BONVESIN DA RIVA

Il Volgare delle vanità

edizione de Bartholomaeis

Edizioni di riferimento

Società filologica Romana, documenti di storia letteraria, Il libro delle tre scritture e il volgare delle vanità, di Bonvesin da Riva, editi a cura di Vincenzo de Bartholomaeis, in Roma, presso la Società, MDCCCI, coi tipi dell′unione tipografica cooperativa Perugia

Como le vanitate deno fi desprexiate.

Cod. Ambr. T, 10 Sup.

Le vanitade del mondo    e tuto zo ke l'omo ha volia,

Quando è venuto lo so tempo,     si croda como la folia;

Quanto più ha questo mondo,    tuto quanto el pò se ne tolia,

Tanto se partirà dal mondo    con più angossevole dolia.                         4

 

In quanto lo peccatore    più mete insema palia,

E per lo avere del mondo    sostene maiore batalia,                                   |c. 82a

In tanto el compra a l' anima    più fogo e più travalia,

E de questo avere con sego    non portarà fragalia !                                   8

 

Quanto più lo peccatore     a li beni del mondo se apilia.

Tanto con malore grameza     da questo mondo se despilia ;

Tropo è mato e acegato     quello homo ke se assutilia

In volere prendere l' ombra,     la quale non sta, anze squilia                   14.

 

Lo avere e lo honore del mondo,     parenti e grande femelia.

Lo corporale delecto, ke tropo bello somelia,

Questo è tuto quello conforto ke in grande dolore xermelia;

Dolce cosse pareno presente, e poy de dredo bexelia                                 16.

 

Quello homo k'el core so mato     in queste cosse impastrulia.

Lo avere so tornarà     in men de una fregulia,

La quale, al grande bexogno,     non gè vale una gandulia:

Lo avere, ke pare mo dolce,     mortalmente poy s'agulia !                       20

 

Tute queste cosse      trapassano con ombria,

E l′anima tristissima      mandano in tenebria;

Perzò ki tropo ge attende,      quello fa tropo grande folia,

K' el perde bon stado a l′anima,   voliando luy prendere l′ombria !       24.

Exemplo.

Mo volio dire uno exemplo     de quello mato baratere,

Lo quale a prendere l′ombra      ha dato lo so pensere.

Uno grande segnore del mondo      passeva uno livrere

Ke, per podere ben correre, molto era viazo de li pede.                           28.

 

Questo grande segnore a la caza      se ne va incontanente,

E ha mostrato la legora     al so livrero corrente;

E k'el prenda la legora    molto lo imboldisse grande mente,

Lo so livrere al crido si corre viazamente.                                                   32.  [c. 8ab.

 

Quando lo livrero fo apresso,     non fé zo k' el deveva.

Ma vide l′ombra de la legora,     e poxe quella pur correva:

Con li pedi e con la boca     feva quanto el saveva,

Voliando luy prendere l′ombria,     e tenire non la podeva.                     36

 

Correva pur poxe l′ombria     e de la legora non curava,

Perzoké quella ombria     maiore gè someliava;

Con le grampe e con li denti     fortemente se fadigava ;

La legora sempre fuziva     e lo cane non la tocava!                                    40.

 

Quando lo segnore zo vide     ke tocare non la voleva

E de la legora non curava,     ma andava poxe l'ombria,

Al so livrere cridava     e molto lo rebaldiva

A zo k' el piliasse la legora,     ke tutavia fuziva.                                        44

 

Al so livrere malvaxo     quanto più lo segnore cridava

Tanto più l'ombria vana     de tenire el se sforzava;

Con li denti l'ombria mordeva, e con le grampe la respegava,

E tenire non la podeva,     con quanto el se adoperava,                             48.

 

E quando lo cane fo stancho, in tanto, a tuta fiada,

La legora fo al bosco     fuzida e imboscada;

L'ombria fo perduta,     la legora è infugatada,

La legora may non pare, l'ombria è afondada.                                            52.

 

Lo mato livrere allora     fo stanco e stravenzuto;

La legora e l' ombria     egualmente ha perduto!

El va naxando per tuto,     lo misero malastruto,

E niente pò trovare     de zo k′el ha perduto!                                               56.

 

Lo so segnore a luy,     quando el fo arivato,

Verso lo so livrere     dixe con lo volto irato:

« Tu hai boni pedi e bone gambe     e sey bene pastezato ;                       e. 83 a.

E io te ho, per grande amore,     e passuto e allevato.                                60

 

In mi non poy tu trovare     alcuna rea casone,

Ke in tuto non habia facto     zo ke vole la rasone;

Eto non te passeva     miga a quella intentione

Ke tu prendisse ombrie,     le quale tenire non se pono !                           64.

 

Perzò te nudrigava,     ke tu me faxivi mestere,

Ke tu prendisse le legore;     perzò k' ài tu nome livrere;

In mantenire tale cane     non vòlio fare più pensere;

Tu sey pur degno de morte! » Zo dixe lo cavalere.                                    68.

 

E quando ello 'ave zo dicto,     allora, à tuta fiada,

La testa al so livrere troncò con la soa spada.

E cossì deverà pur essere     de ognia persona nada,

La quale, per soa matana,     a prendere le ombrie è data!                        72.

 

Per quello segnore     se intende lo Re celestiale;

La legora si significa la gloria eternale;

Per l'ombrìa se intende     lo gaudio temporale;

Per quello livrero se intende     zaschuno homo ke fa male.                     76.

 

Per quello livrere se intende     zaschuno homo ki el se sia

Ke non corre poxe la legora, ma ctorre pur poxe l'ombria;

Lo cazatore si è Cristo, ke a quello livrero si crida,

Lo busta e lo conforta k' el toma in bona via.                                              80.

 

E allora lo predica in lo core     ke, pur per l'ombria vana.

Non lassa la bona legora     de la gloria soprana ;

Ma lo peccatore malvaxo, per sua grande matana,

Pur se fadiga sempre per questa ombria vana!                                           84.

 

E quando è molto stanco    poxe l'ombria malastruta,

El non se avede, e la logora     e la ombria è desperduta,

Zoè quando vene la morte,     la quale tute cosse ge tuda;

la soa fadiga allora    tuta è in niente cazuda.                                              86

 

Lo cazatore, zoè Cristo,     si è arivato allora,

Ke lo so malvaxo livrero     destrue senza demora;

Cossi serà de zascuno     ke matamente lavora;

 gramo quello ke in li soy facti     non vole vedere all'ora.                          90

 

Anchora uno bello exemplo qui ve volio dire;

Anchora uno altro exemplo,     lo quale partene a zò,

Eio Bonvexino da Riva     ve volio quintare quilò;

Odando e intendando     sempre imprendere se pò,

E sembianza è questa drita     la quale ve volio dire mo.                          94

 

Uno cane con carne in boca     andando per una via

In tanto el fo demorato     sopra una aqua corria;

Guardando in la fontana     el vede la soa ombria:

Uno altro cane con carne     ge pare divixo k'el sia.                                    98

 

Lo cane fo ingordo e mato,     lo so pensero fo vano:

el volse avere la carne     ke aveva l'altro cane;

el cazà lo capo soto l'aqua     e avrì la boca in vano,

e zò ke ello aveva in boca     ge fo cazuto per mano.                                  102

 

Voliando luj prendere l'ombria,     la quale niente valeva,

De boca ge fo cazuda     la carne k'el aveva;

Perde zò k'el aveva     per quello ke non aveva,

se ne va con lo capo guazato     con men k'el non credeva.                       106

 

In tanto uno lovo affamato     ge fo apresso arivato,

Ke poxe lo cane correva     ke aveva lo capo guazato;

lo cane era amatazito     ke fiva incolzato;

incontanente dal lovo fo prexo     e tuto quanto strazato.                          110

 

Quello cane fì comparato     a zascuno homo mundano,

Lo quale, fine al baptesmo     k'el fo facto christiano,

La carne aveva in boca,     zoè lo Re soprano:

La carne viva è Cristo,     ke porta lo Cristiano.                                           114.

 

E quando lo Cristiano     vene a cognoscere e a intende,

El sa que è ben da male     in tute le soe vexende;

Quando el deverave fare melio,     a l' aqua pur descende,

A le vanitade del mondo,     zoè, quando el gè attende!                            120.

 

Quello homo remanirà in l' aqua     guardando la vana ombria,

Ke attende a le cose terrene,     lassando la bona via,

E caza lo capo soto l'aqua,     voliando luy prendere l'ombrìa,

E Cristo, ke era con sego,     se ne parte a tuta via !                                     124.

 

Lo lupo, zoè lo dyavolo,     vede lo peccatore guazato,

E vede ke Yesu Cristo     da luy è separato;

E corre poxe luy fine a tanto     ke lo ha prexo e strazato,

Zoè quando vene la morte     del misero condampnato !                          128.

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Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2011