Annibal Caro

LA NASEA

OVVERO

D I C E R I A   D E’   N A S I.

 

Edizione di riferimento:

Annibal Caro, Gli straccioni, La ficheide, La statua della foia ovvero di Santa Nafissa, La nasea, Biblioteca rara vol. xii, G. Daelli e comp. Editori, Milano MDCCCLXIII

IL BARBAGRIGIA A’ LETTORI.

Stampate le Madri Fiche, mi son venuti a trovare i Padri Nasi, dicendo, che eglino ancora sono figliuoli di Ser Agresto, e che vogliono andare in istampa ancor essi, crucciandosi con esso meco, che non gli abbi messi dinanzi alle Fiche, siccome debbono lor preceder per la dignità dell'imperio. A che le Fiche rispondendo, che sono tanto da più di loro, quanto la Natura è da più che non sono i Re, e gli Imperadori, essi imperiosamente sbuffando hanno cominciato a grufolare per entrar loro innanzi; e queste altre a colpi di buone zaffatte ributtandoli, se li hanno pur cacciati dietro.

E perchè so, che questa cosa pute loro, e che si azzufferanno dell’altre volte, per non pregiudicare a veruna delle parti, gli ho voluti appartare in modo, che possano sempre aver quel luogo, che appresso di voi si guadagneranno. Voi metteteli o di dietro, o dinanzi, come meglio vi pare. E vostro sono.

L A   N A S E A

Annibal Caro

LA NASEA

OVVERO

D I C E R I A   D E’   N A S I.

IL BARBAGRIGIA A’ LETTORI.

Edizione di riferimento

Annibal Caro, Gli straccioni, Commento a La ficheide di Siceo, La statua della foia ovvero di Santa Nafissa, La nasea, Biblioteca rara vol. xii, G. Daelli e comp. Editori, Milano MDCCCLXIII

 

 

 

Personaggio inquieto e anticonformista Annibal Caro, .... Fuori dai soliti cliché dell’uomo di corte impegnato a coltivare la discrezionalità, la piacevolezza, la cautela, la compostezze e la prudenza, virtù che si addicevano al perfetto cortigiano così come delineato da Baldassar Castiglione, Annibal Caro nascondeva un’altra personalità fatta di facezie, scherzi, mattane che irrompevano ogni volta che l’uomo era di umore nero. E’ un lato della personalità che trapela nelle lettere di Annibal Caro, che costituiscono uno dei più importanti epistolari del ’500. Sono 850 lettere che spedisce ai più svariati uomini e donne del tempo con i quali era in rapporto di amicizia e di frequentazione, tra tutte Giulia Gonzaga della quale aveva frequentato la società letteraria napoletana. Assente da Civitanova Alta era comunque in contatto con le famiglie più importanti della città verso la quale si adoperò non poco per esentarla dal pagamento dell’imposta alla Camera Apostolica, date le alte conoscenze che aveva presso la Curia Romana. Si propose più volte quale mediatore ogni volta che a Civitanova si aveva bisogno del suo intervento per comporre le discordie e le lotte all’interno delle fazioni cittadine. Non disdegnava di ritornare di tanto in tanto a Civitanova anche per curare da vicino i suoi beni: la casa natale, un’altra casa, con orto, cisterna e colombaia presso porta Girone, un forno, nel medesimo quartiere, una bottega aromataria, veri terreni in contrada Cicciarina, un terreno in contrada “Fontis lactis”, tutti beni che aveva in comproprietà con gli altri due fratelli, Giovanni, Fabio ed una sorella.

Annibal Caro aveva voluto e scelto la carriera del Cortigiano. Sapeva bene che questo comportava di uniformarsi alle richieste dei signori che furono di volta in volta i Gaddi, il Guidiccioni, i Farnese ai quali offriva i propri servizi, ma verso i quali non ebbe mai buoni rapporti. Era anzi spesse volte scontento. Amava ripetere che il suo lavoro era quello di “tirare la carretta”, servire, patire e tacere. Era conscio di dover sacrificare la propria libertà in cambio della protezione ed anche di una discreta agiatezza. Di tanto in tanto però tirava fuori l’anticonformismo e la propria bizzarria anche se manifestati in ambiti ristretti, legati ai circoli delle Accademie, tra tutte, quella “Della Virtù” alla quale facevano riferimento altri intellettuali del tempo: Claudio Tolomei, Francesco Maria Molza, il Porrino ed altri “padri virtuosi” i quali beffeggiavano ed indirettamente contestavano, non solo i generi e gli schemi tradizionali, ma anche e soprattutto i miti e gli ideali del classicismo, voluti dal Bembo. L’Accademia della Virtù, tutto era tranne un sodalizio dove si praticavano le virtù della moralità, e dell’integrità , ma era un ambiente nel quale le discussioni serie si alternavano a passatempi frivoli e a piaceri erotici. E’ proprio in questo contesto che nascono le cosiddette opere minori del Caro: la Nasea, la Ficheide, la Statua della Foia, opere nelle quali Annibal Caro dà libero sfogo alla propria fantasia e scrive tutto quello che mai avrebbe potuto proporre negli ambienti paludati delle corti che lui frequentava come servitore di chi gli dava cariche ed onori. La caricatura, il gusto per l’inverosimile, la licenziosità sboccata prendono il sopravvento in un crescendo di fuochi pirotecnici e danno del Caro un’immagine diversa da quella dell’uomo di corte. Sono “Capricci” e fantasie che trovavano nel Berni il principale ispiratore e come nel caso del più noto intellettuale e comune referente dei Virtuosi, anche in Annibal Caro, queste opere sono la manifestazione letteraria ed esistenziale di un cortigiano che aspirava ad un’impossibile indipendenza intellettuale e credeva di averla trovata nella vita gaia e godereccia di storie del tutto inventate, ben lontane dalla vita quotidiana fatta di umili servigi resi ai potenti del tempo.

Prof. Raimondo Giustozzi.

http://www.pinacotecamoretti.it/annibalcaro.asp

Stampate le Madri Fiche, mi son venuti a trovare i Padri Nasi, dicendo, che eglino ancora sono figliuoli di Ser Agresto, e che vogliono andare in istampa ancor essi, crucciandosi con esso meco, che non gli abbi messi dinanzi alle Fiche, siccome debbono lor preceder per la dignità dell'imperio. A che le Fiche rispondendo, che sono tanto da più di loro, quanto la Natura è da più che non sono i Re, e gli Imperadori, essi imperiosamente sbuffando hanno cominciato a grufolare per entrar loro innanzi; e queste altre a colpi di buone zaffatte ributtandoli, se li hanno pur cacciati dietro.

E perchè so, che questa cosa pute loro, e che si azzufferanno dell’altre volte, per non pregiudicare a veruna delle parti, gli ho voluti appartare in modo, che possano sempre aver quel luogo, che appresso di voi si guadagneranno. Voi metteteli o di dietro, o dinanzi, come meglio vi pare. E vostro sono.

LA   N A S E A

E’ mi pare, S. Maestà, che questo vostro gran Naso porgendosi questa sera a ciascuno per materia di ragionare, sia propriamente, come il Saracino di Piazza, che tenendo a tutti tavolaccio, invita a correre ognun che lo vede. E come che molti, e tutti valenti armeggiatori vi siano già corsi, non sarà gran fatto, che ancor io corra dietro a loro. Perciocchè egli è sì grande, che per mal ch’io porti mia lancia, vi dovrò far colpo anch’io; e se non lo colgo così in pieno come gli altri, sarà perchè tutti insino a ora hanno corso sopra tutta la materia nasale; e a me per non fare i medesimi colpi che son fatti, convien por la mira lontano a parte non tocca da loro. Voglio dire per questo, che dove gli altri si sono stesi universalmente a dir di tutti i Nasi, io mi ristringerò solamente a ragionar de’ Nasi imperiali, cioè dei grandi, e specialmente del vostro, il quale io tengo che sia il maggiore, il più orrevole, e il più segnalato di quanti io creda, che siano stati o che siano, o che possano esser giammai. Ed in somma, egli è quel Naso, che sendo veramente Re dei Nasi, v’ha degnamente fatto Re degli Uomini, come voi siete; e tanto maggior Re, quanto egli è maggior Naso, e più magnifico, e più onnipotente degli altri. La qual cosa procedendo per via di ragione, si può per diversi modi provare. Ma primamente la proveremo per l’autorità de’ Persi, i quali, dopo la morte di Ciro, che, secondo si scrive, si trovò un bel pezzo di Naso, giudicarono, che nessun uomo potesse esser nè bello, nè degno di regnare, che non si trovasse così nasuto, come fu egli. Nel Libro de’ Re trovo una postilla del Mazzagattone con un tratto del Zucca; che Nabuccodonasor ebbe quel Regno, e quel nome, perchè ebbe gran Bocca, e gran Naso. Sopra che si fonda l’opinione d’un mio compagno, qual è, che Carlo V sia oggi sì grande Imperadore, perchè si trova sì gran Bocca; e che Francesco Re di Francia sia sì gran Re, perchè ha sì gran Naso: e che se non fosse che il Naso dei Re contrasta con la Bocca dell’Imperadore, e la Bocca dell’Imperadore col Naso del Re, ciascuno d’essi mercè di quella Bocca o di quel Naso, sarebbe Signor di tutto il Mondo. Dove per lo pari, o poco differente contrappeso, di pari, o poco differentemente contendono della somma dell’Imperio. E dicemi, che il Re, non per altro fu prigione sotto Pavia, se non perchè in quel tempo la Maestà del suo Naso si trovava impaniata da certi piastrelli per un certo male del suo Paese; e che la Bocca dell’Imperadore era sana, e senza impedimento. Nel passaggio poi di S. M. Cesarea in Provenza, che il Naso del Re era sano, e la Bocca dell’Imperadore per carestia di vettovaglie si trovò mal pasciuta, ognun sa come la bisogna andasse. Ma per tornare al Naso, io voglio dire alla Maestà vostra un gran segreto, che tutti i Pedanti lo cercano, e non l’hanno ancor trovato; che Ovidio Nasone non fu per altro confinato, se non perchè Augusto dubitò, che quel suo gran Naso non gli togliesse l’Impero; e mandollo in esilio tra quelle nevi, e quei ghiacci della Moscovia, perchè gli si seccasse il Naso di freddo. L’Aquila, perchè credete voi, che sia Regina degli Uccelli, se non perchè si trova quel Naso così grifagno? L’Elefante, perchè è egli più ingegnoso degli altri animali, se non perchè ha quel grugno così lungo? il Rinoceronte, per qual cagione è tanto temuto da’ viziosi, se non perchè l’ha così duro? Insomma un Naso straordinario porta sempre seco straordinaria maggioranza; e non senza ragione. Imperciocchè io ho trovato, che il Naso è la sede della Maestà, e dell’Onore dell’Uomo: e per conseguenza chi maggior l’ha più onorato debb’essere. Donde si dice, tu mi dai nel Naso, idest tu mi tocchi nell’onore. E quel dire, ficcami il Naso dietro, è tanto come, io ho l’onor tuo nel forame. Così, tu non hai Naso: tu mi meni per lo Naso: tu metti il Naso per tutto; son tutti detti da disonorare altrui. E per contrario, dicendosi, non gli si può toccare il Naso: gli monta il moscherino al Naso: il Naso gli fuma; si vuol significare uno, che si risenta dell’onor suo. Vedete, che l’esser senza Naso è uno de’ maggiori disonori, che possono cader in Uomo. Ed oggi i Siciliani dicono, che perduto il Naso si perde l’onore. Dove i nostri Bravi portano il guanto di maglia, essi portano una spranga di ferro, che pendendo dalla celata, quanto è lungo il Naso, lo difende loro insieme col grifo dalle scirignate[1]. Ma non solamente quelli, che l’hanno mozzo, ma quelli che l’hanno piccolo, o scontraffatto, appena possono comparir fra gli Uomini senza vergogna, e fra le Donne senza dispregio. Perciocchè dicono, che il Naso è correlativo di quell’altra parte, con che Diogene piantava gli Uomini; che come non si può dir Padre, che non s’intenda Figliuolo, così non si vede mai gran Naso, che non abbi appresso un gran piantatoio: e per questo si scrive, che Eliogabalo Imperadore volendo piantare il suo Pescaio, cercava de’ Piantatori, che fossero ben Nasuti, e mandava per tutto Commissari a condur gran Nasi a Corte; dove trovadoli buon compagni, li riteneva tutti, usando con esso loro strettissimamente; tanto che partiva tutto il suo con essi, apriva loro tutti i suoi segreti con ampia concessione, che si servissero di tutte le sue cose per insino al Seggio Imperiale. Le donne, ognun sa quanto vaghe ne sono, e che quando ne veggono un ben fatto passar per la strada, se non ponno far altro, lo vagheggiano; e tirandosi dentro la gelosia se ne ghignano e diceno fra lor non so che proverbio di testa Baiardi, dimandandosi l’una all’altra, chi è costui da questo bel Naso? E dove sta egli a casa questo valentuomo? Dall’altro canto fate l’amore con una Signora avendo un Nasin gretto, o sgarbato, e menate a vostro modo, che vi avrà sempre per un Zugo. Ed io conosco in Roma un Gianni, che per provarsi un Naso nel volto, che pare un barbacane in una facciata, una buona femmina gli ha posto il nome di Gianni d’oro, ancorchè abbia un viso, che non sia appena a lega di piombo. Da queste, e da molt’altre cose, che io lascio indietro, si può raccorre, che la M. V. debba saper grado al suo Naso, d’esser ubbidito dagli uomini, ed al suo corrispondente d’esser amato dalle Donne.

Ora in lode del Naso, come Naso, non già come grande, si potrebbon dire infinite cose. E quanto alle operazioni, come sia ministro del polmone, sergente del cerebro, soprastante dell’odorato, riformatore dello starnuto, e purgator di tutto il capo. Quanto alla composizione, perchè sia così garbato, perchè così posto; a che serva quel suo tenerume, a che le narici, a che il moccolo, e l’altre sue parti. Poi quanto alla corrispondenza, che tiene con gli affetti dell’anima, come l’allegrezza si conosce nella sua spiegatura; la malinconia apparisce nelle sue grinze; la schifiltà si rappresenta nel suo niffolo [2]; l’ira sbuffa per le sue froge; il biasimo va in compagnia de’ suoi crocchi [3] ; e così molte altre sue eccellenze, per le quali mi meraviglio, che gli antichi facessero Dio quel briccone di Priapo; ed al Naso suo compagno, anzi da che egli acquistò la prima sua riputazione, non abbiano voluto dare altro di sacro, che lo starnuto. Ma queste cose non accaggiono a dire, sì perchè le sono in parte dette da altri, sì perchè sono comuni a tutti i Nasi; ed io parlo solamente de’ Nasi grandi, ed Imperiali. Ed in lode di questi non so che più mi possa dire, avendo già detto che sono da Re, e da Imperadori. Ma perchè si trovano de’ prosuntuosi, che per avere i Nasi grandi si vorrebbono per avventura usurpare il merito dell’Impero; io dico, che si fa differenza da grandi a grandi, e che sebbene tutti gl’Imperiali sono grandi, non è già per questo, che tutti i grandi siano Imperiali. Perciocchè si trovano certi Nasoni stiaccati alla Tartaresca; certi sfrogiati alla Corvatesca; certi sgrignuti a foggia di Montoni; certi bitorzoluti a guisa di Limoni; di quelli che hanno la pannocchia spugnosa, come quel di Sileno; di quelli, che hanno la punta rugginosa, come quel di Pane. Ve ne sono de’ callosi, de’ mocciosi, dei cancherosi, di quei che crocchiano, di quei che russano; sonvi de’ fatti a tromba, a sella, a timone, a crocea; sonvi de’ saturnini da scior balle, come disse il Burchiello: dei paonazzi a uso de’ Petronciani, come quel di Messer Biagio da Cesena, e di Mastro Giovanni da Macerata; li quali tutti, io non dirò mai, che abbiano in loro nè bellezza, nè dignità. Tuttavolta perchè sono pur grandi, volendo a ogni modo regnare, e non sendo Re naturali, si gittano al Tiranno, e comandano per alterigia. Vedete, che quello di Messer Biagio ardisce di dar norma per insino al Papa, ed a’ Cardinali, e con un sol cenno d’un porro, che è suo luogotenente fa lor levare, e porre il Regno, o la Mitra, quando gli pare. Li fa sedere, e rizzare; parlare, e tacere a sua posta. Quello del Macerata, non potendo altro comanda le ricette agli speziali, e la dieta agli ammalati; ed hassi usurpata tanta autorità, che sebben comandante a rovescio, non ha replica, perchè avendosi preso il mero Impero sopra la vita degli uomini, se gli venisse per disgrazia morto qualcuno, non ha da starne a sindacato; e per questa via un gran Naso può avere ancor egli Impero, ancorchè non sia della stiatta de’ Reali. Ma il Real vero vuol esser grande, ben fatto, liscio, aquilino, profilato, bianco, sonoro, appunto, come quello della M. V., il qual risiede nel suo volto con tanta maestà, che par proprio la idea de’ Nasi Imperiali. E perchè ciascuno è tenuto non meno a dir le sue lodi, che a dargli il suo tributo; io ho preparato il mio dono ancor io, il quale penso gli dovrà esser tanto più grato, che gli altri, quanto mi par più necessario alla preservazione, ed ornamento di sì nobil membro, e convenevole alla riputazione, che debbe tenere. Perciocchè questo è un Naso, S. M., che si avrebbe a mostrare, come già le Pandette di Fiorenza, col partito della Signoria, ed a certe solennità principali, come dir le Pasque. Perchè, dove non è bene, che d’ogni tempo, ogni plebeo lo possa vedere; imperò ho pensato, che la M. V. lo tenga coperto come una reliquia, e questo dono, che io le fo, sarà il suo reliquiario; il qual vorrei, che vi si adattasse al Naso, come una Cataratta, o una Saracinesca, che solamente si mostrasse nelle maggiori necessità dell’Impero; verbigrazia, come i Romani solevano nelle guerre aprire il Tempio di Giano, la M. V. a guisa di ponte levatoio alzasse la Cataratta del suo Naso, e con un crocchio di quella a uso di Tavolaccio buffone, annunciasse guerra al Mondo; e vorrei, che ogni sua operazione si facesse con solennità; e con ordine di Messer Gian Francesco da Macerata nostro Cerimoniere. Ohe volendo fiutare si accendessero torchj; volendosi spurgare gli andassero Paggi innanzi con nappi d’oro, e d’argento; che starnutando si sparassero artiglierie, e mostrandosi al popolo si sonassero le campane, e con esso si desse la benedizione alle donne, che non possono ingravidare. E tutto dico per accrescere la riputazione e la gloria del vostro Naso. Ora per ciò fare, io vi porto, S. M., questo Guardanaso bellissimo ed antichissimo, il quale fu già di Nabuccodonosorre, ed al suo naso fu fabbricato. Dopo la morte sua stette gran tempo nella guardaroba de’ suoi successori. Vespasiano lo condusse nel trionfo di Gerusalemme a Roma. Belisario lo riportò in Oriente. Poi per diverse mani in diversi tempi venne in podestà di Ussuncassano Re della Persia, che secondo l’usanza di Ciro l’usava in battaglia, come per istiniero[4] del suo Naso. Ismael suo successore, nel conflitto che fece con Selim Sultam, se non era questo, restava senza Naso, per una scimitarrata, che gli trasse un Giannizzero: pur cadendogli lo perdè, e fu portato in Costantinopoli, dove a questi tempi era capitato in mano d’Abraim Bassa. Dopo la morte di questo, un Rabi sapendo che era di Nabucco, fece d’averlo, e mandollo alla Sinagoga degli Iachodim di Roma; dove lo tenevano insieme con la frombola di David, e col teschio dell’Asino di Balaam. Ed ultimamente Maestro Vital Medico, quando si trasmutò in Paolo, abbottinandosi dal soldo di Moisè, lo rubò loro, perchè non gli fosse ammaccato il Naso dagli Scribi, Farisei della legge, che gli avevano fatto congiura addosso. Ma perchè nel calzarselo gli riuscì un poco stretto e corto, perchè gli ha un certo Naso spalancato ed un lambicco, che gli stilla tuttavia in bocca, è stato forzato a venderlo, ed io l’ho compro da lui per donarlo alla M. V.

Questo dunque, Signor, nasuto ceffo,

Ponti al Naso, de’ Nasi il Barbassoro,

Perchè mai nè sgrugnata, nè sberleffo

Guasti sìbello e sì gentil lavoro.

Nè sia, chi per ingiuria, o per caletto

Tocchi la maestà del suo decoro,

Ch’ al tuo Naso real si può ben porre,

Poi che fu di Nabuccodonotorre.

Fine della Nasea.

Lettera a Giovanfrancesco Leoni

in Francia

Nasutissimo Messer Giovan Francesco. Dicesi, che s’era un tratto un certo Tempione, che si trovava un paio di sì gran tempiali, che facendo alle pugna con chiunque si fosse, nè per molto ch’egli si schermisse, nè per lontano che l’avversario gli tirasse, si poteva mai tanto riparare, che ogni pugno non l’investisse nelle tempie. Di questo mi sono ricordato adesso, che ho pensato un gran pezzo a quel ch’io vi potessi scrivere, e in somma mi vien pur dato nel vostro Naso: perchè la grandezza sua mi si rappresenta per tutto, tanto è rimasto nelle menti, nelle lingue, e nelle penne di ognuno. Sicchè volendovi scrivere, non posso dirvi d’altro; e scrivervi mi bisogna, poichè voi me ne richiedete, che siete stato Re; e di che sorte Re, di Fava forse, o di Befana: Re del Regno delle Virtù, talchè non si vide mai corona meglio calzata della vostra, nè scettro meglio innestato che nelle vostre mani, nè seggio meglio empiuto che dalle vostre mele, ancorchè il Re cucculato si trovi più badial culo del vostro. Lasciamo stare che non fu mai il più virtuoso Re di Voi. Sannolo quelli, che v’hanno veduto recitare fino a un punto il contenuto di parecchie carte, senz’altramente leggerle. Ma queste cose sono un nulla a petto a quel Naso, che vi dà quella maggioranza, che avete sopra noi altri. Con questo vi fate voi gli Uomini vassalli; per questo le donne vi sono soggette. Beato voi, che vi portate in faccia la meraviglia, e la consolazione di chiunque vi mira. Ognuno strabilia, che lo vede, ognuno stupisce, che lo sente. A tutti dà riso, a tutti desiderio. Tutti i Poeti ne cantano; tutti i Prosatori ne scrivono; tutti coloro, che hanno favella, ne ragionano: e non sarebbe gran fatto, che per infino alle Sibille ne profetizzassero; che gli Apelli lo dipingessero, che i Policleti lo intagliassero; e che Michelagnolo nell’un modo e nell’altro l’immortalasse. Qui, da poi che voi siete partito, s’è fatto più fracasso di questo vostro Naso, che della gita del Papa a Nizza, e del passaggio, che prepara il gran Turco; tanto che mi par diventato la tromba della Fama, che da ognuno è sonata, e da ognuno è sentita. E pur ieri mi fu detto, che c’era una nuova Nasaria in Sonetto, che benchè dica le cose dette, non è però, che il vosro Naso non sia il bersaglio dell’arco, o dell’archetto della lira d’Apollo, o come un flauto, o una cornetta delle Muse; poichè tutti i Poeti vi mettono bocca; ed ecci opinione, che quest’anno Pasquino non voglia altra metamorfosi, che del vostro Naso. E farebbe gran senno il gaglioffaccio a farlo, volendo ricuperare quel credito che s’ha già perduto con le Muse, perchè non credo, che sia stronzolo in Parnaso, che non si volesse, presentare al vostro Naso: Naso perfetto, Naso principale, Naso divino, Naso che benedetto sia sopra tutti i Nasi ; e benedetta sia quella mamma, che vi fece così nasuto; e benedette tutte quelle cose, che voi annasate. Prego Iddio, che metta in cuore al Britonio, che vi faccia una Naseide più grande che quella sua rotonda; e che ogni libro, che si compone, sia Nasea in onore della Nasale Maestà Vostra; e che non sia sì forbito Nasino, nè sì stringato Nasetto, nè si rigoglioso Nasone, nè si sperticato Nasaccio, che non sia vassallo, e tributario della Nasevolissima Nasaggine del Nasutissimo Nason vostro. Ora, per la riverenza che io gli porto, non posso mancare d’avvertirvi di quanto io conosco, che faccia a gloria, ed a mantenimento di esso. Sappiate dunque, che queste sue gran lodi, che vanno attorno, hanno desta un’invidia a certi altri gran Nasi, che quantunque a petto al vostro siano da Barbacheppi, da Caparroni, da Marzocchi piuttosto che da Re, per la grandezza loro si tengono degni di participare delle prerogative del vostro. E sono tanti, che, se state lungo tempo assente, mi dubito, non vi troviate corsa questa preminenza Nasale. E questo è il pericolo, che portate dalle bande di qua. Di costà ne correte un altro, che se venite alle Nasate con quel del Re, e non gli togliete la Francia, temo che non ne perdiate tanto di riputazione, che non sia poi Naseca, che non voglia fare a taccio col vostro Nasone. Ohe certo questo affronto sarà come un’ opposizione di due gran Luminari, dove bisogna, o che voi facciate eclisse al suo, o che egli la faccia al vostro. Sicchè andatevi provvisto, e valetevi dell’armatura, ch’io vi detti; o sì veramente incallitevi, o rigonfiatevi il Naso con que’ vostri calabroni; che se tornate in qua snasato, vi soneremo le tabelle dietro. Nè altro del Naso. Il Regno della virtù è in declinazione; e la Primera, se non si rimette gli darà scaccomatto. La Regina Gigia Nasafica è stata per tirar le calze; or’è sana, di corpo cioè, che del resto imperversa più che mai. Raccomandatemi a tutti i nostri virtuosi di Corte; e resto servidore del vostro Naso.

Alli 10 d’aprile 1531.

Fine della Lettera a Gian Francesco Leoni.

Note

________________________

[1] scirignata: o scigrignata, colpo di taglio (di spada, o di lancia, o frustata) e relativa ferita prodotta.

[2] Niffolo: grugno.

[3] crocchi: suoni rumorosi che si sentono quando uno si soffia il naso.

[4] istiniero: schiniero, protesione lamellare rigida.

Indice Biblioteca Progetto Cinquecento

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 26 ottobre 2008