Hieronimo Benivieni

Tancredi Principe di Salerno

NOVELLA IN RIMA

Fiorentino – 1453 - 1542

Edizione di riferimento:

Hieronimo Benivieni Tancredi Principe di Salerno Seconda edizione, Bologna, Presso Gaetano Romagnoli 1865 Biffò Edizione di soli 102 esemplari ordinatamente numerati N. 75

All’ Illustre Signore Michele Dello Russo

BENEMERITO FILOLOGO

INDEFESSO CULTORE

DELLA CLASSICA LETTERATURA VOLGARE

PUBBLICATORE CONTINUO

DI AUREI TESTI ANTICHI

AVVEDUTO NELLA SCELTA

NELLE CHIOSE SOBRIO ED ESPERTO

A TESTIFICAZIONE DI STIMA E GRATO ANIMO

FRANCESCO ZAMBRINI

OFFERIVA

QUESTA NOVELLA

AVVERTENZA

Suole non rade volte intervenire dell’opere intellettive degli uomini quello che degli Uomini stessi, cioè che alcune sieno più, altre meno avventurate; e questo non già in ragione del merito, ma sì conforme i capricci della volubil fortuna. A mo’ d’esempio: poche storie io lessi, per venustà, per eleganza e per chiarezza eguali ai Commentarii della rivoluzione francese di Lazzaro Papi; e nulladimeno quell’aureo libro non è conosciuto come si vorrebbe, ed in assai amatori d’opere storiche io m’avvenni, che non che gli avesser mai letti, appena erano lor noti; colpa non lieve degl’ italiani, cui troppo troppo stanno a cuore le cose straniere, scioccamente trascurando le patrie glorie. Corrono oggimai qiattro secoli dalla invenzion della stampa, senza che fin qui sia stato reso di pubblica ragione il celebre Romanzo cavalleresco, la Tavola ritonda, il quale non solo dette origine a’ poemi di primo ordine della nostra letteratura, ma egli è anche uno de’ libri più ricchi che noi ci abbiamo, vuogli per curiosità e per vaghezza d’intreccio, o vuogli per eleganza e candore di favella mirabile, e il quale vive nella fama, non pur solo d’Italia, ma di tutta la letteratura europea: per buona ventura uscirà al pubblico fra non molto a cura della Regia Commissione de’ testi di lingua. Le Novelle di Franco Sacchetti, che sono una ricca miniera di toscane eleganze, e una viva pittura de’ costumi d’allora, tale che in leggendole li par vivere nell’età in cui egli scriveva, furon rese di comune diritto oltre trecencinquanta anni di poi ch’elle nacquero! E come di queste opere, che or solo ho ricordate alla sfuggita, così di molte altre si potrebbe dire, che io intralascio per brevità. Tra le quali però non vuolsi ommettere la presente Novella di Ieronimo Benivieni fiorentino, la quale, comunque non sia in tutto un esemplare di perfetta poesia italiana, pure ha di molti bei versi, e di naturalissime graziose ottave, e dettata (se ne togli qualche idiotismo de’ tempi ed alcune desinenze ed uscite di verbi, proprie soltanto del volgar fiorentino) in una lingua e in uno stile da disgradarne assai altre del medesimo tempo , che tuttavia ebbero miglior fortuna, essendosi più e più volte prodotte per le stampe. Onde non è poco da maravigliare ch’ella non venisse inserita nel volume delle opere varie di esso Benivieni, che si stampò in Firenze nel 1519), ed in Venezia nel 1522 e nel 1521: la quale ommissione per avventura procedette dall’essere la Novella in discorso d’argomento troppo profano, laddove le scritture ond’è composto il suddetto volume, son quasi tutte sacre e morali.

È questo poetico componimento tolto dalla prima Novella del Decameron del Boccaccio, alla giornata IV; ma condotto con tale arte, con tanta maestria, e con sì fatta naturalezza, da potersi risguardare come un originale poemetto. Ora fra le Novelle del Boccaccio , secondo l’avviso di tutti i dotti, quella del Principe di Salerno, per importanza, per bellezza e per magniloquenza sorpassa tutte l’altre, sicché bene a ragione fu detto dal Cesari, che se altrove il Boccaccio superò gli altri, nel Principe di Salerno superò se medesimo. Intorno alla verità del fatto, niuna cosa di positivo può dirsi, oltre ciò che ne scrisse Domenico Maria Manni nella sua Illustrazione istorica del Boccaccio, a cui rimetto il lettore. Dopo il Certaldese molti scrittori trattarono il medesimo argomento e in versi e in prosa, e in lingua latina e nella volgare, intorno a’ quali è da vedersi il Manni nell’opera suddetta, e il Mazzucchelli nelle sue Note alla Vita del Boccaccio. Furono tra i primi Lionardo Bruni Aretino, che la scrisse in prosa latina; e Filippo Beroaldo che la recò in versi elegiaci; e Francesco di Michele Accolti che ne tradusse una parte in terza rima. Più innanzi poi Annibal Guasco trasportolla in ottave; e Silvano Razzi, Antonio da Pistoia, Ottaviano Asinari, Pomponio Torelli e Ridolfo Campeggi se ne giovarono, compilandone loro tragedie. Non il Manni, però, nè il Lami, i quali scrissero intorno alle Novelle del Boccaccio, non conobbero questa riduzione di Girolamo Benivieni, o almeno non ne parlarono; né il primo non ricorda un’ antica Novcllelta risguardante l’ugualissimo avvenimento, che sta in un codice ms. Riccardiano, e che il Lami stesso inserì nelle sue Novelle letterarie, giudicandola anteriore al Decamerone; la quale io ripubblicai nel 1859 in picciolissimo numero di esemplari. Eccone un frammento:

« Gismonda fue figliuola di Tancredi prenze di Salerno. Questa Gismonda s’innamorò d’uno famiglio del padre, non de’ maggiori; e tanto ordinò, che con questo famiglio, il quale avea nome Guiscardo, si congiunse …. e questo fue nella camera di Gismonda. Or non istando ella pur contenta una sola volta …., Tancredi vide tutto ciò…. fé pigliare Guiscardo e fecelo ammazzare; e morto, gli fece trarre il cuore, e quello fece pigliare, e mettere in una coppa d’ oro, e per uno suo famiglio lo mandò a Gismonda , e mandolli con questo a dire questa parola: il tuo padre ti manda questo per consolarti di quella cosa che più tu ami, siccome tu hai consolato lui di quella cosa, che elli più amava. E portando il famiglio, il presente della coppa, entrovi il cuore, e detta la parola del prenze, con forte viso, la coppa prese; e quella iscoperta, come il cuore vide e le parole intese, così ebbe per certissimo quello essere il cuore di Guiscardo. Diliberò di non voler più vivere: prese una guastada d’acqua di radice velenosa, e misesela a bocca, tutta la bebbe; e poi, abbracciato quello cuore, si morì. Tal fine ebbe Gismonda e Guiscardo. »

Or che il Boccaccio potesse avere avuto la sua prima ispirazione da questo racconto, io non saprei dire, e fia difficile a stabilirsi, ma certo potrebbe avergli fatto buon pro, come d’altri chiaramente apparisce essersi egli giovato. Onde, dacché me ne viene il destro, io toccherò così alla sfuggita d’alcune narrazioni, le quali, non ch’elle fussero da lui al tutto inventate, ma o erano già state scritte per altri in antecedenza, si dettavano da’ suoi contemporanei, correvano per la bocca del popolo.

La Novella del re di Cipri e della donna di Guascogna fu senza fallo tolta dal Novellino antico, secondo che pur notarono Vincenzio Borghini e Domenico Maria Manni. Dal quale libro antichissimo, per avventura il Boccaccio similmente trasse la Novella di Melchisedech giudeo, che altresì leggesi nell’Avventuroso Ciciliano di Bosone da Gubbio; non che quella di Masetto da Lamporecchio, comunque un quasi simile esempio trovisi eziandio nel Reggimento e costumi delle donne di Francesco da Barberino, dal quale io giudico essere più verosimile abbia attinto il Boccaccio. La mezza Novella del Romito di monte Asinaio, che sia nel proemio della IV giornata, non solamente trovasi nel prefato Novellino, ma pur anche nel Fiore di virtù, e nella Storia di Barlaam e Josafat: il quale libro, che è un sacro romanzo, vuolsi dettato in origine da s. Giovanni Damasceno. La Novella di Madonna Beritola, secondo l’avviso dell’erudito Lami, fu ispirata al Boccaccio da un antichissimo poemetto, che trovasi nella Riccardiana. intitolato Primo Cantare di Carduino: ne riportò alcune stanze nelle sue Novelle letterarie, ove altresì produsse un’antichissima istoria, dalla quale senza dubbio il Certaldese trasse il suo Bernabò da Genova: io la feci ristampare in picciol numero d’esemplari, insieme col racconto del Principe di Salerno. Il qual Gio. Lami tenne pure, forse indotto dal can. Anton-Maria Biscioni, che la Novella del Gerbino avesse origine da altra in ottava rima, più antica, stampata nel secolo XV e riprodotta a questi giorni in Bologna; ma colla debita riverenza a sì erudito uomo, io sono d’assai contrario avviso, e reputo che essa novella sia invece lavoro d’un secolo, o quasi, posteriore. Lizio da Valbona copia per eccellenza un’antica Novella popolare in ottava rima, intitolata la Lusignacca, che il sopra lodato Lami reputa anteriore al Decameron: si diè fuori qui in Bologna nel passato anno. E Nastagio degli Onesti ci reca in mente la preziosa narrazione, che il Passavanti inserì nel suo Specchio di vera penitenzia, del Conte di Niversa e del Carbonaio, ch’egli tolse dalle Storie d’Elinando, dal quale senza dubbio il Boccaccio levò il suo racconto. La Novella di Tofano e di madonna Ghita d’Arezzo leggiamo maniata in un libro antichissimo di novelle, l’une e l’altre insieme intrecciate alla guisa de’ racconti orientali, che si pubblicò la prima volta in Venezia nel 1832 , col titolo di Novella antica scritta nel buon secolo della lingua, e che poi si è ristampata di fresco qui in Bologna, intitolandosi Storia di una crudele matrigna: il sig. cav. ab. Giuseppe Manuzzi, nome caro alle lettere italiane, ne possiede un buon codice ms., il quale già appartenne al celebre Alessandro Mortara. Quivi similmente troviamo avventure che ci recano in mente la Novella di Pirro e la Lidia, di Paganino da Monaco, e del Conte d’Anguersa; avvegnaché, secondo anche affermarono i Deputati alla correzione del Decameron, quest’ultima, per una parte, possa essere stata attinta dalla Divina Commedia dell’Allighieri, raffigurandosi nella medesima Pier della Broccia e la donna di Brabante; o per l’altra parte, dal pietoso avvenimento d’Antioco. Dal quale libro di Novelle trasse parimente l’autore del Pecorone il suo Doge di Vinegia, e Anton-francesco Doni la graziosa favola della Gazza spia. Quivi pure narrasi, molto propriamente e con varietà importanti, la Novella della donna d’Efeso, tolta da Petronio Arbitro, e raccontata altresì dall’antico traduttore dell’Esopo, secondo il testo Riccardiano, e più modernamente da Eustachio Manfredi, da Antonio Cesari, e da molti altri illustri letterati, in diversi tempi. La Novella del Cavaliere del re di Spagna, quella di messer Torello, e quella di Abraam giudeo, trovansi nell’Avventuroso Ciciliano, più sopra ricordato, di Bosone da Gubbio: e la graziosa della Figliuola del re d’Inghilterra ci ricorda una narrazione che leggesi nell’antico e devoto libro de’ Miracoli della Madonna, e nella Vita di S. Eugenia, cui anche più strettamente si attenne ser Giovanni Fiorentino autore del Pecorone. Tito e Gisippo trae da Valerio Massimo, e ci fa sovvenire di Damone e Pitia, e d’altro racconto che abbiamo nel Trattato degli Scacchi di frate Iacopo da Cessole; e da Apuleio, senza dubbio, è levata la Peronella che mette il suo amante in un doglio; e così via via. Ma non creda alcuno ch’ io sia tanto ardito a volere con ciò diminuire il merito del Boccaccio; però che s’egli talvolta ritrasse da altrui l’argomento, l’ombra di esso, seppe poi sì da maestro svolgerlo, ampliarlo, adornarlo, incarnarne lo scheletro, e dargli la vita, che l’ampiezza e la vivacità e la verità della copia, vinse di gran lunga l’ aridezza dell’originale; sicché trasformandolo con tanta maestrevole arte, seppe render la cosa sua propria.

Ma egli è oggimai ora che noi ci ritorniamo alla nostra pubblicazione.

Di questa Novella una sola stampa fin qui si conosce dai bibliografi. Primo a parlarne si fu il Blasi, il raccoglitore degli Opuscoli di Autori siciliani, al vol. XX, dalla pag. 228 alla 232, il quale la descrive in questo modo: Il poemetto è tutto continuato senza divisione di Canti, ed è racchiuso in due quaderni di 10 carte per cadauno, che hanno il loro registro a-b, ma non v’è numerazione, né anno, né luogo, né nome di stampatore, ed è in forma di 4.°; fu stampato nel secolo XV, e dedicato al suo dilettissimo Giovan Pico della Mirandola. Ne favellò poi, dietro la scorta del P. Blasi, il Brunet nel suo Manuel du libraire: il quale fu pago del dirci, che questa edizione è trois rare, ed impressa verso il 1485. Il Gamba finalmente la registra nella Bibliografia delle Novelle italiane in prosa; il che fa veder chiaro, ch’egli la citò sulla fede altrui, perchè se gli fosse venuta alle mani, non l’avrebbe certo allogata fra le Novelle in prosa. Non essendomi stato possibile, per quante indagini m’abbia usate, d’avvenirmi nella suddetta unica edizione, mi sono giovato per la presente ristampa del solo codice manoscritto che si conosca, il quale sta nella Biblioteca Nazionale di Firenze quondam Magliabechiana), Classe VII, cod. 726, già Strozziano, N. lOOi; il quale non è certo di molto corretta lezione, sicché a ridurlo v’ ho speso dietro non leggier fatica.

Girolamo Benivieni nacque in Firenze nel 1453, e coltivò le lettere con indefessa cura e con prospero successo. Nell’età sua giovanile dettò senza dubbio la presente Nocella di Tancredi, e per avventura più altre cose profane, le quali, per quanto è a mia cognizione, da alcune bellissime stanze amorose all’ infuori, non ci pervennero. Egli stesso ce lo alferma nella prima ottava di questo componimento:

E del vecchio Tancredi il poco umano

Cor, le lusinghe al suo duol tarde e scarse,

Canterò io con quella cetra in mano,

Per cui già tanti versi e rime ò sparse.

Ebbe amicizia co’ più valentuomini del suo tempo, e lasciò assai parti del suo ingegno. L’argomento di quasi tutte le sue rime, che ci rimangono, è l’amor divino, da lui vestito colle immagini platoniche, conforme usavasi all’età sua. Il Varchi lo appellò secondo ristoratore della italiana poesia; ma il Muratori si dolse perchè tante sublimi immagini venissero offuscate da uno stile ruvido e oscuro. Passata la prima giovinezza si dette tutto allo spirito, e fece parte della famosa setta de’ Piagnoni. Morì del 1542 nella vecchia età di 89 anni.

Avuto dunque riguardo alla rarità del componimento, all’importanza del racconto e al merito dell’autore, io ho buona ragione da credere che eziandio la presente operetta tornerà bene accetta, siccome tant’altre di simil genere, al colto e discreto pubblico. Io mi sono tenuto strettamente al codice, e v’ho conservato l’antica grafia. Non ho per altro mancato, ove occorra, d’avvertire il lettore d’alcune lievi mutazioni usate, ponendo in nota la lezione del testo che mi pareva errata. Se ho preso nel segno, bene sta; se non, sia come non fatto. Dirò in fine, che, perché i buoni costumi vogliono essere servati, molto più ne’ tempi della civiltà moderna, non vago di propagare scritture men che oneste, ho divisato che questo libricciuolo esca in luce in sì picciol numero d’esemplari, da possedersi soltanto per uomini savii e provatissimi letterati, in cui la seduzione non possa avere sì agevolmente luogo, almeno con discrezione parlando; chè se avessi avvisato di andare in fallo, certo me ne sarei ad ogni modo astenuto.

Francesco Zambrini.

Argumento

Ardea Gismonda, e per suo amante eletto

Guiscardo, Amor duo cor d’un foco accende

Scuopre gli ucculti amor fortuna, e ‘l petto,

Del preso amante, il vecchio irato fende.

Manda alla figlia il cor del giovinetto;

Lei sopra quel, piangendo, il velen prende.

Duolsi, ma tardo, il vecchio di sue crude

Opre: un sepolcro i morti amanti chiude.

I.

Gli amorosi piacer, l’iniquo e insano

Foco che lieto un tempo in duo cor arse,

E del vecchio Tancredi il poco umano

Cor, le lusinghe al suo duol tarde e scarse,

Canterò io con quella cetra in mano,

Per cui già tanti versi e rime ò sparse.

E tu , mentre che al dolce giogo il collo

Tengo, vien, priego, al tuo suon grato, Apollo

II.

E della cetra tua le grave corde,

Piacciati, al mio disio muovere intanto:

E dolci furti, le tagliente e sorde

Lime d’Amore, e, di chi il segue, il pianto:

E come or lieto bacia, or punge, or morde,

L’insidie e’ lacci e le sue reti canto;

E’ dolci inganni e ‘l cieco isperar nostro,

Per una antiqua e bella storia i’ mostro.

III.

E tu, che forse insin dal ciel risguardi

Con isdegnoso cor, con fero volto

Mie fragil barca, gli spalmati e tardi

Suo’ remi, ch’a solcar tuo mare à tolto,

Se del tuo foco ancor t’infiammi e ardi,

Perdona, priego, al temerario e stolto

Mie ingegnio: tu sai ben quanto è la forza

D’Amore: Amor è quel ch’a ciò mi sforza.

IV.

Ma tu, Spirto gentil [1], ch’a tanta impresa

Co’ prieghi tuoi, che ‘l ciel fermar farieno,

Ài la [2] mie mente si infiammata, accesa,

Ch’ancora invoco a ritardarmi il freno;

Tuo è il mie onor, tua è la mia difesa,

E i’ sicuro il lascio entro al tuo seno,

Che temp’è ormai ch’all’aura de’ tuo’ prieghi,

Nel nostro corso [3] Amor sue ve le spieghi.

V.

Cantando adunque con quel suon ch’Amore,

(E’ dolci prieghi tua mi faran degnio),

Dico, che già Tancredi, il cui valore

Salerno resse, uom fu d’umano ingegnio.

Di benign’almo assai, di grato core,

Se non avessi, da men giusto isdegnio

Vinto l’ultima età, l’inpia sua mano

Tinta nell’amoroso sangue umano.

VI.

Questo nel corso di suo lunga etate,

Solo una sola e unica figlia ebbe;

Ma più (senza la sua felicitate)

Suo fortuna condutta in pace arebbe!

Costei , fra tutte l’altre figlie amate

Da’ cari padri, in tanta grazia crebbe,

In s’ tenero amor, che quella sola

Amò più che mai padre altra figliuola.

VII.

E tanto era il piacer del vecchio padre,

Che non sape da sé divider quella!

Erano in tanto suo membra leggiadre

Fatte già tal, che quella età novella,

Che suol dell’altre vergine far madre,

Già superavon di molti anni; ond’ella,

Cedendo il vecchio padre a più pietoso

Amor, fu lieta alfin di nuovo isposo.

VIII.

Ch’ a un figliuolo di quel signor, ch’allora

Di Capova lo scetro in man tenea,

Per donna die: ma non molta dimora

Fece con quel, che morte iniqua e rea

Trasse il meschin di questa vita fora;

E lei, ch’ogni altro ben perduto avea,

Si tornò al padre suo, piangente e egra.

Vedova, isconsolata in vesta negra.

IX.

Era costei di corpo e di volto

Più ch’alcun’altra assai bella e gentile;

Giovane d’anni, ma gagliarda molto,

E savia più ch’a senso feminile [4]

Non s’ appartien: così col cieco e stolto

Padre amoroso, come signorile

E ricca donna, di delizie piena,

Suo vita in ozio senza frutto mena.

X.

Onde veggiendo, che ‘l tenero amore

Del vecchio padre suo era cagione,

Che di ma’ più isposarla (in tutto el core

Dato ogni cura) ave in oblivione;

Nè parendo anco a lei che ‘l suo onore,

L’onestà sua, la sua discrezione

Patissi di scoprire el suo volere

Al vecchio padre, fé nuovo pensiere;

XI.

E ‘nmaginossi, in quanto esser potessi,

Occultamente un valoroso amante

Prendere, il cui amor lieta godessi.

E come saggia, provida e costante

(Con ciò sie cosa che ‘n suo corte avessi

Molti baron, molti sergenti): a tante [5]

Maniere, il cor, l’ingegnio e la natura

Di ciascun cerca, esamina e misura.

XII.

Perchè, fra tutti, un certo giovinetto,

Ch’era Guiscardo per nome chiamato,

Del vecchio padre suo servo e valletto,

Umil di sangue e di virtute ornato,

Gli piacque sì, che ‘l caldo cor nel petto

Feramente pe’ gli occhi vulnerato,

Al primo colpo che per quei discese,

Mirabilmente di suo amor s’accese;

XIII.

E ognior più e più, modi e costumi

Di lui laldando; il giovane, che accorto

Era in un punto da’ duo vaghi lumi

De’ begli occhi e d’ Amor guidato e scorto,

Di lei s’accorse, all’amorose piumi,

Alle face d’amor fe’ del cor porto,

Dove in tal forma lei già impressa avea,

Ch’ a nulla fuor di lei pensar potea.

XIV.

Mentre in tal guisa acoltamente preme [6]

Amor, e infiamma l’ uno e l’altro petto;

Lei, che sol côr dell’amorosa seme [7]

Cercava el frutto, in braccio al giovinetto

Esser desia sopra ogni cosa, e teme

D’aprir a alcuno il suo proprio concetto:

Onde, per fare a quel, suo amor palese,

Con nuovo modo una malizia prese.

XV.

Ella scrisse una lettera, e in quella

Ciò che ‘l seguente dì far convenia

Gli dimostrò, s’essere vuol con ella:

Poi ‘n un bucciol di canna la mettia:

Porselo a quello, e ‘n tal modo favella

Così, ridendo: alla tuo serva fia,

Guiscardo, in questa sera uno istrumento,

Con ch’ella al morto foco faccia vento.

XVI.

Guiscardo il prese, e non senza cagione

Ben si pensò che quel dato gli avessi:

E subito, tornato a suo magione,

Guarda la canna, in cui diversi fessi

Vedendo, aperse con attenzione

Di veder s’altro drento nascondessi:

Né prie Guiscardo il cannon fesso aperse,

Ch’agli occhi suoi la lettera s’offerse.

XVII.

Il perchè quella in man subito prese;

Aperse e lesse, e ben l’arte e l’ingegnio,

E ‘l modo che tener dovia comprese,

Se del suo vivo amor si vol far degnio.

Onde più ch’alcun mai contento, attese,

Come, sicondo l’ordine e ‘l disegnio

Già per lei mostro, andar potessi a quella

Giovane vaga, lieta, ornata e bella.

XVIII.

Era vicino allo superbe mura

Del palazzo regal, fra fiori e l’erba,

Nascosa una cavata grotta oscura,

Ch’un gran tempo il monte occulta serba,

Quasi deserto, e per una fessura,

Che di quel monte la scheggia superba

Apria, per forza, infra l’occulte fronde

Che cuopron quella, el ciel sua luce infonde.

XIX.

E per molto segreta iscala, in quella,

Qual d’una delle camere terrene,

Che ‘n quel palazzo la giovane bella

Per sua zambra regal possiede e tiene,

Venie laggiù, si scende, avenga ch’ella

D’un forte uscio munita fussi bene;

Che per non esser lungo tempo usata,

Da ciascun fussi già dimenticata.

XX.

Amor, dinanzi a’ cui vivi occhi alcuna

Cosa non puote (ancor quantunque occulta

Sotto l’immenso cerchio della luna)

Esser coperta alcun tempo o sepulta,

All’amorosa sua donna quest’una

Via d’aquistare il suo amor non occulta;

Ma per vie più infiammar l’acceso foco,

Le ridusse a memoria allor quel loco.

XXI.

Ma perch’alcun del cauto suo disegnio

Non s’ acorgessi, prie tentato avea

Più e più volte con sua arte e ‘ngegnio,

S’aprir quell’uscio in gniun modo potea:

E poi ch’à aperto quel, nessun ritegnio

Non vidde al suo desio, lieta scendea

Nella caverna; e ‘l loco esaminato,

Scrisse, e di tutto à l’amante avvisato.

XXII.

Ella avea della grotta la fessura

Descritta; e che venir per quella a essa

Si sforzi: e dell’altezza la misura

Da terra insino all’alta reggia fessa;

Notato e scritto il sito e la natura

Del loco, appunto ave scrivendo espressa,

E ‘l come e ‘l quando e d’ogni cosa il tutto.

Che mestier fussi a côr d’amore il frutto.

XXIII.

Perchè Guiscardo alla suo ‘mpresa effetto

Dessi, pensando alle cose opportune,

Parate tutte in prima, il giovinetto

Fece d’aver certe annodate fune,

Per cui scender nel balzo, e al suo ricetto

Tornar potessi; e contro a’ duri prune

Che coprien l’alta grotta, onde s’entrava,

D’ un saldo cuoio il tener corpo armava.

XXIV.

E poi soletto la seguente notte,

Ch’aprir a alcuno [8] il suo pensier non volse

Sen venne al loco, ove, tagliate e rotte,

Fan via le pietre, e gli occhi intorno volse:

Vidde un broncon che ‘n sulle estreme grotte

Surgea del fesso, e l’un de’ capi avvolse

Della suo fune a quello; e qui disciese

Nella caverna, e la sua donna attese.

XXV.

Qual di poi il dì seguente, come quella

Che di voler dormir vista facea,

Prie licenziata ogni sua damigella,

Nella sua zambra sola si chiudea:

E di poi l’uscio aperto che in nella

Grotta risponde, in quella discendea;

Dove, poi ch’al suo amor giugniea davanti,

Mirabil festa si facean gli amanti.

XXVI.

E, dopo mille ardenti baci e mille,

Sen gieno in zambra: ivi con quel diletto

Del dì gran parte all’accese faville

Dier loco; opera non dal mio concetto!

Poi dato ordine e modo, alle sue ancille

Si ritornò; e ‘1 vago giovinetto,

Più ch’altro lieto, in nelle occulte grotte [9],

Ivi aspettando la futura notte.

XXVII.

Poi , come tempo fu, por la nodosa

Fune salito, a casa si tornava:

E con simil piacer la sua amorosa

Per simil via sovente vicitava.

Ma la fortuna, ch’ogni umana cosa,

Ogni ben turba, come iniqua e prava

Mentre pur segue, sì felice coppia

Veggiendo, ognior d’invidia et odio scoppia.

XXVIII.

Né potendo soffrir tanta letizia,

Ne sì felice amor, con tristo evento

Subito in pianto el lor galdio e in tristizia

Volse, e ‘l piacere in subito lamento,

E’ dolci risi in lagrime e mestizia,

E gli amorosi lor giochi in tormento;

E ‘l lieto amor, la fortunata sorte

Ultimamente in lacrimevol morte.

XXIX.

Era Tancredi alcuna volta usato

Di venir la suo figlia a vicitare

Così soletto; e poi ch’alquanto stato

S’era con quella, a suo diporto andare.

Costui un giorno, poi che desinato

Ebbe, sì come spesso sole fare,

Qualor volessi ragionar con quella,

Sen venne in zambra di suo figlia bella.

XXX.

Quivi, perchè la donna in un suo orto

(La donna che Gismonda si chiamava)

Con certe damigelle a suo diporto,

Tra l’erba e vari fior lieta si stava,

Senza che alcun di lui si fussi accorto,

Che tor lei dal piacer non volse, intrava

Drento; e battute le cortine a piede

Del letto, chiuse le finestre vede.

XXXI.

Il perchè, essendo così, in disparte

Dall’un de’ canti il prenze si ponea;

E ‘l capo al letto appoggia, e una parte

Della cortina sopra si mettea,

Quasi come se ciò pensando, a arte

Facesse; e mentre ch’ivi si sedea.

Così com’era pien d’ozio, soletto,

S’addormentò, coperto, a’ piè del letto.

XXXII.

Gismonda, che per sua disavventura

Avea la notte el suo diletto amato

Fatto venir drento alla grotta oscura,

Dalle compagnie sue preso comiato,

Sola in zambra sen venne; e senza cura

Aver, se v’era alcun, l’uscio serrato.

Non si essendo del padre o d’altri accorta

Della grotta al suo amante aprì la porta.

XXXIII.

Là donde, poi che in zambra, uscito fora,

Sen venne, e vaghi amanti s’abbracciarono

Con quel disio che gli animi inamora.

Poi sopra il letto insieme se n’andarono,

Dove contenti per lunga dimora,

Con mirabil disio si sollazzarono.

Ma fra’ lor dolci ischerzi e lieti amplessi.

Par che del vecchio il sonno si rompessi.

XXXIV.

Perchè al suon volto [10] allor, ben vede e sente,

Lasso! ogni cosa; e pien di maraviglia,

Più che mai fussi alcun tristo e dolente,

Volse sgridar la sventurata figlia:

Poi, mutato pensier, come prudente,

Con più discreto modo si consiglia:

E per me’ poter far quel che già ‘l core

Gli dicea, tacque sanza alcun romore.

XXXV.

E si pensò, così nascoso e cheto.

S’esser potessi, in alcun modo istare:

Po’, a tempo e loco in ordine discreto,

Venire a quel ch’egli intendea di fare.

Gli amanti, che per lungo spazio e lieto

Piacer goduto avien senza pensare

Al padre, essendo di partir già l’ora,

L’un nella grotta, e l’altro sen vien fora.

XXXVI.

Tancredi poi per un balcon nell’orto

Si calò, benchè vecchio, occultamente

Senza ch’alcun di ciò si fussi accorto:

Nella suo zambra se n’entrò dolente;

Po’ per vendetta far d’un sì gran torto

Diè modo tal, che la notte seguente,

Guiscardo, all’uscir for del balzo, atteso,

Subito fu da duo giovani preso.

XXXVII.

E così, come ancor nel quoio involto

Era e ‘mpacciato, al principe il menaro,

Che d’amor si dolea, turbato molto,

E del ciel , troppo di sua morte avaro.

Ma come gli occhi al doloroso avvolto

Del miserel prigione, con più amaro

Cor che mai fussi alcun dolente, affisse,

Quasi piangendo, tai parole disse:

XXXIX.

La mia benignità, Guiscardo, e ‘l core

Mio verso te , troppo benigno e grato,

Non avevan l’ingiuria e ‘l poco onore.

Non avevan l’oltraggio meritato,

Qual, come oggi visto àn per mio dolore

Quest’occhi, à’ contro alle mie cose usato.

A cui rispose sol questo, Guiscardo:

Amor tu sai , ch’è più di noi gagliardo.

XL.

Comandò il prenze allor ch’en più remota [11]

Zambra rinchiuso fussi ocultamente.

Nè l’infelice sua fortuna nota

Sendo alla donna ancor: po’ il di seguente,

Già di vari pensier torbida rota

Girando al vecchio l’affannata mente,

Appresso a desinar, com’egli usava,

Soletto in zambra di suo figlia andava.

XLI.

Poi fatto a sè chiamar quella, e serrato

L’uscio, piangendo, cominciò a parlare:

Parendomi, Gismonda, il tuo probato

Almo, la tua virtù, la singolare

Tua onestà conoscer, mai pensato

Non arei, mai potuto inmaginare,

Né arei alcun die giamai creduto [12]

Quel che con questi mia occhi ò veduto;

XLII.

Che tu, non che ‘l tuo casto petto, altrui

Ma’ sottopor per modo alcun volessi

Mai la tuo mente, pur fuor ch’ a colui

Che preso in prima per tuo sposo avessi:

E di sì fatta mente sempre fui,

Ch’un sol disio nel tuo cor non potessi,

Ch’arder [13] d’amor, un semplice pensiero;

Del che fu’ più ch’alcun lontan dal vero.

XLIII.

Là donde in lacrimabil pianto il resto

Di mie infelice e misera vecchiezza

Sempre, lasso! sarà, qualora in questo

Pensier, che ‘l miser cor mi rompe e spezza,

Cadrò. Ma pur se ‘n tanto disonesto [14]

Error cader dovea tuo giovinezza,

Fussi piaciuto a Amor che, per men male,

Preso avessi uno alla tuo stirpe eguale!

XLIV.

Ma infra tutti color che la mie corte

Usan, Guiscardo à’ per tuo amante eletto,

Umil di sangue, e di negletta sorte,

E, per Dio, quasi insin da giovinetto

Da me nutrito: onde, dolente a morte,

M’à in tanti affanni messo il tuo difetto,

Ch’i’ non so come meco i’ mi consigli ,

di te, donna, qual partito pigli:

XLV.

Perchè a Guiscardo tuo, ch’all’uscir fora

Della caverna ista notte fu preso,

E chiuso l’ò in prigione, i’ non pens’ora,

Perchè di lui ò già partito preso;

Ma di te, che è quel che più m’accora,

Non so che farmi: in un punto sospeso,

Non va il iudizio libero al mio ‘ngegno;

Di qua l’amor me trae, di qua lo sdegno:

XLVI.

L’ amor che sempre, più che padre a figlia

Portasse mai, t’ò già portato, e ‘l giusto

Sdegno che in lacrimabil cor s’ appiglia

Pel grave eccesso e pel tuo fallo ingiusto.

Amor che ti perdoni mi consiglia;

Questo mi torce al crudel cibo il gusto

Contra ‘l mie ‘ngegnio e dal mel dolce al fele

L’un pietoso mi fa, l’altro crudele.

XLVII.

Ma prima che di te, Gismonda, i’ faccia,

di far meco pensi alcuna cosa,

Ho desio di saper quel che ti piaccia

Dir contro a questo. E qui con lacrimosa

Fronte, tacendo, la piangente faccia.

La faccia mesta, affritta e dolorosa

A terra volta, come un vil fantino

Battuto, piangie il vecchierel meschino.

XLVIII.

Gismonda, udito il padre, e conoscendo

Non solamente il suo segreto amore

Esser palese, ma per certo avendo

Come Guiscardo, il suo bene, il suo core

Pres’era, e da mortal dolor sentendo

L’almo ferir, con pianto e con remore

Assai, vicina al dimostrar suo affanno

Fu , come il più delle femine fanno.

XLIX.

Ma pur tanta viltà l’animo altero

Scacciata, con mirabil forza il viso

Fermava; e seco, con inmoto e fero

Almo, credendo che ‘l suo amante ucciso

Già fussi, di veder fece pensiero

Prima da sè lo spirito diviso,

Che porger feminil lusinghe o prieghi

L.

Alcun, l’invitto cor si torca o pieghi.

Perchè, non come femina dolente,

Non come già del suo fallo ripresa,

Ma d’un almo viril, come niente

Curassi quel, d’un valor sommo accesa,

Non con volto turbato o con languente

Faccia da feminil lacrime offesa,

Ma con fermi occhi e con costante ciglia,

Così rispose al principe la figlia:

LI.

Nè a negar, Tancredi, in parte alcuna

Disposta son, nè alla tua clemenza

Feminil prieghi porger, perchè l’una

Cosa giovar non mi potrebbe, e senza

L’altra farò; nè ‘n questa mia fortuna

In alcun atto tua benivolenza

Cercar, padre, e ‘l tuo amore è mio pensiero

Benevol far, ma confessarti il vero;

LII.

E con vera ragion prima l’onore

Della mia invitta Fama e la chiarezza

Difender penso, e poi con forte core

Seguir dell’almo mio la suo grandezza.

Egli è vero, a Guiscardo ogni mi’ amore

Portai e porto, e, insin [15] che ‘l ciel non spezza

Del fatai corso mio l’ultime tempre,

Che ‘n breve spazio fia, porterò sempre.

LIII.

E se presso al morir à alcuna forza

E regnia Amor [16] nell’anime passate,

Poi che sciolta sarò da questa iscorza,

Non cesserò d’amar la sua beltate:

Nè tanto a questo mi sospinge e sforza

Pur la mia feminil fragilitate,

Quanto il poco sollecito tuo core

Del maritarmi, e ‘l suo propio valore.

LIV.

Esser, Tancredi, ti dovea palese,

Di carne essendo, come ogni uom creato,

El corpo mio, che da te l’esser prese,

Di carne e non di pietra esser formato.

E con qual forza, e di che fiamme accese

D’Amor le leggi in giovinile stato,

E nella prima età venghin, ben ch’ora

Vecchio, dover sapevi e debbi ancora.

LV.

E come che ne’ tua più teneri anni,

In parte già sotto ‘l superbo treno

Di Marte, militasti in tanti affanni,

Non dovevi però saper di meno [17]

Quanto possin dell’ozio i dolci inganni

Delle delizie, il mal preso veleno.

Non pure in nostra ardente giovinezza,

Ma ‘n vostra pigra e frigida vecchiezza.

LVI.

Di carne adunche son, sì come quella

Che di te nacqui, e pur giovine ancora,

Sì che per l’una e per l’altra fiammella,

D’amorosi pensier mi scaldo ogniora;

E per aver nell’età mia novella,

Di que’ piacer che gli animi innamora,

Col caro sposo mio già còlto il frutto,

Con mirabil disio m’infiamman tutto;

LVII

Né resister potendo al caldo foco,

Alle forze d’amor, più mi disposi,

Come giovane e donna, a quel dar loco:

E certo in questo ogni mio ingegnio posi.

Non voler, poi che tratta a dolce gioco

Da naturale error, negli amorosi

Lacci incappar, quanto potea il mie ingegnio.

Con nostra infamia e con tuo giusto isdegnio [18].

LVIII.

E certo in questo, Amor troppo pietoso,

E fortuna benignia, al mio desio

Una segreta via, un loco ascoso,

Un sentier certo mi mostraro, ond’ io

Potessi con amor dolce riposo

Dare e quiete al giusto voler mio.

Or come questo, da qui [19] tu tel sai,

i’ non lo niego e nol niegherò mai.

LIX.

Guiscardo elessi, e non per accidente,

Sì come molte e molte soglion fare,

Ma con certo consiglio e salda mente

Innanzi a tutti gli altri volsi amare:

Poi lo introdussi a me come prudente;

E con saggia constanzia e singulare

Virtù, gran tempo del ben culto seme

Cólti abbiam gli amorosi frutti insieme.

LX.

Laonde par che oltre al mio difetto,

Al mie peccato, in cui m’indusse Amore,

Che tu del vulgo el mal preso concetto,

L’onta d’aver (seguendo el cieco errore),

D’ aver Guiscardo per mio amante eletto,

Uom di vil sangue e di negletto onore,

Mirabilmente ti perturba e ‘ncenda,

E di ciò più che d’altro mi riprenda!

LXI.

Quasi dicendo, che se ‘n questo [20], un preso

Avessi almen di nobil sangue nato,

Che da te morso il mie fallo o ripreso,

Non sare’, nè ‘1 tuo cor, com’è, turbato!

Ma ‘l tuo furor, dal volgar senso offeso,

Non vede ben che non è mie ‘l peccato,

Nè l’error mio, non l’amorosa colpa;

Ma ‘l ciel più tosto e la fortuna incolpa;

LXII.

Qual con un certo error l’instabil rota

Cieca volgendo, insin al ciel sovente

Gl’indegni esalta, allor che nella mota

Lascia in basso i più degni iniquamente!

Ma lasciàn questo, e gli occhi volgi, e nota

Quel fonte ond’ogni cosa primamente

Nasce, e vedrai che d’una propia forma

Di carne ogniun quaggiù si veste e ‘nforma

LXIII.

D’una massa medesima, formata

D’umana carne, è ogni creatura,

Da un solo creator fatta e creata;

E ciascun alma è d’un’equal misura,

Con egual forza e di potenzia ornata,

Egual d’equal virtù semplice e pura:

Ma noi, che per natura il ciel par’ finse

E fingie, in prima la virtù distinse;

LXIV.

E quei, che seco avien di lei maggiore

Parte, operando, nobili fur detti;

Gli altri, che senza alcun pregio o valore

Eron da parte, si restàr negletti.

E se ‘l mond’oggi con perverso errore

Volt’à al prim’ uso suo’ contrari effetti,

Fur natura benignia e ‘l buon costume

Ha ancor per bersaglio el primo lume.

LXV.

Colui che virtuosamente ispende

Di questa inferma vita il tempo avaro,

Sé nobil, sé gentil, sé degnio rende,

Sé sopra ogni altro generoso e caro:

E chi dice altrimenti, e’ non intende

Qual sie ‘l vero splendor, semplice e chiaro

Non di colui che altrimenti é detto,

Ma di quel che nol dice fie il difetto.

LXVI

Se infra tutti i baron della tuo corte

Risguardi, che son nobili chiamati,

E la lor vita cerchi, e di qual sorte

Sien lor costumi, e ‘n qual virtute ornati;

E d’altra parte (no con bieche o torte [21]

Luci) e costumi di Guiscardo guati,

Se giudicar con giusto almo vorrai,

Nobili questo, e quei vili dirai.

LXVII.

Nè delle sue virtù, del suo valore

Die’ mal al giudicio d’alcun altro fede,

Ch’a quello delle tuo parole, el core;

E gli occhi mia a quel che ciascun vede

E chi ma’ più di te gli à fatto onore?

Che ciò che ‘n valoroso uora si richiede

Lodato ài sempre in lui con giusto ingegnio.

Meritamente , com’egli era degnio.

LXVIII.

Che se dagli occhi mia non fu’ ‘ngannata,

Lalde detta già mai fu di lui tale,

Che sopra al tuo giudicio in opra data

Non vedessi battendo mover l’ale:

E s’i’ pur fussi in alcun modo stata

Presa da ‘nganno alcun, giovane e frale,

Sì come i’ sono ancor, mie sare’ il danno.

Mie sarebbe il dolor, ma tuo l’inganno.

LXIX.

Dirai or, che a un uom di condizione

Umil posta mi sia, negletta e bassa?

Questa tuo falsa e cieca opinione

Reproba in tutto el ver, istingue e cassa:

Ma se dicessi, a tuo confusione;

Con povero uom, perchè non questo passa

Senza odio contro a viril cor, sarebbe;

Con tuo vergognia si concederebbe;

LXX.

Poi che sì ben saputo ài operare ,

Ch’un tuo servo, non di pregio, in grand’altezza

A’ messo, in grande istato e singolare

Riputazione e pien d’ogni ricchezza!

Ma lasciàn questo, padre, indietro stare,

Che povertà mai tolse gentilezza,

Perchè, come non far può l’uom gentile

Ricchezza, povertà non può far vile.

LXXI.

Quanti re, quanti prìncipi e signiori,

Che già tennon del mondo in mano il freno,

Credi tu che da’ più supremi onori

In somma povertà caduti sieno?

E quanti villani, quanti pastori

Dalle pecore tolti e dal terreno,

Fortuna d’ora in or giocando, ispicchi

Ne furno [22], e sono ancora e saran ricchi!

LXXII.

Ma perchè un grave dubbio ultimamente

Movesti, infra la morte e la salute

Mia, cacciai for della tua dubbia mente;

E se disposto or se’ in tuo senettute

D’operar, come crudo, crudelmente

(Il che mai potè far tuo gioventute),

Fa ora in me tuo crudel almo ispieghi,

Nè aspettar più mia lusinghi o prieghi,

LXXIII.

Perch’io vôlta non son, ne sarò mai,

Come prima cagion di tal peccato,

Se peccato è, al pregar con tanti guai

En tutto el fero cor mio ostinato:

Che se di me, Tancredi, quel non fai,

Che di Guiscardo arai deliberato,

Per seguire una pena, un comun danno,

Queste mie propie man per te il faranno.

LXXIV.

Or vie va , con le femine il tuo pianto

Spargi, e con quelle insieme or ti conversa;

E se ti par che meritato tanto

Abbiàn, ch’ogni vendetta sia diversa

Dal nostro error, le lacrime da canto

Perchè non lasci? e con un colpo versa,

D’ira infiammato e come rigid’angue,

Or crudelmente l’uno e l’altro sangue.

LXXV.

Conobbe allora el principe l’altero

Suo invitto cor, ma non però credea

Ch’a far disposta fussi così fero

Proponimento, quel ch’ella dicea.

Onde, da lei partito, fe’ pensiero,

Co gli altrui danni, perchè e’ non volea

Contro al suo corpo incrudelir, lo ardente

Suo amor in parte spegnier crudelmente.

LXXVI.

E comandò che senza alcun romore

Fussi il misero amante strangolato,

E del tepido petto il caldo core,

Per forza isvelto, a lei fusse recato.

Così l’impio desio del lor signore

L’impio desio nefando e scellerato,

Da’ duoi giovani, a cui fu imposto il tutto

Compiuto fu, ma non col viso asciutto.

LXXVII.

Ladond’el prenze poi il seguente giorno,

Com’era intento al suo crudel lavoro,

Fatto venire un gentil vaso adorno,

Una superba e ricca coppa d’oro,

E ‘n quella il morto cor misse a più iscorno,

A maggior onta, a più crudel martore,

Per un secreto suo fido sergente,

Fece di quello alla figlia un presente.

LXXVIII.

E con quel le mandò questa imbasciata:

El padre tuo, perchè di quella cosa

Ti consolassi, che più ch’altro amata

Era da te , come la sua penosa

Vita, di quello in tutto ài consolata,

Che lui più amava, questa preziosa

Coppa, per farti più lieta e contenta,

Più felice e beata, ti presenta.

LXXIX.

Gismonda, non dal primo invitto ardore,

Non dal suo fero cor piegata e vòlta,

Cert’erbe velenose a sé venire

Fece, e dagli occhi del suo padre tolta,

Come in prima da sè il vidde partire,

Quelle stillò, e ‘n certo loco accolta

L’acqua, se quel che essa inmaginava [23]

Fussi, per presto averla si serbava.

LXXX.

Alla qual poi che del prenze il sergente

Presentò il dono e l’ambasciata espose,

Con fero volto el mal viso presente

Prese, non già con guance lacrimose.

E scoperchiato quel, come il languente

Morto cor vidde, e l’empie e velenose

Parole intese, al primo ingrato isguardo

Esser conobbe il cor del suo Guiscardo.

LXXXI.

Ladonde il viso al presente levato:

Non in altro sepolcro esser dovea,

Disse, un sì fatto cor, che d’or formato

Né certamente il mie padre potea

Esser in questo più discreto istato!

E così detto, el cor si rivolgea

Al cor, in cui l’amate labbra affisse,

E baciò pria , e poi si volse e disse:

LXXXII.

In ogni cosa sempre, insino a questo

Estremo dì l’ amor del padre mio,

Tenero in me più che da me richiesto,

Non fora trovato ò più benignio e pio!

E or più che giammai m’è manifesto!

Laonde a quel, sicondo el mie disio,

L’ultime grazie, ch’a lui render mai

Debbo, per un tal don gli renderai.

LXXXIII

Poi vòlta all’aurea coppa, al freddo e morto

Cor del suo amante, el cor troppo diletto,

Sguardando, disse: ah dolce e fido porto!

Ah grato albergo, ah placido ricetto

De’ mie’ pensieri! ah singular conforto

D’ogni mie maggior mal! che maladetto

Sie ‘1 crudo cor di quel che mi conduce

A veder te con queste inferme luce!

LXXXIV.

Assai m’era cogli occhi della mente,

Dolce mie cor, vederti a ciascun’ora!

Tu ài di questo rapido torrente

L’ultimo corso superato! fora

D’ogni mal posto è: la vita [24] presente,

Qual te la dessi il ciel, à termine ora!

E se’ giunto a quel fin, dove ogni cosa

Mortal trapassa, senza aver mai posa:

LXXXV.

Lasciato ài le fatiche e ‘l van dolore,

Le miserie del mondo iniquo e stolto,

E ‘n quel sepolcro or se’ che ‘l tuo valore

Meritò già, dal tuo nimico accolto!

Non mancava altro al tuo funebre onore,

Né alla esequie tua, altro era or tolto.

Che l’infelice e ‘l doloroso pianto

Di quella, che tu in vita amasti tanto!

LXXXVI.

Il qual, acciò che l’ onor tuo interdetto

Non fussi, infin dal ciel Jove dispose

Del crudel padre mio l’acerbo petto,

E ch’ a me ti mandassi in cor gli pose;

E io te lo darò, benché il concetto

Mie primo, a mezzo al fero cor l’ascose,

E a voler morir con viso asciutto.

Costante e ferma mi disposi in tutto.

LXXXVII

E come delle mie lacrime pieno,

Dolce mie core, pasciuto sarai,

Sarò dell’alma mia [25], dal mortal seno

Per forza isvelta, subito vedrai

Giugniersi a quella, il cui benignio freno

Reggesti già: e con qual guida mai

Potrei in parte incognita o oscura

Pur che con quella gir lieta e sicura?

LXXXVIII.

E certa son che qui d’intorno ancora,

Sguardando e luoghi pur de’ suo’ diletti

E de’ mie ‘nsieme, intenta si dimora:

E come quella che suo’ primi affetti

Sorba e ‘l suo primo amor, ben penso ch’ora

La mia sol brami e desiosa aspetti;

La mia, di cui con più mirabil tempre

Amata è ancora, e così sarà sempre.

LXXXIX.

E qui tacendo poi, non altrimenti

Che se nel sen della suo vaga fronte

Fussi i mesti occhi, miseri e dolenti,

D’amaro pianto un’ abundante fonte,

Senz’ alcun suon di pianti o di lamenti,

Di sospir gravi o di parole pronte

Udirsi, all’urna coppa, al cor conversa,

Tacito pianto inestimabil versa.

XC.

Era cosa mirabile a vedere.

Le lacrime dagli occhi infermi isciolte,

Quasi una pioggia turbida cadere,

Dall’infelice e miser cor raccolte!

E come, infra le sue dolenti e vere

Lacrime, il morto cor più e più volte

Baciò, piangendo il freddo e morto core,

El cor, prima cagion del suo dolore!

XCI.

Le damigelle sue, quasi ismarrite,

Gli eron d’intorno tutte , e non sapieno

Che cor sie quello; e le parole udite

Prima, e di quelle il suon non intendiono;

Ma, di duol sommo e di pietà vestite,

Piangien con quella; e quanto me’ potièno

Della cagion del pianto suo, sovente

Dimandon lei, ma invan, piatosamente;

XCII.

E piangendo, talor qualche conforto

Porgere a quella s’aforzavan tutte.

Gismonda, po’ che pianto a suo diporto,

Ebbe entr’ al cor le lacrime redutte.

Dall’amato suo cor, dal freddo e morto

Cor levò il volto e le suo luce asciutte,

Da capo a quel che piìi gli pesa e duole

Vòlta, soggiunse poi queste parole:

XCIII.

dolce e da me molto amato core!

Finito è ogni uffizio e ogni pompa

Che si aspettava al tuo funebre onore!

Né altro è or che ‘l so corso interrompa

Al nudo spirto, al mio fervente amore,

Se non che l’ invidioso carcer rompa

A quel, ch’ardendo, già seco desia

Di fare alla tua alma compagnia.

XCIV.

E così detto, il vaso si fé dare,

Il vaso che quell’ acqua nascondea,

Che, ‘l giorno avanti a quel, volse istillare;

E nell’aurea coppa la mettea,

Là dove el morto cor delle suo amare

Lacrime sol lavato si giacea!

E senza alcun timor le labbra porte

A quello, il velen prese e la suo morte.

XCV.

Poi sopra il suo già tanto amato letto

Salita, con la coppa in man si pose;

E ‘l corpo suo in quell’onesto e netto

Stato, qual me’ potè , tutto compose:

Poi stringendo la coppa al caldo petto,

Vicino al cor l’ amato cor ripose:

E così, senza dir più cosa alcuna,

Tacita aspetta il fin di sua fortuna.

XCVI.

Le damigelle sua che ogni cosa

E veduta e sentita d’ essa avieno,

Benché se l’acqua infetta e velenosa

Fussi, qual presa avie, nulla sapieno.

Non volsero a Tancredi esser nascosa

Tal novità, ma d’ogni cosa appieno

Avisàr quello: e lui, di ciò ch’avvenne

Temendo, in zambra di sua figlia venne.

XCVII.

E giunse appunto in quella ora che sopra

Al suo letto Gismonda si ponea;

E con dolce parole, e con que l’opra,

Ch’al suo conforto più util credea,

Quanto me’ può, ma tardo e ‘nvan, s’adopra:

E perchè già al fin correr la vedea,

L’amata figlia, più ch’alcun dolente,

A pianger cominciò dirottamente.

XCVIII.

A cui la donna allor rivolta alquanto,

Disse: Tancredi, a più desiderato

Caso che questo serberai il tuo pianto,

Ne a me lo darai, che in quesfo istato

Non bramo: ma chi mai più vide uom, tanto,

Fuor di te, pianger quel che prie bramato

E cerco avessi! ingrato è chi si duole,

E piange d’aver più quel che più vole.

XCIX.

Ma se pure è , che di quel primo amore

Che tu già tanto mi portasti, alcuna

Favilla viva ancor dentro al tuo core.

Concedi alla tuo figlia almen solo una

Estrema grazia in questo mie dolore

Estremo, in questa estrema mie fortuna;

In questo fato, in questo punto estremo.

Un sol presente, un grato don supremo.

C.

E questo è, che, da poi ch’a te non piace,

Né piacque ch’i’ vivessi occultamente

E di nascoso con Guiscardo in pace,

Che col suo corpo, ovunche crudelmente

Gittato sia, ove si posa in pace,

Questo infelice mie corpo dolente.

Padre , per tuo benignia e pietosa opra,

Pubblicamente un sol sepulcro copra.

CI.

L’ angoscia delle lacrime al meschino

Padre impedì del tutto la risposta!

La nobil donna, poi che ‘n sul confino

Della suo morte si vede esser posta,

El morto cor, l’amato cor vicino

All’afflitto suo cor, premendo, accosta;

E, con le già tremante man sue stretto,

Quanto più può sel serra sopra al petto.

CII.

Le damigelle sue, le suo amorose

Compagne, con le quai già lieta visse [26],

Gli eron d’intorno afflitte e lacrimose.

Ma poi che già i gaudenti ochi al ciel fisse,

E che le luci sua, velando ascose:

Rimanete con Dio, ch’ i’ parto, disse.

E di sua vita il fatai corso in quella

Voce, insieme diè fine alla favella.

CIII.

Cosi l’amor de’ duo miseri amanti

Fu con amore e termine finito.

Tancredi, dopo molti e lunghi pianti,

Della sua crudeltà tardo pentito,

Con general dolor di tutti quanti

E cittadini, in un superbo sito

Seppellir fece, in una unica e sola

Arca, Guiscardo insieme e la figliuola.

Note

________________________

[1] Qui senza dubbio parla a Giovanni della Mirandola, Conte della Concordia, cui intitolò la Novella.

[2] Il cod. legge: Alla mie mente: parendomi errore manifesto, leggiermente mutando, ho scritto come ora istà. E più sotto, nella medesima stanza, al verso quarto: Ch’ancor è in uopo, scambiai come or trovasi: Ch’ancor invoco.

[3] Il cod. legge: Nel mostro corso.

[4] Comunque possa reggere in certo modo anche senso, per senno, cioè intelligenza, tuttavia sostituirei sesso, parendomi anche più adatto al concetto corrispondente del Boccaccio, il quale disse: giovane, e gagliarda, e savia più che a donna per avventura non si richiedea.

[5] Il cod. ha: e tante.

[6] Acoltamente per accortamente; mutata la r nella l, come costumavano gli antichi; per questa ragione troviamo non di rado nelle loro scritture albitrio per arbitrio e simili: a’ tempi però in cui scriveva il Benivieni, questi modi cominciavano a cadere in disuso nelle scritture, sicché non sarei lontano dal credere che in iscambio di acoltamente, s’avesse a leggere occultamente. Nel secondo verso della medesima ottava: Amore infiamma: e nel terzo: Lei con sol cor: e nel sesto: D’aprire alcuno.

[7] Gli antichi mutarono assai di frequente i generi de’ nomi; onde scrissero lo ordine e la ordine, il fiore e la fiore, il mare e la mare, e simili: oggi ci resta il fonte e la fonte. Per questa ragione qui troviamo, in iscambio di amoroso seme, amorosa seme, che in sostanza sta per semenza.

[8] Il cod. Ch’ aprire alcuno.

[9] Qui il cod. con manifesto errore logge: in mille occulte grotte.

[10] Il cod. qui ha una parola inintelligibile; eccola: Perhansuon volto.

[11] Il ms. legge: Comandò il prenze allor che più remota.

[12] Il cod. Ne arei alcun di te giamai creduto.

[13] Forse superfluo il che.

[14] Il ms. Ma pur se tanto disonesto. E nel verso settimo della medesima stanza: Fussi piaciuto amor.

[15] Portai e porto sin che; il cod.

[16] Il ms. legge: E se presso al morir alcuna forza Ne regnia amor dell’anime passate.

[17] Non dovevi però sempre di meno, il cod. E all’ultimo verso di questa medesima stanza: Ma vostra pigra e frigida vecchiezza.

[18] Negli ultimi quattro versi di quest’ottava trovo il concetto non troppo chiaro. Pongo il brano riferibile, secondo che leggesi nel Boccaccio: E certo in questo opposi ogni mia virtù di non volere nè a te, nè a me di quello, a che natural peccato mi tirava, in quanto per me si potesse operare, vergogna fare.

[19] Da qui per da chi.

[20] Il Cod.: ch’esser questo. E al quarto verso: nel tuo cor come turbato.

[21] Il cod. E d’altra parte e non bieche o torte.

[22] Il cod. Che furno.

[23] L’acqua fe quel che essa immaginava: così il cod.

[24] Il ms. legge: D’ogni mal posto alla vita presente.

[25] Il cod. Farò dell’alma mia. E al verso sett. della medesima ottava: Potrai in parte.

[26] il ms. Compagnie con le quali già lieta visse.

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Ultimo aggiornamento: 14 dicembre 2011