cuochi bisogna negoziare,

Marabeo. Nozze, ah, Pilucca?

Pilucca. Banchetta, che importa! Piccioni, pavoni... suso a spendere.

Marabeo. Pilucca, quest’altra ruina non aspettava io che ci venisse addosso di queste nozze.

Pilucca. Guata ruina da riempir la borsa e il corpo per parecchi dì.

Marabeo. Mal pro ci farà, ti so dire.

Pilucca. Perchè?

Marabeo. Perchè per noi si fa che la padrona sia innamorata e non maritata. Ora che starà col capo a bottega, come potremo noi più ruspare? e se il marito ha stocco, dove ci troviamo noi del ruspato?

Pilucca. Non pensiamo al male prima che venga. Godiamoci queste nozze; dipoi qualche cosa sarà.

Marabeo. Innanzi che venga, bisogna pensarci. Questo vivere alla carlona, fa per quelli che vanno per la via dritta; perchè a uomo dabbene avanza della metà del suo cervello, ma a un tristo non basta anco tutto. Ohimè, mi pareva d’aver serrati tutti i passi a costei che non si rimaritasse. Quanti partiti le son venuti innanzi, tutti gli ho guasti. Solo dell’amor di costui la teneva accesa, perchè sapevo ch’egli n’era alienissimo. Ora questa sùbita mutazione, non so donde si proceda.

Pilucca. Tant’è; la cosa è fatta.

Marabeo. Fatta? alla fè, non sarà.

Pilucca. Come non sarà, che s’è data la fede? Il marito l’ha mandata a presentare, ed io vengo per te, che prepari la cena e l’altre cose; che voglion far nozze questa sera medesima.

Marabeo. Questa sera: ben, ben ; la mina è condotta al fuoco; alla contrammina, Pilucca.

Pilucca. Non c’è tempo.

Marabeo. Bisogna supplir con l’ingegno. Attraversiamoci in qualche modo; commettiamo del male; diciamone al marito della moglie, alla moglie del marito; fingiamo qualche innamoramento, qualche adulterio d’uno di loro, qualche malfrancese di tutti due. Impediamo, allunghiamo la cosa almeno per questa sera; dipoi qualche diavolo c’entrerà.

Pilucca. Guarda che non entri nel catino, Marabeo.

Marabeo. Non dubitar, Pilucca, ch’io cerco di sparecchiare il letto e non la tavola.

Pilucca. Oh così, sì: facciasi la cena e disfacciasi ogni cosa.

Marabeo. Intanto non perdiamo l’ occasione. Vedi colà quelli due che volgono il canto? quel maggiore è lo sposo.

Pilucca. Quello è messer Gisippo?

Marabeo. S’, è.

Pilucca. Oh, quell’altro è Demetrio.

Marabeo. Chi Demetrio ?

Pilucca. È quello con chi sono scampato di galera e venuto a Roma.

Marabeo. Che cosa ha da far costui con esso?

Pilucca. Che so io? Sono Levantini, e debbono essere amici.

Marabeo. E questa conoscenza ci torna a proposito. Sai quello ch’io penso ora? Che noi facciamo zufolar nell’orecchio a questo Demetrio, che la vedova è pregna.

Pilucca. Ed è una bella pensata.

Marabeo. Tu sai che in queste cose ogni ombra fa sospetto; ed ogni poco di riscontro che se n’abbia, si crede affatto.

Pilucca. Sì bene.

Marabeo. Egli non deve conoscere in Roma altri che te.

Pilucca. Nessun altro ; nè manco può sapere che io conosca Gisippo.

Marabeo. Tanto meglio. Costui certo se ne viene alla volta tua.

Pilucca. Ed io te lo confetto.

Marabeo. Sai chi sarà buono a far credere che sia pregna? Mastro Cerbone.

Pilucca. E a impregnarla sarà anco buono.

Marabeo. Faremo che glie ne dica in un certo modo in carità.

Pilucca. Messer sì; e io gliene confermerò in secreto. Intanto non bisogna perder tempo per la provvisione del banchetto.

Marabeo. Facciamo così dunque: Io piglierò l’assunto della cena; e tu trova mastro Cerbone e ordina questo panione a Demetrio; dipoi civettali tanto d’intorno, che vi si cali.

Pilucca. E forse, che non lo saprò fare?

SCENA QUARTA.

Marabeo, Ciullo, Lispa, Fuligatto.

Marabeo. Oh, ecco qui Ciullo a tempo. To’ su la resta, vien meco, chiama due altri furbi che t’ aiutino a portar della roba.

Ciullo. Lispa, Fuligatto, za, za!

Fuligatto. Oh, Marabeo, vedi colà nel palazzo un che ti domanda.

Marabeo. Chi sarà costui?

Lispa. Vedi che t’accenna.

Marabeo. È vestito alla marinaresca. Questo è oggi un grande influsso di galeotti. Mi par così il Padrone.... diavolo! che sia desso? — Aspettatemi voi qui finchè io torno.

Ciullo. Non partiremo di qua.

SCENA QUINTA.

Ciullo, Fuligatto, Lispa, Mirandola.

Ciullo. Intanto diamoci piacere alle mani.

Fuligatto. Sì, sì, a Gilè, Gilè.

Ciullo. Fuora le sfogliate! La cesta qui nel mezzo. Qua, Fuligatto; qua, Lispa. Alza per chi dee fare.

Lispa. Oh, ecco il Mirandola, che vien qua. Di grazia, facciamo una burla prima a lui, per metterlo alle mani con gli Straccioni.

Ciullo. Come, così?

Lispa. Gli Straccioni piatiscono quelle gioie, che voi sapete, con i Grimaldi, e questa sera ne aspettano la sentenza in favore. I suoi avversarj, per aggirarli, m’hanno dato due giulj, perchè facciamo credere al Mirandola, che quelle gioie che domandano a loro, sono certe che furon rubate a lui.

Ciullo. Sì, sì, facciamolo.

Fuligatto. Facciamolo.

Lispa. Fuligatto, fermati qui tu dunque e mostra di sentir spiriti di questa cantina. Io andrò giù e fingerò d’esser il suo Malariccia. E tu, Giulio, va, conduci il Mirandola in qua.

Ciullo. Mirandola, non senti quanti Mamalucchi sono per queste cantine?

Lispa. Oh, Mirandola!

Fuligatto. Odi, che ti chiamano.

Lispa. Oh, Mirandola!

Mirandola. Chi sei tu che mi chiami?

Lispa. Son Malariccia.

Mirandola. Che vuoi tu?

Lispa. Rivelarti un secreto.

Mirandola. Che secreto?

Lispa. Non ti ricordi che il Gran Turco ti scrisse una volta di mandarti una certa quantità di gioie, che furon poi tanti vetri?

Mirandola. Me ne ricordo.

Lispa. Conosci tu gli Straccioni?

Mirandola. Sì, conosco.

Lispa. Oh, essi te le hanno rubate.

Mirandola. Oh, boccacci, ladri! e come?

Lispa. Son conciatori di gioie; e per questo capitando alle lor mani, le contraffecero. Le contraffatte vennero a te; e le buone rimasero a loro.

Mirandola. E che n’ hanno fatto?

Lispa. L’ hanno vendute a San Giorgio di Genova, e però domandano ora li trecentomila ducati a’ Grimaldi.

Mirandola. Oh, furfantoni; si vogliono rivestir del mio, ah!

Lispa. Da parte del Gran Turco ti dico che tu staggisca questi danari in mano de’ Grimaldi, e che ne facci tante genti per l’impresa.

Mirandola. Bisogna prima far genti per cavarli loro delle mani

Lispa. Io son qui per questo, e per dar principio all’impresa.

Mirandola. Con quante migliaia?

Lispa. Con millantamila.

Mirandola. Che disegno è il vostro?

Lispa. Metter Monte Mari dentro da Roma.

Mirandola. Perchè fare ?

Lispa. Per esser a cavaliero a Castel Sant’Angelo.

Mirandola. Oh, che il canchero vi mangi! Voi comincerete pur a intenderla. Mettetevi anco di sopra il Coliseo e la Rotonda per gabbioni da piantare artiglierie; e, per cannoni, conducetevi le colonne di Traiano e d’ Antonino.

Lispa. E le guglie.

Mirandola. Di quella di San Pietro fatene un ariete; e dell’altra servitevene per ferri da passatori; e degli archi delle Terme fate balestre a panca.

Lispa. Farassi.

Mirandola. E che aspetta quel poltron del Turco che non viene?

Lispa. Aspetta che noi facciamo questo cavaliero, e che i pali s’auzzino.

Mirandola. Perchè non invia gli giannizzeri intanto?

Lispa. L’ha fatto; e già n’ ha messo una parte.

Mirandola. E dove sono?

Lispa. In Cancelleria, per toccare danari.

Mirandola. E che s’ha da fare?

Lispa. Incoronarti imperatore.

Mirandola. Di che?

Lispa. Di Testaccio.

Mirandola. E della Trebisonda?

Lispa. E della Trebisonda.

Mirandola. Che segno me ne dai ?

Lispa. Per Testaccio, questa mitra; e per Trebisonda, quest’altre insegne.

Mirandola. Queste mi paiono scope, a me.

Lispa. No, no; sono quei fasci che usavano i Consoli Romani.

Mirandola. La Piccardia non confina con Testaccio?

Lispa. Sì, confina; ma di questa t’investirà il Conte di Baiona.

Mirandola. Dammene l’insegna.

Lispa. Eccola.

Mirandola. Che cosa è questa? un capestro!

Lispa. No, una collana.

Mirandola. Oh, non mi doverò più morir di fame.

Lispa. No, se cotesta collana fa il debito suo.

Mirandola. Or sollecitate dalla banda di Levante, ch’io di qua sono a ordine.

Lispa. Gli Straccioni averanno la sentenza questa sera; ricordati di sequestrar quei danari.

Mirandola. Me gli daranno ora profumati.

Ciullo. Fuligatto. e Lispa. Taràntara, Taràntara, tif, taf.

ATTO TERZO

SCENA PRIMA.

Pilucca, Satiro, Demetrio.

Pilucca. Marabeo non comparisce ancora con questa provvisione. Saria ben bella, che, per empiere il corpo della padrona, mi perdessi l’empitura del mio. Ma ecco di qua Demetrio; lo voglio aspettare, per chiarirmi se il buon Cerbone m’ha servito, di piantarli quella carota; e, se non fosse bene entrata, gliene darò una calcatella gentilmente.

Satiro. Cacasevo. Va’, piglia moglie a Roma tu.

Pilucca. Ma se gliel’ha piantata....

Demetrio. Vedova già sette anni, e pregna!

Satiro. Fatemi questo latino in volgare.

Demetrio. Satiro, io dubito che questo non sia uno stratagemma per distornar questo parentato; a crederlo senza riscontro, saremmo corrivi; a riscontrarlo non a verno se le nozze non s’indugiano; indugiarle senza Gisippo non possiamo. Se diciamo questa cosa a lui, l’affligemo, e lo distogliemo da questa ventura affatto, quando non fosse vero. Se è vero, e non gliene diciamo, e le nozze si faccino, lo mandiamo al macello e lo disonoriamo per sempre. Che faremo, Satiro? Noi l’avemo messo in questo labirinto, e noi ne l’avemo a cavare.

Satiro. Non diciamo (se vi pare) a lui della pregnezza; e domandiamo da noi l’indugio delle nozze per questa sera. Dipoi, di cosa nasce cosa. Io andrò tanto buscando, che me ne chiarirò ben io.

Demetrio. Questo sarebbe il tratto, se ti bastasse l’animo di ottenerlo.

Lispa. Ci proverò. Dirò, che non siamo a ordine; fingerò, che si senta male.

Demetrio. Intanto ecco qui Pilucca appunto. Va’ procura tu di ottener l’indugio delle nozze; ed io vedrò di cavarne qualchecosa da costui.

Pilucca. Buono; si viene a infilzare da sè stesso.

SCENA SECONDA.

Demetrio, Pilucca.

Demetrio. Addio, Pilucca.

Pilucca. Oh, messer Demetrio, avete trovato quel vostro amico?

Demetrio. Non ancora. Che non m’ aiuti a cercarlo?

Pilucca. Ho troppo da fare.

Demetrio. E che faccende son le tue?

Pilucca. Nozze.

Demetrio. Che? hai preso moglie?

Pilucca. No. La padrona ha preso marito.

Demetrio. Sarebbe mai quella che si marita con un certo greco?

Pilucca. Che? già la conoscete?

Demetrio. No, ma n’ho inteso parlare qui da certi.

Pilucca. Che ne dicevano ?

Demetrio. Che è bella.

Pilucca. Bellissima.

Demetrio. Ricca.

Pilucca. Ricchissima.

Demetrio. Buona roba.

Pilucca. Bonissima.

Demetrio. Buona compagna.

Pilucca. E tant’ oltre?

Demetrio. E anco pregna, che è un altro praeterea.

Pilucca. Pregna?

Demetrio. Eh, così alquanto.

Pilucca. Capperi! Questo è pur troppo! E si dice che è pregna?

Demetrio. E si sa, che è peggio.

Pilucca. Oh diavolo! Le diceva ben io, che non si lasciasse bazzicare intorno quel principe.

Demetrio. Principessa, ah ? Oh, se questo suo sposo lo sa, come passerà la cosa?

Pilucca. Se non lo sa per tutto oggi, è fatto il becco all’oca.

Demetrio. E come tornerà il conto de’ mesi poi?

Pilucca. Oh, sta bene in quanto a questo. I figliuoli si fanno per l’ordinario così di sette, come di nove; e, all’usanza d’oggi, di più e di meno, secondochè bisogna.

Demetrio. Notate verba!

Pilucca. Ma vedete messer Demetrio Zoccoli....

Demetrio. Sì, sì, brache!

Pilucca. State cheto, e basta.

Demetrio. Ecco messer Gisippo che vien di qua. Addio, Pilucca.

Pilucca. Oh questo è lo sposo. Voi lo conoscete dunque?

Demetrio. Eh, non importa.

Pilucca. Oh che ho io detto! Sta pur a veder che sarà suo amico. Udite, messer Demetrio; io burlava con voi; ben sapete.

Demetrio. Eh! io lo credo bene.

Pilucca. Non è pregna, davvero!

Demetrio. Così presto ha partorito?

Pilucca. Udite.

Demetrio. Basta. Vatti con Dio.

Pilucca. Di grazia....

Demetrio. Taci, ch’io taccio.

SCENA TERZA.

Gisippo, Demetrio, Giovanni Battista Straccioni.

Giovanni. Insomma, questo giudice ha un capo tanto sodo, che la ragione non ci può entrare.

Battista. E l’ostinazione non ne può uscire.

Giovanni. Sì, per dio.

Battista. Orsù, lasciamo che a questo articolo rimedi il procuratore. Andiamo a trovar quello da Scio.

Giovanni. Certo colui sa qualche cosa della Giulietta.

Battista. Oh, vedetelo là. Chi è colui che ò seco?

Giovanni. Non io conosco.

Battista. Non diss’ egli che sperava di trovar Tindaro in Roma? Sarebbe mai questo?

Giovanni. Non lo potemo conoscer di vista, perchè, quando partimmo di là, era molto giovinetto. Ma, per dio, che mi par che somigli il padre.

Battista. Madesì che gli somiglia.

Giovanni. Oh, io riconosco adesso quel servitore.

Battista. Oh, quello è Satiro.

Giovanni. Quello è Satiro!

Battista. E Tindaro certo.

Giovanni. E Tindaro... oh can traditore!

Battista. Aspettate; chiariamoci prima se Giulietta è in Roma.

Giovanni. Oh, figliuola mia!

Battista. Ritiriamoci in questo canto, che qualchecosa ne spieremo.

Demetrio. Messer Tind... messer Gisippo, cioè; pur mi vien detto Tindaro.

Gisippo. Non importa quando semo da noi.

Demetrio. Il male è, che, se non me ne distolgo, mi verrà detto altrove.

Giovanni. Oh, ribaldo! s’ha mutato il nome,

Battista. A tempo gli è venuto detto.

Demetrio. Come sete a ordine per le nozze ?

Gisippo. Come Dio vuole.

Demetrio. Udite: considerato ogni cosa, mi son risoluto che non sia bene a farle questa sera.

Gisippo. Si potesse non farle mai!

Demetrio. Oh., questo no: ma pigliar per moglie una gentildonna romana, e menarla così alla sfuggita, non mi par che passi con molto onor nostro nè suo.

Giovanni. Moglie una gentildonna romana! Ohimè, questa non può esser Giulietta.

Battista. Tacete!

Demetrio. Bisogneria che la vedova si contentasse di differir queste nozze.

Giovanni. Una vedova ha preso!

Demetrio. Che faremo?

Gisippo. Voi avete fatto ogni cosa fin qui; fate anche il restante.

Demetrio. Governatevi dunque come io vi dirò. Io ho mandato a dire che voi sete indisposto, andatevene in casa, e fatene le viste. Del resto lasciatene la cura a me.

Giovanni. Oh traditori! E dove hanno lasciato la Giulietta?

Battista. Andiamo or a parlar con essi.

Demetrio. Oh fermatevi, messer Gisippo, che ci bisognerà render conto della Giulietta.

Gisippo. A chi?

Demetrio. Al padre ed al zio.

Gisippo. Dove sono ?

Demetrio. Eccoli, e non gli possiamo più fuggire.

Gisippo. Pazienza. Aspettiamoli dunque, son questi?

Demetrio. Questi.

Gisippo. Ohimè, sono in tanta miseria!

Demetrio. Miseri ci avete fatti voi.

Gisippo. Messer Giovanni, io...

Giovanni. Voi ah! voi avete fatto quel che v’è parso. Dove è la mia figliuola?

Battista. Non rispondete ?

Giovanni. Dove l’avete lasciata?

Battista. Che ne avete fatto?

Giovanni. Non lo volete dire?

Gisippo. Messer Demetrio.

Demetrio. Orsù, che ne parleremo poi.

Giovanni. Come poi! Quando ve ne sarete andati con Dio?

Battista. Ditelo, che all’ ultimo sarà pur vostra.

Giovanni. Come sua! che n’ha presa un’altra.

Gisippo. Ohimè!

Demetrio. Udite. Leviamoci un poco di strada.

Battista. Che! volete appiattarvi?

Giovanni. Dove è Giulietta?

Gisippo. Oh Giulietta!

Battista. È morta forse?

Gisippo. Ohimè ! ohimè!

Giovanni. È morta mia figliuola! Oh traditore, assassino! Non t’è bastato averla rubata, che l’hai fatta morire per pigliare un’altra moglie. Violenza! Adulterio! Assassinio! Troverò io giustizia. Giustizia!

Demetrio Non gridate, messer Giovanni, che messer Tindaro non ha peccato in altro, che in troppo amore verso vostra figliuola.

Giovanni. E però non ha potuto ripigliare un’altra moglie.

Battista. Non istiamo qui a far una uccellaia in sulla strada. Andiamo al Governatore.

Gisippo. Oh, dove sono io condotto!

Demetrio. Messer Gisippo, Dio ci aiuterà. Di grazia, andatevene a casa, ch’io voglio aspettar qui Satiro.

SCENA QUARTA.

Demetrio, Barbagrigia, Pilucca.

Demetrio. Oh, che confusione, oh che disperazione, oh che mina è questa! Quella moglie ch’egli voleva, è morta. Quella che vuole ora lui, è pregna. Di quella, se noi ce n’andiamo, si terrà per certo che l’abbiamo fatta mal capitare; se stiamo, n’avemo a render conto con altro che con parole. — Di questa è necessario, o che il parentato vadia innanzi, o che siamo ammazzati da’ suoi. Dall’un canto, infamia e prigionia; dall’altro inimicizia o corna. Se io dico a Gisippo della pregnezza lo metto in fuga e lo mino; se non lo dico, lo tradisco e lo vitupero.... Che partito ho da pigliare? Ecco qui Barbagrigia. E che sì, che la vedova non ci vorrà manco dar tempo da pensarvi!

Pilucca. Voglio seguitar Barbagrigia, per ispiar quel che risolve di queste nozze.

Barbagrigia. Va’, va’, furia di donna!... Vedova e innamorata, è come dire fuoco di salnitro, di carbone e di zolfo. Oh, se queste nozze non si fanno questa sera, il mondo ha da ritornare in caos.

Demetrio. To’, quest’altro! Le trenta para [16] si sono scatenate oggi per noi.

Pilucca. E per noi le Jerarchie si sono aperte.

Barbagrigia. Oh! che diavolo di brigate sono queste ! Si soglion dire: Grechi salati; ma costoro mi paiono a me. Vogliono, e non si risolvono; promettono, e si disdicono. Gli facciamo signori, e gli abbiamo anche a pregare. In fatto, le venture corrono dietro a chi le fugge.

Demetrio. Che c’ è, Barbagrigia?

Barbagrigia. Tutto il mal del mondo. Che baie son queste che andate facendo? Dove è lo sposo?

Demetrio. Si sente male.

Barbagrigia. Che male! Male sta quella gentildonna, ch’è disperata e male arrivata per amor suo. Bisogna cavar le mani di queste nozze.

Demetrio. Non c’ è ordine questa sera.

Barbagrigia. Oh, questo sì che sarebbe troppo grande scandolo.

Demetrio. Oh, che scandolo? Volete che un ammalato faccia nozze?

Barbagrigia. E voi volete vituperar questa gentildonna?

Demetrio. Oh, che vituperio a indugiare un altro giorno?

Barbagrigia. Come un altro giorno? che s’è fatta la provvisione; si sono invitati i parenti; la fama è ita per tutta Roma; la casa è piena di donne; e la festa è già cominciata!

Demetrio. Non so io. A me pare, che quel che non si può, non s’abbia a volere; e che uno accidente non si debbia ripigliar per ingiuria.

Barbagrigia. In questo bisogna sforzarsi, e dove corre l’onore, avete a sapere, che questi romaneschi sono molto schizzinosi. Oltrechè qui nasce anco sospetto che questa sia piuttosto una ritirata, che una dilazione. E, se questo è, pensatela bene. Io ho impegnata la fede; io ho presentato il gioiello per vostra parte e per vostra parte si sono intimate le nozze. Ora, se non si fanno, l’ingiuria sarà grande; lo sdegno delle donne è precipitoso; ed ella, come sapete, è potente. Io vi ricordo che voi abbiate molto ben l’occhio all’onor suo e al debito vostro.

Demetrio. Hassi dunque a far criminale questa cosa? Egli sta pur male.

Barbagrigia. Questa sera starà bene. Andiamo, che io voglio parlare.

Demetrio. Ora si riposa. Andate pur a scusarlo, che io vo per il medico.

Barbagrigia. A me non basta più l’animo di capitarle innanzi. Io me n’ andrò piuttosto a far certe mie faccende; e tra voi ve la spicciate.

Pilucca. Oh, che siate benedetti! non la potreste governar meglio. Lo Sparti-matrimonio non arebbe potuto sconciar questo parentato meglio di voi.

Demetrio. Ecco i Canali, che andarono dal Governatore. Non istiamo qui, che potremmo dare ne’ mali spiriti.

SCENA QUINTA.

Procuratore, Mirandolo, Giovanni e Battista Straccioni.

Procuratore. Madesì, che potete farlo pigliare, a darvi conto di vostra figliuola. In Roma si conoscono le cause di tutto il mondo. Andiamo dal Governatore, che vi fa dare il mandato De capiendo.

Mirandola. Oh, dalla cioppa! oh quei dottore!

Procuratore. Che c’è, Mirandola ?

Mirandola. Non sète voi procuratore di questi Straccioni?

Procuratore. Sì, sono.

Mirandola. Avete a sapere , che quelle gioie che litigano co’ Grimaldi, sono mie.

Procuratore. Come tue?

Mirandola. Mie sono, e l’hanno rubate a me.

Procuratore. Che ne sai tu?

Mirandola. Me l’ ha rivelato lo spirito di Malariccia.

Procuratore. Se questo è, l’hai di buon loco; ma parla con loro.

Mirandola. Ladroni! truffatori !

Battista. A noi, ladroni!

Giovanni. Anzi truffatori !

Mirandola. A voi, sì; e rivoglio le mie gioie, o la valuta da’ Grimaldi.

Giovanni. Chi sei tu che fai sì gran tagliate ?

Mirandola. Sono io; sono il Mirandola oggi; domani sarò un altro; che vi farò impiccare, disertoni!

Battista. Un altro ci par tu adesso a dir di queste baie.

Giovanni. Costui mi par pazzo, a me.

Mirandola. Voi sete tristi e ladri. Non ho io la lettera del Gran Turco, dove dice di mandar queste gioie a me? ed eccola qui, ed ecco l’inventario delle gioie.

Battista. Ed ecco qui l’inventario nostro.

Procuratore. Oh, sì, veggiamo se sono le medesime. Leggete voi il vostro, ed io leggo quello del Mirandola.

Battista. Nota delle gioie, che per noi Giovanni e Battista de’ Canali, si son vendute a San Giorgio di Genova, per ornamento della statua.

Procuratore. Nota delle gioie, che il Gran Turco manda a donare al Mirandola per la sua incoronazione.

Battista. In prima: Un Diamante grande in punta d’un’oncia, accomodato per ferro della sua lancia.

Procuratore. Un Diamante in punta d’un’oncia, che fu il cucuzzolo dell’elmetto del Tamberlano.

Battista. Due Topazj ciottoli grandi, conci per borchie del suo cavallo.

Procuratore. Due Topazj ciottoli, ch’erano paternostri del morso del Bucifallasso.

Battista. Sedici Diamanti in punta, per le girelle degli aproni.

Procuratore. Sedici Diamanti in punta, che furono bitorzoli della mazza del Saladino.

Battista. Un Balascio di due once commesso nel petto dell’armatura.

Procuratore. Un Balascio di due once, che fu bottone del brachiero di Maometto.

Battista. Un fermaglio di Rubini, Smaradi, Diamanti e Zaffiri, per pendente della Donzella.

Procuratore. Ecco anco questo, che fu dell’ imperatrice d’Osbech.

Battista. E due Carbonchj, per gli occhi del Drago.

Procuratore. Eccoli, che furon della testa di Medusa.

Battista. Evvi la Spinella di settanta carati.

Procuratore. E la Spinella di settanta carati.

Battista. E il manico di Diaspro?

Procuratore. E il manico di Diaspro, quel proprio della scimitarra. — Oh queste si raffrontano tutte loro.

Mirandola. Vedete, se questi ghiotti me l’hanno fregata!

Procuratore. Che dite voi qui?

Giovanni. Madesì, trovati di Tobia.

Battista. Non so quello che si dica costui,

Mirandola. Lo saprete innanzi al Governatore.

Procuratore. Andiamo dunque da lui.

Mirandola. Se non mi fa ragione, me la farò all’ultimo con le mani. Se sapeste quel che bolle in pentola.

ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.

Marabeo, Pilucca.

Marabeo. Oh dio! donde è uscito oggi questo mio padrone? Dubito, che quel traforello di Pilucca non m’abbia tradito. Egli sarà venuto seco, e da lui gli sarà stato ordinato, che porti la certezza della sua morte, per iscoprir l’animo forse della sua donna, e gli altri umori della casa; e se questo è, io ho mangiato il cacio nella trappola. Ma Pilucca, Pilucca! Padrone, padrone! io farò tanto male prima che ne sia fatto a me , che Dio sa quel che sarà.

Pilucca. È molto in colera. Non debbe sapere che le cose vanno bene. Marabeo, la padrona non arà altramente quel marito.

Marabeo. N’arà un altro, che sarà peggio per lei e per noi.

Pilucca. Qual altro?

Marabeo. Me ne domandi, tristizia? Ma, ricordati che me n’hai fatta una.

Pilucca. Che farnetichi tu?

Marabeo. Guata viso, che s’acconcia a negare. Non sei tu venuto col padrone?

Pilucca. Con qual padrone?

Marabeo. Con quale? col cavalier Giordano.

Pilucca. Che di’ tu? È forse vivo?

Marabeo. Così fostù morto?

Pilucca. È venuto?

Marabeo. Non lo sai, boia?

Pilucca. Il padrone è venuto?

Marabeo. Il padrone, sì. Non sei tu venuto con lui?

Pilucca. Non io.

Marabeo. Or basta. Tu hai voluto scoprir le mie maccatelle; ed io so le tue; a far, a far sia.

Pilucca. Marabeo, io non so quello che tu ti gracchi, io.

Marabeo. Ah, gaglioffetto!

Pilucca. Pensa ciò che tu vuoi, ch’ io non so niente.

Marabeo. O tu di’ le bugie, o la Fortuna fa oggi le bagatelle con noi.

Pilucca. Ogni cosa può esser, salvo ch’ io t’abbi ingannato.

Marabeo. Tu hai pur detto che il padrone è morto.

Pilucca. Questo sì; ma perchè lo credeva, non perchè lo sapessi; e per non l’andar più cercando.

Marabeo. E con che speranza di salvarti, tornando, come è tornato?

Pilucca. Che allora non mi mancassero delle ritortole, come ora non me ne mancheranno. Io lo dissi, perchè mi fu detto nel tal loco, una tal cosa, da un cotale. Va’, trova poi tu chi sia colui.

Marabeo. Dunque tu non ne sai niente?

Pilucca. Niente.

Marabeo. E non sei venuto seco?

Pilucca. Ben ben, quante volte te l’ho io a dire?

Marabeo. Io strabilio, oh che cose son queste? Morti risuscitati; perduti ritrovati; ambedue prigioni dei Mori, ambidue vengon di mare, dopo tanti anni in un dì medesimo; e l’uno non sa dell’ altro. Di qua si tura, di là si versa. Che diavolo sarà oggi!

Pilucca. Sì che, il padrone è tornato?

Marabeo. Tu te n’ avvedrai.

Pilucca. Dove è egli?

Marabeo. In casa mia.

Pilucca. Come così?

Marabeo. È capitato qui nella piazza Farnese, liberato come egli dico, dalle galere della Religione. Non ha trovato la sua casa; e non volendo comparir così diserto come è venuto, ha preso per partito di entrarsene per quell’altra porta in casa mia, finchè si rimette in arnese.

Pilucca: Il malvenuto sarà egli per ognuno. Sa della padrona, che sia rimaritata?

Marabeo. Sa questo, e delle altre cose, che io gli ho dette.... Ma fidomi io di te, Pilucca?

Pilucca. Ah, Marabeo, tu hai torto. Io ci sto per la pelle; ancor io.

Marabeo. Or vien qua. L’avere impedito che la padrona non pigli Gisippo, non basta, che, se quegli era il cancaro, questi è la peste. Tu sai che bestiaccia è costui. Tu hai portata falsamente la certezza della sua morte; io gli ho menato le mani addosso; e tu non te le tenesti a cintola, avanti che partissi. Si trova scornato della moglie; è pazzo, arrabbiato, disperato... Trista la puttana che ci fece, se non ce lo leviamo dinanzi.

Pilucca. Io filo di paura.

Marabeo. E io spirito.

Pilucca. Che faremo dunque ?

Marabeo. Due vie ci sono a liberarci da lui: L’ una metterlo alle mani con Gisippo; l’altra in discordia con Madonna. Per quella lo potremo far mal capitare; per questa li daremo, per un pezzo, da pensare altro che a noi. Io ho fino a ora incamminata l’una e l’altra. Gli ho rappôrto di Madonna, che aveva caro che fosse morto; che spasima d’esser moglie di queste Gisippo; e che questa sera la doveva sposare. Pensa, se il Diavolo gli è entrato addosso, Contra a Gisippo l’ho avvertito ch’ egli ha una bellissima occasione per vendicarsi, essendo egli creduto per morto, e non si sapendo da persona che sia tornato. Questo farà, come si dice, o che il sabato ammazzerà il venerdì, o il venerdì ammazzerà il sabato; e l’uno d’ essi resterà morto, e l’altro anderà con Dio; e saremo liberi di nuovo da tutti e due.

Pilucca. E volemo commettere tanto gran male?

Marabeo. Ruini il mondo, purchè stiamo ben noi. Bisogna risolversi, o d’esser tristo affatto, o di non impacciarsene.

Pilucca. E come gli metteremo alle mani?

Marabeo. A questo non mancherà modo; ma s’ha da far prima un altro bel tratto. E forse, che non sarà bello? D’un pericolo della vita, voglio cavare un guadagno di cento scudi.

Pilucca. Di questo minerale non gli caverebbe già uno archimista.

Marabeo. Odi, come. Tenendo io questa giovane per forza, tu sai quel che me ne va. Il padrone l’ha veduta; e con tutto che sia sulle furie contro Gisippo, è anco in tanto amor di costei, che la vuole a ogni modo, e pagarmela. Disegna ammazzar lui, e menar lei. E così, poichè non n’ho potuto far dell’olio, ne farò dell’agresto.

Pilucca. Benissimo.

Marabeo. Intanto il Governatore, avendone notizia, manderebbe per lei e per me, che è peggio. Imperò bisogna stare un poco sfuggiasco, e levar lei di casa.

Pilucca. E dove la metteremo?

Marabeo. Mastro Cerbone è ricovero di tutti i nostri contrabbandi.

Pilucca. Sì, sì, bonissimo. Ma come faremo che non sia veduta?

Marabeo. Stando, come tu sai, qui dirimpetto, apposteremo il tempo, e la intaneremo in un subito.

Pilucca. E così faremo.

Marabeo. Oh, vedi là quella bestiaccia del padrone, che non ha potuto aver pazienza d’aspettare in casa che gli appostiamo Gisippo. Io voglio andare a dar ordine di trabalzar costei. Va tu da lui; e se Gisippo ci capita, mostragliene, e fa le viste di favorirlo tanto che lo conduchi alla mazza; e poi lascialo in su le peste.

Pilucca. Cosi farò; ma io non m’assecuro d’andarli innanzi. Vedi come si scaglia!

Marabeo. Tiragli un motto dell’Agata, che il fermerai.

SCENA SECONDA.

Giordano, Pilucca.

Giordano. So che queste nozze diventeranno, questa sera, un mortorio, io. Perchè non lo veggo io ancora, che me gli avventi addosso? Io gli aprirò pur il petto, gli mangerò pur il cuore.

Pilucca. Mi par d’aver le budella in un catino.

Giordano. Costui mostra all’abito d’esser de’suoi

Pilucca. Signor no, signor no, son de’vostri; non mi date, che son Pilucca.

Giordano. Oh, tu vai da galeotto ?

Pilucca. Sono stato in galera per amor vostro e per cercar di voi. Oh, padron mio, mi rallegro di...

Giordano. Va’ alle forche; è ora tempo di fare accoglienze? Dove è questo sposo? mostramelo presto, ch’io muoio di rabbia e di vergogna a pensar che sia vivo.

Pilucca. Abbiate pazienza che ci capiti.

Giordano. Dove è Marabeo?

Pilucca. È ito per trabalzar l’Agatina per voi.

Giordano. To’ là quest’altro affanno. Sono anco innamorato.

Pilucca. Oh, non c’è più un pericolo al mondo.

Giordano. E come è possibile che in un petto pieno di rabbia e desideroso di vendetta abbia potuto aver loco l’amore !

Pilucca. Comincia a passeiare, Signore.

Giordano. Gran tiranna degli uomini è questa bellezza. Bella soprammodo e costante giovine è costei.

Pilucca. Uscito dell’orso, entra nella pecora.

Giordano. Amor e crudeltà m’han posto assedio.

Pilucca. Un versetto perdio! Oh venga il leùto. Un sospiretto ci manca.

Giordano. Ahi!

Pilucca. Oh benissimo! Or sì che gli daremo in culo a castruccio!

Giordano. Che di’ tu, Pilucca?

Pilucca. Dico, che il nemico vi darà presto nell’ugna; e l’amica nella brachetta.

Giordano. Tu te ne fai beffe, poltrone, ah?

Pilucca. Io dico davvero, io. Ella sta pur a vostra posta.

Giordano. Tanto stesse a tua posta il pane.

Pilucca. È pur in vostra potestà.

Giordano. Sì, del corpo.

Pilucca. E che vorreste altro da lei?

Giordano. L’animo.

Pilucca. Oh diavolo, che le vogliate cavare il fiato? Voletela voi morta

Giordano. Morta l’arei, quando ne avessi solamente il corpo.

Pilucca. Eccoci in sull’amor platonico. Pur che ve ne possiate cavar le vostre voglie, che andate voi più cercando?

Giordano. Tu parli ora da bestia, come tu sei.

Pilucca. Avetela voi tentata?

Giordano. Per mille vie. Ho provato di lusingarla, di pregarla, di prometterle, di donarle. Ho pianto; mi sono adirato; l’ho minacciata. Che non ho fatto? fino al Tarquinio col pugnale in mano. In somma, è dispostissima di morire prima che consentirmi.

Pilucca. Adagio. Col tempo si maturano le nespole. Oh Padrone, vedete, vedete messer Gisippo che passa oltre per via Giulia.

Giordano. Qual è desso?

Pilucca. Dell due, quello a man diritta. Lassate pigliar le arme ancora a me, poichè Gisippo è con un altro.

Giordano. Sia pur con cento, che l’ira mia non può sfogarsi solamente con lui.

Pilucca. Io vi son dunque d’avanzo. Orsù, non vi darò impaccio. Datevi dentro, ch’io andrò di qua per attraversarli innanzi.

SCENA TERZA.

Pilucca, Marabeo, Agatina, Procuratore.

Pilucca. Va’ pur là, che potrebbe toccare a te di spiccar le chiare [17]. Oh, ecco Marabeo sulla porta.

Marabeo. Pilucca, ben, che facesti?

Pilucca. Ho messa la rabbia fra i cani.

Marabeo. Oh lasciamo che si straccino la pelle. Aiutami ora a levar costei di casa.

Pilucca. Verracci fatto senza strepito?

Marabeo. Credo di sì; perchè il padrone le ha dato una gran battaglia, ed ella, per paura che non ritorni di nuovo a combatterla, per sè medesima, m’ha ricerco che la lievi di qua, promettendomi di venir liberamente. Già nostro mastro Cerbone è là che ci aspetta. Tenemola qui dietro all’uscio, e stiamo aspettando che non passi brigata. Tu intanto dà una scorribanda qui intorno — Vieni, vieni abbasso.

Pilucca. Fuori! che non c’ è persona.

Marabeo. Or su via!

Pilucca. Oh corpo di me, questa è la bella putta!

Marabeo. Tu t’impunti.

Agatina. Come! e che sarà questo?

Marabeo. Ah, non m’hai promesso di venir volentieri?

Agatina. Sì, fin qui, traditori. Or vegga l’aria almeno la violenza che m’è fatta. Alla strada, buone persone, alla strada !

Marabeo. Dio ci aiuti!

Agatina. Alla strada !

Marabeo. Imbavagliamola, Pilucca.

Agatina. Uh, Uh, Uh!

Pilucca. Mugola a tua posta. In qua, in qua, ti dico.

Marabeo. Disfatti siamo. Il Procurator s’è fatto alla finestra

Pilucca. Una putta ce l’ha caricata.

Procuratore. Olà, che insolenza è questa?

Agatina. Uh, Uh, Uh !

Procuratore. Dove strascinate voi costei?

Marabeo. Tirala.

Pilucca. Spingila.

Procuratore. Non udite? no? oh questa è la brutta cosa! — Uscite fuori, vicini! Datemi la mia veste... la veste, olà!

Marabeo. Che faremo, Pilucca ?

Pilucca. Non lo so io...

Marabeo. La lasserò io; menala tu Pilucca.

Pilucca. Sì, ch’io voglio esser impiccato per te.

Marabeo. Io voglio fuggir via.

Pilucca. Ed io, via!

SCENA QUARTA.

Agatina, Procuratore.

Agatina. Oh, che assassinamenti, oh, che crudeltà son queste! È possibile che non si trovi nè misericordia nè giustizia? In man di Turchi ho salvato l’onore e la persona mia; e ora sono sforzata e martirizzata da’ nostri. — Oh Tindaro mio, dove sei tu? Oh sapessi tu almeno dove son io !

Procuratore. Che cosa è questa, figliuola?

Agatina. Oh, signor mio, per l’amor di Dio, non mi lasciate fare si disonesto torto.

Procuratore. E da chi?

Agatina. Da un Marabeo, can mastino, che abita in questa casa, dove m’ha tenuta tanti mesi per forza, e degli strazj che ha fatti della mia persona, per espugnar la mia virginità e per venderla, ne possono in parte far fede questi ferri e queste battiture.

Procuratore. Oh, ghiotto da forche! In questa città, in una piazza così celebre, a tempo di questo Principe, queste soperchierie a una vergine! Non dubitate, figliuola mia, che voi sete salva ; e questo sarà castigato.

Agatina. Oh signore, se è possibile, conducetemi a’ piedi del Principe, e sentirete gran cose; perchè io sono liberata da’ Turchi per beneficio delle sue galere, e questo scellerato ha tanto ardimento d’occuparmi la libertà che mi viene da sì gran Principe, e di tenere, insieme col mio corpo, sepolta la gloria sua.

Procuratore. Certo sì, che questo è caso enorme e compassionevole. Lassate fare a me, figliuola , che sarete consolata. Entrate per ora, in casa di questa gentildonna romana, che sarete come tra i vostri medesimi. Io ho data la posta a certi miei clièntoli in casa; voglio andar prestamente a spedirli, e tornerò subito per intender il caso vostro e per aiutarvi. — Va’ su tu con lei, e prega madonna Argentina, da mia parte, che le dia ricetto, e che non la lassi cavar di casa finchè non le parlo.

SCENA QUINTA.

Procuratore, Mirandola, Giovanni e Battista Straccioni.

Procuratore. Io stupisco dell’audacia de’ tristi. Vedete cosa che s’arrischiano a fare, si può dire, in su gli occhi del Principe, e d’un Principe come questo!

Battista. Oh, ecco di qua il nostro Procuratore.

Procuratore. E se non ho procurato oggi per voi, non mi chiamate più di questo nome. Io andava ora per aspettarvi in casa.

Battista. Avete pur ottenuto il mandato contro Tindaro?

Procuratore. Oh questo s’ebbe, e fu dato al Bargello che l’eseguisse un pezzo fa.

Battista. E che altro avete fatto per noi?

Procuratore. Che più potete desiderare, che il fine della vostra lite?

Giovanni. Avemo avuto la sentenzia in favore?

Procuratore. In favore.

Giovanni. Oh, lodato sia Dio! Oh, messer Rossetto valentuomo !

Battista. Oh, messer Rossetto nostro, e che voleva dir quel sequestro del Mirandola?

Procuratore. Che Mirandola! Il Mirandola è un pazzo; e quello inventario è stato un arzigogolo degli avversarj per intorbidarci il giudicio di questa sera. Ma, contuttochè abbiamo la sentenza, questa bestia non vi si spiccherà mai dattorno, se non gli facciamo qualche stratagemma; e già l’ho pensato, poichè teo che l’umor suo pecca in gioie e in spiriti. Vedetelo là che viene alla volta vostra tutto infuriato. Avete qualche vetro o qualche petraccia da mostrarli ?

Battista. Ecco qui questo anellaccio.

Procuratore. Oh questo è il caso! Tenete a voi, e lasciate dire a me. Voi secondatemi con le parole.

Mirandola. Che sentenza! che sentenza! sentenziate a vostro modo; che le mie gioie voglio io per me.... se non, al corpo della cruciata, che vi voglio far mettere tutti due in uno strettoio e cavarne la quintessenza del sudiciume.

Procuratore. Mirandola, vien qua; voglio che accordiamo questa cosa.

Mirandola. Datemi le mie gioie,

ATTO QUINTO.

SCENA PRIMA.

Barbagrigia, Argentina.

Barbagrigia. Io credo che gran tempo fa non sia avvenuta la più strana cosa di questa. La povera comare deb’esser disperata. Voglio ire a consolarla e levarla di casa; che, questa bestia del cavaliero, non le faccia dispiacere. — Oh vêlla in su la porta, che debbe aver licenziate le donne. — Comare, a ogni cosa, fe rimedio. State pure allegra.

Argentina. Allegra, ah! se non mi getto in fiume, non laverò mai questa vergogna che m’ha fatto oggi Gisippo.

Barbagrigia. Tutto è stato per lo meglio. Se le cose andavano più avanti, era maggior disordine, poichè il compare è tornato.

Argentina. Chi compare?

Barbagrigia. Il compare cavaliero. Non lo sapete ancora!

Argentina. Giordano mio marito è tornato?

Barbagrigia. Tornato.

Argentina. Ohimè! ohimè! non è dunque morto?

Barbagrigia. Morto ah? Un morto che voleva far morir altri.

Argentina. Oh, che mi dite voi!

Barbagrigia. Pur desso ha voluto ammazzare Gisippo.

Argentina. E donde è uscito così oggi costui?

Barbagrigia. Questo non gli ho io domandato, perchè ora è in su le furie ; ma mentre era alle mani con Gisippo, e che Gisippo era per ammazzar lui, è sopraggiunta la guardia del papa, che gli ha spartiti; e non so poi dove si siano andati.

Argentina. Oh Dio, in che pericolo e in che vergogna sono io! Quanto tempo l’ho aspettato, quanto l’ho fatto cercare; quanti riscontri ho avuti della sua morte? nondimeno sempre sono andata a rilento a rimaritarmi. Ed ora, per la certezza che n’ha portata Pilucca, non mi sono prima rimaritata, che il marito ch’io ho preso non mi vuole, e quel ch’era morto è risuscitato. Dianzi era vedova ed ora sonmaritata a due, e di nessun d’essi son moglie. Che nuova e non più udita disgrazia è questa mia!

Barbagrigia. Dio v’aiuterà, madonna. Ma, finchè il Cavaliero è in collera, non voglio che voi stiate qui. Venite meco, che starete il meglio che si può, con la vostra Comare.

Argentina. Questo non farò io, ch’io non ho fatto cosa ch’io debba temer di lui. E in questo caso, mi dà noia più la vergogna che la colpa.

Barbagrigia. Se questo è, non dubitate. Ritornatevene in casa, ch’io voglio stare a veder quel che segue.

SCENA SECONDA.

Demetrio, Barbagrigia, Gisippo, Satiro

Demetrio. Siamo stati a rischio d’essere ammazzati; e ora corriamo pericolo d’esser presi Leviamoci di qui, che i Canali non ci faccino metter le mani addosso. Oh ecco qui Barbagrigia.

Barbagrigia. Oh, messer Gisippo, sète voi ferito?

Gisippo. Messer no.

Barbagrigia. E voi, messer Demetrio?

Demetrio. Manco.

Barbagrigia. Ringraziato sia Dio! Oh questo è un caso che non s’udì mai più.

Gisippo. Chi è costui che n’ha voluto ammazzare?

Barbagrigia. Un morto.

Demetrio. Guata morti che s’usano in questo paese!

Barbagrigia. Questi è il marito della vostra moglie.

Demetrio. Buono! marito della moglie d’un altro.

Barbagrigia. Il marito della vedova, voglio dire.

Demetrio. To’ là, vedove maritate!

Gisippo. Mi fate rider che non n’ho voglia.

Barbagrigia. Avete ragione, ho detto di gran passerotti, che non me ne sono avveduto. Lo dirò meglio. Questo è il cavaliero Giordano, morto...

Demetrio. Idest vivo.

Barbagrigia. Ch’era marito.

Demetrio. Ch’è marito.

Barbagrigia. Di madonna Argentina, ch’era vedova...

Demetrio. Ch’era maritata.

Barbagrigia. A voi.

Demetrio. A lui.

Barbagrigia. E ora di chi è? sua, vostra, di tutti due, di nessuno... Come va questa cosa ? I’ non la so dire, perchè non la intendo; e straparlo, perchè straveggo.

Demetrio. Basta che t’intendemo. Questo è il suo marito che si teneva per morto, ed è vivo. È tornato, ha trovato che Gisippo gli voleva tôr la moglie, ed ha voluto tôr la vita a lui.

Barbagrigia. Messer sì. In fra tutti l’avemo stricata con le parole; ma come la stricaremo coi fatti?

Demetrio. Ecco Satiro, che viene tutto spaventato. Debbe avere inteso l’assalto che ci ha fatto il Cavaliere. — Non dubitar, Satiro, che non avemo male.

Satiro. Oh Dio! che cosa è questa? I morti risuscitano.

Demetrio. Che più? Lo faremo morire un’altra volta davvero.

Satiro. Chi volete far morire?

Demetrio. Non di’ tu del cavalier Giordano, che è risuscitato?

Satiro. Che cavalier Giordano! è risuscitata la Giulietta, la Giulietta!

Gisippo. Che Giulietta, bestia!

Satiro. Oh padrone, che ho io veduto!

Gisippo. Che hai, spiritato?

Satiro. Io ho veduta, io ho veduta la Giulietta, e l’ha veduta con questi occhi.

Gisippo. Qualcuna che le somiglia forse.

Satiro. Lei stessa!

Gisippo. La Giulietta?

Satiro. La Giulietta!

Gisippo. La mia?

Satiro. La vostra!

Gisippo. Viva?

Satiro. Viva!

Gisippo. Dove?

Satiro. In casa di madonna Argentina!

Gisippo. Stai tu in cervello?

Satiro. Io non ho bevuto, io non vaneggio, io non dormo; io l’ho veduta, io le ho parlato; ella ha parlato a me, e m’ha data questa lettera e questo anello che io vi porto.

Demetrio. Questo è il giorno delle meraviglie.

Barbagrigia. Dello strabiliare.

Demetrio. Oh, che disordine aremo noi fatto oggi, se questo fosse! Due mariti d’una moglie, e due mogli d’un marito, in una casa medesima.

Gisippo. Oh Dio! questo è l’anello con che la sposai; e questa è la sua lettera.

Demetrio. Non m’avete voi detto ch’ella è morta?

Gisippo. Ohimè, s’ella è morta? ah!

Demetrio. E questo anello?

Gisippo. È suo.

Demetrio. È questa lettera?

Gisippo. È di sua mano.

Demetrio. Oh, come può star questo ? Lasciatemela leggere.

« Tindaro, padron mio; così convien ch’io vi chiami, poichè mi trovo serva dei servitori della vostra moglie; gli affanni che io ho sofferti fino a ora grandissimi e infiniti, sono stati passati da me mi con pazienza, sperando di ritrovarvi e consolarmi d’avervi per mio consorte. Ma ora, che finalmente v’ho ritrovato, poichè a me tolto vi sete, sconsolata e disperata per sempre desidero di morire. »

Gisippo. Ohimè, che parole sono queste! Seguitate.

Demetrio.

« Ahi, Tindaro, voi vi maritate! or non sete voi mio marito? Se non mi sete ancor di letto, e non volete essermi per amore, mi sete pur di fede, e mi dovete esser per obbligo. Non sono io quella, che, per esser vostra moglie non mi sono curata di abbandonar la mia madre, nè di andar dispersa dalla mia patria, nè divenir favola del mondo? Ricordatevi, che per voi sono state tante tempeste; per voi sono venuta in preda de’ Corsari, per voi si può dire ch’io sia morta, per voi son venduta, per voi carcerata, per voi battuta, e, per non venir donna d’altr’uomo come voi sete fatto altr’uomo di altra donna, in tante e sì dure fortune sono stata sempre d’animo costante; e di corpo sono ancor vergine. E voi non forzato, non venduto, non battuto a vostro diletto vi rimaritate.»

Gisippo. E Giulietta scrive queste cose?

Demetrio.

« Il dolor ch’io ne sento è tale, che ne dovrò tosto morire; ma solo desidero di non morir serva nè vituperata. Per l’una di queste cose, io disegno di condurmi col testimonio della mia verginità a mostrare agli miei, che io, per legittimo amore, e non per incontinenza, ho consentito a venir con voi; per l’altra io vi prego (se più di momento alcuno sono i miei preghi presso di voi) che procuriate per me, poichè non posso morir donna vostra, che io non muoia almeno schiava di altri. O ricuperate con la giustizia, o impetrate dalla vostra sposa la mia libertà; che, per esser ella così gentile, come intendo, ve la dovrà facilmente concedere; e, bisognando, promettete il prezzo ch’io sono stata comperata, che io prometto a voi di restituirlo. »

Gisippo. Oh, che dolore è questo!

Demetrio.

« E quando questo non vogliate fare, mi basterà solamente di morire. Il che desidero così per finire la mia miseria, come per non impedir la vostra ventura, E per segno che io non voglio pregiudicare alla libertà vostra, vi rimando l’anello del nostro maritaggio. Nè per questo si scemerà punto dell’amor ch’io vi porto. State sano e godete delle nuove nozze. Di casa dalla vostra moglie. — Giulietta sfortunata. »

Gisippo. Vien tu dai morti, Satiro, con queste cose? oppur qualcuno ci vuol far qualche beffa?

Satiro. Io vi dico, che Giulietta è viva, e che da lei vi son mandate.

Gisippo. O è sogno questo ch’io odo, o fu sogno quello ch’io vidi. Oh Dio, da quanti diversi accidenti è combattuta in un tempo l’anima mia! Ardo, tremo, mi maraviglio, non credo, m’allegro, mi contristo, mi vergogno. Satiro, noi la vedemmo pur morire; e se morì, come è risuscitata? e se non è morta, chi fu quella che vedemmo morire?

Satiro. Ella m’ha detto, che a stare in poppa misero lei ; ma, nell’ atto del morire, fu messa un’altra in suo scambio; e che quelle fuste furono prese poi dalle galere del Papa. Basta che dopo molti accidenti sotto nome di Agatina, si trova qui schiava per forza del Fattore di madonna Argentina.

Demetrio. E come ha notizia di lui, se si ha mutato il nome ancor esso?

Satiro. Il gioiello che avete mandato a madonna Argentina ne le ha dato indicio; dipoi ha veduto me, e io l’ho chiarita del tutto.

Gisippo. Oh Giulietta mia

Demetrio. Dove andate voi?

Gisippo. A vederla.

Demetrio. Adagio. Voi non pensate la inimicizia che avemo col Cavaliero.

Gisippo. Pensateci voi, che mi ci avete messo.

Demetrio. Io Vi ci ho messo per bene; e il buon consiglio non si conosce dall’avvenimento, e non ha la medesima origine. A me pare di avervi ben consigliato, e che voi abbiate mal proposto. Se mi dite che Giulietta è morta, ho io dunque a pensar che risusciti?

Gisippo. Or questo non importa; pensate al rimedio; ch’io non posso pensare ad altri che a lei.

Demetrio. Il rimedio ci ha dato la fortuna per sè medesima, per distornare il parentato; poichè in un medesimo tempo s’è ritrovata la vostra Donna e il marito di madonna Argentina. E in questa parte la cosa camminerà co’ suoi piedi. Bisogna ora che ci guardiamo dalla inimicizia del Cavaliero: e che mandiamo qui Barbagrigia a madonna Argentina, e Satiro a Giulietta.

Barbagrigia. E che ho io da fare con la comare?

Demetrio. Riferire quel che avete sentito e veduto, e non altro per ora.

Satiro. Ed io con la Giulietta?

Demetrio. Portarle la risposta di questa lettera e consolarla, che lo farai facilmente, essendo informato del fatto. Messer Gisippo, andatevene voi a casa con Satiro: fate questa risposta e mandatela.

Gisippo. Sì... volete ch’io stia tanto a vederla?

Demetrio. Ben, ben.

Gisippo. Che volete che le risponda, ch’io non istò in cervello!

Demetrio. Amor vi detterà la lettera, e Satiro la porterà. Questo basti. Andatevi con Dio, che i Canali vengono di qua per farci pigliare. Lasciate la cura a me con loro; e voi, Barbagrigia, fate quel che v’ho detto.

SCENA TERZA.

Straccioni, Demetrio, Procuratore.

Giovanni. Tindaro debbe esser di qua, ch’io veggo il suo compagno.

Battista. E il Bargello potrebbe esser in Campodifiore; voglio andar per esso.

Demetrio. Fermatevi, messer Battista, che vi renderemo conto della Giulietta senza Bargello.

Battista. Che conto ne volete rendere se è morta?

Demetrio. La Giulietta si teneva ben per morta, ma non era; ed è viva.

Giovanni. Pastura per trattenerci.

Demetrio. È così come vi dico.

Giovanni. Dove è ella?

Demetrio. Lo saprete poi.

Battista. Non debb’esser vero.

Demetrio. Io dico ch’ella è viva e sana; così fosse ella contenta!

Giovanni. Di che?

Demetrio. Del suo Tindaro.

Battista. E come la potremo contentar di Tindaro che ha preso un’altra moglie?

Demetrio. Sua moglie sarà Giulietta, se voi vorrete.

Giovanni. E come? vuol essere marito di due?

Demetrio. Di lei sola, se ve ne contentate.

Battista. Come può esser questo?

Demetrio. Basta che sarà così.

Giovanni. Se si può fare; s’ella non è morta.

Demetrio. Dite che ve ne contentate.

Giovanni. Ce ne contentiamo.

Demetrio. Ma io vi scopro che son Demetrio, e mi rallegro con voi di questa commune allegrezza.

Giovanni. Ah, Demetrio!

Battista. Ah, Demetrio, a noi!...

Demetrio. Oh non entriamo ora sulle doglienze. Io ho fatto quello ch’io ho fatto, per bene; e per bene l’avete a ricevere, e ben sarà.

Giovanni. Giulietta è viva?

Demetrio. È viva.

Giovanni. Dove si trova?

Demetrio. In Roma.

Giovanni. In che loco?

Demetrio. In questa casa.

Battista. Oh ecco il Procurator che n’esce tutto allegro.

Giovanni. Che ci è di buono, messer Rossello?

Procuratore. Quel che vi mancava per farvi felice: vostra figliuola. E io vi ho fatto così servizio a farvi ricuperar lei, come la roba.

Battista. Oh, messer Rossello, è pur vero che sia viva?

Giovanni. Oh Giulietta mia!

Battista. Che sorte è questa, che fu data nelle mani a voi!

Procuratore. Sorte è appunto. Mi sono abbattuto, che questo tristo di Marabeo con un altro la trascinava per forza, per tramandarla e darla (come ho ritratto da lei) in mano del cavalier Giordano.

Demetrio. Del cavalier Giordano!... Guarda scambiamenti di mogli che erano questi!

Giovanni. Oh Dio, che sento io di mia figliuola!

Procuratore. Basta; io l’ho liberata, e l’ho depositata in questa casa. Dipoi mi sono informato da lei; ho inteso tutti i casi suoi; ho trovato che è vostra figliuola, ho preso la difensione della sua libertà; e farò che questi ribaldi siano castigati.

Battista. Oh, signor Procuratore, noi saremo felici per le vostre mani; e voi sarete ricco per le nostre.

Giovanni. Oh, figliuola mia! Signore, è forza ch’io vada a vederla.

Procuratore. Andatevi, che io me n’andrò dal Governatoro.

Demetrio. Ed io me ne verrò con Vostra Signoria, per quel che potesse bisognare l’opera mia.

Procuratore. Sarà ben fatto.

SCENA QUARTA.

Demetrio, Procuratore, Giordano.

Demetrio. Signor Procuratore, questo è il cavalier Giordano, che poco fa volse ammazzar messer Gisippo e me. Se viene alla volta mia, siatemi testimonio ch’io fo la mia difesa.

Procuratore. Come ammazzare e perchè?

Demetrio. Questo Gisippo e quel Tindaro, che avete inteso, son tutt’uno. La Fortuna ha tramato un giuoco di loro e delle lor mogli, che ci ha condotto a questo. Ma l’intenderete a bell’agio. Ora gli voglio aver l’occhio alle mani.

Giordano. La rabbia mi divora, finchè non mi sfogo nel suo sangue. Ecco qua quel suo compagno. — Caccia mano!

Procuratore. Che farete, Cavaliere?

Giordano. Tiratevi da parte, voi.

Procuratore. Che insolenza è questa vostra! non vedete di essere in cospetto del Principe?

Giordano. Come del Principe!

Procuratore. State saldo. — Che avete voi da far con costui?

Giordano. Che ha da far Gisippo con la mia donna?

Demetrio. Pratica solamente di onesto matrimonio. Ma voi, perchè gli tenete e gli sforzate la sua?

Giordano. Qual sua?

Demetrio. La Giulietta!

Giordano. Che Giulietta?

Demetrio. L’Agatina; intendo che la dimandate.

Giordano. Io conosco l’Agatina per ischiava di Marabeo, e non per donna di Gisippo.

Demetrio. E Gisippo non conosce voi per marito di madonna Argentina.

Giordano. Io sono pure.

Demetrio. Se voi siete, non eravate al creder d’ognuno, nonchè nostro.

Procuratore. Cavaliero, non si vuol esser così precipitoso alla morte degli uomini.

Giordano. Dunque volete voi che un gentiluomo mio pari, nella sua patria, nella sua casa, sofferisca di esser offeso nell’onore della donna e della persona sua stessa da uomini vili e forestieri, come sono questi?

Demetrio. Cavalier, parlate onesto. Intendete la cosa a sangue freddo; che noi non vi a vemo fatta niuna delle ingiurie che voi dite. E quanto al tenerci per uomini vili, voi ci avete fatta tal superchieria, che, per forestieri che siamo, vi mostreremo presto chi sono i Goresi e i Canali di Scio, due casate ingiuriate da voi.

Giordano. Oh, questa sarà bella, che ci vogliate tôrre i casati, come ci volevi tôr la moglie e la roba!

Demetrio. Perchè? Sete dei Coresi voi?

Giordano. Sì, se voi volete.

Procuratore. E dei Canali?...

Giordano. È la donna che noi avevamo tolta.

Demetrio. Di chi sete voi figliuolo?

Giordano. Che! mi volete tôrre anche mio padre?

Procuratore. Che favola è questa! State a vedere che costoro si faranno parenti. Dove è questo messer Gisippo ?

Demetrio. In casa.

Procuratore. Di grazia, fatelo venire fin qui.

SCENA QUINTA.

Procuratore, Gisippo, Giordano, Straccioni, Pilucca, Marabeo.

Procuratore. Cavaliero, se voi fate di questi scherzi a tempo di questo Prìncipe, vi sarà tagliato quanto capo avete. Troppo grande ardire è questo vostro, di far privato carcere questa città, di sforzar le donne, di ammazzar gli uomini, e di aver sì poco rispetto a un Principe come questo.

Giordano. Io cerco giustamente di vendicarmi; e merito piuttosto compassione di non aver potuto, che castigo di averlo tentato.

Procuratore. Voi pensate una cosa, e sarà forse un’altra.

Giordano. Ecco qua quel traditor di Gisippo.

Procuratore. Cavaliere, non vi movete, che voglio intender io, questo caso. — Messer Gisippo, venite qua.

Giordano. Gisippo, Gisippo!

Gisippo. Giordan! Giordano!

Procuratore. Cheti, e senza còlora. Rispondete solamente a quel che vi dimando. — Cavaliero, non siete voi Romano?

Giordano. Sono nato a Roma.

Procuratore. Vostro padre è vivo?

Giordano. Signor no.

Procuratore. E il vostro?

Gisippo. Manco.

Procuratore. Donde fu il vostro?

Giordano. Genovese.

Procuratore. E il vostro?

Gisippo. Sciotto.

Procuratore. Infino a ora sete di una giurisdizione. Erano anticamente di questi lochi?

Giordano. Il mio diceva esser venuto da Scio.

Procuratore. Eccoli di una patria. — Di che casato è il vostro?

Giordano. De’ Coresi.

Procuratore. E il vostro?

Gisippo. Dei Coresi.

Procuratore. Saldi! E d’una casa sete. — Come si chiamava il vostro?

Gisippo. Messer Agabito.

Procuratore. E il vostro?

Giordano. Messer Franco.

Gisippo. Voi figliuolo di messer Franco mio zio?

Giordano. Voi figliuolo di messer Agabito fratello di mio padre?

Procuratore. Piano.

Giordano. Oh io non intesi mai che avesse figlio che si chiamasse Gisippo.

Gisippo. E Tindaro?

Giordano. Tindaro sì. Sete Tindaro voi?

Gisippo. Sì sono.

Giordano. Oh, perchè Gisippo?

Gisippo. Basta; per buon rispetto.

Giordano. Ma chiaritemi prima d’un dubbio. Sapevi voi, Gisippo o Tindaro che voi siate, che vostro padre avesse questo fratello Romano?

Gisippo. Signor no; ma sì bene a Genova.

Procuratore. Cavaliero, dunque vostro padre venne di Genova a Roma?

Giordano. Signor sì; aperse qui una ragione con i Centurioni, quattro anni avanti al sacco [18]; e poco dipoi ch’ io fui nato, si morì.

Procuratore. Questa partita è chiara. Voi sete cugini al sicuro. Ma fermatevi. Dite voi, Cavaliero, che la vostra donna è dei Canali?

Giordano. Signor sì

Procuratore. Di chi figliuola?

Giordano. Di messer Paolo Canali.

Procuratore. Di quel che fu protonotario?

Giordano. Di quello.

Gisippo. Oh, che sent’io! Giulietta mia dunque è cugina d’Argentina.

Procuratore. Come così?

Gisippo. Questo messer Paolo fu fratello di Giovanni Canali, il quale è padre della Giulietta, e ora è qui con un altro suo fratello.

Procuratore. Che sono gli Straccioni?

Gisippo. Così mi par che gli chiamino; ma sono dei Canali.

Giordano. Questi sono dunque i zii di mia moglie.

Procuratore. Oh, so troppo che è questo.

Giordano. Essi son qui, e io andava a trovarli in Levante!

Procuratore. A che fare?

Giordano. A far partito con loro dei beni di questo messer Paolo, che appartengono alla mia donna.

Procuratore. Vi è caduto il cacio nei maccheroni, e forse che non avranno ben il modo di darvene qui la valuta. — Tindaro e Giordano, voi state così in cagnesco? Come non vi riconoscete voi! vi sete pur fratelli.

Gisippo. Cavaliero, io mi sento tutto non so in che modo intenerito, e l’ animo mi dice , che voi sete del mio sangue, sicchè vi perdono la superchieria che mi avete fatta, e vogliovi per fratello.

Giordano. E io vi vorrei poter perdonare quella che avete fatta a me; ma le ingiurie dell’onore non si patiscono così di leggieri.

Gisippo. Nell’onore avete offeso voi me, a sforzare la mia Giulietta.

Giordano. Io non l’aveva prima nè per Giulietta nè per vostra. Dipoi, sebben l’ho tentato, non l’ho però fatto

Gisippo. Ed io non v’ho nè fatto nè tentato di farvi disonore. E se tra madonna Argentina e me si è trattato di parentado, non ci conoscendo per parenti, ed essendo voi tenuto per morto, era lecito all’uno e all’altra. Ora voi sete vivo, e il parentado non è seguito. In che sete offeso da lei o da me?

Gisippo. Dubito d’adulterio.

Giordano. Ah, Cavaliero! da madonna Argentina?

Gisippo. Questo non si troverà mai. Di ciò doverei sospettare io, avendo voi avuta la mia in poter vostro.

Giordano. Tindaro, voi vi potete vantar di aver una donna di pudicizia e di costanza inespugnabile; e nelle mie mani non è stata violata.

Gisippo. Io lo credo a voi; e voi dovete credere a me, poichè vi son fratello, che la vostra sia, per mio conto, incorrottissima.

Giordano. Vi voglio credere; e per vostro detto e per riscontro della sua vita passata terrò lei per castissima, e accetto voi per cordialissimo cugino.

Procuratore. Vedete, di quanta gran confusione quanta concordia è nata! per Dio, che questa mi pare una commedia. — Oh, ecco gli Straccioni che si sono rivestiti.

Giovanni. Straccioni semo noi stati; ma ora semo fuor di stracci.

Battista. Semo ricchi.

Giovanni. Semo contenti.

Battista. Non saremo più pazzi.

Giovanni. Avemo guadagnati oggi trecentomila ducati.

Battista. E ricuperata una figliuola

Gisippo. E acquistato un figliuolo, che vi sono io.

Giordano. E ritrovata una nipote, che vi è mia moglie.

Giovanni. Qual nipote? Ora che siamo ricchi, i parenti fioccano.

Battista. Nipote da canto dei nostri danari.

Procuratore. Nipote da canto del vostro sangue, figliuola di messer Paolo vostro fratello.

Giovanni. Di messer Paolo nostro fratello?

Battista. Di messer Paolo?

Procuratore. Oh, eccola che vien di qua; ed ecco messer Demetrio, ed ecco la Giulietta. Oh qui ci sarebbe da far tutta notte, se volessi aspettar che ognuno facesse la sua accoglienza e il suo sermone. Fermatevi tutti. Voglio che facciamo un bel ciabaldone [19] d’ogni cosa. — Cavalièr, madonna Argentina è vostra moglie ed è gentildonna Argentina. Le avete a restituire il vostro amore e la sua fama. Giulietta e Tindaro si sono d’accordo moglie e marito, e ve ne dovete contentare.

Giovanni. Ce ne semo già contentati; e ora, della lite che avemo vinta, ne diamo a lui per sua dote centomila ducati.

Procuratore. Guata boccone!

Giovanni. E a voi, per le vostre fatiche e per la vostra amorevolezza, duemila.

Procuratore. Per cortesia vostra e gran mercè. — Or notate: madonna Argentina, moglie qui del Cavaliere, è figliuola di messer Paolo Canale vostro fratello. Così viene a essere vostra nipote, cugina di Giulietta e cognata di Tindaro. Tindaro è cognato d’Argentina e cugino di Giordano. Giordano è cugino di Tindaro e cognato di Giulietta. Giulietta è cognata di Giordano e cugina d’Argentina. E voi sete padri, zii e suoceri di Giulietta, d’Argentina, di Giordano e di Tindaro. Ora dove è congiungimento, si stringa; dove non può essere, l’amore diventi carità. Spartitevi per ora gli abbracciamenti tra voi, e poi più per agio vi farete le belle parole.

Pilucca. Questa è una grande abbracciata; Marabeo, esci fuori, che le cose si rappattumeranno anche per noi.

Marabeo. Ecci il Bargello?

Pilucca. Non v è, vien pur via.

Marabeo. Guardaci bene.

Procuratore. Oh, questi son quei ghiotti. — Voi, per far bella questa festa, avete a esser impiccati; e ora vo dal Governatore per farvi questo servizio.

Giordano. Signore, per non travagliar me, che sono interessato in questo disordine, e per non Interdire una allegrezza come questa, vi domando, di grazia, che non ne parliate altramente.

Procuratore. Sì, ma fate pensiero che le forche ve li prestino.

Pilucca. No, no! Da qui innanzi volemo essere uomini dabbene.

Procuratore. Durerete una gran fatica.

Marabeo. Fatevi perdonare ancora a madonna Giulietta.

Procuratore. Orsù, che non si rivegga nissuna delle cose passate. Su!

Marabeo. Nè anco i miei conti s’hanno a rivedere? ne farei un bel guadagno, per dio?

Pilucca. Oibò, non hai guadagnato assai che il Padrone sia tornato?

Marabeo. Tu di’ il vero? E per questa allegrezza non voglio che abbia più briga di conti. Padron, facciamo che siano saldi fra noi; e se m’avete a dar qualche cosa, di bel patto ve ne fo un presente.

Procuratore. Questo sì, che mi pare il tempo di Ciollo Abate. [20]

Giordano. Voi vedete. Or sì, che ne sono contento anch’io. Su!

Procuratore. Già sète contenti tutti; e così state sempre. Ordinate le nozze, e datevi buon tempo. — E voi, Spettatori, fate stagno di allegrezza.

Note

________________________

[1] Σὖχον ficus. Di questa derivazione parla anche l’Autore nel comento alla Ficheide.

[2] La prima impressione ha questo titolo: Comento di Ser Agresto da Ficaruolo sopra la prima ficata del Padre Siceo, In fine: Stampata in Baldaceo per Barbagrigia da Bengodi, con grazia e privilegio della bizzarrissima Accademia de’ Virtuosi, e con espresso protesto loro, che tutti quelli che la ristamperanno, o ristampata la leggeranno in peggior forma di questa, così Stampatori come Lettori, s’intendono infami e in disgrazia delle puttanissime e infocatissime lingue e penne loro. Uscita fuora co’ Fichi alla prima acqua d’agosto 1539. Eccene un’impressione posteriore in 8. senza luogo e senza nome di stampatore, la quale dal carattere mi pare che si possa credere che sia stata fatta in Firenze. Il Castelvetro nella Correzione al Dialogo delle Lingue del Varchi, scrive che il Caro vendè la Ficheide a così caro prezzo, e ne trasse gran quantità di danari, che pagò le dote per la sorella che poi maritò. Io non credo nulla di ciò; perchè il libro è assai picciolo, e non può apportare così grande utilità; senzachè trovo che il Caro ne dispensò agli amici gran numero in dono; come quando a questo effetto ne mandò dugento copie a Firenze a Luca Martini. Vedi vol. I, lett. 57.

[3] In 4.°

[4] Straccioni, Atto I.

[5] Vol. I, lett. 22, 29 e 73.

[6] Vol. I, lett. 22.

[7] E così è veramente. Edit.

[8] Vol. I, lett. 29.

[9] Doni, Libreria Seconda, dell’impressione del Marcolini in 12, a carte 24.

[10] fuste: navi a remi di basso bordo che servivano per corseggiare (usate da predoni di mare) (ndr)

[11] grimo: vecchio grinzoso (ndr).

[12] Riferimento alla leggenda di Santa Susanna, che abbiamo riportato in questo sito.

[13] fei pala: gli donai generosamente, gli feci un ricco dono. (ndr)

[14] Ora l’ovo dell’Ascensione non camperebbe: ora nemmeno l’uovo dell’Ascensione (una cosa unica e preziosa) potrebbe salvar me e il capitano.

[15] fagnonaccio: dispregiativo accrescitivo di fagno, un astuto che appare goffo quando vuol mostrare di essere astuto.

[16] trenta para: tumulto che in alcune discussioni nasceva forse nel Corpo decurionale in cui sedevano trenta coppie di decurioni

[17] spiccar le chiare: rendere chiaro, chiarire, mettere le cose in chiaro (da: staccare la chiara dal tuorlo)

[18] sacco: riferimento al sacco di roma del 1527.

[19] ciabaldone: mescolanza, miscuglio.

[20] Ciolo degli Abati o Ciolo Abate o Ciollabate è un personaggio fiorentino protagonista di un proverbio: È il tempo di Ciolo Abate, chi ha dare, addomanda. Anche il Lasca poeta (Le Rime) nel sonetto contro Alfonso de’ Pazzi scrive: Il tempo mi par or di Ciollo Abate. Il filologo Pietro Fanfani nel Vocabolario alla parola Ciollabate ne spiega il significato: chi sbaglia, invece di scusarsi, incolpa la persona contro cui ha sbagliato. La fonte del proverbio è una Provvisione dei Consigli maggiori del Comune di Firenze del 27 marzo 1291. Fu emanata a seguito di una richiesta di Ciolo degli Abati e dei suoi fratelli per il risarcimento di un cavallo danneggiato nella battaglia a Certomondo di Campaldino contro gli aretini l’11 giugno 1289, secondo quanto stabilito dal Potestà Guido da Polenta il 17 novembre 1290. Tuttavia Ciolo aveva dimenticato o non si era curato di avere un forte debito verso il Comune per la gabella del vino e, come usava allora, verso chi n’era stato il suo mallevadore. Si spiega così l’origine del proverbio: Ciolo, che doveva dare, invece richiedeva. Ciolo degli Abati viene ricordato anche da Dante Alighieri come infame (Epistole). Era stato bandito da Firenze nel 1291 e poi amnistiato. Morì avanti il 1333. (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Ciolo_degli_Abati)

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Ultimo aggiornamento: 17 ottobre 2008