Annibal Caro

DELLA FICHEIDE DEL PADRE SICEO

COMMENTO DI SER AGRESTO.

[Francesco Maria Molza]

Note al Comento di Giuseppe Bonghi

Edizione di riferimento:

Annibal Caro, Gli straccioni, La ficheide, La statua della foia ovvero di Santa Nafissa, La nasea, Biblioteca rara vol. xii, G. Daelli e comp. Editori, Milano MDCCCLXIII

Avvertenza degli stampatori

Questa volta non val nulla al nostro editore l'essere stato alla scuola di Pietro Aretino, e aver tirato di scherma a tutt'andare sotto tanto maestro. Come difendere la ristampa della Ficheide? Sta bene che quel buon vecchio del Gamba, e quel puritano del Romagnoli, gli abbiano dato l'esempio; ma l'altrui colpa non lava la sua; e a noi vengono i rossori per lui, e ci veliamo o volgiamo la faccia come faceva Agamennone in quel famoso quadro del sagriflcio d'Ifigenia.

Che il Molza, secolare, cantasse i Fichi, quando un monsignor della Gasa cantò poi il Forno, non è da meravigliare, chi ricordi la licenza de' costumi al principio del secolo XVI, e precisamente dinnanzi che pigliassero forza le decisioni del Concilio di Trento, che riuscì a mettere la natura sotto lo staio o nel forziere, come gli amanti del Boccaccio. Che il Caro, giovine e futuro segretario di Pierluigi Farnese, si sbizzarrisse a far un Comento più Sconcio del capitolo del Padre Molza, se non altro perchè è il Rawlinson di questa scrittura cuneiforme, passi; ma che nell'anno della fruttifera incarnazione del figliuolo di Dio, 1863, si rimettano in luce queste sozzure, è cosa intollerabile, e di noi componendo si potea dire: La man va lenta innanzi e l'occhio indietro.

— Pertanto se è corso qualche errore di stampa se ne incolpi la nostra coscienza e non l' Editore, che vi mise gli occhi e le reni.

Ma la lingua, ma lo stile! Ma quei puri e santi classici di Petronio, Marziale, Boccaccio, e Casti! Scuse magre, anzi perfide e più ree della stessa colpa. Nè sappiamo ora perchè i frati Domenicani abbiano dimenticato l'esempio del loro Savonarola, e si contentino d'un Indice, quando dovrebbero nelle pubbliche piazze, ardere i libri lascivi, e potendo arricchir il rogo coi loro autori, tanto meglio.

Con noi consente espressamente Fra Tedaldo degli Elisei, convertitore della moglie di Aldobrandino Palermini, secondo attesta il Boccaccio nel suo Decamerone; e diciamo altrettanto della Diceria di Santa Nafissa. Ma per far almeno, che gli empj sappiano come nacque quest'opera di demonio, accattiamo alcune parole che troviamo nella vita del Caro scritta da Anton Federigo Seghezzi. Eccole :

« Ma lo studio più dolce al Caro era quello delle buone lettere, e particolarmente della lingua toscana, sopra la quale avea principiato ad affaticarsi sin da' primi anni della sua gioventù: vago oltremodo d'apprenderne la proprietà, e di saper perfettamente le più leggiadre e le più pure forme dello scrivere. Se ciò riuscito gli sia, oltre alle Lettere famigliari, che sono una delle più pregiate scritture di questo rarissimo spirito, ne fanno piena fede le altre sue opere, se non con eguale purità di stile dettate, piene così di gentilissimi tratti e di una felicissima copia di scelte parole, che non solamente e' sembra e nato e allevato in Firenze, ma negli antichi scritti de' soavi parlari interamente consumato. Ciò manifestamente si pare nel Comento che fece sotto il nome di Ser Agresto al Capitolo de' Fichi di Francesco Maria Molza, suo grande amico, quivi da lui, tolta la denominazione della parola Greca [1], chiamato il Padre Siceo. Uscì questo libro [2] alla luce la prima volta appresso al Barbagrigia [3], cioè, se non erro, presso ad Antonio Biado d'Asola, stampatore in Roma; siccome io raccolgo dal carattere d'esso libro, che di certo è quello stesso con cui il Biado stampò molte cose, e dagli Straccioni, commedia del Caro, nella cui prima scena, che è in Roma, si fa menzione della bottega del Barbagrigia [4]. Dopo il Comento si legge l'argutissima Diceria de' Nasi, scritta per Giovan Francesco Leoni anconitano, uomo di buone lettere, segretario del cardinale Alessandro Farnese, e Re allora nell'Accademia della Virtù, il quale era fornito d'un segnalatissimo naso) onde con molta

bella grazia viene dileggiato da Annibale anche in parecchi luoghi delle sue Lettere [5]. Io credo che quel trattato sopra il naso rigoglioso e sperticato [6] del Leoni, sia quell'opera stessa che egli alcuna volta chiama Nasea [7], e non un diverso componimento di poesia, siccome dalle parole di lui sembra che piuttosto credersi deggia. Imperciocchè egli narra che trovandosi in Napoli con Gandolfo Porrino, questi lo fece conoscere a tutta la città e per poeta, e per autore della Nasea; il perchè non poteva passare per la strada che non si vedesse additare, o non sentisse dirsi dietro: Quegli è il poeta del Naso: soggiugnendo che chi non sapeva il fatto, cioè ch'egli avesse schernito il naso altrui, gli correa innanzi, pensandosi che avesse il naso grande: e gli facea una nasata intorno, che avrebbe voluto piuttosto portar la mitera [8].

Scrisse anche nella sua gioventù l'Orazione di Santa Nafissa, mentovata dal Doni nella Seconda Libreria [9], e da Jacopo Bonfadio in una lettera al conte Fortunato Martinengo, pubblicata da Venturino Buffinelli in Mantova.

Ed eccoci di nuovo alle Fiche. Il nostro Editore pare che dica al lettore: Togli, che a te le squadro. — E noi veliamo senz'altro la statua del pudore, che sta tra i busti di re e imperatori a insegna e decoro della nostra letteraria officina.

I Successori di Barbagrigia.

DELLA FICHEIDE DEL PADRE SICEO

FICATA

COMMENTO DI SER AGRESTO.

Di lodare il Mellone avea pensato;

Quando Febo sorrise, e non fia vero,

Che ’l Fico, disse, resti abbandonato.

Però se di seguir brami il sentiero

Che ’l Bernia corse col cantar suo pria,

Drizzar quivi l’ingegno or fia mestiere.

Io sarò teco; e t’aprirò la via,

Per la qual venghi a sì lodata impresa,

Senza pur mescolarvi una bugia.

Per dichiarazione di questo primo terzetto è da sapere che il Poeta si trovava con Apollo, e con le Muse, come è solito; perciocchè sono sempre insieme, come le chiavi e ’l materozzolo [10] . Passavano davanti al giardino della Madre Pomona, quando Priapo, sentendoli al suon della Lira e pel cantar che facevano, come quello che si dilettò sempre di Poesia, li chiamò dentro a spasso. E sapendo, che il Poeta aveva quella tanta cognizione, che di sopra si è detta, per averlo amico, e perchè gli facesse un Epigramma nella Priapea, o un Capitolo in nome del suo Orto, che allora portava a concorrenza di quello del Padre Binuzio, fece che Pomona gli desse larghissima licenza: ed egli gli concesse una somma potestà di Verga sopra tutte le frutte, ancora che non si sia mai curato di usarla, se non co’ Fichi. Erano a caso nel giardino Ganimede, ed Hila, e certi altri Garzonetti, che guardavano le mele per Giove, le cotogne per Ercole, le pesche, le grisomele, ed altre simili frutta per altri Dei, fra li quali era Giacinto, che faceva incetta di melloni per Apollo; perciocchè sopra quelli studia ogni mattina l’appamondo [11] , avanti che esca a fare il suo viaggio. Ora dicono che costui mise innanzi al Poeta un bel Mellone; e certi affermano, che gliene dette una fetta, e che egli, gustata la dolcezza del pomo mise mano alla penna per dirompere sopra al Mellone. Quando Febo sorrise. Sotto questo riso intendete, che volle dire: Addio, Padre Siceo; ancora a te sa buono il buono. Ma non fia vero che ’l Fico, cioè quella tua frutta favorita, e sopra che tu hai tanto filosofato, resti abbandonato, cioè, che tu lo lasci per un’altra frutta. E nota qui, che Apollo dette cartaccia, perchè non voleva, che si manomettessero i Melloni, i quali, secondo il Fanfaluca, sono l’Ambrosia, che ministravano que’ garzonetti alla mensa di Giove, e degli altri Dei. E dice, che anticamente non se ne trovavano, perchè, mentre gli Dei gli usarono per cibo, non fu lecito agli Uomini d’averne. Ma poichè quella lor Deità mancò, cominciarono a trovarsi, e ad essere concessi a’ mortali. Ma ora, con tutto che Apollo fosse ancor fuoruscito del Cielo, per mantener i Melloni in quella prima riputazione, non voleva che si manomettessero. Onde che per divertire il Poeta dall’impresa fece subito comparir le Muse con certi panieri di Fiche fresche, e di quelle fecero tutte insieme una buona corpacciata. Poscia cantando di concerto: La Vecchia ita in su ’l Fico, s’inviarono verso il Ficaio. Così distolto il Poeta dal Mellone, Apollo di nuovo messo in corda lo stromento, e preso l’archetto in mano, disse alle Muse che gli facessero contrappunto, ed al Poeta, che era già con la sua penna in ordine, comandò che copiasse tutta questa lor serenata. Intanto le signore Fiche, a chi la facevano, aperte le finestre, stettero con grandissimo piacere a riceverla. Dice il Grullone in quella parola Sorrise, che Apollo si portò da compagno col Poeta ad ammonirlo solamente col riso; dove quando ammonì Virgilio, mostrò d’essergli maestro, perchè gli tirò l’orecchio, e trattollo da fanciullo.

Di lodare il Mellone avea pensato;

Quando Febo sorrise, e non fia vero,

Che ’l Fico, disse, resti abbandonato.

Però se di seguir brami il sentiero

Che ’l Bernia corse col cantar suo pria,

Drizzar quivi l’ingegno or fia mestiere.

Io sarò teco; e t’aprirò la via,

Per la qual venghi a sì lodata impresa,

Senza pur mescolarvi una bugia.

Segue Apollo dicendo. Non essendo dunque ragionevole, che tu abbandoni il tuo Pico, e volendo poetare secondo la via del Bernia, ti conviene operare il tuo stile a questa materia delle Fiche. Fu il Bernia [12] un certo uomo di messer Domenedio, il quale, con tutto che volesse essere Poeta rabbuffato dalle Muse, che non s’adattasse a scrivere, secondo che gli dettavano, s’abbottino da loro, e disse tanto male d’esse, e de’ Poeti, e della Poesia, che ebbe bando di Parnaso. Ma tosto che si avvide, che senza questa pratica era tenuto piuttosto per Giornea [13] che per Bernia, si deliberò di rappattumarsi con esso loro. Ed appostando un giorno, che stavano nel medesimo giardino, fece tante moine intorno alle Berte, che son fantesche delle Muse, che si fece metter dentro per la siepe, e come quello ch’era il più dolce zugo [14] del mondo, trovandosi dentro, fece tante buffonerie, che le Muse ve lo lasciarono stare. Dipoi s’ingegnò tanto, che rubò la chiave del cancello alla Madre Poesia lor Portinara; e misevi dentro una schiera d’altri Poeti baioni, che, ruzzando per l’orto, lo sgominarono tutto, e secondo che andarono loro a gusto, così colsero, e celebrarono, chi le Pesche, chi le Fave, Chi i Citriuoli, chi i Carciofi, e chi d’altre sorti frutte. Fecero poi sei altre cose da ridere; tolsero le Calze al vignaiuolo; fecero il Forno, la Ricotta, le Salsiccie; piansero la morte della Civetta; e sì belle tresche trovarono, che le Muse, per ricompensarli di tante piacevolezze, dettero loro la copia di tutto il registro delle Chiacchiere. E perchè di tutte queste cose fu cagione il buon Bernia, il Poeta meritevolmente lo nomina per primo, che corresse l’aringo della burlesca poesia.

Padre Siceo [15] non entrò egli per questa via del Bernia, perciocchè s’era concio [16] prima con Apollo per iscrivano delle faccende del Mastro di casa, e si stava in su la gravità con le Muse, perchè s’arrecavano in contegno con esso lui. Ma poichè vennero questi buoni compagni, e s’avvide che le Muse ancor elle volevano il giambo [17] , si mise in frotta con loro a fare ancor esso delle baie. E così scrisse dell’Insalata; scomunicò le Scomuniche, e voleva dir del Mellone, come avete udito; se non che Apollo gli disse, che attendesse ad altro, perciocchè gli bisognava drizzare l’ingegno alle Fiche. E nota, che Apollo disse Drizzare, perchè secondo lo Sdrucciolino, ogni poco che avesse chinata la fantasia dal Fico per la vicinanza delle frutte, avrebbe potuto dare, verbi grazia, nelle Mele. Ma il Grimaldello vuole, che drizzar l’ingegno sia metafora presa dai Chiavari, che quando la toppa non riscontra bene con la chiave, drizzano gli ingegni per aprire; e che sia vero, guardate, dice che appresso segue, T’aprirò.

Di lodare il Mellone avea pensato;

Quando Febo sorrise, e non fia vero,

Che ’l Fico, disse, resti abbandonato.

Però se di seguir brami il sentiero

Che ’l Bernia corse col cantar suo pria,

Drizzar quivi l’ingegno or fia mestiere.

Io sarò teco; e t’aprirò la via,

Per la qual venghi a sì lodata impresa,

Senza pur mescolarvi una bugia.

Dove gli altri, dice Apollo, hanno per iscorta le Berte, e lodano le cose come sofisti, io che sono lo Dio della verità, sarò tua scorta a dir le vere lodi del Fico, senza fare argomenti a rovescio. Il Forca gli dà un senso più recondito e dice così: Perchè tu non hai sì penetrativo ingegno, come si converrebbe a una sì profonda materia, io, che fo le mie cose con fondamento, ti farò la via innanzi, e mostrerotti tutti i colpi maestri senza uscir mai del suo dritto; e vuole, che in questo loco le Bugie siano, come dire, punte false. Ma il Giuccari, leggendo questa gran liberalità d’Apollo, cominciò a ridere, e disse: In verità, che gli faceva un gran servigio a volergli aprire la via del Fico, come se non fosse pur troppo larga. Io gli replicai, che aprir la via era metafora. O metter fuora, o metter dentro, disse egli, non bisognava che pigliasse questo disagio, perchè il Poeta era tanto pratico, che sapeva andar da sè. Io soggiunsi: Intendi sanamente, Giuccari. Aprir la via vuol dire far lume. Ohi tu sei un balordo, rispose. Non sai tu, che vi si entra a chius’occhi? Ora intendetela come voi volete, ch’io non vo’ combattere col Giuccari.

Di lodare il Mellone avea pensato;

Quando Febo sorrise, e non fia vero,

Che ’l Fico, disse, resti abbandonato.

Però se di seguir brami il sentiero

Che ’l Bernia corse col cantar suo pria,

Drizzar quivi l’ingegno or fia mestiere.

Io sarò teco; e t’aprirò la via,

Per la qual venghi a sì lodata impresa,

Senza pur mescolarvi una bugia.

Se il Poeta avesse avuto a trar la penna del pennaiuolo, e temprarla a gittare, sarebbe stata sì lunga manifattura, che portava pericolo che Apollo, il quale ha un cervello balzano, non gli avesse volta la schienale che le Muse, e le Fiche non se l’avessero levato dinanzi; e però egli, che conosceva il furor loro, era stato presto a cacciar mano alla penna, e mostrarsi co’ suoi ferri a ordine, e con la mente volonterosa di scrivere. Ed avvertite che il Caraffulla grammatico dice sopra questa parola mente, che l’Autore per non far contrabbando ai Toscani ha diminuito il suo diminutivo quanto alla lettera, ed ha ingrandita la cosa quanto al significato cioè che ha scorcio mentolo, d’una sillaba, ed accresciuto a quel che vuol dire, misura per ogni verso.

Nè fia, che con tal Duca io mi sgomente:

Dettami pur tu, che i segreti vedi;

E questo rivo, e quello, ed ogni gente.

Diavol è, dice pure il Giuccari, che egli non aveva a temere di non dar dentro; se un giovinastro capitano, come Apollo con quel suo arco teso, gli si offeriva di investir prima. Perchè doveva ben pensare, che era per fare un aprir di schiere ed una spianata di sorte, che agevolmente avrebbe potuto seguitare ancor esso. Perchè dietro a un capitano può bene entrare a largo un fantaccino. Dettami pur. Questa è l’invocazione, come dire, Musa, mihi causat memora. Tu che i segreti vedi, idest, che sai dove può essere l’imboscata. E questo rivo, e quello, cioè sei pratico per lo paese; che, avendolo fatto capitano, bisognava dargli di queste notizie, che son necessarie a’ condottieri. E dice il vero, che Apollo vede i segreti; per ciò che è un Forabosco, che entra per tutto. Vedete, che esso fu quello, che scoperse l’agguato di Marte e di Venere; e che abbia notizia del paese, si sa che ogni giorno fa una scorribanda per tutto il Mondo.

Con le man sforzerommi, e con li piedi

Di porvi dentro tutto il naturale,

E farò forse più, che tu non credi.

Il Giuccari pur ride, e dice: in fatti questo cristiano avea una gran paura di non poter entrare in questa materia; vuol menar le mani, vuol appuntar i piedi al muro; par che vi si voglia mettere, come si dice, con l’arco dell’osso. Io credo che si dia ad intendere, che ci bisognino le forze d’Ercole a questa faccenda: che Dio gliene perdoni. O non sa egli, che dalla natura al naturale non è proporzione, e che v’entrerebbe con un capo grosso quanto un appamondo, non che con quel suo ingegno sottile, e dilicato? Ma il Giuccari, a dire il vero, non la intende; perchè la forza, che vuol fare il Poeta, non è perchè dubiti non potervi entrare, ma perchè desidera, entrato che vi sarà, di penetrare nel midollo della casa. Che se guarda bene, egli si rammarica più tosto dell’ampiezza del soggetto, che della strettezza. Dunque il vero senso è questo. Ancorchè la materia sia profondissima, e il mio natural sia poco, mi sforzerò con quel poco andare assai dentro. E che sia vero, che avesse animo di entrare, vedi, che brava di sentirsi così ben disposto, che farebbe più che Apollo non credeva: che questo vuol dire, che si stenderebbe assai dentro. Benchè trovo una chiosa, che vuole, che quel più sia quantità discreta, non quantità continuata; cioè che significhi più volte, e non più oltre.

Perchè non ho di quello un pezzo tale,

Che far bastasse ad ogni fica onore,

A me pregio divino, ed immortale ?

Notate in questa affettuosa esclamazione tre cose. La modestia del Poeta; la sua affezione verso i Fichi; e il frutto, che si spera da loro. La modestia nel primo verso, dove par che diffidi del suo naturale, ancorchè sia grande l’affezione nel secondo, dove parendogli di non averne abbastanza, ne desidera un maggior pezzo, per aver lo stile eguale al soggetto; il frutto d’essi nel terzo, dove dice, che spererebbe da loro pregio divino, ed immortale. Vedete ricompense, che danno i Fichi ai loro benefattori! E qui bisogna, ch’io vi dichiari, perchè pregio divino. Perchè salire in un fico, e gustar di quello è un andar verso il Paradiso. E che sia vero domandatene il Sonaglion da Ferrara che conta la storia di Tognino dall’oche, la quale è questa. Che Tognino pigliando moglie, ebbe per dote un campicello con un bel piè di fico, e la prima volta che vi salì su per gustarne, sentì tanta dolcezza, che parendogli di veder la gloria de’ Santi, avanti che sbasisse, chiamò il suo barba, e con gli occhi stralunati, e con certi mugoli spasimosi, gli disse: — Mi barba, vi raccomand li oche, cha mi vo a vit eterna — Ma lasciamo star Tognino, che era un, che era un sempliciotto di quelli che vanno in Paradiso per non poter fare altro. Il Petrarca per lo suo Lauro, qual dice, che egli era scala al fattore, d’un ramo in un altro, e d’una in altra sembianza, non si levava all’alta cagion prima? Or che avrebbe egli detto, se fosse salito per un Fico, che è da più, che il Lauro, come si dirà appresso? Ed immortale puossi intendere, e quanto alla vita naturale, e quanto alla fama, che è la vita seconda. Perciocché molti uomini, e molti luoghi hanno avuto da’ Fichi nome immortale: come Sicilia, che trovo nella Ficologia esser detta da’ Fichi; e così le Sicelide verrebbono a esser le Muse Ficaruole; la qual cosa non credo, che sapesse il padre Virgilio, perchè le avrebbe invocate piuttosto nella Priapea, che nella Bucolica. Siceo, Sicarba, Sicinio, tutti quelli hanno fama di grand’uomini, perchè hanno avuto nome da’ Fichi. In Toscana Fighine, Monte Ficaie; nel Pesarese Monte Sicardo; nella Marca Castel Figardo; nel Ferrarese Figaruolo: in su le Chiane Ficulle; in Fiorenza la Taverna del Fico, tutti questi sono nominati, ed immortalati dalle Fiche; e in questo senso pare che voglia dire il Poeta, che se avesse maggior Naturale, che non ha, spererebbe, che le madri Fiche, per li suoi buoni portamenti, gli dessero quel nome di Siceo, che gli hanno poi dato, e così lo facessero immortale. Ma se la vogliamo intendere quanto alla vita naturale, dice Fra Stoppino , che il Poeta ha preso un granchio; perchè non vede, come si possa sperare dal Fico immortalità, se per la disubbidienza de’ primi Parenti fu cagione di farne mortali. Ma l’Abate Bruocolo risponde a questo, che il Poeta dice benissimo, perchè sebbene il Fico ne fece mortali, quanto all’eternità dell’individuo, ne fa immortali quanto all’eternità della specie. A questa risposta Fra Stoppino alzò le ciglia, ed andò più là. Ma perchè in questo testo è qualche punto degno d’avvertenza, farò ancora un poco d’Ascensio. Perchè dunque non ho di quello, di quella cosa, di quella faccenda, del cotale, che per questi nomi assoluti s’intende per eccellenza sempre il Naturale, come a dire il Filosofo, il Poeta, s’intendono sempre Aristotele, e Omero, o Virgilio. Un pezzo; un fasto, un catollo [18] , una quantità, che non intendessi pezzo per una parte, e credessi, che ’l Poeta non volesse tutto il Naturale intero. Tale, sta qui per tale e per tanto, perchè significa tanto lungo e tanto grande, in vece di tanto: e per sè stesso vuol dire sì animoso, sì elevato, sì ben disposto. Che bastasse, idest, fosse tanto grande, che soddisfacesse in parte; perchè esser maggiore o eguale è impossibile. Ad ogni fica, vuol dire per grande che si fosse. Onore, alzandole col suo stile in alto. Benché Messer Biagio Ceremoniere dice, che il modo d’onorar le Fiche è il medesimo che onorar le persone; salvo che non si deve inchinare, ma del resto si sta lor dritto innanzi, si scappella, si va in qua e in là, in su e in giù, secondo che lor grandezza comanda.

Pur dirò, scorto omai dal tuo favore,

Che d’assai vince il Fico ogn’altra fronde,

Perdonimi il tuo Lauro, o mio Signore.

Con tutto che io diffidi del mio Naturale, dice il Padre Siceo, poiché Apollo mi favorisce col suo Naturalone, non dubiterò di entrare in questo Ficaio. Notate, che quest’opera del Fico non si poteva compire senza la fava; il qual misterio vien dichiarato di sotto, e però dice: Scorto dal Favor d’Apollo; perchè favore, secondo il Dabudà, vien da fava. E immaginatevi in questo luogo, che Apollo fosse come uno di quei Signori nei loro consigli, che per favorir questa impresa mettesse la sua fava nel bossolo; perchè quando una cosa va a partito, quante ha più fave, più è favorita. Questi capocchi vanno cercando, che voglia dir donna di partito.

Vuol dire una, alla quale ognuno, per farle favore, mette la fava nel bossolo. Il Capassone è di parere, che quel Favore avesse a dir Favone, ma che il Poeta fosse forzato dalla rima. Questi Grammatici sono troppo spigolistri; a me basta, che il favore gli venisse dalla fava, ed isgrammatichi poi chi vuole. Che d’assai. Qui comincia la narrazione. Ogni altra fronde. Figura della parte per lo tutto, che mette le foglie per le piante; ed avvertite che il Poeta, nella prima mossa, l’accocca ad Apollo, ed al suo Lauro, e per riverenza gliene chiede perdono, non già che gli paia d’errare, perchè dice il vero, e dicelo a un proposito, che bisogna che Apollo, avendo stomaco, se la passi, perchè Dafne si convertí in quell’arbore per suo dispetto, e solamente per non dargli un fico.

Cinto di Fichi il crin già su le sponde

Del Gange trionfò pur tuo Fratello:

Tu ’l sai, al cui veder nulla s’asconde.

Poteva Apollo a confusion del Poeta dar nella lira, e cantar del suo Lauro

Arbor vittorïosa trionfale

Onor d’Imperadori, e di Poeti

E però innanzi si mette a dire, che il Fico anch’egli fu trionfale, e prima che il Lauro; e che Bacco trionfò nell India Pastinaca coronato di fichi. E forse ch’egli allega uno strano? Dice, che ’l trionfale fu suo Fratello, e che ’l sa egli stesso, che vede ogni cosa. Qui potrei io mostrare d’ esser dotto in quatroque [19] , a dir dove, quando e per chi, e qual Bacco trionfò ; a dir del Gange, dell’India, di questa lor fratellanza, e sei altre erte; ma perchè son cruscate, di che ogni cosa è piena, ve ne rimetterò agli scartafacci del Dottrinaio. Basta solo, che voi sappiate, che il Fico non solamente è trionfale, ma il nome del Trionfo è venuto da lui se cercate la sua etimologia. E solo notate questo, che io trovo nelle Cronache di Sileno suo maestro, che il più bello trionfar di Fichi che facesse Bacco, fu nell’ isola di Nasso, dove fu menato dalle Menadi al Fico, sopra che Teseo avea trionfato del Minotauro, quando ruppe le cento camerelle del suo Labirinto. Che per questo Fico se n’andarono in cielo, egli inficato da Arianna, e Arianna infavata da lui; che di fave e di ghiande vuole che fosse prima ornata quella sua corona, che ora è di stelle; e però dice, che in quell’Isola s’adora Bacco Sicite, che vuol dir Ficaio; e che in memoria gli si fanno statue di Viti, e di Fico.

Altro fregio fa questo, e vie più bello

Di quel che ’l Doge di Viaegia adorna

Allori ch’ai Bucentoro apre il portello.

Forse che loda il Poeta questa corona di Fichi sopra quella di Gramigne, o di Quercia, o di Mirto, o dell’altre, che usarono quei poveracci Romani? Dice, che era più bella che la berretta dei Doge di Vinegia, e non di quella della notte, ma del Berrettone, con che siede in Bucentoro, cioè nel primo trono delle sue Maestà, dove è suso un pieno Oriente di gioie le più preziose, che si trovino. Bucentoro è un barcone in sul mare, che secondo certi fu copiato dall’Arca di Noè e secondo certi altri è l’Arca medesima. A questi non cred’io, perchè l’Arca dopo il Diluvio rimase in secco. Alcuni vogliono, che sia Argo nave di Giasone; nè manco a questi presto fede, perchè quella fu riposta in Cielo. Altri sono di parere, che sia la barca, che condusse Antenore in quel paese; e questa opinione ha del verisimile, e quasi l’affermerei ; se non ch’ il nome di Bucemboro mi fa credere, che sia quella nave d’Enea che era capitanata da Sergesto, della quale fa menzione Virgilio, quando dice :

Centauro invehitur magna.

Perchè trovo, che BU in composizione significa grande; come Bulimia gran fame, Buthisia gran sacrificj; e così mezzo alla greca e mezzo all’Italiana (secondo che essi Viniziani sono ancora mescolati), Bucentoro vuol dire il medesimo, che il gran Centauro di Sergesto. E cercando come possa essere capitato nel Golfo di Vinegia, trovo in una Storia smarrita, che quando fu l’incendio dell’altre navi troiane, questa era stata mandata da Enea a Padova ad Antenore per sussidj, e munizioni contro i Latini, e così scampata dall’arsione, dopo finita la guerra fu rimandata con le medesime genti che condusse, e quivi si rimase. A questa guisa si trova oggi nell’Arsenale; e serve per residenza de’ Magnifici solamente per quando sposano il mare, o rare altre volte, quando fanno qualche gran pompa. Ed allora il Serenissimo a uso di Nettuno con quei suoi vecchi marini intorno si reca quivi dentro tutto dritto, come nella maggior sua gloria, con quel Berrettone in testa, che si dice Corno, come quello del Papa Regno.

Tutti Brogiotti fur, che fra le corna

Del vincitor degli Indi fiammeggiaro

A guisa di piropi in vista adorna.

Dice, che se nel corno del Doge sono tutte gioie finissime, fra le corna di Bacco erano tutti Fichi Brogiotti, che sono Fichi preziosissimi. Qui cred’io che il Padre Siceo fosse rapito da una bella meditazion poetica, e dalla bellezza di Bacco a far sì bei versi, come son questi E mi par vedere, che e’ immaginasse quelle belle foglione di Fichi, come smeraldi, con quei Brogiotti fini, come piropi, con le loro lagrimette rilucenti, come cristalli, fiammeggiare fra quelle cornicine di Bacco, come d’agata; tra que’ cerroni lucignolati, come d’oro; in quella testona bella, come di Dio, allegra, come di vincitore, colorita, come di bevitore; con quelle guance di rose, con quelle labbra di sciamitini, con quegli occhi pieni di spirito di buon vino; e che con questa immaginazione in capo partorisse questo terzetto. Oh! e così lo vedesse una volta il Padre Rontanon credete voi, che spirasse altramente che dell’Antinoo, o dell’Apollo di Belvedere? Il Padre Gaio vorrebbe sapere perchè il Poeta non adornò la corona di Bacco d’altri Fichi, che Brogiotti, invece di piropi; avvegnachè vi sarebbon campeggiati bene i Fichi albi, per diamanti; i Bitontoni, per smeraldi; i Castagnuoli per giacinti ; i Piattoli per zaffiri; e i Lardelli per topazj; e così altri Fichi d’altre sorta, per altre sorta di gioie; che così l’avrebbe fatta di più prezzo per la valuta delle pietra, e di più vaghezza per la diversità dei colori. Gli rispondo secondo il Mirabao, che il dotto Poeta sapeva bene, che in quel paese dell’India tutte le Fiche sono nere, e che tra le nere non ci poteva mettere le più preziose, che i Brogiotti: perchè, come le gioie sono più stimate, che sono più dure, più unite, e di meglio colore; così sono i Fichi più cari, che sono più sodi, più lisci, e più coloriti; e di questa sorte sono i Brogiotti, ancora che siano maturi; dove gli altri appena cominciano a maturare che sono vizzi e grinzi, e sbiàncidi [20] . E quanto al colore somigliano i Brogiotti ai Piròpi [21] , perchè sono di una nerezza mischiata di rosso con un cangiante, che dà nella fiamma. E però dice Fiammeggiaro toccando destramente quel Flammas imitante Pyropo. Io so in questa terra un piè di Fico di quelli d’India, che di già vi ho fatto un nesto e trovolo una saporita cosa. Ma perchè se certi lecconi sen’avvedessero, non ne resterebbe per me, non mi curo che si sappia per altri.

Non so como quest’oso poi lasciaro

Quei che venner di dietro; ed in lor vece

Il Lauro assai più, che le Fiche amaro.

Io mi sono ingegnato d’intendere questa cagione, che fece dismetter l’usanza di trionfar col fico, e domandandone a questo Ser Mirandola, come quello, che trionfò già in Banchi degli spiriti folletti; mi rispose, che Libicocco gli aveva detto, che per questo le Fiche non si usavan più ne’ trionfi, perchè già avanti al Diluvio di Deucalione, parendo a Giove che gli uomini fossero maligni ed ambiziosi troppo, disegnò di soffocarli tutti, e riempire il mondo di nuove genti, che vivessero come usavano prima al tempo del Padre, comunemente, liberamente, e senza conoscimento d’onore, e di vergogna: Venti contrari alla vita serena. E per questo fare, serbando solamente in sul monte Parnaso due sempliciacci, che furono Deucalione e Pirra, mandò il Diluvio, che soffocasse tutto il rimanente della generazione umana, insieme con tutte le altre cose del mondo, acciocchè quelli che venissero poi, non avendo occasione di desiderj nè di rispetti, non curassero d’altro, che delle cose necessarie. Cessate l’acque, per mezzo dell’oracolo di Temi ammonì quelli due, che si gittassero sassi dietro alle spalle, e così riempirebbono il mondo, l’uno d’uomini e l’altra di femmine. E volle sassi, perchè quelli che nascevano fossero rozzi, e puri; volle che se li gettassero dietro le spalle, volendo dire, che non li guardassero, e non insegnassero loro le usanze, nè i costumi davanti al Diluvio. Nati che furono, Giove si pensava, che non trovando nè vesti, nè brache, nè delicatezze, nè maggioranze, dovessero da quindi innanzi andare sbracati, vivere alla liberalona, senza curare nè d’onori, nè d’ornamenti: ma essi salendo il monte, tosto che videro un piè di Fico, che solo dal diluvio era scampato, subito (come la natura dettò loro) gli si dettero intorno, e delle sue foglie, che a quel tempo erano sempre verdi, si fecero chi ghirlande, e chi brache, secondo che naturalmente o rispettosi o ambiziosi si trovarono; e di qui si trae, che di Fico furono le prime corone, e le prime brache che si usassero; benchè delle brache, per un’altra via si tocca con mano, che le prime furono di Fichi; ma non istà bene a dirlo in questo luogo. Giove, che questo vide, fu chiaro della natura umana e da indi innanzi lasciò che gli uomini si governassero ad arbitrio degli appetiti loro, e solamente s’adirò col Fico, parendogli, ch’esso solo fosse stato cagione, che il suo pensiero restasse vano. E dove i Fichi prima non invecchiavano, e stavano sempre verdi, volle che a tempo imbiancassero, e cadessero loro le foglie ; e questa è l’una cagione, perchè non si trionfa più con essi. Ma perchè s’è detto, che col Fico trionfò poi il Padre Bacco, per accordar questa contraddizione è da sapere che le Fiche dell’India sono d’un’altra fatta, che queste dell’Europa. E leggendo Turpino trovo, che fa menzione come Astolfo d’Inghilterra tornando dal Paradiso terrestre gli aveva fatto fede d’aver veduto il Fico d’Eva, il quale era ancor verde. E che Enoch gli aveva detto d’averne dato gran tempo innanzi un rampollo a certi Ginnosofisti suoi amici, che abitavano alle radici de’ Monti di Luna, e che da loro n’erano stati trasportati degli altri per tutta l’India; sicchè di questi fu quello, di che trionfò Bacco. E Libicocco dovette dire solamente de’ nostri Fichi di qua, che perdono le foglie. L’altra cagione, perchè non si trionfa co’ Fichi, è che quel lor latte è arsivo e appiccaticcio, e dove tocca, o incrosta, o scortica, o pela; e per questo dicono, che Apollo non ne trionfasse. Perciocchè morto Pitone, volendo trionfar del Fico di Dafne, ella, che conosceva d’esser nel tempo, che il latte gli avrebbe pelata quella bella zazzera d’oro, gli voltò le spalle, ed egli le corse dietro; ma poi riconosciuta la sua discrezione, volle, che ’l suo Fico diventasse Lauro, e che sempre fosse verde, perchè altri non portasse pericolo a trionfarne d’ogni tempo. Da indi innanzi e gli Imperadori, ed i Poeti, per amor d’Apollo e per paura della pelatina, abbandonati, i Fichi, si dettero dietro al Lauro. Quei che venner di dietro, cioè che si son dilettati delle frutte moderne, come delle Pesche, delle Grisomele [22] , delle Melangole, e simili, che sono stati i Prelati, e i Poeti. Ma perchè l’autore non è di questi, però soggiunge :

A me Bacco nel ver pur soddisfece;

E se l’amata figlia di Peneo

Io Lauro Giove trasformar già fece;

Porfirio, Efïalte, e ’l buon Siceo

Trasformò in Fiche, e tutti gli altri insieme

Orgogliosi fratei di Briareo.

Comunque si venisse questo costume di trionfar col Lauro, e comechè si piaccia altrui, a me, dice il Poeta, soddisfece molto l’usanza di Bacco, di trionfar coi Fichi. Nel vero. Quasi volendo dire, che sendo Poeta non si dovrebbe credere; oppure è così. E se l’amata Figlia ec, se la cagione, perchè si trionfa col Lauro, fosse per avventura, perchè ebbe l’origine da una bella Donna, del Fico si dovrebbe trionfare, perchè ebbe origine da grandi uomini, per ciò che venne da Giganti; e Siceo fu quello, che trasformato da Giove in questo albero, gli dette il nome: ancorchè poeticamente faccia, che vi si trasformassero degli altri Giganti. Il Ruspa Vignaruolo dice, che il Poeta, per questi quattro principali nomi di Giganti, volle significare quattro principali sorti di Fichi; e crede, che Porfirio accenni il Fico Rossello, perchè egli, secondo il nome, fu di pel rosso: Efialte, il Fico di San Piero, perchè, come quello crescendo sì smisuratamente, si faceva di persona per due volte Gigante; così questo sendo maggior degli altri, e facendo due volte l’anno, serve per due volte Fico: Siceo, ancora che desse il nome a tutti i Fichi, tiene, che particolarmente sia il Ficalbo, il quale è grandone, e biancone, come fu egli; e che gli desse l’epiteto di buono, perchè si convertì nel miglior Fico di tutti, con riverenza del Padre Brogiotto. E che miglior sia, dice, che si guardi, che tutti i Ficalbi son beccati dagli uccelli. Briareo, vuol che significhi esso Brogiotto, perciocchè è rigoglioso, e duro a guisa di lui; e che prima si dicesse dal suo nome Briarotto, e poi per corrotto vocabolo Brogiotto. Degli altri Giganti, e degli altri Ficami di bassa mano non si fa menzione. Il Pintasso mi ha detto, che si trovò a queste sere a un trebbio [23] , dove si ragionava di questa trasfigurazione di Giganti in Fiche; e che cadendo il ragionamento fra le donne, la Pippa disse; Non è dunque meraviglia, se le Fiche sono grandi, poichè furono prima Giganti. Rispose la Ciampottina: Uh! quei Giganti, io ho inteso dire, ch’erano molto grandi; e le Fiche, se sono come il mio Ficolino, sono molto piccole. Imperò mi meraviglio, come vi si potessero rimpiattare sì sperticati fusti, com’erano quelli; e disseta con una boccuccia piccina piccina. E tu Mona Ficalessa, rispose la Fanfalona, perchè non ti meravigli tu piuttosto, che i Giganti vi stiano dentro, e che siano ancor vuote? Certamente, disse l’Argaliffa, che va, e va la cosa, e le Fiche non potevano esser meglio empiute, che da Giganti, nè i Giganti potevano capire altrove, che nelle Fiche. Soggiunse la Paragraffa. Questi Giganti non vid’io mai che empissero le Fiche, e vorrei pure, che a questi tempi se ne trovasse uno per riempire il mio Fico di bel nuovo; ma per molto ch’io n’abbi cerco, non n’ho mai trovato veruno. E quando ben se ne trovasse, disse la Geva, io non credo, che fosse si gran Gigante in sul mio Fico, che non paresse un Zaccheo in sul Sicomoro. In somma, conchiuse l’Ardelia, questa conversione de’ Giganti in Fiche è uno di quei latini falsi, che fece Giove in quel tempo, che dispensò le cose, che mise le polpe delle gambe dietro, che do vevano star dinanzi per piumaccio di degli stinchi. Così i Giganti si dovevano trasformare in Baccelli: si amano grossi, e lunghi, e paffuti; e non in Fiche, che si desiderano smilze, e nane, e raccolte.

E tal vi pose di dolcezza seme,

Che sarà sempre il gaudio d’ogni mensa,

Per compensare il duol, ond’ancor freme.

E siccome all’altare altri l’incensa,

Così unn tempo vi volse ancora il Fico

In testimon della vittoria immensa.

Erano prima i Giganti certi animalacci superbi, come sapete; e quando vollero pigliare il Cielo, misero tanta cacafretta a tutti gli Dei, che convertiti per paura in certe bestiole di varie sorte, così scamuffati se ne fuggirono in Egitto per non capitare alle mani loro. Questa guerra fece tanto sudare le tempie a Giove, che quando gli ebbe fulminati, perchè mai più non s’avesse a temer de’ casi loro, non volle trasformarli in cosa che tenesse punto della loro ferocità. Di Siceo dunque furono fatti i Fichi, che sono tutto il rovescio di quegli animali; perciocchè, dove i Giganti erano alteri, violenti, spaventevoli, imperiosi, questi sono una cosa mansueta, trattabile, soave, che ognuno la desidera, e da ognuno è facilmente sottomessa. E per ricompensar l’affanno della guerra col piacer della vittoria, ordinò che per memoria di quel fatto ogni giorno gli fosse presentato il Fico a mensa, come lo incenso all’altare; la quale usanza trovo, che fu nel tempo, che Ebe era scudiere, fu dismessa, perchè una mattina la scimunita, portandogliene innanzi coperto, cadette, e rovesciò il piatto, e mostrò il Fico; di che Giove irato tolse l’ufficio a lei, e sostituì Ganimede, che in quello scambio gli mettesse innanzi le Mele. Dette dunque Giove al Fico il seme, il principio, l’origine, il fonte della dolcezza. Tale, idest, talmente composto, e di tante maniere e cose, che sarà sempre il Gaudio d’ogni mensa. Perchè tutti gli uomini, di tutti i gusti, d’ogni etade, e d’ogni stagione n’avranno sempre dilettazione, ed abbondanza. E qui dice il Ghiribizzatore nell’Aquila volante, che il Fico, è quel medesimo che era la Manna nel Deserto, la quale, a tutti che ne mangiavano, rendeva sapore di quel cibo, che più desideravano. Perciocchè nel Fico si trovano tutti i più importanti alimenti alia vita degli uomini, come Grano, Vino, Carne, Olio e Latte; e non solamente il vitto, ma il vestito. Guardate, dice, che quei granelli duretti dentro al Fico, non sono altro che grano; quelle uvette succose, che facciano i granelli, fanno vino; la polpa, a che stanno appiccate, è carne; il liquore, che stilla dal fiore è olio; e quello che esce per lo picciuolo, è latte. Il vestito è quella buccia di sopra alla carne, che si chiama la camicia; e sopra la camicia, la gonnella, che è quell’ultimo cuoio di fuora. E per questo, che vi son tante cose dentro, non per la cagione, che racconta l’Arsiccio, dice lo Squitti, che il Fico è stato chiamato Natura: ed hammi insegnato quel secreto, che forse toccherà il Poeta in altra Ficata, cioè, che quelli abbigliamenti che pendono dalla gorgiera della dea Natura, che costor pensavano, che fossero poppe, sono tutti Fichi: che con questi, dove son tante cose dentro, vollero gli antichi significare la fertilità della Natura, non con le poppe, dove non è che latte solo. In somma Fico, e Natura sono una cosa medesima. Benchè vi sono di quelli che vogliono, che Fico e Poppa sieno pur tutt'uno; come il Ciacco Compoppista, e Leccardo Grufoloni, che non sanno mangiar fichi, che non li poppino. Ma questi bricconi, se io potessi, gl’impiccherei tutti per lo naso ad un fico fradicio, pieno di formiconi, e vorrei, che la Ficarda desse loro tante ficate nel ceffo che gli sgrugnasse tutti. Ora lasciamo andar questi gaglioffacci, e torniamo a dire, che il Fico si dice Natura, perchè vi si trova dentro ogni cosa da fare, e da mantenere gli uomini; a che non erano bastanti le ghiande sole, l’uso delle quali fu dismesso, perchè cominciandosi a gustar delle Fiche, e trovandovisi dentro una tanta abbondanza e larghezza di Natura, quei capocchi, che usavano solamente le ghiande, come furono gli Arcadi, non si poterono contenere a quelle sole; ma prima le mescolarono, verbigrazia, una ghianda con un mezzo fico; dipoi dando nelle Fiche a tutto pasto, riposero in tutto le ghiande, sicchè le Fiche furono quelle, che dettero lor la pinta, ed introdussero i baccelli, co’ quali fecero una lega perpetua, che ancor dura, e durerà sempre. Potrei ancor dire, oltre allo sbandimento delle ghiande, come tolsero ai Tirinzii le Achirade, agli Indiani i Calami, ai Carmani i Palmizj, ai Meoti il Miglio, ai Sauromati ed ai Persiani il Cardano e il Terminto, delle quali cose si cibavano questi popoli, prima che le madri Fiche fossero in uso; ma perchè non mi torna a proposito del loco, passerò via. Il Bisunto filosofo dice, che lo Squitti, per dar al Fico la fertilità degli alimenti sopraddetti, prova solamente, che il Fico sia la Terra, e che per provare che sia la Natura, bisognava dargli tutti quattro gli Elementi. Onde, che della Terra rimettendosi alla ragione detta da lui, per provar che vi sia l’Acqua, allega i guazzi, le pioggie, e i gocciolamenti, che vi sono, ed in somma, che v’è da pescar per ognuno. Dell’Aria dice, che basta a sapere, che è vacuo. Del Fuoco, che dentro ve n’è sempre, e che fuora svapora una volta il mese, perciocchè ancor egli ha le sue caverne, e i suoi solfi, e in somma vuole, che sia un altro Pozzuolo, e che di qui sia nato quel proverbio, che si dice dar fuoco al cencio. E di più dice che si avvertisca, che nutrisce animali di più fatte, de’ quali il Poeta farà menzione altrove. Ora torniamo a dire, che Giove pose nelle Fiche tutta quella dolcezza che si può gustare, per compensare il duolo, il dispiacere, che n’avea avuto, quando erano Giganti. Onde ancor freme. Dante disse questo concetto in questi versi:

Gli orribili Giganti, cui minaccia Giove

dal cielo ancora quando tuona.

Che ’l folgor non lo tocchi, non vi dico,

Perchè mi penso, che lo sappia ognuno,

Che voglia pure un poco essergli amico.

Segue di far parallelo del Fico col Lauro. E già si è detto, che se ’l Lauro è trionfale, il Fico fu trionfale, e dette nome al trionfo. Se ’l Lauro ebbe origine da bella Donna, il Fico l’ebbe da grand’uomo. Se ’l Lauro sta sempre verde, ci son Fichi, che hanno sempre le foglie. Ora dice, che se il Lauro non è fulminato, il Fico non è manco tocco dal folgore, e perchè è scritto da altri, se ne passa di leggieri, presupponendola per cosa nota agli affezionati del Fico. Dicono questi Fisici, che la cagione, che il folgore non tocca il Fico, è l’amarezza del legno; perchè tutti i legni amari sono così privilegiati. Ma io vi dirò il vero. Questi Plinj, e questi Teofrasti, non mi par che entrino per la via a disputare sopra i Fichi, come sopra l’altre cose; imperò non mi fido molto di quel che si dicano, e credo al mio Tanfura in questo luogo, il quale fondando la sua opinione sopra quel verso

Psoleon ille vocat, quod non Psoloenta Ceraunon

dice, che il folgore è quel cotale terribile di Giove, con che fracassò ogni cosa a quella poveretta di Semele perchè gli domandò, che andasse a lei a non so che mal modo. E vuole che il senso del Poeta sia tale. Quando Giove drizza questo folgore così bestiale al volta del Fico, non lo tocca, cioè non aggiunge con esso a percuoterlo in modo che io dirami, o lo scescenda, come a Semele, ma passa via da largo. Dice poi sopra quel verbo, Toccare, mille belle cosette, e conchiude, che sebben toccare è proprio delle frutta dure, come di mele e simili, che il Poeta in questo luogo, se si considera bene, ha usato questo verbo improprio molto propriamente.

Ma quanto qui di lor scrivo ed aduno,

È nulla a paragon di quel suo latte,

Che non sarò di lodar mai digiuno.

Tutte quelle lodi, dice il Poeta, che io scrivo, cioè ora, e tutte quelle che io aduno per iscrivere poi delle Fiche, son nulla a petto alle lodi, e alle virtù, che si posson dire del lattificio di esse, delle quali, perchè sarebbe un barbaglio a raccontarle, leggete quello scioperone di Plinio, che non dovette aver da far altro quando le raccolse, e vedretevi dentro tutte le operazioni d’una spezieria. Ma perchè di sopra s’è detto di questo latte, come pela, e facesse altri cattivi effetti, per li quali non pare che meriti quelle lodi, di che il Poeta lo giudica degno; mi par di dirvi, che dovete avvertire, che quantunque sia vero, che faccia di quei nocumenti, e de’ maggiori, per infino a metter la rabbia ne’ cani; nondimeno questo avviene d’un certo tempo, che i fichi, per esser guazzosi, non s’hanno a toccare. E per questo, che allora aveva la guazza, Dafne non volle, come s’è detto, che Febo toccasse il suo Fico; ma per l’ordinario questo latte è la miglior cosa del mondo. E oltre alle virtù racconte da altri, trovo, che serve a far le donne belle; a rappigliar l’altro latte, che si mischia seco, d’onde, viene la generazione del cacio. E buono a rimarginar ferite; a far tempra per Pittori perfetta, tanto che, temperando questo con sugo di baccelli, s’è trovato che si fanno le figure vive. In somma è salutifero, generativo, e molto necessario alla vita umana. Il Pilucca insegna di che tempo il latte è migliore nel fico, ancora quando non è guazza. E crucciasi, bestialmente, con quelli indiscreti, che guastano le Ficoline novelle, avanti che il latte abbi la sua perfezione; e con quegli ingordi, che lo spremono dalle Fiche secche, dove il latte ha già fatto gromma. E dà per regola, che la Fica vuol essere, nè mongara [24] , nè seccaticcia, ma in quel mezzo, che è camporeccia; che secondo me, vuol dire, che sia matura, ma non acerba, nè passa; che mi par difficile appostarle tutte così stagionate; se già non si facesse a uso del corbo, che mi contò a queste sere a vegghia quel favolaio d’Ovidio. E per raccontare questa favola ancora a voi; dice, che s’era un tratto un certo Corbacchione, che stava in quel tempo alle spese di Messer Febo. Fu mandato da lui per dell’acqua alla fontana per sagrificare. Era presso alla fontana un bel piè di Fico, che si riserbava per la sua poetaggine. Il goloso, veggendolo, vi fece su disegno, e non essendo maturo, non curandosi di piantar Febo, stette quivi tanto, che si maturasse, e beccatolo se ne tornò con una sua scusa magra d’un certo serpente tutto infaccendato. Febo, che era forche bene [25] , s’avvide del tratto, e perchè mai più ne beccasse, che buon gli sapesse, gli forò la gola con una freccia, il qual foro apparisce ancora ogni anno a tutti i corbi, e dura loro tanto, che i Fichi siano scorci. E di qui vuole il Lencio, che venisse il proverbio, d’aspettare il corbo, ma non dall’Arca di Noè. Non voglio mancar di dirvi di mente d’Aristotele, che il latte ulivigno è di miglior sostanza, che il troppo bianco E che per questo le Fiche biancastre sono sottosopra più scipite, che l’altre. Il Girigoro dice, che nel suo paese s’usa d’ingrossar le fave, con questo lattificio, e volevami insegnar la ricetta. Ma perchè si dice, che chi non sa fare guasta l’arte, voglio seminar la mia fava piuttosto così piccina, che metterla a rischio, che mi diventi qualche strana cosa.

Non son le Fiche, come molti matte,

Che fondin sopra i fior le lor speranze,

Che possono in un punto esser disfatte.

E perchè il pregio lor sempre s’avanze

Crescon col latte, che ’l pedal comparte

Senta mandarsi altri trombetti innanze.

Morali, ed artifiziosi terzetti son questi, dove il Poeta dà un cavallo a Plinio ed agli altri letterati, che vogliono, che il Moro sia il più prudente arboro di tutti, perchè dubitando del freddo è l’ultimo a fiorire. Se fiorisce, dunque è pazzo come gli altri, secondo il Poeta; sendo che tutti che fondano le speranze ne’ fiori son pazzi. E così si trae di qui, che il Moro, non solamente è pazzo, ma poltrone, e che il Fico è savio, ed animoso. Savio, perchè dove l’altre frutte si fondano in su i fiori, che per minimo temporale, che gli incontrino, non tengono; esso fa il suo fondamento in sè stesso, ed in su i grossi, che sono in grammatica quelle cose, che in vece di fiori le Fiche mettono innanzi; e pone, la sua speranza nel latte del suo pedale [26] . Animoso, perchè non si tiene a dietro, ma quando è il tempo che le frutte sono in succhio, pi spingono avanti tanto arditamente, che bisogna bene intoppo d’un gran temporale a farlo ritirare. Pedale è quel tronco, per onde va nelle Fiche quel latte che le fa generare. Senza mandarsi altri trombetti innanze. Sono i fiori alle frutte, come i trombetti alle genti d’arme. E siccome un valente capitano preparando una fazione importante non manda trombetti, che sono gente debole, così il Fico a rincontro de’ temporali non mette i fiori, ma si presenta esso medesimo. Volete vedere, dice Ser Adatta, se il Fico è savio, e animoso? Guardate alla sua figura, e vedrete che è tutto capo e tutto core. Dall’altro canto ponete mente a quel capolino bitorzoluto del Moro, e quel solo vi dirà che è un civettino. Fra i pronostici de’ villani è un motto, che mi fa credere, che il Fico non solamente sia savio, ma profeta, e che antivegga le cose avvenire; perciocchè predice la carestia, e con restare in su l’albero ancora dopo cadute le foglie, apre la bocca, e grida a ciascuno  che si fornisca, perchè il caro ne viene. Donde s’è fatto il motto, che dice: Quando il Fico serba il Fico, Buon Villan serba il Panico. Trovo in oltre, che il Fico è astrologo, e potetelo veder manifestamente da questo, che fa tutte le sue operazioni a punto di Luna; ed è stato di tanta autorità nelle cose del tempo, che gli si ponno dare tra noi quelle lodi, che hanno dato gli Egizj, gli Ebrei, i Greci, i Latini, i Cristiani e gli altri a Eudosso, a Ipparco, a Talete, a Metone, a Noè, a Romolo, ed agli altri, che hanno dato ordine agli Anni, a’ Jubilei, all’Olimpiadi, ai Secoli, ai Lustri, ai Calendari, e simili distinzioni di tempi. Conciossiachè ancor egli ha dato il nome a certi anni della vita nostra. Per ciò che quando uno è giunto alli xxxvi, si dice esser giunto alle Verdecchie, che sono Fiche, che hanno dato il nome a questo numero d’anni, perchè tante di loro si danno per un quattrino. Ma il Tentenna muove un dubbio, perchè se la Fica è sì savia zucca, la scrittura la chiama fatua, cioè pazza. A questo trovo un espositore, che vuole Ficus fatua sia traduzione in latino di Sicomorus greco, che una medesima cosa significano; e così, che la scrittura intendesse del Sicomoro, e non del nostro Fico savio. Se il Sicomoro è Fico, perchè dunque pazzo? Perchè, secondo il Girellajo, un giorno che Apollo e Branco vennero dove egli era prima Fico savio a sfrondar Mori per far l’arte della Seta, (perciocchè Apollo un tempo fu setaiuolo) egli desiderò d’esser Moro, per esser parte dell’arte con esso loro. E di più volle da Branco il Mellone, che portava sotto per Apollo, e dare in quel cambio Fichi a lui. Onde Apollo considerata l’invidia, e la presunzion sua, volle, che avesse il nome di Moro, acciocchè da ognuno fosse chiamato per pazzo. E fece che quel desiderio, che aveva del Mellone, gli si indurò in corpo. E vedete che i suoi frutti hanno una buccia fuora di Fico, e dentro certi Melloncini d’osso, di che i Frati, e le Monache fanno corone da Paternostri. E così il povero Sicomoro per voler esser savio contro tempo è tenuto per pazzo, e credendo d’infilzare è infilzato. Ma il Tentenna mi stringe i panni addosso per un altro verso, e dice. Son contento che la Scrittura intenda, che Ficus fatua sia il Sicomoro; ma nel mio paese dove son certe Fiche, che si chiamano pazze, e non sono Sicomori, ma di queste, che tu di che son savie, per qual cagione si dicono elleno pazze? Gli rispondo, o che son pazzi quelli del suo paese, o sì veramente le chiamano così per vezzi, come quando diciamo a uno, pazzerello, ghiotterello. E lo Sciarpa mi dice, che Fiche pazze son quelle, con che si fa delle piacevolezze. Perciocchè egli ne fa palla, ne fa trottola, ne fa il gioco di dentro, e fuora, e le più belle pazziuole del mondo.

Questo basta a mostrar in ogni parte

La vera sua legittima natura

Senza virtù di privilegi, o carte.

Sogliono talvolta le donne per gabbar certi scempi, che hanno una gran voglia di far razza, finger di partorire, e mettendo un bambino posticcio, lo danno a credere per fatto da loro; come io so, che fece una buona femmina, che s’andò di mano in mano impregnando di cenci, e di fasciatoi, e in capo di nove mesi i cenci diventarono un Signorino. Donde io credo, che sia venuto quel proverbio, che si dice, far gli uomini di pezze. Platone, che stette col capo a bottega, solamente s’avvide dell’inganno, ma insegnò di scoprirlo in questo modo: che se in quel tempo si trova che la madre abbia latte, il bambino è suo; se non si trova, è posticcio. Ora dice il dotto Poeta questa cosa, che il Fico venga col latte della madre, basta a provare, che non è posticcio, nè bastardo, ma vero e legittimo figliuolo, senza bisognar scritture a provare che sia legittimo, o privilegj a mostrare che sia bastardo legittimato. Donde pare che voglia inferire, che le mele, le pesche, e simili non siano frutte legittime, perchè non vengono col latte. Ma il dottor Pataracchia mi mette il cervello a partito con certi suoi schiarimenti di leggi, e dice, che le Fiche hanno il legittimo (come afferma l’autore) dal canto della madre; ma che da canto del padre, hanno il naturale, e che il padre del Fico è marito, e padre della madre di esso Fico; e di qui vuole, che si dica che la madre vuole il padre. L’ altre frutte dice, che tutte hanno padre, ma non madre come le Fiche, e che da esso padre hanno tutte il naturale; e quel legittimo, che non hanno, per non aver madre, è legittimato dal padre. Perciocchè dice, che il padre ha latte ancor egli, che mi pare strana cosa. In somma egli fa di latte, di padre, di madre, di legittimo e di naturale un certo suo miscuglio, che mi par bene a non volerlo intendere. Perchè questi Dottori trovano il pelo su l’uovo; e metterebbonci in compromesso questa sentenza, che abbiamo già avuta dal Poeta. Poi bisognerebbe assottigliar l’ingegno, e passar per Filera a voler entrare in quelle cose, che dice. Ed io vorrei piuttosto aver l’ingegno più grosso, che non ho, e poter pescare nelle materie a largo.

Quinci gli Antichi ebber mirabil cura

D’intagliare i Priapi sol nel legno

Del Fico, e fecor lor giusta misura.

Ogn’altro a tanto onor era men degno,

Per la ragion, ch’infino a qui v’ho detto,

E che dirvi di nuovo ancor m’ingegno.

Per esser dunque il Fico trionfale privilegiato da Giove, savio, lattoso, legittimo con tutte l’altre virtù, che son dette, e si diranno poi; e in somma per essere essa natura, per questo gli antichi ebber mirabil cura, prudentissimamente s’avvisarono, e misteriosamente trovarono d’intagliare i Priapi sol nel Fico. Avvertite, che io trovo, che alcuni degli antichi hanno intagliato, e oggi de’ moderni, che intagliano il pesco, il melo, e rimili; ma questi sono stati, e sono certi Noddo scarpellinacci ignoranti, o trascurati della vera arte di far figure. Che i veri scultori e studiosi di scolpir di vivo, o antichi, o all’antica, che si lavorino, hanno usato ed usano sempre il Fico; e la ragione è in pronto. Perchè il pesco, il melo, e cotai legnami sono tutti materia stiantativa, nodorosa, e fastidiosa, dove quella del Fico è pastosa, liscia, e facilissima a lavorare. L’Aringa grammatico dice, che quello intagliare Priapi nel Fico è una figura, che val tanto come intagliar il Fico coi Priapi. E veramente, che l’Aringa ancorchè nell’ altre sue cose sia troppo secco, in questa ha qualche sugo. E fecer lor giusta misura; cioè li fecero assai grandi; ed è ragionevole che i Priapi del Fico sieno maggiori che degli altri; perchè nel Fico è materia da allargarsi, e farli grandi, o tutto, o parte, che se ne metta in opra. Ogn’altro a tanto onore ecc. Per le ragioni dette, e per quelle che ho da dire, tutti gli altri legnami erano meno atti e men degni a tanto onore, di ricevere la figura di un tanto Dio. Perciocchè tanto mistero non poteva stare, se non dentro al suo profondissimo segreto. Ora se volete intendere che misterio sia questo, aprite bocca, cornacchioni, che questa non è imbeccata da passerotti. Dico a voi, filosofi, che v’andate lambiccando il cervello per trovare, che cosa sia materia prima; e vi sognate certi vostri atomi, certe entelechie, certe idee, certi numeri, che non si veggono, non s’intendono, e peggio, che non sono; e quelle, che sono, che si veggono, e si palpano, vi sono oscure, e lontane, e come nonnulla. La materia prima, capocchi, non è altro che il Fico, e la Fava, di che è piena ogni cosa; e Fico e Natura, come si è detto, è una cosa medesima; e la Fava, e ’l Naturale, e Dio Priapo son pur tuttuno. Che il Fico e la Fava, o la Natura e il Naturale insieme facciano poi ogni cosa, non è dubbio. Quelli che vogliono, che il medesimo facciano la Fava e le Mele, s’ingannano per una certa similitudine d’operazione, che vi trovano dalla parte della Fava. Ma le Mele non concorrono già alla composizione della materia prima con la medesima operazione, che il Fico; perciocchè delle due cose che v’intravvengono, che sono la generazione e la corruzione, il Fico con la Fava le ha tutte due; dove la Fava con le Mele non ha che la corruzione sola. Chi sia poi il maestro d’accozzar queste due cose insieme, lo dichiara il Burchiello, quando dice

Amore è un trastullo

Che mette in campo fesso fava rossa,

E cava il dolce mel delle dur’ossa.

Questo filosofico misterio volle scrivere un altro Poeta naturale mio amico, sotto il medesimo velame , dicendo :

Se tu vuoi, Cencia mia, questa mia Fava,

Dammi il tuo Fico fiore;

Ma fa che sia maturo, e che di fuore

Gocci di pianto, e scoppi delle risa,

E ch’ abbi la gonnella alla divisa.

Ed io della mia Fava

Ti farò gran derrata.

Vuoi del Baccello, o vuoi della Sfavata

Asciutta, e molle, e ’n concia:

E se la vuoi menata,

Meneiemo; io la Rilla, e tu la Cioncia.

Ma quando il Fico tuo non sia maturo,

Ti darò fava soda.

Mettiam duro con duro,

E chi ha buon denti roda.

Facciamo un tratto questa merenduola,

Fave in Corazza, e Fiche in Camiciuola.

Questo è quel gran punto, che comprende tutta la filosofia; e questo è quello, che l’altissimo nostro Poeta ha voluto dire sotto il velame di questo antico misterio; cioè che i Priapi s’intagliavano nel legname di Fico. Perciocchè fatta una cosa della Natura e del Naturale, si componeva la materia prima. E non guardate, che dica componeva, che par contra la Filosofìa, che vuole, che la materia prima sia semplicissima, e senza composizione; perchè avete veduto, che i Filosofi in queste materie s’avvolpacchiano. Basta solo, che voi afferriate il punto, che le Fave e le Fiche sono il principio della generazione. E che sia vero notate, che dovunque troverete il Fico e la Fava insieme, o tal volta spartiti (perchè ciascuno comprende il compagno, come a dir Castore vi s’intende sempre Polluce), quivi sempre sarà il principio di qualche cosa. Vedete, che il Priapo, e il Fico si metteva dagli antichi negli orti, dove nascono tutte le erbe, e tutti i frutti. Il Fico, e il serpe fu posto da Moisè nella generazione del Mondo. Il Fico ruminale, significa il principio della città di Roma. Il Fico, e ’l Baccello fu operato da Prometeo nella creazione del suo primo Uomo. Perciocchè la ferola accesa al Carro del Sole non era altro, secondo l’Alcorano, che ’l Baccello appressato al caldo del Fico. E Ficcare, che viene da Ficare, aggiuntavi una lettera, che vuol dir altro, che attendere alla generazione? Ma che più? Guardate il Fico alla sua figura, la quale (benchè dica Ser Adatta di sopra che sia capo e core) il Bientina dice, che piuttosto Capo e Culo insieme; e che non vuol significare altro, se non che egli è principio, e fine d’ogni cosa.

Cortese è di natura; e dà ricetto

Ad ogni fratto: e chi nel Fico innesta,

Non perde tempo, e vedesi l’effetto.

Qual miglior lode potea dare il poeta al Fico di questa? E quale è maggior virtù, che più giovi altrui, che più soddisfaccia a sè medesimo, che sia più simile a essa Natura della Cortesia? E qual cosa è più cortese, più larga, più amorevole del Fico? Qual uomo è quello per grande, per minimo, per mezzano, o di stato, o di persona, o d’etate, che sia, che non resti (non voglio dir soddisfatto) ma ripieno, sazio, ristucco della sua liberalità? Egli non pur chiedendo ti si dà, ma per sè stesso t’invita, ti si offerisce, ti si porge, ti si apre, ti mette dentro in corpo. E non tanto, che ti mandi poi via volentieri, si cruccia, che tu te ne vada, e che non ti stii seco in perpetuo. E forse, che fa questo qualche volta, o con qualcheduno, o che dà qualche parte di sè ? Egli si dà tutto a ognuno, e d’ogni tempo. Or pensate, se Natan fosse, non che altri, fosse buon fattorino al nostro Fico? E perchè chi lo volesse biasimare, potrebbe dire, che questa tanta larghezza è fuora della definizione della liberalità, ed è prodigalità strabocchevole; rispondo, che questo sarebbe, quando la roba sua avesse fine, o fondo, e che scemasse, o mancasse affatto. Ma ella è infinita, o quanto più dà, più ha: e per dirlo in grammatica.

Det licet assidue, nil tamen inde perit.

E per questo, avvegnachè sia più che liberale, non può essere mai prodigo. Ed è così di Natura, dice il Poeta, cioè che non lo fa per boria, o per altro effetto, perchè gode per sè medesimo a darsi, e nel dar riceve sempre, perchè chi riceve da lui, si dà ancor egli volontieri. E questo piacere dell’uno, e dell’altro con tanta liberalità, e con tanta amorevolezza fu, secondo il Panchera, quella bella virtù, che fece già gran tempo il mondo d’oro. E dà ricetto ad ogni frutto. E non è meraviglia, che s’innestino facilmente col Fico certe frutte proporzionate a lui; nè manco, che ci faccino bene le Ghiande, i Maroni, le Fave, i Citriuoli, i Porri, le Radici, le Carote, o che in corpo li s’innestino, a che appresso li si piantino: ma mi meraviglio bene, che vi si appiglino certe altre cose stravaganti, come la Zucca che v’innestò Mona Concoccia, il Pestello che v’insitò la Bettaccia, il Passatempo di vetro che vi mise su la Bia; che tutti intendo v’hanno fatta buona pruova: ma la ragione è questa, che il Fico è d’ogni tempo in succhio, e sempre, ed ogni cosa, che vi si metta, vi si appicca. Tuttavolta innesti per questo non si debbono fare a caso, perchè certi frutti a certe stagioni, e messi a certi modi, e da certi più pratici fanno miglior pruova. E quando la Puga, o la Marza è più giovine, più liscia, più dritta, più rigogliosa, e più grossa, meglio si fa. Pur nondimeno dice, che non vi si perde tempo; perchè alla fine ogni insitatore con ogni marza, e quando che sia, o bene, o male, che si faccia, fa pur i fatti suoi, e non s’affatica indarno, perchè a capo di nove mesi in dieci e tal volta di più, e tal volta di meno se ne vede il frutto.

Questa pianta a raccorre è sempre presta;

E perch’ è di materia un po’ fungosa

Ciò che vi poni, prestamente arresta.

Essi detto, che il Fico si dà per sè stesso volentieri, ed assegnatosi per ragione la sua natura. Essi detto ancora, che riceve volentieri ogni frutto. Ora il poeta, che non vuol parlare a caso, rende ragione di questo ricevere; dicendo, che il Fico è di materia fungosa, cioè porosa, soffice, spugnosa, cavernosa, rimbrenciolosa, con molte camerelle, e con molti magazzini dentro, perciocchè sendovi del grano, del vino, della carne, dell’olio, e del latte in abbondanza, come avete udito, è necessario, che vi siano granai, cantine, carnai, fattoi , e precuoi, li quali votandosi tutti per la sua immensa liberalità, è chiaro, che vi resterebbono molti luoghi vani, se non si riempiessero. La qual cosa sarebbe contro la legge d’essa natura, che non patisce in sè vacuo. E questa è la cagione, perchè ell’è tanto capace a tenere, e tanto presta a ricevere.

Avanza di dolcezza ogn’altra cosa,

Zacchera, Marzapan, Confetti, e Miele,

Ed utile è più assai che non pomposa.

Perchè mi pareva, che questa sì gran lode del Fico, che sia dolce sopra ogni dolcezza, avesse un poco d’assentazione, o di troppa affezione del Poeta verso di lui; oggi, standomi fra certi Lombardozzi manuali alla Fabbrica, cominciai a domandare, che cosa paresse loro più dolce del Zucchero; risposemi subito Petrazzo; la Bava maidè. E del Marzapane, diss’io? Rispose lo Sciacchilò, il Pan unto. E più del Miele? Il Bituro, disse Giannin. E più della Rapa, del Pan unto, del Bituro, e d’ogni cosa? Risposero tutti insieme: la Figa maidè ! La qual risposta mi fece cominciar a credere al Poeta. Poi discorrendo da me medesimo sopra tutte l’altre dolcezze, mi risolvei affatto che così fosse. Perciocchè le Zuccherose, e le Melacchine sono tutte sdilinquite, stucchevoli, senza grazia, e senza capestreria veruna, e fanno un cotale smalto appiastricciato per bocca, che non si stende più, che per lo palato: dove quella del Fico è mischiata di più sorti soavità naturali, che quando t’ungono, quando ti pungono, quando ti baciano, quando ti mordono; perciocchè quando morbide, quando frizzanti, or ti riempono d’una soverchia dilettazione, or ti danno certi lacchezzini [27] appetitosi, che di nuovo t’eccitano. E con questo variare ti vanno ricercando tutta la vita, per infino all’ultime midolle con tanto piacere, che ti rapiscono a te stesso, e ti fanno spasimare, e morire d’una compita dolcitudine. Ed utile più assai, che non pomposa. Sono i Fichi una cosa rimessa, ed umile; e senza pompa badano a’ casi loro: e non mostrano fuora quello, che son dentro; ma stuzzicandoli, e gustandone, vi si trova dentro quella dolcezza, che s’è detta, la quale, di che utilità sia, sallo il mondo, che senza essi sarebbe nulla. Ser Pizzicata dice, che sebbene il Poeta vuole, che il Fico sia più utile, che pomposo, non è però, che non abbia anch’egli la sua pompa. E non guardate, dice, che il Fico vada con la camiciuola rotta, che quella spezzatura è un’arte di mostrar la disposizione. E soggiunge, non è ella una pomposa mostra un apparecchio di Fichi freschi, rugiadosi, con certi fioretti suoi, con quei labbrettini vermigli un poco rovesciati, non aperti affatto, con quel lor guarnelletto [28] in certi luoghi sdruscito, non già troppo stracciato, perchè quelli, che non vogliono, che mostrino le carni, e quelli che le amano troppo cenciose, non se n’intendono! Lo Sguazza è di parere, che il Poeta dicendo, che sono più utili che pompose, voglia inferire, che vi si spende poco, e se ne gode assai; perchè dovunque vai col tuo grossetto, ne fai una corpacciata, che ne stai bene una settimana. E però la intese quei de’ Martini a Firenze, il quale sentendo, che un suo fratello liberale aveva speso una sera cinquecento scudi in un banchetto, disse al servitore: tien qui due Bianchi; vattene in Mercato Vecchio, e comprami una stiacciatina, e parecchi Fichi Brogiotti, che voglio sguazzare ancor io. Vedete come uno per sordido che fosse, mercè dell’abbondanza de’ Fichi, fece con due Bianchi quel medesimo scialacquio, che quell’altro con cinquecento scudi.

Non trovo con ragion chi si querele

Di lei, se non qualcun c’ha torto il gusto

Dietro alle pesche, ovver dietro alle mele.

Non è costui di ciò giudice giusto,

Perchè l’affezion troppo l’inganna,

Scattar troppo si diletta angusto.

Così come un uomo non può mai esser tanto dabbene che non si trovi talvolta chi lo riprenda; così una cosa non può esser tanto perfetta, che non abbia alcuna volta chi gli apponga qualche difetto. E però il Poeta, poichè gli ha gran pezzo lodati i Fichi, dà contra a chi li biasima, che sarà qualche sofista di quelli, che si dilettano di fare argomenti sempre in contrario alla vera via della natura. Dice dunque, ch’egli non trova chi ragionevolmente si quereli del Fico; volendo dire, che chi se ne querela, non ha ragione; e secondo lui s’inganna per tre cagioni. Perchè non ha buon gusto; perchè ha troppa affezione all’altre frutte; e perchè si diletta di calzare stretto. Buon gusto non ha, perchè non l’ha diritto, dondechè assaporandolo non ne può sentir pienamente tutta quella dolcezza, che v’è dentro; perchè i gusti voglion essere proporzionati al cibo, e sopra tutto dritti, e vogliosi. E questo filosofastro, perchè non l’ha di questa sorte, non potendo comparir con onor suo dinanzi al Fico, lo mette così torto, e così svogliato dietro alle pesche, o dietro alle mele. E nota che dice propriamente dietro, perchè queste frutte non hanno il buco dinanzi, come il Fico. L’altra cagione perchè si gabba, è la troppo affezione. Sopra questa parola, oltre al suo senso piano, ne trovo uno dell’Imbroglia molto stiracchiato, il qual vuole, che affezione venga da affettare, e che sia il medesimo, che far la fetta; e dice, che per questo le mele e le pesche sanno meglio a questo tale, perchè si mangiano a fette, ed a spicchi, la qual cosa torna bene a chi ha il gusto piccino, e sdilinquito. Dove i Fichi, perchè sono un boccon solo, e grande, e sdrucciolativo, bisognando ingoiarlo tutto in una volta, non fa per quelli, che mangiano a miccino [29] . L’ultima è perchè si diletta di calzar troppo angusto. E per intender questa parte, immaginatevi così grossamente, che il Fico sia come uno stival largo, la mela e la pesca un borzacchinetto [30] attillato, e il gusto di questo tale sia un cotal piede piccino. Dice dunque, che perciò non piace il Fico a costui, perchè è troppo gran stivale al suo pedino. Ed a questo parrebbe, che il filosofastro avesse qualche ragione, se il Poeta non dicesse troppo, quasi volendo inferire, che non desidera la strettezza per ragionevole comodità, ma per soverchia attillatura; di modo che per la troppa strettezza gli stivaletti il più delle volte si sdruciono, o si stiantano.

Qualche Ficaccia forse d’una spanna,

Allorchè dalla pioggia è sgangherata,

L’avrà svogliato, ond’ei tanto s’affanna.

Dette le cagioni, che possono muovere quei tali a seguire le mele, e le pesche, s’immagina ora quella, che lo può avere indotto a fuggire i Fichi, che è questa. I Fichi, o che sia pioggia, o che sia guazza, sono non solamente, come s’è detto, nocivi, ma troppo grandi, e troppo stomacosi. Dice adunque, che costui ne avrà per avventura gustato di quel tempo, e che non è maraviglia, se l’hanno svogliato, perchè non sono allora più Fiche, ma Ficaccie, Et omnia in accia, secondo Maestro Guazzalletto, sunt mala praeter primitiva, come Laccia, Vernaccia ecc. D’una spanna, cioè per lunghezza; che se non fosse più per gli altri versi, non se n’avrebbe a dolere, perchè sono quasi tutte così, dico per l’ordinario. Ma il male è, che quella sgangheritudine della pioggia, che dice il Poeta, serve almeno per un sommesso di più per la medesima lunghezza; perchè scialacquandola, li fa ciondolar giù le bucciacchere [31] , li rimbrencioli [32] , e ciò che v’ è dentro. Poi per larghezza si spalanca più d’altrettanto; perchè la furia della piena rompe tutti gli argini, e quella, che trova intoppo, raggirandosi indentro, fa certi profondi, e certi catrafossi [33] , che la matematica vi si smarrisce dentro con tutte le misure. Sicchè per questi sgangheramenti, e per li nocumenti, che si son detti, che fanno i Fichi in questo tempo, non si hanno a toccare; e chi ne tocca, come pare, che voglia dire il Poeta, non si dee lamentare de’ Fichi, che per loro stessi sono buoni, ma della sua, o sciocchezza, o ingordigia, che non gli lascia conoscere, o aspettare il tempo, che sono migliori.

A tutte una misura non è data,

Ma come de’ Baccelli ancora avviene,

Qual è molta, e qual poca alcuna fiata

Per una che li spiaccia, non sta bene

Biasimar l’altre così latte affatto;

Quel che a te nuoce, ad altri si conviene.

Le Fiche, poteva dir questo tale, sono sempre grandi, ancorchè non abbiano nè pioggia, nè guazza. Ed a questo risponde il Poeta, che tutte non sono d’una misura, e che ancora i Baccelli sono quando grandi, quando piccioli; e che se tu ne trovi una, che ti paia troppo grande, non per questo si debbono biasimar tutte, l’altre, perchè quella, che non piace, o non istà bene a te, piacerà, o sarà buona a un altro. Volendo dir per questo, che si deve fare, come quando si va al calzolaio; che se un paio di scarpette sono troppo larghe, te ne provi un altro, ed un altro, tanto che trovi la scarpa secondo il piede. Ma questi Tattamellini [34] , che sputano in tondo, le vogliono tanto strette, che se non sentono nicchiare i punti, quando menano la calzatoia, non par loro di calzare attillato. E questo è assai peggio, che calzar troppo largo. Perchè a questo modo c’è sempre l’agio del piede, e la salvezza della scarpa, dove a quello le più volte si guasta la scarpa, ed ammaccasi il piede. Lo Scaccafava, che è uno di quelli, che credono, che le Fiche sieno sempre troppo grandi, si cruccia in questo luogo col Poeta, che dica, che siano talvolta grandi, e talvolta piccole. E dice, che o veramente egli abbaca [35] , o veramente si trova sì sconcio naturale, che qualche Fica per grande che sia gli par piccina: e giura, ch’egli, che si trova pur un buon naturalone, non s’abbatte mai a veruna, che non gli paresse troppo grande. Nè manco crede, che se ne possa trovar per altri, da che fu quella terribile sconfitta, che racconta l’Arsiccio, dove le Fiche piccine, e i Baccelli grossi furono tanto malmenati dai Baccelli piccoli, e dalle Fiche grandi, che tutti furono o morti, o mandati in perpetuo esilio. E da quello innanzi non si è veduto mai più nè Fica piccola, nè Baccello grande, salvo a questi giorni, che c’è comparso un certo Giannino con un sì sterminato Baccello, che si crede, che sia uno di quelli, che furon confinati. E non so come si sia arrischiato a portarlo contrabbando in questi, paesi. E Dio voglia non ci capiti male, ancorachè vi stii sotto salvocondotto del Commissario dell’Abbondanza, e sopra a certe vedove, che gli hanno dato franchigia. In somma questo Scaccafava tiene, che tutte le Fiche siano sempre troppo grandi. Ma quando ben questo sia, il Poeta se lo lieva dinanzi insieme col Filosofastro così dicendo,

Chi danna l’abbondanza a me par matto;

Il buono a mio parer fa sempre poco,

Potessi io saziarmi per un tratto.

Costoro scoppiavano, se il Poeta non dava loro del matto per il capo. O che domine di brigate sono queste, che desiderano la carestia, e massimamente delle cose buone, che a quelli che hanno stocco, non paiono mai tante, che bastino? Non l’intendeva già così Fa-lalbacchio, che era savio, il quale diceva, che per diventar Filosofo avrebbe voluto, che una Fica fosse stata maggior d’un Palazzo per entrarvi tutto dentro, ed andarvi a spasso, veggendo, e contemplando le cose della natura; perchè gli ci parevano altre meraviglie, che non vide Luciano dentro al suo pesce. Se stesse a me, io farei Gonfaloniere a vita un cittadino Fiorentino, che sentendo certi disputar sopra le Fiche, e dir certe lor opinioni sciocche di volerle, chi picciole, chi strette, chi nocchiose, e cotali, disse loro: O bestie, che voi siete, che non sapete che cosa siano Fiche. Io ne vorrei una, che vi potessi entrar dentro in mantello, e ’n cappuccio. Che benedetto sia egli, che ben è degno di quel cappuccio, e bene ha il capo fatto a ciò, secondo il bisticcio del Carafulla. Questi sono i cervelli da governar le Repubbliche, che hanno sì grand'animo, e vogliono mantenere il grado della civiltà dovunque vanno; e non certi cacastecchi [36] , che s’avviliscono nelle grandezze, e non le sanno usare. Potessi io ecc. Vedete il poeta, che è di questi magnifici ancor egli, nemici della grettitudine. E vuol dir qui, che non tanto gli pare il Fico troppo grande, ma gli pare di non potersene pare isfamare una volta. E nota in queste parole un Pathos maggiore di quei del Burchiano, quando disse :

O foss’io Papa per un mese appunto

Per saziarmi un tratto del Pan unto.

Non posso far, Trifon, che io quello loco

Non ti scriva di ciò, che par l’altr’ieri

Sa le scale m’avvenne di San Roco.

Una Femina v’era, che panieri

Vendea di Fiche tutte elette, e buone,

Ond’io là corsi pien d’altri pensieri.

Il vedervi d’intorno assai persone

Fece che, ratto quivi mi traesse,

Per mirar che di ciò fosse cagione.

Visto ch’anch’io v’avea qualche interesse,

Ne scelsi di mia man, siccome io soglio,

Parecchie, e d’una stampa tutte impresse.

Appena il Poeta s’è distrigato dal Filosofastro, che gli viene addosso un Pedante maledetto, che gli darà tanto da fare sopra al Fico, che bisognerà bene, che meni a levarlosi d’intorno. E perchè egli si risente contra lui non solamente come filosofo, ma come bravo io vi dirò in un tempo il tema, che si disputa, e la querela che si combatte. Una femmina vende Fichi, il padre Siceo mercatando le dimanda: qual è la più dolce cosa che si trovi; pensando che gli rispondesse il Fico, e che per provarlo fossero venuti insieme agli argomenti, che questo era l’intento dell’Autore; quando il pedante gli sfodera dalla Bibbia, Nil dulcius Melle, e con questo detto dal canto di dietro gli dà una stoccata. Ora, e co’ libri e con l’armi in mano bisogna provare a questo Castrone, che ne mente, ed è un traditore, ed un ignorante. Scrive questo caso a Trifone, perchè volendo consiglio, ed aiuto non poteva trovare nè il maggior Filosofo naturale, nè il più valente Padrino a condursi in campo con questo pedante. E Trifone un uomo perfetto, amico del nostro Poeta, e parente di S. Francesco da Scesi; e però pizzica tanto, e nell’andare, e nel vestire di quella sua filosofia apostolica, e con tuttochè egli non sia Frate, porta sempre sotto il Cordone dell’Ordine Maggiore. A tempo di Marziale fu Bibliopola, e benchè allora guadagnasse assai, secondo che si ritrae da quel medesimo, che disse:

Et faciet lucrata Bibliopola Triphon;

ora non si trova però il più agiato uomo del mondo. Ma per la molta pratica, che ebbe in quel tempo dei libri, s’ è fatto Poeta, ed ha scritto la processione dei Magnifici, quando vanno in Bucentoro. Tenne una volta la chiave dei segreti del mondo, quando fu sagristano Ser Cecco, quel battezzato da Papa Clemente, dottore in cifare [37] , e grande arcifanfano [38] de’ segretarj, del quale io ho paura solamente a ricordarlo; perchè mi dette una volta certe staffilate, per cagione che non avevo servato il decoro in un soprascritto a dire a un Prelato Monsignor Messere; e con tutto che io allegassi l’uso, e l’autorità del Padre Bembo, non potei mai far tanto, che non mi mandasse giù le calze. Acquistossi Trifone quel nome delizioso, perchè solamente a vederlo direste, che fosse il passerotto delle Dame, il colombino di Venere, e l’attillatura delle Muse. Della grandezza del suo stile leggerete le gran parole, che ’l Poeta ne dirà forse in altra Ficata; e vedrete, che non fu mai poeta, che avesse la più onnipotente vena di lui. E questo basti a mostrare, ch’egli è sufficiente Padrino in quanto alla parte delle lettere. Quanto a quella dell’arme si sa, che la sua lancia è la più franca, che portasse mai Cavalier Ficaio. Pensate, che avendo letto, che i Francesi vennero a combattere di qua per le nostre Fiche, egli ha voluto passar di là a combattere per le Fiche di Francia; dove intendo, che ha fatto prove stupende, benchè ultimamente ci abbi lasciato del pelo. Per questo dunque, ch’egli è gran Filosofo naturale, e perchè è gran Cavaliero Errante, il Poeta se ne vuole servir per Padrino a rimpetto di Salomone, che è Padrino dell’avversario. Il restante del testo, perchè tutto piano, lascio che Ascensio, bisognando in qualche luogo, ve lo ripassi; e solamente avvertite a quello, D’una stampa impresse, che il Grimo delle Breviose dice, che la stampa de’ Fichi sono le Fave, e che si maraviglia come il Poeta tanto intelligente de’ Fichi scegliesse di quelli, che erano stampati, sendo li non stampati migliori. Ma lasciatelo pure abbacare, che d’una stampa non vuol dire, che avessero tutti il suggello della Fava, ma che erano tutti simili l’un l’altro. Perciocchè questa Mona Smeria aveva parecchie piante novelle di Fiche giovani, che erano tutte figliuole del suo Fico, e per questo erano tutte d’una medesima sorta.

E perchè spesso par la baia voglio,

Donna, diss’io, che mi parete esperta,

E s’io discerno ben, vota d’orgoglio;

Vorrei saper, che cosa è che più merta

D’ogni altra il vanto di dolcezza avere,

E che mi deste una sentenza certa.

Ella, che meco forse d’un parere

Sarebbe stata, tosto fu interrotta

Da un Capocchio, a cui par molto sapere.

Lo qual, senz’esser chiesto, disse allotta.

Nil Melle, nella Bibbia trovo scritto;

Sì ’n quella, rispos’io, ch’è nella botta.

Io non mi posso tenere, che con due pennellate non vi faccia qui un po’ di ritratto del nostro Poeta. Quanto al corpo voi vedete quella grazia, quella gravità, quella maestà di quel suo viso, e di quel suo abito, di quel suo andare, che vi rappresenta un Marone, un Platone, un di quelli omaccioni da Testamento Vecchio. Quanto all’animo immaginatevi, che il suo pensiero sia tutto prudenza e sapere, le sue opere tutta cortesia e bontà, le sue parole tutti precetti e piacevolezze. Pensate poi che quando non è in conserto con le Muse, in astratto con le intelligenze, in consiglio col Signore, in ufficio con gli amici, che tutto il restante del tempo voglia stare in su le berte e in sui gioliti, e che dovunque si trova, si dia bando alla melanconia; e secondo i tempi, e secondo le persone, o esso dia spasso altrui, o altri lo diano a lui. Non vi maravigliate dunque, se vuole ora la baia di questa Mona Smeria dalle Fiche. Donna. Disopra ha detto, che era una Femmina, ed ora parlandole la chiama Donna, per cattar benevolenza. Esperta, per facilitar la domanda; perchè se non avesse avuto notizia di quel ch’egli chiedea, la richiesta era vana, e la disdetta scusata. Vota d’orgoglio; buona compagna; che se non fosse stata piacevole, non sarebbe stato a proposito richiederla di dolcitudine. Vorrei sapere ecc. Forse, che le domanda la quadratura del circolo, o il modo di salvar le apparenze, o di queste cose rematiche? Vuol sapere da lei, che cosa è la più dolce, che sia. E che mi desse una sentenza certa. Questo le disse, perchè non s’andasse aggirando con zucchero, e con queste novelle, e venisse a prima col Fico innanzi, perchè sendo pratica dovea sapere, che quella era la vera dolcezza, e sarebbe stata meco: D’un parere; idest saremmo stati d’accordo, dice il Poeta, perciocchè se ne veniva a dirittura della mia fantasia: se non che si mise in mezzo, quasi un muro tra la spiga e la mano, Un Capocchio, un capo grosso, una testa d’asino. A cui par di saper molto. Non poteva meglio esprimere un compito ignorante, che facendolo appunto il rovescio d’un gran savio. Socrate sapeva ogni cosa e gli pareva di non saper nulla. Costui non sapea nulla, e parevagli di saper ogni cosa. E questa è la propria natura d’un pedante, che com’è giunto a, Si Deus est animus, et Rectis as, es, a; e che può far latinare il Discepolo per li passivi, entrerebbe come Aristotile in circolo. Rispose dunque, Senza esser chiesto per richiesto. Vedete come questa sua ignoranza era ben confettata da una fina presunzione. Allotta, senza metter tempo in mezzo a considerar la risposta, perchè chi poco considera, presto parla. Nil Melle, disselo in grammatica per parer letterato, e citò la Bibbia, per mostrar d’aver studiato in libris. Mi par di vedere questa pecora margolla [39] , che quando vide il Padre Siceo cominciasse a rugumar [40] cuiussi, e che dicesse, qui bisogna, che io mostri quanto vaglio. E vennegli ben fatto, che lo scorse nella prima giunta per ubbriaco. E però gli rispose che credeva, che l’avesse trovato nella Bibbia, non già quella di Mosè, ma in quello della Botta, perciocchè Bibbia [41] significa ancora il fondime [42] del vino.

M’aveva costui già tanto trafitto

Con questa sua risposta maledetta,

Ch’ io pensai fargli vento d’un mandritto.

Ma poi veggendo ch’era una civetta

In parole, ed in atti un gran pedante,

Di pigliar men guardai altra vendetta.

Non pareva al Poeta d’essersi riscosso interamente dall’ingiuria ricevuta dal Pedante solamente con le parole, che disegnava valersene coi fatti. Ma poi avvedutosi, che avendo a fare con una bestiuola, vi metteva dell’onore, come generoso se ne rattenne. Trafitto. Da qui si cava, che il colpo del Pedante (o stoccata o imbroccata, che si fosse) fu di punta, la qual ribattuta dal valente Poeta (perciocchè la medesima percossa della Bibbia rivolse subito contro di lui, s’apparecchiava nel medesimo tempo andar sopra di esso con un mandritto. Chi s’intende dell’arte della spada, conoscerà qui quanto maestrevolmente, e da buon schermitore con un medesimo colpo procurasse il riparo della stoccata, e l’offesa del mandritto [43] . Ma poi considerato, ch’era una civetta, un gufo, un allocco, un barbagiani, idest un soggetto uccellabile. In Parole avendolo sentito a parlare per bus, e per bas. Ed in atti, gli atti d’un Pedante sono, parlando prosar le parole [44] , disputando alzar le dita, andando dimenarsi, spurgarsi tondo guardar se è mirato, compiacersi di quel che dice e quando gli viene allegato un’autorità di Cantalizio, colleppolarsi [45] tutto d’allegrezza. A questi atti scorse il Poeta la pedantaggine sua, e l’abito lo dovette poi chiarire affatto. Per ciò che me l’ha poi mostro in Ponte, che a vederlo solamente avresti detto, che fosse l’idea della Pedagogheria. Lasciamo stare, ch’egli sia più secco, che quella sua grammatica: porta in testa un cappelletto con una banda intorno di velluto di trippa: quale intendo, che esso chiama Pétaso. Veste una gabbanella [46] di raso cotonato, con un batolo [47] di castrone [48] intorno al collo, che per essere un poco gretta dinanzi mostra un paio di cosciali di cuoio, con una brachetta in modo sgonfia e sfardellata [49] , che da una banda gli ciondola un pellicin di camicia ricamata, come di zafferano, e dall’altra un pezzo di brachiero [50] . Dal ginocchio in giù ha in gamba un paio di usatti [51] ricotti a due suola con buone fibbie, ed in piedi sopr’essi un paio di pantofole a scaccafava [52] . La cioppa [53] disopra è di paonazzo sbiadato, con certe belle mostre dinanzi di raso chermesì smaltate di sopra di sudiciume tanè [54] . Avea allora una mano scalza e l’altra con un guanto a mezze dita, a uso di potatore, e con questo abito andava oltre in contegno dichiarando la Janua a un suo Pacchierotto [55] ; il quale gli domandò poi, chi fosse in Roma che sapesse della lettera assai. Ed egli gli rispose, che dopo lui non conosceva il più valentuomo del Probo. Or vedete se il Poeta avea ragione a sdegnarsi di pigliarne vendetta. Altra idest altramente che con parole, come avea fatto. Fargli vento è parola da bravi, perchè un colpo, quando esce di mano d’un bravazzo, con l’impeto travaglia l’aria, e fa vento e rumore.

Qual Tristan, qual Galasso, od altro errante

Fu mai sì pronto colla spada in mano

A far gran prove alla sua Donna innante;

Com’io in quel punto a dir di quello insano

Che si pensò vituperar le Fiche

E far l’Idolo mio dispetto, e vano?

Deliberatosi di non procedere contro il Pedante coi fatti, pensò di sopraffarlo di parole, e portossi, dice, tanto valorosamente, che nè Tristano, nè Galasso, nè verun altro Cavalier errante si mostrò mai tanto pronto a far con la spada in favor delle lor Donne, quanto esso a dir con la lingua contro il Pedante. Fu Tristano gran Cavaliero errante; ed Ancor che fosse nella Tavola rotonda, fece gran cose per le Fiche, e ’n sul Fico d’Isotta si morì. Galasso, dicon che fu Cavalier santo, e che non s’impacciò mai nè di Fichi, nè di Donne. E però maravigliandomi, che il Poeta lo metta per Cavalier Ficaio, ho riveduto questo luogo meglio, e trovo, che il testo antico a penna non dice Galasso, ma Gradasso. Quello che si facesse poi per le Fiche, cercatelo da voi, che io non ho ora il capo a’ romanzi. E dice innante alle lor Donne, perchè se si fossero messi lor dietro, non avrebbon elle potuto vedere i fatti loro; e poi quel recarsi dietro non è da valentuomo. A dire a ingiuriare, e bravare, perchè è verbo di mezzo, e si può intendere in buona ed in mala parte. Di quello insano E bene era egli pazzo a voler vituperar le cose buone, e lodate da ognuno, e massimamente le Fiche bisogna pronunciarle con meraviglia, e con riverenza; come dire quel frutto tanto dolce, tanto abbondante, tanto prezioso, tanto necessario, tanto lodato, tanto desiderato da ognuno; e l’Idol mio, cioè tanto adorato da me; in mia presenza far despetto, cioè disprezzare, e mettere in dispregio altrui. E perchè, quando non è prezzato non è custodito, nè coltivato, però dice Vano, cioè sterile, perchè se imboschisce diventa Caprifico, e non fa più frutto, che venga a perfezione.

Sempre a’ Pedanti furon poco amiche,

Che vanno in zoccol per l’asciutto spesso,

E ’l frutto perdon delle lor fatiche.

Non solamente non s’ha da stare al Pedante di questa sentenza, perchè è ubbriaco, perchè è ignorante, perchè è pazzo, come ha detto di sopra, ma perchè è sospetto per la nimicizia, che hanno tutti i Pedanti con le Fiche; e la cagione è questa, che hanno letto in Plinio di quella pioggia, che si dice di sopra, che immollando i piedi fa sì gran male, e le fuggono sempre, ancorchè non piova. E se pur s’arrischiano d’appressarsi loro, con tutto che sia rasciutto, vi vanno in zoccoli, e ne colgono dalla banda del sole, dove sanno che non è guazza. E per questo più volentieri innestano le mele, e le pesche, le quali per non esser così in succhio come le Fiche, non possono avviar l’umor naturale della marza [56] . E però dice, che i lor nesti sono vani, perdono il frutto delle lor fatiche. Dicono ancora un’altra cagione di questa inimicizia de’ Pedanti co’ Fichi: perchè un pedante fu quello, che toccò di quelle tante Fiche affrittellate [57] nel viso dai Palafrenieri di un cotal Papa, per esser venuto imbasciadore della sua Comunità a presentare a Sua Santità un pien sacco di Fiche acconcio con la pula galantemente, perchè non s’ammaccassero. Il resto dovete sapere, che disse: lodato Dio, che non furon pesche, come volevan i Massari; e che avendogli detto il Papa del presente, mille grates [58] , riferì, che il Papa voleva mille graticci per seccarle; ma la vera cagione è la prima, e seguitiamo più oltre.

E se da Salomone il Mel fu messo

Innanzi al Fico, non si dee per questo

Aver ciò per decreto così espresso.

Ma bisogna vedere in fonte il Testo,

E ritrovare il ver fino a un puntino,

E non dar la sentenza così presto.

Fermo e sbattuto questo Cuium pecus del pedante, col sopravvento delle parole, non può con suo onore non rispondere con la ragione al detto di Salomone, che gli era Padrino, non potendolo rifiutare con dir che non fosse suo pari. E risponde così: che sebben Salomone fu tanto savio, non è per questo, che non si possa appellar dalla sua sentenza, avendo proceduto per via di contraddette in contumacia della parte. E in verità credo, che gli sia fatto torto, la qual cosa mi fa credere un certo Iambografo Greco, il quale sapendo, che io era sollecitatore del Poeta in questo causa, sendo lui valente Procuratore, mi venne a trovare, e la prima cosa mi sfoderò addosso: Sica tu Chrisu Chresto. Io gli risposi di no, pensando che volesse dire, se Cato crese in Cristo, idest credette: ma poi svolgarezzandomelo disse, che voleva dire, che le Fiche erano migliori che l’oro, non tanto che fossero più dolci che il mele: e che egli voleva pigliar sopra di sè questa lite contra Salomone, e fare il piato a sue spese. Sentendosi dunque il Poeta gravato, offerisce di rifar le spese, e domanda d’esser restituito in integro, perchè intende provare il contrario, ed esaminar due testimoni in favor suo, che l’ uno è Omero, e l’altro Mastro Simone; tanto più che egli ha un altro giudice, che sente tutto il contrario di Salomone, e questo è Aristofane. E se l’uno dice: Nil dulcius Melle; l’altro dice: Nil dulcius Ficubus. E l’uno si tiene per Baldo, e l’altro si reputa per Bartolo: sicchè qui bisogna cacciar mano a paragrafi; e poichè le autorità sono di pari, attendere alle ragioni. E venendo ai meriti della causa dice, che bisogna vedere il Testo in fonte, cioè ricominciare il registro da capo. Benchè il Verzelli dice, che sarebbe stato meglio a procedere in questa causa per via di Notomia, che di Legge, per venire alla prova della vera dolcezza del Fico; e vuole, che il Poeta intenda, che il Testo di esso Fico sia quel vaso, e quel suo cassero, dove son dentro tante cose, e tanti bugigattoli, come si è detto, che bisognerebbe mettervi dentro un buono anotomista, che ricercasse tutti quei luoghi, che vi sono per ritrovare tutta quella dolcezza, che v’è riposta. Ma il Terrazzano la intende per via di geografia, e tiene che ’l Poeta dicendo, vedere in fonte, voglia inferire, che il Fico sia come il Nilo, dei quale non s’è mai trovato il Fonte, ancorchè per alcuni si creda, che sia ne’ Monti di Luna. Interpreta dunque, che bisogna andare al fonte del Fico, cioè dentro via, per fin donde comincia, se tant’oltre si può arrivare. E ritrovare il vero, la vera dolcezza sua fino a un puntino. Perciocchè bisogna ricercar per ogni banda tutti quei ridotti, e tutte quelle grotte, d’onde sorgono gli zampilli, e le polle della dolcitudine ficale. E qui pare, che voglia conchiudere, che se Salomone non andò tanto a dentro, che arrivasse al fonte, come non c’è arrivato mai veruno, non ha potuto aver perfetto giudizio della compita dolcezza del Fico. E però non aveva a dar la sentenza così presto, perchè in una cosa tanto profonda non si dee procedere per via sommaria, ma in puncto juris, e metter tempo in mezzo, provando e riprovando, voltando e rivoltando più volte le carte di sotto e di sopra, avanti che si scocchi la sentenza diffinitiva.

Che sì che questo non dirà ’l divino

Omero, che cantò di Troia l’armi

Con chiara voce più che Orfeo, e Lino.

Il Fico dolce chiama ne’ suoi Carmi;

Il Mel non mai, ma fresco e verde sempre:

E saper la cagion di ciò ancor parmi.

Magnis testibus ista res agetur. Perciocchè Omero, che produce prima, è uno di quei testimoni, che a Vinegia si chiamano di Velluo; e domandalo Divino per mostrar, che è degno di fede; domandalo scrittor dell’armi di Troia per mostrar, che era informato; avendo scritto le cose seguite per la dolcezza del Fico d’Elena, di quel di Briseide, e di quel di Nausica. Oltre che egli n’aveva gustate pur assai, che non basterebbe, che deponesse d’udita, se non deponesse ancora di gusto, e di tatto, perchè di vista, non era egli legittima prova. Che se chi ha un occhio solo, non può esser testimonio, tanto meno poteva esser esso, che era cieco affatto secondo quelli, che vogliono, che la sua cecità stesse negli occhi, e non nel nome. Più che Orfeo, e Lino: fallo più autentico testimone di loro, perchè non venga voglia al giudice di esaminarli; dubitando non gli deponessero contra per la nimicizia, che ebbero coi Fichi. Perchè Orfeo fu lapidato, e bastonato a colpi di Fichi, e Lino fu mangiato da cani, perchè per natura poetica gli aveva a noia. Il Fico dolce chiama ne’ suoi Carmi. La deposizione d’Omero è, che il Fico sia dolce, e ’l Mele sia clorido, cioè, come l’Autore interpreta, fresco, e verde, che questi epiteti dà loro sempre nelle sue opere per propri a ciascuno d’essi. Ora, che il Mele non sia dolce, oltre all’autorità d’Omero, lo vuol mostrare con la testimonianza, e con la ragione di Mastro Simone, il quale è il secondo testimone, ch’egli produce; e l’esamina sua è questa.

Il mel, par che mangiato altrui distempre,

E ’n collera si volti, a cui l’amaro,

Danno costor, che san tutte le tempre.

Questo segreto così degno e raro,

Mastro Simon studiando il Porco grasso

Scoperse a Bruno, che gli fu sì caro.

Or fa tu l’argomento, Babbuasso,

E di’, se ’l mel in collera si volta,

Segn’ è che d’amarezza non è casso.

Il Mele si volta in collera; la collera è amara; dunque il Mele non è più dolce del Fico, che non partecipa in parte alcuna d’amarezza. La maggiore, e la minore si provano insieme per la testimonianza di Mastro Simone da Villa dottor di medicine; del quale fate motto col Boccaccio, che vi ragguaglierà, quanto fosse più savio di Salomone. La conseguenza non si può negare, che di sopra s’è provato, che il Fico è tutta dolcezza; oltrechè non solamente è dolce per sè, ma addolcisce l’amarezza delle altre cose, come si dice della ruta, che standogli appresso diventa più dolce, e di miglior nutrimento. E perchè non crediate, che Mastro Simone si movesse senza fondamento, dice, che l’aveva studiato in sul Porco grasso; e Porco grasso, e Vino a cena sono quei due gran satrapi, che fanno venire il canchero alle medicine: e perchè è un segreto d’importanza, perciò dice, che lo scoperse a Bruno dipintore, suo grande amico; che altramente non l’avrebbe detto. E trovo, che gliene disse, per ricompensa dell’orinale, che gli dipinse sopra la porta; e perchè strascinasse le parole con Buffalmacco del mogliazzo della Contessa di Civillari, e di farlo Cavalier bagnato [59] .

Conchiuso dunque, e provato, che questa proposizione di Salomone è una vanità delle vanità sue; si rivolge al Pedante, e chiamalo Babbuasso, cioè Scimione: perchè Babbuino è tanto come Scimiotto: e così lo chiama perchè come le Scimie fanno quel che veggono fare, così il Pedante dicea quello, che sentia dire. E quasi volendo inferire, che allegando il detto Salomone, senza considerare, che facesse a proposito, parlava per bocca d’altri, come gli spiritati; e per questo gli ordina un argomento secondo la ricetta di Mastro Simone; e voleva, che se lo facesse da sè medesimo: se non che Trifone come Padrino ne volle l’onor esso, e cacciogliene su di sua mano. L’argomento è stemperato in Barocco, e la ricetta è questa. « Recipe il mele è collerico; la collera è amara ; ergo tu es asinus. » A questa ultima schizzata, cominciando l’argomento a fare operazione, il Pedante a brache calate se ne va a gesto; e il Poeta corre il campo Ficale per vincitore.

Ma ora è di sonar tempo a raccolta,

E lasciare il Pedante in sua malora

In questa opinïon sì vana, e stolta.

Che ’l nuovo giorno recherà l’ Anrora,

Anzi che al mezzo delle lodi arrivi

Di lor, che tanto la mia penna onora.

Avendo conteso col Pedante sopra al Fico, e come soldato, e come dottore, dà a ciascuna impresa la sua fine. Onde sonare a raccolta, dice quanto al duello; e lasciar l’avversario nella sua opinione, quanto alla disputa. E recando la metafora campale al nostro proposito, sonar a raccolta vuol dir tacere; perchè secondo il nostro Vico, chi parla semina e chi tace raccoglie. Ma secondo il Burla, sonare a raccolta, vuol dire ritirarsi a salvamento. Perchè è ito avvertendo, che il Poeta si mise a questa impresa, prima come cavaliere, cioè arditamente, e con orgoglio; dipoi come dottore, coi libri in mano a guisa di Messer Ricciardo da Ghiazica col Calendario, cioè posatamente, e piuttosto con ragione, che con appetito. Ora perchè il Poeta al terzo affronto portava pericolo di non mettervisi da erbolaro, cioè a colpi fitti in terra; dice, che non volendosi più cimentare, per aver già per due riprese compito all’onor suo, si delibera di ritirarsi; e che il Pedante poi, che ha quell’argomento in corpo, facci della sua fantasia a suo modo. Che ’l nuovo giorno recherà l’Aurora; idest si farà prima giorno, perciocchè egli era a vegghia, quando dava in su queste Fiche. E sentendosi avere assai combattuto sopra di esse, dubitava, che al terzo affronto ce l’avrebbe prima colto il giorno, che avesse compito a mezzo di fare il dovere alle Fiche. Che tanto la mia penna onora. Il Petrarca avrebbe detto, che col mio stile incarno.

Infelici color, che ne son privi ;

Perocchè dove Fica non si trova,

Non vi posson durar gli uomini vivi.

Comechè il Poeta abbia detto di volersi ritirar dalle Fiche, non si sentendo ancor la vena sgonfia, nè la fantasia sborrata affatto, vi dà su di nuovo. E parmi, che abbi fatto come quello spagnuolo, che quando si fu confessato di tutti i suoi peccati, ritornò al confessore a dire, che s’era dimenticato d’uno peccadiglio, e questo era di non credere in Dio. Perciocchè dopo un tanto catalogo delle lodi del Fico, quando pensavamo, che non avesse più che dire, e che egli dice di volersi ritrarre, ce ne scocca in un terzetto due, che a petto loro tutte l’altre son nulla; cioè, che le Fiche sono la felicità degli uomini, e la vita di essi. Egli dice, che quelli, che ne sono privi, sono infelici. Dunque quelli, che non ne son privi, son felici. Le Fiche dunque sono la nostra felicità. Or vadansi a riporre tutti i beni del corpo, dell’animo, della fortuna, quelle indolenze, e quelle tante cacherie, che questi nebbioni Filosofi si vanno sognando, poichè il sommo bene è tutto dentro nelle Fiche. Che siano la nostra vita, provalo per questo, che dove non son Fiche, non sono uomini, e non vi durano vivi, cioè che si muoiono, e non vi rinascono degli altri. E per questo il Padre Erodoto volendo mostrare, che un paese era molto deserto, disse, che non v’eran Fiche; come quello, che voleva dire, che dove non son Fiche, non vi possono esser uomini, e che dove sono uomini, è necessario che sianvi Fiche. Il medesimo dice il Fatappio delle Fave ; e vuole, che di necessità, dove sono uomini, vi siano Fiche, e Fave. E così per lo contrario. Aggiungendo, che quelle bestie delle Amazzoni furon tutte per capitar male una volta, che sbandiron le Fave, se non s’avvedevano presto di metter a sacco quelle de’ vicini. Fa poi una questione, quali siano più necessarie, e quali fossero prima, o le Fiche, o le Fave, la quale è stata poi risoluta dal Babbione con quella dell’uovo e della gallina, e dell’ incudine, e del martello.

L’udir vi parrà forse cosa nuova,

Una sua certa qualità stupenda

Ma pure è vera, e vedesi per prova.

Quando la carne è dura sì che renda

Fastidio altrui, acciocchè intenerisca,

Fate, che al Fico tosto altri l’appenda.

Però se ’l tuo padron (nota Licisca)

Mena talor qualcuno all’improvviso

A cenar seco, fa che tu avvertisca.

Un pollo, che sia allora allora ucciso.,

Perchè infrollisca, correr ti bisogna

All’arbor, che ne tolle il Paradiso.

Qui tocca un segreto del Fico con un punto della gola, che quel balordo d’Apicio non fu da tanto a trovarlo. Che se la carne dura, o alida s’appende al Fico, diventa subito frolla, o trita, come dicono i Toscani; poichè ci hanno messa la muserola in bocca, e che non possiamo parlare, se non a lor modo. Il Codaritta leggendo questo luogo disse ridendo: alla mia carne non avvien già così; che solamente che vegga il Fico, mi s’intirizza, e mi si rassoda più che mai. Avverti, gli risposi io, che il Poeta non dice, quando si mostra la carne al Fico, ma quando vi s’appicca suso. Io per me, soggiunse, ho provato d’appiccarvela tre volte, una dietro l’altra, e alla fine me l’ho trovata pur dura. Seccaggine Codaritta, questa tua carne, dissi’io, debb’esser qualche nervo di miccio; che se la fosse ordinaria, almeno alla seconda volta si dovrebbe un poco rammorbidare. In somma io potei ben dire, ch’egli alzò sempre il capo, e stette con la sua fantasia più sodo che mai. Io per intender il colato di questa cosa n’ho poi domandata la Palomba ostessa, la quale, come pratica, m’ha fatto un bel discorso di tutte le sorte carni, e di tutte le sorte gusti, dicendomi, che eravi indifferenza dalla carne del capretto a quella del bue; dal pelato alla selvaticina; da quella con osso a quella senz’osso; dalla magra alla grassa; e dall’alida alla trita; e secondo queste distinzioni dichiarò, qual carne si macerasse piuttosto e quante volte bisognava appiccare al Fico ciascuna d’esse. O come, diss’io, che il Codaritta n’ha fatta l’esperienza, e non trova, che il Fico possa domare la durezza della sua! Se il Codaritta, rispos’ella, l’avesse appiccata al Fico mio, l’avrebbe macera pur troppo; che pur ieri sera mi capitò un forestiero a casa, che si portò sotto un lombo sodo, riquadrato, costoluto, nervoso, tanto zotico, che fu un fastidio a rammorbidarlo; e con tutto ciò alla quinta appiccatura si ravvincidì pur un poco, ed alla sesta fu frollo affatto. Ma questi, diss’ ella, sono certi bocconi strangolati da ingordi, che bisogna appuntare i piedi al muro, e biasciare un gran pezzo per ingoiarli.

La buona carne vuol essere d’un buon pollastrone giovine, pelato, bianco, liscio, grosso, che abbia più tenerume, che osso; e questo sebben per esser fresco e duro, in sul Fico diventa pastoso, ed arrendevole, e se ne può fare non solamente arrosto, ma lesso, tocchetti, guazzetti, intingoli, pastingoli, nanzi pasto, dietro a pasto, e tutto pasto; e così conchiuse, secondo lei, che questo è il miglior boccone, che si mangi. Avrei a dire del modo o de’ modi, con che s’appende la Carne al Fico, che sono assai, e la più bella taccola del mondo; ma bisognerebbe mettergli in atto; a che non ho tempo, nè comodità. Imperò ve ne rimetto a quel libro d’altro che Sonetti; e quando pur volete, menatemi ad un Fico giovine, e lasciate far a me. Licisca intendete che sia la Gigia di Messere. Il Padrone Messer suo. Un Pollo. Di qui si trae, che vuol esser giovine, che altramente direbbe un Gallo. Allora ucciso. Credo che ’l dica, perchè se fosse stantio, sarebbe pur troppo frollo da sè, e non bisognerebbe appiccarlo al Fico. All’arbor che ne tolle il Paradiso. Or qui bisogna spogliarsi in giubberello a difendere il Poeta, perchè lo Schizzinoso dice, ch’egli ha fatto come una volta il Celatone, quando volle lodare un soldato, che dopo racconte molte sue prodezze disse, che era stato il primo a entrare in una terra assediata, ma che s’era resa a patti. Il Poeta, dice egli, s’ha stillato il cervello a trovar le lodi del Fico, e poi in un tempo gli fa uno sberleffo nel viso, dicendo, che n’ ha tolto il Paradiso. O fichemi qua di dietro dunque con tutte le tante lor preminenze, poichè ci tolgono il Paradiso. Ma l’autore, che s’avvide, che qualcuno sarebbe stato di questa fantasia dello Schizzinoso, soggiunse subito:

Non so se fatto gli averò vergogna

 rimembrar il nostro antico lutto;

E fa par vero, e ’l gran Scrittor non sogna.

Ben credo, che da qual si voglia frutto

Meglio guardato si sarebbe Adamo,

Allor che dal Dïavol fu sedutto.

Sono le Fiche, a dir il vero, un amo,

Per torci il Natural troppo gagliardo,

Sallo il Mondo, che un tempo ne fu gramo.

Appresso di me, e della verità, dice egli, quel che io ho detto non pregiudica all’onor del Fico; ma non so se gli avrò fatto vergogna appresso qualche plebeo, come questa bestia dello Schizzinoso. A rimembrare il nostro antico lutto; idest a ricordare i morti a tavola. Di che pare, che si voglia scusare con dire, che non poteva far di meno, sendo vero, quasi dical, sapendosi per ognuno, e sendo scritto da sì grande Scrittore, come fu Mosè che non sogna, che non iscrisse dormendo, perchè non se gli potesse dire — Quandoque bonus dormitat Homerus — donde si cava, che Mosè sta sempre in cervello, e Omero qualche volta arrocchia: e questo basta scusar lui d’averlo ricordato. Per iscusa poi del Fico, che fosse cagione della prevaricazione d’Adamo, io ho trovato nel Breviario di Guccio Imbratta, così un palmo intorno all’Avvento, che se Adamo peccò il peccato venne dall’incontinenza, e dalla disubbidienza sua, e dalla tentazione del Diavolaccio, non dal Fico. Che se le cose buone s’intendessero non buone, per esser male usate, la più parte delle buone, e delle belle cose, che Dio ha fatte, si potrebono dire, che fossero cattive, e mal fatte, perchè gli uomini le convertono in mal uso. Segue poi di molta ciarpa sopra questa materia; ma tutte le lettere non si ponno leggere, perchè l’untume le ha ricoverte. La somma di tutto è questa, che il Fico non ha colpa di questo peccato per esser buono, e bello; come neanche il vino ha colpa dell’ ubbriachezza, per esser buona bevanda; ed io per me non tanto che ne voglia imputare il Fico, ma ne scuso quel poveretto d’Adamo, se vi si lasciò sdrucciolare; e parmi una grandissima lode di esso Fico, che per lui volesse perdere tutto il Paradiso Terrestre. E credo insieme col Poeta, che da ogn’altro frutto si sarebbe meglio guardato Adamo, perchè nessun altro gli avrebbe così fatto tirar l’appetito, come questo; e la ragione è quella, che il Poeta segue dicendo. Sone le Fiche un amo: come i Pescatori tirano con l’amo i pesci al lido, così le Fiche tirano il nostro Naturale in alto, e l’uniscono con la Natura, che è esso Fico, e l’esca fu la speranza, che gli fu data dell’immortalità; che come s’è detto di sopra, non fu quella che si pensava, perchè sebbene si perpetuò nella spezie, mancò nell’individuo. E però dice, che per questo errore il Mondo fu gramo, perchè gli uomini ne perdettero l’eternità de’ corpi, e la stanza del paradiso; un tempo, idest fino a tanto che venne, chi ne immortalò, e ne imparadisò le anime. Lo Spippola intende in questo luogo Amo per calamita, e dice che il Fico è quella calamita da tirar la carne, che intese il Petrarca, quando disse.

Un sasso a trar più scarso

Carne, che ferro.

Ed espone, che questo era quel Ficotto sodo di Madonna Laura, che era la calamita tiracarne di quel poveretto del Petrarca.

Però quando per dritto il tutto guardo

Del Fico Satanasso si fe’ scudo

Sotto ’l qual si difende ogni codardo.

Perciocchè ’l colpo quanto vuoi sia crudo,

Il fico lo ritiene in ogni verso;

Nè molto importa, se ti trovi ignudo.

Eccovi un’altra bella lode del Fico, che sia buono per iscudi, e per rotelle, per targhe, per palvesi, e per simili ripari da ricever colpi, e la cagione si è detta di sopra. Perchè la sua materia è leggía [60] , pastosa, soffice; che ad ogni botta acconsente, e se s’ammacca, ritorna, e però, non si rompe, non si scheggia, e non si stianta. Per questo dunque dice il Poeta, che la tentazione del Diavolaccio, andando alla volta d’Adamo, per poter securamente combattere contro la sua continenza, si fe’ scudo del Fico. Sotto il qual si difende ogni codardo. Perchè ogni vil persona, avendo rotella di Fico, si rende sicuro da ogni assalto. Questa partita mi fa ricordar di Cuccù, che mi diceva di non conoscere la più sicura arme al mondo, che la Targa della moglie, e che egli s’era trovato di molte volte in pericolo, ed in necessità, e con quella aveva riparato a ogni cosa. Lo Scropolino Grammatico vorrebbe, che questo luogo s’intendesse per un’altra via, e dice, codardo significa uno, che ha gran coda, e trova certi suoi sensi traversi, che non entrano così ad ognuno. E però non vi voglio intricar la fantasia con essi, e tenete questo, che col riparo del Fico ogni vil persona si può tener sicura. Perciocchè sia il colpo quanto si vuol crudo, cioè meni uno bestialmente, furiosamente, e senza discrezione, quanto può, o di stocco, o di lancia, o di palo, che sia il colpo, che il Fico lo ritiene in ogni verso, lo riceve da ogni banda, perchè in più modi si tira, in più modi si mena, e da più canti si porge lo scudo. Benchè ci sia chi vuol dire, che quel crudo si dice dal Poeta per asciutto, non molle, rugginoso, ruvido, perchè vogliono, che l’arme, che sono unte, forbite, e lisce, facciano manco male; che non mi dispiace. Tutta volta io credo, che i gran colpi siano quelli, che escono da un gran braccio, e da una forte stiena. Ma notate quel ritiene, che importa, perchè l’altre rotelle qualche volta schifano il colpo, o lo ribattono; queste di Fico lo ricevono, e lo fermano; e ficcavisi dentro il ferro talmente, che l’avversario non lo puote cavare così a sua posta. Nè molto importa se ti trovi ignudo: anzi importa pure assai, dice il Baruffa; che quando si combatte con la targa ignudo, si copre meglio, vi si rannicchia sotto più facilmente, e lo scudo si maneggia con più destrezza. Benchè vi si può combattere anche vestito. Io trovo nella Tavola di Cebete, che le Amazzoni fecero già con queste Targhe di Fichi molte gran cose, perchè non era sì bestiale incontro d’un uomo, o di più insieme, che non ricevessero con esse. Queste dal Padre Virgilio son chiamate Pelte lunate, perciocchè erano in garbo d’una mezza luna: donde vuole il Pastricciano, che nel suo paese le Fiche si chiamassero Lune, siccome le Mele si dicono Soli. Di sopra erano coverte d’una pelle con di peli suoi. E per mostrarvi appunto, come le stavano, vi metterò la figura d’esse, che il Prete dell’Asino afferma averla ritratta da quella, con che Pentasilea fece sì gran prove nel Campo Troiano; che si trova oggi in potere d’una Paladina, che a Orvieto, a tempo del Sacco, fece con essa prodezze incredibili, sino a sostenere in una volta l’incontro di xxxii. E che di Pentasilea fosse, dà per segno quel fesso che è nel mezzo, che trova, che fu già della lancia d’Achille; e sta in questo modo.

Avvertendovi, che quel colpo non è già rottura, nè stiantatura (che non credeste, ch’ io non istessi in cervello) ma è una commessura del legname, che quando riceve il colpo, s’apre per acconsentire alla furia di chi mena, ed aprendosi non si rompe mai. Il medesimo dice, che il Gorgone di Minerva fu una rotella di Fico e che per esser Vergine la portava coperta. Il Frastaglia m’ha poi detto di molti belli significati di quel viso di Medusa; della trasfigurazione delle genti in marmo; e che voglian dire quelli suoi capelli di serpenti, e quel sangue venenoso, che fece i coralli; e quell’occhio, che si prestavano l’una e 1’altra, e certi altri bellissimi misteri : ma ha voluto, che gli giuri di non dirli, se non a uno per volta.

Il Regno per un Fico fu disperso

Di Cartagine altera, che tant’ anni

Il Capo fe’ tremar dell’ Universo.

Sicelides Masae, paulo maiora canamus;

Non omnes arbusta jurant, humilesqne

Myricae.

Avendo il Poeta tanto innalzato lo stile a questi Fichi, e tanto rigonfio, come vedete; la mia bassa, e smunta fantasia non può arrivar dove egli si stende, nè supplire alla capacità di quella materia, se le Muse non me la drizzano, e non la spirano. E però con quel furor poetico, che m’hanno messo addosso la bravura di questi versi, mi ristringo con le Muse sopraddette, e già sento, che si portano bene, perchè l’adopero a quello, che son buone, e dove son pratiche; la qual cosa non fece Virgilio, come s’è detto. Da queste Muse Ficaruole dunque aiutato a sborrar la fantasia, che mi sento piena, ed elevata a spianare questo altissimo ed ampissimo soggetto, dico, che voi v’immaginate, che il Poeta vedesse qui la superbissima, e potentissima città di Cartagine, piena di tutti quelli suoi Amilcari, Annibali, Asdrubali; Annoni, tutti valorosi, insolenti, sagaci, frodolenti, con quelle armate, e con quelli eserciti già tante volte vittoriosi, e tanto al Romano Impero naturalmente nimici. E dirimpetto a Cartagine gli si rappresentasse la gran città di Roma sua concorrente, ancorchè vincitrice, tutta pensosa della potenza di quella città; sospesa della sua fede, guardinga dalle sue frodi, gelosa del proprio impero, e quasi attonita della ricordanza di tante fatiche, di tante paure, di tante stragi, che già per due lunghissime, e mortalissime guerre, con tanto sangue, con tanto danno, con tanto spavento, avea per quella sofferto; e che stando in dubbio di romper la terza guerra con essa, comparisse nel Senato il Padre Catone, e con quella sua toga lunga, con quel viso santo, con quel capo sodo, con quell’andar grave, con quel suo parlar libero, salisse in bigoncia a mostrare a quelli omaccioni la necessità di quella guerra, la potenza e la infedeltà de’ Cartaginesi e il pericolo della Repubblica Romana: la quale sua opinione avendo qualche controversia.

(Però che Scipiava Consiglione

Che si dovesse cartar Conservagine. )

Immaginatevi, che subito, ch’egli scoperse il Fico venuto da quelle parti in poche ore, per mostrar loro la vicinità de’ nemici, per la bontà, e per la dignità di quel frutto, si accendessero quegli Scipioni, quei Fabi, quei Marcelli, e tutti quei Barbassori al conquisto delle Fiche Afiricane, come già i Francesi delle Fiche d’Italia, e che unitamente acconsentissero al parere del vecchio Catone; la qual deliberazione fu la sicurezza, la gloria, e la grandezza della Città di Roma: e se fu lo sterminio di Cartagine, dovete sapere, ch’io trovo nelle Storie di Juba, che fra le Fiche, e i Cartaginesi erano occulte inimicizie, e che il Fico di Catone era venuto per mare in poste Ambasciadore degli altri Fichi a far lega coi Romani. La qual lega trovo, che durò poi fino al tempo di Scatinio, il quale fece la legge contra a quelli, che cominciavano a tener pratica con le mele; e però il Fico in questo caso s’ha da scusare, se fu cagione della rovina di Cartagine, la quale gli era piuttosto nimica, che patria; e dall’altro canto si dee lodare, che facesse quell’opra, e fosse collegato alla Monarchia dell’impero Romano.

Troppa faccenda avrei, e troppi affanni

A narrar ciò, ch’io n’ho trovato altrove:

Nessun di quel ch’io passo mi condanni.

Ch’ io saprei dirvi mille cose nuove;

Ma perchè penso, che sia detto assai,

Sarà ben che al parlar modo ritrovo.

Io non credetti, quando dentro entrai,

Che dovesse l’istoria esser sì lunga,

Onde senza biscotto m’imbarcai.

Di nuovo gli si rappresenta l’ampiezza, e la profondità di questo soggetto, ed immaginasi, che il Fico sia, verbigrazia, come il Mondo nuovo, che ognuno, che vi va, scopre nuovamente qualche cosa; nè per questo s’è ricerco ancor tutto. Dice dunque. Io avrei troppa faccenda, idest non compirei mai questo lavoro, se io volessi raccontare quel che n’ho trovato altrove, cioè quei paesi, che v’ hanno scoperti, e quelle cose, che n’hanno detto Plinio, Teofrasto, Ateneo, e questi altri gran Piloti, che vi sono navigati; e però nessuno mi condanni di quel ch’io passo, cioè che non iscrivo detto da altri. Che io, cioè per quel che n’ho cerco da me stesso, ne saprei dir mille cose nuove, mille cose non avvertite da altri, che v’ ho trovato dentro. Ma perchè mi pare d’aver detto, e cerco assai, e più mi resta da dire, e da ricercare, sendo questa una Provincia infinita, ed un mare ampissimo da navigare sarà bene che mi ritorni a dietro, e verso quella parte, dove io posso sperare, ch’el mio legno, tocchi terra, dove che sia; che a questa navigazione non veggio d’accostarmi al lido da niuna banda, e sono sfornito di cose necessarie. Perchè, quando dentro entrai, idest quando presi a fare questa navigazione per iscoprire, e dar notizia di questo nuovo mondo, non pensando, che il viaggio fosse si lungo e i paesi tanto grandi, m’ imbarcai senza biscotto, cioè non portai provvisione abbastanza; quasi volendo dire come quelli, che vanno a Frugnuolo, che gli era mancato l’olio per la strada. L’Arfasatto gli dà un altro senso, e dice, che i Naviganti per andar a lungo viaggio hanno a portar del biscotto, cioè del pan duro, che resti sodo per tutta la via; ed egli, pensandosi di non avere a fare tante miglia, avea portato del pane ordinario, il quale subito si muffa, e non resiste a lungo viaggio.

Chi più ne vuol, Trifon, più se n’aggiunga.

Io lodo assai, che nascon senza spine,

Sì h’altri per toccarle non si punga.

Un altro loderà le Damaschine,

Perchè non sono dagli uccelli offese;

Chi le Spartane, e chi le Tiburtine.

A me piaccion le nostre del paese,

Che danno a’ Beccafichi da beccare;

Perchè rendon poi conto delle spese.

Trovando il Poeta questo mare delle Fiche infinito e per questo tornandosene indietro, si rivolge a Trifone che era suo timoniero, e stava sopra alla Bussola, dicendogli quel proverbio: Chi più n’ha, più ne metta; che recandolo a suo proposito, pare che voglia dire: Io per me mi confondo a tanta larghezza di mare, perchè non ci trovo nè porto, nè spiaggia, nè scoglio dove approdare, e navigo come perduto. Se a te basta l’animo d’andar più oltre, va pur da te, ch’io voglio tornare addietro. Il Forbotta dichiara questo luogo per un’altra via, e dice, che il Poeta salta subito dalla metafora del Navigante a quella del Coglitore, e che essendo alle mani con un gran piè di Fico, mostra averne colto quanto ha potuto aggiungere col suo uncino. Poi voltandosi a Trifone, che si trovava una gran pertica in mano, gli dice, ch’egli non può arrivar più oltre, ma che a volere scuotere questo Fico affatto, gli bisogna aggiungere all’uncino il suo perticone; e così fatto, di nuovo rimontano sul fico, e cominciano pure a ritoccarlo, così dicendo: lo lodo assai, che nascon senza spine. Se l’altre frutte son buone, son anche quali ronchiose, quali spinose, quali hanno nocciolo, quali hanno guscio; in somma, quali un difetto, e quali un altro. Ma le Fiche, dice egli, non hanno spine, che ti pungano, quando le tocchi, nè veruno di questi altri impedimenti, e tutto che siano pur vestite, sono in un tempo ignude, ed ancora con la buccia sono tanto morbidone, e tanto calzanti, che senza alcun ritegno t’entrano. Anzi Papa Giulio non voleva che si spogliassero, usando dire, che pelle che non si vende, non si scortica. È ben vero, che lo Scalandrone m’ha detto una cosa nuova contro queste parole del Poeta, che mi ha fatto maravigliare; e questa è, che pochi giorni sono ha trovato un Fico, che punge, e che salendovi suso si sentì appuntare al corpo non so che aguzzo, che pareva, che gliene forasse; sopra che studiando trovo, che le Tribadi in Lesbo erano di questa sorte; e Sal-vestro nostro afferma, che il Fico della Peperina è ancor esso così fatto, e che a questi giorni bucò il corpo alla Sandra. Tuttavolta un fior non fa primavera, e basta che generalmente non hanno spine, e che se ne dice al giuoco di Tirimattare: toccale, son morbide; spogliale, son bianche; aprile, son rosse; mangiale, son dolci. L’e le apponti a quel che l’è. Un altro loderà le Damaschine. Queste Fiche non so di che sapor si siano, perchè non ne ho mai provate. Benchè lo Stornello mi dice, che non si chiamano Damaschine, perchè siano di Damasco, ma perchè sono lavorate di commesso, e di traforo, come l’opere Damaschme; e perchè queste si trovano per ogni canto, vuole che ne abbi gustate ancor io. Ma dicendo il Poeta, che non sono dagli uccelli offese, questa sua opinione non mi piace, e vo pensando, che siano le medesime, che le Alessandrine, le quali avevano una buccia tanto dura, che se non si tagliava loro col ferro, non si maturavano, e per questo erano sicure dagli uccelli; ed è opinione del Bizzigorre, che queste tali Fiche siano quelle, che oggi si chiamano coverchiate, che s’usano di tagliare con una moneta d’argento, o d’ oro, perchè si vengano a maturare: della qual sorte fu il Fico della mia Comar Cencia. Benchè ei sono di quelli, che vogliono, che queste Damaschine siano Fiche Pinzochere riservate dentro a grati di ferro, perchè gli uccellacci, che passano, non ne possono beccare: della qual sorte se ne trovano per li monasteri, e non se ne gusta per altri, che per certi corbacchioni fratacci che talor t’entrano per qualche maglia rotta. Le Spartane. Se queste son quelle Fiche di Sparta, in una delle quali volle, quella Donna ricevere il suo Figliuolo, che tornava dalla guerra senza scudo, dubito, che non sieno troppo grandi. Ma costoro dicono, che sono come le altre Fiche Greche, quali non hanno manco provate. Ebbi voglia d’assaggiare di quello della Comar Manetta, ma per non morir con quella faccenda intirizzata, non me ne sono poi curato: ancorchè Fra Rinaldo mi prometteva d’assolvermene. Le Tiburtine. Di queste vi so io render conto, che sono una ghiotta cosa, se già non mi parvero buone per carestia dell’altre. Perciocchè ci trovammo una volta in Monte Cavallo in guardia di peste, da otto o dieci buon compagni, ed una Donna dabbene di quel Paese di Tivoli ci fece le spese a tutti col suo buon Fico. È da quello cred’io, che venisse, che non ci appestammo: acciocchè non vi maravigliate, se il Poeta dirà poi, che le Fiche sono contra veneno; e se Mitridate le mise in quella sua composizione per antidoto di esso. A me piaccion le nostre del Paese. Sendo tante sorti di Fiche, e tante sorti di gusti, non può il Poeta dar sentenza delle migliori di tutte; ma dice bene, che a lui vanno più a gusto quelle del Paese, le quali sono intese da alcuni per nostrali, e casalinghe; e per esser a Roma, per romanesche, che sono molto saporite. Ma chi vede sottilmente, si risolverà, che voglia dire delle sue modenesi. Perciocchè il Fico di Modena è celebrato per tutto il mondo, ancorchè sia in proverbio: Fiche ferraresi; Mele bolognesi, e Fave mantovane. Ed Ogo Bagogo vuole, che per questo le rotelle modenesi siano così buone Fiche. Aristotile nel quarto della Posteriora dice, che il Fico da Modena è tanto prezzato, perchè è maschio, cioè duretto, raccolto, e rotondo. Perciocchè vuole, che le migliori Fiche siano le sode, come le Mele; e le migliori Mele siano le morbide, come le Fiche. Che danno a’ beccafichi da beccare. Vuole, che queste Fiche modenesi abbiano una condizione, che non siano beccate dagli uccelli grandi, perchè sono tanto ingordi, ed hanno sì gran becchi, che le stracciano, e le cincischiano tutte; vuol bene di quelle, che sono cominciate a beccare, perchè è segno che sono mature, ma che sono beccate da uccelli piccoli, come Beccafichi, che hanno certi becchetti sottili, che appena forano la lor pelle; talchè il di dentro resta salvo. Perchè rendan poi conto delle spese. Dice così, perchè quando questi uccelletti beccano Fichi, son buoni ad esser beccati ancor essi; onde che i ghiotti d’oggidì tengono delle Fiche piuttosto per esca, e per zimbello di Beccafichi, che per essi stessi: che per questa via facendoli dar nella ragna, fanno scontar loro le beccature de’ Fichi. Perchè in verità si risolvono tutti, che il Beccafico sia il miglior uccello che si mangi alla barba del Padre Marziale, che vuol che sia meglio il Tordo; come anco de’ quattro piedi, che la Lepre sia miglior del Capretto, che dai Dottori della gola non è accettato. Benchè quanto a’ Beccafichi lo Commentator lo scusi con dire, che aveva troppo grande schedione in sì piccioli uccelli, e che all’infilzare li sferebrava tutti; e però commendava più i Tordi, che sono più appannatotti [61] , e non sono così guasti dallo schedione. Ma a questo si trova rimedio; che si possono infilzare con tanta maestrìa, che non si guastino. Così poteva far egli, se non fosse stato un balordo, che mi risolvo che fosse a ogni modo, quando considero, che si maravigliava, che le Ficedole fossero dette da Fichi, e non dall’uve; come quello, che giudicava, l’uve fossero da tanto, e da più che le Fiche. Ma tanto avesse egli fiato, quanto diceva il vero; e quanto s’intendeva de’ Fichi, di questi che noi diciamo, cioè che de’ Fichi di Ciciliano, e de’ Ficosi, e delle Ficose, e di queste sporcherie, se n’intese, ed andò lor dietro pur troppo.

Questo basta a chi vuol lor fama dare

Ancor che al tempo antico già gli Atleti

Usasser con le Fiche d’ingrassare.

Però in Provenza in quei Paesi lieti

Il giurar per una Figa è un sagramento,

Ch’ usan le Donne, ond’ ogni buon s’acqueti.

Hovvi già detto, che questa è una serenata alle Signore Fiche, e però interviene al Poeta il medesimo, che a uno innamorato, che canta alla finestra della sua Signora; che quando ha detto parecchi strambotti, ti spicca una partenza per andarsi con Dio; poi il Martello, che lo scanna, lo ferma, e ricomincia a cantare, e rifa l’altra partenza; e con tutto ciò ricanta, e chiedendo licenza non se ne va. Il Padre Siceo è già un pezzo, che volle sonare a raccolta, e cacciossi più innanzi che prima; poi domandò licenza, ch’era stracco, e come Anteo non prima toccò terra, che si rizzò più gagliardo, che mai. Ora dice, che basta quello, che ha detto, e pur si rappicca a ridire. In somma queste Fiche sono il suo amore. E finchè gli si dimena la fantasia, e le Signore Fiche non chiuggono le finestre, egli diromperà sempre a di lungo. Lo Strambottino, che dice ora, è, che al tempo antico, idest quando quelli uomaccioni andavano ignudi, e sbracati, usavano d’ingrassar con le Fiche. Della qual cosa il Cafaggea molto si maraviglia, e dice, ch’egli ne è smagrato, non ingrassato. Ma non vi maravigliate già di lui, avendo uno stomacuzzo di taffetà, ed essendo bacato com’egli è. Il Poeta dice degli Atleti, che ne ingrassavano; che erano lottatori usati alla fatica, gagliardi, alienati, membruti, nerboruti, e non canne vane, smilzi e dilombati come esso. Che li complessionati, come gli atleti, ancora a questi tempi ne ingrassano. Ed io ho un mio compare, che da che prese moglie, pare che sia stato in istia [62] , e domandandogli come ha fatto a ingrassar tanto, m’ha detto, che la Comare l’ha impastato con le Fiche. Però, particella, che repiloga tutte le cose dette di sopra, e conchiude con una loda, che è premio di tutte le lode, e di tutte le sopraddette virtù delle Fiche. Che così come il guiderdone d’un uomo buono è diventar santo, così esse Fiche per i loro buoni portamenti sono state canonizzate per sante in Provenza, là tra quelle persone dabbene. Perciocchè le Donne in quel Paese, quando vogliono affermare una verità, giurano per ma Figa, idest per la Fica mia, come per cosa santificata; e quelle buone persone credono a questo giuro, come a sacramento infallibile, ed inviolabile.

Mi perchè gir più avanti mi sgomento,

Dico, che senza lor rose, e viole

È in questa vita nostra ogni contento:

E sognisi l’Ambrosia par chi vuole.

Santificate le Fiche, e condottele alla compita beatitudine, pare ancor a lui di aver compito per ora al suo desiderio, tanto più, che si sgomenta di poter gire più avanti, perchè la vena era sgonfia, e lo stromento era scordato. E perchè ancor io sono stracco insieme col Poeta, non vi maravigliate, se mi ritiro su le brache. Che se bene sopra le Madri Fiche c’è da dirompere in infinito, e a me ne resta ancora a dire di molta ciarpa, per infino da come si seminano; e seguendo per ordine come si piantano, come si potano, come, ed in quanti modi s’innestano; a che verso si volgono; come si fanno fruttare; come si fanno tenere; di quante guise se ne trovano; e delle moderne, e delle antiche, delle fresche, delle secche, delle primaticce, delle retrive, del colore, dell’odore, del sapore, dell’età, de’ paesi, del modo di corle, d’insertarle, di mangiarle, e del Caprifico, e della Caprificazione, segreti, e misteri grandissimi: Voi m’avrete per iscuso, se per ora me li passo, sì perchè non posso più, sì anche perchè l’uffizio del Commentatore non è il medesimo, che dello Scrittore. A me basta, che avendo preso d’andare con il Poeta dietro a questa Ficata, ho battuto tutti i suoi colpi, ed ho compito il mio lavoro, quando egli il suo. Gli altri Commentatori metteranno poi quest’altre cose che restano, ciascuna al suo luogo. Ora chi ha da far, faccia, che la materia è tanto ampia, che ce ne sarà per ognuno. Finita la Serenata le Signore Fiche, chiuse le Finestre, si vanno a riposare; e il Poeta, riposta la penna, e Apollo l’archetto, licenziatisi dalle Muse, se n’escono dal Ficheto, facendo fede a noi altri, come quelli che l’avevano provate e riprovate, che tutti i piaceri, e tutti i contenti del mondo sono rose, e viole, cioè fiori, e frascherie a petto alle Fiche. E perchè avendole già canonizzate per cosa santa, non può più il Poeta compararle a dolcezza terrena, come le ha già preposte al mele, al zucchero, per dire all’estremo ogni cosa, le prepone alla dolcezza celeste, che è l’Ambrosia; e l’Ambrosia, secondo che disse di sopra il Fanfaluca, sono i Melloni: però il Poeta, che aveva proposto nel principio di lodarli, pensando che fossero migliori, per parere di stare in cervello, e per non lasciar le brigate con questo dubbio, come quello, che ha provate le Fiche, dice, che era in errore a pensare, che i Melloni fossero migliori d’ esse. E conchiudendo questo, conchiude, che le Fiche siano una dolcezza sopra tutte le dolcezze. Dunque ognuno si sbrachi, come ho fatt’ io; e diasi dentro in queste Fiche per non divise: e viva amore, e muoia soldo. Buon prò vi faccia, e gran mercè, Messere.

Fine della Ficheide.

Note

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[1] Σὖχον ficus. Di questa derivazione parla anche l'Autore nel comento alla Ficheide.

[2] La prima impressione ha questo titolo: Comento di Ser Agresto da Ficaruolo sopra la prima ficata del Padre Siceo, In fine: Stampata in Baldaceo per Barbagrigia da Bengodi, con grazia e privilegio della bizzarrissima Accademia de' Virtuosi, e con espresso protesto loro, che tutti quelli che la ristamperanno, o ristampata la leggeranno in peggior forma di questa, così Stampatori come Lettori, s'intendono infami e in disgrazia delle puttanissime e infocatissime lingue e penne loro. Uscita fuora co' Fichi alla prima acqua d'agosto 1539. Eccene un'impressione posteriore in 8. senza luogo e senza nome di stampatore, la quale dal carattere mi pare che si possa credere che sia stata fatta in Firenze. Il Castelvetro nella Correzione al Dialogo delle Lingue del Varchi, scrive che il Caro vendè la Ficheide a così caro prezzo, e ne trasse gran quantità di danari, che pagò le dote per la sorella che poi maritò. Io non credo nulla di ciò; perchè il libro è assai picciolo, e non può apportare così grande utilità; senzachè trovo che il Caro ne dispensò agli amici gran numero in dono; come quando a questo effetto ne mandò dugento copie a Firenze a Luca Martini. Vedi vol. I, lett. 57.

[3] In 4.°

[4] Straccioni, Atto I.

[5] Vol. I, lett. 22, 29 e 73.

[6] Vol. I, lett. 22.

[7] E così è veramente. Edit.

[8] Vol. I, lett. 29.

[9] Doni, Libreria Seconda, dell'impressione del Marcolini in 12, a carte 24.

[10] materozzolo: pezzetto di legno tondo che s’attacca alle chievi per non perderle. (ndr)

[11] appamondo: mappamondo

[12] Bernia: Francesco Berni

[13] Giornea: persona che cerca di dire e fare semre ciò che non sa né dire né fare

[14] zugo: sciocco.

[15] padre Siceo: Francesco Maria Molza

[16] s’era concio: s’era messo d’accordo,, era entrato a servizio presso Apollo come scrivano.

[17] volevano il giambo: volevano farsi beffe di..., volevon dar la baia a qualcuno.

[18] catollo: pezzo minerale o metallico di qualunque cosa.

[19] quatroque, scherzosamente per utroque, riferendosi alla laurea dei dotti in utroque iure, cioè diritto civile e diritto canonico.

[20] sbiàncidi: sbiancati

[21] Piròpi: pietra preziosa: granato nobile di Boemia.

[22] Grisòmele: albicocche. (Anche pomodori, ma qui credo che non c'entrino).

[23] trebbio: = trivio, luogo dove si incrociano tre vie.

[24] mongara o mongana: acerba

[25] forche bene (forchebene): mariolo, ladroncello

[26] pedale: tronco d'un albero fino alla prima biforcazione.

[27] lacchezzini: cosa arguta e piccante, gentilezze sensuali-

[28] guarnelletto: sottana di tessuto d'accia e bambacia.

[29] a miccino: con avarizia, stentatamente.

[30] borzacchinetto: stivaletto che arriva a mezza gamba.

[31] bucciacchera: buccia molle infradiciata di pioggia

[32] rimbrencioli: brincelli, briciole di qualche cose,pezzettini di fichi che non stanno più insieme

[33] catrafossi: burroni profondi

[34] Tattamellini: piccoli chiacchieroni vanesii

[35] abbaca: da abbacare, vaneggiare, fantasticare

[36] cacastecchi: avari, spilorci

[37] dottore in cifare: esperto in cose segrete, che nessuno conosce; esperto in scritture segrete (come la scrittura degli ambasciatori e simili costruita in base a un codice segreto). L'espressione è comicamente caricaturale

[38] arcifanfano: fanfarone

[39] margolla: marcia.

[40] rugumare: ruminare

[41] Bibbia: più comunemente: bibia, da bibere.

[42] fondime: fondiglio, feccia

[43] mandritto: colpo inferto da destra verso sinistra col palmo della mano o con una sciabola.

[44] prosar le parole: usar con boria le parole.

[45] colleppolarsi: gongolare.

[46] gabbanella: abito lungo che i giovani medici portavano durante il praticantato in ospedale.

[47] batolo: mantellina che i preti portano sopra la cotta.

[48] castrone: cavallo cui sono state tolte le ghiandole sessuali.

[49] sfardellata: ridotta in strisce.

[50] brachiero: allacciatura al basso ventre.

[51] usatti: (antico diminutivo di uosa) stivali.

[52] a scaccafava: somiglianti a zoccoli.

[53] cioppa: sorta di sottana o gonnella.

[54] tanè: colore fulvo (come quello del leone) scurito per l’uso e soprattutto per il sudiciume.

[55] pacchierotto: giovane piuttosto grassottello.

[56] marza: Rametto (o mazza) che si toglie da una pianta per innestarla a zeppa in una pianta selvatica.

[57] affrittellate: spiaccicate, spiattellate, così che i fichi diventano come frittelle.

[58] mille grates: mille grazie.

[59] cavalier bagnato: chi è ordinato cavaliere e viene bagnato per essere mondato e purificato di ogni vizio. - ma il detto è più fondato sulla beffa che sulla realtà.

[60] leggía: molle, molliccia.

[61] appannatotti: grassottelli.

[62] istia: o stia, gabbia dove si tenevano e tengono i polli o altri animali domestici per ingrassarli.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 25 ottobre 2008