Annibal Caro

Santa Nafissa

Diceria

Edizione di riferimento:

Annibal Caro, Gli straccioni, La ficheide, La statua della foia ovvero di Santa Nafissa, La nasea, Biblioteca rara vol. xii, G. Daelli e comp. Editori, Milano MDCCCLXIII

Serenissimo Re.

Quando, pochi giorni sono, la Maestà Vostra non aveva di questo Regno ancora altro che il merito, io venni con alcuni altri a capitare per avventura nella sua stanza privata, e mi parve da principio d’esser entrato in una bottega di vettine: tanti e sì gran vasi antichi vi vidi raccolti, fra i quali il suo Mess. Ferrante mi mostrò la brocca, con che Egeria andava per l’acqua alla fontana, la tinozza, con la quale Lucrezia romana faceva il bucato, e un barattolo, dove Marzia di Catone teneva le noci conce. Dall’ altro canto, vedendo un gran monte di teste mozze, di gambe fracassate, di braccia rotte, e d’altri membri e arnesi squarciati, smorsecchiati e cincischiati tutti, mi si rappresentò davanti la spelonca di Polifemo, la notomia del Vecelli, e la Sconfìtta di Roncisvalle. Ma ravvedendomi, ch’era di pietra, giudicai, che la M. V. fusse un galantuomo, e che si dilettasse d’anticaglie e d’altre cose rare, sì come intesi poi; e perchè ella mi donò nel partire un certo suo Nicchio fantastico, quale ho messo fra l’altre mie ricchezze di mare; a rincontro di quello (poichè la conosco vaga di cose antiche) ho pensato di presentarle questa sera, per conveniente tributo, una mia Statuetta di marmo: cosa degna, come a me pare, della M. V. per essere, com’ella vedrà, d’arte, di prezzo e di misterio molto notabile.

Questa figura alle poppe, alle fattezze ed all’abito donnesco, senza dubbio è di una donna; e non di meno ha d’uomo uno bischero ardito, intirizzato e appannato assai bene, e con ambe le mani alzandosi i panni dinanzi per insino al bellico, lo mostra al popolo con un paio di granelli sodi e raccolti: in somma è una bizzarra cosa, e ho domandati di bizzari cervelli per sapere quel ch’ella sia, e quel che significhi; i quali tutti trovo diversi. Il Binuzio istorico dice, che ’l suo Orto vuole, ch’e’ sia il suo Iddio, il che non mi piace, perchè quel ribaldone era un cotale legnaccio, abbozzato di mano di Noddo, dal mezzo in giù e dal mezzo in su un satiraccio, come quel berlingozzo, ch’egli ha fatto dipingere in testa del suo viale; dove questa è interamente umana, e di mano di perfettissimo maestro, secondo Fra Bastiano, il quale dice, ch’e’ pizzica del letto di Policleto. Michelagnolo la voleva ritrarre per servirsene in Cappella, e io non ho voluto. Il Maroniano, il Corvino e ’l Gan-dolfo, i tre chiarissimi Modanesi sono tutti d’una opinione, e con molte efficaci ragioni vogliono provare, ch’e’ sia il loro Potta da Modana, il quale, benchè fusse donna, fu chiamato col nome maschio, perchè fu una viragine, cioè una donna maschia di costumi, la quale, per quel nome Potta, vollero che si sapesse, che fu femmina di sesso, e per quello articolo di maschio, che ne’ fatti si portasse da uomo. E che di queste donne si trovino, allegalo Salvestro Battiloro, autore delle calze solate, il quale fa menzione d’una donna, che faceva quelle tristizie a’ fanciulli; e tutte le donne di quella sorte domanda Atterrone, perchè atterrano gli uomini; delle quali il Potta fu una; per questo vogliono che gli sia attribuito il segno dell’ uomo. Ma una cosa mi fa credere , ch’ e’ non sia quello che dicono, perchè il Potta non ha di maschio se non l’articolo, e questo si trova un articolo di maschio, che mi pare altro che hic, et haec, et hoc, Claudio Polistore afferma; ch’ella sia una di quelle fiche belle, che furono confinate e distrutte dalle brutte, e dai baccelli piccoli: e vuole , che quel rilievo, che le va su per lo corpo, non sia il baccello, come pare, ma quel poggetto della cioncia, che aveano le belle, il quale non era, com’ è oggi, quella scarsellaccia delle brutte, ma ritondetto e duro a uso di pincio, come si vede in questa ; e facendoli io istanza, che se ciò fosse, i granelli non vi sarebbero, egli cita l’Arsiccio, il qual vuole, che certe donne gli abbino, e le maschili specialmenle: e dice, che trova in Turpino, che Marfisa e Bradamante gli ebbono grossi come palle lesine, e che l’Ancroia gli ebbe ancor ella: il che non s’accorda con la Trebisonda, la quale dice, che fu Paladina, perch’ebbe una spanna di cioncia più che l’altre donne. Ma questa opinione non mi calza ancora affatto, perchè è alquanto diversa di quella dell’Arsiccio. Il Padre Cuculiato dice, che questa è la Dea Natura, la quale, essendo universale e creando maschi e femmine e femmine e maschi insieme, è ragionevole, che abbia la Natura insieme col Naturale, e ’l Naturale nella Natura; il quale è un parere molto naturalone, e piacerebbemi, se non che non ci veggo se non il Naturale dell’uomo, dove vi doverebbe esser ancora dell’altre bestie, poichè tanto è natura per gli uomini, quanto per loro: e poi si vede nell’ antico che la Natura si formava con quelle tante poppe intorno e non come questa. Il Galletto ricciuto vuole, che questa sia la statua di Venere maschia, la quale ebbe il tempio nel Campidoglio; e che la maschia vi fosse lo prova quello emistichio: pollentemque Deum Venerem; ed è d’opinione, che ancor ella fosse Atterrona, e per questo che ella abbia così il bischero. Questa sua fantasia dà quasi nel buco; ma c’è ancor meglio. Balamio Prugi dice, ch’e’ potrebbe essere l’Androgino di Platone perchè quella bozza, che le sta dietro e se ’l mastro l’avesse fornita, sarebbe un’ altra persona attaccata con essa; ma non può essere, perchè quello aveva tante gambe e tante braccia, dove questo non n’ ha pur due intere. Di questi altri, i più dicono, ch’è l’Ermafrodito, e abbacano [1], perchè gli Ermafroditi che si veggono per Roma sono d’un’altra fatta. L’opinione di maestro Giuseppe Medicoè, ch’ ella sia la Dea della Peste, e che quella maladizione, che tiene fra le coscie, non sieno i granelli nè il manico, ma un gavocciolo di qua, e l’altro di là e che quel rilievo di mezzo è un carboncello; e perchè ha due gavoccioli, ci tiene tuttedue le mani, dove san Rocco non ce ne tiene se non una, perchè aveva un gavocciolo solo. E peravventura se gli crederebbe da qualcuno, se non che gli è Tedesco, e mostra d’avere poca notizia de’ Taliani, poichè e’ non conosce il Taliano, dal gavocciolo, che non hanno altro da far insieme, se nonchè sono vicini. Ma da questa vicinanza si potrebbe ancora provare, che un Tedesco fussi una medesima cosa che un barile, e ’l barile che il Tedesco, perchè stanno volentieri l’uno a canto dell’ altro.

La opinione mia si conforma con quella del nostro Leoncidalgo, il quale tiene per fermo, che sia l’imagine delle Dea Tetigine, la quale egli toscanamente chiama Foia. Questa io trovo, che a’ tempi di quel vecchione di Saturno non era ancora dea, perciocchè andando gli uomini e le donne ignudi per tutto; e i fichi, le mele e i baccegli a discrezione di tutt’uomo, non si trovando massimamente nè gonne lunghe, nè questa ribalderia di calze, di brache, e di brachieri; l’Abbondanza, la quale era sua mortal nemica, la teneva sotto. Cominciarono poi le buone robe a coprirsi, e stare rinchiuse; donde che Giove, quando aveva martello di Danae, che stava serrata in una torre, venne una volta tanto in succhio, che gli nacque del filo della schiena questa ribaldella, come gli nacque Pallade del capo, e Bacco della coscia; e tanto lo stuzzicò, che a suo dispetto lo fece corrompere in pioggia d’oro, donde che irato Giove con esso lei, ancora che fusse sua figlia, la dette per fantesca a Venere; ma ella non molto vi fu stata, che le volle essere compagna e sorella, e per vendicarsi di certi dispetti, ch’ella le faceva, entrò una volta addosso a un certo Greco, innamorato d’una sua statua nella città di Gnido, e fecelo vituperare; e perchè ogn’uno lo risapesse, volle che le restasse una certa macchia fra le mele, che vi durò di continuo, e da ivi innanzi sempre andò a par di lei, e volle ancor ella i sacrifizj e le statue, delle quali statue questa è una, e fassi con due sessi, perchè a tutti due i sessi signoreggia. Partecipa più della donna, perchè le donne partecipano più di lei; la fanno vestita, perchè ogn’uno cerca di celarla; la fanno, che si alzi i panni, perchè non si può poi tenere coperta; non ha occhi, perchè ella non guarda nè a qualità, nè a tempo, nè a sesso di persona; non ha piedi, perchè dove si ficca, quivi si sta volentieri. Ella di certo è gran dea, e nell’imperio di Venere è ministra di tutto, e nulla faccenda si reca a compimento senza di lei.

Ora, per quanto io giudico che sia il bisogno di questo regno, e’ mi parrebbe, Sacra Maestà, che questa dovesse essere la nostra avvocata, nel maneggio però delle signore: che non voglio che tocchiamo le cose della sagrestia in questi affari. Propongo dunque alla M. V., e a tutti i suoi baroni, che ella si metta a partito, ed esorto ogn’uno si rechi la sua fava in mano, poi, vinta che sarà, mettasi in uno tabernacolo e quando ne avremo di bisogno ce le raccomanderemo. E perchè e’ si potrebbe dire, che questa fosse cosa da Inquisitori, e che saremo forse imputati d’Idolatrìa, io vi voglio dire un segreto: che questa è una Santa di quelle che sono state canonizzate da’ nostri frati; ed è quella medesima che domandano Santa Nafissa: perciocchè questa dea, conosciuto il bisogno di certi Conventi di frati suoi divoti, per salute di quelli entrò in Nafissa monaca santissima, la quale per carità li sovvenne tutti, e senza risparmio si lasciò fare quella piacevolezza da tutti per l’amor di Dio; e così in santa Nafissa fu convertita e da’ frati canonizzata. Parmi dunque, che ella si riceva per nostra Madre, e che Santa Nafissa si chiami; e voi, Sagra Corona, siate la prima a inchinarvele, e baciatela; poi di mano in mano la mandaremo a questi vostri baroni, che faccino il medesimo: e queste donne e questi giovanetti, che ci sono, vadano con i loro bossoli attorno; e noi ci metteremo le nostre fave in onore di questa Santa, vincendola per dignissimo partito. Baciate Santa Nafissa, ecc.

Nota

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[1] abbacano: fantasticano, vaneggiano colla mente.

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2008